I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Presi con le mani nel sacco: killer inglesi nel Corno d’Africa

Thomas C. Mountain, Intrepid Report, 8 giugno 2011

ASMARA, Eritrea – ai primi di febbraio 2011, una squadra di sei mercenari britannici è stata colta in flagrante nel bel mezzo dei preparativi di un tentativo per assassinare i vertici del governo eritreo nella città portuale di Massaua sul Mar Rosso.
Dei sei, quattro sono stati arrestati e due sono riusciti a fuggire, abbandonando i loro compagni, schizzando fuori dalla baia di Massaua, nel Mar Rosso, su un gommone a motore, senza essere mai più visti dagli eritrei.
Una ispezione sul battello con cui sono arrivati ha svelato un nascondigli per gli strumenti di lavoro dei killer. Incluso, vi era un piccolo arsenale di armi automatiche, un sofisticato sistema di comunicazione satellitare, avanzati telemetri elettronici di puntamento e, ben più dannosi, diversi fucili da cecchino.
Tutte le persone arrestate sono state riconosciute dipendenti di una ditta britannica di “sicurezza”, simile alla famigerata compagnia statunitense Blackwater/Xe. Almeno due dei quattro provenivano dalle forze speciali britanniche. Come nel caso di Richard Davis, il killer della CIA colto sul fatto in Pakistan, il Foreign Office britannico ha  richiesto la protezione della convenzione di Vienna per questi delinquenti armati, ma confermando così il fatto che fossero in missione ufficiale per conto del governo britannico.
Il loro arresto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla nostra casa sul Mar Rosso, a Massaua, ed è successo mentre eravamo lì. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni volta che passavo da quel punto, ho sentito un senso di nausea alla vista del terrapieno di sale dietro cui si erano nascosti per avere una visione chiara del luogo dove, pochi giorni dopo, i vertici del governo eritreo si sarebbero riuniti per la celebrazione annuale della caduta del porto di Massaua, nel 1990, ad opera dei combattenti di liberazione eritrei.
Questi killer professionisti sono stati scoperti quasi per caso da una donna, mentre andava a casa attraverso una breve scorciatoia adiacente a una salina abbandonata, notando, come tutti i bravi eritrei  dovrebbero, che dei sa’ada, i bianchi, stavano scattando delle foto (con dei teleobiettivi ) ai dei luoghi a cui non dovevano avere accesso. Queste “diplomatici” inglesi, presero tutto il loro tempo per sgombrare le loro linee di tiro e prendere i parametri del loro possibile campo di sterminio, visto che il loro scopritore dovette camminare per quasi un miglio, per recarsi dalla più vicina stazione di polizia, per denunciarli, e che poi la polizia dovette recarsi sul posto dell’avvistamento in questione.
Ma se non fosse stato per la vigilanza di una donna eritrea, l’Eritrea potrebbe aver sperimentato un disastro inimmaginabile, la perdita del presidente dell’Eritrea e Dio solo sa di quanti vertici  dell’Eritrea.
Questa non è la prima volta che ho scritto su un tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.  Nel 2002 e nel 2003, ho scritto di come durante l’invasione etiope dell’Eritrea, sostenuta dall’occidente nel 2000, una serie di tiri dell’artiglieria a lungo raggio distrusse i centri di comando avanzati eritrei, pochi minuti dopo la partenza del presidente/Comandante-in-Capo Issias Aferworki. In un caso, vi fu la netta prova che un missile aveva causato la distruzione, e se questo è vero, è quasi certo che era stato lanciato da un aereo da caccia statunitense, che volava ad alta quota.
