Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La situazione in Libia dal 20 maggio al 9 luglio 2014

Alessandro Lattanzio, 9/7/2014
628x471Il 20 maggio, quattro massicce esplosioni colpivano la zona residenziale vicino alla strada per l’aeroporto di Tripoli, causando 4 morti e 7 feriti. La maggior parte delle forze del cosiddetto Scudo centrale della Libia era tornata a Misurata mentre un contingente era diretto verso Tripoli. L’Unione delle Famiglie dei Martiri di Misurata condannava le operazioni del generale Qalifa Haftar contro gli islamisti. Una milizia islamista aveva attacco l’ospedale di Derna. Uomini armati attaccavano anche la residenza del nuovo primo ministro libico Ahmad Mitiq. Le guardie di Mitiq risposero al fuoco ferendo e arrestando due aggressori.
Il 25 maggio gli Stati Uniti inviavano 1000 marine della nave d’assalto anfibio USS Bataan presso le coste Libiche, in vista dell’evacuazione dell’ambasciata degli Stati Uniti. Washington aveva suggerito ai suoi concittadini in Libia “di partire immediatamente“. Gli Stati Uniti dispiegavano a Sigonella 250 marine, 7 velivoli Osprey e 3 aerei da rifornimento. Muhammad Zahawi, capo di Ansar al-Sharia, avvertiva contro qualsiasi interferenza degli Stati Uniti nella rivolta in Libia, “Ricordiamo all’America le sconfitte in Afghanistan, Iraq e Somalia; dovrebbe affrontare qualcosa di molto peggio in Libia. E’ stata l’America ad inviare Haftar a portare il Paese verso la guerra e lo spargimento di sangue“. Un ufficiale delle forze speciali degli Stati Uniti affermava che il dispiegamento di droni e 80 soldati statunitensi in Ciad era volto ad intensificare le operazioni regionali, “E’ un’operazione che comprende le cosiddette operazioni antiterrorismo in Nigeria, Ciad, Niger, Mali, Libia e Algeria“.
Bernard-Henri Lévy il 22 maggio si era recato a Tripoli, dove rimase per 2 ore all’aeroporto internazionale di Mitiga, incontrandosi con il terrorista Ali Belhadj, per negoziare il ritorno di Ali Zaydan, l’ex primo ministro fuggito in Europa. Ad al-Aziziya, città a 55 chilometri a sud di Tripoli, si svolse il 25 maggio la Conferenza delle tribù libiche che riunì 2000 capi tribù libici. Il consiglio decise:
1 – Scioglimento del Congresso Generale Nazionale libico.
2 – Abolizione di tutte le leggi approvate da tale struttura illegale ed anche quelle adottate sotto la minaccia delle armi dal governo.
3 – Abolizione di tutti i contratti ed impegni sottoscritti dal governo, perché in contrasto con la sovranità del Paese.
4 – Scioglimento delle milizie e divieto ad esercito e polizia di schierare armi. Ammettere che attaccare una regione o una tribù è come attaccare l’intero Paese.
5 – Ritorno degli esiliati, instaurando il dialogo nazionale e l’amnistia per tutti coloro che non hanno ucciso o derubato libici.
6 – Rilascio di tutti i prigionieri e far decadere le accuse contro di loro.
7 – Ristabilire esercito, polizia e controllo delle frontiere.
8 – Aggiornamento dei documenti di identità per certificare la cittadinanza di chiunque affermi essere libico.
9 – Indennizzo per tutte le vittime della guerra che avranno diritto al titolo di martire.
10 – Si ordina a militari e poliziotti allontanatasi dai loro compiti di ritornare alle loro funzioni, recuperare le armi delle milizie e assicurare la protezione delle zone tribali e di frontiera.
11 – Appellarsi a tutte le organizzazioni internazionali affinché aiutino e proteggano la salvaguardia nazionale libica.
12 – Le tribù assicurano il rispetto degli interessi di individui e nazioni in tutto il territorio libico.
