Cosa ne farà l’FBI dei beni rubati all’Ucraina?

Valentin Katasonov Strategic Culture Foundation 22/04/2014

ucrainaRecentemente l’Ufficio del portavoce del dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha annunciato che gli USA avevano inviato un team di esperti di FBI, dipartimenti della Giustizia e del Tesoro ad aiutare Kiev a recuperare beni rubati all’estero. Il 29 aprile Stati Uniti e Gran Bretagna ospiteranno una riunione multilaterale sul tema con la partecipazione di funzionari ucraini. Si prevede che l’International Center of Asset Recovery (ICAR) di Basilea parteciperà alla riunione. L’Ucraina è sull’orlo del collasso, di massicce fiammate sociali e perfino della carestia. L’Ucraina ha bisogno di soldi per salvare l’economia nazionale dal collasso. Certo, Washington non si preoccupa di ciò che accade all’economia ucraina; è preoccupata dalla capacità dell’Ucraina di pagare i debiti ai creditori occidentali. Attualmente il debito estero dell’Ucraina è stimato a 145 miliardi dollari. Ora, nessuno in occidente vuole fare nuovi prestiti all’Ucraina. Gli importi menzionati dai media, di miliardi di dollari e di euro, non sono altro che “intervento verbale” di politici ucraini e funzionari occidentali.  Vi sono segni evidenti che il settore bancario ucraino presto crollerà. La Banca Nazionale dell’Ucraina (NBU) discute la possibilità di salvare le banche commerciali come s’è fatto a Cipro, cioè confiscando i conti dei depositanti e girandoli forzatamente agli “investitori” (“azionisti”). Il piano del regime a Kiev è mobilitare diversi miliardi di dollari in questo modo; tale palese rapina potrebbe salvare diverse banche, ma non può salvare il Paese dal collasso. Ciò richiederebbe decine di miliardi di dollari. Quando si arriva al dunque, pagare i debiti ai creditori stranieri, l’Ucraina ha solo due risorse. La prima è privatizzare i beni dello Stato, anche le risorse naturali del Paese. La seconda sono i beni esteri dell’Ucraina. Quindi FBI e dipartimento della Giustizia e del Tesoro degli Stati Uniti hanno deciso di aiutare Kiev ad utilizzare la seconda risorsa.
Le attività estere ucraine sono costituite da diversi componenti. La principale sono le riserve internazionali della NBU, che si dileguano continuamente da metà 2011 (al culmine dei 38 miliardi di dollari). Oggi sono a meno di 15 miliardi; tale riserva è insufficiente per pagare i debiti dovuti ai prestiti e ai servizi precedenti, perfino per la fine dell’anno. Ci anche sono beni esteri privati. E’ noto che gli investimenti diretti privati ucraini all’estero non arrivano a 10 miliardi cumulati; tuttavia, questi sono solo gli investimenti diretti. Ci sono anche i portafogli dei nuovi investimenti, prestiti, crediti, fondi bancari e contanti in valuta estera. In tutto, alla fine dello scorso anno, le attività estere arrivavano a oltre 140 miliardi di dollari. Importo pari solo al debito estero complessivo dell’Ucraina. E circa il 70% delle attività è sotto forma di valuta e liquidità in conti bancari esteri, una forma molto liquida di attività. Tuttavia, il patrimonio privato ufficiale in valuta estera dell’Ucraina è solo la punta dell’iceberg. La parte principale delle attività ucraine all’estero è formata da capitali esportati illegalmente da funzionari di alto rango e oligarchi. Non sono contabilizzati nelle statistiche del bilancio dei pagamenti della NBU. Lo scorso anno i media ucraini hanno pubblicato una valutazione dei 100 cittadini ucraini più ricchi (Top-100). Le attività di questi “top 100″ nel 2012 erano pari a 130 miliardi dollari (80% del PIL di Ucraina). E le attività estere degli oligarchi, per la maggior parte, sono superiori a quelli nazionali. Tuttavia, questi dati non tengono conto dei fondi nei conti bancari degli oligarchi. Ciò rimane completamente nell’ombra. Negli ultimi anni le attività irregolari di oligarchi ucraini e funzionari in vari settori all’estero, vennero  alla luce. Jatsenjuk, nella sua passione nel denunciare il “regime criminale di Janukovich”, ha dichiarato che negli anni della sua presidenza 70 miliardi di dollari uscirono dal Paese per aree off-shore. Tuttavia, ha taciuto su quanti ne uscirono sotto Jushenko e Timoshenko. Secondo le stime della Rete della Giustizia Tributaria, un centro di analisi statunitense, dall’indipendenza dell’Ucraina 167 miliardi di dollari finirono off-shore. Importo quasi pari al prodotto interno lordo del 2012 e in modo significativo superiore al debito estero complessivo del Paese. È tali attività estere che il regime a Kiev, insieme ai padroni di Washington, vede come potenziale risorsa per la soluzione dei problemi economici e finanziari dell’Ucraina.
L’esperienza internazionale del rientro di attività estere in patria c’è. In pratica ci sono stati tentativi di recuperare il denaro di Saddam Hussein, Muammar Gaddhafi, Hosni Mubaraq, Francois Duvalier, Robert Mugabe e altri. Tali operazioni utilizzarono quasi sempre lo slogan della “restituzione di ciò che hanno rubato i ricchi”. C’è un protocollo chiaro per tali operazioni:
1. approvare le leggi necessarie nel Paese vittima per le operazioni di recupero dei beni, nonché la firma di accordi con altri paesi.
2. cercare e trovare i beni all’estero.
3. congelamento dei beni.
4. dimostrare l’origine illecita dei beni.
5. presentazione di un programma per l’utilizzo dei beni recuperati dal paese vittima.
6. trasferimento dei beni al Paese vittima e attuazione del programma.
Questa è la procedura descritta nelle istruzioni ideate da International Centre for Asset Recovery (ICAR), Banca mondiale e altri organismi. In realtà, di solito non si arriva mai all’ultima fase. Questo per le difficoltà a districarsi nei complicati schemi utilizzati per l’esportazione dei beni provenienti dai Paesi vittima. Perché l’occidente, dove i beni sono ubicati, ha interesse a congelare i beni il più a lungo possibile, soprattutto nel caso dei conti bancari. Tale aspetto della questione non viene quasi mai menzionato. Dopotutto, i fondi congelati che spesso ammontano a miliardi di dollari, sono un vero regalo alla banca che li ospita. Qualsiasi banca sogna clienti che non utilizzano i conti che hanno aperto. Anche se gli specialisti presentano le dovute prove della provenienza illecita dei beni esteri, il governo del Paese in cui tali beni sono nascosti non si affrettano a sbloccarli immediatamente e a restituirli al “popolo” del Paese derubato. Il ragionamento del Paese che “ospita” i beni illegali è più o meno così: se riprendiamo tali beni (denaro), saranno sottratte di nuovo. Possiamo solo trasferirle al Paese vittima se avremo le giustificazioni di spesa e meccanismi per monitorarne l’uso nello scopo previsto. Gli Stati Uniti usano termini come questi per tenersi i beni rubati.
Nel valutare la probabilità che l’Ucraina possa recuperare una piccola parte delle decine di miliardi di dollari presi ed esportati, è utile ricordare la storia dell’ex-primo ministro ucraino Pavel Lazarenko che sconta una condanna negli Stati Uniti per riciclaggio di denaro. La corte federale degli Stati Uniti considera illeciti tutti i soldi trovati nei conti bancari a suo nome, in diversi Paesi. L’importo sarebbe stimato a 1000 miliardi di dollari, ma non è ancora stato dimostrato che tutti i conti e il denaro siano legati al primo ministro o a abbiano origine criminale. Attualmente ciò è stato incontestabilmente dimostrato per fondi pari a soli 250 milioni di dollari. Passati 15 anni dall’arresto di Lazarenko negli Stati Uniti, l’Ucraina non ha ancora ricevuto un solo dollaro dei fondi congelati dell’ex-primo ministro. E non li avrà mai… L’esperienza del Kazakistan nella cooperazione con Washington sembra un po’ più ottimista. Astana ha potuto prendersi 84 milioni dollari dagli Stati Uniti, sebbene gli esperti stimano che i beni illegali di origine kazaka negli Stati Uniti siano pari a diversi miliardi di dollari. Come si suol dire, la montagna ha portato un topolino. Anche l’esperienza della Libia è interessante. Dopo il rovesciamento di Gaddhafi, fu lanciata una vasta campagna per cercarne i beni personali e dei suoi stretti collaboratori, nelle banche e nei vari Paesi. I media hanno riferito che i vari beni in totale non ammontano a miliardi, ma a decine di miliardi di dollari. Tuttavia neanche l’un per cento è tornato in Libia. Il precedente libico è interessante: fin dall’inizio dell’aggressione alla Libia, Washington a gran voce dichiarò che “i beni del dittatore saranno restituiti al popolo”. Quando furono trovati, fu detto che il popolo libico doveva a Washington larghe somme di denaro speso per instaurare la democrazia nel Paese, riferendosi alle spese per le operazioni militari statunitensi che uccisero migliaia di civili. Alcuni esperti sono convinti che i soldi di Gaddhafi e di altri cittadini libici saranno semplicemente trasferiti nel bilancio federale degli Stati Uniti. E’ del tutto probabile che la stessa sorte attenda il patrimonio ucraino, quando gli statunitensi lo troveranno.
Un’ultima cosa. Il recente arresto dell’oligarca ucraino Dmitrij Firtash è una minaccia per l’aristocrazia off-shore dell’Ucraina. I conti esteri di Firtash sono stati sequestrati perché il denaro è di origine criminale, e in futuro sarà utilizzato per rimborsare i debiti di Firtash con le banche occidentali. Ciò che resterà, sarà utilizzato per ripagare i debiti dell’Ucraina con il FMI e altri creditori “prioritari”. Il popolo non avrà nulla.

