La soluzione Renminbi: l’egemonia del dollaro sfidata da Cina e Germania

Global Research, 1 aprile 2014
PKLa parola dollaro non compare neanche. “Il volume di operazioni che possono essere effettuate in valuta cinese nei centri finanziari internazionali e tedeschi non è commisurato all’importanza della Cina nell’economia globale“, ha spiegato la Bundesbank in modo asciutto a Berlino, dopo aver firmato un protocollo d’intesa con la Banca popolare di Cina. Il Presidente Xi Jinping e la cancelliera Angela Merkel assistevano. Era una faccenda seria, tutti sapevano di cosa si tratta e  nessuno osava dirlo. L’accordo precisa che le due banche centrali dovrebbero cooperare su compensazione e regolamento dei pagamenti in renminbi, allontanandosi dall’egemonia del dollaro quale valuta di pagamento e riserva. Non è un accordo tra la Cina e un centro finanziario prestanome come il Lussemburgo o Londra che lavorano su accordi simili, ma tra due dei più grandi esportatori mondiali, dal commercio bilaterale di quasi 200 miliardi dollari nel 2013. Le società tedesche hanno investito massicciamente in Cina negli ultimi 15 anni. E di recente, le società cinesi, molte delle quali almeno in parte di proprietà statale, hanno iniziato a rastrellare  nuovo denaro in Germania.
La “soluzione dei pagamenti in renminbi”, un meccanismo reale di pagamenti bancari o di camera di compensazione, non è stata ancora decisa, ma sarà un passo importante per la Cina per internazionalizzare il renminbi e affossare la dipendenza dal dollaro. È Francoforte, città “patria di due banche centrali“, come il membro del comitato esecutivo della Bundesbank Joachim Nagel ha sottolineato, che ne fa “un luogo particolarmente adatto“. Come valuta dei pagamenti mondiale, il renminbi è ancora piccolo ma cresce a passi da gigante: a febbraio, il cliente ha avviato pagamenti istituzionali in uscita e in entrata in RMB, che rappresentavano solo l’1,42% del traffico, ma fissando un nuovo record, secondo SWIFT, la cooperativa infiltrata dalla NSA che collega oltre 10000 banche, aziende, NSA e altre agenzie d’intelligence di tutto il mondo. Nonostante il peso  della Cina, seconda maggiore economia, lo yuan è solo all’ottavo posto come valuta dei pagamenti, dietro il franco svizzero. Dollaro ed euro primeggiano. A febbraio il dollaro rappresentava il 38,9% e l’euro il 33,0% dei pagamenti. A gennaio dello scorso anno, per esempio, l’euro era al primo posto con il 40,2%, mentre il dollaro solo il 33,5%. Mentre la Cina si allontana dal dollaro, la sua quota nei pagamenti continuerà a scendere. E la Merkel, il cui compito è mantenere insieme la zona euro stringendo nastro adesivo e filo di salvataggio intorno al collo degli altri Paesi, non l’ha dimenticato: “Siamo molto grati alla Cina che, nella crisi dell’euro, la considera una moneta stabile“, ha detto durante la conferenza stampa. “La Cina non ha mai messo in discussione la sua fiducia nell’euro, e trovo che sia molto importante...”
Francoforte quale centro commerciale off-shore del renminbi è attivo dal 2012. Un comitato direttivo è stato istituito nel luglio 2013 comprendente il ministero dell’Economia del land dell’Assia, il ministero delle Finanze federale e la Bundesbank. Nell’ottobre 2013, il “RMB Initiative Group“, che comprende quattro banche cinesi a Francoforte, giganti dei servizi finanziari tedeschi e la Bundesbank, si riunì per la prima volta. Il gruppo di lavoro che si occupa dell’istituzione della soluzione della compensazione in RMB è guidato dalla Bundesbank e conta la SWIFT tra i suoi membri. Società e associazioni di categoria tedesche supportano l’iniziativa. E’ stato “un importante passo in avanti nell’intensificare le relazioni economiche della Germania con la Cina“, ha detto il membro del comitato esecutivo della Bundesbank Carl-Ludwig Thiele. Seguendo l’evento, la Xinhua News Agency ha delineato la strategia a “tre punte” della Cina nel promuovere l’internazionalizzazione del RMB: “facilitare il commercio internazionale e gli investimenti denominati e stabiliti in RMB, incoraggiare i centri di servizio off-shore sviluppando i prodotti finanziari off-shore denominati in RMB, e incoraggiare le banche centrali a detenere attività in RMB nelle loro riserve di valuta estera“. Una definizione sintetica per rompere l’egemonia del dollaro come valuta di pagamento, d’investimento e di riserva. Strategia della Cina dal 2009.
All’epoca, la crisi finanziaria negli Stati Uniti spaventò il governo della Cina, che finora era seduto su montagne di carta svalutata degli Stati Uniti e che improvvisamente minacciavano di evaporare, come i titoli garantiti dalle ipoteche Fannie Mae e Freddie Mac che la Cina in qualche modo pensava valessero qualcosa, quando in realtà non era così, almeno finché la Cina non fece abbastanza pressioni sull’amministrazione Bush per garantirsi che la Fed ne acquistasse per gonfiarne il valore. La Cina fu salvata dal contribuente statunitense e dalla Fed, ma l’episodio ha insegnato al governo una lezione: sbarazzarsi del dollaro. E così agisce con attenzione e in modo sistematico, passo dopo passo, ma inesorabilmente come ha detto Xinhua, seguendo una strategia “multi-fronte” che comprende accordi in valute bilaterali d’ampio respiro, con un Paese alla volta.
Rispetto alla Cina, la Russia è un pesce piccolo in termini di relazioni commerciali e finanziarie con gli Stati Uniti. Ma anch’essa c’è arrivata. Il primo colpo di avvertimento ufficiale è stato sparato prima che iniziasse l’assalto al sistema del dollaro. Non da un qualsiasi consulente di Putin, ma dal ministro dell’Economia ed ex Vicepresidente della Banca centrale della Russia. Un’escalation importante.