13 – Le tribù rifiutano qualsiasi governo che agisca sotto qualsiasi bandiera, che non tenga in considerazione l’integrità territoriale e il fatto che la nazione è la prima tribù nel Paese sul quale tutto si fonda.
14 – Il Consiglio supremo da il benvenuto a tribù, regioni o istituzioni civili che vogliano partecipare alla ricostruzione nazionale.
15 – Il Consiglio, nella fase di transizione, è pronto ad assumere il potere fino a quando il Paese avrà una Costituzione e potrà eleggere un Parlamento e un Presidente.
Unità del 4° Reggimento paracadutisti dell’esercito algerino operano fino a 200 chilometri entro la Libia, in operazioni coordinate con il Reggimento di Uargla (700 chilometri a sud di Algeri) e i tiratori del GIS (Gruppo Intervento Speciale) del DRS (Dipartimento di Intelligence e Sicurezza). Tali operazioni vengono condotte con l’assistenza delle milizie di Zintan e dei Warfala, sempre fedeli alla Jamhiriya e che controllano la città di Bani Walid. Tali operazioni sono svolte contro i campi di addestramento dei terroristi in Libia, dove almeno tredici capi dei gruppi terroristici vennero eliminati mentre progettavano attacchi agli impianti petroliferi di Hasi Masaud in Algeria. In un’altra operazione venne eliminato il capo della milizia islamista di Misurata. Anche la Tunisia ha impiegato il suo reggimento di elicotteri d’attacco dell’esercito contro gruppi terroristici a Ghardimau e nel governatorato di Jinduba.
Il 4 giugno un attacco suicida contro la residenza dell’ex-generale Qalifa Haftar uccideva quattro guardie, ad Abyar, 60 chilometri a est di Bengasi. L’attentato seguiva gli scontri tra le forze di Haftar e gli islamisti avutisi a Bengasi il 3 giugno, quando tre gruppi islamisti attaccarono una base di Haftar. Elicotteri delle forze di Haftar risposero all’attacco. Il governo ordinava la chiusura di scuole, università, negozi, aziende e dell’aeroporto. Almeno 20 i morti e 70 i feriti. Il 2 giugno un aereo da guerra di Haftar bombardava l’università durante un raid contro una vicina base islamista. mentre la sede del Primo Ministro a Tripoli veniva attaccata. Nel frattempo, gli scioperi nelle raffinerie causavano penuria di benzina; la produzione era comunque oramai pari solo al 10 per cento di quella precedente al 2011. Secondo Sadiq al-Qabir, governatore della Banca centrale, la Libia ha tratto solo 6 miliardi di dollari dalle esportazioni energetiche nei primi quattro mesi del 2014, meno di un quarto dei 18 miliardi previsti. Ciò suscitava attriti tra la Banca e il parlamento, che non potendo varare la finanziaria chiese alla banca centrale di sbloccare 110 miliardi di dollari di riserve valutarie. L’ex-premier al-Thani accusava Qabir di agire da “dittatore”, bloccando la spesa approvata dal parlamento e il vicegovernatore Ali Muhammad al-Habri chiedeva di licenziare  dipendenti statali. La valuta libica si svalutava del 7% verso il dollaro, sul mercato nero. Ciò colpiva i 30 miliardi di prodotti alimentari importati in Libia da Europa, Tunisia e Turchia.
