Turchia e la SCO, non è uno scherzo…

Dedefensa 2 febbraio 2013

putin-erdogan3Si tratta di un’idea generata durante un’intervista televisiva al Primo ministro turco Erdogan lo scorso luglio (vedasi 30 luglio 2012), riferendosi a ciò che aveva detto, in modo molto informale, alcuni dicono scherzando, durante una riunione nel luglio 2012 con il presidente russo Putin. Erdogan ha sollevato la possibilità di abbandonare definitivamente il progetto turco di entrare nell’Unione europea, e di discutere della possibilità di un’adesione della Turchia alla SCO (Shanghai Cooperation Organization, basata principalmente sull’asse Mosca-Pechino, assieme ad alcuni paesi dell’Asia centrale e con molti Paesi invitati in qualità di osservatori, che possono essere tentati di avvicinarsi, o anche più, all’organizzazione, come Pakistan, India, Afghanistan, Iran, ecc.)
Ora Erdogan mette la questione sul tappeto. Stranamente, si parla in maniera sostenuta e con  ritardo, della dichiarazione di Erdogan fatta il 25 gennaio 2013 nello stesso canale televisivo che aveva dato la precedente notizia. Questa ipotesi sembra al tempo stesso folle, anche se improbabile, che per qualche tempo si è esitato a commentare. Tuttavia, la dichiarazione di luglio di Erdogan è ora classificata come uno “scherzo”, e quella del 25 gennaio 2013 è considerata molto più seria. Il 29 gennaio 2013, l’eccellente sito al-Monitor che copre tutti gli affari del Medio Oriente, nella sua rubrica Turkey Pulse, riprendeva un articolo di Can Dundar, commentatore del giornale turco Milliyet. L’articolo si fa beffe dal punto di vista politico, dell’idea proposta da Erdogan, ma che ancora considera seria. La derisione sta nel fatto che il commentatore vede questa prospettiva nella SCO come un “passo indietro” per la Turchia, schematizzando secondo il nostro stato d’animo caricaturale, la Turchia volta le spalle alla civiltà (il blocco BAO) per abbracciare la barbarie sino-russa e company…
…Il mio modo di vedere è questo: il campo della Shanghai è comodo. Non ci sono progressi da affrontare. Non ci sono considerazioni sulle violazioni dei diritti umani, nessun barometro della democrazia e né ispettori che indagano. I media sono soppressi, i giornalisti sono in prigione, e a chi importa? In ogni caso siamo in competizione con la Russia per il primo posto nelle violazioni dei diritti umani, proposta alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Come la Cina, impone il controllo dei media, gli arresti arbitrari e la tortura. In gran parte assomigliamo a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan quando si tratta di dispotismo. Certo che vuole essere vicina a questo campo. E’ come dire: “Beh, non abbiamo potuto emulare l’occidente, quindi cerchiamo di andare ad est, che è già più simile a noi. Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non poteva avere il favore di entrambe le parti. L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”
Il 31 gennaio 2013, sullo stesso sito di al-Monitor, sempre nella rubrica Turkey Pulse, Kadri Gursel, giornalista sempre del giornale turco Milliyet, spiega il problema, ma con un tono diverso… “Il primo ministro turco ha annunciato la sua prima intenzione di portare il suo paese nella Shanghai Cooperation Organization [SCO], nota anche come “Shanghai Five”, in un’intervista del 25 luglio scorso a un canale televisivo turco vicino al suo partito. Erdogan poi ha detto: “Ho scherzato con Putin”. Ma ora basta scherzare con noi e chiediamoci ciò che stiamo facendo con l’UE. Ora è il mio turno di scherzare. Venite, accettateci alla Shanghai Five e noi riconsideremo l’UE.” Al momento Erdogan non è stato preso troppo sul serio, perché ha detto che stava scherzando con Putin. Il 25 gennaio, sullo stesso canale televisivo, quando ha sostenuto l’adesione della Turchia alla SCO, l’opinione pubblica turca lo ha preso sul serio. Questa volta non stava scherzando. La sua intenzione era seria. Ecco cosa ha detto Erdogan questa volta: “L’UE vuole dimenticarci, ma non può. E’ riluttante. Sarebbe meglio che lo dicesse. Invece di restare in stallo, siamo noi che lo diremo, e andremo sulla nostra strada. Naturalmente…, quando questa vicenda [dell'UE] non procede bene, il Primo ministro di 75 milioni di abitanti inizia a guardarsi intorno per trovare delle alternative. Questo è ciò che ho detto a Putin l’altro giorno, ‘Prendeteci nei Shanghai Five e noi dimentichiamo l’Unione europea.’ Portateci nei Shanghai Five e diremo addio all’UE. Qual è il punto di questo stallo? A una domanda se la SCO sia l’alternativa all’Unione europea, il primo ministro turco ha risposto: “I Shanghai Five sono migliori, sono più forti”. [...]
Ci possono essere coloro che a prima vista potrebbero avere la sensazione che non sia serio e che ancora Erdogan tenti di spaventare l’UE con il “ricatto della SCO” per accelerare il processo di adesione. Ma qui la stampa si sbaglia, perché Erdogan è serio. Il mio suggerimento a chi pensa che la preferenza di Erdogan per la SCO non sia seria, non è di respingerla come la frivola mentalità del governo arbitrario che prevale in Turchia. L’obiettivo della SCO è serio e coerente con lo stile del governo arbitrario. [...] Anche il paragone fatto è fuori luogo. La Turchia, per diventare un membro della SCO, prima di dimenticare l’UE dovrebbe lasciare la NATO, perché questi organismi sono alternativi l’uno all’altro. La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un dichiarato punto dell’agenda. Gli alleati occidentali del mondo libero della Turchia, prendono sul serio gli scherzi di Erdogan…
Nello stesso testo del 30 luglio 2012, ovviamente abbiamo commentato le precedenti dichiarazioni del primo ministro turco Erdogan. Per ingenuità o non conoscenza delle persone, del clima e delle cose, o per ignoranza, avevamo preso sul serio quello che si sarebbe dimostrato essere uno “scherzo” di Erdogan … Ma non su questo punto, che ci sembra, in ultima analisi, piuttosto non essere uno “scherzo”, perché ritornandoci, seriamente, rinveniamo la prova che lo dimostra. Ripetiamo qui alcune delle nostre osservazioni del 30 luglio 2012, in cui è chiaro che noi non vedevamo come scherzo la dichiarazione di Erdogan, anche se forse è stato detto in questa forma, ma ovviamente nascondendo una prospettiva molto seria. (Una prospettiva che Kadri Gursel mette sotto una luce nuova, rifiutando l’interpretazione dello “scherzo” quando scrive: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.” Lo “scherzo”  dimostra dunque una prospettiva molto seria.)
