Violenza: nuovo modus operandi della contestazione “rivoluzionaria” in Egitto

Ahmed Bensaada, Reporters, 19 febbraio 2013 – Mondialisation.ca

mueren-policias-manifestantes-port-said_ediima20130126_0061_4-580x32625 gennaio 2013. Seconda repubblica egiziana. Anno 2. Si torna al punto di partenza. “Irhal” (Vattene) è riapparso, ma con una differenza: lo slogan della rivolta è: “Il popolo vuole la caduta dei Fratelli“. Neanche le mura del palazzo presidenziale sono state risparmiate dai graffiti anti-islamisti. E questo cambiamento non è uno slogan banale, tutt’altro. Certo fa parte di un “continuum” delle proteste che non sono mai cessate dal gennaio 2011, ma è soprattutto l’espressione di un profondo mutamento della rivolta, così come dell’identità dei soggetti e dei suoi metodi di azione. Si ricordi che la “primavera” egiziana anti-Mubaraq è stata avviata e organizzata da giovani informatici (in particolare, da quelli appartenenti al Movimento del 6 aprile), i cui leader avevano ricevuto una formazione finanziata da varie agenzie statunitensi per l’”esportazione” della democrazia. Alcuni di loro sono stati formati, dai serbi di CANVAS, all’ideologia della resistenza non-violenta individuale, teorizzata dal filosofo statunitense Gene Sharp. [1]
Questa non-violenza sostenuta dai cyberdissidenti contro uno Stato di polizia noto per i suoi metodi brutali, era una caratteristica della “primavera” dell’Egitto, ed è sicuramente il segreto della sua efficacia. A un certo punto, lo stesso Gene Sharp in persona si è detto particolarmente orgoglioso del lavoro svolto dai giovani egiziani. [2] Insieme ai giovani discepoli della scuola sharpiana, gruppi dei movimenti di hooligan hanno, fin dall’inizio, partecipato alla rivolta egiziana. Dopo aver subito la repressione poliziesca dell’era Mubaraq, fin dalla loro creazione alla metà degli anni 2000, gli “Ultras” di sostenitori incondizionati di alcune squadre di calcio egiziane hanno sviluppato competenza nel confronto con la polizia. Considerati teppisti e delinquenti, prima della “rivoluzione”, si sono guadagnati i loro galloni per il “know-how” acquisito durante gli anni della ribellione contro la brutalità delle forze di sicurezza. Descritti dalla stampa come “temerari”, sono noti per essere sempre in prima linea negli scontri contro la polizia, durante le varie manifestazioni della “primavera” in Egitto.
Più di recente, un nuovo movimento di protesta è entrato nel paesaggio dell’insurrezione violenta egiziana. I “Black Bloc”, un’organizzazione ispiratasi alle fazioni anarchiche europee. Mascherati e vestiti di nero, hanno investito le piazze, non esitando a usare la forza per combattere il governo islamico del presidente Morsi. Con la violenza come strumento di contestazione, gli ultras e il black bloc sono attualmente la punta di diamante della protesta popolare in Egitto. Appena due anni dopo l’inizio della “primavera” araba, la teoria di Gene Sharp è stata completamente messa da parte.

Gli ultras: “All cops are bastards
Quattro lettere sono il leitmotiv degli ultras: ACAB, acronimo di “Tutti i poliziotti sono bastardi” (All cops are bastards). Ben prima delle rivolte della primavera araba, gli ultras avevano dichiarato guerra a tutto ciò che rappresentasse l’autorità. Gli eventi dei primi mesi del 2011 hanno offerto loro l’opportunità di mostrarne le capacità al di fuori degli stadi. Secondo alcuni esperti, gli ultras non hanno un chiaro profilo sociale. Si tratta di giovani “uniti per età e codici d’onore,  segnati dalla fedeltà alla propria squadra e dalla loro ostilità alle forze di sicurezza“. [3]
Anche se di ambienti ben diversi di quelli degli hacktivisti, la loro azione è considerata di primaria importanza. Gli è stato riconosciuto un ruolo importante, in particolare contro i “baltaguia” nella famosa “battaglia dei cammelli” del 2 febbraio 2011 [4], nonché nella lunga e sanguinosa battaglia contro la polizia alla Mohamed Mahmoud Street, nel novembre 2011 [5]. Ogni grande squadra di calcio egiziana ha i suoi ultras. Ad esempio, gli Ahlawy della al-Ahly, i Cavalieri Bianchi della Zamaleq, le Aquile Verdi della Port Said, la Magia Verde dell’Alessandria e i Dragoni Gialli dell’Ismailia. Gli ultras hanno un grande potere di mobilitazione che suscita l’invidia dei partiti politici. “I Cavalieri Bianchi da soli possono portare 25.000 persone pronte a combattere per strada, in pochi minuti”, dice un membro di questo gruppo [6].
Anche se diversi gruppi ultras si odiano in “periodo di pace”, la “primavera” araba è riuscita a conciliarli attorno ad un progetto comune: molestare le forze di sicurezza e proteggere i manifestanti. Così abbiamo visto i Cavalieri bianchi e gli Ahlawy unire le forze in piazza Tahrir e nelle piazze “calde” di Cairo.
Secondo James Dorsey, autore del blog “Il mondo turbolento del calcio in Medio Oriente“, “gli [ultras] rappresentano una delle forze più importanti del Paese, se non la seconda, dopo la Fratellanza musulmana” [7]. Questa collusione degli ultras nei confronti delle autorità egiziane è stata seriamente compromessa da ciò che viene comunemente chiamata “la tragedia di Port Said“, dove almeno 74 persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite. La partita, che si è svolta il 1 febbraio 2012 a Port Said tra l’Ahly di Cairo contro la squadra locale, si trasformò in una battaglia campale. Il massacro si svolse sotto lo sguardo compiacente delle forze dell’ordine, che non mossero un dito per fermarlo, e in cui un gran numero di tifosi dell‘Ahly vi persero la vita.
Il motivo? Secondo i sostenitori del club di Cairo, tutto venne progettato per vendetta dagli ultras Ahlawy, per il loro ruolo nella rivolta primaverile e lo spirito aggressivo che l’esercito e la polizia subiscono regolarmente. Gli ultras del Club di Port Said sono stati accusati di complicità con la polizia, rilevando che, a differenza degli Ahlawy e delle Aquile Verdi, hanno intonato slogan pro-militari durante la partita. Da parte loro, gli ultras di Port Said hanno negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi. In un articolo sul tema pubblicato dal quotidiano “Egitto Independente“, si legge che “la violenza di Port Said è stata opera di agenti infiltrati e non degli ultras” [8].
Il fatto è che questa tragedia non solo ha creato notevole risentimento, ma per lo più ha diviso le fila degli ultras, un risultato cercato dalla polizia, secondo alcuni. Gli ultras Ahlawy hanno minacciato il governo di ritorsioni se i responsabili della morte dei loro sostenitori non venissero puniti severamente. Pochi giorni prima del processo, hanno manifestato a gran voce bloccando il traffico e una stazione della metropolitana. Il loro motto: “La giustizia o il caos“. La prima sentenza sulla “tragedia di Port Said” ha avuto luogo il 26 gennaio 2013. Ventuno persone sospettate di essere coinvolte nel massacro sono state condannate a morte. Gli ululati dei familiari delle vittime risuonarono nell’aula del tribunale e gli Ahlawy hanno celebrato il verdetto.
Le famiglie dei detenuti, a loro volta, non hanno accettato il verdetto. Va detto che nessun funzionario di polizia è stato incluso nella lista dei 21 condannati a morte. [9] Le rivolte seguite alla sentenza, hanno fatto quasi tante vittime quanto “la tragedia di Port Said.” Cinque giorni dopo il verdetto, vi furono 56 morti, la maggior parte nella città di Port Said, ribattezzata “Port-Shahid” (Porto del Martire. NdT) dagli attivisti della città. Dobbiamo anche dire che il governo Morsi ha compiuto un vero e proprio errore di interpretazione del concetto di tempo. Far quasi coincidere, (il giorno prima) una sentenza così sensibile con il secondo anniversario dell’inizio della rivolta contro Mubaraq, mentre il clima sociale è esplosivo, è vera e propria incoscienza. Il presidente Morsi non ha trovato un’idea migliore che twitterare le condoglianze alle famiglie delle vittime, atto pochissimo gradito dai destinatari. Mentre i tentativi di riconciliazione tra Ahlawy e le Aquile Verdi sono falliti [10], il prosieguo del processo sulla “tragedia di Port Said” è previsto per il 9 marzo. Anche le manifestazioni e gli scontri.