Il 29 maggio, secondo il think tank inglese The Henry Jackson Society, un’operazione delle forze speciali statunitensi, francesi e algerine sarebbe scattata nella Libia meridionale contro i terroristi dell’AQIM, per distruggerne i depositi di armi, le infrastrutture di addestramento e comunicazioni. Il capo di AQIM, Muqtar Belmuqtar, sarebbe stato l’obiettivo prioritario dei commando algerini nell’operazione che coinvolgeva 3500 militari del Reggimento Paracadutisti e 1500 del gruppo di sostegno e supporto logistico. Un’altra fonte diplomatica affermava che i 5000 soldati mobilitati erano appoggiati da blindati BTR, veicoli armati 4×4, velivoli da trasporto, cacciabombardieri, elicotteri d’assalto e d’attacco Mi-24, aerei da ricognizione e UAV. Il Reggimento Paracadutisti è lo stesso dell’operazione Scorpion del gennaio 2013, per la liberazione del complesso gasifero Tiguenturin di In Amenas. Il ruolo dei paracadutisti algerini sarebbe stato sigillare il confine, chiudere i punti di rifornimento e tagliare la ritirata ai gruppi che cercavano di fuggire in Libia orientale. Per dissuadere una puntata nel Sahel, l’esercito ciadiano assicurava il controllo della striscia di Aozou e il Tibesti, lasciando poco margine ai jihadisti. L’esercito francese aveva richiamato il Comando Operazioni Speciali distaccato in Niger, dotato di veicoli da ricognizione, elicotteri d’attacco Tiger ed elicotteri d’assalto Caracal. I 5-800 uomini dell’esercito degli Stati Uniti, con Hercules ed Osprey, avrebbero inseguito i gruppi jihadisti nel Sud e occupato i siti petroliferi libici. L’obiettivo degli algerini era ripulire il Nalut Zintan, al confine con la Tunisia, dai campi di addestramento jihadisti e dalle basi per l’invio di armi in Algeria, per poi spingersi verso Sabha, nodo logistico nel deserto libico. Il Generale Bualim Madi, a capo della Direzione centrale informazioni e orientamento dell’ANP, l’esercito algerino, aveva dichiarato che “la situazione al confine era preoccupante“.
Le agenzie di sicurezza e d’intelligence egiziane, algerine e tunisine si riunivano agli inizi di luglio per coordinare la lotta contro l’espansione dello Stato Islamico (IS) in Libia, particolarmente di al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM). La Libia post-Jamahiriya è divenuta fonte d’instabilità e terreno per lo sviluppo della minaccia degli estremisti islamisti dello Stato Islamico in Iraq e Levante (SIIL). “Riceviamo rapporti che indicano jihadisti libici e tunisini rientrare nei Paesi d’origine per creare filiali del SIIL in Nord Africa”, affermava una fonte della sicurezza algerina al quotidiano al-Qabar. Il Qatar ha “un suo impatto sui salafiti jihadisti in Libia” mobilitandoli contro il SIIL, aggiungendo che agenti dei servizi segreti del Qatar avevano visitato ai primi di luglio Algeria, Tunisia e Libia. “L’Egitto opera sul controllo delle frontiere con la Libia dal territorio egiziano, piuttosto che inviare forze in Libia“, affermava l’esperto di strategia Ahmad Abdal Hamid. L’Egitto si coordina con Algeria e altri Paesi africani, così come con Giordania e Paesi del Golfo, per unificare la posizione araba e africana contro il terrorismo. Il presidente Abdal Fatah al-Sisi visitava l’Algeria a giugno, sviluppando le relazioni  strategiche tra Egitto ed Algeria. “La Libia va verso la secessione di tre Stati: Bengasi, Tripoli e Fezzan, e il governo egiziano è decisamente contrario a ciò“, affermava l’esperto Talat Mussa. Sisi aveva anche affermato che l’indipendenza del Kurdistan iracheno sarebbe una catastrofe. Secondo al-Qabar, i jihadisti di AQIM supportano il SIIL, provocando scontri interni, in Libia, tra terroristi di al-Qaida e jihadisti del SIIL.
Infine, 630000 dei 3,4 milioni di libici votarono il 25 giugno 2014 alle elezioni parlamentari, con un tasso di affluenza del 18,52%. In altre parole, l’81,5% degli elettori libici non partecipava all’elezione del Congresso generale nazionale.