“…Nel frattempo, si comprende il processo per quello che è, senza alcun apprezzamento delle sfumature interpretative, della divinazione e di altri secondi fini. Resta quindi Erdogan che chiede a Putin supporto alla domanda di adesione a un’organizzazione che riunisce gli avversari del blocco di potenze BAO, spingendo Putin in una zona altamente strategica che, in caso di successo, lo  classificherebbe almeno come “sospetto alla NATO”, se non “nemico della NATO.” Ora, la Turchia da un lato fa parte della NATO, con un impegno strategico in questo senso con la politica-sistema del grande blocco BAO (l’impegno nell’antimissile della BMDE ne è l’aspetto principale), d’altra parte, la Turchia è in prima fila tra gli “Amici della Siria”, e quindi fa parte necessariamente del carrozzone del blocco BAO. Ciò è compatibile con l’appartenenza alla SCO?
In secondo luogo e al contrario, fino al caso siriano, e almeno dal 2009 (dopo la guerra tra la Georgia e la Russia [vedi 18 agosto 2008]), la Turchia ha seguito un percorso molto originale che, a quanto pareva, l’allontanava decisamente dal blocco BAO e l’avvicinava alla Russia. La sua posizione estremamente critica su Israele, con gli incidenti che seguirono, ne dava testimonianza. (Inoltre, nonostante la sua “evoluzione” recente, la Turchia è ancora fredda verso Israele.) Secondo questa logica, naturalmente, la Turchia sembrava promessa ad avvicinarsi alla SCO e inoltre la Turchia ha effettivamente partecipato al recente vertice dell’Organizzazione (vedi 11 giugno 2012), come “partner del dialogo”. Ma lo status di membro a pieno titolo va ben oltre ed introduce un elemento del tutto nuovo e completamente inaspettato. (Si legga, ad esempio, lo stesso cronaca di M. K. Bhadrakumar del 23 luglio 2012 su Atimes.com, che prendeva in considerazione la visita di Erdogan a Mosca, ma senza menzionare l’adesione alla SCO, cronaca assai pessimista a nostro avviso, dando un grande ruolo agli Stati Uniti e dando per scontato il coinvolgimento di Israele in Siria sulle sostanze chimiche siriane, e così via, tutte cose completamente rimesse in questione, al momento.)
Invece di spossarci con innumerevoli ipotesi che vanno in tutte le direzioni, sostenute dalle “informazioni del momento” e su tante analisi contraddittorie e incontrollabili, proclamiamo immediatamente la nostra clausola d’inconsapevolezza, rimanendo sul fatto da noi considerato importante (la domanda di adesione alla SCO), dopo aver osservato che il zig-zag e le variazioni della politica turca possono benissimo derivare, infine, dal caos suscitato dalle relazioni internazionali e da vari piani contraddittori. Erdogan ha fatto un annuncio estremamente contorto sull’atto fondamentale della sua domanda di adesione alla SCO, in cui si impegna nei confronti di Mosca, qualcosa di estremamente serio per Erdogan e la Russia, tutto ciò dimostra che desidera far notare questo atto fondamentale, pur essendo consapevole della sua incongruenza rispetto alla caotica evoluzione della Siria. Per noi, se dobbiamo scegliere tra l’impegno turco in Siria e la richiesta di adesione alla SCO, qui il secondo caso va oltre il primo per importanza…”
Non si aggiunge nulla di fondamentale a tutto questo, ma si osserva che le varie condizioni nel passaggio sopra riportato hanno solo rafforzato, in particolare, il ruolo sia destabilizzante che falsificante di molte posizioni naturali degli uni e degli altri sulla crisi siriana. Semplicemente, o meglio in modo complicato, la crisi siriana è davvero diventata ancor più complicata, sempre meno distinta in due campi e sempre più scatola e vaso colmi di contraddizioni, paradossi, calcoli falsi e reali, ecc., rispetto alle grandi linee di forza politica. In questo caso, ovviamente, saremmo portati a considerare la questione sollevata ancora una volta da Erdogan in modo serio, anche se a volte sembra avere sia l’apparenza dello “scherzo”, sia del carattere del tutto fondamentale. Portando al commento alquanto sprezzante di Can Dundar (“Abbiamo sempre descritto il nostro Paese come un “trampolino di lancio”, ma non può avere il favore di entrambe le parti.  L’occidente ci vede orientali, e l’oriente ci vede occidentali. Siamo sospesi in aria…”), con Dundar, diciamolo ancora, che ovviamente propende per l’abbraccio senza riserve del “civile blocco BAO”, portandolo a tali commenti ma rilevandoci, a differenza di quanto suggerisce Dundar, che la Turchia non sia “sospesa in aria”, ma che abbia chiaramente scelto il blocco BAO da decenni (l’adesione alla NATO non è niente?…), e la “sospensione in aria” non risale in realtà che al 2008, con gli errori di Erdogan e la crisi siriana che, come venti del disordine, impediscono di fissare una decisione netta. E quindi, da questo punto di vista, l’opzione della SCO diventa una cosa molto seria, più che mai considerata tale, e quindi l’osservazione di Gursel assume assolutamente tutto il suo significato sia dal punto di vista fondamentale, che dal punto di vista delle circostanze: “La SCO, che era nell’agenda nascosta dell’AKP per la Turchia, è oggi un punto dichiarato dell’agenda.”
Questo… è un dibattito fondamentale, perché per la Turchia (come per qualsiasi grande paese nella stessa posizione), la questione “Ovest-Est” (estranea alla Guerra fredda) è del tutto essenziale, poiché questa è la sfida del Sistema. Oltre a questo, il calderone in Medio Oriente e la crisi siriana, le ambizioni regionali, le esplosioni arcaiche e utopiche fra sunniti, sciiti, islamisti radicali e liberali, vari trafficanti e industrie del petrolio, non hanno alcun valore duraturo. Nel migliore dei casi, fanno parte di un disturbo che non si è sviluppato ancora abbastanza, paradossalmente, per passare a una posizione accettabile ai margini del movimento anti-Sistema. Nel peggiore dei casi si tratta di un disturbo da deviazione della questione fondamentale, e cioè del Sistema. (Questo fatto è un bene per la Turchia, perché ha altre opzioni, ma non è valido per altri Paesi incassati nel Medio Oriente, in grado di analizzare la loro posizione, rispetto al disordine generale della regione, in modo diverso), invece l’equazione simbolica della NATO contro la SCO rappresenta pienamente per la Turchia, la logica perenne della nostra crisi globale: la Turchia nella NATO rimane nel Sistema, passando alla SCO la Turchia diventa anti-Sistema.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

