Russia, “Centro del fronte anti-sistema”

Dedefensa 16/03/2012 – Bloc-Notes

I russi hanno un atteggiamento sempre più sospettoso, anche ostile, nei confronti dell’Occidente in generale (quello che noi chiamiamo blocco BAO), nei confronti degli Stati Uniti, nei confronti delle istituzioni del blocco BAO come la NATO, secondo un sondaggio del Centro Levada, un istituto privato. Questa diffidenza, che va dalle riserve all’ostilità, è segnata da una crescente distanza e un senso di ripiego verso la dimensione nazionale, almeno rispetto l’Occidente, di questa potenza che è la Russia.
(Il Centro Levada è un’organizzazione di ricerca sociologica non governativa, indipendente, dal nome del professore di sociologia Jurij Levada, che l’ha diretto fino alla sua morte nel 2006. Il Centro Levada, noto anche con le iniziali VCIOM, creato nel 1987 e riformato nel 2003, fa parte dei gruppi privati di ricerca della Russia post-sovietica, completamente liberi dalle pratiche dell’epoca comunista. L’influenza politica estera, compresa quella del governo, dovrebbe essere considerata ridotta, assicurando ai risultati delle indagini un credito indiscutibile nel riferire la situazione sociologica e, potremmo aggiungere, psicologica in Russia.)
Russia Today, il 15 marzo 2012, riportava i risultati dell’ultimo sondaggio del Centro Levada sull’atteggiamento dei russi nei confronti dell’Occidente, dando degli elementi di confronto con i risultati precedenti. Più che risultati spettacolari, ma spesso effimeri o troppo strutturati – come focolai giustificati, ma emozionali, di anti-americanismo, per esempio – questo tipo di indagine riferisce delle tendenze fondamentali e spesso “coscientizzate” attraverso delle domande molto dettagliate su vari aspetti del problema considerato. Il risultato è effettivamente a sfavore del blocco BAO.
La percentuale di russi che credono che Mosca debba smettere di prestare attenzione alle critiche dell’Occidente è salita di cinque ha punti percentuali negli ultimi due anni, passando dal 45 per cento del 2010 al 50 per cento di quest’anno. Nel 2007, solo il 38 per cento dei russi manifestava sentimenti simili verso l’Occidente.
“I ricercatori dell’organizzazione dei sondaggi afferma che la maggioranza degli intervistati (40 per cento) è del parere che l’Occidente veda la Russia come un concorrente e che stia tentando di indebolire il paese; un altro 29 per cento degli intervistati crede che gli occidentali in generale abbiano una scarsa comprensione della vita russa, e quindi sono più inclini a criticarla. Altri ancora (26 per cento) dicono che l’Occidente critica la Russia perché ha un atteggiamento intrinsecamente ostile verso il paese.
“Per quanto riguarda la posizione che la leadership della Russia dovrebbe prendere, alla luce di questo tipo di ramanzina occidentale, il 39 per cento degli intervistati dice che la Russia deve mantenere una maggiore distanza dagli Stati Uniti; un’altra categoria degli intervistati (34 per cento) ritiene che l’attuale rapporto con gli Stati Uniti deve essere conservato, il 15 per cento è del parere che le relazioni tra gli ex rivali della Guerra Fredda dovrebbero essere ancora più strette. [...]
Un anno fa, il 5 per cento dei russi intervistati aveva dichiarato che la Russia dovrebbe cercare l’adesione all’alleanza militare occidentale. Oggi, il dato si trova su un terreno infido di solo 3 per cento. Contemporaneamente, il numero di sostenitori della cooperazione Russia-NATO nella sicurezza comune si è ridotto dal 29 al 26 per cento, mentre il numero di coloro che chiedono di contrastare l’espansione della NATO formando un’unione difensiva, è aumentato dal 21 al 23 per cento.
Infine, il 36 per cento degli intervistati tende verso una strategia di difesa più isolazionista, dicendo che Russia dovrebbe astenersi dall’aderire a una qualsiasi alleanza militare, con un incremento di 5 punti percentuali in più, in un anno.
La sorpresa notevole di questa indagine è senza dubbio che non reca nessuna sorpresa rispetto a quello che potevamo giudicare intuitivamente dell’evoluzione del sentimento collettivo russo, e dell’accordo di quel sentimento con l’evoluzione del sentimento della dirigenza politica russa che abbiamo notato, nel senso di una conferma, nel periodo elettorale. A differenza del blocco BAO, e in particolare degli Stati Uniti, vi è una notevole unità di giudizio psicologico e politico tra il sentire dei cittadini russi e la loro dirigenza politica, anche nella sicurezza nazionale, considerando questo aspetto nel suo senso più ampio. (L’idea di un confronto con gli Stati Uniti viene realmente subito in mente. C’è una disconnessione costante negli Stati Uniti tra il sentimento popolare e la politica estera statunitense, in particolare su problemi fondamentali legati all’aspetto meccanicistico guerrafondaio della politica degli Stati Uniti, come l’Afghanistan o la prospettiva di un attacco contro l’Iran.)
Naturalmente, le pressioni del blocco BAO, l’interferenza manifesta sotto forma di sovvenzioni all’opposizione filo-occidentale in Russia o ciò che sia; il tipo di organismi cinghie di trasmissione che appaiono nell’organizzazione ciò che abbiamo designato come “nuova guerra”, costituiscono alcuni dei più importanti eventi congiunturali che alimentano lo sviluppo della tendenza qui riportata. Questo evento ciclico non può essere considerato l’unica causa, e neppure la causa principale, dell’andamento del sentire profondo della popolazione russa. Integra ai nostri sensi, una tendenza generale chiaramente identificabile almeno dal periodo 2006-2008, con la svolta della crisi di sistema del 2008, che è  piuttosto il generale declino dei sentimenti filo-occidentali, che avevano segnato il primo periodo post-sovietico. C’è, crediamo, in questa evoluzione, un giudizio collettivo piuttosto generale e, anche e soprattutto, una potente intuizione collettiva della sostanza del sistema che domina assolutamente un Occidente divenuto il blocco BAO. Questo suggerisce che l’unità d’intenti tra la popolazione e la direzione generale è un pensiero reale e accettato come tale, e perciò costituisce un punto di forza, forse senza equivalente effettivo nel contratto collettivo, della situazione politica nella Russia di oggi. alal luce di ciò, deve essere considerato estremamente secondario nell’atteggiamento dei russi la necessità di una riforma, soprattutto in senso “democratico”, interpretata secondo la visuale occidentalista-americanista, e che il sistema, attraverso la sua cinghia di trasmissione (“l’occidente diventato blocco BAO”), continua a proporre per cercare di delegittimare la dirigenza russa riguardo la sua popolazione.
Questo è certamente parte di quello che noi abbiamo interpretato, nelle elezioni per la presidenza di Putin, come processo di legittimazione del nuovo presidente. Oggi sappiamo che non si tratta di un uomo in quanto tale (Putin), secondo l’approccio dell’Occidente che ne fa una sorta di “dittatore” corrotto estremamente stereotipato, con le sue regolari rivelazioni sensazionali su e contro di lui, ma della direzione che questo uomo rappresenta riguardo al sentire dei russi, e che corrisponde esattamente a quella sensazione. La questione non è quindi certamente giudicare le virtù o meno di Putin, ma di constatare che la personalità di Putin e le sue scelte fanno parte di una corrente collettiva, di una forte tendenza popolare. (La domanda non è nemmeno se Putin sia popolare o amato, ma se per davvero corrisponde più precisamente, tra i leader politici, a ciò che i russi considerano intuitivamente essere necessario oggi per la loro nazione. Lì, la percezione di fondo, probabilmente inconsapevole, del grande pericolo rappresentato da questo periodo in generale e, in particolare, dalle pressioni di destrutturazione e dal desiderio di dissoluzione del sistema. Questo corrisponde al giudizio di Israel Shamir nel testo già indicato, sul periodo attuale: “… è un fatto saliente che questo paese sia nelle mani di Putin”.
Da questo punto di vista, concludiamo che ciò conferma che la Russia è molto meno, radicalmente meno, dipendente dal sistema in generale, che non il blocco BAO ben inteso, e che evolve sempre più verso una posizione di diffidenza, e anche di ostilità, a questo sistema. La Russia, nelle sue varie componenti e in tutti i suoi caratteri, è un punto fondamentale della resistenza al sistema. Non solo la Russia è evidentemente ciò che designiamo come un sistema anti-sistema, che non necessariamente implica una nozione di coscienza attiva o un concetto dinamico, ma rappresenta senza dubbio ciò che noi chiameremmo “un centro della resistenza anti-sistema“. Si tratta di essere a un livello superiore, un “centro di resistenza anti-sistema” che coinvolge un concetto dinamico e qualcosa che sia vicino alla coscienza di ciò a cui ci si oppone.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il mondo che cambia

Vladimir Putin parla della sua politica estera (Parte 2)
Vladimir V. Putin, Réseau Voltaire 9 marzo 2012

Nella seconda parte del suo articolo sulla politica estera, Putin ha fornito un aggiornamento sulle relazioni della Russia con l’Asia e il nuovo partenariato con la Cina, affronta il problema dello scudo missilistico degli USA, della crisi in Europa e il progetto di Unione Economica Eurasiatica, l’adesione della Russia all’OMC e il soft-power russo nel mondo. La politica estera intesa da Vladimir Putin, dimostrata dalla posizione di Mosca al Consiglio di sicurezza, tiene conto degli interessi della Russia, ma apre anche una via ai paesi che cercano di liberarsi dal dominio imperiale.

