Ucraina: questione geostrategica al centro della guerra tiepida

Jean Geronimo, esperto di economia e geostrategia russe Humanité

Recandosi a Kiev a sostenere gli oppositori, anche di estrema destra, al regime ucraino, Catherine Ashton assume una posizione ostile alla Russia, che aveva chiesto all’UE di non intervenire. Il sostegno delle potenze occidentali alla preoccupante “rivoluzione” ucraina punta a far entrare il Paese nell’ambito di UE e NATO, nonché ad impedire il ritorno della grande potenza Russia cercando d’indebolirla regionalmente?

1508052Con il sostegno occidentale a un’inquietante “rivoluzione” ucraina e la sua volontà d’interferenza, si cerca d’impedire il ritorno della Russia come grande potenza che ritorna in scena, indebolendola sul piano regionale Nel quadro della strategia del riflusso (rollback) della potenza russa, intrapresa dalla fine della Guerra Fredda, le potenze occidentali mostrano sfiducia endemica verso uno Stato disperatamente percepito come l’erede dell’asse del male (comunista). Tale strategia “anti-russa” è dimostrata dai continui tentativi di cooptazione delle ex-repubbliche dell’URSS, attraverso il “partenariato orientale” (tramite l’UE) politicamente orientato, o il “Partenariato per la Pace innovazioni” (tramite la NATO), e recentemente con l’”accordo di associazione” tra UE ed Ucraina. Più o meno esplicitamente, tali “innovazioni” politiche sviluppano l’idea di un “vicinato condiviso” e di valori comuni, esprimendo il diritto all’ingerenza occidentale nella periferia post-sovietica, tra cui l’Ucraina. Sul piano della CSI, tali politiche non rientrano più nelle prerogative del monopolio russo e in tale senso ne minacciano l’area d’interesse storico. Cosa che Mosca non accetterà mai.

Ucraina, al centro della lotta per l’influenza
In larga misura, ciò spiega il problema della configurazione geopolitica alla base della crisi ucraina, che lungi dall’essere una “rivoluzione” è in realtà al centro della lotta di potere tra due grandi nemici storici. Dalla transizione post-comunista, la lotta continua nel contesto della guerra “tiepida” (1) forma attualizzata e deideologizzata della guerra fredda volta a controllare aree e “nodi” strategici.  In questo contesto, qualsiasi riavvicinamento tra l’Ucraina e l’Unione europea (tramite l’accordo di associazione) può essere considerato come il passo preliminare e “naturale” per la sua futura integrazione nella NATO, come è stato confermato da Washington, una provocazione strategica contro la Russia. A livello strutturale, tali obiettivi sono priorità implicite della nuova diplomazia statunitense decisa dall’amministrazione Obama. Tuttavia, la tendenza del potere russo è santuarizzare l’estero vicino contro le tendenze espansioniste occidentali. In questo contesto, la NATO continua un’offensiva ingiustificata facendo leva sulla vecchia lotta contro il comunismo. Con una furia incredibile. Pur rimanendo nella strategia anti-russa della guerra fredda sostenuta dall’ex-consigliere del presidente statunitense J. Carter, Z. Brzezinski (2), tale duplice obiettivo della politica estera statunitense giustifica l’enorme investimento mediatico occidentale sulle vicende ucraine, per destabilizzare il governo filo-russo e dimettere il presidente (ancora) legittimo, Viktor Janukovich. Più inquietante è che tale evento ucraino sia in linea con le “rivoluzioni” liberali “colorate” in Georgia (2003), Ucraina (2004) e Kirghizistan (2005), incoraggiate e finanziate in parte dall’amministrazione statunitense, secondo una tecnica collaudata e politicamente corretta.

Una “rivoluzione” manipolata
Tale configurazione spiega l’esistenza delle manipolazioni occidentali attraverso ONG (in nome dei “diritti umani”) e il sostegno all’opposizione ucraina, la disinformazione e il condizionamento dell’opinione pubblica, così come l’interferenza di dirigenti stranieri, tra cui statunitensi ed europei,  naturalmente accusando la “mano di Mosca”. Oggi l’Europa brilla per la sua assenza in Africa e nel Medio Oriente, ma invece non esita ad interferire negli affari politici interni sovrani dell’Ucraina, in atto a Kiev, attraverso Catherine Ashton sostenuta dal suo mentore statunitense, John Kerry. La mente vacilla…  Ora, come giustamente ha sottolineato J. M. Chauvier, c’è la deriva estremista di natura neo-nazista degli eventi che scivolano su un nazionalismo anti-russo che, sempre più, sfugge al controllo dei leader dell’opposizione puntellata dall’occidente. È probabilmente l’errore maggiore e il peggiore pericolo per la goffa Europa, la cui politica incosciente contribuisce a risvegliare “vecchi demoni” nello spazio post-sovietico, in particolare nei Paesi baltici e Ucraina. Tuttavia, questa informazione viene totalmente oscurata dal pensiero unico, allegramente trasmesso dai nostri media.

Un accordo pericoloso per l’Ucraina
I leader occidentali perciò fanno pressione sul Presidente Janukovich per costringerlo alla “scelta dell’Europa e della libertà”, secondo lo slogan ridondante dell’opposizione sotto influenza occidentale, e quindi a proteggere il “buon popolo ucraino” dal possibile ritorno dell’imperialismo russo, a rischio di offendere la sensibilità dell’amministrazione Putin. In tale contesto, possiamo meglio comprendere il ripiegamento del presidente ucraino, desideroso di difendere gli interessi nazionali e, a tal fine, ammorbidire i drastici (e irresponsabili) vincoli imposti dall’accordo di associazione e di libero scambio. Contrariamente alle indiscrezioni dei media, non si tratta quindi del rifiuto dell’Europa, ma della richiesta di riformulazione del contratto, che politicamente non è neutrale ed economicamente è suicida per l’Ucraina. Un ricordo è necessario, oggi. Di fronte tale manipolazione politica, la Russia non poteva non reagire. In particolare l’integrazione dell’Ucraina nello Spazio economico europeo (obiettivo dichiarato dell’UE) trasformerà il Paese in una piattaforma di riesportazione dei prodotti occidentali, via multinazionali, in Russia, la cui economia verrebbe attaccata e destabilizzata. Molto rapidamente V. Putin ha trovato una risposta adeguata e corrispondente agli interessi economici dell’Ucraina, ma nel rispetto degli interessi politici della Russia, incline a proteggere la zona d’influenza contro i desiderata più pressanti dell’UE. Mosca non l’ha mai nascosto mostrando anche una certa trasparenza in questo settore, a differenza del gioco oscuro dell’Europa, guidata dalla “mano” di Washington che naviga nelle acque torbide della “sua” prode democrazia, imposta al mondo globalizzato quale verità suprema. Curioso messianismo.

Il ritorno della Russia, comunque…
Tale accordo mira esplicitamente ad imporre l’ideologia neoliberista del “libero mercato”, del  deregolamento economico e finanziario, esprimendo una visione anti-statuale disastrosa e a corto  termine, impoverendo notevolmente la società ucraina con il rischio di una “nuova Grecia”. Il “popolo” che manifesta non lo sa, senza dubbio. In realtà non so perché manifesta, spinto dall’entusiasmo e motivato da una rivoluzione manipolata, come i precedenti del 2004. Incoraggiato dalla benevolenza occidentale, non esita ad assaltare edifici governativi e a “colpire poliziotti.” Ridondanza preoccupante. A differenza dei suoi omologhi occidentali, la Russia è rispettosa delle regole del diritto internazionale, comprese quelle sulla sovranità statale. Dopo la sua doppia iniziativa di aiuto finanziario (prestito di 15 miliardi di dollari) e riduzione (un terzo) del prezzo del gas all’Ucraina, e il desiderio di sviluppare una vera e propria cooperazione economica e tecnologica con quest’ultima, Mosca mostra, ancora una volta, una diplomazia estremamente efficace, al contrario dell’UE. Mentre altri Stati, in modo subdolo, non esitano a sfruttare la “rivoluzione”. Ma a quale prezzo? Innegabilmente, la Russia post-comunista ha percorso una lunga strada e gradualmente rientra tra i “grandi” difendendo una certa etica e, se necessario, opponendosi alle false rivoluzioni.
Il gioco a scacchi tra USA e Russia continua pertanto nel cuore dell’Eurasia, Ucraina.