mapoflibyaFonti:
Allain Jules
Cameroon Voice
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Palestine Solidarité
Strategika51
Wsws

La verità sulle truppe statunitensi “inviate in Iraq”

Tony Cartalucci Global Research, 17 giugno 2014
maliki_4Quasi 300 truppe si preparano a partire per l’Iraq, come nel caso di qualsiasi nazione in cui vi sia un’ambasciata degli Stati Uniti, eventualmente per richiederne l’evacuazione. In alcun modo si tratta di “intervento” o “assistenza” al governo del Paese destabilizzato. Tuttavia, in Iraq, le testate occidentali fanno pensare diversamente ai lettori. L’articolo del GuardianBarack Obama invia truppe in Iraq mentre s’aggrava l’insurrezione del SIIS”, il solo titolo fa credere che la terza “guerra in Iraq” sia iniziata. L’articolo afferma: “Gli Stati Uniti inviano rapidamente diverse centinaia di truppe in Iraq, considerando l’invio di un ulteriore contingente di forze speciali mentre Baghdad lotta per respingere l’avanzata dell’insurrezione”. Dopo aver letto con attenzione l’articolo, tuttavia, si scopre che tali truppe servono solo alla sicurezza dell’ambasciata USA a Baghdad. 11 paragrafi dopo, tra suggestioni, speculazioni e congetture ecco la vera natura dello schieramento: “Obama ha detto al Congresso che il personale militare viene inviato in Iraq per fornire supporto e sicurezza all’ambasciata statunitense di Baghdad, ma è “attrezzato per il combattimento“. Tutte le truppe che partecipano a tali missioni di protezione ed eventualmente evacuazione delle ambasciate statunitensi, sono “attrezzate al combattimento“. Tale iperbole nella migliore delle ipotesi è sensazionalismo, e nel peggiore disinformazione intenzionale volta a minare ulteriormente la stabilità del governo di Baghdad, implicandone la dipendenza dalle forze militari statunitensi per la sopravvivenza. E’ stato riportato che lo Stato islamico in Iraq e Siria (SIIS) sia una creazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali, con la CIA che sorveglia, armava e finanziava l’organizzazione terroristica al confine turco-siriano nei passati tre anni. L’incursione del SIIS nel nord dell’Iraq fu preceduta dalla riassegnazione nella Siria orientale nel marzo 2014, da dove preparare l’invasione dell’Iraq. Gli invasori s’impegnano in palesi spargimenti di sangue settari nel tentativo d’innescare rappresaglie settarie in Iraq, creando un ampio conflitto settario. La forza relativamente piccola del SIIS può essere sopraffatta dalle forze di sicurezza irachene se l’impatto psicologico e strategico delle sue tattiche da guerra lampo saranno svelate e rintuzzate. Nel frattempo, durante tale fase, gli Stati Uniti in particolare lottano per minare la stabilità socio-politica dell’Iraq e la credibilità del governo di Baghdad. Ironia della sorte, per farlo gli Stati Uniti posano da alleati di Baghdad.

La politica del tocco della morte” degli USA
cia-seal_20110502090517_320_240I lettori dovrebbero ricordare le varie fasi della cosiddetta “primavera araba” ideata dagli USA, in cui Stati Uniti ed Israele intenzionalmente e pubblicamente offrirono “sostegno” al governo assediato di Hosni Mubaraq in Egitto, nonostante la formazione e il finanziamento delle bande volte a rovesciare il governo. Il presunto sostegno fu un’operazione psicologica (PSYOP) volta non ad aiutare il governo assediato, ma a minarlo ulteriormente. Gli egiziani, nello spartiacque politico videro Stati Uniti ed Israele con sospetto e disprezzo totali. Posando da alleati del governo di Mubaraq, Stati Uniti ed Israele poterono avvelenare politicamente la leadership di Cairo e negare qualsiasi sostegno che potesse contrastare la rivolta di piazza sponsorizzata dall’occidente. In retrospettiva, l’orchestrazione filo-occidentale dei disordini tunisini, egiziani e libici è chiara. Tuttavia, mentre