1964841La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: sfuma Ginevra e si consolida Novorossija

Alessandro Lattanzio, 20/4/2014

Pro-Russian-protester-DonetskCinque persone sono state uccise in uno scontro a fuoco a Slavjansk, città orientale controllata dai manifestanti antigolpisti. Le vittime sono due manifestanti e due aggressori di Fazione Destra. L’attacco è avvenuto la notte del 19/20 aprile, presso un posto di blocco alla periferia della città.  Quattro automobili s’erano dirette contro il checkpoint aprendo il fuoco sui manifestanti uccidendone due e ferendone gravemente altri tre. “Si avvicinarono con i fari abbaglianti. Uno dei nostri s’è diretto verso di loro per chiederne i documenti, ma fu ucciso con un colpo di fucile“. Un’altra vittima è deceduta in ospedale per una ferita alla testa. Tra le vittime dell’attacco vi era Sergej Rudenko, autista di scuolabus, di guardia al checkpoint la notte di Pasqua insieme ai due figli. Mentre i civili venivano colpiti, un gruppo di 20 manifestanti armati è giunto dalla città  aprendo il fuoco contro gli aggressori, uccidendone due, ferendone cinque e arrestandone uno. Due delle quattro autovetture degli assalitori sono state incendiate dai cittadini di Slavjansk. Diverse armi da fuoco, una mitragliatrice, un visore notturno, foto aeree di Slavjansk, uniformi e attrezzi da campeggio sono stati sequestrati. L’aggressore arrestato ha confessato di appartenere a Fazione Destra, “Il giovane s’era perso e cercava di fuggire da Slavjansk verso Kharkov“. Proviene da  Vinnitsa, ha partecipato alle proteste EuroMaidan e s’è unito a Fazione Destra. Gli aggressori  progettavano un’incursione alla torre della televisione di Slavjansk, contrassegnata da un cerchio sulla mappa scoperta nelle auto sequestrate. I leader della protesta hanno ordinato il coprifuoco a Slavjansk e chiesto alla Russia d’inviare forze di pace per proteggere i cittadini da altri attacchi. “Uccidono i nostri fratelli. E’ guerra aperta contro il popolo. Non ci parlano, semplicemente ci uccidono“. Il 1° marzo, il Consiglio della Federazione russa ha autorizzato il leader del Cremlino Vladimir Putin ad usare la forza militare sul territorio dell’Ucraina “per la normalizzazione della situazione socio-politica del Paese“. Il ministero degli Esteri russo ha condannato l’aggressione e affermato che Kiev è incapace di disarmare i gruppi radicali. Il ministero degli Interni di Kiev aveva invitato gli ex-membri dell’unità antisommossa Berkut, bollati come criminali dai golpisti, a riprendere servizio. Il ministero golpista ha detto che le truppe Berkut devono “dimenticare il passato e proteggere Kiev dall’invasione segreta russa”.
Il 15 aprile, a Lugansk, Anatolij Visir, presidente ad interim della Federazione dell’Ucraina orientale ha dichiarato: “Io, Anatolij Mikhailovich Visir, Generale, mi rivolgo a Voi liberi cittadini della Repubblica Federata del Donbas. Il 21 marzo 2014, la terra ucraina è stata vittima di un colpo di Stato e i fascisti al potere hanno versato il sangue dei minatori. Il nostro popolo è immerso nella guerra civile. I nipoti di Bandera, che aveva tradito i vincitori sul fascismo, hanno preso le armi, oggi, per assassinare i pacifici abitanti del sud-est dell’Ucraina. Come presidente dell’Ucraina sud-orientale devo proteggerne gli abitanti e por termine alle violazioni costituzionali commesse dai nazionalisti ucraini. I popoli slavi, il popolo ucraino e le minoranze etniche devono e saranno protetti. L’economia dell’Ucraina sud-orientale adotta il rublo russo. Tutte le transazioni saranno effettuate in questa valuta, davanti al crollo della moneta nazionale ucraina, la grivna. I salari e le pensioni saranno pagati in rubli rafforzando l’economia del Sud-Est ucraino. Chiedo a tutti i leader dell’Ucraina sud-orientale di seguire il mio esempio. Ho ordinato alle autorità e ai servizi di sicurezza di Lugansk, Donetsk, Kharkov, Odessa, Nikolaev e Kherson di non ostacolare la federalizzazione sud-orientale e di affrontare i nazionalisti ucraini. L’Esercito Nazionale della Federazione Sud-Orientale sarà inviato nelle regioni di cui sopra. Non permetterò a nessuno di violare il diritto alla vita. Dichiaro che la giunta neo-fascista, al potere con mezzi illegittimi, deve essere condannata. Dico a soldati, ufficiali, comandanti dell’esercito ucraino che hanno prestato giuramento al popolo ucraino, non ai traditori che trascinano il Paese nel caos e nella guerra civile.  Chiedo alle forze armate dell’Ucraina e alla Flotta del Mar Nero di difendere il popolo ucraino.  Come presidente del Sud-Est dell’Ucraina, proclamato dal popolo, ordino alle Forze Armate dell’Ucraina e alla Flotta del Mar Nero d’ignorare gli ordini dei nazionalisti e di prendere il controllo di aeroporti, stazioni ferroviarie, banche ed evitare saccheggi e caos. Ordino di bloccare le bande nazionaliste e di rilasciare i prigionieri politici. Ognuno di voi ha una famiglia, e nessuno vuole piangere la morte dei propri figli in nome di idee folli. Il Signore ci ha dato il diritto alla vita. E prima di prendere le armi contro i vostri fratelli, sarete maledetti dalle madri dei morti.
198218123 anni di caos sono ora finiti. La Federalizzazione del Paese dà ai popoli slavi l’opportunità di avvicinarsi. Chiedo ai cittadini russi supporto. L’Ucraina sud-orientale non ha mai lasciato la Comunità degli Stati Indipendenti. Noi abbiamo sostenuto l’economia, quando Kiev era in fermento per Majdan. L’Ucraina sud-orientale non ha mai opposto il popolo ucraino al popolo slavo. Chiedo al popolo russo, nostro fratello, di sostenere la federalizzazione dell’Oriente ucraino e al Presidente russo di non farci morire nel sangue. L’Ucraina sud-orientale adotta la Costituzione del 1996. Presto sarà pubblicata dai media. Secondo questo testo, l’unica fonte legittima e sovrana del potere è il popolo ucraino, che esercita il potere attraverso le istituzioni statali e comunali. Ha il diritto di determinare e modificare la Costituzione ucraina, e questo diritto non può ritornare allo Stato o ai suoi funzionari. Invito la comunità internazionale, compresi Stati Uniti e Unione europea, a non interferire nelle riforme per la federalizzazione dell’Ucraina. Gli Stati Uniti devono ritirare le forze armate della NATO dal territorio ucraino. I vostri padri e nonni, a fianco dei sovietici, combatterono i fascisti, e allora perché supportano oggi i fascisti in Ucraina? La Commissione federale per la sicurezza dell’Ucraina sud-orientale ha prove concrete della presenza di soldati degli Stati Uniti sul territorio ucraino. Avverto i capi del Pentagono e della CIA: qui non siano in a Jugoslavia, ma nel Paese di un grande popolo slavo. Paese di soldati, contadini, minatori e operai che riconoscono il fascismo. Ogni cittadino dell’Ucraina orientale difenderà, armi in pugno, l’indipendenza dell’Ucraina. L’Ucraina non sarà mai colonia o discarica radioattiva di europei e americani”.
Siamo pronti a negoziare con Kiev se le seguenti richieste saranno onorate:
• riconoscimento della federalizzazione dell’Ucraina;
• divieto del partito nazionalista Svoboda e dei movimenti fascisti in Ucraina;
• disarmo delle fazioni nazionaliste;
• riconoscimento dello status ufficiale del russo e dell’ucraino;
• scioglimento del Parlamento che adotta leggi incostituzionali e alimenta l’odio etnico.
