La fine dell’egemonia anglo-statunitense

Dean Henderson 18 giugno 2014

capital-ppt-map-of-gulf-cooperation-council-countriesGli oligarchi e i loro gendarmi fascisti hanno sequestrato l’Ucraina mentre i ribelli islamisti del SIIS si riprendono le città in Iraq. Le nazioni BRIC, guidate dall’ancora una volta il male Putin, si preparano alla fine dell’impero finanziario anglo-statunitense. L’oligopolio di banche/energia/armi/droga dei Rothschild/Rockefeller, che ha schiavizzato l’umanità e decimato la Terra negli ultimi secoli, va a pezzi. L’arroganza e la stupidità dei sedicenti “illuminati” che operano dalla loro matrice della City di Londra, è chiara a tutti. Tornando alle truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) entrate in Bahrayn per aiutare la petro-monarchia al-Qalifa nel reprimere le proteste pro-democrazia; tale intervento, approvato dalle potenze occidentali, rappresenta l’un ultimo tentativo di salvare il Gulf Cooperation Council (GCC), a capo del modus operandi neocoloniale che guida il regime di riciclaggio degli eurodollari di Londra, puntellando sterlina e dollaro. Ma le teste dei monarchi possono ancora cadere. I popoli delle nazioni del GCC sono in fermento, in particolare in Arabia Saudita e Bahrayn. Non a caso i i ribelli siriani finanziati dai Saud vengono inviati a destabilizzare l’Iraq. Gli sceicchi traggono beneficio quando nazionalisti come Assad vengono abbattuti dagli islamisti al soldo degli oligarchi. Gli eventi in Ucraina e la rivolta del SIIS in Iraq sono legati. L’oligarchia globale si basa su tali violenze.