si svolgevano, specialmente nelle fasi iniziali, i media occidentali s’impegnarono a una massiccia propaganda. In Egitto, una folla di 50000 persone diveniva una “di 2 milioni” attraverso crasse menzogne, inquadrature ristrette e propagandisti in malafede come Jon Leyne della BBC. In Libia, la natura armata della “ribellione” fu omessa e l’agitazione  spacciata quale “protesta pacifica”. Forse la cosa più diabolica di tutte fu il modo con cui i media mainstream ritrassero il capo dell’opposizione egiziana Muhammad al-Baraday. Infatti, al-Baraday era al centro delle proteste, tornato in Egitto un anno prima nel febbraio 2010, per assemblare il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” con l’aiuto dei “movimenti giovanili” dell’Egitto guidati dal movimento 6 aprile e Wail Ghonim di Google, addestrati dal dipartimento di Stato USA. Ma ci dissero che vi “si era era solo recato” e che era visto con “sospetto” dall’occidente. Ci dissero anche che Hosni Mubaraq era ancora il nostro “uomo” e gli articoli si spinsero fino a pretendere (con affermazioni infondate) che Mubaraq stesse per fuggire a Tel Aviv, in Israele, che inviava via aerei armi per sostenerne il regime vacillante. Ovviamente tali “tentativi” di salvare il regime di Mubaraq fallirono, proprio perché non furono mai destinati ad avere successo, in primo luogo. E alla vigilia della caduta di Mubaraq, gli Stati Uniti alla fine fecero una svolta di 180 gradi sulla sua difesa, chiedendogli di dimettersi. Con incredibile “lungimiranza”, la rivista Foreign Affairs del Council on Foreign Relations segnalò nel marzo 2010, un anno prima della cosiddetta “primavera araba”, che: “Inoltre, gli stretti rapporti dell’Egitto con gli Stati Uniti sono un fattore critico e negativo nella politica egiziana. L’opposizione utilizza tali legami per delegittimare il regime, mentre il governo è impegnato in manifestazioni di antiamericanismo per evitare tali accuse. Se al-Baraday ha in realtà una ragionevole possibilità di promuovere riforme politiche in Egitto, i politici statunitensi sarebbero utili alla sua causa evitando di agire con forza. Paradossalmente, i freddi rapporti di al-Baraday con gli Stati Uniti da capo dell’AIEA, supporta solo gli interessi degli Stati Uniti“.
Comprendendo il sostegno israeliano o statunitense ad al-Baraday si sarebbe distrutta ogni possibilità di successo “della rivoluzione”. Sembra allora che l’aperta messinscena, perfino spudorata, del sostegno a Mubaraq nelle prime fasi dei disordini fosse un deliberato tentativo di dirigergli contro le ire degli egiziani, e di allontanare i sospetti dal fantoccio occidentale al-Baraday. Tentativi simili vengono fatti per sostenere la legittimità dei fratelli musulmani, per mettere in crisi il governo militare ora al potere a Cairo. Al di là dell’Egitto, una campagna simile si ebbe in Libia contro Muammar Gheddafi, con voci su Israele che cercava di salvare il regime arruolando mercenari ed anche affermazioni secondo cui Gheddafi fosse ebreo. Riflettendo la propaganda grottesca volta a galvanizzare l’opposizione a Mubaraq, si tentava di offuscare l’immagine di Gheddafi agli occhi dei nemici di USA ed Israele fingendo un sostegno fallimentare. Contro la Siria, una campagna simile di USA e Israele ebbe ancora meno successo. Eppure, la “politica del tocco della morte” di Stati Uniti ed alleati regionali fu estesa a tutti nella speranza contribuisse a minare e destabilizzare le nazioni prese di mira. Il tentativo più recente di ritrarre Baghdad quale beneficiaria dell’eventuale assistenza degli Stati Uniti, è volto a cercare di fornire una negazione plausibile agli Stati Uniti mentre addestra le legioni del SIIS, in primo luogo, indebolendo il governo iracheno filo-iraniano di Nuri al-Maliqi agli occhi dei suoi nemici e alleati.