I Black Bloc: “Caos contro l’ingiustizia
La recente comparsa dei Black Bloc nelle manifestazioni egiziane è stata molto pubblicizzata, sia a livello locale che internazionale. Anche un giornale titolava: “In Egitto, i Black Bloc detronizzano i rivoluzionari“. [11] Questo non significa molto. Tutti gli sforzi fatti dal campo dei “rivoluzionari” della prima ora per fare della loro “rivoluzione” un modello di non-violenza, che avrebbe fatto trepidare di piacere il loro maestro Gene Sharp, furono vani. La modalità di azione dei Black Bloc  è l’opposto di ciò che viene insegnato dai serbi del CANVAS. Mascherati, vestiti di nero, armati di bastoni e molotov, hanno la fama di essere “teppisti”, anche se lo negano. Eppure il “caos contro l’ingiustizia” è il loro slogan.
I membri del Black Bloc “Siamo chiamati “generazione perduta”, siamo trattati da teppisti. Ma ciò che è importante è  salvare l’onore dei martiri”, ha detto uno di loro in posa da co-fondatore del movimento. [12] Come gli ultras, sono contro gli “agenti di polizia che erano stati processati per aver ucciso manifestanti ed erano stati tutti assolti, [devono essere] riprocessati. Abbiamo i loro nomi. Li abbiamo trasmessi al Procuratore Generale“. [13] Ma nel loro primo comunicato postato su Youtube, il loro obiettivo principale è il governo del presidente Morsi e la Fratellanza musulmana da cui proviene. I membri del Black Bloc appaiono nel video sventolando bandiere anarchiche e una banda a scorrimento  recita: “Siamo il gruppo dei Black Bloc, parte di un tutto nel mondo. Facciamo campagna da anni per la liberazione dell’essere umano, la demolizione della corruzione e per rovesciare il tiranno. Per farlo, abbiamo dovuto apparire in modo ufficiale per affrontare il tiranno fascista (i Fratelli musulmani) e il loro braccio armato [...] Gloria ai martiri. Vittoria alla rivoluzione“. [14]
Mentre i membri dei Black Bloc egiziani rivendicano che il loro movimento non è né politico, né religioso, o sportivo (un confronto con gli ultras), Issam al-Haddad, Consigliere per gli affari esteri del Presidente Morsi, li accusa di “violenza sistematica e criminalità organizzata nel Paese“, mentre criminalizza l’opposizione per sostenere il movimento. Queste accuse sono state riprese dai Fratelli musulmani che li hanno definiti “gruppo di teppisti” che attaccano le istituzioni statali, la polizia e la proprietà privata. [15] Il Procuratore Generale della Repubblica d’Egitto, Ibrahim Abdallah Talaat (recentemente nominato dal governo Morsi, suscitando una levata di scudi da parte dell’opposizione), ha ordinato l’arresto di chiunque sia sospettato di appartenere al Black Bloc, definendola una “organizzazione terroristica”. [16]
Dopo i primi arresti di presunti membri appartenenti al Black Bloc, l’ufficio del pubblico ministero ha detto che uno di loro verrà processato per il suo coinvolgimento in un “piano di sabotaggio israeliano”. [17] Alcuni giornalisti hanno osservato che i membri della milizia della Fratellanza musulmana che aveva attaccato i manifestanti durante gli scontri nei pressi del palazzo presidenziale, nel dicembre 2012, erano anch’essi incappucciati, senza che ciò suscitasse reazioni nella presidenza o nell’ufficio del pubblico ministero. Queste milizie hanno pubblicato un video in cui minacciano di uccidere “gli anarchici che puntano alla caduta del regime”. [18]
Un altro gruppo islamista, la Jamaa Islamiya, ha invocato la “crocifissione” dei membri del Black Bloc. [19] Per parte loro, i “rivoluzionari” della prima ora, pretendono che i Black Bloc siano Fratelli musulmani e che la loro azione tenda a minare la loro protesta. [20] Wail Ghonaim, una delle cyber-figure egiziane più pubblicizzate [21], ha partecipato a un incontro organizzato ad al-Azhar il 31 gennaio 2013, alla presenza di leader religiosi, membri dell’opposizione del Fronte di salvezza nazionale, della Fratellanza musulmana e un certo numero di attivisti. Al termine della riunione, Ghonaim ha detto: “Lo scopo di questo incontro non è politico, ma piuttosto volto ad avviare un’iniziativa per porre fine alle violenze. Si tratta di un’iniziativa morale per fermare lo spargimento di sangue. È per questo che i giovani del Movimento 6 aprile hanno chiesto ad al-Azhar di tenere questa riunione e portarvi tutte le forze politiche dell’Egitto” [22].
Piccolo problema: anche se i Fratelli musulmani erano presenti alla riunione, nessun membro ufficiale del governo aveva aderito all’iniziativa di pace. I cyber-attivisti della prima ora, riporteranno la loro “rivoluzione” nel suo paradigma iniziale non-violento? Senza una reale apertura del governo islamico attualmente al potere in Egitto, e la formazione di un governo di unità nazionale che coinvolga tutte le forze del Paese, non è certo.

