L’Iraq paga un prezzo pesante per la destabilizzazione della Siria

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 31 gennaio 2014
map_of_iraqGli intrighi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo hanno collettivamente contribuito alla diffusione di al-Qaida e di una pletora di movimenti terroristici sunniti dall’Iraq alla Libia. Infatti, nazioni come il Mali e la Tunisia sono state trascinate negli intrighi di nazioni estere che hanno solo obiettivi a breve termine. Naturalmente, tali obiettivi non sono nobili perché, proprio come accaduto in Afghanistan prima e ora in Iraq, Libia e Siria, si tratta dell’instabilità massiccia e della destabilizzazione degli Stati nazionali. Agenzie di comunicazione e organizzazioni dei diritti umani affiliate giocano i loro ruoli sinistri accanto ad associazioni politiche ed internazionali che esportano il terrorismo in Libia e Siria. Infatti, prima che scoppi una qualsiasi crisi usano la solita solfa su “stupro”, “genocidio”, “pulizia”, “democrazia”, “libertà” e una pletora di altre parole d’ordine propagandistiche. Naturalmente, quando gli africani neri venivano ingabbiati come animali in Libia e brutalmente assassinati da coloro che sono sostenuti dalle potenze del Golfo e della NATO, proprio come è successo ai lealisti di Gheddafi, sistematicamente massacrati, improvvisamente su tutto calava il silenzio totale. L’Iraq oggi è in crisi ancora una volta, non che continui massacri settari siano mai scomparsi dalla caduta di Saddam Hussern, ma è chiaro che lo spargimento di sangue aumenta ancora una volta. Pertanto, l’Iraq è stato invaso con una bugia, e poi l’amministrazione Obama decise di ritirarsi quando venne fatto finalmente qualche progresso (ovviamente gli USA e le forze alleate non avrebbero dovuto invaderlo, in primo luogo), poi la stessa amministrazione Obama decise di sostenere le potenze del Golfo e la Turchia contro la Siria dal governo secolare. Il risultato della “politica dell’ombra” di Obama nel sostenere i monarchi feudali del Golfo di Qatar e Arabia Saudita, e le ambizioni della Turchia, contro la laica Siria, è che l’intero Levante oggi è destabilizzato e i settari islamisti hanno una pletora di nuove armi da utilizzare contro le autorità centrali dell’Iraq. In altre parole, la politica di nazioni come gli USA e il Regno Unito hanno costantemente destabilizzato l’Iraq in base a criteri che non hanno chiari obiettivi oltre il caos.
Adnan al-Asadi, viceministro degli Interni iracheno, ha chiarito che i settari islamisti hanno accumulato “numerose e moderne” armi. Ciò significa che “ne avevano abbastanza per occupare Baghdad… Il loro obiettivo non è solo controllare Fallujah o Garma, è rovesciare l’intero processo politico“. L’Iraq avvertiva, di volta in volta, che la destabilizzazione della Siria era dannosa per la propria sicurezza nazionale. Tuttavia, come al solito, le potenze estere ignorarono non solo l’Iraq, ma continuarono anche a sostenere il settarismo e il terrorismo contro la Siria laica, pienamente consapevoli che l’Iraq avrebbe dovuto affrontare molte conseguenze negative. Allo stesso tempo, Erdogan, il leader della Turchia, ignora palesemente la sovranità di Iraq e Siria, ignorando i leader di Baghdad sui problemi legati all’energia e consentendo a terroristi e forze settarie di utilizzare le zone al confine della Turchia per destabilizzare la Siria. Infatti, la NATO e la Turchia mostrano al mondo che la NATO non si preoccupa che al-Qaida riceva armi e crei basi in un Paese memebro. Dopo tutto, al-Qaida e una pletora di gruppi terroristici settari operano per conto delle potenze del Golfo ed occidentali a prescindere dal fatto che sia un matrimonio di convenienza dalla breve durata. L’Iraq soffre notevolmente, ancora, per opera di forze terroriste e settarie che usano armi pesanti e le nuove basi terroristiche in Siria. Eppure, le Nazioni Unite non fanno nulla contro le potenze del Golfo che apertamente sostengono terrorismo e settarismo, ciò vale in particolare per il Qatar e l’Arabia Saudita. Allo stesso modo, anche la Turchia dovrebbe essere ritenuta responsabile per consentire apertamente a terroristi, settari, mercenari e agenti segreti di utilizzare le sue zone di confine. Naturalmente, le potenti nazioni occidentali sono molto più brave a coprire le loro tracce e ad usare mass media e altri potenti mezzi a loro disposizione. John Kerry, segretario di Stato degli Stati Uniti, ancora una volta manipola al meglio, affermando: “Saremo con il governo iracheno che respinge i tentativi (dei militanti)… ma è la sua lotta, qualcosa che decidemmo tempo fa.” Tuttavia, Kerry e tutti gli statunitensi sanno bene che tale lotta fu iniziata dagli USA e dai loro alleati, aprendo il vaso di Pandora dell’Iraq dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. Dopo non aver potuto contenere la situazione negli anni successivi al rovesciamento del leader dell’Iraq, apparve chiaro che gradualmente si compivano progressi prima che l’amministrazione Obama accettasse di ritirarsi. Ora, grazie agli intrighi delle potenze del Golfo e della Turchia contro la Siria, oltre agli intrighi della troika occidentale di USA, Francia e Regno Unito, il bilancio delle vittime aumenta ancora una volta in Iraq ed al-Qaida ed altri terroristi e forze settarie guadagnano terreno. In altre parole, le nazioni esterne sono causa della destabilizzazione di Siria e Iraq perché le potenze regionali non si preoccupano per nulla delle loro guerre per procura in entrambe le nazioni. E’ una barbarie assoluta su scala inimmaginabile e non a caso la popolazione cristiana è allo sbando e i musulmani vengono massacrati per motivi settari, nella barbarie assoluta del terrorismo che uccide tutti. Dopo tutto, le bombe nei mercati, attacchi suicidi, autobombe e così via, non discriminano perché uccidono civili innocenti a prescindere da fede, nazionalità, età e sesso.
In Siria i terroristi più brutali e settari di questa terra insegnano ai bambini come decapitare e squartare. Se al-Qaida e una pletora di fazioni settarie vincessero allora alawiti, cristiani, drusi e sciiti avrebbero un futuro tetro. Allo stesso modo, i sunniti locali vengono attaccati dal Golfo, i cui petrodollari diffondono militanza salafita e mentalità taqfirista in tutto il Levante e l’Iraq. Pertanto, i principi del sunnismo nel Levante subiranno una realtà oscura e sinistra per mano del salafismo del Golfo, è una barbarie assoluta che ciò sia consentito ancora alle potenze del Golfo e occidentali, che sanno che non ne saranno ritenute responsabili. In altre parole, l’Iraq subisce un nuovo inferno per l’ingerenza di nazioni estere. Nel frattempo le Nazioni Unite restano mute a parte nazioni potenti come la Federazione russa, che cercano di sollevare tale importante problema. La Siria naturalmente alza la voce alle Nazioni Unite, ma alle potenti nazioni regionali e alle potenze occidentali non importa nulla. Pertanto, Iraq e Siria vengono collettivamente destabilizzati e il Libano deve affrontare anch’esso una grave minaccia alla propria sovranità, perché i taqfiristi cercano di eseguire gli ordini altrui.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “muro della vergogna” e la sconfitta turca in Siria