(1) J. Geronimo  (2012) “Il pensiero strategico russo – Guerra calda sulla scacchiera eurasiatica: le rivoluzioni arabe e dopo?“, prefazione a J.  Sapir, ed. Sigest.
(2) Z. Brzezinski è noto per aver indotto l’intervento dell’Armata Rossa in Afghanistan, a fine dicembre 1979, con l’obiettivo di sprofondarla in un conflitto periferico, estenuante, economicamente e politicamente distruttiva per l’URSS. Tale iniziativa strategica precipitò la caduta del regime sovietico alla fine del dicembre 1991. Un dicembre maledetto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il terrorismo mira alla California

Dedefensa 07/02/2014
BN-BK310_noonan_G_20140206190805La “rivelazione” è stata fatta con discrezione. Alcun allerta da parte di FBI, NSA, CIA, HMS, ecc., nessuna grave dichiarazione allarmata su al-Qaida qui, al-Qaida là… Invece, che discrezione! Pertanto, non prima del 4 febbraio 2014 sul Wall Street Journal, ripreso da altri siti dissidenti come The Truth Wins (Michael Snyder, 6 febbraio 2014) e Infowars.com (6 febbraio 2014), s’è appreso di un attacco terrorista in grande stile e del tutto nuovo, che assai discretamente e con grande efficienza operativa, ha messo fuori uso per diverse settimane una centrale elettrica della California. L’attacco fu assai specifico e probabilmente il primo del  genere: un gruppo, per esempio, un commando di cecchini ha attaccato l’impianto per 19 minuti con la massima precisione, colpendo con precisione chirurgica sempre punti sensibili causando alla centrale notevoli inconvenienti operativi. Cosa più interessante, le informazioni provengono da dichiarazioni pubbliche fatte al WSJ e che hanno avuto scarsa eco nel sistema mediatico. Sembra che ci sia stata inizialmente l’informazione da un ex-funzionario subito trasmessa da fonti realmente ufficiali. La principale fonte del WSJ descrive l’incidente come “il più significativo attacco terroristico interno contro la rete elettrica del Paese.” Nessun arresto, nessuna traccia seria è stata individuata. Alcune ipotesi formulano l’idea della “ripetizione” di un attacco più grande e più grave.
L’attacco è cominciato poco prima dell’01:00, 16 aprile dello scorso anno, quando qualcuno s’infilò  in un canale sotterraneo non lontano da una superstrada trafficata per tagliare cavi telefonici. Nel giro di mezz’ora, cecchini aprirono il fuoco su una vicina sottostazione elettrica. Spararono per 19 minuti, ed hanno eliminato chirurgicamente 17 trasformatori giganti che incanalavano l’energia elettrica di Silicon Valley. Un minuto prima che un’auto della polizia arrivasse, i tiratori scomparvero nella notte… Per evitare un black-out, i funzionari delle rete elettrica deviarono l’energia dal sito e chiesero alle centrali della Silicon Valley di produrne di più. Ma ci vollero 27 giorni di lavoro per le riparazioni e riattivare la sottostazione. Nessuno fu arrestato o accusato dell’attacco alla sottostazione Metcalf della PG&E Corp. Si tratta di un incidente di cui pochi statunitensi sono a conoscenza. Ma un ex-impiegato federale l’“ha definito atto terroristico che, se fosse ampiamente replicato nel Paese, potrebbe abbattere la rete elettrica degli Stati Uniti e mettere sotto blackout gran parte del Paese”. L’attacco fu “il più significativo episodio di terrorismo interno contro la rete elettrica mai accaduto” negli Stati Uniti, ha detto Jon Wellinghoff, presidente della Federal Energy Regulatory Commission, all’epoca… Il 64enne del Nevada, nominato alla FERC nel 2006 dal presidente George W. Bush e dimessosi a novembre, ha detto che indisse un briefing a porte chiuse con in vertici delle agenzie federali, del Congresso e della Casa Bianca, lo scorso anno. Essendo passati mesi senza alcun arresto, ha detto di essere sempre più preoccupato che un attacco ancora più grave sia allo studio. Affermava di render pubblico l’incidente per la preoccupazione che la sicurezza nazionale sia a rischio e che le centrali elettriche critiche non siano adeguatamente protette. Il Federal Bureau of Investigation non pensa che un’organizzazione terroristica abbia attaccato la Metcalf, ha detto un portavoce del FBI di San Francisco. Gli investigatori “continuano a setacciare le prove”, ha detto. Alcune persone dell’ente condividono le preoccupazioni di Wellinghoff, tra cui un ex-funzionario alla PG&E, la proprietaria di Metcalf, che ha detto a un incontro dell’ente, a novembre, che temeva che l’incidente avrebbe potuto essere la prova generale di un’azione maggiore. “Non è stato un incidente deciso da Billy-Bob e Joe dopo un paio di birre, entrando e sparando in una sottostazione”, ha detto Mark Johnson, ex-vicepresidente della PG&E, alla conferenza sulla sicurezza dell’ente elettrico, secondo un video di presentazione. “Fu un evento ben architettato, pianificato e mirato contro certi componenti.” Contattato, Johnson ha rifiutato di commentare...”
Vi sono molti elementi misteriosi e incerti in questo caso. In primo luogo, pubbliche ma non ufficiali dichiarazioni, diciamo semi-ufficiali dalle valutazioni contrastanti. Poi un’operazione descritta come opera di un vero commando di professionisti che utilizzano tecniche avanzate di tiro, in condizioni che richiedono una certa conoscenza tecnica specifica del bersaglio, o comunque informazioni specifiche al riguardo. Ancora, l’FBI non dispone di informazioni su nulla, eppure afferma che non si tratta di un’organizzazione terroristica, mentre l’attacco è ovviamente una vera e propria operazione di un commando organizzato. Anche i commenti dei “dissidenti” restano incerti, al punto in cui sentiamo gli autori oscillare tra un’interpretazione ostile dell’atto a un’altra interpretazione secondo cui potrebbe essere un’azione interna di un ambito “altamente qualificato”, per esempio riferendosi alle capacità tecniche e tattiche delle “forze speciali” di eserciti moderni o di certe unità della criminalità organizzata, che giustificherebbe l’atteggiamento del “centro” federale in molti settori, la militarizzazione della polizia e la pressione della sorveglianza svolta dalla NSA, ecc. Così scrive Michael Snyder, passando al tema di un possibile attacco contro gli impianti nucleari civili (una “Fukushima americana”, ha scritto drammaticamente), ponendosi oggettivamente dalla parte delle forze antiterrorismo denunciate, in generale, quali nemici dai dissidenti antisistema negli Stati Uniti:
In un precedente articolo, ho discusso una relazione molto inquietante che dimostra che i nostri impianti nucleari sono davvero estremamente vulnerabili… impianti nucleari di ricerca e commerciali negli Stati Uniti non sono adeguatamente protetti contro la minaccia del terrorismo, secondo i risultati di nuovo studio pubblicato questa settimana dal Progetto di prevenzione della proliferazione nucleare (NPPP) della LBJ School of Public Affairs dell’Università del Texas di Austin. Le due maggiori minacce terroristiche che affrontano queste strutture, secondo il rapporto, sono il furto di materiali nucleari militari e il sabotaggio volto a provocare una fusione del reattore nucleare. Lo studio, intitolato “Protezione degli impianti nucleari statunitensi da attacchi terroristici: rivalutare l’attuale approccio del ‘Design Basis Threat’”, non ha trovato uno solo dei 104 reattori nucleari commerciali negli Stati Uniti protetto contro “un attacco terroristico assai credibile” come l’11/9. In realtà, gli impianti nucleari non sono tenuti a proteggersi contro gli attacchi aerei, assalti da grandi squadre di terroristi o anche dai fucili ad alta potenza dei cecchini. La verità è che siamo molto, molto più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto la maggior parte degli statunitensi oserebbe immaginare. Allora, perché il governo federale non fa di più per proteggerci?
L’impressione generale lasciata da questo evento è così incerta che il pubblico non ne ha ancora  avuto alcuna seria copertura mediatica, soggetta ad interpretazioni altrettanto incerte, un tale atto di terrorismo dovrebbe, secondo i “dissidenti”, essere percepito come un attacco contro gli Stati Uniti, o un atto di colera interna contro il “centro federale” e tutte le organizzazioni che lo rappresentano, realmente o simbolicamente, questa impressione riflette la confusione generale esistente negli Stati Uniti. Ci sono varie correnti di comunicazione assai contraddittorie che alimentano un clima così incerto. Da un lato, le tante voci sulla militarizzazione, massicci acquisti di munizioni da parte del dipartimento di Sicurezza Interna, di equipaggiamenti quasi-militari per la polizia, intensificazione della repressione e naturalmente la sorveglianza della NSA, tutti atti considerati da gran parte dell’opinione pubblica come misure eccezionali sviluppate dal “centro” contro il cittadino. D’altra parte, le informazioni assai scarse su certi eventi vengono rapidamente etichettate “incidenti industriali” (come l’esplosione dell’impianto di fertilizzanti industriali di Waco, Texas, del 17 aprile 2013) che potrebbe anche essere il risultato di attacchi terroristici. Infine, l’attacco stesso, dello scorso aprile, non fa riferimento ad alcun tipo di terrorismo noto, non cerca pubblicità sui media, e sembra volere un risultato calcolato, dimostrando la propria efficacia e sfuggendo alle normali reti d’intelligence, cioè  non cerca in alcun modo di operare in una direzione o l’altra del sistema di comunicazione. (Anche supporre una provocazione dalle autorità ha poco senso, per via della completa mancanza di pubblicità sull’evento, riducendone l’effetto comunicativo e psicologico).
… Altre volte un tale evento sarebbe stato causa di contingenze incontrollabili sulla vasta popolazione degli Stati Uniti, con le sue diversità estreme e abitudini violente. Oggi, una tale interpretazione sembra infinitamente più difficile, tanto da chiedersi se, in altri tempi, un evento del genere, nelle condizioni in cui viene descritto, sarebbe stato possibile… Infine, le stesse condizioni di discrezionalità, mancanza di visibilità e comunicazione non operativa, rappresentano un caso abbastanza singolare, una sorta di ricerca dell’effetto con l’assenza di effetto. Le pressioni critiche della situazione mondiale fanno si che sempre meno incidenti, tensioni siano lasciati al caso, oggi.  Tutto assume un significato, oggi, anche il silenzio e l’ignoranza dell’atto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La NATO dietro il golpe neo-nazista in Ucraina

