Stati Uniti e Siria: storia di un’ostilità contemporanea

Thierry Meyssan e Comaguer Global Research, 23 settembre 2013

In diretta da Damasco l’intervista telefonica a T. Meyssan di Comaguer (Comitato comprendere e agire contro la guerra, Marsiglia). Questa intervista è l’ultima parte della trasmissione sulla Siria di Comaguer dell’11 settembre 2013, su Radio Galere

syrian-regiemComaguer: Nella lunga storia della Siria, il 1991 è stato un anno di svolta. Il suo unico sostegno diplom.atico e politico, l’Unione Sovietica, scomparve. Per gli Stati Uniti, ora l’unica potenza mondiale, e il suo alleato Israele, rovesciare il regime siriano, che dava un forte sostegno alla causa palestinese ed era il solo Stato confinante con Israele a non aver firmato un accordo di pace con il  vicino, diventava un obiettivo da colpire subito. Cosa accade nel ventennio tra quell’anno e la guerra attuale? Questa è la domanda che poniamo a Thierry Meyssan, in diretta da Damasco.
T. Meyssan: George Bush padre aveva convocato la Conferenza di Madrid (30 ottobre 1991) con il suo segretario di Stato James Baker, e chiese ad Israele di partecipare a questa conferenza per la pace regionale che includesse sia la Palestina che la Siria. La conferenza iniziò abbastanza bene, ma in realtà il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir non avrebbe negoziato e la conferenza sarebbe fallita. Dopo di che, fu Bill Clinton che a poco a poco riprese i contatti con la Siria e cercò di organizzare una pace regionale. Ciò che è interessante fu che B. Clinton, al termine del suo secondo mandato, era quasi in grado di organizzare la pace e, ancora una volta, il primo ministro israeliano Ehud Barak, all’ultimo momento, quando aveva negoziato e dato il suo consenso a un trattato di pace, si ritirò. Non ci sarà pace, Barak si ritirerà dall’accordo e, inoltre, in quel momento Hafiz al-Assad morì. Questo è molto ben raccontato nelle memorie di B. Clinton, non vi è alcun dubbio che la Siria avesse veramente cercato la pace e furono gli israeliani ad opporvisi. Poi iniziò il mandato di G. Bush figlio, e qui le cose si fecero difficili.
Immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2011, in realtà tre giorni dopo, ci fu una riunione di Bush jr. a Camp David, dove venne deciso di attaccare la Siria. In effetti, gli Stati Uniti avevano un piano: dicevano inizieremo con l’Afghanistan, continueremo con l’Iraq, poi la Libia, la Siria, il Sudan, la Somalia e termineremo con l’Iran. Quello che vediamo oggi è la realizzazione del piano, ma Bush jr. pensò di attaccare la Siria insieme al Libano e alla Libia in tempi relativamente brevi. Solo che vi fu ogni genere di granelli di sabbia nella macchina. In primo luogo, da parte libica, Gheddafi negoziò con gli Stati Uniti l’abbandono delle armi chimiche e del programma nucleare, aprendo l’economia alle grandi industrie. Ma da parte siriana la reazione fu molto diversa. La Siria doveva essere attaccata, e cominciò a prepararsi alla guerra, rafforzando le proprie alleanze. Bashar al-Assad, nuovo presidente dal 2000, decise di pagare tutti i debiti che la Siria aveva verso l’Unione Sovietica e, di conseguenza la Russia. Questo è molto importante e passò completamente inosservato al di fuori del Paese, anche se fu uno sforzo terribile per la Siria pagare quel debito, ma permettendole così di avere, oggi, buoni rapporti con la Russia. Gli Stati Uniti tesero ogni tipo di trappola, in seguito. Nelle settimane che seguirono la caduta di Baghdad (aprile 2003), il Congresso degli Stati Uniti studiò e votò il Syria Accontability Act, una legge che dava al presidente degli Stati Uniti l’autorità di dichiarare guerra contro la Siria, senza la necessità di chiederla al Congresso. Obama potrebbe effettivamente entrare in guerra senza la necessità di sottoporre la questione al Congresso. Infatti, dal 2003 il presidente degli Stati Uniti può attaccare la Siria senza limiti interni, poi vi fu tutta una serie di sanzioni per cercare di soffocare l’economia siriana. Nel 2005 vi fu l’assassinio dell’ex-primo ministro libanese Rafik Hariri, è venne immediatamente dichiarato che l’assassinio era stato organizzato dalla Siria, quando sappiamo, dal modo in cui l’omicidio fu effettuato, che può essere opera solo di un paio di grandi potenze dotate di mezzi speciali. Il risultato fu che ancora una volta la Siria veniva ostracizzata, perché sospettata di aver ucciso Hariri, e un Tribunale speciale fu creato dalle Nazioni Unite, difatti per processare Bashar al-Assad. Ma dopo due anni di indagini, ci si rese conto che l’intera questione era falsata, che la prova era completamente fabbricata e si dovettero abbandonare le accuse contro la Siria.

Comaguer: Dov’è il Tribunale speciale per il Libano oggi, è in sonno?
T.  Meyssan: La corte esiste ancora, inoltre presto riprenderà le udienze, ma ora accusa non più la Siria, ma Hezbollah, e quando avrà finito con Hezbollah, perché le prove sono false, accuserà l’Iran e ciò durerà tutto il tempo necessario. Ma la cosa più importante è che, mentre la Siria ribatteva a questa accusa, veniva lanciata una nuova operazione, ideata da Francia e Gran Bretagna: la primavera araba. Sarebbe complicato spiegare qui tutta la storia, ma furono fenomeni molto diversi  ciò che è accaduto in Egitto e Tunisia, da una parte e quello che è successo in Libia e Siria, dall’altra. Riguardo la Siria, si tenne a Cairo, in Egitto, all’inizio di febbraio 2011, una riunione in cui parteciparono il senatore John McCain (USA), nonché personalità internazionali, per la Francia c’era BHL (reazioni divertite in studio), sì, sì, in Francia non fu mai reso pubblico quello che vi dico. C’era per la Libia Mahmud Jibril, che all’epoca era il numero 2 del governo libico, che poi improvvisamente divenne il capo dell’opposizione contro Gheddafi. Jibril è un fratello musulmano. E c’erano alcuni funzionari siriani in esilio che disponevano di buoni mezzi televisivi a Londra o negli emirati. E questo incontro diede il via libera, perché tutto sembrava pronto per la rivoluzione in Libia e Siria, così furono indette le proteste a Damasco, ma nessuno si mosse, nessuno ne era interessato. Per diversi mesi, quindi, ci furono frequenti appelli a una rivoluzione in Siria, ma senza innescare la partecipazione popolare. L’unica cosa che vedemmo fu un account su Facebook chiamato Syrian Revolution 2011, creato all’inizio di febbraio e che in 2-3 giorni aveva 70.000 contatti. Ma questo è completamente impossibile poiché non ci furono dimostrazioni nel frattempo.  Era semplicemente un trucco dei computer, e gli avvenimenti reali inizieranno quando la questione libica fu “risolta”, nel momento in cui i combattenti giunsero dalla Libia in Siria. E improvvisamente i jihadisti fecero la loro comparsa e cominciarono a seminare il terrore nelle campagne, soprattutto arrivavano in un villaggio, prendevano delle persone, le facevano a pezzi e li gettavano sul posto.
Secondo la stampa occidentale, allora vi erano enormi manifestazioni in Siria, ma è falso, non ci furono mai. Quando mi trovavo in Siria nel novembre 2011, si diceva in Europa che vi erano  grandi manifestazioni, ma i giornalisti francesi, belgi, statunitensi presenti, quelli che volevano  vedere e filmare gli eventi, non ne trovarono mai, perché non c’erano; eppure inviavano articoli [1], e le immagini che vediamo su al-Jazeera e altri canali in Europa, erano state girate in studio, come si può vedere osservando in dettaglio [2]. Quindi vi fu un periodo in Siria, dove la gente era come stordita da quello che succedeva, ma in realtà non capiva. La stampa siriana era silenziosa, non affrontava le notizie, mentre al-Jazeera e altri dicevano che c’erano una rivoluzione, proteste e repressione. C’era una sorta di panico mentre gli occidentali passavano il tempo a dire “Bashar deve andarsene”, “Se n’è già andato”(!), ecc., fu un fenomeno che vediamo in tutti i Paesi quando vengono attaccati, molte persone attendono per poi dichiararsi dalla parte vincente. E poi sembrava che la NATO avrebbe attaccato la Siria come aveva attaccato la Libia, e che il governo sarebbe stato rovesciato e un governo fantoccio installato dalle potenze occidentali. Quindi ci fu un momento in cui il supporto al governo siriano era scarso. E vi furono persone che sostennero i jihadisti in arrivo. Ci sono sempre dei collaborazionisti ovunque, ma c’erano anche quelli che furono reclutati da una particolare classe che aveva sofferto in precedenza, dal 2005, quando subirono le riforme economiche fatte male e dei problemi climatici, come la siccità, causarono gravi problemi agricoli. Persone relativamente povere furono costrette a lasciare il nord della Siria, poiché è soprattutto nel Nord che ciò era successo, e queste persone giunsero nelle periferie di Damasco e Aleppo, le due principali città del Paese. Tra queste persone, in genere molto poco istruite, s’infiltrarono varie sette religiose, tra cui i taqfiristi: una setta che ha appena un secolo di esistenza, molto recente per l’Islam, che sostiene che coloro che non seguono esattamente il loro percorso, devono essere uccise. Così vi furono persone che aderirono alla setta, e cominciarono a sostenere i jihadisti. Ma si trattava di qualche migliaio di persone, non molto più, ma erano armate. E in ogni Paese, migliaia di persone armate possono fare danni enormi.

