L’Iraq paga un prezzo pesante per la destabilizzazione della Siria

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 31 gennaio 2014
map_of_iraqGli intrighi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo hanno collettivamente contribuito alla diffusione di al-Qaida e di una pletora di movimenti terroristici sunniti dall’Iraq alla Libia. Infatti, nazioni come il Mali e la Tunisia sono state trascinate negli intrighi di nazioni estere che hanno solo obiettivi a breve termine. Naturalmente, tali obiettivi non sono nobili perché, proprio come accaduto in Afghanistan prima e ora in Iraq, Libia e Siria, si tratta dell’instabilità massiccia e della destabilizzazione degli Stati nazionali. Agenzie di comunicazione e organizzazioni dei diritti umani affiliate giocano i loro ruoli sinistri accanto ad associazioni politiche ed internazionali che esportano il terrorismo in Libia e Siria. Infatti, prima che scoppi una qualsiasi crisi usano la solita solfa su “stupro”, “genocidio”, “pulizia”, “democrazia”, “libertà” e una pletora di altre parole d’ordine propagandistiche. Naturalmente, quando gli africani neri venivano ingabbiati come animali in Libia e brutalmente assassinati da coloro che sono sostenuti dalle potenze del Golfo e della NATO, proprio come è successo ai lealisti di Gheddafi, sistematicamente massacrati, improvvisamente su tutto calava il silenzio totale. L’Iraq oggi è in crisi ancora una volta, non che continui massacri settari siano mai scomparsi dalla caduta di Saddam Hussern, ma è chiaro che lo spargimento di sangue aumenta ancora una volta. Pertanto, l’Iraq è stato invaso con una bugia, e poi l’amministrazione Obama decise di ritirarsi quando venne fatto finalmente qualche progresso (ovviamente gli USA e le forze alleate non avrebbero dovuto invaderlo, in primo luogo), poi la stessa amministrazione Obama decise di sostenere le potenze del Golfo e la Turchia contro la Siria dal governo secolare. Il risultato della “politica dell’ombra” di Obama nel sostenere i monarchi feudali del Golfo di Qatar e Arabia Saudita, e le ambizioni della Turchia, contro la laica Siria, è che l’intero Levante oggi è destabilizzato e i settari islamisti hanno una pletora di nuove armi da utilizzare contro le autorità centrali dell’Iraq. In altre parole, la politica di nazioni come gli USA e il Regno Unito hanno costantemente destabilizzato l’Iraq in base a criteri che non hanno chiari obiettivi oltre il caos.
Adnan al-Asadi, viceministro degli Interni iracheno, ha chiarito che i settari islamisti hanno accumulato “numerose e moderne” armi. Ciò significa che “ne avevano abbastanza per occupare Baghdad… Il loro obiettivo non è solo controllare Fallujah o Garma, è rovesciare l’intero processo politico“. L’Iraq avvertiva, di volta in volta, che la destabilizzazione della Siria era dannosa per la propria sicurezza nazionale. Tuttavia, come al solito, le potenze estere ignorarono non solo l’Iraq, ma continuarono anche a sostenere il settarismo e il terrorismo contro la Siria laica, pienamente consapevoli che l’Iraq avrebbe dovuto affrontare molte conseguenze negative. Allo stesso tempo, Erdogan, il leader della Turchia, ignora palesemente la sovranità di Iraq e Siria, ignorando i leader di Baghdad sui problemi legati all’energia e consentendo a terroristi e forze settarie di utilizzare le zone al confine della Turchia per destabilizzare la Siria. Infatti, la NATO e la Turchia mostrano al mondo che la NATO non si preoccupa che al-Qaida riceva armi e crei basi in un Paese memebro. Dopo tutto, al-Qaida e una pletora di gruppi terroristici settari operano per conto delle potenze del Golfo ed occidentali a prescindere dal fatto che sia un matrimonio di convenienza dalla breve durata. L’Iraq soffre notevolmente, ancora, per opera di forze terroriste e settarie che usano armi pesanti e le nuove basi terroristiche in Siria. Eppure, le Nazioni Unite non fanno nulla contro le potenze del Golfo che apertamente sostengono terrorismo e settarismo, ciò vale in particolare per il Qatar e l’Arabia Saudita. Allo stesso modo, anche la Turchia dovrebbe essere ritenuta responsabile per consentire apertamente a terroristi, settari, mercenari e agenti segreti di utilizzare le sue zone di confine. Naturalmente, le potenti nazioni occidentali sono molto più brave a coprire le loro tracce e ad usare mass media e altri potenti mezzi a loro disposizione. John Kerry, segretario di Stato degli Stati Uniti, ancora una volta manipola al meglio, affermando: “Saremo con il governo iracheno che respinge i tentativi (dei militanti)… ma è la sua lotta, qualcosa che decidemmo tempo fa.” Tuttavia, Kerry e tutti gli statunitensi sanno bene che tale lotta fu iniziata dagli USA e dai loro alleati, aprendo il vaso di Pandora dell’Iraq dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. Dopo non aver potuto contenere la situazione negli anni successivi al rovesciamento del leader dell’Iraq, apparve chiaro che gradualmente si compivano progressi prima che l’amministrazione Obama accettasse di ritirarsi. Ora, grazie agli intrighi delle potenze del Golfo e della Turchia contro la Siria, oltre agli intrighi della troika occidentale di USA, Francia e Regno Unito, il bilancio delle vittime aumenta ancora una volta in Iraq ed al-Qaida ed altri terroristi e forze settarie guadagnano terreno. In altre parole, le nazioni esterne sono causa della destabilizzazione di Siria e Iraq perché le potenze regionali non si preoccupano per nulla delle loro guerre per procura in entrambe le nazioni. E’ una barbarie assoluta su scala inimmaginabile e non a caso la popolazione cristiana è allo sbando e i musulmani vengono massacrati per motivi settari, nella barbarie assoluta del terrorismo che uccide tutti. Dopo tutto, le bombe nei mercati, attacchi suicidi, autobombe e così via, non discriminano perché uccidono civili innocenti a prescindere da fede, nazionalità, età e sesso.
In Siria i terroristi più brutali e settari di questa terra insegnano ai bambini come decapitare e squartare. Se al-Qaida e una pletora di fazioni settarie vincessero allora alawiti, cristiani, drusi e sciiti avrebbero un futuro tetro. Allo stesso modo, i sunniti locali vengono attaccati dal Golfo, i cui petrodollari diffondono militanza salafita e mentalità taqfirista in tutto il Levante e l’Iraq. Pertanto, i principi del sunnismo nel Levante subiranno una realtà oscura e sinistra per mano del salafismo del Golfo, è una barbarie assoluta che ciò sia consentito ancora alle potenze del Golfo e occidentali, che sanno che non ne saranno ritenute responsabili. In altre parole, l’Iraq subisce un nuovo inferno per l’ingerenza di nazioni estere. Nel frattempo le Nazioni Unite restano mute a parte nazioni potenti come la Federazione russa, che cercano di sollevare tale importante problema. La Siria naturalmente alza la voce alle Nazioni Unite, ma alle potenti nazioni regionali e alle potenze occidentali non importa nulla. Pertanto, Iraq e Siria vengono collettivamente destabilizzati e il Libano deve affrontare anch’esso una grave minaccia alla propria sovranità, perché i taqfiristi cercano di eseguire gli ordini altrui.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il “muro della vergogna” e la sconfitta turca in Siria

Leon Camus, Global Research, 15 novembre 2013

1123La Turchia, al momento attuale, costruisce un “muro della vergogna” sul suo confine meridionale per evitare la diffusione sul proprio suolo dei combattimenti che imperversano in Siria tra curdi e i jihadisti internazionalisti che combattono contro le forze governative di Damasco. La costruzione che suscita la rivolta delle comunità curde separerà i due lati della barricata. La rabbia segue gli alaviti turchi scacciati dalle aree in cui i profughi siriani, ribelli all’autorità del regime baathista di Damasco, affluivano… Fu il momento in cui le rivolte della primavera araba sembravano spianare la strada all’istituzione nel Mediterraneo meridionale di una serie di governi islamici fabbricati dai Fratelli musulmani. Una prospettiva che ha incoraggiato le ambizioni neo-ottomane della Turchia supportate dall’esempio del successo economico. Ahimè, il potere alawita non è crollato, e la guerra ha un preso una piega disperata. Gli USA si sono quindi rassegnati a rinunciare, per il momento, a qualsiasi intervento diretto mentre quasi avvia negoziati bilaterali con l’Iran, alleato strategico della Siria. È una struttura completamente nuova, dopo tre decenni di negazione. Ma ora che l’economia turca soffre pesantemente per lo sforzo bellico e una crescita assai debole, 5% nel 2013, una perdita di quattro punti in due anni e mezzo di guerra, così come soffre dell’afflusso di rifugiati sul proprio territorio. Oggi, proteste e rivolte aumentano. Recentemente, dopo le massicce manifestazioni di giugno a Istanbul, l’agitazione maturata nella capitale Ankara, s’indebolisce un potere islamico reputato moderato ma che a poco a poco si scopre limitare le libertà civili o ripudiare l’eredità della laicità kemalista, imponendo leggi basate sulla Sharia. Nonostante il suo dinamismo economico, la Turchia tende a diventare “il malato d’Europa“… Un’Europa che miracolosamente ha ripreso i negoziati per l’adesione della Turchia, lasciati inattivi per diversi anni. Forse un modo per compensare Ankara per la pena presa cercando di rovesciare Assad, il risarcimento per le spese di guerra e la perdita dei profitti rinunciando a vedersi stabilire a Damasco un governo sunnita islamista moderato, un clone di Ankara.
Se il presidente francese, meno abile a sottrarvisi della gente di Washington, è stato ridicolizzato in Siria, ma agli occhi di chi? La Turchia ci ha lasciato le penne… Se Tarik Ramadan, nipotino del fondatore dei Fratelli musulmani e presidente degli studi islamici a Oxford finanziati da Doha, poteva scrivere nel settembre 2011 che “la visita del Primo ministro Erdogan in Nord Africa è stato un grande successo popolare”… “Da tre anni è diventato più popolare e rispettato per molti motivi: è stato eletto e rieletto, e tutti, anche i suoi avversari, riconoscono competenza e efficacia al suo governo. La Turchia progredisce dentro e fuori: meno corruzione, migliore gestione, meno conflitti...” (tariqramadan.com 20 settembre 2011). Molto rapidamente, comunque il giudizio elogiativo viene smentito dai fatti. In effetti, se la Turchia era presuntamente “dalla parte giusta della storia” all’inizio della primavera araba, rapidamente si disilluse con l’economia che subiva una grave battuta d’arresto per una guerra che segnava la fine delle esportazioni verso la vicina Siria, e per la proliferazione di campi profughi mal tollerati dalla popolazione locale, parte della quale dimostratasi ostile. Nel 2010, le esportazioni turche verso la Siria furono pari a 1845 miliardi di euro. Alla fine del 2011 erano sprofondate a 1611 miliardi… su un volume totale, è vero, di 137 miliardi dollari. Ma senza contare gli 800.000 siriani che, nonostante la rude dittatura assadista! Si recavano ogni anno in Turchia per visitarne le città… Inoltre, “poiché la Siria è in fiamme, le società turche non possono più inviare merci nel Golfo e nel Mashreq” (Cherry.fr 25 ottobre 12). Quindi, anche se gli esperti dicono che il commercio con Damasco rappresentava solo una quota minore del commercio turco, l’impatto della guerra è grande e non sempre visibile. Nel 2012, un forte rallentamento dell’economia iniziò a farsi sentire e tende ad aumentare in Turchia con l’estensione della guerra e l’accrescersi delle perdite economiche, ora pari a circa cinque miliardi di dollari, dopo la cacciata dall’Egitto dei Fratelli musulmani, a luglio! (Irib 2 settembre 2013) I rifugiati “supererebbero i 600.000, tra cui più di 400.000 che vivono al di fuori dei campi installati lungo il confine.” (Lesechos.fr 21 ottobre 2013). Ventuno campi che ospitano circa 200.000 rifugiati, ora “la Turchia sente di mantenere la sua politica della “porta aperta” verso i civili in fuga dalla guerra in Siria, nonostante la chiusura temporanea dei confini per via delle violenze localizzate“. A questo proposito, il primo ministro Erdogan aveva detto ad agosto che il suo Paese aveva già speso quasi due miliardi di dollari per ospitare i profughi (Ibid). Un afflusso incontrollabile che ha portato, nel 2012, a duri scontri tra gli abitanti locali… Delle centinaia di migliaia di siriani arrivati in Turchia dalla primavera del 2011, solo duecentomila, abbiamo detto, hanno trovato rifugio nei campi, altre decine di migliaia sono sparse tra le popolazioni urbane, dove la loro presenza è causa permanente di sommosse, soprattutto nella provincia di Hatay, Iskenderun, il sangiaccato sottratto alla Siria nel 1938, in cui convivono da tempo alawiti, sunniti e curdi, aleviti e cristiani… “scontri tra le comunità e manifestazioni anti-Erdogan hanno già avuto luogo ad Antiochia” (Lesechos.f 16 settembre 2013).
Poiché Turchia e Siria condividono 900 km di confine lungo cui hanno luogo pesanti combattimenti, soprattutto nella provincia di Idlib, dove hanno luogo gli scontri tra tribù curde ed mercenari arabi del Fronte al-Nusra, Ankara ha deciso costruirvi un muro di sicurezza… in linea di principio per vietare l’immigrazione illegale e il contrabbando, in realtà, per evitare che gli scontri tra ribelli curdi e salafiti si estendano in territorio turco (Reuters 7 ottobre 2013). Barriera di qualche chilometro per ora, ma subito chiamato “muro della vergogna“, in riferimento al muro di separazione costruito dalle autorità israeliane per isolare i palestinesi ancora presenti nella zona d’occupazione.