L’islamismo è fascismo. Il fascismo è la religione delle élite, ovunque risiedano
db72a96c-5eeb-4fff-abf6-35c546d0be38 Le sei nazioni del GCC: Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, siedono sul 42% del petrolio mondiale. Le monarchie unifamiliari che le controllano furono radunate dall’impero inglese e collaborano con Israele sottraendo il greggio dal popolo arabo. Non la Cina o il Giappone, ma esse sono i maggiori acquirenti di titoli del Tesoro USA. I loro interessi non sono nel popolo, ma nella City di Londra e Wall Street. L’élite reale dei sei Paesi del GCC ha fortemente investito nelle economie occidentali. L’alto volume della produzione di greggio fa fluire tali investimenti a Wall Street e City di Londra, consentendo alle élite del CCG di vivere in modo opulento. Come il ministro del petrolio saudita Hisham Nazir ha detto, “Siamo legati dai nostri reciproci interessi e sicurezza“. Mentre la dipendenza occidentale dalle risorse del Terzo Mondo aumentava, divenne sempre più necessario ai banchieri internazionali e alle loro aziende includere le cricche elitarie locali nei programmi di accumulazione del capitale, rendendo un piccolo gruppo di indigeni estremamente ricco, in modo che collabori nello svendere risorse locali all’occidente. Un esempio dell’uso delle élite locali come surrogati si può vedere nel caso dell’uomo più ricco del mondo. Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, una piccola enclave petrolifera sull’isola del Borneo, dove Royal Dutch/Shell detiene il quasi monopolio petrolifero e paga bene il sultano per continuare così. Il sultano del Brunei possiede oltre 60 miliardi di dollari e vive in un palazzo di 1778 stanze. Tale élite locale, a sua volta, consegna le proprie ricchezze ai banchieri occidentali per proteggerle da svalutazione e fallimenti bancari. Ma essi derubano il proprio Paese dei capitali necessari, spesso precipitandoli nella svalutazione e crisi debitoria. Gli Stati Uniti stessi sono un Paese debitore, i cui debiti, in parte, appartengono alle élites del Terzo Mondo che possiedono migliaia di miliardi depositati presso le grandi banche statunitensi, mentre i loro connazionali vivono in condizioni di estrema povertà. Le élite egiziane, per esempio, detengono 60 miliardi di ollari di depositi in banche estere, mentre l’egiziano medio guadagna 650 dollari all’anno. Nel caso del GCC, la quantità di petrodollari riciclati che scorre negli investimenti occidentali è davvero sconcertante.
I sauditi hanno più di 600 miliardi di dollari investiti all’estero. Citigroup possiede il 33% della Saudi American Bank controllata dalla Casa di Saud. Nel 1993 il principe saudita al-Walid bin Talal, proprietario della Saudi Commercial Bank, versò 590000000 di dollari alla Citibank. Bin Talal ora possiede il 17,34% di Citigroup, mentre il principe ereditario Abdullah possiede una quota del 5,4%, divenendo i due maggiori azionisti della banca. Bin Talal è anche il secondo maggiore azionista della Rupert Murdoch Newscorp, proprietaria di Fox News e Wall Street Journal. Le operazioni di acquisto saudite di Citigroup furono facilitate dal Gruppo Carlyle di Washington, che per il 20% è di proprietà della famiglia Mellon, che possedeva Gulf Oil e ora possiede una grande quota di Chevron Texaco. Carlyle è guidata dall’ex-segretario alla Difesa di Reagan e Bush, e presidente della NSC di Reagan, Frank Carlucci. George Bush Sr., James Baker III e l’ex-primo ministro inglese John Major erano consulenti e membri del consiglio della Carlyle. Bush Sr. fu Investment Advisor alla Carlyle per la famiglia bin Ladin fino al novembre 2001. Nel 1995 il principe bin Talal collaborò con il finanziere canadese Paul Reichmann, il presidente di Loews Larry Tisch e il finanziere libanese Edmund J. Safra, amico intimo del criminale di guerra Henry Kissinger, per comprare il complesso Canary Wharf di Londra per 1,04 miliardi di dollari. Il monarca dell’UAE shayq Zayad gestisce l’Abu Dhabi Investment Authority. Gran parte del denaro è gestito da una finanziaria privata come Carlyle Group e Donaldson, la Lufkin & Jenrette di proprietà per il 18% del gruppo saudita Olayan. Olayan possiede anche grandi azioni di JP Morgan Chase e CS First Boston. Il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority è consigliere per l’Asia del Carlyle Group. Il Bahrayn svolge un ruolo nel riciclaggio di petrodollari, essendo un importante centro offshore bancario per gli sceicchi del CCG e i loro partner mega-bancari internazionali. Il Bahrayn è anche la base della Quinta Flotta e di un gran numero di raffinerie che lavorano il greggio saudita. Il Libano fu il primo centro bancario del Medio Oriente in passato, ma con Beirut ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani, le banche se ne andarono nel porto franco di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ora primo mercato dell’oro del pianeta. Le banche d’investimento sono in Quwayt. Ma è il Bahrayn ad ospitare i multi-miliardari mercati fondiari dei derivati dai ricavi in petrodollari di GCC/Quattro Cavalieri. La maggior parte delle banche in Bahrayn è di proprietà straniera e tutte le mega-banche statunitensi vi svolgono operazioni. Molte banche del Bahrayn sono di proprietà delle élite del GCC e sono un importante canale per il riciclaggio dei petrodollari. La Burgan Bank del Quwayt, per esempio, possiede una partecipazione del 28% di una delle più grandi banche del Medio Oriente, la Banca del Bahrayn.
osama-bin-bush L’azienda più potente in Bahrayn è Investcorp, che ha grandi quote del New York Department Store of Puerto Rico, Saks Fifth Avenue, BAT, Tiffany, Gucci, Color Tile, Carvel Ice Cream, Dellwood Foods, Circle K e Chaumet. Investcorp è stata co-fondata nel 1983 dal rampollo della famiglia regnante del Bahrayn shayq Qalifa bin Sulman al-Qalifa, che possedeva anche una grossa fetta dell’infame BCCI. Un recente prospetto dell’Investcorp elenca il ministro delle Finanze del Bahrayn quale proprietario. Il presidente d’Investcorp è Abdul-Rahman al-Atiqi, ex-ministro del Petrolio e delle Finanze del Quwayt. Il suo vicepresidente è Ahmad Ali Qanu della ricca famiglia saudita Qanu, che avrebbe 1,5 miliardi di dollari. L’ex-ministro del petrolio saudita shayq Yamani fu uno dei soci fondatori d’Investcorp insieme a sette membri della famiglia reale saudita. Investcorp ha  la sua sede di otto piani in Bahrayn, oltre a un ufficio a Park Avenue a New York e un ufficio a Mayfair a Londra. Partner dello sceicco al-Qalifa nel lancio d’Investcorp era Namir Qirdar, presidente della banca responsabile delle operazioni del Golfo Persico della Chase Manhattan. Numerosi dirigenti d’Investcorp sono ex-impiegati della Chase. Molti acquisti d’Investcorp si rivelarono dei flop e c’è un lato oscuro della banca. L’esecutivo della gioielleria francese Chaumet, Charles Lefevre, ha detto che Investcorp evitò d’informare gli azionisti di Chaumet mentre tentava di venderne le azioni a un prezzo superiore presso altri investitori del Golfo Persico. Un’altra denuncia sosteneva che Investcorp tentasse di saccheggiare la Saudi European Bank di Parigi. Il membro del consiglio d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, un miliardario saudita, ha investito pesantemente nell’Harken Energy di George W. Bush. Così fece anche lo sceicco del Bahrayn al-Qalifa. Bush e il co-proprietario Dick Cheney trasformarono la loro Arbusto Energy nell’Harken quando l’amico di Bush James Bath gli offrì 50000 dollari per l’avvio. La Skyway Aircrafts di Bath era sotto inchiesta della DEA per aver aiutato gli sceicchi del GCC ad inviare banconote da 100 dollari nelle Isole Cayman. Bath spesso prendeva in prestito denaro dagli sceicchi sauditi Qalid bin Mahfuz, primo azionista della BCCI, e Muhammad bin Ladin, che probabilmente gli diedero i 50000 dollari per lanciare ciò che divenne Harken Energy. Bin Mahfuz e bin Ladin aiutarono l’Harken a firmare un accordo esclusivo per la trivellazione petrolifera in mare, poco prima della Guerra del Golfo. Nel gennaio 1990 il presidente Bush Sr. aveva approvato lo status commerciale preferenziale del regime iracheno. Quello stesso mese Harken Energy s’aggiudicò la più grande concessione petrolifera in mare aperto nel Golfo Persico, al largo del Bahrayn. Altri investitori importanti della Harken furono i fratelli Bass di Ft. Worth, la famiglia sudafricana Rupert, l’Endowment Fund Harvard e il luogotenente dei Rothschild George Soros. Nel 1989 il governo del Bahrayn interruppe bruscamente i colloqui con l’Amoco sulla stessa concessione petrolifera, dopo che l’emiro al-Qalifa decise di concederla alla Harken Energy su richiesta del capo per le operazioni in Medio Oriente di Mobil Michael Ameen. Il finanziamento del progetto fu organizzato dall’amico di Bush Jr. Jackson Stephens, proprietario della Worthen Bank in Arkansas, determinante nel portare la BCCI negli Stati Uniti e che donò 100000 dollari a Bush Sr. per la campagna presidenziale del 1988. L’avvocato Allen Quasha di New York e suo padre William Quasha di Manila, favorirono l’accordo della Harken con il Bahrayn. Nel 1961 Bill Quasha aiutò George Bush Sr. a garantirsi i diritti di perforazione del primo pozzo petrolifero in Kuwait con la Zapata Offshore Oil Company. Più tardi Quasha fu consulente legale nelle Filippine della lavanderia della CIA Nugan Hand Bank. Suo figlio Allen era il maggiore azionista della Harken. Quasha aveva il 21%  di una società svizzera controllata dalla famiglia sudafricana Rupert, principale sostenitrice dell’ex-regime dell’apartheid del Paese.
Appena un mese prima che l’Iraq invadesse il Quwayt, George W. Bush vendette il 66% della sua partecipazione alla Harken Energy con un profitto del 200%. Mentre analisti come Charlie Andrews della 13D Research emettevano raccomandazioni contro gli “acquisti” dalla Harken, il 22 giugno 1990 Bush incassava 840mila dollari dalle azioni Harken, dicendo che “ho venduto per la buona novella“. Bush sapeva che Harken aveva violato i termini dei prestiti ed era ormai alle corde finanziariamente. Cinque settimane dopo Harken subì una perdita di 23 milioni di dollari e il suo prezzo azionario crollò. Bush segnalò la sua tempestiva vendita delle azioni Harken Energy solo nel marzo 1991. Ciò era illegale, ma Bush sostenne che la SEC smarrì i moduli e non fu mai perseguito. Nel 1993 Bush si dimise dal consiglio di amministrazione della Harken. Con il pesante sostegno finanziario della Enron, divenne governatore del Texas. Bush fu difeso nella causa per la truffa Harken dall’avvocato di Baker Botts Robert Jordan, pagato nel 2000 con la nomina ad ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Il capo della SEC, clemente durante la debacle Harken, era Richard Breeden, uno dei maggiori sostenitori politici di Bush Sr. Al consiglio della SEC vi era James Doty, altro sostenitore di Bush che aiutò George W. ad acquistare la squadra di baseball dei Texas Rangers. Quando la Harken di George W. Bush si fuse con Spectrum 7 Energy, fu aiutato dall’insider d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, che acquistò il 17,6% della Harken tramite una holding nelle Antille olandesi. Alcuni dicono che Baqsh fosse un uomo dello sceicco Qalid bin Mahfuz. Baqsh fu  un importante investitore d’Investcorp in Bahrayn, avviata da ex-dirigenti della Chase Manhattan. Nel 1988 saccheggiò una banca araba di Londra. Baqsh fu anche accusato di saccheggio della Banca Saudita di Parigi, quando crollò nel 1988, poco prima del sorprendentemente simile crollo della BCCI. Baqsh è azionista della First Group Commercial Financial, una società di trading futures in materie prime di Chicago, sanzionata dalle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti per check-kiting e frode. Poco prima della guerra del Golfo, Investcorp vendette il 25,8% delle azioni ad una società irachena, nonostante una legge del Bahrayn  vietasse tali operazioni.
1_23_201111248PM_3528182272 Sauditi e kuwaitiani sono leader negli investimenti del GCC all’estero. La Kuwaiti Investment Authority ha oltre 250 miliardi di dollari investiti all’estero ed è il primo investitore straniero in Giappone e Spagna. Citigroup e JP Morgan Chase gestiscono gli investimenti del Quwayt negli Stati Uniti, dove il clan al-Sabah possiede azioni in ciascuna delle 70 maggiori aziende quotate alla New York Stock Exchange. Le loro aziende statunitensi sono, per il 100% l’Occidental Geothermal, per il 29,8% le Great Western Resources, per il 100% l’Atlanta Hilton Hotel, per il 45% il Phoenician Hotel e per l’11% l’Hogg Robinson. In Germania possiede il 14% di Daimler-Chrysler, il 25% della Hoechst (erede della nazista IG Farben e seconda maggiore azienda farmaceutica del mondo), il 20% di Metallgesellschaft e parte del rivenditore tedesco Asko. In Italia possiede il 6,7% di Afil, l’holding della famiglia Agnelli che possiede FIAT e diverse altre iniziative. Nel Regno Unito possiede St. Martin’s Properties e il 5,4% di Sime Darby. In Malesia la sua società K-10 possiede la più grande testata, New Straits Times Press. Nella vicina Singapore, i kuwaitiani possiedono il 10,6% di Singapore Petroleum, il 37% di Dao Heng Holdings e il 49% della società d’intermediazione mobiliare JM Sassoon. La Kuwait Oil Company (KOC) fu tecnicamente nazionalizzata nei primi anni ’80, ma resta vicina ai suoi creatori Chevron Texaco e BP Amoco, vendendo a questi due cavalieri petrolio scontato. KOC ha reso ricchi gli emiri al-Sabah e la famiglia al-Ghanim, agente della società per decenni. Nel 1966 KOC comprò una controllata danese e divenne la prima compagnia petrolifera mediorientale a vendere benzina al dettaglio in Europa. La KOC fu la società della GCC più aggressiva negli investimenti all’estero. Nel 1982 acquistò centinaia di stazioni di servizio Q8 in tutta Europa. Nel 1987 possedeva più di 5000 rivenditori di benzina in Europa e Asia meridionale. Proprio la scorsa settimana KOC s’è aggiudicata un contratto per costruire le raffinerie di petrolio in Corea del Sud. I kuwaitiani hanno anche comprato in uno dei Quattro Cavalieri, la BP Amoco, di cui nel 1988 possedevano una quota del 22%. Poi ridussero la quota al 9,85%, ma sempre una quota di controllo. Acquistarono le operazioni di raffinazione a Napoli, Italia, della Mobil, possiedono quasi il 4% di ARCO (ora di BP Amoco) e il 2,39% di Phillips Petroleum (ora fusasi con Conoco). In Spagna i kuwaitiani dirigono l’azienda chimica Torras Hostench e in Giappone l’Arabian Oil.
Gli investimenti del GCC in banche e multinazionali occidentali totalizzano migliaia di miliardi. La maggior parte viene investita in titoli di Stato a lungo termine statunitensi e giapponesi. Gli sceicchi del GCC sono cruciali per mantenere l’intero castello di carte dell’economia globale. I loro acquisti sono garantiti dal debito degli Stati Uniti, in gran parte maturato con la spesa per la difesa del Golfo Persico, mantenendo un dollaro forte e impedendo che l’architettura finanziaria internazionale deperisca. Gli emiri e i loro amici elitari finanziano le operazioni segrete della CIA, mentre riequilibrano i loro surplus commerciali con l’occidente attraverso l’acquisto di armi degli Stati Uniti, per proteggere i propri feudi petroliferi. Gli eventi in Ucraina e Medio Oriente dimostrano la posizione disperata dell’oligopolio energetico Rockefeller/Rothschild. Putin ha appena iniziato a giocare potenti carte. Le marionette del GCC sono assediate. La fine dello standard petrolifero può essere scongiurata solo con un guerra permanente. Giorni curiosi.

