Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca e Cairo di nuovo insieme

Stanislav Ivanov New Oriental Outlook 20/02/2014

0771D142-755D-4E49-999F-2C155C1E56D8_mw1024_n_sIl 12-13 febbraio 2014, il ministro della Difesa e dell’industria militare Abdel Fatah al-Sisi e il ministro degli Esteri Nabil Fahmy dell’Egitto erano in visita ufficiale a Mosca. Oltre a negoziati nel formato 2 +2 con il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu e il ministro degli Esteri Sergej Lavrov, gli alti funzionari sono stati ricevuti dal Presidente della Federazione Russa V. V. Putin, che ha notato che Russia ed Egitto hanno lunghe e tradizionalmente amichevoli relazioni, numerosi  lungimiranti grandi progetti economico-commerciali e di altro tipo, ed ha espresso la speranza che, con l’emergere del nuovo potere in Egitto, tutti i meccanismi della cooperazione bilaterale siano pienamente utilizzati. La Russia è il primo Stato visitato dal ministro della Difesa e attuale capo della Repubblica araba d’Egitto, A. F. al-Sisi. Come è noto, dalla fine dell’estate dello scorso anno, il Paese in realtà è diviso in due fazioni: coloro che sostengono i Fratelli musulmani, saliti al potere a seguito di elezioni democratiche, e l’opposizione che lotta per un Egitto laico e democratico. L’usurpazione del potere nel paese dei Fratelli musulmani s’è scontrata con anche altri gruppi islamici (salafiti). Nel contesto della situazione economica e finanziaria aggravata e del crescente rischio che la rivolta potesse trasformarsi in una guerra civile, la leadership dell’esercito egiziano dovette intervenire nel conflitto interno rovesciando il presidente Muhammad Mursi e, quindi di fatto, inscenando un colpo di Stato militare. Ora l’Egitto si prepara a nuove elezioni presidenziali e parlamentari, e le azioni dell’ex-presidente M. Mursi sono attualmente sotto processo. In vista della visita dei ministri egiziani a Mosca, il presidente della Costituente egiziana ed ex-capo della Lega Araba Amr Mussa aveva detto che il feldmaresciallo A. F. al-Sisi era destinato, al ritorno dalla Russia, ad annunciare ufficialmente la candidatura alle prossime elezioni presidenziali.
Il primo incontro del formato 2+2 tra i ministri russi ed egiziani si è tenuto a Cairo nel novembre 2013. Nel contesto di tale riunione, l’incrociatore Varjag, ammiraglia della flotta del Pacifico della Marina russa e vetrina delle capacità militari e tecniche della Russia, è arrivato nel porto egiziano di Alessandria. Tali negoziati si sono concentrati sulle prospettive della cooperazione bilaterale tra F. R. e RAE in campo militare e tecnico-militare. Come sappiamo, fino al 1972, il principale partner dell’Egitto in questo campo fu l’URSS, ma dopo che la leadership egiziana concluse la pace con Israele, con Washington mediatrice, i leader dell’Egitto passarono alla cooperazione militare con gli Stati Uniti. Negli ultimi anni, l’Egitto ha ricevuto annualmente, su base non-rimborsabile, armi statunitensi del valore di 1,4 miliardi dollari. Il Pentagono ha anche addestrato ufficiali e specialisti delle Forze Armate egiziane. Tuttavia, le autorità degli Stati Uniti, proprio come la maggior parte dei leader dell’Unione Europea, non hanno formalmente approvato la destituzione del presidente egiziano Muhammad Mursi da parte dei militari egiziani, evitando temporaneamente di riconoscere la legittimità del nuovo regime e, nell’ottobre 2013, il programma di assistenza finanziaria e militare degli Stati Uniti per l’Egitto è stato ridotto. Data la complessa persistente situazione politica interna del Paese e la crescente minaccia terroristica nella regione, A. F. al-Sisi ha dovuto iniziare a cercare  fonti alternative di approvvigionamento per le forze armate nazionali. È stato spinto dall’obsolescenza e dall’usura fisica di numerose armi ed attrezzature militari delle Forze Armate egiziane. Washington avrebbe tacitamente fatto capire a Cairo che non ha intenzione di opporsi alla diversificazione parziale degli armamenti dell’esercito egiziano, compresi quelli russi, soprattutto considerando che le forze armate egiziane ancora utilizzano numerose armi ed attrezzature militari obsolete di fabbricazione sovietica (fino al 40% dell’arsenale, secondo le stime degli esperti). Al fine di mantenere l’efficienza al combattimento, negli ultimi dieci anni l’Egitto ha acquistato parti di ricambio e munizioni dalla Russia, per complessivamente circa 350-400 milioni di dollari. Gli egiziani considerano sponsor finanziari dei possibili nuovi grandi contratti nella cooperazione tecnico-militare tra l’ARE e RF, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che già forniscono una notevole assistenza finanziaria e materiale alle nuove autorità dell’Egitto. Allo stesso tempo, Riyadh non cerca di nascondere il fatto che sia interessata a rafforzare le posizioni dei salafiti egiziani, vicini ai sauditi, in contrapposizione ai rappresentanti islamisti della Fratellanza musulmana. Secondo il quotidiano egiziano Egypt Independent, il primo lotto di armi russe potrebbe arrivare in Egitto fin dalla metà del 2014. Si prevede che la quantità totale di materiale militare (sistemi di difesa aerea, elicotteri da combattimento, caccia MiG-29, complessi anticarro, ecc) acquistati dall’Egitto in Russia sarà di 2-4 miliardi di dollari.
Durante il loro ultimo incontro a Mosca, le parti hanno convenuto l’accelerazione della preparazione della documentazione sulla cooperazione tecnico-militare ampliando la portata dei legami militari (lotta al terrorismo, manovre ed esercitazioni congiunte, ospitalità per le navi, addestramento dei militari, ecc). Durante l’incontro, i capi dei ministeri degli esteri e della difesa dei due Paesi hanno sottolineato l’unità delle loro posizioni sul problema numero uno dell’agenda mediorientale: il conflitto siriano. “I ministri hanno ribadito il pieno rispetto della sovranità della Siria e profondo ripudio di qualsiasi interferenza estera nei suoi affari“, dice la dichiarazione congiunta. Tale posizione delle nuove autorità egiziane contrasta con le dichiarazioni dei loro predecessori. Ad esempio, Muhammad Mursi chiese apertamente l’intervento straniero contro il regime di Bashar al-Assad a “sostegno della rivolta siriana” e proprio prima della sua caduta, ruppe le relazioni diplomatiche con Damasco. Così, la collaborazione emergente tra Russia ed Egitto nella cooperazione tecnico-militare e in altri campi indica la tendenza al recupero della posizione della Russia nel mondo arabo e nel Medio Oriente nel complesso. Senza dubbio, sarebbe prematuro parlare di successo finale della diplomazia russa verso l’Egitto, in quanto il grande accordo sulla cooperazione tecnico-militare e le prospettive delle relazioni russo-egiziane in altri campi possono essere considerati un’equazione dalle molte incognite. In questo contesto, non si dovrebbe ignorare sia la continua e abbastanza complessa situazione politica interna dell’Egitto che le posizioni di Washington, Riyadh e altri giocatori esteri che possono avere un impatto sui prossimi eventi, ma ci sono ancora motivi per essere ottimisti. La grande minaccia della diffusione del radicalismo islamico e del terrorismo internazionale nella regione e nel mondo, spingono oggettivamente le leadership di Stati Uniti e Arabia Saudita verso la collaborazione con la Russia nella sicurezza internazionale. Ad esempio, Washington non si è opposta alla diversificazione del suo partner regionale Iraq nella cooperazione tecnico-militare con Russia, Ucraina e Repubblica ceca. Gli Stati Uniti hanno acquistato elicotteri militari russi per le forze armate afghane. Stati Uniti, UE e altri Paesi cooperano strettamente con la Russia nell’eliminazione delle armi chimiche siriane.