L’Asia-Pacifico acquista una nuova dimensione
La Cina, centro nevralgico dell’economia globale, è un vicino della Russia. Le deliberazioni sul suo futuro ruolo nell’economia globale e negli affari internazionali sono oramai oggi di voga. L’anno scorso, la Cina è salita al secondo posto al mondo in termini di PIL, e a breve termine, secondo gli esperti internazionali, tra cui statunitensi, supererà gli Stati Uniti in questo indice. La potenza globale della Repubblica popolare cinese è in ascesa, compresa la sua capacità di proiettare le proprie forze in varie regioni.
Quale atteggiamento la Russia dovrebbe adottare nel contesto del fattore cinese che è in rapida crescita?
In primo luogo, sono convinto che la crescita dell’economia cinese non sia una minaccia, ma una sfida che ha un enorme potenziale nella cooperazione nel campo degli affari, e la possibilità anche di gonfiare le “vele” dell’economia russa con il “vento cinese”. La Russia dovrebbe stabilire più attivi legami di collaborazione con la Cina, che unisce il potenziale tecnologico e industriale dei due paesi e sfruttando, ovviamente in modo intelligente, il potenziale della Cina per la ripresa economica della Siberia e dell’estremo oriente della Russia.
In secondo luogo, la politica della Cina sulla scena mondiale non offre alcun pretesto per accusare Pechino di cercare di dominare il pianeta. La voce della Cina è, infatti, sempre più udibile in tutto il mondo, e la Russia si rallegra, perché Pechino condivide la visione russa di un ordine mondiale equilibrato, in fase di sviluppo. I due paesi continueranno ad aiutarsi a vicenda a livello internazionale, regolando congiuntamente i problemi  regionali e globali più acuti, rafforzando la cooperazione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Shanghai Cooperation Organization (SCO), il G20 e altre agenzie multilaterali.
E in terzo luogo, la Russia ha risolto tutti i problemi cruciali nelle relazioni politiche con la Cina, il più grande dei quali era la disputa sui confini. Un meccanismo forte e supportato da documenti giuridicamente vincolanti, è stato istituito nelle relazioni bilaterali. I due governi hanno raggiunto un livello di fiducia senza precedenti nelle loro relazioni. In questo modo la Russia e la Cina agiranno con spirito di autentico partenariato, basato sul pragmatismo e il riconoscimento dei reciproci interessi. L’attuale modello delle relazioni sino-russe sembra estremamente promettente.
Detto questo, le relazioni tra la Russia e la Cina non sono certo prive di problemi. Degli attriti nascono di volta in volta. Gli interessi commerciali di entrambi gli Stati in paesi terzi, non sempre coincidono, la Russia non è pienamente soddisfatta dalla struttura  commerciale e del basso livello degli investimenti reciproci. La Russia si sta preparando a monitorare i flussi migratori dalla Cina.
Tuttavia, la mia idea chiave è questa: la Russia ha bisogno di una Cina prospera e stabile, e sono fiducioso che la Cina, a sua volta, abbia bisogno di una Russia forte e prospera.
Un altro gigante asiatico, l’India, è anch’esso in rapida crescita. Russia e India sono tradizionalmente vincolate da rapporti di amicizia ed entrambi i governi le descrivono come il partenariato strategico privilegiato. Il suo rafforzamento darà beneficio a entrambi i nostri paesi, come all’intero sistema policentrico in fase di sviluppo, in tutto il mondo.
Stiamo assistendo non solo alla crescita della Cina e dell’India, ma al ruolo maggiore della regione dell’Asia-Pacifico nel suo complesso. In questo contesto, nuove prospettive di lavoro fruttuoso si offrono nel quadro della presidenza russa nella Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC). Nel settembre del 2012, la Russia ospiterà il summit APEC a Vladivostok, dove si stanno rapidamente sviluppando infrastrutture moderne, contribuendo così allo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente della Russia, e a consentire alla Russia di raggiungere i processi dinamici d’integrazione nella “Nuova Asia”.
La Russia sta lavorando e continuerà in futuro a dare massima priorità alle relazioni con i suoi partner dei BRICS. Questa struttura unica, creata nel 2006, è la dimostrazione più spettacolare della transizione da un sistema unipolare a un ordine mondiale più equilibrato. Il gruppo  riunisce cinque paesi la cui popolazione è pari a quasi tre miliardi di persone, e sono dotati delle economie emergenti più importanti, di enormi risorse naturali e del lavoro, e di colossali mercati nazionali. Dopo l’adesione del Sud Africa, i BRICS hanno ottenuto una dimensione veramente globale, e generano già oltre il 25% del PIL mondiale.
I membri del gruppo si stanno abituando a collaborare in questa struttura e ad adattarsi l’uno con gli altri. Si tratta, in particolare, di stabilire un migliore coordinamento nella politica internazionale e di cooperare più strettamente in seno all’ONU. Tuttavia, dopo aver raggiunto la loro velocità di crociera, i BRICS, con i suoi membri cinque, influiranno notevolmente nell’economia e politica mondiali.
Negli ultimi anni, la diplomazia e la comunità imprenditoriale russe hanno iniziato ad attribuire maggiore importanza allo sviluppo della cooperazione con i paesi asiatici, dell’America Latina e Africa. In queste zone, la Russia gode ancora di simpatia sincera. Credo che uno degli obiettivi del prossimo periodo, sarà l’intensificazione degli scambi e della cooperazione economica tra la Russia e questi paesi, così come la realizzazione di progetti congiunti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, degli investimenti, delle scienza e tecnologia, delle banche e del turismo.
Il ruolo crescente delle regioni summenzionate nel sistema democratico di gestione economica e della finanza globale, si riflette nell’attività del G20. Penso che questo gruppo diventerà presto uno strumento di importanza strategica, non solo nella gestione delle crisi, ma anche nelle riforme a lungo termine dell’architettura finanziaria ed economica del pianeta. La Russia presiederà il G20 nel 2013. Certo, il paese dovrebbe utilizzare la sua presidenza per migliorare, tra l’altro, l’interazione tra il G20 e le altre strutture multilaterali, in particolare il G8 e, naturalmente, le Nazioni Unite.

Il fattore europeo
La Russia è parte integrante ed organica della Grande Europa, della civiltà europea nel senso più ampio. I cittadini russi si considerano europei. Siamo ben lungi dall’essere indifferenti verso l’evoluzione dell’Unione europea.
Per questo motivo la Russia avvia la trasformazione dello spazio tra l’Atlantico e l’Oceano Pacifico in una entità economica e umanitaria unificata, che gli esperti russi descrivono come Unione dell’Europa, e che rafforzerà ulteriormente i mezzi e le posizioni della Russia nel quadro della sua svolta economica verso la “Nuova Asia”.
Nel contesto della crescita di Cina, India e altre economie emergenti, gli shock finanziari ed economici che hanno scosso l’Europa, un tempo oasi di stabilità e ordine, non ci lasciano indifferenti. La crisi nell’area dell’euro incide naturalmente sulla Russia, soprattutto perché l’UE è il principale partner economico e commerciale del nostro paese. Ovviamente, la situazione in Europa è largamente determinante per le prospettive di sviluppo del sistema economico globale nel suo complesso.
La Russia ha aderito attivamente allo sforzo internazionale per sostenere le economie europee in difficoltà, partecipa costantemente al processo decisionale collettivo in seno al Fondo monetario internazionale (FMI). La Russia non esclude in linea di principio la possibilità di offrire, in alcuni casi, assistenza finanziaria diretta.
Tuttavia, credo che apporti finanziari provenienti dall’estero possano essere solo una soluzione parziale. La risoluzione completa del problema richiede forti misure sistemiche. I leader europei devono affrontare la necessità di attuare riforme radicali, per rivedere ampiamente i meccanismi finanziari ed economici tesi a garantire una vera e propria disciplina fiscale. La Russia ha interesse ad avere a che fare con una forte Unione europea, corrispondente alla visione di Germania e Francia, perché ci rendiamo conto del grande potenziale del partenariato tra la Russia e l’UE.
L’interazione attuale della Russia con l’Unione europea non è ancora all’altezza delle sfide globali, soprattutto in termini di rafforzamento della competitività del nostro comune continente. Suggerisco ancora una volta, uno sforzo per creare un’armoniosa comunità delle economie da Lisbona a Vladivostok. Alla fine, sui tratta della creazione di una zona di libero scambio, o anche più sofisticati meccanismi di integrazione economica. Questo ci permetterebbe di godere di un mercato continentale comune, pari a diverse migliaia di miliardi di euro. C’è qualcuno che può mettere in dubbio che ciò sarebbe una grande idea, e che questo corrisponda  agli interessi russi ed europei?
Una più stretta cooperazione nel settore energetico, fino alla creazione di un complesso energetico unito d’Europa, è un altro argomento di discussione. Le tappe più importanti per arrivare a ciò sono la costruzione del gasdotto Nord Stream attraverso il Baltico e del South Stream attraverso il Mar Nero. Entrambi i progetti hanno ricevuto il sostegno di numerosi governi, e le più grandi compagnie energetiche dell’Europa vi partecipano. Dopo aver avviato il pieno sfruttamento di questi oleodotti, l’Europa avrà un sistema di approvvigionamento di gas affidabile, flessibile e indipendente dal capriccio politico di chiunque. Sarà un contributo reale, non artificiale, alla sicurezza energetica del continente. Tuttavia, questo problema è particolarmente importante, data la decisione di alcuni paesi europei di ridurre o abbandonare completamente l’energia nucleare.
Sono costretto a dichiarare apertamente che il terzo pacchetto dell’energia, di cui la Commissione europea ha assicurato un lobbying volto ad escludere dal mercato le aziende integrate russe, non contribuisce a rafforzare le nostre relazioni. Inoltre, poiché la destabilizzazione dei fornitori di petrolio altri  dalla Russia, aggrava i rischi sistemici che minacciano il settore energetico europeo ed è un potenziale ostacolo agli investimenti in nuovi progetti infrastrutturali. Molti politici europei che si intrattengono con me, sono critici verso il pacchetto. Si tratta di avere il coraggio di eliminare questo ostacolo dal percorso della cooperazione reciprocamente vantaggiosa.
Credo che un vero partenariato tra la Russia e l’Unione europea sia impossibile senza l’eliminazione degli ostacoli ai contatti economici e umani, in primo luogo, quello del regime dei visti. L’introduzione di un regime senza visti darebbe un forte impulso ad una reale integrazione della Russia e dell’UE, sarebbe utile per ampliare i contatti commerciali e culturali, soprattutto tra le piccole e medie imprese. La minaccia per l’Europa di un afflusso di cosiddetti migranti economici dalla Russia, è in gran parte una fantasia. I russi hanno la possibilità di usare la loro professionalità nella loro patria, e la gamma di queste possibilità si sta allargando.
Nel dicembre del 2011, la Russia ha concertato con l’Unione europea di sviluppare azioni comuni per stabilire un regime senza visti. Può  e deve essere attuato senza ulteriori indugi. La mia intenzione è di continuare a dedicarmi a questo problema nel modo più attivo.

