Ed ecco l’islamo-sionismo in tutto il suo splendore

Karim Zmerli Tunisie-Secret 6 maggio 2013

396972L’ultima aggressione israeliana contro la Siria, se necessario, conferma l’alleanza tattica e strategica tra islamisti e sionisti, tra Arabia Saudita, Qatar e Turchia, da una parte e Israele, Stati Uniti d’America ed Europa dall’altra. Un’alleanza assai vecchia, nonostante le apparenze e la propaganda islamista. Coloro che ancora non capiscono la “primavera araba” e la “rivoluzione dei gelsomini” si diano una svegliata.
Contro ogni previsione e per il dispiacere degli pseudo-rivoluzionari, la Siria non è caduta come la Tunisia, la Libia, l’Egitto e, in misura minore, Yemen e Marocco. Peggio per i soldati della NATO e i mercenari dell’imperialismo che si pretendono rivoluzionari, l’esercito arabo siriano negli ultimi sei mesi ha decapitato coloro che si definiscono ELS, cioè la Fratellanza musulmana siriana, la barbarica al-Qaida e gli islamo-terroristi stranieri (ceceni, tunisini, libici, sauditi, taliban, australiani, francesi, belgi, inglesi…) che hanno risposto alla Jihad invocata da Qaradawi, Rashid Ghannouchi e John McCain! L’eliminazione della mafia islamista s’è accelerata negli ultimi due mesi, nonostante il sostegno politico, mediatico, diplomatico, finanziario e militare degli “amici” degli arabi e dei  “difensori” della democrazia.
Notando questo triste fallimento, davanti a un esercito patriottico e a una popolazione che non vuole la “primavera araba”, Israele ha abbandonato la sua “neutralità” nel disperato tentativo di salvare la sua quinta colonna in Siria. Neutralità solo relativa, poiché dall’avvio su Internet della campagna The Syrian Revolution, nel febbraio 2011, operazione in cui i cyber-collaborazionisti tunisini  hanno avuto un ruolo centrale, i servizi israeliani erano già coinvolti. In pieno coordinamento con l’emirato wahhabita del Qatar, che un filosofo tunisino ha chiamato Qatraele, e del governo islamista turco, Israele ha supportato militarmente e logisticamente i “ribelli”. Oltre alla distruzione della Siria, che gli si oppone da mezzo secolo, l’interesse di Israele è ovvio: la vendetta su Hezbollah che gli ha inflitto un’umiliante sconfitta nel 2006, e spezzare l’asse Teheran-Damasco-Beirut per isolare l’Iran fino ad attaccarlo con i suoi nuovi alleati sunniti.
Contrariamente alla disinformazione della maggioranza dei media occidentali, secondo cui aerei da guerra israeliani hanno bombardato “depositi di missili Fateh-110 trasportati dall’Iran per Hezbollah“, gli attacchi del 4 e 5 maggio erano volti a salvare gli islamo-terroristi e ad allentare la presa sui mercenari dell’imperialismo e del sionismo nella regione di Ghouta, un sobborgo di Damasco. Questa aggressione, salutata dagli “Allah Akbar” della milizia islamo-terrorista, prendeva di mira anche il centro di ricerca militare di Jamraya, a nord di Damasco, che era già stato attaccato a fine gennaio dagli aerei da guerra israeliani. Inoltre, è stata presa di mira una caserma. Secondo RussiaToday, queste incursioni avrebbero causato centinaia di morti (in realtà ‘solo’ quattro. NdT). Dei venti velivoli che hanno condotto il raid, due sono stati colpiti dalla difesa aerea e un terzo è stato abbattuto. Entrambi i piloti, Samuel Azar ed Eysson Gary, sono stati catturati.
Mentre la Lega Araba, che dalla “rivoluzione dei gelsomini” è diventata preda dello sceicco  Hamad, ha solo lanciato un vago appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e la presidenza egiziana vede in questa “aggressione”, “una violazione dei principi e del diritto internazionale, che (…) minacciano la sicurezza e la stabilità della regione“, come era perfettamente prevedibile, l’usurpatore del governo tunisino, proposto da John McCain e Joe Lieberman, riveduto e corretto dallo sceicco Hamad e dalla sceicca Moza, non ha per nulla risposto a questa aggressione contro la Siria. Normale per un governo venduto e vassallo, il primo a rompere le relazioni diplomatiche con la Siria, mentre la Tunisia ospitava il primo congresso dei traditori e mercenari siriani.
Il silenzio del governo dei vassalli tunisini è così insopportabile che anche il serissimo sito Kapitalis ha dovuto reagire in modo insolito: “Né Moncef Marzuqi, primo responsabile della diplomazia tunisina, né Ali Larayedh, da cui dipende il ministero degli Esteri, né ancora il ministro responsabile di questo reparto, il cosiddetto diplomatico Othman Jarandi, si sono sentiti in obbligo di pubblicare una dichiarazione, anche concisa, di condanna, accennata e pro forma, dell’attacco dell’aviazione militare israeliana contro il Centro di Ricerca Scientifica Jamraya a Damasco, nella notte tra sabato e domenica… Marzuqi e Larayedh attendono istruzioni dall’emiro del Qatar e dal suo ministro degli esteri, per sapere che posizione prendere?” Ci rassicurano i nostri colleghi di Kapitalis, secondo cui  il governo usurpatore e venduto di Tunisi, alla fine rilascerà una dichiarazione che condanna l’aggressione israeliana, come del resto l’emirato del Qatar, per anestetizzare la piazza araba.  Mentre il governo degli Stati Uniti ha già giustificato l’aggressione israeliana nella sua solita formula: “Israele ha il diritto di difendersi dagli Stati che minacciano la sua sicurezza“!
Dalla “rivoluzione dei gelsomini”, che ha annunciato la “primavera araba”, gli israeliani avevano scelto il loro campo, i “democratici” contro la “dittatura”, i “diritti umani” contro la “tirannia”. In modo che le persone non capiscano niente, la propaganda cristiano-sionista ha convinto il pubblico arabo che Ben Ali, Mubaraq e Gheddafi fossero “agenti dell’America” e del “Mossad”, attribuendo il proprio tradimento e il proprio servilismo imperialista-sionista ai loro avversari politici. Con l’aiuto dei cyber-collaborazionisti, era stato detto che Ben Ali e Mubaraq avevano sparato sui manifestanti con proiettili dell’esercito israeliano, che ufficiali dell’esercito israeliano assistevano e consigliavano l’esercito di Gheddafi contro i mercenari di Bengasi…
Dalla “rivoluzione dei gelsomini” nel gennaio 2011, tutto era chiaro, tuttavia, per coloro che hanno una minima esperienza politica e conoscenza della geopolitica. Le cose diventano ancora più chiare quando il numero tre di al-Qaida, Abdelhakim Belhadj, e il numero uno del sionismo francese, Bernard-Henri Levy, erano mano nella mano nella distruzione della Libia. La stessa coppia incestuosa ha continuato la sua macabra crociata contro la Siria, sperando di finire lo sporco lavoro il più rapidamente possibile, per poi dedicarsi all’Algeria. Ma la Siria, governanti e governati, resiste. Ed è a causa della resistenza di questa grande Nazione che subito Israele è passato dal soft power alla forza bruta… svelando l’alleanza islamico-sionista.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Primavera araba: una trappola degli islamisti infiltrati alla Casa Bianca