Tra il caos afgano e le “rivoluzioni”: una rondine araba non fa la primavera russa

Jean Geronimo Mondialisation.ca 21 giugno 2012  
 
Al momento dell’accelerazione della ritirata occidentale dal pantano afgano successiva all’esplosione “rivoluzionaria” del Medio Oriente, non ci si può che preoccuparsi per il futuro del cuore del nuovo mondo, l’Eurasia, storicamente sottomessa ai rapporti di forza tra grandi potenze e e divenuta dalla fine della Guerra fredda, una vera polveriera geopolitica.
L’evoluzione internazionale recente, in effetti, reca pesanti incertezze per la stabilità politica dello spazio eurasiatico. Questa evoluzione è, nelle sue grandi linee, spinta da due grandi shock esogeni: la crisi araba e il caos afgano in ragione delle loro implicazioni strutturali sui grandi equilibri regionali. Ma esse seguendo il fine di una logica oramai ‘orientata’ dalle grandi potenze, nel quadro  di una implacabile lotta per l’influenza volta al controllo degli stati strategici della regione, “i perni  geopolitici” di Brzezinski, questa configurazione si trasformerà in destabilizzazione programmata  nello scacchiere  eurasiatico. Con l’obiettivo chiave di enormi ed irreversibili danni collaterali.
Tendenzialmente, questa doppia evoluzione è la matrice della strategia incosciente e suicida della frammentazione dello spazio politico russo ampliato, nella concezione tradizionale dei dirigenti russi dello spazio ex-sovietico. Ad oggi, evolvendo in una sorte di ordinamento surreale ideologico,  dominante nel mondo irrazionale dell’ignoranza appresa, l’occidente non sembra avere ancora  capito questo deplorevole errore.
Questo spazio resta in effetti il cortile geopolitico di Mosca e il nervo strutturante della sua politica estera e, inoltre, la leva della sua legittimità internazionale recentemente confermata dalla notizie sull’orientamento definito dal presidente della Federazione Russa, V. Putin. Ufficialmente Mosca ritiene che gli impatti diretti ed indiretti della radicalizzazione delle “rivoluzioni” arabe, da cui è risultata la rinascita di al-Qaida nel Maghreb arabo, e più recentemente in Siria, siano una minaccia  contro i suoi interessi nazionali. Nella nuova dottrina di sicurezza russa, questa ultima integra la   Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), una sorta di Unione Sovietica ibrida e de-ideologizzata. Storicamente costituita dalle ex repubbliche dell’URSS e strutturalmente considerata da Mosca come una zona di potenziale intervento, è una sorta di linea rossa da non attraversare. L’Occidente è avvertito.
Nella visione strategica a lungo termine della Russia post-sovietica, sospinta da V. Putin fin dalle revisione del Concetto di sicurezza nazionale russa, nel gennaio 2000, questa radicalizzazione della “primavera araba” è il vettore di una potente avanzata della “minaccia islamista“, cioè, secondo la  terminologia russa, le conseguenze dell’Islam radicale porteranno, in definitiva, ad una ideologia alternativa. Si tratta quindi di ricordare, in modo succinto, la percezione russa di questa “nuova  minaccia“.
Il disimpegno statunitense dall’Afghanistan, rimuovendo un vitale tampone di sicurezza, è una  vera trappola geopolitica per la Russia e il suo estero vicino. Alla fine, questo ritiro apparente (difatti  parziale) riposerà su una maggiore domanda di legittimità della presenza statunitense nella regione dell’Asia centrale, nella misura in cui il presidente Obama ne confermerà la presenza sotto una  forma certamente aggiornata, ma che continui ad appoggiarsi su una presenza politica e militare, più o meno ufficiale, tramite la sua coorte di “consiglieri” e le sue molteplici “basi”. Questo è ciò che Mosca contesta apertamente, vedendovi principalmente una strategia per l’insediamento durevole nel suo cortile, rimettendo in causa le sue prerogative storiche ereditate dal  periodo sovietico. In totale conformità con l’analisi di Zbigniew Brzezinski, persegue quindi la sua parte strategica nello scacchiere eurasiatico, attraverso la decisione statunitense di “lasciare” l’Afghanistan, che alla fine avrà un triplo impatto per la Russia. In ciò, questa decisione integra una funzione latente, politicamente orientata e che, soprattutto, colpisce gli interessi russi.
In primo luogo, questo ritiro programmato accelererà la diffusione della droga, in ragione dell’emergere di nuove strutture informali e di nuove reti narco-politiche, a livello della CSI, e  senza dubbio con la complicità delle potenze ostili, oggettivamente interessate alla frammentazione  politica della Russia. Oggi Mosca critica l’inefficienza, più o meno voluta?, della lotta anti-droga  condotta dall’asse NATO-USA in Afghanistan, e che penalizza principalmente le zone d’influenza russe. Quest’ultima ragione incoraggia i dirigenti russi a sospettare che l’amministrazione statunitense compia azioni “dubbie” nella sua gestione della minaccia narcotica ed, in particolare, della strumentalizzazione politica di questa minaccia, qualificata da V.  Putin come “narco-minaccia”. Tutti i colpi vanno bene sulla Grande scacchiera.
- Dopo, questo ritiro favorirà l’infiltrazione delle forze estremiste e terroriste nelle aree di conflitto dell’ex Impero sovietico, che soffrono sia  di uno scarso controllo che della perdita di legittimità del governo centrale russo. Questa perdita di legittimità è aggravata dalla congiuntura di due elementi:
- da una parte, l’azione politicamente non neutra di certe istituzioni estere, tramite le rivendicazioni “democratiche” di organizzazioni multilaterale e delle ONG, veri motori delle recenti “rivoluzioni colorate” o di altre “rivoluzioni  d’internet” basate sulla manipolazione delle informazioni, e il cui obiettivo finale è rovesciare i regimi ostili, a favore di dirigenti più “malleabili”.
- dall’altra parte, la politica occidentale del “soft power” mira a scollegare la periferia post-sovietica dalla dipendenza russa, tramite una strategia di partenariato con gli Stati della CSI, con la politica del “vicinato condiviso“  condotta dall’Unione Europee e dell’integrazione delle repubbliche ex-sovietiche alle manovre della NATO, nel quadro della “Partenariato per la Pace.” L’obiettivo ultimo è di integrare nelle strutture NATO le repubbliche che desiderano emanciparsi dal “Grande fratello” russo e, in questo senso,  indebolire il potere regionale della Federazione Russa. Spiacevole e inutile provocazione.
- Infine, questo ritiro incoraggerà l’espansione del nazionalismo religioso e identitario stesso, rinforzato dalla recente evoluzione araba nelle aree  etnicamente delicate e a dominanza musulmana dello spazio russo: Caucaso, Urali,  Asia centrale. È questo che Daniel Bell, all’inizio degli anni ’60, nel suo libro “La fine delle ideologie” ha assai giustamente qualificato come germi dei  “micro-nazionalismi” e che più tardi Hélène Carrère d’Encausse, popolarizzerà nel 1978 con “L’Empire éclaté“. Alla fine, una conseguenza paradossale della scomparsa dell’Unione sovietica e della delegittimazione indotta del Comunismo  è stata sostituire la religione all’ideologia come vettore identitario e  catalizzatore dell’emancipazione dei popoli, anche se invariabilmente strumentalizzati dall’amministrazione statunitense, nel quadro della sua strategia di difesa della sua leadership in Eurasia. Questa “politicizzazione” della religione, favorita dal declino dell’ideologia comunista, è un fattore  esplicativo e strutturante della “Primavera araba“. E, in questo senso, una  vera bomba geopolitica a tempo.
Fondamentalmente provocata dal doppio shock esogeno arabo-afgano, questa  involuzione etno-religiosa rischia, a breve, di incancrenire la zona di dominio russa e la sua cintura periferica, politicamente fragile e ricca di energia, quindi strategicamente importante. Nell’estensione della “linea Brzezinski”, questa involuzione avrà per conseguenza principale affondare la Russia post-sovietica tra dei micro-conflitti periferici, economicamente estenuanti e politicamente destabilizzanti. Ciò rappresenta una grave minaccia contro gli interessi politici della Russia, ma anche contro quelli dell’Europa,  caratterizzata da una forte dipendenza energetica dalla Russia, che potrebbe  tradursi in uno scenario catastrofico, con una forte ondata di aumenti dei prezzi degli idrocarburi. Incoraggiando, sotto l’ala di Ashton, la radicalizzazione democratico-islamista dello scacchiere arabo e, a sua volta, della periferia post-sovietica, suscitando delle rivoluzioni liberali “colorate” allo scopo di erodere l’influenza russa in nome dei superiori valori morali della virtuosa Europa, con il sostegno degli Stati Uniti; sparandosi così sui piedi. A rischio, certo, di innescare dei processi incontrollabili e, infine, di destabilizzare l’Eurasia post-comunista.
Di fronte a questa pressione crescente della congiuntura internazionale, aggravata dalle manovre insidiose dell’Occidente, la Russia ha appena creato una  commissione della Duma incaricata di impedire e neutralizzare le “rivoluzioni colorate“. Nello stesso tempo, come alternativa politica al riavvicinamento con l’Occidente (il cui comportamento è percepito assai ambiguo) e per compensare  il “vuoto strategico” causato dalla sua ritirata dall’Afghanistan (percepita come una forma di egoismo irresponsabile), la Russia sostiene lo sviluppo di un asse di sicurezza eurasiatico con la riattivazione dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO), centrata sul potenziamento del partenariato sino-russo e il suo allargamento alle nuove potenze regionale emergenti, come l’India. Il 5 giugno 2012, durante la visita di V. Putin in Cina, il presidente russo e la sua controparte cinese Hu Jintao, hanno sottolineatola necessità di rafforzare il loro partenariato strategico, per garantire la sicurezza regionale minacciata dall’”impasse afghano” e in definitiva, controbilanciare l’asse NATO. Un segnale chiaro di avvertimento, prima del prossimo incontro Obama-Putin al vertice G20 a Los Cabos, in Messico (18-19 giugno). Garanzia di sicurezza nel cuore dell’Eurasia.
Indebolendo il dominio russo in una area nevralgica e fonte di incertezze per l’Europa, l’instabilità nelle aree dell’Asia centrale e del Medio Oriente ha generato delle derive caotiche arabo-afghane, che sono quindi un reale vettore di disordini nello spazio post-sovietico e, più globalmente, per il continente eurasiatico. In modo obiettivo, queste derive formano una potenziale matrice di conflittualità e, in ultima istanza, di ristrutturazione dei rapporti di forza  internazionali con, per scopo implicito e ultimo, il controllo della governance mondiale.
In tale quadro, questo braccio di ferro tra leadership concorrenti, il ruolo strategico e politicamente decisivo della Siria nella regione, spiega la  fermezza della posizione russa attuale. Ora decisa ad opporsi frontalmente alla coalizione degli interessi arabo-occidentale, Mosca non può più indietreggiare  e vuole fare della Siria il simbolo del suo ritorno sulla scena internazionale come vettore del riequilibrio multipolare della governance, appoggiandosi sull’ONU. Quest’atteggiamento russo può tanto più essere spiegato in quanto respinge qualsiasi ricerca di uno “scenario libico” d’islamizzazione della regione, con l’aiuto (involontario?) della NATO, sulla base di una saggia strategia di disinformazione – già usata in Afghanistan, Irak, ex Jugoslavia e anche nelle repubbliche ex-sovietiche. La nuova credibilità internazionale della Russia, faticosamente ricostruita da V. Putin dall’inizio degli anni 2000, è in gioco, assieme alla sua identità post-sovietica.
Lungi dall’essere la primavera russa, una rondine araba potrebbe far generare un  “inverno afgano” dai colori islamisti, particolarmente temuto dagli eredi dell’ex-URSS, ora riemersa dai meandri della Guerra Fredda assieme al fantasma  di Brzezinski e le inquietanti manipolazioni degli USA. In effetti, Mosca non ha dimenticato la “trappola di Kabul” del dicembre 1979, preparata con la benevolenza di quest’ultimo, dall’amministrazione democratica di Carter per  dare all’armata rossa la sua “guerra del Vietnam” e, in fine, destabilizzare la potenza russa, con le conseguenze che si sanno. Trentatré anni dopo, e con la complicità occidentale, la trappola afgana rischia di scattare di nuovo sulla  Russia post-sovietica. Terribile disgrazia.
Nel cuore della Grande scacchiera eurasiatica, la Guerre tiepida sembra, oramai, inevitabile (1).