EIR Executive Report Intelligence 6 febbraio 2014 – Oriental Review
slide_334279_3346485_freeLe nazioni occidentali, guidate dall’Unione europea e dall’amministrazione Obama, sono la base di un vero e proprio golpe neo-nazista in Ucraina. Se il tentativo ha successo, le conseguenze si estenderanno ben oltre i confini dell’Ucraina e degli Stati confinanti. Per la Russia, un tale golpe costituirebbe un casus belli, avvenendo nel contesto dell’espansione della difesa missilistica della NATO verso l’Europa centrale e dell’evoluzione della dottrina USA-NATO del “Prompt Global Strike“, che presuppone che gli USA possano lanciare un primo attacco contro Russia e Cina e sopravvivere alla rappresaglia. Gli eventi in Ucraina costituiscono il potenziale innesco della guerra globale che potrebbe rapidamente e facilmente sfociare in una guerra termonucleare. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di questo fine settimana, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto uno vivo scambio pubblico con il segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen, in cui quest’ultimo accusa la Russia di “retorica bellicosa” e Lavrov ha risposto citando il programma di difesa missilistica in Europa come tentativo di garantirsi la possibilità del Primo Attacco nucleare contro la Russia. Nelle sue osservazioni formali a Monaco e della settimana prima al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Lavrov ha anche accusato i governi occidentali di  sostenere organizzazioni terroristiche neo-naziste nel zelante tentativo di mettere l’Ucraina sotto il controllo dell’Unione europea e della Trojka stringendo il cappio della NATO intorno la Russia. Se non altro, Lavrov ha compreso la situazione.

