La cooperazione russo-iraniana sulla sicurezza regionale

Vladimir Evseev New Oriental Outlook 16/07/2014

IranafpakNegli ultimi anni, un Grande (allargato) Medio Oriente che include Asia Centrale e Caucaso, attrae sempre più attenzione dalla comunità internazionale. In passato tale attenzione fu collegata in diversi modi ai giacimenti di petrolio e gas naturale e al loro trasporto nel mondo, così come ai numerosi conflitti regionali, alcuni dei quali armati. Successivamente, a causa del “risveglio islamico” (un termine più preciso di “primavera araba”) e del continuo intervento di Stati Uniti ed  alleati negli affari interni degli Stati stranieri, l’instabilità interna s’è intensificata notevolmente nella regione, fino al punto di divenire una minaccia agli interessi nazionali della Federazione Russa e dei suoi alleati della Collective Security Treaty Organization (CSTO) e dei partner della Shanghai Cooperation Organization (SCO), tra cui i principali attori regionali: Repubblica islamica dell’Iran (IRI) e Turchia. La situazione della sicurezza nel Grande Medio Oriente peggiora. Ad esempio, il problema afghano rappresenta una potenziale minaccia per tutti i Paesi circostanti, come la crescente esportazione illecita di stupefacenti e il radicalismo islamico. Le elezioni presidenziali in Afghanistan, in questo caso non ispirano ottimismo. Il protetto degli statunitensi Ashraf Ghani Ahmadzai, già ministro delle Finanze, ha vinto le elezioni al secondo turno. Sostiene chiaramente la firma dell’”Accordo di cooperazione per la sicurezza e difesa tra Stati Uniti d’America e Repubblica islamica dell’Afghanistan”. Questo garantirà la presenza delle truppe statunitensi nel Paese fino al 2024, quando si prevede che i soldati statunitensi saranno sotto giurisdizione degli USA, cioè non potranno essere portati davanti ai tribunali afghani. Tuttavia, la vittoria nelle elezioni presidenziali afghane è dovuta in gran parte a brogli. Ciò dà all’altro candidato, Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, motivo con cui sfidare non solo i risultati delle elezioni, ma anche per controbattere con forza gli ascari degli statunitensi. Tutto ciò avviene sullo sfondo della significativa riduzione del numero di truppe straniere in Afghanistan, prevista per la fine del 2014, e del ritiro statunitense dalla base di transito nell’aeroporto internazionale di Manas. Tali soggetti più enfaticamente prevedono la costituzione di un sistema di sicurezza unificato, con la partecipazione di tutti gli Stati interessati come Russia, Iran, Pakistan, India, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Purtroppo, la Cina è riluttante a partecipare al processo, desiderando accordarsi con i taliban afghani. Presumibilmente ciò darà a Pechino vantaggi significativi, se i taliban arrivassero al potere a Kabul.
La presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan, dopo il 2014, merita una considerazione a parte come fanno, forse, alcuni loro alleati (per esempio, la Germania). Secondo i dati disponibili, tra 6000 e 13600 truppe straniere rimarranno nel Paese, che non basterebbero a contenere i vari estremisti. Per via di elevata corruzione, mancanza di formazione e attrezzature, e vulnerabilità alla propaganda islamista, le forze armate nazionali e le forze dell’ordine non potrebbero fare nulla. In particolare, solo il 7% delle unità dell’esercito afgano (1 su 23 brigate) e il 9% delle unità di polizia hanno sufficiente addestramento nel combattere i taliban, permettendogli di agire con un supporto minimo di truppe estere. Non solo Pechino, ma Washington e Kabul hanno grandi speranze sui negoziati con i taliban afghani. Molto probabilmente, ciò porterà a significative concessioni delle tre parti, con la conseguente “islamizzazione soft” dell’Afghanistan nel migliore dei casi, o la presa  dei taliban dell’autorità a Kabul, nella peggiore. In tale contesto, il traffico di droga in Afghanistan aumenterà significativamente, così come il contrabbando di armi, milizie e radicalismo sul territorio dei vicini Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan. In uno scenario possibile, i taliban, in collaborazione con i combattenti di al-Qaida e del “movimento islamico uzbeko”, creeranno una base politica e militare nel distretto Warduj, nella provincia del Badakhshan, espandendosi gradualmente ai distretti limitrofi di Jurm e Yumgon. Ciò preparerebbe la presa dei taliban del nord dell’Afghanistan, costituendo una vera e propria minaccia per gli Stati dell’Asia centrale. I leader di detti Stati chiaramente lo sanno, ma non potranno resistere senza aiuti. Allo stesso tempo, Dushanbe e Bishkek contano sull’assistenza militare di Mosca e Tashkent di Washington. E’ del tutto possibile evitare lo scenario negativo degli eventi in Afghanistan, soprattutto se si considera che l’Iran vi ha un’influenza seria, in primo luogo sui prossimi tagiki e hazara. L’Iran ha fornito a questo Paese assistenza economica sostanziale. Ad esempio, nel 2008, l’Iran ha costruito la ferrovia Herat-Khwaf, di cui 76 km in territorio iraniano e 115 km in territorio afgano. E anche sotto la pressione dei narcotrafficanti, l’Iran continua a dare rifugio e lavoro a centinaia di migliaia di rifugiati afghani. Le posizioni di Mosca e Teheran sul problema afghano in gran parte coincidono. La Russia è a favore del ritiro completo delle truppe straniere e del dialogo tra le diverse forze politiche del Paese. Allo stesso tempo, il ritorno dei taliban al potere a Kabul non è auspicabile per la Russia, per via dell’inevitabile crescita delle minacce alla sicurezza non tradizionali che ne deriverebbe. Pertanto, Federazione Russa e Iran devono coordinare i loro sforzi, sia su base bilaterale che attraverso i contatti tra Iran e CSTO.