Il governo dell’AKP ora grava sulla Turchia
Da questo punto di vista, dobbiamo insistere sull’esaurimento del credito morale di cui godeva, fino al 2011, un potere che credendo fosse arrivato il tempo del trionfo islamista, s’è esposto assai goffamente. Un potere che si mostra per così come è, cioè una teocrazia democratica pignola e intrigante che interferisce nella vita quotidiana di un popolo le cui pratiche religiose sono tutt’altro che omogenee, a immagine della diversità etnica della nazione turca. Si pensi al dieci-venti per cento della componente Alawita della Turchia moderna, da sei a dieci milioni! Queste “teste rosse” (Qizilbash), i turcomanni e i curdi ribelli da secoli agli standard di un sunnismo raramente tollerante e talvolta feroce, non tollereranno l’indurimento islamico nel decadimento della laicità o delle libertà religiose garantite, il ritorno del foulard e il confessionalismo delle istituzioni e della vita quotidiana… Nella stesso ordine di idee, in risposta alle misure restrittive adottate dal governo Erdogan, rafforzanti le norme giuridiche ispirate alla sharia, la legge islamica, gli studenti che protestano violentemente ad Ankara, ieri, riecheggiavano le grandi mobilitazioni di giugno, in particolare ad Istanbul, avendo avuto simili se non identiche motivazioni. Ciò significa che il governo turco presentatosi alle elezioni come “islamico moderato”, segue la stessa direzione effimera dei Fratelli musulmani egiziani, o tunisini, la cui ideologia islamista ne ha rapidamente messo a repentaglio le possibilità, facendoli sbarazzare.
Quindi le scelte sociali, ideologiche e geopolitiche, in combinazione con la subordinazione atlantista profondamente errata, smisurata e senza giudizio, ha portato una Turchia prospera a conoscere sia una permanente debolezza economica che una significativa destabilizzazione interna, l’avanzata di una grande contestazione che la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, bloccata in questi ultimi anni prima dell’apertura del 5 novembre del capitolo 22 su “Politica regionale e coordinamento degli strumenti strutturali“, forse non salverà dal fiasco sociale ed economico che appare nel medio termine. Molti fattori sono presenti, permettendo in effetti un certo pessimismo sul futuro di un Paese che, forse, trova salvezza nella tardiva adesione a una Europa in crisi, ma desiderosa di unire la propria impotenza sulla guerra al confine con la Turchia, alla sua vocazione all’Islam dilagante e dal peso demografico schiacciante. Ciò, naturalmente, ignorando la Storia che le lezioni del passato secolo hanno dovuto essere impartite, dopo l’ultimo scontro con le ambizioni turche, ancora ben manifestatesi nel luglio-agosto 1974 con le migliaia di morti e di dispersi dell’Operazione Attila.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia: l’effetto boomerang delle bombe di Erdogan

Bahar Kimyongür, Global Research, 15 maggio 2013
521850Il regime di Ankara parla di 51 morti negli attentati nella città di Reyhanli al confine con la Siria.  Ma la gente afferma che le autorità nascondono il numero reale delle vittime. Da parte dei media ufficiali, il black-out. Non pubblicano che i rapporti di polizia e gli scenari dettati dal AKP sul doppio attentato. E per una buona ragione: la Procura della Repubblica di Reyhanli è riuscita a convalidare un decreto di censura del tribunale di mera polizia a Reyhanli. C’è rabbia in Turchia contro il governo Erdogan e contro i suoi mercenari in Siria. A Reyhanli, tra le macerie, le persone accusano il governo turco di voler fare la guerra contro la Siria per conto degli Stati Uniti e d’Israele.

Alcuni giornalisti e blogger sfidano la censura a costo della libertà, come Ferdi Özmen che ha registrato il numero delle vittime del doppio attentato di Reyhanlì. Secondo Özmen, le vittime in sette ospedali della regione, sono le seguenti:
ospedale di Defne: 26 corpi
ospedale pubblico di Antakya: 44 corpi
ospedale di Kirikhan: 18 corpi
ospedale dell’Accademia: 6 corpi
ospedale del Mediterraneo (Akdeniz): 3 corpi
ospedale per le ricerche mediche (Arastirma): 30 corpi
ospedale pubblico di Reyhanli: 50 corpi
In totale, ci sarebbero 177 morti, e non 51 come annunciato dalle fonti ufficiali. Queste accuse non verificabili ma non smentite dal ministro della Salute Mehmet Müezzinoglu, hanno tuttavia portato all’arresto di Ferdi Özmen…
Uno studente di Samandag (Sueydiye in arabo), Meziyet Camuz, chiede giustamente:
“Il giorno dell’attacco, perché i leader dell’AKP si erano riuniti a celebrare un matrimonio (del figlio del deputato Burhan Kuzu, ndr)?
Perché Davutoglu sorrideva parlando delle vittime?
Perché le autorità agiscono come se Hatay non faccia parte della Turchia? Perché nascondono l’entità del massacro e distruggono le prove insabbiandole?
Perché non è stato decretato un giorno di lutto nazionale? I nostri fratelli defunti sono così spregevoli?
Se le bombe attraversano il confine, perché i servizi del governo, della polizia e d’intelligence non hanno fermato il veicolo?  (…)
I ribelli siriani distruggono un autocarro dei vigili del fuoco a Cilvegözü, ma a nessuno del (governo) ciò importa. Uccidono un agente di polizia, e nessuno si muove. Uccidono i miei fratelli, e il governo non se ne cura (…)” (Fonte: Portale Sol, 14 maggio 2013)
Le popolazioni di Antakya, Samandag, Mersin, Reyhanli, Iskenderun e Adana, nel meridione della Turchia, di tutte le etnie e le fedi, protestano contro il governo Erdogan.
Qui, una manifestazione a Samandag:

Nel resto del Paese, i movimenti progressisti mostrano solidarietà alle vittime degli attentati e accusano l’AKP di esserne corresponsabile. Lunedì, la polizia ha impedito una manifestazione di solidarietà con Reyhanli a Kocaeli, presso Istanbul.

Il giorno dopo, la polizia ha manganellato i manifestanti di Adana.
Al mattino, le autorità turche hanno annunciato la cattura di altri quattro esponenti della sinistra, portando a 13 il numero dei “sospetti” arrestati in relazione all’eccidio di Reyhanli. Ma, colpo di scena, il ministro degli interni Muammer Güler ha rivelato al quotidiano Hurriyet che i veri colpevoli non sono ancora stati arrestati. Il suo discorso accredita la teoria dell’interferenza e del depistaggio. Un altro scandalo, secondo alcuni giornali alternativi, 73 telecamere di sorveglianza di Reyhanli erano fuori uso al momento del doppio attentato. Il ministro degli interni ha subito smentito l’informazione.
Da parte sua, il movimento marxista-leninista DHKP-C (Partito-Fronte di Liberazione Popolare Rivoluzionario), cui alcuni sostenitori sono stati arrestati per i loro presunti legami con gli attentati, ha pubblicato una smentita in cui accusa il governo dell’AKP e i gruppi jihadisti di essere dietro gli attentati. Il DHKP-C ci ricorda nel suo comunicato sulla Siria, “i gruppi jihadisti commettono ogni giorno massacri come quello di Reyhanli” (…) “Hanno organizzato attentati simili contro i leader, ministri e comandanti militari del governo Assad, ma anche contro gli imam delle moschee, autobus scolastici, università, edifici governativi e quartieri brulicanti di gente. Hanno ucciso centinaia di persone in attentati di questo tipo, e ogni giorno commettono nuovi massacri. Dopo ognuno di questi massacri contro il popolo siriano, i leader dell’AKP dicono, minacciando, “Assad, la tua fine è vicina.”
Il movimento ribelle turco ritiene che il disagio dell’AKP, davanti all’attentato di Reyhanli, ne tradisca il “sentimento di colpevolezza”. E avverte che presto gli investigatori dell’AKP presenteranno “testimoni anonimi” o “pentiti” imputando i loro crimini ai loro nemici interni (l’opposizione di sinistra) ed esterni (Stato siriano). Questa volta, dalle proteste anti-governative in seguito all’eccidio di Reyhanli, le “teorie del complotto” dell’AKP non sembrano funzionare.
Nonostante la sua partenza per Washington, l’effetto boomerang dell’attentato di Reyhanli sembra assai doloroso per Erdogan.

Bahar Kimyongür, 14 maggio 2013
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e la SCO, non è uno scherzo…