Ahmed Bensaada

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dal quotidiano algerino Reporters 19 febbraio 2013 (pp. 12-13)

Riferimenti
1. Ahmed Bensaada, «Arabesque américaine: Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe», Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011); Éditons Synergie, Algeri (2012)
2. Aimée Kligmanm, «Why is Gene Sharp credited for Egypt‘s revolution?», Examiner.com, 5 marzo 2011
3. Lucie Ryzova, «The Battle of Muhammad Mahmud Street: Teargas, Hair Gel, and Tramadol», Jadaliyya, 28 novembre 2011
4. Les Inrocks, «Égypte: les Ultras d’Al-Ahly, gardiens de l’après-révolution à Tahrir», 10 dicembre 2012
5. Vedasi nota 3
6. Claire Talon, «Égypte: génération ultras», Le Monde, 17 ottobre 2011
7. So Foot, «En privé, les ultras égyptiens se préparaient aux manifestations», 3 dicembre 2012
8. Abdel-Rahman Hussein, «Port Said violence was work of infiltrators, not ultras, say locals», Egypt Independent, 2 febbraio 2012
9. Egypt Independent, «No police officers sentenced to death in Saturday Port Said ruling», 26 gennaio 2013
10. Ali Radi, «Les Ultras Green Eagles refusent la réconciliation avec les fans d’El-Ahly», Ahly Sport, 9 febbraio 2013
11. Marwan Chahine, «En Égypte, les Black Bloc détrônent les révolutionnaires», Le Nouvel Observateur, 29 gennaio 2013
12. RTS, «Le Black Bloc égyptien, une nouvelle race de révolutionnaires», 30 gennaio 2013
13. Hélène Sallon, «Les “Black bloc”, nouveau visage de la contestation égyptienne», Le Monde, 2 febbraio 2013
14. Youtube, «Premier communiqué. Black Bloc Égypte», 23 gennaio 2013
15. Maggie Michael, «Masked ‘Black Bloc’ a Mystery in Egypt Unrest», Time World, 28 gennaio 2013,
16. Arabic CNN, «Égypte: un mandat d’arrêt pour tous les membres du Black Block», 29 gennaio 2013
17. Taïeb Mahjoub, «Égypte: le Black Bloc, un groupe mystérieux dans le collimateur du pouvoir», AFP, 31 gennaio 2013
18. Aliaa Al-Korachi, «Contestations: Black Block, derrière les masques noirs, la violence», Al-Ahram Hebdo, 30 gennaio 2013
19. Peter Beaumont and Patrick Kingsley, «Violent tide of Salafism threatens the Arab spring», The Guardian, 10 febbraio 2013
20. Moïna Fauchier Delavigne, «Les Black bloc, ces nouveaux révolutionnaires égyptiens prêts à employer la force», France 24, 31 gennaio 2013
21. Ahmed Bensaada, «Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe: le cas de l’Égypte», Mondialisation, 24 febbraio 2011
22. Nancy Messieh et Tarek Radwan, «Egypt’s al-Azhar Talks», Atlantic Council, 1 febbraio 2013

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Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Qatar ha un ruolo chiave nei piani degli Stati Uniti sul Medio Oriente-Nord Africa