Le relazioni russo-statunitensi
Negli ultimi anni, molti sforzi sono stati fatti per sviluppare le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Tuttavia, la matrice di questi rapporti non è ancora stata radicalmente cambiata, e continuano ad esservi alti e bassi. Tale instabilità del partenariato tra la Russia e gli Stati Uniti è dovuta in parte alla resistenza di certi stereotipi e fobie. Il modo con cui la Russia viene percepita dal Congresso degli Stati Uniti è particolarmente rivelatore. Tuttavia, il problema fondamentale risiede nel fatto che il dialogo bilaterale e la cooperazione non sono basati su una solida base economica. Il commercio è ben lungi dall’essere all’altezza delle potenzialità delle economie della Russia e degli Stati Uniti. Lo stesso vale per gli investimenti bilaterali. Così la rete di protezione che eviterebbe alle nostre relazioni le oscillazioni cicliche, non è stata ancora tessuta. Si tratta di crearla.
La comprensione reciproca tra i due paesi non sta migliorando, non più dati gli sforzi regolari degli Stati Uniti nel condurre una ‘”ingegneria politica”, in particolare nelle zone tradizionalmente importanti per la Russia, e anche durante la campagna elettorale della Russia.
Ripeto che l’iniziativa degli Stati Uniti di creare l’ABM europeo solleva  preoccupazioni da parte nostra, del tutto legittime. Perché la Russia è più allarmato rispetto ad altri paesi? Il fatto è che l’ABM europeo influenza le forze strategiche di deterrenza nucleare, che solo la Russia possiede in questo teatro, sconvolgendo il l’equilibrio politico e militare raffinato per decenni.
Il legame inestricabile tra l’ABM e armi strategiche offensive è sancito dal nuovo trattato di riduzione delle armi nucleari START, firmato nel 2010. Il trattato è entrato in vigore e si dimostra efficace. Questo è un risultato fondamentale della politica internazionale. La Russia è pronta a prendere in considerazione vari elementi possibili dell’agenda russo-statunitense  sul controllo degli armamenti, per il prossimo periodo. La regola immutabile in questo campo è il rispetto dell’equilibrio del potere e l’abbandono dei tentativi di utilizzare i colloqui per assicurarsi vantaggi unilaterali.
Permettetemi di ricordare che nel 2007 ho proposto al presidente George W. Bush, a Kennebunkport, di risolvere il problema dell’ABM. Se fosse stato approvato, la mia iniziativa avrebbe modificato la natura tradizionale delle relazioni Russia-USA, e avrebbe dato un impulso positivo al processo. Inoltre, realizzando all’epoca un progresso nel campo dell’ABM, avremmo letteralmente spianato la strada alla creazione di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione, una stretta alleanza, soprattutto in diverse altre aree sensibili.
Questo non successe. Sarebbe certamente utile esaminare la registrazione dei colloqui a Kennebunkport. Negli ultimi anni, il governo russo ha fatto anche altri sforzi per trovare un terreno comune riguardo l’ABM. Tutte queste proposte restano valide.
In ogni caso, non avremmo messo una croce sulla ricerca di un compromesso per risolvere il problema dell’ABM. Vorremmo evitare che il sistema statunitense venga schierato a una tale scala, che richiederebbe l’attuazione delle contromisure che la Russia ha reso pubbliche.
Recentemente ho incontrato il signor Kissinger. Ci incontriamo regolarmente. E sono completamente d’accordo con questo vero professionista, secondo cui la stretta collaborazione e uno spirito di fiducia tra Mosca e Washington, siano particolarmente necessari, quando il mondo sta attraversando un periodo turbolento.
Nel complesso, la Russia è pronta a fare uno sforzo molto importante per sviluppare le relazioni con gli Stati Uniti e per ottenere un miglioramento qualitativo, a condizione che gli statunitensi mettano in pratica il principio di un partenariato equo e reciprocamente rispettoso.

La diplomazia economica
Nel dicembre del 2011, la Russia ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) dopo una lunga epopea durata diversi anni. Vorrei far notare che nell’ultimo passo di questo processo, l’amministrazione Barack Obama e i leader di varie potenze europee, hanno contribuito attivamente alla finalizzazione degli accordi.
In tutta onestà, questo processo lungo e faticoso spesso ci ha spinto a “sbattere la porta” e a lasciare tutto. Tuttavia, la Russia non ha ceduto alle emozioni. In definitiva, il nostro paese ha raggiunto un compromesso vantaggioso: gli interessi dei produttori industriali ed agricoli  russi sono stati soddisfatti, in attesa di una maggiore concorrenza da società straniere. Gli operatori economici russi potranno beneficiare di notevoli nuove opportunità per accedere al mercato mondiale ed essere in grado di proteggere i loro diritti in modo civile. Per me, questo è ciò che costituisce il principale risultato e non il fatto simbolico dell’adesione della Russia al “club” mondiale del commercio.
La Russia sarà conforme alle norme dell’OMC, così in tutti gli altri suoi impegni internazionali. Mi aspetto un analogo rispetto delle regole del gioco da parte dei nostri partner. Mi si permetta di notare di passaggio, che abbiamo già inserito i principi del WTO sulla base giuridica dello Spazio economico comune, che comprende Russia, Bielorussia e Kazakhstan.
Analizzando il nostro modo di promuovere gli interessi delle imprese russe sulla scena mondiale, ci rendiamo conto che siamo ancora nella fase d’apprendimento in modo sistemico e coerente. A differenza dei nostri partner occidentali, non abbiamo ancora la tecnologia per promuovere correttamente le azioni a favore delle compagnie russe, sulle piattaforme dove si effettueranno gli scambi del commercio internazionale.
Tuttavia, è nostra responsabilità il compito di risolvere i problemi critici in questo settore, tenendo a mente che lo sviluppo innovativo è una priorità per la Russia. Si tratta di garantire eque posizioni della Russia nel sistema attuale di relazioni economiche globali, e di ridurre al minimo i rischi inerenti l’integrazione del paese nell’economia globale, in particolare nel contesto della menzionata adesione all’OMC, e dell’imminente adesione della Russia all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).
Il presupposto necessario è un accesso più aperto e non discriminatorio della Russia ai mercati esteri. Al momento non affrontiamo l’estero con gli operatori economici russi. Affrontiamo restrizioni di natura politica e commerciale, si erigono barriere che svantaggio le aziende russe nella concorrenza.
Lo stesso in materia di investimenti. La Russia cerca di attirare capitale straniero nella sua economia, mediante l’apertura delle zone più interessanti e offrendo veri e propri “pezzi scelti”, in particolare nel settore dell’energia e degli idrocarburi. Tuttavia, gli investitori russi non sono ben accolti all’estero, o vengono spesso ostentatamente respinti.
Gli esempi sono innumerevoli. Basti ricordare la storia della Opel tedesca, che gli investitori russi non sono stati, in ultima analisi, in grado di acquisire anche nonostante l’approvazione della transazione da parte del governo della Repubblica federale di Germania e la risposta positiva dei sindacati tedeschi. Ci sono anche casi scandalosi, in cui alle compagnie russe sono negati il godimento dei diritti d’investitore, dopo aver investito forti somme in attività estere. Questi esempi sono particolarmente comuni nell’Europa centrale e orientale.
Tutto questo ispira l’idea della necessità di rafforzare il sostegno politico e diplomatico delle società russe sui mercati esteri. e di fornire un sostegno più solido ai nostri grandi progetti, recanti un’importanza simbolica. Non bisogna dimenticare che di fronte a una concorrenza sleale, la Russia è in grado di reagire in modo simmetrico.
Il governo e le associazioni degli operatori economici russi dovrebbero coordinare i loro sforzi più precisamente, nella scena internazionale, promuovendo al meglio gli interessi delle società russe e assistendole nell’implementazione nei nuovi mercati.
Vorrei anche richiamare l’attenzione su un fatto importante, che determina in gran parte il ruolo e il posto della Russia nel rapporto delle forze politiche ed economiche presenti e future, a livello internazionale. Si tratta dell’immenso territorio del nostro paese. Sicuramente non corrisponde più a un sesto della superficie terrestre, tuttavia la Federazione Russa rimane lo stato più grande e più ricco di risorse del mondo. Io non parlo solo di petrolio e gas, ma anche di boschi, campi agricoli e riserve d’acqua dolce pura.
In altre parole, il territorio russo è la sorgente della forza potenziale della Russia. In precedenza, l’immensa distesa del territorio russo ha principalmente garantito la protezione della Russia contro le invasioni straniere. Oggi, applicando una buona strategia economica, potrebbe diventare la base fondamentale per far accrescere la competitività del paese.
Voglio ricordare in particolare che la carenza di acqua dolce è in rapida crescita in tutto il mondo. Si può prevedere, a breve termine, che ciò darà luogo a una competizione geopolitica per le risorse idriche e alla capacità di realizzare prodotti che richiedono un elevato utilizzo di acqua. La Russia ha un grande vantaggio. Ma essa è consapevole della necessità di gestire questa ricchezza con parsimonia e facendo calcoli strategici.