Dedefensa 2 febbraio 2013

putin-erdogan3Si tratta di un’idea generata durante un’intervista televisiva al Primo ministro turco Erdogan lo scorso luglio (vedasi 30 luglio 2012), riferendosi a ciò che aveva detto, in modo molto informale, alcuni dicono scherzando, durante una riunione nel luglio 2012 con il presidente russo Putin. Erdogan ha sollevato la possibilità di abbandonare definitivamente il progetto turco di entrare nell’Unione europea, e di discutere della possibilità di un’adesione della Turchia alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, basata principalmente sull’asse Mosca-Pechino, assieme ad alcuni paesi dell’Asia centrale e con molti Paesi invitati in qualità di osservatori, che possono essere tentati di avvicinarsi, o anche più, all’organizzazione, come Pakistan, India, Afghanistan, Iran, ecc.)
Ora Erdogan mette la questione sul tappeto. Stranamente, si parla in maniera sostenuta e con  ritardo, della dichiarazione di Erdogan fatta il 25 gennaio 2013 nello stesso canale televisivo che aveva dato la precedente notizia. Questa ipotesi sembra al tempo stesso folle, anche se improbabile, che per qualche tempo si è esitato a commentare. Tuttavia, la dichiarazione di luglio di Erdogan è ora classificata come uno “scherzo”, e quella del 25 gennaio 2013 è considerata molto più seria. Il 29 gennaio 2013, l’eccellente sito al-Monitor che copre tutti gli affari del Medio Oriente, nella sua rubrica Turkey Pulse, riprendeva un articolo di Can Dundar, commentatore del giornale turco Milliyet. L’articolo si fa beffe dal punto di vista politico, dell’idea proposta da Erdogan, ma che ancora considera seria. La derisione sta nel fatto che il commentatore vede questa prospettiva nella SCO come un “passo indietro” per la Turchia, schematizzando secondo il nostro stato d’animo caricaturale, la Turchia volta le spalle alla civiltà (il blocco BAO) per abbracciare la barbarie sino-russa e company…
…Il mio modo di vedere è questo: il campo della Shanghai è comodo. Non ci sono progressi da affrontare. Non ci sono considerazioni sulle violazioni dei diritti umani, nessun barometro della democrazia e né ispettori che indagano. I media sono soppressi, i giornalisti sono in prigione, e a chi importa? In ogni caso siamo in competizione con la Russia per il primo posto nelle violazioni dei diritti umani, proposta alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Come la Cina, impone il controllo dei media, gli arresti arbitrari e la tortura. In gran parte assomigliamo a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan quando si tratta di dispotismo. Certo che vuole essere vicina a questo campo. E’ come dire: “Beh, non abbiamo potuto emulare l’occidente, quindi cerchiamo di andare ad est, che è già più simile a noi. Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non poteva avere il favore di entrambe le parti. L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”
Il 31 gennaio 2013, sullo stesso sito di al-Monitor, sempre nella rubrica Turkey Pulse, Kadri Gursel, giornalista sempre del giornale turco Milliyet, spiega il problema, ma con un tono diverso… “Il primo ministro turco ha annunciato la sua prima intenzione di portare il suo paese nella Shanghai Cooperation Organization [SCO], nota anche come “Shanghai Five”, in un’intervista del 25 luglio scorso a un canale televisivo turco vicino al suo partito. Erdogan poi ha detto: “Ho scherzato con Putin”. Ma ora basta scherzare con noi e chiediamoci ciò che stiamo facendo con l’UE. Ora è il mio turno di scherzare. Venite, accettateci alla Shanghai Five e noi riconsideremo l’UE.” Al momento Erdogan non è stato preso troppo sul serio, perché ha detto che stava scherzando con Putin. Il 25 gennaio, sullo stesso canale televisivo, quando ha sostenuto l’adesione della Turchia alla SCO, l’opinione pubblica turca lo ha preso sul serio. Questa volta non stava scherzando. La sua intenzione era seria. Ecco cosa ha detto Erdogan questa volta: “L’UE vuole dimenticarci, ma non può. E’ riluttante. Sarebbe meglio che lo dicesse. Invece di restare in stallo, siamo noi che lo diremo, e andremo sulla nostra strada. Naturalmente…, quando questa vicenda [dell'UE] non procede bene, il Primo ministro di 75 milioni di abitanti inizia a guardarsi intorno per trovare delle alternative. Questo è ciò che ho detto a Putin l’altro giorno, ‘Prendeteci nei Shanghai Five e noi dimentichiamo l’Unione europea.’ Portateci nei Shanghai Five e diremo addio all’UE. Qual è il punto di questo stallo? A una domanda se la SCO sia l’alternativa all’Unione europea, il primo ministro turco ha risposto: “I Shanghai Five sono migliori, sono più forti”. [...]
Ci possono essere coloro che a prima vista potrebbero avere la sensazione che non sia serio e che ancora Erdogan tenti di spaventare l’UE con il “ricatto della SCO” per accelerare il processo di adesione. Ma qui la stampa si sbaglia, perché Erdogan è serio. Il mio suggerimento a chi pensa che la preferenza di Erdogan per la SCO non sia seria, non è di respingerla come la frivola mentalità del governo arbitrario che prevale in Turchia. L’obiettivo della SCO è serio e coerente con lo stile del governo arbitrario. [...] Anche il paragone fatto è fuori luogo. La Turchia, per diventare un membro della SCO, prima di dimenticare l’UE dovrebbe lasciare la NATO, perché questi organismi sono alternativi l’uno all’altro. La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un dichiarato punto dell’agenda. Gli alleati occidentali del mondo libero della Turchia, prendono sul serio gli scherzi di Erdogan…
Nello stesso testo del 30 luglio 2012, ovviamente abbiamo commentato le precedenti dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan. Per ingenuità o non conoscenza delle persone, del clima e delle cose, o per ignoranza, avevamo preso sul serio quello che si sarebbe dimostrato essere uno “scherzo” di Erdogan … Ma non su questo punto, che ci sembra, in ultima analisi, piuttosto non essere uno “scherzo”, perché ritornandoci, seriamente, rinveniamo la prova che lo dimostra. Ripetiamo qui alcune delle nostre osservazioni del 30 luglio 2012, in cui è chiaro che noi non vedevamo come scherzo la dichiarazione di Erdogan, anche se forse è stato detto in questa forma, ma ovviamente nascondendo una prospettiva molto seria. (Una prospettiva che Kadri Gursel mette sotto una luce nuova, rifiutando l’interpretazione dello “scherzo” quando scrive: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.” Lo “scherzo”  dimostra dunque una prospettiva molto seria.)
“…Nel frattempo, si comprende il processo per quello che è, senza alcun apprezzamento delle sfumature interpretative, della divinazione e di altri secondi fini. Resta quindi Erdogan che chiede a Putin supporto alla domanda di adesione a un’organizzazione che riunisce gli avversari del blocco di potenze BAO, spingendo Putin in una zona altamente strategica che, in caso di successo, lo  classificherebbe almeno come “sospetto alla NATO”, se non “nemico della NATO.” Ora, la Turchia da un lato fa parte della NATO, con un impegno strategico in questo senso con la politica-sistema del grande blocco BAO (l’impegno nell’antimissile della BMDE ne è l’aspetto principale), d’altra parte, la Turchia è in prima fila tra gli “Amici della Siria”, e quindi fa parte necessariamente del carrozzone del blocco BAO. Ciò è compatibile con l’appartenenza alla SCO?
In secondo luogo e al contrario, fino al caso siriano, e almeno dal 2009 (dopo la guerra tra la Georgia e la Russia [vedi 18 agosto 2008]), la Turchia ha seguito un percorso molto originale che, a quanto pareva, l’allontanava decisamente dal blocco BAO e l’avvicinava alla Russia. La sua posizione estremamente critica su Israele, con gli incidenti che seguirono, ne dava testimonianza. (Inoltre, nonostante la sua “evoluzione” recente, la Turchia è ancora fredda verso Israele.) Secondo questa logica, naturalmente, la Turchia sembrava promessa ad avvicinarsi alla SCO e inoltre la Turchia ha effettivamente partecipato al recente vertice dell’Organizzazione (vedi 11 giugno 2012), come “partner del dialogo”. Ma lo status di membro a pieno titolo va ben oltre ed introduce un elemento del tutto nuovo e completamente inaspettato. (Si legga, ad esempio, lo stesso cronaca di M. K. Bhadrakumar del 23 luglio 2012 su Atimes.com, che prendeva in considerazione la visita di Erdogan a Mosca, ma senza menzionare l’adesione alla SCO, cronaca assai pessimista a nostro avviso, dando un grande ruolo agli Stati Uniti e dando per scontato il coinvolgimento di Israele in Siria sulle sostanze chimiche siriane, e così via, tutte cose completamente rimesse in questione, al momento.)
Invece di spossarci con innumerevoli ipotesi che vanno in tutte le direzioni, sostenute dalle “informazioni del momento” e su tante analisi contraddittorie e incontrollabili, proclamiamo immediatamente la nostra clausola d’inconsapevolezza, rimanendo sul fatto da noi considerato importante (la domanda di adesione alla SCO), dopo aver osservato che il zig-zag e le variazioni della politica turca possono benissimo derivare, infine, dal caos suscitato dalle relazioni internazionali e da vari piani contraddittori. Erdogan ha fatto un annuncio estremamente contorto sull’atto fondamentale della sua domanda di adesione alla SCO, in cui si impegna nei confronti di Mosca, qualcosa di estremamente serio per Erdogan e la Russia, tutto ciò dimostra che desidera far notare questo atto fondamentale, pur essendo consapevole della sua incongruenza rispetto alla caotica evoluzione della Siria. Per noi, se dobbiamo scegliere tra l’impegno turco in Siria e la richiesta di adesione alla SCO, qui il secondo caso va oltre il primo per importanza…”
Non si aggiunge nulla di fondamentale a tutto questo, ma si osserva che le varie condizioni nel passaggio sopra riportato hanno solo rafforzato, in particolare, il ruolo sia destabilizzante che falsificante di molte posizioni naturali degli uni e degli altri sulla crisi siriana. Semplicemente, o meglio in modo complicato, la crisi siriana è davvero diventata ancor più complicata, sempre meno distinta in due campi e sempre più scatola e vaso colmi di contraddizioni, paradossi, calcoli falsi e reali, ecc., rispetto alle grandi linee di forza politica. In questo caso, ovviamente, saremmo portati a considerare la questione sollevata ancora una volta da Erdogan in modo serio, anche se a volte sembra avere sia l’apparenza dello “scherzo”, sia del carattere del tutto fondamentale. Portando al commento alquanto sprezzante di Can Dundar (“Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non può avere il favore di entrambe le parti.  L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”), con Dundar, diciamolo ancora, che ovviamente propende per l’abbraccio senza riserve del “civile blocco BAO”, portandolo a tali commenti ma rilevandoci, a differenza di quanto suggerisce Dundar, che la Turchia non sia “sospesa in aria”, ma che abbia chiaramente scelto il blocco BAO da decenni (l’adesione alla NATO non è niente?…), e la “sospensione in aria” non risale in realtà che al 2008, con gli errori di Erdogan e la crisi siriana che, come venti del disordine, impediscono di fissare una decisione netta. E quindi, da questo punto di vista, l’opzione della SCO diventa una cosa molto seria, più che mai considerata tale, e quindi l’osservazione di Gursel assume assolutamente tutto il suo significato sia dal punto di vista fondamentale, che dal punto di vista delle circostanze: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.”
Questo… è un dibattito fondamentale, perché per la Turchia (come per qualsiasi grande paese nella stessa posizione), la questione “Ovest-Est” (estranea alla Guerra fredda) è del tutto essenziale, poiché questa è la sfida del Sistema. Oltre a questo, il calderone in Medio Oriente e la crisi siriana, le ambizioni regionali, le esplosioni arcaiche e utopiche fra sunniti, sciiti, islamisti radicali e liberali, vari trafficanti e industrie del petrolio, non hanno alcun valore duraturo. Nel migliore dei casi, fanno parte di un disturbo che non si è sviluppato ancora abbastanza, paradossalmente, per passare a una posizione accettabile ai margini del movimento anti-Sistema. Nel peggiore dei casi si tratta di un disturbo da deviazione della questione fondamentale, e cioè del Sistema. (Questo fatto è un bene per la Turchia, perché ha altre opzioni, ma non è valido per altri Paesi incassati nel Medio Oriente, in grado di analizzare la loro posizione, rispetto al disordine generale della regione, in modo diverso), invece l’equazione simbolica della NATO contro la SCO rappresenta pienamente per la Turchia, la logica perenne della nostra crisi globale: la Turchia nella NATO rimane nel Sistema, passando alla SCO la Turchia diventa anti-Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Silenzio su Aleppo! La verità non va detta, soprattutto sui crimini del Sultano e l’intensificazione del terrorismo

Amin Hoteit, Global Research, 25 gennaio 2013

185682Niente sarà risparmiato alla città di Aleppo… Un proverbio locale dice: “Uccidono, poi si accodano  al carro funebre di chi hanno ucciso!“. E questo è ciò a cui indirettamente, volontariamente o involontariamente, invitano tutti gli istituti di istruzione superiore in Francia, con “un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, il 23 gennaio alle 12.00” [1]. Sebbene sia molto caritatevole dimostrare solidarietà agli studenti che, nonostante le ripetute minacce dei terroristi oscurantisti, hanno scelto di fare gli esami. Eppure non dovrebbero ucciderli di nuovo!
Voi sembrate, signore e signori rettori e piume d’accademia, assai ben informati sui risultati del bombardamento del 15 gennaio della “storica Università di Aleppo” che, secondo certa vostra stampa viene “presa di mira da tempo dalle forze del regime di al-Assad“, mentre altri si accontentano di esprimere “solidarietà al popolo siriano” senza contraddirsi con le vostre accuse di prima. [2] Eppure, le relazioni e gli articoli di stampa che denunciano i veri assassini sono innumerevoli. Ma perché leggere e apprendere quando, per definizione, il vostro compito è indirizzare e monitorare l’intera politica accademica come indicato dal ministro della pubblica istruzione e dell’istruzione superiore?
Sì, Aleppo ora ha il triste privilegio di apparire nella prima linea delle “città simbolo” per la loro resistenza, nonostante i morti negli attentati individuali o nelle stragi, nonostante la distruzione delle sue infrastrutture private e pubbliche, nonostante la profanazione dei suoi tesori archeologici… ma il nemico e gli assassini non sono quelli che voi indicate! Sì, Aleppo, crocevia di civiltà per millenni, è [forse dovremmo dire era?] una città bella ed è sempre stata un oggetto del desiderio. I suoi abitanti sanno che, anche in caso di vittoria, il gioco riparte. Questo è il loro destino, come ci ha detto il Generale Hoteit Amin nel suo articolo tradotto qui di seguito.
Sì, è sempre possibile tradurre gli articoli e le dichiarazioni di testimoni credibili e legittimi, ma come tradurre un’infamia? Come si fa a raccontare l’orrore indicibile, i cadaveri smembrati, gli attentati e le stragi, membra e teste mozzate di compatrioti vivi, gli innumerevoli stupri di ogni tipo? Come si fa a parlare del numero di aborti in ospedale risultante da questi stupri, denunciato da un  amico medico di Aleppo? Infamie che non contribuireste a coprire se vi prendeste la briga d’informarvi. Voi avete per scopo illuminare le generazioni future, e non fargli ingoiare le rozze menzogne della propaganda di guerra, elemento essenziale delle “guerre per procura” che precipitano popoli e nazioni nella sventura e nell’oscurantismo. Le università non sono state create per questo!
Attenzione però che questi terroristi, che il Quai d’Orsay definisce ammirevoli rivoluzionari “distruggono sempre più scuole siriane, a volte con i loro studenti e insegnanti dentro. Sappiate che mentre invitate a tacere sui veri assassini, 20.000 studenti e insegnanti hanno aderito alle “Forze di Difesa speciali” per difendere il proprio paese, il proprio esercito e le proprie autorità legittime guidati da un presidente diventato simbolo garante della loro indipendenza. Due brevi video saranno sufficienti a dimostrarlo [3] [4]. Non c’è bisogno di tradurre, nonostante gli esperti [5], i giornalisti [6], e molti orientalisti che continuano a ingannare con il pretesto di essere arabofoni.
[Nota di Mouna Alno-Nakhal].