Xi Jinping meets Merkel in BerlinCopyright Blacklisted News 2014 – Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin scarica il dollaro USA: il sistema dei pagamenti della Russia in Rublo oro slegato dal dollaro?

Umberto Pascali, Global Research, 30 marzo 2014

ba06f7d3fb4ad593fa3460846edLa Russia, “forzata” dalle sanzioni, crea un sistema indipendente dal dollaro. La Russia annuncia che venderà (e comprerà) i suoi prodotti e materie prime, tra cui il petrolio, in rubli e non più in dollari. Putin ha preparato da tempo questa mossa, la creazione di un sistema di pagamenti in rubli completamente indipendente e protetto dal dollaro e dalle speculazioni omicide delle grandi istituzioni finanziarie occidentali. Dopo aver sanzionato diverse banche russe per punire la Russia sulla Crimea, i politici di Washington hanno avuto l’ordine dal potere finanziario di fare un passo indietro perché, ovviamente, i vampiri di Wall Street capiscono che mettere le banche russe al di fuori della portata dei loro denti succhiasangue, non è mai stata un buona idea. Per Wall Street e i servizi finanziari della City, Paesi come la Russia dovrebbero avere sempre aperta una porta finanziaria attraverso cui la loro economia reale possa essere saccheggiata periodicamente. Così Washington ha annunciato che è stato un errore applicare le sanzioni a tutte quelle banche russe, ma che solo una, la banca Rossija, doveva essere colpita da sanzioni, per ragioni di propaganda e per farne un esempio. E’ ciò che era necessario a Putin, che almeno dal 2007 cerca di lanciare un sistema indipendente sul Rublo, un sistema finanziario che si baserà sull’economia reale e le risorse della Russia, garantito dalle sue riserve auree. Nessuna tolleranza per saccheggio e speculazione finanziaria: una mossa discreta ma anche una dichiarazione d’indipendenza che Wall Street considererà una “dichiarazione di guerra”.
Secondo la strategia dello Judo, l’attacco delle sanzioni ha creato la situazione ideale per una mossa “difensiva” che reindirizzerà la forza bruta dell’avversario contro esso stesso. Come succede ora. La  banca Rossija sarà la prima banca russa ad utilizzare esclusivamente il Rublo russo. La mossa non è un segreto. Al contrario. Un enorme simbolo del Rublo d’oro sarà allestito di fronte la banca Rossija in Perevedenskij Pereulok, a Mosca, “a simboleggiare la stabilità del Rublo basato sulle riserve auree del Paese“, l’agenzia Itar-Tass spiega citando i funzionari della banca. In realtà, i funzionari sono molto chiari sull’intenzione di punire gli speculatori occidentali che hanno saccheggiato il loro Paese per un lungo periodo: “La Russia, al suo stadio attuale di sviluppo, non dovrebbe dipendere da valute estere, le sue risorse interne renderanno la propria economia invulnerabile ai traffici politici“. Questo è solo il primo passo, ha dichiarato Andrej Kostin, presidente della VTB, un’altra banca già sanzionata: “Ci muoviamo da tempo verso un più ampio uso del Rublo russo come valuta dei regolamenti. Il rublo è divenuto pienamente convertibile molto tempo fa. Purtroppo, abbiamo visto le conseguenze prevalentemente negative di questo passo, finora rivelatesi nel deflusso di capitali dal Paese. L’afflusso di investimenti stranieri in Russia è stato speculativo e ha notevolmente destabilizzato i nostri mercati azionari“. Secondo la Itar-Tass, Kostin era molto preciso e concreto: “La Russia dovrebbe vendere all’estero i prodotti nazionali, dalle armi a gas e petrolio, in Rubli e comprare merci straniere sempre in Rubli…. Solo allora potremo utilizzare i vantaggi del Rublo quale valuta estera integrale“.
Putin stesso ha esercitato pressioni per il nuovo sistema nei vertici con i deputati della Camera Alta della Duma, il parlamento, il 28 marzo, superando ultimi dubbi e indecisioni: “Perché non lo facciamo? Questo sicuramente dovrebbe essere fatto, dobbiamo proteggere i nostri interessi e lo faremo. Questi sistemi funzionano, e funzionano con molto successo in Paesi come Giappone e  Cina. Originariamente erano esclusivamente sistemi nazionali limitati ai propri mercato, territorio e popolazione, ma progressivamente sono divenuti sempre più popolari…
Alea Iacta Est!

Vedasi: Nasdaq
Vedasi: ITAR-TASS
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina riduce massicciamente il suo stock di debito degli Stati Uniti

Charles Sannat, Le Contrarien Matin, 27 febbraio 2014 – Reseau International

“Cercando di soffocare le rivoluzioni pacifiche, si rendono inevitabili quelle violente”

Gli USA sono così fragili, visti da qui.

Gli USA sono così fragili, visti da qui.