Il supporto ai russi all’estero e la cultura russa nel contesto internazionale
Il rispetto per la propria patria è particolarmente condizionata dalla capacità di quest’ultima di proteggere i suoi cittadini e le persone appartenenti allo stesso gruppo etnico all’estero. E’ importante non dimenticare mai gli interessi di milioni di russi paesi che vivono all’estero o visitano altri paesi, in congedo o in missione. Vorrei sottolineare che il Ministero degli affari esteri russo, e tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari, sono tenute a fornire aiuto e assistenza concreti ai russi, 24 ore su 24. I diplomatici devono rispondere immediatamente, senza attendere che i media lancino l’allarme, agli scontri che si verificano tra i nostri cittadini e le autorità locali, nonché a eventuali incidenti.
Agiremo con la massima determinazione, per ottenere dai governi lettoni ed estoni l’attuazione delle molte raccomandazioni dalle più importanti organizzazioni internazionali in materia di rispetto dei diritti, generalmente accettati, delle minoranze etniche. Lo status infame di “non-cittadino” è inaccettabile. Come possiamo anche accettare il fatto che un lettone su sei ed un estone su tredici siano dei “non-cittadini” privi di diritti politici, elettorali e sociali, e anche della possibilità di utilizzare liberamente la lingua russa.
Prendiamo ad esempio il referendum che si è tenuto recentemente in Lettonia sullo status della lingua russa. Ha ancora chiarito alla comunità mondiale la gravità del problema. Il fatto è che più di 300.000 “non cittadini” si sono visti, ancora una volta, negare il diritto al voto. E il rifiuto della Commissione elettorale centrale della Lettonia di concedere alla camera sociale russa lo status di osservatore, in occasione del referendum, è assolutamente disgustoso. Tuttavia, le organizzazioni internazionali incaricate di far rispettare le regole democratiche, sembrano essersi murate nel loro silenzio.
In generale, mentre le questioni relative ai diritti umani vengono sfruttate nel contesto delle relazioni internazionali, è improbabile che soddisfino la Russia. In primo luogo, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali cercano di monopolizzare la tutela dei diritti umani, politicizzandoli e rendendole completamente un mezzo per fare pressione. Nel frattempo, non tollerano le critiche contro di essi, e reagiscono in modo estremamente malsano. In secondo luogo, la scelta degli oggetti per il monitoraggio dei diritti umani, è selettiva. Invece di applicare criteri universali, gli Stati che hanno “privatizzato” questo argomento, fanno quello che vogliono.
La Russia si sente vittima dalla parzialità, dai pregiudizi, dal partito preso e dall’aggressività delle critiche malintenzionate cui è soggetta, e che spesso superano ogni limite. Le critiche giustificate dei difetti non possono che essere accolte con favore e portare a conclusioni appropriate. Ora, di fronte a critiche infondate, che si abbattono onda dopo onda, e mirano a manipolare sistematicamente gli atteggiamenti dei cittadini di un paese nei confronti della Russia, e di influenzare direttamente la situazione politica in Russia, ci rendiamo conto che questi sforzi non sono motivati dai principi democratici della più alta moralità.
Il campo dei diritti umani non dovrebbe essere monopolizzato da nessuno. La Russia è una democrazia giovane, e si mostra spesso estremamente modesta per risparmiare l’orgoglio dei suo partner più agguerriti. Ma la Russia ha qualcosa da dire: nessuno è perfetto per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Le democrazie consolidate hanno anch’esse commesso gravi violazioni in questo campo, e non dobbiamo ignorarlo. Certamente, non si tratta di uno scambio insulso delle accuse stupidamente offensive, sapendo che tutte le parti beneficiano di una discussione costruttiva sulle questioni relative ai diritti umani.
Alla fine del 2011, il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato la sua prima relazione sulla situazione dei diritti umani in alcuni paesi. Credo che questa attività debba essere intensificata, in particolare per contribuire a una maggiore e più leale cooperazione nella totalità delle questioni umanitarie e alla promozione dei principi fondamentali della democrazia e dei diritti umani.
A questo proposito, i fatti citati sono solo una parte delle attività di accompagnamento informativo e di propaganda delle attività diplomatiche e internazionali della Russia, e della creazione di un’immagine obiettiva della Russia all’estero. Siamo costretti a riconoscere che i nostri successi in questo settore non sono numerosi. Spesso siamo battuti sul campo dell’informazione. Questo è un problema sfaccettato, a cui ci si deve impegnare seriamente.
La Russia ha ereditato una grande cultura riconosciuta sia in Occidente che Oriente. Ma il nostro investimento nelle industrie culturali e nella loro promozione sul mercato mondiale è ancora basso. La rinascita dell’interesse globale nella cultura e nelle idee, che porta al coinvolgimento delle società e delle economie della rete dell’informazione globale, offre nuove opportunità alla Russia, con talenti qualificati nella produzione di valori culturali.
La Russia non è solo in grado di mantenere la sua cultura, ma di utilizzarla come un potente fattore di promozione sui mercati mondiali. La lingua russa è diffusa praticamente in tutti i paesi dell’ex URSS e in una parte significativa dell’Europa orientale. Non si tratta di un impero, ma di espansione culturale. Non sono i cannoni, né l’importazione di regimi politici, ma l’esportazione dell’istruzione e della cultura, che contribuiranno a creare un ambiente favorevole ai prodotti, servizi e idee della Russia.
La Russia ha bisogno di rafforzare di molto la sua presenza nel mondo in materia di istruzione e cultura, e di accrescerla soprattutto nei paesi in cui una parte della popolazione parla o capisce il russo.
E’ necessario discutere seriamente il modo più efficace per migliorare la percezione oggettiva della Russia, attraverso l’organizzazione nel nostro paese di grandi eventi internazionali, vale a dire il vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) nel 2012, i vertici del G20 e del G8 nel 2013 e nel 2014, le Universiadi del 2013 a Kazan, le Olimpiadi Invernali del 2014 e la Coppa del Mondo di Hockey e calcio nel 2016 e nel 2018.
La Russia è disposta a continuare a garantire la sicurezza e la difesa dei suoi interessi nazionali attraverso una sua partecipazione più attiva e più costruttiva nella politica mondiale e nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Il nostro Paese è aperto alla cooperazione seria e reciprocamente vantaggiosa, così come al dialogo con tutti i suoi partner stranieri. Stiamo lavorando per capire e prendere in considerazione gli interessi dei nostri partner, ma vi chiediamo anche di rispettare i nostri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin, il nuovo Pietro il Grande?

Marc Rousset Correspondance Polémia – 5 marzo 2012
Marc Rousset: Economista, scrittore, autore di La Nouvelle Europe Paris-Berlin-Moscou.

Gli Stati Uniti, dopo aver avvallato il serpente Putin dopo l’età dell’oro di Gorbaciov e Eltsin, del declino accelerato e perfino della prossima frammentazione della Russia, sognata da Zbigniew Brzezinski nella Grande Scacchiera (*), oggi disperano, perdendo la speranza di sbarazzarsi di Putin, così come si sbarazzarono del generale De Gaulle nel 1969. Questo spiega il tentativo disperato di una nuova rivoluzione arancione in Russia, con il nuovo ambasciatore USA a Mosca, Mac Faul, che si definisce “un esperto di democrazia, movimenti antidittature e rivoluzioni”. L’attuale opposizione, senza leader, senza alcuna unità, con tendenze diametralmente opposte al suo interno, è una creazione dei media occidentali; ma sembra in realtà l’armata Brancaleone e ricorda la favola di Jean De La Fontaine delle rane che chiedevano un re!
I popoli, nelle democrazie occidentali, da tempo non supportano statisti con una visione storica e che chiedono autorità, impegno, perseveranza, il coraggio non solo di riprendersi, ma di sviluppare l’ampliamento e la potenza di un paese. Preferiscono il pentimento, il piacere, il pensionamento all’età di 60, le 35 ore, il lassismo e uno svergognato indebitamento pubblico; ed è anche più facile per essere rieletti!
Gli Stati Uniti credevano quindi di aver in Medvedev un nuovo Gorbaciov, che in nome dello sviluppo economico, della libertà di espressione e del dirittumanismo alla russa, avrebbe di fatto, con la lode e l’incoraggiamento dell’Occidente, finito l’opera di distruzione massiccia della potenza dell’Unione Sovietica iniziata da Gorbaciov, ancora oggi popolare in tutto il mondo, ma non nella sua patria! L’errore grottesco di Medvedev di astenersi alle Nazioni Unite dal porre il veto allo sfacciato intervento militare della NATO in Libia, dietro lo schermo umanitario, dava delle speranze agli Stati Uniti e all’occidente. Ciò che insaporiva la buona minestra, era l’ingenuità e non l’invidia che mancava ad Alain Juppé, che eccelle in questo campo, di giocare alla Russia lo stesso trucco riguardo la Siria. Vladimir Putin, riprendendosi il controllo della politica estera, ha sventato in modo preveggente i piani dello Zio Sam in Siria e in Medio Oriente! Venendo rieletto da 70 milioni di russi, con quasi il 64% dei voti, a Presidente della Federazione Russa, potrebbe ostacolare in modo irreversibile e per altri dodici anni, il progetto degli USA di accerchiare la Russia e la Cina!