I crimini immaginari e le illusioni del Sultano
E’ con la segreta speranza di accedere alla grandiosa carica di “governatore di una delle future province siriane del New American Empire“, vale a dire la provincia di Aleppo, che Erdogan si è gettato a capofitto nell’attuazione del progetto occidentale mirante alla distruzione dello Stato siriano, che avrebbe dovuto abbandonare ogni dignità e uscire dall'”asse della resistenza”, piegandosi alla servitù e alla dipendenza. È per il successo di questo progetto essenzialmente statunitense che Erdogan ha architettato il piano dell'”amicizia simulata” verso il popolo siriano, dopo aver ricevuto l’onore di esserne la punta di diamante, dimenticando che non era, in realtà, che un esecutore tra i tanti! Non avrebbe mai immaginato che l’attacco fallisse, e che i suoi deliri si sarebbero dissipati al vento, e che i suoi sogni si sarebbe frantumati ai piedi dei siriani. Ha vissuto nell’illusione per quasi 22 mesi, guidando, passo dopo passo, la sua “guerra” contro il popolo siriano.
All’inizio, mentre i canali diplomatici tra Ankara e Damasco furono spalancati dal presunto “rispetto reciproco” tra le due capitali, si acconciava a prodigare preziosi consigli da capo che vuole essere obbedito. In breve, le autorità siriane avrebbero fatto bene a “dare il potere a coloro che sono stati scelti per governare; questi fortunati erano ovviamente della Fratellanza musulmana!” La risposta, naturalmente, non si fece aspettare, significativamente, gentilmente e fermamente il popolo siriano è sovrano e solo esso ha il diritto di scegliere i propri leader, nonostante le gentilezze di un amico o di un alleato. La Siria rifiuta i dettami e accoglie dai consulenti ciò che non danneggia la sua sovranità e la sua indipendenza. Pertanto, guidato da delusione, vanità e paranoia, il presunto “amico e alleato strategico” si è improvvisamente trasformato in un nemico che minaccia ogni sorta di ritorsione, che non tarda ad attuare.
In effetti, il “sultano immaginario” si è precipitato a scatenare i suoi media contro il cosiddetto “vecchio amico” qual’era la Siria, e a fornire la sua cortese ospitalità ai siriani che condividono le sue illusioni perdute e la sua follia, per riunirli in un concilio che avrebbe diretto sotto il suo comando, con il titolo fuorviante di “Consiglio nazionale di transizione”. Poi si è affaccendato per tenere conferenze su conferenze dei cosiddetti “Amici della Siria”, o qualunque sia il nome che possiamo dargli oggi… In particolare, ben prima che i siriani fossero costretti a fuggire dal disastro che Erdogan aveva così ben programmato, fece istituire sul suolo turco i famosi “campi per i rifugiati siriani” per radunare i mercenari provenienti da tutto il mondo, e le occasionali famiglie dei combattenti siriani, ingannati o complici, incaricati del la realizzazione di ciò che s’era sognato… i campi dovrebbero permettergli di andare tranquillamente in guerra contro il proprio paese, ma sono stati rapidamente trasformati nei santuari della miseria, delle violenze e di ogni tipo di aggressioni contro le loro sfortunate famiglie.
Poi venne il momento, e con l’aiuto dei suoi collaboratori, fu in grado di trasformare il confine turco-siriano in un “passaggio per i terroristi”, dotati tutti di tutti i mezzi logistici immaginabili, per commettere i crimini più efferati contro il popolo siriano di cui pretendeva essere amico! Ed è proprio ad Aleppo [1] e nella sua regione che queste bande di falsi rivoluzionari, ladri, stupratori e assassini furono particolarmente feroci. Sotto la supervisione di “esperti in demolizioni” spediti sul posto, smantellarono la maggior parte degli impianti di tutta la regione, prima di trasferire il maggior numero di macchine e attrezzature in Turchia e, naturalmente, saccheggiarono tutto ciò che  potevano portarsi via.
Così Erdogan, motivato dal suo desiderio di porre fine a ogni concorrenza regionale e internazionale tra le esportazioni della Turchia e quelle di Aleppo, la città industriale per eccellenza della Siria, ha inflitto un colpo fatale alla sua vita economica e al suo popolo detestato semplicemente perché si rifiutava di rispettare i suoi ordini di lasciarsi vendere e di tradire! E ora il suo ego sproporzionato, non completamente soddisfatto dai crimini continui e dal suo insaziabile appetito colonialista, nonostante l’annessione del “Sangiaccato di Alessandretta” dopo la caduta dell’impero ottomano, vorrebbe diventare il “Sublime signore” della Siria attraverso la nomina di un oscuro “Wali” [governatore delle province ottomane ai tempi dei sultani] che continuerà ad ingannare chi è riuscito ad intrappolare nei campi dell’infelicità, creati presumibilmente per motivi umanisti e umanitari!
Erdogan persiste e firma, la sua vanità gli impedisce di rendersi conto delle nuove realtà sul terreno in Siria, a livello regionale e a livello internazionale. Non ha ancora accettato l’idea che l’aggressività “NATO-arabo-turco-sionista” non è riuscita a spezzare la resistenza della Siria e dei siriani. Se avesse avuto un minimo di buon senso, avrebbe cessato i suoi attacchi micidiali e quindi cessato di danneggiare il suo partito e il suo popolo; i missili “Patriot” che ha piatito dai suoi amici della NATO non possono essere utilizzati per proteggere la sua persona, o per sostenere la sua aggressione contro la Siria.
Per la Siria, nonostante tutto quello che ha vissuto per 22 lunghi mesi in orrore, devastazione e distruzione, nonostante gli omicidi, le sanzioni e le sofferenze inflitte al suo popolo, è riuscita a creare una situazione che non permette e né permetterà ad Erdogan di realizzare le sue ambizioni. Il popolo siriano ha preso la risoluzione indipendente di riporre fiducia nel suo Stato e nei suoi rappresentanti, eletti da esso stesso, e che non possono essere sostituiti che nelle urne delle prossime elezioni. La Siria continua la sua battaglia difensiva con fiducia e rifiuta qualsiasi intervento straniero, da qualsiasi parte provenga, qualsiasi cosa ne pensi il famoso Wali delegato da Erdogan, da tutti i nostalgici della “Sublime Porta” dell’impero ottomano e dagli installatori NATO-isti di “Patriot” alle sue frontiere. Coloro che, per irragionevolezza, sperano ostinatamente altrimenti devono capire che corrono dietro alle chimere.
In effetti, non è più possibile considerare un intervento militare straniero, come non è possibile pensare ad una soluzione pacifica se colui che l’offre spera sempre di strappare una parte di quel bottino che aveva motivato la sua coalizione con il campo degli aggressori. Ora la soluzione pacifica significa iniziare a scegliere tra siriani e non siriani, poi tra gli oppositori armati contro il governo siriano e coloro che non lo sono, e quindi la dipartita di tutti i combattenti stranieri; e, infine, dalla sospensione  del sostegno armato e logistico a tutti questi mercenari da parte delle potenze che ne coprono i crimini. In caso contrario, nessun dialogo è possibile ed è chiaramente irragionevole pensare che il “Diritto del cittadino siriano” ceda a qualche siriano armato o ad alcuni Paesi esteri, compresa la Turchia.
La Siria ha vinto, e il vincitore non consegna il bottino ai vinti! Inoltre, il vertice del campo degli aggressori è pienamente consapevole della situazione e ha iniziato a praticare “la politica dello sganciamento della zavorra”, perché sa che quel che potrebbe ottenere attraverso i negoziati, semplicemente non basterà a salvare faccia a tutti gli alleati. È per questo che ha incoraggiato la Francia ad impegnarsi in Mali, ha ispirato la Gran Bretagna a ritirarsi in silenzio e ha lasciato alla Germania la scelta di una via d’uscita. Rimane il fattore chiave corrispondente alla Turchia, il fattore che gli Stati Uniti vorrebbero esaurire un po’ di più, poiché resta totalmente asservito alla NATO, anche se questo dovrebbe essere fatto a scapito della dignità del suo popolo, perfino al prezzo del suo sangue, come è accaduto di recente, quando si trattò del suo rapporto con Israele.
Pertanto, Erdogan deve comprendere, nel proprio interesse, che è il momento di abbandonare i burattini che ospita, anche se ha chiuso gli occhi sui furti, omicidi e distruzione delle infrastrutture nel loro Paese e non ha trovato nulla da ridire sull’aggressione alla sua sovranità nominando un Wali turco per la regione settentrionale del Paese. Questi sono traditori per l’opinione pubblica araba siriana e non hanno posto in Siria!

I motivi per l’intensificazione del terrorismo
Chi osserva con obiettività gli scontri attualmente in corso sulla scena siriana, non può non vedere che i gruppi terroristici e i combattenti armati che sognavano di abbattere lo stato siriano con il fuoco e il sangue, secondo delle operazioni tutte denominate con nomi di tempeste o terremoti, non sono riusciti ad imporre la loro autorità, almeno nel vero senso del termine. Anche se sono entrati, usciti, e poi ritornati in varie parti del paese, non sono riusciti a mantenere le loro posizioni e non sono neanche stati più in grado di crearne di nuove, dove praticare a tutti i costi il loro terrorismo confessionale.
Oggi, vediamo che l’esercito arabo siriano è al contrattacco infliggendo pesanti perdite, e che il popolo siriano partecipa alla propria difesa attraverso i Comitati popolari e le forze speciali costituite da volontari di tutto il Paese. I terroristi, vedendosi alle strette e fallire, raddoppiano le violenze e tendono a praticare al massimo le stragi, con la mentalità del giocatore d’azzardo e la forza della disperazione. Ciò per quattro motivi:
1. Sollevare il morale delle proprie truppe.
2. Mantenere fiducia e sostegno dai loro “protettori”.
3. Vendicarsi del popolo siriano che li ha ignorati.
4. Fare pressione sulle parti coinvolte nei negoziati per salvasi, senza uscirne totalmente perdenti. In altre parole, sono in trappola.
La loro scommessa punta alle autobombe, agli attacchi suicidi, ai bombardamenti a distanza contro i civili, confermandone l’impotenza militare, mentre la scelta di giocare con la vita e il sangue dei siriani, e con tanta ferocia, gli smaschera e allontana coloro che sostenevano il loro governo e la loro esercito. Stiamo forse assistendo ai segni della vittoria della Siria? Qui dobbiamo dire che il destino della Siria è pagare un caro prezzo per la propria libertà e sovranità, un prezzo che rimane inferiore al prezzo pagato da coloro che l’avrebbero perse,  diventando schiavi degli stranieri, come nel caso di molti arabi e musulmani!

Dottor Amin Hoteit, 24/01/2013
Da  due articoli originali: Al-Tayyar/Cham Press

Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal, Mondialisation.ca

Note:
[1] Un minuto di silenzio in solidarietà con l’Università di Aleppo, mercoledì 23 gennaio, ore 12.00
[2] Università di Aleppo (Siria) bombardata: un minuto di silenzio presso l’Università di Rennes 2
[3] Un minuto di silenzio e studenti siriani di tutte le università del paese ce manifestano per  affermare che il terrorismo non può impedirgli di perseguire il loro obiettivo di apprendere e capire. 
[4] Il giornalista tedesco Manuel Ochsenreiter su RT sul bombardamento dell’Università di Aleppo
[5] Aleppo assediata futura “città simbolo”? Del colonnello Jean-Louis Dufour
[6] Tweet di Jean-François Kahn – Aleppo, la carneficina che ci lascia freddi

Il dottor Amin Hoteit è un analista politico, esperto di strategia militare e Generale di brigata in pensione libanese.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La tragedia di Gaza ai tempi della “primavera araba”

Ahmed Bensaada, Global Research, 10 dicembre 2012

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Si tratta di un nuovo rito israeliano. Tra “il giorno delle elezioni” e il “giorno dell’inaugurazione”, date chiave della democrazia statunitense, Israele segna questo periodo e prepara le proprie elezioni bombardando spudoratamente Gaza e i suoi abitanti. Come un cacciatore che spara con un fucile dar caccia grossa contro qualsiasi cosa che si muove in una voliera, con la motivazione che il volatile l’ha inavvertitamente beccato, lo Stato ebraico stermina uomini, donne e bambini a Gaza, dopo aver volontariamente trasformato la terra palestinese in una prigione a cielo aperto. E questo non gli preclude di battersi il petto e di vantarsi delle proprie “gesta” sotto lo sguardo compiacente dei paesi occidentali, che non vedono, nell’uso di questi fuciloni, che l’equivalente dei colpi di becco.
Tuttavia, tra la mortale operazione israeliana “Piombo Fuso” (fine 2008-inizio 2009) e quella stranamente denominata “Pilastro della difesa” che ha avuto luogo di recente, il mondo arabo ha vissuto la sua “primavera”. E una domanda fondamentale si pone: questo sconvolgimento politico visto da alcuni come fondamentale, quale impatto ha avuto sulla situazione degli abitanti di Gaza, in particolare, e sulla causa palestinese in generale? Nell’elencare i protagonisti arabi o musulmani che hanno monopolizzato la scena mediatica e si sono impegnati a una possibile mediazione tra Hamas e Israele, è possibile avere una risposta. Da questo punto di vista, lo scompiglio nel cortiletto di Cairo registratosi il 17 novembre, è molto rivelatore. Quel giorno, il presidente egiziano Mohamed Morsi, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani e il leader di Hamas Khaled Meshaal si trovavano tutti insieme nella capitale egiziana. E quest'”allineamento dei pianeti” era tutt’altro che accidentale.