Leon Camus, Global Research, 15 novembre 2013

1123La Turchia, al momento attuale, costruisce un “muro della vergogna” sul suo confine meridionale per evitare la diffusione sul proprio suolo dei combattimenti che imperversano in Siria tra curdi e i jihadisti internazionalisti che combattono contro le forze governative di Damasco. La costruzione che suscita la rivolta delle comunità curde separerà i due lati della barricata. La rabbia segue gli alaviti turchi scacciati dalle aree in cui i profughi siriani, ribelli all’autorità del regime baathista di Damasco, affluivano… Fu il momento in cui le rivolte della primavera araba sembravano spianare la strada all’istituzione nel Mediterraneo meridionale di una serie di governi islamici fabbricati dai Fratelli musulmani. Una prospettiva che ha incoraggiato le ambizioni neo-ottomane della Turchia supportate dall’esempio del successo economico. Ahimè, il potere alawita non è crollato, e la guerra ha un preso una piega disperata. Gli USA si sono quindi rassegnati a rinunciare, per il momento, a qualsiasi intervento diretto mentre quasi avvia negoziati bilaterali con l’Iran, alleato strategico della Siria. È una struttura completamente nuova, dopo tre decenni di negazione. Ma ora che l’economia turca soffre pesantemente per lo sforzo bellico e una crescita assai debole, 5% nel 2013, una perdita di quattro punti in due anni e mezzo di guerra, così come soffre dell’afflusso di rifugiati sul proprio territorio. Oggi, proteste e rivolte aumentano. Recentemente, dopo le massicce manifestazioni di giugno a Istanbul, l’agitazione maturata nella capitale Ankara, s’indebolisce un potere islamico reputato moderato ma che a poco a poco si scopre limitare le libertà civili o ripudiare l’eredità della laicità kemalista, imponendo leggi basate sulla Sharia. Nonostante il suo dinamismo economico, la Turchia tende a diventare “il malato d’Europa“… Un’Europa che miracolosamente ha ripreso i negoziati per l’adesione della Turchia, lasciati inattivi per diversi anni. Forse un modo per compensare Ankara per la pena presa cercando di rovesciare Assad, il risarcimento per le spese di guerra e la perdita dei profitti rinunciando a vedersi stabilire a Damasco un governo sunnita islamista moderato, un clone di Ankara.
Se il presidente francese, meno abile a sottrarvisi della gente di Washington, è stato ridicolizzato in Siria, ma agli occhi di chi? La Turchia ci ha lasciato le penne… Se Tarik Ramadan, nipotino del fondatore dei Fratelli musulmani e presidente degli studi islamici a Oxford finanziati da Doha, poteva scrivere nel settembre 2011 che “la visita del Primo ministro Erdogan in Nord Africa è stato un grande successo popolare”… “Da tre anni è diventato più popolare e rispettato per molti motivi: è stato eletto e rieletto, e tutti, anche i suoi avversari, riconoscono competenza e efficacia al suo governo. La Turchia progredisce dentro e fuori: meno corruzione, migliore gestione, meno conflitti...” (tariqramadan.com 20 settembre 2011). Molto rapidamente, comunque il giudizio elogiativo viene smentito dai fatti. In effetti, se la Turchia era presuntamente “dalla parte giusta della storia” all’inizio della primavera araba, rapidamente si disilluse con l’economia che subiva una grave battuta d’arresto per una guerra che segnava la fine delle esportazioni verso la vicina Siria, e per la proliferazione di campi profughi mal tollerati dalla popolazione locale, parte della quale dimostratasi ostile. Nel 2010, le esportazioni turche verso la Siria furono pari a 1845 miliardi di euro. Alla fine del 2011 erano sprofondate a 1611 miliardi… su un volume totale, è vero, di 137 miliardi dollari. Ma senza contare gli 800.000 siriani che, nonostante la rude dittatura assadista! Si recavano ogni anno in Turchia per visitarne le città… Inoltre, “poiché la Siria è in fiamme, le società turche non possono più inviare merci nel Golfo e nel Mashreq” (Cherry.fr 25 ottobre 12). Quindi, anche se gli esperti dicono che il commercio con Damasco rappresentava solo una quota minore del commercio turco, l’impatto della guerra è grande e non sempre visibile. Nel 2012, un forte rallentamento dell’economia iniziò a farsi sentire e tende ad aumentare in Turchia con l’estensione della guerra e l’accrescersi delle perdite economiche, ora pari a circa cinque miliardi di dollari, dopo la cacciata dall’Egitto dei Fratelli musulmani, a luglio! (Irib 2 settembre 2013) I rifugiati “supererebbero i 600.000, tra cui più di 400.000 che vivono al di fuori dei campi installati lungo il confine.” (Lesechos.fr 21 ottobre 2013). Ventuno campi che ospitano circa 200.000 rifugiati, ora “la Turchia sente di mantenere la sua politica della “porta aperta” verso i civili in fuga dalla guerra in Siria, nonostante la chiusura temporanea dei confini per via delle violenze localizzate“. A questo proposito, il primo ministro Erdogan aveva detto ad agosto che il suo Paese aveva già speso quasi due miliardi di dollari per ospitare i profughi (Ibid). Un afflusso incontrollabile che ha portato, nel 2012, a duri scontri tra gli abitanti locali… Delle centinaia di migliaia di siriani arrivati in Turchia dalla primavera del 2011, solo duecentomila, abbiamo detto, hanno trovato rifugio nei campi, altre decine di migliaia sono sparse tra le popolazioni urbane, dove la loro presenza è causa permanente di sommosse, soprattutto nella provincia di Hatay, Iskenderun, il sangiaccato sottratto alla Siria nel 1938, in cui convivono da tempo alawiti, sunniti e curdi, aleviti e cristiani… “scontri tra le comunità e manifestazioni anti-Erdogan hanno già avuto luogo ad Antiochia” (Lesechos.f 16 settembre 2013).
Poiché Turchia e Siria condividono 900 km di confine lungo cui hanno luogo pesanti combattimenti, soprattutto nella provincia di Idlib, dove hanno luogo gli scontri tra tribù curde ed mercenari arabi del Fronte al-Nusra, Ankara ha deciso costruirvi un muro di sicurezza… in linea di principio per vietare l’immigrazione illegale e il contrabbando, in realtà, per evitare che gli scontri tra ribelli curdi e salafiti si estendano in territorio turco (Reuters 7 ottobre 2013). Barriera di qualche chilometro per ora, ma subito chiamato “muro della vergogna“, in riferimento al muro di separazione costruito dalle autorità israeliane per isolare i palestinesi ancora presenti nella zona d’occupazione.