(1) La nozione di Guerra tiepida è concettualizzata nel post-scriptum della  nuova versione del mio libro, aggiornato con altre 50 pagine e centrato sulle minacce collegate alla crisi arabe e allo scudo antimissile degli Stati Uniti: “La Pensée stratégique russe – Guerre tiède sur l’Échiquier eurasien“, prefazione di Jacques Sapir, marzo 2012, ed. SIGEST, ISBN 2917329378. In  vendita su: Amazon, Fnac, Décitre (15 euro). 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, “Centro del fronte anti-sistema”

Dedefensa 16/03/2012 – Bloc-Notes

I russi hanno un atteggiamento sempre più sospettoso, anche ostile, nei confronti dell’Occidente in generale (quello che noi chiamiamo blocco BAO), nei confronti degli Stati Uniti, nei confronti delle istituzioni del blocco BAO come la NATO, secondo un sondaggio del Centro Levada, un istituto privato. Questa diffidenza, che va dalle riserve all’ostilità, è segnata da una crescente distanza e un senso di ripiego verso la dimensione nazionale, almeno rispetto l’Occidente, di questa potenza che è la Russia.
(Il Centro Levada è un’organizzazione di ricerca sociologica non governativa, indipendente, dal nome del professore di sociologia Jurij Levada, che l’ha diretto fino alla sua morte nel 2006. Il Centro Levada, noto anche con le iniziali VCIOM, creato nel 1987 e riformato nel 2003, fa parte dei gruppi privati di ricerca della Russia post-sovietica, completamente liberi dalle pratiche dell’epoca comunista. L’influenza politica estera, compresa quella del governo, dovrebbe essere considerata ridotta, assicurando ai risultati delle indagini un credito indiscutibile nel riferire la situazione sociologica e, potremmo aggiungere, psicologica in Russia.)
Russia Today, il 15 marzo 2012, riportava i risultati dell’ultimo sondaggio del Centro Levada sull’atteggiamento dei russi nei confronti dell’Occidente, dando degli elementi di confronto con i risultati precedenti. Più che risultati spettacolari, ma spesso effimeri o troppo strutturati – come focolai giustificati, ma emozionali, di anti-americanismo, per esempio – questo tipo di indagine riferisce delle tendenze fondamentali e spesso “coscientizzate” attraverso delle domande molto dettagliate su vari aspetti del problema considerato. Il risultato è effettivamente a sfavore del blocco BAO.
La percentuale di russi che credono che Mosca debba smettere di prestare attenzione alle critiche dell’Occidente è salita di cinque ha punti percentuali negli ultimi due anni, passando dal 45 per cento del 2010 al 50 per cento di quest’anno. Nel 2007, solo il 38 per cento dei russi manifestava sentimenti simili verso l’Occidente.
“I ricercatori dell’organizzazione dei sondaggi afferma che la maggioranza degli intervistati (40 per cento) è del parere che l’Occidente veda la Russia come un concorrente e che stia tentando di indebolire il paese; un altro 29 per cento degli intervistati crede che gli occidentali in generale abbiano una scarsa comprensione della vita russa, e quindi sono più inclini a criticarla. Altri ancora (26 per cento) dicono che l’Occidente critica la Russia perché ha un atteggiamento intrinsecamente ostile verso il paese.
“Per quanto riguarda la posizione che la leadership della Russia dovrebbe prendere, alla luce di questo tipo di ramanzina occidentale, il 39 per cento degli intervistati dice che la Russia deve mantenere una maggiore distanza dagli Stati Uniti; un’altra categoria degli intervistati (34 per cento) ritiene che l’attuale rapporto con gli Stati Uniti deve essere conservato, il 15 per cento è del parere che le relazioni tra gli ex rivali della Guerra Fredda dovrebbero essere ancora più strette. [...]
Un anno fa, il 5 per cento dei russi intervistati aveva dichiarato che la Russia dovrebbe cercare l’adesione all’alleanza militare occidentale. Oggi, il dato si trova su un terreno infido di solo 3 per cento. Contemporaneamente, il numero di sostenitori della cooperazione Russia-NATO nella sicurezza comune si è ridotto dal 29 al 26 per cento, mentre il numero di coloro che chiedono di contrastare l’espansione della NATO formando un’unione difensiva, è aumentato dal 21 al 23 per cento.
Infine, il 36 per cento degli intervistati tende verso una strategia di difesa più isolazionista, dicendo che Russia dovrebbe astenersi dall’aderire a una qualsiasi alleanza militare, con un incremento di 5 punti percentuali in più, in un anno.
La sorpresa notevole di questa indagine è senza dubbio che non reca nessuna sorpresa rispetto a quello che potevamo giudicare intuitivamente dell’evoluzione del sentimento collettivo russo, e dell’accordo di quel sentimento con l’evoluzione del sentimento della dirigenza politica russa che abbiamo notato, nel senso di una conferma, nel periodo elettorale. A differenza del blocco BAO, e in particolare degli Stati Uniti, vi è una notevole unità di giudizio psicologico e politico tra il sentire dei cittadini russi e la loro dirigenza politica, anche nella sicurezza nazionale, considerando questo aspetto nel suo senso più ampio. (L’idea di un confronto con gli Stati Uniti viene realmente subito in mente. C’è una disconnessione costante negli Stati Uniti tra il sentimento popolare e la politica estera statunitense, in particolare su problemi fondamentali legati all’aspetto meccanicistico guerrafondaio della politica degli Stati Uniti, come l’Afghanistan o la prospettiva di un attacco contro l’Iran.)
Naturalmente, le pressioni del blocco BAO, l’interferenza manifesta sotto forma di sovvenzioni all’opposizione filo-occidentale in Russia o ciò che sia; il tipo di organismi cinghie di trasmissione che appaiono nell’organizzazione ciò che abbiamo designato come “nuova guerra”, costituiscono alcuni dei più importanti eventi congiunturali che alimentano lo sviluppo della tendenza qui riportata. Questo evento ciclico non può essere considerato l’unica causa, e neppure la causa principale, dell’andamento del sentire profondo della popolazione russa. Integra ai nostri sensi, una tendenza generale chiaramente identificabile almeno dal periodo 2006-2008, con la svolta della crisi di sistema del 2008, che è  piuttosto il generale declino dei sentimenti filo-occidentali, che avevano segnato il primo periodo post-sovietico. C’è, crediamo, in questa evoluzione, un giudizio collettivo piuttosto generale e, anche e soprattutto, una potente intuizione collettiva della sostanza del sistema che domina assolutamente un Occidente divenuto il blocco BAO. Questo suggerisce che l’unità d’intenti tra la popolazione e la direzione generale è un pensiero reale e accettato come tale, e perciò costituisce un punto di forza, forse senza equivalente effettivo nel contratto collettivo, della situazione politica nella Russia di oggi. alal luce di ciò, deve essere considerato estremamente secondario nell’atteggiamento dei russi la necessità di una riforma, soprattutto in senso “democratico”, interpretata secondo la visuale occidentalista-americanista, e che il sistema, attraverso la sua cinghia di trasmissione (“l’occidente diventato blocco BAO”), continua a proporre per cercare di delegittimare la dirigenza russa riguardo la sua popolazione.
Questo è certamente parte di quello che noi abbiamo interpretato, nelle elezioni per la presidenza di Putin, come processo di legittimazione del nuovo presidente. Oggi sappiamo che non si tratta di un uomo in quanto tale (Putin), secondo l’approccio dell’Occidente che ne fa una sorta di “dittatore” corrotto estremamente stereotipato, con le sue regolari rivelazioni sensazionali su e contro di lui, ma della direzione che questo uomo rappresenta riguardo al sentire dei russi, e che corrisponde esattamente a quella sensazione. La questione non è quindi certamente giudicare le virtù o meno di Putin, ma di constatare che la personalità di Putin e le sue scelte fanno parte di una corrente collettiva, di una forte tendenza popolare. (La domanda non è nemmeno se Putin sia popolare o amato, ma se per davvero corrisponde più precisamente, tra i leader politici, a ciò che i russi considerano intuitivamente essere necessario oggi per la loro nazione. Lì, la percezione di fondo, probabilmente inconsapevole, del grande pericolo rappresentato da questo periodo in generale e, in particolare, dalle pressioni di destrutturazione e dal desiderio di dissoluzione del sistema. Questo corrisponde al giudizio di Israel Shamir nel testo già indicato, sul periodo attuale: “… è un fatto saliente che questo paese sia nelle mani di Putin”.
Da questo punto di vista, concludiamo che ciò conferma che la Russia è molto meno, radicalmente meno, dipendente dal sistema in generale, che non il blocco BAO ben inteso, e che evolve sempre più verso una posizione di diffidenza, e anche di ostilità, a questo sistema. La Russia, nelle sue varie componenti e in tutti i suoi caratteri, è un punto fondamentale della resistenza al sistema. Non solo la Russia è evidentemente ciò che designiamo come un sistema anti-sistema, che non necessariamente implica una nozione di coscienza attiva o un concetto dinamico, ma rappresenta senza dubbio ciò che noi chiameremmo “un centro della resistenza anti-sistema“. Si tratta di essere a un livello superiore, un “centro di resistenza anti-sistema” che coinvolge un concetto dinamico e qualcosa che sia vicino alla coscienza di ciò a cui ci si oppone.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia e il mondo che cambia

