La Casa Bianca mente all’UE sulle forniture di gas dagli USA

William Engdahl New Oriental Outlook 04/07/2014

shale-gas-rigs-in-british-columbia-source-flickr-nexen-400pxLa Casa Bianca e il dipartimento di Stato con faccia di bronzo hanno fatto promesse ai governi dell’UE sulla capacità degli Stati Uniti di fornire abbastanza gas da sostituire quello fornito dai russi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Obama e del segretario di Stato John Kerry sono così palesemente false da tradire una disperazione incredibile a Washington sulla situazione in Ucraina contro Mosca. O suggerisce che Washington è così al di fuori da qualsiasi realtà fattuale, che semplicemente ignora ciò che dice. In entrambi i casi, si dimostra un partner diplomatico inaffidabile per l’UE. Dopo il suo recente incontro con i capi dell’UE, Obama ha fatto una dichiarazione incredibile sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP)  segretamente negoziato, a porte chiuse, dalle grandi multinazionali per facilitare agli Stati Uniti l’esportazione di gas in Europa contribuendo a ridurne la dipendenza dall’energia russa: “Una volta attuato l’accordo commerciale, i titoli dei progetti d’esportazione del gas naturale liquefatto per l’Europa saranno molto più semplici, qualcosa di ovviamente rilevante nel contesto geopolitico attuale“, ha dichiarato Obama. Quel po’ di opportunismo politico per cercare di sostenere i colloqui in stallo sul TTIP, giocando sui timori europei di perdere il gas russo dopo il colpo di Stato orchestrato in Ucraina il 22 febbraio, ignora il fatto che il problema d’inviare il gas di scisto dagli Stati Uniti all’UE non riguarda l’alleggerimento delle procedure di autorizzazione del GNL negli USA e nell’UE. In altre recenti dichiarazioni, riferendosi al recente boom del gas di scisto non convenzionale negli Stati Uniti, Obama e Kerry hanno affermato che gli Stati Uniti potrebbero sostituire tutto il gas russo per l’UE, una bugia irrealistica. Alla riunione di Bruxelles, Obama ha detto ai capi europei che dovrebbero importare gas di scisto dagli Stati Uniti sostituendo quello russo. Ma qui c’è un problema enorme.

La fallimentare rivoluzione del gas di scisto
Numero uno, la “rivoluzione dello shale gas” negli Stati Uniti è fallito. Il drammatico aumento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti con il “fracking” o l’estrazione del gas dalle formazioni di roccia di scisto è stato abbandonato dalle maggiori compagnie energetiche come Shell e BP, essendo antieconomico. Shell ha appena annunciato una forte riduzione della sua esposizione nello sviluppo del gas di scisto negli Stati Uniti. Shell vende i suoi contratti di locazione su circa 700000 ettari di terre di gas di scisto, nelle principali aree di gas di scisto di Texas, Pennsylvania, Colorado e Kansas, e dice che può sbarazzarsene di altri per fermare le perdite dovute al gas di scisto. Il CEO di Shell, Ben van Beurden, ha dichiarato: “La gestione finanziaria non è francamente accettabile… alcune delle nostre puntate esplorative non hanno semplicemente prodotto nulla“. Una sintesi utile dell’illusione sul gas di scisto viene da una recente analisi dei risultati di diversi anni di estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti da parte dell’analista David Hughes, che osserva, “la produzione di gas di scisto è cresciuta in modo esplosivo arrivando a quasi il 40 per cento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti. Tuttavia, la produzione è stagnante dal dicembre 2011; l’ottanta per cento della produzione di gas di scisto proviene da cinque campi, molti dei quali in declino. I tassi molto elevati del declino dei pozzi di gas di scisto richiedono input continui di capitale stimati in 42 miliardi dollari all’anno per perforare più di 7000 pozzi, solo per mantenere la produzione. In confronto, il valore del gas di scisto prodotto nel 2012 è stato di appena 32,5 miliardi di dollari“. Quindi Obama è stato ingannato dai suoi consiglieri sul vero stato delle forniture di gas di scisto negli Stati Uniti, o mente volontariamente. Il primo è più probabile.
Il secondo problema con l’”offerta” degli Stati Uniti di gas all’UE per sostituire il gas russo, è il fatto che richiede una enorme e costosa infrastruttura costruendo nuovi terminali per il gas naturale liquefatto, in grado di gestire le enormi supercisterne di GNL per portarlo negli altrettanto enormi terminali GNL nei porti dell’UE. Il problema è che a causa di varie leggi statunitensi sull’esportazione di beni energetici e l’approvvigionamento nazionale, non esistono terminali di liquefazione di GNL operativi negli Stati Uniti. L’unico attualmente in costruzione è il terminale ricevente Sabine Pass GNL, a Cameron Parish in Louisiana, di proprietà della Cheniere Energy, dove John Deutch, ex-capo della CIA, siede nel CdA. Il problema con il terminale Sabine Pass GNL è che la maggior parte del gas è stato pre-contrattato da coreani, indiani ed altri clienti asiatici, non dall’UE. Il secondo problema è che anche vi fosse un’enorme capacità nei porti da poter sostituire le forniture russe di gas all’UE, ciò aumenterebbe i prezzi sul mercato interno del gas naturale superiore, riducendo il mini-boom produttivo alimentato dall’abbondante gas di scisto a buon mercato. Il costo finale per i consumatori europei del GNL degli Stati Uniti sarà molto più elevato del gas russo inviato tramite la pipeline Nord Stream o l’Ucraina. Il problema successivo è che non ci sono le supercisterne specializzate in GNL per rifornire il mercato comunitario. Tutto ciò richiederà, compresi autorizzazioni ambientali e tempi di costruzione, circa sette anni in media e nelle migliori condizioni.
L’UE oggi riceve circa il 30% del suo gas, la fonte energetica in più rapida crescita, dalla Russia. Nel 2007 la russa Gazprom ne ha fornito il 14 per cento alla Francia, il 27 per cento all’Italia, il 36 per cento alla Germania. Finlandia e Stati baltici ricevono il 100 per cento di gas importato dalla Russia. L’Unione europea non ha alcuna alternativa realistica al gas russo. La Germania, la maggiore economia, ha stupidamente deciso di eliminare gradualmente l’energia nucleare e la sua “energia alternativa” eolica e solare è un disastro economico e politico dai costi dell’elettricità per i consumatori che esplodono, anche se quelle alternative sono una parte minuscola del mercato totale. In breve, l’idea chimerica di chiudere il gas russo e aprire invece il gas degli Stati Uniti, è priva di senso economico, energetico e politico.