Il governo dell’AKP ora grava sulla Turchia
Da questo punto di vista, dobbiamo insistere sull’esaurimento del credito morale di cui godeva, fino al 2011, un potere che credendo fosse arrivato il tempo del trionfo islamista, s’è esposto assai goffamente. Un potere che si mostra per così come è, cioè una teocrazia democratica pignola e intrigante che interferisce nella vita quotidiana di un popolo le cui pratiche religiose sono tutt’altro che omogenee, a immagine della diversità etnica della nazione turca. Si pensi al dieci-venti per cento della componente Alawita della Turchia moderna, da sei a dieci milioni! Queste “teste rosse” (Qizilbash), i turcomanni e i curdi ribelli da secoli agli standard di un sunnismo raramente tollerante e talvolta feroce, non tollereranno l’indurimento islamico nel decadimento della laicità o delle libertà religiose garantite, il ritorno del foulard e il confessionalismo delle istituzioni e della vita quotidiana… Nella stesso ordine di idee, in risposta alle misure restrittive adottate dal governo Erdogan, rafforzanti le norme giuridiche ispirate alla sharia, la legge islamica, gli studenti che protestano violentemente ad Ankara, ieri, riecheggiavano le grandi mobilitazioni di giugno, in particolare ad Istanbul, avendo avuto simili se non identiche motivazioni. Ciò significa che il governo turco presentatosi alle elezioni come “islamico moderato”, segue la stessa direzione effimera dei Fratelli musulmani egiziani, o tunisini, la cui ideologia islamista ne ha rapidamente messo a repentaglio le possibilità, facendoli sbarazzare.
Quindi le scelte sociali, ideologiche e geopolitiche, in combinazione con la subordinazione atlantista profondamente errata, smisurata e senza giudizio, ha portato una Turchia prospera a conoscere sia una permanente debolezza economica che una significativa destabilizzazione interna, l’avanzata di una grande contestazione che la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, bloccata in questi ultimi anni prima dell’apertura del 5 novembre del capitolo 22 su “Politica regionale e coordinamento degli strumenti strutturali“, forse non salverà dal fiasco sociale ed economico che appare nel medio termine. Molti fattori sono presenti, permettendo in effetti un certo pessimismo sul futuro di un Paese che, forse, trova salvezza nella tardiva adesione a una Europa in crisi, ma desiderosa di unire la propria impotenza sulla guerra al confine con la Turchia, alla sua vocazione all’Islam dilagante e dal peso demografico schiacciante. Ciò, naturalmente, ignorando la Storia che le lezioni del passato secolo hanno dovuto essere impartite, dopo l’ultimo scontro con le ambizioni turche, ancora ben manifestatesi nel luglio-agosto 1974 con le migliaia di morti e di dispersi dell’Operazione Attila.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia: l’effetto boomerang delle bombe di Erdogan

Bahar Kimyongür, Global Research, 15 maggio 2013
521850Il regime di Ankara parla di 51 morti negli attentati nella città di Reyhanli al confine con la Siria.  Ma la gente afferma che le autorità nascondono il numero reale delle vittime. Da parte dei media ufficiali, il black-out. Non pubblicano che i rapporti di polizia e gli scenari dettati dal AKP sul doppio attentato. E per una buona ragione: la Procura della Repubblica di Reyhanli è riuscita a convalidare un decreto di censura del tribunale di mera polizia a Reyhanli. C’è rabbia in Turchia contro il governo Erdogan e contro i suoi mercenari in Siria. A Reyhanli, tra le macerie, le persone accusano il governo turco di voler fare la guerra contro la Siria per conto degli Stati Uniti e d’Israele.

Alcuni giornalisti e blogger sfidano la censura a costo della libertà, come Ferdi Özmen che ha registrato il numero delle vittime del doppio attentato di Reyhanlì. Secondo Özmen, le vittime in sette ospedali della regione, sono le seguenti:
ospedale di Defne: 26 corpi
ospedale pubblico di Antakya: 44 corpi
ospedale di Kirikhan: 18 corpi
ospedale dell’Accademia: 6 corpi
ospedale del Mediterraneo (Akdeniz): 3 corpi
ospedale per le ricerche mediche (Arastirma): 30 corpi
ospedale pubblico di Reyhanli: 50 corpi
In totale, ci sarebbero 177 morti, e non 51 come annunciato dalle fonti ufficiali. Queste accuse non verificabili ma non smentite dal ministro della Salute Mehmet Müezzinoglu, hanno tuttavia portato all’arresto di Ferdi Özmen…
Uno studente di Samandag (Sueydiye in arabo), Meziyet Camuz, chiede giustamente:
“Il giorno dell’attacco, perché i leader dell’AKP si erano riuniti a celebrare un matrimonio (del figlio del deputato Burhan Kuzu, ndr)?
Perché Davutoglu sorrideva parlando delle vittime?
Perché le autorità agiscono come se Hatay non faccia parte della Turchia? Perché nascondono l’entità del massacro e distruggono le prove insabbiandole?
Perché non è stato decretato un giorno di lutto nazionale? I nostri fratelli defunti sono così spregevoli?
Se le bombe attraversano il confine, perché i servizi del governo, della polizia e d’intelligence non hanno fermato il veicolo?  (…)
I ribelli siriani distruggono un autocarro dei vigili del fuoco a Cilvegözü, ma a nessuno del (governo) ciò importa. Uccidono un agente di polizia, e nessuno si muove. Uccidono i miei fratelli, e il governo non se ne cura (…)” (Fonte: Portale Sol, 14 maggio 2013)
Le popolazioni di Antakya, Samandag, Mersin, Reyhanli, Iskenderun e Adana, nel meridione della Turchia, di tutte le etnie e le fedi, protestano contro il governo Erdogan.
Qui, una manifestazione a Samandag:

Nel resto del Paese, i movimenti progressisti mostrano solidarietà alle vittime degli attentati e accusano l’AKP di esserne corresponsabile. Lunedì, la polizia ha impedito una manifestazione di solidarietà con Reyhanli a Kocaeli, presso Istanbul.

Il giorno dopo, la polizia ha manganellato i manifestanti di Adana.
Al mattino, le autorità turche hanno annunciato la cattura di altri quattro esponenti della sinistra, portando a 13 il numero dei “sospetti” arrestati in relazione all’eccidio di Reyhanli. Ma, colpo di scena, il ministro degli interni Muammer Güler ha rivelato al quotidiano Hurriyet che i veri colpevoli non sono ancora stati arrestati. Il suo discorso accredita la teoria dell’interferenza e del depistaggio. Un altro scandalo, secondo alcuni giornali alternativi, 73 telecamere di sorveglianza di Reyhanli erano fuori uso al momento del doppio attentato. Il ministro degli interni ha subito smentito l’informazione.
Da parte sua, il movimento marxista-leninista DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione Popolare Rivoluzionario), cui alcuni sostenitori sono stati arrestati per i loro presunti legami con gli attentati, ha pubblicato una smentita in cui accusa il governo dell’AKP e i gruppi jihadisti di essere dietro gli attentati. Il DHKP-C ci ricorda nel suo comunicato sulla Siria, “i gruppi jihadisti commettono ogni giorno massacri come quello di Reyhanli” (…) “Hanno organizzato attentati simili contro i leader, ministri e comandanti militari del governo Assad, ma anche contro gli imam delle moschee, autobus scolastici, università, edifici governativi e quartieri brulicanti di gente. Hanno ucciso centinaia di persone in attentati di questo tipo, e ogni giorno commettono nuovi massacri. Dopo ognuno di questi massacri contro il popolo siriano, i leader dell’AKP dicono, minacciando, “Assad, la tua fine è vicina.”
Il movimento ribelle turco ritiene che il disagio dell’AKP, davanti all’attentato di Reyhanli, ne tradisca il “sentimento di colpevolezza”. E avverte che presto gli investigatori dell’AKP presenteranno “testimoni anonimi” o “pentiti” imputando i loro crimini ai loro nemici interni (l’opposizione di sinistra) ed esterni (Stato siriano). Questa volta, dalle proteste anti-governative in seguito all’eccidio di Reyhanli, le “teorie del complotto” dell’AKP non sembrano funzionare.
Nonostante la sua partenza per Washington, l’effetto boomerang dell’attentato di Reyhanli sembra assai doloroso per Erdogan.

Bahar Kimyongür, 14 maggio 2013
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e la SCO, non è uno scherzo…