620px-Iraq_Syria_Locator.svgCopyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Un think tank statunitense rivela come gli USA hanno inventato la “primavera araba”

Sonia Baker, Algérie PatriotiqueTunisie Secret 14 giugno 2014

Anche se il danno è fatto e certi Paesi arabi sono devastati, non è mai troppo tardi capire come la stupidità e l’arroganza dei tunisini siano state sfruttati per destabilizzare la Tunisia e distruggere altri tre Paesi arabi. Se il rapporto degli Stati Uniti non ci dice nulla di nuovo, dato che siamo stati i primi a denunciare l’impostura della “primavera araba”, è possibile sfidare gli idioti che continuano a celebrare la “rivoluzione” e accusare i cyber-collaborazionisti e i mercenari che hanno sulla coscienza la morte di migliaia di tunisini, libici, egiziani, yemeniti e siriani.

cia2Un documento rilasciato da un think tank statunitense rivela che la “primavera araba” è ben lungi dall’essere un movimento spontaneo di persone desiderose di un cambiamento politico, ma piuttosto una deliberata e orchestrata riconfigurazione da parte dell’amministrazione statunitense. L’organizzazione Middle East Briefing (MEB), basandosi su un rapporto ufficiale del dipartimento di Stato statunitense conferma il coinvolgimento della Casa Bianca nelle “rivoluzioni” che hanno scosso molti Paesi del Medio Oriente e Nord Africa. Il documento del 22 ottobre 2010 intitolato “Middle East Partnership Initiative: Panoramica“, è riservato ma MEB ha potuto visionarlo tramite il Freedom of Information Act. La terra dello Zio Sam ha ideato nei suoi uffici le tante strategie per sconfiggere i regimi nei Paesi mirati, basandosi sulla “società civile”controllata tramite il lavoro profondo delle organizzazioni non governativa (ONG). L’approccio statunitense è manipolare le ONG allineandole alla sua politica estera e ai suoi obiettivi riguardo la sicurezza interna, osserva MEB. “Il Middle East Partnership Initiative (MEPI) è un programma regionale che rafforza i cittadini del Medio Oriente e Nord Africa sviluppando società pluraliste, partecipative e prospere. Come dimostrato dai dati forniti in tale valutazione, il MEPI fu avviato nel 2002 per divenire uno strumento flessibile regionale per trarre un sostegno diretto dalle società civili indigene alla diplomazia del governo degli Stati Uniti nella regione“, si può leggere nella relazione del dipartimento di Stato che usa e abusa del linguaggio diplomatico per mascherare la natura egemonica di tale iniziativa. Nella sezione intitolata “Come funziona il MEPI” viene chiaramente spiegato come i principali obiettivi del MEPI siano “costruire reti di riformatori che condividano  conoscenze e si aiutino a vicenda, catalizzando il cambio nella regione“.

La sovversione finanziata dalle ambasciate statunitensi
L’amministrazione Obama non lesina sui mezzi della sua ingerenza negli affari interni dei Paesi mirati. Le sovvenzioni locali “forniscono un sostegno diretto ai gruppi indigeni che ora rappresentano più della metà dei progetti del MEPI“, osserva il rapporto. “Agenti designati dalle ambasciate statunitensi gestiscono finanziamenti e collegamenti con vari ONG e gruppi della società civile” beneficianti di tali sovvenzioni. “I progetti specifici nei Paesi sono volti a soddisfare le esigenze di sviluppo locale, individuate dalle ambasciate, dai riformatori locali e dalla nostra analisi sul campo. Gli sviluppi politici in un Paese possono portare a nuove opportunità e nuove sfide nel raggiungimento degli obiettivi politici del governo degli Stati Uniti, e il MEPI trasferirà i fondi per soddisfare tali esigenze“, dice ancora. Va da sé che i promotori di tale programma sabotano le istituzioni e i governi locali. Viene infatti indicato che il MEPI ha interlocutori solo tra gli attori della società civile attraverso le ONG interessate negli Stati Uniti e nella regione. “Il MEPI non finanzia governi stranieri e non negozia contratti di assistenza bilaterale“, dice il rapporto. Secondo il MEB, il documento stabilisce un elenco di Paesi prioritari da colpire secondo gli obiettivi della dirigenza statunitense. Sono Yemen, Arabia Saudita, Tunisia, Egitto e Bahrayn. Libia e Siria furono aggiunti un anno dopo la redazione della relazione del dipartimento di Stato. Sull’Egitto si apprende che il governo degli Stati Uniti contattò i Fratelli musulmani considerati compatibili con la politica estera del governo statunitense. L’amministrazione Obama prevede anche un “servizio post-vendita” di tali “rivoluzioni” volte a ridisegnare il “Grande Medio Oriente” secondo la visione statunitense. L’ufficio del coordinatore speciale della transizione in Medio Oriente fu fondato nel settembre 2011. William B. Taylor ne fu nominato a capo. Il diplomatico sapeva di rivoluzioni dato che fu l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina durante la “rivoluzione arancione” del 2006-2009. Secondo il rapporto del dipartimento di Stato, l’Ufficio del coordinatore speciale della transizione nel Medio Oriente coordina l’assistenza del governo degli Stati Uniti presso le “democrazie emergenti” in Medio Oriente e Nord Africa, tra cui Egitto, Tunisia e Libia.

