L’iniziativa Eurasiatica della presidentessa della Corea del Sud

Konstantin Asmolov New Eastern Outlook 28/08/2014

putin-lobbies-iron-silk-seoulIl 18 ottobre 2013, nel suo discorso di apertura alla Conferenza internazionale sulla cooperazione in Eurasia, la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye ha proposto la cosiddetta “iniziativa eurasiatica”. Questo è un piano ambizioso che vedrebbe il cambio nei fondamenti di economia globale, diplomazia e geografia della sicurezza nazionale. Sotto lo slogan di “un continente”, “continente creativo” o “continente pacifico”, avanza l’idea dello sviluppo della Corea del Sud con i Paesi dell’Eurasia in un sistema unificato di reti di trasporto, energetiche e commerciali, assieme all’attuazione della cooperazione economica e degli scambi nei settori scientifici, tecnologici, culturali, anche a livello di relazioni interpersonali, migliorando così le relazioni inter-coreane sulla base della fiducia. Ufficialmente, alla base di questa iniziativa vi è il riconoscimento del fatto che per avere una crescita economica stabile della Corea del Sud, è necessario sviluppare la cooperazione con i Paesi dell’Eurasia, Stati che diventano sempre più importanti e influenti. La promozione dell’iniziativa è in pieno svolgimento, rendendo necessario una breve supervisione di ciò sui cui si basa il progetto e di come attrae particolare interesse dalla Russia. Secondo l’autore, al centro dell’iniziativa eurasiatica vi sono tre motivazioni che non si escludono a vicenda, e in base all’interpretazione ideologica, possono essere evidenziate. In primo luogo, ogni presidente deve avere un progetto a lunga scadenza, come ad esempio la crescita economica verde dalle basse emissioni di carbonio di Lee Myung-bak, a prescindere da quanto attivo e realistico sia raggiungere un tale progetto. In secondo luogo, questo progetto può essere visto come tentativo prudente di garantirsi uno spazio di manovra politica simile alla “politica del nord” di Roh Tae-woo. La Corea del Sud non cerca tanto di uscire dall’ombrello statunitense, ma cerca un modo per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, espandendo i contatti con l’Europa. Qui vale la pena ricordare che Kin Pak Hyo non ha ancora il pieno sostegno della destra, e quindi è costretto ad agire indirettamente. Questo vale per lo sviluppo delle relazioni con la Russia (e con l’Europa in futuro), nonché con i Paesi dell’Asia centrale che Park Geun-hye ha visitato nel giugno 2014. In terzo luogo, questo progetto può essere visto come un tentativo d’internazionalizzare le relazioni tra Nord e Sud Corea, così che Russia e altri Paesi eurasiatici abbiano interesse a creare un “continente unito, pacifico e creativo” esercitando una certa pressione sulla Corea democratica, così che sia coinvolta attivamente nel processo d’integrazione, sottolineata dallo “sviluppo delle riforme ed apertura”, preparando il terreno all’integrazione del nord con il sud. Tuttavia, è opinione dell’autore che il progetto non sia stato ancora pienamente sviluppato. Vi sono slogan, tracciati e idee, ma un chiaro programma con obiettivi prefissati è ancora da definire, come dimostrano i commenti e le interpretazioni dei vari esperti.
Vi è un certo disaccordo sull’instaurazione di relazioni con la Corea democratica in primo luogo. Alcuni suggeriscono che la prima priorità dovrebbe essere rafforzare investimenti, commercio e componente umanitaria, che poi contribuirebbe allo sviluppo delle relazioni bilaterali, concentrandosi in generale sull’economia e non sulla politica. Altri credono che limitare artificialmente la cooperazione sia una politica che non valga la pena perseguire. La cooperazione economica dovrebbe essere legata alla situazione politica e, se possibile in caso di successo o di un segno di debolezza del Nord, dovrebbe essere spostato dalle questioni economiche a quelle politiche. Inoltre è degna di nota la questione dell'”Eurasia”. Questo concetto ha solo un significato geografico, o dovrebbe essere più ampiamente comprensivo? Come osserva il professor Soo Kyung Chung, il coreano vede i confini eurasiatici in modo differente dal russo, perché vi comprende l’Oceano Pacifico. Ma anche se ci limitiamo alla terraferma, alcuni commentatori pensano all’Eurasia in generale, mentre altri si limitano ai Paesi del Nord-Est e alle regioni dell’Asia-Pacifico; altri, in particolare nell’ex spazio sovietico, ritengono che la regione abbia maggiore rilevanza con la visita di Park Geun-hye in Asia centrale. Nonostante il fatto che ci possa essere una certa sovrapposizione tra interessi russi e coreani, non dobbiamo ingannarci credendo che la parte coreana capisca il concetto di “Eurasia” nel senso russo. Questa comprensione può differire significativamente dall'”Eurasiatismo” nel senso promosso in Russia. Dubito che la Repubblica di Corea abbia familiarità con l’opera di L. N. Gumilev, per non parlare dei moderni teorici eurasiatisti come A. G. Dugin e altri. Ma se nel discorso russo, l'”Eurasiatismo” o i valori eurasiatici sono percepiti in alternativa ai valori universali/occidentali, in Corea del Sud il termine può essere inteso in modo diverso, nel paradigma della globalizzazione come diffusione dei valori europei in Asia e creazione nella regione non solo di infrastrutture energetiche e dei trasporti, ma di una base di valori. In generale, l’iniziativa di Park Geun-hye in qualche misura riflette le aspirazioni dei precedenti presidenti della Corea del Sud, che sognavamo di trasformare “isola coreana” in un polo industriale e dei trasporti nell’arco asiatico. Il primo ministro della Repubblica di Corea, Hong Jung-won, il 30 maggio 2014 ha detto che il suo Paese spera nella creazione da parte dei Paesi asiatici di “un’era asiatica di pace e prosperità” basata su fiducia reciproca e cooperazione, a cui la Repubblica di Corea contribuirà con “il concetto di pace e cooperazione nel nord-est dell’Asia”. In questo contesto, diplomatici ed esperti della Repubblica di Corea ben accologono la cooperazione tra i nostri due Paesi. Come il direttore dell’Istituto di Studi russi presso l’Università di Hankuk, professor Hong Wan-suk, crede, l’importanza della Russia in Corea del Sud va oltre i problemi della pace nella penisola coreana, ma comprende tutto il nord-est asiatico. La cooperazione permetterà alla Repubblica di Corea di recuperare parte della sua identità perduta sulla terraferma accedendo allo spazio eurasiatico. Pertanto, nel processo dei colloqui a sei sul regime di sicurezza multilaterale nel nordest asiatico, la partecipazione della Russia non deve essere percepita come un “limite” ma esattamente al contrario, come “un’opportunità”. Un noto esperto coreano dell’economia di Russia e CSI, il direttore del dipartimento Studi statunitensi e canadesi, europei ed eurasiatici dell’Istituto di politica economica estera della Corea (KIEP) Lee Jae-yong, valuta le prospettive dei progetti favorevolmente, considerando che le aree più promettenti della cooperazione economica tra Russia e Corea del Sud, come la partecipazione alla costruzione della rete ferroviaria Rajin-Hassan e del gasdotto Russia – Corea del Sud, le aziende sudcoreane che partecipano ai progetti nell’Estremo Oriente della Russia e agli investimenti nelle zone economiche speciali che saranno create in Estremo Oriente e Siberia. Secondo lui, ciò sarà vantaggioso per tutti. La Russia potrebbe avere il capitale aggiuntivo e la tecnologia necessaria, la Corea democratica potrebbe migliorare la situazione economica e la Repubblica di Corea “dovrebbe investire nello sviluppo dell’economia per una futura Corea unificata”. Lee ha sottolineato che “lo Stato centrale” con cui sviluppare la cooperazione nel quadro dell'”iniziativa trans-asiatica” dovrebbe rimanere solo la Russia. I ricercatori sudcoreani hanno ripetutamente osservato che l’iniziativa eurasiatica, volta a rendere l'”isola della Corea del Sud” parte integrata del continente, sia in sincronia con la politica orientale di Vladimir Putin diretta a sviluppare l’integrazione regionale e lo sviluppo associato dell’Estremo Oriente della Russia. Inoltre, si spera che l’iniziativa eurasiatica possa contribuire ad impedire o attenuare ogni possibile confronto regionale dovuto agli effetti della crisi ucraina sui due blocchi contrapposti (Russia, Cina, Corea democratica – Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud), che potrebbero insorgere nella regione.
Riassumendo l’opinione dell’autore, l'”iniziativa eurasiatica” di Park Geun-hye ha per scopo integrare la regione e corrisponde a progetti e proposte russi in questo settore. Ciò può essere visto chiaramente nella situazione attuale, nelle nuove tensioni tra la Russia e l’occidente, dove non solo la Corea del Sud, ma anche il Giappone, non hanno fretta di unirsi alle sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia, in particolare in quelle aree che possono danneggiare la cooperazione multilaterale. E se il Giappone attualmente supporta in parte gli Stati Uniti, la Repubblica di Corea è ancora “indecisa” e Washington è costretta ad adottare misure supplementari per rimorchiare Seoul su una linea più vicina alla politica degli Stati Uniti. Inoltre, un certo numero di esperti sudcoreani ha apertamente dichiarato che in questa situazione, il Paese deve “perseguire i propri interessi.” Non importa come la situazione si svilupperà, tale comportamento della Corea del Sud e la sua riluttanza a cambiare corso politico, anche dopo le pretese degli statunitensi, è abbastanza sintomatico.

