Cina chiave dell’ottimismo dell’Africa… e del rinnovato militarismo occidentale

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation, 03/02/2014

africaChinaC’è un nuovo ottimismo in Africa sul futuro luminoso dello sviluppo del continente. E in questo futuro la Cina gioca un ruolo chiave nel portare capitali d’investimento, infrastrutture, tecnologia e know-how. La Cina letteralmente aiuta a costruire il futuro dell’Africa. Mekonnen, un 19.enne   ingegnere meccanico etiope ritorna dalla capitale, Addis Abeba, nella città natale di Shire, nella regione settentrionale. “Ho molto fiducia nell’Etiopia e nell’Africa, sulla via di un promettente sviluppo”, dice Mekonnen. È il primo membro della famiglia ad andare all’università, e seduto sul bus con il suo computer portatile e lo smartphone, Mekonnen cattura lo sguardo e lo spirito ottimista dell’Africa moderna. La strada per Shire, quasi 1100 chilometri attraverso gli altopiani dell’Etiopia, è stata recentemente completata da una società di costruzioni cinese. Simili reti stradali, costruite da ditte cinesi, s’irradiano dal Addis Abeba collegando villaggi, città, regioni periferiche e Paesi vicini dell’Africa orientale. Solo pochi anni fa questi luoghi remoti e il loro popolo erano isolati. La Cina fornisce all’Etiopia le connessioni nelle telecomunicazioni con  telefoni cellulari e internet praticamente ovunque. La copertura delle rete deve ancora migliorare, ma i grandi benefici allo sviluppo sociale sono già elevati. Servizi pubblici, imprese e commercio, istruzione e strutture sanitarie sono solo alcuni dei settori migliorati in questi ultimi anni, attraverso la diffusione delle telecomunicazioni moderne.
Storicamente, Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, la città sede dell’Unione africana, l’organizzazione che rappresenta le oltre 50 nazioni del continente. L’anno scorso ha visto l’inaugurazione della nuova sede dell’UA, un edificio che sovrasta il centro di Addis. Il finanziamento e la costruzione del nuovo complesso dell’AU sono un regalo del governo cinese per celebrare il 50° anniversario della fondazione dell’organizzazione. Un simbolo che la dice lunga sul partenariato strategico crescente tra Cina e Africa. Un altro importante progetto cinese ad Addis è la costruzione di una rete ferroviaria per la città. Ci vorranno altri due anni per completarla, ma enormi vantaggi nel trasporto andranno ai sei milioni di abitanti della città. Un collegamento anche stradale è in corso, tra la capitale etiope e Gibuti, a nord-est. Quest’ultimo Paese è strategicamente situato sul Corno d’Africa all’ingresso del Mar Rosso sull’Oceano Indiano. Questo snodo commerciale promuoverà il grande sviluppo economico dell’Etiopia, in gran parte grazie al coinvolgimento della Cina. La storia della partnership di sviluppo dell’Etiopia con la Cina è tipico di ciò che accade nel continente. Negli ultimi tre anni, la Cina avrebbe stanziato 100 miliardi dollari di investimenti in quasi ogni Paese africano. Le attività investite comprendono industrie del petrolio e del gas, infrastrutture civili come università, ospedali e trasporti, nonché una vasta gamma di attività minerarie. La famosa ricchezza mineraria dell’Africa è ciò che in gran parte spinse i colonizzatori europei al famigerato assalto all’Africa di oltre un secolo fa. Nonostante i decenni di sfruttamento rapace europeo, fin quando gli Stati africani ebbero l’indipendenza politica negli anni ’60, il continente possiederebbe ancora alcuni dei più grandi giacimenti di risorse naturali della Terra, come petrolio e gas, oro, argento, diamanti e molti metalli industrialmente preziosi come ferro, stagno, rame, molibdeno e tungsteno. Di particolare valore strategico sono le prodigiose riserve di minerale di uranio, il combustibile nucleare primario, in diversi Paesi africani.
Il coinvolgimento della Cina nello sviluppo dell’Africa si basa su una pianificazione strategica durevole. Con una popolazione in espansione di oltre un miliardo di persone, il governo di Pechino sa che deve assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime anche in futuro. Vede giustamente l’Africa come fonte cruciale. Ma a differenza del retaggio europeo in Africa, basato su conquista militare, oppressione e sfruttamento spietato a senso unico, la Cina adotta l’approccio di un partenariato totalmente diverso, nel suo rapporto con l’Africa. Ciò riflette in parte la differenza  filosofico-politica ed etico-culturale, ma è anche un calcolo pragmatico della Cina per stringere un contratto strategico sostenibile con l’Africa. E gli africani apprezzano la reciproca opportunità di sviluppo offerta dalla Cina. Per decenni, l’Africa era sinonimo di povertà e di privazione. Questa definizione, dalle sfumature razziste, implicava che il continente nero fosse intrinsecamente arretrato. La realtà, tuttavia, è che la povertà dell’Africa è una manifestazione del sottosviluppo imposto dagli europei, derivante dalla natura del rapporto da sfruttamento intensivo. La nominale indipendenza politica dalle potenze coloniali europee non poteva superare l’eredità della povertà cronica imposta. Enormi ricchezze venivano semplicemente estratta dall’Africa dai colonizzatori europei con un trascurabile ritorno in investimento e sviluppo. La Repubblica dell’Africa Centrale ne offre un esempio classico. L’ex colonia francese ha una superficie equivalente alla Francia, ma una popolazione pari al sette per cento. Il Paese africano ha una ricchezza naturale abbondante in minerali e agricoltura. Eppure, anche prima della recente epidemia di conflitti, povertà e fame erano dilaganti. Nei decenni di dominio coloniale, i francesi hanno solo lasciato in eredità una sola strada nel Paese oltre la capitale amministrativa Bangui. La Francia ha saccheggiato questa colonia, come ha fatto altrove in Africa, con uno spericolato processo estrattivo delle materie prime. Gran parte dell’oro che si trova nel Tesoro Nazionale della Francia di Parigi proviene dalla Repubblica Centrafricana. La stessa eredità di sviluppo stentato e privazioni strutturali in Africa fu lasciata dalle altre ex-potenze coloniali europee. Inoltre, gli istituti finanziari occidentali, in particolare il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, aggravarono le catene coloniali dell’Africa con pratiche usurarie. Le disposizioni finanziarie predatorie avevano poco a che fare con un vero  sviluppo e più con la massimizzazione dei profitti di Wall Street o dei governi occidentali, intrappolando tali Paesi con debiti infiniti. Ciò provocò la corruzione tra le élite politiche africane, che esacerbò il sottosviluppo. In netto contrasto, la Cina ha iniettato liquidità in Africa con favorevoli termini di rimborso e volte allo sviluppo di infrastrutture specifiche. Gran parte della finanza cinese avviene sotto forma di sovvenzioni, operando in modo che gli imprenditori cinesi possano costruire un’università o una rete stradale in cambio di una concessione mineraria a detrimento dei concorrenti occidentali.
Gli africani comprensibilmente agiscono per fare sfruttare la ricchezza formidabile dei loro Paesi e per godere dei benefici di un sano sviluppo atteso da tempo. Gli africani vedono la Cina portare quel capitale d’investimento vitale di cui erano affamati da decenni a causa dell’eredità coloniale europea. Ma ora, grazie alla Cina, le regole del gioco cambiano rapidamente in favore dell’Africa. Non è un caso che le capitali occidentali cerchino segretamente di rinnovare la presenza militare in Africa. Su questo punto, i francesi sembrano essere avanti con quattro grandi interventi militari negli ultimi quattro anni in Costa d’Avorio, Libia, Mali e attualmente Repubblica centrafricana… Il pretesto dichiarato pubblicamente della “preoccupazione umanitaria” è una cinica copertura delle rivalità con la Cina sulle risorse naturali. Mentre i cinesi non hanno alcuna presenza militare in Africa e fanno affari in modo del tutto legale, le potenze occidentali ricorrono alle vecchie abitudini dei sotterfugi e del militarismo. Tuttavia, i tempi sono cambiati in modo significativo. Gli africani hanno imparato ad amare le lezioni della storia e sanno che i loro migliori interessi sono con la Cina e le economie asiatiche di Corea del Sud e Giappone.
Come Mekonnen, il giovane studente universitario, ha detto: “Tutti i Paesi africani hanno grandi ricchezze naturali e potenzialità, e la Cina ci fornisce quella possibilità di svilupparci che non abbiamo mai avuto”.