Documento del Middle East Briefing (MEB) “U.S. State Dept. Document Confirms Regime Change Agenda in Middle East

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bashar al-Assad eletto in Siria: USA/UE si concentrino su Turchia, Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 5 giugno 2014

article-0-122FFA3C000005DC-776_634x680USA ed Unione europea cambiano democrazia e libertà religiosa a ogni alzata di cappello. Se si vuole visitare una nazione in cui varie sette cristiane e musulmane sono tutte trattate con dignità assieme alla comunità drusa, prima dell’ingerenza estera la Siria era un modello per tutta la regione.  Infatti, anche oggi la Siria è un modello nelle zone controllate dal governo, perché tutte le comunità religiose convivono liberamente. Non è così nelle zone controllate dai settari islamisti taqfiri e dalle forze terroristiche come l’Esercito libero siriano (ELS). Dopo tutto, dalle aree controllate da taqfiri ed ELS, tutte le minoranze religiose fuggono. Allo stesso tempo, i curdi sono inoltre discriminati  etnicamente, ma ciò non sembra preoccupare le potenze del Golfo e della NATO che supportano le varie forze terroristiche e settarie in Siria. Non a caso, la stragrande maggioranza dei siriani ha votato per il Presidente Bashar al-Assad perché il popolo di questo Paese conosce bene i problemi di Afghanistan, Iraq e Libia dopo l’ingerenza estera. Inoltre, data la natura barbarica dei taqfiri e dei gruppi terroristici nell’imporre la dhimma ai cristiani, nel massacrare sciiti e alawiti, e decapitare i sunniti filo-governativi, ovviamente la maggioranza dei siriani dentro e fuori il Paese sostiene il governo siriano. La BBC riferisce: “Il presidente siriano Bashar al-Assad ha vinto il terzo mandato dopo aver ottenuto l’88,7% dei voti nelle elezioni presidenziali, ha annunciato il presidente del parlamento… In precedenza, la Corte costituzionale della Siria ha indicato l’affluenza al voto al 73,47%“.