Comaguer: soprattutto quando queste armi sono facili da trovare.
T. Meyssan: Sì, e al momento fu il Qatar che trasportava le armi in Siria, preparandosi da molto tempo, e aveva già insediato dei depositi in Siria con l’aiuto di agenti corrotti dei servizi segreti. Si sa che in Siria, a causa della guerra continua con Israele, i servizi segreti avevano grandi poteri speciali, e certuni ne abusarono. Quando si dice che la Siria era una dittatura, ciò è in parte vero e in parte falso, ciò che è vero è che qualcuno dell’intelligence s’immischiava in ciò che non lo riguardava, e andava nell’amministrazione a decidere chi doveva restare e chi doveva essere escluso. Questi servizi si dimostrarono molto corrotti, estremamente incompetenti e incapaci di difendere la Siria. Oggi hanno perso i poteri straordinari che avevano. Il Paese è completamente democratizzato.

Comaguer: Quindi questo significa che tali servizi sono stati formati da personale competente?
T. Meyssan: In effetti i servizi segreti erano cresciuti in modo smisurato e oggi molti dei loro capi sono stati espulsi o sono fuggiti all’estero, improvvisamente c’erano assai meno persone in questi servizi, ed erano coloro che facevano bene il proprio lavoro. Il Qatar ha inviato grandi quantitativi di armi, ma c’era già i depositi, pianificati in anticipo, e gli israeliani erano responsabili della distribuzione delle armi. Questo è qualcosa che non si spiega in Europa, che in effetti sì… sono sempre gli israeliani a distribuire le armi sul posto, perché il Qatar aveva i soldi ma non la manodopera.

Comaguer: la divisione del lavoro!
T.  Meyssan: Questi gruppi cominciarono a circolare e ad avere un comando centralizzato, in una base in Turchia. Ma avevano al momento armi rudimentali, ma con comunicazioni criptate via satellite e sistemi centralizzati in Turchia, ricevevano istruzioni dalla NATO, in Turchia. In un primo momento si aveva l’impressione che ci fossero tumulti contemporaneamente in tutto il Paese, ma questo non è vero e se si osservano i diversi incidenti su una mappa, ci si rende conto che un giorno si trovavano in una città, il giorno dopo a 20 km di distanza. Erano itineranti. Ma ci furono  alcuni problemi molto seri in certi luoghi, che in altri. Prima nel Sud, a Daraa, che in precedenza era la roccaforte assoluta del partito Baath, il partito storico della Siria. Dei baasisti passarono dalla parte degli israeliani, dico israeliani perché il primo evento accadde a Daraa, dove si affermava che la polizia aveva arrestato e torturato dei bambini, ecc., ma questo era completamente falso. Alla prima occasione, delle persone iniziarono a manifestare, e poi improvvisamente ricevettero un ordine e uscirono dalla città per attaccare un edificio: questo edificio era la base dell’intelligence   siriana che sorvegliava il territorio del Golan occupato da Israele. Dopo che vi fu un evento molto importante tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012: la creazione di uno Stato islamico a Bab Amr, a Homs: i taqfiristi siriani raccolsero circa 3-4000 combattenti e occuparono una zona in cui si trincerano e dichiararono uno Stato islamico indipendente, comprendente un proprio tribunale, dove tutte le persone che non erano dalla loro parte venivano condannate a morte, uccise in pubblico; fu  un massacro. La popolazione del posto aveva lasciato la zona, ad eccezione di una quarantina di famiglie che sostenevano il movimento taqfirista. Infine, questo emirato cadde, e allora la gente che era dentro se ne andò, e da allora non vi è più alcun sostegno siriano a tale movimento. Ora tutti i combattenti sono stranieri.

Comaguer: questo è importante, ma noi purtroppo dobbiamo concludere. Così rifiuta il termine guerra civile?
T. Meyssan: Sì, perché una guerra civile divide le famiglie, le persone si uccidono a vicenda. Qui il Paese viene attaccato dall’estero, come il Nicaragua negli anni ’80. Ciò che sorprende è che c’è una quantità enorme di combattenti costantemente in arrivo. Lakhdar Brahimi, che non è certamente a favore di Bashar al-Assad, ha detto a giugno che vi erano 40.000 combattenti stranieri in Siria.  40.000 e questo è quello che è stato costretto ad ammettere, e lui ha parlato dei veterani vivi, perché ne muoiono in grandi quantità ogni giorno, ma ce ne sono altri che vengono.

Comaguer: Per sostituirli. Si dice che non ci sarà nessun bombardamento, infine, ma se i combattenti continuano ad arrivare…
T. Meyssan: finché dura la guerra, i combattenti arrivano, ma se il flusso di questi combattenti viene chiuso, qui ci sarà la pace in due mesi. Ciò che è importante sono gli Stati Uniti, che all’inizio del 2001, quando decisero la guerra, avevano una ragione. All’epoca si pensava al “picco del petrolio” e che ci sarebbe stata carenza di idrocarburi, di combustibili fossili negli anni successivi. Questo, quindi, significava che gli Stati Uniti avevano bisogno di mettere le mani sul gas inutilizzato della Siria. Ma ora il mercato dell’energia è cambiato completamente, da allora, grazie ad altre forme di petrolio che non il greggio, il gas di scisto, ecc. Quindi non ci sono ragioni strategiche per gli Stati Uniti di entrare in guerra. Ecco perché in realtà avrebbero dovuto uscirsene già da tempo. Per gli Stati Uniti, la questione ora è il loro status, non hanno più alcun interesse in questa guerra, ma se si ritirano a testa bassa, non saranno più la grande potenza che erano. E tutto ruota intorno a ciò, e questo è il motivo dell’appello sulle armi chimiche, un modo elegante per farli uscire quando la Siria ha detto che distruggerà le sue scorte di armi chimiche, che sono ora un ingombro, che avevano delle ragioni storiche, ma oggi sono del tutto inutili. Quando hanno detto che li distruggeranno, tutti ne erano contenti, e gli Stati Uniti ne escono a testa alta: assolutamente perfetto.