La Commissione federale per la sicurezza dell’Ucraina sud-orientale dichiara lo stato di emergenza in questa parte del Paese per proteggere la popolazione dai fascisti. Il mio dovere come ufficiale, di  Generale, è impedire il genocidio.
Al vertice a quattro sulla situazione in Ucraina a Ginevra, del 19 aprile, veniva approvato il documento che riduce le tensioni, con la firma dei rappresentanti del governo golpista ucraino,  Russia, UE e USA. Kiev in cambio approva la riforma costituzionale e l’ampia autonomia regionale.
Il documento chiede il dialogo nazionale ed esorta tutte le parti ad astenersi dalla violenza. Tutte le parti hanno accettato di sostenere la richiesta del Segretario generale dell’OSCE, Lamberto Zannier, di estendere il mandato della missione speciale dell’OSCE in Ucraina.
In relazione all’accordo, il sito Vineyardsaker osserva che:
1) Il regime di Kiev ha dimostrato che non ha i mezzi per schiacciare la ribellione in Oriente.
2) NATO e Stati Uniti non hanno un opzione militare in Ucraina.
3) le sanzioni occidentali non danneggiano in modo significativo la Russia e aumentano la popolarità di Putin e il programma delle riforme.
4) Il tempo non è dalla parte del regime di Kiev, l’occidente non può salvare l’Ucraina; la Russia può, ma non lo farà fino a quando rimane un regime illegittimo e folle.
5) milizia popolare può apparire in una notte e può scomparire dall’oggi al domani.
6) Finora Kiev ha rifiutato ogni negoziato con l’Oriente.
7) Kiev detiene decine o addirittura centinaia di antifascisti nelle sue carceri (AP ha riferito che 63 anti-golpisti sono stati arrestati di cui 38 poi rilasciati. Non si sa nulla dei rimanenti 25).
8) La popolazione che subisce una guerra aperta è quella in Oriente.
Diamo un’occhiata a ciò che è successo il 17 aprile:
1) Kiev ha accettato di negoziare con l’Oriente.
2) tutti i gruppi armati illegali dovranno disarmare (già concordato tra Janukovich e l’UE).
3) osservatori dell’OSCE andranno in Oriente a monitorare la situazione.
4) Kiev s’impegna a intraprendere riforme per una maggiore autonomia.
5) la Crimea non è nemmeno stata discussa.
6) l’Unione europea accetta la proposta di Putin per discutere le forniture di gas.
7) nessuno sarà processato fatta eccezione i gravi crimini.
Poco è infatti stato accettato, e tutto ciò che è stato concordato è vago, ambiguo e non verificabile nell’ambito di un calendario preciso”.
Secondo Lionel Reynolds, del sito Dispatchesfromempire.comL’accordo di Ginevra non cambia nulla. USA/UE/NATO non accetteranno alcuna risoluzione della crisi dell’Ucraina se essa non sarà  integrata nello spazio geopolitico occidentale. Ci hanno lavorato per 20 anni, speso 5 miliardi di dollari e provocato una crisi regionale con implicazioni globali. Sono determinati a non restare a mani vuote“. Infatti, i golpisti a Kiev già avvertivano che “L’operazione (contro la popolazione dell’Ucraina orientale), continua e la sua intensità dipende l’attuazione degli accordi, dall’evacuazione degli edifici occupati e dalla consegna delle armi“, affermava il ‘ministro degli Esteri’ di Kiev Andrej Deshitsa. Mosca rispondeva “Quando si parla di disarmo, intendiamo prima di tutto togliere le armi ai combattenti di Pravy Sektor e altri gruppi filo-nazisti che hanno partecipato al colpo di Stato del 22 febbraio”, affermava un comunicato del ministero degli Esteri russo. Il documento chiarisce che i sostenitori di Maidan dovrebbero essere i primi a lasciare gli edifici governativi di Kiev e le regioni occidentali dell’Ucraina. I manifestanti anti-golpisti di Donetsk rispondevano che sgombereranno gli edifici governativi e cederanno le armi, come chiede l’accordo di Ginevra, solo quando i golpisti libereranno tutti gli ostaggi e si attuerà il referendum sul sistema politico nazionale, “Se rilasciano tutti i prigionieri politici, fermano le persecuzioni e disarmano Fazione Destra, e si avvia il referendum sul sistema politico dell’Ucraina, naturalmente gli edifici amministrativi saranno lasciati e la lotta sarà giunta al termine“, dichiarava il leader dei federalisti Sergej Tsiplakov. Ma Tsiplakov ha detto di non credere che il governo golpista a Kiev sopravviverà all’accordo né che disarmerà i neo-fascisti.
1505420Non va dimenticata la visita compiuta a Kiev dal capo della CIA Brennan, secondo Brandon  esperto di affari internazionali, “E’ chiaro che la presenza del direttore della CIA a Kiev è molto più di una semplice coincidenza. Nonostante le smentite della Casa Bianca, sembra che la visita di Brennan sia un tentativo di sostenere la violenta repressione dei manifestanti filo-russi in Ucraina orientale. È ancor più probabile, tuttavia, che il viaggio di Brennan sia un tentativo di formulare, incoraggiare e avviare l’uso della forza. La presenza di Brennan a Kiev poco prima dell’annuncio della violenta repressione in Ucraina orientale è semplicemente troppo tempestiva per supporre che si tratti di una coincidenza”. Per Sriram Chaulia, Preside della Scuola Affari Internazionali di Jindal, il direttore della CIA s’è recato a Kiev promettendo ingenti finanziamenti “per creare nuove unità speciali e squadre per schiacciare le rivolte popolari in Ucraina orientale. Doveva andarci di persona al posto del capo locale della CIA, in modo da fare sperare alle agenzie di sicurezza ucraine che il riordinamento occidentale dello Stato è in corso, tentando di rendere l’Ucraina più aggressiva verso la Russia, dimostrandole l’alto impegno dell’occidente nel contro-spionaggio e nel sabotaggio“. Secondo F. William Engdahl “La decisione di Washington di sostenere il colpo di Stato in Ucraina… isola il potere egemone negli Stati Uniti e apre la porta al mondo multipolare in cui la cooperazione pacifica sostituisce le minacce militari e il dominio di una sola superpotenza. La stupida imposizione di sanzioni alla Russia da parte di Washington ha costretto Mosca a reagire vendendo i titoli di Gazprom non in dollari ma in yuan cinesi. Gli Stati Uniti si sono dati la zappa sui piedi. Ciò porta a un radicale cambio sul dollaro come valuta di riserva. Le stolte minacce di Obama contro Mosca semplicemente accelerano la rifocalizzazione delle gigantesche società russe, come Gazprom e Norilsk Nickel, sul grande mercato asiatico. A seguito del golpe della NATO in Ucraina e conseguente crisi, altri Paesi cercano di ridurre la loro esposizione in dollari. Gli stupidi al comando negli Stati Uniti e nella NATO non pensano alle conseguenze globali delle loro azioni”.
E nel frattempo, un nuovo giacimento da 300 milioni di tonnellate di petrolio e 90 miliardi di metri cubi di gas è stato scoperto nella regione di Astrakhan, in Russia. “Le riserve del campo sono senza precedenti, questa scoperta conferma l’elevato potenziale della regione di Astrakhan“, afferma Sergej Donskoj ministro delle Risorse Naturali della Russia. Il campo Velikoe è stato scoperto dall’AFB Oil and Gas Company, che probabilmente si assocerà a Rosneft o a Lukoil per lo sfruttamento. Rosneft possiede il limitrofo campo petrolifero Vanqor, da oltre 500 milioni di tonnellate di petrolio. Un altro giacimento della regione di Astrakhan è Filanovskij della Lukoil, di oltre 150 milioni di tonnellate di petrolio. Nel 2012, l’azienda aprì anche il vicino giacimento di Tambov, il quinto maggiore del mondo.