Un autoritarismo necessario
Putin è l’uomo che gli statunitensi non si aspettavano e che non solo ha raddrizzato la Russia, ma l’ha salvata da un smembramento in tre tronconi. Il sogno geopolitico degli Stati Uniti, se la Russia avesse perso la guerra in Cecenia, era quello di farne una nuova Grande Polonia, riducendola a Stravopol, punto di partenza della colonizzazione russa nel XIX secolo.
Putin si è anche opposto con successo allo sfruttamento delle risorse naturali in Russia da parte di gruppi stranieri, obiettivo dichiarato di Mikhail Khodorkovsky, capo della Jukos, che è stato arrestato il 25 Ottobre 2003 in un aeroporto in Siberia, mentre tornava da un forum affaristico a Mosca, di pochi giorni prima, in compagnia di Lee Raymond, direttore della Exxon, l’azienda che era in procinto di partecipare con 25 miliardi di dollari, alla fusione Jukos-Sibneft. I capitali statunitensi della Exxon-Mobil e Chevron-Texaco, infatti, volevano infiltrarsi con una quota del 40% nel santuario siberiano degli idrocarburi russi. Perdendo le sue risorse finanziarie, infine, la Russia avrebbe perso ogni chance di riprendersi.
Putin è riuscito finora a contenere, ma non a rompere completamente, l’accerchiamento da parte della NATO e del gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC). Con il programma dello scudo antimissile che ritorna all’ordine del giorno, gli Stati Uniti avranno un avversario difficile che continuerà a dirgli il fatto loro.
Vladimir Putin è anche l’uomo del KGB che ha visto arrivare, e riuscire ad affrontare fino ad oggi, tutte le riuscite rivoluzioni arancioni in Ucraina, Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan; le attuali e future manifestazioni anti-Putin in Russia non sono che il loro canto del cigno, un ultimo singulto, un ultimo tentativo da parte dell’Occidente di sbarazzarsi di Vladimir Putin!
Il nuovo presidente ha fatto affidamento sui valori tradizionali, al senso di grandezza, al patriottismo e alla Chiesa ortodossa per evitare il “disastro”. L’autoritarismo è perfetto ed è assolutamente necessario anche in Russia – come lo è in Cina, del resto – per evitare la temuta implosione del paese. Per quanto riguarda la corruzione, ha egualmente continuato incessantemente in Ucraina con l’avvento al potere della musa della rivoluzione arancione, Julija Tymoshenko; ciò che tutti i russi sanno, è che questo potere politico forte è un antidoto assai migliore delle oligarchie politiche di stampo occidentale, poiché queste ultimi non farebbero altro che collaborare con gli oligarchi russi, cosa che si tradurrebbe in un crollo ancora più veloce di quello dell’Europa occidentale di oggi.

Putin, un nuovo Pietro il Grande?
Il Patriarca ortodosso Cirillo aveva ragione nel sostenere che Putin potrebbe essere considerato, nel 2024, come il Pietro il Grande del ventunesimo secolo, a quattro condizioni:
- Sviluppare un riarmo molto intenso e la modernizzazione in corso dell’esercito russo;
- completare lo sviluppo e la diversificazione già iniziata da Medvedev dell’economia russa;
- continuare a combattere il tasso di denatalità russa, cosa di cui Putin è ben consapevole;
- far rientrare nell’orbita russa, cosa storicamente inesorabile a lungo termine, la Bielorussia e l’Ucraina, per creare un contrappeso umano con duecento milioni di persone, nel trattare con la Cina, l’Asia centrale e il Caucaso.
Il confronto attualmente in corso tra Putin e gli Stati Uniti può essere paragonato alla lotta del giovane zar Pietro il Grande contro Carlo XII, che con la battaglia di Poltava, l’8 luglio 1709, pose fine alla supremazia svedese sul Baltico. Pietro il Grande, mentre rafforzava e ammodernava l’esercito russo, non commise l’errore di dimenticare poi l’innovazione dell’economia e delle arti, cosa che ha dimostrato nel 1717, durante un viaggio in Europa. Pietro il Grande ancorò la Russia a una finestra sull’Europa, fondando San Pietroburgo. Putin, nativo di quella città, che parla tedesco, una ex spia del KGB a Dresda prima della caduta del muro di Berlino, ha una visione europeo-continentale e vuole avvicinarsi per motivi geopolitici a Francia e Germania. Maurice Druon non si sbagliava quando una volta ha visto Putin come il difensore europeo di un mondo multipolare, piuttosto che di un mondo che obbedisce allo sceriffo globale, e “uno dei nostri alleati più decisivi”. Per Putin, il futuro è europeo!
Ma la Russia guarda anche ad est e a sud, da cui possono provenire molti pericoli, la fine dell’intervento occidentale in Afghanistan non è l’ultimo di essi. Aldilà dei suoi sforzi demografici per raggiungere almeno i 130 milioni di persone e non cadere sotto ai 100 milioni nel 2050, l’equivalente della popolazione turca in quel momento, la Russia ha bisogno in futuro della Bielorussia e dell’Ucraina. Questi due paesi, uno dei quali è la sua culla religiosa, rappresentano un contributo umano di circa 60 milioni di abitanti, sufficienti a costituire una superpotenza di fronte alla Cina e all’Asia centrale. Se Putin, durante la sua presidenza, riuscirà in questa impresa, iniziando molto probabilmente dalla Bielorussia, potrà davvero essere paragonato a Pietro il Grande, altrimenti, non avrà un demerito e potrà essere paragonato almeno a De Gaulle, Churchill, Bismarck, Clemenceau e Richelieu, i grandi statisti che hanno avuto una visione storica, un coraggio e una continuità tanto necessaria ai nostri piccoli politici europei di oggi, atlantisti, liberisti, democratici, demagogici e dirittumanisti; e non sarebbe poi così male!

(*)Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, Longanesi, 1997

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La successiva fase della rinascita della Russia: Ucraina, Bielorussia e Moldova

Stratfor 8 febbraio 2012

Gli stati ex-sovietici dell’Europa orientale Ucraina, Bielorussia e Moldavia sono importanti per la Russia per vari motivi, tra cui l’ubicazione geografica e le relazioni economiche. In genere, tutti questi stati cooperano con Mosca, ma i gradi di cooperazione variano. L’Ucraina comprende la necessità di forti legami con la Russia, ma lavora per giocare tra la Russia e l’Occidente per ottenere il maggior numero possibile di concessioni. La Bielorussia, in gran parte isolata dall’Occidente per motivi politici, dipende molto dalla Russia ed è già membro dell’unione doganale di Mosca con il Kazakhstan, quindi sarà meno resistente alla integrazione nell’Unione eurasiatica. La Moldavia è un paese diviso all’interno, trascinato da una parte verso le potenze occidentali e dall’altra parte verso Mosca, ed è destinato a rimanere politicamente paralizzato per il breve e medio termine.

Ucraina
Diversi fattori rendono l’Ucraina cruciale per la Russia. La sua posizione sulla pianura del Nord Europa e lungo il Mar Nero, ha fatto dell’Ucraina un percorso tradizionale per l’invasione da ovest. L’Ucraina è anche il secondo paese più grande dell’ex Unione Sovietica in termini di popolazione. Inoltre, l’Ucraina è la terza più grande economia dell’Unione Sovietica, e le sue industria, agricoltura ed energia sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve della Russia
Politica: il presidente ucraino Viktor Janukovich e il suo Partito delle Regioni godono di una relazione di sostegno con Mosca. La Russia ha anche legami con i leader dell’opposizione ucraina come l’ex primo ministro Julija Timoshenko e il politico di spicco Arsenij Jatsenjuk. Inoltre, gli oligarchi ucraini, come Dmitrij Firtash e Rinat Akhmetov, hanno mantenuto relazioni commerciali con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano il 17 per cento della popolazione ucraina, e il 30 per cento degli ucraini parla russo come lingua madre. Inoltre, gli ucraini provengono dallo stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale dei russi (e dei bielorussi). La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, e oltre il 10 per cento della popolazione ucraina è sotto il patriarcato di Mosca.
Sicurezza: La Russia mantiene una presenza militare in Ucraina, stazionando la sua Flotta del Mar Nero in Crimea. Il servizio di sicurezza federale della Russia e il suo omologo ucraino collaborano nell’intelligence e nell’addestramento. Anche se l’Ucraina non è un membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia, non è neanche un membro della NATO.
Economica: l’Ucraina ottiene più del 60 per cento del suo gas naturale dalla Russia, con cui può manipolare l’infrastruttura delle pipeline ucraina, tagliandone i rifornimenti. La Russia possiede molte risorse nel settore dell’industria metallurgica dell’Ucraina e rifornisce l’energia all’industria (oltre a mantenere rapporti commerciali con gli oligarchi del settore). La Russia fornisce all’Ucraina anche assistenza finanziaria o prestiti tramite la Sberbank e altre istituzioni finanziarie.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
Tra il 2010 e il 2012, la Russia ha raggiunto molti dei suoi obiettivi in Ucraina. Mosca ha esteso il contratto di affitto di Sebastopoli per la Flotta del Mar Nero fino al 2042. La legislazione ucraina ha reso illegale l’appartenenza alla NATO, limitando i legami di Kiev con il blocco, e la fazione filo-occidentale del governo ucraino, guidata dall’ex presidente Viktor Jushchenko e il suo partito Nostra Ucraina-Autodifesa popolare sono stati emarginati. Una grave minaccia per i piani della Russia, gli accelerati negoziati tra Kiev e l’Unione europea, non sono stati completati nel 2011 come previsto, lasciando Ucraina senza accordi di associazione e di libero scambio con l’Unione e senza prospettive esplicite di adesione all’UE.
Nel 2012, Mosca spera di ottenere un certo grado di controllo sulle pipeline e sul sistema di immagazzinamento energetici dell’Ucraina, mantenendo elevati i prezzi del gas naturale e costringendo l’Ucraina a scambiare risorse energetiche con un gas più economico. La Russia vuole anche impedire che l’Ucraina si avvicini troppo all’Unione europea attraverso la creazione e la manipolazione di sfide interne che non mancheranno di tenere occupato Janukovich, e rendere l’Ucraina meno desiderabile agli europei. Inoltre, Mosca prevede di impedire a specifici stati membri dell’UE, in particolare Svezia e Polonia, e alla loro iniziativa di Partnership orientale, dal concentrarsi sull’Ucraina, mantenendo quei paesi divisi e concentrati su altre questioni.
Tuttavia, questo non significa che Mosca può fare quello che vuole in Ucraina. La più grande sfida alle ambizioni della Russia in Ucraina proviene dal governo ucraino, nonostante gli stretti legami del governo con Mosca. Non è nell’interesse di Janukovich o degli oligarchi che compongono la sua base di potere, cedere il controllo del sistema di transito del gas del Paese alla Russia, che non è solo una risorsa economica di vitale importanza, ma anche un simbolo della sovranità dell’Ucraina. È per questo che l’Ucraina ha continuato ad opporsi a vendere il sistema alla Russia e ad entrare nelle istituzioni guidate dai russi, come l’unione doganale, che minerebbe ulteriormente la sovranità economica di Kiev.
Oltre il 2012, Mosca vuole preparare l’Ucraina a una maggiore integrazione attraverso l’adesione all’Unione Eurasiatica, evolventesi in unione doganale e spazio economico comune.

