Gli USA si trasformano nel retrocortile dell’America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/02/2014

CELAC-Cuba-2014-655x357Il secondo vertice della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC) del 28-29 gennaio ha suscitato grande interesse, prima di tutto perché questa organizzazione dei Paesi dell’emisfero occidentale non include Stati Uniti e Canada. La Comunità è stata creata dopo vari tentativi dei Paesi della regione di democratizzare l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS),  sotto stretto controllo degli Stati Uniti e che più di una volta è stata usata per reprimere i regimi indesiderati a Washington. I tentativi delle amministrazioni Bush e Obama di utilizzare l’OAS per “finire il regime di Castro”, “neutralizzare Hugo Chavez”, ecc. hanno totalmente compromesso tale strumento, una volta affidabile, dell’Impero. Fu Chavez che negli ultimi anni della sua vita lavorò alla riforma delle organizzazioni regionali e alla creazione di contrappesi agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale. Nella realizzazione di questo compito complesso fu assistito dai leader dell’Argentina Nestor Kirchner, del Brasile Inacio Lula da Silva, dell’Ecuador Rafael Correa, della Bolivia Evo Morales e da altri statisti dell’America Latina. Il primo forum del CELAC, cui parteciparono 33 paesi, si svolse a Caracas nel dicembre 2011 e Chavez, nel discorso di apertura, dichiarò chiaramente che questa alleanza politica era stata creata per “divenire il centro di  potere più influente del 21° secolo”. Fu sostenuto da molti presidenti. Il presidente nicaraguense Daniel Ortega parlò più decisamente, affermando che l’esistenza del CELAC è “la condanna a morte della Dottrina Monroe”.
Il dipartimento di Stato degli USA espresse la propria posizione sul CELAC nel 2011, affermando che continuava “a lavorare con l’OAS quale organizzazione multilaterale preminente dell’emisfero”. Washington cerca di compromettere la formazione di centri di potere concorrenti nella regione, usando tutti i mezzi a sua disposizione e puntando sulla strategia consolidata del “divide et impera”. C’è la “quinta colonna” dei presidenti conservatori utili agli interessi di oligarchi e monopoli, tenendo in mente i propri interessi personali, seguono Washington. Quando necessario, tali alleati degli Stati Uniti possono essere usati per bloccare qualsiasi decisione del CELAC, considerando il principio di unanimità redatto nei documenti fondativi. Raul Castro, presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei Ministri di Cuba, divenne presidente del CELAC nel 2013. Nel prendere le redini dal suo predecessore, il cileno Sebastian Pinera, Castro dichiarò che avrebbe lavorato per il bene della pace, della giustizia, dello sviluppo e della reciproca comprensione tra tutti i popoli del continente latino-americano. “Agiremo in piena conformità con le norme del diritto internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e dei principi di base delle relazioni interstatali”, disse Castro. I cubani hanno lavorato proficuamente nel preparare una trentina di documenti per il vertice dell’Avana.
Di grande importanza per il rafforzamento delle autorità del CELAC è la dichiarazione che afferma che l’America Latina e il bacino dei Caraibi restano una zona libera dalle armi nucleari. Il presente documento fu adottato in aggiunta al trattato di Tlatelolco (1967), che vieta le armi nucleari nella regione. Ciò perché il trattato fu sistematicamente violato da Stati Uniti e Regno Unito, i cui sottomarini atomici armati potrebbero ancorarsi al largo delle coste del continente. Le notizie su testate nucleari che potrebbero essere depositate presso la base militare inglese di Mount Pleasant delle Malvinas, con l’accordo del Pentagono, sono preoccupanti. Anche le 70 basi militari statunitensi situate nella regione sono una minaccia per la pace. Alcuni di esse operano a pieno regime (per esempio in Colombia e Honduras), mentre altre sono accantonate per il futuro. La base di Guantanamo, a Cuba, è da tempo diventata simbolo della “fascistizzazione” degli Stati Uniti. I prigionieri che vi sono detenuti senza processo, vengono sottoposti a torture fisiche e psicologiche. Molti hanno esortato l’amministrazione Obama a fermare tale pratica disumana, ma come sempre non vi è stata alcuna reazione. Al vertice è stato confermato che le controversie e i conflitti tra i Paesi membri del CELAC saranno risolti attraverso negoziati al fine di liberarsi definitivamente dell’uso della forza nelle regioni in cui vi sono vecchie dispute territoriali. Vi sono state anche discussioni, tradizionali nei convegni latinoamericani, su argomenti come la fame, gli scontri, la povertà, la disuguaglianza sociale e il traffico di droga. Qui vi sono stati cambiamenti positivi, prima di tutto nei Paesi dell’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli della Nostra America. La solidarietà con Cuba e la condanna del blocco economico degli Stati Uniti sono un altro tema costante dei forum latino-americani. Questa posizione fondamentale fu presa anche nei documenti del vertice. Diversi interventi hanno condannato lo spionaggio di massa degli Stati Uniti, in particolare della NSA. La sorveglianza era (ed è) condotta in tutti i Paesi della regione, senza eccezioni. Anche alleati apparentemente affidabili come Colombia, Messico, Guatemala e Costa Rica sono sotto la lente d’ingrandimento dell’intelligence degli Stati Uniti. La necessità di creare un sistema di comunicazione elettronico ben protetto da intrusioni esterne e una “Internet latino-americana” è stata discussa in particolare dal presidente ecuadoriano Rafael Correa.
La creazione di un forum Cina-CELAC è stata approvata. Il tema della Cina al vertice testimonia il grande successo della penetrazione economica e finanziaria della Cina nella regione. La scaletta dei  lavori di Pechino nel sabotare il predominio degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale è sensazionale. Praticamente tutti i Paesi del continente, dal Belize all’Uruguay e dal Messico al Cile, hanno spalancato le loro porte al capitale cinese. Sempre più spesso si sente dire che gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Pertanto, la posizione dei governi latino-americani di “destra” e “sinistra” sulla Cina è giustificata. I latino-americani usano abilmente per i propri interessi il confronto geopolitico tra vecchie decrepite e nuove superpotenze. La discussione al vertice sulla possibilità di concedere a Puerto Rico la piena adesione al CELAC, ha implicazioni negative per gli Stati Uniti. Ciò praticamente è una dichiarazione sulla necessità di concedere l’indipendenza a Puerto Rico. Il suo status semi-coloniale di “Stato libero associato” è un retaggio del passato. Le  forze patriottiche di Puerto Rico resistono ai dettami imperiali da decenni. Il supporto del CELAC fornisce ulteriori opportunità di sfatare le manipolazioni della guerra di propaganda che cercano di dimostrare che i cittadini di Porto Rico sono “in massa” a favore della trasformazione del loro Paese in un altro Stato degli USA.