La condanna del voto di USA e Unione europea riassume i loro soliti paraocchi nello sguardo sui moderni Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Questi tre Paesi sostengono il terrorismo e il settarismo contro la Siria e chiaramente sono strettamente collegati alle principali potenze occidentali. Nella Turchia moderna l’attuale governo Erdogan arresta giornalisti, sostiene l’odio verso la comunità alevita e l’attuale capo esprime rancore verso gli sciiti. Allo stesso tempo, la Turchia della NATO ha permesso ai terroristi internazionali di entrare in Siria e questa politica comporta anche molti massacri contro il popolo curdo. Arabia Saudita e Qatar, due nazioni che finanziano i vari gruppi terroristici legati ad al-Qaida e ad altre forze settarie in Siria, non sono note per la democrazia e i diritti umani. Infatti, in Arabia Saudita non è consentita una sola chiesa cristiana e gli apostati dall’Islam subiscono la morte. Allo stesso tempo, il mosaico islamico e i vari gruppi religiosi in Siria non sarebbero mai tollerati in Arabia Saudita, quindi, alawiti, sciiti e drusi subirebbero enormi persecuzioni nella moderna Arabia Saudita. Non solo, ma in Arabia Saudita vecchi possono sposare bambine di otto e nove anni e le donne vengono frustate se non escono interamente coperte. Certo, la democrazia è un anatema in qualsiasi misura, in Arabia Saudita. Allo stesso modo, il Qatar è noto anche per molte realtà negative, tra cui la morte di migliaia di lavoratori migranti trattati come bestie da soma.
Prima dell’ingerenza estera, la Siria era l’ultimo bastione nel mondo arabo del laicismo e dell’indipendenza dai capricci del Golfo e delle potenze occidentali. L’Egitto era sempre benevolo da Camp David, ma USA, Qatar, Turchia e Regno Unito tirarono fuori dai loro cappelli la cerchia dei Fratelli musulmani. Tuttavia, una nuova speranza emerge in Egitto con l’elezione del Presidente Abdalfatah al-Sisi grazie al coraggioso popolo egiziano che ha manifestato a decine di milioni contro il settarismo islamista dei Fratelli musulmani. La BBC ha commentato i siriani che votavano in Libano, dichiarando: “E’ la prima elezione presidenziale con scelta multipla siriana degli ultimi decenni, avviata all’estero circa una settimana prima del voto in Siria“. “In Libano, molti elettori si presentano con zelo“. La BBC continua: “I siriani oggi dimostrano al mondo che sono gli unici a poter decidere del proprio futuro, non i ceceni o gli afgani“, ha detto un giovane elettore, riferendosi ai combattenti stranieri unitisi ai ribelli siriani contro l’attuale regime e i suoi alleati… Alcuni si sono ferite le dita per “votare con il sangue” Bashar al-Assad. Altri hanno semplicemente strappato le foto degli altri due candidati collocando solo l’immagine del Presidente Assad nell’urna”. In altre parole, le principali agenzie internazionali come la BBC non potevano nascondere la realtà, che la maggioranza dei siriani all’estero ha votato per Assad. Pertanto, la maggior parte dei siriani ha votato liberamente per Assad in Siria e all’estero dove non era obbligata da nessuno. Ciò in realtà significa che i siriani in Patria e all’estero sostengono ancora il governo di Assad, nonostante l’enorme propaganda e la destabilizzazione brutale contro la Siria.
Naturalmente, tutto ciò non ferma l’ingerenza del Golfo e occidentale perché le ratlines terroriste e settarie sono ancora attive. Nonostante questo, nel 2014 appare chiaro che le Forze Armate siriane liberano molte regioni strategiche della nazione preservandone il ricco mosaico. Nel frattempo, le forze dell’odio settario in Turchia, Arabia Saudita e Qatar continueranno a mostrare al mondo l’ipocrisia barbara dei cosiddetti Stati democratici che attuano le politiche brutali di Washington, Londra e Parigi. Inoltre, mentre USA ed Unione europea condannano il voto in Siria, tollerando il feudalesimo brutale settario e monarchico del Golfo, altre persone vengono massacrate in Iraq grazie all’ingerenza estera e la Libia non è altro che uno Stato fallito. Pertanto, il popolo della Siria, in Patria e fuori dal suo amato Paese mostra al mondo di sostenere Assad totalmente. Questa realtà dovrebbe respingere il terrorismo settario sponsorizzato dalle potenze occidentali e del Golfo. Tuttavia, data la grande freddezza delle potenze del Golfo e occidentali nelle loro politiche volte a distruggere l’Iraq e la Libia, purtroppo sembra che le stesse forze sinistre continueranno nella loro destabilizzazione contro il ricco mosaico della Siria secolare.

siria_elezioni_gettyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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