31590-3x2-940x627Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è  Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I tredici anni del piano imperialista per la Siria

Slobodan Eric Rete Voltaire 15 febbraio 2014

Solo gradualmente tutti i pezzi del puzzle si combinano. In questa intervista con la rivista serba Geopolitika, Thierry Meyssan spiega cosa ora preveda il piano imperialista di Washington per il Medio Oriente, elaborato nel 2001. Ne osserva l’incapacità di affrontare la resistenza popolare e nota che pagheremo tutti le conseguenze, sia i popoli oppressi che coloro che pensavano di dominarle.

tumblr_m7fa7tntbz1qap9gno1_1280Geopolitika: Caro signor Meyssan, potrebbe brevemente spiegare ai lettori di Geopolitika ciò che  accade oggi in Siria, dato che secondo le informazioni delle principali reti televisive e le affermazioni dell’Osservatorio siriano dei diritti umani di Londra, non si capisce la situazione reale nel Paese in guerra. Ci sembra che un vento positivo soffi per il Presidente Assad, l’Esercito siriano e le forze patriottiche che difendono la Siria, dopo l’iniziativa russa per l’eliminazione delle armi chimiche che ha sventato il piano d’intervento di Stati Uniti e NATO.
Thierry Meyssan: Secondo gli Stati membri della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), i siriani si ribellarono al loro governo, tre anni fa, imitando i nordafricani. Questo è ciò che viene chiamata “primavera araba”. Il governo, o “il regime” più sprezzantemente, ha risposto con forza e brutalità. Dal 2011, la repressione avrebbe causato più di 130000 morti. Questa versione è supportata dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo che pubblica il numero delle vittime. La realtà è molto diversa. Al momento degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti decisero di distruggere un certo numero di Paesi, tra cui la Libia e la Siria. Questa decisione fu rivelata dall’ex Comandante Supremo della NATO, generale Wesley Clark, che si oppose. Si trattava di creare un’unità politica, dal Marocco alla Turchia, intorno a Fratellanza musulmana, Israele e  globalizzazione economica. Nel 2003, dopo la caduta dell’Iraq, il Congresso approvò il Syria Accountability Act, che autorizza il presidente degli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Siria senza l’autorizzazione del Parlamento. Nel 2005, gli Stati Uniti utilizzarono l’assassinio di Rafiq Hariri per accusare il Presidente Bashar al-Assad, promuovendo e creando il Tribunale speciale per il Libano, al fine di condannarlo e di dichiarare guerra al suo Paese. Tale accusa crollò per lo scandalo dei falsi testimoni. Nel 2006, Washington subappaltò una guerra contro Hezbollah ad Israele, sperando di coinvolgervi la Siria. Nel 2007, gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono gruppi di opposizione esiliati intorno alla Fratellanza musulmana. Nel 2010, decisero di esternalizzare la guerra contro la Libia a Francia e Regno Unito che, perciò, conclusero il Trattato di Lancaster House. Nel 2011, un commando della NATO fu inviato segretamente in Siria per creare panico e desolazione. Dopo la caduta della Libia, spostarono il centro di comando dei loro eserciti a Izmir, in Turchia, e i combattenti libici di al-Qaida nel nord della Siria. Tale guerra di aggressione ha ucciso 130000 siriani e numerosi combattenti stranieri. Dopo la crisi delle armi chimiche dell’agosto-settembre 2013, gli Stati Uniti ammisero di non poter rovesciare il governo siriano. Interruppero le forniture di armi e i jihadisti stranieri non possono più contare su Israele, Francia e Arabia Saudita. Ovunque, l’esercito lealista avanza e le bande armate sbandano ovunque tranne che nel nord. Tuttavia, Washington impedisce la pace in Siria fin quando non riuscirà ad imporre la sua soluzione alla questione palestinese.

Geopolitika: Quali sono le conseguenze della sconfitta dell’Esercito libero siriano, sostenuto dall’occidente? Qual è la situazione ad Aleppo e sugli altri fronti? Quali fondi e sostegni hanno al-Nusra, al-Qaida e gli altri gruppi estremisti islamici? Gli islamisti radicali, anche se non sono così popolari, sono guerrieri scadenti che attaccano la Siria per conto dell’occidente?
Thierry Meyssan: In principio la NATO ha scelto di combattere una guerra di quarta generazione. Il popolo siriano venne inondato da una marea di informazioni false per fargli credere che il Paese fosse in rivolta e che la rivoluzione avesse trionfato, in modo che tutti inevitabilmente accettassero il cambio di regime. Il ruolo dei gruppi armati era condurre azioni simboliche contro lo Stato, per esempio contro le statue di Hafiz al-Assad, il fondatore della moderna Siria e atti di terrorismo per intimidire le persone e costringerle a non intervenire. Ognuno di tali gruppi armati era diretto da ufficiali della NATO, ma non c’era un comando centrale, per dare l’impressione di un’insurrezione diffusa e non di una guerra vera e propria. Tutti questi gruppi, disgiunti gli uni dagli altri, avevano la singola etichetta dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Riconobbero la stessa bandiera verde, bianca, nera, storicamente del mandato francese, nel periodo tra le due guerre, cioè dell’occupazione coloniale. Quando gli occidentali decisero di cambiare strategia, nel luglio 2012, cercarono di mettere questi gruppi armati sotto un unico comando. Non ci riuscirono mai per via della competizione tra i loro mandanti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Fin dall’inizio, le uniche forze militari efficaci sul terreno erano i jihadisti che affermarono fedeltà ad al-Qaida. Erano la punta di diamante dell’ELS nella prima parte della guerra, poi si separarono quando gli Stati Uniti li definirono “terroristi”. Oggi, sono divisi principalmente tra il Fronte Islamico, finanziato dall’Arabia Saudita, Fronte al-Nusra finanziato dal Qatar ed Emirato islamico dell’Iraq e Levante (EIIL, “Daish” in arabo ), finanziato dalla NATO attraverso la Turchia, anche se controllato dall’Arabia Saudita. La  concorrenza è tale che questi tre gruppi si massacrano più di quanto combattano il governo siriano.

Geopolitika: Sulle due informazioni dannose e parziali dei media globali, potrebbe dirci chi ha attaccato civili e bambini con il gas sarin? Qui in Serbia, dove abbiamo avuto l’esperienza della strage di Racak e degli abitanti di Markale a Sarajevo, dove i serbi furono accusati senza alcuna prova, il tutto sembra un copione già visto della “manipolazione del massacro”. Tali sceneggiate sanguinarie utilizzate per manipolare l’opinione pubblica e avviare interventi militari nell’ex- Jugoslavia e in altre aree critiche del mondo, perdono efficacia, o in altre parole: ora è più difficile ingannare la gente?
Thierry Meyssan: L’attacco con il gas sarin a Ghuta, Damasco, (cioè nella cintura agricola della capitale) non fu il primo attacco con il gas. Ve ne furono molti altri in precedenza, per i quali la Siria fece invano appello al Consiglio di Sicurezza. Secondo l’opposizione in esilio, il governo avrebbe bombardato la zona di Ghuta per diversi giorni uccidendone infine la popolazione con il gas. Il presidente Obama, che ritenne che questo attacco superasse la “linea rossa”, minacciò di distruggere Damasco. Fu seguito, in un crescendo, dal presidente Hollande. Ma infine, la Siria, su proposta russa, aderì alla Convenzione contro le armi chimiche e tutte le scorte furono consegnate all’OPAC. Così non si verificò l’attacco a Damasco. Oggi il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha pubblicato un rapporto che dimostra che i razzi osservati a Ghuta avevano una gittata inferiore ai 2 km. Tuttavia, secondo le cartine diffuse dalla Casa Bianca, le forze lealiste erano a 9 km dalla “zona ribelle.” In altre parole, è impossibile che questi tiri provenissero dalle forze governative. Questo studio conferma i rapporti dei satelliti russi secondo cui i due razzi furono  sparati dai Contras dalla loro area, convalidando la confessione trasmessa tre giorni dopo dalla TV siriana, dove un individuo ammise di avere trasportato questi razzi chimici da un deposito  dell’esercito turco a Damasco. Sono convalidate le accuse delle famiglie alawiti di Lataqia che sostengono di aver riconosciuto il loro figli rapiti dai Contras, il mese precedente, nelle immagini delle vittime. Infine, convalida l’inchiesta di Seymour Hersh che sostiene, contrariamente a Barack Obama, che la sorveglianza del Pentagono non mostrava alcuna attività del servizio chimico nei giorni precedenti. Questo caso non può sorprendervi, avendo sperimentato lo stesso tipo di aggressione dalle stesse potenze. Funziona bene tanto oggi quanto ieri. Tuttavia, l’intossicazione ha ancora una durata limitata. Si scopre che ha funzionato, ma non ha avuto successo. Il pubblico occidentale ci crede, ma Damasco non è stata bombardata perché la Russia l’ha impedito inviando la sua flotta presso le coste siriane. Improvvisamente, il Pentagono non poté distruggere la città sparano dal Mar Rosso, attraverso la Giordania e Arabia Saudita, poiché avrebbe scatenato una grande guerra regionale. La verità la sappiamo con certezza ora, cioè sei mesi dopo.

Geopolitika: Dobbiamo anche domandarci della situazione dei cristiani in Siria. Vi sono informazioni sull’occupazione e il saccheggio a Malula, da parte degli islamisti di al-Nusra, di una ex-chiesa cristiana, delle suore sarebbero state rapite?
Thierry Meyssan: Per esaurire la Siria, la NATO ha fatto ricorso a collaborazionisti siriani e combattenti stranieri. Durante la seconda parte della guerra, cioè dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, c’è stato un afflusso di Contras senza precedenti. Si tratta di una guerra di tipo nicaraguense, ma con un inaudito ricorso ai mercenari. Ora sono almeno 120000 i combattenti stranieri provenienti da 83 Paesi per combattere in Siria contro il governo. Tutti si richiamano al wahhabismo, setta fondamentalista al potere in Arabia Saudita, Qatar e Emirato di Sharjah. La maggior parte si dice taqfirista, cioè “pura”. Condannano a morte “apostati” e “infedeli”. Quindi, urlano nelle loro manifestazioni: “Gli alawiti sottoterra! I cristiani in Libano!“. Per tre anni hanno massacrato decine di migliaia di alawiti (una corrente sciita per cui la fede è interiore e non può essere espressa con dei riti) e di cristiani. Soprattutto, hanno costretto centinaia di migliaia di cristiani a fuggire, abbandonando le loro proprietà. Oggi li costringono a pagare una tassa speciale, in quanto infedeli. Mentre sopraggiunge la fine della guerra, i gruppi armati cercano di vendicare la loro sconfitta con operazioni spettacolari. Hanno attaccato Malula, città cristiana in cui si parla ancora la lingua di Cristo, l’aramaico. Si sono dedicati ad atrocità sconvolgenti. I cristiani sono stati torturati in pubblico e martirizzati perché rifiutavano di rinunciare alla loro fede.

