La DEA aiuta i narcotrafficanti in Sud America

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012

Rodrigo Hinzpeter Kirberg

Pensate ad un accogliente piano bar in una strada tranquilla nel centro di Santiago del Cile, un posto romantico dove le coppie si incontrano, gli artisti e i turisti si sporgono fuori per ascoltare vecchie canzoni. Tale doveva essere il luogo in cui un agente della DEA di stanza presso l’ambasciata degli Stati Uniti incontrava il suo contatto, un alto ufficiale della polizia investigativa (PDI), per discutere gli accordi – quantità, camuffamento, percorsi e protezione – per il solito business del narcotraffico: l’invio di un carico di cocaina dalla Bolivia passando dal valico di Paso de Colina…
L’investigatore della polizia Fernando Ulloa fu il primo a far saltare il coperchio del sistema. Trovò  un giro di droga nel capoluogo di Maipú, scoprendo che dei suoi colleghi permettevano che la cocaina raggiungesse la destinazione. Svelato il mistero, Fernando Ulloa apprese che ogni mese di carichi di 120-200 kg di cocaina venivano messi in scatole etichettate come apparecchi elettronici, e venivano spediti in Cile da un paio di anni, e che in quel paese i veicoli che trasportavano le scatole venivano scortati dagli ufficiali della polizia o dell’esercito, la cui missione era renderne sicuro il transito. A quel punto, però, i tentativi di Ulloa di riferire le conclusioni dell’indagine vennero sventati dai suoi supervisori di Maipú. Poliziotto onesto, Ulloa non avrebbe mai immaginato che le forze dell’ordine avrebbero strenuamente ignorato le sue assolutamente affidabili informazioni. Quando evaporarono le ultime speranze che gli alti vertici della PDI reagissero, Ulloa, con l’aiuto della parlamentare Monica Slakett, poté contattare direttamente il ministro degli interni Rodrigo Hinzpeter Kirberg, e nel maggio 2011 gli consegnò un pesante dossier di prove incriminanti. Il ministro Hinzpeter disse che il problema avrebbe richiesto quattro giorni per essere risolto e per trasmettere le prove al capo del ministero per le inchieste giudiziarie, chiedendo a Ulloa di non parlarne ai media nel frattempo, in modo da evitare di danneggiare la reputazione della PDI. Ulloa non disse ciò che sapeva per un anno, prima di rendersi conto che il traffico attraverso Paso de Colina continuava come se nulla fosse successo; quindi assunse un avvocato per la sua difesa e rese pubblica la questione. L’amministrazione rispose licenziando Ulloa, mettendolo sotto sorveglianza, ascoltando il suo telefono. Minacce anonime contro Ulloa fecero seguito poco dopo.
Ciò che Ulloa doveva capire era che il suo avversario principale era proprio il ministro Hinzpeter, una delle più influenti figure della politica cilena. I legami di Hinzpeter con elementi di destra degli Stati Uniti e di Israele sono noti in Cile, anche se, paradossalmente, la famiglia del ministro ha un passato socialista al fianco di Salvador Allende, e uno dei suoi parenti era noto per aver spiato per conto dei sovietici durante la seconda guerra mondiale, lavorando per il famoso Grigulevich sulle attività degli agenti nazisti e anche dell’FBI. Hinzpeter, al contrario, è un personaggio che appartiene interamente all’epoca liberale. Ambizioso rampollo di una famiglia ebraica, ha frequentato l’Istituto Weizmann e, di nascosto, ha ricevuto addestramento militare in Israele. Hinzpeter si laureò in giurisprudenza al Dipartimento di scienze sociali dell’Universidad Catolica de Chile, dove entrò in un gruppo di studenti pro-Pinochet, e più tardi lavorò per la Simpson Thacher & Bartlett di New York. Si dice che gli ambienti sionisti negli Stati Uniti apprezzassero la nuova promessa Hinzpeter. L’aspirante ministro è stato il più stretto collaboratore di Sebastián Piñera dal 2001, lavorando come suo capo della campagna elettorale, ed è stato nominato capo della polizia nel 2010, quando Piñera divenne presidente. Non c’è dubbio, la promozione aveva la benedizione di Washington. I cileni hanno costantemente discusso su come esattamente la fedeltà di Hinzpeter si divida tra il Cile e altri centri di gravità politica. Nel corso dei due anni del mandato, Hinzpeter preoccupava costantemente il governo e, da una prospettiva più ampia, minacciava la dirigenza del Cile a causa delle sue inclinazioni scandalosamente autoritarie. Piñera doveva ricorrentemente difendere Hinzpeter dal malcontento pubblico che l’accusava per l’uso della forza contro le proteste della popolazione verso l’aumento delle tariffe del gas di Aisén, i giri di vite sulle manifestazioni degli studenti per l’istruzione gratuita, o per la campagna secondo cui il Cile è in qualche modo oggetto delle mire di gruppi radicali islamici.
I blogger cileni individuano regolarmente delle analogie tra la politica perseguita da Hinzpeter e il modo in cui Israele tratta i palestinesi, indicando a volte che il motivo per cui il ministro sia immune dalle responsabilità per la sua durezza sproporzionata, è perché gode del forte sostegno del Mossad. Tra l’altro, Hinzpeter ha ottenuto ulteriore notorietà come partner della CIA e del Mossad nella caccia alle mitiche cellule di al-Qaida quando, nel maggio 2010, lo studente pakistano Muhammad Saif-ur-Rehman Khan è stato arrestato con accuse piuttosto ridicole, in Cile. Con un pretesto banale, il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti invitò Khan nella sede diplomatica e lo studente ingenuamente accettò. William Whitaker, presumibilmente un operativo della CIA, lo fece passare attraverso un rilevatore di esplosivi, gli chiese di lasciare il suo cellulare e lo portò in una stanza dell’ambasciata. Poco dopo fu detto a Khan che delle tracce di esplosivo erano state rilevate sul suo telefono e lo studente, che voleva protestare contro la violazione