Dalla deamericanizzazione teorica a quella pratica. Questo è uno dei principali fenomeni finanziari cui si assiste senza che per il momento le conseguenze siano troppo visibili. Tuttavia, tutto sembra a posto e, ancora una volta, la sospensione dei quantitative easing (cioè le iniezioni di liquidità della banca centrale statunitense, FED, tramite il riacquisto del debito bancario o del Tesoro degli Stati Uniti) è piuttosto sorprendente, per non dire assolutamente incredibile. Si ricordi, un paio di mesi fa, al culmine dello psicodramma sull’innalzamento del tetto del debito degli Stati Uniti e dello stallo politico nel Congresso degli Stati Uniti, mentre gli Stati Uniti subivano lo “shutdown“, la Cina avvertiva quasi ufficialmente gli USA indicando nettamente il passaggio alla deamericanizzazione della propria economia cercandone di ridurre l’esposizione al debito degli Stati Uniti e al dollaro USA. La Cina, il maggiore detentore mondiale di debito USA, attualmente impiega tre leve per realizzare la sua politica di deamericanizzazione. La prima sono i massicci acquisti di metallo fisicamente consegnati alla Cina, diventata in meno di 3 anni null’altro che il maggiore consumatore mondiale di oro dopo l’India. La Cina e i suoi acquisti massicci hanno sostenuto il prezzo dell’oro durante il periodo della significativa correzione del 2013 e ora, dall’inizio del 2014, fa aumentare di nuovo i prezzi. La seconda è la moltiplicazione degli scambi bilaterali in yuan (moneta cinese) e la riduzione della quota in dollari del commercio estero della Cina. Tali accordi su scambi valutari si sono moltiplicati nel 2013 amplificandosi a partire dall’ultimo trimestre del 2013. Anche Cina e Giappone cui però i rapporti possono esser tesi, hanno firmato un simile accordo. La terza è l’uso della Cina delle sue riserve valutarie in dollari per acquistare beni all’estero come società di Stati Uniti o Europa (si pensi alla partecipazione alla PSA, all’acquisizione di Volvo o del mega-programma immobiliare in California). In questo caso, la Cina scambia carta moneta (il dollaro) con beni reali.
C’è una quarta leva molto difficile da usare senza destabilizzare il maggiore mercato di titoli sovrani quello in particolare del Tesoro degli Stati Uniti. Anche in questo caso, la Cina è il maggiore detentore del debito degli Stati Uniti… Per deamericanizzarsi effettivamente, Pechino deve liberarsi della montagna di buoni del Tesoro degli Stati Uniti… ciò, dal punto di vista di Washington, potrebbe quasi essere considerato un atto di guerra. Non credo che i cinesi inizieranno a liquidare rapidamente la loro quota del debito degli Stati Uniti, per i rischi geopolitici che una tale decisione comporterebbe. Eppure sappiamo che i cinesi smaltiscono difatti massicciamente il debito degli Stati Uniti che hanno! Nel dicembre 2013, la Cina ha venduto 48,8 miliardi dollari di debito degli Stati Uniti. Ecco un dispaccio dell’agenzia finanziaria Bloomberg del 19 febbraio, passata quasi inosservata e senza commenti. “La Cina, il maggiore creditore estero degli Stati Uniti, ha ridotto in modo significativo la propria partecipazione dei buoni del Tesoro degli Stati Uniti (maggiore riduzione in due anni), mentre la Federal Reserve (FED) annuncia la riduzione dei riacquisti delle attività.” Quasi tutto è così concisamente riassunto in queste due righe e mezzo dell’agenzia Bloomberg. Infatti, la Cina ha venduto nel dicembre 2013 quasi 50 miliardi di titoli del Tesoro USA, mentre allo stesso tempo la FED (la banca centrale statunitense) ha ridotto i propri acquisti diretti di debito degli Stati Uniti…

Una situazione esplosiva sul mercato obbligazionario internazionale
E’ ovvio, ed è la grande questione, che la combinazione tra riduzione degli acquisti di debito degli Stati Uniti da parte della stessa banca centrale degli Stati Uniti, e massiccia vendita di buoni del Tesoro da parte della Cina, sia una situazione semplicemente esplosiva per il mercato obbligazionario globale! Tale movimento è semplicemente intollerabile…, in ogni caso, se questi due fenomeni dovessero essere permanenti. Delle due cose, l’una. O è solo un avvertimento delle autorità di Pechino, e in questo caso la Cina, non riuscendo a incrementare ulteriormente la propria posizione nel debito degli Stati Uniti, manterrà più o meno la sua attuale posizione, o in realtà la Cina ha deciso di ridurre ogni mese di 50 miliardi il debito degli Stati Uniti e, in questo caso, il mercato globale dovrà assorbirli, cosa ovviamente impossibile poiché gli Stati Uniti emettono ogni mese diversi miliardi di nuovo debito… Questo è precisamente il motivo per cui la FED riacquista gli enormi debiti del proprio governo. Non ci sono abbastanza compratori per finanziare ancora il debito degli Stati Uniti e per giunta a un prezzo basso (al 10% tutti vorrebbero fare prestiti allo Zio Sam, ma al 2,8% a 10 anni, chiaramente ci sono meno volontari!) Ciò significa che se la politica cinese di rivendita continua… la FED dovrà riprendere a creare moneta e a comprare di nuovo massicciamente e probabilmente anche più di prima, i titoli del governo degli Stati Uniti. In tal caso, la riduzione del QE potrebbe non essere sostenibile e Janet Yellen cambierà rapidamente rotta.

