Il Maresciallo al-Sisi vicino alla vittoria nella lotta per il futuro dell’Egitto

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 12/02/2014

Egyptians-support-Sisi-minister-of-defenseIl 6 febbraio i media mondiali, citando la pubblicazione quwaytiana al-Sayasah, hanno riferito che l’uomo forte dell’Egitto, Comandante in Capo e neo-Maresciallo al-Sisi, annunciava la partecipazione alle presidenziali. La cosa importante è che il Consiglio Supremo delle Forze Armate dell’Egitto ha già nominato il ministro della Difesa candidato alla presidenza. E’ evidente a tutti che al-Sisi sarà il probabile vincitore delle elezioni presidenziali, che si terranno non oltre il 19 aprile. Ed è soprattutto da quest’uomo, che il popolo vede come “nuovo Nasser”, che dipenderà il futuro dell’Egitto… Allo stesso tempo, il prevedibile incremento del suo potere significherà il ripristino delle forme di governo tradizionali e chiaramente naturali del Paese. I cinque anni di disordine e confusione dal discorso del maggio 2009 del presidente degli Stati Uniti B. Obama, a Cairo, e della “primavera araba” istigata da Washington, che hanno causato al Paese solo perdite finanziarie e vittime, arrivano al termine. Il piano per la democratizzazione del “Grande Medio Oriente” è agli sgoccioli.
Abdel Fatah Said Husayn Qalil al-Sisi è nato il 19 novembre 1954 a Cairo da una famiglia religiosa.  Egli stesso è noto per la sua adesione alle tradizioni islamiche (spesso cita il Corano a memoria nelle conversazioni, e sua moglie indossa l’hijab), ma non è un fanatico ed è tollerante verso le altre fedi. Ha sempre mantenuto buoni rapporti con i copti ortodossi. Tenendo presente l’irritazione provocata nel Paese dal “vezzoso” comportamento della famiglia di H. Mubaraq, in particolare di suo figlio Gamal, tiene prudentemente la sua famiglia riservata. Ha tre figli e una figlia, di cui si sa poco. Ama l’ordine e la disciplina. Chi lo circonda fin dall’infanzia lo chiama “generale”. Nel 1977 si diplomò presso l’Accademia Militare. Successivamente ebbe ulteriore istruzione militare superiore in diversi istituti in Gran Bretagna e Stati Uniti. S’interessa di storia e diritto. Era il direttore del Dipartimento dell’intelligence militare e della ricognizione del Paese, di cui come rappresentante ha ricoperto il prestigioso incarico di addetto militare in Arabia Saudita. Ha buoni collegamenti con i vertici delle forze armate saudite e di numerosi altri Paesi arabi, in particolare  della Siria. In un momento difficile per l’Egitto, quando l’occidente gli ha voltato le spalle, al-Sisi, grazie alla sua autorità, ha potuto ottenere una generosa assistenza finanziaria dai Paesi del Golfo Persico. Quando entrò a far parte del Consiglio Supremo delle Forze Armate d’Egitto, ne era l’aderente più giovane. Il 12 agosto 2012 fu nominato Presidente del Consiglio e anche ministro della Difesa.
Dal 3 luglio 2013, quando l’esercito ha rimosso il presidente Muhammad Mursi, rappresentante dei Fratelli musulmani, al-Sisi, anche se formalmente solo viceprimo ministro, difatti divenne il leader occulto del Paese. Le prossime elezioni confermeranno e sanciranno la sua posizione reale. Tale percorso fu aperto dal riuscito referendum per l’approvazione della nuova costituzione, sostituendo quella adottata dalla Fratellanza musulmana. I critici hanno sottolineato che solo il 39% della popolazione ha votato al referendum, tuttavia, si sono dimenticati di dire che solo il 32% votò al referendum sulla costituzione precedente, e solo il 63,8% dei partecipanti del referendum votarono a favore, a differenza del 98% di questa volta. La crescita del sostegno nazionale è chiara. Vale la pena notare che, a parere degli esperti, sono in gran parte le donne ad essere dietro tale risultato, votando all’unanimità la nuova costituzione, ripristinando quei diritti che gli erano già stati presi. Il fatto che al-Sisi segua le tradizioni religiose l’ha messo in buona posizione illudendo i leader dei Fratelli musulmani, che scelsero preferendolo tra tutti i militari. In realtà, scoprirono che per al-Sisi gli interessi nazionali sono più importanti dell’Islam. O più precisamente, non crede che l’Islam debba sempre imporsi sulla vita moderna o le altre credenze religiose. Il suo credo è che “Siamo prima di tutto egiziani, e poi musulmani e cristiani”. Ritiene che una società democratica e pluralista sia pienamente compatibile con le norme musulmane, tuttavia, su ciò un percorso graduale dovrebbe essere seguito, a suo parere. Nel documento “La democrazia in Medio Oriente”, scritto da al-Sisi durante i suoi studi presso l’US Army War College in Pennsylvania, scrive che la democrazia sarà difficile da realizzare in Medio Oriente perché la forma di governo deve adattarsi alla situazione culturale e religiosa locale. In questo lavoro, al-Sisi è contro la teocrazia, ma  esprime la convinzione che la democrazia in Egitto debba basarsi sui valori islamici. Allo stesso tempo, ha sempre detto che l’esercito dovrebbe essere dalla parte del popolo, e di conseguenza di tutti i cittadini del Paese. Al-Sisi non propende al confronto continuo con i Fratelli musulmani, ma alla riconciliazione nazionale. Ad esempio, gli influenti copti egiziani, circa 8-10 milioni nel Paese, lo sostengono all’unanimità. Non è un caso che alla vigilia della promozione a maresciallo e dell’annuncio che i militari nominavano il Generale al-Sisi alla presidenza, il 26 gennaio di quest’anno, ricevette il patriarca della Chiesa ortodossa copta, Teodoro II, accompagnato da sei vescovi.