CinaAfrica1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Made in Arabia Saudita: radicalismo salafita in Africa

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 24/12/2013

N02017113459909125_1094947tIl radicalismo islamista, alimentato dalla ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, si diffonde in Africa ad un ritmo veloce. I gruppi radicali salafiti e wahabiti come Boko Haram, Seleka e Uamsho, mai sentiti un decennio fa, massacrano i cristiani durante le messe, radono al suolo i villaggi cristiani e assassinano i religiosi islamici moderati. Naturalmente, questo caos made in Arabia Saudita è una manna per l’Africa Command degli Stati Uniti (AFRICOM), tutto ciò che serve a diffondere il terrorismo collegato ad “al-Qaida” in Africa, aumenta la presenza militare statunitense sul continente ed incrementa la forza armata dello Zio Sam nella sua ricerca di petrolio, gas e risorse minerarie dell’Africa… Mentre i leader degli Stati Uniti, come il presidente Barack Obama, il segretario di Stato John Kerry, il segretario della Difesa Chuck Hagel e altri continuano a piegarsi ai principini misogini dell’Arabia Saudita, tra cui il capo dell’intelligence saudita principe Bandar bin Sultan, la seconda Corte di Appello degli Stati Uniti di New York ha stabilito che le famiglie delle vittime degli attentati dell’11 settembre possono citare in giudizio il governo dell’Arabia Saudita per sostegno materiale ai dirottatori. Nel 2005, il giudice federale respinse le pretese contro l’Arabia Saudita sentenziando che l’Arabia Saudita godeva dell’immunità da tali reclami ai sensi del Foreign Sovereign Immunities Act. Tale decisione non fu ribaltata dalla corte d’appello federale.
La sentenza ebbe scarsa efficacia dopo che il senatore della Florida Bob Graham, presidente del comitato ristretto sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti, all’epoca dell’attacco dell’11 settembre 2001, aveva ancora una volta chiesto la declassificazione di 28 pagine delle “800 pagine del comitato congiunto d’inchiesta sull’intelligence prima e dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001“, emesse dai comitati di controllo sui servizi segreti di Senato e Camera nel 2002. Le 28 pagine censurate indicano la responsabilità del peggior attacco terroristico sul suolo statunitense del regno dell’Arabia Saudita, e particolarmente del principe Bandar e della sua ambasciata a Washington. Il principe Bandar e sua moglie pagarono il gestore di San Diego di due dirottatori, Usama Basnan, attraverso un conto presso la Riggs Bank di Washington. Ora vi sono le richieste bipartisan nel Congresso per declassificare le 28 pagine. Tuttavia i sauditi, che hanno stretti legami con l’oligarchia Bush e gli israeliani, possono usare la loro influenza per sopprimere le prove dell’intelligence USA contro di loro. È necessario, dunque, che lo “Stato profondo” statunitense consenta ai sauditi di continuare a sostenerlo, perché il terrorismo fornisce all’esercito e alla comunità dell’intelligence statunitensi il casus belli per l’azione militare in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Un sempre maggiore coinvolgimento dei wahabiti sauditi emerge dalle coordinate sulle attività anticristiane ed anti-occidentali dei gruppi salafiti in Africa. Il gruppo salafita nigeriano Boko Haram, che attacca villaggi cristiani e moschee islamiche moderate, e massacra uomini donne e bambini cristiani e musulmani moderati  in tutta la Nigeria, ha fatto causa comune con un altro gruppo salafita in Mali, l’Ansar al-Din, avversario dei tuareg moderati che hanno preso il controllo del nord del Mali dopo l’efficace golpe militare che depose la leadership civile del Paese. Boko Haram, Ansar al-Din e al-Qaida nel Maghreb distruggono sistematicamente  gli antichi santuari musulmani tutelati dall’UNESCO dei santi sufi di Timbuktu e di altre città del Mali. Ansar al-Din ha definito “haram“, proibiti, i santuari secondo il dogma salafita. Boko Haram è anche apparsa nella Repubblica centrafricana, dove i guerriglieri musulmani seleka rovesciarono il governo del presidente Francois Bozizé, sostituendolo con uno di loro, Michel Djotodia, in un Paese dove i musulmani costituiscono solo il 15 per cento della popolazione. Non appena Djotodia e seleka hanno consolidato la loro influenza sul governo nel capitale Bangui, i seleka iniziarono ad attaccare i cristiani in tutto il Paese, saccheggiandone i villaggi. I lealisti di Bozizé organizzarono l'”anti-Balaka”, gli “anti-machete”, poiché i seleka, molti dei quali salafiti, impugnano i machete per  uccidere i cristiani, anche donne e bambini. L’arrivo delle truppe francesi nel 2000 a Bangui non  placò i timori della maggioranza cristiana del Paese. I sauditi non sono da meno nell’uso delle lame per compiere omicidi. Il tipo di esecuzione dei condannati preferito dal governo saudita è la spada che ne taglia la nuca sulla famigerata Piazza Deera a Riyadh, nota anche come “piazza spezzatino”.