Anche in questo caso, una domanda deve essere posta, perché l’Occidente vuole uccidere i leader dell’Eritrea?
Forse perché l’economia eritrea è ancora una volta in procinto di indossare il mantello della crescita più rapida dell’Africa, e questo senza significativi programmi di aiuto occidentali o dei prestiti usurai del FMI e della Banca Mondiale.
Più probabilmente, ciò dovuto al fatto che l’Eritrea è stata a lungo una spina nel fianco dei tentativi occidentali di dominare il Corno d’Africa, una delle regioni strategicamente più importanti del mondo. Con quasi il 40 per cento del traffico marittimo mondiale che passa davanti ale coste eritree, tutti i giorni, tra cui gran parte del petrolio mondiale e tutto il commercio tra l’UE e Cina, Giappone e India, il Corno d’Africa non può essere fonte di preoccupazione per un occidentale medio, ma per quelli al potere nelle capitali occidentali, non è detto.
La politica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è la “gestione delle crisi” qui, in Africa. L’Occidente crea una crisi e poi la gestisce, oppure sfrutta la guerra e il caos che ne consegue, per dividere e conquistare, per meglio saccheggiare le risorse naturali e umane di una regione.
L’Eritrea è stata il principale ostacolo alla realizzazione di questa politica occidentale nel Corno d’Africa, e questo spiega il disperato tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.
Il motto dice “che tutte le strade per la pace nel Corno d’Africa attraversano Asmara [Eritrea]” e ho assistito in prima persona a questa verità. La pace in Sudan è nata e nutrita qui in Asmara, prima nel Sudan orientale, poi nel Sud e ora negli sforzi di pace in corso nel Darfur.
Un grande tentativo è stato fatto qui, ad Asmara, per ricostituire un nuovo governo in Somalia, anche se questo è stato sabotato dall’Occidente e dai suoi esecutori etiopi.
I tenutari degli uffici d’intelligence occidentali, responsabili per l’Africa, ricordano fin troppo bene come solo due decenni prima, l’esercito di guerriglieri eritrei, straccioni e capelloni, guidassero carri armati etiopi catturati, che si aprirono la strada nel nord dell’Etiopia, per abbattere il dittatore Mengistu e portare la pace in Etiopia, per la prima volta, in 30 anni.
Lo scorso anno ho assistito a una disparata raccolta di leader dei guerriglieri etiopi dalle diverse lontane etnie, potersi incontrare qui ad Asmara, cominciando a realizzare un consenso su come costruire un nuovo governo di unità nazionale, per aiutare a mantenere la pace in Etiopia una volta che il regime di Meles Zenawi sia scacciato dal potere.
Tutto questo è una grave minaccia per l’attuare della politica dell’Occidente di “gestione delle crisi” nel Corno d’Africa.
Con il suo impero in declino, soffrendo sconfitta dopo sconfitta, incapace persino di abbattere (rapidamente. NdT)  Muammar Gheddafi, nonostante la forza aerea congiunta della maggior parte dei membri europei della NATO, sarebbe saggio aspettarsi misure sempre più disperate dai regimi occidentali.
L’élite occidentale può predicare ad alta voce sul dominio del diritto, ma la realtà è che il diritto internazionale è la legge della giungla dove solo i forti sopravvivono. L’Eritrea non solo sopravvive, ma molto lentamente diventa sempre più forte e più influente, ciò dovrebbe aiutare a spiegare perché i mercenari inglesi hanno portato i loro attrezzi da assassini sulle coste eritree.