Fakhreddin Besbes, Dottore in Scienze Politiche, Tunisie-Secret, 23 marzo 2013

obama-thanks-qatari-amir-for-support-on-libyaDopo aver letto questo articolo, si capirà perché Ghannouchi e Morsi sono andati al potere in Tunisia e in Egitto. Due anni dopo la sua esplosione in Tunisia, la “primavera araba” appare per ciò  che nessuno aveva visto all’inizio: la metodica distruzione degli Stati-nazioni e loro sostituzione con regimi dispotici, ma modernisti, nati dalla colonizzazione dei reazionari regimi islamisti asserviti agli Stati Uniti. Diciamo che si tratta di una lettura degli eventi “cospirazionista”. Questa è l’argomentazione della disinformazione e degli agenti al soldo dell’imperialismo. Ecco i fatti esposti da un dottore in scienze politiche, che ci ha gentilmente inviato la sua analisi. Giudicate voi stessi.

La Primavera araba: una trappola degli islamisti infiltrati alla Casa Bianca
Tutto è iniziato subito dopo gli attentati criminali dell’11 settembre 2001. Quando Usama bin Ladin, ex agente della CIA, si era rivoltato contro la potenza che l’aveva armato e supportato contro la presenza sovietica in Afghanistan. La decisione degli Stati Uniti di colpire al-Qaida in Afghanistan di per sé non era illegale. Bin Ladin, i suoi soci e i suoi protettori dovevano pagarla. Ma nel suo delirio narcisistico, George W. Bush decise d’invadere l’Iraq nel 2003, uno Stato che non aveva assolutamente alcuna responsabilità per gli attentati dell’11 settembre, a differenza dell’Arabia Saudita, custode dei santuari e dei pozzi di petrolio.

Da George W. Bush a Barack Hussein Obama
E’ con questa invasione che gli Stati Uniti decisero di cambiare strategia e alleanze, piuttosto che farseli nemici, gli islamisti pentiti saranno i nostri alleati e i custodi dei nostri interessi nel mondo arabo. Con la scusa della democrazia e dei diritti umani, si lasceranno decadere i regimi che li opprimono facendoli installare al potere. Li chiamiamo “islamisti moderati”, vale a dire democratici e moderati iper-imperialisti. Fissiamo le tre linee rosse da non attraversare: il nostro controllo sulla ricchezza energetica del mondo musulmano, la sacralità dello Stato d’Israele e bloccare le azioni che ci terrorizzano. Questo riavvicinamento tra imperialisti e islamisti, che riattiva la vecchia alleanza tra il wahabismo saudita e il pragmatismo americanista, e anche tra servizi segreti inglesi e i Fratelli musulmani, è stato descritto nell’importante libro di Robert Dreyfuss, “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam”, (Gioco Diabolico. Come gli Stati Uniti hanno scatenato l’Islam fondamentalista), pubblicato nel novembre 2005.
Con l’avvento al potere di Barack Hussein Obama, questo riavvicinamento tra l’amministrazione statunitense e la setta islamista ha preso una svolta decisiva. Con un padre kenyano e musulmano, e poi un patrigno indonesiano, Barak Hussein era immerso nell’identità islamista e nel vittimismo comunale che non ha nulla a che fare con l’Islam quietista, spirituale e disinibito della maggior parte dei musulmani nel mondo. Negli anni ’80 era assistente sociale, o più precisamente “organizzatore di comunità” nella periferia sud di Chicago. Nello stesso tempo, aderiva alla Chiesa Unita di Cristo guidato localmente dal controverso pastore Jeremiah Wright, del culto della Nation of Islam e, infine, “convertito” al protestantesimo. Con Barak Hussein Obama alla Casa Bianca, gli islamisti hanno così trovato l’alleato ideale che sostiene la loro lotta e condivide i loro ideali, così come l’opportunità storica di passare alla fase finale della loro conquista del potere nel mondo arabo. Per loro, Obama è in qualche modo il Messia liberatore, il braccio con cui il piano di Allah si avvererà, non solo nel mondo arabo ma anche, nel medio e lungo termine, nel vecchio continente indebolito dalla scristianizzazione avviata da più di un secolo. Gli islamisti non sanno ancora che Obama è l’Anticristo, piuttosto, la cui politica ha portato direttamente a uno scontro di civiltà che farà scomparire l’Islam come religione. Dividere i musulmani, uccidere l’Islam con il veleno islamista, sono una machiavellica strategia del governo degli Stati Uniti.