Vladimir Putin parla della sua politica estera (Parte 2)
Vladimir V. Putin, Réseau Voltaire 9 marzo 2012

Nella seconda parte del suo articolo sulla politica estera, Putin ha fornito un aggiornamento sulle relazioni della Russia con l’Asia e il nuovo partenariato con la Cina, affronta il problema dello scudo missilistico degli USA, della crisi in Europa e il progetto di Unione Economica Eurasiatica, l’adesione della Russia all’OMC e il soft-power russo nel mondo. La politica estera intesa da Vladimir Putin, dimostrata dalla posizione di Mosca al Consiglio di sicurezza, tiene conto degli interessi della Russia, ma apre anche una via ai paesi che cercano di liberarsi dal dominio imperiale.

L’Asia-Pacifico acquista una nuova dimensione
La Cina, centro nevralgico dell’economia globale, è un vicino della Russia. Le deliberazioni sul suo futuro ruolo nell’economia globale e negli affari internazionali sono oramai oggi di voga. L’anno scorso, la Cina è salita al secondo posto al mondo in termini di PIL, e a breve termine, secondo gli esperti internazionali, tra cui statunitensi, supererà gli Stati Uniti in questo indice. La potenza globale della Repubblica popolare cinese è in ascesa, compresa la sua capacità di proiettare le proprie forze in varie regioni.
Quale atteggiamento la Russia dovrebbe adottare nel contesto del fattore cinese che è in rapida crescita?
In primo luogo, sono convinto che la crescita dell’economia cinese non sia una minaccia, ma una sfida che ha un enorme potenziale nella cooperazione nel campo degli affari, e la possibilità anche di gonfiare le “vele” dell’economia russa con il “vento cinese”. La Russia dovrebbe stabilire più attivi legami di collaborazione con la Cina, che unisce il potenziale tecnologico e industriale dei due paesi e sfruttando, ovviamente in modo intelligente, il potenziale della Cina per la ripresa economica della Siberia e dell’estremo oriente della Russia.
In secondo luogo, la politica della Cina sulla scena mondiale non offre alcun pretesto per accusare Pechino di cercare di dominare il pianeta. La voce della Cina è, infatti, sempre più udibile in tutto il mondo, e la Russia si rallegra, perché Pechino condivide la visione russa di un ordine mondiale equilibrato, in fase di sviluppo. I due paesi continueranno ad aiutarsi a vicenda a livello internazionale, regolando congiuntamente i problemi  regionali e globali più acuti, rafforzando la cooperazione in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), la Shanghai Cooperation Organization (SCO), il G20 e altre agenzie multilaterali.
E in terzo luogo, la Russia ha risolto tutti i problemi cruciali nelle relazioni politiche con la Cina, il più grande dei quali era la disputa sui confini. Un meccanismo forte e supportato da documenti giuridicamente vincolanti, è stato istituito nelle relazioni bilaterali. I due governi hanno raggiunto un livello di fiducia senza precedenti nelle loro relazioni. In questo modo la Russia e la Cina agiranno con spirito di autentico partenariato, basato sul pragmatismo e il riconoscimento dei reciproci interessi. L’attuale modello delle relazioni sino-russe sembra estremamente promettente.
Detto questo, le relazioni tra la Russia e la Cina non sono certo prive di problemi. Degli attriti nascono di volta in volta. Gli interessi commerciali di entrambi gli Stati in paesi terzi, non sempre coincidono, la Russia non è pienamente soddisfatta dalla struttura  commerciale e del basso livello degli investimenti reciproci. La Russia si sta preparando a monitorare i flussi migratori dalla Cina.
Tuttavia, la mia idea chiave è questa: la Russia ha bisogno di una Cina prospera e stabile, e sono fiducioso che la Cina, a sua volta, abbia bisogno di una Russia forte e prospera.
Un altro gigante asiatico, l’India, è anch’esso in rapida crescita. Russia e India sono tradizionalmente vincolate da rapporti di amicizia ed entrambi i governi le descrivono come il partenariato strategico privilegiato. Il suo rafforzamento darà beneficio a entrambi i nostri paesi, come all’intero sistema policentrico in fase di sviluppo, in tutto il mondo.
Stiamo assistendo non solo alla crescita della Cina e dell’India, ma al ruolo maggiore della regione dell’Asia-Pacifico nel suo complesso. In questo contesto, nuove prospettive di lavoro fruttuoso si offrono nel quadro della presidenza russa nella Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC). Nel settembre del 2012, la Russia ospiterà il summit APEC a Vladivostok, dove si stanno rapidamente sviluppando infrastrutture moderne, contribuendo così allo sviluppo della Siberia e dell’Estremo Oriente della Russia, e a consentire alla Russia di raggiungere i processi dinamici d’integrazione nella “Nuova Asia”.
La Russia sta lavorando e continuerà in futuro a dare massima priorità alle relazioni con i suoi partner dei BRICS. Questa struttura unica, creata nel 2006, è la dimostrazione più spettacolare della transizione da un sistema unipolare a un ordine mondiale più equilibrato. Il gruppo  riunisce cinque paesi la cui popolazione è pari a quasi tre miliardi di persone, e sono dotati delle economie emergenti più importanti, di enormi risorse naturali e del lavoro, e di colossali mercati nazionali. Dopo l’adesione del Sud Africa, i BRICS hanno ottenuto una dimensione veramente globale, e generano già oltre il 25% del PIL mondiale.
I membri del gruppo si stanno abituando a collaborare in questa struttura e ad adattarsi l’uno con gli altri. Si tratta, in particolare, di stabilire un migliore coordinamento nella politica internazionale e di cooperare più strettamente in seno all’ONU. Tuttavia, dopo aver raggiunto la loro velocità di crociera, i BRICS, con i suoi membri cinque, influiranno notevolmente nell’economia e politica mondiali.
Negli ultimi anni, la diplomazia e la comunità imprenditoriale russe hanno iniziato ad attribuire maggiore importanza allo sviluppo della cooperazione con i paesi asiatici, dell’America Latina e Africa. In queste zone, la Russia gode ancora di simpatia sincera. Credo che uno degli obiettivi del prossimo periodo, sarà l’intensificazione degli scambi e della cooperazione economica tra la Russia e questi paesi, così come la realizzazione di progetti congiunti nei settori dell’energia, delle infrastrutture, degli investimenti, delle scienza e tecnologia, delle banche e del turismo.
Il ruolo crescente delle regioni summenzionate nel sistema democratico di gestione economica e della finanza globale, si riflette nell’attività del G20. Penso che questo gruppo diventerà presto uno strumento di importanza strategica, non solo nella gestione delle crisi, ma anche nelle riforme a lungo termine dell’architettura finanziaria ed economica del pianeta. La Russia presiederà il G20 nel 2013. Certo, il paese dovrebbe utilizzare la sua presidenza per migliorare, tra l’altro, l’interazione tra il G20 e le altre strutture multilaterali, in particolare il G8 e, naturalmente, le Nazioni Unite.

