Bahrain, la molla della ‘primavera’

Dedefensa 21 febbraio 2013

Bahrain-mapL’articolo di Jerome Taylor su The Independent del 21 febbraio 2013, c’informa sulla situazione in Bahrein. L’effetto della “primavera araba” è iniziato poco dopo l’inizio dei disordini in Egitto, nel febbraio 2011. Il Bahrain è molto meno soggetto alla “nostra” attenzione, in particolare a causa della politica del blocco BAO al riguardo; come sappiamo di questa politica, mostra una considerevole dose d’ipocrisia. In ogni caso, la situazione così descritta dimostra notevolmente, piuttosto che le situazioni libica, egiziana, siriana, ecc., il vicolo cieco che rappresenta la “primavera araba”, sia per le cinghie di trasmissione del blocco BAO in Medio Oriente, sia per la politica del blocco BAO. Taylor sottolinea in particolare una radicalizzazione significativa del potere in Bahrain, tramite intrighi di palazzo (non importano le influenze specifiche al riguardo, è importante che vi sia una logica tendenza), la più interessante è che l’effetto non è solo un indurimento nei confronti dei manifestanti, ma anche nei confronti del blocco BAO, Stati Uniti e Regno Unito in particolare. Taylor vi aggiunge, senza indugio, ma è almeno altrettanto importante, la radicalizzazione delle proteste, nel senso di una maggiore ostilità verso il blocco BAO.
La famiglia reale del Bahrein è sempre più controllata da una fazione estremista che mantiene stretti legami con l’Arabia Saudita e si oppone con veemenza a concessioni; ciò potrebbe portare in pochi mesi al conflitto settario nel travagliato regno. Relazioni da Manama suggeriscono che l’acquisizione della famiglia reale da parte della cosiddetta “fazione Khawalid”, sia diventata un tale successo che gli alleati principali del Bahrain, Londra e Washington iniziano a temere che la monarchia, normalmente filo-occidentale, stia per essere usurpata da un gruppo dalla virulenta visione antiamericana e antibritannica. Voci su un gruppo ultraconservatore sempre più influente, abbondano nel regno del Golfo fin da quando sono esplose le proteste della maggioranza sciita della popolazione del Paese, nel febbraio 2011, contro il dominio della dinastia sunnita degli al-Khalifa.
Gruppi di opposizione sciiti accusano i Khawalid di essere gli ispiratori della repressione contro di loro, che provocarono più di 80 morti e il blocco delle richieste riforme democratiche che avrebbero dato agli sciiti, emarginati, una voce più grande sulla gestione del Paese. Ma con un passo assai inusuale, i membri della famiglia reale oggi iniziano a criticare i loro rivali, la prima chiara ammissione che la famiglia regnante sia, infatti, divisa. In un’intervista anonima al quotidiano Wall Street Journal di questa settimana, un “reale” reagisce contro i suoi cugini lamentandosi del fatto “coloro che circondano il re sono tutti potenti khawalid.
Khawalid è un termine usato in Bahrain per descrivere la fazione ultraconservatrice nella famiglia reale, il cui lignaggio risale a Khaled bin Ali al-Khalifa, fratello minore del potente emiro negli anni ’20. Condusse la brutale repressione contro una rivolta sciita e fu imprigionato dagli inglesi. I suoi sostenitori erano noti per la loro intensa avversione verso la popolazione a maggioranza sciita dell’isola, trascorrendo gran parte del restante ventesimo secolo nei corridoi del potere. Figure chiave khawalid sono riuscite a entrare in posizioni di responsabilità nella famiglia reale, e negli ultimi anni sembrano aver messo da parte le figure più in sintonia con le riforme economiche e politiche, come il principe ereditario Salman bin Hamid al-Khalifa [...]
Ironia della sorte, l’ascesa di una fazione antioccidentale nella famiglia reale, coincide con l’aumento dei sentimenti antibritannici e antiamericani tra i gruppi di protesta sciiti. Inizialmente moderati, i gruppi sciiti come l’attuale principale partito Wefaq, speravano che Londra e Washington sostenessero le loro richieste di riforme democratiche. Quando ciò non accadde, i gruppi più radicali, come la Coalizione della Gioventù del 17 febbraio, divennero più influenti e cominciarono ad adottare sempre più la retorica antioccidentale“.
Il Bahrain è il modello del “vicolo cieco che rappresenta la ‘Primavera araba’ [...] secondo il criterio del blocco BAO” perché presenta una situazione in cui il potere, del tutto acquisito al blocco, è ancora al suo posto, mentre la contestazione a questo potere, nata dalla “primavera araba”, mostra una resistenza estrema che prosegue attivamente negli ultimi due anni, nonostante la repressione costante e consistente che affronta. Di fronte a questa situazione, la politica del blocco BAO (principalmente Stati Uniti d’America, il fedele seguace Regno Unito e il resto che segue) è stata sostenere il potere (l’interesse politico), pur criticandolo in messaggi riservati ma tuttavia pubblici (dirittumanitarismo politicamente corretto), mostrando ufficialmente una certa comprensione verso la contestazione (dirittumanitarismo politicamente corretto) senza far nulla per sostenerla attivamente, e addirittura aiutando sottobanco la repressione (interesse politico).
C’è in questa duplice attiva asimmetria tutta l’ipocrisia consustanziale della politica BAO (dimostrazione inutile, non c’è tempo da perdere), in particolare, qualcosa di più interessante, vi è una contraddizione costantemente operativa e quasi insolubile. Il risultato è che il BAO blocco supporta reciprocamente (potere e contestazione), nel limite della sua influenza, ovviamente, appena sufficiente per far continuare il conflitto, ma insufficiente per la risoluzione del conflitto con un compromesso o la vittoria di uno o dell’altro. Il blocco BAO manifesta la sua costante e impotente interferenza in un modo che non soddisfa nessuna delle due parti, e dà a tutti l’impressione che il blocco, alla fine, segretamente desideri che vinca l’avversario. La tendenza naturale, in questo termine, è in realtà la radicalizzazione di entrambi i partiti, in cui lo stesso blocco BAO viene preso di mira contemporaneamente da tutti come un avversario, perché visto corresponsabile nel sostenere l’attività dell’avversario. Non c’è dubbio che questa sia la “formula” destinata a diventare la classica posizione del blocco BAO. Essa mostra la finalità profonda, naturale e superiore della “primavera araba” come movimento collettivo, aldilà delle varie spiegazioni sulle manipolazioni non meno varie, nonostante gli avatar di Libia e Siria e in parte soltanto l’avatar egiziano, viene essenzialmente messa in discussione la catena dei poteri creati dal blocco BAO per i propri interessi, dimostrando come la “primavera araba” sia, prima di tutto, un attacco contro il sistema.
Da questo punto di vista, il Bahrain è in realtà un anello importante, dove la situazione può solo peggiorare presentando e ripristinando un’immagine costante, e in effetti molto corretta, della “primavera araba”, con importanti conseguenze, a lungo termine, proprio per il Bahrain (senza speculare sugli effetti più ampi dei cambiamenti nella situazione del Bahrain). Una delle conseguenze sarebbe la possibilità di mettere in discussione lo status dei critici impianti della Quinta Flotta degli Stati Uniti nel Paese, uno status che è già in stato d’incertezza. Ci sono in effetti voci di un trasferimento di parte delle strutture e delle funzioni degli Stati Uniti dal Bahrain al Qatar, che non è neanche esso un luogo più sicuro per la marina militare degli Stati Uniti, per motivi diversi dal caso del Bahrein, o anche negli Emirati Arabi Uniti, che non sono comunque molto entusiasti di tale impegno. (Vedasi per le voci in proposito, 23 ottobre 2012): “La domanda che rimane aperta è tra l’altro se questa base [installata in Qatar], sia solo un centro logistico che copre l’intera area, già vecchia, o se sia stato ampliato di recente e decisamente a centro di comando e controllo navale, riguardo al trasferimento di tutto o parte del personale operativo e del comando della Quinta Flotta della marina degli Stati Uniti [...] [La Quinta Flotta] è stata ufficialmente costituita nel Bahrein, nel porto di Manama, nel luglio 1995. Dei recenti cambiamenti, ma assai poco documentati, potrebbero essersi verificati (il condizionale giansenista è necessario)“. L’articolo sulla Quinta Flotta di Wikipedia implica che il centro comando operativo della flotta potrebbe essere stato trasferito discretamente nel 2011, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, in seguito ai disordini in Bahrain.)
Un’altra importante conseguenza di natura politica, mostrando un curioso “cambio di corrente” del tipo “occhio per occhio”, potrebbe essere l’influenza della situazione in Bahrain su quella già tesa in Arabia Saudita, mentre attualmente dovrebbe essere il contrario, data l’influenza della “tutela” saudita sulla  sicurezza del Bahrain, con il dispiegamento delle forze saudite in Bahrain. Invece, la radicalizzazione in Bahrain, notevolmente anti-BAO ma anche in direzione di una destabilizzazione potrebbe influire, nello stesso senso, sulla situazione in Arabia Saudita, già estremamente instabile. In tutti i casi, non vi è alcuna garanzia che i sauditi cerchino di fermare il Bahrain sul punto particolare del possibile indurimento anti-blocco BAO (anti-USA), nella misura in cui loro stessi evolvono in questa direzione, sempre per gli stessi motivi suscitati dall’impotente politica degli Stati Uniti del “troppo poco e troppo tardi” riguardo al loro sostegno ai regimi al potere pro-BAO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Come l’Iran elude il blocco occidentale. Il Triangolo del petro-oro Turchia-Dubai-Iran