1609780Fonti:
4.th Media
4.th Media
Global Research
Nsnbc
PressTV
Reseau International
RIAN
RIAN
RIAN
RussiaToday
RussiaToday

Speculatori, cartelli e miti della scarsità

Dean Henderson 15 aprile 2014

Shell+Sign+LogoMentre ai governi di tutto il mondo viene detto di “stringere la cinghia”, le economie contratte e il mito della scarsità (radice della parola: paura) incoraggiano la corsa al ribasso per le masse globali.  Accanto a tali pretese di austerità, continua la concentrazione storica di potere dell’élite globale ben pasciuta. Il cartello energetico e i trafficanti di petrolio evasori dei Rockefeller/Rothschild a Zug, in Svizzera, diffusero la menzogna del picco del petrolio, sapendo bene che mentre il petrolio si aggira sui 100 dollari al barile sui casinò internazionali, le compagnie petrolifere pagano circa 18 dollari al barile il greggio estratto dalla terra. Big Oil trae il solito utile record trimestrale, mentre gli speculatori guidati da Goldman Sachs e Morgan Stanley strappano altri 50 dollari al barile prima che la gente si piazzi alla pompa di benzina. Nell’aprile 2011, il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti riferì che il principale deposito di petrolio degli USA di Cushing, Oklahoma, aveva 41,9 milioni di barili di greggio, molto vicino alla sua capacità di 44 milioni di barili. In altre parole, gli Stati Uniti sono inondati di greggio. Ora siamo un esportatore netto, eppure i prezzi del petrolio rimangono elevati. Nello stesso momento l’USDA annunciava che gli agricoltori del Sud Dakota prevedono di piantare ulteriori 850000 ettari di mais rispetto al 1931. Secondo il bollettino dell’USDA del 10 marzo 2011, il raccolto di mais del Brasile è stato di 2 milioni di tonnellate superiore rispetto allo scorso anno. Eppure, i futures sul mais alla Chicago Mercantile Exchange sono scambiati a prezzi record. I prezzi del cibo sono alti per le stesse ragioni: concentrazione e speculazioni. Secondo lo stesso rapporto dell’USDA, “le ultime scorte di grano statunitense per il 2010/11 balzano in alto questo mese, data la prospettiva di ridotte esportazioni. Le esportazioni si sono abbassate di 25 milioni di bushel date le maggiori forniture mondiali di frumento di alta qualità, in particolare dell’Australia, e il ritmo delle spedizioni commerciali di frumento statunitense, nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, è più lento del previsto. “Ma ancora i futures sul grano sono vicini a livelli record”. Non c’è nulla di allarmante nel rapporto sulle forniture di carne bovina, pollame, uova, latte, zucchero o riso. Eppure, i prezzi alimentari continuano a salire alle stelle. Le élite globali sanno che cibo ed energia sono essenziali per la vita. Il controllo su questi due beni elementari significa controllo sui popoli.
Dopo le acquisizioni nel 2008 di Swift, Smithfield e National Beef Packers da parte dell’azienda brasiliana di scatolame JBS, vi sono tre conglomerati che controllano oltre l’80% di carne bovina in scatola negli Stati Uniti: Tyson, Cargill e JBS. Queste stesse aziende controllano la maggior parte della fiorente industria del bestiame allevato concentrata nel Kansas e in Colorado. Dominano anche le industrie dei maiali, polli e tacchini. Cargill è il maggiore processore di grano sul pianeta,  gestendo al completo metà delle forniture globali di cereali. Quattro colossi non solo possiedono il petrolio, ma praticamente tutte le fonti energetiche del pianeta. Nel mio libro, Big Oil e i suoi banchieri… li ho definiti i Quattro Cavalieri: Royal Dutch/Shell, Exxon Mobil, Chevron Texaco e BP Amoco. Queste imprese controllano il greggio dal pozzo saudita alla pompa di benzina americana, traendo profitto da ogni fase di lavorazione, trasporto e commercializzazione. Mentre i repubblicani reazionari accusano gli ambientalisti per l’assenza di produzione petrolifera negli Stati Uniti, questi giganti del petrolio hanno chiuso i pozzi consentiti in Texas e Louisiana e spostato la produzione in Medio Oriente, dove i lavoratori bangleshi, filippini e yemeniti sono pagati un dollaro al giorno per lavorare negli impianti petroliferi. Royal Dutch/Shell e Exxon Mobil sono i più integrati verticalmente dei Quattro Cavalieri. Questi colossi guidano la carica all’integrazione orizzontale dell’industria energetica, investendo molto su gas, carbone e uranio.
ExxonMobilCon la caduta del muro di Berlino, Europa dell’est, Russia, Balcani e Asia centrale furono aperti a Big Oil. Secondo Kurt Wulff dell’impresa d’investimento petrolifera McDep Associates, i Quattro Cavalieri si sono scatenati sui nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, vedendo l’incremento patrimoniale, nel 1988-94, seguente: Exxon Mobil 54%, Chevron Texaco 74%, Royal Dutch/Shell 52% e BP Amoco 54%. Il cartello petrolifero Rockefeller/Rothschild ha più che raddoppiato il proprio patrimonio collettivo in sei anni. Russia e Asia Centrale hanno oltre la metà delle riserve di gas naturale del mondo. Royal Dutch/Shell hanno aperto la pista all’estrazione di queste riserve, formando una joint venture con l’Uganskneftegasin per l’enorme giacimento di gas in Siberia in cui Shell detiene una quota del 24,5%. Shell è stato il maggiore produttore mondiale di gas naturale dal 1985, spesso attraverso joint venture con Exxon Mobil. Nel campo del gas naturale al dettaglio negli Stati Uniti, Chevron Texaco possiede Dynegy, mentre Exxon Mobil possiede Duke Energy.  Entrambi sono stati protagonisti, assieme ad Enron, nel 2000 dei picchi sul gas naturale che hanno sconvolto l’economia della California, portando al fallimento del principale ente dello Stato, Pacific Gas & Electric. Exxon Mobil ha vasti interessi negli impianti energetici di tutto il mondo, tra cui la piena proprietà della China Light & Power di Hong Kong.