Geopolitika: Seguendo con molta attenzione e precisione la situazione in Medio Oriente. Come descriverebbe la situazione in Egitto? Pensa che la situazione si sia consolidata dopo le azioni decise dal comando militare? È la prima grave sconfitta di coloro che pianificarono le rivoluzioni arabe? Come si spiega che gli Stati Uniti supportino un gruppo islamico radicale come i Fratelli musulmani?
Thierry Meyssan: Il termine “primavera araba” è un cavillo da giornalista per parlare di eventi che non comprende che accadono nello stesso momento in Paesi assai diversi che parlano la stessa lingua, l’arabo. E’ anche un mezzo della propaganda per spacciare guerre aggressive per rivoluzioni. Preoccupato dalla successione di Mubaraq, il dipartimento di Stato aveva deciso di rovesciarlo per scegliere il governo successivo. Così organizzò la carestia del 2008 speculando sul cibo. Creò una squadra che si occupò della Fratellanza musulmana. E aspettò che la pentola bollisse. Quando la rivolta iniziò, il dipartimento di Stato inviò l’ambasciatore Frank Wisner, che aveva organizzato il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo, per ordinare ad Hosni Mubaraq di dimettersi. Cosa che fece. Poi, il dipartimento di Stato contribuì ad organizzare le elezioni che permisero alla Fratellanza musulmana di mettere il cittadino egiziano-statunitense Muhammad Mursi alla presidenza con meno del 20% dei voti. Una volta al potere, Mursi aprì l’economia alle transnazionali statunitensi e annunciò l’imminente privatizzazione del Canale di Suez. Impose una costituzione islamica, ecc. Il popolo si ribellò di nuovo. Ma non solo in alcuni quartieri di Cairo, come la prima volta. Tutto il popolo in tutto il Paese, tranne il quinto della popolazione che l’aveva eletto. In definitiva, i militari presero il potere e incarcerarono i capi della Fratellanza musulmana.  Ora sembra che stessero negoziando il trasferimento della popolazione palestinese di Gaza in Egitto. Lì, come in tutto il mondo arabo, Hillary Clinton si appoggiò alla Fratellanza musulmana. Tale organizzazione segreta, costituita in Egitto per combattere contro il colonialismo inglese, fu effettivamente manipolata dall’MI6 e ora ha la sua sede internazionale a Londra. Nel 2001, Washington previde l’ascesa in Turchia, facilitandone le elezioni, di un politico imprigionato in quanto appartenente alla fratellanza musulmana, pur pretendendo di averla abbandonata, Recep Tayyip Erdogan. Dopo aver tentato numerosi colpi di Stato in diversi Paesi per 80 anni, la Fratellanza andò al potere grazie alla NATO in Libia, e alle urne in Tunisia e in Egitto. Partecipa ai governi di Marocco e Palestina. Dona un aspetto politico ai Contras in Siria. S’è illustrata in Turchia. Ovunque dispone della consulenza in pubbliche relazioni della Turchia e del finanziamento del Qatar, cioè dell’Exxon-Mobil di Rockefeller. Ha la sua televisione e il predicatore principale al-Qaradawi è il “consigliere spirituale” (sic) della rete del Qatar al-Jazeera. La Fratellanza impone un Islam settario, che perseguita le donne e assassina gli omosessuali. In cambio, sostiene che il nemico degli arabi non sia Israele, ma l’Iran, e apre i mercati alle multinazionali statunitensi. Se per due anni e mezzo abbiamo creduto che i Fratelli dovessero governare l’intero mondo arabo, oggi sono stati abbandonati dall’occidente. Infatti, da nessuna parte sono riusciti a ottenere un massiccio sostegno popolare. Non hanno mai avuto più del 20% della popolazione dalla loro parte.

Geopolitika: Dalla vostra “torre di guardia” in Medio Oriente, potrebbe spiegare la sorprendente amicizia tra il governo serbo e gli Emirati Arabi Uniti? Il principe Muhammad bin Zayad al-Nahyan è venuto più volte in Serbia dove ha annunciato diversi investimenti nel settore agricolo e nel turismo serbo. Etihad ha acquistato, quasi assorbito, la compagnia serba JAT Airways. Tali contatti politici ed economici tra Abu Dhabi e Belgrado possono non avere il consenso di Washington? Quale sarebbe la ragione della Casa Bianca per incoraggiare la collaborazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Serbia?
Thierry Meyssan: Gli Emirati Arabi Uniti sono in una situazione molto difficile. In primo luogo, è una federazione di sette Stati molto diversi, tra cui l’emirato wahhabita di Sharjah. Poi sono troppo piccoli per resistere al loro potente vicino, l’Arabia Saudita, e al loro cliente, gli Stati Uniti. In primo luogo hanno cercato di diversificare i propri clienti, offrendo una base militare alla Francia, ma questa rientrò nel comando integrato della NATO. Nel 2010 hanno abbandonato l’idea di avere un ruolo diplomatico sulla scena internazionale, dopo che la CIA assassinò in Marocco il principe Ahmad, perché segretamente finanziava la resistenza palestinese. La revoca delle sanzioni statunitensi contro l’Iran indeboliranno i loro porti, diventati il fulcro del traffico che aggira l’embargo. Ora cercano nuovi partner commerciali della loro taglia. Negoziano con la Serbia, equilibrando l’influenza wahhabita del Qatar, che ha creato al-Jazeera in Bosnia.

Geopolitika: Cosa pensate dello stato attuale delle relazioni internazionali? La presenza militare russa nel Mediterraneo e le sue azioni diplomatiche rendono impossibile l’intervento in Siria, incoraggiano l’Ucraina a non firmare l’accordo con l’UE e la forte posizione della Cina sulle isole contese nel Pacifico, ciò dimostra la costruzione di un mondo multipolare? Che risposta possiamo aspettarci dal governo degli Stati Uniti e dall’élite globale per le sconfitte subite dalle rivoluzioni arabe ed arancioni, e riguardo la tendenza evidente all’indebolimento del potere occidentale?
Thierry Meyssan: La debolezza degli Stati Uniti è certa. Avevano programmato una dimostrazione di forza attaccando sia la Libia che la Siria. In definitiva, non poterono farlo. Oggi, i loro eserciti sono inefficaci e non riescono a riorganizzarli. Tuttavia, sono ancora di gran lunga la prima potenza militare al mondo, e quindi riescono a imporre il dollaro, nonostante il debito estero senza precedenti. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno fatto notevoli progressi, evitando lo scontro diretto. Pechino è diventata la prima potenza economica del mondo, mentre Mosca è ancora la seconda potenza militare. Questo processo continuerà mentre i leader cinesi e russi dimostrano le loro capacità mentre i leader statunitensi hanno dimostrato la loro incapacità ad adattarsi. Sono scettico verso lo sviluppo di Sud Africa, Brasile e India. Crescono economicamente in questo momento, ma non vedo le loro ambizioni politiche. Le élite globali sono divise. Ci sono coloro che credono che il denaro non abbia patria e che Washington sarà sostituita, e coloro che credono nella  forza minacciosa della potenza militare del Pentagono.

Geopolitika: Date le informazioni che avete e la credibilità della vostra analisi, saremmo interessati a conoscere la vostra opinione sulla politica del governo della Serbia, che insiste a portare il Paese nell’Unione europea, senza alcun entusiasmo dal popolo, e che ha accettato di raggiungere questo obiettivo partecipando con Bruxelles e Washington alla distruzione della resistenza serba alla secessione albanese in Kosovo e Metohija.
Thierry Meyssan: Il governo serbo attuale non capisce il nostro tempo. Agisce sempre come se la Russia sia ancora governata da Boris Eltsin e non possa aiutarla. Avendo chiuso da sé la porta del Cremlino, non ha altra scelta se non volgersi verso l’Unione europea e pagarla. Ora porta il peso della vergogna di aver abbandonato la resistenza serba. Infatti, non è l’unico Stato balcanico in tale posizione. Grecia e Montenegro dovrebbero anch’essi volgersi alla Russia ma non lo fanno. Senza dubbio, possiamo dire che la maggiore vittoria dell’imperialismo è aver saputo dividere e isolare  popoli che non credono di aver più una scelta politica.