209751-01-08Stanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I tredici anni del piano imperialista per la Siria

Slobodan Eric Rete Voltaire 15 febbraio 2014

Solo gradualmente tutti i pezzi del puzzle si combinano. In questa intervista con la rivista serba Geopolitika, Thierry Meyssan spiega cosa ora preveda il piano imperialista di Washington per il Medio Oriente, elaborato nel 2001. Ne osserva l’incapacità di affrontare la resistenza popolare e nota che pagheremo tutti le conseguenze, sia i popoli oppressi che coloro che pensavano di dominarle.

tumblr_m7fa7tntbz1qap9gno1_1280Geopolitika: Caro signor Meyssan, potrebbe brevemente spiegare ai lettori di Geopolitika ciò che  accade oggi in Siria, dato che secondo le informazioni delle principali reti televisive e le affermazioni dell’Osservatorio siriano dei diritti umani di Londra, non si capisce la situazione reale nel Paese in guerra. Ci sembra che un vento positivo soffi per il Presidente Assad, l’Esercito siriano e le forze patriottiche che difendono la Siria, dopo l’iniziativa russa per l’eliminazione delle armi chimiche che ha sventato il piano d’intervento di Stati Uniti e NATO.
Thierry Meyssan: Secondo gli Stati membri della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), i siriani si ribellarono al loro governo, tre anni fa, imitando i nordafricani. Questo è ciò che viene chiamata “primavera araba”. Il governo, o “il regime” più sprezzantemente, ha risposto con forza e brutalità. Dal 2011, la repressione avrebbe causato più di 130000 morti. Questa versione è supportata dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo che pubblica il numero delle vittime. La realtà è molto diversa. Al momento degli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti decisero di distruggere un certo numero di Paesi, tra cui la Libia e la Siria. Questa decisione fu rivelata dall’ex Comandante Supremo della NATO, generale Wesley Clark, che si oppose. Si trattava di creare un’unità politica, dal Marocco alla Turchia, intorno a Fratellanza musulmana, Israele e  globalizzazione economica. Nel 2003, dopo la caduta dell’Iraq, il Congresso approvò il Syria Accountability Act, che autorizza il presidente degli Stati Uniti ad entrare in guerra contro la Siria senza l’autorizzazione del Parlamento. Nel 2005, gli Stati Uniti utilizzarono l’assassinio di Rafiq Hariri per accusare il Presidente Bashar al-Assad, promuovendo e creando il Tribunale speciale per il Libano, al fine di condannarlo e di dichiarare guerra al suo Paese. Tale accusa crollò per lo scandalo dei falsi testimoni. Nel 2006, Washington subappaltò una guerra contro Hezbollah ad Israele, sperando di coinvolgervi la Siria. Nel 2007, gli Stati Uniti organizzarono e finanziarono gruppi di opposizione esiliati intorno alla Fratellanza musulmana. Nel 2010, decisero di esternalizzare la guerra contro la Libia a Francia e Regno Unito che, perciò, conclusero il Trattato di Lancaster House. Nel 2011, un commando della NATO fu inviato segretamente in Siria per creare panico e desolazione. Dopo la caduta della Libia, spostarono il centro di comando dei loro eserciti a Izmir, in Turchia, e i combattenti libici di al-Qaida nel nord della Siria. Tale guerra di aggressione ha ucciso 130000 siriani e numerosi combattenti stranieri. Dopo la crisi delle armi chimiche dell’agosto-settembre 2013, gli Stati Uniti ammisero di non poter rovesciare il governo siriano. Interruppero le forniture di armi e i jihadisti stranieri non possono più contare su Israele, Francia e Arabia Saudita. Ovunque, l’esercito lealista avanza e le bande armate sbandano ovunque tranne che nel nord. Tuttavia, Washington impedisce la pace in Siria fin quando non riuscirà ad imporre la sua soluzione alla questione palestinese.