dei propri diritti nel corso del procedimento, venne perquisito e con un interrogatorio stile Abu Ghraib costretto a dichiararsi colpevole di un complotto del tutto immaginario. Nel frattempo, la Polizia Investigativa prese istruzioni dal rappresentante dell’FBI in Cile Stanley Stoy, e perquisì la stanza affittata da Khan. Seguendo il consiglio di Hinzpeter, gli israeliani depistarono gli investigatori, ma non furono in grado di identificare nessuno dei contatti degli studenti come potenziali terroristi. Hinzpeter ordinò alla Direzione dell’Intelligence Politica dei Carabineros (Direcciòn de Inteligencia Politica de Carabineros – Dipolcar) d’intercettare tutte le conversazioni telefoniche di Khan (senza un mandato giudiziario ufficialmente rilasciato), con lo scopo di valutare il grado di coordinamento tra il giovane pakistano e il senatore Alejandro Navarro, che aveva condannato l’intera operazione come una provocazione, e controllare se Khan avesse collegamenti con rappresentanti di regimi populisti.
Hinzpeter subito presentò la versione statunitense dell’arresto, facendo riferimento alle tracce di esplosivo presumibilmente rilevate sui beni di Khan. La notizia si diffuse nei media, senza menzionare il carattere estremamente ipotetico delle accuse, e Khan venne rinchiuso in una prigione di massima sicurezza ad affrontare cicli di interrogatori. Khan, in seguito, espresse l’idea che Hinzpeter avesse programmato di farne il caso di punta, al culmine del più ampio quadro di una campagna anti-estremista in Cile, in modo da giustificare l’adozione di una pesantissima legge anti-estremista. Diverse indagini tecniche vennero eseguite su richiesta di un avvocato di Khan, con il risultato che le tracce di esplosivi esistevano solo sul telefono, ma in nessun altro dei beni dello studente. L’unica spiegazione plausibile, dietro tale paradosso, potrebbe essere che il telefono di Khan era stato messo a contatto con una sostanza esplosiva dagli agenti dell’ambasciata degli Stati Uniti. La PDI probabilmente ha fatto lo stesso nell’appartamento in cui viveva Khan, ma “ulteriori prove” non poterono essere piazzate poiché la pattuglia dei Carabineros appostata per ottenere un mandato di perquisizione, videoregistrava le visite della PDI.
Tutto ciò fu un fallimento epico, e chi ideò il trucco non ebbe altra scelta che fuggire dal Cile. Stanley Stoy riemerse presso l’Unità di Negoziazione Crisi dell’FBI in cui le sue esperienze cilene saranno certamente le benvenute, e William Whitaker trovò lavoro come Console a Tijuana (Messico), con il compito di combattere contro quei cartelli della droga che osano sfidare il controllo della DEA. L’ambasciatore Paul Simons, che per un certo periodo rimase in Cile ad affrontare la curiosità non richiesta dei giornalisti, divenne finalmente il segretario esecutivo della Commissione Interamericana per il Controllo dell’Abuso di Droga (CICAD) dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Solo il ministro Hinzpeter detiene ancora la sua carica e dice ancora che Khan aveva a che fare con i gruppi terroristici islamici e cileni, responsabili di una serie di esplosioni presso istituti bancari. Hinzpeter non sembra essere seriamente turbato da un altro scandalo che scoppiò quando divenne chiaro che i proventi della droga venivano usati per minare i regimi populisti dell’America Latina. È convinto che finché i suoi padroni statunitensi e israeliani gli staranno accanto, non gli succederà nulla.
Il giornale indipendente cileno Panorama affermava il 3 novembre che la DEA e la CIA sono  coinvolte nella filiera della droga che si estende da Bolivia e Perù passando per Paso de Colina. Citando fonti attendibili, il giornalista cileno Patricio Mery ha scritto che l’operazione è gestita dall’ambasciata degli Stati Uniti a Santiago del Cile, con un occhio sull’utilizzo di fondi illeciti per attività sovversive nei paesi populisti. Il resoconto dettagliava il sistema di distribuzione della droga, ma vi sono gravi indizi che la base militare di Concon, costruita con i fondi del SouthCom degli Stati Uniti, potrebbe essere una stazione della filiera. Secondo lo stesso articolo, al momento la DEA e la CIA puntano all’Ecuador, che si sta preparando per le elezioni del 17 febbraio 2013. Il leader del paese R. Correa vanta uno schiacciante 70% di consensi, ma è considerato un politico ostile a Washington, contrastando i grandi progetti per l’Asia Pacifico degli Stati Uniti. Un elemento fondamentale della lista di rimostranze degli USA contro Correa, è la chiusura della base militare statunitense di Manta. Di seguito, Correa ha avvertito spesso che la CIA potrebbe pianificare la manipolazione del risultato delle elezioni ecuadoriane e ha citato la scoperta di Mery sui profitti del narcotraffico impiegati per la sovversione politica. Correa ha egualmente citato le rivelazioni del diplomatico inglese Craig John Murray, secondo cui la CIA ha “ufficialmente” versato 85 milioni di dollari, probabilmente un elemento molto reale, negli sforzi per deviare le elezioni in Ecuador. Correa ha evitato di accusare pubblicamente l’amministrazione cilena di complicità in questo sporco gioco, ma potrebbe aver ripreso la questione recentemente, quando ha incontrato il presidente Piñera.
Hinzpeter sta sottoponendo a un forte stress i rapporti, altrimenti amichevoli, tra il Cile e Ecuador, ma vi sono poche probabilità che tale attività costi al ministro il posto. Piñera difficilmente avrà il coraggio di irritare i potenti protettori di Hinzpeter e, quindi, nessun pericolo incombe attualmente sulla rete del narcotraffico che passa da Paso de Colina.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La fine della rete spionistica dell’USAID in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 26/09/2012