Dedefensa 2 febbraio 2013

putin-erdogan3Si tratta di un’idea generata durante un’intervista televisiva al Primo ministro turco Erdogan lo scorso luglio (vedasi 30 luglio 2012), riferendosi a ciò che aveva detto, in modo molto informale, alcuni dicono scherzando, durante una riunione nel luglio 2012 con il presidente russo Putin. Erdogan ha sollevato la possibilità di abbandonare definitivamente il progetto turco di entrare nell’Unione europea, e di discutere della possibilità di un’adesione della Turchia alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, basata principalmente sull’asse Mosca-Pechino, assieme ad alcuni paesi dell’Asia centrale e con molti Paesi invitati in qualità di osservatori, che possono essere tentati di avvicinarsi, o anche più, all’organizzazione, come Pakistan, India, Afghanistan, Iran, ecc.)
Ora Erdogan mette la questione sul tappeto. Stranamente, si parla in maniera sostenuta e con  ritardo, della dichiarazione di Erdogan fatta il 25 gennaio 2013 nello stesso canale televisivo che aveva dato la precedente notizia. Questa ipotesi sembra al tempo stesso folle, anche se improbabile, che per qualche tempo si è esitato a commentare. Tuttavia, la dichiarazione di luglio di Erdogan è ora classificata come uno “scherzo”, e quella del 25 gennaio 2013 è considerata molto più seria. Il 29 gennaio 2013, l’eccellente sito al-Monitor che copre tutti gli affari del Medio Oriente, nella sua rubrica Turkey Pulse, riprendeva un articolo di Can Dundar, commentatore del giornale turco Milliyet. L’articolo si fa beffe dal punto di vista politico, dell’idea proposta da Erdogan, ma che ancora considera seria. La derisione sta nel fatto che il commentatore vede questa prospettiva nella SCO come un “passo indietro” per la Turchia, schematizzando secondo il nostro stato d’animo caricaturale, la Turchia volta le spalle alla civiltà (il blocco BAO) per abbracciare la barbarie sino-russa e company…
…Il mio modo di vedere è questo: il campo della Shanghai è comodo. Non ci sono progressi da affrontare. Non ci sono considerazioni sulle violazioni dei diritti umani, nessun barometro della democrazia e né ispettori che indagano. I media sono soppressi, i giornalisti sono in prigione, e a chi importa? In ogni caso siamo in competizione con la Russia per il primo posto nelle violazioni dei diritti umani, proposta alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Come la Cina, impone il controllo dei media, gli arresti arbitrari e la tortura. In gran parte assomigliamo a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan quando si tratta di dispotismo. Certo che vuole essere vicina a questo campo. E’ come dire: “Beh, non abbiamo potuto emulare l’occidente, quindi cerchiamo di andare ad est, che è già più simile a noi. Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non poteva avere il favore di entrambe le parti. L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”
Il 31 gennaio 2013, sullo stesso sito di al-Monitor, sempre nella rubrica Turkey Pulse, Kadri Gursel, giornalista sempre del giornale turco Milliyet, spiega il problema, ma con un tono diverso… “Il primo ministro turco ha annunciato la sua prima intenzione di portare il suo paese nella Shanghai Cooperation Organization [SCO], nota anche come “Shanghai Five”, in un’intervista del 25 luglio scorso a un canale televisivo turco vicino al suo partito. Erdogan poi ha detto: “Ho scherzato con Putin”. Ma ora basta scherzare con noi e chiediamoci ciò che stiamo facendo con l’UE. Ora è il mio turno di scherzare. Venite, accettateci alla Shanghai Five e noi riconsideremo l’UE.” Al momento Erdogan non è stato preso troppo sul serio, perché ha detto che stava scherzando con Putin. Il 25 gennaio, sullo stesso canale televisivo, quando ha sostenuto l’adesione della Turchia alla SCO, l’opinione pubblica turca lo ha preso sul serio. Questa volta non stava scherzando. La sua intenzione era seria. Ecco cosa ha detto Erdogan questa volta: “L’UE vuole dimenticarci, ma non può. E’ riluttante. Sarebbe meglio che lo dicesse. Invece di restare in stallo, siamo noi che lo diremo, e andremo sulla nostra strada. Naturalmente…, quando questa vicenda [dell'UE] non procede bene, il Primo ministro di 75 milioni di abitanti inizia a guardarsi intorno per trovare delle alternative. Questo è ciò che ho detto a Putin l’altro giorno, ‘Prendeteci nei Shanghai Five e noi dimentichiamo l’Unione europea.’ Portateci nei Shanghai Five e diremo addio all’UE. Qual è il punto di questo stallo? A una domanda se la SCO sia l’alternativa all’Unione europea, il primo ministro turco ha risposto: “I Shanghai Five sono migliori, sono più forti”. [...]
Ci possono essere coloro che a prima vista potrebbero avere la sensazione che non sia serio e che ancora Erdogan tenti di spaventare l’UE con il “ricatto della SCO” per accelerare il processo di adesione. Ma qui la stampa si sbaglia, perché Erdogan è serio. Il mio suggerimento a chi pensa che la preferenza di Erdogan per la SCO non sia seria, non è di respingerla come la frivola mentalità del governo arbitrario che prevale in Turchia. L’obiettivo della SCO è serio e coerente con lo stile del governo arbitrario. [...] Anche il paragone fatto è fuori luogo. La Turchia, per diventare un membro della SCO, prima di dimenticare l’UE dovrebbe lasciare la NATO, perché questi organismi sono alternativi l’uno all’altro. La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un dichiarato punto dell’agenda. Gli alleati occidentali del mondo libero della Turchia, prendono sul serio gli scherzi di Erdogan…
Nello stesso testo del 30 luglio 2012, ovviamente abbiamo commentato le precedenti dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan. Per ingenuità o non conoscenza delle persone, del clima e delle cose, o per ignoranza, avevamo preso sul serio quello che si sarebbe dimostrato essere uno “scherzo” di Erdogan … Ma non su questo punto, che ci sembra, in ultima analisi, piuttosto non essere uno “scherzo”, perché ritornandoci, seriamente, rinveniamo la prova che lo dimostra. Ripetiamo qui alcune delle nostre osservazioni del 30 luglio 2012, in cui è chiaro che noi non vedevamo come scherzo la dichiarazione di Erdogan, anche se forse è stato detto in questa forma, ma ovviamente nascondendo una prospettiva molto seria. (Una prospettiva che Kadri Gursel mette sotto una luce nuova, rifiutando l’interpretazione dello “scherzo” quando scrive: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.” Lo “scherzo”  dimostra dunque una prospettiva molto seria.)
“…Nel frattempo, si comprende il processo per quello che è, senza alcun apprezzamento delle sfumature interpretative, della divinazione e di altri secondi fini. Resta quindi Erdogan che chiede a Putin supporto alla domanda di adesione a un’organizzazione che riunisce gli avversari del blocco di potenze BAO, spingendo Putin in una zona altamente strategica che, in caso di successo, lo  classificherebbe almeno come “sospetto alla NATO”, se non “nemico della NATO.” Ora, la Turchia da un lato fa parte della NATO, con un impegno strategico in questo senso con la politica-sistema del grande blocco BAO (l’impegno nell’antimissile della BMDE ne è l’aspetto principale), d’altra parte, la Turchia è in prima fila tra gli “Amici della Siria”, e quindi fa parte necessariamente del carrozzone del blocco BAO. Ciò è compatibile con l’appartenenza alla SCO?
In secondo luogo e al contrario, fino al caso siriano, e almeno dal 2009 (dopo la guerra tra la Georgia e la Russia [vedi 18 agosto 2008]), la Turchia ha seguito un percorso molto originale che, a quanto pareva, l’allontanava decisamente dal blocco BAO e l’avvicinava alla Russia. La sua posizione estremamente critica su Israele, con gli incidenti che seguirono, ne dava testimonianza. (Inoltre, nonostante la sua “evoluzione” recente, la Turchia è ancora fredda verso Israele.) Secondo questa logica, naturalmente, la Turchia sembrava promessa ad avvicinarsi alla SCO e inoltre la Turchia ha effettivamente partecipato al recente vertice dell’Organizzazione (vedi 11 giugno 2012), come “partner del dialogo”. Ma lo status di membro a pieno titolo va ben oltre ed introduce un elemento del tutto nuovo e completamente inaspettato. (Si legga, ad esempio, lo stesso cronaca di M. K. Bhadrakumar del 23 luglio 2012 su Atimes.com, che prendeva in considerazione la visita di Erdogan a Mosca, ma senza menzionare l’adesione alla SCO, cronaca assai pessimista a nostro avviso, dando un grande ruolo agli Stati Uniti e dando per scontato il coinvolgimento di Israele in Siria sulle sostanze chimiche siriane, e così via, tutte cose completamente rimesse in questione, al momento.)
Invece di spossarci con innumerevoli ipotesi che vanno in tutte le direzioni, sostenute dalle “informazioni del momento” e su tante analisi contraddittorie e incontrollabili, proclamiamo immediatamente la nostra clausola d’inconsapevolezza, rimanendo sul fatto da noi considerato importante (la domanda di adesione alla SCO), dopo aver osservato che il zig-zag e le variazioni della politica turca possono benissimo derivare, infine, dal caos suscitato dalle relazioni internazionali e da vari piani contraddittori. Erdogan ha fatto un annuncio estremamente contorto sull’atto fondamentale della sua domanda di adesione alla SCO, in cui si impegna nei confronti di Mosca, qualcosa di estremamente serio per Erdogan e la Russia, tutto ciò dimostra che desidera far notare questo atto fondamentale, pur essendo consapevole della sua incongruenza rispetto alla caotica evoluzione della Siria. Per noi, se dobbiamo scegliere tra l’impegno turco in Siria e la richiesta di adesione alla SCO, qui il secondo caso va oltre il primo per importanza…”
Non si aggiunge nulla di fondamentale a tutto questo, ma si osserva che le varie condizioni nel passaggio sopra riportato hanno solo rafforzato, in particolare, il ruolo sia destabilizzante che falsificante di molte posizioni naturali degli uni e degli altri sulla crisi siriana. Semplicemente, o meglio in modo complicato, la crisi siriana è davvero diventata ancor più complicata, sempre meno distinta in due campi e sempre più scatola e vaso colmi di contraddizioni, paradossi, calcoli falsi e reali, ecc., rispetto alle grandi linee di forza politica. In questo caso, ovviamente, saremmo portati a considerare la questione sollevata ancora una volta da Erdogan in modo serio, anche se a volte sembra avere sia l’apparenza dello “scherzo”, sia del carattere del tutto fondamentale. Portando al commento alquanto sprezzante di Can Dundar (“Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non può avere il favore di entrambe le parti.  L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”), con Dundar, diciamolo ancora, che ovviamente propende per l’abbraccio senza riserve del “civile blocco BAO”, portandolo a tali commenti ma rilevandoci, a differenza di quanto suggerisce Dundar, che la Turchia non sia “sospesa in aria”, ma che abbia chiaramente scelto il blocco BAO da decenni (l’adesione alla NATO non è niente?…), e la “sospensione in aria” non risale in realtà che al 2008, con gli errori di Erdogan e la crisi siriana che, come venti del disordine, impediscono di fissare una decisione netta. E quindi, da questo punto di vista, l’opzione della SCO diventa una cosa molto seria, più che mai considerata tale, e quindi l’osservazione di Gursel assume assolutamente tutto il suo significato sia dal punto di vista fondamentale, che dal punto di vista delle circostanze: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.”
Questo… è un dibattito fondamentale, perché per la Turchia (come per qualsiasi grande paese nella stessa posizione), la questione “Ovest-Est” (estranea alla Guerra fredda) è del tutto essenziale, poiché questa è la sfida del Sistema. Oltre a questo, il calderone in Medio Oriente e la crisi siriana, le ambizioni regionali, le esplosioni arcaiche e utopiche fra sunniti, sciiti, islamisti radicali e liberali, vari trafficanti e industrie del petrolio, non hanno alcun valore duraturo. Nel migliore dei casi, fanno parte di un disturbo che non si è sviluppato ancora abbastanza, paradossalmente, per passare a una posizione accettabile ai margini del movimento anti-Sistema. Nel peggiore dei casi si tratta di un disturbo da deviazione della questione fondamentale, e cioè del Sistema. (Questo fatto è un bene per la Turchia, perché ha altre opzioni, ma non è valido per altri Paesi incassati nel Medio Oriente, in grado di analizzare la loro posizione, rispetto al disordine generale della regione, in modo diverso), invece l’equazione simbolica della NATO contro la SCO rappresenta pienamente per la Turchia, la logica perenne della nostra crisi globale: la Turchia nella NATO rimane nel Sistema, passando alla SCO la Turchia diventa anti-Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Silenzio su Aleppo! La verità non va detta, soprattutto sui crimini del Sultano e l’intensificazione del terrorismo