L’infiltrazione dei Fratelli musulmani
Il 22 dicembre 2012 apparve sulla rivista egiziana Ros al-Youssef un articolo di grande importanza, dal titolo: “Un uomo e sei fratelli alla Casa Bianca”, firmato da Ahmed Shawki, uno pseudonimo. L’autore scrive che sei persone hanno cambiato la politica degli Stati Uniti: “La Casa Bianca è passata dall’ostilità nei confronti dei gruppi e delle organizzazioni islamiche a più grande sostenitore mondiale dei Fratelli musulmani“. Secondo l’autore, i sei individui sono: Arif Ali Khan, Assistente per lo sviluppo delle politiche del segretario alla Sicurezza Nazionale; Mohamed Elibiary, membro del Consiglio consultivo per la Sicurezza Nazionale, Hussein Rashid, inviato speciale degli USA presso l’Organizzazione della Conferenza Islamica, Salim al-Marayati, fondatore del Muslim Public Affairs Council (MPAC), Mohamed Majid, presidente dell’Islamic Society of North America (ISNA), Eboo Patel, membro del consiglio consultivo del presidente Obama, incaricato dei consigli comunali inter-religiosi.

Il pedigree dei sei fratelli  
Nato nel 1968 da padre indiano e madre pakistana, Arif Ali Khan è un avvocato musulmano e docente presso la National Defense University, specializzata nella lotta contro il terrorismo. Dopo il suo successo come vicesindaco di Los Angeles, è stato nominato da Obama, nel 2009, Assistente del segretario alla Sicurezza Nazionale. E’ stato soprattutto il consulente incaricato da Obama sui dossier degli Stati islamici. Fondatore della Organizzazione Mondiale Islamica, un ramo della Fratellanza musulmana, è stato colui che ha provveduto ai collegamenti e alle trattative con i movimenti islamici prima e dopo la “primavera araba”.
Nato ad Alessandria d’Egitto, Mohamed Elibiary è cresciuto in Texas, dove i suoi genitori si erano trasferiti fuggendo dalla persecuzione degli islamisti in Egitto. Mohamed Elibiary, alias il “qutbita” per il suo fanatismo verso le idee di Said Qutb, è un membro di spicco dei Fratelli musulmani degli Stati Uniti. Laurea in gestione e progettazione di reti, è stato direttore della sezione di Houston del Consiglio per gli Affari Islamici Americani (CAIR), una vetrina dei Fratelli musulmani negli Stati Uniti. E’ stato colui che ha scritto il discorso di Obama che chiedeva ad Hosni Mubarak di lasciare il potere.
Nato nel 1978 nel Wyoming, Hussein Rashid è un avvocato indo-pakistano, già membro segreto dei Fratelli musulmani. Nel giugno 2002 ha partecipato alla Conferenza annuale del Consiglio Mussulmano Americano, già guidato da Abdul Rahman al-Amudi, condannato per finanziamento del terrorismo. Ha inoltre partecipato al comitato organizzatore della Riflessione critica islamica, accanto alle figure più importanti dei Fratelli musulmani degli Stati Uniti, come Jamal Barzinji, Hisham al-Talib e Yacub Mirza. Dopo l’adesione alla squadra elettorale di Obama, quest’ultimo l’ha nominato consigliere della Casa Bianca nel gennaio 2009. Barak Hussein Obama l’ha anche nominato responsabile della redazione dei suoi discorsi sulla politica estera. Nel 2009, fu Hussein Rashid che scrisse il discorso di Obama di Cairo. In risposta alle critiche, Obama disse del suo amico e consigliere, “L’ho scelto per questo ruolo perché è un avvocato compiuto e perché ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo dei partenariati chiesti a Cairo. E come Hafiz (esperto) del Corano, è un membro rispettato nella comunità musulmana americana.”
Nato in Iraq, Salim al-Marayati è di adozione statunitense. Attualmente è direttore esecutivo del Muslim Public Affairs Council (MPAC), un’organizzazione islamica fondata nel 1986 dai Fratelli musulmani. E’ stato scelto nel 2002 per lavorare con la National Security Agency. I sospetti che pesavano sul MPAC durante la campagna sicurezza post-11 settembre 2001, non hanno impedito ad al-Marayati di avvicinarsi, ai neocons e poi ai democratici della squadra di Obama.
Nato nel nord del Sudan nel 1965, Mohamed Majid è figlio dell’ex- ìMufti del Sudan. Emigrato negli Stati Uniti nel 1987, dopo ulteriori studi, nel 1997 insegnava alla Howard University, come specialista di esegesi coranica. Membro dei Fratelli musulmani, è stato molto influente tra le comunità musulmane in America del Nord. Da avvocato è stato un attivista feroce nella criminalizzazione di ogni diffamazione dell’Islam. Avendo sostenuto la candidatura di Obama alle elezioni presidenziali, quest’ultimo gli ha dato diverse missioni associative di tipo comunitarista. Nel 2011, è stato nominato consulente del dipartimento per la Sicurezza Nazionale (DHS) nella lotta contro l’estremismo e il terrorismo. È attualmente consigliere del Federal Bureau of Investigation (FBI) e di altre agenzie federali.
Infine, Patel è un musulmano statunitense di origine indiana. Ha completato i suoi studi in sociologia nell’Illinois, presso l’Urbana-Champaign. Da studente era un islamista militante presso i  musulmani provenienti da India, Sri Lanka e Sud Africa. Con il finanziamento della Fondazione Ford, ha avviato la IFYC nel 2002. Fratello musulmano e amico di Hani Ramadan, è membro del comitato consultivo religioso del Council on Foreign Relations. Era anche molto vicino a Siraj Wahhaj, un ben noto Fratello musulmano statunitense. Patel è attualmente consulente del dipartimento per la Sicurezza Nazionale e membro del consiglio consultivo di Barack Obama.