Jean Shaoul WSWS 9 febbraio 2013

Arab heads of state pose for photos in RiyadhIn seguito all’eruzione delle proteste di massa che hanno rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubaraq in Egitto due anni fa, il Qatar, insieme con l’Arabia Saudita e la Turchia, è diventato un alleato cruciale degli Stati Uniti nel garantirsi i propri interessi predatori in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Qatar è determinato ad assicurare il dominio proprio e quello delle altre cricche al potere nel Golfo Persico, in particolare del suo più grande vicino, l’Arabia Saudita, da cui dipende. A tal fine, ha cercato d’insediare regimi musulmani sunniti guidati dai Fratelli musulmani e dai loro affiliati, come mezzo per reprimere la classe operaia di tutta la regione. Ciò è in linea con la grande strategia di Washington per raffazzonare un’alleanza anti-Iran e reprimere le masse del Medio Oriente, al fine di avere il controllo delle risorse energetiche della regione, a scapito dei suoi rivali Russia e Cina.
Il Qatar, con le sue considerevoli risorse petrolifere, è il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). Controlla il 14 per cento delle riserve di gas conosciute del mondo, il terzo più grande dopo la Russia e l’Iran, nel suo enorme giacimento off-shore a nord, adiacente al giacimento iraniano di South Pars. Il LNG fornisce al governo il 70 per cento delle sue entrate. Ma gli elevati costi di gestione richiedono economie di scala e mercati di grandi dimensioni che possono essere riforniti solo da una vasta rete di gasdotti che trasportano il GNL in Europa attraverso il Mediterraneo orientale, se il Qatar compete con l’Indonesia e la Nigeria. L’Arabia Saudita ha negato il permesso di transito ai gasdotti in tutto il suo territorio, nonostante sia il percorso più breve per l’Europa. Ciò ha determinato la politica estera interventista del Qatar, in particolare in Siria, che occupa una posizione strategica posta tra i principali produttori e i loro mercati chiave in Europa.
Il Qatar, governato dalla famiglia al-Thani fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971, ha un reddito pro capite di 90.000 dollari US, il più alto del mondo, ma pochi ne beneficiano. Tutti tranne 225.000 su 1,7 milioni di abitanti, sono lavoratori migranti, soprattutto dal Sud e Sud-Est asiatico, che lavorano per una miseria senza diritti o protezione. Il regime ha mantenuto la sua presa sul potere reprimendo ogni dissenso, sciopero e protesta. Tuttavia, è stato costretto a rispondere al disagio sociale con un programma da 65 miliardi dollari di spese per l’edilizia e ampi progetti per  infrastrutture pubbliche e sociali, da sviluppare in cinque anni. Il Qatar ha utilizzato i suoi fondi sovrani per premiare e comprarsi amici e influenza, sostenendo i Fratelli musulmani come suoi emissari all’estero mentre li scioglieva in patria. L’emiro ha cercato di elevare il profilo del Qatar con la sua sponsorizzazione della TV al-Jazeera, canale satellitare, facendone il braccio della proprio politica estera. Al-Jazeera ha coltivato il religioso sunnita Yusif al-Qaradawi, di origine egiziana, che è a capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, e finanziato e trasmesso i suoi programmi di educazione religiosa. Questo ha generato militanti islamici, tra cui alti dirigenti di al-Qaida che il Qatar ha protetto, come la presunta mente dell’11/9, Khalid Shaikh Muhammad. E’ stato protetto dal ministro per gli Affari Religiosi del Qatar e ha ottenuto un lavoro dal governo presso il ministero per l’Elettricità e l’Acqua. Suo nipote, Ramzi Yousif, è stato giudicato colpevole di essere la mente dell’attentato al World Trade Center del 1993.
Il rapporto del Qatar con gli Stati Uniti è decollato dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991, quando l’emiro permise alle forze della coalizione di operare dal Qatar, distrutto i propri missili antiaerei Stinger statunitensi, acquistati sul mercato nero, che erano fonte di attriti con Washington, e inviato truppe a combattere nella coalizione contro l’Iraq. Nel 1992, firmò un trattato di difesa che oggi prevede le esercitazioni militari congiunte e tre basi statunitensi. L’attuale sovrano, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, che ha deposto il padre nel 1994, ha speso più di un miliardo di dollari per la costruzione della base aerea al-Udeid, a sud di Doha, che opera come hub per le operazioni degli Stati Uniti contro l’Iraq e l’Afghanistan, e le loro operazioni di assassinio da parte dei droni in Pakistan. Gli Stati Uniti hanno speso circa 100 milioni all’anno per la costruzione di ulteriori impianti ad al-Udeid, al Doha International Air Base, e alla base militare al-Sayliyah, per la sede centrale dell’US Central Command (CENTCOM), dove sono di stanza 5.000 soldati statunitensi.
Doha, insieme al resto del Gulf Cooperation Council (GCC), ha inviato truppe nel vicino Bahrain per schiacciare le proteste sciite contro la dinastia al-Khalifa. In Tunisia, il Qatar ha giocato un ruolo di primo piano nel portare al potere il partito al-Nahda, nelle elezioni del 2011, dopo la caduta di Ben Ali, dotandola di coperture finanziaria e mediatica favorevole di al-Jazeera. Ha firmato numerosi accordi per aiuti economici ed investimenti, tra cui un prestito di 500 milioni di dollari, per quadruplicare la capacità di raffinazione petrolifera della Tunisia. Il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra della NATO contro la Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ha esercitato un’enorme pressione internazionale attraverso la Lega Araba e il GCC, ed inviato la sua forza aerea ad aiutare la NATO e le proprie forze speciali per armare, addestrare e guidare le milizie islamiche, in particolare quelle dei gruppi affiliati al Movimento per il cambiamento islamico libico. Mustafa Abdul Jalil, il capo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), ha riconosciuto che il loro successo è dovuto in gran parte al Qatar, che vi aveva speso 2 miliardi di dollari. Jalil ha detto: “Nessuno si è recato in Qatar senza aver ricevuto una somma di denaro dal governo“. Con il sostegno del Qatar, questi stessi gruppi di miliziani libici adesso forniscono armi e volontari per i tentativi di spodestare il regime di Assad. Il Qatar aveva investito 10 miliardi di dollari in Libia, con la Società Immobiliare Barwa che ha investito 2 miliardi di dollari per la costruzione di un resort sulla spiaggia nei pressi di Tripoli. Doha aveva sostenuto diversi cavalli in gara, per potersi prendere la Libia, firmando accordi del valore di 8 miliardi di dollari con il CNT, e finanziando Abdel Hakim Belhaj, leader islamista, e Sheikh Ali Salabi, chierico residente a Doha.
Prima della cacciata di Mubaraq, Doha aveva sollecitato le relazioni con Damasco e Teheran della Turchia, soprattutto per via del giacimento di petrolio e gas in comune con l’Iran, e il Qatar aveva anche cercato di mediare tra gli Stati Uniti e l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Ciò culminò, all’inizio del 2011, in un accordo per un gasdotto Iran-Iraq-Siria da 10 miliardi dollari, con la possibilità di ulteriori ramificazioni in Libano e Turchia, dall’Egitto al Libano, e da Kirkuk, nella regione irachena autonoma kurda, mentre scoppiava la guerra civile siriana, alla fine di marzo 2011. Tutto questo è cambiato con la decisione delle potenze imperialiste “di pianificare  un regime islamista sunnita con cui sostituire Bashar al-Assad“. Il Qatar vi ha giocato un ruolo chiave, finanziando e armando le bande armate islamiche che conducono attacchi settari e terroristici contro la popolazione civile, e favorendo il sostegno diplomatico della Lega araba e del GCC all’intervento occidentale. Lo scorso novembre, Doha ha mediato la creazione della Coalizione nazionale siriana delle forze rivoluzionarie e di opposizione (SNC), per sostituire l’irrimediabilmente frammentato Consiglio nazionale siriano.
Nell’ambito della sua offensiva per isolare il regime di Assad, il Qatar ha costretto Khalid Mishaal, leader in esilio di Hamas, ramo palestinese dei Fratelli musulmani, di rompere con la Siria. Assad aveva sponsorizzato il suo ufficio a Damasco dal 1999, quando fu espulso dalla Giordania. Mishaal si trasferì a Doha e ha cercato di rilanciare l’unità nelle discussioni con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, per ordine del Qatar. Doha sta facendo del suo meglio per tenere in piedi il governo dei Fratelli musulmani nell’Egitto del presidente Mohammed Mursi, che affronta l’opposizione di massa della classe lavoratrice egiziana, fornendo 5 miliardi di dollari di prestiti per evitarne la bancarotta e 18 miliardi di dollari in fondi di investimento. Tra essi 8 miliardi di dollari per i grandi progetti a Sharq al-Tafria, East Port Said, per garantirsi il controllo del Canale di Suez come via di transito. I fondi sono arrivati dopo che Mursi ha dato il suo pieno e pubblico appoggio al rovesciamento di Assad alla conferenza dei non allineati a di Teheran, la scorsa estate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI Secolo