Amin Hoteit, Global Research, 25 gennaio 2013

185682Niente sarà risparmiato alla città di Aleppo… Un proverbio locale dice: “Uccidono, poi si accodano  al carro funebre di chi hanno ucciso!“. E questo è ciò a cui indirettamente, volontariamente o involontariamente, invitano tutti gli istituti di istruzione superiore in Francia, con “un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, il 23 gennaio alle 12.00” [1]. Sebbene sia molto caritatevole dimostrare solidarietà agli studenti che, nonostante le ripetute minacce dei terroristi oscurantisti, hanno scelto di fare gli esami. Eppure non dovrebbero ucciderli di nuovo!
Voi sembrate, signore e signori rettori e piume d’accademia, assai ben informati sui risultati del bombardamento del 15 gennaio della “storica Università di Aleppo” che, secondo certa vostra stampa viene “presa di mira da tempo dalle forze del regime di al-Assad“, mentre altri si accontentano di esprimere “solidarietà al popolo siriano” senza contraddirsi con le vostre accuse di prima. [2] Eppure, le relazioni e gli articoli di stampa che denunciano i veri assassini sono innumerevoli. Ma perché leggere e apprendere quando, per definizione, il vostro compito è indirizzare e monitorare l’intera politica accademica come indicato dal ministro della pubblica istruzione e dell’istruzione superiore?
Sì, Aleppo ora ha il triste privilegio di apparire nella prima linea delle “città simbolo” per la loro resistenza, nonostante i morti negli attentati individuali o nelle stragi, nonostante la distruzione delle sue infrastrutture private e pubbliche, nonostante la profanazione dei suoi tesori archeologici… ma il nemico e gli assassini non sono quelli che voi indicate! Sì, Aleppo, crocevia di civiltà per millenni, è [forse dovremmo dire era?] una città bella ed è sempre stata un oggetto del desiderio. I suoi abitanti sanno che, anche in caso di vittoria, il gioco riparte. Questo è il loro destino, come ci ha detto il Generale Hoteit Amin nel suo articolo tradotto qui di seguito.
Sì, è sempre possibile tradurre gli articoli e le dichiarazioni di testimoni credibili e legittimi, ma come tradurre un’infamia? Come si fa a raccontare l’orrore indicibile, i cadaveri smembrati, gli attentati e le stragi, membra e teste mozzate di compatrioti vivi, gli innumerevoli stupri di ogni tipo? Come si fa a parlare del numero di aborti in ospedale risultante da questi stupri, denunciato da un  amico medico di Aleppo? Infamie che non contribuireste a coprire se vi prendeste la briga d’informarvi. Voi avete per scopo illuminare le generazioni future, e non fargli ingoiare le rozze menzogne della propaganda di guerra, elemento essenziale delle “guerre per procura” che precipitano popoli e nazioni nella sventura e nell’oscurantismo. Le università non sono state create per questo!
Attenzione però che questi terroristi, che il Quai d’Orsay definisce ammirevoli rivoluzionari “distruggono sempre più scuole siriane, a volte con i loro studenti e insegnanti dentro. Sappiate che mentre invitate a tacere sui veri assassini, 20.000 studenti e insegnanti hanno aderito alle “Forze di Difesa speciali” per difendere il proprio paese, il proprio esercito e le proprie autorità legittime guidati da un presidente diventato simbolo garante della loro indipendenza. Due brevi video saranno sufficienti a dimostrarlo [3] [4]. Non c’è bisogno di tradurre, nonostante gli esperti [5], i giornalisti [6], e molti orientalisti che continuano a ingannare con il pretesto di essere arabofoni.
[Nota di Mouna Alno-Nakhal].