F. William Engdahl è consulente sul rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA usano l’Ucraina come pretesto per lanciare la guerra energetica contro la Russia

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundatione 31.03.2014

1544468Quando è diventato chiaro che le sanzioni economiche contro la Russia si ritorcono contro Stati Uniti ed Unione europea, l’occidente ha iniziato a studiare altri modi per “punire” la Russia, come abbatterne le quote di mercato dell’energia. Obama ha promesso d’iniziare le forniture di gas dagli Stati Uniti direttamente all’Europa. Molti lo vedono come l’inizio della guerra energia contro la Russia. Il 26 marzo la commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione su “il potenziale geopolitico del boom dell’energia degli Stati Uniti” per studiare i modi per accrescere la produzione di energia negli Stati Uniti da poter usare contro la Russia. I parlamentari vogliono farla finita con le restrizioni all’esportazione di energia per ridurre la presenza russa in Europa orientale, vista come minaccia geopolitica. Ed Royce (R-CA), presidente della Camera per gli Affari Esteri, ha detto che la dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche della Russia paralizza la politica degli USA in Ucraina. L’influenza degli Stati Uniti e l’autorità del presidente degli Stati Uniti sono diminuiti a livello globale. Secondo Royce, il modo per porre rimedio alla situazione è indebolire la Russia respingendola dai mercati tradizionali e abbassando i prezzi dell’energia… “In poche parole, aumentando la produzione di energia degli Stati Uniti si dovrebbe aumentare la nostra sicurezza economica e nazionale. Riducendo la nostra dipendenza dalle importazioni di energia dal cartello dell’OPEC, gli Stati Uniti sarebbero meno vulnerabili alle perturbazioni politiche e della sicurezza del nostro approvvigionamento energetico. E aumentando le nostre esportazioni di energia, avanzerebbero i nostri interessi geopolitici, anche minando la leva coercitiva della Russia e di altri”, ha detto.
La crisi dell’Ucraina è vista come evento che dà impulso all’elaborazione di una nuova strategia degli Stati Uniti, mentre la riunificazione della Crimea con la Russia è usata come pretesto per dichiarare la guerra energetica. Già nel 2007 il Congresso statunitense approvò l’Energy Independence and Security Act, conosciuta come legge sulla politica energetica degli Stati Uniti, che prevedeva l’adozione di misure volte a ridurre la dipendenza dell’Ucraina e della Georgia da petrolio e gas della Russia. Il documento comprendeva diversi scenari per intraprendere azioni contro Mosca fino al blocco economico e all’embargo sulle importazioni di petrolio e gas russo verso l’Europa. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un pretesto, qualcosa che hanno cercato per tutti questi anni. Come è noto, dalla dichiarazione dell’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso oltre 5 miliardi dollari per sottrarre l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Non si preoccupano della sorte del popolo ucraino. Ma sanno che 40000 km di oleodotti passano sul territorio dell’Ucraina. Potrebbero essere tagliati tenendo l’Europa lontano dagli approvvigionamenti energetici. La questione della riduzione della dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche estere è stato un punto di riferimento per molti anni, dove più della metà della domanda europea dipende dalle importazioni. Il gas rappresenterà il 25% della domanda energetica europea fino al 2050, entro il 2030 l’Europa avrà speso circa 500 miliardi di euro per pagare le importazioni di energia. La Russia è il principale fornitore europeo di energia dal 2011, seguita da Norvegia, Algeria e altri Paesi. Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria dipendono al 100% dalle forniture di gas dalla Russia. Non importa se la Germania ha cercato per molti anni di ridurre la dipendenza, ha ancora importato il 28% del suo gas dalla Russia lo scorso anno. Non si può trovare un modo per ridurre bruscamente le importazioni. Ci sono poche alternative, soprattutto da Stati Uniti, Qatar e Iran.
L’esportazione degli Stati Uniti verso l’Europa è una prospettiva inverosimile, non può avvenire in un periodo di tempo prevedibile. Il boom del gas shale statunitense non influenza l’Europa più di tanto. È vero, la produzione di gas di scisto ha permesso agli Stati Uniti di diminuire la domanda di carbone esportato in Europa. Secondo le stime, entro il 2015 la Germania chiuderà centrali elettriche a gas per una capacità totale di 10 gigawatt, mentre attiverà centrali a carbone pari a una capacità totale di 7 gigawatt. Ciò significa che l’Europa deve discostarsi dai propri standard o gli sforzi fatti in molti anni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra andranno in malora. L’importazione di gas statunitense implica gravi perdite finanziarie. Al momento non ci sono infrastrutture per le importazioni marittime. Ad esempio, la Germania non ha alcuna infrastruttura che consenta di ricevere gas liquefatto da oltreoceano. I tedeschi spenderanno 5 miliardi di dollari per i terminali volti a soddisfare gli obiettivi indicati dalla strategia energetica degli Stati Uniti? Anche se viene presa tale decisione, le prime forniture via mare inizieranno ad arrivare non prima di 5-6 anni. Se le aziende statunitensi otterranno le licenze, la capacità raggiungerà 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2020. Nel 2013 la domanda totale dell’Europa era dieci volte maggiore e le forniture della Russia rappresentavano circa il 30% di essa. Il 10 per cento proveniente dagli USA non risolverà il problema. Aumentare le quote di esportazione significa aumentare i prezzi nel Paese riducendo la capacità dell’economia statunitense di competere. Gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità contro Gazprom. Nuovi gasdotti potrebbero essere costruiti dall’Iran all’Europa. Ma c’è lo stallo tra Iran e Washington, sostenuta dai suoi alleati europei. Le sanzioni che vietano gli investimenti nell’industria del gas dell’Iran sono in vigore da molti anni. L’UE ha imposto un embargo sulle forniture di gas naturale iraniano, comprendenti importazione, acquisizione, trasporti, finanziamenti e assicurazioni. E’ insensato parlare dell’Iran quale fornitore di gas finché l’embargo è in vigore. Ed anche se vengono abolite, non sarà così facile come può sembrare. Non vi è alcun motivo per vedere l’Iran quale alleato nella guerra energetica che gli Stati Uniti vogliono scatenare contro la Russia. I tentativi dell’occidente di corteggiare l’Iran, perseguono l’obiettivo di fare maggiori concessioni sul suo dossier nucleare, smettere di sostenere Bashar Assad e cedere alle pressioni riguardanti altre questioni legate alla situazione nella regione. L’Iran lo sa. Teheran non sacrificherà i suoi rapporti di buon vicinato con Mosca in cambio delle promesse dell’occidente. Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto a Catherine Ashton, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, durante la sua recente visita in Iran, che ci sono tre condizioni per l’esportazione del gas verso l’Europa: l’annullamento di tutte le sanzioni economiche, finanziamenti per la costruzione dei gasdotti, il diritto di Teheran di prendere accordi con la Russia sulla politica dei prezzi. A differenza degli Stati Uniti, Mosca può collaborare con Teheran e accedere a un’ampia gamma di questioni.
Il Qatar rappresenta un quarto delle forniture di gas liquefatto per l’Europa, ma la sua importanza è spesso esagerata. È vero, riduce la competitività del gas russo in una certa misura. Ma il Qatar da tempo non vede l’Europa come una priorità. Proprio quest’anno ha ridotto le forniture al continente europeo a favore di Asia e America Latina. Ha bisogno di maggior gas per rispettare tali obblighi. Per incrementare le esportazioni, il Qatar ha bisogno di un oleodotto che passi attraverso Siria ed Iraq. Questi Stati sono in subbuglio ed è difficile immaginare come la sua costruzione potrebbe avvenire nelle condizioni attuali, e senza investimenti stranieri che potrebbero essere attratti per l’attuazione del progetto. Gli Stati Uniti dovranno rimandare i piani per trascinare il Qatar nella guerra energia prolungata contro la Russia.

