Il Pentagono ha adottato la formula “2, 2, 2, 1″

Alfredo Jalife-Rahme Rete Voltaire 27 maggio 2014

Una conferenza del Capo di stato maggiore degli Stati Uniti attesta che i suoi eserciti si rifiutano di andare in guerra contro la Russia e ammette che potranno essere obsoleti tra dieci anni. Il generale Martin Dempsey intende utilizzare il prossimo decennio per non perdere la superiorità sul resto del mondo. Tuttavia, le sue osservazioni mostrano lo straordinario divario tra la politica della provocazione neo-con che cerca di trascinare la Russia in una guerra in Ucraina e la realtà delle forze armate statunitensi.
martin_dempsey_near_missUna delle conseguenze delle sanzioni imposte alla Russia dagli Stati “occidentali” sono i legami più stretti tra Mosca, Pechino e New Delhi, un irrigidimento che ha avuto una svolta drammatica quando il Presidente Vladimir Putin ha deciso di giocare la carta geoenergetica [1]. Negli Stati Uniti, gran parte dei “civili” guerrafondai della classe politica, per non parlare della disinformazione su tutti i media, non è ben informata quanto l’esercito, che sul piano militare ha una profonda ammirazione per Russia e Cina. Sei giorni prima del 20 maggio, data di arrivo a Shanghai dello zar della geoenergia mondiale Putin, per una visita di due giorni, il generale Martin Dempsey, Capo di stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, teneva una conferenza dal titolo “Difesa destabilizzante: protezione dinamica nell’era della nuova tecnologia” ai membri del Consiglio Atlantico, un think tank di Washington vicino al Partito Repubblicano e alla NATO [2]. Durante il suo intervento, assai appropriato, Martin Dempsey ha detto che “Russia e Cina sono diventati due pesi massimi globali che gravano sulle decisioni strategiche riguardo i principali aspetti della sicurezza globale“, illustrando allo stesso tempo il nuovo ordine geostrategico tripolare già delineato in queste pagine [3].
Il generale statunitense riassume il “nuovo modello (degli Stati Uniti sula) sicurezza con la formula mnemonica “2, 2, 2, 1″ che significa avere come nemici “due pesi massimi (Russia e Cina), due pesi medi (Iran e Corea democratica), due reti (al-Qaida e la malavita internazionale) e un sistema (informatico)“. Ha detto che al-Qaida ed i suoi affiliati si estendono da Afghanistan e Pakistan, attraverso la penisola arabica, a Siria orientale, Iraq occidentale, Yemen, Somalia, dall’Africa del Nord a quella occidentale passando per la Nigeria. Secondo lui, gli Stati Uniti utilizzano vari strumenti di potere, diplomatici, economici e militari, a seconda di con chi hanno che fare, con uno Stato-nazione dal peso medio desideroso di aumentare la propria influenza oltre il lecito e che, quindi, rischia di trasformarsi in uno Stato canaglia”. Ha detto che i mezzi di pressione che agiscono sugli “Stati-nazione” non hanno alcun effetto sulle due reti non statali. Da quando l’esercito statunitense è divenuto assai dipendente dalla tecnologia della sicurezza informatica, ritiene che ci siano due aree di preoccupazione al riguardo: 1) il fatto che gli Stati Uniti siano poco preparati a respingere un attacco cibernetico, soprattutto nel campo finanziario; 2) “la corruzione dei dati (precisione, navigazione e tempo)” che provoca sfiducia nei sistemi operativi. Di certo, la Cina è una potenza significativa nel campo della “guerra cibernetica” [4]. Martin Dempsey ritiene che, in campo militare, la “corruzione dei dati” sia “più allarmante della mancanza di dati“. Ha spiegato la necessità di affrontare ciascuno degli avversari, reali o potenziali, da una angolazione diversa in quanto nessuno di essi “reagisce allo stesso modo ai vari mezzi di pressione“. Quindi le due caratteristiche principali del nuovo militarismo degli Stati Uniti sono “flessibilità” e “innovazione”.
Il generale ha annunciato che avrebbe partecipato ad una riunione della NATO a Bruxelles [5], durante la storica visita di Putin in Cina e ha detto che per via della crisi ucraina, i cui “effetti potrebbero sconvolgere seriamente la vita dei Paesi europei, sia nel sud che altrove in Europa”, l’atlantismo è al “crocevia” in quanto deve “rivedere” il suo “fianco sud (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) strettamente collegato a Medio Oriente e Nord Africa”. In breve, sembra che l’Europa sia minacciata da tutti i lati. Hanno capito in Germania e in Francia cosa sia in realtà la spettrale spada di Damocle di al-Qaida? [6]
In risposta ad una domanda sulla situazione in Ucraina, il generale Dempsey ha detto che la crisi incombe sulla NATO, che deve mostrarsi ‘molto preoccupata’, mentre “gli Stati Uniti usano le armi economiche in vari modi” come “mezzo di persuasione e di punizione“. Riteniamo che il generale non sia molto convinto dalle sanzioni economiche. Ha sentito un gruppo di economisti che non è riuscito a spiegargli i rischi derivanti dalla loro applicazione come strumento di potere. Tanto più che gli Stati Uniti hanno una buona conoscenza delle capacità delle forze militari russe e del valore aggiunto del fattore (psicologico) rappresentato da Putin, in considerazione del fatto che gran parte della popolazione russa è pronta a correggere (sic) gli eccessi dei primi anni ’90.
Basandosi sul contributo teorico del gruppo di economisti, il generale ha detto che “per poter in futuro utilizzare gli strumenti del potere in modo diverso, dobbiamo rivedere i nostri modelli di valutazione del rischio“. Secondo lui, ciò che caratterizza Vladimir Putin è il suo “desiderio di passare alla storia e d’assicurare il benessere economico della Russia”. Nel dire ciò, il generale pensa alle nuove armi non convenzionali a disposizione dei russi, armi che scoraggiano chiunque. A una domanda di Leandra Bernstein di RIA Novosti, Martin Dempsey ha detto che gli Stati Uniti “non dovrebbero impegnarsi nuovamente in una guerra fredda contro la Russia”, in quanto “Washington collabora con Mosca in molti campi, dal futuro dell’Artico allo spazio, passando per la lotta al narcotraffico e alla pirateria, quindi è necessario trovare un terreno comune“. Ha aggiunto che lo scenario peggiore sarebbe far rivivere la Guerra Fredda con la Russia e schierare truppe in Polonia e Stati baltici per la crisi in Ucraina e altre “perturbazioni geopolitiche“. Ha sostenuto che la globalizzazione non ha avuto lo stesso effetto della strategia della guerra fredda, una strategia  “molto stabile” perché si concentrava sul contenimento fino al cambio dell’Unione Sovietica stessa.
Dopo la conferenza, Martin Dempsey ha avuto colloqui con il suo omologo cinese, con cui ha trascorso la giornata successiva presso l’Università della Difesa Nazionale. Si ricordi! Il generale tira una linea sul passato, al punto che nel fare ciò fa eco a un saggio della Quadriennal Defense Review 2004 [7], ritenendo che “i nuovi strumenti sono necessari per gestire dinamicamente un ambiente della sicurezza più complesso“, pur temendo che gli Stati Uniti “non sappiano rinnovarsi abbastanza velocemente da far fronte alle nuove sfide che dovranno affrontare“. Nonostante l’instabilità politica, Martin Dempsey ritiene che gli Stati Uniti fino al 2025 “non dovranno apportare modifiche dirompenti“, perché “hanno un esercito notevolmente efficiente per condurre conflitti su grande e piccola scala” e che i tagli di bilancio per ridurre la spesa del Pentagono in uomini, spese accessorie ed infrastrutture hanno per obiettivo “facilitare l’innovazione nel campo della Forza di schieramento preventiva” che potrà imporre una “presenza più dinamica del mondo, dove più necessaria”. Allo stato attuale, i militari degli USA devono “fare meno con meno, senza fare peggio“, così da dover “pensare seriamente a stabilire le priorità“.
È significativo che non abbia affrontato la questione controversa dell’”inversione” di Obama sull’accerchiamento della Cina, ma si sia concentrato solo sulla Russia con cui non è pronto ad andare così lontano quanto gli economisti daltonici dalle pose da giustizieri che infestano i corridoi  del Pentagono.

