I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Presi con le mani nel sacco: killer inglesi nel Corno d’Africa

Thomas C. Mountain, Intrepid Report, 8 giugno 2011

ASMARA, Eritrea – ai primi di febbraio 2011, una squadra di sei mercenari britannici è stata colta in flagrante nel bel mezzo dei preparativi di un tentativo per assassinare i vertici del governo eritreo nella città portuale di Massaua sul Mar Rosso.
Dei sei, quattro sono stati arrestati e due sono riusciti a fuggire, abbandonando i loro compagni, schizzando fuori dalla baia di Massaua, nel Mar Rosso, su un gommone a motore, senza essere mai più visti dagli eritrei.
Una ispezione sul battello con cui sono arrivati ha svelato un nascondigli per gli strumenti di lavoro dei killer. Incluso, vi era un piccolo arsenale di armi automatiche, un sofisticato sistema di comunicazione satellitare, avanzati telemetri elettronici di puntamento e, ben più dannosi, diversi fucili da cecchino.
Tutte le persone arrestate sono state riconosciute dipendenti di una ditta britannica di “sicurezza”, simile alla famigerata compagnia statunitense Blackwater/Xe. Almeno due dei quattro provenivano dalle forze speciali britanniche. Come nel caso di Richard Davis, il killer della CIA colto sul fatto in Pakistan, il Foreign Office britannico ha  richiesto la protezione della convenzione di Vienna per questi delinquenti armati, ma confermando così il fatto che fossero in missione ufficiale per conto del governo britannico.
Il loro arresto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla nostra casa sul Mar Rosso, a Massaua, ed è successo mentre eravamo lì. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni volta che passavo da quel punto, ho sentito un senso di nausea alla vista del terrapieno di sale dietro cui si erano nascosti per avere una visione chiara del luogo dove, pochi giorni dopo, i vertici del governo eritreo si sarebbero riuniti per la celebrazione annuale della caduta del porto di Massaua, nel 1990, ad opera dei combattenti di liberazione eritrei.
Questi killer professionisti sono stati scoperti quasi per caso da una donna, mentre andava a casa attraverso una breve scorciatoia adiacente a una salina abbandonata, notando, come tutti i bravi eritrei  dovrebbero, che dei sa’ada, i bianchi, stavano scattando delle foto (con dei teleobiettivi ) ai dei luoghi a cui non dovevano avere accesso. Queste “diplomatici” inglesi, presero tutto il loro tempo per sgombrare le loro linee di tiro e prendere i parametri del loro possibile campo di sterminio, visto che il loro scopritore dovette camminare per quasi un miglio, per recarsi dalla più vicina stazione di polizia, per denunciarli, e che poi la polizia dovette recarsi sul posto dell’avvistamento in questione.
Ma se non fosse stato per la vigilanza di una donna eritrea, l’Eritrea potrebbe aver sperimentato un disastro inimmaginabile, la perdita del presidente dell’Eritrea e Dio solo sa di quanti vertici  dell’Eritrea.
Questa non è la prima volta che ho scritto su un tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.  Nel 2002 e nel 2003, ho scritto di come durante l’invasione etiope dell’Eritrea, sostenuta dall’occidente nel 2000, una serie di tiri dell’artiglieria a lungo raggio distrusse i centri di comando avanzati eritrei, pochi minuti dopo la partenza del presidente/Comandante-in-Capo Issias Aferworki. In un caso, vi fu la netta prova che un missile aveva causato la distruzione, e se questo è vero, è quasi certo che era stato lanciato da un aereo da caccia statunitense, che volava ad alta quota.