1948172La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Europa e geopolitica dell’energia

Eric Draitser New Oriental Outlook 25/02/2014

Dalla Siria a Sochi, dalla Polonia alle Pussy Riot, i conflitti diplomatici e geopolitici tra la Russia e l’occidente dominano i titoli dei giornali. Tuttavia, dietro questi problemi c’è la competizione economica fondamentale in cui inquadrare qualsiasi analisi delle politiche e dell’interazione tra i due.

20140220_ukr7Rifornire l’Europa
La posizione dominante della Russia nel mercato europeo dell’energia consolida la posizione di Mosca nel futuro dell’occidente, costringendo Washington e i suoi alleati ad affrontare il rivale orientale. Inoltre, è proprio la presenza di tale obbligo che accresce l’influenza della Russia in Europa e nel mondo, influenza che suscita la continua propaganda russofoba sui media e la cultura popolare occidentali. Fin dai primi anni del periodo post-sovietico, la Russia ha accresciuto costantemente le esportazioni di energia, passando alla posizione attuale di maggiore fornitore di petrolio e gas dell’Europa. Con circa un terzo delle importazioni europee di petrolio e di gas dalla Russia, il loro rapporto economico è diventato di primaria importanza per entrambe le parti. L’Europa è fortemente dipendente dalla Russia nel rifornire produzione e consumatori, mentre la Russia impiega le entrate di petrolio e gas per l’Europa per finanziare sviluppo e diversificazione dell’economia. Da quando questo rapporto è sbocciato negli ultimi dieci anni, le due parti hanno lavorato per cementare ulteriormente questa relazione, nonostante la resistenza politica di Stati Uniti e di molti in Europa. Lo sviluppo del gasdotto russo Nord Stream, ufficialmente inaugurato nel 2011, ha ulteriormente radicato la Russia a principale fornitore di energia per il Nord Europa, in particolare per la potenza industriale della Germania. Il gasdotto Nord Stream trasporta circa 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno sotto il Mar Baltico, in Germania e nel resto d’Europa. Il Nord Stream, visto da molti come mossa necessaria della Russia per diversificare la propria infrastruttura di distribuzione energetica per evitare la dipendenza totale dall’Ucraina, ha aumentato la leva della Russia nelle relazioni con l’Europa. Inoltre crea un flusso di entrate affidabile per Mosca, che dal 2000 ha promesso di usare i proventi delle esportazioni energetiche per diversificare l’economia da una puramente “petro-economica”. Tuttavia, non c’è solo il Nord Stream. La Russia costruisce un gasdotto complementare, il South Stream, che farà per l’Europa meridionale ciò che il Nord Stream ha fatto per il Nord. Il South Stream, che ufficialmente sarà attivato il prossimo anno, farà della Russia l’attore dominante nelle esportazioni verso Mediterraneo ed Europa centrale. Il South Stream dovrebbe trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, divenendo uno dei maggiori gasdotti del mondo. Visto sullo sfondo della perdurante crisi economica continentale, la Russia è un partner commerciale ancora più attraente per i Paesi spinti dalla necessità di riconquistare una parvenza di crescita economica. Naturalmente, questi due gasdotti non sono l’unica infrastruttura energetica critica europea controllata dalla Russia. Attualmente la Russia vende ancora una grande quantità di gas nel continente attraverso il suo partner recalcitrante, l’Ucraina, la cui rete di gasdotti risale all’epoca sovietica. La tela di gasdotti ucraini, in con-proprietà con l’operatore russo della pipeline bielorussa Beltransgaz, permette a Mosca di consolidare una posizione dominante nel mercato europeo, terrestre e sottomarino. Naturalmente l’occidente, gli Stati Uniti in particolare, vede tale rapporto reciprocamente vantaggioso tra UE e Russia come una minaccia all’egemonia geopolitica di Washington sull’Europa. Per questo motivo, una serie di misure sono state adottate dai governi e dalle multinazionali occidentali per minare il predominio energetico della Russia.

Il controllo dell’influenza russa
La crescita della posizione dominante energetica della Russia è una grave preoccupazione per l’establishment politico degli Stati Uniti e dell’Unione europea che riconoscono che, lasciata incontrollata, la forza politica ed economica di Mosca indebolirebbe seriamente la posizione strategica dell’occidente. Quindi, alla luce di questo fatto inequivocabile, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno intrapreso numerosi progetti di gasdotti volti a compensare la crescita della Russia. Forse il più ambizioso di tali progetti occidentali è il gasdotto Nabucco, destinato a portare energia in Europa dall’Iraq, così come dalla regione del Caspio, attraverso la Turchia. Il Nabucco è stato incluso nel gasdotto trans-anatolico (TANAP), assieme a numerosi altri progetti più piccoli, tutti complessivamente considerati un progetto coerente. Inoltre, il gasdotto trans-adriatico, che dovrebbe portare gas in Europa attraverso la Grecia, viene considerato nell’equazione per una maggiore diversificazione. I recenti sviluppi politici, economici e diplomatici hanno reso il progetto  Nabucco irrealizzabile. Ciò ha spinto le società energetiche e i governi occidentali a promuovere invece una versione ridotta del progetto, denominato Nabucco West, che porterebbe il gas dalla Turchia all’Europa, fermandosi in Austria. Inoltre, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian (Socar) ha completato 1200 km di nuovi gasdotti attraverso la repubblica ex-sovietica (e attuale alleata NATO) Georgia, portando a speculare sull’ulteriore diversificazione delle infrastrutture. In particolare, gli esperti considerano l’espansione del gasdotto georgiano come segno che il sospeso progetto trans-Caspio, che trasporterebbe gas del Caspio dall’Azerbaijan alla Turchia attraverso la Georgia, potrebbe eventualmente essere riavviato. In sostanza, tutti questi progetti vengono interpretati come il tentativo più serio dell’Europa per diversificare le forniture di gas riducendone la dipendenza dalle importazioni russe. In particolare, Nabucco e gli altri erano intesi a sovvertire l’influenza del gasdotto South Stream. Naturalmente, non si tratta solo di ridurre la dipendenza dalla Russia, ma piuttosto di fare leva su Mosca su una serie di conflitti geopolitici.