Samir Amin e la sua benedizione ad Hollande

Badia Benjelloun, Dedefensa, 04/02/2013

72585La tesi di Samir Amin, commentando in modo elogiativo l’intervento militare francese in Mali, è sorprendente per un autore che ha avuto posizioni assai meno benevole verso l’economia predatrice del nord contro il Sud, e che aveva giustamente descritto come “scambio ineguale”. Sostiene che una nebulosa dalle intenzioni geostrategiche si dispiega oggi nel Sahel per disegnare una nuova mappa e costruire un vasto Stato che accumuli sotto i suoi piedi preziosi minerali frammentando Mali, Niger, Mauritania e Algeria, costituendo un vasto territorio. Questa entità sarebbe approvata da USA, Regno Unito e Germania. Sarebbe un regno governato da emiri che infine acquisiscono la pace sociale dalla scarsa popolazione dispersa con la rendita dello sfruttamento delle risorse del sottosuolo, di cui riuscirebbero ad avere il controllo. Hollande avrebbe capito il complotto e lo sta sventando con la sua alleata Algeria.
Hollande meriterebbe dunque gli onori dell’intelligenza e della capacità di una risposta efficace contro questo pericolo. Inoltre, questa cospirazione sarebbe opera degli islamisti. Solo islamisti. Non terroristi o estremisti, ma solo islamisti. Poiché tentare di sfumare l’Islam politico è solo un’illusione. Tutto ciò che riguarda l’Islam è antitetico alla democrazia e pretendere di trovare moderazione nel mondo musulmano significherebbe sacrificarsi all’ingenuità pura.
Quando si pubblicava sul web questa prosa terribile, scritta in lode dell’interferenza illegittima e ingiustificata, e anche dell’islamofobia ora di rigore nel repertorio intellettuale occidentale, mentre s’immerge in una di quelle tempeste di sabbia di cui il Sahara è prodigo nelle sue abluzioni, si diffonde la notizia delle trattative stanno cominciando tra il MNLA e il governo di Bamako. Il principale movimento separatista laico del Mali, da decenni rivendica un trattamento più equo per questa provincia del nord, sembra aver avuto il sopravvento militare sulle bande di trafficanti vanagloriosi e stravaganti. Questi ultimi sono stati costituiti all’ombra dei servizi segreti di diversi Stati interessati a mantenere un certo livello di tensione nella regione. Si tratta di ottusi strumenti al servizio di rivalità difficili da ignorare anche per l’osservatore più distratto.
Questa entità radicale islamista che Samir Amin dota di una dottrina e strategia è solo l’ombra cinese imperiale che gli USA, in perfetta continuità tra Bush e Obama, usano per giustificare le loro irresistibili spese militari. La contrazione del PIL degli USA dello 0,1% nell’ultimo trimestre, è dovuta alle spese del Pentagono diminuite del 22%. Il 40% dell’economia degli Stati Uniti è legata alla produzione di armi e al loro consumo da parte della federazione. Le più recenti scoperte delle neuroscienze sono mobilitate per l’assorbimento delle merci del capitalismo che si trova in una  situazione di metastabilità super-produttiva, come quando venne prodotto il pupazzo Usama bin Ladin e i suoi molti derivati.
L’interferenza francese in Mali ha permesso l’installazione di una base USA in Niger da cui AFRICOM e i suoi droni Predator controlleranno l’Africa occidentale. Si avrà quindi un effetto immediato esattamente opposto a quello previsto. Indeboliti dalle loro economie così poco efficienti, è improbabile che la presenza militare degli Stati Uniti e della Francia sia in grado di coprire grandi aree per molto tempo ancora. Una ritirata più o meno dissimulata e vergognosa è prevedibile. Territori saranno restituiti alla popolazione nativa, dopo aver versato sangue e sabbia. Una seconda serie di sbarramenti tra le dune è arrivata con una simultanea implacabilmente ironica, vanificando i consigli di Samir Amin ad Hollande.
Il terzo Presidente del Consiglio nazionale siriano nominato in meno di due anni dalle potenze tutelari della guerra civile siriana, ha anch’egli annunciato l’intenzione di negoziare con il governo legittimo, ignorando le condizioni da tempo imposte da Fabius e Clinton, della caduta di Assad prima di ogni dialogo. Naturalmente, la distruzione della Siria in una guerra civile in gran parte finanziata dalle monarchie, costerà meno alle forze NATO che gli attacchi in Iraq e in Afghanistan – Pakistan e la loro occupazione, aprendo la strada a nuove guerre a basso costo. Il confronto con il blocco sino-russo nel territorio siriano dovrebbe terminare, mentre l’assurda situazione ereditata da Juppé, Sarkozy e Levy si è rivelata disastrosa e inutile per l’immagine delle democrazie occidentali. Qui, la ritirata è in corso. La stampa non ha riportato l’incontro di Moiz al-Qatib con Fabius il 28 gennaio 2013.
Una facile vittoria in pochi giorni non ci sarà in Mali, e non nasconderà la vergognosa sconfitta in Siria, né i propositi arroganti della fallimentare diplomazia francese. L’attacco aereo israeliano su un sito di ricerca militare presso Damasco, è il modo con cui Netanyahu e il regime di Tel Aviv riconoscono l’imminenza della politica neo-isolazionista rappresentata da Hagel. L’Iran ha fornito diversi miliardi di dollari in petrolio alle truppe statunitensi in Afghanistan, all’insaputa dei controllori dell’embargo e del Pentagono, e ad ulteriore dimostrazione del disordine finanziario e politico di una burocrazia che collassa sotto il proprio peso, venendo messa in discussione. Ali Akbar Velayati aveva dichiarato che ogni attacco contro la Siria sarà considerato un attacco contro l’Iran.
Il colpo di grazia è giunto da Cairo, invertendo la presunta irresistibile tentazione teocratica cosiddetta moderata dell’Islam politico, incarnata attualmente in Egitto e Tunisia. Il partito salafita al-Nour ha firmato con il Fronte di Salvezza Nazionale che raggruppa molte formazioni  democratiche, un  protocollo in otto punti per porre fine al caos attuale, chiedendo un governo di unità nazionale. Il partito dei Fratelli musulmani, al potere attraverso elezioni, non controlla in alcun modo l’agitazione in corso alimentata in parte dal malcontento delle persone, la cui situazione economica non è migliorata e da una amministrazione ancora nelle mani di un apparato creato nel corso degli ultimi quarant’anni di dittatura. Morsi non ha modificato la struttura dell’economia relativa al settore turistico, controllato dall’esercito, che si basa sul flusso di redditi delle classi medie occidentali colpite dalla crisi, o dei redditi dei lavoratori egiziani all’estero. Il partito Nahda si trova ad affrontare gli stessi problemi in Tunisia. I margini di manovra dei due governi sono stretti, in questo passaggio, tra un FMI esangue e la buona volontà sui tassi di interesse decisi da un Qatar capriccioso ed esigente. In questa situazione, dove viene danneggiata una delle regole economiche e sociali fondamentali dell’Islam, come il costantemente ricordato divieto nel testo sacro del prestito ad interesse da parte dei contraenti di un mutuo, si possono ancora indicare questi regimi come islamici?
L’islam politico, va ricordato, è stato all’origine dello slancio anti-coloniale soprattutto sotto la guida degli ulema algerini e dell’Istiqlal in Marocco. Allal al-Fassi si richiamava al movimento salafita, che non significava altro che un certo ritorno alla propria cultura e alle proprie origini. Allal al-Fassi, leader dell’Istiqlal, subì degli attentati pochi anni prima della sua morte prematura e strana  verificatasi a Bucarest nel 1974, durante i famosi anni di piombo in Marocco. Constatava con amarezza la persistenza degli strumenti della colonizzazione nel suo Paese. Gli istituti di credito e il codice dell’amministrazione e della proprietà terriera ideati dal Protettorato erano stati completamente conservati. In particolare, venne negata la proprietà collettiva delle tribù dopo l’indipendenza, spogliandole di quel poco che non era stato ancora rubato dai coloni francesi. Allal al-Fassi il salafita (Salaf significa antenati e quindi tradizione) aveva stilato un programma e una visione politica che oggi sarebbe alla sinistra delle proposte del Fronte di sinistra in Francia.
Più vicino a noi, i sostenitori di Hezbollah in Libano, il movimento di resistenza d’ispirazione  musulmana, vogliono veramente stabilire una teocrazia in “antitesi alla democrazia minima”, oppure usano la forza e consolidano la loro fede per liberarsi dell’opprimente interferenza del vicino realmente teocratico ai loro confini meridionali? E’ ciò che era ed è ancora alla base delle lotte nazionali che Samir Amin condanna come arretrate e incompatibili con la democrazia?