La posizione e la strategia dell’Ucraina
Poiché storicamente è stata governata da molte potenze estere – Russia, Polonia, Austria-Ungheria e Impero Ottomano, – il territorio che costituisce la moderna Ucraina comprende popoli provenienti da culture diverse e con diverse visioni del mondo. La divisione più ampia in Ucraina è tra l’est, economicamente e culturalmente più integrato con la Russia, e l’ovest, più nazionalista, più vicino all’occidente e più favorevole all’adesione dell’Ucraina alle istituzioni occidentali, come l’Unione Europea. L’imperativo principale per ogni Stato ucraino è evitare che il paese si spacchi ed essere in equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità.
Così, Janukovich, nonostante provenga dall’est dell’Ucraina e sostenga una piattaforma molto più amichevole verso la Russia di quella del suo predecessore, non è stato solo un alleato incondizionato di Mosca, durante la sua presidenza. Anche se ha fatto numerosi gesti favorevoli alla Russia, all’inizio del suo mandato, come passare la normativa giuridica per bloccare l’adesione alla NATO e la firma dell’accordo Gas – Flotta del Mar Nero, Janukovich ha poi cercato di bilanciarli con i negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, per firmare l’accordo di associazione e libero scambio (con cui Kiev spera di includere una disposizione per un’eventuale adesione all’UE).
Tuttavia, il fallimento dei negoziati dell’Ucraina con l’Unione europea, a causa della detenzione della Timoshenko, ha indebolito il contrappeso dell’Ucraina verso la Russia e costretto Kiev a una posizione difficile. L’Ucraina può soltanto cercare di pagare più di 400 dollari ogni mille metri cubi di gas della Russia, per un tempo sufficiente lungo, prima che i prezzi alti creino una crisi finanziaria; così si tratta davvero della questione di quando – e non se – l’Ucraina dovrà dare alla Russia almeno un certo controllo, o l’accesso al suo sistema energetico, in cambio di prezzi più bassi. Questo diminuirà la capacità di Kiev di manovrare ulteriormente nei confronti di Mosca, e farà in modo che, lo voglia o no, l’Ucraina infine debba tenere in conto gli interessi della Russia.

Bielorussia
La geografia gioca un grande ruolo nell’importanza della Bielorussia per la Russia. Il paese è situato sulla pianura nord europea, un percorso tradizionale d’invasione da ovest, e non ci sono barriere geografiche significative agli invasori, a causa del terreno pianeggiante del paese. La Bielorussia funge da tampone per il nucleo territoriale della Russia. La Bielorussia ha anche una delle maggiori economie dell’ex Unione Sovietica, e le sue industrie, energia e sicurezza sono integrate con quelle della Russia.

Le Leve delle Russia
Politica: la Bielorussia e la Russia sono partner nello Stato dell’Unione, e il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko riceve il sostegno di Mosca. La Russia ha legami con i leader della sicurezza bielorussa e l’élite economica della Bielorussia ha rapporti d’affari con la Russia.
Sociale: i cittadini di origine russa rappresentano l’11 per cento della popolazione bielorussa. La maggior parte della popolazione bielorussa parla il russo come lingua madre, e il russo e il bielorusso sono entrambe lingue ufficiali del paese. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, con circa il 60 per cento della popolazione sotto il patriarcato di Mosca. Bielorussi e russi hanno radici nello stesso gruppo etnico-linguistico slavo orientale e quindi hanno affinità culturali.
Sicurezza: il complesso militare-industriale della Bielorussia è integrato con quella della Russia, e i due paesi hanno un sistema unificato di difesa aerea. La Bielorussia è un membro della CSTO a guida russa e ospita installazioni militari russe, come i sistemi di difesa aerea S-300. Inoltre, gli organismi d’intelligence bielorussi e russi hanno un rapporto di collaborazione, compresa l’addestramento.
Economica: La Russia fornisce il 99 per cento del gas naturale della Bielorussia e la maggior parte del suo petrolio. La Russia possiede anche una quota del 100 per cento di Beltransgaz, dandogli la piena proprietà dei gasdotti del paese. Gli scambi commerciali tra i due Paesi sono importanti per l’economia bielorussa, la metà delle esportazioni bielorusse va in Russia. Inoltre, la Russia fornisce alla Bielorussia assistenza finanziaria, tra cui un prestito di 3 miliardi dollari attraverso la Comunità economica eurasiatica, e 1 miliardo di dollari di prestito dalla Sberbank.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
L’influenza della Russia in Bielorussia non è stata incontrastata negli ultimi due anni. All’inizio del 2010, Lukashenko s’è scagliato contro Mosca per gli elevati prezzi dell’energia e ha iniziato a prendere in considerazione fornitori alternativi (Venezuela e Azerbaigian, in particolare), come modo per fare pressione sulla Russia ad abbassare i prezzi. Ma la Russia ha mantenuto alti i prezzi e tagliato il gas naturale alla Bielorussia, fino a quando Minsk ha accettato di cedere il controllo completo del proprio sistema di pipeline e di Beltransgaz a Mosca.
La Russia ha seguito diverse strategie per aumentare la sua influenza in Bielorussia. A partire dal 2010, Russia e Bielorussia si sono integrate economicamente e la Bielorussia ha aderito all’unione doganale russa, una entità che è diventata lo Spazio economico comune nel 2012. La Russia è stata in grado di limitare i legami verso occidente della Bielorussia e le aperture, attraverso la Polonia, dell’UE a Minsk, in vista delle elezioni bielorusse. Dopo le elezioni, l’Occidente ha scelto di isolare la Bielorussia, dando alla Russia la possibilità di aumentare il suo sostegno economico e politico a Lukashenko.  Mosca ha anche migliorato la sua integrazione della sicurezza con Minsk, quando la Bielorussia ha aderito alla forza di reazione rapida della CSTO e ospitato lo schieramento di S-300.
Nel 2012, la Russia vuole proseguire i suoi sforzi di integrazione della Bielorussia. Lo spazio economico comune servirà gli interessi economici della Russia, ma Mosca vuole accedere agli asset economici più strategici della Bielorussia, quali le raffinerie e l’azienda dei sali di potassio Belaruskali.  Politicamente, Mosca vuole che Minsk rimanga isolata dall’Unione europea e dall’Occidente. Militarmente, la Russia vuole utilizzare le vendite di armi e la partecipazione alla CSTO per avvicinare la Bielorussia. Dopo il 2012, la Russia vuole una completa integrazione strategica della Bielorussia, attraverso l’Unione Eurasiatica.