Dove sono i 50 miliardi venduti dai cinesi?… In Belgio!
No, amici miei, non è l’ultima barzelletta belga, anche se ci assomiglia tremendamente. Ovviamente, quando si viene a sapere che la Cina ha appena venduto 50 miliardi di dollari di buoni del Tesoro, mi chiedo dove il denaro sia andato e chi sia il destinatario… è un’altra fonte perfettamente ufficiale, perché è lo stesso dipartimento del Tesoro statunitense a dirlo nel riassunto sui principali detentori esteri di titoli del Tesoro, infatti la Cina ha ridotto la sua esposizione di 50 miliardi mentre, allo stesso tempo, in quarta posizione adesso si colloca il Belgio (che compie la più irreale rimonta nella classifica del dipartimento del Tesoro), poiché il Belgio è passato, tenetevi forte, dai 200 miliardi ai 250 miliardi in un mese… un aumento considerevole. Allora perché il Belgio? Per essere onesti, mistero, nessuna idea. Inoltre, si tratta del Belgio, della Banca centrale del Belgio o dei belgi? (No, i belgi non hanno cominciato a comprare obbligazioni statunitensi come se fossero piatti di impepate di cozze…) Forse poiché a Bruxelles c’è la Commissione europea e un sacco di agenzie (per non parlare di qualche grande e oscuro depositario come Euroclear). In breve, per il momento, niente fatti ma tante speculazioni e ipotesi. Ciò che è noto, però, è che tramite il Belgio la vendita dei cinesi è stata assorbita ed il Belgio ha aumentato la ricapitalizzazione del Tesoro in modo significativo in 12 mesi… quasi raddoppiando la propria detenzione già colossale. Quindi succede qualcosa in Belgio, fulcro della questione.
Quello che è certo è che i 50 miliardi dei cinesi sono stati assorbiti dai nostri amici belgi, ringraziandoli vivamente per il loro sacrificio finanziario perché preferisco che tali buoni siano in Belgio e non in Francia. Quindi dobbiamo guardare il bollitore dell’evoluzione del mercato obbligazionario, perché se la Cina continua la massiccia emissione di buoni del Tesoro USA… non saranno i nostri poveri amici belgi, per quanto simpatici, che sostituiranno l’acquirente cinese divenuto un così grande venditore… Ma per prolungare il sistema ancora di più, grazie al loro “potere di persuasione”, i nostri grandi amici statunitensi possono costringere alcune nazioni a comprare altro loro debito ammuffito… e la Francia, grande amico degli Zamericani con François sul tappeto rosso di Obama, dovrebbe finire per farsi tentare, firmando un sublime assegno per lo Zio Sam a danno dei francesi e dei contribuenti (‘con-tribuables‘, coglion-buenti. NdT) che siamo noi tutti. Quindi aspettiamoci di vedere se lo stock del debito statunitense detenuto dalla Francia  aumenta (oltre i 3 miliardi nell’ultimo conteggio, come i tedeschi).
Capite che l’informazione deve aiutare a farci comprendere che il sistema economico mondiale come lo conosciamo è agli sgoccioli, e ciò implica logicamente che ci si dovrebbe preparare a grandi cambiamenti… ciò non impedisce una qualche speranza di miglioramento per ognuno di noi.
Restate sintonizzati. Ci rivediamo… se non vi dispiace!

Public DebtUStoaddthreetimesmoredebtthaneurozoneover-yearsQuesto è un articolo ‘presslib’, vale a dire privo di diritto di riproduzione, a condizione che questo paragrafo sia riportato in coda. Le Contrarien Matin è quotidiano di decrittazione di notizie economiche pubblicato dalla società AuCOFFRE.com. L’articolo è di Charles Sannat, direttore degli studi economici. Grazie per aver visitato il nostro sito. È possibile iscriversi gratuitamente a LeContrarien.com.

Bloomberg
Treasury.gov
LeContrarien

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

The International: petrolio, droga, armi e Kissinger Associates

Dean Henderson 19 febbraio 2014

La recente epidemia di suicidi tra i banchieri internazionali ricorda l’intimità tra dell’intesa tra la finanza controllata dalle otto famiglie e la comunità d’intelligence.

JPMorganAl nadir del regime di riciclaggio armi-petrodollari-droga del Consiglio di Cooperazione del Golfo/CIA sedevano tranquillamente i bankster internazionali dei quattro cavalieri. Attraverso ogni grande scandalo e dietro ogni regime dispotico si trova l’oligarchia finanziaria globale che si avvantaggia della dipendenza del mondo da petrolio, armi e droga. La ricchezza petrolifera generata nella regione del Golfo Persico è la principale fonte di capitali di tali banchieri. Vendono agli sceicchi del GCC buoni del tesoro 30ennali all’interesse del 5%, quindi prestano i petrodollari degli sceicchi ai governi del Terzo Mondo e dei consumatori occidentali con interessi del 15-20%. Nel processo questi signori della finanza che non producono nulla, usano il debito economico importato come leva per consolidare il controllo sull’economia globale.