[1] Durante il suo soggiorno (novembre 2011), una giornalista belga che si spacciava free-lance di una non meglio specificata “stampa cristiana belga”, un giorno era partita da sola per Homs, e ci disse la sera che aveva attraversato per diverse ore la città, cambiando più volte taxi, “per evitare il controllo del regime”, andando alla cieca ricercando queste proteste democratiche così massicce e così frequenti di cui parlavano i suoi colleghi in Europa occidentale. Riconobbe di non aver visto nulla, e con una logica stringente, aveva concluso che “non era andata nei posti giusti”… La giornalista lavorerebbe ora per La Vie (ex-cattolica).
[2] Nel luglio 2013 ho partecipato presso la libreria Transit di Marsiglia a un incontro in cui, con il pretesto di presentare l’associazione “Collettivo Siria Sham”, i due invitati parlarono della rivoluzione democratica in Siria e della terribile repressione da parte del “sistema”. Illustrarono le loro osservazioni con video sugli eventi “democratico-rivoluzionari”. Tuttavia, le bandiere che sventolavano i manifestanti, in questi video, erano le bandiere della Repubblica araba siriana con le 2 stelle. Come feci notare che non potevano essere, pertanto, che manifestazioni lealiste a supporto del regime, mi fu risposto sfacciatamente, “è perché c’era vento in quel momento, per questo vedevamo solo due stelle“, come previsto, ne risero tutti (in realtà 5 persone oltre al libraio e ai due democratici), fino ad allora inorriditi dai numerosi dati riportati sulle atrocità commesse dal regime.  Non ho detto che tra i cinque presenti vi era un professore di diritto che aveva fatto carriera in Egitto, intervenne a sostegno dei due propagandisti dicendo che “Bashar è un dittatore“, cosa che sembrava chiudere qualsiasi discorso con me; quando gli ho chiesto su cosa si basasse per poterlo dire, rispose “si sa da tempo.” A quanto pare, nella sessione aveva l’autorità scientifica ed accademica e quella, indispensabile, di avere l’esperienza di “qualcuno presente sul campo”, per chiudere.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I missili antiaerei russi S-300 già schierati e operativi in Siria?

Prof. Michel Chossudovsky Global Research, 30 maggio 2013

923002Secondo fonti, il sistema missilistico superficie-aria russo S-300 deve essere consegnato e distribuito in Siria. Israele ha risposto con velate minacce. Secondo il ministro israeliano per gli Affari Militari Moshe Ya’alon: “È evidente che questa mossa è una minaccia per noi… In questa fase non posso dire che ci sia una escalation. Le spedizioni non sono state inviate ancora. E spero che non lo saranno… Dio non voglia che raggiungano la Siria, sapremo cosa fare“. Il presidente Assad ha confermato che gli S-300 sono stati consegnati. E’ importante inserire queste notizie nel contesto storico. L’annuncio di Mosca è stato casualmente descritto come un’improvvisata “rappresaglia” per la revoca dell’embargo sulle armi dell’Unione europea. Questa interpretazione eruttata dai media mainstream ignora la natura della pianificazione militare. Il dispiegamento dei missili antiaerei russi S-300 già schierati e operativi in Siria era previsto dal Ministero della Difesa russo dal 2006. Mosca ha annunciato nel giugno 2006 che avrebbe schierato i sistemi di difesa aerea S-300PMU per proteggere la sua base navale di Tartus nella Siria meridionale. Si era capito che questo dispiegamento potrebbe anche proteggere lo spazio aereo siriano. La notizia evidenzia lo schieramento degli S-300PMU, pur confermando che “i sistemi [s-300] non saranno consegnati ai siriani. Saranno equipaggiati e gestiti da personale russo. (Kommerzant)”.
L’intento dichiarato di Mosca, tuttavia, è “implementare un sistema di difesa aerea attorno alla base. Fornire una copertura aerea alla base stessa e a una parte consistente del territorio siriano“. Secondo le nostre fonti, la Russia e Damasco hanno raggiunto un accordo sulla modernizzazione delle difese aeree siriane. I suoi sistemi di difesa aerea a medio raggio S-125 saranno aggiornati allo fase Pechora-2A. L’aggiornamento certamente migliorerà la difesa aerea siriana, che utilizza equipaggiamenti in dotazione alla Siria dagli anni ’80. Mosca è pronta ad offrire alla Siria anche i più sofisticati sistemi a medio raggio Buk-M1. I sistemi Strelets a distanza ravvicinata, venduti a Damasco lo scorso anno, sono tutti dei sistemi di difesa aerea siriani che si dimostrano essere degli equipaggiamenti sofisticati, a questo punto (questi sistemi utilizzano il SAM Igla). (Kommerzant 28 luglio 2006)

Sviluppi recenti
Vi è ragione di credere che i principali componenti del sistema di difesa aerea S-300 siano stati consegnati e schierati in Siria nel corso degli ultimi 18 mesi. Vi sono indicazioni che i componenti del sistema S-300 siano già operativi. Secondo Arun Shavetz (24 novembre 2011), consiglieri tecnici russi sono arrivati in Siria nel novembre 2011, per “aiutare i siriani a gestire una batteria di missili S-300″. La relazione indica inoltre che un sistema radar avanzato è stato installato in tutte le installazioni chiave siriane, militari e industriali. “Il sistema radar copre anche le aree a nord e a sud della Siria, dove sarà in grado di rilevare il movimento di truppe o di aeromobili in direzione del confine siriano. I radar coprono gran parte d’Israele, così come la base militare di Incirlik in Turchia, utilizzata dalla NATO.” (Ibid)
Quasi un anno fa, nel giugno 2012, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak fece pressione su Mosca per annullare la vendita degli S-300 alla Siria. Il presidente russo Vladimir Putin, durante la sua visita in Israele, ha confermato la sospensione della vendita di S-300 (vedasi Israele convince la Russia ad annullare l’accordo siriano sui missili S-300: ufficiale, Xinhua 28 giugno 2012). Mentre non vi è alcuna conferma ufficiale che gli S-300 siano già operativi, la Siria possiede il sistema di difesa aerea Pechora-2M, che fonti militari statunitensi ammettono costituire “una minaccia”, vale a dire un ostacolo nel caso che una “no fly zone” sia attuata sulla Siria. Il Pechora-2M è un sofisticato sistema di puntamento multiplo che può essere utilizzato anche contro missili da crociera. Se questo sistema di difesa aerea non fosse attivo, l’attuazione di una “no fly zone” di USA-NATO, senza dubbio sarebbe stata già prevista in precedenza.

Pechora-2M_3Il sistema missilistico di difesa aerea SA-3 Pechora-2M è un sistema missilistico antiaereo superficie-aria a corto raggio progettato per la distruzione di aerei, missili da crociera, elicotteri d’assalto e altri bersagli a terra e aerei, a basse e medie altitudini.

Inoltre, in risposta all’installazione dei missili Patriot di USA-alleati in Turchia, la Russia ha consegnato alla Siria gli avanzati missili Iskander, ora pienamente operativi. L’Iskander è descritto come un sistema missilistico superficie-superficie “che nessun sistema di difesa missilistica può tracciare o distruggere“. L’Iskander può volare alla velocità ipersonica di oltre 1,3 chilometri al secondo (Mach 6-7) e ha una gittata di oltre 280 miglia con una precisione millimetrica nel distruggere bersagli con la sua testata da 1.500 chili, un incubo per qualsiasi sistema di difesa missilistica.

293016L’Iskander

Allegato
Portiamo all’attenzione dei lettori di Global Research una relazione che descrive la natura del sistema missilistico superficie-aria russo S-300V. Nota: questo sistema è diverso da quello installato in Siria.

Da MissileThreat:
L’S-300V, noto anche con la designazione NATO SA-12, è un avanzato sistema missilistico superficie-aria russo. Due sono le versioni attualmente esistenti: il Gladiator (NATO: SA-12A), in grado di distruggere i missili balistici, e il Gigant (NATO: SA-12B), per l’uso contro aerei e missili da crociera. Dall’inizio degli anni ’90, i russi hanno venduto migliaia di S-300V in Asia, Europa e Medio Oriente.