Tyler Durden ZeroHedge 23/10/2012

Negli ultimi mesi vi è stata molta speculazione errata sul perché l’Iran, escluso dal regime di mediazione SWIFT sui petrodollari, vedrebbe implodere la propria economia mentre il paese non ha accesso ai verdoni, non potendo quindi effettuare scambi internazionali; il fattore trainante dietro le sanzioni internazionali che cercano di rovesciare il governo dell’Iran facendo morire la sua economica. Mentre vi sono stati periodi d’inflazione rilevante, finora il governo locale sembra essere riuscito a metterci una pietra sopra, frenando la speculazione del mercato grigio, e l’Iran continua a operare più o meno grazie ai suoi allegri metodi nel commercio internazionale, che è certamente vivo, in particolare con la Cina, la Russia e l’India quali principali partner commerciali. “Come è possibile tutto questo” si chiederanno coloro che sostengono l’embargo totale occidentale sul commercio iraniano? Semplice, l’oro. Perché mentre l’Iran potrebbe non avere accesso ai dollari, ha ampio accesso all’oro. Questo di per sé non è una novità, ne abbiamo parlato in passato: l’Iran ha importato notevoli quantità di oro dalla Turchia, nonostante le smentite del governo turco. Oggi, per gentile concessione della Reuters, sappiamo esattamente ciò che sarà l’equivalente della Grande Via della Seta del 21° secolo, e quanto sia stato efficace l’Iran, da bravo topolino da laboratorio, nel sottrarsi al grande esperimento dei petrodollari da cui, secondo la saggezza convenzionale, non ci sarebbe scampo. Vi presento il petro-oro.
Tutto inizia, contrariamente alle smentite ufficiali del governo, in Turchia. La Reuters spiega: “Corrieri che trasportano milioni di dollari in lingotti d’oro nei loro bagagli volano da Istanbul a Dubai, da dove l’oro viene inviato in Iran, secondo fonti del settore che conoscono il business. Le somme in gioco sono enormi. I dati commerciali ufficiali turchi suggeriscono che quasi 2 miliardi di dollari in oro sono stati inviati a Dubai per conto di acquirenti iraniani, ad agosto. Le spedizioni aiutano Teheran a gestire le sue finanze di fronte alle sanzioni finanziarie occidentali. Le sanzioni, imposte sul controverso programma nucleare iraniano, l’hanno in gran parte escluso dal sistema bancario globale, rendendogli difficile poter effettuare trasferimenti internazionali di denaro. Utilizzando l’oro fisico, l’Iran può continuare a muovere le sue ricchezze al di là delle frontiere.”
Quindi …. l’oro è denaro? In altre parole viene ampiamente accettato; si tratta di una riserva della ricchezza, ed è un mezzo di scambio? Huh. Qualcuno lo dica al Presidente. Potrebbe non esserne a conoscenza. Pare proprio di sì, almeno nei paesi che non vivono giorno per giorno sul bordo del quadrilione di dollari in derivati, ragione delle armi di distruzione immediata e di massa. “Ogni moneta nel mondo ha una identità, ma l’oro è un valore senza identità. Il suo valore è assoluto dovunque tu vada“, ha detto un trader di Dubai che conosce il commercio dell’oro tra la Turchia e l’Iran. L’identità della destinazione finale dell’oro in Iran non è nota. Ma la scala delle operazioni attraverso Dubai e la sua crescita improvvisa, suggeriscono che il governo iraniano vi abbia un ruolo. Il commerciante di Dubai e altre fonti familiari al business, hanno parlato con Reuters in condizione di anonimato, a causa della sensibilità politica e commerciale della questione. Che cosa ottiene in cambio la Turchia? Qualunque sia, l’Iran risponde alle esigenze della Turchia, naturalmente. “L’Iran vende petrolio e gas alla Turchia, con pagamenti effettuati a istituzioni statali iraniane. Le sanzioni bancarie statunitensi ed europee vietano i pagamenti in dollari o euro, così l’Iran viene pagato in lire turche. La lira ha un valore limitato nell’acquisto di merci sui mercati internazionali, ma è l’ideale per fare baldoria acquistando oro in Turchia.” E così, in un mondo in cui evitare il dollaro viene considerato dalla maggioranza una follia, Turchia e Iran, in silenzio ed efficacemente, hanno creato la loro scappatoia, in cui le risorse naturali sono scambiate con una valuta locale, che viene scambiata con l’oro, e che poi viene utilizzato dall’Iran per acquistare qualsiasi cosa, e tutto ciò di cui necessita, da tutti quegli altri paesi che non rispettano l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dagli europei. Come quasi tutti i paesi dell’Africa. Perché l’oro parla, e i petrodollari camminano sempre più.
Ciò che è inquietante, è che anche Dubai sia entrato nella partita, e le tre vie di transazione potrebbero presto diventare il modello per tutti gli altri paesi che non hanno paura di subire l’ira dell’embargo dello Zio Sam: “A marzo di quest’anno, quando le sanzioni bancarie hanno cominciato a mordere, Teheran ha effettuato un forte aumento di acquisti di lingotti d’oro dalla Turchia, secondo i dati sul commercio del governo turco. L’esportazione d’oro verso l’Iran dalla Turchia, uno dei maggiori consumatori e depositari di oro, è arrivata a 1,8 miliardi di dollari a luglio, pari a oltre un quinto del deficit commerciale della Turchia di quel mese. Ad agosto, tuttavia, un improvviso crollo delle esportazioni turche d’oro dirette in Iran, è coinciso con un balzo delle sue vendite del metallo prezioso negli Emirati Arabi Uniti. La Turchia ha esportato un totale di 2,3 miliardi dollari in oro ad agosto, di cui 2,1 miliardi dollari erano in lingotti d’oro. Poco più di 1,9 miliardi, circa 36 tonnellate, sono stati inviati negli Emirati Arabi Uniti, come dimostrano gli ultimi dati disponibili dell’Ufficio di Statistica della Turchia. A luglio la Turchia ha esportato solo 7 milioni in oro negli Emirati Arabi Uniti. Nello stesso tempo, le esportazioni d’oro dalla Turchia dirette verso l’Iran, che oscillavano tra 1,2 miliardi e circa 1,8 miliardi di dollari ogni mese da aprile, sono crollate a soli 180 milioni ad agosto. Il commerciante di Dubai ha detto che da agosto, le spedizioni dirette verso l’Iran sono state in gran parte sostituite da quelle attraverso Dubai, a quanto pare perché Teheran voleva evitare la pubblicità. ‘Il commercio diretto dalla Turchia verso l’Iran si è fermato perché c’era semplicemente troppa pubblicità in giro’, ha detto il commerciante. Concessionari, gioiellieri e analisti di Dubai hanno detto di non aver notato alcun grande ed improvviso aumento dell’offerta sul mercato dell’oro locale ad agosto. Hanno detto che ciò suggerisce che la maggior parte delle spedizioni negli Emirati Arabi Uniti venga inviata direttamente in Iran. Non è chiaro come l’oro passi da Dubai all’Iran, ma vi è una corrente di scambi tra le due economie, in gran parte condotta con i dhow di legno e altre navi che attraversano il Golfo, a una distanza di soli 150 chilometri nel punto più stretto. Un commerciante turco ha detto che Teheran è passata alle importazioni indirette perché le spedizioni dirette venivano ampiamente riportate sui media turchi e internazionali, all’inizio di quest’anno. ‘Ora sulla carta sembra che l’oro vada a Dubai, non in Iran’, ha detto.”
Che cosa succede se gli Stati Uniti chiedono che lo scambio tra Dubai e l’Iran finisca? Niente: un altro paese si affretterà a sostituirlo nel triangolo d’oro, e poi un altro, e poi un altro ancora. Dopo tutto, sono pronti ad intervenire nelle condizioni molto redditizie della domanda/offerta delle transazioni. Proprio come avviene nel flusso bancario che sostiene il mercato delle obbligazioni e degli stock scambiati giorno per giorno. Che cosa accadrebbe se la stessa Turchia si ritirasse? “Gli acquirenti possono anche voler rendere i loro acquisti meno vulnerabili a qualsiasi possibile interferenza da parte del governo della Turchia. Lo stretto rapporto della Turchia con l’Iran ha cominciato a scadere da quando i due stati si trovano sui lati opposti della guerra civile in Siria, con la Turchia che sostiene la caduta del presidente Bashar al-Assad e l’Iran che rimane il più fedele alleato regionale di Assad.” Quindi, ancora la stessa cosa: l’Iran semplicemente troverebbe un paese della regionale che ha bisogno di greggio, e molti, molti di costoro sono in giro, e offrirebbe uno scambio oro-greggio che manterrebbe il mini-ciclo petro-oro a galla. Eppure assai ironicamente, nonostante tutte le ostilità palesi tra l’Iran e la Turchia sulla Siria, le due nazioni continuano a trattare, suscitando la domanda su quanto credibili siano tutte quelle storie sull’animosità medio-orientale tra questo o quel paese, o questa o quella fazione o etnia. Non c’è da sorprendersi: l’oro supera tutte le differenze. Tutte.
Infine, la realtà è che nessuno, in realtà, infrange alcuna regola. Non vi è alcuna indicazione che con il commercio di oro Dubai stia violando le sanzioni internazionali contro l’Iran. Le sanzioni delle Nazioni Unite vietano l’invio di materiali connessi al nucleare in Iran e congelano i beni di alcuni individui e imprese iraniani, ma non vietano la maggior parte del commercio. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno ancora rilasciato i dati relativi al commercio per agosto. Dai funzionari della dogana di Dubai non è stato possibile avere un commento, nonostante i ripetuti tentativi di contattarli. I dati commerciali turchi confermano che l’oro viene trasportato per via aerea a Dubai. Secondo i dati, 1450 milioni dollari di oro turco esportato, in totale, ad agosto sono stati spediti tramite l’ufficio doganale nell’aeroporto Ataturk. Quasi tutto il resto, 800 milioni, è stato spedito dal più piccolo aeroporto di Istanbul, il Sabiha Gokcen. Le esportazioni totali di tutte le merci della Turchia verso gli Emirati Arabi Uniti, sono ammontate a 2,2 miliardi di dollari ad agosto. Di tale somma, 1,19 miliardi dollari sono stati registrati presso l’aeroporto Ataturk, mentre 776 milioni dollari sono stati registrati al Sabiha Gokcen. Un broker doganale che fa affari nell’Ataturk, ha detto che i corrieri si imbarcano sui voli per Dubai della Turkish Airlines e della Emirates, portandosi il metallo nel bagaglio a mano, per evitare il rischio di perderlo o di vederselo rubato. L’importo massimo di lingotti d’oro che è permesso prendere a un passeggero è di 50 kg, ha detto. Ciò suggerisce che durante agosto, diverse centinaia di voli dei corrieri potrebbero aver portato l’oro a Dubai per conto dell’Iran. “E’ tutto legale, dichiarano, danno il loro codice fiscale e tutto viene registrato, quindi non c’è nulla di illegale in questo“, ha detto il broker. “Al momento, c’è un bel po’ di traffico a Dubai. Anche a settembre e ottobre l’abbiamo visto.”
I dati sul commercio mostrano che quasi 1400 milioni di dollari delle esportazioni dalla Turchia agli Emirati Arabi Uniti, ad agosto, provenivano da una o più società con un numero di codice fiscale registrato nella città costiera di Izmir, la terza più grande della Turchia. I funzionari doganali dell’Ataturk hanno rifiutato una richiesta della Reuters di fornire i documenti di identificazione degli esportatori, dicendo che le informazioni sono riservate. L’identità delle società che gestiscono il commercio non poteva essere confermata. I commercianti hanno detto che a causa del rischio di attirare attenzioni indesiderate da parte delle autorità statunitensi, solo poche aziende sono disposte a mettersi in gioco. E il gioco è fatto: un sistema libero perfettamente controbilanciato, in cui si fanno transazioni e nessuna traccia viene lasciata. Ancora più importante, questo è il piano per il futuro, come sempre più paesi eludono l’assoggettamento al regime dei petrodollari, così onnipresente nel secolo passato, ma che si sta lentamente e inesorabilmente spostando a beneficio dei paesi che non sono insolventi, e che in realtà producono cose necessarie per il resto del mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