L’amministrazione Obama ha organizzato un contro-summit a Miami con gli attivisti di estrema destra, al fine di distogliere l’attenzione da ciò che succede al forum dell’Avana. I promotori della manifestazione sono l’Istituto Internazionale Repubblicano (IRI) e il Centro per l’Apertura e lo Sviluppo dell’America Latina (Cadal), organizzazioni create dalla CIA per condurre operazioni sovversive. In questo caso particolare, persone da tempo note essere terroristi e agenti dell’intelligence degli Stati Uniti svolgono il lavoro sporco dell’impero, attaccando Cuba e i “populisti” dell’America Latina. Tra costoro Carlos Alberto Montaner, che si definisce  “pubblicista”. La sua carriera di “bombardiere” iniziò nei primi anni della rivoluzione cubana.  Molte persone nei cinema e centri commerciali dell’Avana morirono per mano sua. Ramon Saul Sanchez non è da meno, essendo un ex-membro del gruppo terrorista Omega 7 che organizzò un attentato contro il consolato cubano di Montreal e gettò esplosivi nell’auto dell’ambasciatore di Cuba presso l’ONU. Julio Rodriguez Salas, un ex-ufficiale venezuelano ed agente dei servizi segreti militari degli Stati Uniti, può vantare prodezze simili, partecipando al complotto per rovesciare Chavez nell’aprile 2002. Al forum di Miami hanno discusso della strategia per “promuovere la democrazia nel continente”. Tra i relatori erano rappresentante numerose ONG dell’America Latina che rispondono alla CIA. I loro discorsi sul “diritto alla rivolta” spiccavano. L’affermazione fondamentale di tale tema è: se un Paese ha un governo tirannico, il popolo ha il diritto di rovesciarlo. I relatori hanno menzionato esplicitamente i governi “indesiderabili” agli Stati Uniti: Cuba, Venezuela, Bolivia, ecc. Tuttavia, questi ed altri tentativi di Washington di provocare conflitti tra i partecipanti al Vertice non hanno avuto il sostegno dei Paesi della regione. E non potevano che  “mobilitare” piccoli gruppi di dissidenti che agiscono sotto la copertura della Sezione Interessi degli Stati Uniti che le stazioni CIA ha potuto racimolare per far “protestare” con forza.
Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez l’ha ben sottolineato, quando ha affermato che “il rientro” del suo Paese nell’America Latina era completo, e riguardo la strategia di Washington per isolare Cuba nell’emisfero occidentale, adesso è la politica degli Stati Uniti ad essere isolata. “Se gli Stati Uniti vogliono stabilire rapporti normali, più produttivi, fiduciosi e democratici con l’America Latina e i Paesi dei Caraibi”, ha dichiarato Rodriguez, “deve cambiare la sua politica nella regione”. Per farlo, gli Stati Uniti devono “avere normali relazioni con loro, basandosi sul rispetto della loro sovranità sulla base della parità”. L’America Latina deve essere vista da Washington come un partner alla pari e non come il “cortile di casa” degli Stati Uniti. Il secondo vertice del CELAC ha  consolidato le posizioni dei Paesi membri su molte questioni. L’obiettivo strategico è l’integrazione degli Stati latinoamericani. Il CELAC è apparso sulla scena internazionale come l’unico “rappresentante autorizzato” dei Paesi dell’America latina e dei Caraibi. Gli Stati Uniti dovranno  gradualmente superare il loro complesso di superiorità nell’emisfero occidentale, altrimenti i latinoamericani un giorno trasformeranno il territorio a nord del Rio Grande nel loro “cortile di casa”…

Bruno en el Centro Prensa  de la II Cumbre de la CELAC.La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Dottrina Monroe è storia, ma l’impero attacca ovunque

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 02/12/2013

20131104-125331Il segretario di Stato degli USA John Kerry ha annunciato la fine dell’“era della Dottrina Monroe”.  Il 18 novembre ha tenuto un discorso sul partenariato con l’America Latina presso la sede dell’Organizzazione degli Stati Americani di Washington. Per quasi 200 anni, la politica degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale s’è basata sulla dottrina denominata dal quinto presidente degli Stati Uniti, James Monroe, che dichiara che i Paesi dell’America Latina non dovrebbero essere considerati dalle potenze europee oggetti di una colonizzazione… “L’America agli americani”, gli Stati Uniti hanno usato questo slogan per mascherare l’essenza imperialista della dottrina, utilizzata negli anni della guerra fredda per contrastare “l’espansione sovietica”. La Dottrina Monroe fu usata per giustificare la soppressione delle rivoluzioni in Guatemala e Cile, l’eliminazione fisica di leader popolari e le operazioni militari contro la guerriglia a Cuba, Nicaragua e altri Paesi…
Il punto chiave del discorso di Kerry è stata l’affermazione che, nelle attuali condizioni storiche, gli Stati Uniti vedono i Paesi a sud del Rio Grande come “partner eguali” con cui dover “promuovere e tutelare… la democrazia”, “condividendo le responsabilità (e) collaborando sui problemi della sicurezza”. E’ difficile interpretare in modo chiaro queste formulazioni. Da un lato, Washington sembra affermare di non ricorrere all’intervento armato nella regione per difendere i suoi “interessi vitali”. Dall’altra parte, le dichiarazioni sulla “condivisione delle responsabilità” e la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” sembrano abbastanza equivoche. Cooperare con chi, esattamente?  Contro chi? E a quali condizioni? Tuttavia, contro chi la “cooperazione sulle questioni di sicurezza” deve essere diretta, deriva dal discorso stesso. Kerry ha aggredito con critiche Venezuela e Cuba. A suo parere, “le istituzioni democratiche sono indebolite” in Venezuela. Molto probabilmente Washington è irritata dal fatto che l’Assemblea nazionale ha votato i poteri speciali al presidente Nicolas Maduro, che ha già iniziato ad usarli per bloccare la guerra economica in Venezuela (speculazione, accaparramento di beni di consumo e prodotti alimentari volti a minare il potere d’acquisto della moneta nazionale, il bolivar). I venezuelani approvano le misure adottate dal Presidente Maduro. L’autorità del leader bolivariano è cresciuta notevolmente. Su Cuba il capo del dipartimento di Stato è soddisfatto dal ritmo del processo democratico. Kerry ha affermato che gli Stati Uniti sperano che questi processi si accelerino, che “il governo cubano abbracci un più ampio programma di riforme politiche che permetta al suo popolo di determinare liberamente il proprio futuro”. E gli Stati Uniti promuoverebbero un processo di democratizzazione a Cuba, che prenda verosimilmente un carattere dissolutorio simile al processo che distrusse l’URSS.