Il fatto che gli avversari di al-Sisi ricorrano al terrorismo sanguinoso, indica che non possono più  organizzare proteste di massa contro di lui, ricorrendo quindi a misure disperate. Con ogni attentato insensato la sua autorità diventa sempre più forte, in quanto la popolazione è sempre più convinta della necessità di una “mano ferma”. La fiducia popolare in lui, oggi è eccezionalmente alta. È sostenuto da ex-liberali filo-occidentali, piuttosto delusi dai loro patroni, dalle minoranze religiose, e dai funzionari di governo e militari, ma è supportato anche dalla maggioranza della gente comune dei musulmani devoti che vedono in al-Sisi la reincarnazione di Nasser, un uomo che impose la giustizia sociale nella società. La ex-élite è dalla sua parte. Ad esempio, l’ex presidente Hosni Mubaraq ha dichiarato, in un’intervista ad al-Arabiya, che il popolo egiziano sostiene al-Sisi. “Lo vedono come presidente, e lo sarà presto vincendo questa battaglia”, ha detto l’ex-presidente. Uno dei principali candidati alle elezioni precedenti, l’ex-segretario generale della Lega Araba Amir Musa, ha già invitato i cittadini a votare per al-Sisi. Non partecipandovi. La popolarità di al-Sisi a volte prende forme grottesche, ci sono manifesti con il suo ritratto ovunque, spesso insieme a Nasser e talvolta con V. Putin. Sulle numerose bancarelle di souvenir, la foto e le iniziali di al-Sisi sono estremamente popolari. Si vedono anche sui dolci. Ma tutto questo non va contro la cultura nazionale e non è dettato dall’alto. Sono i sentimenti del popolo.
Il possibile orientamento della politica estera di al-Sisi e le misure che intende adottare per ripristinare la precedente influenza dell’Egitto nella regione, sono anche oggetto di attenzione.  L’atteggiamento di al-Sisi verso la cooperazione con gli Stati Uniti è strettamente pragmatico. Dopo avervi trascorso una discreta quantità di tempo, conosce bene gli USA ma non ne è affatto accecato dalla grandezza, perché sa che ha un prezzo. Non è un caso che alcune fonti statunitensi lo definiscano “oscuro” ed “enigmatico”. Al-Sisi ha criticato la Casa Bianca sull’Iraq, e non l’ha nascosto neanche durante i suoi studi negli Stati Uniti, a volte ha incontrato la retorica irritata dei veterani statunitensi di ritorno dall’Iraq, cosa chiaramente impressa nella sua memoria. Quando Mursi fu rovesciato, al-Sisi, senza mezzi termini, in un’intervista al Washington Post, accusò il governo statunitense di azioni ostili verso il suo Paese: “Hanno abbandonato gli egiziani. Voltato le spalle agli egiziani che non dimenticheranno”. Il fatto che Cairo abbia respinto Robert Ford, l’attuale rappresentante statunitense in Siria, assai noto per i suoi stretti legami con l’opposizione islamista siriana, come futuro ambasciatore degli Stati Uniti è abbastanza degno di nota, per esempio. Ciò caratterizza anche l’atteggiamento di al-Sisi verso gli eventi in quel Paese, soprattutto considerando il fatto che è assai probabilmente per sua iniziativa che le relazioni ufficiali tra Cairo e Damasco, interrotte dai Fratelli musulmani, sono state ristabilite. Tuttavia, gli statunitensi, che annunciarono la sospensione degli aiuti militari annuali all’Egitto, del valore di 1,5 miliardi di dollari, dopo che l’esercito era salito al potere, sono stati costretti ad annunciare un ripensamento per motivi geopolitici.
Una delle ragioni per cui la Casa Bianca ha deciso di ristabilire il versamento degli aiuti era ovviamente la preoccupazione per la sicurezza d’Israele e la possibilità del passaggio di Cairo ad altre preferenze strategiche. Ad esempio, i media israeliani spaventarono l’occidente con la presunta ambizione di Mosca di creare basi per la marina militare in Egitto, indicando quattro potenziali luoghi, Alessandria, Port Said, Damietta e Rosetta, così come piani per grandi invii di armamenti russi destinati a sostituire completamente i modelli statunitensi. Ma dove la Russia avrebbe preso così tante navi, o dato così tanti soldi all’Egitto? Il punto di tali tattiche intimidatorie è abbastanza evidente. Israele non ha alcun interesse a che gli statunitensi si allontanino dall’Egitto, motivandoli a continuare ad abbracciarlo strettamente. Allo stesso tempo, il vettore russo della politica futura dell’Egitto ha infatti buone prospettive, ma sono il risultato non di  mitici preparativi militari, ma di fattori economici oggettivi. I tre pilastri della moderna economia egiziana sono turismo, ricavi del canale di Suez e sfruttamento del gas naturale. Riguardo Suez l’Egitto non dipende da nessuno, ma riguardo il gas e soprattutto il turismo, la cooperazione con la Russia potrebbe essere più stretta. I cittadini russi, difficilmente spaventabili da qualcosa, hanno letteralmente salvato l’industria del turismo nella piena crisi del 2013; 2,5 milioni di persone hanno visitato l’Egitto quell’anno. Da parte sua, l’Egitto, fortemente dipendente dalle importazioni alimentari, ha importato 3 miliardi di dollari di grano solo dalla Russia quello stesso anno, prendendo il primo posto in questo categoria di esportazioni della Russia. La prevista creazione di una zona di libero scambio tra l’Egitto e l’Unione doganale potrebbe dare ulteriore forte impulso allo sviluppo della cooperazione tra i due Paesi. Considerando che il famoso aiuto militare statunitense è in gran parte solo credito per la riduzione dei prezzi di armamenti obsoleti che potrebbero essere facilmente sostituiti con materiali provenienti da altri luoghi e a condizioni favorevoli, si scopre che Washington semplicemente non ha nulla da offrire al popolo egiziano di ciò di cui ha veramente bisogno.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il perno mediorientale di Mosca: opportunità e rischi