Posizione e strategia della Bielorussia
A differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia è una società relativamente omogenea, sia culturalmente che politicamente. Questo ha facilitato la centralizzazione del potere di Lukashenko, che domina politicamente la Bielorussia dal 1994. Inoltre, a differenza della Russia o dell’Ucraina, la Bielorussia non ha sviluppato una potente classe di oligarchi; piuttosto, Lukashenko ha mantenuto un modello sociale ed economico molto simile al vecchio sistema sovietico, sin dai primi anni dell’indipendenza della Bielorussia. Governa il paese con un affiatato gruppo di élite, molti dei quali hanno legami con l’apparato di sicurezza e d’intelligence.
Anche se questa dinamica ha reso più facile il consolidamento del potere, complica un altro imperativo: l’equilibrio tra le potenze straniere per mantenere la sovranità economica, militare e politica. La Bielorussia non si è mai allontanata troppo dalla Russia in termini di sicurezza o economia, tenuto conto dei requisiti delle riforme democratiche ed economiche necessarie per essere considerati membri della NATO e dell’UE. Tuttavia, i rapporti politici della Bielorussia con la Russia non sono stati così costanti, i due paesi hanno formato lo Stato dell’Unione nel 1997, ma questa vicinanza non ha impedito divergenze sulle questioni economiche che hanno portato periodicamente Lukashenko a guardare verso Occidente per la cooperazione, al fine di ottenere una leva sulla Russia. Data l’integrazione delle infrastrutture della Bielorussia con quelle della Russia, e le connotazioni politiche delle relazioni economiche, questo è più facile a dirsi che a farsi. I test di Minsk su Mosca su questioni quali i prezzi dell’energia, di solito sono fallite, come la recente acquisizione da parte di Gazprom di Beltransgaz ha dimostrato.
Paesi come la Polonia e la Lituania hanno interessi geopolitici nel corteggiare la Bielorussia, come il desiderio di stabilire ad est lo stesso tipo di tampone territoriale che la Russia desidera avere da ovest. Ma questi paesi non possono eguagliare l’influenza della Russia sulla Bielorussia, così hanno fatto ricorso a manovre di soft power, come la creazione di legami con gruppi di opposizione bielorussi e guidato sanzioni dell’UE contro il governo Lukashenko. Il successo della prima strategia è stato limitato, dal momento che i gruppi di opposizione affrontano numerosi vincoli. La seconda strategia è una minaccia più grave per il governo bielorusso, in quanto il governo di Lukashenko dipende da un modello populista economico e tali modelli s’indeboliscono in ambienti economicamente e finanziariamente poveri. Tuttavia, questo isolamento economico ha dato alla Russia la possibilità di fornire assistenza finanziaria e servire come ancora di salvezza economica della Bielorussia, un ruolo che Mosca continuerà a giocare per tutto il tempo in cui Lukashenko sarà sulla cresta dell’onda.
Andando avanti, la Bielorussia non avrà altra scelta, se non supportare la strategia e una più ampia rinascita della Russia, date le limitate opzioni di Minsk di ottenere sostegno da altre potenze. Pertanto, la Russia continuerà a integrare la Bielorussia, muovendosi verso la creazione dell’Unione Eurasiatica nel 2015.

Moldova
La posizione della Moldova la rende importante per la Russia. Si trova nella Bessarabia, tra i Carpazi e il Mar Nero, un percorso tradizionale d’invasione da sud-ovest e dagli Stati balcanici. Si trova vicino al porto strategico di Odessa e alla penisola di Crimea, dove la Russia staziona la sua Flotta del Mar Nero, e serve come parte della rete di transito dell’energia che collega la Russia all’Europa e alla Turchia.

Le leve della Russia
Politica: L’ex presidente moldavo Vladimir Voronin e il suo partito comunista si trovano in partnership con la Russia. Mosca ha anche legami con i leader dell’Alleanza per l’Integrazione Europea (AEI), tra cui il primo ministro moldavo Vlad Filat e il presidente Marian Lupu. In particolare, la Russia sovvenziona la leadership della regione secessionista della Transnistria.
Sociale: solo circa il 6 per cento della popolazione moldava è etnicamente russa, anche se in Transnistria il 30 per cento della popolazione è russa (e un altro 30 per cento è ucraino). Circa l’11 per cento dei moldavi parla russo come lingua madre, e circa il 16 per cento della popolazione ha il russo come lingua primaria. La maggior parte del paese è cristiana ortodossa, ma divisa tra ortodossa rumena e ortodossa russa.
Sicurezza: La Russia mantiene circa 1.100 truppe in Transnistria (insieme ad un piccolo contingente di soldati ucraini). Anche se la Moldavia non fa parte del CSTO a guida russa, non è neanche membro della NATO.
Economica: la Moldova dipende dalla Russia per il 100 per cento del gas naturale e invia il 20 per cento delle sue esportazioni in Russia (particolarmente importante è il vino, importazione che la Russia ha tagliato per ragioni politiche). La Russia controlla gran parte dell’economia in Transnistria – che pur essendo una regione separatista, è il cuore industriale della Moldova – e fornisce assistenza finanziaria e sovvenzioni alla Transnistria.

Successi, ostacoli e ambizioni della Russia
La Russia ha respinto i tentativi di smilitarizzare la Transnistria o consentire una presenza occidentale sul suo territorio. Tuttavia, Mosca ha dovuto fronteggiare alcune battute d’arresto in Moldova; i comunisti non sono al potere da quando il filo-occidentale AEI li ha cacciati dal potere nel 2009, dopo la “Rivoluzione Twitter“. Nonostante la sua posizione, l’AEI non è abbastanza forte da eleggere un presidente, per cui la Moldova è in stallo politico da quasi tre anni.
Gli obiettivi della Russia per il 2012 sono migliorare la propria posizione in Moldova, attraverso il rafforzamento del Partito comunista e formando relazioni indipendenti con i leader e i membri dell’AEI. Se la Russia non può aiutare i comunisti a riconquistare il potere, almeno vuole far rimanere divisa la Moldova e l’AEI incapace di eleggere un presidente filo-occidentale. Mosca potrebbe ottenere questo risultato complicando il processo politico e ostacolando i negoziati tra Moldavia e Transnistria. La Russia vuole anche mantenere la propria presenza militare e influenza politica in Transnistria, e iniziare a gettare le basi per un eventuale inserimento della Moldova nell’Unione Eurasiatica.

La posizione e la strategia della Moldova
Come l’Ucraina, la Moldova è sia debole che divisa. A differenza dell’Ucraina, la Moldova non ha legami tradizionali o etnici con la Russia, è rumena etnicamente e linguisticamente. Questo, insieme alla piccole dimensioni e allo scarso peso strategico della Moldava, è un fattore principale della debolezza dello Stato e della sua capacità di essere in equilibrio tra le potenze straniere.
La Moldova è divisa sia territorialmente che politicamente. Il governo moldavo non detiene la sovranità territoriale sulla Transnistria, che ospita una base militare russa ed è popolata in gran parte da russi e ucraini. La spaccatura all’interno della Moldova è politicamente dominata da due grandi gruppi: i comunisti filo-russi e la AEI, una coalizione di partiti che vogliono portare la Moldova verso occidente. L’AEI si articola ulteriormente, con alcuni elementi impegnati in stretti legami con la Romania e la NATO, mentre altri sono più flessibili nelle loro lealtà, ma in generale, tutti i partiti dell’AEI supportano l’integrazione moldava con l’Unione europea. Dal 2009, né il Partito comunista, né l’AEI sono in grado di ottenere abbastanza voti in parlamento (61 su 101) per eleggere un presidente, in modo che il paese è paralizzato e incapace di formare una politica estera decisiva da quasi tre anni. Queste divisioni significano che la visione e la strategia della Moldova non sono unificate. Tutti i leader della Moldova devono superare queste divisioni, al fine di consolidare il paese, solo allora la questione della Transnistria e le più ampie questioni di politica estera, saranno affrontate da Chisinau.
Potenze straniere, oltre alla Russia, hanno interessi in Moldova; prima fra tutte la Romania. Non solo la Moldova e la Romania condividono legami etnici e linguistici, ma anche il territorio che costituisce la Moldova e la Transnistria (così come parti occidentali dell’Ucraina) appartenevano alla Romania, come  provincia di Moldavia, prima che la Russia annettesse il territorio come baluardo difensivo. Tuttavia, la Romania non è abbastanza forte per sfidare la Russia militarmente, e dato che la Moldova è il paese più povero d’Europa ed è sostanzialmente limitato dalla presenza e dall’influenza della Russia, le prospettive di adesione all’UE, nel vicino a medio termine, sono assai improbabili (anche se la distribuzione di passaporti rumeni ai cittadini moldovi, che gli permette di viaggiare nell’Unione europea, è un esempio di soft power della Romania verso il paese). Altri singoli stati membri dell’UE come la Polonia e la Svezia, vogliono avvicinare all’occidente la Moldova attraverso il programma di partenariato orientale, ma questo è un processo a lungo termine dagli effetti limitati.
La paralisi della Moldavia – politico, territoriale e geopolitica – dovrebbe persistere fino a che una potenza straniera sarà in grado di contestare la Russia nella regione in termini di hard power, piuttosto che soft power. Questo non è probabile che accada nel breve e medio termine.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Unione Eurasiatica e stabilità geostrategica della Russia