Il fattore europeo
La Russia è parte integrante ed organica della Grande Europa, della civiltà europea nel senso più ampio. I cittadini russi si considerano europei. Siamo ben lungi dall’essere indifferenti verso l’evoluzione dell’Unione europea.
Per questo motivo la Russia avvia la trasformazione dello spazio tra l’Atlantico e l’Oceano Pacifico in una entità economica e umanitaria unificata, che gli esperti russi descrivono come Unione dell’Europa, e che rafforzerà ulteriormente i mezzi e le posizioni della Russia nel quadro della sua svolta economica verso la “Nuova Asia”.
Nel contesto della crescita di Cina, India e altre economie emergenti, gli shock finanziari ed economici che hanno scosso l’Europa, un tempo oasi di stabilità e ordine, non ci lasciano indifferenti. La crisi nell’area dell’euro incide naturalmente sulla Russia, soprattutto perché l’UE è il principale partner economico e commerciale del nostro paese. Ovviamente, la situazione in Europa è largamente determinante per le prospettive di sviluppo del sistema economico globale nel suo complesso.
La Russia ha aderito attivamente allo sforzo internazionale per sostenere le economie europee in difficoltà, partecipa costantemente al processo decisionale collettivo in seno al Fondo monetario internazionale (FMI). La Russia non esclude in linea di principio la possibilità di offrire, in alcuni casi, assistenza finanziaria diretta.
Tuttavia, credo che apporti finanziari provenienti dall’estero possano essere solo una soluzione parziale. La risoluzione completa del problema richiede forti misure sistemiche. I leader europei devono affrontare la necessità di attuare riforme radicali, per rivedere ampiamente i meccanismi finanziari ed economici tesi a garantire una vera e propria disciplina fiscale. La Russia ha interesse ad avere a che fare con una forte Unione europea, corrispondente alla visione di Germania e Francia, perché ci rendiamo conto del grande potenziale del partenariato tra la Russia e l’UE.
L’interazione attuale della Russia con l’Unione europea non è ancora all’altezza delle sfide globali, soprattutto in termini di rafforzamento della competitività del nostro comune continente. Suggerisco ancora una volta, uno sforzo per creare un’armoniosa comunità delle economie da Lisbona a Vladivostok. Alla fine, sui tratta della creazione di una zona di libero scambio, o anche più sofisticati meccanismi di integrazione economica. Questo ci permetterebbe di godere di un mercato continentale comune, pari a diverse migliaia di miliardi di euro. C’è qualcuno che può mettere in dubbio che ciò sarebbe una grande idea, e che questo corrisponda  agli interessi russi ed europei?
Una più stretta cooperazione nel settore energetico, fino alla creazione di un complesso energetico unito d’Europa, è un altro argomento di discussione. Le tappe più importanti per arrivare a ciò sono la costruzione del gasdotto Nord Stream attraverso il Baltico e del South Stream attraverso il Mar Nero. Entrambi i progetti hanno ricevuto il sostegno di numerosi governi, e le più grandi compagnie energetiche dell’Europa vi partecipano. Dopo aver avviato il pieno sfruttamento di questi oleodotti, l’Europa avrà un sistema di approvvigionamento di gas affidabile, flessibile e indipendente dal capriccio politico di chiunque. Sarà un contributo reale, non artificiale, alla sicurezza energetica del continente. Tuttavia, questo problema è particolarmente importante, data la decisione di alcuni paesi europei di ridurre o abbandonare completamente l’energia nucleare.
Sono costretto a dichiarare apertamente che il terzo pacchetto dell’energia, di cui la Commissione europea ha assicurato un lobbying volto ad escludere dal mercato le aziende integrate russe, non contribuisce a rafforzare le nostre relazioni. Inoltre, poiché la destabilizzazione dei fornitori di petrolio altri  dalla Russia, aggrava i rischi sistemici che minacciano il settore energetico europeo ed è un potenziale ostacolo agli investimenti in nuovi progetti infrastrutturali. Molti politici europei che si intrattengono con me, sono critici verso il pacchetto. Si tratta di avere il coraggio di eliminare questo ostacolo dal percorso della cooperazione reciprocamente vantaggiosa.
Credo che un vero partenariato tra la Russia e l’Unione europea sia impossibile senza l’eliminazione degli ostacoli ai contatti economici e umani, in primo luogo, quello del regime dei visti. L’introduzione di un regime senza visti darebbe un forte impulso ad una reale integrazione della Russia e dell’UE, sarebbe utile per ampliare i contatti commerciali e culturali, soprattutto tra le piccole e medie imprese. La minaccia per l’Europa di un afflusso di cosiddetti migranti economici dalla Russia, è in gran parte una fantasia. I russi hanno la possibilità di usare la loro professionalità nella loro patria, e la gamma di queste possibilità si sta allargando.
Nel dicembre del 2011, la Russia ha concertato con l’Unione europea di sviluppare azioni comuni per stabilire un regime senza visti. Può  e deve essere attuato senza ulteriori indugi. La mia intenzione è di continuare a dedicarmi a questo problema nel modo più attivo.