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[1] «Visita de Putin a China: próximo acuerdo histórico de venta de gas ruso», Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 14 maggio 2014.
[2] «Disrupting Defense», generale Martin Demsey, The Atlantic Council, 14 maggio 2014.
[3] «De la primavera árabe al verano islámico: en medio de la emergente tripolaridad global (EU, Rusia y China)», Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada, 1 agosto 2012.
[4] «Las cinco armas chinas de mayor peligro para EE.UU.», Russia Today, 15 maggio 2014.
[5] «La Nato spinge la Ue nella nuova guerra fredda», Manlio Dinucci, Il Manifesto/Réseau Voltaire, 24 maggio 2014.
[6] «Lettre ouverte aux Européens coincés derrière le rideau de fer israélo-US», Hassan Hamadé, Réseau Voltaire, 21 maggio 2014.
[7] Relazione Quadriennalesullo stato della Difesa statunitense redatto dal Pentagono su richiesta del Congresso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA espellono i diplomatici siriani: pericolosa disperazione

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 19/03/2014
1234418Gli Stati Uniti hanno detto al governo siriano di sospendere immediatamente le missioni diplomatiche e consolari negli USA, e ordinato ai suoi diplomatici di lasciare il Paese se non sono cittadini statunitensi. “Abbiamo deciso che sia inaccettabile che individui nominati da quel regime conducano operazioni diplomatiche o consolari negli Stati Uniti”, ha detto l’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria Daniel Rubinstein. La mossa è sospettata da molti essere la rappresaglia per il rovescio continuo delle fortune dei terroristi appoggiati dagli USA che operano in Siria, e forse il preludio di un’aggressione occidentale in risposta ad altre sconfitte geopolitiche, come la Crimea.

L’occidente ad una pericolosa svolta
Settimana turbolenta per l’egemonia occidentale. In primo luogo il regime traballante messo al potere a Kiev, in Ucraina, s’è svelato mondialmente guidato da neo-nazisti armati. Successivamente, il popolo della Crimea è fuggito in massa con un referendum scegliendo in modo schiacciante che la penisola strategica si unisca alla Russia, piuttosto che sottomettersi ai fascisti filo-occidentali che occupano Kiev. La risposta dell’occidente sono sanzioni impotenti, rapidamente derise dai russi e ucraini presi di mira, dall’atteggiamento militare della NATO e del suo nuovo regime a Kiev che appare irresponsabile e disperato. E infine in Siria, il completo rovesciamento delle fortune nel bagno di sangue orchestrato dagli occidentali, ormai al terzo anno, culminato con le forze siriane che riconquistano la città cardine di Yabrud, a nord-ovest di Damasco e vicino al confine siro-libanese. La riconquista di Yabrud sembra forse la maggiore vittoria simbolica e strategica, una vittoria molto importante. Si tratta di un ulteriore passo nell’arginare il flusso di terroristi stranieri, armi e denaro in Siria, isolando efficacemente i militanti nel Paese spazzati via dall’Esercito arabo siriano. Simbolicamente, rappresenta il momento dell’irreversibile avanzata del governo siriano e delle sue forze di sicurezza nel riprendersi il Paese e ristabilirvi l’ordine. Alla luce di questa sconfitta, già dall’inizio del 2013, l’Arabia Saudita a quanto pare ha abbandonato o almeno ridotto la presenza contro la Siria; ciò significa che i tentativi occidentali di riordinare geopoliticamente ed economicamente la Siria, per strappare ad Iran e Libano un alleato importante, sono finiti per sempre.
L’occidente, che aveva l’egemonia globale da tempo, perde potere e prestigio basati sull’illusione della sua forza, lasciando il mondo di fronte a un soggetto pericolosamente disperato e disposto a tutto pur di ristabilire l’illusione. I capi di Stato occidentali, incluso forse il più simbolico, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, creano all’infinito “linee rosse” che il mondo coraggiosamente attraversa, esemplifica quanto sia diminuita tale illusione. Una lezione doveva essere data con l’espulsione dei diplomatici siriani dagli Stati Uniti, e doveva essere la Siria.