Concorrenza energetica e “Grande Scacchiere”
Ogni conflitto geopolitico tra Russia e occidente ha una dimensione energetica. Il conflitto attuale in Ucraina può essere compreso, almeno in parte, come lotta per il controllo delle importanti  infrastrutture gasifere. All’apice, nell’ultimo decennio, i gasdotti ucraini rappresentavano quasi l’80% dei rifornimenti di gas dalla Russia all’Europa. La controversia sul gas tra Russia e Ucraina del 2009, mise in netto rilievo quanto sia importante il gas nelle relazioni bilaterali tra i due Paesi e, forse ancor più quanto l’Ucraina sia fondamentale per i proventi delle esportazioni della Russia. Questo conflitto, e altri che lo precedettero, fu una delle principali motivazioni per la costruzione di Nord Stream e South Stream. L’attuale crisi politica in Ucraina dovrebbe essere parzialmente dettata dalla concorrenza economica tra Europa e Russia sull’Ucraina. L’accordo di partenariato UE che il presidente ucraino Janukovich ha respinto, era specificamente progettato per essere “esclusivo”, costringendo l’Ucraina a schierarsi o con la Russia o con l’Europa, mettendo il governo in una posizione insostenibile. La crisi in questo Paese è il risultato diretto di tali misure economiche provocatorie.
La guerra in Siria, e la conseguente situazione di stallo diplomatico tra Russia ed occidente, è anche in parte dovuta a questioni energetiche. I primi giorni del conflitto in Siria coincisero con la firma per la cosiddetta “Pipeline islamica”, un gasdotto che avrebbe trasportato gas iraniano e iracheno nel Mediterraneo, e successivamente all’Europa attraverso la Siria. Naturalmente, un tale sviluppo sarebbe stato un assalto diretto all’egemonia del gas del Qatar e delle monarchie del Golfo. Visto in questo modo, il finanziamento e l’armamento continui da Qatar e Arabia Saudita dei gruppi terroristici in Siria sono il tentativo di tali monarchie d’impedire qualsiasi violazione ai loro proventi europei del gas. Naturalmente la Russia, il cui accesso al mercato europeo è sicuro grazie a Nord Stream e South Stream, aiuta Damasco, suo ultimo alleato in Medio Oriente, nel tentativo di bloccare ciò che può essere visto solo come il tentativo di distruggere la Siria stessa. Altri sviluppi nel settore dell’energia complicano ulteriormente tali problemi. La recente scoperta di giacimenti di gas al largo delle coste israeliane nel Mediterraneo orientale, fornisce ulteriori motivazioni alle potenze USA-NATO per destabilizzare gli interessi russi e strappare il controllo dei principali alleati russi da Mosca. La voce di un possibile gasdotto Israele-Turchia sarebbe intesa come ennesimo tentativo di minare il predominio del gas russo. Naturalmente, le tanto propagandate “Shale Revolution” e fratturazione idraulica (conosciuta come “fracking“), ha portato tutti gli attori, anche la Russia, a rivalutare i loro piani energetici strategici e ad esaminare tutte le opzioni possibili per il futuro prossimo e a medio termine.
L’uscita della Russia dai giorni bui dei primi anni ’90 è dovuta ampiamente alle sue esportazioni energetiche. Il continuo sviluppo economico e il conseguente sviluppo politico e militare, rappresentano una minaccia all’egemonia USA-NATO in Europa e nel mondo. E’ questa minaccia che le potenze occidentali cercano di affrontare con varie forme di hard e soft power. Il famigerato “scudo antimissile” in Europa orientale, la guerra in Siria, la crisi in Ucraina e molte altre questioni, sono tutti fattori di tale grande contrasto. Inoltre, i media occidentali continuano a condurre una guerra di propaganda incessante per demonizzare la Russia. Apparentemente, il carattere russofobo di tali attacchi viene decorato dalla retorica dei diritti umani e della libertà. Tuttavia, queste premesse sono mera copertura del tentativo ben orchestrato di manipolare l’opinione pubblica per farle credere che, come durante la Guerra Fredda, la Russia è il nemico, e USA-NATO rappresentano le forze del bene. Come al solito, i servili media aziendali obbediscono alla politica estera USA-NATO. Per tutti questi motivi, appare chiaro che la battaglia per l’influenza continua più furiosa che mai. La scacchiera geopolitica è ancora una volta al centro della scena, e sotto di essa, l’energia e gli oleogasdotti sono la forza trainante.

Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, opinionista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

The International: petrolio, droga, armi e Kissinger Associates

Dean Henderson 19 febbraio 2014

La recente epidemia di suicidi tra i banchieri internazionali ricorda l’intimità tra dell’intesa tra la finanza controllata dalle otto famiglie e la comunità d’intelligence.

JPMorganAl nadir del regime di riciclaggio armi-petrodollari-droga del Consiglio di Cooperazione del Golfo/CIA sedevano tranquillamente i bankster internazionali dei quattro cavalieri. Attraverso ogni grande scandalo e dietro ogni regime dispotico si trova l’oligarchia finanziaria globale che si avvantaggia della dipendenza del mondo da petrolio, armi e droga. La ricchezza petrolifera generata nella regione del Golfo Persico è la principale fonte di capitali di tali banchieri. Vendono agli sceicchi del GCC buoni del tesoro 30ennali all’interesse del 5%, quindi prestano i petrodollari degli sceicchi ai governi del Terzo Mondo e dei consumatori occidentali con interessi del 15-20%. Nel processo questi signori della finanza che non producono nulla, usano il debito economico importato come leva per consolidare il controllo sull’economia globale.