visionmap2030asof2009Konstantin Asmolov, ricercatore presso il Centro di Studi Coreani dell’Istituto degli Studi Estremo Orientali dell’Accademia Russa delle Scienze, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, panico a Kiev

Alessandro Lattanzio, 30/8/2014

saur moghila 4Poroshenko e Kolomojskj sono due grandi. Questi due ebrei si vendicano sugli ucraini per tutto: per i pogrom, per la cacciata degli insediamenti ebraici, per Babij Jar, per i ghetti bruciati. Sono riusciti a organizzare le cose in modo tale che i pinocchi ucraini li paghino per non morire nelle sacche preparate con cura dai separatisti. In nessun luogo c’è mai stata tale padronanza; i cittadini che hanno raccolto i soldi per l’esercito hanno ricevuto giubbotti antiproiettili difettosi a un prezzo triplo, uniformi a un prezzo triplo, il proprio petrolio derubato dagli oleodotti e venduto all’esercito a un prezzo triplo. E ora per la terza volta e nello stesso luogo i battaglioni più ucrainisti degli ucrainisti vengono distrutti nelle posizioni su cui da tempo si addestra la milizia, venendo mandati a morire per la terza volta da Poroshenko e Kolomojskij.
Gloria all’Ucraina, gloria agli imbecilli!
Oleg Anderson