L’alleanza blasfema tra i mercenari della Blackwater e i governanti degli Emirati Arabi Uniti

Habib Siddiqui Mediamonitors 23 maggio 2011

“… Non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi per evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tanti volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.”

Ricordate la Blackwater USA, il gruppo militare privato che ha lavorato come contractor per il Dipartimento di Stato USA? Dal giugno 2004, è stata pagata più di 320milioni di dollari dal budget del Dipartimento di Stato per il suo servizio mondiale di protezione individuale, proteggendo funzionari degli Stati Uniti e alcuni funzionari stranieri, nelle zone di conflitto. Solo in Iraq, in una sola volta, impiegava non meno di 20.000 forze di sicurezza armate. Nell’Iraq post-Saddam, avevano tratto molta notorietà per il loro grilletto facile, dall’atteggiamento da Gung Ho. Tra il 2005 e il settembre 2007, il personale di sicurezza della Blackwater è stato coinvolto in 195 scontri a fuoco, in 163 di questi casi, il personale della Blackwater ha sparato per primo.
Nel 31 marzo 2004, gli insorti iracheni a Falluja attaccarono un convoglio con quattro contractor della Blackwater. Secondo i resoconti iracheni, gli uomini fecero irruzione in una casa e violentarono alcune donne. I quattro contractor furono attaccati e uccisi con granate e armi leggere. Più tardi i loro corpi vennero appesi a un ponte che attraversa l’Eufrate. Nell’aprile del 2005, sei contractor indipendenti della Blackwater furono uccisi in Iraq quando il loro elicottero Mi-8 venne abbattuto.
Il 16 febbraio 2005, quattro guardie della Blackwater di scorta ad un convoglio del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in Iraq, spararono 70 colpi su un’auto. Una ricerca condotta dal servizio di sicurezza diplomatica del Dipartimento di Stato concluse che la sparatoria non era giustificata e che i dipendenti della Blackwater fornirono dichiarazioni false agli investigatori. Le false dichiarazioni sostenevano che uno dei veicoli della Blackwater era stato colpito dagli spari dei ribelli, ma l’indagine aveva rivelato che una delle guardie della Blackwater aveva effettivamente sparato al proprio veicolo per sbaglio. Tuttavia, John Frese, alto funzionario della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti in Iraq, non volle punire la Blackwater o le guardie di sicurezza, perché credeva che eventuali azioni disciplinari abbassassero il morale del gruppo di mercenari.
Il 6 febbraio 2006, un cecchino impiegato dalla Blackwater Worldwide aveva aperto il fuoco dal tetto del ministero della giustizia iracheno, uccidendo tre guardie che lavoravano per l’Iraqi Media Network statale. Molti iracheni presenti alla scena dissero che le guardie non avevano sparato contro il ministero della giustizia. La vigilia di Natale 2006, una guardia di sicurezza del vicepresidente iracheno venne uccisa, mentre era in servizio all’esterno del compound del primo ministro iracheno, da un dipendente della Blackwater USA. Cinque contractor della Blackwater furono uccisi il 23 gennaio 2007, quando il loro elicottero venne abbattuto sull’Haifa Street di Baghdad. Alla fine di maggio del 2007, i contractor della Blackwater aprirono il fuoco per le strade di Baghdad, per due volte in due giorni, uno degli incidenti provocò una  situazione di stallo tra i contractor della sicurezza e i commando del ministero dell’interno iracheno. Il 30 maggio 2007, i dipendenti della Blackwater uccisero un civile iracheno di cui fu detto che stesse “guidando troppo vicino” ad un convoglio del Dipartimento di Stato che veniva scortato dai contractor della Blackwater.
Il governo iracheno revocò la licenza di operare in Iraq alla Blackwater, il 17 settembre 2007, a causa della morte di diciassette iracheni. Gli infortuni mortali si verificarono mentre una Blackwater Security Detail (PSD) privata stava scortando un convoglio di veicoli del Dipartimento di Stato statunitense, in viaggio per una riunione, nella parte occidentale di Baghdad, con dei funzionari dell’USAID. Come in molti altri casi precedenti, anche in questo si era riscontrato che le guardie della Blackwater avevano aperto il fuoco senza provocazione e con un uso eccessivo della forza. L’incidente aveva causato almeno cinque indagini, e una inchiesta della FBI aveva rilevato che i dipendenti della Blackwater usarono incautamente una forza letale. La licenza venne ripristinata dal governo statunitense nell’aprile 2008, ma all’inizio del 2009 gli iracheni annunciarono di aver rifiutato di estendere tale licenza.
I documenti ottenuti dalla fuga di informazioni sulla guerra in Iraq, sostengono che i contractor della Blackwater hanno commesso gravi abusi in Iraq, uccidendo anche dei civili. Nell’autunno del 2007, un rapporto del Comitato di Vigilanza della Camera del Congresso, aveva rilevato che la Blackwater aveva intenzionalmente “ritardato e ostacolato” le indagini sulla morte dei contractor (del 31 marzo 2004).
Così negativa era la percezione pubblica del gruppo di mercenari, che ha dovuto cambiare il suo nome due volte – prima nell’ottobre 2007 come Blackwater Worldwide e poi come Xe Services LLC, nel febbraio del 2009.
Dopo tutti questi incidenti gravi di non provocate orge omicide di civili inermi in Iraq, da parte dei mercenari dal grilletto facile che lavoravano come contractor per il Dipartimento di Stato USA, nel periodo post-Saddam, abbiamo pensato che avremmo visto per l’ultima la Blackwater e il suo CEO Erik Prince. Ma ci sbagliavamo. Assolutamente sbagliato! Ci siamo dimenticati che il male si vende alla grande! Un brutto mostro è tanto più preferibile di un Don della mafia quanto un affascinante uomo dall’animo candido.
Erik Prince si è stabilito ad Abu Dhabi e vi ha aperto una filiale dei mercenari. Ha preso il nome di Reflex Responses. La società, spesso chiamata R2, è stata autorizzata nel marzo scorso (2011). Oltre a statunitensi, inglesi, francesi e alcuni colombiani, R2 ha reclutato un plotone di mercenari sudafricani, inclusi alcuni veterani di Executive Outcomes, una società sudafricana nota per avere preparato dei tentativi di golpe o la soppressione di ribellioni contro dittatori africani negli anni ’90.
La scorsa settimana il New York Times (NYT) ha avuto un rapporto dettagliato su questo gruppo di mercenari, che viene impiegato – da chi altri questa volta se non – il principe Sheik Mohamed bin Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi, emirato zuppo di petrolio, per proteggere la sceiccato dalle minacce. L’affare redditizio vale 529 milioni dollari. R2 spende circa 9 milioni di dollari al mese per mantenere il battaglione, comprendendo tra le spese gli stipendi dei dipendenti, per le munizioni e i salari per decine di lavoratori domestici che cucinano i pasti, lavano i panni e puliscono il campo.
Le legge degli emirati vieta la divulgazione dei documenti riguardanti le imprese, che tipicamente indicano le cariche sociali, ma richiede di pubblicare i nomi delle società sugli uffici e le vetrine. Nell’ultimo anno, il cartello fuori la suite è cambiato almeno due volte – ora dice Management Consulting Assurance.
Ci viene detto che la forza militare straniera era prevista mesi prima delle cosiddette rivolte della primavera araba, che molti esperti ritengono improbabile che si diffonda tra il popolo degli Emirati Arabi Uniti; funzionari statunitensi di R2 e coinvolti nel progetto, hanno detto ai giornalisti del NYT che gli emirati erano interessati allo schieramento del battaglione R2 per rispondere agli attacchi terroristici e per reprimere le insurrezioni all’interno dei campi di lavoro presenti in ogni angolo del paese, che ospitano pakistani, filippini e altri stranieri che costituiscono il grosso della forza lavoro del paese.
Vale la pena sottolineare che gli Emirati Arabi Uniti sono il fondo abissale della democrazia nel mondo arabo di oggi. Attraverso la loro infinita ricchezza si sono trasformati in una nuova federazione high-tech popolata da due comunità dal basso profilo – un corpo di modernisti capitalisti arabi (21% della popolazione) e occidentali (8% in totale), che hanno ben pochi contatti con il grande corpo dell’Islam, e una massa di lavoratori stranieri immigrati (per un totale del 71%) – 27% indiani, 20% pakistani, 8% bengalesi e 16% di altri asiatici – non pagati o sottopagati, senza documenti o passaporti (confiscati), che lavorano tutto il giorno, in ogni condizione, senza assistenza medica o supervisione. Come gli schiavi egizi dei tempi biblici che hanno costruito le piramidi, i lavoratori migranti – negatigli i fondamentali diritti umani – sono gli schiavi moderni che hanno costruito il Burj Khalifah (l’edificio più alto del mondo) e continuano a costruire il parco giochi per l’elite capitalista del mondo – una zona senza regole e senza timore di ricorso alla legge. Come sottolineato recentemente da Shaykh Abdal Qadir as-Sufi, “Non ci sono kamikaze negli Emirati Arabi Uniti, solo il suicidio settimanale di un lavoratore in preda alla disperazione per il suo stipendio, le sue condizioni di lavoro, il suo squallido dormitorio e il suo futuro.”
Gli Emirati Arabi Uniti, come molti dei Paesi del Golfo, hanno una scala dei redditi altamente discriminatoria, che si basa sulla nazionalità. Ad esempio, i salariati più pagati sono i bianchi occidentali (da Stati Uniti, Europa, Australia e Nuova Zelanda), seguiti dai cittadini del GCC, asiatici orientali (da Giappone, Corea), Sud-est asiatici (da Singapore, Filippine, Thailandia), sud-asiatici (da India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh) e altri paesi africani (in questo ordine).
Mentre principi e sceicchi corrotti vivono una opulenta vita da parassiti, beneficiando delle prestazioni del dono di Dio alla nazione – la risorse in petrolio e gas naturale – e del frutto del lavoro dei loro lavoratori schiavi, che lavorano in quei giacimenti di petrolio e di gas naturale, nell’industria delle costruzioni e nei negozi o centri commerciali; questi lavoratori sono pagati con dei salari tra i più bassi immaginabili. Gli operai edili lavorano 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e sono pagati circa 370 AED (100 dollari USA) al mese. I ‘lavoratori’ sono vincolati dal sistema Kafala a non spostarsi dal loro lavoro ad un altro e vengono ‘legati’ al datore di lavoro. I lavoratori sono ospitati dai datori di lavoro nei dormitori conosciuti come campi di lavoro, di solito ai margini delle zone urbane. Ad al-Quoz e a Sonopar, a Dubai, la tipica abitazione di un operaio edile medio è una piccola sala (40 mq) che deve ospitare fino a otto lavoratori. Al-Quoz Camp ospita 7.500 lavoratori migranti che condividono 1.248 camere. La ritenuta dei salari, in totale disprezzo delle regole islamiche, è un luogo comune. Agli avidi datori di lavoro non piace che i loro lavoratori musulmani digiunino durante il Ramadhan, temendo che la loro efficienza sul lavoro ne risenta.
Nel maggio 2010, centinaia di lavoratori hanno marciato dal loro campo di lavoro a Sharjah al Ministero di Dubai, chiedendo di essere rimandati a casa. Avevano affermato che erano rimasti senza assegni per oltre sei mesi ed erano stati mantenuti nello squallore. Le autorità finalmente ne mandarono a casa 700 dei bloccati nel campo di lavoro Sharjah al-Sajar.
Quindi, non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tante volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.
Negli ultimi anni, il governo degli emirati ha inondato le aziende della difesa statunitensi, con miliardi di dollari per contribuire a rafforzare la sicurezza del paese. Una società gestita da Richard A. Clarke, ex consigliere dell’antiterrorismo durante la amministrazioni Clinton e Bush, ha vinto diversi contratti lucrativi di consulenza, negli Emirati Arabi Uniti, su come proteggere le loro infrastrutture.
Gli ufficiali degli emirati avevano promesso che se il primo battaglione R2 di Erik Prince fosse stato un successo, sarebbe stata acquisita una brigata intera di diverse migliaia di uomini. I nuovi contratti sarebbero miliardari, e avrebbero aiutato il prossimo grande progetto di Prince: un complesso di addestramento nel deserto per le truppe straniere, modellato sul compound della Blackwater di Moyock, Carolina del Nord
In una notte della scorsa primavera, dopo mesi di stanza nel deserto, i mercenari della R2 salirono su un autobus non marcato e furono inviati in un hotel nel centro di Dubai. Lì, alcuni dirigenti della R2 avevano organizzato il loro passatempo serale con le prostitute. In quale altro luogo nel mondo arabo se non negli Emirati Arabi Uniti, si può trovare tale esposizione di immoralità?
In un noto hadith, Muhammad (S), il Profeta dell’Islam, ha detto: “Allah l’Altissimo dice: ‘Ci saranno tre persone contro cui mi batterò nel Giorno del Giudizio: (1) la persona che fa una promessa con un giuramento nel mio nome e poi lo rompe, (2) la persona che vende un uomo libero come schiavo e si appropria dei proventi della vendita, e (3) la persona che impiega un operaio e dopo aver beneficiato appieno del suo lavoro, non riesce a pagargli i suoi debiti.” [Bukhari: Abu Hurayrah (RA)].
Muhammad (S) disse anche: “Date il suo salario al lavoratore prima che il suo sudore si asciughi.” [Ibn Majah: Abdullah b. Umar (RA)] Umar (RA)]
Qualcosa è profondamente sbagliato nel mondo arabo. Una una volta dotati di cammelli e di tenda-dimora, ed ora che volano su jet e hanno ricche abitazioni moderne, gli arabi del deserto sono così occupati a godere delle modalità e dei valori delle moderne tecno-società che hanno completamente perso il cuore di tutta la loro identità civica e spirituale. Hanno dimenticato che la migliore sicurezza non viene dai mercenari, ma da una forza lavoro soddisfatta che sia trattata equamente e umanamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: un’aggressione che si precisa