Colpire la Siria, ultimo atto di debolezza
L’abitudine degli imperi nel colpire altrove quando le loro ambizioni sono sconvolte da ostacoli insormontabili, è una vecchia tradizione storica. Gli USA, durante la guerra del Vietnam, confusi da un conflitto che non potevano vincere, bombardarono la vicina Cambogia nel 1970 uccidendo più di 10000 persone e realizzando poco altro. Gli attacchi dei droni contro soprattutto civili e “sospetti terroristi” in Pakistan sono un sintomo dell’impotenza crescente degli USA e del loro imminente ritiro dall’Afghanistan. E ora, con la Crimea si separa al sicuro dall’illegittimo regime filo-occidentale a Kiev, dove i crimeani resistono al fianco della Russia, e con il governo della Siria ancora guidato dal Presidente Bashar al-Assad, all’occidente non è rimasta altra scelta: o ammette di aver perso il primato mondiale, o si scatena altrove per dimostrarsi ancora una forza da non sottovalutare. Il problema però resta anche se dovesse scatenarsi, ammettendo comunque di aver perso il primato mondiale, ricorrendo a cortine fumogene per continuare a convincere che controlla il mondo.
I siriani sono l’obiettivo più probabile di tale dispetto, vedendo ora la luce alla fine del tunnel lungo  3 anni di spargimenti di sangue e distruzione. Se l’occidente colpisse ora, in effetti, perpetuerebbe il conflitto o lo riaccenderebbe in favore dei terroristi stranieri sostenuti dall’occidente dal 2011; sarebbe un imperdonabile crimine contro l’umanità. La politica estera dell’occidente è impulsiva, illogica e passa da una macchinazione mal concepita ad un’altra, ma sempre minando ulteriormente credibilità e legittimità del Nord così come la propria stabilità politica, economica e strategica globale. E’ lo spericolato effetto domino autodistruttivo visto con il declino dell’Impero Romano. E come l’Impero Romano, l’occidente cogliendo ogni dispetto, impulso ed avidità insaziabile, continuerà a precipitare. Per i responsabili politici più sensibili dell’occidente, sarebbe il momento di considerare un’altra opzione, accordarsi e accettare un mondo multipolare in cui le nazioni occidentali possano operare ancora ed anzi crescere, se solo accettassero d’abbandonare il loro auto-assunto primato sugli altri. Un attacco alla Siria o a qualsiasi altro Paese per tale motivo, accelererebbe e non arresterebbe la fine dell’occidente che, ignorando questa realtà palese, mostra che ha del tutto perso logica e ragione.

1888548Tony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, in eslcusiva per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Uesaka Sumire: verso degli anime eurasiatisti?

Intervista alla doppiatrice Uesaka Sumire: il suo amore per la Russia e le aspirazioni per il futuro
Sakurai Takamasa, Asianbeat 22/08/2012