L’Egitto di Morsi
Dopo la sua elezione post-primaverile Mohamed Morsi, presidente islamista di “recupero” dopo l’ineleggibilità di Khairat al-Chater (eminenza grigia dei Fratelli musulmani), sa perfettamente che la sistemazione del dossier di Gaza è per lui di fondamentale importanza sotto diversi aspetti. In primo luogo, gli permetterebbe di guadagnare credibilità nella questione palestinese, credibilità colpita dalle ricorrenti chiusure del valico di Rafah, distruzione dei tunnel per il contrabbando tra i due Paesi (provocando l’ira dei palestinesi per la prima volta da quanto Morsi è al potere) e soprattutto dalla divulgazione delle lettere assai “amare” tra Morsi e il presidente israeliano Shimon Peres. In effetti, questo scambio di lettere apparentemente aneddotico ha scioccato gli egiziani che votano verso ciò che chiamano “entità sionista” un odio viscerale. E’ vero che frasi come “mio caro e grande amico” e “tuo amico fedele” [1] rivolte a Peres da Morsi hanno qualcosa di stupido, soprattutto quando si sa che sono scritte da un membro dei Fratelli musulmani, che ha sempre sostenuto la lotta contro l’occupante sionista. La reazione della strada egiziana è stata così forte che la presidenza ha sostenuto che si trattava di un falso [2], prima di riconoscere che le espressioni usate erano “formali” (sic) [3]. Le cortesie tra i due presidenti sono continuate in questi giorni: il presidente Peres ha detto di aver accolto con favore gli “sforzi” del Presidente Morsi “d’introdurre un cessate-il-fuoco” nel conflitto di Gaza [4].
Va notato che queste confidenze tra presidenti sono in netto contrasto con il comportamento naturale di certi personaggi egiziani incstrati, allo stesso tempo, in un programma tipo “candid camera” in cui gli viene fatto credere di essere intervistati da una rete israeliana. [5] Le reazioni degli ospiti erano sempre al di sopra delle righe, nervose e assai violentemente anti-israeliane, facendo infuriare la stampa dello Stato ebraico e suscitando accuse di antisemitismo inondanti la blogosfera. [6] Per quanto riguarda la distruzione, da parte dell’esercito egiziano, dei tunnel per il contrabbando al confine tra Egitto e Gaza, è stata decisa dal governo Morsi a seguito degli attentati mortali del 5 agosto 2012 da parte di un commando definito dalle autorità jihadista [7]. Tuttavia, i Fratelli musulmani del presidente Morsi hanno accusato il Mossad di essere dietro questi attacchi, a tale affermazione ha fatto eco ad Ismail Haniyeh, capo del governo di Hamas a Gaza. [8] Ciò è molto plausibile, in quanto la demolizione di tunnel è stata attuata principalmente per la sicurezza dello Stato d’Israele. Lo strano in questo caso, è la velocità con cui è stata presa la decisione di distruggere i tunnel. Da qui a pensare che ci fosse una collusione, non è difficile. Tanto più che le autorità israeliane hanno curiosamente accettato la presenza di truppe egiziane nella zona “C” del Sinai, solitamente autorizzata solo alla polizia egiziana, ma del tutto vietata all’esercito egiziano, secondo gli accordi di Camp David. [9] Ricordate che questa zona è una striscia di terra nella penisola del Sinai, lungo il confine israelo-egiziano fino al Golfo di Aqaba, che si estende da Rafah a Sharm el-Sheikh.
In secondo luogo, Morsi sa che un ben orchestrato atteggiamento nel conflitto israelo-palestinese lo libererebbe dall’immagine negativa di Presidente “ruota di scorta”, senza scopo e con poco carisma. [10] Per questo motivo, ad esempio, ha richiamato l’ambasciatore egiziano in Israele e inviato il suo primo ministro a Gaza, all’inizio dell’aggressione contro Gaza. Queste decisioni presentate come “eroiche” non spiegano perché ci sia voluto il bombardamento per inviare un dirigente egiziano nell’enclave palestinese. In effetti, data la vicinanza e l’affinità ideologica tra Hamas e la Fratellanza musulmana egiziana, e l’esultanza di Gaza per l’annuncio dell’elezione alla presidenza di Morsi, ci si sarebbe aspettati che il presidente egiziano si recasse a Gaza subito dopo la sua elezione. Ma Morsi non l’ha mai fatto, mentre l’emiro del Qatar vi ha recentemente compiuto una visita ufficiale. Tuttavia, dopo lo scontro di Hamas con i funzionari siriani, il governo egiziano ha autorizzato l’organizzazione palestinese a trasferire la sua sede principale da Damasco a Cairo. Questa disputa è dovuta al riconoscimento, da parte di Hamas, della coalizione ribelle siriana costituita prevalentemente da combattenti islamici. Anche se la decisione egiziana di offrire un ufficio a Hamas fa rabbrividire molti osservatori, è stata accolta con favore dalla Fratellanza musulmana egiziana. [11] Questi osservatori hanno visto un cambiamento importante nella politica egiziana, che riteneva l’OLP, (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) unico rappresentante legittimo dei palestinesi. Ovviamente, non poteva essere altrimenti per la fratellanza. Non è utile ricordare che nella sua prima visita ufficiale da primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh si era recato dai Fratelli musulmani egiziani? E che questo stesso capo di governo aveva dichiarato che Hamas è un “movimento jihadista della Fratellanza dal volto palestinese” [12]?
Dobbiamo renderci conto che, nel contesto della “primavera” araba, la decisione di ospitare Hamas a Cairo è al tempo stesso, sia il desiderio di Morsi d’isolare il presidente Bashar al-Assad, sia il desiderio egiziano d’influenzare la futura strategia del governo del movimento islamico palestinese di Gaza, insieme ad altri attori influenti come il Qatar. In terzo luogo, il rais egiziano è ben consapevole che ottenendo un cessate il fuoco nel conflitto israelo-palestinese, otterrebbe anche l’effetto di ridare un ruolo centrale all’Egitto nella questione palestinese. Inoltre, permetterebbe alla sua diplomazia nel mondo arabo di migliorare la propria immagine dopo essere stata pesantemente emarginata negli ultimi anni, in favore di certe  monarchie del Golfo. Così, oltre al problema di Gaza, la riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia aveva certamente un altro punto all’ordine del giorno: la Siria. Infatti, due giorni dopo la riunione di Cairo si apprendeva che la nuova coalizione della rivolta siriana, a Doha, si sarebbe basata a Cairo [13], mentre il vecchio Consiglio nazionale siriano (CNS) aveva sede a Istanbul. Quattro giorni dopo, il Qatar ha annunciato la nomina di un suo ambasciatore presso la coalizione siriana, un’organizzazione composta da diversi gruppi di ribelli costretti, sotto la pressione degli Stati Uniti, ad unirsi [14]. Tra l’altro, con la notevole assenza all’incontro di Cairo, dell’Arabia Saudita, uno dei principali protagonisti dalla “primaverizzazione” della Siria. E questa assenza è tutt’altro che una coincidenza, se si considerano le differenza nella copertura mediatica dell’assalto israeliano a Gaza, tra il canale del Qatar al-Jazeera e quello saudita al-Arabiya, che implicitamente riflettono le differenze politiche tra i due paesi su Gaza. [15]
Mentre aveva più volte annunciato l’intenzione di rivedere gli accordi di Camp David, Morsi ha cambiato idea quando Israele ha sollevato un’eccezione di irricevibilità dell’idea. [16] Questo apparente “successo” di Morsi nella cessazione delle ostilità tra Israele e Hamas però, gli permette di giustificare il suo cambiamento di rotta, rafforzando così l’idea della necessità dell’Egitto d’essere l'”interlocutore ufficiale” credibile dello stato ebraico, grazie agli accordi sottoscritti tra i due Paesi. In questa campo, Morsi non è poi così diverso dal suo predecessore Mubaraq, spazzato via dalla sommossa. Ma questa mancanza di audacia politica del presidente islamista, non ha cambiato l’ardore di alcuni attivisti pro-democrazia, che hanno presentato al tribunale amministrativo di Cairo una richiesta di annullamento del trattato di Camp David, in modo che il loro paese possa godere della piena sovranità politica e militare sulla penisola del Sinai. Il 30 ottobre, il ricorso è stato respinto per motivi di “incompetenza in materia” del giudice, sostenendo che i campi della politica internazionale e della sovranità del paese sono di responsabilità del presidente della repubblica. [17] Morsi si degnerà uno giorno di mantenere la promessa, che è anche quella della confraternita da cui proviene? Nell’attuale contesto geopolitico, è dubbio.

Il Qatar e la “primaverizzazione” degli arabi
Il 23 ottobre 2012, esattamente tre settimane prima della selvaggia aggressione israeliana denominata “Pilastro della difesa,” l’emiro del Qatar effettuava una visita a Gaza. Questa breve visita, descritta “storica” da alcuni osservatori, essendo la prima di un capo di Stato dal 2007, anno della presa (democratica) del potere di Hamas a Gaza, non sarebbe mai stata possibile senza l’approvazione di Egitto e Israele in particolare. Ovviamente, questo viaggio dell’emiro è stato accompagnato dalla generosa distribuzione di petrodollari, ma è chiaro che il suo obiettivo non è solo la filantropia. Come spiegare altrimenti che la generosità del Qatar ha avvantaggiato solo il governo islamico di Hamas, ma non l’intera popolazione palestinese? E perché l’emiro del Qatar non ha colto l’occasione per visitare la Cisgiordania dell’autorità palestinese?
In effetti, su questo punto, il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non ha apprezzato la visita. “I paesi arabi non dovrebbero perseguire la politica volta a creare un’entità separata nella Striscia di Gaza, che favorisce fondamentalmente i piani israeliani”, aveva dichiarato [18]. Infatti, il comportamento del Qatar verso la Palestina è in perfetta armonia con la volontà d’onnipresenza di questo emirato nella “primaverizzazione” del mondo arabo, un’azione che si basa sul sostegno incrollabile degli islamisti nel mondo arabo e in particolare dei Fratelli musulmani. Questa politica si è vista in Egitto, Tunisia, Libia, Siria e ora a Gaza. D’altra parte, il Qatar ha strette relazioni con Stati Uniti e molti paesi occidentali (relazioni che non ha mai cercato di nascondere, anzi tutto il contrario), è ragionevole pensare che questa visita abbia un significato politico che potrebbe anche servire interessi diversi da quelli della Palestina. In tale ottica, Jean-Pierre Béjot pone le seguenti domande: “Gli statunitensi, che danno l’idea di gestire il Qatar, hanno dato il via libera a questa visita? Questa visita era volta ad isolare la Siria e l’Iran che fino ad oggi erano i principali partner di Hamas?”[19].
Rashid Barnat va anche oltre: “A meno che il suo ‘gioco’ [del Qatar] non rientri nella strategia degli Stati Uniti: 1 – neutralizzare gli estremisti ‘da dentro’, sottraendoli da un probabile recupero iraniano sciita! Cosa che ha fatto  l’emiro del Qatar recandosi nella Striscia di Gaza di Hamas, che ha flirtato con il regime degli ayatollah e ha sostenuto Assad, un altro “amico” dell’Iran. E 2 – consentire una ripresa del dialogo tra palestinesi e israeliani, affinché Obama [...] attui il suo bel programma del discorso d’insediamento: eliminare un problema che affligge le relazioni internazionali da oltre 60 anni!“[20]. A questo proposito, alcune fonti hanno riferito di una discussione estremamente interessante tra Hamad bin Khalifa al-Thani e Ismail Haniyeh, durante la visita dell’emiro a Gaza. Secondo esse, l’incontro si è concluso con un disaccordo  evidente perché il Qatar ha posto specifiche condizioni: a) rompere l’alleanza con l’Iran, b) l’apertura di negoziati con l’entità sionista senza precondizioni, c) il riconoscimento di Israele, d) il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele e abbandono del recupero della sua orientale, ed e) l’annuncio della fine della resistenza armata e l’avvio di negoziati quali unica soluzione [21].
In definitiva, sembra che la presenza del Qatar a Cairo come importante mediatore nella questione palestinese, sia collegato ad un doppio piano. Il primo riguarda la “primaverizzazione” della causa palestinese, promuovendo il predominio di Hamas rispetto ad altri gruppi rivali e marginalizzando de facto a Gaza l’Autorità palestinese di Cisgiordania. L’obiettivo finale sarebbe la creazione di un unico governo islamico guidato da Hamas in tutti i territori palestinesi? Il secondo è legato all’abbandono dell’ala militare di Hamas e il suo allontanamento dall'”Iran sciita”, che forniva le armi. Alla luce di tutto ciò, tutto sembra suggerire che i retroscena di queste manovre siano la negoziazione di una “pace” con lo Stato ebraico d’Israele con la benedizione degli USA. E l’emiro del Qatar detiene una carta importante per il successo del progetto: Khaled Meshaal, il leader di Hamas, che apertamente si è allineato  con la politica del Qatar nel riconoscere la ribellione siriana, rompendo con Bashar al-Assad (che l’ha sostenuto e finanziato per anni) e lasciando Damasco, dove ha vissuto, trasferendosi al Four Seasons Hotel di Doha, “sotto la protezione dei suoi ospiti del Qatar” [22].
L’emiro del Qatar non possiede l’arte di sedurre coloro che alla fine diventano i suoi scagnozzi? Meno di una settimana dopo la fine dell’operazione “pilastro della difesa”, il desiderio di Hamas di allontanarsi dall’Iran veniva confermato da Moussa Abu Marzouk, vicecapo dell’ufficio politico di Hamas. Dalla sua nuova sede di Cairo, ha dichiarato che “l’Iran dovrebbe riconsiderare il suo sostegno al regime siriano”. [23] Questo desiderio di emancipazione dall’Iran è stato formulato, con cautela, da Ziad Nakhal, il vicesegretario generale della Jihad islamica palestinese. Pur riconoscendo che “senza il sostegno militare dell’Iran, la resistenza palestinese non avrebbe combattuto da molti anni“, aggiunge che “se gli arabi vogliono sostituire l’Iran, saranno i benvenuti e ringrazeremo Iran“. [24] Questo invito è volto particolarmente al Qatar. Infatti, come è possibile che il ricco emirato del Golfo, che arma i ribelli islamici in tutti i paesi arabi in cerca di una possibile “primavera” e ne sostiene la lotta contro i governi arabi, una volta amici, possa chiedere agli attivisti di Hamas d’abbandonare la lotta armata contro lo Stato di Israele, uno stato canaglia, xenofobo e assassino? Perché, al contrario, non armare i combattenti di una giusta e sacra causa come quella della Palestina, anche per acquistare un effetto dissuasivo che gli permetterebbe di negoziare da una posizione di forza, come fa apertamente in Siria? Bashar al-Assad sarebbe un nemico e Netanyahu un amico? La risposta dell’emiro del Qatar è inequivocabile: durante la conferenza stampa tenutasi il 19 novembre 2012 (quando Israele bombardava Gaza), in occasione della visita a Doha di Mario Monti, primo ministro italiano, ha affermato che “il sostegno del Qatar a Gaza si limita agli aiuti umanitari e alla ricostruzione, ma esclude le armi” [25].