L’espulsione dell’USAID dalla Russia era uno sviluppo a lungo atteso e gradito. Mosca ha ripetutamente messo in guardia i suoi partner statunitensi, attraverso una serie di canali, che la tendenza dell’USAID ad interferire negli affari interni della Russia era inaccettabile e che, in particolare, il radicalismo delle sue ONG presenti nel Caucaso non sarebbe stato tollerato. Quando il 1° ottobre, la decisione presa dalla leadership russa avrà effetto, il personale dell’USAID di Mosca, che aveva ostinatamente ignorato tali segnali, dovrà fare le valigie e trasferirsi in altri paesi accusati di avere un regime autoritario…
In America Latina, l’USAID ha da tempo la reputazione di organizzazione nei cui uffici ospita, difatti, i centri di intelligence che progettano l’indebolimento dei governi legittimi di un certo numero di paesi del continente. La verità è che l’USAID quale ospite di operativi della CIA e delle agenzie di intelligence della difesa degli Stati Uniti, non è poi così ignota, così come quello di aver avuto un ruolo in ogni colpo di stato in America Latina, così come nel sostegno finanziario, tecnico e ideologico delle rispettive opposizioni. L’USAID cerca anche, in genere, d’infiltrare le forze armate e le forze dell’ordine locali, reclutandovi degli agenti pronti a dare una mano all’opposizione, quando ce ne sia l’occasione.
In diversa misura, tutti i leader populisti latinoamericani sentono la pressione dell’USAID. Senza dubbio, il Venezuela di H. Chavez è l’obiettivo numero uno della lista dei nemici dell’USAID. Il supporto agli oppositori del regime del paese si è ridotto notevolmente, a partire dalle enormi proteste del 2002-2004, mentre la nazione ha visto il governo concentrarsi sui problemi socio-economici, l’assistenza sanitaria, l’edilizia residenziale e le politiche giovanili. L’opposizione ha dovuto iniziare a fare affidamento sempre più sulle campagne nei media, circa l’80% dei quali sono gestiti dal campo anti-Chavez.
Stimolando il panico con voci su imminenti interruzioni dell’approvvigionamento alimentare, con relazioni che esagerano il livello di criminalità in Venezuela (dove, in realtà, c’è meno criminalità che nella maggior parte dei paesi amici degli Stati Uniti), e con accuse di incompetenza del governo nel rispondere alle catastrofi tecniche, divenute sospettosamente frequenti mentre le elezioni si avvicinano, che poi vengono diffuse presso il pubblico nell’ambito di uno scenario sovversivo che coinvolge la rete di organizzazioni non governative venezuelane. In alcuni casi, l’appartenenza a queste ultime si limita a 3-4 persone, ma assieme al forte sostegno dei media, l’opposizione è in grado di dimostrare di essere una forza inquietante. I commentatori pro-Chavez temono che gli agenti dell’USAID contenderanno l’esito della votazione e, in modo sincronico, gruppi paramilitari trascineranno le città venezuelane nel caos, per dare agli Stati Uniti un pretesto per l’intervento militare.
L’USAID è nota per aver contribuito al recente fallito colpo di Stato in Ecuador, nel corso del quale il presidente R. Correa era scampato a un attentato. Le forze di elite della polizia, fortemente sponsorizzate dagli Stati Uniti e dai media che hanno strumentalizzato la legislazione liberale sulla libertà di espressione siglata da Correa, sono stati gli attori chiave della sollevazione. Successivamente, ci sono voluti i seri sforzi di Correa per fare approvare in parlamento un codice multimediale riveduto, contrastando le pressioni delle lobby dell’USAID.
Diversi tentativi per rovesciare il governo di Evo Morales, hanno chiaramente utilizzato il potenziale operativo dell’USAID in Bolivia. Secondo la giornalista e autrice Eva Golinger, l’USAID ha speso almeno 85 mioni di dollari per destabilizzare il regime del paese. Inizialmente, gli Stati Uniti speravano di ottenere il risultato desiderato sollevando i separatisti, in prevalenza bianchi, della provincia di Santa Cruz. Quando il piano fallì, l’USAID passò a corteggiare le comunità indigene con cui le ONG didattico-ambientaliste avevano iniziato a mettersi in contatto, alcuni anni prima. Resoconti disorientanti furono forniti agli indiani, secondo cui la costruzione di una superstrada nella loro regione avrebbe lasciato le loro comunità senza terra, e le conseguenti marce di protesta indiane nella capitale, erosero la posizione pubblica di Morales. Ma poco dopo emerse che molte di quelle marce, tra cui quelle inscenate dal gruppo TIPNIS, erano state coordinate dall’ambasciata degli Stati Uniti. Il lavoro era stato svolto da un funzionario dell’ambasciata, Eliseo Abelo, un elemento dell’USAID che si occupava della popolazione indigena boliviana. Le sue conversazioni telefoniche con i leader della marcia furono intercettate dall’agenzia del controspionaggio boliviana e furono rese pubbliche, così dovette fuggire dal paese, mentre l’inviato diplomatico statunitense in Bolivia si lamentava delle intercettazioni telefoniche.
Nel giugno 2012, i ministri degli esteri dei paesi del blocco ALBA hanno approvato una risoluzione sull’USAID, che dice: “Citando la pianificazione e il coordinamento degli aiuti stranieri come pretesto, l’USAID s’intromette apertamente negli affari interni di paesi sovrani, sponsorizzando le ONG e le attività di protesta volte a destabilizzare quei governi legittimi che non sono amichevoli dal punto di vista di Washington. I documenti resi pubblici dagli archivi del Dipartimento di Stato, sono la prova che il sostegno finanziario veniva fornito ai partiti e gruppi di opposizione nei paesi dell’ALBA, una pratica equivalente ad aperte e audaci interferenze per conto degli Stati Uniti. Nella maggior parte dei paesi dell’ALBA, l’USAID opera attraverso le sue estese reti di ONG, che gestisce al di fuori del quadro normativo, e anche finanziando in modo illecito media e gruppi politici. Siamo convinti che i nostri paesi non hanno bisogno del sostegno finanziario esterno per mantenere la democrazia stabilita dagli Stati latino-americani e caraibici, o di organizzazioni guidate esternamente che tentano di indebolire o mettere da parte le nostre istituzioni governative”. I ministri hanno chiesto alla leadership di ALBA di espellere immediatamente i rappresentanti dell’USAID, poiché minacciano la sovranità e la stabilità politica dei paesi in cui operano. La risoluzione è stata firmata da Bolivia, Cuba, Ecuador, Repubblica Dominicana, Nicaragua e Venezuela.
Lo scorso maggio Paul J. Bonicelli è stato confermato, dal Senato degli Stati Uniti, assistente amministratore dell’USAID per l’America Latina e i Caraibi. L’ex capo della USAID, Mark Feuerstein, acquisì una tale notorietà, in America Latina, come cervello dietro i golpe contro i legittimi capi di Stato di Honduras e Paraguay, che i politici del continente hanno semplicemente dovuto imparare a evitarlo. La credibilità dell’USAID si riduce sempre più, ed è improbabile che Bonicelli, un ricercatore e un conservatore, sarà in grado di invertirne la tendenza. Il suo curriculum comprende la guida di diverse divisioni dell’USAID e la ‘promozione della democrazia’ di concerto con il Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti. La visione di Bonicelli si riflette nelle pagine della rivista Foreign Policy. Per Bonicelli, Chavez non è un democratico, ma un capo ansioso di sbarazzarsi di tutti i suoi avversari. Il nuovo capo dell’USAID sostiene che, a parte la minaccia della droga, la visione di Chavez ispira i suoi seguaci populisti in Ecuador, Bolivia e Nicaragua, ponendo la più grande sfida agli interessi degli Stati Uniti in America Latina. Bonicelli esorta, pertanto, gli Stati Uniti a sostenere l’opposizione venezuelana in ogni modo possibile, fornendole supporto materiale e addestramento, in modo che possa  prendere parte a pieno alle elezioni e alle attività civili. Un altro articolo di Bonicelli ritrae l’attuale evoluzione della Russia come una cupa regressione e uno scivolamento verso il ‘neo-zarismo’. Sulla base di tale percezione, Bonicelli sostiene che l’occidente dovrebbe ritenere la Russia e i suoi dirigenti responsabili di tutto ciò che riguarda la libertà e la democrazia, anche se la libertà nel paese è importante solo per una manciata di persone, e cita il caso della Polonia, dove gli Stati Uniti supportarono Lech Walesa.
Sono scarse le probabilità che una riforma della USAID possa ripristinarne la credibilità in America Latina. Attenendosi a una ristretta lista di priorità, l’USAID punta su pochi programmi secondari e chiude i suoi uffici in Cile, Argentina, Uruguay, Costa Rica, Panama e prossimamente Brasile. L’USAID ritiene che questi paesi abbiano già una forma ragionevole di democrazia, e che non hanno più bisogno di assistenza, in modo che l’agenzia possa scagliare tutta la sua forza contro i suoi nemici principali: i populisti e Cuba, e fare del suo meglio per far abbattere i politici ostili a Washington in tutto l’emisfero occidentale. Il bilancio dichiarato dell’USAID per l’America Latina è di circa 750 milioni di dollari, ma le stime indicano che la parte segreta dei finanziamenti, che viene sfruttata dalla CIA, potrebbe arrivare a due volte tale importo.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La “guerra all’umanità” dell’occidente