Gli squadristi nazisti prendono l’iniziativa
Da quando il Presidente Viktor Janukovich ha annunciato che l’Ucraina abbandonava l’intenzione di  firmare accordo di associazione dell’Unione europea, il 21 novembre 2013, le organizzazioni filo-occidentali costituite da residuati bellici e dell’immediato dopoguerra del collaborazionismo nazista dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini banderisti (OUN-B) e i loro successori, hanno lanciato una campagna di provocazioni volta non solo ad abbattere il governo del Primo ministro Mykola Azarov, ma a rovesciare il presidente democraticamente eletto Janukovich. Il partenariato orientale dell’Unione europea fu avviato nel dicembre 2008 da Carl Bildt e Radek Sikorski, ministri degli esteri di Svezia e Polonia, dopo la prova di forza militare della Georgia contro la Russia in Ossezia del sud. Il partenariato orientale punta a sei ex-repubbliche dell’Unione Sovietica: tre nella regione del Caucaso (Armenia, Azerbaigian, Georgia) e tre in Europa centro-orientale (Bielorussia, Moldavia, Ucraina). Non dovevano essere invitate alla piena adesione all’UE, ma trascinate nella morsa europea attraverso i cosiddetti accordi di associazione, incentrati su un ampio e globale accordo di libero scambio (DCFTA). Il primo obiettivo era l’Ucraina. Nell’ambito dell’accordo di associazione negoziato con l’Ucraina, ma non firmato, l’economia industriale dell’Ucraina sarebbe stata smantellata, il commercio con la Russia devastato (con la Russia che poneva termine al regime di libero scambio con l’Ucraina, per evitare che i propri mercati venissero invasi via Ucraina) e i giocatori dei mercati europei avrebbero arraffato materie agrarie e prime da esportare dall’Ucraina. Lo stesso regime di austerità mortale imposto ai Paesi mediterranei dell’Europa, con la truffa del piano di salvataggio della Trojka, sarebbe stato imposto all’Ucraina. Inoltre, l’accordo di associazione avrebbe avuto una “convergenza” sulle questioni di sicurezza, con l’integrazione nei sistemi di difesa europei. Con un tale accordo aggiornato, i trattati a lungo termine sull’uso della Marina russa dei porti cruciali della Crimea sul Mar Nero sarebbero stati conclusi, in ultima analisi consegnando alla NATO basi avanzate sul confine immediato della Russia. Mentre i resoconti  stampa occidentali hanno promosso le manifestazioni di piazza Indipendenza di Kiev (Maidan Nezalezhnesti, o Euromaidan come è ora chiamata) inizialmente come pacifiche, la realtà indica che fin dall’inizio le proteste coinvolgono neonazisti dichiarati, picchiatori di estrema destra e “afghansy“, veterani delle guerre in Afghanistan, Cecenia e Georgia. Secondo il parlamentare ucraino Oleg Tsarjov, 350 ucraini sono rientrati dalla Siria, nel gennaio 2014, dopo aver combattuto con i ribelli siriani, anche con i gruppi di al-Qaida quali il Fronte al-Nusra e lo Stato Islamico d’Iraq e Siria (SIIS).
Già tra il 30 novembre e  il 1 dicembre 2013, i rivoltosi lanciavano molotov e sequestravano l’ufficio del sindaco di Kiev, dichiarandolo “quartier generale rivoluzionario”. I manifestanti dell’opposizione del partito Svoboda, già partito nazionalsocialista, marciano sotto la bandiera rossa e nera dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini di Stepan Bandera (OUN-B), i collaborazionisti filo-nazisti che sterminarono ebrei e polacchi coadiuvando la macchina da guerra nazista, in adempimento delle proprie idee radicali sulla purezza etnica, durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo slogan del partito Svoboda, “l’Ucraina agli ucraini“, fu il grido di battaglia di Bandera durante il collaborazionismo dell’OUN-B con Hitler dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica. Fu sotto questo slogan che esecuzioni di massa e pulizia etnica vennero eseguite dai fascisti di Bandera.  Fonti ucraine riferiscono che il partito Svoboda effettuava addestramento paramilitare nell’estate del 2013, mesi prima che il Presidente Janukovich decidesse di respingere l’accordo di associazione con l’UE. Il carattere neo-nazista, razzista e antisemita di Svoboda non ha impedito ai diplomatici occidentali, tra cui l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Victoria Nuland, d’incontrare pubblicamente il leader del partito Oleg Tjagnibok, espulso dal movimento Nostra Ucraina nel 2004 per i suoi discorsi velenosi contro “moscoviti ed ebrei”, usando denominazioni offensive e dispregiative verso entrambi. La rinascita fascista dei banderisti è chiara dalla “rivoluzione arancione” del 2004, quando Viktor Jushenko fu piazzato presidente dell’Ucraina con una campagna di piazza eterodiretta e fortemente finanziata dalla Fondazione Rinascimento Internazionale di George Soros e da altre 2000 organizzazioni non governative di Europa e USA, dopo essere stato ufficialmente dichiarato perdente alle presidenziali con Viktor Janukovich. Il 22 gennaio 2010, uno degli ultimi atti di Jushenko da presidente, dopo aver perso la rielezione con Janukovich con un ampio margine, fu nominare Stepan Bandera Eroe d’Ucraina, una grande onoreficenza dello Stato. La seconda moglie di Jushenko, Katerina Shumachenko, era membro del gruppo giovanile dell’OUN-B banderista di Chicago, dove è nata, secondo fonti. Nel 1980, Shumachenko era a capo degli uffici di Washington del Comitato del congresso ucraino di America (in cui l’influenza dell’OUN-B era grande al momento, secondo l’Internet Encyclopedia of Ucraina) e del Comitato nazionale delle nazioni in cattività, prima di passare all’Ufficio per i diritti umani del dipartimento di Stato. Nel gennaio 2011, il Presidente Janukovich annunciò che il titolo di eroe dello Stato dell’Ucraina a Bandera era stato ufficialmente revocato.

OUN-B: un po’ di storia
L’eredità dell’OUN-B è fondamentale per comprendere la natura dell’insurrezione armata ormai in atto in Ucraina. L’Organizzazione dei nazionalisti ucraini fu fondata nel 1929, e quattro anni dopo Bandera era alla guida. Nel 1934 Bandera e altri leader dell’OUN furono arrestati per l’assassinio di Bronislaw Pieracki, ministro degli Interni polacco. Bandera fu liberato dal carcere nel 1938 e subito entrò in trattative con il comando d’occupazione tedesco beneficiando dei fondi e dell’addestramento organizzato dall’Abwehr per 800 dei suoi commando paramilitari. All’invasione  nazista dell’Unione Sovietica nel 1941, le forze di Bandera consistevano in almeno 7000 combattenti organizzati in “gruppi mobili” e coordinati dalle forze tedesche. Bandera ricevette 2,5 milioni di marchi tedeschi per condurre operazioni sovversive nell’Unione Sovietica. Dopo aver dichiarato uno Stato ucraino indipendente sotto la sua direzione, nel 1941, Bandera fu arrestato e inviato a Berlino. Ma mantenne legami e finanziamenti nazisti, ed i suoi “gruppi mobili” furono riforniti e appoggiati per via aerea dai tedeschi durante la guerra. Nel 1943, l’OUN-B di Bandera condusse una campagna di sterminio di massa contro polacchi ed ebrei, uccidendo circa 70000 civili durante l’estate di quel solo anno. Anche se Bandera dirigeva le operazioni dell’OUN-B da Berlino, il programma di pulizia etnica era gestito da Mykola Lebed, il capo della Sluzhba Bespeki, l’organizzazione della polizia segreta dell’OUN-B. Nel maggio 1941, nella seduta plenaria dell’OUN a Cracovia, l’organizzazione pubblicò un documento, “Lotta e azione dell’OUN durante la Guerra“, che dichiarava “Moskali, polacchi e ebrei ci sono ostili e devono essere sterminati in questa lotta.” (“Moskal” è un gergo dispregiativo ucraino per “moscoviti” o russi.)
Con la sconfitta dei nazisti e la fine della guerra sul fronte europeo, Bandera e molti leader dell’OUN-B si sparpagliarono nei campi degli sfollati in Germania e Europa centrale. Secondo Stephen Dorrill, nella sua autorevole storia dell’MI6, MI6: nel mondo occulto del Secret Intelligence Service di Sua Maestà, Bandera fu reclutato per lavorare per l’MI6 nell’aprile 1948. Il legame inglese fu organizzato da Gerhard von Mende, un ex-capo nazista che aveva guidato la divisione del Caucaso del ministero del Reich per i territori orientali occupati (Ostministerium). Von Mende reclutò musulmani del Caucaso e dell’Asia centrale per combattere con i nazisti durante l’invasione dell’Unione Sovietica. Alla fine della seconda guerra mondiale, lavorò per gli inglesi attraverso una società di copertura, il Servizio di ricerca sull’Europa orientale, un’agenzia di reclutamento per gli insorti musulmani operanti nell’Unione Sovietica. Von Mende fu determinante nella creazione di un importante polo di attività della Fratellanza musulmana a Monaco di Baviera e a Ginevra. Attraverso von Mende, l’MI6 addestrò gli agenti dell’OUN-B e li spedì in Unione Sovietica ad effettuare operazioni di sabotaggio e di assassinio tra il 1949 e il 1950. Un rapporto del 1954 dell’MI6 elogiava Bandera quale “sabotatore professionale dal passato di terrorista dalle nozioni spietate delle regole del gioco.” Nel marzo 1956 Bandera lavorò per l’equivalente tedesco della CIA, la BND, allora diretto dal generale Reinhardt Gehlen, capo dell’intelligence militare tedesca sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale. Ancora una volta, von Mende fu suo sponsor e protettore. Nel 1959, Bandera fu assassinato dal KGB in Germania ovest.
Al primo assassino di Bandera nell’OUN-B, Mykola Lebed, comandante locale della polizia segreta del gruppo, andò ancora meglio alla fine della seconda guerra mondiale. Lebed fu reclutato dal controspionaggio dell’esercito statunitense (CIC) nel dicembre 1946 e nel 1948 era sul libro paga della CIA. Lebed assunse quegli agenti dell’OUN-B che non se ne andarono con Bandera e l’MI6,   partecipò ad una serie di programmi di sabotaggio dietro la cortina di ferro, tra cui “l’operazione Cartel” e l’”operazione Aerodinamica”. Lebed fu portato a New York City dove costituì una società di facciata della CIA, la Prolog Research Corporation, sotto il controllo di Frank Wisner, capo della direzione operativa della CIA negli anni ’50. Prolog operò fino al 1990, ottenendo un grande impulso quando Zbigniew Brzezinski era National Security Advisor del presidente Jimmy Carter.
Nel 1985, il dipartimento di Giustizia statunitense avviò un’indagine sul ruolo di Lebed nel genocidio in Polonia e Ucraina occidentale, ma la CIA la bloccò e alla fine fu abbandonata.  Tuttavia, nel 2010, dopo il rilascio di migliaia di documenti del periodo bellico, i National Archives pubblicarono una relazione sui documenti, L’ombra di Hitler: criminali di guerra nazisti, intelligence USA e Guerra Fredda, di Richard Breitman e Norman Goda, che comprendeva un dettagliato resoconto sul collaborazionismo di Lebed e Bandera con i nazisti e il loro coinvolgimento nelle stragi di ebrei e polacchi. Tale eredità di Bandera-Lebed, e le reti create nel dopoguerra, sono al centro degli eventi in Ucraina.