hakbari20130305192058713Una situazione estremamente complessa rimane nella Repubblica araba siriana (RAS). La conferenza internazionale “Ginevra-2″ ha avuto un successo assai limitato, e le elezioni presidenziali della Siria nel 2014 non sono state riconosciute legittime, ancor prima che avessero luogo, dall’occidente e dagli Stati arabi del Golfo Persico. Ciò ha permesso a Stati Uniti ed alleati di sollevare la questione della necessità di un forte aumento dell’invio di armi, tra cui missili antiaerei portatili e lanciarazzi anticarro, per armare l’opposizione e rovesciare il Presidente Bashar al-Assad.  In particolare, gli Stati Uniti prevedono per la cosiddetta “opposizione moderata” 500 milioni di dollari in diversi tipi di armi e attrezzature militari. Non vi è dubbio che gran parte di esse finirà ai radicali, sia per sequestro che con la vendita sul mercato “nero” della regione. Ciò accade mentre le forze di opposizione si sono radicalizzate, l’esercito libero siriano moderato continua a degradarsi e il suo successore non è solo il fronte islamico, ma lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), che poco prima era generosamente finanziato dall’Arabia Saudita. Inoltre, quest’ultima organizzazione ha annunciato la creazione dello Stato islamico (califfato) sul territorio di Iraq e Siria, che potrebbe portare alla disintegrazione dell’Iraq e a mutare i confini di tutti gli Stati circostanti. Oltre a ciò, con il tacito appoggio di Ankara e Washington, il presidente del Kurdistan iracheno Masud Barzani ha invitato il parlamento regionale ad istituire una commissione per la preparazione del referendum per l’indipendenza. Il primo ministro iracheno Nuri al-Maliqi ha fortemente condannato le azioni della leadership curda, tra cui l’occupazione armata di Kirkuk e delle sue circostanti aree ricche di petrolio. Ciò preoccupa vivamente l’Iran, dove vi è una significativa diaspora curda. L’Iran ha una maggiore influenza sugli iracheni arabi sciiti che costituiscono la maggioranza della popolazione del Paese. Per via del lungo confine tra i due Paesi, i molti santuari religiosi sciiti in Iraq, la necessità di mantenere corridoi per la Siria e una varietà di altre ragioni, l’Iran è attivamente coinvolto nella soluzione della crisi irachena. In particolare, non meno di tre battaglioni della Guardia Rivoluzionaria Islamica e molto probabilmente velivoli iraniani combattono in Iraq, per impedire il rovesciamento del governo di Nuri al-Maliqi e la preservazione dell’integrità territoriale dello Stato. Ancora una volta Mosca e Teheran hanno la stessa posizione. Ciò si riflette, per esempio, sul fatto che il 28 giugno, su richiesta del governo nazionale, cinque aerei d’assalto russi Su-25 siano stati schierati in Iraq nella base di al-Muqtana, nei pressi di Baghdad. Teheran, da parte sua, ha consegnato all’Iraq un gruppo di suoi velivoli senza equipaggio d’intelligence “Ababil”, lanciati dalla base aerea Rashid, sempre vicino Baghdad, e gestiti da specialisti iraniani, avendo quel dominio dell’aria che impedisce alla milizia sunnita di organizzare grandi offensive.
C’è ancora molta incertezza sulla questione nucleare iraniana. Alla fine della presidenza di GW Bush, ciò quasi comportò la guerra regionale dalle conseguenze imprevedibili. Ora la situazione è notevolmente migliorata grazie agli sforzi del presidente iraniano Hassan Rouhani nel risolvere la crisi nucleare, come indicato nel “piano d’azione comune” firmato il 24 novembre 2013 a Ginevra. Nel prossimo futuro un accordo più ampio tra i rappresentanti dell’Iran e i sei mediatori internazionali potrà essere firmato risolvendo la crisi nucleare iraniana. Tuttavia, contrariamente ad alcune aspettative, ciò non rafforzerà i legami statunitensi-iraniani, in primo luogo per le profonde divergenze sulla risoluzione delle crisi siriana, irachena e afgana, e poi per la riluttanza di Washington a rimuovere completamente le sanzioni economiche e finanziarie unilaterali su Teheran. Questo processo prevede dieci anni, quindi per il momento la questione è togliere solo le sanzioni bancarie all’Iran. Ciò, da un lato, conserva la contrapposizione statunitense e iraniana, sebbene a un livello sostanzialmente inferiore. Dall’altra, gli iraniani avranno nuove opportunità d’interazione con partner in ambiti politico-militari ed economici. La Russia è senza dubbio il partner regionale più attraente per l’Iran. Ciò per la coincidenza delle posizioni sulla maggior parte dei problemi regionali e globali, nonché per la persistente volontà di rafforzare non solo la cooperazione politica ed economica, ma anche militare. Di conseguenza, una partnership “costruttiva” tra i due Stati è possibile, e nel lungo termine, anche un partenariato strategico. In particolare, ciò implica, con il sostegno attivo della Russia, l’avvio dei principali gasdotti iraniani verso est (Pakistan, Cina, India). Il coinvolgimento dell’Iran nel processo d’integrazione eurasiatica e della cooperazione tra Iran e Stati membri della CSTO nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, continuerà. Nella prima fase del processo, quest’ultimo potrà essere realizzato attraverso la creazione dei contatti operativi nell’Associazione Analitica della Collective Security Treaty Organization.
Rouhani and PutinNonostante alcuni problemi, la Turchia ha un’elevata credibilità nella regione, avendo una crescita economica stabile e fungendo da corridoio petrolifero per molti Paesi. In queste circostanze sarebbe utile coinvolgere la Turchia nel dialogo russo-iraniano, rafforzando la stabilità regionale e contrastando minacce non tradizionali come estremismo e terrorismo islamici. L’iniziativa russa d’istituire un centro universale della SCO per contrastare le nuove sfide e minacce che, di regola, provengono da attori non-regionali (Stati Uniti e altri Stati membri della NATO) è estremamente rilevante. E’ chiaro che la situazione nel consiglio di sicurezza regionale dipende in larga misura dall’interazione tra Russia, Iran e Turchia, caratterizzate da rivalità tradizionale e cooperazione durevole. In particolare, Teheran e Ankara costantemente oscillano tra confronto e relazioni diplomatiche reciprocamente favorevoli, avendo numerose divergenze strategiche su sicurezza regionale e cooperazione economica. Entrambi i Paesi hanno apertamente espresso il loro desiderio di diventare leader regionali. Hanno scelto diversi piani di sviluppo politico assieme alle tattiche corrispondenti per influenzare il Grande Medio