Geopolitika: Quali sono le conseguenze della sconfitta dell’Esercito libero siriano, sostenuto dall’occidente? Qual è la situazione ad Aleppo e sugli altri fronti? Quali fondi e sostegni hanno al-Nusra, al-Qaida e gli altri gruppi estremisti islamici? Gli islamisti radicali, anche se non sono così popolari, sono guerrieri scadenti che attaccano la Siria per conto dell’occidente?
Thierry Meyssan: In principio la NATO ha scelto di combattere una guerra di quarta generazione. Il popolo siriano venne inondato da una marea di informazioni false per fargli credere che il Paese fosse in rivolta e che la rivoluzione avesse trionfato, in modo che tutti inevitabilmente accettassero il cambio di regime. Il ruolo dei gruppi armati era condurre azioni simboliche contro lo Stato, per esempio contro le statue di Hafiz al-Assad, il fondatore della moderna Siria e atti di terrorismo per intimidire le persone e costringerle a non intervenire. Ognuno di tali gruppi armati era diretto da ufficiali della NATO, ma non c’era un comando centrale, per dare l’impressione di un’insurrezione diffusa e non di una guerra vera e propria. Tutti questi gruppi, disgiunti gli uni dagli altri, avevano la singola etichetta dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Riconobbero la stessa bandiera verde, bianca, nera, storicamente del mandato francese, nel periodo tra le due guerre, cioè dell’occupazione coloniale. Quando gli occidentali decisero di cambiare strategia, nel luglio 2012, cercarono di mettere questi gruppi armati sotto un unico comando. Non ci riuscirono mai per via della competizione tra i loro mandanti, Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Fin dall’inizio, le uniche forze militari efficaci sul terreno erano i jihadisti che affermarono fedeltà ad al-Qaida. Erano la punta di diamante dell’ELS nella prima parte della guerra, poi si separarono quando gli Stati Uniti li definirono “terroristi”. Oggi, sono divisi principalmente tra il Fronte Islamico, finanziato dall’Arabia Saudita, Fronte al-Nusra finanziato dal Qatar ed Emirato islamico dell’Iraq e Levante (EIIL, “Daish” in arabo ), finanziato dalla NATO attraverso la Turchia, anche se controllato dall’Arabia Saudita. La  concorrenza è tale che questi tre gruppi si massacrano più di quanto combattano il governo siriano.

Geopolitika: Sulle due informazioni dannose e parziali dei media globali, potrebbe dirci chi ha attaccato civili e bambini con il gas sarin? Qui in Serbia, dove abbiamo avuto l’esperienza della strage di Racak e degli abitanti di Markale a Sarajevo, dove i serbi furono accusati senza alcuna prova, il tutto sembra un copione già visto della “manipolazione del massacro”. Tali sceneggiate sanguinarie utilizzate per manipolare l’opinione pubblica e avviare interventi militari nell’ex- Jugoslavia e in altre aree critiche del mondo, perdono efficacia, o in altre parole: ora è più difficile ingannare la gente?
Thierry Meyssan: L’attacco con il gas sarin a Ghuta, Damasco, (cioè nella cintura agricola della capitale) non fu il primo attacco con il gas. Ve ne furono molti altri in precedenza, per i quali la Siria fece invano appello al Consiglio di Sicurezza. Secondo l’opposizione in esilio, il governo avrebbe bombardato la zona di Ghuta per diversi giorni uccidendone infine la popolazione con il gas. Il presidente Obama, che ritenne che questo attacco superasse la “linea rossa”, minacciò di distruggere Damasco. Fu seguito, in un crescendo, dal presidente Hollande. Ma infine, la Siria, su proposta russa, aderì alla Convenzione contro le armi chimiche e tutte le scorte furono consegnate all’OPAC. Così non si verificò l’attacco a Damasco. Oggi il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha pubblicato un rapporto che dimostra che i razzi osservati a Ghuta avevano una gittata inferiore ai 2 km. Tuttavia, secondo le cartine diffuse dalla Casa Bianca, le forze lealiste erano a 9 km dalla “zona ribelle.” In altre parole, è impossibile che questi tiri provenissero dalle forze governative. Questo studio conferma i rapporti dei satelliti russi secondo cui i due razzi furono  sparati dai Contras dalla loro area, convalidando la confessione trasmessa tre giorni dopo dalla TV siriana, dove un individuo ammise di avere trasportato questi razzi chimici da un deposito  dell’esercito turco a Damasco. Sono convalidate le accuse delle famiglie alawiti di Lataqia che sostengono di aver riconosciuto il loro figli rapiti dai Contras, il mese precedente, nelle immagini delle vittime. Infine, convalida l’inchiesta di Seymour Hersh che sostiene, contrariamente a Barack Obama, che la sorveglianza del Pentagono non mostrava alcuna attività del servizio chimico nei giorni precedenti. Questo caso non può sorprendervi, avendo sperimentato lo stesso tipo di aggressione dalle stesse potenze. Funziona bene tanto oggi quanto ieri. Tuttavia, l’intossicazione ha ancora una durata limitata. Si scopre che ha funzionato, ma non ha avuto successo. Il pubblico occidentale ci crede, ma Damasco non è stata bombardata perché la Russia l’ha impedito inviando la sua flotta presso le coste siriane. Improvvisamente, il Pentagono non poté distruggere la città sparano dal Mar Rosso, attraverso la Giordania e Arabia Saudita, poiché avrebbe scatenato una grande guerra regionale. La verità la sappiamo con certezza ora, cioè sei mesi dopo.

Geopolitika: Dobbiamo anche domandarci della situazione dei cristiani in Siria. Vi sono informazioni sull’occupazione e il saccheggio a Malula, da parte degli islamisti di al-Nusra, di una ex-chiesa cristiana, delle suore sarebbero state rapite?
Thierry Meyssan: Per esaurire la Siria, la NATO ha fatto ricorso a collaborazionisti siriani e combattenti stranieri. Durante la seconda parte della guerra, cioè dalla prima conferenza di Ginevra nel giugno 2012, c’è stato un afflusso di Contras senza precedenti. Si tratta di una guerra di tipo nicaraguense, ma con un inaudito ricorso ai mercenari. Ora sono almeno 120000 i combattenti stranieri provenienti da 83 Paesi per combattere in Siria contro il governo. Tutti si richiamano al wahhabismo, setta fondamentalista al potere in Arabia Saudita, Qatar e Emirato di Sharjah. La maggior parte si dice taqfirista, cioè “pura”. Condannano a morte “apostati” e “infedeli”. Quindi, urlano nelle loro manifestazioni: “Gli alawiti sottoterra! I cristiani in Libano!“. Per tre anni hanno massacrato decine di migliaia di alawiti (una corrente sciita per cui la fede è interiore e non può essere espressa con dei riti) e di cristiani. Soprattutto, hanno costretto centinaia di migliaia di cristiani a fuggire, abbandonando le loro proprietà. Oggi li costringono a pagare una tassa speciale, in quanto infedeli. Mentre sopraggiunge la fine della guerra, i gruppi armati cercano di vendicare la loro sconfitta con operazioni spettacolari. Hanno attaccato Malula, città cristiana in cui si parla ancora la lingua di Cristo, l’aramaico. Si sono dedicati ad atrocità sconvolgenti. I cristiani sono stati torturati in pubblico e martirizzati perché rifiutavano di rinunciare alla loro fede.