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Il 25 gennaio 2014, ventinove leader di partiti politici ed organizzazioni civili e religiose ucraini, tra cui l’ex-candidata presidenziale e parlamentare Natalija Vitrenko, inviarono una lettera aperta al Segretario generale e ai leader dell’UE e degli Stati membri delle Nazioni Unite, denunciando il sostegno occidentale alla campagna neonazista volta ad effettuare un sanguinoso colpo di Stato contro un governo legittimamente eletto. Sulla lettera aperta si legge: “… nel sostenere le azioni dei guerriglieri in Ucraina. … proteggete direttamente, incitate e istigate i neonazisti e neofascisti ucraini. Nessuno di questi oppositori (Jatsenjuk, Klishko e Tjagnibok) nasconde la perpetuazione dell’ideologia e delle pratiche dell’OUN-UPA. … Ovunque vada la gente di Euromaidan in Ucraina, diffonde slogan di cui sopra, neo-nazisti, simboli razzisti. … Inoltre, conferma la natura neo-nazista di Euromaidan l’uso costante di ritratti dei sanguinari carnefici del nostro popolo, gli agenti dell’Abwehr Bandera e Shukhevich“. La lettera aperta domanda ai leader occidentali: “L’ONU, l’UE e gli USA non riconoscono più la Carta e il Verdetto del Tribunale penale internazionale di Norimberga, dove i nazisti hitleriani e i loro seguaci furono condannati? I diritti umani non sono più un valore per i Paesi dell’UE e della comunità internazionale? La devozione dei nazionalisti ucraini per Hitler e i suoi stragisti di civili, sono oggi simbolo di democrazia?” Solo negli ultimi giorni, con le scene delle violenze di massa dei manifestanti armati che finalmente rompono la nebbia della propaganda, i media occidentali notano il carattere neo-nazista dell’attuale destabilizzazione. La rivista Time, il 28 gennaio, titolava il suo articolo da Kiev “Criminali di destra dirottano la rivolta liberale dell’Ucraina“, indicando un gruppo di picchiatori neonazisti chiamato Spilna správa (“Causa Comune”, ma le iniziali ucraine sono “SS”), vicino al centro delle proteste. Il giorno successivo, il 29 gennaio, il Guardian intitolò “In Ucraina, fascisti, oligarchi ed espansione occidentale sono al centro della crisi”, con il catenaccio: “La storia raccontataci sulle proteste di Kiev sono sommarie rispetto alla realtà“. Il giornalista del Guardian Seumas Milne candidamente scrive: “Non sapreste mai dalla maggior dei notiziari, che nazionalisti di estrema destra e fascisti sono al centro delle proteste e degli attacchi contro edifici governativi. Uno dei tre principali partiti di opposizione che guidano la campagna, è l’estremista antisemita Svoboda, il cui leader Oleg Tjagnibok sostiene che ‘mafiosi moscoviti-ebraici’ controllano l’Ucraina. Il partito, che ora dirige Lvov, ha guidato una  fiaccolata di 15000 elementi all’inizio del mese, in memoria del leader fascista ucraino Stepan Bandera, le cui forze combatterono con i nazisti durante la seconda guerra mondiale e che parteciparono ai massacri di ebrei.
Counterpunch ha anche pubblicato il 29 gennaio un articolo di Eric Draitser, “L’Ucraina e la rinascita del fascismo in Europa”, che avverte subito: “Le violenze nelle piazze dell’Ucraina sono molto più che l’espressione della rabbia popolare contro un governo. Invece, è solo l’ultimo esempio di forma più insidiosa di fascismo montante che l’Europa ha visto dalla caduta del Terzo Reich. … Nel tentativo di eliminare l’Ucraina dalla sfera d’influenza russa, l’alleanza USA-UE-NATO, e non per la prima volta, s’è legata ai fascisti.”

ucrainaTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La distopia ucraina, fattori interni ed esteri