Anche in questo caso, una domanda deve essere posta, perché l’Occidente vuole uccidere i leader dell’Eritrea?
Forse perché l’economia eritrea è ancora una volta in procinto di indossare il mantello della crescita più rapida dell’Africa, e questo senza significativi programmi di aiuto occidentali o dei prestiti usurai del FMI e della Banca Mondiale.
Più probabilmente, ciò dovuto al fatto che l’Eritrea è stata a lungo una spina nel fianco dei tentativi occidentali di dominare il Corno d’Africa, una delle regioni strategicamente più importanti del mondo. Con quasi il 40 per cento del traffico marittimo mondiale che passa davanti ale coste eritree, tutti i giorni, tra cui gran parte del petrolio mondiale e tutto il commercio tra l’UE e Cina, Giappone e India, il Corno d’Africa non può essere fonte di preoccupazione per un occidentale medio, ma per quelli al potere nelle capitali occidentali, non è detto.
La politica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è la “gestione delle crisi” qui, in Africa. L’Occidente crea una crisi e poi la gestisce, oppure sfrutta la guerra e il caos che ne consegue, per dividere e conquistare, per meglio saccheggiare le risorse naturali e umane di una regione.
L’Eritrea è stata il principale ostacolo alla realizzazione di questa politica occidentale nel Corno d’Africa, e questo spiega il disperato tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.
Il motto dice “che tutte le strade per la pace nel Corno d’Africa attraversano Asmara [Eritrea]” e ho assistito in prima persona a questa verità. La pace in Sudan è nata e nutrita qui in Asmara, prima nel Sudan orientale, poi nel Sud e ora negli sforzi di pace in corso nel Darfur.
Un grande tentativo è stato fatto qui, ad Asmara, per ricostituire un nuovo governo in Somalia, anche se questo è stato sabotato dall’Occidente e dai suoi esecutori etiopi.
I tenutari degli uffici d’intelligence occidentali, responsabili per l’Africa, ricordano fin troppo bene come solo due decenni prima, l’esercito di guerriglieri eritrei, straccioni e capelloni, guidassero carri armati etiopi catturati, che si aprirono la strada nel nord dell’Etiopia, per abbattere il dittatore Mengistu e portare la pace in Etiopia, per la prima volta, in 30 anni.
Lo scorso anno ho assistito a una disparata raccolta di leader dei guerriglieri etiopi dalle diverse lontane etnie, potersi incontrare qui ad Asmara, cominciando a realizzare un consenso su come costruire un nuovo governo di unità nazionale, per aiutare a mantenere la pace in Etiopia una volta che il regime di Meles Zenawi sia scacciato dal potere.
Tutto questo è una grave minaccia per l’attuare della politica dell’Occidente di “gestione delle crisi” nel Corno d’Africa.
Con il suo impero in declino, soffrendo sconfitta dopo sconfitta, incapace persino di abbattere (rapidamente. NdT)  Muammar Gheddafi, nonostante la forza aerea congiunta della maggior parte dei membri europei della NATO, sarebbe saggio aspettarsi misure sempre più disperate dai regimi occidentali.
L’élite occidentale può predicare ad alta voce sul dominio del diritto, ma la realtà è che il diritto internazionale è la legge della giungla dove solo i forti sopravvivono. L’Eritrea non solo sopravvive, ma molto lentamente diventa sempre più forte e più influente, ciò dovrebbe aiutare a spiegare perché i mercenari inglesi hanno portato i loro attrezzi da assassini sulle coste eritree.