I padroni dei petrodollari e dei narcodollari
jpmorgan-chase-bank-1I banchieri internazionali sorvegliano la ricchezza petrolifera del Golfo Persico generata dai  tentacoli di Big Oil. La Chase Manhattan colpì la Banca centrale Markazi dell’Iran, poi saccheggiò il Tesoro iraniano con gli insiders di Rockefeller, Kissinger e McCloy quando lo Shah loro fantoccio fu cacciato. Chase aveva stretti legami con la banca centrale saudita SAMA e la banca centrale del Venezuela, dove la Exxon-Mobil di Rockefeller “è la CIA”. Chase lanciò il Fondo per lo sviluppo industriale saudita, che diede alle multinazionali di proprietà della Chase i contratti per la modernizzazione saudita, poi acquistò la Saudi Investment Banking Corporation, che fece esattamente la stessa cosa. [1] I presidenti della Banca Mondiale Eugene Black e John McCloy provenivano dalla Chase. Morgan Guaranty Trust presiedeva il petrolio dei Saud. SAMA, divenuta Banca Centrale del regno quando si stava ancora asciugando l’inchiostro dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, era guidata da Goon Anwar Ali del FMI, e gestita dai “tre saggi” o “padri bianchi”, il più potente dei quali era John Meyer, presidente della divisione internazionale di Morgan Guaranty Trust e successivamente presidente della Morgan Guaranty. Meyer trasferì le royalties in petrodollari della SAMA alla Morgan, essendo consigliere per gli investimenti della SAMA. [2] Morgan era il banchiere di Bechtel e Aramco. Stephen Bechtel sedette nel CdA della Morgan Guaranty, come fecero alla Chevron-Texaco gli insider del CFR George Schultz e Sulayman Olayan, l’uomo di paglia della Bechtel, cruciale nel riciclaggio dei petrodollari del Golfo Persico nelle banche internazionali. Olayan possedeva metà Saudi Bechtel e molte azioni di Chase Manhattan, Occidental Petroleum e CS First Boston, dove fu direttore fino al 1995. Olayan fondò la Saudi-British Bank, un grande attore occulto nel mercato degli eurodollari. Aveva un’oscura partnership caraibica con Barclays e Jardine Matheson, che controllano la finanza israeliana ed HSBC rispettivamente. Fu membro della direzione di American Express insieme a Henry Kissinger e Edmund Safra, la cui fallimentare Republic Bank finì nel pozzo nero della HSBC. Il gruppo bancario di Olayan comprende CS First Boston, Saudi-British Bank, Saudi Holland Bank (controllata dalla ABN Amro, ora Royal Bank of Scotland) e Chase. [3] Attraverso queste relazioni Olayan fu il collante tra i Saud e i loro padroni delle famiglie dei Quattro Cavalieri statunitensi, inglesi e olandesi.
Nel 1975 Morgan Guaranty ebbe una partecipazione del 20% nella Saudi International Bank di Londra, il cui direttore esecutivo era il direttore di Morgan Guaranty Trust Peter de Roos. SAMA possedeva una quota del 50%, mentre Bank of Tokyo, Deutsche Bank, Banque de Nationale de Paris, National Westminster Bank e Union Bank of Switzerland avevano ognuna una proprietà del 5%. [4] Citibank acquistò il 33% della Saudi American Bank. SAMA era assistita da Merrill Lynch e Baring Brothers (ora della Royal Bank of Scotland), garantendo a New York e a Londra il controllo sui proventi del petrolio. I Padri Bianchi avevano saldamente le redini dei proventi petroliferi dell’Aramco dei Saud. Di Morgan Guaranty era il consigliere per gli investimenti dell’Abu Dhabi Investment Authority, la banca centrale degli Emirati Arabi Uniti, dove il monarca e principale azionista della BCCI, shayq Zayad detiene i cordoni della borsa. Morgan Grenfell, il braccio londinese della Morgan, è consulente dei governi della GCC del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e del mercato dell’oro dell’emirato di Dubai. Grenfell ora della Deutsche Bank, controllava  una larga fetta della Banca Centrale della Giordania e finanziava la vendita di armi a Oman, Giordania e Arabia Saudita. Quando il trafficante d’armi saudita della Lockheed Adnan Khasshoggi comprò l’Arizona-Colorado Land & Cattle Company, nel 1974, il ramo degli investimenti statunitense Morgan Stanley fece un affare. Quando Khasshoggi comprò un caseificio di 17000 ettari e un ranch da un milione di acri per il bestiame in Sudan, Morgan Stanley l’aiutò di nuovo.
Nel 1984 Morgan Grenfell spinse per l’esplorazione petrolifera nel Mare del Nord. Sir John Stevens della Grenfell consigliava la Banca Markazi dell’Iran. Stevens era un insider della Banca d’Inghilterra, dove il presidente della Royal Dutch/Shell Sir Robert Clark era membro del consiglio. Morgan Stanley occupava i primi 16 piani dell’edificio della Exxon a New York. Gestì nel 1977 la vendita delle azioni della BP da parte del governo inglese al clan al-Sabah del Quwayt. [5]
Il presidente della Jardine Matheson David Newbigging siede nel consiglio consultivo internazionale di Morgan Guaranty ed è probabilmente l’uomo più potente di Hong Kong. Il presidente di Morgan et Cie, divisione internazionale della banca, era Lord Cairncatto, che sedeva nel Comitato di Londra della HSBC, era presidente della Morgan Grenfell e membro del Consiglio interno del Royal Institute of International Affairs. [6] HSBC e Kleinwort Benson hanno il controllo del monopolio dell’oro Sharps Pixley Ward di Hong Kong. HSBC Bank possiede la British Bank of the Middle East, che monopolizza il fiorente mercato dell’oro di Dubai, la Republic Bank of New York di Edmund Safra, che dominava i vecchi mercati dell’oro libanesi e Midland Bank, agente di compensazione del narco-governo panamense. Fino a poco prima Sharps Pixley e Samuel Montagu, filiali della HSBC, si fusero con la Mocatta Metals della Standard Chartered, fondata da Cecil Rhodes, Johnson Matthey e NM Rothschild & Sons di Londra per fissare ogni giorno unilateralmente il prezzo dell’oro. Gli ultimi due monopoli hanno CdA che s’intrecciano sia con la HSBC che con il conglomerato Anglo-American controllato da Oppenheimer, la cui controllata Engelhardt monopolizza la raffinazione mondiale dell’oro. [7] Gli Oppenheimer controllano anche Rio Tinto e DeBeers, fondata da Cecil Rhodes, che monopolizza il commercio mondiale dei diamanti. La controllata Anglo-American delle Bermuda, Minorco, gioca un ruolo importante nel ciclo oro/diamanti/droga della Silver Triangle. Il taglio dei diamanti è finanziato dalla famiglia belga Lambert, cugini dei Rothschild, e dalla Barclays Bank, nel cui CdA siedono Sir Harry Oppenheimer e altri quattro membri dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più che in qualsiasi azienda nel mondo. [8] I giganti bancari canadesi Bank of Nova Scotia, Bank of Montreal, Royal Bank of Canada, Toronto Dominion Bank e Canadian Imperial Bank of Commerce, si sono uniti ai giganti inglesi National Westminster, Barclays, Lloyds e HSBC, nel presiedere la Silver Triangle dei Caraibi che ricicla narcodollari. Bank of Nova Scotia è il rivenditore d’oro più grande dei Caraibi e possiede 200 tonnellate di oro recuperate dai depositi sotto le macerie del World Trade Center nel 2001. La banca d’investimento più grande dei Caraibi è nota come ITCO, una joint venture tra Anglo-american, Barclays, NM Rothschild e Royal Bank of Canada. Il direttore della Lloyds, ADF Lloyd, è cognato del 10° conte di Airlie, presidente della Banca Schroeder della Warburg, che finanziò Hitler. La moglie di Earl è nipote di Otto Kahn, partner di primo piano di Kuhn Loeb. La suocera di Winston Churchill era una Airlie. Il cugino di Churchill, il visconte Cowdray, ha una grande partecipazione nella Lazard, usata dalla famiglia Kennedy. [9] Lazard controlla Financial Times, The Economist e Penguin Books.
La Citigroup dei sauditi e la Texas Commerce della Baker, ora JP Morgan Chase, aiutaron Raul Salinas a derubare il Tesoro messicano. Bank of America dei Rothschild fondò la Banca d’Italia sotto il paravento della Transamerica di Amadeo Giannini, con una joint venture da 3 miliardi di dollari con il Banco Ambrosiano, che acquistò la saccheggiata Continental Bank, finanziando la BCCI ed ripulendo gli affari della BNL. All’epoca Bank of America era la maggiore banca del mondo. [776] Secondo il ricercatore di Chicago Sherman Skolnick, Bank of America incanalava il denaro sporco generato dal finanziere latitante svizzero-israeliano del Mossad Marc Rich, e il cui denaro facile scomparve nel pozzo nero della Enron. Skolnick aggiunge che la Nugan Hand Bank divenne Household International, un prestatore di sub-prime di Chicago, il cui avvocato, fino al suo misterioso incidente in canoa, era l’ex-direttore della CIA Bill Colby. [10] Household è ora una controllata di HSBC. La Banque de Credit Internationale di Ginevra di Tibor Rosenbaum (BCI) predette la BCCI, ricevendo i profitti dei casinò di Meyer Lansky e i proventi della droga per finanziare gli imbrogli di MI6 e Mossad, tra cui la Permindex. [11] Lansky avviò i suo crimine organizzato con l’aiuto finanziario della famiglia Rothschild. Robert Vesco decollò con la Mary Carter Paint Company finanziata dai Rockefeller. Santos Trafficante è il loro successore. La CS First Boston fu fondata dalla famiglia Perkins di Boston con i proventi dell’oppio e finanziò sia l’omicidio di JFK che il tentativo di assassinio del presidente francese Charles de Gaulle. Richard Holbrooke, l’inviato di Obama in Afghanistan e capo architetto degli accordi di Dayton, e Dick Thornburgh, procuratore generale di Bush durante il cover-up della BNL, lavorarono per la CS First Boston al fianco di Sulayman Olayan. La banca collaborò con BP Amoco per arraffare il 20% della russa Lukoil.