Le armi di Hamas e l’industria sudanese
La notte dopo la visita dell’emiro del Qatar a Gaza (23-24 Ottobre 2012), l’aviazione israeliana bombardava il complesso militare Yarmouk, in Sudan, a sud di Khartoum. L’attacco era durato solo pochi minuti, ma le esplosioni che seguirono durarono diverse ore, indicando che lo stock di munizioni che conteneva era considerevole. Foto satellitari scattate prima e dopo l’attacco israeliano mostrano la distruzione totale del sito [26]. Il ministro dell’informazione sudanese, Ahmed Bilal Osman, ha detto che quattro aerei erano  coinvolti nell’attacco e che prove fisiche (armi che non sono esplose) accusano direttamente Israele [27]. Anche se ha assicurato che il complesso produceva solo “armi convenzionali”, molti rapporti dicono che serviva da magazzino per i missili iraniani Shehab, ed era molto probabile che esperti iraniani fornissero l’assistenza tecnica per la fabbricazione di altri tipi di armi. Israele non ha mai riconosciuto l’attacco, ma i funzionari israeliani hanno accusato il Sudan di essere un punto di transito per l’invio di armi iraniane destinate ai combattenti di Hamas. [28] I missili iraniani, come il “Fajr-5″ che ha raggiunto Gerusalemme durante l’ultimo conflitto israelo-gazawi, vennero certamente inviati dall’Iran a Gaza attraverso il Sudan inizialmente, e successivamente introdotti nell’enclave palestinese attraverso i tunnel del Sinai. [29]
Così è facile capire l’interesse d’Israele nel coinvolgere l’Egitto nella chiusura dei passaggi illegali. Ma ciò che attira maggiormente l’attenzione in questo caso, è il fatto che gli aerei israeliani hanno volato in questa missione, per circa 3600 km (andata e ritorno), senza essere individuati dal Sudan o da paesi “amici” come il vicino Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. In un articolo dettagliato sull’attacco al complesso sudanese pubblicato dal Sunday Times, Uzi Mahmaini e Flora Bagenal spiegano che gli aerei israeliani avevano volato lungo il Mar Rosso, bypassando il sistema di difesa aerea dell’Egitto [30]. Alcuni giornalisti egiziani hanno persino messo in dubbio che gli aerei abbiano attraversato lo spazio aereo del loro paese.
Nella sua rubrica intitolata “Morsi ha paura d’Israele“, Mohamed Dassouki Rashdi ha scritto: “Non metto in dubbio le capacità egiziana e non lo faccio, ma semplicemente affermo il diritto del popolo di sapere se il suo territorio o spazio aereo sono stati utilizzati per un attacco a un paese vicino, o no.” Aggiungendo: “Com’è possibile che Israele sia riuscito ad attuare la distruzione del complesso sudanese con tale precisione e silenzio, senza che l’Egitto se ne accorgesse o che vi fosse alcuna reazione delle autorità egiziane? Come è possibile che gli aerei potessero volare per quattro ore, per distruggere una parte di un paese fratello, senza che il sonno degli ufficiali egiziani venisse disturbato?“[31].  E’ la Presidenza della Repubblica che si è assunta la responsabilità di rispondere (rivelando la gravità del sospetto), negando l’uso dello spazio aereo egiziano agli aerei israeliani, ma senza smentire le informazioni relative al sorvolo suggerite dal Sunday Times. [32]
Se l’ipotesi avanzata dal quotidiano britannico è vera, è legittimo porsi dei seri interrogativi sulle capacità della difesa aerea egiziana, a meno che la terra dei faraoni sia stata volontariamente cieca di fronte al bombardamento del Sudan, per garantirsi che le armi accumulate in Sudan venissero distrutte e i nuovi missili iraniani non passassero i tunnel del Sinai. Un’altra ipotesi riguardante la rotta seguita dagli aerei israeliani è stata avanzata da Ali Akbar Salehi, il ministro degli esteri iraniano. Secondo le sue informazioni, la squadriglia ha sorvolato la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Eritrea prima di bombardare il bersaglio sudanese, il che spiegherebbe il fatto che i testimoni sudanesi abbiano notato che gli aerei nemici provenissero da est [33]. Qualunque sia l’ipotesi, vi sono seri dubbi sul coinvolgimento di diversi paesi arabi nell’aggressione del Sudan, un paese “fratello” che è, inoltre, membro della Lega Araba. A meno che Israele abbia utilizzato direttamente le sue basi nell’arcipelago delle Dahlak eritree [34], ma questa possibilità non è stata avanzata da nessun osservatore.

La Turchia e il neo-ottomanesimo
La politica estera del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è più opportunismo che realpolitik. Originatasi dalla dottrina di “problemi zero” con i vicini, questa politica si è gradualmente evoluta dalla non ingerenza all’interferenza attiva mentre la “primavera” araba continuava a dilagare, da Cairo a Damasco. Così, anche se inizialmente dichiarava “che non ho intenzione di interferire negli affari interni dei paesi arabi” [35] Erdogan s’impegnava a favore del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dei ribelli in Libia, dimenticando che solo pochi mesi prima aveva ricevuto, a Tripoli, il Premio Gheddafi 2010 per i diritti umani dal colonnello Gheddafi. [36] Ma la campana a morto della politica dei “zero problemi”, che dopo tutto era effimera, suonò quando è scoppiato il conflitto siriano.
Sotto la guida degli Stati Uniti, Erdogan ha tradito il presidente siriano, lo stesso che un tempo considerava un “amico”, dando alla Turchia un ruolo di primo piano nella sanguinosa guerra civile. Questa posizione aggressiva nei confronti di un paese con il quale la Turchia ha firmato accordi di libero scambio nel 2004, e abolito i visti nel 2009 (l’ultima volta Erdogan l’ha visitata il 17 gennaio 2011, su invito del suo “amico” Bashar Assad), non ha nulla a che fare con i principi morali dettati dall’introduzione di una qualsiasi democrazia in Siria. Il precedente libico è illuminante a tale proposito. La Turchia vuole piuttosto cavalcare l’onda dilagante dei governi islamici che hanno preso il potere nei paesi arabi “primaverizzati”, e vuole fare dell’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi o Partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdogan, un modello. Il neo-ottomanismo avanzato da Erdogan e Davutoglu viene definito come la volontà di reinventare, a livello diplomatico ed economico turchi, la sfera d’influenza ottomana. [37] Pertanto, l’attuazione di questa politica di conquista sfrutta l’ascesa al potere del sunnismo politico in molte repubbliche arabe, presentando la Turchia quale modello del successo economico ottenuto da un governo islamico. Insieme a ciò la Turchia ha costruito un notevole capitale di simpatia, presso il mondo arabo, optando per un profilo filo-palestinese e molto populista. Lo scontro suscitato da Erdogan a Davos, il 29 gennaio 2009, è un esempio molto esplicito [38] e la sua presenza alla riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia del 17 novembre 2012 a Cairo, rientra certamente in tale ambito. Ma va sottolineato che la Turchia, sebbene filo-palestinese, non s’impedisce in ogni caso di non essere anti-israeliana. E anche se le relazioni politiche tra la Turchia e Israele si sono raffreddate in modo significativo dall'”Operazione Piombo Fuso” e dal caso della Freedom Flotilla, nel campo militare o economico tutto continua secondo il “business as usual”. Ecco alcuni esempi.
Quasi un anno dopo l’incidente di Davos, Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, venne ricevuto ad Ankara con tutta la sua delegazione. Al termine della visita, il ministro della difesa turco dichiarò che: “Fino a quando avremo gli stessi interessi, lavoreremo insieme per risolvere i problemi comuni. Inoltre, siamo alleati, siamo alleati strategici, come i nostri interessi ci obbligano ad essere.” Da parte loro, i funzionari israeliani hanno commentato la visita affermando che “nonostante le tensioni diplomatiche [...], la loro impressione era che la visita sia stata un successo, e che i turchi sono interessati a mantenere buoni rapporti” [39]. Nel giugno 2011, il quotidiano israeliano Haaretz riportava di “colloqui diretti segreti Israele e Turchia per ridurre la frattura diplomatica.” Veniamo a sapere che “i funzionari turchi e israeliani hanno avuto colloqui diretti segreti per cercare di risolvere la crisi diplomatica tra i due paesi” e che “i negoziati hanno il sostegno statunitense” [40]. In un articolo significativamente intitolato “riparazioni d’Israele e consegna di quattro droni alla Turchia come possibile segno di riapertura delle relazioni“, pubblicato il 19 maggio 2012 dal “Times of Israel”, si leggeva che Erdogan avrebbe detto che “chi qui potesse avere problemi con persone e risentimenti, può astenersi dal meeting. Tutto questo è possibile, ma quando si tratta di accordi internazionali, vi è un’etica del commercio internazionale“. [41] Quindi, è chiaro che il neo-ottomanesimo della Turchia di Erdogan e Davutoglu non danneggia le relazioni turco-israeliane, anche se le apparenze mostrano un discorso rivendicativo contro lo stato ebraico, discorso destinato ai popoli arabi, per i quali la causa palestinese è un argomento molto delicato.

Obama e i suoi piccoli piaceri asiatici
L’aggressione israeliana contro Gaza è coincisa con un breve ma piacevole tour in Asia del presidente Obama. E tra alcuni sguardi e posture d’intesa dell’attraente premier thailandese Yingluck Shinawatra, e alcuni baci “rubati” con Aung San Suu Kyi dell’opposizione birmana [42], il presidente degli Stati Uniti ha apprezzato il suo soggiorno mentre le bombe israeliane distruggevano Gaza e gli abitanti di Gaza. Dobbiamo affrontare il fatto che i Nobel per la Pace non valgono molto di questi tempi. Come spiegare altrimenti la mancanza di compassione dei due vincitori di questo prestigioso premio, in questo caso Obama (2009) e Aung San Suu Kyi (1991), per le vittime di Gaza; nessun appello per la pace è stato lanciato di concerto da questa coppia di premi Nobel in cima ai gradini della residenza di Rangoon dell’ex dissidente birmana? Al contrario, Obama ha costantemente riaffermato “il diritto d’Israele a difendersi”, vale a dire bombardare con armi pesanti un popolo sotto assedio.
Devo ammettere che il sostegno incondizionato del presidente degli Stati Uniti allo stato ebraico è in completa contraddizione con il suo famoso discorso di Cairo, dove ha affermato che “per più di sessant’anni, [il popolo palestinese] ha sopportato il dolore dell’esilio. Molti attendono nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, una vita di pace e sicurezza che non hanno mai avuto il diritto di godersi. Sopportano umiliazioni quotidiane […], la situazione del popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, all’opportunità e a uno Stato proprio.” A proposito del famoso “diritto all’auto-difesa” di Israele, la giornalista israeliana Amira Hass la chiama la “grande vittoria della propaganda”, aggiungendo che “sostenendo l’offensiva israeliana su Gaza, i leader occidentali hanno dato carta bianca agli israeliani per fare quello che sanno fare meglio: sguazzare nel loro status di vittima e ignorare le sofferenze dei palestinesi”. [43]
Una settimana dopo il conflitto, Hillary Clinton si recava in Israele e in Egitto per discutere con i protagonisti. Il cessate il fuoco tra Hamas e Israele era stato proclamato il giorno del suo arrivo a Cairo e credito venne concesso al presidente Morsi. Strana consacrazione del presidente egiziano che aveva invano annunciato la fine delle ostilità, quel giorno, sebbene non fosse nemmeno stato in grado di fermare i bombardamenti di Gaza (anche se solo temporaneamente, e nonostante le promesse di Israele), mentre il suo primo ministro Hisham Kandil era in visita nell’enclave palestinese. [44] Il giorno dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il New York Times pubblicava un articolo sui motivi reali dell’operazione “Pilastro della difesa.” Gli autori, David E. Sanger e Thom Shanker, spiegavano che “Il conflitto di Gaza è un test d’Israele rivolto contro l’Iran.” In effetti, secondo alcuni funzionari statunitensi e israeliani, l’operazione militare di una settimana è stata l’esercitazione per un possibile confronto futuro con l’Iran. [45] Queste esercitazioni servivano ad analizzare l’efficacia dei nuovi missili di fabbricazione iraniana in grado di raggiungere Gerusalemme, e testare l’affidabilità del sistema di difesa antimissile “Iron Dome“, messo a punto da Israele. Elemento molto interessante, l’articolo riporta anche che il bombardamento israeliano del complesso Yarmouk in Sudan, fosse solo la prima parte di un più generale indebolimento dell’Iran, proseguito con il conflitto di Gaza.
E’ chiaro che per Israele, i due attacchi hanno simili obiettivi strategici: i) la distruzione delle scorte di armi dei nemici, ii) l’addestramento delle truppe israeliane a un possibile conflitto armato diretto contro l’Iran. In effetti, la precisione e l’abilità con cui è stata condotta l’operazione contro il sito del Sudan (distanza, rifornimento di carburante, disturbo delle comunicazioni nemiche, attacchi chirurgici) dimostrano che lo Stato ebraico ha i mezzi tecnici per un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, che si trovano a distanze minori o uguali a quelle tra Israele e Yarmouk. D’altra parte, la distruzione delle armi destinate o utilizzate (rispettivamente in Sudan e Gaza), dalla resistenza palestinese, riduceva al minimo il rischio di aprire ulteriori fronti di lotta, se la decisione di attaccare l’Iran dovesse essere presa. Se a ciò si aggiunge la partecipazione attiva dell’Egitto alla chiusura dei tunnel in Sinai e il coinvolgimento del Qatar nel convincere Hamas ad accettare un cambiamento del paradigma rivoluzionario, le condizioni di un attacco israeliano contro obiettivi iraniani diventano più favorevoli per Israele e, naturalmente, per gli Stati Uniti, il loro fedele alleato in questa “crociata”. Infatti, commentando l’articolo di David E. Sanger e Thom Shanker, Lucio Manisco ha scritto che “l’inchiesta del New York Times illumina la stretta collaborazione tra Washington e Gerusalemme nei preparativi per l’offensiva contro Gaza, e di quelli di più ampia portata previsti nei prossimi mesi contro l’Iran“. [46] C’è, invece, la forte evidenza della collaborazione tra i due paesi nell’attacco al complesso di Yarmouk. Così, il quotidiano arabo al-Hayat ha citato ufficiali sudanesi dire che gli Stati Uniti sapevano dell’attacco, avendo subito chiuso la loro ambasciata a Khartoum, per paura delle rappresaglie. [47]
Se si considera tutto questo, è facile la disinvoltura e la flemma del presidente Obama durante  il suo viaggio in Asia: ha aspettato pazientemente che la prevista esercitazione delle forze israelo-statunitense terminasse, per mandare la sua segretaria di Stato a chiedere un cessate il fuoco tra i belligeranti. Capiamo perché Israele, contrariamente al solito, non ha reagito all’attacco del 21 novembre 2012 a un autobus di Tel Aviv, né posticipato la data della fine delle ostilità.