Nlbm0sY4RMMDi tutti i posti che ho visitato per il mio lavoro, Mosca è un po’ speciale. Una cosa che il mio lavoro nella diplomazia culturale mi ha insegnato è che alcune cose si devono solo sperimentare. Non avevo idea di quanto siano noti gli anime giapponese in Arabia Saudita fin quando la visitai nel marzo 2008, e certamente non mi aspettavo l’accoglienza felice che ho ricevuto dagli appassionati di anime in Myanmar durante la mia visita nel settembre 2008. Dopo aver collaborato con il consolato giapponese a Mosca e in varie controparti, fu deciso che avremmo creato un evento sulla cultura popolare giapponese a Mosca, concentrandosi sugli anime e la moda. L’evento divenne il Festival di Cultura Popolare del Giappone (J-FEST), il primo evento si tenne nel novembre 2009. Quel giorno la temperatura esterna era sotto lo zero, ma non impedì agli appassionati di cultura pop giapponese di fare la fila fuori dal centro congressi, per più di cinque ore. Dietro le quinte dell’Harajuku Fashion Show, le ragazze scelte per le audizioni comparirono sul palco ringraziandomi all’unisono: “Arigato” (grazie) in giapponese. E alla fine dello spettacolo il pubblico acclamò “tornare“, “Vi aspettiamo per il prossimo anno.” Numerose volte, quando ero sul palco, mi sentivo pronto a piangere. Non avevo idea di quanti giovani a Mosca adorino il Giappone, erano molti di più di quanto mi aspettassi ed ero al settimo cielo. Promisi di ritornare a vederli tutti l’anno successivo.
uesaka-sumire.jpeg w=560L’atmosfera e l’eccitazione al Japan Pop Culture Festival 2010 non doveva essere da meno del precedente, e non vedevo l’ora di tornare in Giappone per dirlo a tutti. Così, dopo il ritorno in Giappone ho scritto un articolo sul festival per lo Yomiuri Shimbun e in risposta ricevetti un messaggio estremamente positivo sul mio account twitter da una ragazza giapponese. E così che incontrai la doppiatrice Uesaka Sumire. Mi ha detto quanto amava la Russia e dell’importanza di questo evento per le relazioni Giappone-Russia. Sono rimasto colpito da qualcuno che potesse trasmettere i suoi sentimenti in modo così abile in 140 caratteri. Per qualcuno che vive scrivendo, come me, potrei dire solo quanto fosse appassionata. Può essere nata nell’era Heisei, ma Uesaka Sumire ha un forte rispetto per l’era Showa e Meiji. Guardando la sua pagina Twitter, non ha interesse solo per la Russia, ma per gli anime e la moda Lolita. Sul suo profilo aveva scritto, “Agitatrice per tutti coloro che amano l’Unione Sovietica e la Russia più di ogni altra cosa.” Mi piaceva il suo uso delle parole e poi seppi che compiano il compleanno lo stesso giorno. Così fu attraverso Twitter che iniziai a comunicare con Uesaka Sumire e non posso credere che un anno e mezzo siano già passati. Aveva 18 anni all’epoca e ora è al suo terzo anno alla Sophia University, studiando e laureandosi in lingua russa. Diventare doppiatrice era un suo sogno fin dalla tenera età e la sua carriera cominciò quando ebbe il ruolo di una delle eroine dell’anime “Papa no Iu koto wo Kikinasai!” (Listen To Me Girls. I Am Your Father!).
Come ho scritto in un articolo precedente, Uesaka lavora come me al programma radio FM “Tokyo No.1 Kawaii Radio” (o “Kawaraji” in breve) trasmesso sulla rete JFN da 27 stazioni in tutto il Giappone. Le connessioni sono cose misteriose e dovrebbero essere considerate con cura.  Bilanciare studio e lavoro non è facile, non quando si tratta di studiare russo e lavorare da doppiatrice. Ma Uesaka riesce a destreggiarsi continuando ad esprimere amore senza limiti per la Russia e gli anime. “Con gli anime sento che non ci siano confini tra il Giappone e il resto del mondo. Gli appassionati di anime sono uguali, non importa dove tu vada.” L’amore di Uesaka per la Russia e gli anime scorre in lei e dal nostro incontro abbiamo avuto numerose discussioni sul Giappone e l’estero.
Allora, cosa ne pensi dei rapporti del Giappone con il resto del mondo?
Fino a 200 anni fa, il Giappone era chiuso al mondo, ma ancora oggi penso che ci sia ancora la forte idea che il “mondo” sia solo un posto lontano. Ma la realtà è che c’è tanta gente là fuori che ha grande interesse e profondo amore per il Giappone. L’ho scoperto quando andai a Mosca con un gruppo dalla mia università. Penso che le uniche persone che non ne siano consapevoli siano i giapponesi stessi. Se avrò la possibilità mi piacerebbe partecipare alla diplomazia culturale. Voglio parlare con la popolazione locale nei loro Paesi e cambiare la mia impressione iniziale su questi Paesi. Voglio sfidarmi nel capire come migliorare la visione della gente del Giappone.
La Russia è il Paese che ci ha fatto incontrare, ma se si segue solo ciò che si dice sulla Russia, naturalmente, se ne avrebbe un’impressione molto diversa di quella che abbiamo. Ma le cose segnalate sui media e la realtà sono molto diverse. L’ho già detto, negli articoli precedenti e nei colloqui che ho avuto in numerose occasioni. Dopo tempo, mi ricordo ancora chiaramente Uesaka rispondere a uno dei miei tweet dicendo: “I rapporti tra Paesi non passano solo sui vantaggi che si possono avere con questi rapporti.” E’ esattamente come dice. “Non basta giudicare la Russia da quello che si vede a colpo d’occhio. Ho molta voglia d’informare le persone sulla cultura russa e del fatto che ci sono tutte queste persone in Russia che adorano il Giappone. Penso che il popolo russo, come i giapponesi, abbia un lato oscuro, ma non in senso negativo però. Forse anche perché ci sono così tanti giapponesi che amano la letteratura russa. L’aspirazione nel vedere la bellezza nella miseria. Non c’è alcun motivo per cui Russia e Giappone non possano andare d’accordo. Le informazioni sulla Russia sono assai scarse in Giappone. Penso che ci sia la reale necessità per gli esperti in relazioni internazionali di modificare il modo d’informare“.
Fu dopo aver ascoltato l’inno nazionale dell’Unione Sovietica, quando era al primo anno di scuola superiore, che cominciò ad interessarsi della Russia. Iniziò a studiare la società e la storia russa da sola e disse che non poteva studiare qualcosa di diverso dalla lingua russa, quando arrivò all’università.
Allora, cosa s’aspetta il Giappone da Uesaka che racconta della sua amata Russia?
523bd95a9fbcbLa mentalità e l’abilità giapponesi di prendere normali articoli per la casa rendendoli più compatti o più kawaii (carini. NdT), e l’intricata capacità di prendere le emozioni più sottili ed esprimerle attraverso i ‘moe’ (anime, ecc.)
Proprio come nella sua professione di doppiatrice, è con l’attenzione al più piccolo dei dettagli che gli animatori danno vita ai loro personaggi.
Ho sempre voluto diventare doppiatrice. Quando diventai attrice vocale, la mia conoscenza degli anime cambiò completamente. La quantità di informazioni dietro ogni sequenza, la sensazione di distanza dallo schermo, ogni giorno imparavo qualcosa di nuovo“.
Oggi siamo nella situazione in cui il Giappone deve adottare un ruolo più assertivo sulla scena mondiale e credo che ciò di cui il Giappone ha bisogno è altra gente dalla mentalità come la sua. Il Giappone non ha ideato gli anime con l’intento di rivolgersi al pubblico straniero. Ma, come s’è scoperto, gli anime hanno un enorme successo oltreoceano. Così ora l’industria degli anime si trova ad affrontare la questione chiave di come creare opere che continuino il successo nel mercato internazionale. Ho intervistato registi e parlato con molti rappresentanti delle case di produzione di anime negli anni, e questo è ciò che più tendono a dire.
Mi piacerebbe imparare il russo nei prossimi due o tre anni e dopo mi piacerebbe provare ad imparare il cinese. Sono molto interessata anche al cinese“.
Uesaka Sumire certamente guarda al futuro.