Rakesh Krishnan Simha RIR 9 febbraio 2014

L’era dell’egemonia occidentale in Medio Oriente svanisce e la Russia avanza nel vuoto. Tuttavia, riandando alla sua passata esperienza nel trattare con leader la cui lealtà è nota spostarsi con la sabbia del deserto, la parola d’ordine di Mosca dovrebbe essere cautela.
putinCairo26.7.13Quarantadue anni fa il presidente egiziano Anwar Sadat diede il benservito a più di 20000 consiglieri militari sovietici, e costrinse il suo Paese a un’alleanza impopolare con gli Stati Uniti. Grosso errore. Il matrimonio US-Egitto, organizzato e celebrato a Camp David, con Israele come testimone, fu considerato un tradimento dalla maggior parte degli egiziani e portò all’assassinio dello sfortunato Sadat. Il matrimonio ora mostra tutti i segni di un rapporto teso. Guardandole come un filmato accelerato, le rivoluzioni arabe spazzano via l’egemonia occidentale in Medio Oriente, in un arco di tempo notevolmente compresso. Dopo gli armeggi diplomatici in Egitto, la sconfitta politica in Siria e la confusione in Iraq, sembra che gli Stati Uniti non abbiano lo stomaco per restarsene. Tali fattori, combinati con il boom del gas shale in Nord America diminuiscono l’interesse strategico degli Stati Uniti per il Medio Oriente. Inoltre, una sempre più potente Cina  preoccupa i militari statunitensi in Asia-Pacifico. Nella porta girevole geopolitica, se una superpotenza va via ne appare un’altra. Nel novembre 2013, dimostrando sostegno alla Siria, la Russia ha inviato le sue più potenti navi da guerra, Varjag e Pjotr Velikj, note come killer di portaerei, nel Mediterraneo. Una settimana dopo gli Stati Uniti ritiravano la portaerei USS Nimitz dal Golfo Persico, insieme al cacciatorpediniere USS Graveley dal Mar Mediterraneo. Dopo aver dato agli Stati Uniti un assaggio della diplomazia delle cannoniere, i pezzi grossi del corpo diplomatico russo si facevano avanti. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il ministro della Difesa Sergej Shojgu si proiettavano in Egitto, offrendo armi  avanzate e cyber-tecnologia.

L’appello della piazza
La Russia avanzava ancora una volta in Medio Oriente. Dopo aver assistito alla difesa intransigente di Mosca della Siria, il brusio della piazza araba indica che l’equilibrio di potere svantaggia gli Stati Uniti. Il quotidiano egiziano al-Watan ha descritto la Russia come una “grande potenza militare”, aggiungendo in modo piuttosto bizzarro che le armi russe sono “più ecologiche”. Al contrario, c’è il  senso di tradimento dell’abbandono statunitense del dittatore egiziano Hosni Mubaraq, un cliente fedele agli Stati Uniti da decenni. Ciò è aggravato dal sostegno statunitense ai fondamentalisti  Fratelli musulmani. Mentre gli stretti alleati Arabia Saudita e Qatar sono atterriti dal ritiro statunitense sulla Siria, il membro della NATO Turchia è irritata perché bloccata con centinaia di terroristi ceceni che addestrava ma che, ora, non può infiltrare in Siria. La destra statunitense nota, con una punta di invidia indubbia, che il gioco di potere di Putin in Siria “ha trasformato Mosca nel nuovo centro d’influenza geopolitica regionale, la capitale mondiale in cui il Capo di Stato Maggiore generale egiziano, il capo dell’intelligence saudita, il Primo ministro israeliano e adesso l’opposizione siriana filo-USA sentono di dover visitare per concludere qualcosa“.

Perché il Medio Oriente
Il Medio Oriente esercita una forte influenza nel cortile di Mosca. La prima preoccupazione della Russia è che gli Stati Uniti utilizzino la regione come un trampolino di lancio per estendere la loro presenza in Asia Centrale. In secondo luogo, gli sceicchi carichi di petrodollari del Golfo esportano mullah ottusi in luoghi un tempo pacifici come Kirghizistan e Uzbekistan, al fine di piantare il ceppo virulento saudita del fondamentalismo wahabita. Dal punto di vista di Mosca, qualsiasi ricaduta dal Medio Oriente deve essere contenuta a livello locale. Parlando di fallout, la regione è  sull’orlo di una grande corsa agli armamenti e dell’escalation nucleare. In questo momento i sauditi gonfiano la prospettiva della bomba nucleare iraniana. Se i colloqui non riescono a convincere Teheran, possono chiedere la “bomba islamica” dal Pakistan. Non dimentichiamo che l’Arabia Saudita pagava il conto del programma nucleare clandestino del Pakistan. Poi c’è l’”Asse della Resistenza”, il termine usato da Siria e Iran, Hamas e Hezbollah per descrivere la loro alleanza. I quattro credono che solo loro hanno i ‘cojones’ per affrontare Israele. L’Asse probabilmente avrà un quinto membro presto. Con la partenza dell’ultimo soldato statunitense dall’Iraq, gli iraniani sono tenuti a intensificare l’armamento delle milizie sciite irachene, che non attendono che unirsi alla lotta. Ciò, insieme alla paura della bomba nucleare iraniana, potrebbe far schizzare l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Golfo. La Russia sembra essere l’unico Paese con una certa influenza sul programma di armi nucleari dell’Iran. Se l’Iran ottiene il nucleare, tutte le scommesse sono chiuse in Medio Oriente.

Non è il solito affare
Si è sicuri che la regione non sia un caso chiuso. Con una popolazione giovane e in crescita, secondo il World Energy Outlook 2013, il Medio Oriente si afferma come importante centro di consumo. Dovrebbe essere il secondo maggiore consumatore di gas entro il 2020 e il terzo maggiore consumatore di petrolio entro il 2030. Ma sebbene si tratti di un mercato lucrativo, il problema è che sia anche volubile. Ad esempio, in Egitto. Gli egiziani mostrano vivo interesse per le avanzate armi russe, ma c’è la possibilità assai reale che gli egiziani usino Mosca come merce di scambio con gli Stati Uniti. Il legame tra i corrotti produttori di armi statunitensi e i generali egiziani altrettanto corrotti non è molto noto, ma è un elemento integrante del rapporto USA-Egitto. Una grossa fetta dei 1,3 miliardi di dollari di aiuti militari finiva direttamente nelle tasche dei generali. Ecco come Mubaraq e i suoi compari rimasero saldamente nel campo statunitense. Mentre l’Egitto è pronto ad assumere la leadership del mondo arabo, il Paese è ancora dominato dai militari. Se gli statunitensi aprono di nuovo il rubinetto degli aiuti, i generali potrebbero trovare gli Stati Uniti di nuovo gradevoli e trovarne le battute ancora divertenti.