Anche Hillary Clinton ha una musulmana al suo servizio
Il suo nome è Huma Mahmoud Abidin e ha giocato con la Clinton un ruolo importante all’inizio della “primavera araba”. Prima di entrare nella squadra elettorale della Clinton, proveniva anche lei dal vecchio ambiente delle associazioni comunitarie di Barak Hussein Obama. Per rendere la pariglia al grande capo nero, Hillary Clinton l’ha reclutata tra i suoi più stretti collaboratori. E’ nata nel 1976 da padre indiano e madre pakistana. E’ cresciuta ed è stata educata nel Paese del wahhabismo, l’Arabia Saudita, dove i suoi genitori lavoravano. Durante le primarie democratiche del 2008, era assistente personale di Hillary Clinton. E’ sposata con David Anthony Weiner, un membro del Partito Democratico eletto a New York.

Conclusione
Fin dai suoi primi vagiti in Tunisia, la “primavera araba” è stata un’enorme truffa e un grande complotto mediatico dell’islamo-imperialismo che il popolo tunisino, desiderando la libertà e la democrazia, non ha visto. Con tali influenti personaggi islamisti presenti nel processo decisionale e di sicurezza statunitensi, la “primavera araba” non poteva che essere un inverno islamista. Non è un caso che i due principali sostenitori dell’islamismo mondiale, Arabia Saudita e Qatar, fin dalla “rivoluzione dei gelsomini” hanno supportato le cosiddette rivolte spontanee. Non è un caso che questi Stati continuino a finanziare i jihadisti nella Siria che hanno messo a fuoco e fiamme, in attesa di colpire probabilmente Iran, Libano e Algeria. Per gli ignoranti, questo è il secolo del risveglio dell’Islam. Per i consapevoli, è iniziata la fine dell’Islam.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Violenza: nuovo modus operandi della contestazione “rivoluzionaria” in Egitto

Ahmed Bensaada, Reporters, 19 febbraio 2013 – Mondialisation.ca

mueren-policias-manifestantes-port-said_ediima20130126_0061_4-580x32625 gennaio 2013. Seconda repubblica egiziana. Anno 2. Si torna al punto di partenza. “Irhal” (Vattene) è riapparso, ma con una differenza: lo slogan della rivolta è: “Il popolo vuole la caduta dei Fratelli“. Neanche le mura del palazzo presidenziale sono state risparmiate dai graffiti anti-islamisti. E questo cambiamento non è uno slogan banale, tutt’altro. Certo fa parte di un “continuum” delle proteste che non sono mai cessate dal gennaio 2011, ma è soprattutto l’espressione di un profondo mutamento della rivolta, così come dell’identità dei soggetti e dei suoi metodi di azione. Si ricordi che la “primavera” egiziana anti-Mubaraq è stata avviata e organizzata da giovani informatici (in particolare, da quelli appartenenti al Movimento del 6 aprile), i cui leader avevano ricevuto una formazione finanziata da varie agenzie statunitensi per l’”esportazione” della democrazia. Alcuni di loro sono stati formati, dai serbi di CANVAS, all’ideologia della resistenza non-violenta individuale, teorizzata dal filosofo statunitense Gene Sharp. [1]
Questa non-violenza sostenuta dai cyberdissidenti contro uno Stato di polizia noto per i suoi metodi brutali, era una caratteristica della “primavera” dell’Egitto, ed è sicuramente il segreto della sua efficacia. A un certo punto, lo stesso Gene Sharp in persona si è detto particolarmente orgoglioso del lavoro svolto dai giovani egiziani. [2] Insieme ai giovani discepoli della scuola sharpiana, gruppi dei movimenti di hooligan hanno, fin dall’inizio, partecipato alla rivolta egiziana. Dopo aver subito la repressione poliziesca dell’era Mubaraq, fin dalla loro creazione alla metà degli anni 2000, gli “Ultras” di sostenitori incondizionati di alcune squadre di calcio egiziane hanno sviluppato competenza nel confronto con la polizia. Considerati teppisti e delinquenti, prima della “rivoluzione”, si sono guadagnati i loro galloni per il “know-how” acquisito durante gli anni della ribellione contro la brutalità delle forze di sicurezza. Descritti dalla stampa come “temerari”, sono noti per essere sempre in prima linea negli scontri contro la polizia, durante le varie manifestazioni della “primavera” in Egitto.
Più di recente, un nuovo movimento di protesta è entrato nel paesaggio dell’insurrezione violenta egiziana. I “Black Bloc”, un’organizzazione ispiratasi alle fazioni anarchiche europee. Mascherati e vestiti di nero, hanno investito le piazze, non esitando a usare la forza per combattere il governo islamico del presidente Morsi. Con la violenza come strumento di contestazione, gli ultras e il black bloc sono attualmente la punta di diamante della protesta popolare in Egitto. Appena due anni dopo l’inizio della “primavera” araba, la teoria di Gene Sharp è stata completamente messa da parte.