Negli anni ’70 Big Oil investì 2,4 miliardi dollari per l’esplorazione dell’uranio. Controlla ora oltre la metà delle riserve mondiali di uranio, fondamentali per alimentare le centrali nucleari. Chevron Texaco e Shell hanno anche sviluppato una joint venture per costruire reattori nucleari. Exxon Mobil è il primo produttore di carbone negli Stati Uniti e ha le seconde maggiori riserve di carbone dopo la Burlington Resources, l’ex-controllata delle ferrovie BN che nel 2005 fu acquistata dalla Conoco Phillips della famiglia DuPont. Royal Dutch/Shell possiede miniere di carbone nel Wyoming attraverso la controllata ENCOAL e in West Virginia attraverso l’Evergreen Mining. Chevron Texaco possiede Pittsburgh e Midway Coal Mining. Sette dei primi quindici produttori di carbone negli Stati Uniti sono compagnie petrolifere, mentre l’80% delle riserve di petrolio degli Stati Uniti sono controllate dalle nove maggiori aziende. Royal Dutch/Shell e Exxon Mobil stanno frettolosamente comprando altre riserve di carbone. La concentrazione di potere nello spettro  energetico non si limita agli USA. In Colombia, Exxon Mobil possiede enormi miniere di carbone, BP Amoco possiede vasti giacimenti di petrolio e Big Oil controlla tutte le vaste risorse non rinnovabili del Paese. Nel 1990 Exxon Mobil importava il 16% del suo greggio estero dalla Columbia. I Quattro Cavalieri hanno investito pesantemente in altre imprese minerarie. Shell detiene i contratti a lungo termine con diversi governi per la fornitura di stagno attraverso la sua controllata Billiton, che possiede miniere in luoghi come Brasile ed Indonesia, dov’è il maggiore produttore di oro del Paese. Billiton s’è fusa con le Broken Hill Properties in Australia diventando il maggiore conglomerato minerario del mondo: BHP Billiton. Shell gode di calde relazioni con la seconda società mineraria del mondo, Rio Tinto, attraverso direzioni storicamente intrecciate. La regina d’Olanda Juliana e Lord Victor Rothschild sono i maggiori azionisti di Royal Dutch/Shell. Shell ha recentemente iniziato ad investire pesantemente nel settore dell’alluminio. Shell Canada è il primo produttore di zolfo del Canada. Shell gestisce gli interessi del legname in Cile, Nuova Zelanda, Congo e Uruguay e una vasta industria dei fiori con aziende agricole in Cile, Mauritius, Tunisia e Zimbabwe. Recentemente, il ramo della Shell BHP Billiton ha annunciato un tentativo di acquisizione ostile da 38,6 miliardi di dollari della canadese Potash Corp. BHP Billiton già possiede Anglo Potash e Athabasca Potash. La proprietà di Potash Corp. gli darebbe il controllo di oltre il 30% del mercato globale del potassio, componente necessaria in qualsiasi coltura agricola. BP Amoco, attraverso la controllata ARCO, è diventata uno dei sei maggiori produttori mondiali di bauxite, da cui l’alluminio è derivato. Ha miniere in Giamaica e in altre nazioni caraibiche. Chevron Texaco controlla oltre il 20% del grande gruppo minerario AMAX, principale produttore di tungsteno negli Stati Uniti e con grandi aziende agricole in Sud Africa e Australia. Exxon Mobil Oil possiede Superior e Falconbridge Mining, grandi produttori canadesi di platino e nichel. Exxon possiede anche Hecla Mining, uno dei maggiori produttori di rame e argento di tutto il mondo, e Carter Mining, uno dei primi cinque produttori di fosfato al mondo, con miniere in Marocco e Florida. I fosfati sono necessari per raffinare l’uranio, mentre l’acido fosforico è la chiave per la produzione petrolchimica, che sempre i Quattro Cavalieri controllano.
shellUn altro strumento dell’egemonia dei Quattro Cavalieri nel settore energetico è la joint venture. Per decenni prima che Chevron si fondesse con Texaco nel 2001, le società hanno commercializzato prodotti petroliferi in 58 Paesi sotto il marchio Caltex. Hanno inoltre creato le joint venture Amoseas e Topco prima di fondersi. Caltex possiede raffinerie in Sud Africa, Bahrain e Giappone. Nelle Filippine, Caltex e Shell controllano il 58% del settore petrolifero. Quando il dittatore filippino Ferdinand Marcos impose la legge marziale nel 1972, il vicepresidente della Caltex Frank Zingaro commentò: “La legge marziale ha notevolmente migliorato il clima per gli affari”. Exxon e Mobil condivisero molte joint ventures in tutto il mondo, prima della loro fusione nel 1999, tra cui PT Stanvav Indonesia. Royal Dutch/Shell e Exxon Mobil crearono una joint venture sul Mare del Nord chiamata Shell Expro, nel 1964, mentre nel 1972 la Shell si legò con la Mitsubishi in Brunei per la fornitura di petrolio al Giappone. Shell detiene il 34% della Petroleum Development Oman in partnership con Exxon Mobil. Saudi Aramco, Consorzio iraniano, Iraqi Petroleum Company, Kuwait Oil Company e ADCO degli Emirati Arabi Uniti sono tutti collusioni dei Quattro Cavalieri. In Iran, Iraq e Libia questi cartelli furono nazionalizzati, ecco perché il cartello petrolifero Rockefeller/Rothschild ha fatto pagare ai contribuenti degli Stati Uniti l’invasione di Iraq e Libia, continuando a minacciare l’Iran. Il primo contratto petrolifero in Iraq andò a Royal Dutch/Shell, il secondo a BP e il terzo a Exxon Mobil. Così avete il quadro.
Cibo ed energia sono di fondamentali per la vita, ecco perché il Congresso dovrebbe chiudere i casinò degli speculatori come Chicago Mercantile Exchange e NYMEX, e nazionalizzare il monopolio delle industrie alimentari dei Quattro Cavalieri. Dobbiamo formare una Società per l’Energia degli Stati Uniti e una US Food Processing Company che si concentri sulle energie rinnovabili e una dieta diversificata più sana. Tutte cose possibili se mostriamo volontà politica e non siamo spaventati. Dobbiamo rifiutare il “picco del petrolio” e il mito relativo della scarsità di cibo, e affrontare i veri problemi: la concentrazione del potere corporativo e la speculazione.