La libertà è schiavitù, il sostegno popolare è autoritarismo
La neolingua del Washington Post
Lizzie Phelan Information Clearing House 26 luglio 2012

Un recente articolo sul Washington Post di Juan Forero, intitolato ‘I nuovi autoritari dell’America Latina‘, è solo l’ultimo esempio di come la macchina mediatica degli imperialisti sia costantemente impegnata nella guerra mediatica contro le nazioni sovrane nel Sud, al fine di fertilizzare il terreno per una nuova o maggiore aggressività economica e militare contro di esse. Tali campagne di psy-op cercano anche d’influenzare gli eventi sul campo nei paesi presi di mira, in questo caso nel Venezuela in vista delle elezioni di ottobre, in cui tutti i segni puntano a un’altra clamorosa vittoria dell’attuale presidente Hugo Chávez Frías.
L’articolo fa parte dell’ala psicologica di ciò che il sito web nicaraguense ‘Tortilla con sal’ definisce “guerra all’umanità” dell’Occidente, al fine di convincere il mondo della superiorità morale di una minoranza (l’élite occidentale/imperialista) sulla maggioranza, in modo da ridurre al minimo la minaccia di uno sforzo di massa organizzato per contestare i tentativi della minoranza, sempre più volti a raggiungere una totale egemonia globale.
Nella sua morale, la minoranza sostiene attraverso la sua vasta rete di propaganda, che mentre bombarda la maggioranza, è superiore in quanto universale e quindi deve difendersi e vincere a qualsiasi costo, compresa la distruzione di intere nazioni, per non parlare dei milioni e milioni di vite, i cui governi si mettono di traverso, come il caso della Libia ha dimostrato ultimamente. Fatti scomodi, come l’impareggiabile record di crimini delle potenze  NATO/imperialiste che sostengono la loro superiorità morale, deve inesorabilmente essere legittimato attraverso i media imperialisti (compreso il Washington Post) e la rappresentazione dello spettacolo dei crimini della NATO come atti di libertà, mentre gli atti di resistenza e l’autodifesa dei loro avversari che mettono a repentaglio le pretese sulla superiorità morale e l’obiettivo dell’egemonia totale, sono presentati come crimini contro l’umanità. E così guardando attraverso la lente di Forero, le nazioni sovrane dell’America Latina, che stanno consolidando la loro libertà dal dominio occidentale attraverso l’unificazione crescente del continente, sono il male emergente contro cui il governo degli Stati Uniti dovrebbe fare qualcosa.
Il suo gancio è il recente assalto di Human Rights Watch contro il Venezuela nella sua relazione intitolata “Tightening the Grip” che, come urla il titolo, è un documento che sostiene che Chavez sia diventato più autoritario che mai. E in un colpo solo Forero trascina tutti i leader eletti dal popolo delle nazioni sovrane e progressiste del continente nella relazione su Chavez, focalizzandosi su coloro con il sostegno più grande: Rafael Correa in Ecuador e il nicaraguense Daniel Ortega.

Forero/HRW e il malvagio uomo di paglia della magistratura venezuelana
In Venezuela il punto cruciale del velenoso articolo, in linea con il rapporto di HRW, è puntato contro il sistema giudiziario del paese. Né l’articolo né la relazione menzionano che il governo venezuelano ha recentemente pubblicato un piano, per i prossimi sei anni, di cui una sezione è interamente dedicata al sistema giudiziario, che ribadisce l’intenzione del governo di affrontare questo sistema dal “carattere razzista e classista … e l’impunità“. In Occidente, tali omissioni avvengono dopo lunghe, fasulle e costose inchieste pubbliche. Questi governi non si sognerebbero mai di riconoscere il razzismo, il classismo e l’impunità diffusa in modo palese nei propri sistemi, senza, ad esempio, le decine di imbarazzanti omicidi razzisti e una sostenuta pressione dell’opinione pubblica da parte delle famiglie delle vittime, come è accaduto quando una pubblica inchiesta ha “scoperto” che la polizia britannica era istituzionalmente razzista, sulla scia dello scandaloso processo agli assassini di Stephen Lawrence.
Nel suo caso Forero cita due ex giudici che hanno accusato il governo venezuelano di dirottare il sistema giudiziario. Alti funzionari del governo, dice, avrebbero chiesto all’ex-magistrato Eladio Aponte, che nel frattempo ha cercato asilo negli Stati Uniti, dei “favori”. Forero evita convenientemente d’informare il lettore che Aponte è stato licenziato perché accusato di accettare denaro da trafficanti di droga e di fornire all’infame barone della droga, ora in carcere, Walid Makled, una carta d’identità. Durante il processo, Makled asseriva che aveva dato circa 70.000 dollari ad Aponte. Né l’articolo ricorda che Aponte prima era fuggito in Costa Rica, per eludere il processo, da dove si è recato negli Stati Uniti su un aereo dell’US Drug Enforcement Administration, niente di meno. Aponte ha negato le accuse, ma non ha fornito prove a sostegno della sua smentita. Le autorità venezuelane hanno detto che presenteranno le prove delle loro accuse contro Aponte.
Forero dedica una sola frase per ricordare che l’ex giudice Maria Lourdes Afiuni è sotto processo dopo aver “fatto infuriare Chavez con una delle sue decisioni“. Se più di 23 parole sono state dedicate al caso di Afiuni, è forse perché alcuni fatti avrebbero avuto il senso di una buona storia, come dice il vecchio adagio. Perché Afiuni, dopo aver emesso una sentenza in cui non erano presenti i procuratori (in contrasto con la legge) con cui Eligio Cedeño, un finanziere che è stato accusato di essersi appropriato di milioni di dollari e di aver avuto un ruolo in altri enormi casi di corruzione, veniva liberato, per poi subito dopo scortarlo fuori dall’aula e vedergli prendere una motocicletta su cui ha iniziato la sua fuga che, infine, l’ha portato a Miami. Indipendentemente dalla legittimità della sentenza, Afiuni ha violato unilateralmente la normale procedura di invio alla parte convenuta al centro di detenzione della corte, mentre le procedure amministrative, per quanto riguarda il suo rilascio venivano completate. E’ questo scandalo di proporzioni così gravi che fece infuriare l’opinione pubblica venezuelana e il governo, ed è per questo che Afiuni è sotto processo.
Il Washington Post comprende un paragrafo liberatorio che ammette che i leader “filo-americani“, come in Colombia, hanno “indebolito la governance democratica“. Così la Colombia è una democrazia debole, ma Venezuela, Nicaragua ed Ecuador sono regimi autoritari? Questa è un altra inversione totale della realtà. La Colombia, destinatario principale degli aiuti militari statunitensi del continente (e uno del mondo) che vanta sette basi militari statunitensi, detiene attualmente circa 5.700 prigionieri politici e ha una vista annebbiata sui 3,6 milioni di profughi interni. Tale situazione desolante è totalmente incomparabile con la realtà negli stati non-clienti degli USA, come quelli su cui Washington Post e HRW hanno concentrato la loro ira.
E in effetti il quadro più abissale globalmente, in termini di abuso interno del sistema giudiziario, è nelle mani del regime degli Stati Uniti. A differenza di Venezuela, Nicaragua ed Ecuador, negli Stati Uniti si può essere detenuti a tempo indeterminato senza accusa. Uno ogni 48 uomini in età lavorativa, si trova dietro le sbarre e la cifra non comprende le decine di migliaia di immigrati che affrontano la deportazione e le persone in attesa di condanna. Gli Stati Uniti imprigionano cinque volte più persone del Venezuela, sei volte del Nicaragua e otto volte dell’Ecuador. Mentre gli Stati Uniti sono in cima alla lista globale della popolazione carceraria, gli altri tre sono molto indietro, rispettivamente 98, 122 e 160.mo posto.
Le condizioni nelle carceri degli Stati Uniti non hanno eguali, soprattutto considerando che circa 2,3 milioni di persone vi languono. I tassi di abuso sessuale sono impressionanti e le aziende utilizzano i detenuti a buon mercato, come fonti gratuite di lavoro. Questo è il 21° secolo della schiavitù sistematica del mondo “sviluppato”, e tale fenomeno pericoloso significa che vi è in realtà un enorme incentivo monetario per l’elite aziendale, che tira le fila del sistema politico degli Stati Uniti, per incarcerare sempre di più.
Mentre il Venezuela si è impegnato ad affrontare il carattere razzista del suo sistema giudiziario, e ha sostenuto la creazione di una serie di gruppi di origine africana, che fungeranno da gruppi di pressione per garantire la lotta contro il razzismo, gli Stati Uniti hanno storicamente compiuto un giro di vite contro le organizzazioni afro-americane che lottano veramente per tali progressi. Non c’è posto in questo pianeta dove il trattamento dei neri sia peggiore, che non nel regime statunitense, come esemplificato dal fatto che dei 2,3 milioni di detenuti degli Stati Uniti, il 46 per cento sia nero, nonostante che i neri costituiscono appena il 13 per cento della popolazione degli Stati Uniti.
Ma né il Washington Post, né HRW dedicano un rapporto per scrutare lo stato dei diritti umani negli Stati Uniti, come fanno con il loro rapporto dal titolo sexy “Tightening the Grip” per il Venezuela, e la menzione sugli abusi interni negli Stati Uniti restano sepolti nelle loro relazioni annuali mondiali. Così sono i cinesi a farlo ogni anno.
Mentre HRW si adopera per propagandare la caduta del governo siriano, basandosi su una serie di traballanti video di YouTube, che pretendono di mostrare le forze di sicurezza siriane usare armi contro dei manifestanti pacifici, al riguardo il capo della Commissione ONU per i diritti umani che indaga sulla Siria, Paulo Pinheiro, ha detto: “YouTube non è un mezzo affidabile di indagine … C’è la manipolazione dei media.”, non ci sarebbe modo di montare una campagna per un cambiamento di regime negli Stati Uniti sulla base di quei video molto reali, e che dicono molto al riguardo, sulla polizia degli Stati Uniti che apre il fuoco sui manifestanti disarmati nella città della California di Anaheim.