Ghali Hassan – Countercurrents 13 dicembre 2011 – Info-Palestine

Gli Stati Uniti e i loro alleati si stanno preparando ad attaccare la Siria nel quadro del piano israelo-statunitense per destabilizzare la regione. Il pretesto è come al solito “proteggere i civili” e stabilire una “democrazia” di tipo occidentale. Ma naturalmente non c’è nulla di meno vero. L’obiettivo è quello di rovesciare il governo siriano e sostituirlo con un governo fantoccio al servizio degli interessi USA-Israele sionisti.
Si noti che, dato il sostegno della Siria alla resistenza libanese e palestinese contro il terrorismo israeliano e i legami della Siria con l’Iran, il governo del presidente Bashar al-Assad è considerato una “minaccia” per gli interessi di Israele e degli Stati Uniti. Pertanto, un governo soggetto alle pretese israelo-statunitensi è vitale per isolare l’Iran e per coprire l’espansione sionista israeliana.
L’interferenza continua straniera negli affari interni della Siria, ci ricorda la recente ingerenza criminale in Libia, iniziata con la costituzione di una “no-fly zone“, un’invasione militare illegale della Libia. I resoconti dei media affermano che gli Stati Uniti e Israele hanno arruolato mercenari sauditi e il Libano per creare problemi in Siria e isolare il governo siriano dal suo popolo, alimentando le divisioni settarie.
La campagna di demonizzazione condotta dagli Stati Uniti e dai loro alleati per delegittimare il governo siriano, è simile alla campagna di demonizzazione condotta contro la Libia. Il 25 novembre 2011, la Lega Araba, un’assemblea di despoti illegittimi controllata dall’Arabia Saudita e da altri feudi petroliferi ha escluso la Siria dalla Lega araba ed ha chiesto sanzioni diplomatiche ed economiche contro di essa. Proprio come in  Libia, l’esclusione della Siria dalla Lega araba fornisce agli Stati Uniti e ai loro alleati la copertura per attaccare la Siria e invadere di nuovo una nazione musulmana.
La Lega araba ha una lunga storia di tradimento e non corrisponde più a nulla. Secondo Mahdi Darius Nazemroaya: “Sono Arabia Saudita e il Gulf Cooperation Council (GCC), che hanno preso il potere nella Lega. Il GCC comprende i regni petroliferi del Golfo Arabico: Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Barhein, Qatar, Oman e Arabia Saudita. Nessuno di questi paesi è  esemplare, per non parlare della democrazia. I loro leader, insediati dagli Stati Uniti, hanno tradito i palestinesi, hanno aiutato ad attaccare l’Iraq, hanno dato il sostegno ad Israele contro il Libano, hanno distrutto la Libia e ora stanno cospirando contro la Siria e i suoi alleati regionali.” Ha aggiunto: “[La Lega Araba] è stata fagocitata da Washington e serve i suoi interessi e quelli dei loro alleati, invece dei reali interessi arabi”. Come il GCC, la Lega araba è uno strumento dell’imperialismo USA. Il suo intervento vergognoso contro la Siria (una ripetizione del suo intervento vergognoso contro la Libia) è un atto di guerra contro un altro paese arabo.
Il ruolo svolto dai despoti arabi sostenuti dagli Stati Uniti e guidati da Arabia Saudita, Qatar, Giordania ed Emirati Arabi è spregevole. Ed è ironico che questi despoti fingano di essere guidati dalle preoccupazioni per i diritti umani e la democrazia in Siria. Decenni di repressione e sottrazione di beni e risorse da parte dei singoli regimi dispotici, hanno portato ad alti livelli di disuguaglianza e corruzione nei loro paesi. Nonostante la loro ricchezza, sono paesi arretrati che hanno adottato lo stile di vita decadente dell’Occidente e si sono sbarazzati dell’Islam. Hanno radunato una setta estremista (islamista) che ha distrutto la grande religione islamica. Non sono dei leader eletti, ma illegittimi che non tollerano alcuna opposizione al loro potere tirannico.
L’Arabia Saudita è, ovviamente, il regime più repressivo del mondo. È anche il più stretto alleato degli Stati Uniti. Questa è una monarchia assoluta che considera i diritti umani e la libertà come minacce alla corrotta classe dirigente. Le donne saudite sono escluse dal lavoro regolare e la disoccupazione giovanile è al 40%. Le leggi saudite dette “anti-terroriste” criminalizzare il dissenso e autorizzano un lungo periodo di detenzione senza processo. I dissidenti sono trattati con brutalità. Il 21 novembre 2011, le truppe saudite hanno aperto il fuoco su una manifestazione pacifica in una provincia orientale della Arabia Saudita, facendo quattro morti e diversi feriti. I leader sauditi non tollerano il dissenso nei paesi vicini.
Nel marzo del 2011, le forze saudite hanno preso d’assalto il Barhein e schiacciato brutalmente i dimostranti pro-democrazia. L’invasione è stata incoraggiata e sostenuta dal governo statunitense. La relazione della Commissione d’inchiesta indipendente in Barhein (CEIBS) ha cercato di giustificare il comportamento e le leggi della monarchia assoluta. Tuttavia, il rapporto ha osservato le “violazioni sistematiche dei diritti umani” durante gli attacchi del governo contro i manifestanti. Il rapporto di 500 pagine descrive le varie violazioni da parte del regime dispotico del re Hamad bin Isa al-Khalifa. Secondo il rapporto, i detenuti, compreso il personale medico il cui unico crimine era quello di aver curato i manifestanti, sono stati torturati e abusati sessualmente. Il rapporto è stato subito sepolto dai media occidentali.
Passo dopo passo, il modello Libia viene riprodotto in Siria. Il 28 novembre, le Nazioni Unite, il braccio armato dell’imperialismo statunitense, hanno accusato le forze siriane, che difendono la nazione contro le bande armate terroristiche siriane sponsorizzate dall’Occidente, di “crimini contro l’umanità“. Il rapporto del cosiddetto “Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite” è interamente basato su menzogne prodotte da espatriati siriani a Londra, Parigi e Washington. Il rapporto accusa il governo di “atrocità“, ma non parla delle migliaia di siriani, tra soldati e poliziotti, uccisi e torturati da bande armate. Lo scopo principale della relazione è quello di demonizzare il governo siriano e di giustificare l’aggressione militare occidentale. La relazione è stata subito messa in circolazione dagli organi di propaganda occidentale, come la BBC, CNN, Fox News, al-Jazeera e la stampa guidata dall’impero di Murdoch.
Il rapporto è una copia dei rapporti delle Nazioni Unite in Iraq e Libia prima dell’invasione e della distruzione ad opera dei militari USA-NATO. Lo stesso pacchetto di menzogne che sono state usate per giustificare la barbara aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, è stato riciclato contro la Siria. Il rapporto è il preludio all’aggressione USA-NATO contro la Siria. Dov’era il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite durante il genocidio commesso dagli Stati Uniti in Iraq? E’ chiaro che le Nazioni Unite coprono i crimini di guerra  dell’Occidente. La disinformazione gioca un ruolo importante nel manipolare l’opinione pubblica e nel creare un clima di guerra.
Mentre le Nazioni Unite si offrono di manipolare l’opinione pubblica mondiale a favore degli eserciti USA-NATO, il primo ministro britannico David Cameron e il despota del Qatar hanno promesso di sostenere i “gruppi di opposizione” siriani (leggi: fornirgli armi e denaro) per promuovere la “democrazia“. David Cameron e il despota del Qatar hanno ampiamente dimostrato il loro amore per la democrazia, distruggendo brutalmente la Libia. Oggi la Libia è come l’Iraq, saccheggiata, distrutta e abbandonata alla violenza. Decine di migliaia di libici (e africani) sono stati uccisi, migliaia languono nelle carceri dove si tortura e un terzo della popolazione è senza dimora.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy, ancora assetato di sangue, ha chiesto la creazione di una “zona umanitaria” di sicurezza per proteggere i civili, simile alla “zona umanitaria” in Libia dove furono uccisi migliaia di civili innocenti da parte degli eserciti USA-NATO. Il pretesto dei “diritti umani” per giustificare l’aggressione è stato utilizzato per l’ascesa della Germania di Adolf Hitler. I nazisti tedeschi giustificarono le loro invasioni e violenza armata con la necessità di “proteggere i civili“. Infatti, dai primi anni ’90, vediamo l’ascesa del fascismo anglo-statunitense che invade e terrorizza nazioni indifese che ha distrutto completamente con il pretesto di “proteggere i civili“.