Leonid Savin (Nsnbc)
ukraine-rc3a9gPrima di tutto, la situazione in Ucraina non è così semplice come viene descritta dai media occidentali e dai politici di Bruxelles/Washington. La protesta è iniziata poco prima del vertice di Vilnius del partenariato orientale, alla fine del novembre 2013. In realtà, la maggior parte dei manifestanti non ha letto la proposta di accordo d’associazione con l’UE, ma sono stati galvanizzati dai leader dei partiti d’opposizione (Svoboda, UDAR, Batkivschina). Lo slogan era che l’Ucraina è parte dell’Europa (sì, ovviamente, non c’era alcun dubbio su questo), ma solo poche persone interessate sanno che era stato precedentemente firmato un accordo di associazione con… la Giordania, il Marocco e altri Paesi. Questo documento è stato sviluppato come strumento del soft power dell’UE per l’impegno nei mercati europei, africani ed orientali. Quando il presidente Janukovich non ha firmato tale accordo, l’occidente gli ha avviato contro una campagna colossale: dalle pressioni politiche e diplomatiche al sostegno diretto all’opposizione ucraina. Bisogna tener conto che l’opposizione, nazionalista e liberale, è sostenuta da anni da UE e USA, sopratutto attraverso un programma di sovvenzione. Il partito UDAR di Klishko è sostenuto particolarmente dalla Germania (è anche residente in Germania). La Russia ha sostenuto la decisione del presidente ucraino e ha fatto un grande sconto sulle forniture di gas e un prestito di 15 miliardi di dollari. Questo gesto di buona volontà è stato interpretato dall’opposizione e dai nazionalisti di destra ucraini come ambizione imperiale di Mosca. Dal loro punto di vista, Janukovich è un burattino della Russia.
Alcuni oligarchi ucraini hanno iniziato a supportare realmente l’opposizione perché non sono soddisfatti di Janukovich e hanno i propri fondi all’estero. Naturalmente, vi sono state lunghe consultazioni tra questi oligarchi e i politici occidentali su come aumentare la pressione sul presidente, e le proteste sono state intensificate. Vediamo che la prima linea delle proteste è occupata da gruppi ultra-radicali simili al Black Bloc del movimento antiglobal di pochi anni fa, ma dal diverso orientamento politico. Questi gruppi di destra sono impegnati soprattutto in violenze durante le proteste (distruzione del monumento di Lenin, attacchi contro la polizia con bottiglie molotov, ‘occupazione’ di edifici governativi) e l’opposizione politica è un ombrello che  riunisce tali radicali. In realtà, i radicali neo-nazisti sono fortemente contrari all’Unione europea e ai valori europei e non hanno alcun piano per il futuro dell’Ucraina. Sono finanziati dall’ombrello dei gruppi d’opposizione (35 dollari al giorno sulla Maidan e 245 dollari per coloro che attaccano la polizia con bombe molotov) ed entrambi (opposizione politica e ribelli urbani neo-nazisti) scelgono le vittime nel presidente, il Partito delle Regioni e la polizia. Dopo i violenti attacchi a gli uffici dei ministeri, il parlamento ha emanato nuove leggi relative alla responsabilità di tali atti di protesta e violenze. Ma anche queste misure non forniscono una cura alla crisi. Il 25 dicembre, tre poliziotti furono catturati dagli estremisti (uno fu ferito con una coltellata) e detenuti illegalmente in uno degli edifici occupati a Kiev. Lo stesso giorno, Janukovich propose la carica di primo ministro al leader del partito Batkivshina (Jatsenjuk) e la carica di vice-premier a Klishko (rifiutarono). Nonostante le accuse occidentali del contrario, in realtà non vi è stata molta violenza dalla polizia, e il governo ha il diritto legale di utilizzare tale potere, se necessario. In due parole abbiamo un conflitto tra le consolidate strutture legali (il presidente, il parlamento e altre strutture governative) e coloro dalla legittimità auto-proclamata (l’opposizione con il supporto di masse) come descritto da Carl Schmitt. Il problema è che l’opposizione è molto attiva, e i seguaci del presidente, del governo e dell’ordine sono passivi. Quando gli attivisti civili di “Euromaidan” a Kiev e in altre regioni hanno iniziato i blocchi stradali e le violenze, la maggioranza degli ucraini non ha fatto nulla sperando che il servizio di sicurezza e la polizia sarebbero intervenuti. Ma una forza di polizia paralizzata non può svolgere le proprie funzioni, perché l’opposizione descrive tali misure come “violenza contro il popolo”. Il problema attuale è che l’ombrello dell’opposizione non controlla i violenti gruppi neo-nazisti, a Kiev e in altre regioni, e alcuni leader dell’opposizione pensano al loro posto in un qualsiasi futuro sistema politico in Ucraina. Un altro problema è che gli attivisti di “Euromaidan” hanno il sostegno dall’estero (anche dalla diaspora ucraina) con l’idea del “popolo che lotta contro un regime autoritario”. Le masse di solito non capiscono la complessità di queste situazioni e quindi sono proficuamente manipolate da coloro che guidano la destabilizzazione.

Il panorama strategico
Il contesto generale di questa (e delle precedenti) proteste può vedersi nel sistema politico dell’Ucraina, da capitalismo liberale. Negli ultimi dieci anni, il settore sociale è stato distrutto e l’Ucraina ha registrato un rapido aumento della disoccupazione. Molti cittadini quindi devono recarsi all’estero per lavoro (Russia, Polonia e Paesi europei) o emigrare. Quando la “rivoluzione arancione” iniziò nel 2004, c’era molto ottimismo. La maggioranza credeva nel cambiamento dello status quo e c’erano molti slogan “Yes, we can!“. Ma tale processo di riorganizzazione fu contorto e stagnante. I capi erano politicamente impotenti, e la corruzione aumentò a passi da gigante. Il sistema di governo divenne ancor più marcio di quanto non fosse mai stato prima, e questo processo continuò ad accelerare. Quando Janukovich tornò alla presidenza, non fece abbastanza per mutare radicalmente tale tendenza. Si preoccupava più del proprio “clan”, e ciò ha portato al conflitto tra oligarchi. Come ho scritto, alcuni di loro iniziarono a sostenere l’opposizione (anche chi aveva sostenuto Janukovich in passato). La sensazione del “sì, davvero” penetrò nelle menti di alcuni oligarchi e cominciarono a giocare il proprio gioco. Eppure non capivano che un altro gioco era già in atto e che ne erano semplicemente delle pedine!
Janukovich capì che l’associazione con l’UE sarebbe stata l’ultima grande decisione politica che avrebbe fatto. Dopo l’accordo, avrebbe dovuto liberare Julija Timosehnko (l’ex primo ministro) dal carcere, e c’era anche la possibilità che lui stesso finisse poi in prigione! In secondo luogo, l’associazione con l’UE significava l’applicazione di dazi protettivi dalla Russia. Il gas russo sarebbe stato venduto all’Ucraina allo stesso prezzo dell’UE. Ad esempio, nel 2014 sarebbe stato circa 370-380 dollari per 1000 metri cubi, ma la Bielorussia lo paga solo 175! La differenza può certamente essere sentita, soprattutto quando si pensa al complesso industriale. Nel processo di costruzione dell’Unione doganale e dell’Unione eurasiatica, la Russia sarà molto sensibile alle scelte economiche dei vicini e di tutto il suo spazio. L’Ucraina potrebbe perdere l’accesso al grande mercato russo (ma anche bielorusso e kazako) dei propri beni, come pure le merci a basso costo esterne all’Unione doganale. Ma i manifestanti non credono nelle norme geopolitiche, ma solo alle emozioni…

Il coinvolgimento europeo   
I leader europei sono davvero confusi. I politici europei e statunitensi hanno bisogno di riflettere prima di continuare ad agire, non comprendendo appieno cosa fanno. Nell’UE, si ha assai più violenza della polizia nelle proteste del normale. Quando le informazioni sui gruppi neo-nazisti in Ucraina arrivano ai media occidentali, vi è una dissonanza cognitiva. Quando ebrei ucraini vengono aggrediti dagli stessi manifestanti di Maidan, vi è stata una forte reazione della comunità ebraica internazionale, ma la dirigenza europea ancora una volta ha espresso dissonanza cognitiva. Volevano una realtà pianificata e manipolata, ma la realtà è diversa da quella immaginata. Hanno anche voluto presentare un’immagine diversa di ciò che accade. Dopo che due persone sono state uccise, nuove questioni sono emerse: ciò che accade nell’opposizione e perché i leader dell’opposizione non possono controllare i gruppi radicali sotto il loro ombrello? Penso che i servizi di sicurezza europei abbiano conoscenza ed esperienza nel trattare movimenti di resistenza senza leader e l’anarchismo insurrezionale, ma riconoscerlo in ciò che si verifica in Ucraina, comporterebbe anche riconoscere che il governo ucraino deve usare la forza per combattere tali estremisti (anche con l’assistenza europea)! In realtà, l’UE non dispone di appositi pensatoi od analisti istruiti che si occupino dell’Ucraina. Pertanto, la comunità europea non dispone di sufficienti informazioni su quanto accade, delle sue origine e degli eventuali scenari che potrebbero risultarne.