La Russia non sarà faziosa
Agli occhi sovietici gli Stati arabi erano amici e il loro nemico, Israele, era per impostazione predefinita il nemico di Mosca. Per fortuna, il Cremlino non usa più quell’equazione a somma zero. La ragione di ciò non è solo che è mutata la visione del mondo della Russia, ma anche l’Aliyah, l’emigrazione ebraica. Tra il 1990 e il 2004 circa 1,4 milioni di ebrei si trasferirono da Russia e  repubbliche ex-sovietiche in Israele. Il russo è ora la terza lingua più parlata in Israele, dopo l’ebraico e l’arabo. Ciò complica il ruolo della Russia in Medio Oriente. Ad esempio, la diaspora ha un impegno attivo nel Paese di nascita, viaggiando tra la Russia e Israele. Le aziende fondate da questi ex-cittadini in Israele sono un’importante fonte di tecnologia avanzata per la Russia.

Vantaggi al limite per gli altri
Prima che l’occidente rovesciasse i regimi in Medio Oriente, le società non occidentali erano i principali operatori della regione. In Iraq, per esempio, prima della caduta del presidente Saddam Hussein, Baghdad era un posto pregiato per i dirigenti indiani. A causa del loro approccio sensato e della competenza in progetti di qualità e a basso costo, aziende come le ferrovie indiane e l’ONGC stipularono una serie di progetti ferroviari, stradali e ponti, petroliferi in Medio Oriente. L’invasione occidentale dell’Iraq e della Libia sabotò molti di questi progetti. ONGC, per esempio, fu costretta ad abbandonare le proprie concessioni in Libia, quando Muammar Gheddafi fu estromesso. Attualmente le aziende statunitensi e inglesi arraffano la maggior parte dei progetti più redditizi grazie ai governi fantoccio che hanno installato. Una spinta russa nella regione estrometterà  l’occidente, e ancora una volta ciò permetterà gare d’appalto favorevoli a Paesi come India e Cina.

Navigando nel nuovo Medio Oriente
Gli statunitensi in combutta con la Gran Bretagna hanno cercato di cambiare la mappa del Medio Oriente, fallendo in modo spettacolare. Il 23 ottobre 1983, la maggiore esplosione non nucleare mai avutasi uccise 243 marines e soldati statunitensi nelle loro baracche alla periferia di Beirut. Giorni dopo il presidente Ronald Reagan, che s’era vantato che gli Stati Uniti non si sarebbero mai ritirati dal Libano, si ritirò. Iraq e Libia sono la prova vivente che Washington e il suo compare non hanno imparato la lezione. D’altra parte, il vantaggio della Russia è che la piazza araba sa che non cerca di arraffargli le risorse e la terra come l’occidente. Le amichevoli relazioni di Mosca con i membri dell’Asse della Resistenza e la presenza di numerosi ex-cittadini russi in Israele, fanno leva su entrambi i lati della faglia arabo-israeliana. Putin ha svolto alcune mosse abili nella regione, ma ora affronta un nuovo Medio Oriente rinvigorito dal ritorno dell’Egitto. Se il presidente russo gestirà il compito apparentemente impossibile di far fare concessioni reciproche ad arabi ed israeliani, più di chiunque altro potrà cambiare il volto del Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia

Eventi politico-militari in Libia nel gennaio 2014
1620570Il 9 gennaio elementi armati della tribù Tubu di Murzuq avevano assaltato la stazione di polizia di Tragan, a 140 km a sud di Sabha, per scovare e uccidere il capo della brigata al-Haq, Mansur al-Aswad, vicecomandante militare di Sabha, in rappresaglia per i crimini commessi dalla sua milizia, Abu Sayf, negli scontri del 2012, sempre a Sabha. Il 18 gennaio, un gruppo della Resistenza  aveva occupato la base aerea di Taminhant, a 30 km ad est di Sabha, lasciandola poi alle truppe Tubu del Consiglio militare di Murzuq, guidato dal colonnello Barqa Warduqo, per poi riconsegnarla alle unità della Resistenza. Il 16 gennaio precedente, elementi della 25.ma Brigata, composta da Tubu e che controllava la centrale elettrica di Sarir, nell’oasi di Jalu, Massala e gli impianti petroliferi al-Shula nella Libia orientale, subivano un agguato dove tre soldati furono uccisi. Il comandante Muhammad Salah riteneva che gli aggressori fossero gli stessi che nel dicembre 2013 tentarono di assaltare Sarir, in cui cinque di loro furono uccisi. Gli operai della centrale di Sarir smisero di recarsi al lavoro, causando blackout a Tripoli e a Bengasi. Presso Agheila, sulla costa nord-occidentale della Libia, la milizia di Zawiya si scontrava con la tribù Warshafana. Gli islamisti di Misurata e i miliziani di Zintan intervenivano in supporto dei miliziani di Zawiya, il 20 gennaio, ma dovettero ritirarsi il 21 gennaio dopo aver subito 18 morti ad opera della guerriglia dei Warshafana filo-Jamahiriya. Scontri per il controllo dell’oasi di Qufra, tra Tubu e i Zuwaya del CNT, si ebbero sempre il 20 gennaio. Altri scontri venivano registrati anche a Zintan, Jamil, Raqdalin, Surman, Misurata, Abu Isa, Harish, Zahra, Tarhuna, Bani Walid, Sirte, Aghedabia, Marsa al-Briga, Ras Lanuf, Bin Jawad, al-Uqaylat, Saluq, Tobruq e nei quartieri di Abu Salim e Ain Zara a Tripoli. Scontri a fuoco a Bengasi, presso il palazzo di giustizia, mentre l’incendio nella centrale elettrica di Muzdawzha provocava dei blackout. L’ambasciata libica a Cairo alzava la bandiera della Jamahiriya e il personale riconosceva il sostegno alla Resistenza e chiedeva aiuto alle autorità di sicurezza egiziane.
I combattimenti a Sabha e nel regione di Warshafana avevano causato 154 morti e 463 feriti, mentre a Bengasi vi furono due esplosioni contro una scuola coranica e un edificio militare. Tutto il sud veniva ripulito dalla presenza dei mercenari del CNT, e tutti gli enti, come l’aeroporto e le basi militari di Sabha, erano sotto il controllo della Resistenza. Decine di mercenari del CNT furono catturati e giustiziati sul posto, mentre il comando della Resistenza ordinava la distribuzione di cibo e medicinali agli abitanti. I comandanti del battaglione del CNT ‘Faras Sahara’ furono fucilati e i soldati detenuti nello stadio di Sabha. Isa Abd al-Majid Mansur, leader del Fronte Tubu per la Salvezza della Libia, affermava che “Questa non è una guerra tribale… le milizie islamiste sostenute dal CNT vogliono sbarazzarsi di noi. Gli organismi internazionali che verranno ad indagare, vedranno le vittime e con quali armi e in quali condizioni sono state uccise. Sapranno che persone inermi sono state rapite e fucilate con armi da 14,5 millimetri“. Isa Abd al-Majid affermava che Sabha era diventata il quartier generale di al-Qaida nel Maghreb.
Il 25 gennaio 2014, il personale dell’ambasciata egiziana di Tripoli veniva ritirato, dopo che elementi armati avevano sequestrato l’addetto culturale e quello commerciale, assieme ad altri tre dipendenti, in reazione all’arresto ad Alessandria d’Egitto di Shaban Hadiya (Abu Ubayda), capo della Sala delle operazioni rivoluzionarie libica.
Il 29 gennaio 2014, mentre il ministro della Giustizia Salah Margani veniva rapito da sconosciuti, il viceprimo ministro e ministro degli Interni libico Aldulqarim Sadiq subiva un attentato a Tripoli, quando la sua limousine cadde in un’imboscata, tesa nell’ambito della lotta sul controllo del petrolio del Paese. Il 19 gennaio, il Capo di stato maggiore, generale Muhammad Qarah fu ucciso con un colpo di pistola alla testa, durante un’operazione contro le milizie a sud della capitale. La settimana prima fu il viceministro dell’Industria Hassan al-Drui ad essere ucciso, a Sirte, da killer non identificati. Tali omicidi, oltre 100, vengono attribuiti ai sostenitori della Jamahiriya. Infatti si tratta soprattutto di ex-ufficiali disertori e traditori che nel 2011 passarono agli islamo-golpisti sostenuti dalla NATO. Il Gruppo Inkerman, società di contractors inglesi, aveva contato 81 omicidi tra Bengasi e Derna, entro l’ottobre 2013.
A Misurata Sahmayn Abu Misuratayn concordava i termini di un accordo con il governo del CNT di Zaydan, ottenendo le cariche di viceprimo ministro e i ministeri dell’elettricità, del petrolio e delle finanze, e le milizie di Misurata ottenevano il riconoscimento formale quale forza armata governativa del CNT. Inoltre, alcuni ministeri sarebbero stati trasferiti a Misurata.
A Qufra, dopo gli scontri tra tubu e CNT, le milizie governative si ritiravano da tutta l’area, avendo subito molte perdite e abbandonato materiale bellico. Il valico di frontiera di Ras Jadir, tra Tunisia e Libia, veniva ripreso dalla Resistenza dopo un scontro con i miliziani del CNT che fuggirono in territorio tunisino. Presso Sabha, gli aerei della NATO bombardavano per errore una colonna delle milizie misuratine, diretta verso la base di Taminhant, uccidendo il comandante del battaglione del CNT ‘Ghepardo‘ Ali Triqi. A Sabha, la ricostituita 6.ta Brigata di fanteria libica respingeva le forze attaccanti misuratine, che perdevano 120 autoveicoli, 90 prigionieri e 470 caduti, di cui 13 sudanesi, 20 egiziani, 5 afghani e 3 siriani. Ad Agheila, un comandante del CNT veniva eliminato in uno scontro a fuoco e a Ryan le forze della Resistenza eliminavano Ahmad Muhammad Isa al-Ajirab, capo del locale consiglio militare, e prendevano il controllo della cittadina. A Bani Walid veniva costituita la brigata al-Rusifa della tribù Warfala, i cui capi chiedevano a tutti i membri della tribù che avevano prestato servizio nell’esercito libico di unirsi alla neonata unità, posta sotto il comando del Consiglio di Bani Walid, cui rispondono tutti i warfala.
Gli scontri tra le forze delle Resistenza e le milizie ribelli hanno spinto l’ammiraglio francese Edouard Guillard a richiedere un nuovo intervento in Libia per impedire qualsiasi evoluzione nelle regioni meridionali della Libia, “che potrebbe portare a una minaccia terroristica”. Guillard ha detto che qualsiasi intervento richiederebbe il consenso del regime del CNT di Tripoli guidato dal primo ministro Ali Zaydan. Oltre a Sabha, gli scontri riguardano Agheila, Zawiyah e Zahra. In relazioni a tali eventi, è stata emanata una nuova legge che vieta alle reti televisive di trasmettere notizie e commenti su Gheddafi. AllAfrica.com riferiva che “il decreto 5/2014 sulla cessazione e il divieto di trasmissione di alcune TV satellitari approvata dal Congresso Nazionale Generale (GNC) della Libia il 22 gennaio, istruisce i ministeri degli Esteri e delle Comunicazioni a prendere ‘le misure necessarie per fermare la trasmissione di tutti i canali televisivi satellitari ostili alla rivoluzione del 17 febbraio e il cui scopo è destabilizzare il Paese e creare divisioni tra i libici’, incaricando il governo a ‘prendere tutte le misure contro gli Stati o territori da cui tali TV vengono trasmesse, se non ne bloccano la trasmissione’.” Si tratta di una legge che mira a bloccare le stazioni satellitari filo-Jamahiriya, quali sono al-Qadra e al-Jamahiriya. Sempre AllAfrica.com osservava che “il governo libico ha adottato la risoluzione 13/2014 del 24 gennaio che sospende le borse di studio agli studenti che studiano all’estero e gli stipendi e bonus ai dipendenti della Libia che hanno ‘partecipato ad attività contrarie alla rivoluzione del 17 febbraio’. Le ambasciate libiche sono invitate a stilarne gli elenchi e a farne riferimento al procuratore generale per processarli.