Leader popolare o autoritario repressivo?
Continuando con questa corsa per distogliere l’attenzione su chi siano i più grandi nemici dell’umanità, il sottotono dell’articolo di Forero è che le masse venezuelane che appoggiano Chavez non sono, in qualche modo, nel pieno controllo delle propri capacità mentali, e questo è quindi un altro segno di come il governo venezuelano affamato di potere inganni il suo popolo. E così cita un giudice venezuelano che parla della sua fedeltà alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela e a Chavez, come esempio di come i sostenitori di Chavez siano ovunque, anche nelle istituzioni più importanti del paese. La logica ridicola sembra essere che la popolarità è pericolosa perché, con persone in tutto il mondo che sostengono il governo, ci saranno meno persone che seguiranno il suo ordine del giorno, indipendentemente dal fatto che tale ordine del giorno sia migliorare il destino di tutti i venezuelani, come ha dimostrato finora di avere fatto.
Forero ritrae con condiscendenza le masse di poveri venezuelani come pecore sotto l’incantesimo di un “accattivante leader messianico”, come se  sostenessero Chavez per nessun altro motivo se non il lavaggio del cervello del suo carisma. Ancora più aberrante, è l’uso dell’accademico Javier Corrales, autore di un libro su Chavez con il titolo apertamente razzista di Dragon in the Tropics, come fonte per aggiungere le stridule voci che sostengono che Chavez stia abusando della sua popolarità.
Non importa allora che la popolarità sia una conseguenza diretta del fatto che, da quando Chavez ha vinto la sua prima elezione nel 1999, il paese che aveva uno dei più ampi squilibri al mondo tra ricchi e poveri, abbia visto la povertà  ridursi di oltre il 50 per cento, l’analfabetismo sradicato, decine di milioni di persone ormai in grado di accedere all’assistenza sanitaria gratuita, altri milioni di persone entrare nell’istruzione superiore, cui partecipano gratuitamente, la creazione di decine di migliaia di consigli comunali che danno alla popolazione l’opportunità di partecipare al sistema politico, l’emergere di 200.000 cooperative, l’emergere di una serie di organizzazioni di donne, indigeni, di già indicati discendenti africani, e molto altro ancora. Queste sono le ragioni per le quali, come per il presidente del Nicaragua Daniel Ortega, Chavez, quando parla alle piazze, cosa che gli imperialisti non avrebbero mai il coraggio di sognare, milioni di persone accorrono per sentirli parlare. Questo è il motivo per cui, nuovamente, giunsero a milioni per difenderlo dal fallito colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 2002, ed è per questo che l’hanno ripetutamente votato a milioni.
Lontani dal potere consolidato in poche mani, sia il Nicaragua che il Venezuela sono in costante movimento per rafforzare e ampliare gli organi di democrazia diretta. I consigli comunali del Venezuela sono stati citati sopra, mentre in Nicaragua, il modello di potere del cittadino continua a migliorare i modi in cui le comunità locali possono decidere come il denaro pubblico venga speso nei loro comuni. Il collegamento tra questo modello e le recenti statistiche che hanno mostrato l’FSLN riuscire a dimezzare la povertà estrema nel secondo paese più povero delle Americhe, dopo Haiti, è chiaro. E’ la gente del posto che conosce al meglio le esigenze della propria comunità e, come tali, sono loro che decidono dove gli investimenti pubblici dovrebbero avere la priorità, per uno sviluppo infrastrutturale enorme, vale a dire strade, case, tetti e lo sviluppo di energia elettrica, e le iniziative sociali che sono state rivolte, in particolare, a consentire alle donne più povere del Nicaragua a diventare autosufficienti. Il partito al governo dell’FSLN ha inoltre ampliato il numero dei rappresentanti dei governi locali, pur non aumentando il budget per i loro stipendi. Questa è una mossa che garantisce una rappresentanza più equilibrata e taglierà lo stipendio dei dipendenti pubblici, per migliorare il servizio di incentivazione monetaria/sociale di tale posizione a favore di questi ultimi.
Rivolgersi ai bisogni materiali e spirituali della maggioranza povera e degli emarginati, come le nazioni insultate da Forero hanno fatto e stanno facendo, è la chiave per garantire che godano delle condizioni che gli consentano di partecipare alla costruzione della democrazia. Nel frattempo, negli Stati Uniti e in Inghilterra per esempio, l’idea che i cittadini dovrebbero poter avere più voce in capitolo sulle politiche che riguardano le loro comunità locali, al di là di scegliere ogni tre o quattro anni, tra due o tre partiti che rappresentano tutti gli stessi interessi corporativi, che per davvero hanno voce in capitolo, è inaudito.
In Libia, lo stile preferito dall’Occidente di “democrazia” è arrivato in groppa al fosforo bianco e ai missili da crociera Tomahawk, a spese del sistema di democrazia diretta che vi si stava costruendo, per non parlare delle decine di migliaia di vite, di milioni esistenze, di una stabilità e un livello di sviluppo che avevano portato il popolo libico al più alto standard di vita in Africa.