S-300V (SA-12A Gladiator, SA-12B Gigant)
Utente: Russia
Testata: HE (Alto Esplosivo)
Gittata: A: 6 – 75 km; B: 13 – 100 km
Basato: mobile terrestre
Stato: operativo

Air Power Australia WebsiteFonte: Pravda

L’S-300V è stato sviluppato dalla Antej Corporation, una delle maggiori società della difesa dell’ex Unione Sovietica. E’ stato progettato principalmente come sistema antimissile balistico, anche se ha anche la possibilità di individuare e distruggere aerei e missili da crociera, come il Patriot degli Stati Uniti. L’S-300V è stato schierato nel 1986 ed ebbe un tale successo che, alla fine degli anni ’80, l’esercito sovietico ordinava una media di tre-quattro battaglioni ogni anno. (1) Negli anni ’90, l’Antej migliorò la capacità dell’S-300V, dando al sistema la possibilità di ingaggiare bersagli che volano fino a 100 chilometri di distanza. (2) Fin dall’inizio, l’S-300V è stato progettato come un sistema missilistico duplice, incorporando due missili che differiscono per dimensione, portata e finalità. Il più piccolo dei due, il Gladiator, è soprattutto un missile antiaereo. Con una lunghezza di 7 metri, 0,72 metri di larghezza e un peso di 2.500 chilogrammi, vola a 1,7 chilometri al secondo e può distruggere aerei a 6-75 chilometri di distanza che si trovano a quote tra i 25 e i 25000 metri. Ogni Gladiator ha una testata da 150 chilogrammi di alto esplosivo. (3)
Al contrario, il Gigant è progettato per distruggere missili balistici tattici e missili da crociera, anche se può anche abbattere aerei. Con una lunghezza di 8,5 metri, 0,9 metri di larghezza e un peso di 4.600 chilogrammi, si avvicina al bersaglio a 2,4 chilometri al secondo. Può ingaggiare missili da crociera e velivoli a distanze tra i 13 e i 100 chilometri a quote tra 1 e 30 chilometri (20-40 km contro i missili balistici). Come il Gladiator, ogni Gigant è dotato di una testata da 150 chilogrammi di alto esplosivo. (4)
Entrambi i missili S-300V sono guidati dal radar a scansione phased-array russo 9S19M2, in grado di eseguire la scansione per una superficie di 90 gradi ogni secondo. Secondo i funzionari dell’Antej, il radar rileva obiettivi tra i 20 e i 175 km di distanza con una precisione di 200-300 metri. Il 9S19M2 è in grado di inseguire fino a 16 missili balistici, aerei o missili da crociera e contemporaneamente gestire fino a sei dispositivi di jamming. Entrambe le varianti dei missili S-300V più il sistema radar, vengono trasportati su lanciatori mobili.
Nel corso degli anni, i russi hanno testato l’S-300V contro una vasta gamma di obiettivi. I funzionari dell’Antej sostengono che, in una serie di test nel 1997, gli intercettori Gladiator e Gigant distrussero più di 60 missili balistici e da crociera. Tra i missili bersaglio vi erano Scud-B modificati per simulare il missile balistico a corto raggio al-Hussein usato dall’Iraq nella Guerra del Golfo. In una serie di test, l’S-300V con un colpo singolo ha 0,4-0,7 probabilità di distruggere missili balistici tattici. Una media di 1,5-1,75 intercettori è sufficiente per abbattere un singolo bersaglio. (6) Nel 1998, l’Antej presentò una versione dell’S-300V, soprannominato “Antej-2500″. Conosciuto come S-300VM, mentre era in fase di sviluppo, il modello aggiornato adotta due tipi di missili con velocità massime di 1,7 e 2,6 chilometri al secondo. Il sistema modificato è in grado di ingaggiare contemporaneamente 24 bersagli a una distanza di 40-200 km e a quote dai 25 metri ai 30 chilometri. E’ in grado di rilevare, inseguire e distruggere missili balistici tattici fino a 2.500 km di distanza, da qui il suo nome, Antej-2500. (7)
Negli ultimi dieci anni, la Russia ha dispiegato migliaia di S-300V e Antej-2500 presso i suoi complessi militari e industriali chiave. Inoltre, ha esportato questi sistemi in Asia, Europa e Medio Oriente per finanziare la propria economia in difficoltà, a seguito del crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Secondo Aviation Week & Space Technology, “nella competizione mondiale per la vendita dei sistemi di difesa missilistica, l’S-300V della russa Antej Corp. è il principale  concorrente“. (8) Il vantaggio per gli acquirenti dei missili terra-aria russi è che, a differenza degli Stati Uniti, non vi sono allegati obblighi politici e, molto spesso, le armi sono molto più economiche rispetto a quelle statunitensi. (9) Nel 1996, per esempio, la Russia commercializzò il sistema S-300V negli Emirati Arabi Uniti, in diretta concorrenza con gli Stati Uniti, che vendevano missili Patriot agli Emirati Arabi Uniti da diversi anni. La Russia offrì i missili S-300V agli Emirati Arabi Uniti a prezzi pesantemente scontati, in sostanza li vendettero a metà del prezzo normale, in cambio della risoluzione del debito a lungo termine con l’UAE. L’accordo Russia-Emirati Arabi Uniti, tuttavia, fece arrabbiare gli Stati Uniti che inasprirono le loro relazioni con la Russia. (10)
L’S-300V ha anche svolto un ruolo nei più grandi e più redditizi accordi sugli armamenti tra la Russia e altre potenze nucleari. Nel febbraio 2002, il viceprimo ministro russo Ilja Klebanov guidò una delegazione a New Delhi, in India, per negoziare un accordo sulle armi pesanti, il cui punto focale fu la vendita di missili S-300V. (11) Nel corso degli anni, essendo uno dei più importanti e  maggiori acquirenti di armamenti della Russia, l’India ha dotato quasi i due terzi delle sue forze armate di equipaggiamenti russi. (12) Nel febbraio 2004, la Russia ha formalmente offerto di vendere il sistema di difesa all’India. (13) Le recenti tensioni tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari, garantisce che i sistemi missilistici antibalistici S-300V, ed altri, saranno predominanti nei futuri accordi sugli armamenti. (14)
Allo stesso modo, è stato indicato nel dicembre 2003 che Mosca intendeva fornire all’Iran, una potenziale potenza nucleare, 1,6 miliardi dollari di dollari in armamenti, per la maggior parte missili terra-aria S-300V o Antej-2500. L’Iran ha fatto pressioni sulla Russia per vendergli lo scudo difensivo dalla fine degli anni ’90. Si prevede che utilizzerà i missili per proteggere la sua importante regione industriale di Esfahan, la sua base navale di Bandar Abbas (sul Golfo Persico), i terminali petroliferi di Abadan e Khorramshahr e la centrale nucleare di Bushehr. (15) Gli Stati Uniti, manco a dirlo, espressero forti obiezioni all’accordo Russia-Iran e, ad un certo punto, minacciarono persino sanzioni. Nonostante queste obiezioni, sembra che la Russia non abbia intenzione di fermare la commercializzazione dei propri missili S-300V, così come di altre armi, in Asia, Europa e Medio Oriente nei prossimi anni.

Note
1. Nikolay Novichkov e Michael A. Dornheim, “Russian SA-12, SA-10 On World ATBM Market”, Aviation Week & Space Technology, 3 marzo 1997.
2. Robert Wall, “Russia’s Premier SAMs Seen Proliferating Soon”, Aviation Week & Space Technology, 27 settembre 1999.
3. Novichkov, et al.; Missile.index.
4. Ibid.
5. Novichkov, et al.
6. Lbid.
7. “Russia’s Antey Offers Upgraded SA-12 For Export”, Aerospace Daily, 28 maggio 1998.
8. Novichkov, et al.
9. Carlo Kopp, “Next-Generation SAMs For Asia A Wake-Up Call For Australia”, Australian Aviation, 1 ottobre 2003.
10. “Russian/U.S. Tussle Over UAE Air Defence System Intensifies”, Flight International, 24 marzo 1999; GlobalSecurity.org.
11. “Russia: Moscow Begins Arms Trade Negotiations With New Delhi”, Periscope Daily Defense News Capsules, 6 febbraio 2002.
12. Sergei Blagov, “Trade: Russia Leads World In Arms Exports,” Inter Press Service, 1 liglio 2002.
13. “Russia Offers S-300V SAM Anti-Missile System To India”, The Press Trust of India Limited, 5 febbraio 2004.
14. Sergei Blagov, “Trade: Russia Leads World In Arms Exports”, Inter Press Service, 1 luglio 2002; Rajat Pandit, “India Wants Info On Patriot Missile System”, The Times of India, 14 agosto 2003.
15. Aleksandr Reutov, “Iran Yields To IAEA To Gain Time”, Kommersant, 19 dicembre 2003.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele colpisce la Siria: primo atto del “finale di partita”?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 06/02/2013