Geopolitika: Seguendo con molta attenzione e precisione la situazione in Medio Oriente. Come descriverebbe la situazione in Egitto? Pensa che la situazione si sia consolidata dopo le azioni decise dal comando militare? È la prima grave sconfitta di coloro che pianificarono le rivoluzioni arabe? Come si spiega che gli Stati Uniti supportino un gruppo islamico radicale come i Fratelli musulmani?
Thierry Meyssan: Il termine “primavera araba” è un cavillo da giornalista per parlare di eventi che non comprende che accadono nello stesso momento in Paesi assai diversi che parlano la stessa lingua, l’arabo. E’ anche un mezzo della propaganda per spacciare guerre aggressive per rivoluzioni. Preoccupato dalla successione di Mubaraq, il dipartimento di Stato aveva deciso di rovesciarlo per scegliere il governo successivo. Così organizzò la carestia del 2008 speculando sul cibo. Creò una squadra che si occupò della Fratellanza musulmana. E aspettò che la pentola bollisse. Quando la rivolta iniziò, il dipartimento di Stato inviò l’ambasciatore Frank Wisner, che aveva organizzato il riconoscimento internazionale dell’indipendenza del Kosovo, per ordinare ad Hosni Mubaraq di dimettersi. Cosa che fece. Poi, il dipartimento di Stato contribuì ad organizzare le elezioni che permisero alla Fratellanza musulmana di mettere il cittadino egiziano-statunitense Muhammad Mursi alla presidenza con meno del 20% dei voti. Una volta al potere, Mursi aprì l’economia alle transnazionali statunitensi e annunciò l’imminente privatizzazione del Canale di Suez. Impose una costituzione islamica, ecc. Il popolo si ribellò di nuovo. Ma non solo in alcuni quartieri di Cairo, come la prima volta. Tutto il popolo in tutto il Paese, tranne il quinto della popolazione che l’aveva eletto. In definitiva, i militari presero il potere e incarcerarono i capi della Fratellanza musulmana.  Ora sembra che stessero negoziando il trasferimento della popolazione palestinese di Gaza in Egitto. Lì, come in tutto il mondo arabo, Hillary Clinton si appoggiò alla Fratellanza musulmana. Tale organizzazione segreta, costituita in Egitto per combattere contro il colonialismo inglese, fu effettivamente manipolata dall’MI6 e ora ha la sua sede internazionale a Londra. Nel 2001, Washington previde l’ascesa in Turchia, facilitandone le elezioni, di un politico imprigionato in quanto appartenente alla fratellanza musulmana, pur pretendendo di averla abbandonata, Recep Tayyip Erdogan. Dopo aver tentato numerosi colpi di Stato in diversi Paesi per 80 anni, la Fratellanza andò al potere grazie alla NATO in Libia, e alle urne in Tunisia e in Egitto. Partecipa ai governi di Marocco e Palestina. Dona un aspetto politico ai Contras in Siria. S’è illustrata in Turchia. Ovunque dispone della consulenza in pubbliche relazioni della Turchia e del finanziamento del Qatar, cioè dell’Exxon-Mobil di Rockefeller. Ha la sua televisione e il predicatore principale al-Qaradawi è il “consigliere spirituale” (sic) della rete del Qatar al-Jazeera. La Fratellanza impone un Islam settario, che perseguita le donne e assassina gli omosessuali. In cambio, sostiene che il nemico degli arabi non sia Israele, ma l’Iran, e apre i mercati alle multinazionali statunitensi. Se per due anni e mezzo abbiamo creduto che i Fratelli dovessero governare l’intero mondo arabo, oggi sono stati abbandonati dall’occidente. Infatti, da nessuna parte sono riusciti a ottenere un massiccio sostegno popolare. Non hanno mai avuto più del 20% della popolazione dalla loro parte.

Geopolitika: Dalla vostra “torre di guardia” in Medio Oriente, potrebbe spiegare la sorprendente amicizia tra il governo serbo e gli Emirati Arabi Uniti? Il principe Muhammad bin Zayad al-Nahyan è venuto più volte in Serbia dove ha annunciato diversi investimenti nel settore agricolo e nel turismo serbo. Etihad ha acquistato, quasi assorbito, la compagnia serba JAT Airways. Tali contatti politici ed economici tra Abu Dhabi e Belgrado possono non avere il consenso di Washington? Quale sarebbe la ragione della Casa Bianca per incoraggiare la collaborazione tra gli Emirati Arabi Uniti e la Serbia?
Thierry Meyssan: Gli Emirati Arabi Uniti sono in una situazione molto difficile. In primo luogo, è una federazione di sette Stati molto diversi, tra cui l’emirato wahhabita di Sharjah. Poi sono troppo piccoli per resistere al loro potente vicino, l’Arabia Saudita, e al loro cliente, gli Stati Uniti. In primo luogo hanno cercato di diversificare i propri clienti, offrendo una base militare alla Francia, ma questa rientrò nel comando integrato della NATO. Nel 2010 hanno abbandonato l’idea di avere un ruolo diplomatico sulla scena internazionale, dopo che la CIA assassinò in Marocco il principe Ahmad, perché segretamente finanziava la resistenza palestinese. La revoca delle sanzioni statunitensi contro l’Iran indeboliranno i loro porti, diventati il fulcro del traffico che aggira l’embargo. Ora cercano nuovi partner commerciali della loro taglia. Negoziano con la Serbia, equilibrando l’influenza wahhabita del Qatar, che ha creato al-Jazeera in Bosnia.