Attratto dal boom petrolifero della nazione, un ampio flusso di musulmani provenienti dall’estero migrò in Angola per lavorare nelle infrastrutture petrolifere. Quando, alla fine di novembre le autorità angolane emisero l’ordine che le moschee costruite frettolosamente rispettassero le leggi del catasto del Paese, i salafiti diffusero la voce interessata che l’Angola avesse bandito l’Islam e avesse indiscriminatamente chiuso le moschee. Il governo angolano negò l’accusa. L’annuncio del governo angolano fu troppo poco e arrivò troppo tardi per gli angolani e gli altri passeggeri, oltre ai sei membri dell’equipaggio della Mozambique Airlines TM-470, schiantatosi in Namibia durante il viaggio da Maputo, Mozambico, a Luanda, capitale dell’Angola. Gli inquirenti conclusero che il capitano dell’Embraer 190, Herminio dos Santos Fernandes, manomise il pilota automatico dell’aereo per far schiantare deliberatamente l’aereo. Gli investigatori, comunque, non presero in considerazione che molti salafiti decisero di dichiarare guerra all’Angola, per le false voci efficacemente diffuse secondo cui l’Angola aveva “vietato l’Islam.” La lezione dell’EgyptAir 990, schiantasi nel 1999 sulla rotta New York-Cairo, possono esserne una copia conforme. Il capitano del Boeing 767 dell’EgyptAir avrebbe deliberatamente schiantato l’aereo sull’Atlantico in un atto di terrorismo suicida, uccidendo tutte le 217 persone a bordo. Molti credono che l’aereo fu manomesso ed usato come prova per l’attacco dell’11 settembre di due anni dopo. Il co-pilota dell’aereo, Qamil al-Batuti disse di aver dirottato i controlli dell’aereo per suicidarsi e compiere una strage, nello stesso modo in cui il capitano della Mozambique Airlines Fernandes avrebbe fatto con il suo aereo in rotta verso Luanda. Tuttavia, alcuni membri del Comitato Intelligence del Congresso e del Senato degli Stati Uniti e un giudice federale accusano l’Arabia Saudita quale responsabile del terrorismo aereo dell’11 settembre 2001, non escludendo il coinvolgimento saudita nel caso dei “suicidi” dell’EgyptAir 990 e della Mozambique Airlines 470.
A Zanzibar, i salafiti filo-sauditi presero una strada diversa. I locali chierici filo-sauditi crearono l’Uamsho, che invoca attacchi con acidi contro i turisti stranieri: come quello commesso contro due insegnanti 18enni inglesi lo scorso agosto. Uamsho, che in swahili significa “Risveglio”, rivendicò brutali attacchi con acidi a cristiani e religiosi musulmani moderati. I salafiti filo-sauditi attaccano così i cristiani anche in altre parti dell’Africa, in particolare in Egitto, Kenya e Etiopia. Bandar, il capo dell’intelligence saudita, avrebbe avvertito la Russia che l’Arabia Saudita non avrebbe esitato a scatenare i salafiti ceceni e di altrove contro le Olimpiadi invernali di Sochi, se la Russia non tagliava il sostegno al governo di Bashar al-Assad in Siria. L’azione dei sauditi sarebbe dietro il bombardamento salafita della chiesa cattolica di Santa Teresa, presso Abuja in Nigeria, della chiesa cattolica di Nostra Signora della Salvezza di Baghdad e della chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto. Nel caso del bombardamento di Alessandria, l’intelligence israeliana avrebbe affiancato i sauditi nell’attentato, un’alleanza insidiosa che agli investigatori sugli attacchi dell’11 settembre 2001 suona fin troppo familiare.
L’Arabia Saudita non può sottrarsi dalla responsabilità per gli attacchi a cristiani, musulmani moderati, sciiti, ahmaddiya, sikh, indù, buddisti e altri in tutto il mondo. Uno dei consulenti salafiti del re saudita Abdullah è il Gran Mufti shaiq Abdulaziz ibn Abdullah al-Shaiq. Il “sant’uomo” ha esortato i suoi seguaci a far saltare in aria le chiese fuori dall’Arabia Saudita. Il presidente Obama e i suoi alti funzionari, tra cui il direttore della CIA John Brennan, hanno fatto di tutto per placare il terrorismo saudita. Se gli Stati Uniti vogliono davvero farla finita con il terrorismo internazionale, soprattutto in Africa, una coppia di ben piazzati attacchi con missili da crociera statunitensi su certi palazzi sauditi, a Riyadh e Jeddah, dovrebbe bastare.