Geopolitika: Nella sua ultima intervista a Geopolitika, ha detto che l’UCK in Kosovo aveva addestrato al terrorismo un gruppo di combattenti in Siria. L’UCK e il Kosovo sono ancora attivi nella lotta contro il Presidente Assad e il legittimo governo della Siria? Avete qualche informazione sulla partecipazione di islamisti di Bosnia, Kosovo e Metohija e della regione della Serbia dalla maggioranza musulmana (Novi Pazar)?
Thierry Meyssan: I jihadisti che combattono in Siria sostengono sui loro siti web di esser stati addestrati dall’UCK e ne hanno postato le foto. Tutto ciò è stato evidentemente organizzato dai servizi segreti turchi, MIT, il cui attuale capo Hakan Fidan fu il collegamento tra l’esercito turco e il quartier generale della NATO durante la guerra del Kosovo. Inoltre, sappiamo che molti jihadisti in Siria provengono dai Balcani. Ma non sembrano più riforniti dalla Turchia. Attualmente la polizia e la giustizia turche conducono un’operazione contro il governo Erdogan. Sono riusciti a evidenziare i rapporti personali del premier con il banchiere di al-Qaida, ricevuto segretamente a Istanbul mentre era sulla lista dei ricercati dalle Nazioni Unite. Così, la Turchia ha finanziato le attività di al-Qaida in Siria. Erdogan sostiene di essere vittima di un complotto del suo ex-compare, il predicatore musulmano Fethullah Gulen. E’ probabile che, in realtà, collabori con l’esercito kemalista contro Erdogan, che s’è rivelato, nonostante ciò che afferma, di essere sempre un membro dei Fratelli musulmani. Inizialmente, gli Stati membri o vicini alla NATO hanno inviato i musulmani per la jihad in Siria. Oggi, si preoccupano che queste persone rientrino. Persone che hanno violentato, torturato, smembrato ed appeso altre persone non possono ritornare a una normale vita civile. Quando la CIA ha creato il movimento della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, il mondo non era globalizzato. Su viaggiava assai di meno e più controllati. Non c’era Internet. La CIA poteva manipolare i musulmani in Afghanistan senza timore che si diffondessero altrove. Ora ciò che la NATO ha iniziato in Siria, cresce da solo. Non c’è bisogno di organizzare filiere affinché i giovani si uniscano ai Contras in Siria. Si è ripetuto così spesso che la Siria era una dittatura che tutti ci credono. Ed è romantico combattere una dittatura. Molti governi europei ora chiedono alla Siria di aiutarli ad identificare i propri cittadini tra i jihadisti. Ma come la Siria potrebbe farlo e perché rendere tale servizio a coloro che hanno cercato di distruggerla? La guerra finirà progressivamente in Siria, e i jihadisti torneranno a casa, anche in Europa, per continuare la guerra per la quale gli europei li hanno addestrati. Inoltre, tale situazione non avrà una soluzione pacifica, perché se la NATO avesse vinto in Siria rovesciando l’amministrazione di al-Assad, sarebbe stato peggio. Sarebbe stato un segnale per tutti i jihadisti apprendisti in occidente, a tentare a casa ciò che era riuscito in Medio Oriente. L’occidente e il GCC hanno allevato dei mostri con crimini che sconteremo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una nuova guerra nella guerra in Siria

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 29.07.2013

998002L’occidente, forse senza nemmeno provare, attraverso i suoi più recenti invii di armi all’opposizione siriana, compresi quelli cui ha partecipato l’Arabia Saudita, ha portato la guerra civile in Siria ad un nuovo livello; alla guerra di “tutti contro tutti”. Come molti esperti hanno avvertito, l’idea che nelle condizioni formatesi in questo Paese, si possano fornire armi e altre risorse solo alle unità con l’“orientamento politico giusto” si è rivelata non solo irrealistica, ma anche estremamente pericolosa. Gli oppositori di al-Assad, che appartengono a vari movimenti ideologici, si sono scontrati immediatamente in una sanguinosa battaglia per queste forniture. E non sempre i sostenitori della “linea filo-occidentale” hanno successo. E soprattutto, come sempre, sono il popolo e i veri principi democratici che i leader occidentali presumibilmente giurano di proteggere in Siria, che ne soffrono. Anche Z. Brzezinski ha avvertito: “ciò di cui si parla è aumentare il nostro aiuto alle meno efficaci delle forze contrapposte ad Assad. Quindi, nella migliore delle ipotesi, è solo dannosa per la nostra credibilità. Nel peggiore dei casi, si accelera la vittoria dei gruppi molto più ostili a noi di quanto Assad non sia mai stato. Ancora non capisco… perché abbiamo concluso da qualche parte, nel 2011 o 2012, l’anno delle elezioni per inciso, che Assad dovrebbe andarsene”.
La pubblicazione inglese The Independent pone la questione di come sia possibile, nelle condizioni di una guerra civile, fornire armi ai ‘buoni’ e non ai ‘cattivi’. La storia ci insegna che si può cambiare facilmente posto, e che questi ultimi possono benissimo vincere… Cosa accadrà se gli islamisti spazzeranno via il filo-occidentale esercito libero siriano (ELS)? “Allora le nostre armi cadranno veramente nelle ‘mani sbagliate’, e piuttosto più velocemente di quanto avrebbero fatto in ogni caso, dato che le armi sono il denaro delle guerre civili e al-Nusra e il resto, hanno il denaro per comprare qualsiasi cosa diamo all’ELS”. Poi l”evidente alleato’ dell’ELS, per poter sopravvivere, sarà “il tizio nel palazzo presidenziale di Damasco”, in altre parole, al-Assad. Il quotidiano arabo al-Hayat cita un leader della Jihad giordana, Mohammed Shalabi, che crede che se il regime di al-Assad cade, lo scontro tra l’opposizione laica e gli islamisti in Siria si acutizzerà ancora di più.
A dispetto delle loro richieste di pace durante il mese sacro del Ramadan, emessi al fine di fermare l’avanzata delle forze governative, in molte regioni del Paese le forze d’opposizione conducono aspre battaglie intestine. Come il quotidiano libanese al-Safir scrive, il conflitto è stato acceso dalla consegna di nuove armi ai ribelli. Gli sponsor sauditi dell’opposizione intransigente, secondo al-Safir, hanno inviato tonnellate di armi dalla Libia che ora vengono trasportate attraverso il confine turco. Quindi la lotta è in primo luogo per il controllo delle città di confine. Il capo del Consiglio Supremo Militare dell’ELS, Salim Idris, ha giurato all’occidente che le armi non cadranno nelle mani di al-Qaida. In risposta, gli islamisti hanno annunciato che non riconoscono più gli ordini dell’ELS e si rifiutano di collaborare con gli insorti ‘secolari’. A ciò è seguita l’uccisione del membro del consiglio militare dell’ELS Muhammad Kamal al-Hammami e di suo fratello nella regione di confine del Jebel-Turkman, a nord di Latakia. Al-Hammami era incaricato di distribuire le nuove armi ai ribelli. E gli estremisti hanno accusato l’ELS e dichiarato che “dopo gli Hammami, uccideranno tutti i membri del suo Consiglio Supremo”. A questo incidente ha fatto seguito la dichiarazione dell’ELS secondo cui l’omicidio di un membro di spicco del suo comando militare equivale alla dichiarazione di guerra. Gli analisti dicono anche che le differenze tra l’ELS e gli islamisti siriani derivano dalla catena di sconfitte che hanno sofferto nella guerra contro l’esercito arabo siriano (ASA) del governo, e dal fatto che le forze di al-Assad hanno la reale possibilità di stabilire un’ulteriore iniziativa strategica nel conflitto e d’invertire la tendenza in loro favore.
Secondo al-Jazeera, solo la scorsa settimana ci sono stati cinque di questi scontri armati tra i vari gruppi di opposizione. Il risultato è sempre lo stesso. L’ELS ha perso uomini e territorio a vantaggio dei jihadisti. Molti depositi di armi sono stati sequestrati. Ad esempio, la città di Dana, proprio sul confine con la Turchia, dove vi sono stati i più intensi scontri a fuoco, è finita completamente sotto il loro controllo ed è stata dichiarata “emirato islamico”. Nella più grande città del Paese, Aleppo, oltre alle battaglie con le forze governative, gli oppositori ‘laici’ e ‘religiosi’ si combattono per il quartiere chiave di Bustan al-Qasr, che separa i lealisti dai ribelli. Nel quartiere di al-Firdus ci sono stati scontri armati tra l’ELS e Jabhat al-Nusra, durante cui gli islamisti hanno chiesto aiuto ai loro ‘compagni d’armi’. È stato riferito che entrambe le parti hanno utilizzato armi antiaeree, lanciagranate e razzi fatti in casa. Molti sono stati uccisi o feriti. Nella parte centrale del Paese, nella capitale provinciale di al-Raqqa, occupata dall’opposizione, 1500 persone sono finite dietro le sbarre per ‘aver violato la sharia’. Tra di loro vi è il locale comandante dell’ELS Jasim Awwad, dopo il suo arresto l’11° Brigata, dell’Esercito libero siriano sostenuto dall’Arabia Saudita, ha assediato la base del movimento islamista Ahrar al-Sham filo-Qatar, che prevede di stabilire un emirato islamico nella città sotto il suo controllo. Un atto del genere da parte dell’ELS è stato possibile dopo che il nuovo emiro del Qatar ha preso le distanze dall’opposizione siriana, e la supervisione sui ribelli è andata interamente all’Arabia Saudita. Tuttavia, il giorno dopo gli islamisti hanno occupato tutti i posti chiave della città. Secondo testimoni oculari, è la popolazione della città che soffre di più per queste sanguinose rese dei conti, avendo anche il coraggio di inscenare proteste pubbliche, anche se disperse dai ribelli.
Esperti tedeschi ritengono che il processo di divisione nell’opposizione continui. Gli islamisti radicali, di cui forse la maggioranza è straniera, continueranno a diventare più forti. I loro legami con i Paesi di origine facilitano il flusso ininterrotto di reclute che “vogliono realizzare il sogno di morire da martire e andare in paradiso”. Il nuovo sviluppo della situazione in Siria ha portato ad una buona dose d’imbarazzo per l’occidente, che in misura significativa ha predeterminato tale stato di cose attraverso le sue azioni. Dopo che il Congresso, allarmato per le nuove informazioni, ha bloccato l’invio di armi, la stampa statunitense, per esempio, scrive che “gli alleati degli Stati Uniti sono ‘sconcertati e allarmati’ dall”irresponsabilità del presidente sulla Siria,’ e ora dal suo fallimento ‘nel prendere anche una modesta decisione al riguardo.‘” Un rapporto del comitato parlamentare sull’intelligence e la sicurezza afferma che al-Qaida in Siria è già una minaccia terroristica per la stessa Gran Bretagna. La commissione ha avvertito che questa organizzazione terroristica ha armi chimiche. Secondo il quotidiano britannico The Guardian, c’è il pericolo che gli estremisti in Siria  sfruttino l’ambiente favorevole per effettuare attacchi contro i Paesi occidentali. Questo pericolo è diventato particolarmente grande da quando un gran numero di estremisti è arrivato in Siria dalla Gran Bretagna e da altri Paesi europei. Qui i terroristi acquisiscono l’esperienza in battaglia che  aumenta la minaccia che rappresentano.
Ora il capo del governo britannico Cameron si rimangia le promesse, affermando: “Tutto ciò è troppo complicato per esserne coinvolti. E anche, non parlando del tipo di armi che non possiamo dargli per paura che cadano nelle mani sbagliate, i nostri invii non daranno all’opposizione il vantaggio decisivo. Il conflitto potrà solo inasprirsi”. Il Vicedirettore della Defense Intelligence Agency statunitense (DIA) David Shedd ha dichiarato, in una conferenza sui problemi della sicurezza ad Aspen, che il conflitto siriano interno durerà per mesi, se non per anni. A suo parere, “(i membri dei gruppi dell’opposizione militante in Siria) non andranno a casa quando sarà finita”, cioè con le dimissioni del presidente siriano Bashar al-Assad. “Combatteranno per quello spazio. Sono lì per un lungo salto”, ha detto Shedd. Inoltre ha espresso l’opinione che i gruppi islamici radicali potrebbero dominare gli altri. Secondo lui attualmente in Siria ci sono circa 1200 gruppi d’opposizione, il che rende molto difficile mantenere il controllo sulle armi loro consegnate. I più attivi nella guerra contro al-Assad sono i rami terroristici di al-Qaida: “è molto chiaro che nel corso degli ultimi due anni sono cresciuti in dimensioni, capacità e spietata efficacia”. Inoltre non esclude la vittoria di al-Assad. La posizione “della DIA è che (la caduta di Assad) fosse per l’inizio di quest’anno. Ovviamente non è successo“, ha detto Shedd.
Il direttore del Centro Nazionale Antiterrorismo Matthew Olsen ha avvertito che dopo il conflitto, i terroristi giunti in Siria da Europa e Stati Uniti torneranno, e allora saranno una minaccia per gli europei e gli statunitensi. Il direttore del Washington Post David Ignatius ha fatto una sorta di diagnosi degli avvenimenti, notando che una delle peggiori caratteristiche della politica estera statunitense è l’abitudine di ‘sedurre ed abbandonare’. Questo è ciò che sta accadendo ora in Siria. La seduzione è iniziata con la proclamazione retorica del presidente Obama, il 18 agosto 2011: “È giunto il momento per il presidente Assad di farsi da parte!” A questa è seguita il corteggiamento prolungato dell’opposizione siriana, sempre più impegnativa. La CIA s’è attivamente coinvolta nella collaborazione, nell’addestramento e in altre forme di assistenza con l’opposizione. Il 13 giugno 2013 la Casa Bianca ha formalmente promesso di fornire aiuti militari all’opposizione siriana. I ribelli hanno anche cominciato a preparare i depositi per questi aiuti. “E allora? Beh, questa è un’infelice storia d’amore, e saprete cosa avverrà dopo. E’ quello che i romanzieri inglesi ottocenteschi chiamavano ‘jilt’. Per citare un articolo del New York Times pubblicato lo scorso fine settimana, si scopre ‘che i piani dell’amministrazione sono molto più limitati di quanto indicato in pubblico e privato.” In connessione a ciò, Ignatius si chiede: “Immaginate per un momento di essere un combattente ribelle siriano che rischia la vita da due anni nella speranza che Obama dia un sincero aiuto… Ora sapete che Washington ci sta ripensando. Cosa pensereste del comportamento dell’America?… Le vicende attuali in Siria sono così familiari, quasi come il leitmotiv della politica estera degli Stati Uniti… Alla fine dei romanzi ottocenteschi, il seduttore che abbandona il suo flirt di solito ottiene ciò che merita… Ma non succede così in politica estera”.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’imperialismo degli Stati Uniti e il colpo di Stato in Egitto