Gli Stati Uniti hanno accantonato la Dottrina Monroe, ma non rinunciano ad esercitare pressioni sui Paesi latino-americani o ad effettuare operazioni complesse per destabilizzarli. Viene perseguita una propaganda mirata contro i leader indesiderati. Continue calunnie vengono riversate sul presidente boliviano Evo Morales, prima di tutto per gli “sforzi insufficienti” del suo governo nella lotta contro le piantagioni di coca illegali e il traffico di droga. E questo, quando i servizi segreti boliviani  combattono ferocemente i cartelli della droga finanziati, di regola, anche da banche controllate da imprenditori statunitensi e dalla Drug Enforcement Administration (DEA). Morales la dà per buona, fiducioso che la miglior difesa sia un buon attacco. Ha più di una volta sostenuto di voler consegnare Barack Obama a un “tribunale dei popoli” per processarlo per “crimini contro l’umanità”. Le sue accuse furono ancora più forti nel discorso alla sessione della 68.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il presidente boliviano sosteneva che, al fine di mantenere una posizione dominante nel mondo, gli Stati Uniti si avvalgono dei metodi più criminali, organizzando continuamente complotti e tentativi di assassinio. Morales ha ridotto al minimo i contatti con i rappresentanti degli Stati Uniti, preferendo condurre affari con Cina, Paesi dell’Europa occidentale, Russia e Bielorussia. Il presidente della Bolivia ha minacciato: “Se dobbiamo, chiuderemo l’ambasciata statunitense”.
Washington non ha mai cessato le sue attività ostili contro l’Ecuador. Dopo il fallimento del tentativo della CIA di sbarazzarsi del presidente Rafael Correa mediante agenti nella polizia ecuadoriana, l’ambasciata degli Stati Uniti non risparmia sforzi per “riformarlo”. Adam Namm, l’ambasciatore statunitense a Quito, ha criticato il Presidente Rafael Correa per aver coltivato relazioni assai strette con l’Iran e la Bielorussia. La risposta è stata immediata: “Non sono sorpreso dalle sue dichiarazioni, poiché il diplomatico è nuovo a questi problemi. L’Ecuador non chiede il permesso a nessuno nel mantenere relazioni sovrane con qualunque Paese desideri. E’ sufficiente notare come molti Paesi in cui non si tengono assolutamente elezioni, hanno relazioni privilegiate con gli Stati Uniti. Le monarchie assolute! Ecco, questo basta! Non siamo la colonia di nessuno. Finché sarò il presidente di questo Paese, non ci sarà neocolonialismo!” Gli aspri commenti di Correa sulle dichiarazioni di Obama sull’“eccezionalità del popolo americano” perché  presumibilmente si occupa di tutelare gli interessi di “tutta l’umanità”, sono notevoli. Il presidente ecuadoriano ha confrontato queste affermazioni con la “politica nazista” del Terzo Reich. Ad  ottobre Correa ha visitato la Russia, dove ha discusso, tra le altre cose, di cooperazione e invio di armamenti russi in Ecuador, in particolare dei sistemi di difesa aerea, nonché di elicotteri da trasporto Mi-171E. La Russia è interessata a realizzare diversi grandi progetti su petrolio e gas in Ecuador. Gli ecuadoriani discutono della prospettiva d’intensificare la cooperazione militare con la Cina; è stato proposto il reclutamento di specialisti cinesi per la costruzione di una raffineria di petrolio (Refineria del Pacifico) da completare nel 2017. Anche oggi vi sono 60 aziende cinesi che operano in Ecuador nel settore minerario e nella costruzione di infrastrutture stradali. Tutto ciò  causa grande preoccupazione a Washington, motivo per cui le attività di spionaggio delle agenzie d’intelligence statunitensi si sono intensificate in Ecuador. Secondo il sito Contrainjerencia.com, nel 2012-2013 il personale della CIA presso la stazione ecuadoriana è raddoppiato. Agenti con esperienza nelle operazioni sovversive in America Latina sono stati inviati in Ecuador: U. Mozdierz, M. Haeger, D. Robb, H. Bronke Fulton, D. Hernandez, N. Weber, A. Saunders, D. Sims, C. Buzzard, ?. Kendrick e altri.
I problemi che Washington ha con il Brasile e l’Argentina a causa delle rivelazioni scandalose riguardo le intercettazioni dei presidenti di questi Paesi, Dilma Rousseff e Cristina Fernandez de Kirchner, devono ancora essere risolti in modo soddisfacente. Gli statunitensi non hanno ancora veramente chiesto scusa per lo spionaggio totale in questi Paesi. E lo spionaggio non solo non s’è fermato, è diventato più sottile, costringendo le agenzie d’intelligence nazionali a sviluppare operazioni comuni per contrastare le operazioni di CIA, NSA ed intelligence militare statunitense. Al tempo stesso, sono state adottate misure per creare un sistema di controspionaggio elettronico nel quadro dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR). In Messico e nei Paesi dell’America Centrale e dei Caraibi, l’intelligence statunitense non incontra quasi nessuna interferenza, a meno che non si contino Cuba e Nicaragua, le cui agenzie di controspionaggio occasionalmente infliggono dolorosi colpi alla rete di agenti della CIA. Oggi il compito più importante per le agenzie militari e di intelligence statunitensi è avere il controllo dell’Honduras, spesso chiamato la “portaerei inaffondabile degli Stati Uniti” in America Centrale. Vi sono già basi militari statunitensi sul territorio dell’Honduras, ma il Pentagono programma di costruire nuove basi aeree e navali. La cinica interferenza di Washington nella campagna elettorale che s’è appena svolta in Honduras, è ancora un altro segnale dell’amministrazione Obama in America Latina: proteggeremo i nostri interessi ad ogni costo, nessun altro risultato è accettabile per noi. “L’uomo degli USA” nelle elezioni in Honduras è Juan Orlando Hernandez, candidato conservatore Partito Nazionale. Per oltre tre anni ha diretto il Congresso Nazionale e ha contribuito notevolmente al consolidamento delle forze politiche ostili all’ex-Presidente Manuel Zelaya e a sua moglie Xiomara Castro. È lei era il suo principale concorrente alle elezioni, candidata di Libertà e Rifondazione (LIBRE) di centro-sinistra. Hernandez sostenne nel 2009 il colpo di Stato che rovesciò Zelaya, e mantiene stretti legami con i militari, facilitando l’espansione delle funzioni per la “sicurezza” dei militari, compresa la lotta contro il narcotraffico. Per l’ambasciata degli Stati Uniti, non permettere a Xiomara Castro di andare al potere è una questione di principio. I prossimi eventi mostreranno quanto sarà risoluta. In un’intervista radiofonica con Radio Globo, Manuel Zelaya ha dichiarato, “Xiomara ha vinto la lotta per la carica di presidente della repubblica. (La Corte Supremo Elettorale dell’Honduras) usurpa la vittoria di Xiomara Castro. Il conteggio della Corte non regge a un’analisi statistica. Non riconosciamo questo risultato, lo respingiamo”.