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ritratto dei padri della ‘rivoluzione siriana’

Armin Akopjan (Armenia), N-Idea 26 gennaio 2013
Tradotto dal russo da Oriental Review

2742955150Durante tutta la “primavera araba”, e la guerra siriana in particolare, la stampa araba ha tenuto sotto tiro le azioni dell’emiro del Qatar, della famiglia reale dell’Arabia Saudita e dei leader di Israele e Turchia. Di fronte alle notizie pubblicate, è possibile credere che non uno solo di questi attori agisca da solo, ma che siano uniti da obiettivi e interessi comuni e dal loro raggiungimento, e che il popolo del Medio Oriente stia pagando con il proprio sangue e il proprio futuro.
In riferimento a fonti d’informazione siriane, il Times of Islam riferisce delle attività di un gruppo di agenti stranieri in Siria. Questo gruppo è al servizio degli interessi di Arabia Saudita, Qatar, Israele e Turchia ed è composto da 16 membri, tutti i cittadini di Israele, Turchia, Qatar o Arabia Saudita. Agenti stranieri hanno operato travestiti da militanti terroristi e dell’esercito libero siriano, rapendo e assassinando scienziati ed esperti in vari campi, sia siriani così come palestinesi. L’esercito siriano ha recentemente annunciato che sette membri di questa banda sono stati arrestati ed interrogati. Una seconda banda di predoni ha contrabbandato rari reperti da un museo dalla Siria sul mercato nero internazionale. Naturalmente, tutto questo è stato fatto attraverso la Turchia. Le fabbriche vengono smantellate e inviate in territorio turco. Un commercio di organi umani è stato stabilito in Turchia, come lo era stato in Kosovo all’inizio degli anni 2000. I donatori sono riluttanti profughi siriani, senza mezzi per mantenere le famiglie nei campi profughi turchi.
Il capo dell’agenzia d’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, insieme con il leader del partito di opposizione libanese e membro della coalizione anti-siriana “14 marzo”, Samir Farid Geagea, gioca un ruolo importante nella destabilizzazione e nell’inasprimento della situazione in Siria e nel vicino Libano. Invia gruppi armati di terroristi per combattere in Siria e, una volta che la Siria cadesse, sarebbe il turno degli sciiti libanesi. Inoltre, la pubblicazione online araba Islam Times cita anche altre attività del principe Bandar bin Sultan come ambasciatore saudita negli Stati Uniti nel 1983-2005, che è riuscito a farsi nominare capo dell’agenzia di intelligence saudita dopo aver organizzato diversi mortali attentati terroristici nei confronti di alti ufficiali siriani. Il principe  ora sogna di ascendere al trono regale nel suo paese, e potrà riuscirci soltanto se il Presidente siriano Bashar Assad venisse assassinato.
L’oppositore libanese Samir Geagea punta anche lui a una posta più alta, la poltrona presidenziale, e il solo modo con cui potrà arrivarci è rimuovere la sciita Hezbollah. Perciò la pubblicazione sottolinea che Israele e gli Stati Uniti spingono alla “collaborazione reciproca” di entrambi. L’unico modo efficace per ottenere se non l’assassinio di Assad ma almeno la sua rovina, è il terrorismo. Al-Qaida e la sua filiazione Jabhat an-Nusra, sono proprio il tipo di strumenti utili che possono aiutare le parti interessate a rovesciare un sistema statale, prima o poi. E’ stato riportato che due istruttori di Jabhat an-Nusra hanno conseguito l’addestramento in Israele. Il piano è che in futuro non combatteranno solo contro Hezbollah, ma anche contro i salafiti libanesi. Tra i militanti vi sono anche dei curdi, che sono sotto il comando del leader curdo di al-Qaida. Samir Geagea vede un vantaggio in più per se stesso nella guerra siriana: la concentrazione di profughi cristiani siriani in Libano potrebbe portare a un cambiamento politico in termini religiosi, e preparare la propria strada  alla presidenza.
Dal 2010, gli statunitensi e il Qatar acquistarono delle armi da tribù nel sud dell’Afghanistan. Questo fu segnalato alla stampa iraniana dall’intermediario afghano Habibullah Kandahari e soci, gli statunitensi avevano anche ordinato armi da sette altri afgani. Kandahari riferisce che lui personalmente aveva fornito 4.000 pezzi in sei mesi. Tra questi, pistole e altri tipi di armi da fuoco, per le quali i precedenti proprietari erano stati pagati con grandi somme di denaro. Gli intermediari afgani consegnarono le armi acquistate per gli statunitensi all’aeroporto di Kandahar e non gli dissero nulla sulla destinazione di esse. Per non suscitare alcuna curiosità o sospetto inutile, gli statunitensi dissero che le armi venivano acquistate per garantire la sicurezza dei propri soldati nei confronti della popolazione locale. Secondo Habibullah Kandahari, egli aveva notato in privato che gli statunitensi non erano mai stati attaccati da civili, ma solo da gruppi armati. Le armi dall’Afghanistan furono caricate su aerei del Qatar e quindi inviate attraverso la Giordania in Siria, dove finirono nelle mani dei terroristi.
Gli aerei del Qatar, come gli aerei statunitensi, poterono  atterrare negli aeroporti in Afghanistan senza difficoltà e anche senza che le autorità locali ne sapessero nulla. Durante una delle riunioni del Consiglio di sicurezza nazionale, il presidente del Paese aveva anche ordinato che la totale mancanza di autorità verso gli statunitensi dovesse essere esaminata e chiarì che si doveva dare il consenso agli aerei qatarioti e statunitensi che atterravano in Afghanistan senza previo accordo, e come questo doveva essere fatto. Un esperto di sicurezza afghana osserva che, nel 2010 nessuno aveva apertamente acquistato grandi quantitativi di armi, spedendole in Giordania, ma dopo le prime proteste e manifestazioni pacifiche in Siria nel 2011, le armi vennero apertamente acquistate.
Le elezioni per la 19.ma Knesset si sono svolte in Israele il 21 gennaio e sono state vinte dal partito dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Il politico israeliano, per la sua campagna elettorale è stato finanziato dall’emiro del Qatar. La leader del partito di opposizione Kadima ed ex ministra degli esteri nel gabinetto di Ehud Olmert, Tzipi Livni, ha detto ai giornalisti che aveva ricevuto circa 3 milioni di dollari. Ha anche aggiunto che era molto amico della moglie dell’emiro.
Sbarazzandosi di leader e scienziati palestinesi ritenuti indesiderabili sia nella stessa Palestina che in Siria, e adesso pagando la campagna elettorale di un politico israeliano di estrema destra, il Qatar cerca una volta per tutte di chiudere la questione palestinese, agli occhi di tutti gli arabi, sottoponendola al controllo vigile dei Fratelli musulmani o del governo egiziano, in altre parole. Affronterà anche la questione della Giordania, in futuro, se il regime monarchico potrà essere rovesciato e il potere trasferito alla Fratellanza. Ciò vorrebbe dire che la questione palestinese sarà sepolta per sempre, in quanto in futuro, parte della popolazione palestinese sarà reinsediata in Giordania e una parte nel Sinai. Cosa in realtà su cui gli USA cercano di accordasi con Israele.
La coalizione libanese del “14 Marzo” ha ancora una volta dimostrato che non persegue gli interessi del Libano, e neanche gli interessi dei cristiani, ma di quelli di centri completamente estranei e alieni al Libano. Le attività della coalizione sono particolarmente dannose, sullo sfondo della guerra siriana, dove il sentimento anti-siriano di una parte della popolazione libanese si sta aggravando a un tale livello che potrebbe passare dalla scena politica al conflitto armato e alla guerra civile.
Per quanto riguarda tutto ciò che è stato detto in questa sede, si ricordi una citazione di Yitzak Rabin: “Vorrei che Gaza affondi in mare, ma questo non accadrà, e una soluzione deve essere trovata”. Sembra che l’emiro del Qatar e Netanyahu siano giunti alla stessa soluzione. E non solo per la Palestina…