10559686C’è voluto molto tempo per accumulare le forze. Tenevamo le nostre posizioni e preparavamo la controffensiva. Alla fine ce l’abbiamo fatta e continueremo la nostra operazione militare liberando le regioni di Donetsk e Lugansk dalle forze di occupazione“, aveva dichiarato il Primo Ministro della Repubblica Popolare di Donetsk, Aleksandr Zakharchenko.
Il 25 agosto le milizie della Repubblica Popolare di Donetsk avevano occupato la strategicamente importante collina di Saur-Mogila e controllavano la zona di frontiera con la Russia fino al Mar d’Azov. “Quasi tutto il confine che si estende da Saur-Mogila al Mare di Azov è nostro”, dichiarava il quartier generale della milizia popolare, “Nel punto più alto nella regione di Donetsk, le truppe ucraine potevano seguire i movimenti delle milizie. La liberazione di questa quota può essere considerata un importante passo avanti. Le milizie potranno ora seguire i movimenti delle truppe ucraine. Infatti, ciò significa che le nostre forze hanno ottenuto un’altra vittoria circondando le guardie nazionali“. Venivano liberate definitivamente anche Ilovajsk, Elenovka, Jasinovataja e i villaggi Markon, Kovsk, Sherbak, Svidovo-Vasiljoka, Klimkina, Kuznetsij e Resij Luksemburg. A Marjupol veniva liquidato il colonnello dell’intelligence militare ucraina (GRU) Vjacheslav Galvaj (“Kuzmits”).
Nella notte del 26 agosto, il 3.zo battaglione della 51.ma brigata ucraina veniva bombardato nella zona di Dokuchaevsk, presso Ilovajsk, così come anche il 2.do battaglione venuto in suo aiuto. Dei 100 soldati majdanisti del battaglione, che cercava di rompere l’accerchiamento in cui era stretto, 45 furono eliminati e gli altri vennero dispersi. Nel complesso, la 51.ma brigata majdanista, il solo 26 agosto, subiva 100 morti e almeno 50 prigionieri, tra cui il comandante della batteria antiaerea e quello della batteria mortai. A Kutejnikovo, 94 soldati ucraini si arrendevano alla milizia, dopo esser stati circondati ad Amvrosievka e aver perso 70 effettivi nel tentativo di sfondare a sud-ovest. Liberando Starobeshevo, la milizia catturava 4 cannoni semoventi 2S19 Msta-S e un grande deposito di munizioni. Nei combattimenti i majanisti persero 12 BTR e BMP e subirono 19 morti e oltre 40 feriti. Liberando Saur-Mogila, dopo violenti duelli di artiglieria, la milizia eliminava anche il comandante neonazista ucraino Timur Juldashev. A Novoazovsk, ad est di Marjupol, un’unità della milizia catturava il generale ucraino Oleg Podoljan con 3 guardie di frontiera ucraine. Sergej Taruta, il governatore della regione di Donetsk nominato dai golpisti e insediatosi a Marjupol a luglio dopo l’occupazione majdanista, abbandonava la città all’avvicinarsi dell’Esercito Popolare di Novorossija.
10433105 Il 27 agosto la milizia della Repubblica Popolare di Donetsk catturava 65 guardie confinarie ucraine nei pressi del villaggio Uljanovskoe e 24 militari della 93.ma brigata ucraina a Petrovskoe. Inoltre le milizie distrussero 5 MLRS BM-21 Grad presso Novoannovka e un convoglio ucraino a Starobeshevo. Sempre a Starobeshevo, 129 soldati della Guardia nazionale ucraina si arrendevano alla milizia popolare, cedendo anche 4 BTR-4, 3 BMP-2, 3 cannoni anticarro da 100mm, 1 semovente d’artiglieria 2S1 Govdizka, 4 autocarri e 2 fuoristrada, così come depositi di munizioni e attrezzature. A Krasnogorovka, 10 km ad ovest di Donetsk, la milizia distruggeva una batteria di 4 MLRS Grad e relativi veicoli comando e osservazione, oltre a 2 carri armati e 2 BTR ucraini. L’avanguardia corazzata della Repubblica Popolare di Donetsk arrivava a Novoazovsk, “I carri armati sono entrati e si sono posizionati alla periferia occidentale di Novoazovsk, rafforzandone la difesa contro una possibile controffensiva delle truppe d’occupazione ucraine“, dichiarava il portavoce della milizia. Durante la notte tra il 27 a il 28 agosto, Marjupol veniva accerchiata dalle forze repubblicane di Novorossija, dopo brevi combattimenti nelle cittadine di Berdjansk, Lunacharskij e Osipenka. Nei combattenti presso Novokaterinovka, le milizie di Novorossija distruggevano 2 T-64, 9 BMP, 10 autoveicoli e catturavano 24 majdanisti. 400 soldati ucraini del 5.to battaglione della difesa territoriale ‘Carpazi‘ abbandonavano le loro posizioni presso Marjupol cercando di sfondare un posto di blocco majdanista presso Orekhov, regione di Zaporozhe. I militari tornavano ad Ivano-Frankovsk, in Galizia. A metà agosto fu catturato un autocarro Kamaz carico di missili anticarro Javelin, scaricati dagli aerei canadesi che trasportavano ‘aiuti non letali’ all’esercito majdanista. Germania, Polonia e Repubblica Ceca inviano ai majdanisti armamenti e aeromobili tratti dalle scorte di materiale dell’ex-Patto di Varsavia, tra cui carri armati T-72 e altri blindati. In effetti, la maggior parte dei T-72 ucraini fu venduta all’estero dal regime atlantista di Jushenko e Timoshenko.
Il 16-23 agosto, le milizie dell’autodifesa delle repubbliche di Donetsk e Lugansk catturarono 14 carri armati T-64, 25 BMP, 18 BTR, 1 BRDM, 1 MLRS Uragan, 2 SAU Gvozdika, 4 obici D-30, 4 mortai, 1 sistema di difesa aerea ZU-23-2 e 33 autoveicoli. Quindi dal 20 giugno al 23 agosto, “I difensori delle Repubbliche di Lugansk e Donetsk presero agli ucraini 79 carri armati T-64, 94 BMP, 57 BTR e 24 MLRS durante la spedizione di Kiev contro Novorossija”. Nel frattempo, le Forze Armate di Novorossija (FAN) contavano ora 12 brigate, per circa 35000 effettivi, tra cui almeno una corazzata formata da due battaglioni carri e uno meccanizzato.