Lisa Kubiske, l’ambasciatrice degli Stati Uniti in Honduras, ha interferito attivamente nel processo elettorale al fine di garantire la vittoria di Hernandez. In sostanza, è lei la principale rivale di Xiomara Castro. Se l’ambasciata degli Stati Uniti potrà garantire che Hernandez arrivi al potere, si vedrà nel prossimo futuro. Ma vi sono già informazioni dei media internazionali che, nel conteggio dei voti, è in testa con ampio margine.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cancro di Chavez è causato da un complotto statunitense?

Contrainjerencia 6 gennaio 2013

gty_hugo_chavez_ll_110929_wblogNel dicembre 2011, il presidente venezuelano Hugo Chavez aveva detto gli Stati Uniti potrebbero aver sviluppato la tecnologia per indurre il cancro su alcuni leader latino-americani, dopo che alla sua alleata e omologa dell’Argentina, Cristina Fernandez, era stato diagnosticato il male. “E’ molto, molto, molto strano che il cancro abbia colpito il presidente (del Paragay, Fernando) Lugo, e Dilma (Rousseff, presidente del Brasile). Grazie a Dio, Lugo ha superato il male (…) poi è toccato a me e “bam”, entrando in un anno elettorale, un paio di giorni dopo Lula e ora Cristina“, aveva detto Chavez alla televisione. Oggi che il leader bolivariano è ricoverato in ospedale a L’Avana, in una situazione descritta come “delicata”.
Il sito Contrainjerencia che individua e denuncia l’ingerenza straniera in America Latina, chiede ai lettori di rispondere a un sondaggio la cui domanda è la seguente: “Considerando ciò che ha subito il leader venezuelano Hugo Chávez, e l’ostilità imperiale verso di lui… pensi che il cancro possa essere il risultato di un complotto statunitense?
In quel discorso del 2011, Chavez aveva invitato i leader della Bolivia, Evo Morales, e dell’Ecuador, Rafael Correa, ad essere attenti alla salute. “La buona volontà si prenderà molta cura di Evo, Evo attenzione, attenzione Correa, naturalmente non si sa (…) quante cose siano state sviluppate dai paesi più potenti“. “Stanno cercando di destabilizzare nientedimeno che la Russia, una potenza nucleare mondiale, vedendo fino a che punto arriva la follia dell’impero, e tutta l’orchestra dei media internazionali scommette contro il candidato presidenziale Vladimir Putin“, aveva detto.

L’esercito USA ha pensato di uccidere dei leader con le radiazioni, durante la Guerra Fredda
Robert Burns – The Associated Press 9 ottobre 2007
Army Times

clip_image011In uno dei più lunghi segreti della Guerra Fredda, l’esercito ha esplorato la possibilità di usare veleni radioattivi per assassinare “persone importanti”, come capi militari o civili, secondo dei documenti recentemente declassificati ottenuti dall’Associated Press. Approvato ai più alti livelli dell’esercito nel 1948, il ben occultato piano, perseguito dai militari nel “nuovo concetto di guerra”, usava materiale radioattivo prodotto con la bomba atomica, per contaminare il territorio o basi militari, fabbriche o formazioni di truppe del nemico. Gli storici militari che hanno svolto ricerche sul grande programma di guerra radiologica, hanno detto che non avevano mai avuto prima una prova che esso includesse la ricerca di un’arma per assassinio. Mirare a personaggi pubblici, in questi attacchi, non è una cosa inaudita.
L’anno scorso, un ignoto aggressore aveva usato una piccola quantità di polonio radioattivo-210 per uccidere il critico del Cremlino Alexander Litvinenko, a Londra. Non sono citate persone vittime dell’arma per assassinio, nei documenti governativi declassificati in risposta ad una richiesta del Freedom of Information Act presentata dall’AP nel 1995. I documenti vecchi di decenni sono stati rilasciati di recente all’AP, pesantemente censurati dal governo per rimuovere le note relative agli agenti della guerra radiologica e altri dettagli. La censura riflette la preoccupazione per il potenziale utilizzo di veleni radioattivi come arma; si tratta  più di una nota storica, ma si crede che ciò venga studiato dagli attuali terroristi per attaccare obiettivi statunitensi. I documenti non danno alcuna indicazione se l’arma radiologica per l’assassinio mirato di individui di alto rango sia mai stata usata o addirittura sviluppata dagli Stati Uniti, e resta poco chiaro fino a che punto sia arrivato il programma dell’esercito.
Una nota del dicembre 1948 delinea il programma, e un altro promemoria di quel mese indicava che era avviato. Le sezioni principali di diverse relazioni successive, nel 1949, sono state rimosse dalla censura prima del rilascio all’AP. Lo sforzo più ampio sugli usi offensivi della guerra radiologica apparentemente finì nel 1954, almeno in parte a causa della condanna del Dipartimento della Difesa, secondo cui le armi nucleari erano una scommessa migliore. Se il lavoro è passato a un’altra agenzia, come la CIA, non è chiaro. Il progetto è stato definitivamente approvato nel novembre 1948 ed iniziò il mese successivo, solo un anno dopo la creazione della CIA, nel 1947. Fu un periodo turbolento della scena internazionale. Nell’agosto 1949, l’Unione Sovietica testò con successo la sua prima bomba atomica, e due mesi dopo i comunisti di Mao Zedong trionfarono nella guerra civile cinese.
Mentre gli scienziati statunitensi sviluppavano la bomba atomica, durante la seconda guerra mondiale, venne riconosciuto che agenti radioattivi, utilizzati o creati nel processo di produzione, avevano un potenziale letale. La prima relazione pubblica del governo sul progetto della bomba, pubblicata nel 1945, rilevava che i prodotti radioattivi della fissione di un reattore alimentato ad uranio, avrebbero potuto essere estratti e utilizzati “come forma particolarmente crudele di gas velenosi.” Tra i documenti comunicati all’AP, vi è una nota dell’esercito del 16 dicembre 1948, etichettata segreto, che descrive un programma accelerato per sviluppare una varietà di materiali radioattivi per scopi militari. I lavori per un'”arma sovversiva per l’attacco di individui o di piccoli gruppi” venne indicata come una priorità secondaria, da limitarsi a studi di fattibilità e a sperimentazioni. Le priorità indicate erano:
• Armi per contaminare “zone popolate o comunque critiche per lunghi periodi di tempo.”