turkParlando al vertice dei capi della difesa a Monaco di Baviera, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha infine confermato ciò che le agenzie di stampa avevano rivelato con clamore nei giorni precedenti: l’aviazione israeliana aveva lanciato un’operazione militare contro il legittimo governo della Siria. Dando luogo a speculazioni su un intervento militare su vasta scala da intraprendere molto presto. Barak ha riconosciuto il fatto, nel suo solito modo ambiguo, spargendo i segni per diverse interpretazioni…, “Non posso aggiungere nulla a quello che avete letto sui giornali di ciò che è successo in questi giorni in Siria”, ha detto Barak alla riunione degli alti diplomatici e funzionari della difesa di tutto il mondo. Poi ha proseguito: “Io continuo a dire francamente ciò che abbiamo detto – e questa è la prova che quando diciamo qualcosa, è vera – che non crediamo debba essere consentito trasportare sistemi d’arma avanzati in Libano”. (1)
Questo tipo di affermazione è un buon esempio per illustrare quale tipo di operazioni venga lanciato contro Damasco. Oltre agli attacchi militari immediati, anche i metodi della guerra d’informazione vengono utilizzati intensamente, evidenziando i fatti con una grande quantità di ambiguità, insinuazioni torbide e anche supposizioni arbitrarie. La missione è demoralizzare il nemico, spezzare la sua forza di volontà a resistere e privare la Siria di un qualsiasi sostegno internazionale, di cui potrebbe aver goduto finora. Secondo le prime notizie, negli attacchi aerei dell’aviazione israeliana effettuati la notte del 30 gennaio, l’obiettivo era un impianto chimico della difesa situato nelle vicinanze di Damasco. L’interpretazione è stata rapidamente ripresa dall’opposizione siriana. Spiegando così facilmente perché il nemico storico sia dalla sua parte. Sostenendone ancora tale versione dei fatti. Al resto del mondo è stata raccontata una storia diversa, quattro gruppi aerei, ognuno composto da tre velivoli, hanno sorvolato a bassa quota il monte Hermon e colpito un centro logistico congiunto di Siria, Hezbollah e Iran dove venivano conservate delle “armi ad alta tecnologia”, tra cui moderni missili superficie-aria. Presumibilmente un convoglio di camion sulla strada per il confine con il Libano è stato danneggiato, ma ben presto questa versione scomparve senza essere confermata.
Damasco ha detto che Israele ha attaccato un centro di ricerca della difesa. L’edificio è stato distrutto e due membri del personale sono morti, cinque altri feriti. Il 31 gennaio i governi di Siria e Iran hanno fatto dichiarazioni affermando che si riservavano il diritto di vendicarsi. Finora la Siria non ha risposto, probabilmente non vuole coinvolgere nuovi attori nello scontro. L’ambasciatore siriano in Libano, Ali Abdul-Karim Ali, ha minacciato ritorsioni all’attacco aereo israeliano dicendo che Damasco “ha la possibilità e la capacità di effettuare una rappresaglia a sorpresa”. Non ha precisato di cosa si trattasse. Nel frattempo le attività militari in prossimità del confine israeliano con la Siria e il Libano si sono intensificate, andando oltre la portata di azioni limitate. Forse è il primo atto del previsto “finale di partita”. A Londra si ricordano che il giorno prima dell’attacco israeliano, il Maggior-Generale Amir Eshel aveva avvertito che la Siria sta cadendo a pezzi e nessuno sa che cosa accadrà il giorno dopo: “La guerra non può scoppiare domani”, aveva detto, “ma noi siamo pronti a qualsiasi evenienza”.
All’inizio del 3 febbraio, i media libanesi hanno riportato che l’aviazione israeliana ha aumentato le proprie attività in diverse parti del sud del Libano. Volando sopra le città di Nabatia, al-Hiam e altre aree urbane, conducendo missioni di addestramento al combattimento a bassa quota. Né le forze armate libanesi, né Hezbollah hanno risposto. (2) Il ministro degli Esteri libanese Adnan Mansour ha chiesto la condanna internazionale d’Israele. Ha detto che il raid aereo della scorsa settimana in Siria “è un’aggressione contro il Libano”. Ha inoltre aggiunto, “Israele merita risposte dure e un boicottaggio duro sul piano economico, politico e diplomatico”. Parlando prima di recarsi a Cairo per partecipare a una conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, Mansour ha detto, “i jet israeliani continuano a invadere lo spazio aereo del Libano ogni giorno. Dobbiamo resistere agli attacchi israeliani, ma non solo con gli appelli, le dichiarazioni e la condanna”.
E’ noto che le forze armate israeliane sono in stato di allerta al combattimento dal 25 gennaio. Tre batterie della difesa missilistica Iron Dome sono stati dispiegati nel nord d’Israele. Secondo il canale TV al-Manar (Hezbollah), un’unità israeliana ha smantellato il filo spinato vicino al villaggio di Yarun. Il gruppo consisteva in venti soldati e alcuni veicoli blindati. Non hanno attraversato realmente la frontiera, ma vi si sono avvicinati. In Israele molti hanno iniziato a parlare della necessità urgente di creare una zona cuscinetto profonda 16 km tra Israele e la Siria, e di spostare due divisioni e un battaglione sulle alture del Golan. Secondo gli esperti, nel caso di un grande intervento contro la Siria, il Libano e Hezbollah sarebbero i principali obiettivi d’Israele. Nessun dubbio che Hezbollah lo sappia bene e stia intraprendendo le misure preparatorie. Le forze armate libanesi sono in stato di massima allerta. Presumibilmente i militari non si confronteranno con gli israeliani (non l’hanno fatto durante l’ultimo conflitto sul loro territorio), ma non ostacoleranno Hezbollah.
Nel caso di un conflitto, i 60.000 razzi che Hezbollah ha contrabbandato in Libano (tre volte in più rispetto al 2006), sarebbero un vero rompicapo per Israele. Le armi provenienti dalla Siria, nel caso collassasse, è una questione di particolare interesse, in particolare per i SA-15 e SA-17 di fabbricazione russa, in grado di colpire bersagli a bassa quota. Yiftah Shafir del Centro Jaffee per gli studi strategici dell’Università di Tel Aviv, ha detto a Ynet,Nel 2006 abbiamo visto che Hezbollah è un esercito come gli altri, con punti forti e deboli. Non ha carri armati, per esempio, e non è certo che vorrà avere dei carri armati siriani. Suppongo che vuole ancora essere rifornito dalla Siria di razzi e missili antiaerei. Abbattere un aereo israeliano con il sistema missilistico antiaereo SA-17 sarebbe una vittoria per la propaganda di Hezbollah, ma questo sistema è molto difficile da usare. Presumo che preferiscano i piccoli sistemi antiaerei, come il SA-8. Questi missili possono essere caricati su un camion e sono abbastanza facili da usare”. Israele teme che alcune di queste armi finiscano non solo nelle mani di Hezbollah, ma nelle mani di elementi legati alla Jihad globale di al-Qaida. (3)
Come in tempo di guerra, il tintinnare di sciabole va di pari passo con l’aggressione mediatica, comprese quella orchestrata ai vertici. Ad esempio, i media israeliani hanno diffuso dappertutto notizie secondo cui il governo ha ottenuto il via libera per l’attacco contro la Siria da Washington e da Mosca. Debkafile, sito open-source sull’intelligence militare israeliana, ha riferito che l’operazione è stata attuata con il via libero del presidente Obama, dopo che la Casa Bianca, il 22 gennaio, era stata informata del piano dal comandante dell’Aman (l’intelligence militare israeliana), Maggior-Generale Aviv Kochavi. Il sito ha anche riferito che un altro emissario israeliano, il consigliere della sicurezza nazionale Yakov Amidror aveva visitato Mosca, nello stesso momento, per avvertire i leader russi dell’imminente attacco. Mentre i funzionari russi hanno espresso obiezioni nei confronti dell’attacco israeliano alla Siria, apparentemente avrebbero omesso di avvertire il Presidente Assad di quello che sarebbe successo, che è stato colto di sorpresa. Dopo il raid, il presidente Vladimir Putin ha comunicato al leader siriano di non aggravare la situazione militare con Israele. (4) Secondo altre fonti, compresa Debka, gli israeliani hanno raccontato a Mosca la solita storia che era loro intenzione impedire che armi chimiche finissero nelle mani di Hezbollah, senza fornire dettagli. (5)
E’ chiaro che confondere i fatti e le informazioni abbia il solo scopo di legittimare le azioni israeliane, ottenendo una presunta approvazione dalle grandi potenze. Nel caso della Russia, l’obiettivo è minare la sua credibilità nel mondo arabo, anche presso Damasco. Questo abuso della riservatezza (è difficile credere che i funzionari di Stato israeliani non abbiano nulla a che fare con ciò che scrive Debka) non è passata inosservata a Mosca. Non è un caso che il raid aereo sia stato condannato da Mosca, e senza mezzi termini, “la Russia dice di essere estremamente preoccupata per le notizie di un attacco aereo israeliano in Siria, nei pressi di Damasco, e una tale azione sarebbe un’indebita interferenza militare. Se questa informazione è confermata, allora si tratta di un attacco non provocato contro obiettivi sul territorio di un Paese sovrano, che viola palesemente la Carta delle Nazioni Unite e che non è accettabile, non importano i motivi addotti per giustificarlo”, ha detto il ministero degli Esteri russo in una dichiarazione del 31 gennaio.
La risposta della Turchia è stata alquanto particolare. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha criticato il raid israeliano in Siria, mettendo pesantemente in discussione l’inazione di Damasco verso l’aggressione. “Perché [Bashar] al-Assad non ha neanche gettato un sasso quando i jet israeliani sorvolavano il suo palazzo e si facevano beffe della dignità del suo Paese?” ha detto Davutoglu ai giornalisti durante la sua visita bilaterale nella capitale serba Belgrado, ha riferito il quotidiano Hurriyet. “Perché l’esercito siriano, che ha attaccato il suo stesso inerme popolo per 22 mesi dal cielo, con gli aviogetti, e a terra con i carri armati e il fuoco dell’artiglieria, non risponde all’operazione d’Israele? Perché non è possibile per al-Assad, che ha dato ordine di sparare missili SCUD su Aleppo, fare qualcosa contro Israele?” ha chiesto Davutoglu. Ha detto di non conoscere le circostanze precise del raid, ma ha aggiunto che la Turchia non sarebbe rimasta senza rispondere ad un attacco israeliano contro un Paese musulmano. (6) Ecco perché gli israeliani hanno un motivo per credere che una guerra tra Israele e la Siria sarebbe la migliore soluzione per i militari turchi. La Turchia se ne sarebbe rimasta in disparte, avendo ancora la possibilità di giocare il ruolo del “pacificatore e del liberatore dal nemico secolare”.
Il fatto che Netanyahu possa gettare il paese nella mischia sta diventando una questione sempre più preoccupante per gli israeliani. Secondo il quotidiano di destra Maariv, alti funzionari del ministero degli Esteri israeliano dicono che non ci sono stati cambiamenti strategici in Siria di recente, e non vi è alcun motivo di esser presi dal panico o di fare dichiarazioni ad alta voce. C’é uno status quo e la probabilità che armi di distruzione di massa finiscano nelle mani dei terroristi rimane sempre la stessa. Maariv scrive che Netanyahu istiga la tensione cercando di formare il più ampio governo di coalizione nazionale possibile. La cosa più semplice è invitare le parti a essere responsabili e a formare il governo che Netanyahu vuole, sotto il condizionamento della paura e delle minacce alla sicurezza. (7)
Molti in Israele dicono che tali azioni non soddisfano gli interessi dello Stato di Israele. Gli analisti locali scrivono che Israele non è interessato alla caduta di Assad, ma volente o nolente l’indebolisce mostrando al mondo che la difesa aerea siriana è vulnerabile. In questo modo si potrebbe accelerare un intervento straniero in Siria e facendo finire nelle mani sbagliate delle armi non convenzionali, divenendo un vero e proprio incubo prima del previsto. (8)

