Russia, Europa e geopolitica dell’energia

Eric Draitser New Oriental Outlook 25/02/2014

Dalla Siria a Sochi, dalla Polonia alle Pussy Riot, i conflitti diplomatici e geopolitici tra la Russia e l’occidente dominano i titoli dei giornali. Tuttavia, dietro questi problemi c’è la competizione economica fondamentale in cui inquadrare qualsiasi analisi delle politiche e dell’interazione tra i due.

20140220_ukr7Rifornire l’Europa
La posizione dominante della Russia nel mercato europeo dell’energia consolida la posizione di Mosca nel futuro dell’occidente, costringendo Washington e i suoi alleati ad affrontare il rivale orientale. Inoltre, è proprio la presenza di tale obbligo che accresce l’influenza della Russia in Europa e nel mondo, influenza che suscita la continua propaganda russofoba sui media e la cultura popolare occidentali. Fin dai primi anni del periodo post-sovietico, la Russia ha accresciuto costantemente le esportazioni di energia, passando alla posizione attuale di maggiore fornitore di petrolio e gas dell’Europa. Con circa un terzo delle importazioni europee di petrolio e di gas dalla Russia, il loro rapporto economico è diventato di primaria importanza per entrambe le parti. L’Europa è fortemente dipendente dalla Russia nel rifornire produzione e consumatori, mentre la Russia impiega le entrate di petrolio e gas per l’Europa per finanziare sviluppo e diversificazione dell’economia. Da quando questo rapporto è sbocciato negli ultimi dieci anni, le due parti hanno lavorato per cementare ulteriormente questa relazione, nonostante la resistenza politica di Stati Uniti e di molti in Europa. Lo sviluppo del gasdotto russo Nord Stream, ufficialmente inaugurato nel 2011, ha ulteriormente radicato la Russia a principale fornitore di energia per il Nord Europa, in particolare per la potenza industriale della Germania. Il gasdotto Nord Stream trasporta circa 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno sotto il Mar Baltico, in Germania e nel resto d’Europa. Il Nord Stream, visto da molti come mossa necessaria della Russia per diversificare la propria infrastruttura di distribuzione energetica per evitare la dipendenza totale dall’Ucraina, ha aumentato la leva della Russia nelle relazioni con l’Europa. Inoltre crea un flusso di entrate affidabile per Mosca, che dal 2000 ha promesso di usare i proventi delle esportazioni energetiche per diversificare l’economia da una puramente “petro-economica”. Tuttavia, non c’è solo il Nord Stream. La Russia costruisce un gasdotto complementare, il South Stream, che farà per l’Europa meridionale ciò che il Nord Stream ha fatto per il Nord. Il South Stream, che ufficialmente sarà attivato il prossimo anno, farà della Russia l’attore dominante nelle esportazioni verso Mediterraneo ed Europa centrale. Il South Stream dovrebbe trasportare 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, divenendo uno dei maggiori gasdotti del mondo. Visto sullo sfondo della perdurante crisi economica continentale, la Russia è un partner commerciale ancora più attraente per i Paesi spinti dalla necessità di riconquistare una parvenza di crescita economica. Naturalmente, questi due gasdotti non sono l’unica infrastruttura energetica critica europea controllata dalla Russia. Attualmente la Russia vende ancora una grande quantità di gas nel continente attraverso il suo partner recalcitrante, l’Ucraina, la cui rete di gasdotti risale all’epoca sovietica. La tela di gasdotti ucraini, in con-proprietà con l’operatore russo della pipeline bielorussa Beltransgaz, permette a Mosca di consolidare una posizione dominante nel mercato europeo, terrestre e sottomarino. Naturalmente l’occidente, gli Stati Uniti in particolare, vede tale rapporto reciprocamente vantaggioso tra UE e Russia come una minaccia all’egemonia geopolitica di Washington sull’Europa. Per questo motivo, una serie di misure sono state adottate dai governi e dalle multinazionali occidentali per minare il predominio energetico della Russia.

Il controllo dell’influenza russa
La crescita della posizione dominante energetica della Russia è una grave preoccupazione per l’establishment politico degli Stati Uniti e dell’Unione europea che riconoscono che, lasciata incontrollata, la forza politica ed economica di Mosca indebolirebbe seriamente la posizione strategica dell’occidente. Quindi, alla luce di questo fatto inequivocabile, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno intrapreso numerosi progetti di gasdotti volti a compensare la crescita della Russia. Forse il più ambizioso di tali progetti occidentali è il gasdotto Nabucco, destinato a portare energia in Europa dall’Iraq, così come dalla regione del Caspio, attraverso la Turchia. Il Nabucco è stato incluso nel gasdotto trans-anatolico (TANAP), assieme a numerosi altri progetti più piccoli, tutti complessivamente considerati un progetto coerente. Inoltre, il gasdotto trans-adriatico, che dovrebbe portare gas in Europa attraverso la Grecia, viene considerato nell’equazione per una maggiore diversificazione. I recenti sviluppi politici, economici e diplomatici hanno reso il progetto  Nabucco irrealizzabile. Ciò ha spinto le società energetiche e i governi occidentali a promuovere invece una versione ridotta del progetto, denominato Nabucco West, che porterebbe il gas dalla Turchia all’Europa, fermandosi in Austria. Inoltre, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian (Socar) ha completato 1200 km di nuovi gasdotti attraverso la repubblica ex-sovietica (e attuale alleata NATO) Georgia, portando a speculare sull’ulteriore diversificazione delle infrastrutture. In particolare, gli esperti considerano l’espansione del gasdotto georgiano come segno che il sospeso progetto trans-Caspio, che trasporterebbe gas del Caspio dall’Azerbaijan alla Turchia attraverso la Georgia, potrebbe eventualmente essere riavviato. In sostanza, tutti questi progetti vengono interpretati come il tentativo più serio dell’Europa per diversificare le forniture di gas riducendone la dipendenza dalle importazioni russe. In particolare, Nabucco e gli altri erano intesi a sovvertire l’influenza del gasdotto South Stream. Naturalmente, non si tratta solo di ridurre la dipendenza dalla Russia, ma piuttosto di fare leva su Mosca su una serie di conflitti geopolitici.