Necessità di una leadership rivoluzionaria
Mazda Majidi LiberationNews 20 luglio 2013

7629556208_93c6e37b02_zLe rivoluzione incompiuta in Egitto subisce un rapido sviluppo. Una vertiginosa serie di forze di classe è impegnata in una lotta il cui esito determinerà il destino del Paese. La rimozione ad opera dei militari di Muhammad Mursi, dopo giorni di proteste in massa per chiedergli di dimettersi dalla presidenza. Le enormi proteste, con milioni di manifestanti, erano secondo alcuni resoconti, anche più grandi di quelle che portarono al rovesciamento del cliente degli USA Hosni Mubaraq nel 2011. Il 3 luglio, il comandante in capo dell’esercito, Generale Abdul Fatah Said al-Sisi, ha rimosso dal potere Mursi e nominato Hazim al-Bablawi Primo ministro ad interim. Bablawi da allora ha formato un gabinetto che rimarrà in carica fino alle prossime elezioni. Ha promosso anche al-Sisi a primo Viceprimo ministro oltre a tenerlo al suo posto di ministro della Difesa. Tra gli altri membri degni di nota del gabinetto di Bablawi vi è Muhammad al-Baradej, ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che servirà con il Presidente ad interim Adly Mansur. Data la lunga storia di invasioni, occupazioni e altre forme di intervento statunitensi nella regione, ci si deve chiedere se questo sia stato un colpo di Stato ingegnerizzato. Per rispondere a questa domanda, è utile dare un ampio sguardo alle variazioni, nel corso del tempo, della forza d’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa.

Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa
Nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, l’imperialismo degli Stati Uniti ha visto la sua strada al dominio globale senza ostacoli. Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, molti Paesi ex colonizzati in tutto il mondo avevano ottenuto l’indipendenza attraverso i movimenti di liberazione nazionale, spesso con il sostegno significativo del blocco socialista. Ora, gli strateghi imperialisti statunitensi pensavano che non c’era nulla che fermasse gli Stati Uniti nel trascinare quei Paesi di nuovo nella loro sfera d’influenza. Ma la guerra in Iraq ha mostrato i limiti della potenza degli Stati Uniti, anche dopo che l’Unione Sovietica aveva cessato di esistere. Ciò che per Washington doveva essere un “gioco da ragazzi”, nell’occupazione dell’Iraq nel 2003, si trasformò in una guerra di otto anni, avendo come risultato tutto tranne che  una clamorosa vittoria degli Stati Uniti che ne evitasse la catastrofica sconfitta; gli Stati Uniti furono costretti a stringere accordi e alleanze con le forze che avevano combattuto contro la loro occupazione. E il risultato finale è stato assai diverso da ciò che l’imperialismo aveva sperato: un regime cliente simile alle monarchie del Golfo. Oggi, il governo iracheno svolge un ruolo significativo nel sostenere il governo di Assad in Siria, in opposizione ai ribelli appoggiati dagli USA. Baghdad inoltre firma grandi contratti petroliferi con la Cina, non accettando le mega-offerte di Exxon-Mobil e altri giganti del petrolio. Questo non è ciò che il governo degli Stati Uniti aveva immaginato per l’Iraq post-occupazione.
Dopo 12 anni di occupazione, la posizione degli Stati Uniti in Afghanistan non è certo quella di un vincitore sicuro che ha schiacciato la resistenza di un Paese povero e dalle risorse limitate. In Afghanistan, come in Iraq, gli Stati Uniti non sono alla ricerca di una vittoria assoluta, fuori portata, ma evitano di apparire sconfitti. Le ripetute aperture a ciò che gli Stati Uniti sperano siano gli elementi più concilianti dei taliban, sono la prova della sfida agli Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno ancora una volta infranto il mito che l’impero statunitense sia invincibile. E questo ha avuto ripercussioni ben oltre la regione. Anche gli Stati clienti sulla cui lealtà Washington poteva contare una volta, ora sono più disposti a percorrere una propria strada autonoma. Pur non recidendo i legami di asservimento agli Stati Uniti, alcuni di questi Stati clienti manovrano per avere influenza regionale, in competizione con altri Stati. A volte sono fuori sincrono con gli Stati Uniti, non vedendo alcuna ragione per allineare perfettamente le proprie politiche a quelle dell’imperialismo statunitense. Se gli Stati Uniti seguano la propria, oggi, è in questione, ma senza una conclusione scontata. Quindi, vediamo la Turchia, membro della NATO, disposta a scontrarsi  con Israele nel tentativo di recuperare un po’ dell’influenza perduta dai giorni dell’impero ottomano. Allo stesso modo, vediamo le monarchie reazionarie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, in competizione per l’influenza sull’Egitto e sull’opposizione di destra in Siria. La recente elezione di Ahmad Assi Jarba a leader del Consiglio nazionale siriano dell’opposizione, per esempio, è vista come una vittoria dell’Arabia Saudita e una sconfitta del Qatar, mentre l’Arabia Saudita e il Qatar sono entrambi clienti degli Stati Uniti. E’ in questo contesto che dobbiamo analizzare il ruolo degli Stati Uniti in Egitto. Contrariamente a quanto si è detto, non vi è alcuna indicazione che il colpo di Stato militare del 3 luglio in Egitto sia stata un’iniziativa degli Stati Uniti. Contatti telefonici segnalati tra l’alto comandante militare egiziano, Generale al-Sisi, e il segretario della Difesa Chuck Hagel, nella settimana precedente il colpo di Stato, probabilmente vedevano Sisi rassicurare Hagel di aver sotto controllo i militari, piuttosto che uno scambio di piani operativi.