Smascherare il missionario
Ma HRW ha una preferenza per la propaganda a favore della distruzione tali progressi nei paesi in cui, l’equilibrio di potere, non è a favore delle potenze della NATO. Dalla sua fondazione nel 1978 come Helsinki Watch, ad opera della Fondazione Ford, HRW ha costantemente promosso l’intervento umanitario nei paesi considerati avversari dall’Occidente. Più di recente in Libia, HRW è stato uno dei firmatari del documento che ha portato alla sospensione della Libia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, in violazione delle procedure delle Nazioni Unite, e alle successive risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che hanno portato a nove mesi di attacchi aerei supportati da circa 40 paesi della NATO.
Nella sua lunga e sporca storia, HRW nel 2010 annunciò che avrebbe accettato 100 milioni dollari da George Soros, che è il vaso di miele dietro cui vi sono alcune dei più potenti think-tank, gruppi di pressione e ONG degli Stati Uniti, e che perciò gode di un peso notevole nell’influenzare la politica estera imperialista degli Stati Uniti. Nella lunga lista di malvagi sostenitori di HRW  vi è la Fondazione Sandler, che ha dato circa 30 milioni di dollari al gruppo. La fondazione è una creatura di Herb e Marion Sandler, che sono stati i donatori principali dei democratici e che hanno contribuito a fondare una serie di think-tank e gruppi di pressione, tra cui il Center for American Progress, anch’esso finanziato da Soros e guidato da John Podesta, il capo di stato maggiore della Casa Bianca sotto la presidenza Clinton. Non sorprende perciò che la fondazione abbia costantemente promosso l’ingerenza degli Stati Uniti nel sud, compreso il sostegno alla saga KONY2012 che faceva appello a un intervento militare in Uganda con un pretesto completamente fasullo.
In breve, se si segue il denaro dei paesi della NATO nella vasta rete di think-tank, lobbisti, ONG, giornali, siti web, canali di notizie, musica e industria del cinema, Washington Post e HRW inclusi, quasi sempre può essere riconducibile a una élite aziendale o “filantropica”, che ha interesse nel promuovere l’agenda dell’egemonia globale dei paesi della NATO.
Ho notato una certa sorpresa da parte di persone che scoprono il ruolo delle organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International. Il discorso dell’intervento umanitario, tuttavia, è forse uno dei più vecchi trucchi nel libro dell’impero occidentale, ma si è solo evoluto il suo travestimento. Questo articolo di Global Research ha fatto bene a chiamare le ONG occidentali moderni “Missionari dell’Impero” o come Black Agenda Report ha etichettato HRW, “Guerrieri dei diritti umani per l’impero“. I resoconti della prima presenza inglese in Africa, come quelli indicati in Things Fall Apart di Chinua Achebe, mostrano il modo insidioso con cui i missionari, in seguito alla prima spartizione dell’Africa alla Conferenza di Berlino, s’infiltrarono nelle comunità africane e usarono alcuni punti di tensione come opportunità per promuovere l’idea, a sezioni delle minoranze di quelle comunità, che le loro rimostranze verso la loro comunità erano esempi di grave sofferenza, la cui causa era l’arretratezza morale della loro società e che poteva essere risolta abbracciando l’unico percorso morale corretto, la chiesa inglese. Questa scissione della comunità ha fatto sì che, sul momento, le conseguenze disastrose divenissero chiare a tutti, mentre le assai più gravi sofferenze venissero sentite quando era troppo tardi.
Le ONG operano più o meno allo stesso modo oggi, facilitando i disegni imperiali che portano solo a guerra, instabilità e miseria alla maggioranza dei popoli del Sud, dietro la maschera delle persone dei “diritti umani“. E’ una maschera, tuttavia, che viene strappata, prima con l’appello di ALBA ai paesi membri a espellere l’USAID e i suoi rappresentanti, e poi questa settimana con il presidente russo Vladimir Putin che firma un disegno di legge che obbligherà tutte le ONG che ricevono finanziamenti esteri, a registrarsi come agenti stranieri, e più recentemente con Chavez che ha espulso dal Venezuela l’Inter-American Human Rights Court dell’OSA. L’OSA è naturalmente un altro strumento di dominio occidentale sulla regione, un corpo che dovrebbe promuovere la democrazia che è di per sé antidemocratico e continua a violare la volontà della maggioranza dei suoi membri di porre fine al blocco criminale contro Cuba.
La decisione di Chavez di ritirarsi, ha detto, proviene “dalla dignità, e li accusiamo di fronte al mondo di essere inadatti a definirsi un gruppo per i diritti umani.” Non è inaudito che tali gruppi siano banditi dai governi del  Sud dai loro paesi, quando si trovano ad affrontare un’effettiva aggressione militare. Ma la guerra contro tali paesi sovrani comincia molto tempo prima di un’azione militare diretta. Inizia con articoli come quello di Forero.

Phelan è una giornalista freelance specializzata nelle lotte dei popoli che difendono il loro paese contro le violazioni alla sua sovranità. Attualmente in Nicaragua, ha fatto corrispndeza dalla Siria e dalla Libia per PressTV e Russia Today. Il suo blog.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un’Unione è Nata: America Latina in Rivoluzione

La Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC)
Eva Golinger Global Research, 8 dicembre 2011 – Chavezcode.com