Al 28 agosto l’esercito ucraino aveva perso in due giorni 750 effettivi tra morti e prigionieri. 20 commando majdanisti, infiltratisi a Donetsk, furono intercettati dalla milizia. Erano cecchini ed osservatori dell’artiglieria. Ad Amvrosievka furono eliminati 70 soldati della Guardia Nazionale ucraina. Novoazovsk veniva liberata dalla milizia. Scontri ad Urzuf, 20 km a sud-ovest di Marjupol, mentre Slovjanoserbsk, Krimske e Kirovsk, a nord di Lugansk, venivano liberate dalle milizie federaliste. L’offensiva a sud di Donetsk, mentre le truppe majdaniste attaccavano verso Eelenovka e Jasinovataja senza grandi risultati, permetteva alle milizie di prendere almeno 900 prigionieri. Davanti tale offensiva, interi battaglioni majdanisti disertavano mentre gli squadroni della morte composti da mercenari neonazisti venivano usati per bloccare i disertori, avendo la polizia paura di affrontare i tanti soldati che disertavano. Marjupol era circondata, ma non prima che politici golpisti e squadristi dell’SBU fossero fuggiti. Poroshenko annullava il suo viaggio in Turchia e radunava il suo Consiglio di Sicurezza. Anche il mafioso sionista Kolomojskij, che controlla parte del sud-ovest ucraino, faceva la stessa cosa con il suo Consiglio di sicurezza. Timoshenko invocava l’introduzione della legge marziale e l’arruolamento della popolazione maschile fino ai 60 anni. Jatsenjuk e Poroshenko piativano dalla NATO l’intervento diretto in Ucraina. Kiev era preda del panico totale. Putin incontrando Poroshenko e i capi dell’UE, il 26 agosto, dichiarava: “non parlate con noi, non siamo parte del conflitto, parlate con i novorussi”; inoltre i russi si preparavano ufficialmente ad inviare un secondo convoglio di aiuti nel Donbas.
w590 Il 29 agosto le milizie liberavano Jalta, a 12 km da Marjupol. Le Forze Armate di Novorossija (FAN), chiudevano la grande sacca di Volnovakha, mentre interrompevano i collegamenti tra Marjupol e Zaporozhe. Marjupol veniva accerchiata. Reparti da ricognizione delle FAN entravano nella regione di Zaporozhe, mentre le FAN avanzavano su Marinka, Karlovka e Krasnogorovka, ad ovest di Donetsk, e su Debaltsevo, Metallist, Shaste e Lutugino, a nord di Lugansk; infine l’aeroporto di Donetsk veniva liberato dalle milizie. La milizia abbatteva 4 aerei d’attacco Su-25 ucraini, presso Merezhkij e Vojkovo. A metà agosto l’attività dell’aeronautica di Kiev si era drasticamente ridotta, mentre quella degli elicotteri era assai diminuita già in precedenza.
Il 25 agosto, durante l’esercitazione della Shanghai Cooperation Organization (SCO) Missione di Pace-2014, in Cina, le unità d’artiglieria del Distretto Militare orientale della Russia testavano i nuovi proiettili a guida laser Krasnopol, “Durante l’operazione, i militari della batteria obici semoventi della fanteria motorizzata hanno colpito i bersagli corazzati con proiettili di precisione, nel poligono cinese. Inoltre, i militari hanno utilizzato munizioni ad alto esplosivo dotate di spolette radiocomandate, che esplodendo ad un’altezza di circa 50 metri hanno colpito i bersagli. I tiri sono stati condotti da 7 a 11 km di distanza“, aveva detto il portavoce Distretto Militare Orientale Colonnello Aleksandr Gordeev. Un battaglione della 36.ma Brigata di fanteria motorizzata indipendente del Distretto Militare Orientale e un gruppo del 3.zo Comando Aeronautica e Difesa Aerea rappresentavano la Russia alle esercitazioni. Il contingente russo era composto da oltre 1000 effettivi, 60 veicoli corazzati, tra cui 40 BMP-2 e 13 carri armati, oltre 20 unità missilistiche e d’artiglieria. Inoltre, il gruppo comprendeva 60 autoveicoli, 8 elicotteri Mi-8AMTSh, 4 aerei d’attacco Su-25 e 2 aerei da trasporto militari Il-76. Le esercitazioni tattiche russo-indiane Indra 2014 si terranno nella regione di Volgograd a settembre, “Le esercitazioni sono le prime manovre sul territorio del Distretto Militare Meridionale. Unità della 20.ma Brigata fucilieri motorizzati russa e di una brigata di fanteria meccanizzata indiana prenderanno parte alle manovre“.
Le forze di pace dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) si preparavano alle operazioni al di fuori dei propri territori, come in Ucraina, affermava il Segretario Generale della CSTO Nikolaj Bordjuzha, “Le forze di pace della CSTO sono pronte da diversi anni. Il loro personale militare è ben preparato e dotato dei mezzi militari e tecnici necessari, pronto a partecipare alle operazioni di mantenimento della pace di qualsiasi tipo, come confermato dai risultati delle recenti esercitazioni congiunte nella Repubblica del Kirgizistan. L’invio delle forze di pace della CSTO è competenza del Consiglio del Trattato per la Sicurezza Collettiva, l’organo supremo della CSTO costituito dai Capi di Stato aderenti. Con una decisione congiunta e in conformità agli accordi esistenti, le forze di pace possono essere inviate anche all’estero“. La CSTO è composta da Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan.