JamhadaSeleka1La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Africa: l’obiettivo dimenticato della NSA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 12.11.2013

Lethal PresencePer i media occidentali, l’Africa è sempre una semplice nota, un continente generalmente dimenticato in materia di spionaggio e sorveglianza elettronica. Tuttavia, come i leader in Europa, America Latina e Asia lamentano le attività di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti (NSA), l’Africa è anch’essa vittima della sorveglianza globale delle comunicazioni dagli Stati Uniti… Anche se l’Africa è al traino del resto del mondo nell’adozione di una maggiore tecnologia dell’informazione, non viene ignorata dalle agenzie di Signals Intelligence (SIGINT) dei Paesi dai Cinque Occhi (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda) e da una delle nazioni dell’alleanza SIGINT dai Nove Occhi, la Francia. Le comunicazioni via satellite, cavi in fibra ottica sottomarini, telefoni cellulari e Internet sono tutte sottoposte allo stesso livello di sorveglianza da parte di NSA, Government Communications Headquarters della Gran Bretagna (GCHQ), Communications Security Establishment del Canada (CSEC) e Defense Signals Directorate dell’Australia contro Paesi in America Latina, Asia, Medio Oriente e Europa orientale. In effetti, le nazioni africane sono da tempo preoccupate per la predisposizione delle loro comunicazioni Internet alle intercettazioni da parte dell’occidente. In un articolo scritto da questo autore, il 1 maggio 1990, per la rivista di computer Datamation, dal titolo “Le Nazioni africane sottolineano la sicurezza”, veniva osservato che i Paesi africani sono indietro di oltre venti anni nella protezione dallo spionaggio dei loro dati sensibili, tra cui Sudafrica, Ghana, Egitto, Senegal, Tanzania, Botswana, Guinea, Costa d’Avorio, Benin e Namibia.
I documenti classificati della NSA rivelati dall’informatore Edward Snowden, sottolineano come le comunicazioni in Africa siano sotto costante sorveglianza da parte della NSA e delle agenzie  SIGINT dei suoi alleati. Il documento TOP SECRET STRAP 1 del GCHQ precisa che i servizi diplomatici di tutti i Paesi utilizzano smart phone e che questi sono gli obiettivi favoriti dello spionaggio. Migliaia di indirizzi e-mail e numeri di telefono cellulare o “selettori” dei funzionari dei governi africani, vengono memorizzati nella rubrica telefonica mondiale e nelle directory di posta elettronica. Banche dati della NSA che contengono informazioni su “selettori” e “contenuti” sono utilizzate dagli intercettatori per concentrarsi su determinate conversazioni in Africa e all’estero. Queste raccolte e memorie di metadati hanno nomi di copertura come Fairview, Blarney, Stormbrew, Oakstar e Pinwale. Un programma di analisi e d’intercettazione globale di email e chiamate telefoniche della NSA, denominato Boundlessinformant, traccia il monitoraggio di telefonia digitale (riconoscimento del numero di composizione o DNR), e-mail e altre comunicazioni testuali digitali (rete digitale d’intelligence o DNI). Una “mappa del calore” generata da Boundlessinformant indica che l’obiettivo numero uno della sorveglianza dei “Cinque Occhi” in Africa era l’Egitto, seguito da Kenya, Libia, Somalia, Algeria, Uganda, Tanzania e Sudan. Nel 2009, il database “selettori” della NSA conteneva indirizzi e-mail, numeri di telefono e altre informazioni personali di 117 clienti della Globalsom, un provider Internet a Mogadiscio. I nomi includevano alti funzionari del governo somalo, un funzionario delle Nazioni Unite residente a Mogadiscio e un funzionario di World Vision, un’organizzazione non governativa (ONG) spesso legata alle attività segrete della CIA. Un certo numero di osservatori informati ha ipotizzato che Snowden, che ha lavorato per la CIA prima di passare alla NSA, possa aver ricevuto la richiesta da funzionari anonimi di Langley, in Virginia, di rendere nota la natura della sorveglianza della NSA. L’onnisciente capacità di sorveglianza della NSA può aver minacciato di esporre agenti sotto copertura all’estero della CIA alla più competitiva e potente agenzia d’intelligence; così uno tentativo sarebbe stato fatto attraverso Snowden per tarpare le ali della NSA che aumentava la sua influenza a scapito della CIA. C’è sempre stata rivalità tra le agenzie di intelligence degli Stati Uniti in Africa. Alla CIA, in particolare durante la guerra fredda, c’era risentimento nei corridoi di Langley verso le crescenti attività della NSA in Africa. Negli anni ’50 e ’60, le operazioni della NSA in Africa furono essenzialmente limitate a tre basi di supporto della Signal Intelligence: Naval Security Group Activity Kenitra (ex Port Lyautey); stazione di ascolto dell’Army Security Agency presso la stazione Kagnew ad Asmara, allora in Etiopia, e supporto aereo SIGINT alla Wheelus US Air Force Base, presso Tripoli, in Libia. La NSA non ha nascosto la sua presenza nelle tre basi ed è stata la paura del nuovo governo rivoluzionario di Zanzibar, nel 1964, che spinse all’espulsione dall’isola-nazione della stazione di monitoraggio del Progetto Mercury della