I padroni dei petrodollari e dei narcodollari
jpmorgan-chase-bank-1I banchieri internazionali sorvegliano la ricchezza petrolifera del Golfo Persico generata dai  tentacoli di Big Oil. La Chase Manhattan colpì la Banca centrale Markazi dell’Iran, poi saccheggiò il Tesoro iraniano con gli insiders di Rockefeller, Kissinger e McCloy quando lo Shah loro fantoccio fu cacciato. Chase aveva stretti legami con la banca centrale saudita SAMA e la banca centrale del Venezuela, dove la Exxon-Mobil di Rockefeller “è la CIA”. Chase lanciò il Fondo per lo sviluppo industriale saudita, che diede alle multinazionali di proprietà della Chase i contratti per la modernizzazione saudita, poi acquistò la Saudi Investment Banking Corporation, che fece esattamente la stessa cosa. [1] I presidenti della Banca Mondiale Eugene Black e John McCloy provenivano dalla Chase. Morgan Guaranty Trust presiedeva il petrolio dei Saud. SAMA, divenuta Banca Centrale del regno quando si stava ancora asciugando l’inchiostro dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, era guidata da Goon Anwar Ali del FMI, e gestita dai “tre saggi” o “padri bianchi”, il più potente dei quali era John Meyer, presidente della divisione internazionale di Morgan Guaranty Trust e successivamente presidente della Morgan Guaranty. Meyer trasferì le royalties in petrodollari della SAMA alla Morgan, essendo consigliere per gli investimenti della SAMA. [2] Morgan era il banchiere di Bechtel e Aramco. Stephen Bechtel sedette nel CdA della Morgan Guaranty, come fecero alla Chevron-Texaco gli insider del CFR George Schultz e Sulayman Olayan, l’uomo di paglia della Bechtel, cruciale nel riciclaggio dei petrodollari del Golfo Persico nelle banche internazionali. Olayan possedeva metà Saudi Bechtel e molte azioni di Chase Manhattan, Occidental Petroleum e CS First Boston, dove fu direttore fino al 1995. Olayan fondò la Saudi-British Bank, un grande attore occulto nel mercato degli eurodollari. Aveva un’oscura partnership caraibica con Barclays e Jardine Matheson, che controllano la finanza israeliana ed HSBC rispettivamente. Fu membro della direzione di American Express insieme a Henry Kissinger e Edmund Safra, la cui fallimentare Republic Bank finì nel pozzo nero della HSBC. Il gruppo bancario di Olayan comprende CS First Boston, Saudi-British Bank, Saudi Holland Bank (controllata dalla ABN Amro, ora Royal Bank of Scotland) e Chase. [3] Attraverso queste relazioni Olayan fu il collante tra i Saud e i loro padroni delle famiglie dei Quattro Cavalieri statunitensi, inglesi e olandesi.
Nel 1975 Morgan Guaranty ebbe una partecipazione del 20% nella Saudi International Bank di Londra, il cui direttore esecutivo era il direttore di Morgan Guaranty Trust Peter de Roos. SAMA possedeva una quota del 50%, mentre Bank of Tokyo, Deutsche Bank, Banque de Nationale de Paris, National Westminster Bank e Union Bank of Switzerland avevano ognuna una proprietà del 5%. [4] Citibank acquistò il 33% della Saudi American Bank. SAMA era assistita da Merrill Lynch e Baring Brothers (ora della Royal Bank of Scotland), garantendo a New York e a Londra il controllo sui proventi del petrolio. I Padri Bianchi avevano saldamente le redini dei proventi petroliferi dell’Aramco dei Saud. Di Morgan Guaranty era il consigliere per gli investimenti dell’Abu Dhabi Investment Authority, la banca centrale degli Emirati Arabi Uniti, dove il monarca e principale azionista della BCCI, shayq Zayad detiene i cordoni della borsa. Morgan Grenfell, il braccio londinese della Morgan, è consulente dei governi della GCC del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e del mercato dell’oro dell’emirato di Dubai. Grenfell ora della Deutsche Bank, controllava  una larga fetta della Banca Centrale della Giordania e finanziava la vendita di armi a Oman, Giordania e Arabia Saudita. Quando il trafficante d’armi saudita della Lockheed Adnan Khasshoggi comprò l’Arizona-Colorado Land & Cattle Company, nel 1974, il ramo degli investimenti statunitense Morgan Stanley fece un affare. Quando Khasshoggi comprò un caseificio di 17000 ettari e un ranch da un milione di acri per il bestiame in Sudan, Morgan Stanley l’aiutò di nuovo.
Nel 1984 Morgan Grenfell spinse per l’esplorazione petrolifera nel Mare del Nord. Sir John Stevens della Grenfell consigliava la Banca Markazi dell’Iran. Stevens era un insider della Banca d’Inghilterra, dove il presidente della Royal Dutch/Shell Sir Robert Clark era membro del consiglio. Morgan Stanley occupava i primi 16 piani dell’edificio della Exxon a New York. Gestì nel 1977 la vendita delle azioni della BP da parte del governo inglese al clan al-Sabah del Quwayt. [5]