Gli ultras: “All cops are bastards
Quattro lettere sono il leitmotiv degli ultras: ACAB, acronimo di “Tutti i poliziotti sono bastardi” (All cops are bastards). Ben prima delle rivolte della primavera araba, gli ultras avevano dichiarato guerra a tutto ciò che rappresentasse l’autorità. Gli eventi dei primi mesi del 2011 hanno offerto loro l’opportunità di mostrarne le capacità al di fuori degli stadi. Secondo alcuni esperti, gli ultras non hanno un chiaro profilo sociale. Si tratta di giovani “uniti per età e codici d’onore,  segnati dalla fedeltà alla propria squadra e dalla loro ostilità alle forze di sicurezza“. [3]
Anche se di ambienti ben diversi di quelli degli hacktivisti, la loro azione è considerata di primaria importanza. Gli è stato riconosciuto un ruolo importante, in particolare contro i “baltaguia” nella famosa “battaglia dei cammelli” del 2 febbraio 2011 [4], nonché nella lunga e sanguinosa battaglia contro la polizia alla Mohamed Mahmoud Street, nel novembre 2011 [5]. Ogni grande squadra di calcio egiziana ha i suoi ultras. Ad esempio, gli Ahlawy della al-Ahly, i Cavalieri Bianchi della Zamaleq, le Aquile Verdi della Port Said, la Magia Verde dell’Alessandria e i Dragoni Gialli dell’Ismailia. Gli ultras hanno un grande potere di mobilitazione che suscita l’invidia dei partiti politici. “I Cavalieri Bianchi da soli possono portare 25.000 persone pronte a combattere per strada, in pochi minuti”, dice un membro di questo gruppo [6].
Anche se diversi gruppi ultras si odiano in “periodo di pace”, la “primavera” araba è riuscita a conciliarli attorno ad un progetto comune: molestare le forze di sicurezza e proteggere i manifestanti. Così abbiamo visto i Cavalieri bianchi e gli Ahlawy unire le forze in piazza Tahrir e nelle piazze “calde” di Cairo.
Secondo James Dorsey, autore del blog “Il mondo turbolento del calcio in Medio Oriente“, “gli [ultras] rappresentano una delle forze più importanti del Paese, se non la seconda, dopo la Fratellanza musulmana” [7]. Questa collusione degli ultras nei confronti delle autorità egiziane è stata seriamente compromessa da ciò che viene comunemente chiamata “la tragedia di Port Said“, dove almeno 74 persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite. La partita, che si è svolta il 1 febbraio 2012 a Port Said tra l’Ahly di Cairo contro la squadra locale, si trasformò in una battaglia campale. Il massacro si svolse sotto lo sguardo compiacente delle forze dell’ordine, che non mossero un dito per fermarlo, e in cui un gran numero di tifosi dell‘Ahly vi persero la vita.
Il motivo? Secondo i sostenitori del club di Cairo, tutto venne progettato per vendetta dagli ultras Ahlawy, per il loro ruolo nella rivolta primaverile e lo spirito aggressivo che l’esercito e la polizia subiscono regolarmente. Gli ultras del Club di Port Said sono stati accusati di complicità con la polizia, rilevando che, a differenza degli Ahlawy e delle Aquile Verdi, hanno intonato slogan pro-militari durante la partita. Da parte loro, gli ultras di Port Said hanno negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi. In un articolo sul tema pubblicato dal quotidiano “Egitto Independente“, si legge che “la violenza di Port Said è stata opera di agenti infiltrati e non degli ultras” [8].
Il fatto è che questa tragedia non solo ha creato notevole risentimento, ma per lo più ha diviso le fila degli ultras, un risultato cercato dalla polizia, secondo alcuni. Gli ultras Ahlawy hanno minacciato il governo di ritorsioni se i responsabili della morte dei loro sostenitori non venissero puniti severamente. Pochi giorni prima del processo, hanno manifestato a gran voce bloccando il traffico e una stazione della metropolitana. Il loro motto: “La giustizia o il caos“. La prima sentenza sulla “tragedia di Port Said” ha avuto luogo il 26 gennaio 2013. Ventuno persone sospettate di essere coinvolte nel massacro sono state condannate a morte. Gli ululati dei familiari delle vittime risuonarono nell’aula del tribunale e gli Ahlawy hanno celebrato il verdetto.
Le famiglie dei detenuti, a loro volta, non hanno accettato il verdetto. Va detto che nessun funzionario di polizia è stato incluso nella lista dei 21 condannati a morte. [9] Le rivolte seguite alla sentenza, hanno fatto quasi tante vittime quanto “la tragedia di Port Said.” Cinque giorni dopo il verdetto, vi furono 56 morti, la maggior parte nella città di Port Said, ribattezzata “Port-Shahid” (Porto del Martire. NdT) dagli attivisti della città. Dobbiamo anche dire che il governo Morsi ha compiuto un vero e proprio errore di interpretazione del concetto di tempo. Far quasi coincidere, (il giorno prima) una sentenza così sensibile con il secondo anniversario dell’inizio della rivolta contro Mubaraq, mentre il clima sociale è esplosivo, è vera e propria incoscienza. Il presidente Morsi non ha trovato un’idea migliore che twitterare le condoglianze alle famiglie delle vittime, atto pochissimo gradito dai destinatari. Mentre i tentativi di riconciliazione tra Ahlawy e le Aquile Verdi sono falliti [10], il prosieguo del processo sulla “tragedia di Port Said” è previsto per il 9 marzo. Anche le manifestazioni e gli scontri.