Nota: Alcune delle informazioni contenute in questo articolo provengono dall’independent.co.uk, contenente la conferma dell’impiego dei mercenari inglesi, il loro background e le pretese del Foreign Office britannico sulla Convenzione di Vienna per proteggerli. Interviste in  prima persona con gli eritrei direttamente coinvolti, sono alla base del resto della storia.

 Isaias Afewerki

Thomas C. Mountain è l’unico giornalista occidentale indipendente nel Corno d’Africa, vive e lavora in Eritrea dal 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni militari in Somalia

za-Afriku  26.11.2011
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da un mese e mezzo vi è una vera e propria operazione militare “del Consorzio Petrolifero Internazionale” nei confronti della Somalia. I primi passi attivi iniziarono il 17 ottobre, quando il Kenya ha attraversato il confine della Somalia, ufficialmente per il fatto che dei somali avevano rapito due keniani.
L’operazione è stata denominata “Linda Nchi” (in swahili – “Difendere il paese“)
Sul raggruppamento delle truppe del Kenya, si sa ancora poco: l’operazione è stata preceduta dalla creazione al confine con la Somalia di un gruppo interarma tra Esercito, Aeronautica e Marina Militare, per un totale di 4 mila soldati del Kenya. La composizione delle forze e dei mezzi dei gruppi è elencata di seguito:
Dell’Esercito: 1° Battaglione di Fanteria (da Nanyuki), 78.mo Battaglione Carri (da Isiolo), 77.mo Battaglione Artiglieria (da Mariakani), 65.ma divisione artiglieria da campo (da Embakasi) e 50.mo battaglione aeromobile con elicotteri MD-500 (da Embakasi).
Dell’Aviazione: uno squadrone di F-5 (A/B), trasferito all’aeroporto di Uadjir.
Della Marina: navi e motovedette dalle basi navali Mtongve (Mombasa) e Manda.
Il gruppo operativo ha installato il centro di comando a Garissa (provincia nord-orientale del Kenya).
I droni israeliani Heron e Hermes 450 degli Stati Uniti, di stanza nelle basi aeree etiopi di Arba Minch, che ovviamente, ospitano i professionisti e le loro attrezzature nuove di zecca.
Inoltre a sostegno delle forze armate keniote vi sono le milizie locali, Ahlu Sunnah Waljamaah (ASWJ), una milizia sufi di Afmadow, che insieme con i keniani combattono al-Shabaab. Si tratta di 2mila uomini addestrati in Etiopia. Infine il gruppo di Ras Kamboni armato del clan Hawiye e guidato da Sheikh Ahmed del clan Madobe. In precedenza, gli uomini erano nell’organizzazione Hizbul Islam, con cui combatterono contro al-Shabab, agendo sul fronte meridionale.
Hizbul Islam poi, si è fusa con al-Shabab nel dicembre 2010. Da allora, Madobe e i suoi uomini hanno unito le forze con l’ASWJ e il governo federale di transizione della Somalia, al fine di continuare la loro lotta contro al-Shabab.
La Polizia di Djubaland – un gruppo in guerra con gli al-Shabab, dalla parte dei keniani. È diretta dall’ex ministro della Difesa della Somalia, Mohamed Abdi, un funzionario conosciuto anche con il suo soprannome “Gandhi”. Mohamed si definisce Presidente dell’Azania (Dzhubalanda). Sotto il suo comando, ha circa 2.500 somali reclutati dai campi di rifugiati somali in Kenya, e addestrati dal governo keniano (che ha fornito loro armi cinesi). Tale polizia in primo luogo sostiene le forze del Kenya nel centro di Gaza, presso Afmadow.
Per inciso, Sufi ed islamisti radicali sono uniti solo dall’odio verso al-Shabab. Ma nelle aree occupate dai rispettivi soldati, si sparano a vicenda, tanto che i keniani devono separarli.
E poi ci sono i separatisti del Djubaland – è qui gli al-Shabaab svolgono una guerra di propaganda. La polizia locale ha già arrestato centinaia di persone nei territori occupati, accusandoli di sostenere al-Shabaab. Nel discorso di Sheikh Hassan Dahir Aweys e di Mukhtar Robo, noto anche come Abu Mansur, leader degli al-Shabaab, hanno invitato i somali a resistere agli invasori.
Il 19 ottobre alle truppe del Kenya si sono unite quelle etiopi, sulla cui composizione e ampiezza non si conosce molto. La Città di Beletweyne si trova a 50 km dal valico di frontiera somala, sulla strada principale che attraversa il paese da nord a sud, e da Mogadiscio a Chisimaio, nel sud, l’autostrada è quasi sul mare (come in Libia) e da Mogadiscio svolta a nord verso Beletweyne, nei pressi del confine con l’Etiopia, e poi corre lungo il confine etiope per tutto il paese.
Gli al-Shabab, a nord non hanno alcun supporto, e non ci sono le forze per realizzare un rischieramento strategico delle truppe lungo le strade principali del paese, bloccando la strada a sud di Mogadiscio ed escludendo il Somaliland, già autonomo per conto suo.
Contemporaneamente con l’inizio delle truppe della coalizione nel sud della Somalia, il WWF (governo somalo ad interim, appoggiato dagli statunitensi, e disposto a concedergli il petrolio, come il CNT libico) e la forza di pace dell’Unione africana Amisom, che il 20 settembre è entrato in funzione nella periferia sud-ovest di Mogadiscio (regione di Daynile), sono intervenuti contro i militanti “al-Shabab” a Benadir, capoluogo della provincia. Durante i tre giorni di aspri combattimenti le truppe di Amisom e del WWF hanno messo sotto controllo gran parte della zona di Daynile. Le milizie hanno subito gravi perdite spostandosi nella periferia di Mogadiscio, a Elasha-Biyaha.