Secondo il quotidiano turco Milliyet (28 novembre 2011): “La Francia ha inviato istruttori  militari in Turchia e in Libano per formare la cosiddetta Freedom Force [siriana], un gruppo di disertori che opera in Siria da Libano e Turchia per preparare la guerra contro la Siria“. Mercenari stranieri sono stati inviati in gran numero in Siria dal Libano. Come ho detto prima, sono armati e finanziati da CIA, MI6 britannico, Mossad israeliano, Arabia Saudita, Turchia, Libano e Giordania.
Va ricordato che la rivolta armata contro il governo siriano -finanziata e armata da Stati Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Israele, Libano e Giordania- si limitava a piccole città e villaggi lungo i confini con Giordania, Libano e Turchia. (Per maggiori dettagli si veda il mio articolo Target Syria). La grande maggioranza dei siriani sostiene il Presidente Bashar al-Assad, soprattutto nelle grandi città come Damasco, Aleppo e Latakia. Le recenti manifestazioni in queste città hanno raccolto milioni di sostenitori di al-Assad.
Turchia, nel frattempo, usa la violenza per promuovere i propri interessi imperialisti e quelli della NATO. La Turchia ha chiesto l’istituzione di una “zona cuscinetto” in Siria per addestrare e armare la cosiddetta “resistenza siriana” al governo siriano. Questa è una palese interferenza negli affari interni della Siria, la Turchia ha inoltre organizzato conferenze per costruire l’opposizione al governo siriano e ha svolto un ruolo importante nella creazione del cosiddetto Consiglio nazionale siriano (CNS), una coalizione di espatriati dell’opposizione e di estremisti armati. I loro leader hanno già promesso di tagliare i legami con l’Iran, la Siria, i palestinesi e i movimenti di resistenza libanese, se saranno al “potere” in Siria.
Secondo Ibrahim al-Amin, direttore del notiziario al-Akhbar, in una recente intervista per il Wall Street Journal, il portavoce del CNS, “Burhan Ghalioun, è stato costretto (ed è l’unica spiegazione) a dire chiaro che l’opposizione siriana ha offerto il suo sostegno a Stati Uniti, Turchia, Europa e al Golfo in cambio del loro supporto“. Grandi quantità di armi sono state contrabbandate in Siria dalla Turchia per fomentare una guerra civile nel paese. La Turchia prevede di invadere la Siria, se Ankara ottiene via libero da Washington.  Questo perché i “turchi bianchi” hanno cominciato improvvisamente a preoccuparsi dei diritti umani e della democrazia nel mondo arabo, e la Turchia interferisce negli affari interni della Siria, ma per proprio interesse e per servire gli interessi degli Stati Uniti e dei sionisti israeliani.
La Turchia si presenta come un “mediatore” imparziale nella regione, un “ponte” tra i paesi occidentali e musulmani. Nei fatti, i turchi bianchi sono al servizio dell’imperialismo occidentale e promuovono i suoi interessi nella regione dal regno di Kamal Ataturk. La Turchia si vanta di essere un paese musulmano, ma ha sposato un “calvinismo islamico” occidentale che è in flagrante contraddizione con i principi dell’Islam. I decenni di relazioni tra la Turchia e lo Stato sionista di Israele, e la partecipazione della Turchia alla guerra USA-NATO (Turchia è un membro della NATO) contro i paesi musulmani, sono contrari all’Islam. D’altronde, molti turchi hanno condannato il ruolo della Turchia nella distruzione della Libia da parte dei militari USA-NATO e l’assassinio in massa di civili libici. Inoltre, la decisione turca di consentire a USA-NATO di dispiegare lo “scudo” antimissili nucleari sul proprio territorio, e direttamente puntato verso l’Iran e altri paesi musulmani, è terribilmente ipocrita ed è un tradimento dell’Islam.
La recente posizione della Turchia come un campione della Palestina è solo una facciata retorica destinata al consumo domestico e regionale. Se i turchi bianchi avessero davvero a cuore i diritti dell’uomo, sarebbe finita la loro cooperazione con Israele e avrebbero imposto sanzioni contro lo stato sionista. I turchi bianchi dovrebbero far piazza pulita a casa loro,  proprio in materia di diritti umani. Gli arabi possono e devono respingere il nuovo ruolo della Turchia come cane da guardia dell’imperialismo e del sionismo.
L’ingerenza degli Stati Uniti negli affari delle nazioni sovrane, tra cui le nazioni arabe, è ben nota. Gli Stati Uniti sono il più grande nemico della democrazia, dei diritti umani e del diritto internazionale. Per quanto riguarda la democrazia, la classe dirigente degli Stati Uniti preferisce ciò che Hillary Clinton ha definito “il tipo di democrazia che vogliamo”. Il tipo di democrazia che si trova in Arabia Saudita, Barhein, Kuwait, Qatar, Iran al tempo del torturatore Reza Shah Pahlavi, in Egitto sotto la tirannia di Mubarak e il Cile sotto il regime fascista di Augusto Pinochet. In realtà, sarebbe difficile citare un dittatore assassino che non sia stato (portato al potere), finanziato e armato dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Gli Stati Uniti hanno avuto grandi storie d’amore con dei dittatori fascisti e sanguinari.
Inoltre, le agenzie e pensatoi statunitensi come il National Endowment for Democracy (NED), Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale (US Agency for International Development, USAID), L’Istituto per la Società Aperta (Open Society Institute-OSI) di George Soros e il National Democratic Institute (NDI-NDI), sono direttamente coinvolti nel finanziamento di gruppi di opposizione nel mondo arabo e altrove. Il New York Times (14 aprile 2011) ha trovato “una serie di organizzazioni e di individui direttamente coinvolti nelle rivolte e nei movimenti di riforma che agitano [il Medio Oriente], come il Movimento giovanile del 6 aprile in Egitto, il Centro dei Diritti Umani del Barhein e gli attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader yemenita; ricevono formazione e  sostegno finanziario da gruppi come l’International Republican Institute, il National Democratic Institute e la Casa del libertà, una organizzazione non governativa per i diritti umani di Washington.”
In Siria, la NED è direttamente coinvolta nel finanziamento dell’esercito siriano insurrezionale attraverso i suoi partner del Centro per lo Studio dei Diritti Umani, una organizzazione anti-siriana. Nel caso dell’Egitto, gli Stati Uniti hanno sostenuto il regime di Mubarak fino alla fine. Quando finalmente è stato rovesciato, gli Stati Uniti hanno cambiato bandiera e hanno lavorato per incoraggiare le divisioni e il settarismo. Allo stesso tempo gli Stati Uniti hanno continuato a lavorare con l’esercito egiziano, il loro cliente fedele, per gestire la “rivoluzione” per servire i loro interessi e quelli dei sionisti israeliani. Tuttavia, quando gli Stati Uniti non possono provocare un cambiamento di regime attraverso le cosiddette “rivoluzioni colorate” e le sanzioni economiche, intervengono militarmente (e illegalmente). Lo hanno fatto in Iraq, Jugoslavia, Libia e la Siria è ora minacciata.
Infine, la Siria non è un paese perfetto. E come in tutti i paesi, l’opposizione interna in Siria ha diversi aspetti. Ma i siriani sono contro la violenza e l’ingerenza straniera negli affari del loro paese. I siriani vogliono riforme reali -politiche ed economiche- che siano nel loro interesse. Il popolo siriano ha sofferto molto negli ultimi dieci anni. A causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e della presenza in Siria di oltre 2 milioni di rifugiati iracheni, l’economia siriana è rimasta ferma e le condizioni di vita sono peggiorate. Il popolo siriano non vuole un cambiamento di regime sponsorizzato dagli Stati Uniti. Nel marzo 2009 un sondaggio mostrava che oltre due terzi del popolo siriano ha un parere negativo degli Stati Uniti. La decisione di cambiare il governo e il sistema politico siriano, devono rimanere nelle mani del popolo siriano.
Potenti forze si riuniscono contro i siriani, che sono ora minacciati da un attacco brutale per distruggere e saccheggiare il loro paese. Non dobbiamo stare in disparte e rendersi complici di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.  Dobbiamo continuare la lotta per il rispetto del diritto internazionale e contro le aggressioni.