ExxonMobil_SunPhoto_retouch_cropped_959_487_90_c1Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una pipeline dalla Russia all’India attraverso la Cina

Rossijskaja Gazeta, Global Research, 17 aprile 2014

17495I colloqui sulla costruzione del progettato oleodotto Russia all’India dovrebbero concludersi entro la metà del 2014, secondo i funzionari dell’ONGC. Così la Russia cambia direzione politica nell’esportazione energetica mentre la forte domanda di idrocarburi, sia in Cina che in India, tra le maggiori economie del mondo, continua a crescere. I vantaggi sono evidenti, anche quelli relativi ai piani dell’India per divenire membro della Shanghai Cooperation Organization (SCO). La Cina appoggia i rifornimenti via oleogasdotti per l’India, cosa non sorprendente. Una delle opzioni del progetto è la costruzione di un gasdotto dalla regione di Altai al nord dell’India attraverso il nord-ovest della Cina. Il direttore del Centro per gli Studi Strategici sull’Energia della Repubblica popolare cinese, Xia Yishan, dice: “Il progetto è vantaggioso per l’India e la Cina, in quanto consentirà alla Cina di diventare una rotta per il petrolio, oltre ad avere lo ‘status’ di consumatrice del petrolio russo. “Per la Russia, un’ulteriore vantaggio del progetto è rifornire di petrolio il mercato della SCO”. “La Russia e l’India hanno concordato la costituzione di un gruppo congiunto per studiare la possibilità di trasportare direttamente via terra gli idrocarburi” afferma la dichiarazione congiunta di Vladimir Putin e Manmohan Singh di dicembre. La discussione del progetto iniziò nel 2005. Alla fine dello scorso anno, ONGC ne ha sostenuto l’attuazione dicendo: “Il gasdotto dalla Russia appare adeguato. I dettagli del progetto saranno chiariti con i partner russi“. Secondo il direttore dell’agenzia del gas Mikhail Ermolovich, il progetto potrà essere associato alla creazione di una joint venture petrolchimica russo-indiana in Gujarat. Gli investimenti in questa impresa sono stimati 450 milioni di dollari e la sua capacità in 100000 tonnellate di prodotti finiti all’anno. In generale, l’India programma l’aumento significativo delle sue riserve di oro nero, per via dell’aumento della domanda interna. Il segretario del Ministero degli Esteri indiano Ajay Bisaria ha detto che “nel 2013, gli acquisti di petrolio in Russia ammontavano a 176 milioni di dollari, ma l’India intende acquistarne di più. Ciò richiede una rotta via terra“. Fino al 35 per cento del gasdotto passa in territorio montagnoso. Il costo preliminare del progetto sarebbe di 30 miliardi di dollari e il completamento della costruzione è previsto per il 2020-2022.
Riguardo il mercato occidentale, per via della crisi nell’eurozona la domanda di petrolio è assai volatile. Inoltre, se vuole “fare pressione” su Mosca, l’UE può aumentare l’importazione di greggio da Norvegia, Nord Africa, Golfo e Trinidad, ma questo è un problema dell’UE. In aggiunta a ciò, l’UE si lamenta dei prezzi interni bassi di petrolio e gas in Russia, è per questo molte merci prodotte in Russia vengono tassate con restrizioni antidumping. Timur Nigmatullin, analista d’Investkafe ha detto: “L’uso delle cosiddette rettifiche sull’energia da parte dell’Unione europea, appare un tentativo di ridurre uno dei principali vantaggi competitivi della nostra economia. Tale approccio ha introdotto dazi antidumping ingiustificati, motivo per cui le aziende russe ogni anno perdono più di 600 milioni di dollari“. In breve, vi è la necessità di nuovi mercati, in particolare quelli in cui si sviluppano i processi d’integrazione con la partecipazione della Russia. Si tratta soprattutto della SCO. “La crescita dei mutui investimenti in Russia e Cina è accompagnata dalla maggiore attività del business russo e cinese negli altri Paesi della SCO”, ha detto il presidente dell’Organizzazione internazionale dei creditori Robert Abdullin. “La crescita economica in questi Paesi è più favorevole di quanto lo sia nei Paesi industrializzati”. Paesi come India, Pakistan, Mongolia, Vietnam e loro vicini sarebbero naturalmente attratti dalla stretta collaborazione con la SCO, comprese le partnership nell’energia.

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

FMI, BRICS e l’”ideale di potenza”