Oriente. Tuttavia, la leadership di entrambi i Paesi si basa su un approccio ben noto in diplomazia: “una pace imperfetta è meglio di nessuna pace”, già confermata dai risultati della visita del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan a Teheran, alla fine di gennaio 2014, e poi dalla visita del Presidente Hassan Rouhani ad Ankara nella prima metà di giugno. Nel corso della prima visita, l’Iran non ha richiamato l’attenzione sull’atto ostile della Turchia d’installare sistemi missilistici antiaerei Patriot ed altri elementi del sistema di difesa missilistica, o sulle posizioni opposte dei due Paesi sulla Siria. Non possono ancora addivenire a un accordo su questi temi. Di conseguenza, il pragmatismo è necessario alla diplomazia del Presidente Hassan Rouhani, basata sulla comprensione che, sebbene l’Iran giochi un ruolo importante nel Grande Medio Oriente, non sia l’unico. Il Ministero degli Esteri dell’Iran riconosce il diritto della Turchia ad avere la propria politica militare, in gran parte dipendente dagli obblighi di Ankara in conformità all’adesione alla NATO e dalle relazioni da alleato di Washington. Ciò determina la prevedibilità della diplomazia iraniana verso la Turchia, per cui la priorità della cooperazione bilaterale è espandere le relazioni economiche e commerciali. Teheran ha molta esperienza. La  visita del presidente Hassan Rouhani ad Ankara l’ha confermato. L’obiettivo è raddoppiare il commercio turco-iraniano fino a 30 miliardi di dollari all’anno. Hanno inoltre discusso della lotta al terrorismo e all’estremismo nella regione, così come della situazione in Egitto, Siria e Stati arabi del Golfo Persico. Tuttavia, Ankara è preoccupata dalle prospettive delle relazioni iraniano-turche, dopo il possibile miglioramento delle relazioni tra Iran e occidente. E’ chiaro che dalla revoca parziale delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, influenza di Teheran nei processi regionali potrebbe aumentare seriamente. Perciò la Turchia può perdere lo status di superpotenza regionale.  Secondo alcuni esperti russi, le differenze dei possibili modelli di sviluppo di Iran e Turchia favoriscono Teheran, prima di tutto, in politica estera. E la rivalità tra Turchia e Iran segue linee parallele. Ciò costringe Stati Uniti e Unione europea a venire a patti con l’idea che, nel prossimo futuro, potrebbero avere a che fare con l’egemonia regionale di questi Paesi islamici.
Un altro leader regionale, l’Arabia Saudita, basa le sue rivendicazioni sul sostegno alle forze radicali islamiche. Il sostegno dall’occidente è temporaneo, per esempio, su Siria e Iran. In queste circostanze, alcuni negli Stati Uniti e in Europa considerano l’Iran un partner sufficientemente prevedibile e affidabile. L’occidente, ovviamente vincolato dagli obblighi con la NATO, avrebbe preferito una scelta a favore di Ankara. Ma l’Iran non intende fare marcia indietro. Questo è il motivo per cui il suo mercato attrae le aziende occidentali, in modo che, a loro volta, combattano per rilassare le severissime sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran. La Russia, allo stesso tempo, sviluppa la politica di collaborazione con Iran e Turchia. Mosca è interessata a rafforzare la cooperazione politica tra Ankara e Teheran, mentre l’amministrazione statunitense considera inaccettabile qualsiasi interazione iraniana e turca su questioni chiave del Medio Oriente. Tuttavia, le differenze rimangono, in primo luogo sulla questione siriana. E possono anche peggiorare, se Ankara non abbandona i piani per rovesciare il governo legittimo della Siria e di concedere l’indipendenza al Kurdistan iracheno. Ma a dispetto dei seri legami economici della Turchia con Mosca e Teheran, Ankara continua a concentrarsi solo sull’opposizione siriana, e talvolta funge da canale degli interessi statunitensi. Ciò convince della necessità di rafforzare le relazioni bilaterali con l’Iran in tutti i campi, facendone un partner strategico. In futuro questo processo potrebbe includere la Turchia dove, in caso di riduzione sostanziale dell’influenza occidentale, gli interessi nazionali potrebbero probabilmente avere la priorità sugli interessi degli alleati della NATO. Solo quando sarà possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza regionale trilaterale, per stabilire pace e stabilità nel Grande Medio Oriente, escludendo eventuali conflitti armati, vi sarà lo sviluppo della cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa e il rafforzamento dei processi d’integrazione, nonché il rafforzamento dei legami nella scienza, cultura e sport.
Naturalmente, nel Grande Medio Oriente, così come nelle sue singole parti (ad esempio, il Caucaso meridionale), significative minacce alla sicurezza permangono. Ciò è dovuto ai problemi irrisolti afgani, iracheni e siriani, mancata regolamentazione nella crisi nucleare iraniana, nonché dalla questione del Nagorno-Karabakh e dell’integrità territoriale della Georgia. Ma questo sottolinea solo l’urgente necessità d’istituire un nuovo sistema regionale di sicurezza, basato sugli interessi nazionali di tutti gli Stati, e indipendentemente dalla loro affiliazione ad unioni politico-militari. “Una piattaforma per la stabilità e la cooperazione nel Caucaso” potrebbe esserne la base, come proposto dalla Turchia nell’agosto 2008. Non vi è dubbio che l’attivazione del gruppo di lavoro di Minsk dell’OSCE, un significativo miglioramento delle relazioni russo-iraniane e russo-georgiane, e il rafforzamento dei processi d’integrazione in Asia centrale e nel Caucaso meridionale ridurranno significativamente i possibili conflitti nel Grande Medio Oriente trovando una soluzione pacifica ai problemi attuali. Ci saranno ulteriori opportunità, questa volta, per Armenia, Kirghizistan e forse Tagikistan, entrando nell’Unione economica eurasiatica, in via di formazione. In questo modo, la cooperazione russo-iraniana nella sicurezza regionale viene ulteriormente rafforzata. Ciò permette di pensare a una partnership “costruttiva” tra Russia e Iran e di sollevare la questione della redditività di un futuro partenariato strategico tra i nostri due Paesi.