*Ghali Hassan è un commentatore politico indipendente che vive in Australia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

FF2 – Freedom Flotilla o False Flag? (II Parte)

L’estrema sinistra occidentale, collusioni tra socialcolonialismo e liberal-islamismo

Solo conoscendo le connessioni esistenti nella rete delle ONG facenti capo all’Ikhwan (i Fratelli Mussulmani), si comprende meglio il comportamento di Egitto, Turchia, Qatar e Regno Unito, riguardo l’aggressione alla Libia. Così come si comprende l’apparentemente ‘bizzarro’ comportamento dell’estrema sinistra europea ocidentale, ma che è invece dettato da ferree alleanze, createsi sicuramente negli anni ’80, in occasione della guerra sovietico-afgana, e che spiega concretamente il posizionamento strategico pro-atlantista e filo-imperialista del grosso delle sinistre occidentali. Non è un caso che Olivier Besancenot, leader del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) francese, partecipi alla FreedomFlotilla2, organizzata e finanziata dalle petro-monarchie del Golfo Persico e dagli strati compradores del mondo arabo. L’NPA, come la maggior parte delle decadenti sinistre estreme, o antagoniste, italiana e francese, ha fin dal primo giorno applaudito e invocato il pieno sostegno alla ‘rivoluzione’ libica; arrivando apertamente a rivendicare l’intervento della NATO in Libia. Così si sono viste delle vecchie mummie, che fanno parte dell”album di famiglia’ delle sinistre radicali occidentali, arrivare a paragonare i mercenari neo-coloniali e i tagliagole afgansy dei Saud, alle Brigate Internazionali. In Francia, l’NPA di Besancenot e di Alain Krivine ha predicato presso Sarkozy, assieme al cialtrone parigino BH Levy, la causa del riconoscimento del CNT golpista islamo-monarchico di Bengasi a unico ‘legittimo’ rappresentante della Libia. Una volta accontentata, la sinistra ‘antagonista’ ha predicato anche l’intervento armato della NATO e degli USA contro la Jamahiriya, con tanto di deputati del PCF che invocavano apertamente la ‘distruzione di Gheddafi’. Una posizione apparentemente incomprensibile, di primo acchito, ma una volta studiati e conosciuti gli organizzatori del viaggio-premio a Gaza dei leader e liderini della decadente sinistra estrema euro-occidentale, tante domande trovano una risposta.