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI.mo secolo

Qatar, sponsor degli islamisti e principale alleato degli USA

Nicola Nasser, Global Research, 23 gennaio 2013

1540890Nel suo discorso inaugurale il 21 gennaio, il presidente statunitense Barack Obama ha fatto l’annuncio storico che “un decennio di guerra sta finendo”, e ha espresso la determinazione del suo Paese a “mostrare coraggio cercando di risolvere in pace le nostre differenze con le altre nazioni“, ma il suo messaggio rimane una chiacchiera che deve ancora essere tradotta in fatti, e che non ha ancora raggiunto alcuni dei più stretti alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, che tutt’ora rullano i tamburi di guerra, come Israele contro l’Iran e il Qatar contro la Siria. In considerazione del livello di “coordinamento” e “cooperazione”, da quando rapporti diplomatici bilaterali sono stati istituiti nel 1972 tra Stati Uniti e Qatar, e della concentrazione della potenza militare degli Stati Uniti in questa piccola penisola, sembra impossibile che il Qatar possa muoversi autonomamente, e  parallelamente, lontano o contro i piani regionali e strategici degli Stati Uniti.
Secondo la scheda on-line del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “le relazioni bilaterali sono forti”, entrambi i paesi si “coordinano” diplomaticamente e “cooperano” sulla sicurezza regionale, hanno un “patto di difesa”, “il Qatar ospita la base avanzata del CENTCOM” e sostiene la NATO e gli Stati Uniti nelle loro “operazioni militari regionali”. Il Qatar partecipa attivamente anche agli sforzi degli USA per creare una rete integrata di difesa missilistica nella regione del Golfo Persico. Inoltre, ospita il Combined Air Operations Center e tre basi militari statunitensi, in particolare l’al-Udeid Air Base, la base militare Assaliyah e la Doha International Air Base, presidiati da circa 5.000 effettivi delle forze USA. Il Qatar, vincolato da tale strettissima alleanza con gli Stati Uniti,  recentemente è divenuto il principale sponsor dei movimenti politici islamisti.
Il Qatar oggi sembra essere lo sponsor principale dell’organizzazione internazionale dei Fratelli musulmani che, secondo quanto riferito, si sciolsero in Qatar nel 1999 perché fu vista dalla famiglia al potere come un avversario. Il matrimonio di convenienza tra il Qatar e la confraternita ha creato l’incubatore naturale dei fondamentalisti islamici armati, contro i quali gli Stati Uniti dall’11 settembre 2001 hanno condotto quello che viene etichettata “guerra globale al terrorismo.” La guerra nella nazione africana del Mali offre l’esempio più recente di come gli Stati Uniti e il Qatar, apparentemente, stiano in due modi distinti. Considerando che il segretario della Difesa, Leon Panetta, era a Londra il 18 gennaio a “elogiare” la “leadership francese dello sforzo internazionale” in Mali, per cui il suo paese si impegna nella logistica, nel trasporto e nel supporto dell’intelligence, il Qatar sembrava rischiare i propri legami speciali con la Francia, che raggiunse il picco durante la guerra della NATO contro la Libia, subendo ora la diffidenza statunitense e francese.
Il 15 gennaio, il primo ministro e ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Hamad bin Jassim al-Thani, ha detto ai giornalisti di non credere che “la forza risolverà il problema,” consigliando invece che questo problema sia “discusso” tra i “paesi confinanti, l’Unione africana e il Consiglio di Sicurezza (dell’ONU)” unendosi all’ideologo dei Fratelli musulmani e loro sponsor del Qatar, a Doha, Abdullah Yusuf al-Qaradawi, il capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani cui è stato negato il visto di ingresso nel Regno Unito nel 2008 e in Francia lo scorso anno, richiedendo  “dialogo”, “riconciliazione” e “soluzione pacifica” invece dell’”intervento militare”. Con un esempio relativamente vecchio, secondo WikiLeaks, l’ex presidente della Somalia del 2009 Sharif Ahmed ha detto a un diplomatico degli Stati Uniti che il Qatar forniva assistenza finanziaria diretta agli Shabab al-Mujahidin legati ad al-Qaida, che gli Stati Uniti definiscono “terroristi.” In Siria, con un altro esempio, la Fratellanza è la principale forza che “lotta” contro il regime al potere in alleanza con i responsabili delle atrocità e degli attentati terroristici del Fronte al-Nusra, collegato ad al-Qaida, e designato dal Regno Unito come organizzazione terroristica lo scorso dicembre, mentre l’opposizione siriana, guidata dalla Fratellanza e sponsorizzata da Stati Uniti e Qatar, aveva protestato pubblicamente tale designazione da parte degli Stati Uniti, nel silenzio del Qatar, che al riguardo non poteva che essere interpretato che come un sostegno della protesta contro la decisione statunitense. Di recente, il Qatar ha, in un altro esempio, sostituito la Siria, che venne inclusa nella lista degli sponsor del terrorismo dal 1979, come sponsor di Hamas, la cui leadership si è trasferita da Damasco a Doha, che gli Stati Uniti indicano come gruppo “terrorista”, e che ammette pubblicamente di essere il ramo palestinese della Fratellanza.
Il Qatar, in tutti questi esempi, sembra posizionarsi per farsi nominare mediatore, con la benedizione degli Stati Uniti, cercando di ottenere con la leva finanziaria del paese ciò che gli Stati Uniti non potrebbero ottenere militarmente, o che potrebbero avere ma ad un costo molto più alto  in denaro e anime. Nel caso del Mali, il premier del Qatar sceicco Hamad è entrato nelle cronache dichiarando questa ambizione: “Sarà parte della soluzione, (ma) non l’unico mediatore“, ha detto. La benedizione degli Stati Uniti non poteva essere più esplicita dell’approvazione del presidente Obama nell’apertura dell’ufficio dei taliban afgani a Doha, “per facilitare” una “pace negoziata in Afghanistan”, secondo il ministero degli Esteri del Qatar, il 16 gennaio. Tuttavia, una mediazione unilaterale del Qatar fallì nello Yemen; come la mediazione del Qatar in Siria si è rivelata un fallimento simile, nei due anni di crisi siriana; la “Dichiarazione di Doha” per riconciliare le fazioni rivali palestinesi è ancora un risultato di carta; la mediazione del Qatar nella crisi del Darfur del Sudan non ha ancora portato a nulla; la “mediazione” del Qatar in Libia è stata condannata come  intervento negli affari interni del paese dal più importante dei leader post-Gheddafi, e nell’Egitto  post-”primavera araba”, il Qatar ha abbandonato i suoi iniziali sforzi di mediazione per allinearsi pubblicamente con il governo della Fratellanza. Ma a dispetto di questi fallimenti, gli sforzi per la “mediazione” del Qatar hanno avuto successo nel servire la strategia del suo “alleato”, gli Stati Uniti.