Concorrenza energetica e “Grande Scacchiere”
Ogni conflitto geopolitico tra Russia e occidente ha una dimensione energetica. Il conflitto attuale in Ucraina può essere compreso, almeno in parte, come lotta per il controllo delle importanti  infrastrutture gasifere. All’apice, nell’ultimo decennio, i gasdotti ucraini rappresentavano quasi l’80% dei rifornimenti di gas dalla Russia all’Europa. La controversia sul gas tra Russia e Ucraina del 2009, mise in netto rilievo quanto sia importante il gas nelle relazioni bilaterali tra i due Paesi e, forse ancor più quanto l’Ucraina sia fondamentale per i proventi delle esportazioni della Russia. Questo conflitto, e altri che lo precedettero, fu una delle principali motivazioni per la costruzione di Nord Stream e South Stream. L’attuale crisi politica in Ucraina dovrebbe essere parzialmente dettata dalla concorrenza economica tra Europa e Russia sull’Ucraina. L’accordo di partenariato UE che il presidente ucraino Janukovich ha respinto, era specificamente progettato per essere “esclusivo”, costringendo l’Ucraina a schierarsi o con la Russia o con l’Europa, mettendo il governo in una posizione insostenibile. La crisi in questo Paese è il risultato diretto di tali misure economiche provocatorie.
La guerra in Siria, e la conseguente situazione di stallo diplomatico tra Russia ed occidente, è anche in parte dovuta a questioni energetiche. I primi giorni del conflitto in Siria coincisero con la firma per la cosiddetta “Pipeline islamica”, un gasdotto che avrebbe trasportato gas iraniano e iracheno nel Mediterraneo, e successivamente all’Europa attraverso la Siria. Naturalmente, un tale sviluppo sarebbe stato un assalto diretto all’egemonia del gas del Qatar e delle monarchie del Golfo. Visto in questo modo, il finanziamento e l’armamento continui da Qatar e Arabia Saudita dei gruppi terroristici in Siria sono il tentativo di tali monarchie d’impedire qualsiasi violazione ai loro proventi europei del gas. Naturalmente la Russia, il cui accesso al mercato europeo è sicuro grazie a Nord Stream e South Stream, aiuta Damasco, suo ultimo alleato in Medio Oriente, nel tentativo di bloccare ciò che può essere visto solo come il tentativo di distruggere la Siria stessa. Altri sviluppi nel settore dell’energia complicano ulteriormente tali problemi. La recente scoperta di giacimenti di gas al largo delle coste israeliane nel Mediterraneo orientale, fornisce ulteriori motivazioni alle potenze USA-NATO per destabilizzare gli interessi russi e strappare il controllo dei principali alleati russi da Mosca. La voce di un possibile gasdotto Israele-Turchia sarebbe intesa come ennesimo tentativo di minare il predominio del gas russo. Naturalmente, le tanto propagandate “Shale Revolution” e fratturazione idraulica (conosciuta come “fracking“), ha portato tutti gli attori, anche la Russia, a rivalutare i loro piani energetici strategici e ad esaminare tutte le opzioni possibili per il futuro prossimo e a medio termine.
L’uscita della Russia dai giorni bui dei primi anni ’90 è dovuta ampiamente alle sue esportazioni energetiche. Il continuo sviluppo economico e il conseguente sviluppo politico e militare, rappresentano una minaccia all’egemonia USA-NATO in Europa e nel mondo. E’ questa minaccia che le potenze occidentali cercano di affrontare con varie forme di hard e soft power. Il famigerato “scudo antimissile” in Europa orientale, la guerra in Siria, la crisi in Ucraina e molte altre questioni, sono tutti fattori di tale grande contrasto. Inoltre, i media occidentali continuano a condurre una guerra di propaganda incessante per demonizzare la Russia. Apparentemente, il carattere russofobo di tali attacchi viene decorato dalla retorica dei diritti umani e della libertà. Tuttavia, queste premesse sono mera copertura del tentativo ben orchestrato di manipolare l’opinione pubblica per farle credere che, come durante la Guerra Fredda, la Russia è il nemico, e USA-NATO rappresentano le forze del bene. Come al solito, i servili media aziendali obbediscono alla politica estera USA-NATO. Per tutti questi motivi, appare chiaro che la battaglia per l’influenza continua più furiosa che mai. La scacchiera geopolitica è ancora una volta al centro della scena, e sotto di essa, l’energia e gli oleogasdotti sono la forza trainante.

Eric Draitser è un analista geopolitico indipendente di New York City e fondatore di StopImperialism.org, opinionista di RT, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

The International: petrolio, droga, armi e Kissinger Associates

Dean Henderson 19 febbraio 2014

La recente epidemia di suicidi tra i banchieri internazionali ricorda l’intimità tra dell’intesa tra la finanza controllata dalle otto famiglie e la comunità d’intelligence.

JPMorganAl nadir del regime di riciclaggio armi-petrodollari-droga del Consiglio di Cooperazione del Golfo/CIA sedevano tranquillamente i bankster internazionali dei quattro cavalieri. Attraverso ogni grande scandalo e dietro ogni regime dispotico si trova l’oligarchia finanziaria globale che si avvantaggia della dipendenza del mondo da petrolio, armi e droga. La ricchezza petrolifera generata nella regione del Golfo Persico è la principale fonte di capitali di tali banchieri. Vendono agli sceicchi del GCC buoni del tesoro 30ennali all’interesse del 5%, quindi prestano i petrodollari degli sceicchi ai governi del Terzo Mondo e dei consumatori occidentali con interessi del 15-20%. Nel processo questi signori della finanza che non producono nulla, usano il debito economico importato come leva per consolidare il controllo sull’economia globale.