Il presidente della Jardine Matheson David Newbigging siede nel consiglio consultivo internazionale di Morgan Guaranty ed è probabilmente l’uomo più potente di Hong Kong. Il presidente di Morgan et Cie, divisione internazionale della banca, era Lord Cairncatto, che sedeva nel Comitato di Londra della HSBC, era presidente della Morgan Grenfell e membro del Consiglio interno del Royal Institute of International Affairs. [6] HSBC e Kleinwort Benson hanno il controllo del monopolio dell’oro Sharps Pixley Ward di Hong Kong. HSBC Bank possiede la British Bank of the Middle East, che monopolizza il fiorente mercato dell’oro di Dubai, la Republic Bank of New York di Edmund Safra, che dominava i vecchi mercati dell’oro libanesi e Midland Bank, agente di compensazione del narco-governo panamense. Fino a poco prima Sharps Pixley e Samuel Montagu, filiali della HSBC, si fusero con la Mocatta Metals della Standard Chartered, fondata da Cecil Rhodes, Johnson Matthey e NM Rothschild & Sons di Londra per fissare ogni giorno unilateralmente il prezzo dell’oro. Gli ultimi due monopoli hanno CdA che s’intrecciano sia con la HSBC che con il conglomerato Anglo-American controllato da Oppenheimer, la cui controllata Engelhardt monopolizza la raffinazione mondiale dell’oro. [7] Gli Oppenheimer controllano anche Rio Tinto e DeBeers, fondata da Cecil Rhodes, che monopolizza il commercio mondiale dei diamanti. La controllata Anglo-American delle Bermuda, Minorco, gioca un ruolo importante nel ciclo oro/diamanti/droga della Silver Triangle. Il taglio dei diamanti è finanziato dalla famiglia belga Lambert, cugini dei Rothschild, e dalla Barclays Bank, nel cui CdA siedono Sir Harry Oppenheimer e altri quattro membri dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più che in qualsiasi azienda nel mondo. [8] I giganti bancari canadesi Bank of Nova Scotia, Bank of Montreal, Royal Bank of Canada, Toronto Dominion Bank e Canadian Imperial Bank of Commerce, si sono uniti ai giganti inglesi National Westminster, Barclays, Lloyds e HSBC, nel presiedere la Silver Triangle dei Caraibi che ricicla narcodollari. Bank of Nova Scotia è il rivenditore d’oro più grande dei Caraibi e possiede 200 tonnellate di oro recuperate dai depositi sotto le macerie del World Trade Center nel 2001. La banca d’investimento più grande dei Caraibi è nota come ITCO, una joint venture tra Anglo-american, Barclays, NM Rothschild e Royal Bank of Canada. Il direttore della Lloyds, ADF Lloyd, è cognato del 10° conte di Airlie, presidente della Banca Schroeder della Warburg, che finanziò Hitler. La moglie di Earl è nipote di Otto Kahn, partner di primo piano di Kuhn Loeb. La suocera di Winston Churchill era una Airlie. Il cugino di Churchill, il visconte Cowdray, ha una grande partecipazione nella Lazard, usata dalla famiglia Kennedy. [9] Lazard controlla Financial Times, The Economist e Penguin Books.
La Citigroup dei sauditi e la Texas Commerce della Baker, ora JP Morgan Chase, aiutaron Raul Salinas a derubare il Tesoro messicano. Bank of America dei Rothschild fondò la Banca d’Italia sotto il paravento della Transamerica di Amadeo Giannini, con una joint venture da 3 miliardi di dollari con il Banco Ambrosiano, che acquistò la saccheggiata Continental Bank, finanziando la BCCI ed ripulendo gli affari della BNL. All’epoca Bank of America era la maggiore banca del mondo. [776] Secondo il ricercatore di Chicago Sherman Skolnick, Bank of America incanalava il denaro sporco generato dal finanziere latitante svizzero-israeliano del Mossad Marc Rich, e il cui denaro facile scomparve nel pozzo nero della Enron. Skolnick aggiunge che la Nugan Hand Bank divenne Household International, un prestatore di sub-prime di Chicago, il cui avvocato, fino al suo misterioso incidente in canoa, era l’ex-direttore della CIA Bill Colby. [10] Household è ora una controllata di HSBC. La Banque de Credit Internationale di Ginevra di Tibor Rosenbaum (BCI) predette la BCCI, ricevendo i profitti dei casinò di Meyer Lansky e i proventi della droga per finanziare gli imbrogli di MI6 e Mossad, tra cui la Permindex. [11] Lansky avviò i suo crimine organizzato con l’aiuto finanziario della famiglia Rothschild. Robert Vesco decollò con la Mary Carter Paint Company finanziata dai Rockefeller. Santos Trafficante è il loro successore. La CS First Boston fu fondata dalla famiglia Perkins di Boston con i proventi dell’oppio e finanziò sia l’omicidio di JFK che il tentativo di assassinio del presidente francese Charles de Gaulle. Richard Holbrooke, l’inviato di Obama in Afghanistan e capo architetto degli accordi di Dayton, e Dick Thornburgh, procuratore generale di Bush durante il cover-up della BNL, lavorarono per la CS First Boston al fianco di Sulayman Olayan. La banca collaborò con BP Amoco per arraffare il 20% della russa Lukoil.