I Black Bloc: “Caos contro l’ingiustizia
La recente comparsa dei Black Bloc nelle manifestazioni egiziane è stata molto pubblicizzata, sia a livello locale che internazionale. Anche un giornale titolava: “In Egitto, i Black Bloc detronizzano i rivoluzionari“. [11] Questo non significa molto. Tutti gli sforzi fatti dal campo dei “rivoluzionari” della prima ora per fare della loro “rivoluzione” un modello di non-violenza, che avrebbe fatto trepidare di piacere il loro maestro Gene Sharp, furono vani. La modalità di azione dei Black Bloc  è l’opposto di ciò che viene insegnato dai serbi del CANVAS. Mascherati, vestiti di nero, armati di bastoni e molotov, hanno la fama di essere “teppisti”, anche se lo negano. Eppure il “caos contro l’ingiustizia” è il loro slogan.
I membri del Black Bloc “Siamo chiamati “generazione perduta”, siamo trattati da teppisti. Ma ciò che è importante è  salvare l’onore dei martiri”, ha detto uno di loro in posa da co-fondatore del movimento. [12] Come gli ultras, sono contro gli “agenti di polizia che erano stati processati per aver ucciso manifestanti ed erano stati tutti assolti, [devono essere] riprocessati. Abbiamo i loro nomi. Li abbiamo trasmessi al Procuratore Generale“. [13] Ma nel loro primo comunicato postato su Youtube, il loro obiettivo principale è il governo del presidente Morsi e la Fratellanza musulmana da cui proviene. I membri del Black Bloc appaiono nel video sventolando bandiere anarchiche e una banda a scorrimento  recita: “Siamo il gruppo dei Black Bloc, parte di un tutto nel mondo. Facciamo campagna da anni per la liberazione dell’essere umano, la demolizione della corruzione e per rovesciare il tiranno. Per farlo, abbiamo dovuto apparire in modo ufficiale per affrontare il tiranno fascista (i Fratelli musulmani) e il loro braccio armato [...] Gloria ai martiri. Vittoria alla rivoluzione“. [14]
Mentre i membri dei Black Bloc egiziani rivendicano che il loro movimento non è né politico, né religioso, o sportivo (un confronto con gli ultras), Issam al-Haddad, Consigliere per gli affari esteri del Presidente Morsi, li accusa di “violenza sistematica e criminalità organizzata nel Paese“, mentre criminalizza l’opposizione per sostenere il movimento. Queste accuse sono state riprese dai Fratelli musulmani che li hanno definiti “gruppo di teppisti” che attaccano le istituzioni statali, la polizia e la proprietà privata. [15] Il Procuratore Generale della Repubblica d’Egitto, Ibrahim Abdallah Talaat (recentemente nominato dal governo Morsi, suscitando una levata di scudi da parte dell’opposizione), ha ordinato l’arresto di chiunque sia sospettato di appartenere al Black Bloc, definendola una “organizzazione terroristica”. [16]
Dopo i primi arresti di presunti membri appartenenti al Black Bloc, l’ufficio del pubblico ministero ha detto che uno di loro verrà processato per il suo coinvolgimento in un “piano di sabotaggio israeliano”. [17] Alcuni giornalisti hanno osservato che i membri della milizia della Fratellanza musulmana che aveva attaccato i manifestanti durante gli scontri nei pressi del palazzo presidenziale, nel dicembre 2012, erano anch’essi incappucciati, senza che ciò suscitasse reazioni nella presidenza o nell’ufficio del pubblico ministero. Queste milizie hanno pubblicato un video in cui minacciano di uccidere “gli anarchici che puntano alla caduta del regime”. [18]
Un altro gruppo islamista, la Jamaa Islamiya, ha invocato la “crocifissione” dei membri del Black Bloc. [19] Per parte loro, i “rivoluzionari” della prima ora, pretendono che i Black Bloc siano Fratelli musulmani e che la loro azione tenda a minare la loro protesta. [20] Wail Ghonaim, una delle cyber-figure egiziane più pubblicizzate [21], ha partecipato a un incontro organizzato ad al-Azhar il 31 gennaio 2013, alla presenza di leader religiosi, membri dell’opposizione del Fronte di salvezza nazionale, della Fratellanza musulmana e un certo numero di attivisti. Al termine della riunione, Ghonaim ha detto: “Lo scopo di questo incontro non è politico, ma piuttosto volto ad avviare un’iniziativa per porre fine alle violenze. Si tratta di un’iniziativa morale per fermare lo spargimento di sangue. È per questo che i giovani del Movimento 6 aprile hanno chiesto ad al-Azhar di tenere questa riunione e portarvi tutte le forze politiche dell’Egitto” [22].
Piccolo problema: anche se i Fratelli musulmani erano presenti alla riunione, nessun membro ufficiale del governo aveva aderito all’iniziativa di pace. I cyber-attivisti della prima ora, riporteranno la loro “rivoluzione” nel suo paradigma iniziale non-violento? Senza una reale apertura del governo islamico attualmente al potere in Egitto, e la formazione di un governo di unità nazionale che coinvolga tutte le forze del Paese, non è certo.

Ahmed Bensaada

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dal quotidiano algerino Reporters 19 febbraio 2013 (pp. 12-13)