• Munizioni combinanti esplosivi ad alto potenziale con materiale radioattivo “per infliggere danni fisici e contaminazione radioattiva nello stesso tempo.”
• Armi aeree e/o di superficie che avrebbero diffuso contaminazione su una zona da evacuare, rendendola così inutilizzabile da parte delle forze nemiche.
L’obiettivo dichiarato era produrre un prototipo per la prima e la seconda arma prioritaria, entro il 31 dicembre 1950. La quarta priorità riguardava “munizioni per attaccare singoli individui” con agenti radioattivi per i quali non vi è “alcuna possibilità di terapia.” “Questa classe di munizioni venne proposta per l’utilizzo da parte di agenti segreti o unità sovversive, in attacchi letali contro piccoli gruppi di individui importanti, ad esempio, in occasione di riunioni di leader civili o militari“, ha detto.
L’assassinio di figure straniere da parte di agenti del governo degli Stati Uniti non era esplicitamente vietata per legge, fino a quando il presidente Gerald R. Ford firmò un ordine esecutivo nel 1976, in risposta alle rivelazioni che la CIA aveva tentato, nel 1960, di uccidere il presidente cubano Fidel Castro, anche per avvelenamento. Il 16 dicembre 1948, l’appunto indicava che un attacco letale contro individui, utilizzando materiale radioattivo, doveva essere eseguito in modo da rendere impossibile rintracciarne il coinvolgimento del governo degli Stati Uniti; un concetto noto come “negazione plausibile”, fondamentale per le azioni segrete statunitensi. “L’origine della munizione, il fatto che un attacco è stato effettuato e il tipo di attacco non devono essere determinabili, se possibile”, diceva. “La munizione non deve essere appariscente e deve essere facilmente trasportabile.”
Agenti radioattivi furono ritenuti ideali per questo impiego, indica il documento, a causa della loro elevata tossicità e per il fatto che gli individui interessati non potevano sentirne l’odore, il gusto o comunque percepire l’attacco. “Dovrebbe essere possibile, ad esempio, sviluppare una munizione molto piccola che potrebbe funzionare in modo impercettibile e che avrebbe creato un’invisibile ma altamente letale concentrazione in una stanza, con gli effetti evidenziabili solo dopo l’attacco“. “Il periodo per gli effetti letali potrebbe, si ritiene, essere controllato dalla quantità di agente radioattivo disperso. Le tossicità dovrebbero essere tali che dovrebbero richiedere concentrazioni relativamente elevate, in base al peso, per dei primi effetti letali, e che anche tali concentrazioni possano essere maneggiabili.”
Tom Bielefeld, un fisico di Harvard che ha studiato il problema delle armi radiologiche, ha detto che mentre non aveva mai sentito parlare di questo progetto, gli obiettivi tecnici sembravano fattibili. Bielefeld ha osservato che il polonio, l’agente radioattivo usato per uccidere Litvinenko nel novembre 2006, è il solo ad avere le caratteristiche adatte per la missione letale descritta nella nota del 16 dicembre 1948. Barton Bernstein, professore di storia della Stanford che ha fatto ricerche approfondite sugli sforzi militari degli Stati Uniti nella guerra radiologica, ha detto di non credere che questo aspetto sia già venuto alla luce. “Questo è uno di quegli elementi che ci sorprende, ma non ci deve scandalizzare, perché nella guerra fredda tutti i modi di uccidere le persone, in ogni modo disumano, barbaro e peggio ancora, venivano periodicamente contemplati agli alti livelli del governo statunitense, in quello che veniva visto come una guerra giusta contro un nemico odiato e odioso“, ha detto Bernstein.
“Il progetto era gestito dal Corpo Chimico dell’US Army, comandato dal Magg. Gen. Alden H. Waitt, e supervisionato dall’ormai defunta agenzia delle Forze Armate, Programma per le Armi Speciali. Il Primo capo del progetto fu il Maggior-Generale Leslie R. Groves, capo dell’esercito nel Progetto Manhattan che realizzò le prime bombe atomiche. Il progetto radiologico venne approvato dal successore di Groves“, il Maggior-Generale Kenneth D. Nichols. I documenti rilasciati erano nei dossier del Programma Armi Speciali delle Forze Armate, in possesso dei National Archives.
Tra i funzionari indicati nella nota del 16 dicembre vi erano Herbert Scoville, Jr., direttore tecnico del Programma Armi Speciali delle Forze Armate e successivamente vicedirettore della CIA per la ricerca, e Samuel T. Cohen, fisico della Rand Corp. che aveva lavorato al Progetto Manhattan. Il primo via libera all’esercito nel proseguire il programma di armi radiologiche venne dato nel maggio 1948, un momento della storia degli Stati Uniti, dopo il riuscito bombardamento atomico del Giappone alla fine della seconda guerra mondiale, in cui l’esercito era impaziente di esplorare le implicazioni della scienza atomica nella guerra futura.
Una nota del luglio 1948 delinea l’intento del programma, prima di specificare di aver ricevuto l’approvazione finale, il cui obiettivo chiave era la contaminazione di lunga durata di aree terrestri di grandi dimensioni, in cui i residenti, a meno che le aree non fossero state abbandonate, probabilmente sarebbero morti per le radiazioni tra uno e 10 anni. “Si pensi che si trattava di un nuovo concetto di guerra, i cui risultati non potevano essere previsti“, affermava.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La DEA aiuta i narcotrafficanti in Sud America

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012

Rodrigo Hinzpeter Kirberg

Pensate ad un accogliente piano bar in una strada tranquilla nel centro di Santiago del Cile, un posto romantico dove le coppie si incontrano, gli artisti e i turisti si sporgono fuori per ascoltare vecchie canzoni. Tale doveva essere il luogo in cui un agente della DEA di stanza presso l’ambasciata degli Stati Uniti incontrava il suo contatto, un alto ufficiale della polizia investigativa (PDI), per discutere gli accordi – quantità, camuffamento, percorsi e protezione – per il solito business del narcotraffico: l’invio di un carico di cocaina dalla Bolivia passando dal valico di Paso de Colina…
L’investigatore della polizia Fernando Ulloa fu il primo a far saltare il coperchio del sistema. Trovò  un giro di droga nel capoluogo di Maipú, scoprendo che dei suoi colleghi permettevano che la cocaina raggiungesse la destinazione. Svelato il mistero, Fernando Ulloa apprese che ogni mese di carichi di 120-200 kg di cocaina venivano messi in scatole etichettate come apparecchi elettronici, e venivano spediti in Cile da un paio di anni, e che in quel paese i veicoli che trasportavano le scatole venivano scortati dagli ufficiali della polizia o dell’esercito, la cui missione era renderne sicuro il transito. A quel punto, però, i tentativi di Ulloa di riferire le conclusioni dell’indagine vennero sventati dai suoi supervisori di Maipú. Poliziotto onesto, Ulloa non avrebbe mai immaginato che le forze dell’ordine avrebbero strenuamente ignorato le sue assolutamente affidabili informazioni. Quando evaporarono le ultime speranze che gli alti vertici della PDI reagissero, Ulloa, con l’aiuto della parlamentare Monica Slakett, poté contattare direttamente il ministro degli interni Rodrigo Hinzpeter Kirberg, e nel maggio 2011 gli consegnò un pesante dossier di prove incriminanti. Il ministro Hinzpeter disse che il problema avrebbe richiesto quattro giorni per essere risolto e per trasmettere le prove al capo del ministero per le inchieste giudiziarie, chiedendo a Ulloa di non parlarne ai media nel frattempo, in modo da evitare di danneggiare la reputazione della PDI. Ulloa non disse ciò che sapeva per un anno, prima di rendersi conto che il traffico attraverso Paso de Colina continuava come se nulla fosse successo; quindi assunse un avvocato per la sua difesa e rese pubblica la questione. L’amministrazione rispose licenziando Ulloa, mettendolo sotto sorveglianza, ascoltando il suo telefono. Minacce anonime contro Ulloa fecero seguito poco dopo.