Gli obiettivi dell’opposizione ucraina
L’opposizione vuole organizzare nuove elezioni presidenziali e parlamentari perché è l’unico modo legale per cambiare il sistema di potere. Poiché le nuove elezioni presidenziali sono previste per marzo 2015, questa crisi è un test importante per Janukovich. Per l’opposizione c’è la possibilità di farsi pubblicità, perché finora è supportata solo in alcune regioni. E con l’aiuto dell’UE e degli Stati Uniti, tale obiettivo sarà più facile. D’altra parte non hanno un solo leader dietro cui radunarsi, così potremo vedere una battaglia interna all’opposizione in futuro. L’Ucraina ha in realtà una mappa elettorale molto chiara dove si vede quale regione vota per il Partito delle Regioni, e quale sostiene i partiti nazionalisti. Se la fiducia in Janukovich diminuisce, allora perderà il sostegno di est e sud dell’Ucraina (la sua classica base elettorale). Tuttavia, Janukovich è un presidente legittimo e non vuole lasciare la carica prima che il mandato sia finito, questo è certo. Il suo ruolo è garantito dalla Costituzione e ha già proposto un piano per porre fine alla crisi. L’opposizione non ha idee costruttive e parla con il linguaggio degli ultimatum. Tale atteggiamento è impossibile da utilizzare nelle normali contrattazioni, e l’UE lo sa molto bene. Pertanto (gli outsider) non potranno  proporre nulla e aspetteranno solo di vedere cosa succede.

Il ruolo dei media
La maggior parte dei media ucraini ed europei ha una posizione incendiaria. C’è molta disinformazione sugli eventi a Kiev. Alcuni media statunitensi usano una retorica strategica, per esempio, la rivista Foreign Affairs del Council on Foreign Relations usa la parola “cessate il fuoco” in un articolo sui negoziati tra le autorità e l’opposizione. Tale discorso simbolizza una guerra di coscienza contro lo Stato ucraino. Blog e social network sostengono efficacemente tale campagna. Se si guarda la mappa dell’hashtag “Euromaidan“, la maggior parte dell’attività proviene da tre località, Kiev, Washington e Londra! I media alternativi possono anche essere utili nella ricerca di maggiori informazioni sulle varie figure dell’opposizione, per esempio Oleg Tjagnibok del partito Svoboda (ex partito nazionalsocialista d’Ucraina), i suoi discorsi di odio (soprattutto contro ebrei, russi, polacchi, e comunisti), il suo background e da dove trae denaro per finanziare le sue attività.

Attori esteri
I parlamentari ucraini, il primo ministro e anche i leader dell’opposizione (Klishko) riconosciuta affermano che ci sono manipolazioni e interferenze dall’estero. Ciò significa che l’influenza estera c’è già. Se si verificasse un cambio di regime, ciò non significherà nulla di buono per gli ucraini. I radicali restano tali sotto qualsiasi regime. Useranno di nuovo le bottiglie molotov, ma questa volta il bersaglio dei loro attacchi sarà il regime d’occupazione dell’UE, la cultura degradata occidentale, le banche e le società (sotto gli auspici dell’onore e dell’indipendenza ucraina, ovviamente). Tale tipo di borghesia di destra nazionalista che attualmente si vede sulla Maidan sarà emancipata nel prossimo futuro. Alcuni leader dell’opposizione avranno un trattamento preferenziale dall’occidente, mentre pochi eletti saranno usati come tecnici nel conseguente impegno dell’Ucraina con l’occidente. L’istituzionalismo europeo è un buon strumento per riforme graduali, ma con l’aumento dell’euroscetticismo, soprattutto nelle limitrofi Ungheria e Slovacchia, non sarà più così facile come prima. La “Palestinizzazione” dell’Ucraina potrebbe verificarsi, in modo preoccupante. C’è una grave crisi che colpisce sistema statale, processi politici, identità nazionale, pensiero geopolitico e sovranità. Penso che le decisioni chiave nei prossimi giorni affronteranno ciascuno di tali argomenti. Quindi si avrà un test per misurare la sovranità effettiva dell’Ucraina.

La scala geopolitica
In questa crisi, i principali attori geopolitici cercano di trarre nuova esperienza per usarla a proprio vantaggio. La Russia segue una maldestra strategia d’impegno e agisce più reattivamente che proattivamente. L’UE sembra essere un attore timido, mentre il vettore ucraino è sulla faglia strategica europea da molti anni. A causa della crisi economica e dei problemi con la propria identità dell’UE, l’Ucraina è percepita come partner difficile. L’omogeneizzazione dello spazio ucraino non sarà facile come previsto, e la società ucraina è divisa sul futuro. Gli Stati Uniti continuano a combattere contro la Russia e l’Unione eurasiatica, per questo motivo l’Ucraina è un buon posto per condurre una tale campagna. La tempistica è con gli Stati Uniti perché i Giochi Olimpici di Sochi possono distrarre l’opinione pubblica mondiale (come i Giochi Olimpici del 2008 in Cina fornirono una copertura al regime di Saakashvili per l’aggressione militare contro l’Ossezia del Sud). In tale situazione, l’Ucraina perde molto rapidamente manovrabilità geopolitica.  L’equilibrio moderato quale strumento politico utile alle attività estere dell’Ucraina, durante la presidenza di Leonid Kuchma, non funziona più. Ciò perché in un certo senso geopolitico, l’Ucraina non capisce la necessità di una forte alleanza con la Russia e il blocco eurasiatico, in quanto senza di esse il Paese sarà divorato lentamente dall’UE e manipolato dagli Stati Uniti. Il separatismo potrebbe eventualmente imporsi in Ucraina. Un primo miraggio di tali processi emerse nel 2004, ma ora la situazione è più complessa e ci saranno più parti separate, se tale scenario divenisse realtà. La regione di Zakarpazia (al confine con Ungheria e Slovacchia) non vuole restare nell’Ucraina occidentale indipendente. La Crimea ha alcuni tartari che in genere sostengono “Euromaidan“, così un conflitto nella Repubblica Autonoma di Crimea è possibile, soprattutto se si considera che molti tartari già conducono la jihad in Siria e hanno esperienza nell’insurrezione militare.

Conclusioni
Gli eventuali risultati di “Euromaidan” saranno negativi sia per il popolo ucraino che per la geopolitica regionale. La società del Paese è divisa e una parte pensa nel quadro della vendetta e del risentimento (su entrambi i lati del conflitto attuale). Il processo di riconciliazione non sarà facile e veloce. L’unico modo possibile per uno sviluppo politico positivo sarebbe l’innovazione, ma le élite politiche ucraine sono pigre e non hanno abbastanza capacità intellettuali ed esperienza per elaborare delle innovazioni, nemmeno l’opposizione. I consiglieri europei e statunitensi non hanno idee vincenti per l’opposizione ucraina. Il settore nazionalista radicale pensa solo alla realizzazione delle proprie idee, simili alla xenofobia e al nazismo. Per via dell’attività di tali elementi, non c’è possibilità di emarginarli e “congelarli”. Gli oligarchi potranno anche provare ad utilizzare i radicali in prima linea per promuovere i propri profitti. E’ molto strano che i nazionalisti collaborino strettamente con gli oligarchi cosmopoliti e i neoliberisti ucraini, perché la dottrina del nazionalismo ucraino è contro l’oligarchia e la globalizzazione. Tale alleanza simboleggia quindi null’altro che la solita ipocrisia degli interessi commerciali nella politica. Pertanto, il nuovo Stato di un’ipocrita Ucraina è lo scenario più plausibile in futuro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cina chiave dell’ottimismo dell’Africa… e del rinnovato militarismo occidentale