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Le priorità di Israele e Arabia Saudita in Siria. Militarismo coperto e “libanizzazione”

Phil Greaves Global Research, 18 febbraio 2014

1505520Gli attuali sviluppi sia all’interno che all’esterno della Siria mostrano che i principali mandanti della guerriglia estremista, cioè Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Quwayt, Israele e Turchia, non sono ancora pronti a gettare la spugna. Si poteva pensare che l’amministrazione Obama avese deciso di abbandonare la politica del cambio di regime a seguito del fallito tentativo d’incitare l’intervento, attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma la dura realtà resta che tale alleanza difatti continua il suo segreto sostegno militare alla rivolta, in una forma o nell’altra, nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza dei ribelli fondamentalisti ha  un’agenda settaria e si oppose con veemenza a qualsiasi forma di democrazia e pluralismo politico.  In primo luogo, il sostegno continuo è un prodotto della strategia globale della Full Spectrum Dominance dell’impero statunitense sulle regioni strategiche e ricche di risorse nel globo, attraverso  sovversione, aggressione economica e militare, politiche imposte in misura diversa ad ogni Stato disposto ad accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Tale atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti non è affatto esclusivo dei periodi di tensione o crisi accentuate, è permanente, portato al culmine delle violenze attraverso un opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivolte arabe hanno dato a Stati Uniti ed alleati la copertura perfetta per avviare i piani sovversivi su cui  lavoravano almeno dal 2006. La possibilità di eliminare un governo ostile che rifiuta i diktat statunitensi/israeliani era semplicemente troppo bella per perderla. Di conseguenza, quasi subito, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e sostenere gli elementi violenti in Siria, mentre i suoi media cercano di confonderli con i legittimi manifestanti locali.
Dato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione sconsiderata di sostenere, ampliare e istigare i militanti, la politica è miseramente fallita. Chiaramente, dal tono usato da diplomatici e propagandisti occidentali dello slogan, spesso ripetuto, dei “giorni di Assad sono contati”, si aspettavano un cambio di regime rapido. Tali desideri in gran parte si basavano sull’arroganza e la speranza statunitensi che lo scenario della No Fly Zone in Libia avrebbe guidato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Contrariamente a tali desideri, l’irritazione di Russia e Cina per la distruzione della Libia e l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, ha fatto sì che simili decisioni sulla Siria affrontassero un veto immediato. A sua volta, ciò s’è dimostrato una svolta nel rapporto odierno tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza, le cui conseguenze devono ancora materializzarsi. Inoltre, s’è rivelata una svolta nella crisi siriana, sapendo che Russia e Cina bloccavano eventuali tentativi di dare alla NATO una seconda possibilità di essere l’aeronautica di al-Qaida, gli Stati Uniti ancora una volta hanno scelto la politica del militarismo occulto, aumentando drasticamente i fondi e le armi ai ribelli, in parallelo alle campagne d’istigazione settarie abbracciate dai clericali salafiti-wahhabiti del Golfo, nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano con il terrorismo e una brutale guerra settaria di logoramento. In conseguenza della mancata rimozione di Assad o della distruzione del governo siriano e del suo apparato, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace d’impegnarsi in un’aperta aggressione, impiega la strategia della realpolitik, utilizzando principalmente il militarismo occulto per placare i desideri dei falchi neoconservatori del Congresso, e le zelanti influenze regionali di Riyadh e Tel Aviv, evitando la possibilità di essere trascinato in un altro intervento militare palese. A sua volta, tale strategia a doppio taglio alimenta la falsa idea pubblica sull’impero statunitense, che pseudo-pragmatici e propagandisti neoliberisti sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per l’impero USA; e cioè che sia una forza intrinsecamente altruista, un arbitro globale che a malincuore sovverte, invade, bombarda e interviene negli affari di nazioni sovrane per il bene dell’umanità. Finché tale falsa percezione viene confermata, l’ampio margine della farsa grottesca della realpolitik, del militarismo occulto e del terrorismo di Stato degli Stati Uniti non diminuirà. Chiaramente, l’impero degli Stati Uniti non ha alcun fretta di por termine allo spargimento di sangue in Siria, le sue priorità fin dall’inizio del 2011 sono rimuovere, o almeno indebolire gravemente, il governo e lo Stato siriani, a prescindere dalle conseguenze per la popolazione civile.
Utilizzando il controllo statale del flusso di armi e finanziamenti, e quindi la forza e capacità della rivolta nel complesso, l’amministrazione Obama ha impiegato inutilmente la tattica della carota e del bastone, nel tentativo di fare pressione sul governo siriano durante i negoziati in corso, affinchè aderisse alle pretese degli Stati Uniti e rinunciasse alla propria sovranità verso l’alleanza guidata dagli USA, sia sulla Siria che sui suoi primi alleati internazionali Russia e Iran, nella piena consapevolezza che i ribelli non hanno legittimità interna e la forza per cacciare Assad o sconfiggere l’esercito siriano. Recenti rapporti alludono al bastone democratico degli Stati Uniti, nella sua più recente forma di “nuove” e ampliate forniture di armi ai ribelli, compresi presumibilmente i MANPADS. Ciò avviene nei retroscena dei fallimentari colloqui di “pace” a Ginevra e può essere interpretato come risultato diretto del fallimento di Washington nel far valere i propri obiettivi: il bastone è la riserva infinita di terrorismo di Stato, la carota è il rubinetto aperto. Se i “nuovi” rifornimenti di armi effettivamente potenzieranno i ribelli danneggiando il governo siriano, resta da vedere, ed è assai improbabile in questa fase con l’esercito siriano che avanza nelle montagne del Qalamun liberando la città in mano ai ribelli di Yabrud, a sua volta garante del vitale traffico logistico dal Libano. L’esito probabile dell’aumento del flusso di armi ai ribelli nel sud, come dimostra sempre la militarizzazione istigata dagli USA, sarà la ripetizione degli stessi risultati devastanti: altri profughi, inasprendo la già critica crisi dei rifugiati, ulteriore distruzione delle infrastrutture civili da parte dei ribelli, ulteriori carenze di cibo e di servizi, e molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”, sostituto del cambio di regime?