Riferimenti
1. Ahmed Bensaada, «Arabesque américaine: Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe», Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011); Éditons Synergie, Algeri (2012)
2. Aimée Kligmanm, «Why is Gene Sharp credited for Egypt‘s revolution?», Examiner.com, 5 marzo 2011
3. Lucie Ryzova, «The Battle of Muhammad Mahmud Street: Teargas, Hair Gel, and Tramadol», Jadaliyya, 28 novembre 2011
4. Les Inrocks, «Égypte: les Ultras d’Al-Ahly, gardiens de l’après-révolution à Tahrir», 10 dicembre 2012
5. Vedasi nota 3
6. Claire Talon, «Égypte: génération ultras», Le Monde, 17 ottobre 2011
7. So Foot, «En privé, les ultras égyptiens se préparaient aux manifestations», 3 dicembre 2012
8. Abdel-Rahman Hussein, «Port Said violence was work of infiltrators, not ultras, say locals», Egypt Independent, 2 febbraio 2012
9. Egypt Independent, «No police officers sentenced to death in Saturday Port Said ruling», 26 gennaio 2013
10. Ali Radi, «Les Ultras Green Eagles refusent la réconciliation avec les fans d’El-Ahly», Ahly Sport, 9 febbraio 2013
11. Marwan Chahine, «En Égypte, les Black Bloc détrônent les révolutionnaires», Le Nouvel Observateur, 29 gennaio 2013
12. RTS, «Le Black Bloc égyptien, une nouvelle race de révolutionnaires», 30 gennaio 2013
13. Hélène Sallon, «Les “Black bloc”, nouveau visage de la contestation égyptienne», Le Monde, 2 febbraio 2013
14. Youtube, «Premier communiqué. Black Bloc Égypte», 23 gennaio 2013
15. Maggie Michael, «Masked ‘Black Bloc’ a Mystery in Egypt Unrest», Time World, 28 gennaio 2013,
16. Arabic CNN, «Égypte: un mandat d’arrêt pour tous les membres du Black Block», 29 gennaio 2013
17. Taïeb Mahjoub, «Égypte: le Black Bloc, un groupe mystérieux dans le collimateur du pouvoir», AFP, 31 gennaio 2013
18. Aliaa Al-Korachi, «Contestations: Black Block, derrière les masques noirs, la violence», Al-Ahram Hebdo, 30 gennaio 2013
19. Peter Beaumont and Patrick Kingsley, «Violent tide of Salafism threatens the Arab spring», The Guardian, 10 febbraio 2013
20. Moïna Fauchier Delavigne, «Les Black bloc, ces nouveaux révolutionnaires égyptiens prêts à employer la force», France 24, 31 gennaio 2013
21. Ahmed Bensaada, «Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe: le cas de l’Égypte», Mondialisation, 24 febbraio 2011
22. Nancy Messieh et Tarek Radwan, «Egypt’s al-Azhar Talks», Atlantic Council, 1 febbraio 2013

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Qatar ha un ruolo chiave nei piani degli Stati Uniti sul Medio Oriente-Nord Africa