Mentre gran parte del mondo è in crisi e le proteste erompono in tutta Europa e negli Stati Uniti, le nazioni dell’America Latina e dei Caraibi  costruiscono l’accordo consenso, promuovono la giustizia sociale e una crescente positiva cooperazione nella regione. Trasformazioni sociali, politiche ed economiche hanno avuto luogo attraverso i processi democratici in paesi come Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Uruguay, Argentina e Brasile in tutto il decennio, portando ad una massiccia riduzione della povertà e disparità di reddito nella regione, e a un notevole aumento nei servizi sociali, qualità della vita e partecipazione diretta nel processo politico. 
Una delle principali iniziative dei governi progressisti latino-americani di questo secolo, è stata la creazione di nuove organizzazioni regionali che promuovono l’integrazione, la cooperazione e la solidarietà tra le nazioni vicine. Cuba e Venezuela ha iniziato questo processo nel 2004 con la fondazione dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), che ora include Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Dominica, St. Vincent e Grenadine e Antigua e Barbuda. ALBA è stata inizialmente lanciata in risposta al fallito tentativo del governo statunitense di imporre il suo accordo di libero scambio delle Americhe (ALCA) in tutta la regione. Oggi ALBA è una prospera organizzazione multilaterale in cui i paesi membri condividono simili visioni politiche per i loro paesi e per la regione, e comprende numerosi accordi di cooperazione negli ambiti economico, sociale e culturale. La base fondamentale del commercio tra le nazioni ALBA è la solidarietà e il mutuo beneficio. Non c’è competizione, sfruttamento o tentativo di dominare tra gli stati ALBA. ALBA conta anche su una propria moneta, il Sucre, che consente il commercio tra stati membri, senza la dipendenza dal dollaro americano. 
Nel 2008, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) è stata formalmente istituita come un organismo regionale che rappresenta gli stati del Sud America. Mentre ALBA è molto più consolidata come voce politica unificata, UNASUR rappresenta una diversità di posizioni politiche, modelli economici e visioni per la regione. Ma i membri UNASUR condividono l’obiettivo comune di lavorare verso l’unità regionale e per garantire la risoluzione dei conflitti attraverso mezzi pacifici e diplomatici. UNASUR ha già giocato un ruolo chiave nella pacifica risoluzione delle controversie in Bolivia, in particolare durante un tentato colpo di stato contro il governo di Evo Morales nel 2008, e ha anche moderato con successo un grave conflitto tra Colombia e Venezuela, conducendo al ristabilimento delle relazioni nel 2010. 
Duecento anni fa, eroe dell’indipendenza sudamericana Simon Bolivar, nativo del Venezuela, sognava di costruire l’unità regionale e la creazione di una “Patria Grande” in America Latina.  Dopo aver ottenuto l’indipendenza per il Venezuela, Bolivia, Ecuador e Colombia, e la lottato contro i colonialisti in diverse nazioni caraibiche, Bolivar ha cercato di trasformare questo sogno dell’unità latino-americani in realtà. I suoi sforzi furono sabotati da potenti interessi contrari alla creazione di un solido blocco regionale, e alla fine, con l’aiuto degli Stati Uniti, Bolivar è stato estromesso dal suo governo in Venezuela e morì isolato in Colombia diversi anni dopo. Nel frattempo, il governo statunitense aveva proceduto ad attuare la sua Dottrina Monroe, un primo decreto dichiarato dal presidente James Monroe nel 1823 per assicurare il dominio degli Stati Uniti e il controllo delle neo-liberatesi nazioni dell’America Latina e dei Caraibi.
Quasi duecento anni di invasioni, interventi, aggressioni, colpi di Stato e di ostilità condotti dal governo degli Stati Uniti contro le nazioni dell’America Latina all’ombra dei secoli 19.mo e 20.mo.  Entro la fine del 20.mo secolo, Washington aveva imposto con successo i governi ad ogni nazione dell’America Latina e dei Caraibi che erano subordinati alla sua agenda, con l’eccezione di Cuba. La Dottrina Monroe era stato raggiunta, e gli Stati Uniti si sentivano fiducioso del loro controllo sul loro “cortile”.
La svolta inaspettata all’inizio del 21° secolo in Venezuela, in passato uno dei partner più stabili e servili di Washington, fu uno shock per gli Stati Uniti. Hugo Chavez è stato eletto presidente e una rivoluzione era cominciata. Un tentativo di colpo di stato nel 2002 non è riuscito a sovvertire il progresso della Rivoluzione Bolivariana e la diffusione della febbre rivoluzionaria in tutta la regione. Presto Bolivia e poi Nicaragua ed Ecuador seguirono. Argentina, Brasile e Uruguay elessero dei presidenti socialisti, due dei quali ex-guerriglieri. I mutamenti maggiori iniziarono a verificarsi in tutta la regione, mentre i popoli di questo vasto continente vario e ricco, assunsero il potere e fecero sentire la loro voce.
Le trasformazioni sociali in Venezuela, che ha dato voce al potere della gente, divennero esemplari per gli altri nella regione, mentre il presidente Chavez sfidava l’imperialismo statunitense. Un forte sentimento di sovranità e d’indipendenza latinoamericana cresceva, raggiungendo anche quelli con i governi allineati agli interessi degli USA e al controllo delle multinazionali.
Il 2-3 dicembre 2011, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) è nata e la travolgente forza di un continente di quasi 600 milioni di uomini ha realizzato un sogno di unità vecchio di 200 anni. Le 33 nazioni che fanno parte della CELAC sono tutte d’accordo sulla necessità indiscutibile di costruire una organizzazione regionale che rappresenti i loro interessi, e che escluda la prepotente presenza di Stati Uniti e Canada. Se alla CELAC ci vorrà del tempo per consolidare l’impegno eccezionale evidenziato dai 33 stati presenti al suo lancio a Caracas, in Venezuela, non può essere sottovalutata.
La CELAC dovrà superare i tentativi di sabotaggio e neutralizzazione della sua espansione e della sua resistenza, e le minacce contro di essa e gli intenti di dividere i paesi membri saranno numerosi e frequenti. Ma la resistenza dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi, che hanno ripreso questo cammino di unità e indipendenza dopo quasi duecento anni di aggressione imperialista, dimostra la forza potente che ha portato questa regione a diventare una fonte di ispirazione per coloro che cercano la giustizia sociale e la vera libertà in tutto il mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il gangsterismo degli USA rafforza l’Unità latino-americana