I padroni dei petrodollari e dei narcodollari
jpmorgan-chase-bank-1I banchieri internazionali sorvegliano la ricchezza petrolifera del Golfo Persico generata dai  tentacoli di Big Oil. La Chase Manhattan colpì la Banca centrale Markazi dell’Iran, poi saccheggiò il Tesoro iraniano con gli insiders di Rockefeller, Kissinger e McCloy quando lo Shah loro fantoccio fu cacciato. Chase aveva stretti legami con la banca centrale saudita SAMA e la banca centrale del Venezuela, dove la Exxon-Mobil di Rockefeller “è la CIA”. Chase lanciò il Fondo per lo sviluppo industriale saudita, che diede alle multinazionali di proprietà della Chase i contratti per la modernizzazione saudita, poi acquistò la Saudi Investment Banking Corporation, che fece esattamente la stessa cosa. [1] I presidenti della Banca Mondiale Eugene Black e John McCloy provenivano dalla Chase. Morgan Guaranty Trust presiedeva il petrolio dei Saud. SAMA, divenuta Banca Centrale del regno quando si stava ancora asciugando l’inchiostro dell’accordo sulla sicurezza USA/Arabia Saudita, era guidata da Goon Anwar Ali del FMI, e gestita dai “tre saggi” o “padri bianchi”, il più potente dei quali era John Meyer, presidente della divisione internazionale di Morgan Guaranty Trust e successivamente presidente della Morgan Guaranty. Meyer trasferì le royalties in petrodollari della SAMA alla Morgan, essendo consigliere per gli investimenti della SAMA. [2] Morgan era il banchiere di Bechtel e Aramco. Stephen Bechtel sedette nel CdA della Morgan Guaranty, come fecero alla Chevron-Texaco gli insider del CFR George Schultz e Sulayman Olayan, l’uomo di paglia della Bechtel, cruciale nel riciclaggio dei petrodollari del Golfo Persico nelle banche internazionali. Olayan possedeva metà Saudi Bechtel e molte azioni di Chase Manhattan, Occidental Petroleum e CS First Boston, dove fu direttore fino al 1995. Olayan fondò la Saudi-British Bank, un grande attore occulto nel mercato degli eurodollari. Aveva un’oscura partnership caraibica con Barclays e Jardine Matheson, che controllano la finanza israeliana ed HSBC rispettivamente. Fu membro della direzione di American Express insieme a Henry Kissinger e Edmund Safra, la cui fallimentare Republic Bank finì nel pozzo nero della HSBC. Il gruppo bancario di Olayan comprende CS First Boston, Saudi-British Bank, Saudi Holland Bank (controllata dalla ABN Amro, ora Royal Bank of Scotland) e Chase. [3] Attraverso queste relazioni Olayan fu il collante tra i Saud e i loro padroni delle famiglie dei Quattro Cavalieri statunitensi, inglesi e olandesi.
Nel 1975 Morgan Guaranty ebbe una partecipazione del 20% nella Saudi International Bank di Londra, il cui direttore esecutivo era il direttore di Morgan Guaranty Trust Peter de Roos. SAMA possedeva una quota del 50%, mentre Bank of Tokyo, Deutsche Bank, Banque de Nationale de Paris, National Westminster Bank e Union Bank of Switzerland avevano ognuna una proprietà del 5%. [4] Citibank acquistò il 33% della Saudi American Bank. SAMA era assistita da Merrill Lynch e Baring Brothers (ora della Royal Bank of Scotland), garantendo a New York e a Londra il controllo sui proventi del petrolio. I Padri Bianchi avevano saldamente le redini dei proventi petroliferi dell’Aramco dei Saud. Di Morgan Guaranty era il consigliere per gli investimenti dell’Abu Dhabi Investment Authority, la banca centrale degli Emirati Arabi Uniti, dove il monarca e principale azionista della BCCI, shayq Zayad detiene i cordoni della borsa. Morgan Grenfell, il braccio londinese della Morgan, è consulente dei governi della GCC del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e del mercato dell’oro dell’emirato di Dubai. Grenfell ora della Deutsche Bank, controllava  una larga fetta della Banca Centrale della Giordania e finanziava la vendita di armi a Oman, Giordania e Arabia Saudita. Quando il trafficante d’armi saudita della Lockheed Adnan Khasshoggi comprò l’Arizona-Colorado Land & Cattle Company, nel 1974, il ramo degli investimenti statunitense Morgan Stanley fece un affare. Quando Khasshoggi comprò un caseificio di 17000 ettari e un ranch da un milione di acri per il bestiame in Sudan, Morgan Stanley l’aiutò di nuovo.
Nel 1984 Morgan Grenfell spinse per l’esplorazione petrolifera nel Mare del Nord. Sir John Stevens della Grenfell consigliava la Banca Markazi dell’Iran. Stevens era un insider della Banca d’Inghilterra, dove il presidente della Royal Dutch/Shell Sir Robert Clark era membro del consiglio. Morgan Stanley occupava i primi 16 piani dell’edificio della Exxon a New York. Gestì nel 1977 la vendita delle azioni della BP da parte del governo inglese al clan al-Sabah del Quwayt. [5]
Il presidente della Jardine Matheson David Newbigging siede nel consiglio consultivo internazionale di Morgan Guaranty ed è probabilmente l’uomo più potente di Hong Kong. Il presidente di Morgan et Cie, divisione internazionale della banca, era Lord Cairncatto, che sedeva nel Comitato di Londra della HSBC, era presidente della Morgan Grenfell e membro del Consiglio interno del Royal Institute of International Affairs. [6] HSBC e Kleinwort Benson hanno il controllo del monopolio dell’oro Sharps Pixley Ward di Hong Kong. HSBC Bank possiede la British Bank of the Middle East, che monopolizza il fiorente mercato dell’oro di Dubai, la Republic Bank of New York di Edmund Safra, che dominava i vecchi mercati dell’oro libanesi e Midland Bank, agente di compensazione del narco-governo panamense. Fino a poco prima Sharps Pixley e Samuel Montagu, filiali della HSBC, si fusero con la Mocatta Metals della Standard Chartered, fondata da Cecil Rhodes, Johnson Matthey e NM Rothschild & Sons di Londra per fissare ogni giorno unilateralmente il prezzo dell’oro. Gli ultimi due monopoli hanno CdA che s’intrecciano sia con la HSBC che con il conglomerato Anglo-American controllato da Oppenheimer, la cui controllata Engelhardt monopolizza la raffinazione mondiale dell’oro. [7] Gli Oppenheimer controllano anche Rio Tinto e DeBeers, fondata da Cecil Rhodes, che monopolizza il commercio mondiale dei diamanti. La controllata Anglo-American delle Bermuda, Minorco, gioca un ruolo importante nel ciclo oro/diamanti/droga della Silver Triangle. Il taglio dei diamanti è finanziato dalla famiglia belga Lambert, cugini dei Rothschild, e dalla Barclays Bank, nel cui CdA siedono Sir Harry Oppenheimer e altri quattro membri dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più che in qualsiasi azienda nel mondo. [8] I giganti bancari canadesi Bank of Nova Scotia, Bank of Montreal, Royal Bank of Canada, Toronto Dominion Bank e Canadian Imperial Bank of Commerce, si sono uniti ai giganti inglesi National Westminster, Barclays, Lloyds e HSBC, nel presiedere la Silver Triangle dei Caraibi che ricicla narcodollari. Bank of Nova Scotia è il rivenditore d’oro più grande dei Caraibi e possiede 200 tonnellate di oro recuperate dai depositi sotto le macerie del World Trade Center nel 2001. La banca d’investimento più grande dei Caraibi è nota come ITCO, una joint venture tra Anglo-american, Barclays, NM Rothschild e Royal Bank of Canada. Il direttore della Lloyds, ADF Lloyd, è cognato del 10° conte di Airlie, presidente della Banca Schroeder della Warburg, che finanziò Hitler. La moglie di Earl è nipote di Otto Kahn, partner di primo piano di Kuhn Loeb. La suocera di Winston Churchill era una Airlie. Il cugino di Churchill, il visconte Cowdray, ha una grande partecipazione nella Lazard, usata dalla famiglia Kennedy. [9] Lazard controlla Financial Times, The Economist e Penguin Books.
La Citigroup dei sauditi e la Texas Commerce della Baker, ora JP Morgan Chase, aiutaron Raul Salinas a derubare il Tesoro messicano. Bank of America dei Rothschild fondò la Banca d’Italia sotto il paravento della Transamerica di Amadeo Giannini, con una joint venture da 3 miliardi di dollari con il Banco Ambrosiano, che acquistò la saccheggiata Continental Bank, finanziando la BCCI ed ripulendo gli affari della BNL. All’epoca Bank of America era la maggiore banca del mondo. [776] Secondo il ricercatore di Chicago Sherman Skolnick, Bank of America incanalava il denaro sporco generato dal finanziere latitante svizzero-israeliano del Mossad Marc Rich, e il cui denaro facile scomparve nel pozzo nero della Enron. Skolnick aggiunge che la Nugan Hand Bank divenne Household International, un prestatore di sub-prime di Chicago, il cui avvocato, fino al suo misterioso incidente in canoa, era l’ex-direttore della CIA Bill Colby. [10] Household è ora una controllata di HSBC. La Banque de Credit Internationale di Ginevra di Tibor Rosenbaum (BCI) predette la BCCI, ricevendo i profitti dei casinò di Meyer Lansky e i proventi della droga per finanziare gli imbrogli di MI6 e Mossad, tra cui la Permindex. [11] Lansky avviò i suo crimine organizzato con l’aiuto finanziario della famiglia Rothschild. Robert Vesco decollò con la Mary Carter Paint Company finanziata dai Rockefeller. Santos Trafficante è il loro successore. La CS First Boston fu fondata dalla famiglia Perkins di Boston con i proventi dell’oppio e finanziò sia l’omicidio di JFK che il tentativo di assassinio del presidente francese Charles de Gaulle. Richard Holbrooke, l’inviato di Obama in Afghanistan e capo architetto degli accordi di Dayton, e Dick Thornburgh, procuratore generale di Bush durante il cover-up della BNL, lavorarono per la CS First Boston al fianco di Sulayman Olayan. La banca collaborò con BP Amoco per arraffare il 20% della russa Lukoil.