2Vladimir Evseev, Direttore del Centro di Studi Sociali e Politici, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin in America Latina

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 16/07/2014

Putin-CastroDurante il suo tour latino-americano, il Presidente Putin non ha mai detto che il viaggio è la risposta alle provocazioni di USA e NATO ai confini russi. Non ha mai fatto dichiarazioni di natura conflittuale, non importa se gli USA sfruttano la grave crisi in Ucraina per flettere i muscoli lungo i confini russi. La Russia e i suoi politici subiscono continue minacce e offese dagli Stati Uniti. Il viaggio riguarda Cuba, Nicaragua, Argentina e Brasile. Nulla di simile è mai accaduto ai tempi dell’Unione Sovietica. La visita di numerosi Stati sarà routine. Vi sono inviti, ordini del giorno adempiuti e precisati. C’è ogni motivo per parlare di rinascita delle relazioni latinoamericane-russe… L’isolamento della Russia è una bolla, una fantasia di Foggy Bottom, solo un altro tentativo di avverare un sogno che riflette il fallimento di Obama nel percepire adeguatamente gli eventi  mondiali. La seria supposizione che gli Stati Uniti avranno altre possibilità di costruire un mondo unipolare, ne suscita il rifiuto anche dagli alleati di Washington. Solo gli anglosassoni sembrano accettarlo. Lo stile amichevole e costruttivo di Putin nel comunicare con i suoi partner latinoamericani, il suo impegno al raggiungimento di accordi reciprocamente vantaggiosi nell’economia, finanza, politica e cultura è molto apprezzato dai leader latinoamericani e trova risposte positive tra la gente comune. Le attività dei blogger confermano l’efficacia della visita del presidente. Ecco alcuni esempi:
Putin è un politico eccezionale che visita l’America Latina. La nuova strategia russa è un nuovo motivo per Obama di arrabbiarsi. I latino-americani fanno paragoni a favore della Russia. L’ambasciata degli Stati Uniti fa quel che vuole qui, in Paraguay; i media trascurano le notizie sulla visita. Chi pensa capisce bene quello che succede”.
“Hai ragione, amigo dal Paraguay; molti Paesi latinoamericani erano satelliti degli USA, tra cui il mio preferito, Kiskeya (Repubblica Dominicana)”.
“I legami tra Russia e Cuba sono sempre più forti facilitando pace, progresso, lotta contro la povertà e per l’uguaglianza sociale in America Latina. Questo è un esempio della strategia positiva di Putin volta alla coesistenza pacifica. L’impero degli Stati Uniti, le sue società petrolifere e di armi devastano interi territori, come Siria e Ucraina. Fiumi di sangue scorrono per consentire agli Stati Uniti di acquisire risorse petrolifere e minerarie. Ecco perché l’America Latina accoglie con favore il presidente russo e l’amico popolo russo”.
“E’ grande la Russia che tende una mano per salvare l’America Latina dal giogo statunitense. La caduta dell’impero, che si presenta ancora come la principale economia mondiale, si avvicina. Hugo Chavez ha detto che sarebbe successo a metà secolo. Gli Stati Uniti saccheggiano gli Stati latino-americani con il cosiddetto contributo finanziario, mentre ne arraffano le risorse minerarie. Gli USA lo fanno in Perù, Paraguay, Suriname e America Centrale. Negli Stati sull’istmo centroamericano solo il Nicaragua ha conservato la sovranità, grazie all’aiuto di Cina e Russia”.
“Qualunque cosa ho letto sul Presidente Putin mi convince che sia un grande leader. Ci sono pochi politici così sinceri e modesti”.
I media occidentali percepiscono la visita come una sfida geopolitica della “Russia al contrattacco!” Lo spagnolo El Pais è un media antirusso utilizzato dai servizi speciali degli Stati Uniti per spargere informazioni ostili sui “regimi populisti” nell’emisfero occidentale. Questa volta dà rilievo speciale alla cooperazione militare tra Russia e Paesi dell’America latina. I commenti di questo tipo sono usati per scopi antirussi dipingendo l’interazione militare come “aggressione armata”. Ecco come i voli dei bombardieri strategici (per rifornirsi) e l’approdo di navi da guerra sono dipinti. L’idea che tali visite siano usate per far riposare gli equipaggi e la manutenzione tecnica, suscita panico al Pentagono e tra i militari statunitensi situati in decine di basi in Colombia, Guatemala, Honduras, Paraguay e altri Paesi. I media USA sembrano seguire la visita di Putin su istruzione di Obama. La propaganda statunitense risuscita i fantasmi raccapriccianti dell’aggressione russa all’Ucraina, quando il presidente russo lo trova come il momento propizio per visitare l’America Latina. I media statunitensi usano il modello tradizionale, ignorare o denigrare. “I russi fanno promesse che non mantengono mai”. Come i grandi accordi firmati a L’Avana, compresa l’estrazione di petrolio. Il debito multi-miliardario di Cuba viene cancellato eliminando una dissonanza nel rapporto bilaterale. A Managua il Presidente Putin ha avuto intensi colloqui con il Presidente Daniel Ortega, che ha definito storica la visita. Ha detto che un presidente russo era sul suolo nicaraguense per la prima volta nella storia, e che il popolo era felice di dargli il benvenuto. Ortega ha confermato la volontà irremovibile di sviluppare la cooperazione con Mosca. Ha detto che Managua è pronta ad unirsi alle iniziative di pace mondiali della Russia. La risoluzione dei conflitti non viene raggiunta dai bombardamenti, ma da approcci ragionevoli e dalla volontà del popolo. Il Nicaragua è un alleato vero e provato della Russia in America Latina. Ortega è stato uno dei primi a sostenere la Russia sull’adesione della Crimea alla Federazione russa con il referendum di marzo. La Russia concede al Nicaragua un significativo aiuto economico e finanziario, fornisce grano, autobus e automobili Lada Kalina utilizzate dai tassisti. La Russia ha interesse a partecipare alla costruzione del canale interoceanico, alternativo al Canale di Panama, non escludendone la partecipazione alla difesa da attacchi marittimi o aerei. Il programma di cooperazione militare con le forze armate sandiniste ha grandi prospettive.