20110902090908Dichiarazione del Movimento nazionale popolare di Libia
Primo, supportiamo la rivolta delle tribù libiche che riteniamo la strada giusta per la liberazione oggi, e chiediamo che le aree libere debbano costituire un sistema di consigli delle organizzazioni sociali, lasciando ai rispettivi comitati esecutivi delle forze armate e di sicurezza la direzione della rivolta, il coordinamento degli sforzi e del supporto delle tribù alla preservazione della vita dei cittadini e delle loro proprietà, la tutela dalle azioni degli aggressori, la rinuncia alle violenze e alla vendetta, il perdono per tutti coloro che si pentono, respingere l’abominevole Consiglio di febbraio, di tener conto al Consiglio di tutte le tribù di tutte le aree libiche, senza esclusioni o emarginazioni o sfiducia, che le regole nazionali sono competenza e integrità, e di perseguire tutti l’obiettivo di liberare la Patria e abolire il sistema imposto in Libia con la rivoluzione di febbraio da NATO e fantocci, sotto tutte le sue denominazioni.
Secondo, il mondo vede i crimini commessi in Libia dalle milizie della NATO, le carceri piene di migliaia di uomini liberi, l’assassinio di centinaia di onorevoli libici, la partecipazione dei giovani libici in battaglie utili al nemico sionista, saccheggio, corruzione e milioni di profughi… Tutto ciò  senza aver mosso un dito, ed è chiaro che il mondo non ascolta la voce della ragione, se non gli interessi materiali delle imprese multinazionali monopolistiche; la maggior parte degli Stati ha contribuito a tale tragedia. Dipende dai bravi libici sostenere il popolo e liberarlo dal dominio dell’oscurantismo blasfemo e dal debito commerciale. Ci aspettiamo il riconoscimento internazionale della legittimità della rivoluzione del Popolo, la comprensione della necessità della rivoluzione contro lo status quo, e la riparazione dell’errore compiuto in conseguenza della disinformazione, e il compimento della responsabilità etica e legale di ciò che è accaduto e accade in Libia, sperando di adottare consigli popolari controllati dai rappresentanti del Popolo libico, basati sulle relazioni durature tra i popoli. Ci appelliamo anche alla coscienza di media, giornalisti, intellettuali, scrittori e difensori dei diritti umani nel compiere il loro dovere verso la rivoluzione popolare in Libia e verso le tattiche fallimentari del regime fantoccio presso le opinioni pubbliche nazionale e internazionale, smentendo le posizioni tenute dai media oscurati.
Terzo, informiamo il mondo che è crollata la menzogna che permise l’invasione, secondo cui Gheddafi uccise il popolo usando mercenari e soldati che stupravano le donne, sfruttando tali invenzioni per bombardare il nostro Paese per 193 giorni, con 24040 sortite, 8975 attacchi aerei ed inviare 15000 truppe straniere per invaderlo, senza che il mondo alzasse un dito contro i bombardamenti sui civili e l’impiego di mercenari di Turchia, Qatar, Sudan e altri Paesi.
Quarto, la scintilla della rivolta del popolo libico è scoppiata nelle città in risposta all’ingiustizia della schiavitù e del feudalesimo, per la volontà delle famiglie di tornare allo Stato del Popolo e delle tribù, distrutto con l’arrivo degli invasori. Una rivolta contro l’occupazione e il tradimento, l’oppressione e l’ingiustizia di coloro che sognano di tornare agli anni cinquanta, dimenticando che il popolo libico è consapevole dai tempi della rivoluzione che non si può tornare al dominio feudale inutile  ed autoritario, alla dittatura tribale o del singolo.
Quinto, l’esperienza ha dimostrato che la rivoluzione popolare è la rivoluzione di domani, e che prevarrà inevitabilmente nonostante i sacrifici, il tempo e la dimensione del conflitto; il popolo è disposto a sopportare un lungo periodo di lotta, determinato a vincere e a tornare alla Libia progettata dal Popolo vero su tutto il suolo della Patria; anche se in parte ha scelto la non-violenza, tutte le aree comuni create fin dall’inizio saranno parte inestimabile del sistema.
Sesto, notiamo che il nostro popolo è cosciente della cospirazione per trasformare la Libia in centro del terrorismo per finanziarlo ed addestrarlo, e dei piani per il dominio internazionale dei terroristi della Fratellanza e dei gruppi religiosi estremisti ed opprimenti alleati, perseguito nella regione molestando l’Egitto e colpendo al cuore la Tunisia e gli Stati dell’Africa sahariana, con il sostegno dei mandanti del terrorismo in Qatar, Turchia e altri Paesi che non combattono il terrorismo, ma lo supportano promuovendone la diffusione e l’incendio che oggi affliggono la regione.
Settimo, annunciamo al mondo che i mujahidin delle tribù libiche libere si ribellano stanchi della manipolazione della Patria e dei cittadini, determinati a completare la liberazione, sottolineando il dovere etico di non compiere atrocità e di rispettare gli stranieri, secondo la nostra religione ed etica islamiche, ma determinati a liberare la Libia dalla giunta di qarijiti corrotti e taqfiri oppressori, restaurare la Jamahiriya, ottenendo proiettili, razzi, bombe ed aerei nelle loro ispirate vittorie, sicuri della vittoria e smascherando ai popoli della Terra tale cospirazione, mentre i fantocci perdono la battaglia e i saggi riconoscono la lezione storica del diritto del popolo libico alla difesa, garantito dal diritto internazionale. Un popolo aggredito da bande di ladri sostenute da Paesi che promuovono il terrorismo internazionale.
(…)

Viva una libera, indipendente ed unita Libia. Viva il grande popolo libico!
Viva la Resistenza Popolare. Vittoria ai combattenti per la libertà!