Come dimostra la situazione, se Stati Uniti e loro alleati potranno rimuovere il governo siriano tramite la forza degli ascari, senza l’intervento occidentale militare sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimangono saldi, la strategia della libanizzazione potrebbe essere il sostituto “ottimale”, su cui Stati Uniti e alleati ora lavorano. Incoraggiare, istigare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’entità sionista da quando i colonialisti usurparono la terra palestinese nel 1948, con un atto specifico volto a fomentare il conflitto settario. La strategia della divisione è diretta contro qualsiasi Stato o governo arabo che si rifiuti di rispettare le pretese sioniste. L’ormai famoso stratega israeliano Oded Yinon, con “Una strategia per Israele negli anni ’80“, il Piano Yinon, fornisce forse il resoconto più chiaro delle intenzioni d’Israele verso i suoi vicini arabi: “La disintegrazione totale del Libano in cinque regioni è il precedente per tutto il mondo arabo… La dissoluzione della Siria, e più tardi dell’Iraq, in distretti etnico-religiosi sull’esempio del Libano è il principale obiettivo a lungo termine d’Israele nel Vicino oriente. L’attuale indebolimento militare di questi Stati è l’obiettivo a corto termine. La Siria si disintegrerà in diversi Stati dalla struttura etnica e religiosa… Come risultato, ci saranno uno Stato sciita alawita, la regione di Aleppo sarà sunnita, quella di Damasco sarà un altro Stato ostile a quello settentrionale. I drusi, anche quelli del Golan, dovrebbero creare lo Stato di Hauran nel nord della Giordania… e il ricco in petrolio, ma molto travagliato internamente Iraq, sono certamente degli obiettivi per Israele… Ogni tipo di confronto inter-arabo… accelererà il raggiungimento dell’obiettivo supremo, disintegrare l’Iraq come la Siria e il Libano”.
In tale contesto, non può essere un caso che il segretario di Stato degli USA John Kerry stia disperatamente perseguendo un fatto compiuto con l’autorità palestinese (PA). Contrariamente alla nauseante rappresentazione mediatica degli Stati Uniti quali pacificatori imparziali, il desiderio di Kerry di perseguire un “accordo” in questo momento è diretta conseguenza del conflitto siriano, e delle divisioni nel campo delle resistenza che ha creato. Stati Uniti e Israele ora cercano d’imporre un “accordo di pace” pro-israeliano con la corrotta PA che inevitabilmente sarà fallimentare e contrario agli interessi palestinesi. Fedele alleata della resistenza palestinese, attualmente impantanata nella lotta ideologica di al-Qaida e a disinnescare le auto-bombe per Dahiyah, la Siria non può sostenere i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno; e Stati Uniti e Israele ne approfittano per isolare la resistenza palestinese dai pochi Stati e attori arabi da cui riceve supporto.  Nel suo ultimo discorso, il segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha ricordato ai suoi ascoltatori questo problema cruciale: “Il governo statunitense cerca, insieme all’amministrazione sionista di mettere fine alla causa palestinese, e ritiene che questo sia il momento migliore per farlo, perché il mondo arabo e islamico è assente oggi, e ogni Paese è occupato dai propri problemi“. In modo simile, gli Stati Uniti utilizzano il conflitto siriano come leva contro l’Iran nei negoziati nucleari, nei continui tentativi di Washington per pacificare e subordinare un Iran indipendente, che indubbiamente svolge un ruolo importante nella politica degli Stati Uniti sulla Siria, forse con ruolo di definizione. Di conseguenza, i contrasti palestinesi e iraniani con Israele e Stati Uniti ora, come sempre, rientrano in qualche misura nei calcoli degli Stati Uniti, indissolubilmente legati alla soluzione della crisi siriana.
In realtà, la gioia evidente d’Israele per la distruzione della Siria e la preferenza evidente per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si dimostrano difficili da nascondere. Promuovendo il punto, uno dei tanti esempi di collusione Israele-ribelli appare nel recente articolo di National (che falsamente presenta i ribelli che “raggiungono” Israele come apparentemente “moderati”) sull’invio di centinaia di ribelli a curarsi negli ospedali israeliani e poi rispediti in Siria con 1000 dollari. Israele ha compiuto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, indipendentemente dal fondamentalismo, e collaborato con le fazioni ribelli nei bombardamenti israeliani su Lataqia e Damasco. Nel debole tentativo di mascherare tale collusione, i propagandisti israeliani diffondono attivamente disinformazione, secondo cui Israele aiuta la comunità drusa nel sud della Siria, ma la comunità drusa è saldamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare i rapporti con le comunità dei ribelli del sud, dovrebbero essere visti correttamente come tentativi di creare forze “confinarie” presso le alture occupate del Golan, a sostegno del furto di terre per le aspirazioni espansionistiche dei sionisti. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta d’Israele viene completamente svelata dalla sua collusione con i ribelli, a proprio vantaggio, e nella palese aggressione contro l’esercito siriano. Vi sono molte altre indicazioni secondo cui fazioni prominenti dell’alleanza degli Stati Uniti preferiscono e incoraggiano tali divisioni, in particolare Israele, ma la semplice logica indica che l’Arabia Saudita, il maggiore partner strategico regionale d’Israele e l’attore nell’alleanza statunitense che possiede la maggiore influenza e volontà politica nel sostenere i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe la disintegrazione dello Stato siriano, vedendolo in primo luogo come un colpo all’”espansione sciita”. La fissazione saudita e del Golfo sul settarismo, maschera i conflitti essenzialmente politici, ed inoltre è volutamente costruita per intensificare la strategia della divisione delle società plurali religiose ed etniche, come evidenziato da quasi tutti gli ascari sguinzagliati dai Paesi fondamentalisti del Golfo, come recentemente in Libia. Eppure anche i sauditi hanno dei limiti di capacità e decisione, essendo in ultima analisi legati alla generosità militare e alla protezione degli Stati Uniti, e potendo contare sulle reti terroristiche nel momento critico. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaida e dai vari estremisti che combattono in Siria, potrebbero essere una cosmesi per il pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaida e i suoi confratelli estremisti come malleabili ascari che non gli pongono alcuna reale minaccia, costituendo una componente fondamentale della politica estera e dell’aggressione occulta saudite.
Di assai maggiore importanza per i confluenti interessi regionali di Israele e Arabia Saudita, che  giocano un ruolo critico nei calcoli degli Stati Uniti, sono gli ascari fondamentalisti attualmente istigati a combattere l’Iran, la Siria, e Hezbollah. La disintegrazione dell’Asse della Resistenza è la massima priorità della politica statunitense in Medio Oriente, la presunta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti, originariamente creati e sostenuti da Stati Uniti e alleati, è solo un ripensamento. L’impero degli Stati Uniti, nei suoi sforzi per contenere, e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che contento di consentire ai propri clienti reazionari e settari d’incitare il conflitto necessario a sovvertire, spezzare e dividere il potere inevitabile che un Medio Oriente unificato potrebbe pretendere: se solo le loro aspirazioni progressiste e l’unità non venissero ripetutamente “respinte” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo artificiale.