Con la benedizione degli Stati Uniti
Gli analisti del Gruppo sull’intelligence Soufan, lo scorso 10 dicembre, hanno concluso che “il Qatar continua a dimostrare di essere un fondamentale alleato degli Stati Uniti… Il Qatar è spesso in grado di realizzare gli obiettivi comuni USA-Qatar che Washington non è in grado o non vuole affrontare da se.” La prima amministrazione Obama, sotto la pressione dell’”austerità fiscale”, ha benedetto il finanziamento del Qatar nell’armamento degli islamisti anti-Gheddafi in Libia, chiudendo gli occhi sull’invio ad opera del Qatar dell’arsenale militare di Gheddafi agli islamisti siriani e non siriani che combattono il regime in Siria; ha “compreso” come “missione umanitaria” la visita dell’emiro del Qatar a Gaza dello scorso ottobre, e recentemente ha approvato l’armamento dell’Egitto guidato dalla Fratellanza sostenuta dal Qatar, con 20 jet da combattimento F-16 e 200 carri armati M1A1 Abrams.
Questa contraddizione solleva la questione sul fatto se ci sia una collusione reciproca USA-Qatar o se ci sia davvero un conflitto di interessi; l’amministrazione Obama nel suo secondo mandato deve tracciare la linea che darà una risposta esplicita. Oggi, apparentemente, Doha e Washington non sembrano d’accordo sui movimenti islamici e islamisti, ma sui campi di battaglia della “guerra al terrore” le due capitali non potrebbero sostenere che, in pratica, i loro ruoli attivi non siano coordinati e non si completino a vicenda. Sulla base dell’esperienza storica del similare approccio “religioso”, ma della rivale tendenza “sciita” settaria iraniana, questo collegamento islamico del Qatar “sunnita” inevitabilmente alimenterà la polarizzazione settaria nella regione, l’instabilità regionale, la violenza e le guerre civili. Data l’alleanza USA-Qatar, la connessione del Qatar islamista rischia di coinvolgere maggiormente gli Stati Uniti nel conflitto regionale, o almeno di rendere gli statunitensi responsabili dei conflitti susseguenti, subendo un profondo anti-americanismo regionale, che a sua volta diventerebbe un altro incubatore dell’estremismo e del terrorismo, aggravati dallo scorso “decennio di guerra” che il presidente Obama, nel suo discorso inaugurale, ha promesso di “far terminare”.
Tradizionalmente, il Qatar, che si trova nell’occhio del ciclone dell’assai geopoliticamente instabile regione del Golfo Persico, teatro di tre grandi guerre nel corso degli ultimi tre decenni, ha fatto del suo meglio per mantenere un equilibrio critico e fragile tra le due grandi potenze che determinano la sua sopravvivenza, vale a dire la decennale presenza militare statunitense nel Golfo e la crescente potenza regionale dell’Iran. Nel 1992 aveva firmato un patto di mutua difesa globale con gli Stati Uniti, e nel 2010 ha firmato un accordo di difesa militare con l’Iran, il che spiega l’allacciarsi di  legami ancor più stretti con l’Iran, sostenendo movimenti di resistenza islamici anti-Israele come Hizbullah in Libano e Hamas nei territori palestinesi occupati da Israele, e spiega anche la “luna di miele” del Qatar con alleato dell’Iran, la Siria. Tuttavia, dallo scoppio della sanguinosa crisi siriana due anni fa, l’apertura del Qatar ai poteri regionali filo-iraniani statali e non statali fu criticata come una mera manovra tattica per allontanare tali poteri dall’Iran. Nei casi della Siria e di Hizbullah, il fallimento di questa tattica ha portato il Qatar ad entrare in rotta di collisione sia con la Siria che con l’Iran, supportati da Russia e Cina, e che sta portando il paese ad allontanarsi dalla vecchia regola del mantenimento dell’equilibrio regionale, un mutamento di cui Doha sembra ignorarne la minaccia verso la propria stessa sopravvivenza, sottoposta alla pressione degli interessi internazionali e regionali in conflitto, come dimostra sanguinosamente la crisi in Siria.
Durante l’ascesa dei movimenti di massa pan-arabi, nazionalisti, socialisti e democratici nel mondo arabo all’inizio della seconda metà del ventesimo secolo, le autoritarie monarchie conservatrici arabe adottarono l’ideologia politica della Fratellanza mussulmana e di altri islamisti, che l’hanno usata contro i propri movimenti per sopravvivere come alleati degli Stati Uniti, che a loro volta hanno utilizzato al-Qaida in Afghanistan sia contro l’ex Unione Sovietica e l’ideologia comunista, che a proprio danno, dopo il crollo dell’ordine mondiale bipolare. Tuttavia la storia sembra ripetersi con le monarchie arabe appoggiate dagli USA, guidate dal Qatar, che ricorrono alla loro vecchia tattica di sfruttare l’ideologia islamista per minare e ostacolare una rivoluzione anti-autoritaria araba volta allo Stato di diritto, alla società civile, alle istituzioni democratiche e alla giustizia sociale e economica nei paesi arabi, alla periferia del bastione protetto dagli statunitensi nella penisola arabica; ma sembrano inconsapevoli di stare aprendo un vaso di Pandora che scatenerà una reazione rispetto alla quale il voltafaccia di al-Qaida verso gli Stati Uniti si rivelerà un precedente secondario.

Nicola Nasser è un veterano del giornalismo arabo di Bir Zeit, Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati da Israele.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
QATAR. L’assolutismo del XXI.mo secolo

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