Fonti:
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Libya Against Superpower Media
Modern Tokyo Times
Resistencia Libia
Space War

Alessandro Lattanzio, 1/2/2014

L’Egitto colpito da attentati terroristici islamici

Nawal Suayf e Walter Sebastian Modern Tokyo Times 24 gennaio 2014

6c49c0b44267aa23400f6a7067005607Afghanistan, Iraq, Pakistan e Siria conoscono tutti fin troppo bene i brutali attacchi terroristici e  l’omicidio di membri dei servizi di sicurezza. L’Egitto è tristemente nella morsa della crescente militanza islamista volta a creare massiccia instabilità per destabilizzare lo Stato-nazione. Allo stesso tempo, i terroristi islamici desiderano impoverire ancor di più creando enormi tensioni nell’economia e limitando gli investimenti stranieri. In altre parole, i terroristi islamici vedono il mondo attraverso dolore, morte, povertà e distruzione, questo purtroppo è il loro modus operandi e come un virus sono difficili da contenere, una volta creatosi un vuoto. Infatti, indipendentemente da qualsiasi ideale possa essere esistito nei primi giorni della cosiddetta “primavera araba”, è evidente che la stragrande maggioranza di quelli positivi è stato rigettato. Oggi, Iraq e Libano sono destabilizzati dagli intrighi delle potenze del Golfo e della NATO contro il governo siriano. Allo stesso modo, la Libia è ora uno Stato fallito in cui varie milizie si aggirano e le minoranze etniche continuano a soffrire. La Tunisia continua ad essere afflitta da omicidi politici, crescente minaccia dell’Islam salafita, povertà, maggiori divisioni sociali e altre forze negative. Mentre lo Yemen non può arginare la spirale delle violenze relative al settarismo. Nel Bahrain nel frattempo continua il giro di vite contro le organizzazioni politiche di base e gli sciiti sono ancora emarginati. Nel complesso, il quadro è prevalentemente negativo e per le donne la situazione è sempre più oscura, per via dei diversi movimenti islamisti ed organizzazioni terroristiche che desiderano costringerle nell’ombra. Pertanto, le forze sinistre nel campo islamista in Egitto sono intente a diffondere terrorismo, settarismo, destabilizzazione della nazione uccidendo il personale della sicurezza con la la tattica mordi e fuggi. La mentalità dei militanti della Fratellanza musulmana e dei vari gruppi terroristici islamici può essere testimoniata dal loro odio verso l’umanità e il popolo d’Egitto. Nel loro mondo, vogliono il potere assoluto usurpando le principali istituzioni e poi tenendo in ostaggio la nazione, se falliscono. Allo stesso modo, se le masse si ribellano, allora l’alternativa è la morte e la distruzione. Ciò si vede apertamente nel recente attentato terroristico che ha scosso Cairo.
E’ noto che cinque persone sono morte e molte altre sono rimaste ferite dopo tre attentati terroristici a Cairo. Il principale attacco terroristico ha avuto luogo con la prima esplosione di un’autobomba contro la Direzione della sicurezza di Cairo. Secondo le ultime notizie almeno 4 persone sono morte  e poco più di settanta sono state ferite. Il Primo ministro egiziano, Hazim al-Bablawi, ha risposto ai sinistri e barbari attacchi terroristici affermando “E’ un vile e disperato tentativo delle malvagie forze terroristiche per distruggere il successo dell’Egitto e del suo popolo nel compiere la marcia (di transizione) passando alla nuova costituzione“. Lee Jay Walker di Tokyo Modern Times dice: “Ansar Bayt al-Maqdis (Campioni di Gerusalemme) ha rivendicato l’attacco contro il quartier generale della polizia di Cairo. Tale gruppo terroristico è uno dei molti gruppi affiliati di al-Qaida, ma i veri colpevoli potrebbero appartenere a un gruppo diverso o a più organizzazioni. Ciò che è chiaro è che, proprio come la stragrande maggioranza di tali attacchi terroristici islamici, ancora una volta fanno principalmente morti e feriti tra i musulmani, grazie alla loro deforme agenda islamista. Naturalmente, questa realtà non entra mai nel loro radar come anche uccidere civili inermi. Invece, spargono solo morte e distruzione al fine di diffondere con il sangue degli innocenti l’instabilità e la loro jihad islamica deformata.” Lo stesso gruppo terroristico ha rivendicato a dicembre l’attacco a un edificio della sicurezza che uccise 16 persone a Mansura. Tale attacco terroristico a grandine era simile all’ultimo attentato terroristico che ha colpito Cairo oggi. Pertanto, è più che probabile che si tratti di Ansar Bayt al-Maqdis. Se a ciò viene poi dimostrato il legame con Muhammad Qayrat Sad al-Shatir, anche i militanti della Fratellanza musulmana entrano in gioco, secondo alcuni ex-membri della Jihad islamica egiziana. Allo stesso modo, le ratlines di Gaza potrebbero anche collegare i membri di Ansar Bayt al-Maqdis agli intrighi di Hamas.
L’Egitto oggi deve affrontare molti problemi interni legati al rafforzamento dello Stato-nazione e a rilanciare l’economia per dare nuova speranza al popolo di questa nazione. Allo stesso tempo, il periodo di transizione è molto delicato, perché è difficile attuare riforme complete quando potenti forze sinistre cercano di diffondere caos e spargere sangue. Inoltre, con i vari gruppi terroristici e militanti che utilizzano la regione del Sinai e Gaza, ovviamente l’economia continuerà ad essere frenata da tale instabilità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le “rivoluzioni colorate” sono spontanee?