Ciò che Ulloa doveva capire era che il suo avversario principale era proprio il ministro Hinzpeter, una delle più influenti figure della politica cilena. I legami di Hinzpeter con elementi di destra degli Stati Uniti e di Israele sono noti in Cile, anche se, paradossalmente, la famiglia del ministro ha un passato socialista al fianco di Salvador Allende, e uno dei suoi parenti era noto per aver spiato per conto dei sovietici durante la seconda guerra mondiale, lavorando per il famoso Grigulevich sulle attività degli agenti nazisti e anche dell’FBI. Hinzpeter, al contrario, è un personaggio che appartiene interamente all’epoca liberale. Ambizioso rampollo di una famiglia ebraica, ha frequentato l’Istituto Weizmann e, di nascosto, ha ricevuto addestramento militare in Israele. Hinzpeter si laureò in giurisprudenza al Dipartimento di scienze sociali dell’Universidad Catolica de Chile, dove entrò in un gruppo di studenti pro-Pinochet, e più tardi lavorò per la Simpson Thacher & Bartlett di New York. Si dice che gli ambienti sionisti negli Stati Uniti apprezzassero la nuova promessa Hinzpeter. L’aspirante ministro è stato il più stretto collaboratore di Sebastián Piñera dal 2001, lavorando come suo capo della campagna elettorale, ed è stato nominato capo della polizia nel 2010, quando Piñera divenne presidente. Non c’è dubbio, la promozione aveva la benedizione di Washington. I cileni hanno costantemente discusso su come esattamente la fedeltà di Hinzpeter si divida tra il Cile e altri centri di gravità politica. Nel corso dei due anni del mandato, Hinzpeter preoccupava costantemente il governo e, da una prospettiva più ampia, minacciava la dirigenza del Cile a causa delle sue inclinazioni scandalosamente autoritarie. Piñera doveva ricorrentemente difendere Hinzpeter dal malcontento pubblico che l’accusava per l’uso della forza contro le proteste della popolazione verso l’aumento delle tariffe del gas di Aisén, i giri di vite sulle manifestazioni degli studenti per l’istruzione gratuita, o per la campagna secondo cui il Cile è in qualche modo oggetto delle mire di gruppi radicali islamici.
I blogger cileni individuano regolarmente delle analogie tra la politica perseguita da Hinzpeter e il modo in cui Israele tratta i palestinesi, indicando a volte che il motivo per cui il ministro sia immune dalle responsabilità per la sua durezza sproporzionata, è perché gode del forte sostegno del Mossad. Tra l’altro, Hinzpeter ha ottenuto ulteriore notorietà come partner della CIA e del Mossad nella caccia alle mitiche cellule di al-Qaida quando, nel maggio 2010, lo studente pakistano Muhammad Saif-ur-Rehman Khan è stato arrestato con accuse piuttosto ridicole, in Cile. Con un pretesto banale, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti invitò Khan nella sede diplomatica e lo studente ingenuamente accettò. William Whitaker, presumibilmente un operativo della CIA, lo fece passare attraverso un rilevatore di esplosivi, gli chiese di lasciare il suo cellulare e lo portò in una stanza dell’ambasciata. Poco dopo fu detto a Khan che delle tracce di esplosivo erano state rilevate sul suo telefono e lo studente, che voleva protestare contro la violazione dei propri diritti nel corso del procedimento, venne perquisito e con un interrogatorio stile Abu Ghraib costretto a dichiararsi colpevole di un complotto del tutto immaginario. Nel frattempo, la Polizia Investigativa prese istruzioni dal rappresentante dell’FBI in Cile Stanley Stoy, e perquisì la stanza affittata da Khan. Seguendo il consiglio di Hinzpeter, gli israeliani depistarono gli investigatori, ma non furono in grado di identificare nessuno dei contatti degli studenti come potenziali terroristi. Hinzpeter ordinò alla Direzione dell’Intelligence Politica dei Carabineros (Direcciòn de Inteligencia Politica de Carabineros – Dipolcar) d’intercettare tutte le conversazioni telefoniche di Khan (senza un mandato giudiziario ufficialmente rilasciato), con lo scopo di valutare il grado di coordinamento tra il giovane pakistano e il senatore Alejandro Navarro, che aveva condannato l’intera operazione come una provocazione, e controllare se Khan avesse collegamenti con rappresentanti di regimi populisti.
Hinzpeter subito presentò la versione statunitense dell’arresto, facendo riferimento alle tracce di esplosivo presumibilmente rilevate sui beni di Khan. La notizia si diffuse nei media, senza menzionare il carattere estremamente ipotetico delle accuse, e Khan venne rinchiuso in una prigione di massima sicurezza ad affrontare cicli di interrogatori. Khan, in seguito, espresse l’idea che Hinzpeter avesse programmato di farne il caso di punta, al culmine del più ampio quadro di una campagna anti-estremista in Cile, in modo da giustificare l’adozione di una pesantissima legge anti-estremista. Diverse indagini tecniche vennero eseguite su richiesta di un avvocato di Khan, con il risultato che le tracce di esplosivi esistevano solo sul telefono, ma in nessun altro dei beni dello studente. L’unica spiegazione plausibile, dietro tale paradosso, potrebbe essere che il telefono di Khan era stato messo a contatto con una sostanza esplosiva dagli agenti dell’ambasciata degli Stati Uniti. La PDI probabilmente ha fatto lo stesso nell’appartamento in cui viveva Khan, ma “ulteriori prove” non poterono essere piazzate poiché la pattuglia dei Carabineros appostata per ottenere un mandato di perquisizione, videoregistrava le visite della PDI.