Geopolitika: Cosa pensate dello stato attuale delle relazioni internazionali? La presenza militare russa nel Mediterraneo e le sue azioni diplomatiche rendono impossibile l’intervento in Siria, incoraggiano l’Ucraina a non firmare l’accordo con l’UE e la forte posizione della Cina sulle isole contese nel Pacifico, ciò dimostra la costruzione di un mondo multipolare? Che risposta possiamo aspettarci dal governo degli Stati Uniti e dall’élite globale per le sconfitte subite dalle rivoluzioni arabe ed arancioni, e riguardo la tendenza evidente all’indebolimento del potere occidentale?
Thierry Meyssan: La debolezza degli Stati Uniti è certa. Avevano programmato una dimostrazione di forza attaccando sia la Libia che la Siria. In definitiva, non poterono farlo. Oggi, i loro eserciti sono inefficaci e non riescono a riorganizzarli. Tuttavia, sono ancora di gran lunga la prima potenza militare al mondo, e quindi riescono a imporre il dollaro, nonostante il debito estero senza precedenti. Negli ultimi anni Cina e Russia hanno fatto notevoli progressi, evitando lo scontro diretto. Pechino è diventata la prima potenza economica del mondo, mentre Mosca è ancora la seconda potenza militare. Questo processo continuerà mentre i leader cinesi e russi dimostrano le loro capacità mentre i leader statunitensi hanno dimostrato la loro incapacità ad adattarsi. Sono scettico verso lo sviluppo di Sud Africa, Brasile e India. Crescono economicamente in questo momento, ma non vedo le loro ambizioni politiche. Le élite globali sono divise. Ci sono coloro che credono che il denaro non abbia patria e che Washington sarà sostituita, e coloro che credono nella  forza minacciosa della potenza militare del Pentagono.

Geopolitika: Date le informazioni che avete e la credibilità della vostra analisi, saremmo interessati a conoscere la vostra opinione sulla politica del governo della Serbia, che insiste a portare il Paese nell’Unione europea, senza alcun entusiasmo dal popolo, e che ha accettato di raggiungere questo obiettivo partecipando con Bruxelles e Washington alla distruzione della resistenza serba alla secessione albanese in Kosovo e Metohija.
Thierry Meyssan: Il governo serbo attuale non capisce il nostro tempo. Agisce sempre come se la Russia sia ancora governata da Boris Eltsin e non possa aiutarla. Avendo chiuso da sé la porta del Cremlino, non ha altra scelta se non volgersi verso l’Unione europea e pagarla. Ora porta il peso della vergogna di aver abbandonato la resistenza serba. Infatti, non è l’unico Stato balcanico in tale posizione. Grecia e Montenegro dovrebbero anch’essi volgersi alla Russia ma non lo fanno. Senza dubbio, possiamo dire che la maggiore vittoria dell’imperialismo è aver saputo dividere e isolare  popoli che non credono di aver più una scelta politica.

Geopolitika: Nella sua ultima intervista a Geopolitika, ha detto che l’UCK in Kosovo aveva addestrato al terrorismo un gruppo di combattenti in Siria. L’UCK e il Kosovo sono ancora attivi nella lotta contro il Presidente Assad e il legittimo governo della Siria? Avete qualche informazione sulla partecipazione di islamisti di Bosnia, Kosovo e Metohija e della regione della Serbia dalla maggioranza musulmana (Novi Pazar)?
Thierry Meyssan: I jihadisti che combattono in Siria sostengono sui loro siti web di esser stati addestrati dall’UCK e ne hanno postato le foto. Tutto ciò è stato evidentemente organizzato dai servizi segreti turchi, MIT, il cui attuale capo Hakan Fidan fu il collegamento tra l’esercito turco e il quartier generale della NATO durante la guerra del Kosovo. Inoltre, sappiamo che molti jihadisti in Siria provengono dai Balcani. Ma non sembrano più riforniti dalla Turchia. Attualmente la polizia e la giustizia turche conducono un’operazione contro il governo Erdogan. Sono riusciti a evidenziare i rapporti personali del premier con il banchiere di al-Qaida, ricevuto segretamente a Istanbul mentre era sulla lista dei ricercati dalle Nazioni Unite. Così, la Turchia ha finanziato le attività di al-Qaida in Siria. Erdogan sostiene di essere vittima di un complotto del suo ex-compare, il predicatore musulmano Fethullah Gulen. E’ probabile che, in realtà, collabori con l’esercito kemalista contro Erdogan, che s’è rivelato, nonostante ciò che afferma, di essere sempre un membro dei Fratelli musulmani. Inizialmente, gli Stati membri o vicini alla NATO hanno inviato i musulmani per la jihad in Siria. Oggi, si preoccupano che queste persone rientrino. Persone che hanno violentato, torturato, smembrato ed appeso altre persone non possono ritornare a una normale vita civile. Quando la CIA ha creato il movimento della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, il mondo non era globalizzato. Su viaggiava assai di meno e più controllati. Non c’era Internet. La CIA poteva manipolare i musulmani in Afghanistan senza timore che si diffondessero altrove. Ora ciò che la NATO ha iniziato in Siria, cresce da solo. Non c’è bisogno di organizzare filiere affinché i giovani si uniscano ai Contras in Siria. Si è ripetuto così spesso che la Siria era una dittatura che tutti ci credono. Ed è romantico combattere una dittatura. Molti governi europei ora chiedono alla Siria di aiutarli ad identificare i propri cittadini tra i jihadisti. Ma come la Siria potrebbe farlo e perché rendere tale servizio a coloro che hanno cercato di distruggerla? La guerra finirà progressivamente in Siria, e i jihadisti torneranno a casa, anche in Europa, per continuare la guerra per la quale gli europei li hanno addestrati. Inoltre, tale situazione non avrà una soluzione pacifica, perché se la NATO avesse vinto in Siria rovesciando l’amministrazione di al-Assad, sarebbe stato peggio. Sarebbe stato un segnale per tutti i jihadisti apprendisti in occidente, a tentare a casa ciò che era riuscito in Medio Oriente. L’occidente e il GCC hanno allevato dei mostri con crimini che sconteremo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Federazione russa ed Egitto rafforzano le relazioni sulla base del rispetto reciproco