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10457833Fonti:
Alawata
Cassad
Cassad
Cassad
ITAR-TASS
RIAN
RIAN
RIAN
RIAN
Sociologia Critica
Strategic Culture
Vineyard Saker
Vineyard Saker

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Ucraina, prova generale dell’unione tra liberali e neo-nazisti in Europa

S. Naylor Slavjangrad 28/05/14
A. I. Fursov è storico politico e sociologo, Capo del dipartimento dell’Università Statale di Mosca (MGU). 0008a348-642Gli anglo-sassoni continuano a sostenere l’Ucraina, sperando di farne un suo Stato neo-nazista, un nuovo Terzo Reich contro la Russia, quando incitarono Hitler contro l’Unione Sovietica a metà del secolo scorso. Questa l’ipotesi controversa che molti, ovviamente, non osano evocare. Cosa cerca l’occidente in Ucraina? Lo storico Andrej Fursov ritiene che il compito principale dell’occidente sia destabilizzare l’Eurasia. Ma dopo la “Vittoria in Crimea”, secondo Fursov, la Russia vive la fine dell’era delle sconfitte storiche. Dopo la vittoria più importante del 20° secolo, la nostra vittoria contro i fascisti tedeschi, affrontiamo il nuovo Terzo Reich da combattere in questo secolo?

D: Di recente, ha detto che oggi la Russia supera l’era delle sconfitte storiche. La vittoria più importante del 20° secolo fu la sconfitta del fascismo tedesco, ma c’è la sensazione incombente che affronteremo un nuovo Terzo Reich, questo secolo.
R: Nella storia non ci sono ripetizioni identiche e naturalmente possiamo confrontarla alla situazione attuale, ma non dobbiamo dimenticare che è molto diversa dal 1939-1941. C’era un aggressore evidente che si avvicinava ai nostri confini. La situazione attuale è diversa, laddove gli Stati avviano, dopo il fronte siriano (e la Siria è terreno di confronto tra Russia e Stati Uniti), il confronto in Ucraina. Arriverei a definirlo “Fronte ucraino” del confronto russo-statunitense. E gli statunitensi in Ucraina tentano di utilizzare la rivolta americanista-banderista per risolvere una situazione molto semplice. Volevano creare un punto d’appoggio politico, e se necessario, una provocazione armata, per respingere la Russia. Hanno cercato di creare una società slava ancora più russofoba di quella polacca, da poter utilizzare, quando necessario, contro la Russia creando focolai di tensione ai confini nazionali e strategici della Russia.