NICARAGUA-RUSSIA-PUTIN-ORTEGABuenos Aires è un’altra tappa. I colloqui Russia-Argentina si sono svolti in un’atmosfera estremamente cordiale. Le ragioni sono evidenti. Il Presidente Putin e la Presidentessa Cristina Kirchner hanno opinioni simili sulle principali questioni internazionali. Ritengono che la Carta delle Nazioni Unite debba essere rispettata quale documento fondante per mantenere la pace sul pianeta. Gli accordi raggiunti includono: un contratto prolungato tra i governi sull’energia nucleare, che prevede la costruzione di centrali nucleari, la ricerca congiunta e la generazione di isotopi per l’industria e le esigenze mediche. Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato accordi sull’energia nucleare con l’Argentina, nell’ambito del viaggio latino-americano volto a costruire l’influenza della Russia nella regione. L’Argentina ha costruito centrali elettronucleari per il suo programma nucleare riducendone la dipendenza dai combustibili fossili, nel pieno della crisi energetica. Putin e la Presidentessa Cristina Fernandez hanno detto che la società atomica russa Rosatom sarà coinvolta nella costruzione di un’unità della centrale nucleare argentina Atucha III. “Si tratta di accordi molto importanti”, ha detto Fernandez, assente dal pubblico per una settimana per via di un’infezione alla gola. “L’Argentina è leader nell’America Latina nella produzione elettronucleare”, ha detto Fernandez alla conferenza stampa congiunta al palazzo presidenziale. “Riaffermiamo i nostri legami di amicizia e i legami strategici”. L’Argentina ha uno dei più grandi giacimenti di petrolio e gas di scisto del al mondo, ma solo poche aziende hanno preso impegni per svilupparli. I membri della delegazione russa hanno visitato Vaca Muerta, un giacimento nella provincia di Neuquen. “Ne parliamo con la Russia, uno dei principali produttori mondiali di gas e petrolio del mondo. Ma noi argentini abbiano i nostri e sembra che altri l’abbiano notato”, ha detto Fernandez. Secondo stime preliminari Vaca Muerta può produrre energia sufficiente a soddisfare le esigenze di Argentina e Paesi del Cono Sud. I capi di Stato si sono scambiati regali tradizionali. Il Presidente Putin ha dato a Cristina Kirchner uno squisito scrigno d’argento come dono. Cristina gli ha regalato un bandoneon, strumento musicale per il tango.
La tappa brasiliana non sarà meno fruttuosa. La Presidentessa Dilma Rousseff ha contributo notevolmente al successo dei colloqui, abolendo alcune formalità. Putin l’ha ringraziata per l’atteggiamento ben augurante. Rousseff ha sottolineato che vi sono grandi prospettive nella cooperazione su sfruttamento del petrolio, costruzione delle ferrovia e sfera militare. Il Brasile è consapevole della posizione leader nella produzione di armi della Russia. Alcuni esperti latinoamericani dicono che il saluto particolarmente caldo di Rouseff all’ospite russo, sottolinea il malcontento per le recenti rivelazioni sullo spionaggio statunitense su suolo brasiliano. Rousseff ha dimostrato che atteggiamento positivo e fiducia sono possibili nel rapporto tra Stati. Gli Stati Uniti possono strappare una pagina dal libro Russia-Brasile.

Russian President Vladimir Putin Visits Argentina

bildeLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Scacco matto dei BRICS nel cortile di Washington