Mursi e gli Stati Uniti
Non vi è alcun dubbio che, nel suo unico anno al potere da presidente, Muhammad Mursi abbia collaborato con gli Stati Uniti, giocando un ruolo chiave nel mediare una tregua tra Israele e Hamas, alla fine del 2012, quando Israele e gli Stati Uniti avevano un disperato bisogno di uscire in modo aggraziato dal conflitto, dopo la loro ultima strage di palestinesi a Gaza. Nel conflitto in Siria, Mursi e i Fratelli musulmani appoggiavano solidamente il tentativo degli Stati Uniti di rovesciare lo Stato siriano. Oltre a fare dichiarazioni come: “Il popolo e l’esercito egiziani sostengono la rivolta siriana“, il 15 giugno, Mursi ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria e chiuse l’ambasciata siriana a Cairo. Mursi aveva anche incoraggiato gli egiziani ad andare in Siria a farsi martirizzare nella lotta contro le truppe siriane.
Per quanto riguarda la politica interna, l’unico atto decisivo della Fratellanza è stato passare una costituzione fortemente osteggiata da tutte le forze laiche. La costituzione calpestava i diritti delle donne e poneva le basi per l’oppressione delle minoranze religiose, il 10 per cento della popolazione egiziana di 85 milioni, è cristiana. Lungi dal creare un consenso nell’ampia gamma di forze che ha rovesciato la dittatura di Hosni Mubaraq, i Fratelli hanno codificato le proprie politiche sociali reazionarie nella costituzione. E Mursi non ha fatto nulla per contestare o destabilizzare l’economia capitalista dell’Egitto e la morsa delle istituzioni finanziarie internazionali su di essa. Così Washington non avrebbe avuto alcun incentivo per orchestrare un colpo di Stato militare per rovesciare i Fratelli musulmani. Tutto indica che la rimozione di Mursi sia stata un’iniziativa dei militari egiziani, che hanno visto la possibilità di sfruttare la rivolta di massa contro Mursi per promuovere la propria agenda. Washington potrebbe convivere con Mursi, ma ha ovviamente problemi con i militari dell’Egitto, che ha puntellato con almeno 1,3 miliardi dollari l’anno.
Secondo tutti gli osservatori della rivoluzione egiziana, da sinistra e destra, gli Stati Uniti non possono prevedere il futuro, dato il processo dinamico della lotta di classe in atto in Egitto. Ma gli sviluppi successivi al 3 luglio sono stati promettenti per gli Stati Uniti, sebbene preoccupati dai rivoluzionari. Le speranze degli Stati Uniti, come per i generali egiziani, è che la rimozione di Mursi introduca un periodo di ristabilimento del controllo, puntando alla repressione del movimento di massa. Dato che l’esercito ha rimosso dal potere l’aderente alla Fratellanza musulmana Mursi, il 3 luglio, i suoi sostenitori hanno inscenato proteste e sit-in in molte città in tutto l’Egitto. Il 16 luglio, sette sostenitori del deposto presidente Mursi sono stati uccisi dalla polizia. Una settimana prima, il 9 luglio, 1.000 persone hanno protestato davanti alla sede della Guardia Repubblicana, e più di 50 manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza. Si stima che circa 99 sostenitori della Fratellanza siano stati uccisi fino ad oggi. La Fratellanza ha invocato la rivolta contro i militari. La sanguinosa repressione militare dei sostenitori della Fratellanza deve essere fortemente condannata da tutte le forze progressiste. La repressione oggi viene rivolta direttamente contro la Fratellanza, ma la violenta repressione potrebbe espandersi a molte altre forze nei mesi a venire. Non c’è dubbio che l’esercito non vorrebbe altro che schiacciare il movimento di massa in tutte le sue manifestazioni, mandare la gente a casa e tornare ai giorni del regime di Mubaraq, anche se senza Mubaraq e con alcune riforme superficiali.

La reazione internazionale
La reazione dei vari Stati alla rimozione militare di Morsi è stata varia e confusa. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno espresso preoccupazione chiedendo e favorendo formalmente il rapido ritorno alla democrazia, mentre si rifiutano di parlare di colpo di Stato o di condannare la repressione. Linguaggio diplomatico a parte, sono essenzialmente favorevoli ai militari egiziani. L’Arabia Saudita e la maggior parte delle monarchie del Golfo sono altrettanto favorevoli. Il presidente siriano, Bashar Assad, è entusiasticamente favorevole al rovesciamento della Confraternita, dato l’aperto sostegno di Mursi ai ribelli siriani e al fatto che la Fratellanza della Siria è una delle principali forze che riceve sostegno occidentale (e dal Golfo arabo). Su questo tema, la Siria indipendente e uno dei finanziatori chiave dei suoi ribelli dell’opposizione, l’Arabia Saudita, hanno la stessa posizione. Diversamente dall’Arabia Saudita e altri, il Qatar, altra monarchia reazionaria del Golfo, che ha stretti legami con i Fratelli musulmani in Egitto e in Siria, ha condannato il colpo di Stato. La Turchia ha preso la posizione più forte condannando il “golpe inaccettabile”. Nelle sue dichiarazioni del 19 luglio, il Primo ministro turco Tayyip Erdogan ha rimproverato l’occidente: “Da coloro che esaltano la democrazia quando si incontrano con noi, dicendo: ‘non si deve rinunciare alla democrazia’, vogliamo vedere la spina dorsale.” Il partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ha una storia ben distinta da quella dei Fratelli musulmani ed è priva di un’ideologia dalle aspirazioni islamiche regionali. Tuttavia, come la Fratellanza, l’AKP svolge il ruolo di classe fornendo una facciata pseudo-indipendente e religiosa ad uno Stato cliente capitalista, ma qui senza l’appoggio dei militari.

Se non è stato ideato dagli USA, cosa ha motivato il colpo di Stato?
Non è che l’esercito vuole governare direttamente. Ciò che al-Sisi e altri comandanti militari vogliono fare è incanalare le proteste di massa in una direzione sicura per il sistema. La leadership di persone come al-Baradej, l’ex capo dell’AIEA e personaggio di rilievo internazionale, è un’alternativa accettabile per i militari, come nel caso dei vari altri politici e tecnocrati “democratici”. Ma il fatto è che un politico capitalista non sarà in grado di risolvere i problemi fondamentali della società. Il debito dell’Egitto è a uno sbalorditivo 88 per cento del PIL, cioè l’88 per cento il valore di tutti i beni e servizi prodotti nel Paese in un anno. Il problema non è che Mursi ha gestito male l’economia. Il regime di Mubaraq era già profondamente in debito e l’economia già in difficoltà. Con il crollo dei ricavi del turismo e la significativa fuga di capitali nel corso degli ultimi due anni, non è una buona gestione che può risolvere i problemi della società e della classe operaia. Ci vorrà un percorso rivoluzionario, guidato dai socialisti, per risolvere le contraddizioni che la società deve affrontare. Si potrebbe iniziare ad affrontare i problemi economici rifiutandosi di pagare le istituzioni finanziarie internazionali ed espropriando il capitale a beneficio della classe operaia egiziana. E non è qualcosa che la persona “giusta” eletta alle cariche possa fare. I grandi prestiti da Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, non cambieranno radicalmente lo stato delle cose.
Ci sono diverse possibilità per gli sviluppi futuri. E’ possibile che la crisi della classe dominante continui. Le elezioni potranno tenersi e qualsiasi candidato capitalista venga eletto non sarà in grado di soddisfare le richieste del popolo, non importa quanto democratiche siano le elezioni e quanti diritti politici goda la popolazione. E le masse potrebbero essere di nuovo nelle piazze. Ciò, da una prospettiva rivoluzionaria, è la migliore possibilità, perché lascia aperta l’opportunità che una rivoluzione avanzi ulteriormente. Vi è anche la possibilità che l’esercito e la vecchia classe dirigente possano ristabilire il vecchio ordine e reprimere il movimento. Per esempio, se i Fratelli musulmani s’impegnano in una lunga, intensa lotta contro i militari, la guerra civile prolungata potrebbe essere possibile. Un lungo confronto con i militari da un lato e i sostenitori dei Fratelli dall’altro, potrebbe produrre una situazione in cui le persone in piazza in questo momento, saranno messe da parte. E, naturalmente, ci sono molti altri possibili sviluppi futuri, essendo la lotta di classe un processo dinamico.