Nota: Alcune delle informazioni contenute in questo articolo provengono dall’independent.co.uk, contenente la conferma dell’impiego dei mercenari inglesi, il loro background e le pretese del Foreign Office britannico sulla Convenzione di Vienna per proteggerli. Interviste in  prima persona con gli eritrei direttamente coinvolti, sono alla base del resto della storia.

 Isaias Afewerki

Thomas C. Mountain è l’unico giornalista occidentale indipendente nel Corno d’Africa, vive e lavora in Eritrea dal 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le operazioni militari in Somalia

za-Afriku  26.11.2011
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da un mese e mezzo vi è una vera e propria operazione militare “del Consorzio Petrolifero Internazionale” nei confronti della Somalia. I primi passi attivi iniziarono il 17 ottobre, quando il Kenya ha attraversato il confine della Somalia, ufficialmente per il fatto che dei somali avevano rapito due keniani.
L’operazione è stata denominata “Linda Nchi” (in swahili – “Difendere il paese“)
Sul raggruppamento delle truppe del Kenya, si sa ancora poco: l’operazione è stata preceduta dalla creazione al confine con la Somalia di un gruppo interarma tra Esercito, Aeronautica e Marina Militare, per un totale di 4 mila soldati del Kenya. La composizione delle forze e dei mezzi dei gruppi è elencata di seguito:
Dell’Esercito: 1° Battaglione di Fanteria (da Nanyuki), 78.mo Battaglione Carri (da Isiolo), 77.mo Battaglione Artiglieria (da Mariakani), 65.ma divisione artiglieria da campo (da Embakasi) e 50.mo battaglione aeromobile con elicotteri MD-500 (da Embakasi).
Dell’Aviazione: uno squadrone di F-5 (A/B), trasferito all’aeroporto di Uadjir.
Della Marina: navi e motovedette dalle basi navali Mtongve (Mombasa) e Manda.
Il gruppo operativo ha installato il centro di comando a Garissa (provincia nord-orientale del Kenya).
I droni israeliani Heron e Hermes 450 degli Stati Uniti, di stanza nelle basi aeree etiopi di Arba Minch, che ovviamente, ospitano i professionisti e le loro attrezzature nuove di zecca.
Inoltre a sostegno delle forze armate keniote vi sono le milizie locali, Ahlu Sunnah Waljamaah (ASWJ), una milizia sufi di Afmadow, che insieme con i keniani combattono al-Shabaab. Si tratta di 2mila uomini addestrati in Etiopia. Infine il gruppo di Ras Kamboni armato del clan Hawiye e guidato da Sheikh Ahmed del clan Madobe. In precedenza, gli uomini erano nell’organizzazione Hizbul Islam, con cui combatterono contro al-Shabab, agendo sul fronte meridionale.
Hizbul Islam poi, si è fusa con al-Shabab nel dicembre 2010. Da allora, Madobe e i suoi uomini hanno unito le forze con l’ASWJ e il governo federale di transizione della Somalia, al fine di continuare la loro lotta contro al-Shabab.
La Polizia di Djubaland – un gruppo in guerra con gli al-Shabab, dalla parte dei keniani. È diretta dall’ex ministro della Difesa della Somalia, Mohamed Abdi, un funzionario conosciuto anche con il suo soprannome “Gandhi”. Mohamed si definisce Presidente dell’Azania (Dzhubalanda). Sotto il suo comando, ha circa 2.500 somali reclutati dai campi di rifugiati somali in Kenya, e addestrati dal governo keniano (che ha fornito loro armi cinesi). Tale polizia in primo luogo sostiene le forze del Kenya nel centro di Gaza, presso Afmadow.
Per inciso, Sufi ed islamisti radicali sono uniti solo dall’odio verso al-Shabab. Ma nelle aree occupate dai rispettivi soldati, si sparano a vicenda, tanto che i keniani devono separarli.
E poi ci sono i separatisti del Djubaland – è qui gli al-Shabaab svolgono una guerra di propaganda. La polizia locale ha già arrestato centinaia di persone nei territori occupati, accusandoli di sostenere al-Shabaab. Nel discorso di Sheikh Hassan Dahir Aweys e di Mukhtar Robo, noto anche come Abu Mansur, leader degli al-Shabaab, hanno invitato i somali a resistere agli invasori.
Il 19 ottobre alle truppe del Kenya si sono unite quelle etiopi, sulla cui composizione e ampiezza non si conosce molto. La Città di Beletweyne si trova a 50 km dal valico di frontiera somala, sulla strada principale che attraversa il paese da nord a sud, e da Mogadiscio a Chisimaio, nel sud, l’autostrada è quasi sul mare (come in Libia) e da Mogadiscio svolta a nord verso Beletweyne, nei pressi del confine con l’Etiopia, e poi corre lungo il confine etiope per tutto il paese.
Gli al-Shabab, a nord non hanno alcun supporto, e non ci sono le forze per realizzare un rischieramento strategico delle truppe lungo le strade principali del paese, bloccando la strada a sud di Mogadiscio ed escludendo il Somaliland, già autonomo per conto suo.
Contemporaneamente con l’inizio delle truppe della coalizione nel sud della Somalia, il WWF (governo somalo ad interim, appoggiato dagli statunitensi, e disposto a concedergli il petrolio, come il CNT libico) e la forza di pace dell’Unione africana Amisom, che il 20 settembre è entrato in funzione nella periferia sud-ovest di Mogadiscio (regione di Daynile), sono intervenuti contro i militanti “al-Shabab” a Benadir, capoluogo della provincia. Durante i tre giorni di aspri combattimenti le truppe di Amisom e del WWF hanno messo sotto controllo gran parte della zona di Daynile. Le milizie hanno subito gravi perdite spostandosi nella periferia di Mogadiscio, a Elasha-Biyaha.