KissAss
2239374_300Tra i clienti di Kissinger Associates vi erano la Banca nazionale della Georgia della BCCI di proprietà della BNL, che collaborò con la Banca centrale irachena armando l’Iraq attraverso i conti cifrati presso Bank of America, Bank of New York, Chase Manhattan e Manufacturers Hanover Trust. Agente di compensazione della BNL in tali operazioni era Morgan Guaranty Trust. Il Consiglio di Amministrazione della Chase Manhattan Bank rifletteva il Consiglio di Amministrazione Consultivo internazionale della BNL. Henry Kissinger era legato a Chase Manhattan e a Goldman Sachs, aiutando le narco-banche Bank of New York e CS First Boston a saccheggiare il Tesoro della Russia. Quando la banda della CIA saccheggiò le S&L (cassa depositi e prestiti. NdT), Goldman Sachs spazzolò via miliardi di attività in un colpo. Il Comitato consultivo internazionale della Chase Manhattan comprendeva Y. K. Pao della Hong Kong Worldwide Shipping, Ian Sinclair della narcotrafficante Canadian Pacific e GA Wagner della Royal Dutch/Shell. [12] Pao fu vicepresidente di HSBC.
Il CdA della Kissinger Associates è ancora più oscuro e potente, il lapsus freudiano massonico della KissAss è espresso dal vecchio denaro. Il co-fondatore Lord Carrington, membro del consiglio di Barclays e Hambros, presiede il Gruppo Bilderberg e l’Istituto Reale per gli Affari Internazionali. Il membro del CdA della KissAss è Mario d’Urso della dinastia dei banchieri Kuhn Loeb, è a capo della Jefferson Insurance, la joint venture tra Assicurazioni Generali (AG) e Riunione Adriatica di Sicurtà (RAS) negli Stati Uniti. L’AG di Venezia custodisce le immense fortune delle antiche famiglie di banchieri veneziani che finanziarono le crociate e il Sacro Romano Impero. Il suo CdA includeva Elie de Rothschild, il barone August von Finck, l’uomo più ricco della Germania, il barone Pierre Lambert, cugino dei Rothschild e finanziatore della Drexel Burnham Lambert, Jocelyn Hambro, la cui famiglia possiede Hambros Bank, che possedeva la metà della Banca Privata di Michele Sindona; Pierpaolo Luzzato Fegiz della potente famiglia italiana dei Luzzato che aveva legami con il Banco Ambrosiano di Sindona e Franco Orsini Bonacossi della potente famiglia Orsini, i cui membri sedevano nell’antico senato dell’impero romano. I maggiori azionisti di AG sono Lazard Freres e Banque Paribas. [13] Paribas, ora la maggiore banca del mondo, è controllata dalla famiglia Warburg, mentre Lazard è dominata dalle famiglie Lazard e David-Weill. I Lazard inglesi fanno ora parte del conglomerato Pearson, che possiede Financial Times, Economist, Penguin e Viking Books, Madame Tussaud e ampi interessi negli Stati Uniti. La francese Lazard Freres è occultata nell’holding denominata Eurafrance. Lazard gestisce il denaro dell’élite globale come gli Agnelli italiani, i Boels belgi, gli inglesi Pearson e gli statunitensi Kennedy. Membri del consiglio della RAS sono i membri della famiglia Giustiniani, discendenti dall’imperatore romano Giustiniano, della famiglia Doria, finanzieri genovesi dei sovrani asburgici spagnoli, e il duca d’Alba, che discende dalla monarchia asburgica spagnola.
Un altro potente elemento del CdA della KissAss era Nathaniel Samuels, altro vecchio sgherro della Kuhn Loeb del clan di Samuel, che controlla gran parte di Royal Dutch/Shell e Rio Tinto. Samuel fu presidente della Banque Louis-Dreyfus Holding Company di Parigi, derivante dalla dinastia di commercianti in granaglie Louis Dreyfus, uno dei Quattro Cavalieri del Grano. Lord Eric Roll è un altro membro della KissAss. Roll è presidente della banca d’investimento della famiglia Warburg, la SG Warburg. Il potente membro asiatico del consiglio della KissAss è Sir Y. K. Kan di Hong Kong, che rappresenta quattro vecchie famiglie bancarie cinesi che controllano la Bank of East Asia. Le radici massoniche del cliente piduista BNL della KissAss risalgono alla Banca Commerciale d’Italia, dove fu fondata la P-2. La filiale svizzera della banca, la Banca della Svizzera, acquistò il 7% di Lehman Brothers nel 1970. La famiglia Lehman fece fortuna vendendo armi alle forze confederate mentre contrabbandava l’oppio inglese nell’Unione dalle piantagioni di cotone di famiglia. Quando il cliente della Lehman Brothers, Enron, crollò, l’UBS Warburg piombò per comprarsi Enron OnLine per 0 dollari. Quando Lehman fallì nel 2008, Barclays banchettò con la sua carcassa.