National Aeronautics and Space Administration (NASA), a causa della presenza dei tecnici della Bendix Corporation. La Bendix, oltre a supportare la NASA, forniva supporto tecnico alle basi della NSA che circondavano l’Unione Sovietica. Dopo la chiusura delle tre basi africane e la creazione del Joint Special Collection Service (SCS) di NSA-CIA, avamposti SIGINT della NSA operanti sotto copertura diplomatica, furono istituiti nelle ambasciate degli Stati Uniti, tra cui Nairobi, Lagos, Kinshasa, Cairo, Dakar, Addis Abeba, Monrovia, Abidjan e Lusaka. Negli ultimi venti anni, la NSA ha aumentato le sue operazioni di intercettazione cellulari in Africa. In particolare, durante la prima invasione ruandese della Repubblica democratica del Congo (allora Zaire) negli anni ’90, la NSA  mantenne una stazione d’intercettazione delle comunicazione a Fort Portal, Uganda, che intercettò le comunicazioni militari e governative dello Zaire. Alcune intelligence derivate dal SIGINT furono condivise con le forze armate del capo ruandese Paul Kagame, un dittatore cliente degli Stati Uniti, la cui invasione dello Zaire portò alla cacciata del vecchio alleato degli statunitensi Mobutu Sese Seko.
Durante la Guerra Fredda, le operazioni della NSA in Africa furono in gran parte confinate alla condivisione d’intelligence con il Sudafrica dell’apartheid. La NSA ricevette dati SIGINT dal Sud Africa, per lo più intercettazioni di navi militari e mercantili che navigavano intorno al Capo di Buona Speranza. La NSA aveva segretamente supportato il centro d’intelligence del Sud Africa di Silvermine, all’interno di una montagna della Costanzia Ridge, presso Cape Town. La NSA ha mantenuto il suo rapporto con la Silvermine sotto una copertura totale, per via delle sanzioni internazionali contro il Sudafrica all’epoca. Silvermine venne abbandonata in rovina con i ladri che oggi rubano rame dalle antenne della base. Tuttavia, con il proliferare delle basi dei droni in tutta l’Africa, vi è una rinnovata presenza del SIGINT della NSA sul continente, ricevendo supporto tecnico dai droni dotati di sistemi di raccolta dei segnali e di analisi delle comunicazioni intercettate dalle piattaforme telecomandate d’intelligence. La maggiore permanente presenza NSA in Africa è a Camp Lemonnier, a Gibuti, dove gli analisti della NSA controllano le comunicazioni intercettate da droni e aerei o raccolte direttamente dai satelliti stranieri e dai cavi sottomarini. Aerei di sorveglianza Pilatus PC-12, completi di carichi SIGINT, decollano da Entebbe, in Uganda, nell’ambito dell’Operazione Tusker Sand. Il personale militare e civile della NSA viene assegnato anche agli impianti di sorveglianza degli Stati Uniti dell’aeroporto internazionale di Ouagadougou in Burkina Faso e dell’aeroporto internazionale Diori Hamani a Niamey, Niger. La base di Ouagadougou fa parte dell’Operazione Sand Creek, che impiega carichi SIGINT installati sui velivoli di sorveglianza Pilatus PC-12. Unità mobili della NSA, come quella installata in un’abitazione a Fort Portal, abitualmente opera da terminale per le basi degli Stati Uniti di Obo e Djema, nella Repubblica Centrafricana, e di Kisangani e Dungu, nella Repubblica democratica del Congo. Droni SIGINT decollano dalle basi USA di Arba Minch, Etiopia e dell’aeroporto Victoria sull’isola Malé delle Seychelles. Personale della NSA è stato assegnato a Camp Gilbert, Dire Dawa, Etiopia; a Camp Simba di Manda Bay e a Mombasa in Kenya; a Nzara in Sud Sudan; all’aeroporto internazionale Leopold Senghor di Dakar, in Senegal e all’aeroporto internazionale Boulé di Addis Abeba, Etiopia. Piccole strutture di ascolto della NSA sono situate anche presso le stazioni trasmittenti di Voce dell’America a Sao Tomé, una delle due isole che compongono la nazione di Sao Tomé e Principe, e a Mopeng Hill in Botswana.
Infatti, trovandosi il personale della NSA in diversi luoghi esotici dell’Africa e di altre parti del mondo, un briefing di presentazione della NSA, resa nota da Snowden, dal titolo “Conosci la tua  copertura“, istruisce il personale della NSA in missione segreta all’estero, a “sterilizzare gli effetti personali” vietandogli d’inviare a casa cartoline o di acquistare souvenir locali. In realtà, il più veloce mezzo di comunicazione in Africa rimane il “telegrafo della giungla”, le voci che di bocca in bocca viaggiano di città in città e da villaggio a villaggio, avvertendo i residenti locali che ci sono gli americani tra loro. E’ l’unico mezzo di comunicazione che la NSA non può toccare automaticamente, a meno che gli agenti della NSA origlino le conversazioni e capiscano gli oscuri dialetti africani. Gli insorti somali hanno ostacolato le intercettazioni della NSA con i segnali di fumo codificati delle reti di fusti da 55 galloni da bruciare per avvertire dell’avvicinamento di truppe di Stati Uniti, Kenya, Etiopia e altre straniere. La NSA proclama la sua abilità nell’intercettare qualsiasi comunicazione in qualsiasi parte del mondo. L’Africa ha dimostrato che che l’unica cosa in cui eccelle la vanagloriosa l’agenzia d’intelligence degli Stati Uniti, la NSA, è l’arte dell’esagerazione.