Vladimir Platov New Oriental Outlook 23/01/2014

1017542Per oltre 3 anni, i Paesi del mondo arabo hanno vissuto sotto l’influenza delle “rivoluzioni” che hanno scosso le fondamenta politiche di numerosi Stati regionali, determinando il cambio della classe dirigente e la nascita di nuovi partiti e movimenti politici. Nei media locali, ed esteri, si discute instancabilmente della domanda fondamentale: chi ha avvantaggiato tali “rivoluzioni” e chi ne è il vero istigatore? Queste domande vengono poste dai giornalisti seguendo la nascita e lo sviluppo delle “rivoluzioni colorate” in altre regioni del mondo, in particolare in Ucraina, che vede una recrudescenza ultimamente. Gli esperti sono particolarmente perplessi di fronte alle azioni dei politici europei e statunitensi, che chiedono all’opposizione ucraina maggiori azioni contro il governo legalmente eletto del Paese, con il quale, per inciso, l’Unione europea e i mandatari degli Stati Uniti hanno relazioni diplomatiche, come ufficialmente attestato dai governanti di Kiev. La questione non si limita solo agli appelli del senatore John McCain degli Stati Uniti, & company, a rovesciare il regime ucraino attuale, ma si estende anche al sostegno finanziario organizzato per i singoli “leader” dell’opposizione, che indubbiamente sono ospitati negli Stati Uniti e nei Paesi dell’UE, “per servizi rivoluzionari”.
Un primo esempio di ciò è il “leader” dell’opposizione ucraina Klischko, che ha la residenza negli Stati Uniti e in Germania. In tale contesto, le conclusioni degli esperti del noto Centro francese per la ricerca sull’Intelligence (CF2R) possono rivelarsi particolarmente interessanti: domandandosi se le “rivoluzioni colorate” siano spontanee o il risultato di operazioni coordinate. Gli esperti francesi ritengono che gli attivisti rivoluzionari nei Paesi dell’Europa orientale e del mondo arabo, in particolare il movimento giovanile 6 aprile che spodestò il presidente egiziano Hosni Mubaraq, e persino in Sud America, furono istruiti nei seminari sulla strategia della “rivoluzione nonviolenta”, tenuti in Serbia dalla celebre organizzazione CANVAS (Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies), nata nel 2001 dal soggetto politico serbo Otpor!, diventando un centro di formazione per l’”azione nonviolenta” dopo l’abbattimento del regime di Slobodan Milosevic. Gli esperti del  CF2R hanno rintracciato le attività dei “consiglieri” di CANVAS nel preparare la rivoluzione delle rose in Georgia e la rivoluzione arancione in Ucraina, così come i loro stretti legami con l’organizzazione bielorussa Zubr (“Bisonte“) fondata nel 2001 con l’obiettivo di rovesciare il regime di Aleksandr Lukashenko. Hanno anche scoperto i legami di CANVAS con l’opposizione venezuelana.
Durante l’inverno del 2011 le bandiere con gli emblemi di CANVAS, ereditate da Otpor!, furono sventolate dagli studenti egiziani del movimento giovanile 6 aprile, giocando un ruolo attivo nelle manifestazioni per le strade del Cairo. CF2R presta particolare attenzione alle fonti del finanziamento dichiarato da CANVAS, dato che le attività di questa struttura necessitano di un sostegno finanziario sostanziale. Secondo il direttore di CANVAS, Srda Popovic, l’organizzazione opera “esclusivamente con donazioni private”. Gli autori dello studio, tuttavia, dipingono un quadro abbastanza diverso. Secondo fonti francesi informate, due organizzazioni statunitensi finanziano attivamente CANVAS, l’International Republican Institute (IRI) e Freedom House. L’International Republican Institute è un’organizzazione politica associata al Partito Repubblicano degli Stati Uniti, fondata nel 1983 dopo il discorso del presidente statunitense Ronald Reagan al parlamento inglese  a Westminster, dove offrì a partiti politici e organizzazioni estere aiuto nel creare “infrastrutture per la democrazia”. E’ ben noto che l’IRI sia finanziato dal governo degli Stati Uniti (in particolare, da dipartimento di Stato, Agenzia per lo sviluppo internazionale – USAID e National Endowment for Democracy). Le sue attività comprendono “fornire ampia assistenza ai partiti politici e formazione dei loro attivisti”. Gli esperti francesi, tuttavia, indicano chiaramente che l’International Republican Institute, infatti, non sia altro che una copertura della CIA. In tali circostanze, vale la pena notare che il famoso attivista di Euromaidan a Kiev, il senatore statunitense John McCain, non è solo un rappresentante del Partito Repubblicano degli Stati Uniti, ma anche un campione dell’IRI. Alla  domanda su chi possa guidare le sue azioni, le informazioni rispondono da sé.
Riguardo la Freedom House, la sua attività principale è l’”esportazione dei valori americani”. Tale  organizzazione non governativa fu fondata nel 1941 e svolge attività di ricerca sullo stato delle libertà politiche e civili in diversi Paesi. Tra il 60 e il 80 per cento del suo bilancio è costituito da sovvenzioni del governo degli Stati Uniti (principalmente dipartimento di Stato e USAID). Fino al 2005 il suo direttore era l’ex capo della CIA James Woolsey indicando chiaramente, secondo il parere degli esperti di CF2R, il coinvolgimento dell’intelligence USA nelle attività di Freedom House. Un fatto molto notevole, trovato dai francesi, è l’invito di Freedom House al famoso blogger egiziano Abdel Fatah Isra, co-fondatore del movimento giovanile 6 aprile, a partecipare a un evento organizzato dall’organizzazione, dove seguì un programma di addestramento alle “riforme politiche e sociali”. Tutte le attività erano finanziate da USAID.
La partecipazione finanziaria di IRI e Freedom House, così come delle forze speciali statunitensi dietro di esse, può essere rintracciata nelle “attività rivoluzionarie” non solo in Egitto, ma anche in Tunisia, Libia, Siria e altri Stati del Medio Oriente. Come notato dai francesi, è estremamente difficile in tali condizioni non notare il ruolo degli Stati Uniti e la loro manipolazione degli eventi in Medio Oriente in questi ultimi anni, anche in mancanza di riferimenti diretti in tali attività dell’amministrazione Obama. Ancora più sorprendente è il fatto che la stampa occidentale sia stata e continui ad essere assai discreta sul tema (con rare eccezioni), e taccia sul rapporto tra gli eventi in corso nel mondo arabo e i “consiglieri” degli Stati Uniti. “Anche coloro che di solito sono prossimi alle “teorie del complotto”, restano stranamente silenziose“, rilevano gli esperti francesi. Dato che le attività di IRI, Freedom House, l’USAID e le altre organizzazioni fortemente utilizzate da Washington nelle “riforme politiche”, continuano ad essere sfruttate (e non solo in Medio Oriente), non possiamo aspettarci un rapido declino dei movimenti “rivoluzionari” nel mondo, neanche in Medio Oriente, Ucraina e altrove.

Vladimir Platov, esperto di Medio Oriente, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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