Nell’agosto del 2008, tre navi del Free Gaza Movement, ebbero da Israele il permesso di partire per Gaza, mentre a una nave libica venne rifiutato lo stesso “privilegio“… Due milioni di dollari di farmaci erano a bordo, dono della Charity Qatar. Mentre Israele dichiarava la Libia “stato nemico“, il Qatar ospitava gli israeliani, guidati dall’allora ministra degli esteri sionista Tzipi Livni, a Doha, già nell’aprile 2008. Il Free Gaza Movement aveva annunciato, il 4 dicembre 2008, una missione congiunta con la Charity Qatar, per trasportare a Gaza 2 milioni di dollari in medicine oncologiche. Con questo viaggio, Charity Qatar era la prima organizzazione araba a rompere il blocco israeliano di Gaza. Il Free Gaza Movement l’aveva già sfidato con successo in tre occasioni, quell’anno, ad agosto, ottobre e novembre. Caoimhe Butterly, Coordinatore del viaggio per Gaza dichiarava: “… Speriamo che la missione del Qatar ispirerà i vicini della Palestina a creare missioni simili, costituendo la base per una politica diretta e una azione continua nel mondo arabo“.
I passeggeri a bordo della Dignity, il natante del FGM, erano: 5 funzionari di Charity Qatar e 2 rappresentanti governativi del Qatar, guidati dallo sceicco Ayed al-Qahtani; militanti australiani, statunitensi, britannici e italiani per i diritti umani; un chirurgo britannico e giornalisti di al-Jazeera (la corrispondente Katia Nasser) e di McClatchy.
Nel 2009, in seguito all’operazione israeliana Piombo Fuso, l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti promisero miliardi di dollari in aiuti ai palestinesi. Ma dopo che le loro promesse avevano ottenuto parecchia pubblicità, questi paesi si sottrassero alle loro stesse promesse. Per esempio, nell’ottobre 2010 “l’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, si era impegnato a versare 30 milioni di dollari per le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite a Gaza … ma i soldi non arrivarono mai.”
L’8 luglio 2010, Huwaida Arraf, dirigente del Free Gaza Movement, aveva detto che il gruppo stava raccogliendo fondi per organizzare la nuova flottiglia per Gaza. “Mi piacerebbe vedere una barca degli Emirati Arabi Uniti. Vogliamo davvero vedere il Golfo, e mi piacerebbe vedere gli Emirati più coinvolti“.
Avvocatessa americana di origine palestinese, Arraf ha partecipato ai sette tentativi di sfida al blocco navale israeliano della striscia di Gaza. Free Gaza aveva lanciato il primo tentativo di sfida al blocco nell’agosto del 2008. Il gruppo da allora ha compiuto diversi viaggi riusciti. Altri tentativi sono stati bloccati da Israele, tra cui il più recente tentativo del Maggio 2010 che si è concluso con la morte di nove persone. Sara Yousef, 23 anni, una designer d’interni degli Emirati, è stata una delle tante persone negli Emirati Arabi Uniti e in tutto il mondo colpiti dall’attacco israeliano alla Freedom Flotilla. Una nave pagata dal Kuwait era tra le barche che salparono nel maggio 2010. Nel corso degli anni, il governo e i gruppi degli Emirati Arabi Uniti hanno fornito ai palestinesi miliardi di dirham in assistenza umanitaria e sviluppo. “Penso che gli Emirati partecipano alla causa facendo donazioni attraverso associazioni come la Mezzaluna Rossa“, ha detto Sultan al-Suwaidi, membro del Consiglio Federale Nazionale di Dubai. “Penso che sia meglio se gli individui contribuiscano attraverso organizzazioni ufficiali, invece di farlo da soli, perché ci sono persone specializzate che possono inviare i contributi alle persone giuste“.
Il 20 maggio 2011, il Qatar aveva proposto di effettuare lavori a Gaza e di riaprire le relazioni diplomatiche con Israele, in cambio del riconoscimento da Israele dell’importanza del Qatar come mediatore per la pace in Medio Oriente:
Israele ha respinto la proposta del Qatar di effettuare lavori di riabilitazione della Striscia di Gaza, in cambio di rinnovate relazioni diplomatiche, dopo che l’Egitto ha chiarito che avrebbe trovato un accordo del genere “difficile da digerire“. Secondo fonti egiziane, Israele ha fornito al presidente egiziano Hosni Mubarak, con uno schema di proposta del Qatar, che le consentirebbe di portare materiali da costruzione e altri beni nella Striscia. Il Qatar avrebbe intrapreso la ricostruzione delle infrastrutture ed ha ottenuto una dichiarazione israeliana che riconosce l’importanza del Qatar nel Medio Oriente. In cambio, la missione diplomatica israeliana in Qatar, chiusa durante l’operazione Piombo Fuso, riaprirebbe. I rapporti tra Qatar ed Egitto sono tesi, in parte a causa delle aspre critiche espresse su al-Jazeera sull’Egitto e la sua politica verso Gaza. La stazione televisiva è di proprietà della famiglia regnante dell’emirato. Qatar persegue una propria politica estera indipendente.
Nel frattempo la Turchia ha condotto trattative segrete con Israele per convincere congiuntamente le Nazioni Unite ad ammorbidire il rapporto che critica i due paesi per il raid israeliano contro la flottiglia di Gaza. Tali colloqui sono l’ultimo segnale di una possibile ripresa dei rapporti tra Israele e quello che una volta era il suo più stretto alleato musulmano. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva inviato una lettera al suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, congratulandosi con lui per la rielezione all’inizio di giugno. I media hanno riferito che il vice primo ministro israeliano, Moshe Yaalon, aveva incontrato segretamente Feridun Sinirlioglu, sottosegretario del ministero degli Esteri turco, a Ginevra a metà giugno, per migliorare le relazioni legami. I contatti rinnovati possono esser messi a repentaglio dal nuovo convoglio di aiuti per Gaza. Anche se l’Egitto ha recentemente aperto le sue frontiere e Israele ha allentato alcune restrizioni, gli attivisti sostengono che Gaza soffre ancora degli effetti del blocco. La flotta ha subito un duro colpo il 17 giugno quando il gruppo turco che era visto come la forza trainante del piano, la ong IHH collegata con l’Ikhwan, ha annunciato che la Mavi Marmara, la nave turca in cui sono stati uccisi nove attivisti lo scorso anno, non avrebbe partecipato. Il documento dell’ONU raccomanda a Israele di pagare un risarcimento alle famiglie di coloro che sono stati uccisi o feriti nell’attacco. Israele ha già accettato di farlo. La Turchia insiste sul fatto che le relazioni con Israele non saranno riabilitate, a meno che Israele non si scusa pubblicamente per l’attacco. Ozdem Sanberk, rappresentante della Turchia alle Nazioni Unite, ha dichiarato al quotidiano turco Hurriyet che la Turchia potrebbe anche accettare se Israele ammette di aver “fallito l’operazione“, ed ha aggiunto che la Turchia potrebbe perdere la sua influenza nella regione, se la crisi non viene risolta. Netanyahu ha respinto la richiesta turca, dicendo: Israele è disposto solo ad esprimere rammarico per la perdita di vite umane.
La Campagna Europea per Porre Fine all’Assedio di Gaza (ECESG) aveva promosso la FF1 insieme ad una coalizione di quattro altre organizzazioni guidate dall’IHH turca. Da allora la ECESG e altri membri della coalizione hanno intensamente promosso nuovi programmi come la Freedom Flotilla 2 e l’invio di un aereo nella Striscia di Gaza. La ECESG è stata fondata nel 2007 dal PRC (Centro per il Ritorno Palestinese) e dalla Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa (FIO), un organismo dell’Ikhwan. La ECESG ha contribuito a coordinare la Freedom Flotilla del 2010 assieme alla turca IHH, anch’essa collegata all’Ikhwan e all’Unione del Bene di al-Qardawi. Dal punto di vista organizzativo, ECESG è un’organizzazione ombrello che collega più di 30 organizzazioni pro-palestinesi nei vari paesi europei. Alcuni di essi hanno  proprie reti, altri hanno solo un piccolo numero di attivisti o, addirittura, non esistono affatto (non hanno neanche una presenza su Internet e nessuna informazione su di essi è accertata). La ECESG coopera spesso con altre organizzazioni come Viva Palestina e il Free Gaza Movement, ed ha ufficialmente sede a Bruxelles, ma la maggior parte della sua attività si svolge in Gran Bretagna (un punto focale per le attività europee dei Fratelli Musulmani); infatti la ECESG è diretta da attivisti palestinesi che vivono e operano a Londra. Inoltre vi sono due sudditi britannici, un portavoce dell’organizzazione e Clare Short, una deputata del partito laburista britannico, è stata ministra nel governo di Tony Blair. Era a bordo della Dignity nel novembre 2008. Rappresenta la ECESG negli incontri con i leader mondiali. Partecipa inoltre a conferenze e altri eventi organizzati dal Centro per il Ritorno Palestinese (PRC). Oltre alle organizzazioni interne, la ECESG è supportata da più di 40 singoli attivisti (“VIP”, secondo il suo sito web) che non appartengono a nessuna organizzazione in particolare. Ci sono membri del Parlamento, in particolare quelli del partito laburista e dei partiti di sinistra di Gran Bretagna, Scozia e Irlanda, così come dei partiti verdi e degli ambientalisti. Ideologicamente, la ECESG è eterogenea, con attivisti islamisti, di sinistra (soprattutto dalla estrema sinistra), attivisti dei diritti umani, membri del sindacato e anche ecologisti.