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 15/07/2014 modi-brics-story_650_051914125040Stati Uniti e loro più stretti alleati hanno cercato di isolare la Russia e il Presidente Vladimir Putin dalla scena mondiale. Come risultato del sostegno occidentale al regime ucraino, salito al potere con le violenze a Kiev, le azioni intraprese dalle potenze occidentali contro la Russia comprendono l’espulsione della Russia dal G-8 delle potenze capitaliste, il congelamento dei beni dei funzionari del governo e delle banche russi, e divieto di viaggio a prominenti cittadini russi. Tuttavia, Putin ha messo sotto scacco il presidente degli Stati Uniti Barack Obama nel suo cortile di casa. I difensori di Obama immaginano il loro presidente come un maestro di “scacchi a 11 dimensioni”. Tuttavia, in Brasile, il vertice delle nazioni BRICS di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, mostra al mondo che è Putin, non Obama, il maestro di scacchi a 11 dimensioni. In realtà, Obama potrebbe mollare la scacchiera. Putin è in visita in Brasile partecipando al summit 2014 nella città di Fortaleza. Il vertice BRICS avviene mentre i membri dell’amministrazione Obama, tra cui neo-con come l’assistente del segretario di Stato per gli affari europei Victoria Nuland, stilano piani per inasprire le sanzioni contro la Russia, portandoli ai livelli di Iran, Siria e Cuba. Putin e i suoi colleghi dei BRICS firmeranno un accordo a Fortaleza per la creazione della banca di sviluppo BRICS che aiuterà a schivare il tentativo dei neo-con d’isolare la Russia dalle reti bancarie internazionali. Qualsiasi rafforzamento delle sanzioni, come quelle imposte da Washington a Iran, Siria, Cuba, corre il rischio di punire le banche brasiliane, indiane, cinesi, sudafricane e di altre società, qualcosa che potrà far finire l’amministrazione Obama nelle acque bollenti del tribunale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che decide sulle pratiche commerciali che violano le norme dell’OMC.
L’eredità dell’amministrazione Obama è la politica da Guerra Fredda verso un’America Latina che ha chiuso definitivamente il vecchio dominio politico-economico degli Stati Uniti dell’emisfero occidentale. Obama ha piantato l’ultimo chiodo sull’arcana dottrina Monroe che decise che gli Stati Uniti avrebbero impedito alle nazioni non dell’emisfero occidentale, comprese le potenze d’Europa, dall’intervenire nelle Americhe. L’interventismo in Paesi come Venezuela e Honduras svolto dalla collega neocon della Nuland, Roberta Jacobson, assistente del segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, ha portato un grosso contingente di leader latinoamericani a partecipare con Putin, il presidente cinese Xi Jinping e gli altri leader dei BRICS al vertice in Brasile in cui gli Stati Uniti non avranno un posto. In effetti, gli Stati Uniti e le loro politiche imperialistiche saranno un tema importante in Brasile, un Paese che ha visto le sue telecomunicazioni, comprese chiamate ed e-mail private della presidentessa brasiliana Dilma Rousseff, regolarmente spiate dalla National Security Agency degli Stati Uniti. Putin ha svolto il grosso della sua visita di sei giorni in America Latina. Ha condonato il debito di Cuba verso la Russia, durante la visita a L’Avana ed si è anche fermato in Nicaragua e Rio de Janeiro. A Cuba Putin ha incontrato l’ex-leader cubano Fidel Castro e suo fratello Raul Castro, presidente di Cuba, due leader che continuano a far infuriare i centri di potere di destra e neo-con di Washington. Putin ha anche presenziato alla finale della Coppa del Mondo a Rio. La Russia sarà l’ospite della Coppa del Mondo 2018. Putin ha anche visitato l’Argentina dove ha firmato un accordo sull’energia nucleare. L’interesse di Iran, Argentina, Nigeria, Siria ed Egitto nel far parte dei BRICS potrebbe presto far divenire la sigla del gruppo “BRICSIANSE”. Un tale sviluppo farà trionfare le nazioni che si rifiutano di prendere ordini da Washington, e la presenza della Siria significherà la sconfitta definitiva della dottrina Obama della “R2P”, o “responsabilità di proteggere” filo-USA, e dell’intelligence occidentale che finanzia i capi dell’opposizione intenti a sostituire i governi anti-americani con regimi filo-USA. La Siria che entra nei BRICS come membro, a pieno titolo o associato, sarà il paletto nel cuore della R2P.
bricsfortal10411234L’amministrazione Obama non è riuscita a convincere un solo leader sudamericano ad evitare il vertice BRICS in Brasile. Infatti, due dei leader sudamericani sedutisi con Putin, Xi, Rousseff e gli altri leader in Brasile, il presidente del Venezuela Nicolas Maduro e il presidente del Suriname Desi Bouterse, sono stati oggetto dei tentativi di destabilizzazione della CIA e del dipartimento di Stato, collegati a minacce di sanzioni. Erano anche presenti presso i BRICS la presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner, il presidente della Bolivia Evo Morales, la presidentessa del Cile Michelle Bachelet, il presidente colombiano Juan Manuel Santos, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, il presidente della Guyana Donald Ramotar, il presidente del Paraguay Horacio Cartes, il presidente del Perù Ollanta Humala e il presidente dell’Uruguay José Mujica. Le sanzioni statunitensi contro la Russia e la sua dimostrazione di forza contro la Cina attraverso Giappone e  Filippine, sono cadute nel vuoto in Sud America. Le buffonate adolescenziali di Nuland, Jacobson, della consigliera per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti Susan Rice, dell’ambasciatrice degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Samantha Power, saranno di sicuro discusse nei pettegolezzi dei leader riunitisi a Fortaleza. La presenza del presidente della Colombia Santos è particolarmente degna di nota. Santos ha recentemente sconfitto il candidato della destra sostenuto dagli stessi interventisti dell’amministrazione Obama che hanno sabotato l’economia del Venezuela. Il candidato perdente, Oscar Ivan Zuluaga, aveva il pieno sostegno del predecessore di destra e pro-Israele/USA di Santos, Alvaro Uribe. Notizie recenti dimostrano che Uribe ha istituito un sistema di sorveglianza nazionale delle comunicazioni, in stile NSA, contro i suoi avversari. I legami di Zuluaga con gli stessi elementi che cercano di deporre Maduro in Venezuela non sono stati dimenticati da Santos, che continua ad impegnarsi in negoziati di pace a L’Avana con i guerriglieri di sinistra delle FARC e a migliorare i rapporti con il Venezuela, con grande disappunto degli agenti della CIA che vivono nello splendore di Miami, in Florida.
A Rio, Putin è riuscito a sabotare gli sforzi degli Stati Uniti per isolarlo, incontrando il primo ministro di Trinidad e Tobago Kamla Persad-Bissessar e il primo ministro di Antigua e Barbuda Gaston Browne, oltre al primo ministro ungherese Victor Orban, al presidente della Namibia Hage Geingob, al presidente del Gabon Ali Bongo e alla cancelliera tedesca Angela Merkel. Merkel e Rousseff hanno molto in comune, in quanto entrambi hanno avuto i loro cellulari personali monitorati dalla NSA, un fatto che Putin, che ha fornito asilo all’informatore della NSA Edward Snowden, probabilmente ha menzionato di sfuggita. L’unico tentativo che gli Stati Uniti hanno potuto fare affinché qualche funzionario latinoamericano criticasse i contatti tra i leader dell’emisfero occidentale e Putin, è stato organizzare il viaggio privato del capo dell’opposizione di Trinidad, Keith Rowley, per condannare il viaggio del primo ministro del suo Paese in Brasile. Rowley ha criticato Persad-Bissessar e suo nipote per l’incontro con Putin e gli altri leader a Rio, perché il viaggio è stato compiuto durante la controversia che coinvolge il dipartimento dell’immigrazione di Trinidad. Il potere d’influenza di Washington sugli eventi nell’emisfero occidentale è davvero sprofondato in nuovi abissi. L’ordine del giorno delle nazioni dei BRICS è  diversificato come quello di qualsiasi riunione del G-7, non più chiamato G-8 dopo che la Russia è stata espulsa. Nell’agenda del vertice BRICS vi sono commercio, sviluppo, politica macroeconomica, energia, finanza, terrorismo, cambiamenti climatici, sicurezza regionale, traffico di droga e criminalità transfrontaliera, industrializzazione dell’Africa e ciò che sarebbe il campanello d’allarme per Wall Street, Banca Mondiale, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale e altri strumenti del capitalismo occidentale, la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali (IFI). Le operazioni di sicurezza dei Paesi BRICS in Afghanistan sostituiranno quelle degli Stati Uniti, dopo il ritiro delle loro truppe. La Russia guida gli sforzi dei BRICS per affrontare il riciclaggio di denaro e la criminalità transfrontaliera ottenendo la partecipazione di Bielorussia, India, Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Osservatori provenienti da Mongolia e Armenia si sono uniti ai colloqui. Nel settore della sicurezza, è evidente il sinergismo tra BRICS e Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), guidando Russia e Cina nella politica di sicurezza comune con gli Stati dell’Asia centrale come Kazakistan e Uzbekistan. Russia e Cina sembrano intenzionate a che Ucraina e Georgia siano la “linea sulla sabbia” di eventuali ulteriori invasioni delle rivoluzioni “R2P” di George Soros e CIA nello spazio eurasiatico. E’ anche chiaro che Putin ha battuto in astuzia Obama nel suo cortile di casa.

_76244169_023151058-1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina si prepara ad allargare la guerra civile in Crimea

Defense Armée, 12/07/2014
10364026Notizie inquietanti provengono dalla Crimea, congiuntasi con la Russia dopo la dichiarazione d’indipendenza e il referendum del 16 marzo 2014. Infatti, forze ucraine si sono ammassate nell’Istmo di Perekop, una striscia di terra di 8 km, quasi unico collegamento tra Crimea e Ucraina. Il concentramento di artiglieria è assai significativo e il governo di Kiev ha annunciato la mobilitazione generale degli uomini dai 18 ai 35 anni nella provincia confinante di Kherson. Allo stesso modo, il lato ucraino del banco di sabbia di Arbatskaja Strelka (nei pressi del villaggio Strelkovoe), che collega la Crimea alla terraferma, è stata rafforzata con truppe e lanciarazzi Grad. Sul piano politico, Kiev si prepara ad annettere la Crimea, di cui non ha il controllo ma che rivendica, alla regione di Kherson avanzando dichiarazioni bellicose. Detto ciò i media ucraini, dove regnano censura e propaganda, annunciano che tali concentrazioni di truppe rafforzano solo la protezione del Paese. Tuttavia, le forze russe in Crimea sono nettamente superiori in numero e qualità, ed è improbabile che una blitzkrieg ucraina abbia successo. Al contrario, l’artiglieria concentrata può permettersi di sparare fino a 20-30 km sperando nel panico della popolazione. L’Ucraina punta principalmente sulla quinta colonna. I capi della Mejlis tartara, scontenti per l’esclusione dal potere in Crimea ed impegnati a riavere le terre confiscate sotto Stalin, vecchia rivendicazione della minoranza. Alcuni tartari combattono a fianco della milizia nazionalista ucraina contro i ribelli russi, partecipando ad esecuzioni sommarie e saccheggi a Marjupol, finendo nel mirino della giustizia russa. La grande speranza di Kiev è provocare una guerra civile in Crimea, in modo che la Russia debba anche qui difendervi i russofoni.