Note
(1) Novosti
(2) Zman.com
(3) (4) (5)
(6) Novosti
(7) Novosti
(8) MigNews

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Messaggio di Mosca agli USA: “Giù le mani” dal Medio Oriente e dall’Africa

Stephen Lendman, Global Research, 4 febbraio 2013

12242La Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera si svolge ogni anno. Quest’anno ricorre la 49.ma sessione. Decine di Paesi e centinaia di leader mondiali vi partecipano, tra cui capi di Stato, ministri degli esteri e della difesa, così come altre figure di alto livello. L’impegno attivo è prioritario. Le minacce alla sicurezza attuali e future vengono discusse.
Nel 2007, il Presidente russo Vladimir Putin conquistò la scena, senza risparmiare tirate. Criticò aspramente la politica estera degli Stati Uniti, definendola: “Molto pericolosa (per il suo) incontenibile e ipertrofico uso della forza, forza militare. Nelle relazioni internazionali, la forza sta spingendo il mondo nell’abisso dei conflitti permanenti”. L’imperialismo degli Stati Uniti,  sottolineò, “ha oltrepassato i propri confini nazionali in tutti i sensi. Le azioni unilaterali illegali non hanno risolto nessun problema, divenendo focolaio di ulteriori conflitti. Assistiamo a un sempre più crescente disprezzo per i principi fondamentali del diritto internazionale…. Nessuno si sente al sicuro! Perché nessuno può ritiene che il diritto internazionale sia il muro di pietra che li proteggerà. Naturalmente, una tale politica stimola la corsa agli armamenti. Il dominio della forza incoraggia inevitabilmente una serie di Paesi ad acquisire armi di distruzione di massa.” Putin si era anche rivolto al “mondo unipolare”, definendolo quello “in cui c’è un solo padrone, un solo sovrano. E alla fine, ciò è svantaggioso non solo per tutti quelli dentro questo sistema, ma anche per il governante stesso, perché si distrugge dall’interno.” Aggiunse che “Ci danno costantemente lezioni di democrazia. Ma per qualche ragione, gli stessi che lo fanno, non vogliono impararle.” Gli USA deplorano la democrazia in patria e all’estero. La sua priorità è il predominio incontrastato. Pretende che si faccia ciò che dice. La Russia sostiene la pace, non la guerra, favorendo la risoluzione diplomatica dei conflitti.
Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha partecipato alla Conferenza di quest’anno. ITAR-TASS ha intitolato “Mosca invita l’occidente a non imporre i suoi valori ai popoli del Medio Oriente e dell’Africa.” Lavrov ha detto ai partecipanti: “Tutti aspiriamo alla stabilità e alle condizioni per lo sviluppo sostenibile nel Medio Oriente e in Africa, vogliamo che i popoli dei Paesi progrediscano verso la democrazia e il benessere, cosi come abbiano garanzie sui diritti umani, l’invio regolare di idrocarburi e di altre risorse vitali. Se questi sono i nostri obiettivi comuni, poi, si può convenire sulle regole trasparenti e chiare che dovrebbero essere utilizzate da tutti gli attori nelle loro azioni pratiche. Concordiamo a che tutti sostengano le riforme democratiche dei paesi in transizione, ma non ad imporre valori estranei, riconoscendo la varietà dei modelli di sviluppo. Che siano d’accordo nel sostenere la soluzione pacifica dei conflitti interni agli Stati e la fine delle violenze, mediante la condizione a un ampio dialogo cui partecipino tutti i gruppi politici nazionali. Bisogna che siano d’accordo nell’astenersi dalle interferenze esterne, in particolare con la forza e senza un chiaro mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU, e da eventuali sanzioni unilaterali. Dovremmo continuamente e con fermezza combattere l’estremismo e il terrorismo in tutte le sue forme, chiedendo l’osservazione dei diritti delle minoranze etniche e confessionali. L’approccio dei nostri omologhi occidentali causa molte perplessità. Supportano il cambiamento dei regimi per giustificare metodi terroristici? E’ possibile combattere in una situazione contro coloro che si supportano in un’altra?” Lavrov ha detto che le risposte alle domande chiave “dovrebbero essere trovare assieme, soprattutto riguardo agli obiettivi finali degli sforzi per risolvere le crisi nei Paesi della regione euro-atlantica, che hanno più aspetti unificanti piuttosto che differenze.” La Russia si oppone categoricamente all’uso della forza. Vuole che siano i siriani da soli a decidere chi li guidi. E non vogliono interferenze esterne. Supporta il diritto internazionale. In precedenza Lavrov espresse preoccupazione per l’aggressione israeliana contro la Siria, definendola “inaccettabile”.
Il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si è anch’egli rivolto ai partecipanti di Monaco di Baviera, ammettendo il coinvolgimento d’Israele, dicendo che “ciò che è successo in Siria qualche giorno fa (è) la prova che quando diciamo qualcosa, vuol dire che è vero…. e noi diciamo che non crediamo che dovrebbe essere consentito l’invio di armi avanzate in Libano.” Israele ha commesso una mera aggressione, che non aveva nulla a che fare con il traffico di armi. Israele non ha obiettivi chiari e potrebbe spingere la Siria al contrattacco. In questo modo si rischierebbe un’altra guerra, che potrebbe diventare regionale o globale. La storia dimostra che piccoli conflitti a volte diventano grandi. Il portavoce del Parlamento iraniano Ali Larijani ha avvertito Israele dicendo: “Il mondo sta assistendo a una vendetta dell’occidente, in particolare degli Stati Uniti, e di alcuni elementi arretrati della regione, contro la Resistenza.” Ha esortato i Paesi della regione a prendere le distanze da Israele, affermando che “il movimento del risveglio islamico nella regione avrebbe dato una risposta adeguata al regime sionista”. Il 3 febbraio, l’agenzia siriana SANA dichiarava: “L’aggressione israeliana rivela il ruolo di Israele nella destabilizzazione della Siria.” Assad ha risposto pubblicamente per la prima volta, dicendo che Israele ha agito in “collaborazione con potenze ostili.” La Siria è in grado di affrontare tali minacce, respingendo l’aggressione. La destabilizzazione della Siria è fallita e l’Iran le offre pieno supporto.