drones-bases-africa-2013La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Bagno di sangue in Kenya: disinformazione e motivazione

Il presidente keniano anti-CPI e il suo governo sembrano essere il bersaglio dell’attacco della filo-USA al-Qaida
Tony Cartalucci Land Destroyer 24 settembre 2013

kenyatta-chinglyQuali sono le probabilità che i membri della famiglia del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, fossero in visita al centro commerciale Westgate di Nairobi, quando si ebbe l’inedito attacco internazionale dei terroristi filo-al-Qaida di al-Shabab, e che questi congiunti venissero individuati  e uccisi? La BBC riporta nel suo articolo, “L’attacco al Westgate di Nairobi: le vittime“, che: “Il nipote del Presidente Uhuru Kenyatta, Mbugua Mwangi e la fidanzata Rosemary Wahito, sono tra i tanti keniani uccisi nell’attacco al centro commerciale Westgate”. Quali sono le probabilità che al-Qaida, armata e finanziata dagli Stati Uniti nell’Afghanistan degli anni ’80, in Libia nel 2011 e ora in Siria, per indebolire i nemici di Wall Street e di Londra, e ora in Somalia, di minare il confinante  Kenya, dove il nuovo presidente è stato eletto in parte grazie alla reazione popolare contro la screditata Corte penale internazionale filo-occidentale (CPI)? Infatti, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta è stato accusato dalla Corte penale internazionale di “crimini contro l’umanità”, anche quando partecipava alle elezioni per la presidenza. Il quotidiano del Kenya, The Standard, ha scritto  “è una storia che si ripete con Uhuru Kenyatta che, come il padre, deve affrontare un processo?“, dove la persecuzione dell’attuale presidente Kenyatta presso la Corte penale internazionale, viene paragonata alla persecuzione del padre, Jomo Kenyatta, da parte del dominio coloniale inglese. Ha dichiarato: “Nell’aprile 2011, Ngengi Muigai, un parente stretto di Uhuru, che ha illustrato le analogie fra le accuse della Corte penale internazionale e il processo, la detenzione e l’incarcerazione illegali di suo padre da parte del governo coloniale britannico. Quanto può sopportare una moglie e una mamma, Le tribolazioni del marito con i colonialisti inglesi, e ora di suo figlio con i neo-colonialisti?”, s’è chiesto Ngengi. Mama Ngina aveva detto nella stessa occasione: “Sono sicura che Uhuru, Ruto e gli altri andranno a L’Aia e ne ritorneranno in modo da continuare la costruzione della nazione”. Disse ciò il giorno in cui benedisse il figlio e Ruto mentre pregava per il loro ritorno sicuro da L’Aia. Aveva detto che le accuse rivolte al figlio e ai suoi co-indagati, erano opera dei neo-colonialisti e aveva esortato i keniani a sostenere Uhuru e a resistere, proprio come avevano resistito al dominio coloniale inglese. “I colonialisti ci hanno causato problemi ed è ormai chiaro che non hanno mai mollato”, ha detto l’ex first lady.
L’ex first lady non è la sola nel vedere nella CPI un moderno successore della vecchia sottomissione  alla colonizzazione europea. La persecuzione del presidente Kenyatta alla Corte penale internazionale è il segno rivelatore di essersi fatto dei nemici in occidente. La CPI è un’istituzione screditata per aver collaborato apertamente con la NATO e, in particolare, con Stati Uniti, Regno Unito e Francia nell’aggressione dei loro nemici politici in tutto il mondo. Ciò emerse nettamente chiaro in Libia, nel 2011, quando la Corte penale internazionale svolse un ruolo cruciale nella propaganda della NATO contro Tripoli, quando il procuratore della CPI, Luis Moreno-Ocampo, “confermò” che il figlio del leader libico Muammar, Saif al-Islam, era stato “catturato” da militanti libici e che era in viaggio per L’Aia. Saif al-Islam sarebbe comparso il giorno dopo, libero e ancora alla guida della difesa di Tripoli, indicando come la Corte penale internazionale avesse mentito nell’ambito della grande operazione psicologica della NATO per ritrarre la capitale della Libia sopraffatta e occupata. La Corte penale internazionale viene totalmente rigettata dall’Unione Africana (UA), come ha fatto notare l’articolo dell’Economist, “Spararsi a un piede“, in cui afferma: “I capi di Stato di tutto il continente si sono riuniti ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il 27 maggio, per celebrare il 50° anniversario dell’Unione africana e del suo precursore, l’Organizzazione per l’Unità Africana. Si sono congratulati per come avrebbero presumibilmente cooperato nei decenni passati, accompagnandosi con le bordate sparate contro la Corte penale internazionale dell’Aia. Guidati dal primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che presiedeva l’Unione al momento, accusavano la corte di razzismo e di “caccia agli africani“.” The Economist, con la sua solita arroganza neo-imperialista, sosteneva che il rispetto della CPI sarebbe essenziale per la continua crescita dell’Africa, in quanto rientra nelle “norme internazionali”. L’Africa deve seguirle al fine di continuare ad attrarre investimenti esteri.