I crimini immaginari e le illusioni del Sultano
E’ con la segreta speranza di accedere alla grandiosa carica di “governatore di una delle future province siriane del New American Empire“, vale a dire la provincia di Aleppo, che Erdogan si è gettato a capofitto nell’attuazione del progetto occidentale mirante alla distruzione dello Stato siriano, che avrebbe dovuto abbandonare ogni dignità e uscire dall’”asse della resistenza”, piegandosi alla servitù e alla dipendenza. È per il successo di questo progetto essenzialmente statunitense che Erdogan ha architettato il piano dell’”amicizia simulata” verso il popolo siriano, dopo aver ricevuto l’onore di esserne la punta di diamante, dimenticando che non era, in realtà, che un esecutore tra i tanti! Non avrebbe mai immaginato che l’attacco fallisse, e che i suoi deliri si sarebbero dissipati al vento, e che i suoi sogni si sarebbe frantumati ai piedi dei siriani. Ha vissuto nell’illusione per quasi 22 mesi, guidando, passo dopo passo, la sua “guerra” contro il popolo siriano.
All’inizio, mentre i canali diplomatici tra Ankara e Damasco furono spalancati dal presunto “rispetto reciproco” tra le due capitali, si acconciava a prodigare preziosi consigli da capo che vuole essere obbedito. In breve, le autorità siriane avrebbero fatto bene a “dare il potere a coloro che sono stati scelti per governare; questi fortunati erano ovviamente della Fratellanza musulmana!” La risposta, naturalmente, non si fece aspettare, significativamente, gentilmente e fermamente il popolo siriano è sovrano e solo esso ha il diritto di scegliere i propri leader, nonostante le gentilezze di un amico o di un alleato. La Siria rifiuta i dettami e accoglie dai consulenti ciò che non danneggia la sua sovranità e la sua indipendenza. Pertanto, guidato da delusione, vanità e paranoia, il presunto “amico e alleato strategico” si è improvvisamente trasformato in un nemico che minaccia ogni sorta di ritorsione, che non tarda ad attuare.
In effetti, il “sultano immaginario” si è precipitato a scatenare i suoi media contro il cosiddetto “vecchio amico” qual’era la Siria, e a fornire la sua cortese ospitalità ai siriani che condividono le sue illusioni perdute e la sua follia, per riunirli in un concilio che avrebbe diretto sotto il suo comando, con il titolo fuorviante di “Consiglio nazionale di transizione”. Poi si è affaccendato per tenere conferenze su conferenze dei cosiddetti “Amici della Siria”, o qualunque sia il nome che possiamo dargli oggi… In particolare, ben prima che i siriani fossero costretti a fuggire dal disastro che Erdogan aveva così ben programmato, fece istituire sul suolo turco i famosi “campi per i rifugiati siriani” per radunare i mercenari provenienti da tutto il mondo, e le occasionali famiglie dei combattenti siriani, ingannati o complici, incaricati del la realizzazione di ciò che s’era sognato… i campi dovrebbero permettergli di andare tranquillamente in guerra contro il proprio paese, ma sono stati rapidamente trasformati nei santuari della miseria, delle violenze e di ogni tipo di aggressioni contro le loro sfortunate famiglie.
Poi venne il momento, e con l’aiuto dei suoi collaboratori, fu in grado di trasformare il confine turco-siriano in un “passaggio per i terroristi”, dotati tutti di tutti i mezzi logistici immaginabili, per commettere i crimini più efferati contro il popolo siriano di cui pretendeva essere amico! Ed è proprio ad Aleppo [1] e nella sua regione che queste bande di falsi rivoluzionari, ladri, stupratori e assassini furono particolarmente feroci. Sotto la supervisione di “esperti in demolizioni” spediti sul posto, smantellarono la maggior parte degli impianti di tutta la regione, prima di trasferire il maggior numero di macchine e attrezzature in Turchia e, naturalmente, saccheggiarono tutto ciò che  potevano portarsi via.
Così Erdogan, motivato dal suo desiderio di porre fine a ogni concorrenza regionale e internazionale tra le esportazioni della Turchia e quelle di Aleppo, la città industriale per eccellenza della Siria, ha inflitto un colpo fatale alla sua vita economica e al suo popolo detestato semplicemente perché si rifiutava di rispettare i suoi ordini di lasciarsi vendere e di tradire! E ora il suo ego sproporzionato, non completamente soddisfatto dai crimini continui e dal suo insaziabile appetito colonialista, nonostante l’annessione del “Sangiaccato di Alessandretta” dopo la caduta dell’impero ottomano, vorrebbe diventare il “Sublime signore” della Siria attraverso la nomina di un oscuro “Wali” [governatore delle province ottomane ai tempi dei sultani] che continuerà ad ingannare chi è riuscito ad intrappolare nei campi dell’infelicità, creati presumibilmente per motivi umanisti e umanitari!
Erdogan persiste e firma, la sua vanità gli impedisce di rendersi conto delle nuove realtà sul terreno in Siria, a livello regionale e a livello internazionale. Non ha ancora accettato l’idea che l’aggressività “NATO-arabo-turco-sionista” non è riuscita a spezzare la resistenza della Siria e dei siriani. Se avesse avuto un minimo di buon senso, avrebbe cessato i suoi attacchi micidiali e quindi cessato di danneggiare il suo partito e il suo popolo; i missili “Patriot” che ha piatito dai suoi amici della NATO non possono essere utilizzati per proteggere la sua persona, o per sostenere la sua aggressione contro la Siria.
Per la Siria, nonostante tutto quello che ha vissuto per 22 lunghi mesi in orrore, devastazione e distruzione, nonostante gli omicidi, le sanzioni e le sofferenze inflitte al suo popolo, è riuscita a creare una situazione che non permette e né permetterà ad Erdogan di realizzare le sue ambizioni. Il popolo siriano ha preso la risoluzione indipendente di riporre fiducia nel suo Stato e nei suoi rappresentanti, eletti da esso stesso, e che non possono essere sostituiti che nelle urne delle prossime elezioni. La Siria continua la sua battaglia difensiva con fiducia e rifiuta qualsiasi intervento straniero, da qualsiasi parte provenga, qualsiasi cosa ne pensi il famoso Wali delegato da Erdogan, da tutti i nostalgici della “Sublime Porta” dell’impero ottomano e dagli installatori NATO-isti di “Patriot” alle sue frontiere. Coloro che, per irragionevolezza, sperano ostinatamente altrimenti devono capire che corrono dietro alle chimere.
In effetti, non è più possibile considerare un intervento militare straniero, come non è possibile pensare ad una soluzione pacifica se colui che l’offre spera sempre di strappare una parte di quel bottino che aveva motivato la sua coalizione con il campo degli aggressori. Ora la soluzione pacifica significa iniziare a scegliere tra siriani e non siriani, poi tra gli oppositori armati contro il governo siriano e coloro che non lo sono, e quindi la dipartita di tutti i combattenti stranieri; e, infine, dalla sospensione  del sostegno armato e logistico a tutti questi mercenari da parte delle potenze che ne coprono i crimini. In caso contrario, nessun dialogo è possibile ed è chiaramente irragionevole pensare che il “Diritto del cittadino siriano” ceda a qualche siriano armato o ad alcuni Paesi esteri, compresa la Turchia.
La Siria ha vinto, e il vincitore non consegna il bottino ai vinti! Inoltre, il vertice del campo degli aggressori è pienamente consapevole della situazione e ha iniziato a praticare “la politica dello sganciamento della zavorra”, perché sa che quel che potrebbe ottenere attraverso i negoziati, semplicemente non basterà a salvare faccia a tutti gli alleati. È per questo che ha incoraggiato la Francia ad impegnarsi in Mali, ha ispirato la Gran Bretagna a ritirarsi in silenzio e ha lasciato alla Germania la scelta di una via d’uscita. Rimane il fattore chiave corrispondente alla Turchia, il fattore che gli Stati Uniti vorrebbero esaurire un po’ di più, poiché resta totalmente asservito alla NATO, anche se questo dovrebbe essere fatto a scapito della dignità del suo popolo, perfino al prezzo del suo sangue, come è accaduto di recente, quando si trattò del suo rapporto con Israele.
Pertanto, Erdogan deve comprendere, nel proprio interesse, che è il momento di abbandonare i burattini che ospita, anche se ha chiuso gli occhi sui furti, omicidi e distruzione delle infrastrutture nel loro Paese e non ha trovato nulla da ridire sull’aggressione alla sua sovranità nominando un Wali turco per la regione settentrionale del Paese. Questi sono traditori per l’opinione pubblica araba siriana e non hanno posto in Siria!