Dedefensa 17 aprile 2014

9thrtPresso gli “economisti”, secondo un’idea corrente, scrive Tyler Durden citando un testo di RTBH su Zerohedge del 16 aprile 2014, lo status degli Stati Uniti si quaglia e quindi anche la legittimità del FMI: “Gli economisti avvertono che la legittimità del FMI è in gioco, mentre il ruolo statunitense all’estero viene eroso“. Nel suo testo, Durden inizia con commenti introduttivi su due notizie: la minaccia della riduzione dello status degli USA in seno al FMI e l’evoluzione dell’iniziativa BRICS nel creare da sé propri FMI e Banca Mondiale. In entrambi i casi s’illustra il declino accelerato della potenza finanziaria strutturale degli Stati Uniti, che domina e manipola a piacimento le agenzie internazionali. “I Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che potrebbero servire come alternativa a FMI e Banca Mondiale (dominati da Stati Uniti e Unione europea), secondo RBTH. Come riporta il WSJ, gli Stati Uniti perderanno il loro potere di veto sul comitato esecutivo del Fondo monetario internazionale nell’ambito di un piano considerato da alcune economie emergenti. I Paesi sono stufi dalla mancata  ratifica degli Stati Uniti, in quattro anni, dell’accordo per ristrutturare il creditore d’emergenza. Inoltre, perde credibilità sulla scena mondiale e, come il ministro delle Finanze del Brasile Mantega riassume, “il FMI non può rimanere paralizzato e rimandare i suoi impegni per la riforma“.”
Quindi spiega questo scontro in seno al FMI, dove gli Stati Uniti lottano da quattro anni contro le riforme strutturali che rimuoveranno parte della loro influenza. Il risultato è il programma degli “emergenti” (BRICS inclusi) che priverà gli Stati Uniti del veto, che in questo caso assicura la maggior parte del loro potere decisionale. È una tipica situazione di reciproca radicalizzazione, il rifiuto radicale degli Stati Uniti di perdere parte della loro influenza e la conseguente offensiva contro il loro potere decisionale. Possiamo quindi supporre che se gli Stati Uniti ancor più si radicalizzeranno sabotando con tutti i mezzi il piano degli “emergenti”, i BRICS giungeranno rapidamente a vedere nella loro iniziativa per avviare strutture finanziarie aggiuntive, un’iniziativa di rottura radicale, di passaggio dal complemento all’alternativa, e ben pesto dall’alternativa al confronto. In effetti, si potrebbe sostenere che questa ipotesi, per concretizzarsi, dipenda solo dagli aspetti tecnici e finanziari della creazione del loro equivalente al binomio FMI/Banca Mondiale… Il testo su RTBH (Russia Beyond the Headlines) di Olga Samofalova, del 14 aprile 2014, fornisce le ultime notizie sullo sviluppo delle organizzazioni avviato dai BRICS per formare il loro equivalente a FMI/Banca Mondiale… “I Paesi BRICS (…) hanno compiuto progressi significativi nella creazione di strutture che saranno alternative a Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, dominati da Stati Uniti ed Unione europea. Un pool di valute di riserva in sostituzione del FMI, e una banca di sviluppo dei BRICS al posto della Banca Mondiale, saranno operativi al più presto nel 2015, ha detto l’ambasciatore russo itinerante Vadim Lukov. Il Brasile ha già elaborato una Carta per la Banca di sviluppo dei BRICS, mentre la Russia elabora accordi intergovernativi sull’impostazione della banca, ha aggiunto. Inoltre, i Paesi BRICS hanno già concordato l’importo del capitale autorizzato per le nuove istituzioni: 100 miliardi di dollari per ciascuna. “Colloqui sono in corso sulla distribuzione del capitale iniziale di 50 miliardi di dollari tra i partner e sulla localizzazione per la sede della banca. Ciascuno dei Paesi BRICS ha espresso grande interesse ad avere la sede sul proprio territorio”, ha detto Lukov. Si prevede che i contributi al pool delle valute di riserva saranno i seguenti: Cina, 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia, 18 miliardi dollari ciascuno; e Sud Africa, 5 miliardi. L’importo dei contributi riflette la dimensione delle economie dei Paesi. A titolo di confronto, le riserve del FMI, impostate dai diritti speciali di prelievo (DSP), attualmente ammontano a 238,4 miliardi o 369,52 miliardi di dollari. In termini di importi, la valuta di riserva per BRICS è, ovviamente, inferiore a quella del FMI. Tuttavia, 100 miliardi di dollari dovrebbero essere più che sufficienti ai cinque Paesi considerando che li FMI comprende 188 Paesi, che possono richiedere assistenza finanziaria in qualsiasi momento”.
Infatti… se la situazione con tutti i suoi elementi d’interesse e di potenza viene considerata dal punto di vista della comunicazione che influenza la percezione e la visione psicologica che trasmette tale percezione, elementi essenziali della dinamica dei cambiamenti strutturali della politica di oggi, come in molti altri settori che interessano le relazioni internazionali e l’evoluzione della civiltà, non c’è per noi alcun dubbio che la suddetta ipotesi si avvererà e che i Paesi BRICS attueranno le proprie strutture alternative in rottura alle strutture manipolate dagli Stati Uniti (con la complicità di altri Paesi del blocco BAO, certamente). Con questo metro, il destino del nuovo piano “emergente” per riformare il FMI non ha più l’importanza che aveva inizialmente, proprio come ha poche possibilità di riuscire nella sua dimensione reale, quella della redistribuzione del potere, davanti all’opposizione degli Stati Uniti che sembra completamente intrattabile e supportata da un concezione elevata dell’automatismo che non conosce compromessi. Questa valutazione è specifica nell’azione innescata dalla “grande potenza” (v. 9 aprile 2014), e quindi non si tratta nemmeno dei soli aspetti della comunicazione e della psicologia (non più delle componenti politiche e finanziarie), ma di metastoria. Parliamo di un riflesso fondamentale di ciò che è un sistema quasi-autonomo grazie a un’incontrollabile psicologia (degli Stati Uniti) bloccata nella loro concezione paralizzante dell’hubris; Insomma, parliamo del sistema.