Distrarre dal Donbas
Krym2Se il governo di Kiev vuole assolutamente il conflitto in Crimea, è perché cerca di distrarre dal Donbas, dove gli insorti resistono, ed ora hanno anche carri armati e lanciarazzi presi al nemico, con cui l’equilibrio di potenza tende ad invertirsi. Le forze pro-Kiev subiscono  anche moltiplicati attacchi alle spalle e  diversivi (come a Kramatorsk e Slavjansk recentemente occupate) sostenendo combattimenti con la resistenza esplosa dappertutto, tra cui Kharkov (sabotaggi), Odessa (contributi umanitari, intelligence, attacchi a postazioni isolate ucraine) o addirittura ad Uzhgorod, nella parte occidentale del Paese. Inoltre, se gli insorti hanno recentemente abbandonato Slavjansk e Kramatorsk, dove furono bloccati, ripiegando su Donetsk e organizzando il territorio controllato dalla guerriglia. Il comandante delle forze ribelli a Slavjansk, Igor Strelkov (ovvero Girkin), ha messo ordine nel bazar politico anonimo regnante a Donetsk ed in pochi giorni ha organizzato la difesa della città e del fronte, unificando i comandi e iniziando a sistemare vari problemi: scarsezza numerica degli insorti sotto-equipaggiati in artiglieria, armi e munizioni, litigi tra comandanti, tentati tradimenti politici…
Ora gli insorti controllano saldamente monte Savr Mogila, nel sud del territorio. Da questa collina di 277 metri si può osservare il Mar d’Azov distante 90 km. Da lassù, gli insorti hanno piazzato lanciarazzi con cui continuamente martellano le forze ucraine che cercano di aggirarli da sud, per occupare Sneznoe a 90 km dal confine con la Russia, controllata dalla guerriglia; hanno anche distrutto, l’altro ieri, una colonna corazzata di diverse decine di veicoli delle forze pro-Kiev, e ieri un’altra ancora. L’est è ancora controllato, nonostante i continui combattimenti intorno Izvarino e Rovenkij. A nord-est, l’esercito di Lugansk (8500 veterani) ha diverse basi militari nella città (tra cui un impianto chimico) ed ha respinto i pro-Kiev di 10 km. A Nord, tutti i ponti sul Donets sono stati minati dagli insorti ritiratisi sulla riva sud. Ad ovest, oltre ad aver respinto gli attaccanti ucraini a Kramatorsk e Slavjansk, gli insorti hanno catturato diversi importanti nodi di comunicazione  (compresa Popasnaja) e continuano a controllare Artemovsk. A sud-ovest finalmente c’è un fronte continuo presso l’agglomerato urbano di Donetsk-Gorlovka, quasi simile per configurazione a quello di Slavjansk-Kramatorsk, molto favorevole agli insorti che possono contare sulla densità del tessuto urbano e sulle infrastrutture esistenti. Donetsk è decisa a difendersi, diversi borghi e villaggi della zona sono stati fortificati dagli insorti che si preparano ad organizzare l’evacuazione del massimo numero di civili in Russia. In breve, il Donbas oggi è più inespugnabile che mai.
Distrarre dal Donbas consente a Kiev di far ignorare i crimini delle proprie truppe. Abitazioni, scuole e ospedali bombardati, esecuzioni sommarie, purghe, mobilitazione forzata uomini nella Slavjansk occupata… è lunga la lista di predazioni, saccheggi e atrocità commesse in nome del nazionalismo ucraino. Molti civili sono fuggiti in Russia, che oggi ospita 500-800 mila ucraini, tra cui centinaia di migliaia di persone arrivate nelle ultime settimane. Altri hanno aderito alla rivolta, nonostante la defezione di alcuni gruppi nella periferia occidentale di Slavjansk, passando da 2 a 4000 uomini nelle ultime due settimane; tuttavia, il problema degli equipaggiamenti e dell’addestramento non è finito, anche se combattono per la propria terra, famiglie e morti. Ora il Donbas è carico di odio, generazioni vivono nello spirito della vendetta e chiunque sia il vincitore, il divario tra Donbas e Ucraina non sarà colmato.

Chi vuole trascinare in guerra la Russia?
1978674Soprattutto, il suono degli stivali in Crimea è una nuova provocazione ucraina contro la Russia.  Dato che l’Ucraina è sostenuta da Unione europea e Stati Uniti, una guerra tra la Russia e Ucraina causerà la rapida fuga del gioco di alleanze, veloce come la guerra locale tra serbi e austriaci che provocò la conflagrazione della Prima Guerra Mondiale. Non è la prima volta che l’Ucraina provoca la Russia. A giugno, due blindati ucraini penetrarono per diverse centinaia di metri in territorio russo; un posto doganale fu demolito e l’equipaggio del secondo blindato non esitò a puntare le armi sui russi pur di recuperare il primo blindato fuori uso; anche degli aerei ucraini sono entrati nei cieli russi. Poi, villaggi russi sono stati colpiti da proiettili sparati dalle forze ucraine; diverse case nella grande città di Donetsk, a pochi chilometri dal posto di frontiera d’Izvarino detenuto dagli insorti, sono state distrutte. Mentre le provocazioni continuano ai primi di luglio, la Russia ha inviato un ultimo avvertimento a Kiev, annunciando che reagirà con forza alla prossima violazione delle frontiere. E’ vero che la situazione economica degli Stati Uniti è catastrofica. La crisi del debito sovrano degli Stati Uniti, del debito totale interno (individuale, di imprese, comunità e governo), supera i 60000 miliardi di dollari, appare imminente, mentre la fiducia internazionale nel dollaro è minata. Paesi asiatici e Russia hanno iniziato a interagire nelle rispettive valute nazionali piuttosto che con il dollaro, sullo strategico mercato petrolifero; inoltre vendono a poco a poco le obbligazioni del governo degli Stati Uniti e ritirano i loro fondi dalla Federal Reserve (che per inciso non è né una riserva né federale). Per non correre da soli, gli Stati Uniti cercano di trascinarsi l’UE, con il cosiddetto Grande mercato transatlantico o TAFTA, moltiplicando le guerre per garantirsi gli approvvigionamenti di petrolio, convenzionale o di scisto, di cui sono importatori netti. L’unica soluzione alla crisi appare ora una nuova guerra mondiale. Ma il gioco nucleare rischia di essere terribile.