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 06.12.2011


A giudicare dalla copertura offerta dai media occidentali, soprattutto negli Stati Uniti, si aveva l’impressione che l’istituzione della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) sia classificata essenzialmente come una notizia di sfondo. I servizi da Caracas, dove un forum di 33 presidenti e primi ministri dei paesi della regione si sono riuniti il 2-3 dicembre, sono stati volutamente minimalisti, con emozioni superficiali solo in connessione con i problemi di salute del leader venezuelano H. Chavez, che ha ospitato il vertice. Infatti, ha messo in chiaro un certo numero di volte, che aveva lo aveva affrontati ed era pronto a farsene carico per paio di decenni a venire, ma l’Impero, con la sua permanente campagna di disinformazione, non sembra sentirlo.
Tuttavia, il vertice non ha lasciato alcuna possibilità alla nota dottrina Monroe, che solo di recente ha promesso di vivere finché gli Stati Uniti resteranno al loro posto. Già nel 2008, Chavez ha chiesto all’amministrazione statunitense di rottamare la dottrina Monroe, introdotta dal quinto presidente degli Stati Uniti J. Monroe, che implicava che gli Stati Uniti non avrebbero interferito nelle colonie europee, ma in cambio chiedeva d’isolare l’emisfero occidentale dai tentativi di colonizzazione europea. Chavez ribadisce in ogni contatto con i media statunitensi, che Washington dovrebbe abbandonare la dottrina e cita la dichiarazione del terzo presidente statunitense T. Jefferson, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero assorbito una ad una tutte le repubbliche a sud di essi, provando la natura imperiale degli Stati Uniti.
Una più stretta integrazione dell’America Latina, voluta dal liberatore del continente Simon Bolivar, è stata un tema ricorrente durante il forum di Caracas. Bolivar aveva detto nel 1828 che, paradossalmente, gli Stati Uniti erano destinati a seminare la povertà in America Latina, in nome della libertà.  I leader di destra, sinistra e centristi latino-americani, allo stesso modo, hanno fatto spesso riferimento al concetto di Caracas. L’aggressiva politica  estera di Washington evoca spiegabili preoccupazioni nei paesi a sud del Rio Grande. L’Impero usa costantemente la potenza pura per attuare i suoi disegni strategici e geopolitici, immischiandosi con pretesti falsi negli affari degli stati sovrani, e organizzando regolarmente trame con lo scopo di uccidere i politici che lo sfidano. Ora che il Pentagono si è impantanò in Asia e Africa, potrebbero accrescersi le illusioni che l’Impero perda interesse per l’America Latina, anche se mai in realtà, negli Stati Uniti, le attività sovversive contro di essa si sono arrestate. Gli sforzi più seri di Washington, si sono concentrati sull’identificazione di obiettivi strategici in Brasile, Venezuela e Cuba, ma gli alleati degli Stati Uniti come la Colombia, Cile e Messico non devono sentirsi immuni. Gli alleati di oggi possono essere i nemici di domani, e sono anch’essi soggetti a sorveglianza e controllo.
Raul Castro ha esortato i partecipanti al forum ad essere più decisi nel contrastare i tentativi esterni di destabilizzare la situazione nella regione. Ha sottolineato che a Washington non sarebbe stato più permesso di trattare l’America Latina come in passato, quando impose ai popoli del continente modelli di sviluppo sleali e li sottomesse. Castro ha parlato degli ultimi decenni dello spietato blocco economico degli Stati Uniti contro Cuba, che ha descritto come uno dei peggiori crimini contro l’umanità nella storia. Ha detto che, analogamente, le campagne degli Stati Uniti in Libia e altri paesi sono dei crimini internazionali che, peraltro, rischiano di diventare una norma, data la vergognosa inazione delle Nazioni Unite.
Subito, un paio di osservatori hanno interpretato la creazione del CELAC come la “vendetta storica” dei paesi latino-americani. Dal 1948, tutti essi erano membri della Organizzazione degli Stati Americani, ideata dagli USA, che l’Impero abitualmente governava tramite repressioni, torture e stragi – verso i paesi sfidanti come Guatemala, Nicaragua, Grenada, Panama o Cile. I programmi di tortura messi insieme nella Scuola delle Americhe, sono ancora in uso nei paesi politicamente allineati con gli Stati Uniti.
Vale la pena notare che l’elenco dei presidenti “puniti” da Washington include politici sia di destra che di sinistra. La lista degli assassinati di sinistra – J. Gaitan, in Colimbia, S. Allende in Cile, O. Torrijos a Panama – è quasi infinita. M. Noriega a Panama, però, era senza dubbio di destra ma è stato fatto fuori bruscamente da Washington. Ha lealmente contribuito a fornire le armi degli Stati Uniti ai contras dell’America centrale, ma è stato messo dietro le sbarre da Washington per il business della cocaina, una volta non più necessario. Noriega aveva reso difficile alla DEA  monopolizzare l’invio di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, via Panama. L’ex presidente colombiano A. Uribe è un potenziale prossimo bersaglio. Uribe è stato fondamentale per organizzare le formazioni paramilitari che hanno lanciato raid sanguinari contro gli insorti. Cercando di rimanere utile ai suoi protettori statunitensi, in seguito ha promosso campagne contro i regimi populisti, inoltrando le invettive di Washington contro H. Chavez, C. Correa e E. Morales. Come tante volte prima, scommettendo sulla gratitudine degli Stati Uniti per “il suo figlio di puttana”, ha dimostrato una malintesa tattica nel caso di Uribe.
Washington abbastanza spesso preme per sanzioni contro i regimi sfidanti nell’Organizzazione degli Stati Americani. Non c’è dubbio che Chavez abbia attirato l’ira di Washington più di ogni altra figura politica latinoamericana nel recente passato. Il leader venezuelano ha guidato la riforma dell’OPEC che ha fissato dei prezzi dell’energia più giusti, e quindi non poteva non far arrabbiare gli Stati Uniti, ha fermamente avanzato l’integrazione latino-americana e, con il sostegno della Russia e della Cina, ha avviato il riarmo delle forze armate venezuelane. Chavez rimprovera l’Organizzazione degli Stati americani – una formazione obsoleta, inefficiente e ostile, nelle sue parole – per il suo orientamento pro-USA e sostegno de facto al blocco imposto a Cuba. Chavez e i suoi alleati del Nicaragua, ecuadoriani e boliviani, mettono in discussione la capacità dell’Organizzazione degli Stati americani a sostenere una riforma sensata, e a ritenere che un ritiro dall’alleanza malandata potrebbe essere la soluzione ottimale.
E’ chiaro che la sicurezza regionale farà salire più in alto nell’agenda il CELAC. In privato, i leader latino-americani discutono da lungo tempo del potenziale impatto che possa avere l’instabilità socio-economica degli Stati Uniti, soprattutto nelle più ampie implicazioni dell’attuale crisi globale. Ad oggi, le guerre condotte da Washington sono di tipo apertamente gangsteristico, l’obiettivo palese è quello di minare completamente la configurazione globale esistente, nell’interesse della Pax Americana. Di conseguenza, la priorità strategica dell’impero è neutralizzare al massimo i centri alternativi di potere. Chavez sostiene che, in assenza di una stato di guerra permanente, le possibilità dell’Impero di rimanere a galla sono poche: l’economia statunitense si troverà ad affrontare una crisi ancora più profonda, a meno che il saturo complesso militare-industriale del paese perpetui un completo carico di lavoro. Il recente attacco degli USA contro un checkpoint del Pakistan  nucleare, invia al mondo un minaccioso messaggio, le cui motivazioni degli strateghi del Pentagono sono rimaste oscure. Chavez ritiene che Washington affronti un dilemma, scegliere tra una guerra nucleare e una evaporazione totale del suo potere globale, alla metà del secolo XXI.
E’ impossibile al momento, prevedere quale forma esattamente prenderà lo smantellamento dell’Impero, ma la sua politica interna sembra già essere pronta a far esplodere le proteste. In particolare, le elite degli Stati Uniti hanno paura delle migliaia di veterani delle campagne irachene e afghane. I media abbondano di rapporti di suicidi tra i veterani, ma non dicono nulla circa la disponibilità di molte di queste persone a cercare vendetta per gli anni persi della loro vita, per la morte dei loro coetanei e per il crollo dei loro ideali.  Questo nuovo tipo di minaccia terroristica sta fermentando nel suburbio svantaggiato degli USA, in attesa di essere sbloccato dalla crisi. Le elite degli Stati Uniti sperano di fronteggiare la sfida, basandosi sul mito di un nuovo pericolo di origine esterna. Il ruolo  attribuito ad al-Qaida, mentre il nemico degli Stati Uniti di oggi è la Siria, dove l’amministrazione reprime proteste che sono in realtà azioni dagli agenti della CIA e dei servizi segreti israeliani, britannici e francesi, e inoltre l’Iran, il paese coperto di denunce di voler costruire un arsenale nucleare per poter far scattare un attacco contro l’Occidente.
La poetessa cilena e, vincitrice del Premio Nobel del 1945, Gabriela Mistral ha detto che, assieme alla loro bellissima lingua, i latino-americani sono, più di qualsiasi altra cosa, uniti dall’odio per gli Stati Uniti. Indipendentemente da quante cose siano cambiate dall’epoca in cui ha coniato tale frase, l’odio è ancora lì ed è sempre più forte, uno dei motivi che rendono il CELAC solido come una roccia.

É gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line del Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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