KissAss
2239374_300Tra i clienti di Kissinger Associates vi erano la Banca nazionale della Georgia della BCCI di proprietà della BNL, che collaborò con la Banca centrale irachena armando l’Iraq attraverso i conti cifrati presso Bank of America, Bank of New York, Chase Manhattan e Manufacturers Hanover Trust. Agente di compensazione della BNL in tali operazioni era Morgan Guaranty Trust. Il Consiglio di Amministrazione della Chase Manhattan Bank rifletteva il Consiglio di Amministrazione Consultivo internazionale della BNL. Henry Kissinger era legato a Chase Manhattan e a Goldman Sachs, aiutando le narco-banche Bank of New York e CS First Boston a saccheggiare il Tesoro della Russia. Quando la banda della CIA saccheggiò le S&L (cassa depositi e prestiti. NdT), Goldman Sachs spazzolò via miliardi di attività in un colpo. Il Comitato consultivo internazionale della Chase Manhattan comprendeva Y. K. Pao della Hong Kong Worldwide Shipping, Ian Sinclair della narcotrafficante Canadian Pacific e GA Wagner della Royal Dutch/Shell. [12] Pao fu vicepresidente di HSBC.
Il CdA della Kissinger Associates è ancora più oscuro e potente, il lapsus freudiano massonico della KissAss è espresso dal vecchio denaro. Il co-fondatore Lord Carrington, membro del consiglio di Barclays e Hambros, presiede il Gruppo Bilderberg e l’Istituto Reale per gli Affari Internazionali. Il membro del CdA della KissAss è Mario d’Urso della dinastia dei banchieri Kuhn Loeb, è a capo della Jefferson Insurance, la joint venture tra Assicurazioni Generali (AG) e Riunione Adriatica di Sicurtà (RAS) negli Stati Uniti. L’AG di Venezia custodisce le immense fortune delle antiche famiglie di banchieri veneziani che finanziarono le crociate e il Sacro Romano Impero. Il suo CdA includeva Elie de Rothschild, il barone August von Finck, l’uomo più ricco della Germania, il barone Pierre Lambert, cugino dei Rothschild e finanziatore della Drexel Burnham Lambert, Jocelyn Hambro, la cui famiglia possiede Hambros Bank, che possedeva la metà della Banca Privata di Michele Sindona; Pierpaolo Luzzato Fegiz della potente famiglia italiana dei Luzzato che aveva legami con il Banco Ambrosiano di Sindona e Franco Orsini Bonacossi della potente famiglia Orsini, i cui membri sedevano nell’antico senato dell’impero romano. I maggiori azionisti di AG sono Lazard Freres e Banque Paribas. [13] Paribas, ora la maggiore banca del mondo, è controllata dalla famiglia Warburg, mentre Lazard è dominata dalle famiglie Lazard e David-Weill. I Lazard inglesi fanno ora parte del conglomerato Pearson, che possiede Financial Times, Economist, Penguin e Viking Books, Madame Tussaud e ampi interessi negli Stati Uniti. La francese Lazard Freres è occultata nell’holding denominata Eurafrance. Lazard gestisce il denaro dell’élite globale come gli Agnelli italiani, i Boels belgi, gli inglesi Pearson e gli statunitensi Kennedy. Membri del consiglio della RAS sono i membri della famiglia Giustiniani, discendenti dall’imperatore romano Giustiniano, della famiglia Doria, finanzieri genovesi dei sovrani asburgici spagnoli, e il duca d’Alba, che discende dalla monarchia asburgica spagnola.
Un altro potente elemento del CdA della KissAss era Nathaniel Samuels, altro vecchio sgherro della Kuhn Loeb del clan di Samuel, che controlla gran parte di Royal Dutch/Shell e Rio Tinto. Samuel fu presidente della Banque Louis-Dreyfus Holding Company di Parigi, derivante dalla dinastia di commercianti in granaglie Louis Dreyfus, uno dei Quattro Cavalieri del Grano. Lord Eric Roll è un altro membro della KissAss. Roll è presidente della banca d’investimento della famiglia Warburg, la SG Warburg. Il potente membro asiatico del consiglio della KissAss è Sir Y. K. Kan di Hong Kong, che rappresenta quattro vecchie famiglie bancarie cinesi che controllano la Bank of East Asia. Le radici massoniche del cliente piduista BNL della KissAss risalgono alla Banca Commerciale d’Italia, dove fu fondata la P-2. La filiale svizzera della banca, la Banca della Svizzera, acquistò il 7% di Lehman Brothers nel 1970. La famiglia Lehman fece fortuna vendendo armi alle forze confederate mentre contrabbandava l’oppio inglese nell’Unione dalle piantagioni di cotone di famiglia. Quando il cliente della Lehman Brothers, Enron, crollò, l’UBS Warburg piombò per comprarsi Enron OnLine per 0 dollari. Quando Lehman fallì nel 2008, Barclays banchettò con la sua carcassa.

Note
[767] The Chase: The Chase Manhattan Bank N. A.: 1945-1985. Harvard Business School Press. Boston. 1986. p.231
[768] The House of Morgan. Ron Chernow. Atlantic Monthly Press. New York. 1990. p.606
[769] “The Olayan Group: Fifty Years of Forging Business Partnership”. Advertisement. Forbes. 7-7-97
[770] “Now the Desert Kingdom’s are Thirsty for Cash”. John Rossant. Business Week. 3-18-91. p.32
[771] Chernow. p.612
[772] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.125
[773] Ibid. p.194
[774] Ibid. p.200
[775] Ibid. p.445
[776] “A System out of Control, Not Just One Bank”. George Winslow. In These Times. October 23-29, 1991. p.8
[777] “The Enron Black Magic: Part III”. Sherman Skolnick. 1999.
[778] Hot Money and the Politics of Debt. R.T. Naylor. The Linden Press/Simon & Schuster. New York. 1987. p.22
[779] The Editors of Executive Intelligence Review. p.339
[780] Ibid. p.98

hsbc--621x414Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix e The Federal Reserve Cartel. Il suo settimanale è Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le priorità di Israele e Arabia Saudita in Siria. Militarismo coperto e “libanizzazione”