carte-insurrection-12-7Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il momento BRICS di Modi

MK Bhadrakumar, 13 luglio 2014

narendra modi 2 - PTI_0_0_0_0_0 Il manifesto elettorale del Bharatiya Janata Party menzionava i BRICS come priorità della politica estera. Quindi, non c’è motivo di sfatare il prossimo vertice del raggruppamento in Brasile come “eredità” per il primo ministro Narendra Modi, come alcuni detrattori indiani hanno prematuramente detto riguardo l’evento. La dichiarazione di Modi, in viaggio per il Brasile, sottolinea che l’India attribuisce “grande importanza” ai BRICS. La cosa che colpisce dell’affermazione è che Modi non ha evitato di riconoscere che il vertice BRICS in Brasile sarà un evento altamente politico, dato che si svolge “in un momento di agitazione politica, conflitti e crisi umanitaria in varie parti del mondo”. Modi vede il vertice BRICS come un’opportunità per discutere con i suoi omologhi su “come contribuire agli sforzi internazionali nell’affrontare le crisi regionali, le minacce alla sicurezza e ripristinare un clima di pace e stabilità nel mondo” (qui). Basti dire che ha sepolto l’isterismo dei lobbisti anti-BRICS in India secondo cui il raggruppamento dovrebbe limitarsi esclusivamente all’economia e a mantenere a distanza la politica mondiale. Francamente, i lobbisti statunitensi tra noi appaiono sempre più superati. Non riescono a rendersi conto che i Paesi BRICS decollano con le due decisioni storiche formalizzate questa settimana: la creazione della Banca di sviluppo BRICS e il Fondo di riserva contingente. Tutto indica che il presidente russo Vladimir Putin presenterà una terza iniziativa dall’importante natura, la creazione di un’associazione energetica e di un’istituzione politica energetica nell’ambito dei BRICS.
I lobbisti statunitensi a Delhi che osteggiano i BRICS e che vorrebbero che il gruppo sia in qualche modo strangolato nella culla, sono assolutamente giustificati temendo che l’impatto degli ultimi sviluppi permetterà ai Paesi BRICS di guidare il fenomeno della ‘dedollarizzazione’ cioè, in ultima analisi, abbandonare le transazioni in dollari o non accettare la valuta degli Stati Uniti, sfidando il predominio mondiale del dollaro. Infatti, la Cina ne è già il primo motore e l’aspettativa è che entro il prossimo anno, il 30 per cento degli scambi della Cina sarà in renminbi. L’ultima mossa della Cina è stata creare l’Asian Infrastructure Investment Bank, a cui ancora una volta l’India è stata invitata a partecipare, vista anche come piattaforma aperta e inclusiva. La Cina non gradisce chiacchierare e preferisce andare avanti costantemente verso i propri obiettivi, e senza sbagliare c’è lo stretto coordinamento tra Russia e Cina, permettendo ai BRICS di avviare la propria versione delle istituzioni finanziarie globali esistenti, dominate dall’occidente. Naturalmente, “l’ascesa della Cina ha una propria agenda“. Ma chi non ha un ordine del giorno, l’India? Con lo spauracchio della Cina s’innervosisce la leadership indiana sui BRICS, ma non funziona, come vividamente fa notare la decisione, adottata con il consenso di Delhi, di porre la sede dell’Asian Infrastructure Investment Bank a Shanghai. Sì, la Cina investe più del resto dei BRICS e Pechino avrà una grossa voce sulla gestione della banca. E quindi? Finché l’India può attingervi per i suoi progetti infrastrutturali, lo scopo è raggiunto. La scelta non è tra una banca in cui la Cina potrà essere influente e “quelle ideate dall’occidente”. La scelta è sul modo in cui il denaro sarà erogato dalle banche senza condizioni che incidano sulla sovranità. La scelta è decidere quali programmi di sviluppo siano prioritari per le nostre esigenze. La scelta è sulle nuove fonti per gli investimenti nei nostri progetti infrastrutturali.
ecoSe la Cina avanza i propri interessi sfruttando processi multilaterali, BRICS, Shanghai Cooperation Organization, ASEAN, ecc., allora cerchiamo di emularla. Non abbiamo fatto abbastanza rispetto  alla Cina, e quindi perché non può anche l’India? Non è mai troppo tardi per imparare qualcosa d’intelligente dal nostro grande concorrente, che eccelle nella diplomazia economica. Cosa impedisce all’India di fare ciò che Russia e Cina fanno ai nostri occhi, trasformando i BRICS in strumento per promuovere i loro “interessi nazionali illuminati”? In realtà, Modi potrà anche combinare un tour latino-americano con il vertice BRICS in Brasile. Quel continente lontano ha grande empatia verso l’India. In ogni caso, qual è la ricetta per l’India della nostra lobby anti-BRICS? L’isolazionismo? Chiaramente un vicolo cieco nel mondo globalizzato. Il G7? Non scherziamo. Questa è la dura realtà. Dobbiamo essere degli idioti non riuscendo a comprendere dove si trovino gli interessi a medio e lungo termine dell’India, Paese in via di sviluppo che aspira ad emergere nello scacchiere finanziario globale. E’ giunto il momento di rendersi conto che l’appartenenza ai BRICS è un privilegio, tanti Paesi fanno la fila per entrarvi, tocca interamente a noi incassare questo privilegio. Per essere sicuri, ciò che i Paesi BRICS fanno è unire le risorse per investirle nel loro sviluppo, in tal modo sfidando gli accordi monetari globali esistenti e segnalando le loro frustrazioni per la mancanza di progressi nella riforma della governance delle istituzioni finanziarie internazionali. Questo è esattamente il motivo per cui l’India appartiene ai BRICS.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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