Il 2 febbraio, Konstantin Garibov de La Voce della Russia, intitolava “L’attacco aereo israeliano contro la Siria annuncia nuovi conflitti regionali”, dicendo: “Ciò comporta grandi rischi. Il ministero degli Esteri russo ha condannato l’attacco israeliano, definendolo “un attacco non provocato contro uno Stato sovrano.” La Siria ha dichiarato il diritto di rispondere. Il diritto internazionale consente la legittima autodifesa. Il politologo libanese Imad Rizk ha definito la tempistica dell’attacco “sintomatica”. “Netanyahu è tornato alla grande politica, formando un governo di coalizione e negoziando per strappare un vantaggio strategico. Sarà lui a trattare con il nuovo segretario di Stato di Washington. Sembra che l’attacco sia diventato la dichiarazione di guerra congiunta di Stati Uniti e Israele” contro la Siria. Vladimir Putin ha detto che “Israele continuerà a colpire servizi o forze che partecipano al conflitto siriano, che siano gruppi islamici o truppe leali a Bashar al-Assad. Posso prevedere che la crisi si aggraverà ed Israele potrebbe espandere la sua partecipazione a tali attacchi.” Israele teme presumibilmente gli estremisti islamici. Presumibilmente è preoccupata dai legami di Hamas con  Hezbollah.
L’analista Vladimir Sotnikov dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze  Russa, crede che “sarebbe un incubo per Israele.” E’ probabile che sia ciò che Israele preferisce. Ha bisogno di nemici per giustificare la sua belligeranza. La pace, la calma e la stabilità sconfiggerebbero la sua agenda. Quando era ministro degli Esteri nel 1982, Yitzhak Shamir spiegò perché Israele attaccava il Libano. Esiste un “pericolo terribile”, disse, “non tanto militare, ma politico.” Il 6 giugno 1982, Israele invase il Libano. Gli scontri durarono quasi un anno. Venne fabbricata una false flag israeliana come pretesto. Arafat venne falsamente accusato dell’assassinio,  opera dei militanti di Abu Nidal, dell’ambasciatore israeliano nel Regno Unito, Shlomo Argov. Israele ebbe la guerra che cercava. Circa 18.000 palestinesi furono massacrati. Il sud del Libano rimase occupato fino al maggio 2000. Israele ancora detiene illegalmente le fattorie di Sheba. Si tratta di una zona di 14 miglia quadrate ricche d’acqua, presso il Golan siriano. Fu illegalmente occupata dal 1967, insieme a Ghajar, un villaggio sul confine libanese.
Sabra e Shatila restano i simboli della ferocia israeliana. All’epoca Ariel Sharon era ministro della difesa e ordinò il massacro. Lasciò che i fascisti falangisti facessero il lavoro sporco. Civili palestinesi furono massacrati a sangue freddo. Le donne violentate più volte prima di essere uccise. I bambini furono assassinati come gli adulti. Intere famiglie furono fucilate, pugnalate, bastonate a morte o sepolte, vive o morte, sotto le case. Alcuni furono torturati prima di morire, altri vennero decapitati. Dei cadaveri furono carbonizzati e violati, occhi cavati, i volti resi irriconoscibili. Israele l’aveva programmata con malvagità, e Sharon l’attuò, definendola “liberazione del mondo dal centro del terrorismo internazionale.” Orwell non avrebbe potuto dirlo meglio. Nessuno fino ad oggi è stato punito. Israele compie stragi impunemente.
Gideon Levy su Haaretz ha detto che “Israele fa quello che vuole“, che gli Stati canaglia agiscono in questo modo. Criticarlo significa essere accusati di “eresia e tradimento.” Israele viola impunemente lo spazio aereo del Libano, “dato per scontato“, bombardando tutto ciò che ritiene pericoloso. “Invade qualsiasi luogo, e non risolve mai nulla da nessuna parte. Può fare (quasi) qualsiasi cosa“, compiendo ogni dannata cosa che desideri e Washington gli offre pieno supporto. Sono partner imperiali che hanno intenzioni aggressive, sapendo di farla franca, chi li fermerebbe? “Tutto è consentito nella coscienza israeliana“, ricorrendo a ipotesi in gran parte infondate. L’idea di essere circondato da Paesi arabi ostili non basta, ma la ripetono. Le sole minacce che Israele affronta sono quelle che s’inventa, minacciando i vicini regionali e l’umanità, avendo come priorità il dominio del Medio Oriente. Vuole che i suoi rivali regionali siano eliminati, ricorre solo ad aggressioni non provocate. Israele è il solo che possiede armi di distruzione di massa, ed il loro utilizzo sarebbe immediato, se fosse minacciato. “All’inferno tutte queste domande fastidiose“, ha detto Levy. Solo ciò che Israele vuole conta, mentre lo stato di diritto si applica agli altri. “Ad Israele è permesso fare qualsiasi cosa“, perpetra stragi e molto altro ancora. É suo diritto divino, afferma, non importa quel che dicono gli altri, contano solo gli interessi israeliani. Dicendo così sostiene l’eccezionalità, la particolarità e l’unicità ebraica. Gli estremisti israeliani dicono di essere il “popolo eletto” di Dio, che ha il diritto divino di aggredire senza motivi, e scacciando i diritti umani dai territori che occupa. Possono fare qualsiasi maledetta cosa vogliano, svilendo valori morali e principi etici. Minacciando ebrei e non ebrei e mettendo in pericolo l’umanità. Devono essere fermati prima che uccidano di nuovo.
In risposta al massacro di Israele del maggio 2010, sulla Mavi Marama, l’ex membro del Congresso Dennis Kucinich chiese ai colleghi di firmare una lettera a Obama, che affermava: “Non è accettabile violare ripetutamente il diritto internazionale. Non è accettabile sparare su e uccidere civili. Non è accettabile commettere un atto di aggressione contro un altro alleato degli Stati Uniti. Non è accettabile continuare il blocco che vieta gli aiuti umanitari. Non è accettabile aumentare le tensioni in una regione, mentre gli Stati Uniti continuano a pagare con così tanto sangue e denaro. Nessuno mette in discussione il diritto di Israele a difendere le sue frontiere, ma questo non vuol dire sparare su civili inermi in tutto il mondo, in qualsiasi momento si voglia. Israele deve contare sul nostro sostegno, sulla vita dei nostri soldati, sull’investimento dei miliardi dei nostri contribuenti. Israele scarica sugli Stati Uniti le sue peggiori violenze pre-meditate scatenate contro persone innocenti.” E’ difficile immaginare qualcuno del Congresso così schietto, oggi.
E’ probabile che ciò sia il motivo per cui Kucinich non è stato rieletto nelle primarie del marzo 2012, le forze oscure l’hanno preso di mira e la lobby israeliana ha voluto cacciarlo. Hanno fatto a Cynthia McKinney la stessa cosa. Fare la cosa giusta è costoso e la lobby israeliana l’ha esclusa dal Congresso due volte, rovinandone la carriera politica. Praticamente nessuno in Congresso critica Israele. Farlo significa rischiare la carriera, ma per McKinney il principio conta di più, la sua anima non è in vendita. Speriamo che Kucinich la pensi  allo stesso modo. È libero di continuare a fare ciò che è giusto. Le voci per la verità e la giustizia sono estremamente necessarie, nel momento più pericoloso nella storia del mondo è necessario parlare. L’umanità in pericolo dipende da ciò.