Quando un mandato di arresto è stato emesso verso il leader libico Muammar Gheddafi dall’istituzione occidentale, l’Unione africana la respinse. AP aveva riportato nel suo articolo, “L’Unione Africana trascura il mandato d’arresto di Gheddafi“, che: “L’organismo che rappresenta le nazioni africane ha chiesto ai suoi membri di ignorare il mandato d’arresto emesso contro il leader libico Muammar Gheddafi, un atto che indebolisce seriamente la capacità della Corte penale internazionale di consegnarlo alla giustizia.” Il crollo delle “istituzioni internazionali” rappresenta il declino dell’influenza globale dell’occidente e della sua capacità di svuotare il terzo mondo delle sue  risorse a proprio beneficio. Chi, nel continente africano e altrove, sfida l’ordine internazionale dell’occidente, la paga con rapide rappresaglie, siano paralizzanti sanzioni economiche, operazioni militari segrete, o nel caso della Libia, l’aperta aggressione militare. L’elezione del nuovo presidente del Kenya potrebbe essere facilmente interpretata come un importante erosione della già traballante legittimità della Corte penale internazionale e degli interessi aziendali-finanziari che l’hanno creata, e che attualmente la perpetuano; ciò sembra essere il motivo più convincente del recente attacco a Nairobi. Se le nazioni si sentono autorizzate a sfidare apertamente ed a erodere lo status dell’occidente quale sedicente arbitro internazionale, il grande castello di carte socioeconomico e geopolitico costruito su questo tavolo traballante, cadrà con esso. Infatti, avendo l’occidente usato organizzazioni terroristiche, come il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) in Libia, e ora il Fronte al-Nusra in Siria, per colpire e rovesciare governi ostili; al-Shabab, che ha legami diretti con queste due organizzazioni terroristiche, sembra aver avuto campo libero in Kenya.
L’attacco a Nairobi ha una portata e un livello di sofisticazione che richiede il supporto e l’intelligence di uno Stato, tale che almeno in Kenya riesca a trovare e ad uccidere dei membri della famiglia del presidente. La sponsorizzazione di uno Stato che certamente non è il vicino settentrionale del Kenya, la Somalia, ma più probabilmente Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv, Doha e/o Riyadh. Attaccare un centro commerciale pieno di civili e simbolico, rientra in un miserabile ed ottuso pensiero strategico, tuttavia le dimensioni dell’operazione, considerando che dei membri della famiglia del presidente erano presenti, e furono individuati, indica un livello molto elevato di sofisticazione, un livello tale che facilmente renderebbe utile un attacco del genere nel galvanizzare l’opinione pubblica keniana nel sostenere, piuttosto che contrastare, l’avventurismo militare dell’US AFRICOM in Africa, alla ricerca di “al-Qaida”, Kony e altri.
Mentre i fatti continuano ad emergere, e i leader occidentali invitano il mondo, ancora una volta, a reagire rapidamente e collettivamente sull’onda di rabbia, odio e paura, le questioni fondamentali del “cui bono?” e di chi in realtà possedesse la capacità operativa per eseguire, o almeno evitare, tali attacchi, devono porsi e devono avere una risposta. Se, infatti, al-Shabab ha effettuato questo attacco, è stata armata, finanziata e guidata da interessi particolari dell’occidente, come nel caso dei suoi alleati LIFG e al-Nusra in Libia e Siria? A quali pressioni il Kenya sarà sottoposto sulla scia di questo attacco, da parte dell’occidente, affinché agisca al di fuori dei propri confini, nelle attuali operazioni dell’AFRICOM?
Per il futuro del Kenya, la ragione e i fatti devono prevalere, non le emozioni e la propaganda.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Presi con le mani nel sacco: killer inglesi nel Corno d’Africa