I motivi per l’intensificazione del terrorismo
Chi osserva con obiettività gli scontri attualmente in corso sulla scena siriana, non può non vedere che i gruppi terroristici e i combattenti armati che sognavano di abbattere lo stato siriano con il fuoco e il sangue, secondo delle operazioni tutte denominate con nomi di tempeste o terremoti, non sono riusciti ad imporre la loro autorità, almeno nel vero senso del termine. Anche se sono entrati, usciti, e poi ritornati in varie parti del paese, non sono riusciti a mantenere le loro posizioni e non sono neanche stati più in grado di crearne di nuove, dove praticare a tutti i costi il loro terrorismo confessionale.
Oggi, vediamo che l’esercito arabo siriano è al contrattacco infliggendo pesanti perdite, e che il popolo siriano partecipa alla propria difesa attraverso i Comitati popolari e le forze speciali costituite da volontari di tutto il Paese. I terroristi, vedendosi alle strette e fallire, raddoppiano le violenze e tendono a praticare al massimo le stragi, con la mentalità del giocatore d’azzardo e la forza della disperazione. Ciò per quattro motivi:
1. Sollevare il morale delle proprie truppe.
2. Mantenere fiducia e sostegno dai loro “protettori”.
3. Vendicarsi del popolo siriano che li ha ignorati.
4. Fare pressione sulle parti coinvolte nei negoziati per salvasi, senza uscirne totalmente perdenti. In altre parole, sono in trappola.
La loro scommessa punta alle autobombe, agli attacchi suicidi, ai bombardamenti a distanza contro i civili, confermandone l’impotenza militare, mentre la scelta di giocare con la vita e il sangue dei siriani, e con tanta ferocia, gli smaschera e allontana coloro che sostenevano il loro governo e la loro esercito. Stiamo forse assistendo ai segni della vittoria della Siria? Qui dobbiamo dire che il destino della Siria è pagare un caro prezzo per la propria libertà e sovranità, un prezzo che rimane inferiore al prezzo pagato da coloro che l’avrebbero perse,  diventando schiavi degli stranieri, come nel caso di molti arabi e musulmani!

Dottor Amin Hoteit, 24/01/2013
Da  due articoli originali: Al-Tayyar/Cham Press

Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation.ca

Note:
[1] Un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, mercoledì 23 gennaio, ore 12.00
[2] Università di Aleppo (Siria) bombardata: un minuto di silenzio presso l’Università di Rennes 2
[3] Un minuto di silenzio e studenti siriani di tutte le università del paese ce manifestano per  affermare che il terrorismo non può impedirgli di perseguire il loro obiettivo di apprendere e capire. 
[4] Il giornalista tedesco Manuel Ochsenreiter su RT sul bombardamento dell’Università di Aleppo
[5] Aleppo assediata futura “città simbolo”? Del colonnello Jean-Louis Dufour
[6] Tweet di Jean-François Kahn – Aleppo, la carneficina che ci lascia freddi

Il dottor Amin Hoteit è un analista politico, esperto di strategia militare e Generale di brigata in pensione libanese.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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