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 03/02/2014

africaChinaC’è un nuovo ottimismo in Africa sul futuro luminoso dello sviluppo del continente. E in questo futuro la Cina gioca un ruolo chiave nel portare capitali d’investimento, infrastrutture, tecnologia e know-how. La Cina letteralmente aiuta a costruire il futuro dell’Africa. Mekonnen, un 19.enne   ingegnere meccanico etiope ritorna dalla capitale, Addis Abeba, nella città natale di Shire, nella regione settentrionale. “Ho molto fiducia nell’Etiopia e nell’Africa, sulla via di un promettente sviluppo”, dice Mekonnen. È il primo membro della famiglia ad andare all’università, e seduto sul bus con il suo computer portatile e lo smartphone, Mekonnen cattura lo sguardo e lo spirito ottimista dell’Africa moderna. La strada per Shire, quasi 1100 chilometri attraverso gli altopiani dell’Etiopia, è stata recentemente completata da una società di costruzioni cinese. Simili reti stradali, costruite da ditte cinesi, s’irradiano dal Addis Abeba collegando villaggi, città, regioni periferiche e Paesi vicini dell’Africa orientale. Solo pochi anni fa questi luoghi remoti e il loro popolo erano isolati. La Cina fornisce all’Etiopia le connessioni nelle telecomunicazioni con  telefoni cellulari e internet praticamente ovunque. La copertura delle rete deve ancora migliorare, ma i grandi benefici allo sviluppo sociale sono già elevati. Servizi pubblici, imprese e commercio, istruzione e strutture sanitarie sono solo alcuni dei settori migliorati in questi ultimi anni, attraverso la diffusione delle telecomunicazioni moderne.
Storicamente, Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, la città sede dell’Unione africana, l’organizzazione che rappresenta le oltre 50 nazioni del continente. L’anno scorso ha visto l’inaugurazione della nuova sede dell’UA, un edificio che sovrasta il centro di Addis. Il finanziamento e la costruzione del nuovo complesso dell’AU sono un regalo del governo cinese per celebrare il 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. Un simbolo che la dice lunga sul partenariato strategico crescente tra Cina e Africa. Un altro importante progetto cinese ad Addis è la costruzione di una rete ferroviaria per la città. Ci vorranno altri due anni per completarla, ma enormi vantaggi nel trasporto andranno ai sei milioni di abitanti della città. Un collegamento anche stradale è in corso, tra la capitale etiope e Gibuti, a nord-est. Quest’ultimo Paese è strategicamente situato sul Corno d’Africa all’ingresso del Mar Rosso sull’Oceano Indiano. Questo snodo commerciale promuoverà il grande sviluppo economico dell’Etiopia, in gran parte grazie al coinvolgimento della Cina. La storia della partnership di sviluppo dell’Etiopia con la Cina è tipico di ciò che accade nel continente. Negli ultimi tre anni, la Cina avrebbe stanziato 100 miliardi dollari di investimenti in quasi ogni Paese africano. Le attività investite comprendono industrie del petrolio e del gas, infrastrutture civili come università, ospedali e trasporti, nonché una vasta gamma di attività minerarie. La famosa ricchezza mineraria dell’Africa è ciò che in gran parte spinse i colonizzatori europei al famigerato assalto all’Africa di oltre un secolo fa. Nonostante i decenni di sfruttamento rapace europeo, fin quando gli Stati africani ebbero l’indipendenza politica negli anni ’60, il continente possiederebbe ancora alcuni dei più grandi giacimenti di risorse naturali della Terra, come petrolio e gas, oro, argento, diamanti e molti metalli industrialmente preziosi come ferro, stagno, rame, molibdeno e tungsteno. Di particolare valore strategico sono le prodigiose riserve di minerale di uranio, il combustibile nucleare primario, in diversi Paesi africani.
Il coinvolgimento della Cina nello sviluppo dell’Africa si basa su una pianificazione strategica durevole. Con una popolazione in espansione di oltre un miliardo di persone, il governo di Pechino sa che deve assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime anche in futuro. Vede giustamente l’Africa come fonte cruciale. Ma a differenza del retaggio europeo in Africa, basato su conquista militare, oppressione e sfruttamento spietato a senso unico, la Cina adotta l’approccio di un partenariato totalmente diverso, nel suo rapporto con l’Africa. Ciò riflette in parte la differenza  filosofico-politica ed etico-culturale, ma è anche un calcolo pragmatico della Cina per stringere un contratto strategico sostenibile con l’Africa. E gli africani apprezzano la reciproca opportunità di sviluppo offerta dalla Cina. Per decenni, l’Africa era sinonimo di povertà e di privazione. Questa definizione, dalle sfumature razziste, implicava che il continente nero fosse intrinsecamente arretrato. La realtà, tuttavia, è che la povertà dell’Africa è una manifestazione del sottosviluppo imposto dagli europei, derivante dalla natura del rapporto da sfruttamento intensivo. La nominale indipendenza politica dalle potenze coloniali europee non poteva superare l’eredità della povertà cronica imposta. Enormi ricchezze venivano semplicemente estratta dall’Africa dai colonizzatori europei con un trascurabile ritorno in investimento e sviluppo. La Repubblica dell’Africa Centrale ne offre un esempio classico. L’ex colonia francese ha una superficie equivalente alla Francia, ma una popolazione pari al sette per cento. Il Paese africano ha una ricchezza naturale abbondante in minerali e agricoltura. Eppure, anche prima della recente epidemia di conflitti, povertà e fame erano dilaganti. Nei decenni di dominio coloniale, i francesi hanno solo lasciato in eredità una sola strada nel Paese oltre la capitale amministrativa Bangui. La Francia ha saccheggiato questa colonia, come ha fatto altrove in Africa, con uno spericolato processo estrattivo delle materie prime. Gran parte dell’oro che si trova nel Tesoro Nazionale della Francia di Parigi proviene dalla Repubblica Centrafricana. La stessa eredità di sviluppo stentato e privazioni strutturali in Africa fu lasciata dalle altre ex-potenze coloniali europee. Inoltre, gli istituti finanziari occidentali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, aggravarono le catene coloniali dell’Africa con pratiche usurarie. Le disposizioni finanziarie predatorie avevano poco a che fare con un vero  sviluppo e più con la massimizzazione dei profitti di Wall Street o dei governi occidentali, intrappolando tali Paesi con debiti infiniti. Ciò provocò la corruzione tra le élite politiche africane, che esacerbò il sottosviluppo. In netto contrasto, la Cina ha iniettato liquidità in Africa con favorevoli termini di rimborso e volte allo sviluppo di infrastrutture specifiche. Gran parte della finanza cinese avviene sotto forma di sovvenzioni, operando in modo che gli imprenditori cinesi possano costruire un’università o una rete stradale in cambio di una concessione mineraria a detrimento dei concorrenti occidentali.
Gli africani comprensibilmente agiscono per fare sfruttare la ricchezza formidabile dei loro Paesi e per godere dei benefici di un sano sviluppo atteso da tempo. Gli africani vedono la Cina portare quel capitale d’investimento vitale di cui erano affamati da decenni a causa dell’eredità coloniale europea. Ma ora, grazie alla Cina, le regole del gioco cambiano rapidamente in favore dell’Africa. Non è un caso che le capitali occidentali cerchino segretamente di rinnovare la presenza militare in Africa. Su questo punto, i francesi sembrano essere avanti con quattro grandi interventi militari negli ultimi quattro anni in Costa d’Avorio, Libia, Mali e attualmente Repubblica centrafricana… Il pretesto dichiarato pubblicamente della “preoccupazione umanitaria” è una cinica copertura delle rivalità con la Cina sulle risorse naturali. Mentre i cinesi non hanno alcuna presenza militare in Africa e fanno affari in modo del tutto legale, le potenze occidentali ricorrono alle vecchie abitudini dei sotterfugi e del militarismo. Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo significativo. Gli africani hanno imparato ad amare le lezioni della storia e sanno che i loro migliori interessi sono con la Cina e le economie asiatiche di Corea del Sud e Giappone.
Come Mekonnen, il giovane studente universitario, ha detto: “Tutti i Paesi africani hanno grandi ricchezze naturali e potenzialità, e la Cina ci fornisce quella possibilità di svilupparci che non abbiamo mai avuto”.

CinaAfrica1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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