Tutto ciò fu un fallimento epico, e chi ideò il trucco non ebbe altra scelta che fuggire dal Cile. Stanley Stoy riemerse presso l’Unità di Negoziazione Crisi dell’FBI in cui le sue esperienze cilene saranno certamente le benvenute, e William Whitaker trovò lavoro come Console a Tijuana (Messico), con il compito di combattere contro quei cartelli della droga che osano sfidare il controllo della DEA. L’ambasciatore Paul Simons, che per un certo periodo rimase in Cile ad affrontare la curiosità non richiesta dei giornalisti, divenne finalmente il segretario esecutivo della Commissione Interamericana per il Controllo dell’Abuso di Droga (CICAD) dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Solo il ministro Hinzpeter detiene ancora la sua carica e dice ancora che Khan aveva a che fare con i gruppi terroristici islamici e cileni, responsabili di una serie di esplosioni presso istituti bancari. Hinzpeter non sembra essere seriamente turbato da un altro scandalo che scoppiò quando divenne chiaro che i proventi della droga venivano usati per minare i regimi populisti dell’America Latina. È convinto che finché i suoi padroni statunitensi e israeliani gli staranno accanto, non gli succederà nulla.
Il giornale indipendente cileno Panorama affermava il 3 novembre che la DEA e la CIA sono  coinvolte nella filiera della droga che si estende da Bolivia e Perù passando per Paso de Colina. Citando fonti attendibili, il giornalista cileno Patricio Mery ha scritto che l’operazione è gestita dall’ambasciata degli Stati Uniti a Santiago del Cile, con un occhio sull’utilizzo di fondi illeciti per attività sovversive nei paesi populisti. Il resoconto dettagliava il sistema di distribuzione della droga, ma vi sono gravi indizi che la base militare di Concon, costruita con i fondi del SouthCom degli Stati Uniti, potrebbe essere una stazione della filiera. Secondo lo stesso articolo, al momento la DEA e la CIA puntano all’Ecuador, che si sta preparando per le elezioni del 17 febbraio 2013. Il leader del paese R. Correa vanta uno schiacciante 70% di consensi, ma è considerato un politico ostile a Washington, contrastando i grandi progetti per l’Asia Pacifico degli Stati Uniti. Un elemento fondamentale della lista di rimostranze degli USA contro Correa, è la chiusura della base militare statunitense di Manta. Di seguito, Correa ha avvertito spesso che la CIA potrebbe pianificare la manipolazione del risultato delle elezioni ecuadoriane e ha citato la scoperta di Mery sui profitti del narcotraffico impiegati per la sovversione politica. Correa ha egualmente citato le rivelazioni del diplomatico inglese Craig John Murray, secondo cui la CIA ha “ufficialmente” versato 85 milioni di dollari, probabilmente un elemento molto reale, negli sforzi per deviare le elezioni in Ecuador. Correa ha evitato di accusare pubblicamente l’amministrazione cilena di complicità in questo sporco gioco, ma potrebbe aver ripreso la questione recentemente, quando ha incontrato il presidente Piñera.
Hinzpeter sta sottoponendo a un forte stress i rapporti, altrimenti amichevoli, tra il Cile e Ecuador, ma vi sono poche probabilità che tale attività costi al ministro il posto. Piñera difficilmente avrà il coraggio di irritare i potenti protettori di Hinzpeter e, quindi, nessun pericolo incombe attualmente sulla rete del narcotraffico che passa da Paso de Colina.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine della rete spionistica dell’USAID in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 26/09/2012

L’espulsione dell’USAID dalla Russia era uno sviluppo a lungo atteso e gradito. Mosca ha ripetutamente messo in guardia i suoi partner statunitensi, attraverso una serie di canali, che la tendenza dell’USAID ad interferire negli affari interni della Russia era inaccettabile e che, in particolare, il radicalismo delle sue ONG presenti nel Caucaso non sarebbe stato tollerato. Quando il 1° ottobre, la decisione presa dalla leadership russa avrà effetto, il personale dell’USAID di Mosca, che aveva ostinatamente ignorato tali segnali, dovrà fare le valigie e trasferirsi in altri paesi accusati di avere un regime autoritario…
In America Latina, l’USAID ha da tempo la reputazione di organizzazione nei cui uffici ospita, difatti, i centri di intelligence che progettano l’indebolimento dei governi legittimi di un certo numero di paesi del continente. La verità è che l’USAID quale ospite di operativi della CIA e delle agenzie di intelligence della difesa degli Stati Uniti, non è poi così ignota, così come quello di aver avuto un ruolo in ogni colpo di stato in America Latina, così come nel sostegno finanziario, tecnico e ideologico delle rispettive opposizioni. L’USAID cerca anche, in genere, d’infiltrare le forze armate e le forze dell’ordine locali, reclutandovi degli agenti pronti a dare una mano all’opposizione, quando ce ne sia l’occasione.
In diversa misura, tutti i leader populisti latinoamericani sentono la pressione dell’USAID. Senza dubbio, il Venezuela di H. Chavez è l’obiettivo numero uno della lista dei nemici dell’USAID. Il supporto agli oppositori del regime del paese si è ridotto notevolmente, a partire dalle enormi proteste del 2002-2004, mentre la nazione ha visto il governo concentrarsi sui problemi socio-economici, l’assistenza sanitaria, l’edilizia residenziale e le politiche giovanili. L’opposizione ha dovuto iniziare a fare affidamento sempre più sulle campagne nei media, circa l’80% dei quali sono gestiti dal campo anti-Chavez.
Stimolando il panico con voci su imminenti interruzioni dell’approvvigionamento alimentare, con relazioni che esagerano il livello di criminalità in Venezuela (dove, in realtà, c’è meno criminalità che nella maggior parte dei paesi amici degli Stati Uniti), e con accuse di incompetenza del governo nel rispondere alle catastrofi tecniche, divenute sospettosamente frequenti mentre le elezioni si avvicinano, che poi vengono diffuse presso il pubblico nell’ambito di uno scenario sovversivo che coinvolge la rete di organizzazioni non governative venezuelane. In alcuni casi, l’appartenenza a queste ultime si limita a 3-4 persone, ma assieme al forte sostegno dei media, l’opposizione è in grado di dimostrare di essere una forza inquietante. I commentatori pro-Chavez temono che gli agenti dell’USAID contenderanno l’esito della votazione e, in modo sincronico, gruppi paramilitari trascineranno le città venezuelane nel caos, per dare agli Stati Uniti un pretesto per l’intervento militare.