KissAss
2239374_300Tra i clienti di Kissinger Associates vi erano la Banca nazionale della Georgia della BCCI di proprietà della BNL, che collaborò con la Banca centrale irachena armando l’Iraq attraverso i conti cifrati presso Bank of America, Bank of New York, Chase Manhattan e Manufacturers Hanover Trust. Agente di compensazione della BNL in tali operazioni era Morgan Guaranty Trust. Il Consiglio di Amministrazione della Chase Manhattan Bank rifletteva il Consiglio di Amministrazione Consultivo internazionale della BNL. Henry Kissinger era legato a Chase Manhattan e a Goldman Sachs, aiutando le narco-banche Bank of New York e CS First Boston a saccheggiare il Tesoro della Russia. Quando la banda della CIA saccheggiò le S&L (cassa depositi e prestiti. NdT), Goldman Sachs spazzolò via miliardi di attività in un colpo. Il Comitato consultivo internazionale della Chase Manhattan comprendeva Y. K. Pao della Hong Kong Worldwide Shipping, Ian Sinclair della narcotrafficante Canadian Pacific e GA Wagner della Royal Dutch/Shell. [12] Pao fu vicepresidente di HSBC.
Il CdA della Kissinger Associates è ancora più oscuro e potente, il lapsus freudiano massonico della KissAss è espresso dal vecchio denaro. Il co-fondatore Lord Carrington, membro del consiglio di Barclays e Hambros, presiede il Gruppo Bilderberg e l’Istituto Reale per gli Affari Internazionali. Il membro del CdA della KissAss è Mario d’Urso della dinastia dei banchieri Kuhn Loeb, è a capo della Jefferson Insurance, la joint venture tra Assicurazioni Generali (AG) e Riunione Adriatica di Sicurtà (RAS) negli Stati Uniti. L’AG di Venezia custodisce le immense fortune delle antiche famiglie di banchieri veneziani che finanziarono le crociate e il Sacro Romano Impero. Il suo CdA includeva Elie de Rothschild, il barone August von Finck, l’uomo più ricco della Germania, il barone Pierre Lambert, cugino dei Rothschild e finanziatore della Drexel Burnham Lambert, Jocelyn Hambro, la cui famiglia possiede Hambros Bank, che possedeva la metà della Banca Privata di Michele Sindona; Pierpaolo Luzzato Fegiz della potente famiglia italiana dei Luzzato che aveva legami con il Banco Ambrosiano di Sindona e Franco Orsini Bonacossi della potente famiglia Orsini, i cui membri sedevano nell’antico senato dell’impero romano. I maggiori azionisti di AG sono Lazard Freres e Banque Paribas. [13] Paribas, ora la maggiore banca del mondo, è controllata dalla famiglia Warburg, mentre Lazard è dominata dalle famiglie Lazard e David-Weill. I Lazard inglesi fanno ora parte del conglomerato Pearson, che possiede Financial Times, Economist, Penguin e Viking Books, Madame Tussaud e ampi interessi negli Stati Uniti. La francese Lazard Freres è occultata nell’holding denominata Eurafrance. Lazard gestisce il denaro dell’élite globale come gli Agnelli italiani, i Boels belgi, gli inglesi Pearson e gli statunitensi Kennedy. Membri del consiglio della RAS sono i membri della famiglia Giustiniani, discendenti dall’imperatore romano Giustiniano, della famiglia Doria, finanzieri genovesi dei sovrani asburgici spagnoli, e il duca d’Alba, che discende dalla monarchia asburgica spagnola.
Un altro potente elemento del CdA della KissAss era Nathaniel Samuels, altro vecchio sgherro della Kuhn Loeb del clan di Samuel, che controlla gran parte di Royal Dutch/Shell e Rio Tinto. Samuel fu presidente della Banque Louis-Dreyfus Holding Company di Parigi, derivante dalla dinastia di commercianti in granaglie Louis Dreyfus, uno dei Quattro Cavalieri del Grano. Lord Eric Roll è un altro membro della KissAss. Roll è presidente della banca d’investimento della famiglia Warburg, la SG Warburg. Il potente membro asiatico del consiglio della KissAss è Sir Y. K. Kan di Hong Kong, che rappresenta quattro vecchie famiglie bancarie cinesi che controllano la Bank of East Asia. Le radici massoniche del cliente piduista BNL della KissAss risalgono alla Banca Commerciale d’Italia, dove fu fondata la P-2. La filiale svizzera della banca, la Banca della Svizzera, acquistò il 7% di Lehman Brothers nel 1970. La famiglia Lehman fece fortuna vendendo armi alle forze confederate mentre contrabbandava l’oppio inglese nell’Unione dalle piantagioni di cotone di famiglia. Quando il cliente della Lehman Brothers, Enron, crollò, l’UBS Warburg piombò per comprarsi Enron OnLine per 0 dollari. Quando Lehman fallì nel 2008, Barclays banchettò con la sua carcassa.