Phil Greaves Global Research, 18 febbraio 2014

1505520Gli attuali sviluppi sia all’interno che all’esterno della Siria mostrano che i principali mandanti della guerriglia estremista, cioè Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar, Quwayt, Israele e Turchia, non sono ancora pronti a gettare la spugna. Si poteva pensare che l’amministrazione Obama avese deciso di abbandonare la politica del cambio di regime a seguito del fallito tentativo d’incitare l’intervento, attraverso il casus belli delle armi chimiche di agosto. Ma la dura realtà resta che tale alleanza difatti continua il suo segreto sostegno militare alla rivolta, in una forma o nell’altra, nella piena consapevolezza che la stragrande maggioranza dei ribelli fondamentalisti ha  un’agenda settaria e si oppose con veemenza a qualsiasi forma di democrazia e pluralismo politico.  In primo luogo, il sostegno continuo è un prodotto della strategia globale della Full Spectrum Dominance dell’impero statunitense sulle regioni strategiche e ricche di risorse nel globo, attraverso  sovversione, aggressione economica e militare, politiche imposte in misura diversa ad ogni Stato disposto ad accettare la piena subordinazione agli Stati Uniti. Tale atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti non è affatto esclusivo dei periodi di tensione o crisi accentuate, è permanente, portato al culmine delle violenze attraverso un opportunismo machiavellico. Nel caso della Siria, le rivolte arabe hanno dato a Stati Uniti ed alleati la copertura perfetta per avviare i piani sovversivi su cui  lavoravano almeno dal 2006. La possibilità di eliminare un governo ostile che rifiuta i diktat statunitensi/israeliani era semplicemente troppo bella per perderla. Di conseguenza, quasi subito, gli Stati Uniti hanno tentato di agevolare e sostenere gli elementi violenti in Siria, mentre i suoi media cercano di confonderli con i legittimi manifestanti locali.
Dato che gli Stati Uniti hanno preso la decisione sconsiderata di sostenere, ampliare e istigare i militanti, la politica è miseramente fallita. Chiaramente, dal tono usato da diplomatici e propagandisti occidentali dello slogan, spesso ripetuto, dei “giorni di Assad sono contati”, si aspettavano un cambio di regime rapido. Tali desideri in gran parte si basavano sull’arroganza e la speranza statunitensi che lo scenario della No Fly Zone in Libia avrebbe guidato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Contrariamente a tali desideri, l’irritazione di Russia e Cina per la distruzione della Libia e l’assassinio di Gheddafi per mano della NATO, ha fatto sì che simili decisioni sulla Siria affrontassero un veto immediato. A sua volta, ciò s’è dimostrato una svolta nel rapporto odierno tra i membri permanenti del consiglio di sicurezza, le cui conseguenze devono ancora materializzarsi. Inoltre, s’è rivelata una svolta nella crisi siriana, sapendo che Russia e Cina bloccavano eventuali tentativi di dare alla NATO una seconda possibilità di essere l’aeronautica di al-Qaida, gli Stati Uniti ancora una volta hanno scelto la politica del militarismo occulto, aumentando drasticamente i fondi e le armi ai ribelli, in parallelo alle campagne d’istigazione settarie abbracciate dai clericali salafiti-wahhabiti del Golfo, nella speranza che potessero rovesciare l’esercito siriano con il terrorismo e una brutale guerra settaria di logoramento. In conseguenza della mancata rimozione di Assad o della distruzione del governo siriano e del suo apparato, l’amministrazione Obama, riluttante e politicamente incapace d’impegnarsi in un’aperta aggressione, impiega la strategia della realpolitik, utilizzando principalmente il militarismo occulto per placare i desideri dei falchi neoconservatori del Congresso, e le zelanti influenze regionali di Riyadh e Tel Aviv, evitando la possibilità di essere trascinato in un altro intervento militare palese. A sua volta, tale strategia a doppio taglio alimenta la falsa idea pubblica sull’impero statunitense, che pseudo-pragmatici e propagandisti neoliberisti sono così ansiosi di sostenere, così fondamentale per l’impero USA; e cioè che sia una forza intrinsecamente altruista, un arbitro globale che a malincuore sovverte, invade, bombarda e interviene negli affari di nazioni sovrane per il bene dell’umanità. Finché tale falsa percezione viene confermata, l’ampio margine della farsa grottesca della realpolitik, del militarismo occulto e del terrorismo di Stato degli Stati Uniti non diminuirà. Chiaramente, l’impero degli Stati Uniti non ha alcun fretta di por termine allo spargimento di sangue in Siria, le sue priorità fin dall’inizio del 2011 sono rimuovere, o almeno indebolire gravemente, il governo e lo Stato siriani, a prescindere dalle conseguenze per la popolazione civile.
Utilizzando il controllo statale del flusso di armi e finanziamenti, e quindi la forza e capacità della rivolta nel complesso, l’amministrazione Obama ha impiegato inutilmente la tattica della carota e del bastone, nel tentativo di fare pressione sul governo siriano durante i negoziati in corso, affinchè aderisse alle pretese degli Stati Uniti e rinunciasse alla propria sovranità verso l’alleanza guidata dagli USA, sia sulla Siria che sui suoi primi alleati internazionali Russia e Iran, nella piena consapevolezza che i ribelli non hanno legittimità interna e la forza per cacciare Assad o sconfiggere l’esercito siriano. Recenti rapporti alludono al bastone democratico degli Stati Uniti, nella sua più recente forma di “nuove” e ampliate forniture di armi ai ribelli, compresi presumibilmente i MANPADS. Ciò avviene nei retroscena dei fallimentari colloqui di “pace” a Ginevra e può essere interpretato come risultato diretto del fallimento di Washington nel far valere i propri obiettivi: il bastone è la riserva infinita di terrorismo di Stato, la carota è il rubinetto aperto. Se i “nuovi” rifornimenti di armi effettivamente potenzieranno i ribelli danneggiando il governo siriano, resta da vedere, ed è assai improbabile in questa fase con l’esercito siriano che avanza nelle montagne del Qalamun liberando la città in mano ai ribelli di Yabrud, a sua volta garante del vitale traffico logistico dal Libano. L’esito probabile dell’aumento del flusso di armi ai ribelli nel sud, come dimostra sempre la militarizzazione istigata dagli USA, sarà la ripetizione degli stessi risultati devastanti: altri profughi, inasprendo la già critica crisi dei rifugiati, ulteriore distruzione delle infrastrutture civili da parte dei ribelli, ulteriori carenze di cibo e di servizi, e molte altre vite perdute.