Le relazioni russo-statunitensi
Negli ultimi anni, molti sforzi sono stati fatti per sviluppare le relazioni tra Russia e Stati Uniti. Tuttavia, la matrice di questi rapporti non è ancora stata radicalmente cambiata, e continuano ad esservi alti e bassi. Tale instabilità del partenariato tra la Russia e gli Stati Uniti è dovuta in parte alla resistenza di certi stereotipi e fobie. Il modo con cui la Russia viene percepita dal Congresso degli Stati Uniti è particolarmente rivelatore. Tuttavia, il problema fondamentale risiede nel fatto che il dialogo bilaterale e la cooperazione non sono basati su una solida base economica. Il commercio è ben lungi dall’essere all’altezza delle potenzialità delle economie della Russia e degli Stati Uniti. Lo stesso vale per gli investimenti bilaterali. Così la rete di protezione che eviterebbe alle nostre relazioni le oscillazioni cicliche, non è stata ancora tessuta. Si tratta di crearla.
La comprensione reciproca tra i due paesi non sta migliorando, non più dati gli sforzi regolari degli Stati Uniti nel condurre una ‘”ingegneria politica”, in particolare nelle zone tradizionalmente importanti per la Russia, e anche durante la campagna elettorale della Russia.
Ripeto che l’iniziativa degli Stati Uniti di creare l’ABM europeo solleva  preoccupazioni da parte nostra, del tutto legittime. Perché la Russia è più allarmato rispetto ad altri paesi? Il fatto è che l’ABM europeo influenza le forze strategiche di deterrenza nucleare, che solo la Russia possiede in questo teatro, sconvolgendo il l’equilibrio politico e militare raffinato per decenni.
Il legame inestricabile tra l’ABM e armi strategiche offensive è sancito dal nuovo trattato di riduzione delle armi nucleari START, firmato nel 2010. Il trattato è entrato in vigore e si dimostra efficace. Questo è un risultato fondamentale della politica internazionale. La Russia è pronta a prendere in considerazione vari elementi possibili dell’agenda russo-statunitense  sul controllo degli armamenti, per il prossimo periodo. La regola immutabile in questo campo è il rispetto dell’equilibrio del potere e l’abbandono dei tentativi di utilizzare i colloqui per assicurarsi vantaggi unilaterali.
Permettetemi di ricordare che nel 2007 ho proposto al presidente George W. Bush, a Kennebunkport, di risolvere il problema dell’ABM. Se fosse stato approvato, la mia iniziativa avrebbe modificato la natura tradizionale delle relazioni Russia-USA, e avrebbe dato un impulso positivo al processo. Inoltre, realizzando all’epoca un progresso nel campo dell’ABM, avremmo letteralmente spianato la strada alla creazione di un modello fondamentalmente nuovo di cooperazione, una stretta alleanza, soprattutto in diverse altre aree sensibili.
Questo non successe. Sarebbe certamente utile esaminare la registrazione dei colloqui a Kennebunkport. Negli ultimi anni, il governo russo ha fatto anche altri sforzi per trovare un terreno comune riguardo l’ABM. Tutte queste proposte restano valide.
In ogni caso, non avremmo messo una croce sulla ricerca di un compromesso per risolvere il problema dell’ABM. Vorremmo evitare che il sistema statunitense venga schierato a una tale scala, che richiederebbe l’attuazione delle contromisure che la Russia ha reso pubbliche.
Recentemente ho incontrato il signor Kissinger. Ci incontriamo regolarmente. E sono completamente d’accordo con questo vero professionista, secondo cui la stretta collaborazione e uno spirito di fiducia tra Mosca e Washington, siano particolarmente necessari, quando il mondo sta attraversando un periodo turbolento.
Nel complesso, la Russia è pronta a fare uno sforzo molto importante per sviluppare le relazioni con gli Stati Uniti e per ottenere un miglioramento qualitativo, a condizione che gli statunitensi mettano in pratica il principio di un partenariato equo e reciprocamente rispettoso.

La diplomazia economica
Nel dicembre del 2011, la Russia ha aderito all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) dopo una lunga epopea durata diversi anni. Vorrei far notare che nell’ultimo passo di questo processo, l’amministrazione Barack Obama e i leader di varie potenze europee, hanno contribuito attivamente alla finalizzazione degli accordi.
In tutta onestà, questo processo lungo e faticoso spesso ci ha spinto a “sbattere la porta” e a lasciare tutto. Tuttavia, la Russia non ha ceduto alle emozioni. In definitiva, il nostro paese ha raggiunto un compromesso vantaggioso: gli interessi dei produttori industriali ed agricoli  russi sono stati soddisfatti, in attesa di una maggiore concorrenza da società straniere. Gli operatori economici russi potranno beneficiare di notevoli nuove opportunità per accedere al mercato mondiale ed essere in grado di proteggere i loro diritti in modo civile. Per me, questo è ciò che costituisce il principale risultato e non il fatto simbolico dell’adesione della Russia al “club” mondiale del commercio.
La Russia sarà conforme alle norme dell’OMC, così in tutti gli altri suoi impegni internazionali. Mi aspetto un analogo rispetto delle regole del gioco da parte dei nostri partner. Mi si permetta di notare di passaggio, che abbiamo già inserito i principi del WTO sulla base giuridica dello Spazio economico comune, che comprende Russia, Bielorussia e Kazakhstan.
Analizzando il nostro modo di promuovere gli interessi delle imprese russe sulla scena mondiale, ci rendiamo conto che siamo ancora nella fase d’apprendimento in modo sistemico e coerente. A differenza dei nostri partner occidentali, non abbiamo ancora la tecnologia per promuovere correttamente le azioni a favore delle compagnie russe, sulle piattaforme dove si effettueranno gli scambi del commercio internazionale.
Tuttavia, è nostra responsabilità il compito di risolvere i problemi critici in questo settore, tenendo a mente che lo sviluppo innovativo è una priorità per la Russia. Si tratta di garantire eque posizioni della Russia nel sistema attuale di relazioni economiche globali, e di ridurre al minimo i rischi inerenti l’integrazione del paese nell’economia globale, in particolare nel contesto della menzionata adesione all’OMC, e dell’imminente adesione della Russia all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).
Il presupposto necessario è un accesso più aperto e non discriminatorio della Russia ai mercati esteri. Al momento non affrontiamo l’estero con gli operatori economici russi. Affrontiamo restrizioni di natura politica e commerciale, si erigono barriere che svantaggio le aziende russe nella concorrenza.
Lo stesso in materia di investimenti. La Russia cerca di attirare capitale straniero nella sua economia, mediante l’apertura delle zone più interessanti e offrendo veri e propri “pezzi scelti”, in particolare nel settore dell’energia e degli idrocarburi. Tuttavia, gli investitori russi non sono ben accolti all’estero, o vengono spesso ostentatamente respinti.
Gli esempi sono innumerevoli. Basti ricordare la storia della Opel tedesca, che gli investitori russi non sono stati, in ultima analisi, in grado di acquisire anche nonostante l’approvazione della transazione da parte del governo della Repubblica federale di Germania e la risposta positiva dei sindacati tedeschi. Ci sono anche casi scandalosi, in cui alle compagnie russe sono negati il godimento dei diritti d’investitore, dopo aver investito forti somme in attività estere. Questi esempi sono particolarmente comuni nell’Europa centrale e orientale.
Tutto questo ispira l’idea della necessità di rafforzare il sostegno politico e diplomatico delle società russe sui mercati esteri. e di fornire un sostegno più solido ai nostri grandi progetti, recanti un’importanza simbolica. Non bisogna dimenticare che di fronte a una concorrenza sleale, la Russia è in grado di reagire in modo simmetrico.
Il governo e le associazioni degli operatori economici russi dovrebbero coordinare i loro sforzi più precisamente, nella scena internazionale, promuovendo al meglio gli interessi delle società russe e assistendole nell’implementazione nei nuovi mercati.
Vorrei anche richiamare l’attenzione su un fatto importante, che determina in gran parte il ruolo e il posto della Russia nel rapporto delle forze politiche ed economiche presenti e future, a livello internazionale. Si tratta dell’immenso territorio del nostro paese. Sicuramente non corrisponde più a un sesto della superficie terrestre, tuttavia la Federazione Russa rimane lo stato più grande e più ricco di risorse del mondo. Io non parlo solo di petrolio e gas, ma anche di boschi, campi agricoli e riserve d’acqua dolce pura.
In altre parole, il territorio russo è la sorgente della forza potenziale della Russia. In precedenza, l’immensa distesa del territorio russo ha principalmente garantito la protezione della Russia contro le invasioni straniere. Oggi, applicando una buona strategia economica, potrebbe diventare la base fondamentale per far accrescere la competitività del paese.
Voglio ricordare in particolare che la carenza di acqua dolce è in rapida crescita in tutto il mondo. Si può prevedere, a breve termine, che ciò darà luogo a una competizione geopolitica per le risorse idriche e alla capacità di realizzare prodotti che richiedono un elevato utilizzo di acqua. La Russia ha un grande vantaggio. Ma essa è consapevole della necessità di gestire questa ricchezza con parsimonia e facendo calcoli strategici.