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times 16 febbraio 2014
putin-sisiLe nazioni come USA e Regno Unito sono spesso coinvolte nei torbidi giochi di potere in cui  minano gli ex-alleati, alla prima occasione. Sadam Husayn in Iraq e Hosni Mubaraq furono eliminati una volta che avevano fatto il loro dovere placando le potenze occidentali. Allo stesso modo, a differenza della Federazione Russa, che rispetta l’indipendenza degli Stati nazionali, è evidente che l’amministrazione Obama ed elementi del Regno Unito avevano sostenuto i Fratelli musulmani in Egitto e in diverse altre nazioni. Pertanto, è essenziale che l’Egitto diventi indipendente e si concentri sulle motivazioni geopolitiche interne piuttosto che sugli intrighi di Washington. Ciò non implica che l’Egitto debba snobbare gli USA, ma chiaramente i meccanismi del potere a Cairo non devono legarsi ad alcuna nazione. Più importante, le élite politiche in Egitto devono imparare a prendere le distanze dai cordoni della borsa di Washington perché, chiaramente, gli USA non sostengono le forze progressiste contro i draconiani Fratelli musulmani. Al contrario, la Fratellanza musulmana si allea ad Obama in base a criteri estranei agli USA, placando le sinistre forze islamiste in diverse nazioni.
Il Maresciallo Abdel-Fatah al-Sisi cerca di far avanzare l’Egitto una volta di più, rafforzando lo Stato centralizzato e affrontando i sediziosi movimenti islamisti come i Fratelli musulmani.  Naturalmente, nessuno può dire al cento per cento chi sarà il futuro leader dell’Egitto, ma è giusto dire che la piattaforma di al-Sisi è forte. Al-Sisi ha ascoltato le masse lontano dalla propaganda dei media, avvertendo chiaramente i leader dell’Egitto di dare ascolto alle masse o avrebbe dovuto prendere provvedimenti per proteggere “la volontà del popolo.” In altre parole, in un momento di grave crisi, al-Sisi ha coraggiosamente preso il toro per le corna al fine di tutelare lo Stato-nazione dell’Egitto. Non sorprende che al-Sisi abbia deciso di visitare la Federazione russa, come sua prima visita all’estero da quando sono scomparsi Muhammad Mursi e le forze oscure dei Fratelli musulmani. La visita di al-Sisi a Mosca ha una potente ragione sostanziale, mentre in silenzio mostra la propria disapprovazione verso i subdoli giochi di potere dell’amministrazione Obama.  Tuttavia, invece di una vuota retorica, è chiaro che al-Sisi mostra a tutta la regione che nuovi sviluppi si hanno in Egitto, indipendentemente dagli intrighi negativi di USA, Qatar e Turchia. Purtroppo, per troppo tempo Washington ha piazzato Israele sul fronte dei suoi giochi di potere con l’Egitto. Eppure, l’Egitto è una potenza a sé stante e se questa nazione adotta leader politici che si interessano alle riforme politiche, economiche e sociali genuine, le potenzialità di questa nazione saranno enormi. Pertanto, è essenziale che al-Sisi e altri in Egitto si concentrino sulla protezione dello Stato-nazione, mentre avviano fermamente questa nazione sulla strada della democrazia. Tuttavia, gli egiziani hanno bisogno di pazienza, perché le forze sinistre dei Fratelli musulmani e di altri gruppi islamisti, sono intente a sedizioni e settarismo, destabilizzando l’economia, e in altre realtà sinistre.
Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha chiaramente ricevuto al-Sisi con le braccia aperte. Ancora una volta, le élite di Mosca non sono interessate a gesti vuoti e giochi di potere estranei alla realtà, a differenza di Washington. Invece, le élite della Federazione russa desiderano rafforzare gli Stati nazionali in tutta la regione e arrestarvi l’ingerenza di forze estere. Naturalmente, le altre nazioni condividono il punto di vista di Mosca, ma attualmente solo la Federazione Russa  utilizza molti strumenti potenti a sua disposizione. Gli USA, nonostante il debito enorme, hanno chiaramente molti strumenti a disposizione nel campo della persuasione militare, manipolazione dei media, abuso del diritto internazionale, sabotaggio degli Stati-nazione e anche in aree positive  relative a commercio e sostegno economico. In altre parole, nonostante le élite di Washington si concentrino sempre più sull’Asia nord-orientale e l’Asia-Pacifico, è altrettanto chiaro che gli USA continueranno ad utilizzare molti potenti meccanismi a disposizione, nel Medio Oriente e Nord Africa. Pertanto, è chiaro che l’Egitto deve sempre tenerne conto, ma ciò non significa rispettare o seguire i capricci degli USA. Al contrario, è il momento di avere rapporti basati sul rispetto reciproco e la fiducia, ma chiaramente l’amministrazione Obama ha bisogno di riconquistare la fiducia del popolo egiziano dopo aver preso le parti dei Fratelli musulmani.
La BBC dice: “La Russia e l’Egitto parlano di rafforzare la cooperazione nella difesa e che potrebbero esservi anche grandi contratti sugli armamenti. Notizie della stampa russa parlano di un possibile accordo da 2 miliardi di dollari per la fornitura all’Egitto di velivoli avanzati, elicotteri e missili superficie-aria, in gran parte pagati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati dell’Egitto“. L’Egitto non ha bisogno di legarsi ad alcuna grande potenza. Inoltre, la Federazione Russa non è interessata a questo tipo di rapporto. Al contrario, le élite di Mosca desiderano rafforzare un mondo basato su blocchi potenti, riconoscendo l’indipendenza degli Stati nazionali, il mantenimento della stabilità, il rafforzamento del diritto internazionale e altre realtà positive. Tutto questo sarà sicuramente chiesto ad al-Sisi affinché lui e gli altri leader dell’Egitto si sforzino per  stabilizzare lo Stato-nazione e rilanciarne l’economia e le infrastrutture.
Nel complesso, al-Sisi è una persona molto saggia e la sua visita a Mosca delicatamente mostra agli USA che le dinamiche di potere regionali cambiano. Allo stesso modo, è il momento per Washington di diventare un vero e proprio mediatore onesto e riconoscere le dinamiche di potere dell’Egitto volte a schiacciare le sinistre forze della Fratellanza musulmana e islamiste. Analogamente, non è nell’interesse dell’Egitto voltare le spalle agli USA perché l’amministrazione Obama presto morderà la polvere. Una volta che accadrà, allora si spera che Egitto, USA e Federazione Russa adotteranno politiche volte a sviluppare legami economici basati sul rispetto reciproco. Ovviamente, Putin è già aperto ad un rapporto con l’Egitto fondato sul rispetto reciproco, pertanto è giunto il momento per gli USA di seguirne l’esempio e fermare l’ingerenza negli affari interni di questa nazione.