“Libanizzazione”, sostituto del cambio di regime?
Come dimostra la situazione, se Stati Uniti e loro alleati potranno rimuovere il governo siriano tramite la forza degli ascari, senza l’intervento occidentale militare sempre più impopolare, e la posizione di Assad e il sostegno interno rimangono saldi, la strategia della libanizzazione potrebbe essere il sostituto “ottimale”, su cui Stati Uniti e alleati ora lavorano. Incoraggiare, istigare e incitare la divisione tra gli arabi è stata la strategia a lungo termine dell’entità sionista da quando i colonialisti usurparono la terra palestinese nel 1948, con un atto specifico volto a fomentare il conflitto settario. La strategia della divisione è diretta contro qualsiasi Stato o governo arabo che si rifiuti di rispettare le pretese sioniste. L’ormai famoso stratega israeliano Oded Yinon, con “Una strategia per Israele negli anni ’80“, il Piano Yinon, fornisce forse il resoconto più chiaro delle intenzioni d’Israele verso i suoi vicini arabi: “La disintegrazione totale del Libano in cinque regioni è il precedente per tutto il mondo arabo… La dissoluzione della Siria, e più tardi dell’Iraq, in distretti etnico-religiosi sull’esempio del Libano è il principale obiettivo a lungo termine d’Israele nel Vicino oriente. L’attuale indebolimento militare di questi Stati è l’obiettivo a corto termine. La Siria si disintegrerà in diversi Stati dalla struttura etnica e religiosa… Come risultato, ci saranno uno Stato sciita alawita, la regione di Aleppo sarà sunnita, quella di Damasco sarà un altro Stato ostile a quello settentrionale. I drusi, anche quelli del Golan, dovrebbero creare lo Stato di Hauran nel nord della Giordania… e il ricco in petrolio, ma molto travagliato internamente Iraq, sono certamente degli obiettivi per Israele… Ogni tipo di confronto inter-arabo… accelererà il raggiungimento dell’obiettivo supremo, disintegrare l’Iraq come la Siria e il Libano”.
In tale contesto, non può essere un caso che il segretario di Stato degli USA John Kerry stia disperatamente perseguendo un fatto compiuto con l’autorità palestinese (PA). Contrariamente alla nauseante rappresentazione mediatica degli Stati Uniti quali pacificatori imparziali, il desiderio di Kerry di perseguire un “accordo” in questo momento è diretta conseguenza del conflitto siriano, e delle divisioni nel campo delle resistenza che ha creato. Stati Uniti e Israele ora cercano d’imporre un “accordo di pace” pro-israeliano con la corrotta PA che inevitabilmente sarà fallimentare e contrario agli interessi palestinesi. Fedele alleata della resistenza palestinese, attualmente impantanata nella lotta ideologica di al-Qaida e a disinnescare le auto-bombe per Dahiyah, la Siria non può sostenere i palestinesi contro Israele nel momento del bisogno; e Stati Uniti e Israele ne approfittano per isolare la resistenza palestinese dai pochi Stati e attori arabi da cui riceve supporto.  Nel suo ultimo discorso, il segretario generale di Hezbollah Sayad Hasan Nasrallah ha ricordato ai suoi ascoltatori questo problema cruciale: “Il governo statunitense cerca, insieme all’amministrazione sionista di mettere fine alla causa palestinese, e ritiene che questo sia il momento migliore per farlo, perché il mondo arabo e islamico è assente oggi, e ogni Paese è occupato dai propri problemi“. In modo simile, gli Stati Uniti utilizzano il conflitto siriano come leva contro l’Iran nei negoziati nucleari, nei continui tentativi di Washington per pacificare e subordinare un Iran indipendente, che indubbiamente svolge un ruolo importante nella politica degli Stati Uniti sulla Siria, forse con ruolo di definizione. Di conseguenza, i contrasti palestinesi e iraniani con Israele e Stati Uniti ora, come sempre, rientrano in qualche misura nei calcoli degli Stati Uniti, indissolubilmente legati alla soluzione della crisi siriana.
In realtà, la gioia evidente d’Israele per la distruzione della Siria e la preferenza evidente per la rimozione di Assad e del governo siriano, con la devastazione che comporterebbe, si dimostrano difficili da nascondere. Promuovendo il punto, uno dei tanti esempi di collusione Israele-ribelli appare nel recente articolo di National (che falsamente presenta i ribelli che “raggiungono” Israele come apparentemente “moderati”) sull’invio di centinaia di ribelli a curarsi negli ospedali israeliani e poi rispediti in Siria con 1000 dollari. Israele ha compiuto ulteriori sforzi per consolidare i contatti con i ribelli nel sud, indipendentemente dal fondamentalismo, e collaborato con le fazioni ribelli nei bombardamenti israeliani su Lataqia e Damasco. Nel debole tentativo di mascherare tale collusione, i propagandisti israeliani diffondono attivamente disinformazione, secondo cui Israele aiuta la comunità drusa nel sud della Siria, ma la comunità drusa è saldamente alleata al governo siriano. In realtà, i tentativi israeliani di coltivare i rapporti con le comunità dei ribelli del sud, dovrebbero essere visti correttamente come tentativi di creare forze “confinarie” presso le alture occupate del Golan, a sostegno del furto di terre per le aspirazioni espansionistiche dei sionisti. Di conseguenza, la neutralità fraudolenta d’Israele viene completamente svelata dalla sua collusione con i ribelli, a proprio vantaggio, e nella palese aggressione contro l’esercito siriano. Vi sono molte altre indicazioni secondo cui fazioni prominenti dell’alleanza degli Stati Uniti preferiscono e incoraggiano tali divisioni, in particolare Israele, ma la semplice logica indica che l’Arabia Saudita, il maggiore partner strategico regionale d’Israele e l’attore nell’alleanza statunitense che possiede la maggiore influenza e volontà politica nel sostenere i fondamentalisti e il terrorismo, approverebbe la disintegrazione dello Stato siriano, vedendolo in primo luogo come un colpo all’”espansione sciita”. La fissazione saudita e del Golfo sul settarismo, maschera i conflitti essenzialmente politici, ed inoltre è volutamente costruita per intensificare la strategia della divisione delle società plurali religiose ed etniche, come evidenziato da quasi tutti gli ascari sguinzagliati dai Paesi fondamentalisti del Golfo, come recentemente in Libia. Eppure anche i sauditi hanno dei limiti di capacità e decisione, essendo in ultima analisi legati alla generosità militare e alla protezione degli Stati Uniti, e potendo contare sulle reti terroristiche nel momento critico. Quindi, i recenti tentativi sauditi di dissociarsi da al-Qaida e dai vari estremisti che combattono in Siria, potrebbero essere una cosmesi per il pubblico. In realtà, la leadership saudita vede al-Qaida e i suoi confratelli estremisti come malleabili ascari che non gli pongono alcuna reale minaccia, costituendo una componente fondamentale della politica estera e dell’aggressione occulta saudite.
Di assai maggiore importanza per i confluenti interessi regionali di Israele e Arabia Saudita, che  giocano un ruolo critico nei calcoli degli Stati Uniti, sono gli ascari fondamentalisti attualmente istigati a combattere l’Iran, la Siria, e Hezbollah. La disintegrazione dell’Asse della Resistenza è la massima priorità della politica statunitense in Medio Oriente, la presunta “minaccia” affrontata dagli ideologi fondamentalisti, originariamente creati e sostenuti da Stati Uniti e alleati, è solo un ripensamento. L’impero degli Stati Uniti, nei suoi sforzi per contenere, e quindi dominare e controllare una regione così strategica e ricca di risorse, è più che contento di consentire ai propri clienti reazionari e settari d’incitare il conflitto necessario a sovvertire, spezzare e dividere il potere inevitabile che un Medio Oriente unificato potrebbe pretendere: se solo le loro aspirazioni progressiste e l’unità non venissero ripetutamente “respinte” dall’occupazione sionista e dall’antagonismo artificiale.

1907575
Phil Greaves, scrittore inglese di politica estera, soprattutto nel mondo arabo dalla seconda guerra mondiale.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: questione geostrategica al centro della guerra tiepida

Jean Geronimo, esperto di economia e geostrategia russe Humanité

Recandosi a Kiev a sostenere gli oppositori, anche di estrema destra, al regime ucraino, Catherine Ashton assume una posizione ostile alla Russia, che aveva chiesto all’UE di non intervenire. Il sostegno delle potenze occidentali alla preoccupante “rivoluzione” ucraina punta a far entrare il Paese nell’ambito di UE e NATO, nonché ad impedire il ritorno della grande potenza Russia cercando d’indebolirla regionalmente?

1508052Con il sostegno occidentale a un’inquietante “rivoluzione” ucraina e la sua volontà d’interferenza, si cerca d’impedire il ritorno della Russia come grande potenza che ritorna in scena, indebolendola sul piano regionale Nel quadro della strategia del riflusso (rollback) della potenza russa, intrapresa dalla fine della Guerra Fredda, le potenze occidentali mostrano sfiducia endemica verso uno Stato disperatamente percepito come l’erede dell’asse del male (comunista). Tale strategia “anti-russa” è dimostrata dai continui tentativi di cooptazione delle ex-repubbliche dell’URSS, attraverso il “partenariato orientale” (tramite l’UE) politicamente orientato, o il “Partenariato per la Pace innovazioni” (tramite la NATO), e recentemente con l’”accordo di associazione” tra UE ed Ucraina. Più o meno esplicitamente, tali “innovazioni” politiche sviluppano l’idea di un “vicinato condiviso” e di valori comuni, esprimendo il diritto all’ingerenza occidentale nella periferia post-sovietica, tra cui l’Ucraina. Sul piano della CSI, tali politiche non rientrano più nelle prerogative del monopolio russo e in tale senso ne minacciano l’area d’interesse storico. Cosa che Mosca non accetterà mai.

Ucraina, al centro della lotta per l’influenza
In larga misura, ciò spiega il problema della configurazione geopolitica alla base della crisi ucraina, che lungi dall’essere una “rivoluzione” è in realtà al centro della lotta di potere tra due grandi nemici storici. Dalla transizione post-comunista, la lotta continua nel contesto della guerra “tiepida” (1) forma attualizzata e deideologizzata della guerra fredda volta a controllare aree e “nodi” strategici.  In questo contesto, qualsiasi riavvicinamento tra l’Ucraina e l’Unione europea (tramite l’accordo di associazione) può essere considerato come il passo preliminare e “naturale” per la sua futura integrazione nella NATO, come è stato confermato da Washington, una provocazione strategica contro la Russia. A livello strutturale, tali obiettivi sono priorità implicite della nuova diplomazia statunitense decisa dall’amministrazione Obama. Tuttavia, la tendenza del potere russo è santuarizzare l’estero vicino contro le tendenze espansioniste occidentali. In questo contesto, la NATO continua un’offensiva ingiustificata facendo leva sulla vecchia lotta contro il comunismo. Con una furia incredibile. Pur rimanendo nella strategia anti-russa della guerra fredda sostenuta dall’ex-consigliere del presidente statunitense J. Carter, Z. Brzezinski (2), tale duplice obiettivo della politica estera statunitense giustifica l’enorme investimento mediatico occidentale sulle vicende ucraine, per destabilizzare il governo filo-russo e dimettere il presidente (ancora) legittimo, Viktor Janukovich. Più inquietante è che tale evento ucraino sia in linea con le “rivoluzioni” liberali “colorate” in Georgia (2003), Ucraina (2004) e Kirghizistan (2005), incoraggiate e finanziate in parte dall’amministrazione statunitense, secondo una tecnica collaudata e politicamente corretta.