Il corso dei combattimenti
Secondo fonti filo-occidentali: Le forze della coalizione sono arrivate simultaneamente nelle province di Lower Juba, Middle Juba e nelle regioni di Gedo, da diverse strade, ma il colpo principale è stato applicato in direzione di Chisimaio da nord-ovest (dalla città di Afmadow) e da sud-ovest. Allo stesso tempo i gruppi armati somali preparati e armati in Kenya, che operano nel primo scaglione delle forze d’attacco, e le unità delle forze armate del Kenya, per lo più sostenute dal fuoco dell’artiglieria, dei carri armati e da attacchi missilistici aerei. A partire dal 24 ottobre, durante l’offensiva le forze della coalizione provincia di Lower Juba, sono avanzate fino a 100 km dal confine e hanno occupato i villaggi di Tabdo, Kokani, Cambon, Burgabo, Oddo e Kulbieu e un piccolo gruppo di isolati situato a sud di Chisimaio. Sono stati distrutti diversi campi di addestramento degli “al-Shabab“, tra cui il più grande campo nel sud della Somalia, Hul al-Adjer. Gli islamisti hanno subito considerevoli perdite in risorse umane e mezzi. Tuttavia, l’ulteriore sviluppo dell’offensiva, è stato ostacolato dalle condizioni stradali non ottimali, e nel sud della Somalia, a causa delle forti piogge. La rottura dell’assalto della coalizione  ha permesso al comando degli “al-Shabab” di avviare una mobilitazione generale nelle province meridionali, e di inviare rinforzi nella zona di Afmadow, dove, a quanto pare, si prevede una battaglia decisiva per il controllo della provincia del Basso Giuba e del Sud della Somalia, nel suo complesso.
L’operazione “Linda Nchi” si è svolta nelle province meridionali dalle truppe del Kenya in stretta collaborazione con il WWF della Somalia e le milizie delle fazioni somale di “Ras Kamboni” e “al-Sunna al-Djamaa“, per un numero totale stimato a 4-5000. Inoltre, le forze della coalizione sono supportate dagli attacchi arei dei droni dell’USAF MQ-9, e dal mare dalle navi della marina militare sttaunitense e della marina francese, del gruppo internazionale delle forze antipirateria, che effettuano il blocco del porto di Chisimaio, attraverso cui l’organizzazione “al-Shabab” ottiene le armi e munizioni ricevute dall’estero (principalmente da Yemen e Eritrea). Il 27 novembre, un drone statunitense bombarda la periferia di Chisimaio, a circa 500 chilometri a sud della capitale, Mogadiscio. 39 persone restano uccise.

Lo scopo politico della guerra
Pianificata e organizzata dagli Stati Uniti, le truppe del Kenya dovranno dare il potere formale della regione alle forze pro-keniane, supportando la creazione dello stato Azania, da cui gli Stati Uniti estraranno il petrolio, da cui  questa piccola Azania, otterrà quel denaro da spendere in armi per respingere i vicini.
L’esercito del Kenya non ha combattuto negli ultimi cento anni, in Kenya non avendo un’industria, ha il PIL che si basa sul turismo, incontra difficoltà già all’inizio delle operazioni, quando ancora l’artiglieria era concentrata e le linee delle comunicazioni lavoravano regolarmente; ma il primo attacco si è spento quando la pioggia ha spazzato le strade; mentre con l’unica rotabile, costruita da bin Ladin, il nemico ha raggruppato e mobilito le sue truppe, e  grazie all’esperienza accumulata, è riuscito a fermare e a colpire le linee delle comunicazioni nemiche, rallentando e intralciando le truppe regolari etiopi e keniane. Organizzata la difesa, gli islamici di al-Shabab potrebbero essere in grado di trasformazione la loro piccola struttura paramilitare, evolvendo in un movimento nazional-patriottico assai ostico per i paesi occidentali (come l’Afghanistan), le multinazionali e i regimi fantocci locali.

Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia

Libia: campo di battaglia tra Occidente e Eurasia

2. Il ruolo dell’islamismo radical-coloniale e della sinistra brezinskiana occidentale
Quella che si sta svolgendo nel mondo arabo, in questi mesi, è senza dubbio frutto di una lunga e ben pianificata campagna di disgregazione del processo di formazione del Continentalblock Eurasiatico. Il culmine, al momento, di questa operazione, è senza dubbio l’aggressione armata alla Libia da parte della NATO.
L’operazione sembra essere, e probabilmente è, un parto degli strateghi brzezinskiani. Non va dimenticato che Brzezinsky è il mentore ideologico-culturale di Barack Hussein Obama. E probabilmente l’elezione di Obama stesso rientra in questa operazione; Obama forse non è neanche cittadino statunitense, su ciò aleggiano più che fondati sospetti, e forse è anche collegato a quell’ambito ideologico-religioso arabo mobilitato, in questi mesi, per avviare i cosiddetti processi di ‘democratizzazione’ nel Mondo Arabo. Ma tutto ciò non ha impedito la sua elezione alla presidenza USA. Una figura liberale, come lui appare, era necessaria per attirare i voti della popolazione statunitense delusa dalla politica criminale della fazione neocon-ultrasionista della banda Cheney-Rumsfeld-Perle. Il liberalismo di sinistra ed ecologico, propagandato da Obama, serviva anche a raccogliere intorno alla futura, e oggi attuata, nuova politica interventista armata statunitense, il consenso della ‘sinistra’ occidentale, pro-occidentale e occidentalizzante: socialdemocratici ed ecologisti europei, progressisti nordamericani, asiatici ed arabi, e financo folkloristici residui ‘comunistoidi’, sono la nuova base popolare, di massa, che Washington ha ammassato e sui cui ha posto l’artiglieria massmediatica guerrafondaia (ma camuffata dai soliti infingimenti umanitari) col cui rombo coprire quello dei cacciabombardieri e dei Tomahwak che straziano la Libia oggi. Già il golpe orchestrato contro l’Honduras, e quello fallito contro l’Ecuador, dimostrano che Obama e il suo entourage non hanno altro scopo che portare avanti, con accenti rinnovati, la stessa vecchia politica di dominio ed espansione imperialista degli USA.
Nel caso delle presunte ‘rivoluzioni arabe’ di questi mesi, in effetti, sia sostenitori che soprattutto i critici di esse, si sono soffermati fin troppo sulle operazioni di propaganda e infiltrazione delle agenzie di destabilizzazione strategica anglo-statunitensi, e occidentali in generale, ritenendo e pensando che la leva rivoluzionaria araba fosse rappresentata dalla esigua società civile occidentalizzante dell’Arabia. Il fatto è che soprattutto per i padroni e i manovratori dei ‘rivoluzionari democratici‘, questi elementi borghesi arabofoni, acquistati con donazioni e viaggi premio a Washington, non costituiscono alcuna garanzia per la vittoria e le presa del controllo dei poteri nei paesi obiettivi delle sovversioni. Serviva e serve ben altro per poter contare su un solido controllo sugli stati e le società ‘liberate’ e liberalizzate del mondo arabo, dell’Arabia. Questa forza è da sempre collegata strettamente con due realtà politiche, geopolitiche e geoeconomiche determinate: il colonialismo francese e soprattutto inglese, cioè Londra, e il servile complice dell’imperialismo e del colonialismo occidentale, l’entità statale basata sulla rendita petrolifera gestita dalla famiglia compradora dei Saud, e l’apparato poliziesco-propagandistico parassitario che sempre tale famiglia controlla.
L’Arabia Saudita è un alleato fondamentale, grazie al controllo che esercita sulle varie filiazioni islamiste che Riyad finanzia abbondantemente ed addestra meticolosamente da decenni. Lo scontro inter-arabo e intra-arabo è un colossale regolamento di conti tra la parte feudale del mondo islamico, dei regimi islamici più arretrati, e l’eredità storico-politica del Nasserismo, del Baathismo, del Socialismo e del Marxismo che il Mondo Arabo ha avuto in lascito nel corso degli ultimi sessant’annni.