Il corso dei combattimenti
Secondo fonti filo-occidentali: Le forze della coalizione sono arrivate simultaneamente nelle province di Lower Juba, Middle Juba e nelle regioni di Gedo, da diverse strade, ma il colpo principale è stato applicato in direzione di Chisimaio da nord-ovest (dalla città di Afmadow) e da sud-ovest. Allo stesso tempo i gruppi armati somali preparati e armati in Kenya, che operano nel primo scaglione delle forze d’attacco, e le unità delle forze armate del Kenya, per lo più sostenute dal fuoco dell’artiglieria, dei carri armati e da attacchi missilistici aerei. A partire dal 24 ottobre, durante l’offensiva le forze della coalizione provincia di Lower Juba, sono avanzate fino a 100 km dal confine e hanno occupato i villaggi di Tabdo, Kokani, Cambon, Burgabo, Oddo e Kulbieu e un piccolo gruppo di isolati situato a sud di Chisimaio. Sono stati distrutti diversi campi di addestramento degli “al-Shabab“, tra cui il più grande campo nel sud della Somalia, Hul al-Adjer. Gli islamisti hanno subito considerevoli perdite in risorse umane e mezzi. Tuttavia, l’ulteriore sviluppo dell’offensiva, è stato ostacolato dalle condizioni stradali non ottimali, e nel sud della Somalia, a causa delle forti piogge. La rottura dell’assalto della coalizione  ha permesso al comando degli “al-Shabab” di avviare una mobilitazione generale nelle province meridionali, e di inviare rinforzi nella zona di Afmadow, dove, a quanto pare, si prevede una battaglia decisiva per il controllo della provincia del Basso Giuba e del Sud della Somalia, nel suo complesso.
L’operazione “Linda Nchi” si è svolta nelle province meridionali dalle truppe del Kenya in stretta collaborazione con il WWF della Somalia e le milizie delle fazioni somale di “Ras Kamboni” e “al-Sunna al-Djamaa“, per un numero totale stimato a 4-5000. Inoltre, le forze della coalizione sono supportate dagli attacchi arei dei droni dell’USAF MQ-9, e dal mare dalle navi della marina militare sttaunitense e della marina francese, del gruppo internazionale delle forze antipirateria, che effettuano il blocco del porto di Chisimaio, attraverso cui l’organizzazione “al-Shabab” ottiene le armi e munizioni ricevute dall’estero (principalmente da Yemen e Eritrea). Il 27 novembre, un drone statunitense bombarda la periferia di Chisimaio, a circa 500 chilometri a sud della capitale, Mogadiscio. 39 persone restano uccise.

Lo scopo politico della guerra
Pianificata e organizzata dagli Stati Uniti, le truppe del Kenya dovranno dare il potere formale della regione alle forze pro-keniane, supportando la creazione dello stato Azania, da cui gli Stati Uniti estraranno il petrolio, da cui  questa piccola Azania, otterrà quel denaro da spendere in armi per respingere i vicini.
L’esercito del Kenya non ha combattuto negli ultimi cento anni, in Kenya non avendo un’industria, ha il PIL che si basa sul turismo, incontra difficoltà già all’inizio delle operazioni, quando ancora l’artiglieria era concentrata e le linee delle comunicazioni lavoravano regolarmente; ma il primo attacco si è spento quando la pioggia ha spazzato le strade; mentre con l’unica rotabile, costruita da bin Ladin, il nemico ha raggruppato e mobilito le sue truppe, e  grazie all’esperienza accumulata, è riuscito a fermare e a colpire le linee delle comunicazioni nemiche, rallentando e intralciando le truppe regolari etiopi e keniane. Organizzata la difesa, gli islamici di al-Shabab potrebbero essere in grado di trasformazione la loro piccola struttura paramilitare, evolvendo in un movimento nazional-patriottico assai ostico per i paesi occidentali (come l’Afghanistan), le multinazionali e i regimi fantocci locali.

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