Una “rivoluzione” manipolata
Tale configurazione spiega l’esistenza delle manipolazioni occidentali attraverso ONG (in nome dei “diritti umani”) e il sostegno all’opposizione ucraina, la disinformazione e il condizionamento dell’opinione pubblica, così come l’interferenza di dirigenti stranieri, tra cui statunitensi ed europei,  naturalmente accusando la “mano di Mosca”. Oggi l’Europa brilla per la sua assenza in Africa e nel Medio Oriente, ma invece non esita ad interferire negli affari politici interni sovrani dell’Ucraina, in atto a Kiev, attraverso Catherine Ashton sostenuta dal suo mentore statunitense, John Kerry. La mente vacilla…  Ora, come giustamente ha sottolineato J. M. Chauvier, c’è la deriva estremista di natura neo-nazista degli eventi che scivolano su un nazionalismo anti-russo che, sempre più, sfugge al controllo dei leader dell’opposizione puntellata dall’occidente. È probabilmente l’errore maggiore e il peggiore pericolo per la goffa Europa, la cui politica incosciente contribuisce a risvegliare “vecchi demoni” nello spazio post-sovietico, in particolare nei Paesi baltici e Ucraina. Tuttavia, questa informazione viene totalmente oscurata dal pensiero unico, allegramente trasmesso dai nostri media.

Un accordo pericoloso per l’Ucraina
I leader occidentali perciò fanno pressione sul Presidente Janukovich per costringerlo alla “scelta dell’Europa e della libertà”, secondo lo slogan ridondante dell’opposizione sotto influenza occidentale, e quindi a proteggere il “buon popolo ucraino” dal possibile ritorno dell’imperialismo russo, a rischio di offendere la sensibilità dell’amministrazione Putin. In tale contesto, possiamo meglio comprendere il ripiegamento del presidente ucraino, desideroso di difendere gli interessi nazionali e, a tal fine, ammorbidire i drastici (e irresponsabili) vincoli imposti dall’accordo di associazione e di libero scambio. Contrariamente alle indiscrezioni dei media, non si tratta quindi del rifiuto dell’Europa, ma della richiesta di riformulazione del contratto, che politicamente non è neutrale ed economicamente è suicida per l’Ucraina. Un ricordo è necessario, oggi. Di fronte tale manipolazione politica, la Russia non poteva non reagire. In particolare l’integrazione dell’Ucraina nello Spazio economico europeo (obiettivo dichiarato dell’UE) trasformerà il Paese in una piattaforma di riesportazione dei prodotti occidentali, via multinazionali, in Russia, la cui economia verrebbe attaccata e destabilizzata. Molto rapidamente V. Putin ha trovato una risposta adeguata e corrispondente agli interessi economici dell’Ucraina, ma nel rispetto degli interessi politici della Russia, incline a proteggere la zona d’influenza contro i desiderata più pressanti dell’UE. Mosca non l’ha mai nascosto mostrando anche una certa trasparenza in questo settore, a differenza del gioco oscuro dell’Europa, guidata dalla “mano” di Washington che naviga nelle acque torbide della “sua” prode democrazia, imposta al mondo globalizzato quale verità suprema. Curioso messianismo.

Il ritorno della Russia, comunque…
Tale accordo mira esplicitamente ad imporre l’ideologia neoliberista del “libero mercato”, del  deregolamento economico e finanziario, esprimendo una visione anti-statuale disastrosa e a corto  termine, impoverendo notevolmente la società ucraina con il rischio di una “nuova Grecia”. Il “popolo” che manifesta non lo sa, senza dubbio. In realtà non so perché manifesta, spinto dall’entusiasmo e motivato da una rivoluzione manipolata, come i precedenti del 2004. Incoraggiato dalla benevolenza occidentale, non esita ad assaltare edifici governativi e a “colpire poliziotti.” Ridondanza preoccupante. A differenza dei suoi omologhi occidentali, la Russia è rispettosa delle regole del diritto internazionale, comprese quelle sulla sovranità statale. Dopo la sua doppia iniziativa di aiuto finanziario (prestito di 15 miliardi di dollari) e riduzione (un terzo) del prezzo del gas all’Ucraina, e il desiderio di sviluppare una vera e propria cooperazione economica e tecnologica con quest’ultima, Mosca mostra, ancora una volta, una diplomazia estremamente efficace, al contrario dell’UE. Mentre altri Stati, in modo subdolo, non esitano a sfruttare la “rivoluzione”. Ma a quale prezzo? Innegabilmente, la Russia post-comunista ha percorso una lunga strada e gradualmente rientra tra i “grandi” difendendo una certa etica e, se necessario, opponendosi alle false rivoluzioni.
Il gioco a scacchi tra USA e Russia continua pertanto nel cuore dell’Eurasia, Ucraina.

(1) J. Geronimo  (2012) “Il pensiero strategico russo – Guerra calda sulla scacchiera eurasiatica: le rivoluzioni arabe e dopo?“, prefazione a J.  Sapir, ed. Sigest.
(2) Z. Brzezinski è noto per aver indotto l’intervento dell’Armata Rossa in Afghanistan, a fine dicembre 1979, con l’obiettivo di sprofondarla in un conflitto periferico, estenuante, economicamente e politicamente distruttiva per l’URSS. Tale iniziativa strategica precipitò la caduta del regime sovietico alla fine del dicembre 1991. Un dicembre maledetto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il terrorismo mira alla California