L’Unione del Bene è diretta da Yussuf al-Qardawi, un religioso musulmano egiziano e uno dei capi della Fratellanza Musulmana (Ikhwan), risiede in Qatar, dove è la starlette di al-Jazeera; infatti, in quella rete TV satellitare, al-Qardawi ha invocato a più riprese, negli ultimi mesi, l’assassinio di Muammar Gheddafi e di Bashar al-Assad. È noto per le sue idee politiche estremiste ed ha una notevole influenza su Hamas. Nel 1977, con il sostegno del regime del Qatar, ha fondato il Dipartimento della legge islamica (Shari’a) all’università del Qatar, e al tempo stesso fondato un istituto per lo studio della Sunnah. Fino ad oggi le sue istituzioni sono un importante centro della sua attività religiosa. Inoltre, si oppone alla linea prudente adottata dall’università di al-Azhar; opera senza interferenze da parte delle autorità del Qatar. In virtù della sua autorità, al-Qardawi gestisce dei fondi di beneficenza per la Palestina. E’ stato anche nominato membro del consiglio di amministrazione della Banca al-Taqwa. Come detto, al-Qardawi sa usare i mass media per diffondere la sua dottrina: ha un suo proprio programma su al-Jazeera e un sito Internet: Islam-Online. Come presidente del Consiglio europeo sulla ricerca della Fatwa, da lui fondata nel 1997, è anche coinvolto negli affari musulmani nei paesi europei e  nel luglio 2004 era stato ufficialmente invitato dall’ex sindaco di Londra, Ken Livingstone, in Gran Bretagna per accelerare la creazione di una unione mondiale degli studiosi islamici, il cui obiettivo sarebbe quello di divenire la massima autorità dell’intero mondo musulmano. Nell’agosto del 2004, in una conferenza tenutasi al Cairo sotto l’egida del sindacato dei giornalisti egiziani, al-Qardawi, l’attuale alleato degli USA e della NATO nell’aggressione alla Libia, presentò una fatwa che consentiva il sequestro e l’assassinio di cittadini americani in Iraq; un mezzo per fare pressione agli USA. “Tutti gli americani in Iraq sono soldati, non vi è alcuna differenza tra soldati e civili, e devono essere combattuti, perché i cittadini americani sono venuti in Iraq per servire l’occupazione. Il rapimento e l’uccisione di americani in Iraq è un obbligo [religioso] per costringerli a lasciare il Paese immediatamente.” Dieci giorni dopo, per le reazioni che seguirono, al-Qardawi scrisse al quotidiano arabo al-Hayat, negando tutto ciò che la stampa gli aveva attribuito.
Il direttore esecutivo dell’Unione è Essam Salih Mustafa Yussuf, ex capo d’Interpal (Palestinians Relief and Development Fund) in Gran Bretagna e attualmente suo vice-presidente. Gli altri membri del consiglio di amministrazione sono figure islamiche di rilievo internazionale, tra cui sceicco Ikrimah Sabri, Mufti di Palestina e Sheikh Ra’ed Salah, leader del movimento islamico in Israele, ex-sindaco della città arabo-israeliana di Umm el-Fahem.
I coniugi Adam Shapiro e Huwaida Arraf sono gli organizzatori del Free Gaza Movement, Arraf ne è la presidente ed è membro del comitato direttivo della FF2. Quelli che seguono sono a bordo della The Audacity of Hope: Ray McGovern, Robert Naiman, Kate Gould, Yonatan Shapira, Kathy Kelly, Alice Walker, Hedy Epstein, Greta Berlin, Ann Wright. McGovern, un ex analista della CIA, Naiman, direttore di Just Foreign Policy, Shapira è un ex pilota dell’aviazione israeliana e refusnik. Walker è vincitore del Premio Pulitzer e autore de “Il colore viola“, Kelly è co-coordinatore di Voices for Creative Nonviolence, Epstein è una sopravvissuta all’Olocausto, Berlin è una co-fondatrice di Free Gaza Movement, Wright è una ex colonnello dell’US Army e diplomatica statunitense, che si era dimessa nel 2003 durante l’invasione dell’Iraq. La piccola barca francese Dignité/el-Karameh, che annovera tra i propri passeggeri, Olivier Besancenot, leader del NPA, Nicole Kiil-Nilsen membro del Parlamento europeo, e altre personalità francesi ben note, il 5 luglio è salpata per Gaza dalla Corsica, secondo un giornalista di al-Jazeera, presente a bordo della barca. Finora l’unica imbarcazione della flottiglia organizzata da attivisti filo-palestinesi, a navigare con successo verso Gaza, mentre la maggior parte della flottiglia è confinata nei porti della Grecia. Lo yacht a vela da crociera francese Louise Michel, con 24 passeggeri a bordo, è stata bloccata dalla guardia costiera greca, mentre John Klusme, il capitano della Audacity of Hope, è stato temporaneamente arrestato. Quentin Girard, giornalista del quotidiano Liberation a bordo della Dignité, aveva detto ad al-Jazeera: “Siamo a circa 20 minuti dalle acque internazionali, e quando vi arriveremo, gli organizzatori decideranno il da farsi“. Girard ha dichiarato che gli attivisti vogliono andare a Gaza, ma lo decideranno una volta arrivati in acque internazionali. “Penso che andranno se il comitato internazionale della flottiglia li incoraggia ad andare”.
La proprietaria della barca canadese Tahrir* è Sandra Ruch, ma  ci viene detto dagli attivisti lei è solo il “proprietario sulla carta” della barca. E chi è il capitano di questa barca? Quando la Tahrir, con 50 attivisti a bordo, ha tentato di prendere il mare a Creta, in violazione degli ordini del governo, è stata ripresa circa 15 minuti dopo l’uscita dal porto, ma nessuno era presente nella timoneria. Interrogati, passeggeri ed equipaggio hanno affermato “siamo tutti capitani” e identificato il capitano nel “sig. Northstar“, in riferimento al pilota automatico Northstar (Stella Polare). Il capitano non si era identificato. Trainata in porto la Tahrir, molti degli attivisti sono stati arrestati e poi rilasciati. Jesse Rosenfeld si descrive come un “giornalista in missione in Grecia per coprire la FreedomFlotilla2“. È anche un attivista. La Tahrir ha una seria “perdita di gasolio per un impatto subito in porto.” I “veri proprietari” e il “capitano fantasma“, sapendo che si tratta di un viaggio di sola andata, non hanno affrontato i problemi preesistenti della loro barca, forse perché acquistata in fretta? La perdita è così grave da generare fumi nella “cabina” (Rosenfeld parla probabilmente della timoneria). Oltre ad un generatore difettoso che causa la perdita intermittente di energia elettrica.
Una perdita di carburante di grandi dimensioni è una situazione rara, ma molto pericolosa per qualsiasi imbarcazione. Unitamente alla mancanza di energia elettrica, vi è l’impossibilità di essere in grado di evacuare completamente il carburante dalle sentine della barca, e così di ventilare la barca e la sala macchine, poiché anche se il gasolio è meno esplosivo, è altamente tossico. Niente elettricità significa anche niente radio per comunicazioni, niente RADAR, niente scandaglio, niente navigazione elettronica e niente “aria condizionata“, la cosa principale ci cui gli attivisti si lamentano.

Alessandro Lattanzio, 11/7/2011

*Nome indicativo, di certo non poteva chiamarsi Pearl’s Square.

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