Ovviamente le realtà più oscurantiste e arretrate del mondo colonizzato, sono sempre state fedeli alleate dell’egemonismo politico-miliatre e tecnico-industriale dell’Occidente. Il wahhabismo, la fratellanza mussulmana e le altre realtà islamiste sunnite hanno sempre avuto la possibilità di pesare sulle società del mondo arabo, grazie ai loro pesanti legami con le centrali imperialiste metropolitane. Soprattutto con Londra, base operativa degli islamisti rimessi in sella a Tunisi e a Bengasi, per esempio. Oppure base operativa dei network tv come al-Arabya e al-Jazeera, dei micidiali centri di disinformazione strategica e di propaganda reazionaria, filo-islamoliberista e reazionaria. Stanno svolgendo a pieno le azioni operative ad esse assegnate, non svolgendo solo campagne mediatiche a favore delle ‘rivoluzioni colorate’, e non solo plasmando un ‘modus pensandi’ che favorisce e appoggia le azioni e le interferenze di Londra, Washington e Parigi nell’Arabia, ma operando effettivamente come vere e proprie agenzie d’intelligence e ricognizione integrate nelle operazioni belliche USA/NATO, come avviene in Libia in questi giorni. Lo Yemen ha compreso questo ruolo, e alla fine, dopo che Riyad ha deciso di abbandonare Sanaa, probabilmente in accordo con le potenze occidentali, il presidente yemenita abbia deciso di espellere dal paese al-Jazeera, agente attivo nelle rivolte antigovernative, dimostrando così, in modo indiretto, la connessione esistente tra la moderna e liberale agenzia televisiva panaraba e il regime oscurantista della famiglia dei Saud.
Ad esempio, il ruolo del TG3 è emblematico, non è un caso che queste vera  e propria dependance, se non dell’ambasciata USA a Roma, del NED e del partito democratico USA* porta avanti, da almeno un paio di anni, una forsennata campagna di aggressione mediatica e di banditismo ideologico contro la Libia. Ua campagna bellica vera e propria, che è riuscita ad arruolare in pratica tutta l’amorfa  e moribonda sinistra fu marxista italiana. Dal partito della sinistra apertamente ultramericana, PD, che acclama acriticamente le guerre condotte dalle amministrazioni democratiche, da Clinton a Obama, alle sinistre cripto-brezinskiani. Che si tratti di Vendola o di Ferrero, della maggioranza dei trotskisti o dei maoisti, o perfino dell’armata folkloristica degli antimperialisti pro-alQaida, nulla cambia per i decisori e gli strateghi dell’assalto finale, e disperato, al mondo arabo, o quella parte del mondo arabo, che aveva iniziato la marcia di avvicinamento all’asse economico-strategico Mosca-Beijing.
Non è un caso che si aggrediscano, con tali sommosse teleguidate, realtà che si oppongono od ostacolano l’egemonia regionale anglostatunitense: Libia, Siria, Sudan, Yemen (alleato con l’Eritrea). Oltre al processo di frantumazione nazionale, che a quanto pare non è ritenuto sufficiente dalle centrali strategiche occidentali, viene avviato un immenso processo di revanscismo islamista, protesa a creare il tento mitizzato emirato islamico, ideologia aggregante per le forze arabofone antinazionali più arretrate e oscurantiste, permettendone la mobilitazione anche in realtà statuali più consolidate, come la Siria. Tutto ciò amalgamato con il disegno dell’asse Washington-Londra-Parigi di affidare questo fantomatico emirato islamista alla decadente famiglia compradora dei Saud. Scopo ultimo, impedire lo sviluppo tecnico-sociale-economico regionale, grazie all’imposizione di un ordine parassitario e anti-sviluppista e anti-progressista (che tanto piace alle anime belle razziste d’occidente, afflitte da una sorta di orientalismo impegnato), che impedirebbe i piani strategici industriali ed economici di collaborazione con le potenze asiatiche ed eurasiatiche. Tale blocco e arretramento economico-industriale verrebbe volto a favore delle potenze occidentali, che potranno sottrarre le risorse energetiche e idriche regionali, che rimarrebbero inutilizzabili con l’inattuazione della modernizzazione tecnico-economcio-sociale degli stati arabi colpiti dalla sovversione islamo-colonialista camuffata da ‘rivolte democratiche civili’.
Inoltre, non solo tale sabotaggio strategico regionale colpirebbe lo sviluppo regionale, ma attenterebbe pesantemente al progetto eurasiatico basato sull’aggregazione e il riavvicinamento tra potenze come Russia, Cina, Turchia, Pakistan e Iran. E inoltre il fantomatico emirato islamocolonialista che verrebbe creato, fattualmente o ideologicamente che sia, diverrebbe una potente piattaforma per avviare la destabilizzazione della Federazione Russa, della Repubblica Popolare di Cina e l’Unione Indiana, nonché uno strumento sia per colpire in modo devastante l’Iran e la Turchia, che per distruggere realtà statali come il Pakistan e le repubbliche caucasiche e centrasiatiche.
La mano brezinskiana e il tocco tipicamente londinese del divide et impera colonialista, sono ben visibili per chiunque voglia guardare in faccia la realtà dei fatti internazionali che oggi si osservano.
Alla luce della mossa del cavallo all’ONU, attuata dall’asse atlantista e dalla cerchia brezinskiana-rhodesiana, Mosca e Beijing stanno iniziando a comprendere che non c’è più tempo da perdere, in danze diplomatiche e salamelecchi bipartizan, con entità che vogliono soltanto aggredirle e rovinarle.

Alessandro Lattanzio, 25/3/2011 – Aurora03.da.ru

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