Sunniti e sciiti: uno scisma politico
La riconfigurazione geopolitica del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) a seguito della “primavera” araba, ha causato uno scisma politico sunnita-sciita. Questo scisma, che è diventato basilare nel conflitto siriano a causa della diversità dei culti in questo paese, ha un impatto diretto sulla causa palestinese. Due assi sono emersi nella regione: l’asse sunnita rappresentato, tra gli altri, da Egitto, Qatar e Turchia, e l’asse sciita formato da Iran, Siria e Hezbollah. Il primo asse ha ottimi rapporti con i paesi occidentali, mentre il secondo gruppo è attualmente l'”asse del male” per quei paesi. E’ chiaro che la riunione del 17 novembre a Cairo, costituito esclusivamente da paesi sunniti, e la presenza di Khaled Meshaal, fosse ovviamente destinato ad allontanare Hamas dagli sciiti (Iran in particolare), che la rifornivano di armi. E’ chiaro che statunitensi ed  europei giocano su questa divisione per isolare meglio e quindi indebolire l’asse sciita.
Lo scisma politico ha il suo contraltare religioso, meno insidioso ma altrettanto virulento. Così, la star televisiva di al-Jazeera, il telepredicatore del Qatar, lo sceicco al-Qaradawi, ha attaccato gli iraniani per il loro ruolo in Siria, dicendo che “hanno fallito nella loro missione e ora uccidono musulmani [cioè siriani sunniti] che non sono della loro stessa setta religiosa.” Ha poi chiamato tutti i pellegrini musulmani ad implorare Dio per punire l’Iran. [48] Si è ancora lontani dal momento in cui lo sceicco fustigava Israele, pregando Dio di dargli la possibilità, al tramonto della sua vita, “di sparare ai nemici di Allah, gli ebrei“. [49] La “primavera” araba è passata anche di lì, la sua alleanza con l’emiro del Qatar non gli permette di emettere condanne a morte che contro arabi o musulmani, in un allineamento esemplare tra politica e religione. È probabilmente per questa ragione, che non abbiamo quasi sentito alcuna condanna della selvaggia aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza.
In conclusione, possiamo dire che la causa palestinese è senza dubbio influenzata dalla “primavera” araba. Il blocco sunnita rappresentato da Egitto, Qatar e Turchia (tutti e tre i paesi hanno ottimi rapporti con gli Stati Uniti), si prefigge di espellere Hamas dalla zona di influenza sciita iraniana, che la riforniva delle armi necessarie alla sua resistenza contro l’occupazione israeliana. La rottura di Khaled Meshaal con Bashar al-Assad, la sua alleanza con l’emiro del Qatar e il trasferimento della sede principale di Hamas da Damasco a Cairo, sono tutti segni che non ingannano. L’unica incognita in questo caso è la posizione della resistenza palestinese che opera a Gaza e che ha bisogno vitale delle armi per affermare la sua legittimità in conformità con l’ideologia del movimento. A meno che il Qatar non riesca a convincerli a rinunciare alle loro armi e ad optare per una via più pacifica, che potrebbe condurre a liberarsi della loro “organizzazione terroristica”, etichetta attribuitagli da molti paesi occidentali, e ad aderire al tavolo dei negoziati. Tuttavia, considerando gli scarsi risultati ottenuti dall’Autorità palestinese nell’adottare un tale approccio, ci si può aspettare che Hamas non avrà maggior  successo.
È sempre più chiara la dichiarazione di Leila Shahid, delegata generale dell’Autorità palestinese presso l’Unione europea: “La nostra strategia non violenta contro Israele è un fallimento [...] abbiamo fermato la lotta armata [...] e Israele ci ha dato uno schiaffo“. [50] Inoltre, e contrariamente alle apparenze i) il governo islamista di Morsi sembra mantenere rapporti privilegiati con lo Stato ebraico (corrispondenza affettuosa, la distruzione dei tunnel del Sinai, nessuna reazione all’attacco al complesso sudanese), ii) la politica neo-ottomanista della Turchia non danneggia le relazioni turco-israeliane che restano strategiche iii) le relazioni USA-Israele sono in buona forma e sulle questioni palestinese e iraniana, la collaborazione è esemplare. Mentre la Lega Araba, che un tempo aveva la questione palestinese al centro delle sue preoccupazioni, ora è completamente sottomessa agli interessi USA. Ciò che spinge alcuni a dire che questa istituzione non può davvero adottare che azioni che danneggino il mondo arabo! Infine, è interessante vedere l’oscillazione del pendolo che si svolge in Palestina: a Gaza, viene fatto di  tutto per rendere Hamas frequentabile per Israele e gli Stati Uniti, nella West Bank, l’Autorità palestinese provoca le ire di Tel Aviv e Washington, e nonostante le pressioni e le intimidazioni, ottiene lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Il che ci porta alla domanda esistenziale: prima di discutere del ruolo di paesi terzi, può esserci una soluzione al problema della Palestina senza una riunificazione politica dei due territori palestinesi?

Ahmed Bensaada, Montréal 6 dicembre 2012

Riferimenti
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2- Jonathan-Simon Sellem, “Égypte: “la lettre amicale de Morsi à Peres est une fausse””, JSSNews, 1 agosto 2012
3- al-Masry al-Youm, “Morsy’s letter to Peres not friendly, just protocol, say diplomats”, Egypt Independent, 18 ottobre 2012
4- L’Orient le jour, “Peres salue les “efforts” de Morsi pour une trêve”, 19 novembre 2012
5- E’ un programma televisivo egiziano intitolato “al-Hokm baad al-Moudawala”. È possibile vederne degli estratti delle puntate che hanno ottenuto un grande successo qui
6- Salma Abdelaziz, “Egyptian prank show exposes anti-Israeli sentiment”, CNN, 11 agosto 2012
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8- AFP, “Égypte: selon les Frères musulmans, l’attaque du Sinaï peut être attribuée au Mossad”, Radio-Canada, 6 agosto 2012
9- Una eccellente carta interattiva del Sinai può essere consultata sul sito della FMO (Forza Multinazionale degli Osservatori in Sinai)
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11- Majdi Abou Eleil e Ahmed Tahar, “Le Hamas transfèrera au Caire son principal siège”, al-Watan News, 12 settembre 2012
12- Ramzy Baroud, “Hamas and the Brotherhood: Reanimating History”, Palestine Chronicle, 2 gennaio 2012
13- AFP, “La nouvelle Coalition syrienne basée en Égypte”, 24 Heures, 19 novembre 2012
14- Dedefensa.org, “Les dessous coquins de l’accord de Doha”, 14 novembre 2011
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16- Ria Novosti, “Égypte: aucune révision des accords de Camp David (officiel), 26 settembre 2012
17- Chimaa al-Karanchaoui, “Le tribunal administratif se déclare non compétent dans l’annulation ou la modification de “Camp David”, al-Masry al-Youm, 30 novembre 2012,
18- AFP, “Visite “historique” de l’émir du Qatar à Gaza”, Le Monde.fr, le 23 ottobre 2012
19- Jean-Pierre Bejot, “Qatar est-il le nouveau nom de “l’impérialisme”, de “la mondialisation”, de ”l’Internationale islamique”…? (3/4)”, La Dépêche diplomatique, 31 ottobre 2012
20- Rachid Barnat, “À quoi joue l’émir du Qatar?”, Kapitalis, 8 novembre 2012
21- al-Manar, “Hamad bin Khalifa à Haniyeh: rompez votre alliance avec l’Iran et…”, 17 novembre 2012
22- Georges Malbrunot, “L’émir du Qatar affiche son parti pris pro-Hamas à Gaza”, Le Figaro.fr, 23 ottobre 2012
23- AFP, “Hamas: L’Iran devrait reconsidérer sa position à l’égard du régime syrien”, al-Masry al-Youm, 26 novembre 2012,
24- Dichiarazione di Ziad Nakhal a Nile News, 27 novembre 2012.
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28- AFP, “Le Soudan nie tout rôle de l’Iran dans son usine d’armes de Yarmouk”, Courrier International, 29 ottobre 2012
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31- Mohamed Dassouki Rachdi, “Morsi at-il peur d’Israël?”, al-Youm al-Sabaa, 31 ottobre 2012
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33- Gérard Fredj, “Bombardement israélien au Soudan – Des pays arabes auraient ouvert leur espace aérien aux avions israéliens”, Israël Infos, 6 novembre 2012
34- Muhammed Salahuddin, “Israel’s second largest base is on Eritrea’s Dahlak Islands”, Arab News, 31 agosto 2006,
35- Jean Marcoux, “L’expérience turque de transition politique, un modèle pour l’Égypte post-Moubarak?”, LeJMed.fr, 12 febbraio 2012
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40- Barak Ravid, “Israel and Turkey holding secret direct talks to mend diplomatic rift”, Haaretz, 21 giugno 2012
41- Yifa Yaakov, “Israel fixes, returns four aerial drones to Turkey in possible sign of warming ties”, The Times of Israel, 19 maggio 2012
42- AP e Daily Mail Reporter, “The charmer-in-chief: Obama gets flirty as he schmoozes with Thai prime minister on first stop of historic Asia visit”, Daily Mail, 18-19 novembre 2012
43- Amira Hass, “Israel’s ‘right to self-defense’ – a tremendous propaganda victory”, Haaretz, 19 novembre 2012
44- AFP, “Israël viole la trêve et bombarde Gaza lors de la visite de Kandil”, al-Youm al-Sabaa, 16 novembre 2012
45- David E. Sanger e Thom Shanker, “For Israel, Gaza Conflict Is Test for an Iran Confrontation”, The New York Times, 22 novembre 2012
46- Lucio Manisco, “Bombardements aéronavals sur Gaza pour essayer les nouvelles armes israéliennes en vue de l’imminente guerre contre l’Iran”, Global Research, 24 novembre
47- Jonathan Schanzer, “Israël et les États-Unis viennent-ils juste de coopérer pour un Galop d’essai, en vue d’une Intervention en Iran?”, Israël Magazine, 2 novembre 2012
48- al-Quds al-Arabi, “al-Qardaoui: l’Iran, la Russie et la Chine sont les ennemis de la Nation et les pèlerins doivent implorer Dieu pour les punir”, 13 ottobre 2012
49- Youtube, “al-Qaradawi praising Hitler’s antisemitism”, Video inserito il 10 febbraio 2009
50- Leïla Shahid, “Notre stratégie non-violente face à Israël est un échec”, RTBF, 18 novembre 2012

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Mondialisation
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, Stati Uniti d’America, la guerra e l’umore furioso di Erdogan