Il supporto ai russi all’estero e la cultura russa nel contesto internazionale
Il rispetto per la propria patria è particolarmente condizionata dalla capacità di quest’ultima di proteggere i suoi cittadini e le persone appartenenti allo stesso gruppo etnico all’estero. E’ importante non dimenticare mai gli interessi di milioni di russi paesi che vivono all’estero o visitano altri paesi, in congedo o in missione. Vorrei sottolineare che il Ministero degli affari esteri russo, e tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari, sono tenute a fornire aiuto e assistenza concreti ai russi, 24 ore su 24. I diplomatici devono rispondere immediatamente, senza attendere che i media lancino l’allarme, agli scontri che si verificano tra i nostri cittadini e le autorità locali, nonché a eventuali incidenti.
Agiremo con la massima determinazione, per ottenere dai governi lettoni ed estoni l’attuazione delle molte raccomandazioni dalle più importanti organizzazioni internazionali in materia di rispetto dei diritti, generalmente accettati, delle minoranze etniche. Lo status infame di “non-cittadino” è inaccettabile. Come possiamo anche accettare il fatto che un lettone su sei ed un estone su tredici siano dei “non-cittadini” privi di diritti politici, elettorali e sociali, e anche della possibilità di utilizzare liberamente la lingua russa.
Prendiamo ad esempio il referendum che si è tenuto recentemente in Lettonia sullo status della lingua russa. Ha ancora chiarito alla comunità mondiale la gravità del problema. Il fatto è che più di 300.000 “non cittadini” si sono visti, ancora una volta, negare il diritto al voto. E il rifiuto della Commissione elettorale centrale della Lettonia di concedere alla camera sociale russa lo status di osservatore, in occasione del referendum, è assolutamente disgustoso. Tuttavia, le organizzazioni internazionali incaricate di far rispettare le regole democratiche, sembrano essersi murate nel loro silenzio.
In generale, mentre le questioni relative ai diritti umani vengono sfruttate nel contesto delle relazioni internazionali, è improbabile che soddisfino la Russia. In primo luogo, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali cercano di monopolizzare la tutela dei diritti umani, politicizzandoli e rendendole completamente un mezzo per fare pressione. Nel frattempo, non tollerano le critiche contro di essi, e reagiscono in modo estremamente malsano. In secondo luogo, la scelta degli oggetti per il monitoraggio dei diritti umani, è selettiva. Invece di applicare criteri universali, gli Stati che hanno “privatizzato” questo argomento, fanno quello che vogliono.
La Russia si sente vittima dalla parzialità, dai pregiudizi, dal partito preso e dall’aggressività delle critiche malintenzionate cui è soggetta, e che spesso superano ogni limite. Le critiche giustificate dei difetti non possono che essere accolte con favore e portare a conclusioni appropriate. Ora, di fronte a critiche infondate, che si abbattono onda dopo onda, e mirano a manipolare sistematicamente gli atteggiamenti dei cittadini di un paese nei confronti della Russia, e di influenzare direttamente la situazione politica in Russia, ci rendiamo conto che questi sforzi non sono motivati dai principi democratici della più alta moralità.
Il campo dei diritti umani non dovrebbe essere monopolizzato da nessuno. La Russia è una democrazia giovane, e si mostra spesso estremamente modesta per risparmiare l’orgoglio dei suo partner più agguerriti. Ma la Russia ha qualcosa da dire: nessuno è perfetto per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Le democrazie consolidate hanno anch’esse commesso gravi violazioni in questo campo, e non dobbiamo ignorarlo. Certamente, non si tratta di uno scambio insulso delle accuse stupidamente offensive, sapendo che tutte le parti beneficiano di una discussione costruttiva sulle questioni relative ai diritti umani.
Alla fine del 2011, il Ministero degli Esteri russo ha pubblicato la sua prima relazione sulla situazione dei diritti umani in alcuni paesi. Credo che questa attività debba essere intensificata, in particolare per contribuire a una maggiore e più leale cooperazione nella totalità delle questioni umanitarie e alla promozione dei principi fondamentali della democrazia e dei diritti umani.
A questo proposito, i fatti citati sono solo una parte delle attività di accompagnamento informativo e di propaganda delle attività diplomatiche e internazionali della Russia, e della creazione di un’immagine obiettiva della Russia all’estero. Siamo costretti a riconoscere che i nostri successi in questo settore non sono numerosi. Spesso siamo battuti sul campo dell’informazione. Questo è un problema sfaccettato, a cui ci si deve impegnare seriamente.
La Russia ha ereditato una grande cultura riconosciuta sia in Occidente che Oriente. Ma il nostro investimento nelle industrie culturali e nella loro promozione sul mercato mondiale è ancora basso. La rinascita dell’interesse globale nella cultura e nelle idee, che porta al coinvolgimento delle società e delle economie della rete dell’informazione globale, offre nuove opportunità alla Russia, con talenti qualificati nella produzione di valori culturali.
La Russia non è solo in grado di mantenere la sua cultura, ma di utilizzarla come un potente fattore di promozione sui mercati mondiali. La lingua russa è diffusa praticamente in tutti i paesi dell’ex URSS e in una parte significativa dell’Europa orientale. Non si tratta di un impero, ma di espansione culturale. Non sono i cannoni, né l’importazione di regimi politici, ma l’esportazione dell’istruzione e della cultura, che contribuiranno a creare un ambiente favorevole ai prodotti, servizi e idee della Russia.
La Russia ha bisogno di rafforzare di molto la sua presenza nel mondo in materia di istruzione e cultura, e di accrescerla soprattutto nei paesi in cui una parte della popolazione parla o capisce il russo.
E’ necessario discutere seriamente il modo più efficace per migliorare la percezione oggettiva della Russia, attraverso l’organizzazione nel nostro paese di grandi eventi internazionali, vale a dire il vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) nel 2012, i vertici del G20 e del G8 nel 2013 e nel 2014, le Universiadi del 2013 a Kazan, le Olimpiadi Invernali del 2014 e la Coppa del Mondo di Hockey e calcio nel 2016 e nel 2018.
La Russia è disposta a continuare a garantire la sicurezza e la difesa dei suoi interessi nazionali attraverso una sua partecipazione più attiva e più costruttiva nella politica mondiale e nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Il nostro Paese è aperto alla cooperazione seria e reciprocamente vantaggiosa, così come al dialogo con tutti i suoi partner stranieri. Stiamo lavorando per capire e prendere in considerazione gli interessi dei nostri partner, ma vi chiediamo anche di rispettare i nostri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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