Jean Shaoul WSWS 9 febbraio 2013

Arab heads of state pose for photos in RiyadhIn seguito all’eruzione delle proteste di massa che hanno rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubaraq in Egitto due anni fa, il Qatar, insieme con l’Arabia Saudita e la Turchia, è diventato un alleato cruciale degli Stati Uniti nel garantirsi i propri interessi predatori in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Qatar è determinato ad assicurare il dominio proprio e quello delle altre cricche al potere nel Golfo Persico, in particolare del suo più grande vicino, l’Arabia Saudita, da cui dipende. A tal fine, ha cercato d’insediare regimi musulmani sunniti guidati dai Fratelli musulmani e dai loro affiliati, come mezzo per reprimere la classe operaia di tutta la regione. Ciò è in linea con la grande strategia di Washington per raffazzonare un’alleanza anti-Iran e reprimere le masse del Medio Oriente, al fine di avere il controllo delle risorse energetiche della regione, a scapito dei suoi rivali Russia e Cina.
Il Qatar, con le sue considerevoli risorse petrolifere, è il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). Controlla il 14 per cento delle riserve di gas conosciute del mondo, il terzo più grande dopo la Russia e l’Iran, nel suo enorme giacimento off-shore a nord, adiacente al giacimento iraniano di South Pars. Il LNG fornisce al governo il 70 per cento delle sue entrate. Ma gli elevati costi di gestione richiedono economie di scala e mercati di grandi dimensioni che possono essere riforniti solo da una vasta rete di gasdotti che trasportano il GNL in Europa attraverso il Mediterraneo orientale, se il Qatar compete con l’Indonesia e la Nigeria. L’Arabia Saudita ha negato il permesso di transito ai gasdotti in tutto il suo territorio, nonostante sia il percorso più breve per l’Europa. Ciò ha determinato la politica estera interventista del Qatar, in particolare in Siria, che occupa una posizione strategica posta tra i principali produttori e i loro mercati chiave in Europa.
Il Qatar, governato dalla famiglia al-Thani fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971, ha un reddito pro capite di 90.000 dollari US, il più alto del mondo, ma pochi ne beneficiano. Tutti tranne 225.000 su 1,7 milioni di abitanti, sono lavoratori migranti, soprattutto dal Sud e Sud-Est asiatico, che lavorano per una miseria senza diritti o protezione. Il regime ha mantenuto la sua presa sul potere reprimendo ogni dissenso, sciopero e protesta. Tuttavia, è stato costretto a rispondere al disagio sociale con un programma da 65 miliardi dollari di spese per l’edilizia e ampi progetti per  infrastrutture pubbliche e sociali, da sviluppare in cinque anni. Il Qatar ha utilizzato i suoi fondi sovrani per premiare e comprarsi amici e influenza, sostenendo i Fratelli musulmani come suoi emissari all’estero mentre li scioglieva in patria. L’emiro ha cercato di elevare il profilo del Qatar con la sua sponsorizzazione della TV al-Jazeera, canale satellitare, facendone il braccio della proprio politica estera. Al-Jazeera ha coltivato il religioso sunnita Yusif al-Qaradawi, di origine egiziana, che è a capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, e finanziato e trasmesso i suoi programmi di educazione religiosa. Questo ha generato militanti islamici, tra cui alti dirigenti di al-Qaida che il Qatar ha protetto, come la presunta mente dell’11/9, Khalid Shaikh Muhammad. E’ stato protetto dal ministro per gli Affari Religiosi del Qatar e ha ottenuto un lavoro dal governo presso il ministero per l’Elettricità e l’Acqua. Suo nipote, Ramzi Yousif, è stato giudicato colpevole di essere la mente dell’attentato al World Trade Center del 1993.
Il rapporto del Qatar con gli Stati Uniti è decollato dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991, quando l’emiro permise alle forze della coalizione di operare dal Qatar, distrutto i propri missili antiaerei Stinger statunitensi, acquistati sul mercato nero, che erano fonte di attriti con Washington, e inviato truppe a combattere nella coalizione contro l’Iraq. Nel 1992, firmò un trattato di difesa che oggi prevede le esercitazioni militari congiunte e tre basi statunitensi. L’attuale sovrano, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, che ha deposto il padre nel 1994, ha speso più di un miliardo di dollari per la costruzione della base aerea al-Udeid, a sud di Doha, che opera come hub per le operazioni degli Stati Uniti contro l’Iraq e l’Afghanistan, e le loro operazioni di assassinio da parte dei droni in Pakistan. Gli Stati Uniti hanno speso circa 100 milioni all’anno per la costruzione di ulteriori impianti ad al-Udeid, al Doha International Air Base, e alla base militare al-Sayliyah, per la sede centrale dell’US Central Command (CENTCOM), dove sono di stanza 5.000 soldati statunitensi.
Doha, insieme al resto del Gulf Cooperation Council (GCC), ha inviato truppe nel vicino Bahrain per schiacciare le proteste sciite contro la dinastia al-Khalifa. In Tunisia, il Qatar ha giocato un ruolo di primo piano nel portare al potere il partito al-Nahda, nelle elezioni del 2011, dopo la caduta di Ben Ali, dotandola di coperture finanziaria e mediatica favorevole di al-Jazeera. Ha firmato numerosi accordi per aiuti economici ed investimenti, tra cui un prestito di 500 milioni di dollari, per quadruplicare la capacità di raffinazione petrolifera della Tunisia. Il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra della NATO contro la Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ha esercitato un’enorme pressione internazionale attraverso la Lega Araba e il GCC, ed inviato la sua forza aerea ad aiutare la NATO e le proprie forze speciali per armare, addestrare e guidare le milizie islamiche, in particolare quelle dei gruppi affiliati al Movimento per il cambiamento islamico libico. Mustafa Abdul Jalil, il capo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), ha riconosciuto che il loro successo è dovuto in gran parte al Qatar, che vi aveva speso 2 miliardi di dollari. Jalil ha detto: “Nessuno si è recato in Qatar senza aver ricevuto una somma di denaro dal governo“. Con il sostegno del Qatar, questi stessi gruppi di miliziani libici adesso forniscono armi e volontari per i tentativi di spodestare il regime di Assad. Il Qatar aveva investito 10 miliardi di dollari in Libia, con la Società Immobiliare Barwa che ha investito 2 miliardi di dollari per la costruzione di un resort sulla spiaggia nei pressi di Tripoli. Doha aveva sostenuto diversi cavalli in gara, per potersi prendere la Libia, firmando accordi del valore di 8 miliardi di dollari con il CNT, e finanziando Abdel Hakim Belhaj, leader islamista, e Sheikh Ali Salabi, chierico residente a Doha.
Prima della cacciata di Mubaraq, Doha aveva sollecitato le relazioni con Damasco e Teheran della Turchia, soprattutto per via del giacimento di petrolio e gas in comune con l’Iran, e il Qatar aveva anche cercato di mediare tra gli Stati Uniti e l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Ciò culminò, all’inizio del 2011, in un accordo per un gasdotto Iran-Iraq-Siria da 10 miliardi dollari, con la possibilità di ulteriori ramificazioni in Libano e Turchia, dall’Egitto al Libano, e da Kirkuk, nella regione irachena autonoma kurda, mentre scoppiava la guerra civile siriana, alla fine di marzo 2011. Tutto questo è cambiato con la decisione delle potenze imperialiste “di pianificare  un regime islamista sunnita con cui sostituire Bashar al-Assad“. Il Qatar vi ha giocato un ruolo chiave, finanziando e armando le bande armate islamiche che conducono attacchi settari e terroristici contro la popolazione civile, e favorendo il sostegno diplomatico della Lega araba e del GCC all’intervento occidentale. Lo scorso novembre, Doha ha mediato la creazione della Coalizione nazionale siriana delle forze rivoluzionarie e di opposizione (SNC), per sostituire l’irrimediabilmente frammentato Consiglio nazionale siriano.
Nell’ambito della sua offensiva per isolare il regime di Assad, il Qatar ha costretto Khalid Mishaal, leader in esilio di Hamas, ramo palestinese dei Fratelli musulmani, di rompere con la Siria. Assad aveva sponsorizzato il suo ufficio a Damasco dal 1999, quando fu espulso dalla Giordania. Mishaal si trasferì a Doha e ha cercato di rilanciare l’unità nelle discussioni con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, per ordine del Qatar. Doha sta facendo del suo meglio per tenere in piedi il governo dei Fratelli musulmani nell’Egitto del presidente Mohammed Mursi, che affronta l’opposizione di massa della classe lavoratrice egiziana, fornendo 5 miliardi di dollari di prestiti per evitarne la bancarotta e 18 miliardi di dollari in fondi di investimento. Tra essi 8 miliardi di dollari per i grandi progetti a Sharq al-Tafria, East Port Said, per garantirsi il controllo del Canale di Suez come via di transito. I fondi sono arrivati dopo che Mursi ha dato il suo pieno e pubblico appoggio al rovesciamento di Assad alla conferenza dei non allineati a di Teheran, la scorsa estate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI Secolo

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