Note
[767] The Chase: The Chase Manhattan Bank N. A.: 1945-1985. Harvard Business School Press. Boston. 1986. p.231
[768] The House of Morgan. Ron Chernow. Atlantic Monthly Press. New York. 1990. p.606
[769] “The Olayan Group: Fifty Years of Forging Business Partnership”. Advertisement. Forbes. 7-7-97
[770] “Now the Desert Kingdom’s are Thirsty for Cash”. John Rossant. Business Week. 3-18-91. p.32
[771] Chernow. p.612
[772] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.125
[773] Ibid. p.194
[774] Ibid. p.200
[775] Ibid. p.445
[776] “A System out of Control, Not Just One Bank”. George Winslow. In These Times. October 23-29, 1991. p.8
[777] “The Enron Black Magic: Part III”. Sherman Skolnick. 1999.
[778] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.22
[779] The Editors of Executive Intelligence Review. p.339
[780] Ibid. p.98

hsbc--621x414Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix e The Federal Reserve Cartel. Il suo settimanale è Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le priorità di Israele e Arabia Saudita in Siria. Militarismo coperto e “libanizzazione”

Phil Greaves Global Research, 18 febbraio 2014

1505520Gli attuali sviluppi sia all’interno che all’esterno della Siria mostrano che i principali mandanti della guerriglia estremista, cioè Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Quwayt, Israele e Turchia, non sono ancora pronti a gettare la spugna. Si poteva pensare che l’amministrazione Obama avese deciso di abbandonare la politica del cambio di regime a seguito del fallito tentativo d’incitare l’intervento, attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma la dura realtà resta che tale alleanza difatti continua il suo segreto sostegno militare alla rivolta, in una forma o nell’altra, nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza dei ribelli fondamentalisti ha  un’agenda settaria e si oppose con veemenza a qualsiasi forma di democrazia e pluralismo politico.  In primo luogo, il sostegno continuo è un prodotto della strategia globale della Full Spectrum Dominance dell’impero statunitense sulle regioni strategiche e ricche di risorse nel globo, attraverso  sovversione, aggressione economica e militare, politiche imposte in misura diversa ad ogni Stato disposto ad accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Tale atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti non è affatto esclusivo dei periodi di tensione o crisi accentuate, è permanente, portato al culmine delle violenze attraverso un opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivolte arabe hanno dato a Stati Uniti ed alleati la copertura perfetta per avviare i piani sovversivi su cui  lavoravano almeno dal 2006. La possibilità di eliminare un governo ostile che rifiuta i diktat statunitensi/israeliani era semplicemente troppo bella per perderla. Di conseguenza, quasi subito, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e sostenere gli elementi violenti in Siria, mentre i suoi media cercano di confonderli con i legittimi manifestanti locali.
Dato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione sconsiderata di sostenere, ampliare e istigare i militanti, la politica è miseramente fallita. Chiaramente, dal tono usato da diplomatici e propagandisti occidentali dello slogan, spesso ripetuto, dei “giorni di Assad sono contati”, si aspettavano un cambio di regime rapido. Tali desideri in gran parte si basavano sull’arroganza e la speranza statunitensi che lo scenario della No Fly Zone in Libia avrebbe guidato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Contrariamente a tali desideri, l’irritazione di Russia e Cina per la distruzione della Libia e l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, ha fatto sì che simili decisioni sulla Siria affrontassero un veto immediato. A sua volta, ciò s’è dimostrato una svolta nel rapporto odierno tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza, le cui conseguenze devono ancora materializzarsi. Inoltre, s’è rivelata una svolta nella crisi siriana, sapendo che Russia e Cina bloccavano eventuali tentativi di dare alla NATO una seconda possibilità di essere l’aeronautica di al-Qaida, gli Stati Uniti ancora una volta hanno scelto la politica del militarismo occulto, aumentando drasticamente i fondi e le armi ai ribelli, in parallelo alle campagne d’istigazione settarie abbracciate dai clericali salafiti-wahhabiti del Golfo, nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano con il terrorismo e una brutale guerra settaria di logoramento. In conseguenza della mancata rimozione di Assad o della distruzione del governo siriano e del suo apparato, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace d’impegnarsi in un’aperta aggressione, impiega la strategia della realpolitik, utilizzando principalmente il militarismo occulto per placare i desideri dei falchi neoconservatori del Congresso, e le zelanti influenze regionali di Riyadh e Tel Aviv, evitando la possibilità di essere trascinato in un altro intervento militare palese. A sua volta, tale strategia a doppio taglio alimenta la falsa idea pubblica sull’impero statunitense, che pseudo-pragmatici e propagandisti neoliberisti sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per l’impero USA; e cioè che sia una forza intrinsecamente altruista, un arbitro globale che a malincuore sovverte, invade, bombarda e interviene negli affari di nazioni sovrane per il bene dell’umanità. Finché tale falsa percezione viene confermata, l’ampio margine della farsa grottesca della realpolitik, del militarismo occulto e del terrorismo di Stato degli Stati Uniti non diminuirà. Chiaramente, l’impero degli Stati Uniti non ha alcun fretta di por termine allo spargimento di sangue in Siria, le sue priorità fin dall’inizio del 2011 sono rimuovere, o almeno indebolire gravemente, il governo e lo Stato siriani, a prescindere dalle conseguenze per la popolazione civile.
Utilizzando il controllo statale del flusso di armi e finanziamenti, e quindi la forza e capacità della rivolta nel complesso, l’amministrazione Obama ha impiegato inutilmente la tattica della carota e del bastone, nel tentativo di fare pressione sul governo siriano durante i negoziati in corso, affinchè aderisse alle pretese degli Stati Uniti e rinunciasse alla propria sovranità verso l’alleanza guidata dagli USA, sia sulla Siria che sui suoi primi alleati internazionali Russia e Iran, nella piena consapevolezza che i ribelli non hanno legittimità interna e la forza per cacciare Assad o sconfiggere l’esercito siriano. Recenti rapporti alludono al bastone democratico degli Stati Uniti, nella sua più recente forma di “nuove” e ampliate forniture di armi ai ribelli, compresi presumibilmente i MANPADS. Ciò avviene nei retroscena dei fallimentari colloqui di “pace” a Ginevra e può essere interpretato come risultato diretto del fallimento di Washington nel far valere i propri obiettivi: il bastone è la riserva infinita di terrorismo di Stato, la carota è il rubinetto aperto. Se i “nuovi” rifornimenti di armi effettivamente potenzieranno i ribelli danneggiando il governo siriano, resta da vedere, ed è assai improbabile in questa fase con l’esercito siriano che avanza nelle montagne del Qalamun liberando la città in mano ai ribelli di Yabrud, a sua volta garante del vitale traffico logistico dal Libano. L’esito probabile dell’aumento del flusso di armi ai ribelli nel sud, come dimostra sempre la militarizzazione istigata dagli USA, sarà la ripetizione degli stessi risultati devastanti: altri profughi, inasprendo la già critica crisi dei rifugiati, ulteriore distruzione delle infrastrutture civili da parte dei ribelli, ulteriori carenze di cibo e di servizi, e molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”, sostituto del cambio di regime?