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Phil Greaves, scrittore inglese di politica estera, soprattutto nel mondo arabo dalla seconda guerra mondiale.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scudo missilistico statunitense: ‘l’orso russo dorme con un occhio aperto’

F. William Engdahl (FWE), RussiaTodayNsnbc

La spiegazione di Washington secondo cui il rafforzamento del suo scudo antimissile in Europa avviene contro la minaccia nucleare iraniana, non è più credibile di quanto non lo fosse 10 anni fa.

030420-N-6141B-009Nonostante i recenti sforzi della Russia per mediare una soluzione pacifica nella crisi delle armi chimiche siriane, così come i buoni uffici nel risolvere il contrasto nucleare iraniano con Washington, l’amministrazione Obama porta avanti l’assai provocatorio dispiegamento della ‘Difesa’ Antimissile Balistico (BMD) intorno la Russia. Ciò che non viene detto dai politici occidentali è il fatto che tale azione, tutt’altro che pacifica, avvicina il mondo più che mai alla guerra nucleare per errore di calcolo. L’11 febbraio, il primo di quattro avanzati cacciatorpediniere statunitensi è arrivato a Rota, in Spagna. Costituiranno una parte fondamentale dello “scudo” antimissile balistico degli USA. Lo scudo viene spacciato come protezione dell’Europa contro un possibile attacco missilistico nucleare iraniano. Le quattro navi rimarranno sul posto per i prossimi due anni, trasportando sistemi di rilevazione avanzata e missili intercettori in grado di abbattere missili balistici, secondo la NATO a Bruxelles. L’USS Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili della Marina degli Stati Uniti, equipaggiato con il sistema di combattimento ad alta tecnologia Aegis Ballistic Missile Defense, ha attraccato nel porto meridionale di Rota. Rota, nominalmente comandata da un ammiraglio spagnolo, è totalmente finanziata dagli USA. E’ la maggiore comunità militare statunitense in Spagna, che ospita personale dell’US Navy e dell’US Marine Corps. Vi si baseranno in modo permanente, secondo il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen. Fogh Rasmussen, che evidentemente capisce poco di strategia nucleare, ha detto alla stampa “L’arrivo dell’USS Donald Cook segna un passo in avanti per la NATO, la sicurezza europea e la cooperazione transatlantica.” Al vertice NATO del novembre 2010 di Lisbona, i governi membri convennero che la NATO sviluppasse la difesa missilistica per “proteggere le popolazioni e il territorio europei della NATO… la piena operatività è prevista per la prima metà del prossimo decennio.”

Obiettivo Russia
Washington continua ad insistere che lo schieramento degli Stati Uniti del BMD in tutta Europa sia volto contro possibili attacchi missilistici iraniani all’Europa. La realtà, come Mosca ha dichiarato più e più volte dal 2001, quando l’amministrazione Bush annunciò il piano, è colpire l’unico arsenale nucleare sulla Terra in grado di contrastare un attacco nucleare degli Stati Uniti, cioè quello della Russia. Infatti, la BMD era prioritaria per il segretario della Difesa Don Rumsfeld e per George W. Bush fin dai primi giorni della loro amministrazione nel 2001. Sei mesi prima degli eventi scioccanti dell’11 settembre 2001, il presidente Bush pronunciò un discorso volutamente ingannevole sul motivo per cui il mondo avesse bisogno del sistema BMD degli Stati Uniti. Il presidente insistette allora, quasi 13 anni fa, che lo scopo del suo impegno nel costruire lo scudo missilistico statunitense non era volto contro la Russia: “La Russia di oggi non è il nostro nemico“, disse Bush. Invece, insisté, il sistema BMD era necessario solo contro i “terroristi” e gli Stati “canaglia” come Iraq, Iran o Corea democratica. In realtà, come esperti militari di Mosca, Pechino e Berlino si affrettarono a sottolineare, i “terroristi” o i piccoli Stati canaglia non avevano la capacità di lanciare missili nucleari. Né l’hanno oggi, secondo l’intelligence statunitense. Perché allora Washington spende decine di miliardi, se non centinaia di miliardi di dollari dei contribuenti per sviluppare il suo sistema BMD? I dettagli delle relazioni ufficiali politico-militari statunitensi dimostrano, oltre ogni dubbio, che si tratta della politica deliberata e incrollabile di Washington dal crollo dell’Unione Sovietica, con cui sistematicamente e inesorabilmente le amministrazioni di quattro presidenti degli Stati Uniti perseguono la supremazia nucleare (distruzione unilaterale assicurata) e l’assoluto dominio militare globale, ciò che il Pentagono chiama Full Spectrum Dominance.