D: L’ascesa dei moderni governi russofobi è artificiale come l’ascesa di Hitler, che fu sponsorizzata dai clan finanziari di USA e Gran Bretagna. É la stessa situazione?
R: Tutto si riduce a questo: i nemici della Russia hanno sempre ampliato le proprie forze, pensando di scagliarle come entità armate contro la Russia, ma in ogni caso l’attuale Ucraina non potrà mai assomigliare al Terzo Reich, neanche come potenziale economico. Inoltre, in Ucraina la metà della popolazione si oppone ai neonazisti di Bandera, quindi è una situazione assai diversa.

D: Se vogliamo portare il discorso sul neo-nazismo in Ucraina, e nell’Europa in generale… nell’ultima elezione del Parlamento europeo. Qui osserviamo la vittoria dei nazionalisti e degli “euro-scettici” nelle elezioni francesi e inglesi. Ritiene che modifichino la direzione dell’UE?
R: L’elezione parla della profonda crisi dell’Unione europea, dimostrando come tale struttura, inizialmente praticabile, stia esaurendosi. E l’ascesa dei partiti di destra e di sinistra che non vogliono aderire all’UE e non vogliono perdere l’identità, ci dimostra la situazione attuale.

D: Iniziamo con i partiti di estrema destra; finiranno con riabilitare il nazismo?
R: La correlazione è parziale. Non credo che persone come Marine Le Pen riabiliteranno il nazismo. Ma naturalmente una delle conseguenze del crollo dell’Unione europea può essere la riabilitazione del nazismo. Il fatto è che la riabilitazione del nazismo è, in primo luogo, legata non alla crisi europea, ma agli obiettivi dell’attuale élite occidentale, che non può più risolvere i problemi con metodi liberali, ricercando nel neo-nazismo una soluzione alla propria crisi. A tal proposito, l’Ucraina è una chiara prova; qui si osserva il tentativo di unire i liberali, che non sono riusciti a staccare l’Ucraina dalla Russia con la rivoluzione “arancione” (nel 2004), ai neo-nazisti banderisti.

88E755D4-7A59-42C3-A0ED-5754D1FCEDDF_mw1024_n_sD: Cosa pensa, ci sarà una grande guerra?
R: Non nel prossimo futuro. Ma la storia dimostra che gli anglosassoni hanno sempre piani lungimiranti, e il loro compito costante è creare tensioni ai confini russi. Inoltre, tale nuovo Stato (l’Ucraina) sarebbe un esempio di “democrazia” e “libertà” in contrapposizione alla Russia “totalitaria”. Senza dubbio, ciò è un focolaio di tensione il cui scopo è creare tensioni lungo i nostri confini. Chiaramente, gli strateghi statunitensi non nascondono il fatto che gli USA vogliano disperatamente destabilizzare l’Eurasia. Per destabilizzare l’Eurasia bisogna destabilizzare la Russia.

D: Che ruolo ha giocato la Crimea in tale confronto?
R: La “Vittoria della Crimea” ha posto fine all’umiliazione iniziata il 2 dicembre del 1989, quando Gorbaciov, dopo il suo incontro con il noto russofobo Papa Giovanni Paolo II, a Malta tradì e consegnò il campo socialista a Bush. Dopo, la Russia subì l’umiliazione di Eltsin e del suo governo, continuando a cedere le proprie posizioni. E ora, finalmente, abbiamo iniziato a raccoglierci ed è evidente che l’occidente non abbia un piano per incontrare la Russia. Inoltre, la crisi ucraina ha mostrato una posizione occidentale del tutto inadeguata e l’incapacità di avere un ruolo nella politica mondiale. Non ha nulla da opporre alla Russia.

D: E cosa abbiamo? Abbiamo veri alleati di cui possiamo fidarci?
R: Il nostro alleato tattico è la Repubblica popolare cinese, i nostri interessi, in questo momento, coincidono su una serie di questioni. Ma quando si parla degli alleati dei russi, dobbiamo sempre ricordare la frase di Alessandro III: “La Russia ha solo due alleati: l’esercito e la flotta”, ed oggi aggiungerei anche le agenzie d’intelligence. Dobbiamo essere forti, altrimenti gli alleati saranno inutili.

D: Cina e Russia si avvicinano, e ciò è un fatto ben noto. Cosa significa?
R: Si dice che nel mondo non ci siano alleati o amici permanenti. Nei prossimi 10 anni avremo interessi e un nemico geostrategico comuni, quindi è difficile indovinare, tutto cambia rapidamente.

D: Dopo la visita ufficiale di Joe Biden a Pechino, nel dicembre 2013, tutti specularono che il fattore decisivo della politica mondiale sarebbe stato il rapporto USA-Cina. Che USA e Cina negoziassero la “divisione” del mondo. Ma oggi le cose sono cambiate?
R: Beh, prima di tutto non c’è mai stata una situazione del genere, dove Stati Uniti e Cina si sarebbero “spartiti” il mondo. Ricordiamo che l’unico Paese che può causare danni irreparabili agli Stati Uniti è la Russia. Questo, naturalmente, è assai evidente. Beh, la situazione attuale, dopo la crisi ucraina, è completamente cambiata: ora abbiamo una situazione bloccata, mentre l’occidente è preda di complessi processi disorganizzativi; e una certa tattica, e alcuni sostengono strategica, unione tra Cina e Russia.