Dedefensa 25 ottobre 2012

Non c’è carenza di ipotesi, calcoli, descrizioni anche sulla “marcia verso la guerra“, in particolare della Turchia (contro) la Siria. Questo è un tema ricorrente e ridondante da diversi mesi, intervallato da episodi di scontri di frontiera, sequestro di velivoli in volo, provocazioni, false flag varie, ecc. Inoltre, la guerra non scoppia. Ciò spinge a classificare il progetto, in attesa di ipotetici estensioni, sotto la voce “trattenetemi o faccio qualcosa” che sembra caratterizzare l’insistenza aggressiva e bellicosa la patologia psicologica della nebulosa formata dal blocco BAO o intorno al blocco BAO, di cui uno dei più zelanti araldi è il ministro francese Fabius. (In questa sezione, abbiamo posto come archetipo l’attacco a sorpresa contro l’Iran annunciato con gran chiasso come imminente e devastante, dal febbraio 2005, quando un GW Bush appena rieletto disse a Bruxelles, il 21 febbraio 2005, che “tutte le opzioni sono sul tavolo“, anche e soprattutto l’attacco, perché Israele e gli Stati Uniti si fondono fraternamente. Ci è stato detto oggi, da Fabius in modo categorico e finalmente definitivo, che è previsto, praticamente assicurato, per il 2013. L’epoca attuale è quella del cambiamento esponenziale e brutale delle situazioni.)
Due estratti dai giornali turchi ci forniscono alcune indicazioni sulla situazione, almeno psicologica, molto prossima alla guerra contro la Siria. Altri vi aggiungono alcune informazioni aggiuntive, che vanno in altre direzioni. Ne consegue che l’osservazione di una situazione di grande disordine non ci rende soddisfatti di alcuna ipotesi politica, geopolitica e militare dalla connotazione escatologica, e ci rivolgiamo ancora una volta all’ipotesi della depressione maniacale dei nostri leader politici. Perché dobbiamo riconoscere che l’ipotesi della depressione maniacale continua più che mai a conservare il nostro favore, quando un evento mediatico (una dichiarazione, un’ipotesi suggerita, un roboante anatema, ecc.), sembra costituire di per sé un adeguato atto politico, geopolitico e militare dalla sola connotazione escatologica decisiva. Non negheremo che non vi sia certamente dell’escatologia nell’aria, ma il contrario, dal momento che si tratta di una tesi a cui attribuiamo la massima attenzione, e una consistenza significativa. Semplicemente e con decisione, l’escatologia non sembra essere affatto legata ai sapiens coinvolti, che sembrano piuttosto dei pietosi giocattoli. Tutto questo è deciso, vale a dire gli eventi sono ordinati da forze superiori e sostenuti dai sapiens coinvolti (i nostri leader politici), senza che ne capiscano nulla, immaginandosi di agire in modo decisivo (escatologico), per il semplice fatto di avere la parola facile e di farsi guidare dallo stato d’animo…
• L’umore, soprattutto quello di Erdogan. Da quanto emerge da questo articolo di Mehmet Ali Birand, corrispondente del grande quotidiano turco Hurriyet presso le Nazioni Unite, del 23 ottobre 2012, scrive che sembrano esserci due mondi diversi, quello della Turchia, dove si parla febbrilmente di guerra imminente tutti i giorni, e le Nazioni Unite dove l’idea di una guerra con la Siria sembra provenire proprio da un altro pianeta. Il giornalista turco raccoglie spunti interessanti anche da un diplomatico degli Stati Uniti che si lamenta degli stati d’animo e delle esplosioni del primo ministro Erdogan, il cui comportamento descrive come quello di un uomo psicologicamente instabile, a volte facendo temere a Washington di essere trascinata in una guerra che nessuno, proprio nessuno, vuole… “Analizzando quello che è successo tra noi e la Siria, e dopo il controllo dei nostri media, vieni qui e resti stupito da ciò che si sente e si legge. E’ come se vivessimo su un altro pianeta e le persone qui vivono in un pianeta completamente diverso. Secondo quanto riportato nel nostro pianeta, la Turchia è un fantoccio degli Stati Uniti e agisce secondo gli ordini provenienti da Washington. Possiamo aspettarci che uno scontro armato scoppia lungo il confine, in qualsiasi momento. Quando si guarda la situazione da qui, nessuno cita un intervento armato come soluzione della questione siriana. Risolvere il problema con le armi, più precisamente l’idea del rovesciamento di Bashar al-Assad attraverso un intervento esterno, è una questione chiusa da molto tempo. Sotto lo stretto controllo di Washington, ad Ankara vi è la preoccupazione di non parlare troppo apertamente: “Il primo ministro, di volta in volta, diventa così arrabbiato e così eccitato che anche noi, qui, abbiamo paura di un intervento militare della Turchia”, ha detto un diplomatico statunitense. “In realtà sappiamo bene che la Turchia non vuole un intervento armato. Ci hanno detto questo molto chiaramente. Tuttavia, d’altra parte, ci fanno nuovamente pressione affinché al-Assad se ne vada al più presto possibile. Capiamo anche che un intervento militare sarebbe disastroso non solo per voi, ma per tutta la regione. Il nostro timore è che una manovra di al-Assad riceva una reazione da [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan, facendoci ritrovare tutti insieme in una guerra.” Ciò che il diplomatico diceva era molto chiaro. Dimenticatevi che Ankara segua gli ordini di Washington: Washington sta apertamente cercando di calmare Ankara ed ha paura di entrare in guerra a causa di un incidente. La ragione di ciò è evidente: Washington non ha, minimamente, alcuna intenzione di intervenire in Siria. Quando si ascolta l’opinione pubblica statunitense, se ne capisce subito il motivo…”
L’articolo prosegue con una tirata abbastanza standard della frase “L’opinione pubblica statunitense è stanca degli interventi internazionali“… Conosciamo la musica e sappiamo proprio che quella sensazione può essere ulteriormente migliorata dal coro di esperti e di coloro che pretendono di definire la politica degli Stati Uniti, e che quando lo fanno, infine, fanno ciò che il Cielo l’induce a fare. (“Il Cielo”?! Diciamo piuttosto quelle “forze impersonali” individuate dal saggio ed esperto geopolitico George Friedman: vedasi 15 ottobre 2012.)
• Un altro interessante articolo sulla stampa turca, di Soli Ozel, del quotidiano Haberturk del 22 ottobre 2012, proviene da un diverso orizzonte (da una conferenza stampa dell’ambasciatore statunitense ad Ankara); le osservazioni che vi si leggono sembrano fatte per rafforzare l’idea che gli amici americanisti siano un po’ stanchi di sentire Erdogan vituperare gli “amici” americanisti e i loro alleati del BAO, perché lasciano sola la Turchia nel fare il lavoro sporco contro la Siria e, in particolare, gli Stati Uniti non fanno assolutamente nulla per aiutare la Turchia su questa spaventosa faccenda. Non abbiamo un particolare affetto per i diplomatici degli Stati Uniti di stanza all’estero, con tutti i loro imbrogli, ma dobbiamo riconoscere che l’argomento di Ricciardone, basato sulla rivelazione di una proposta degli Stati Uniti che nessuno ha smentito, ha un certo peso e anche l’accento di una verità rivelatrice, e si può immaginare quanto gli amici americanisti debbano essere sopraffatti dallo stato d’animo turco, pubblicando questo pezzo. (“Che altro vi aspettate da noi? Offriamo la massima collaborazione con i migliori mezzi tecnici a nostra disposizione. Inoltre, il nostro obiettivo è il comandante supremo del PKK, ma voi non volete.”)
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia Francis Ricciardone, ha sganciato una bomba nel suo incontro con i giornalisti ad Ankara, la scorsa settimana. Ha detto che gli Stati Uniti hanno proposto un’operazione congiunta con la Turchia contro i leader del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), nella catena montuosa di Kandil, sulla falsariga della caccia e uccisione di Usama bin Ladin da parte degli Stati Uniti. Secondo il primo ministro Recip Tayyip Erdogan, la Turchia ha rifiutato l’offerta a causa delle differenze delle condizioni topografiche. Ovviamente, Ricciardone ha inteso la rivelazione come una risposta decisa ai dubbi dell’opinione pubblica turca. Ricordiamo come il Capo di Stato Maggiore, Generale Necdet Ozel, abbia lamentato di non avere intelligence sufficiente e tempestiva dagli Stati Uniti. L’opinione pubblica ha visto l’osservazione del Gen. Ozel come la riaffermazione della sua apprensione per gli Stati Uniti. L’ambasciatore degli Stati Uniti, in un certo senso, ha cercato di cancellare la diffidenza turca verso il suo paese, dicendo: “Che altro vi aspettate che facciamo? Abbiamo proposto la cooperazione ai più alti livelli con i nostri migliori mezzi tecnici. Inoltre, il nostro obiettivo era il comando superiore del PKK, ma voi non lo volete”. Ricciardone ha anche colto l’occasione per rinfrescare l’idea su come Washington vede la politica della Turchia in Siria. Il messaggio era che, sebbene gli Stati Uniti siano in stretta collaborazione con la Turchia sulla crisi siriana, si preoccupano di qualsiasi sviluppo che potrebbe elevare la crisi a una guerra. Gli Stati Uniti ritengono inoltre che la prosecuzione della crisi siriana stia mettendo in pericolo la stabilità della regione, in particolare in Giordania, Iraq e Libano. Washington non favorisce una prolungata crisi come alcuni sostengono, ma vuole che gli scontri finiscano al più presto possibile.”
Secondo queste osservazioni, tutti ci dicono che sembrano averne abbastanza delle voci di una guerra contro la Siria, e persino dei rumori di una guerra in Siria a breve; le spedizioni di armi cominciano a sembrare scarseggianti; ci dicono che dei piani di pace potrebbero essere tracciati (ennesimo tentativo, ma questa volta buona), come il tentativo di cessate il fuoco temporaneo lanciato per una festa religiosa musulmana e che probabilmente, naturalmente, molto difficilmente supererà la prova del caos installatosi in Siria… Tutto ciò non influisce sugli eventi in Siria, essendo soprattutto prigioniero del caos prevalente nel paese. Tutto ciò non fa altro che dimostrare la stanchezza psicologica crescente tra loro, perfino tra i mandanti del blocco BAO (tranne Fabius, accordiamolo), davanti alla cosa che hanno creato, e che dura e dura…
• Inoltre, non si dimentichi l’iniziativa di Erdogan, una tappa importante verso la “regionalizzazione” del tentativo di risolvere il conflitto, senza guerra e senza gli Stati Uniti, ma con la Russia e l’Iran. Si tratta, dice l’editorialista Semih Idiz, sul Milliyet del 22 ottobre 2012, di una “nuova visione” (di Erdogan)… Mentre leggete queste poche osservazioni, sembra che questo caso evolva parallelamente agli altri casi di cui alimenta spudoratamente le contraddizioni, poggiando ancora sui ricorrenti problemi psicologici (l'”allergia” della Turchia di cui Idiz parla è, ovviamente, psicologica).
“…In breve, Mosca bloccando le mosse delle Nazioni Unite e l’atteggiamento dell’Iran che ha colpito le aspettative della Turchia nella regione, hanno spinto in un angolo Ankara che é costretta a modificare la propria politica inflessibile sulla Siria. Il “sistema di negoziazione tripla” di cui Erdogan ha parlato dopo il suo incontro con Ahmadinejad, è un segnale importante. Il “sistema di negoziazione triplo” riunirà la Turchia, l’Egitto e l’Iran; la Turchia, la Russia e l’Iran, e la Turchia, l’Egitto e l’Arabia Saudita per lavorare separatamente verso una soluzione in Siria. Come si può vedere dalla dichiarazione di Erdogan, l’iniziativa mira a superare l’ostacolo della mancanza della volontà saudita di sedersi nello stesso tavolo con l’Iran. La Turchia sembra essersi curata dell’allergia dal discutere della Siria con la Russia e l’Iran.”
• … e Ankara, inoltre, parallelamente veniamo a sapere che Israele, conquistato da ciò che considera come una svolta pro-BAO di Erdogan, sia probabilmente convinto che la Turchia sia ridiventata un “fantoccio” di Washington, avendo così l’opportunità di far prendere la mano alla Turchia, e proponendo perfino di seppellire, se non l’ascia di guerra, almeno il contenzioso che offusca le relazioni tra i due paesi dal 2009. Sembrava logico: i burattini delle mie marionette sono i miei burattini, dicono gli astuti strateghi israeliani… Come no! I pupazzi non sono più quelli di una volta, un Erdogan ancora una volta furioso ha detto a Israele che Israele non ha capito la situazione. Nessuna speranza di parlare, anche della Siria, poiché Israele non è venuto a Canossa umilmente, chiedendo di farsi perdonare per le azioni contro le “terribili flottiglie della pace” di fine primavera del 2010, che hanno spinto Erdogan a prendere in considerazione di assumersi il comando di una  di queste flottiglie… Ecco come Zaman ha riferito, il 22 ottobre 2012, il tentativo di riconciliazione israeliano e la irricevibilità, indiretta ma categorica, da un chiaramente arrabbiato e fumante Erdogan…
L’invito al dialogo è venuto da Pinhas Avivi, ex ambasciatore israeliano in Turchia, che attualmente è direttore politico del ministero degli esteri israeliano. Parlando ad un gruppo di giornalisti turchi, Avivi ha detto che Israele cerca di avere colloqui con la Turchia riguardo la crisi siriana, rilevando che la situazione in Siria avrà un impatto futuro su Turchia e Israele. “Dobbiamo lasciare da parte i problemi tra Israele e la Turchia, e guardare al futuro”, avrebbe detto secondo la NTV. Ad Ankara, invece, il portavoce del ministero degli esteri, Selçuk Unal, ha detto che Israele deve parlare con i fatti piuttosto che coi messaggi veicolati dei media. [...] Ankara chiede le scuse ufficiali e il risarcimento per le famiglie delle vittime, così come la revoca del blocco israeliano su Gaza, per normalizzare le relazioni. Israele ha respinto queste richieste, sostenendo che i suoi soldati hanno agito per legittima difesa. In segno di protesta per il rifiuto di Israele di soddisfare le richieste turche, Ankara aveva espulso l’ambasciatore israeliano e tagliato le relazioni militari con il paese. Unal ha detto che le condizioni poste dalla Turchia per la normalizzazione dei rapporti restano in vigore. “Non c’è alcun cambiamento nella posizione della Turchia. I funzionari israeliani dovrebbero adottare le misure previste, invece di inviare messaggi tramite dichiarazioni ai media,” ha detto.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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