Dedefensa 07/02/2014
BN-BK310_noonan_G_20140206190805La “rivelazione” è stata fatta con discrezione. Alcun allerta da parte di FBI, NSA, CIA, HMS, ecc., nessuna grave dichiarazione allarmata su al-Qaida qui, al-Qaida là… Invece, che discrezione! Pertanto, non prima del 4 febbraio 2014 sul Wall Street Journal, ripreso da altri siti dissidenti come The Truth Wins (Michael Snyder, 6 febbraio 2014) e Infowars.com (6 febbraio 2014), s’è appreso di un attacco terrorista in grande stile e del tutto nuovo, che assai discretamente e con grande efficienza operativa, ha messo fuori uso per diverse settimane una centrale elettrica della California. L’attacco fu assai specifico e probabilmente il primo del  genere: un gruppo, per esempio, un commando di cecchini ha attaccato l’impianto per 19 minuti con la massima precisione, colpendo con precisione chirurgica sempre punti sensibili causando alla centrale notevoli inconvenienti operativi. Cosa più interessante, le informazioni provengono da dichiarazioni pubbliche fatte al WSJ e che hanno avuto scarsa eco nel sistema mediatico. Sembra che ci sia stata inizialmente l’informazione da un ex-funzionario subito trasmessa da fonti realmente ufficiali. La principale fonte del WSJ descrive l’incidente come “il più significativo attacco terroristico interno contro la rete elettrica del Paese.” Nessun arresto, nessuna traccia seria è stata individuata. Alcune ipotesi formulano l’idea della “ripetizione” di un attacco più grande e più grave.
L’attacco è cominciato poco prima dell’01:00, 16 aprile dello scorso anno, quando qualcuno s’infilò  in un canale sotterraneo non lontano da una superstrada trafficata per tagliare cavi telefonici. Nel giro di mezz’ora, cecchini aprirono il fuoco su una vicina sottostazione elettrica. Spararono per 19 minuti, ed hanno eliminato chirurgicamente 17 trasformatori giganti che incanalavano l’energia elettrica di Silicon Valley. Un minuto prima che un’auto della polizia arrivasse, i tiratori scomparvero nella notte… Per evitare un black-out, i funzionari delle rete elettrica deviarono l’energia dal sito e chiesero alle centrali della Silicon Valley di produrne di più. Ma ci vollero 27 giorni di lavoro per le riparazioni e riattivare la sottostazione. Nessuno fu arrestato o accusato dell’attacco alla sottostazione Metcalf della PG&E Corp. Si tratta di un incidente di cui pochi statunitensi sono a conoscenza. Ma un ex-impiegato federale l’“ha definito atto terroristico che, se fosse ampiamente replicato nel Paese, potrebbe abbattere la rete elettrica degli Stati Uniti e mettere sotto blackout gran parte del Paese”. L’attacco fu “il più significativo episodio di terrorismo interno contro la rete elettrica mai accaduto” negli Stati Uniti, ha detto Jon Wellinghoff, presidente della Federal Energy Regulatory Commission, all’epoca… Il 64enne del Nevada, nominato alla FERC nel 2006 dal presidente George W. Bush e dimessosi a novembre, ha detto che indisse un briefing a porte chiuse con in vertici delle agenzie federali, del Congresso e della Casa Bianca, lo scorso anno. Essendo passati mesi senza alcun arresto, ha detto di essere sempre più preoccupato che un attacco ancora più grave sia allo studio. Affermava di render pubblico l’incidente per la preoccupazione che la sicurezza nazionale sia a rischio e che le centrali elettriche critiche non siano adeguatamente protette. Il Federal Bureau of Investigation non pensa che un’organizzazione terroristica abbia attaccato la Metcalf, ha detto un portavoce del FBI di San Francisco. Gli investigatori “continuano a setacciare le prove”, ha detto. Alcune persone dell’ente condividono le preoccupazioni di Wellinghoff, tra cui un ex-funzionario alla PG&E, la proprietaria di Metcalf, che ha detto a un incontro dell’ente, a novembre, che temeva che l’incidente avrebbe potuto essere la prova generale di un’azione maggiore. “Non è stato un incidente deciso da Billy-Bob e Joe dopo un paio di birre, entrando e sparando in una sottostazione”, ha detto Mark Johnson, ex-vicepresidente della PG&E, alla conferenza sulla sicurezza dell’ente elettrico, secondo un video di presentazione. “Fu un evento ben architettato, pianificato e mirato contro certi componenti.” Contattato, Johnson ha rifiutato di commentare...”
Vi sono molti elementi misteriosi e incerti in questo caso. In primo luogo, pubbliche ma non ufficiali dichiarazioni, diciamo semi-ufficiali dalle valutazioni contrastanti. Poi un’operazione descritta come opera di un vero commando di professionisti che utilizzano tecniche avanzate di tiro, in condizioni che richiedono una certa conoscenza tecnica specifica del bersaglio, o comunque informazioni specifiche al riguardo. Ancora, l’FBI non dispone di informazioni su nulla, eppure afferma che non si tratta di un’organizzazione terroristica, mentre l’attacco è ovviamente una vera e propria operazione di un commando organizzato. Anche i commenti dei “dissidenti” restano incerti, al punto in cui sentiamo gli autori oscillare tra un’interpretazione ostile dell’atto a un’altra interpretazione secondo cui potrebbe essere un’azione interna di un ambito “altamente qualificato”, per esempio riferendosi alle capacità tecniche e tattiche delle “forze speciali” di eserciti moderni o di certe unità della criminalità organizzata, che giustificherebbe l’atteggiamento del “centro” federale in molti settori, la militarizzazione della polizia e la pressione della sorveglianza svolta dalla NSA, ecc. Così scrive Michael Snyder, passando al tema di un possibile attacco contro gli impianti nucleari civili (una “Fukushima americana”, ha scritto drammaticamente), ponendosi oggettivamente dalla parte delle forze antiterrorismo denunciate, in generale, quali nemici dai dissidenti antisistema negli Stati Uniti:
In un precedente articolo, ho discusso una relazione molto inquietante che dimostra che i nostri impianti nucleari sono davvero estremamente vulnerabili… impianti nucleari di ricerca e commerciali negli Stati Uniti non sono adeguatamente protetti contro la minaccia del terrorismo, secondo i risultati di nuovo studio pubblicato questa settimana dal Progetto di prevenzione della proliferazione nucleare (NPPP) della LBJ School of Public Affairs dell’Università del Texas di Austin. Le due maggiori minacce terroristiche che affrontano queste strutture, secondo il rapporto, sono il furto di materiali nucleari militari e il sabotaggio volto a provocare una fusione del reattore nucleare. Lo studio, intitolato “Protezione degli impianti nucleari statunitensi da attacchi terroristici: rivalutare l’attuale approccio del ‘Design Basis Threat’”, non ha trovato uno solo dei 104 reattori nucleari commerciali negli Stati Uniti protetto contro “un attacco terroristico assai credibile” come l’11/9. In realtà, gli impianti nucleari non sono tenuti a proteggersi contro gli attacchi aerei, assalti da grandi squadre di terroristi o anche dai fucili ad alta potenza dei cecchini. La verità è che siamo molto, molto più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto la maggior parte degli statunitensi oserebbe immaginare. Allora, perché il governo federale non fa di più per proteggerci?
L’impressione generale lasciata da questo evento è così incerta che il pubblico non ne ha ancora  avuto alcuna seria copertura mediatica, soggetta ad interpretazioni altrettanto incerte, un tale atto di terrorismo dovrebbe, secondo i “dissidenti”, essere percepito come un attacco contro gli Stati Uniti, o un atto di colera interna contro il “centro federale” e tutte le organizzazioni che lo rappresentano, realmente o simbolicamente, questa impressione riflette la confusione generale esistente negli Stati Uniti. Ci sono varie correnti di comunicazione assai contraddittorie che alimentano un clima così incerto. Da un lato, le tante voci sulla militarizzazione, massicci acquisti di munizioni da parte del dipartimento di Sicurezza Interna, di equipaggiamenti quasi-militari per la polizia, intensificazione della repressione e naturalmente la sorveglianza della NSA, tutti atti considerati da gran parte dell’opinione pubblica come misure eccezionali sviluppate dal “centro” contro il cittadino. D’altra parte, le informazioni assai scarse su certi eventi vengono rapidamente etichettate “incidenti industriali” (come l’esplosione dell’impianto di fertilizzanti industriali di Waco, Texas, del 17 aprile 2013) che potrebbe anche essere il risultato di attacchi terroristici. Infine, l’attacco stesso, dello scorso aprile, non fa riferimento ad alcun tipo di terrorismo noto, non cerca pubblicità sui media, e sembra volere un risultato calcolato, dimostrando la propria efficacia e sfuggendo alle normali reti d’intelligence, cioè  non cerca in alcun modo di operare in una direzione o l’altra del sistema di comunicazione. (Anche supporre una provocazione dalle autorità ha poco senso, per via della completa mancanza di pubblicità sull’evento, riducendone l’effetto comunicativo e psicologico).
… Altre volte un tale evento sarebbe stato causa di contingenze incontrollabili sulla vasta popolazione degli Stati Uniti, con le sue diversità estreme e abitudini violente. Oggi, una tale interpretazione sembra infinitamente più difficile, tanto da chiedersi se, in altri tempi, un evento del genere, nelle condizioni in cui viene descritto, sarebbe stato possibile… Infine, le stesse condizioni di discrezionalità, mancanza di visibilità e comunicazione non operativa, rappresentano un caso abbastanza singolare, una sorta di ricerca dell’effetto con l’assenza di effetto. Le pressioni critiche della situazione mondiale fanno si che sempre meno incidenti, tensioni siano lasciati al caso, oggi.  Tutto assume un significato, oggi, anche il silenzio e l’ignoranza dell’atto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 327 follower