D: Quindi, la Cina ha ridimensionato gli Stati Uniti rifiutandosi di collaborare?
R: A questo punto sì. Ma i cinesi sanno bene che gli statunitensi, che hanno costantemente ingannato l’Unione Sovietica e ancora la Russia, cercheranno d’ingannare la Cina. I cinesi non si fidano degli Stati Uniti, ed è giusto sia così.

russia-china-GRAPHICTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: la catastrofe del Fronte meridionale

Cassad 26 agosto 2014

0zEGehRxVAgAttualmente, si assiste ad eventi epici e storici. L’esercito e i battaglioni della spedizione punitiva subiscono una sconfitta catastrofica a sud di Donetsk. Poco prima le repubbliche erano in cattive acque, la RPD era effettivamente appesa a un sottile filo dei rifornimenti che il governo tentava di tagliare tra Shahtjorsk e Krasnij Luch; il saliente di Saur-Mogila era stato abbandonato e la controffensiva di Bolotov non aveva comportato successi decisivi. Molti pensavano che le forze della milizia di autodifesa erano alle corde e sul punto di rottura, portando al crollo di Novorossija e alla vittoria militare della junta fascista. Tuttavia, la milizia riuscì a resistere ai peggiori colpi, la junta usava tutte le forze a sua disposizione fino alla metà di agosto. La junta non nascose i suoi obiettivi, e parlava apertamente di assalti a Shahtjorsk e Lugansk. Le numerose notizie trionfalistiche che accompagnavano le avanzate delle brigate meccanizzata, le esageravano. Il primo momento critico fu quando i soldati delle Forze Armate dell’Ucraina, la 25.ma brigata aeroportata e le unità della Guardia nazionale, irruppero a Shakhtjorsk. La RPD in quei giorni era letteralmente appesa a un filo, la junta era a un passo da una vittoria strategica. Ma i pochi miliziani che combattevano nella città tennero fin quando arrivarono i rinforzi, salvando Novorossija dall’essere spezzata in due parti. Nelle successive battaglie l’avanzata della junta su questa posizione fu fermata e, dopo aver subito pesanti perdite in effettivi e mezzi, la junta vi rimediava la sconfitta. Il secondo momento critico si ebbe quando venne attaccata Debaltsevo da Fashevka, per incontrare la 24.ma brigata meccanizzata, rompendo l’accerchiamento meridionale. Era un piano ambizioso, il nemico cercava di dividere Novorossija utilizzando le unità descritte quali gruppo d’attacco. Quest’attacco congiunto su Mjusinsk e Krasnij Luch innescava una grave crisi in Novorossija; c’erano poche truppe in zona. Mjusinsk, su cui i convogli meccanizzati della junta puntavano, era quasi indifesa, e alcuni cosacchi delle milizia abbandonarono le posizioni a Krasnij Luch. Emerse la minaccia che Novorossija venisse divisa in due, con la distruzione delle forze della milizia a Torez-Snezhnoe-Saur-Mogila. Ma ancora una volta, il coraggio dei soldati semplici che si attestarono nelle città permise di resistere fino a quando le riserve arrivarono, eliminando il nemico da Mjusinsk e tenendo Krasnij Luch. Dopo aver superato la crisi, la milizia vi ha vinto battaglie decisive, dalle conseguenze di vasta portata. Poiché l’offensiva su Jasinovataja fallì, la puntata su Verkhnjaja Krinka e Zhdanovka per isolare Gorlovka fu fermata, e la junta non riuscì a compiere alcun progresso su Enakievo, nella seconda metà di agosto l’offensiva della junta iniziava a smorzarsi e la milizia a poco a poco riprese slancio offensivo.
Oggettivamente, la situazione richiedeva che la junta fermasse l’offensiva, raggruppasse e concentrasse le riserve, creando depositi di carburante e munizioni, e poi proseguisse l’offensiva riunendo nuovi gruppi d’attacco. Tuttavia, considerazioni politiche richiesero la continuazione dell’offensiva con gli stessi gruppi tattici esauriti. Poiché il fronte della RPL si era stabilizzato, l’accerchiamento da sud fu sventato e l’offensiva a nord di Donetsk arrestata; la junta cercava di strappare ulteriori vittorie simboliche, continuando l’offensiva da sud cercando d’investire direttamente Ilovajsk e Mospino, nonostante il grave rischio operativo. E mentre la junta sprofondava sempre più in tali battaglie urbane, il fronte dell’offensiva si restringeva, iniziata ai primi di agosto su un ampio fronte, ma già dal 20 agosto era stata efficacemente ridotta ad un unico punto. I punti deboli di tale offensiva erano le pendici meridionali del Saur-Mogila, la semi-circondata Mospino e la periferia sud di Ilovajsk. Negli ultimi giorni dell’offensiva, le truppe furono semplicemente ridotte a spingersi su Ilovajsk. Nel frattempo, una minaccia incombeva sul fianco meridionale, ignorando ciò che poi si rivelava fatale. Dopo aver fermato l’accerchiamento a sud e