Come dimostra la situazione, se Stati Uniti e loro alleati potranno rimuovere il governo siriano tramite la forza degli ascari, senza l’intervento occidentale militare sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimangono saldi, la strategia della libanizzazione potrebbe essere il sostituto “ottimale”, su cui Stati Uniti e alleati ora lavorano. Incoraggiare, istigare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’entità sionista da quando i colonialisti usurparono la terra palestinese nel 1948, con un atto specifico volto a fomentare il conflitto settario. La strategia della divisione è diretta contro qualsiasi Stato o governo arabo che si rifiuti di rispettare le pretese sioniste. L’ormai famoso stratega israeliano Oded Yinon, con “Una strategia per Israele negli anni ’80“, il Piano Yinon, fornisce forse il resoconto più chiaro delle intenzioni d’Israele verso i suoi vicini arabi: “La disintegrazione totale del Libano in cinque regioni è il precedente per tutto il mondo arabo… La dissoluzione della Siria, e più tardi dell’Iraq, in distretti etnico-religiosi sull’esempio del Libano è il principale obiettivo a lungo termine d’Israele nel Vicino oriente. L’attuale indebolimento militare di questi Stati è l’obiettivo a corto termine. La Siria si disintegrerà in diversi Stati dalla struttura etnica e religiosa… Come risultato, ci saranno uno Stato sciita alawita, la regione di Aleppo sarà sunnita, quella di Damasco sarà un altro Stato ostile a quello settentrionale. I drusi, anche quelli del Golan, dovrebbero creare lo Stato di Hauran nel nord della Giordania… e il ricco in petrolio, ma molto travagliato internamente Iraq, sono certamente degli obiettivi per Israele… Ogni tipo di confronto inter-arabo… accelererà il raggiungimento dell’obiettivo supremo, disintegrare l’Iraq come la Siria e il Libano”.
In tale contesto, non può essere un caso che il segretario di Stato degli USA John Kerry stia disperatamente perseguendo un fatto compiuto con l’autorità palestinese (PA). Contrariamente alla nauseante rappresentazione mediatica degli Stati Uniti quali pacificatori imparziali, il desiderio di Kerry di perseguire un “accordo” in questo momento è diretta conseguenza del conflitto siriano, e delle divisioni nel campo delle resistenza che ha creato. Stati Uniti e Israele ora cercano d’imporre un “accordo di pace” pro-israeliano con la corrotta PA che inevitabilmente sarà fallimentare e contrario agli interessi palestinesi. Fedele alleata della resistenza palestinese, attualmente impantanata nella lotta ideologica di al-Qaida e a disinnescare le auto-bombe per Dahiyah, la Siria non può sostenere i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno; e Stati Uniti e Israele ne approfittano per isolare la resistenza palestinese dai pochi Stati e attori arabi da cui riceve supporto.  Nel suo ultimo discorso, il segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha ricordato ai suoi ascoltatori questo problema cruciale: “Il governo statunitense cerca, insieme all’amministrazione sionista di mettere fine alla causa palestinese, e ritiene che questo sia il momento migliore per farlo, perché il mondo arabo e islamico è assente oggi, e ogni Paese è occupato dai propri problemi“. In modo simile, gli Stati Uniti utilizzano il conflitto siriano come leva contro l’Iran nei negoziati nucleari, nei continui tentativi di Washington per pacificare e subordinare un Iran indipendente, che indubbiamente svolge un ruolo importante nella politica degli Stati Uniti sulla Siria, forse con ruolo di definizione. Di conseguenza, i contrasti palestinesi e iraniani con Israele e Stati Uniti ora, come sempre, rientrano in qualche misura nei calcoli degli Stati Uniti, indissolubilmente legati alla soluzione della crisi siriana.
In realtà, la gioia evidente d’Israele per la distruzione della Siria e la preferenza evidente per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si dimostrano difficili da nascondere. Promuovendo il punto, uno dei tanti esempi di collusione Israele-ribelli appare nel recente articolo di National (che falsamente presenta i ribelli che “raggiungono” Israele come apparentemente “moderati”) sull’invio di centinaia di ribelli a curarsi negli ospedali israeliani e poi rispediti in Siria con 1000 dollari. Israele ha compiuto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, indipendentemente dal fondamentalismo, e collaborato con le fazioni ribelli nei bombardamenti israeliani su Lataqia e Damasco. Nel debole tentativo di mascherare tale collusione, i propagandisti israeliani diffondono attivamente disinformazione, secondo cui Israele aiuta la comunità drusa nel sud della Siria, ma la comunità drusa è saldamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare i rapporti con le comunità dei ribelli del sud, dovrebbero essere visti correttamente come tentativi di creare forze “confinarie” presso le alture occupate del Golan, a sostegno del furto di terre per le aspirazioni espansionistiche dei sionisti. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta d’Israele viene completamente svelata dalla sua collusione con i ribelli, a proprio vantaggio, e nella palese aggressione contro l’esercito siriano. Vi sono molte altre indicazioni secondo cui fazioni prominenti dell’alleanza degli Stati Uniti preferiscono e incoraggiano tali divisioni, in particolare Israele, ma la semplice logica indica che l’Arabia Saudita, il maggiore partner strategico regionale d’Israele e l’attore nell’alleanza statunitense che possiede la maggiore influenza e volontà politica nel sostenere i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe la disintegrazione dello Stato siriano, vedendolo in primo luogo come un colpo all’”espansione sciita”. La fissazione saudita e del Golfo sul settarismo, maschera i conflitti essenzialmente politici, ed inoltre è volutamente costruita per intensificare la strategia della divisione delle società plurali religiose ed etniche, come evidenziato da quasi tutti gli ascari sguinzagliati dai Paesi fondamentalisti del Golfo, come recentemente in Libia. Eppure anche i sauditi hanno dei limiti di capacità e decisione, essendo in ultima analisi legati alla generosità militare e alla protezione degli Stati Uniti, e potendo contare sulle reti terroristiche nel momento critico. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaida e dai vari estremisti che combattono in Siria, potrebbero essere una cosmesi per il pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaida e i suoi confratelli estremisti come malleabili ascari che non gli pongono alcuna reale minaccia, costituendo una componente fondamentale della politica estera e dell’aggressione occulta saudite.
Di assai maggiore importanza per i confluenti interessi regionali di Israele e Arabia Saudita, che  giocano un ruolo critico nei calcoli degli Stati Uniti, sono gli ascari fondamentalisti attualmente istigati a combattere l’Iran, la Siria, e Hezbollah. La disintegrazione dell’Asse della Resistenza è la massima priorità della politica statunitense in Medio Oriente, la presunta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti, originariamente creati e sostenuti da Stati Uniti e alleati, è solo un ripensamento. L’impero degli Stati Uniti, nei suoi sforzi per contenere, e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che contento di consentire ai propri clienti reazionari e settari d’incitare il conflitto necessario a sovvertire, spezzare e dividere il potere inevitabile che un Medio Oriente unificato potrebbe pretendere: se solo le loro aspirazioni progressiste e l’unità non venissero ripetutamente “respinte” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo artificiale.

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Phil Greaves, scrittore inglese di politica estera, soprattutto nel mondo arabo dalla seconda guerra mondiale.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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