2998464Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Maresciallo al-Sisi vicino alla vittoria nella lotta per il futuro dell’Egitto

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 12/02/2014

Egyptians-support-Sisi-minister-of-defenseIl 6 febbraio i media mondiali, citando la pubblicazione quwaytiana al-Sayasah, hanno riferito che l’uomo forte dell’Egitto, Comandante in Capo e neo-Maresciallo al-Sisi, annunciava la partecipazione alle presidenziali. La cosa importante è che il Consiglio Supremo delle Forze Armate dell’Egitto ha già nominato il ministro della Difesa candidato alla presidenza. E’ evidente a tutti che al-Sisi sarà il probabile vincitore delle elezioni presidenziali, che si terranno non oltre il 19 aprile. Ed è soprattutto da quest’uomo, che il popolo vede come “nuovo Nasser”, che dipenderà il futuro dell’Egitto… Allo stesso tempo, il prevedibile incremento del suo potere significherà il ripristino delle forme di governo tradizionali e chiaramente naturali del Paese. I cinque anni di disordine e confusione dal discorso del maggio 2009 del presidente degli Stati Uniti B. Obama, a Cairo, e della “primavera araba” istigata da Washington, che hanno causato al Paese solo perdite finanziarie e vittime, arrivano al termine. Il piano per la democratizzazione del “Grande Medio Oriente” è agli sgoccioli.
Abdel Fatah Said Husayn Qalil al-Sisi è nato il 19 novembre 1954 a Cairo da una famiglia religiosa.  Egli stesso è noto per la sua adesione alle tradizioni islamiche (spesso cita il Corano a memoria nelle conversazioni, e sua moglie indossa l’hijab), ma non è un fanatico ed è tollerante verso le altre fedi. Ha sempre mantenuto buoni rapporti con i copti ortodossi. Tenendo presente l’irritazione provocata nel Paese dal “vezzoso” comportamento della famiglia di H. Mubaraq, in particolare di suo figlio Gamal, tiene prudentemente la sua famiglia riservata. Ha tre figli e una figlia, di cui si sa poco. Ama l’ordine e la disciplina. Chi lo circonda fin dall’infanzia lo chiama “generale”. Nel 1977 si diplomò presso l’Accademia Militare. Successivamente ebbe ulteriore istruzione militare superiore in diversi istituti in Gran Bretagna e Stati Uniti. S’interessa di storia e diritto. Era il direttore del Dipartimento dell’intelligence militare e della ricognizione del Paese, di cui come rappresentante ha ricoperto il prestigioso incarico di addetto militare in Arabia Saudita. Ha buoni collegamenti con i vertici delle forze armate saudite e di numerosi altri Paesi arabi, in particolare  della Siria. In un momento difficile per l’Egitto, quando l’occidente gli ha voltato le spalle, al-Sisi, grazie alla sua autorità, ha potuto ottenere una generosa assistenza finanziaria dai Paesi del Golfo Persico. Quando entrò a far parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate d’Egitto, ne era l’aderente più giovane. Il 12 agosto 2012 fu nominato Presidente del Consiglio e anche ministro della Difesa.
Dal 3 luglio 2013, quando l’esercito ha rimosso il presidente Muhammad Mursi, rappresentante dei Fratelli musulmani, al-Sisi, anche se formalmente solo viceprimo ministro, difatti divenne il leader occulto del Paese. Le prossime elezioni confermeranno e sanciranno la sua posizione reale. Tale percorso fu aperto dal riuscito referendum per l’approvazione della nuova costituzione, sostituendo quella adottata dalla Fratellanza musulmana. I critici hanno sottolineato che solo il 39% della popolazione ha votato al referendum, tuttavia, si sono dimenticati di dire che solo il 32% votò al referendum sulla costituzione precedente, e solo il 63,8% dei partecipanti del referendum votarono a favore, a differenza del 98% di questa volta. La crescita del sostegno nazionale è chiara. Vale la pena notare che, a parere degli esperti, sono in gran parte le donne ad essere dietro tale risultato, votando all’unanimità la nuova costituzione, ripristinando quei diritti che gli erano già stati presi. Il fatto che al-Sisi segua le tradizioni religiose l’ha messo in buona posizione illudendo i leader dei Fratelli musulmani, che scelsero preferendolo tra tutti i militari. In realtà, scoprirono che per al-Sisi gli interessi nazionali sono più importanti dell’Islam. O più precisamente, non crede che l’Islam debba sempre imporsi sulla vita moderna o le altre credenze religiose. Il suo credo è che “Siamo prima di tutto egiziani, e poi musulmani e cristiani”. Ritiene che una società democratica e pluralista sia pienamente compatibile con le norme musulmane, tuttavia, su ciò un percorso graduale dovrebbe essere seguito, a suo parere. Nel documento “La democrazia in Medio Oriente”, scritto da al-Sisi durante i suoi studi presso l’US Army War College in Pennsylvania, scrive che la democrazia sarà difficile da realizzare in Medio Oriente perché la forma di governo deve adattarsi alla situazione culturale e religiosa locale. In questo lavoro, al-Sisi è contro la teocrazia, ma  esprime la convinzione che la democrazia in Egitto debba basarsi sui valori islamici. Allo stesso tempo, ha sempre detto che l’esercito dovrebbe essere dalla parte del popolo, e di conseguenza di tutti i cittadini del Paese. Al-Sisi non propende al confronto continuo con i Fratelli musulmani, ma alla riconciliazione nazionale. Ad esempio, gli influenti copti egiziani, circa 8-10 milioni nel Paese, lo sostengono all’unanimità. Non è un caso che alla vigilia della promozione a maresciallo e dell’annuncio che i militari nominavano il Generale al-Sisi alla presidenza, il 26 gennaio di quest’anno, ricevette il patriarca della Chiesa ortodossa copta, Teodoro II, accompagnato da sei vescovi.