Note
[767] The Chase: The Chase Manhattan Bank N. A.: 1945-1985. Harvard Business School Press. Boston. 1986. p.231
[768] The House of Morgan. Ron Chernow. Atlantic Monthly Press. New York. 1990. p.606
[769] “The Olayan Group: Fifty Years of Forging Business Partnership”. Advertisement. Forbes. 7-7-97
[770] “Now the Desert Kingdom’s are Thirsty for Cash”. John Rossant. Business Week. 3-18-91. p.32
[771] Chernow. p.612
[772] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.125
[773] Ibid. p.194
[774] Ibid. p.200
[775] Ibid. p.445
[776] “A System out of Control, Not Just One Bank”. George Winslow. In These Times. October 23-29, 1991. p.8
[777] “The Enron Black Magic: Part III”. Sherman Skolnick. 1999.
[778] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.22
[779] The Editors of Executive Intelligence Review. p.339
[780] Ibid. p.98

hsbc--621x414Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix e The Federal Reserve Cartel. Il suo settimanale è Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Record del deficit commerciale e realtà nucleare: il Giappone perde l’indipendenza?

Noriko Watanabe e Walter Sebastian Modern Tokyo Times 29 gennaio 2014
Japan-physical-mapLa lobby anti-nucleare in Giappone e i mass media in questa nazione nel complesso continuano a concentrarsi sull’aspetto negativo delle centrali nucleari. Non a caso, il governo del Giappone si agita su tale problema, proprio come in altri importanti campi, ad esempio, il tasso di natalità in declino. Tuttavia, il Giappone non può permettersi di mantenere la politica energetica attuale, perché ostacola l’economia. Il Giappone deve passare dal nucleare che ha contribuito alla modernizzazione della nazione nel dopoguerra, ad ingoiare il rospo e formulare una politica energetica alternativa e rapidamente. Il Ministero delle Finanze ha annunciato all’inizio di questa settimana che il deficit commerciale nel 2013 ha raggiunto una cifra record. Ciò dovrebbe far scattare i campanelli d’allarme nelle stanze del potere, perché il deficit commerciale di 112 miliardi di dollari stresserà l’economia. Dopo tutto, senza una vera politica energetica in Giappone, sembrerà più possibile oggi seguire lo stesso schema che nei prossimi anni.
Le questioni relative alla crisi nucleare in Giappone sembrano essere esplose a dismisura. Dopo tutto, l’enorme perdita di vite umane verificatasi per il tremendo tsunami seguito al terremoto di magnitudo 9.0 dell’11 marzo 2011. Ciò non significa sminuire il trauma causato al territorio di Fukushima, perché in una certa zona è chiaro che i problemi continuano a sussistere. Tuttavia, la crisi nucleare di Fukushima Daiichi è più dovuta a cattiva gestione, età dell’impianto, carenze della pianificazione dell’impianto nucleare, mancanza di responsabilità e meccanismi di sicurezza limitati, e altre competenze importanti. Naturalmente, il terremoto ha innescato lo tsunami, ma la crisi nucleare è dovuta al fallimento umano di fronte alla brutale realtà della natura. Vojin Joksimovich, specialista nucleare e autore di Tokyo Modern Times, ha dichiarato lo scorso anno: “Il Giappone ha poche risorse naturali e importa circa l’84% del suo fabbisogno energetico. L’energia nucleare è una priorità strategica nazionale dal 1973. Le 54 centrali nucleari del Paese forniscono circa il 30% dell’elettricità. Era previsto un aumento fino al 40% entro il 2017 e al 50% entro il 2030. Il Giappone controlla il ciclo del combustibile compreso l’arricchimento e il ritrattamento del combustibile utilizzato per il riciclo e la minimizzazione dei rifiuti. La sospensione di 48 unità di produzione elettrica ha comportato l’impennata dell’importazione di combustibili fossili, soprattutto  GNL. Cinque centrali nucleari sono state costrette ad alzare le tariffe di energia elettrica: per l’uso domestico del 8,5-11,9%; commerciale del 14,2-19,2%. Secondo lo studio sul cambiamento climatico della NASA, riassunto nel numero di maggio 2013 di Nuclear News, l’uso di energia nucleare per generare elettricità invece che bruciare combustibili fossili, ha impedito almeno 1,84 milioni di morti per l’inquinamento atmosferico e 64 miliardi di tonnellate di gas serra CO2 in emissioni di gas, tra il 1971 e il 2009. Nel 2000-2009 gli impianti nucleari hanno impedito, in media, 76000 decessi/anno. Sembra che l’ANR abbia ignorato tale tipo di considerazioni, pur perseguendo la ricerca della sicurezza assoluta per le centrali nucleari.”
Nello stesso articolo Vojin Joksimovich dice: “Ora vi sono numerose prove che dimostrano che il peggiore incidente nella storia dell’energia nucleare commerciale non ha danneggiato la popolazione giapponese. Il professore di fisica dell’Università di Oxford Wade Allison, autore del notevole libro Radiazione e Ragione: l’impatto della scienza sulla cultura della paura, testimoniando alla Camera dei Comuni inglese nel dicembre del 2011, fu il primo a dire al mondo che l’incidente non danneggiava la popolazione giapponese: “Nessun balzo dei decessi, né gravi lesioni, ricoveri prolungati per radiazioni, improbabilità di decessi per cancro in 50 anni. Il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) affermava: “Basso rischio per la popolazione, senza effetti sulla salute osservabili”. La relazione del Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR), con il contributo di 80 esperti internazionali, dice: “Niente effetti immediati sulla salute, improbabili effetti sulla salute in futuro sulla popolazione e l’ampia maggioranza dei lavoratori”. La maggior parte dei giapponesi è stata esposta a radiazioni supplementari inferiori al livello naturale di 2,1mSv/anno. La relazione conclude che gli effetti osservabili sono imputabili a sollecitazioni per l’evacuazione e paura ingiustificata delle radiazioni. Ciò significa che gli effetti sulla salute più gravi non sono provocati da radiazioni ma dalla paura indotta dalle autorità giapponesi. Infine, la Fukushima Medical University (FMU) conduce un sondaggio sulla gestione della salute nei 2 milioni di residenti della prefettura di Fukushima. Finora la dose massima ricevuta è stato solo di 19mSv. L’autore mentre era in un ospedale locale, ricevette dosi da 30-40mSv dalle scansioni del CT. Ciò significa che ha ricevuto dosi superiori al 99% della popolazione giapponese per l’incidente di Daiichi.
Ora il Giappone ha bloccato una politica nucleare pragmatica basata sulla modernizzazione dell’intero sistema e applica norme più severe, e continua ad importare energia sporca a costi negativi in termini di salute, ostacolando l’economia. Naturalmente il Giappone potrebbe tentare di modificare radicalmente la propria politica energetica, attuando una politica che aumenti l’energia alternativa, di cui effetti e costi rimangono discutibili. Tuttavia, l’attuale affidarsi ai costosi combustibili fossili importati per colmare una politica energetica inesistente, non è praticabile. L’enorme deficit è dovuto all’aumento delle importazioni a seguito del terremoto di magnitudo 9.0 dell’11 marzo, che innescò lo tsunami e la crisi nucleare di Fukushima. In questo periodo, le importazioni di combustibili fossili continuano ad aumentare. Pertanto, nonostante le esportazioni dal Giappone aumentate di quasi il 10% nel 2013, è chiaro che lo squilibrio commerciale, uno yen debole e la dipendenza dai combustibili fossili, colpiscono l’economia in difficoltà. Forbes dice: “L’aumento della domanda di combustibili fossili giapponese a seguito della crisi nucleare di Fukushima, nel 2011, ha spinto le importazioni al picco assoluto di 81260 miliardi di yen”. In altre parole, l’impennata delle bollette post-Fukushima impone un pedaggio all’economia del Giappone. Prima del fiasco di Fukushima, i reattori nucleari fornivano un terzo del fabbisogno elettrico del Giappone.
Lee Jay Walker di Tokyo Modern Times dice: “Lo yen continua a sentire gli effetti del disavanzo delle partite correnti e se questo non cambia, i trader potrebbero vendere altri yen. Ciò a sua volta avrà effetti negativi sui costi d’importazione, creando così una spirale economica discendente.  Pertanto, data la realtà dell’aumento di quasi il 10% delle esportazioni, lo scorso anno, è chiaro che il Giappone dovrà affrontare una politica energetica, oltre ad altri settori essenziali per l’economia.” Akira Amari, ministro per la Politica fiscale ed economica, è estremamente preoccupato dal deficit. Avverte che, a meno che il problema sia affrontato, il Giappone “potrebbe diventare come gli Stati Uniti, dipendente dagli altri Paesi sul piano finanziario“. Se tale scenario si avvera, il Giappone perderà ulteriormente indipendenza, e ciò vale anche per il nucleare. Dopo tutto, lo sviluppo dell’industria nucleare dava autonomia, data la debolezza complessiva del Giappone sulle risorse energetiche. Ora però il Giappone importa più combustibili fossili, è debitore con gli USA per la protezione dello Stato-nazione, in quanto le loro forze armate sono di stanza in Giappone, mentre i prodotti alimentari importati sono un fatto naturale, e se il deficit commerciale continua così, presto il Giappone dovrà contare sulle nazioni straniere per i finanziamenti. Pertanto, l’attuale leadership del Giappone deve concentrarsi su una politica energetica adeguata, perché la situazione attuale mina l’economia e genera ad altri mali.

One Year On: 11 March Earthquake and Tsunami
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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