Supremazia nucleare degli Stati Uniti
In un’intervista del 2006 al Financial Times di Londra, l’allora ambasciatrice statunitense alla NATO, l’ex-consigliere di Cheney Victoria Nuland, la stessa persona oggi in disgrazia per la registrazione della sua telefonata all’ambasciatore degli USA in Ucraina Pyatt per il cambio del governo di Kiev (“Si fotta l’UE”), dichiarò che gli Stati Uniti volevano una “forza militare dispiegabile globalmente” e attiva in tutto il mondo, dall’Africa al Medio Oriente e oltre, “su tutto il nostro pianeta.” Nuland poi dichiarò che avrebbe incluso Giappone e Australia, nonché i Paesi della NATO. Aggiunse ,”E’ un animale completamente diverso“, riferendosi ai piani della BMD del Pentagono di Rumsfeld. Gli esperti di strategia nucleare avvertirono, all’epoca, più di otto anni fa, che lo schieramento anche minimo della difesa missilistica, sotto l’allora nuovo CONPLAN 8022 del Pentagono, darebbe agli Stati Uniti ciò che i militari chiamano “Escalation Dominance“, la capacità di vincere una guerra di qualsiasi grado di violenza, anche nucleare.
Come notarono gli autori di un chiaro articolo su Foreign Affairs dell’aprile del 2006: “Il continuo rifiuto di Washington di astenersi dal primo attacco e lo sviluppo della difesa antimissile limitata assume un nuovo e forse più minaccioso aspetto… La capacità di condurre una guerra nucleare  resta componente fondamentale della dottrina militare degli Stati Uniti e il primato nucleare resta un obiettivo degli Stati Uniti.” I due autori dell’articolo, Lieber e Press, continuavano delineando le reali conseguenze dell’attuale escalation della BMD in Europa (e anche contro la Cina in Giappone): “…Le difese antimissile che gli Stati Uniti potrebbero plausibilmente sviluppare sarebbero utili soprattutto in un contesto offensivo, non difensivo, combinandosi alla capacità di Primo Colpo statunitense, e non come mero scudo difensivo. Se gli Stati Uniti lanciano un attacco nucleare contro la Russia (o la Cina), al Paese bersaglio rimarrebbe solo una piccola parte dell’arsenale superstite, se non nulla del tutto. A quel punto, anche un sistema di difesa missilistico relativamente modesto o inefficiente potrebbe anche bastare per proteggersi da eventuali attacchi di rappresaglia“. Conclusero: “Oggi, per la prima volta in quasi 50 anni, gli Stati Uniti sono sul punto di raggiungere la supremazia nucleare. Sarà probabilmente presto possibile agli Stati Uniti distruggere gli arsenali nucleari strategici di Russia o Cina con un primo colpo. Tale drammatico cambiamento dell’equilibrio nucleare deriva da una serie di miglioramenti dei sistemi nucleari degli Stati Uniti, dal rapido declino dell’arsenale russo e dal ritmo glaciale della modernizzazione delle forze nucleari della Cina.”
Non c’è da meravigliarsi quindi che la Russia insista sul fatto che lo schieramento della BMD di Washington, basi missilistiche che essa sola controlla, sia aggressivo. Alle serie proteste russe, Washington risponde con la bugia ancora più vacua che lo “scudo” missilistico europeo sia rivolto contro l’Iran. Oggi, oltre al lanciamissili USS Donald Cook a Rota, gli Stati Uniti hanno basi BMD in Turchia, Bulgaria, Polonia e Repubblica Ceca, tutti puntate contro la Russia. Avendo il comando militare russo fin dal 1991 rifiutato di smantellare completamente la sua potenza nucleare, finché non si fosse assicurato che gli Stati Uniti facessero altrettanto, ogni passo verso il pieno dispiegamento della Ballistic Missile Defense degli Stati Uniti avvicina la possibilità di un attacco nucleare preventivo russo contro Turchia, Bulgaria, Polonia, Repubblica Ceca e ora Spagna, così come ai silos nucleari statunitensi, anche in Germania. Quanto sono stupidi i governi dell’UE? E quanto lo è Washington? Significativamente, poi, da ministro della Difesa polacco nel 2007, Radek Sikorski negoziò con gli Stati Uniti il posizionamento dei missili della sua BMD sul territorio polacco. Oggi, da ministro degli esteri, Sikorski, insieme all’assistente agli affari europei del segretario di Stato degli Stati Uniti, Victoria Nuland, svolge un ruolo chiave nel tentativo di staccare l’Ucraina dalla Russia per isolare ulteriormente la Russia. Ciò che evidentemente non riescono a capire è che, anche se l’orso russo dorme, dorme con un occhio aperto.
L’agenda dei neo-conservatori di Washington nel ridurre la Russia a una nazione frammentata e caotica non è la strategia più intelligente per Washington. Ma difatti, i falchi neo-conservatori non sono mai stati famosi per la loro intelligenza, ma per la loro brutale strategia bellica in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria e ora, forse, per una possibile terza guerra mondiale innescata dalla loro insistenza sulla BMD contro la forza d’attacco nucleare russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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