È da quasi sei anni (dalla crisi finanziaria del 2008), che l’idea di una riforma del FMI è diventata urgente, proprio a causa della crisi finanziaria, da quattro anni la riforma è “sul tavolo”. Gli Stati Uniti di fatto bloccano questa riforma, potendolo fare per la loro posizione di forza legale, l’unica posizione consentita dall’ideale di potenza che considera solo ciò che l’avvantaggia o ne protegge senza compromessi il potere acquisito. Così hanno provocato questo movimento nel gruppo informale (BRIC o BRICS da quando il Sud Africa è entrato nel gruppo), che inizialmente aveva unità congiunturale e ambizione immediate. La resistenza incondizionata degli USA, arroganti se non indifferenti a situazioni diverse dalla propria, ha suscitato il rafforzamento naturale da BRICS, come in qualsiasi altra situazione, quando una richiesta si basa su una vera e propria potenza. Il paradosso è… che la situazione rafforza la potenza (dei BRICS), a sua volta ispirata all’ideale di potenza che infine diventa una forza ribelle a quella principale (gli Stati Uniti) sempre ispirata dall’ideale di potenza; così la produzione centrale dell’ideale di potenza viene sfidata da una produzione parallela di tale ideale di potenza. (Allo stesso modo, seguendo lo stesso percorso politico, diciamo che i BRICS hanno per obiettivo generale entrare nel sistema per raccogliere i frutti delle loro varie competenze, affrontando la resistenza egemonica degli Stati Uniti, o del blocco BAO, cioè i principali rappresentanti del sistema, sviluppando eventualmente azioni e politiche che s’identificano solo come antisistema). Appare chiaro che se gli Stati Uniti avessero sviluppato una posizione diversa, incline al compromesso, accettando la riforma del FMI senza lamenti, i contestanti attuali non si sarebbero raggruppati come hanno fatto e continuano a fare e ancor meno  avrebbero iniziato a sviluppare un’alternativa come fanno oggi. Invece, un processo d’integrazione della potenza avrebbe avuto luogo, che avrebbe potuto essere armonioso, e il sistema in generale ne sarebbe uscito rafforzato nella sua coesione, assorbendo i BRICS come tale (nuova forza costituente del FMI). La direzione è esattamente contraria. Lungi dall’essere un complemento al binomio FMI/Banca Mondiale, la struttura sviluppata in tali condizioni dai BRICS naturalmente diventa una struttura concorrente, sempre con la stessa ispirazione all’ideale di potenza che conduce all’opposizione al primo ideale di potenza, e di nuovo ricreando l’antagonismo sistema contro antisistema. Troviamo così la sostantivata ispirazione della ragione sovvertita dalla modernità, rappresentata dall’ideale di potenza, lo stesso processo logico delle attività di trasmutazione dall’attività da superpotenza che caratterizza il binomio FMI/Banca Mondiale a una situazione che distrugge tutti gli attori interessati alla partita, coloro già nel sistema e coloro che aspirano a entrarvi…
Così effettivamente vediamo, in generale, l’azione del raggruppamento BRICS. Non riteniamo, secondo i nostri piani, che questo gruppo si sviluppi per creare un’alternativa stabile, che avrebbe preso il posto di tutto ciò che è formato dal blocco BAO, stabilizzando il sistema e dicendo di aprire una “nuova era”. Per noi l’iniziativa BRICS, qualunque cosa i suoi membri vogliano e sebbene le loro intenzioni siano sempre sensibili alla possibilità di disposizione, è necessariamente una “lotta alternativa” che si scontrerà, e già si scontra, con l’opposizione del blocco BAO (Sistema) nel settore finanziario, come in tutti i settori, anche geopolitico (la Russia nel caso ucraino). L’ideale di potenza è questa concezione, tale falsa costruzione intellettuale che assegna a coloro che s’ispirano all’imperativo della vittoria con l’unico argomento della vittoria quale affermazione della potenza, così come la necessità di non cedere il potere quando s’é quasi onnipotenti. Nella parte che illustra l’approccio dei BRICS, il blocco delle potenze BAO, gli USA, ecc. nel cuore del sistema, è abbastanza grande da creare scontri la cui vittima principale sia il sistema stesso. Sempre secondo il processo superpotenza-distruzione. Il futuro dei BRICS non è inglobare il sistema e usarlo a proprio vantaggio (il sistema), cioè in realtà salvarlo, ma al contrario partecipare alla sua distruzione. Non è una strategia, una vendetta o l’asserzione di una predominanza, ma è una necessità metastorica.

BRICS_main_pic_tempTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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