Stephen Lendman vive a Chicago. Il suo nuovo libro s’intitola “Banker Occupation: Waging Financial War on Humanity.” Visitate il suo blog SJLendman.blogspot.com e ascoltate le sue interessanti discussioni con ospiti illustri sul Progressive Radio News Hour del Progressive Radio Network, giovedì alle 10 ora centrale degli Stati Uniti, e sabato e domenica a mezzogiorno. Tutti i programmi vengono archiviati per facilitarne l’ascolto. 

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verso una guerra totale a Gaza

La linea rossa che Israele ha sfacciatamente attraversato
Dr. Ismail Salami, Global Research, 17 novembre 2012

Rapporti indicano che Israele starebbe ponendo le basi per una vera e propria guerra a Gaza. Secondo i media israeliani, 16.000 riservisti sono stati informati di una vera e propria guerra nella Striscia di Gaza, mentre il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha ordinato di richiamare altri 75.000 riservisti. Vi sono anche rapporti che indicano che le unità di paracadutisti israeliani e la brigata d’élite Givati si radunano presso la Striscia di Gaza. Fonti israeliane hanno confermato che dei missili palestinesi hanno colpito diversi quartieri di Tel Aviv e che lo scudo antimissile Iron Dome, che è stato pensato per essere orgogliosamente impenetrabile, ha intercettato solo un quinto dei razzi lanciati contro Israele dalla Striscia di Gaza, mentre i media israeliani avevano in precedenza riferito che l’Iron Dome era incredibilmente avanzato e che avrebbe intercettato il 100 per cento dei missili lanciati. Il Secondo Canale di Israele ha detto che solo 210 missili, su un totale di 650 sparati da Gaza, sono stati intercettati dallo scudo antimissile israeliano Iron Dome.
Solo venerdì mattina, aerei da guerra israeliani hanno condotto altri raid sulla Striscia di Gaza, tra colpendo parecchie volte Gaza City. “Ci sono stati 130 attacchi durante la notte, fino ad ora“, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno di Hamas, Islam Shahwan, all’AFP. Secondo i media israeliani, Israele ha colpito la Striscia di Gaza assediata circa 830 volte, finora. Harry Fear, un attivista e regista, racconta a PressTV ciò che ha visto a Gaza, “Quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza è ciò che i palestinesi chiamano un massacro. Vediamo l’uccisione di donne in gravidanza, anziani e bambini. E’ una situazione molto, molto grave qui a Gaza, con praticamente ogni parte della Striscia di Gaza colpita dagli attacchi aerei o dai bombardamenti navali israeliani. Vediamo ammassare carri armati al confine.”
Gli attacchi israeliani sulla Striscia di Gaza hanno provocato l’ira del mondo musulmano. Israele è in un vicolo cieco. Grazie agli sviluppi nella regione, le equazioni politiche sono diventate drasticamente negative per Israele. Non vi è più il regime supportato dagli USA del dittatore Hosni Mubaraq, che ha aiutato finanziariamente e militarmente il regime sionista nel corso degli ultimi decenni. Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha richiamato il suo ambasciatore da Israele e ha rimproverato gli attacchi israeliani come una “palese aggressione contro l’umanità.” “L’Egitto non lascerà sola Gaza… Quello che sta accadendo è una palese aggressione contro l’umanità”, ha detto dopo la preghiera del venerdì in una moschea del Cairo. “Io dico loro, in nome di tutto il popolo egiziano, che l’Egitto di oggi non è l’Egitto di ieri e che gli arabi di oggi sono diversi da quelli di ieri“, ha osservato Morsi. Il primo ministro egiziano Hisham Qandil dice che il suo paese “farà di tutto” per porre fine alla nuova ondata di attacchi israeliani contro la Striscia di Gaza assediata. “L’Egitto farà di tutto per fermare l’aggressione e raggiungere una tregua duratura. Saremo con i palestinesi fino alla loro indipendenza… Questo è l’unico modo per dare stabilità alla regione“, avrebbe detto Qandil secondo Xinhua. Da parte sua, l’Iran ha anch’esso denunciato le atrocità del regime israeliano contro i palestinesi. Il Ministro degli Esteri iraniano Alì Akbar Salehi ha espresso il sostegno morale e politico dell’Iran alla Palestina. Abbastanza sorprendentemente, il primo ministro e ministro degli esteri del Qatar Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabir al-Thani ha espresso l’ira della sua nazione e ha detto, “Condanno nel nome del Qatar… Il grave crimine non deve restare impunito. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU deve assumersi le proprie responsabilità nel preservare la pace e la sicurezza nel mondo.”
Alcuni esperti e leader mondiali ritengono che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu stia perpetrando un genocidio come slancio pre-elettorale. Per esempio, il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha detto: “Prima delle elezioni, costoro (Israele) sparano su persone innocenti a Gaza per motivi da loro fabbricati. Le potenze mondiali dominanti la stanno ora facendo pagare al popolo e ai combattenti di Gaza, e la Repubblica di Turchia sarà con i nostri fratelli di Gaza e la loro giusta causa.” Vi è infatti qualche consolazione nel sentire queste parole, soprattutto da Turchia e Qatar. Ma le parole non sono bastano e difficilmente aiuteranno la popolazione di Gaza che si trova in immediato pericolo di vita. Invece del sostegno verbale, devono aiutare finanziariamente e militarmente gli abitanti di Gaza, fornirgli armi e artiglierie (come fanno con i ribelli in Siria). Quando si tratta di Siria, insistono di avere buone intenzioni nell’armare i ribelli e che difendono una causa giusta. Che lo facciano con il popolo di Gaza e dimostrino che le loro buone intenzioni non sono solo riservate ad un gruppo, ma anche a un altro. Inoltre, proteste popolari contro l’attacco israeliano contro Gaza sono scoppiate in tutto il mondo musulmano, con molti slogan di “morte a Israele“.
Lo spettacolo universale della solidarietà nel mondo musulmano con il popolo di Gaza è un buon segno che all’entità sionista non sarà consentito intraprendere un qualsiasi cruento e diabolico avventurismo, e che c’è una linea rossa che ha attraversato così sfacciatamente. Ogni morte a Gaza non è solo la perdita di una vita umana, ma la graduale scomparsa della coscienza collettiva, che è così dolorosamente silenziosa verso le sofferenze di una nazione oppressa e la tirannia indicibile di un regime colonizzatore omicida. Vi è un notevole grado di verità nell’adagio secondo cui il silenzio di fronte alla tirannia è complicità con la tirannia stessa.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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