Le lezioni della lotta in Egitto
I socialisti rivoluzionari, che lottano per fare della classe operaia la classe dirigente, devono sempre imparare le lezioni da ogni movimento rivoluzionario, nella vittoria e nella sconfitta. Possiamo apprendere molte lezioni dalla rivoluzione egiziana. Ma la lezione chiave è che dobbiamo sforzarci di fare in modo che il partito dell’avanguardia già esista al momento della situazione rivoluzionaria. Il partito dell’avanguardia, un partito abile e cosciente può esercitare la sua leadership, deve essersi già formato attraverso la lotta perché al momento in cui si verifica una situazione rivoluzionaria, non vi è di solito abbastanza tempo. Costruire un partito operaio rivoluzionario è il compito dei socialisti rivoluzionari non solo durante i periodi rivoluzionari, ma durante i più critici periodi non-rivoluzionari.
In Egitto, l’estrema repressione durante la dittatura di Mubaraq ha reso la formazione di un partito dell’avanguardia rivoluzionaria estremamente difficile, se non impossibile. Tuttavia, l’Egitto ora ha attraversato più di due anni di sconvolgimenti rivoluzionari, con la possibilità che questo periodo si estenda in futuro. La continuazione del periodo rivoluzionario potrebbe rendere possibile la forgiatura di un partito rivoluzionario che riunirà la lotta delle masse con il programma della classe operaia. E’ possibile che alternative rivoluzionarie possano formarsi nei ranghi inferiori dell’esercito, nei ranghi inferiori del corpo ufficiali o della truppa, o entrambi. Vi sono stati molti esempi nella storia, nessuno più rilevante del Movimento dei liberi ufficiali nell’Egitto stesso. I Liberi Ufficiali presero il potere nel 1952, avviando la rivoluzione nazionalista che divenne un faro di speranza per i popoli oppressi di tutto il mondo e che, sotto la guida di Gamal Abdel Nasser, nazionalizzò il canale di Suez. Finché le masse egiziane rimangono attive nelle piazze, le possibilità del successo rivoluzionario sono infinite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Rottura senza precedenti tra sauditi e Washington sull’Egitto

F. William Engdahl, Global Research, 18 luglio 2013

969337Uno dei meno commentati aspetti del spodestamento dell’egiziano Mursi, è la sfida della casa reale saudita nel sostenere l’estromissione della Confraternita e la restaurazione militare. La mossa saudita non ha precedenti per la sua aperta sfida alla Casa Bianca, che ha dichiarato appoggio ai Fratelli musulmani. Le implicazioni della rottura sono enormi.

Crepuscolo nel deserto?
Nel 1945, al suo ritorno dalla fatidica Conferenza di Jalta, il presidente degli USA Roosevelt incontrò il re saudita Ibn Saud e ottenne i diritti esclusivi per le società petrolifere del gruppo statunitense Rockefeller sulle grandi ricchezze petrolifere dell’Arabia Saudita, il rapporto tra l’Arabia e la politica estera degli USA è stato quasi una satrapia dei sauditi. [1] In seguito allo “shock petrolifero” del 1973, orchestrata da Kissinger, in cui l’OPEC alzò il prezzo di circa il 400%, Washington strappò l’impegno dai sauditi che avrebbero assicurato che l’OPEC vendesse il petrolio solo in dollari, garantendo in tal modo il continuo dominio del dollaro come valuta di riserva mondiale. In cambio, Washington accettava di vendere armi statunitensi e anche di addestrare l’Aeronautica militare saudita. [2] E nel 2010, proprio mentre Washington avviava la sua offensiva di primavera della “democrazia” araba in Tunisia, Egitto e in tutto l’arco di crisi islamico, l’amministrazione Obama annunciava il più grande accordo sulle armi della storia. Gli USA accettarono di vendere ai sauditi 84 F-15 nuovi e di aggiornarne altri 70, nell’ambito di un accordo da 46 miliardi di dollari, il più grande affare sulle armi nella storia degli Stati Uniti, preparandosi ad isolare l’Iran. [3]
Come abbiamo riportato in un precedente articolo, prima del colpo di Stato militare egiziano, i sauditi stipularono un accordo segreto con il ministro della Difesa e capo dell’esercito, generale Abdul Fatah al-Sisi, che i sauditi, assieme ad altri petro-Stati conservatori del Golfo, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, avrebbero garantito il sostegno finanziario se l’amministrazione Obama avesse tagliato il miliardo di dollari in aiuti annuali ai militari egiziani, per rappresaglia per la cacciata del loro uomo, Mursi. [4] Il 17 luglio, il neo-governo di transizione egiziano ha confermato di aver ricevuto 6 miliardi di sovvenzioni, prestiti e carburante da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. L’Arabia Saudita ha approvato 4 miliardi di dollari in aiuti all’Egitto, e gli Emirati Arabi Uniti hanno offerto 2 miliardi di dollari per sostenere le disperate necessità dell’economia. I fondi sauditi comprendono 1,5 miliardi di deposito alla banca centrale, 1,5 miliardi di prodotti energetici e 750 milioni in contanti, ha detto il ministro delle Finanze saudita Ibrahim al-Assaf. Gli Emirati Arabi Uniti doneranno 750 milioni all’Egitto e 1,5 miliardi di prestiti sotto forma di deposito non fruttifero presso la banca centrale d’Egitto. [5]
La notizia è un doppio schiaffo a Washington che aveva insistito sul fatto che il governo Mursi dovesse accettare le dure richieste del FMI come condizione preliminare per l’aiuto finanziario.

Il Qatar reagisce in modo drammatico
Vistosamente, uno dei più ricchi petro-Stati del Golfo latita da questi aiuti; il Qatar, il cui emiro Hamad bin Khalifa al-Thani aveva versato oltre 6 miliardi all’Egitto dopo la rivoluzione di due anni e mezzo fa, e forse altri 7 miliardi per finanziare gli islamisti in Libia, Siria e Gaza, l’enclave palestinese gestita da Hamas, un ramo della Fratellanza musulmana. Il Qatar ospita la sede centrale del Comando Centrale e il Combined Air Operations Center degli Stati Uniti. E, in particolare, fino al colpo di Stato militare sostenuto dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti contro il domino della Fratellanza in Egitto, il 3 luglio, il Qatar era sede di importanti membri della Fratellanza musulmana ed uno dei suoi principali finanziatori in Siria, Egitto, Libia e in tutto il mondo islamico.[6] Pochi minuti dopo il golpe sostenuto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in Egitto, l’emiro del Qatar prendeva atto delle conseguenze e annunciava l’abdicazione in favore del figlio Tamim.  Hamad bin Jassim al-Thani, che aveva plasmato la politica estera filo-Fratellanza musulmana del Qatar, è stato messo a tacere, sostituito da un militare che agiva da viceministro degli Interni. La nuova leadership del Qatar ora utilizza parole come “rivalutazione”, “ritaratura” e “correzioni” per discutere della propria politica estera. In breve, non osa rischiare il totale isolamento tra gli Stati del Golfo a dominio saudita. [7]
La coraggiosa decisione saudita di agire per fermare ciò che percepisce come la disastrosa strategia islamica statunitense nel sostenere le rivoluzioni della Fratellanza in tutto il mondo islamico, ha inferto un duro colpo alla folle strategia statunitense di credere di poter utilizzare la Fratellanza come forza politica per controllare più strettamente il mondo islamico e usarlo per destabilizzare la Cina, la Russia e le regioni islamiche dell’Asia centrale. La monarchia saudita cominciava a temere che la Fratellanza segreta sarebbe balzata un giorno anche contro il suo governo. Non ha mai perdonato a George W. Bush e Washington di aver rovesciato la dittatura laica del partito Baath di Saddam Hussein in Iraq, che ha portato la maggioranza sciita al potere, né la decisione degli USA di rovesciare lo stretto alleato dell’Arabia saudita, Mubaraq in Egitto. Da esemplare “Stato vassallo” degli USA in Medio Oriente, l’Arabia Saudita si è ribellata il 3 luglio sostenendo e supportando il colpo di Stato militare in Egitto. Oltre a far protestare rumorosamente contro il colpo di Stato dei generali egiziani, i suoi alleati della Fratellanza, Washington finora ha potuto fare ben poco, indicazione del crollo del potere globale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha inviato due navi da assalto anfibio che trasportano 2.600 marine presso le coste meridionali egiziane del Mar Rosso. L’enorme USS Kearsarge con 1.800 marines e l’USS San Antonio con 800 marines, “hanno risalito il Mar Rosso e si sono posizionate al largo dell’Egitto, perché non sappiamo cosa succederà”, ha dichiarato il generale James Amos, comandante del Corpo dei marines.
Washington è improvvisamente preda di un grande caos in politica estera, mentre il nuovo governo ad interim egiziano ha giurato…

Note
[1] F. William Engdahl, Gods of Money, 2009, edition.engdahl,Wiesbaden, pp. 190-193.
[2] F. William Engdahl, A Century of War, edition.engdahl, 2011, Wiesbaden, pp. 152-156.
[3] Ian Black, Barack Obama to authorise record $60bn Saudi arms sale, The Guardian, UK, 13 settembre 2010.
[4] F. William Engdahl, Washington Islamist Strategy in Crisis as Morsi Toppled, Veterans Today, 4 luglio 2013.
[5] Reuters/AP, Egypt wins $ 8 billion Saudi and UAE aid names PM, 17 luglio 2013.
[6] N.P., Qatar’s foreign policy: Change of tack, The Economist, UK, 15 luglio 2013.
[7] Ibid.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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