L’USAID è nota per aver contribuito al recente fallito colpo di Stato in Ecuador, nel corso del quale il presidente R. Correa era scampato a un attentato. Le forze di elite della polizia, fortemente sponsorizzate dagli Stati Uniti e dai media che hanno strumentalizzato la legislazione liberale sulla libertà di espressione siglata da Correa, sono stati gli attori chiave della sollevazione. Successivamente, ci sono voluti i seri sforzi di Correa per fare approvare in parlamento un codice multimediale riveduto, contrastando le pressioni delle lobby dell’USAID.
Diversi tentativi per rovesciare il governo di Evo Morales, hanno chiaramente utilizzato il potenziale operativo dell’USAID in Bolivia. Secondo la giornalista e autrice Eva Golinger, l’USAID ha speso almeno 85 mioni di dollari per destabilizzare il regime del paese. Inizialmente, gli Stati Uniti speravano di ottenere il risultato desiderato sollevando i separatisti, in prevalenza bianchi, della provincia di Santa Cruz. Quando il piano fallì, l’USAID passò a corteggiare le comunità indigene con cui le ONG didattico-ambientaliste avevano iniziato a mettersi in contatto, alcuni anni prima. Resoconti disorientanti furono forniti agli indiani, secondo cui la costruzione di una superstrada nella loro regione avrebbe lasciato le loro comunità senza terra, e le conseguenti marce di protesta indiane nella capitale, erosero la posizione pubblica di Morales. Ma poco dopo emerse che molte di quelle marce, tra cui quelle inscenate dal gruppo TIPNIS, erano state coordinate dall’ambasciata degli Stati Uniti. Il lavoro era stato svolto da un funzionario dell’ambasciata, Eliseo Abelo, un elemento dell’USAID che si occupava della popolazione indigena boliviana. Le sue conversazioni telefoniche con i leader della marcia furono intercettate dall’agenzia del controspionaggio boliviana e furono rese pubbliche, così dovette fuggire dal paese, mentre l’inviato diplomatico statunitense in Bolivia si lamentava delle intercettazioni telefoniche.
Nel giugno 2012, i ministri degli esteri dei paesi del blocco ALBA hanno approvato una risoluzione sull’USAID, che dice: “Citando la pianificazione e il coordinamento degli aiuti stranieri come pretesto, l’USAID s’intromette apertamente negli affari interni di paesi sovrani, sponsorizzando le ONG e le attività di protesta volte a destabilizzare quei governi legittimi che non sono amichevoli dal punto di vista di Washington. I documenti resi pubblici dagli archivi del Dipartimento di Stato, sono la prova che il sostegno finanziario veniva fornito ai partiti e gruppi di opposizione nei paesi dell’ALBA, una pratica equivalente ad aperte e audaci interferenze per conto degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei paesi dell’ALBA, l’USAID opera attraverso le sue estese reti di ONG, che gestisce al di fuori del quadro normativo, e anche finanziando in modo illecito media e gruppi politici. Siamo convinti che i nostri paesi non hanno bisogno del sostegno finanziario esterno per mantenere la democrazia stabilita dagli Stati latino-americani e caraibici, o di organizzazioni guidate esternamente che tentano di indebolire o mettere da parte le nostre istituzioni governative”. I ministri hanno chiesto alla leadership di ALBA di espellere immediatamente i rappresentanti dell’USAID, poiché minacciano la sovranità e la stabilità politica dei paesi in cui operano. La risoluzione è stata firmata da Bolivia, Cuba, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua e Venezuela.
Lo scorso maggio Paul J. Bonicelli è stato confermato, dal Senato degli Stati Uniti, assistente amministratore dell’USAID per l’America Latina e i Caraibi. L’ex capo della USAID, Mark Feuerstein, acquisì una tale notorietà, in America Latina, come cervello dietro i golpe contro i legittimi capi di Stato di Honduras e Paraguay, che i politici del continente hanno semplicemente dovuto imparare a evitarlo. La credibilità dell’USAID si riduce sempre più, ed è improbabile che Bonicelli, un ricercatore e un conservatore, sarà in grado di invertirne la tendenza. Il suo curriculum comprende la guida di diverse divisioni dell’USAID e la ‘promozione della democrazia’ di concerto con il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La visione di Bonicelli si riflette nelle pagine della rivista Foreign Policy. Per Bonicelli, Chavez non è un democratico, ma un capo ansioso di sbarazzarsi di tutti i suoi avversari. Il nuovo capo dell’USAID sostiene che, a parte la minaccia della droga, la visione di Chavez ispira i suoi seguaci populisti in Ecuador, Bolivia e Nicaragua, ponendo la più grande sfida agli interessi degli Stati Uniti in America Latina. Bonicelli esorta, pertanto, gli Stati Uniti a sostenere l’opposizione venezuelana in ogni modo possibile, fornendole supporto materiale e addestramento, in modo che possa  prendere parte a pieno alle elezioni e alle attività civili. Un altro articolo di Bonicelli ritrae l’attuale evoluzione della Russia come una cupa regressione e uno scivolamento verso il ‘neo-zarismo’. Sulla base di tale percezione, Bonicelli sostiene che l’occidente dovrebbe ritenere la Russia e i suoi dirigenti responsabili di tutto ciò che riguarda la libertà e la democrazia, anche se la libertà nel paese è importante solo per una manciata di persone, e cita il caso della Polonia, dove gli Stati Uniti supportarono Lech Walesa.
Sono scarse le probabilità che una riforma della USAID possa ripristinarne la credibilità in America Latina. Attenendosi a una ristretta lista di priorità, l’USAID punta su pochi programmi secondari e chiude i suoi uffici in Cile, Argentina, Uruguay, Costa Rica, Panama e prossimamente Brasile. L’USAID ritiene che questi paesi abbiano già una forma ragionevole di democrazia, e che non hanno più bisogno di assistenza, in modo che l’agenzia possa scagliare tutta la sua forza contro i suoi nemici principali: i populisti e Cuba, e fare del suo meglio per far abbattere i politici ostili a Washington in tutto l’emisfero occidentale. Il bilancio dichiarato dell’USAID per l’America Latina è di circa 750 milioni di dollari, ma le stime indicano che la parte segreta dei finanziamenti, che viene sfruttata dalla CIA, potrebbe arrivare a due volte tale importo.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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