Jurij Andreev Strategic Culture Foundation 19.01.2012

L’alto stratega della politica estera e russofobo fanatico Zbigniew Brzezinski aveva dato una indicazione, quando ha scritto ne La Grande Scacchiera: la supremazia Americana ed i suoi imperativi geostrategici, che “la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. La Russia senza Ucraina può ancora lottare per lo status imperiale, ma sarebbe poi diventata uno stato imperiale prevalentemente asiatico“, ma tuttavia sotto la pressione permanente delle repubbliche dell’Asia centrale e della Cina. Aveva anche sottolineato molto opportunamente che in e “Tuttavia, se Mosca riprende il controllo dell’Ucraina, con i suoi 52 milioni di abitanti e le sue importanti risorse, così come l’accesso al Mar Nero, la Russia riacquisterà di nuovo automaticamente i mezzi per diventare un potente Stato imperiale, che copre l’Europa e l’Asia“.
In altre parole, la Russia non può realisticamente sperare di raggiungere la stabilità geostrategica, a meno che non riesca a controllare l’Ucraina. Di conseguenza, il compito di ostacolare le sinergie tra i due paesi occupa un aspetto significativo dell’agenda della politica estera di Stati Uniti e Unione europea. L’articolo d’opinione del premier russo Vladimir Putin, pubblicato sulle Izvestija nel 2011 – “Un nuovo progetto di integrazione per l’Eurasia: il futuro in divenire” – dove si propone la costruzione di una unione eurasiatica nello spazio post-sovietico, semplicemente è finito sotto il tiro dell’Occidente, come quando Putin suggerisce un’alleanza tra Russia, Ucraina e Bielorussia, in cui il Kazakistan e le altre repubbliche della ex Unione Sovietica sarebbero le benvenute.
E’ chiaro che l’Occidente non lesinerà gli sforzi per evitare che il progetto si concretizzi, e la tattica di Bruxelles, dietro la zona di libero scambio e di associazione con l’Ucraina, riflette questo ampio approccio. Kiev affronta le valanghe di critiche per l’arresto dell’ex premier ucraina Julija Tymoshenko, e gli attacchi contro l’Ucraina dell’attuale leader di V. Janukovich a volte confinano con le minacce dirette ma, per ragioni molto più profonde, i capitani dell’UE sono pronti a siglare un accordo di associazione con il paese, dispensare le promesse dell’Eurointegrazione alla sua leadership o anche – in un lontano futuro – una vera ammissione dell’Ucraina nell’Unione europea, solo per assicurarsi che i processi di unificazione all’interno della comunità degli stati slavo-orientali (e, potenzialmente, di un ulteriore passo nello spazio post-sovietico) subiscano un brusco stop.
E’ un aperto segreto che l’Ucraina sia la chiave per l’attuazione di una serie di piani geostrategici occidentali. Viene offerto l’inizio della preparazione all’adesione nella NATO, e le circostanze come quella in cui la costituzione ucraina dichiarato il divieto di fusione con dei blocchi militari o l’esistenza della base navale russa nella città ucraina di Sebastopoli, non sembrano rendere impossibile estendere l’invito. Di fatto, la NATO sta coltivando relazioni con la Georgia post-sovietica, indipendentemente da simili ostacoli giuridici.
A mio parere, l’integrazione dell’Ucraina nella NATO sarebbe letta come un casus belli per l’Europa.  Secondo l’accordo, il mondo si troverebbe solo a un paio di passi da un conflitto potenzialmente globale, il primo passo è il dispiegamento delle basi NATO in Ucraina, il secondo – l’entrata in gioco dei fattori legati al conseguente inaudito accorciamento del tempo necessario ai missili degli Stati Uniti per raggiungere gli obiettivi cruciali in Russia. Promesse, assicurazioni o garanzie giuridiche di qualsiasi tipo non contribuirebbero a dissipare le preoccupazioni di Mosca, considerando che le guerre iniziano sempre in violazione del principio dei pacta sunt servanda. A proposito, ho tenuto una conferenza sul tema in una conferenza internazionale ospitata dalla sede della NATO di Bruxelles, negli anni ’90, che ovviamente aveva attirato una notevole attenzione al momento. Vedendo la sua capacità di difesa seriamente erosa e quindi lasciata incapace di poter rispondere a un attacco con una ritorsione strategia, la Russia avrebbe potuto o passare al lancio dei missili su allarme o, a causa della brevità del tempo di preavviso, oppure ampliare la sua dottrina fino al punto di abbracciare gli attacchi preventivi. Gli attacchi  non dovevano essere necessariamente nucleari, ma l’intera situazione si sarebbe automaticamente trasformata nel prologo di un conflitto armato. Questo è il motivo numero uno per cui l’adesione alla NATO dell’Ucraina alimenterebbe dei rischi estremi e recherebbe lo spettro di una catastrofe globale.
L’Unione europea tende a concentrarsi sulle questioni economiche, sociali e culturali, e in Ucraina le posizioni in campo oscillano visibilmente mentre Kiev tenta di strappare vantaggi contemporaneamente sia in Occidente che in Oriente. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina firmava a San Pietroburgo un trattato per la  zona di libero commercio, il cui elenco dei firmatari comprende attualmente otto repubbliche post-sovietiche, con altri 3 candidati – l’Azerbaigian, il Turkmenistan e l’Uzbekistan – in attesa. Il trattato è entrato in vigore con grandi limitazioni e non si applica alle materie prime come petrolio, gas naturale, metalli e zucchero, ma un piano per ampliare il campo di applicazione l’accordo è già sul tavolo.
In generale, l’integrazione economica post-sovietica si muove con grande difficoltà e con sospensioni ricorrenti. La più semplice parte iniziale del processo – l’istituzione di una zona di libero scambio – esemplifica completamente la tendenza. Sommariamente, la zona è stata creata nel 1994, ma le legislature dei partecipanti non sono riuscite a ratificare l’accordo corrispondente. Anche se un nuovo accordo è stato firmato solo nel 2011, deve ancora nascere l’idea che una zona di libero scambio riguarda il commercio senza dazi e in sostanza null’altro. L’unione doganale formata da Russia, Bielorussia e Kazakistan (e che il Kirghizistan sta guardando in questo momento) è la naturale fase successiva del processo, in quanto implica politiche tariffarie comuni dei suoi membri nei confronti di paesi terzi, oltre che l’abolizione di fatto delle frontiere interne. Uno spazio economico comune con i suoi membri che sincronizzano una vasta gamma di loro strategie economiche e politiche e che, possibilmente, optano per una valuta comune, dovrebbe essere la forma più avanzata di integrazione da attuare.
L’unione doganale e lo spazio economico comune dovrebbero, idealmente, essere supervisionati da istituzioni sovranazionali. Una volta che queste istituzioni sono operative, il processo di integrazione può essere aggiornato per includere la creazione dell’unione eurasiatica descritta nell’articolo di Putin dell’ottobre 2011. I leader degli altri paesi hanno contribuito al dibattito: A. Lukashenko della Bielorussia, in un articolo intitolato “il destino della nostra integrazione” e N. Nazarbayev, ne “L’Unione euroasiatica: dal concetto alla storia del futuro“. Lukashenko, si deve notare, esprime ne “il destino della nostra integrazione” una visione a cui i suoi colleghi di tutto lo spazio post-sovietico potrebbero facilmente identificarsi: uguali diritti, il rispetto della sovranità nazionale e l’inviolabilità delle frontiere, sono gli unici principi plausibili su cui può essere costruita l’integrazione.
La domanda naturalmente che sorge nel contesto è quale ruolo viene adottato dall’Ucraina nella dinamica di cui sopra. Il paese era sulla lista degli ipotetici partecipanti quando Putin aveva precisato l’ordine del giorno per lo Spazio economico comune nel 2003, ma Kiev ha scelto di tenersi alla larga dal progetto. Il 18 ottobre 2011, l’Ucraina ha siglato un accordo sulla zona di libero scambio cui 11 repubbliche post-sovietiche – tutte, tranne la Georgia – probabilmente lo rispetteranno. Mosca farebbe bene a coltivare le sue relazioni con Kiev all’interno di una sequenza di alleanze che implichi sempre una più stretta integrazione economica. Senza dubbio, gli interessi economici delle parti coinvolte sono una base adeguata per il processo. L’Ucraina ha lo status di osservatore nella Comunità economica eurasiatica, inoltre ora è uno dei firmatari dell’accordo di libero scambio, il gradualismo ragionevole promette progressi notevoli nel lungo periodo. Gli accordi di libero scambio o di associazione con l’UE dell’Ucraina, se passano  nonostante la persistente crisi sistemica in Europa, non dovrebbero impedire alla Russia di interrompere il piano di portare l’Ucraina nell’orbita dell’integrazione post-sovietica. Inoltre, Mosca dovrebbe continuare a lavorare con l’Ucraina mantenendo questo obiettivo tra le priorità di politica estera della Russia, e i progressi fondamentali in questa direzione sarebbero immensamente superiori agli esigui guadagni come i vari tipi rilassati di commercio di materie prime.
Vi è tuttavia un fattore importantissimo che deve essere incorporato nel calcolo geostrategico di Mosca – e cioè le relazioni tra la Russia e la Cina. Senza dubbio, per la Russia la Cina è già un partner importante in una serie di strutture esistenti – la Shanghai Cooperation Organization e il BRIC, in particolare – ma la mia impressione è che la visione in politica estera di Mosca resta sotto l’incantesimo dell’Europa (questo squilibrio appare particolarmente inopportuno a seguito della svolta verso l’Asia degli Stati Uniti, prescritta dalla nuova dottrina militare di Washington). Anche il testo di Putin dice che l’unine eurasiatica dovrebbe essere “una parte essenziale della Grande Europa“, ma è anche vero che il pertinente rischio di un eccesso di dipendenza dall’Europa a scapito dell’Asia, non può essere scontato.
Sarebbe un grosso ignorare l’importanza della Cina per la sicurezza geostrategica della Russia. A questo proposito, vorrei rivedere la proposta russa di un trattato di sicurezza europea, ribadendo il mio suggerimento di vederlo rinforzato e trasformato in un trattato di sicurezza eurasiatica, con l’ascesa della Cina debitamente presa in considerazione. Il compito a lungo termine di chiarire la dimensione del trattato di difesa andrebbe ad integrare le interazioni in corso all’interno della Shanghai Cooperation Organization e del BRICS, soprattutto perché il primo è un sistema prevalentemente economico e il secondo una entità alquanto casuale.
Lo sviluppo e l’approfondimento del partenariato strategico con la Cina, insieme agli sforzi per convincere l’alleata Ucraina (e con la necessaria attenzione della Russia verso la Bielorussia e gli altri alleati) aiuterebbe la Russia a mantenere la sua stabilità geostrategica al punto che il paese sarebbe completamente immune alle invettive sparate da McCain e dai suoi simili.

La ripubblicazione è gradita con riferimento rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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