Thomas C. Mountain, Intrepid Report, 8 giugno 2011

ASMARA, Eritrea – ai primi di febbraio 2011, una squadra di sei mercenari britannici è stata colta in flagrante nel bel mezzo dei preparativi di un tentativo per assassinare i vertici del governo eritreo nella città portuale di Massaua sul Mar Rosso.
Dei sei, quattro sono stati arrestati e due sono riusciti a fuggire, abbandonando i loro compagni, schizzando fuori dalla baia di Massaua, nel Mar Rosso, su un gommone a motore, senza essere mai più visti dagli eritrei.
Una ispezione sul battello con cui sono arrivati ha svelato un nascondigli per gli strumenti di lavoro dei killer. Incluso, vi era un piccolo arsenale di armi automatiche, un sofisticato sistema di comunicazione satellitare, avanzati telemetri elettronici di puntamento e, ben più dannosi, diversi fucili da cecchino.
Tutte le persone arrestate sono state riconosciute dipendenti di una ditta britannica di “sicurezza”, simile alla famigerata compagnia statunitense Blackwater/Xe. Almeno due dei quattro provenivano dalle forze speciali britanniche. Come nel caso di Richard Davis, il killer della CIA colto sul fatto in Pakistan, il Foreign Office britannico ha  richiesto la protezione della convenzione di Vienna per questi delinquenti armati, ma confermando così il fatto che fossero in missione ufficiale per conto del governo britannico.
Il loro arresto è avvenuto a poche centinaia di metri dalla nostra casa sul Mar Rosso, a Massaua, ed è successo mentre eravamo lì. Nelle settimane e nei mesi che seguirono, ogni volta che passavo da quel punto, ho sentito un senso di nausea alla vista del terrapieno di sale dietro cui si erano nascosti per avere una visione chiara del luogo dove, pochi giorni dopo, i vertici del governo eritreo si sarebbero riuniti per la celebrazione annuale della caduta del porto di Massaua, nel 1990, ad opera dei combattenti di liberazione eritrei.
Questi killer professionisti sono stati scoperti quasi per caso da una donna, mentre andava a casa attraverso una breve scorciatoia adiacente a una salina abbandonata, notando, come tutti i bravi eritrei  dovrebbero, che dei sa’ada, i bianchi, stavano scattando delle foto (con dei teleobiettivi ) ai dei luoghi a cui non dovevano avere accesso. Queste “diplomatici” inglesi, presero tutto il loro tempo per sgombrare le loro linee di tiro e prendere i parametri del loro possibile campo di sterminio, visto che il loro scopritore dovette camminare per quasi un miglio, per recarsi dalla più vicina stazione di polizia, per denunciarli, e che poi la polizia dovette recarsi sul posto dell’avvistamento in questione.
Ma se non fosse stato per la vigilanza di una donna eritrea, l’Eritrea potrebbe aver sperimentato un disastro inimmaginabile, la perdita del presidente dell’Eritrea e Dio solo sa di quanti vertici  dell’Eritrea.
Questa non è la prima volta che ho scritto su un tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.  Nel 2002 e nel 2003, ho scritto di come durante l’invasione etiope dell’Eritrea, sostenuta dall’occidente nel 2000, una serie di tiri dell’artiglieria a lungo raggio distrusse i centri di comando avanzati eritrei, pochi minuti dopo la partenza del presidente/Comandante-in-Capo Issias Aferworki. In un caso, vi fu la netta prova che un missile aveva causato la distruzione, e se questo è vero, è quasi certo che era stato lanciato da un aereo da caccia statunitense, che volava ad alta quota.
Anche in questo caso, una domanda deve essere posta, perché l’Occidente vuole uccidere i leader dell’Eritrea?
Forse perché l’economia eritrea è ancora una volta in procinto di indossare il mantello della crescita più rapida dell’Africa, e questo senza significativi programmi di aiuto occidentali o dei prestiti usurai del FMI e della Banca Mondiale.
Più probabilmente, ciò dovuto al fatto che l’Eritrea è stata a lungo una spina nel fianco dei tentativi occidentali di dominare il Corno d’Africa, una delle regioni strategicamente più importanti del mondo. Con quasi il 40 per cento del traffico marittimo mondiale che passa davanti ale coste eritree, tutti i giorni, tra cui gran parte del petrolio mondiale e tutto il commercio tra l’UE e Cina, Giappone e India, il Corno d’Africa non può essere fonte di preoccupazione per un occidentale medio, ma per quelli al potere nelle capitali occidentali, non è detto.
La politica degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali è la “gestione delle crisi” qui, in Africa. L’Occidente crea una crisi e poi la gestisce, oppure sfrutta la guerra e il caos che ne consegue, per dividere e conquistare, per meglio saccheggiare le risorse naturali e umane di una regione.
L’Eritrea è stata il principale ostacolo alla realizzazione di questa politica occidentale nel Corno d’Africa, e questo spiega il disperato tentativo di assassinare la leadership dell’Eritrea.
Il motto dice “che tutte le strade per la pace nel Corno d’Africa attraversano Asmara [Eritrea]” e ho assistito in prima persona a questa verità. La pace in Sudan è nata e nutrita qui in Asmara, prima nel Sudan orientale, poi nel Sud e ora negli sforzi di pace in corso nel Darfur.
Un grande tentativo è stato fatto qui, ad Asmara, per ricostituire un nuovo governo in Somalia, anche se questo è stato sabotato dall’Occidente e dai suoi esecutori etiopi.
I tenutari degli uffici d’intelligence occidentali, responsabili per l’Africa, ricordano fin troppo bene come solo due decenni prima, l’esercito di guerriglieri eritrei, straccioni e capelloni, guidassero carri armati etiopi catturati, che si aprirono la strada nel nord dell’Etiopia, per abbattere il dittatore Mengistu e portare la pace in Etiopia, per la prima volta, in 30 anni.
Lo scorso anno ho assistito a una disparata raccolta di leader dei guerriglieri etiopi dalle diverse lontane etnie, potersi incontrare qui ad Asmara, cominciando a realizzare un consenso su come costruire un nuovo governo di unità nazionale, per aiutare a mantenere la pace in Etiopia una volta che il regime di Meles Zenawi sia scacciato dal potere.
Tutto questo è una grave minaccia per l’attuare della politica dell’Occidente di “gestione delle crisi” nel Corno d’Africa.
Con il suo impero in declino, soffrendo sconfitta dopo sconfitta, incapace persino di abbattere (rapidamente. NdT)  Muammar Gheddafi, nonostante la forza aerea congiunta della maggior parte dei membri europei della NATO, sarebbe saggio aspettarsi misure sempre più disperate dai regimi occidentali.
L’élite occidentale può predicare ad alta voce sul dominio del diritto, ma la realtà è che il diritto internazionale è la legge della giungla dove solo i forti sopravvivono. L’Eritrea non solo sopravvive, ma molto lentamente diventa sempre più forte e più influente, ciò dovrebbe aiutare a spiegare perché i mercenari inglesi hanno portato i loro attrezzi da assassini sulle coste eritree.

Nota: Alcune delle informazioni contenute in questo articolo provengono dall’independent.co.uk, contenente la conferma dell’impiego dei mercenari inglesi, il loro background e le pretese del Foreign Office britannico sulla Convenzione di Vienna per proteggerli. Interviste in  prima persona con gli eritrei direttamente coinvolti, sono alla base del resto della storia.

 Isaias Afewerki

Thomas C. Mountain è l’unico giornalista occidentale indipendente nel Corno d’Africa, vive e lavora in Eritrea dal 2006.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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