Il fatto che gli avversari di al-Sisi ricorrano al terrorismo sanguinoso, indica che non possono più  organizzare proteste di massa contro di lui, ricorrendo quindi a misure disperate. Con ogni attentato insensato la sua autorità diventa sempre più forte, in quanto la popolazione è sempre più convinta della necessità di una “mano ferma”. La fiducia popolare in lui, oggi è eccezionalmente alta. È sostenuto da ex-liberali filo-occidentali, piuttosto delusi dai loro patroni, dalle minoranze religiose, e dai funzionari di governo e militari, ma è supportato anche dalla maggioranza della gente comune dei musulmani devoti che vedono in al-Sisi la reincarnazione di Nasser, un uomo che impose la giustizia sociale nella società. La ex-élite è dalla sua parte. Ad esempio, l’ex presidente Hosni Mubaraq ha dichiarato, in un’intervista ad al-Arabiya, che il popolo egiziano sostiene al-Sisi. “Lo vedono come presidente, e lo sarà presto vincendo questa battaglia”, ha detto l’ex-presidente. Uno dei principali candidati alle elezioni precedenti, l’ex-segretario generale della Lega Araba Amir Musa, ha già invitato i cittadini a votare per al-Sisi. Non partecipandovi. La popolarità di al-Sisi a volte prende forme grottesche, ci sono manifesti con il suo ritratto ovunque, spesso insieme a Nasser e talvolta con V. Putin. Sulle numerose bancarelle di souvenir, la foto e le iniziali di al-Sisi sono estremamente popolari. Si vedono anche sui dolci. Ma tutto questo non va contro la cultura nazionale e non è dettato dall’alto. Sono i sentimenti del popolo.
Il possibile orientamento della politica estera di al-Sisi e le misure che intende adottare per ripristinare la precedente influenza dell’Egitto nella regione, sono anche oggetto di attenzione.  L’atteggiamento di al-Sisi verso la cooperazione con gli Stati Uniti è strettamente pragmatico. Dopo avervi trascorso una discreta quantità di tempo, conosce bene gli USA ma non ne è affatto accecato dalla grandezza, perché sa che ha un prezzo. Non è un caso che alcune fonti statunitensi lo definiscano “oscuro” ed “enigmatico”. Al-Sisi ha criticato la Casa Bianca sull’Iraq, e non l’ha nascosto neanche durante i suoi studi negli Stati Uniti, a volte ha incontrato la retorica irritata dei veterani statunitensi di ritorno dall’Iraq, cosa chiaramente impressa nella sua memoria. Quando Mursi fu rovesciato, al-Sisi, senza mezzi termini, in un’intervista al Washington Post, accusò il governo statunitense di azioni ostili verso il suo Paese: “Hanno abbandonato gli egiziani. Voltato le spalle agli egiziani che non dimenticheranno”. Il fatto che Cairo abbia respinto Robert Ford, l’attuale rappresentante statunitense in Siria, assai noto per i suoi stretti legami con l’opposizione islamista siriana, come futuro ambasciatore degli Stati Uniti è abbastanza degno di nota, per esempio. Ciò caratterizza anche l’atteggiamento di al-Sisi verso gli eventi in quel Paese, soprattutto considerando il fatto che è assai probabilmente per sua iniziativa che le relazioni ufficiali tra Cairo e Damasco, interrotte dai Fratelli musulmani, sono state ristabilite. Tuttavia, gli statunitensi, che annunciarono la sospensione degli aiuti militari annuali all’Egitto, del valore di 1,5 miliardi di dollari, dopo che l’esercito era salito al potere, sono stati costretti ad annunciare un ripensamento per motivi geopolitici.
Una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha deciso di ristabilire il versamento degli aiuti era ovviamente la preoccupazione per la sicurezza d’Israele e la possibilità del passaggio di Cairo ad altre preferenze strategiche. Ad esempio, i media israeliani spaventarono l’occidente con la presunta ambizione di Mosca di creare basi per la marina militare in Egitto, indicando quattro potenziali luoghi, Alessandria, Port Said, Damietta e Rosetta, così come piani per grandi invii di armamenti russi destinati a sostituire completamente i modelli statunitensi. Ma dove la Russia avrebbe preso così tante navi, o dato così tanti soldi all’Egitto? Il punto di tali tattiche intimidatorie è abbastanza evidente. Israele non ha alcun interesse a che gli statunitensi si allontanino dall’Egitto, motivandoli a continuare ad abbracciarlo strettamente. Allo stesso tempo, il vettore russo della politica futura dell’Egitto ha infatti buone prospettive, ma sono il risultato non di  mitici preparativi militari, ma di fattori economici oggettivi. I tre pilastri della moderna economia egiziana sono turismo, ricavi del canale di Suez e sfruttamento del gas naturale. Riguardo Suez l’Egitto non dipende da nessuno, ma riguardo il gas e soprattutto il turismo, la cooperazione con la Russia potrebbe essere più stretta. I cittadini russi, difficilmente spaventabili da qualcosa, hanno letteralmente salvato l’industria del turismo nella piena crisi del 2013; 2,5 milioni di persone hanno visitato l’Egitto quell’anno. Da parte sua, l’Egitto, fortemente dipendente dalle importazioni alimentari, ha importato 3 miliardi di dollari di grano solo dalla Russia quello stesso anno, prendendo il primo posto in questo categoria di esportazioni della Russia. La prevista creazione di una zona di libero scambio tra l’Egitto e l’Unione doganale potrebbe dare ulteriore forte impulso allo sviluppo della cooperazione tra i due Paesi. Considerando che il famoso aiuto militare statunitense è in gran parte solo credito per la riduzione dei prezzi di armamenti obsoleti che potrebbero essere facilmente sostituiti con materiali provenienti da altri luoghi e a condizioni favorevoli, si scopre che Washington semplicemente non ha nulla da offrire al popolo egiziano di ciò di cui ha veramente bisogno.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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