respinto l’offensiva su Mjusinsk e Krasnij Luch, la milizia riprese Marinovka (passata di mano 2 volte nel luglio-agosto) ed iniziò a penetrare dal valico di frontiera di Uspenka, circondando il gruppo di Amvrosevka. E’ difficile dire perché la junta non abbia risposto a tale minaccia, forse decise che si trattava solo di gruppi da ricognizione/sabotaggio, cosa sgradevole ma di nessuna importanza operativa. Forse pensava che avrebbe preso Ilovajsk presto, e quindi respinto la minaccia da sud. Comunque, la milizia accumulò una forza sufficiente a sud-est di Amvrosevka, effettuando l’attacco che ruppe le linee di rifornimento delle principali forze della junta coinvolte nei combattimenti presso Ilovajsk, Mospino e Saur-Mogila. Allo stesso tempo, vi fu l’attacco delle brigate meccanizzate della milizia ad ovest di Mospino, verso le unità delle milizia che avanzavano da sud, ciò fu completamente inaspettato per la junta, poiché fino a poco tempo prima cercava di circondare Mospino da entrambi i lati. L’intelligence della junta apparentemente non rilevò questa offensiva, e quindi non notò la relativamente piccola forza della milizia che intercettava le principali vie di rifornimento del più grande gruppo tattico della junta a sud di Donetsk. Nel gruppo era concentrata la maggior parte delle unità combattenti, tra cui i 3 battaglioni speciali “Azov“, “Shakhtjorsk” e “Donbass-1″, tutte le unità che avevano assaltato Mospino, Saur-Mogila e Ilovajsk, oltre a varie unità di rinforzo ed indipendenti. Più di 5000 soldati e circa 180 mezzi militari finirono per essere circondati assieme a 90 pezzi di artiglieria, mortai e MLRS.
Confrontare le due operazioni è ridicolo in termini di scala, ma la milizia in realtà effettuò una mini “operazione di accerchiamento” simile a quella di Stalingrado, il classico attacco a tenaglia su direzioni convergenti. Naturalmente le unità della junta non avevano rumeni e italiani ai fianchi, ma da una parte c’era solo un vuoto, e dall’altro una cortina incapace di resistere ad un attacco delle unità meccanizzate. Di conseguenza, oltre ai resti accerchiati a Djakovo, si ebbe l'”accerchiamento di Amvrosevka”, attorno cui la milizia cominciava ad espandere la zona che controllava, ampliando l’offensiva a sud e a sud-ovest, occupando insediamenti in profondità al tergo dei gruppi tattici meridionali della junta. Allo stesso tempo, la disorganizzazione dilagava tra i comandi della junta. Il battaglione “Azov” in realtà si dileguò e la maggior parte fuggì a Marjupol, i battaglioni Donbass-1 e Shakhtjorsk rimasero bloccati nei combattimenti urbani di Ilovajsk, e invece di uscire dalla sacca, iniziarono a richiedere carri armati e artiglieria ai militari per continuare l’assalto sulla città, che era praticamente una causa persa. Poiché solo distaccamenti della retroguardia senza armi pesanti rimasero all’esterno dell’accerchiamento, la milizia iniziò immediatamente l’offensiva a sud-ovest di Amvrosevka, verso Starobeshevo, presa la sera del 26 agosto. Nel frattempo, i combattenti delle milizie già muovevano su Volnovakha il 25. In effetti, una volta prese quelle aree strategiche, la junta non ha nemmeno le posizioni da cui provare a rompere gli accerchiamenti. Le truppe circondate, in sostanza, sprofondarono tra la retroguardia, lontano dalla nuova linea del fronte e con una quantità limitata di carburante e munizioni. Davanti la nuova prima linea c’è il vuoto della junta, e nulla per colmarlo. I resti delle forze della junta, tra cui il battaglione “Azov”, fuggivano a Marjupol, abbandonando diversi insediamenti praticamente senza sparare un colpo. Perciò, la milizia avanzò direttamente sui sobborghi di Novoazovsk e gli approcci per Marjupol. Non c’è praticamente nessun fronte della junta da Starobeshevo a Novoazovsk. La mancanza di milizie disponibili era l’unica cosa che rallentava la catastrofe a sud. Allo stesso tempo, la milizia sviluppava un’offensiva a ovest di Mospino, su Ugledar, Elenovka e Nikolskoe. Qui le forze della junta erano scarse, quindi l’offensiva della milizia ebbe successo, anche se non troppo rapidamente. A Elenovka si ebbe un altro “mini-accerchiamento” e i collegamenti dei gruppi della junta semi-accerchiati verso Donetsk furono irrimediabilmente spezzati. La junta non ha riserve con cui aiutare il gruppo circondato e colmare il vuoto enorme al fronte, ora ritira frettolosamente le truppe da Perekop (al confine della Crimea) portando al fronte dei battaglioni territoriali dalla dubbia prontezza al combattimento. Ha anche annunciato la 4.ta mobilitazione cercando di trascinare velocemente vecchissimi mezzi in prima linea, al fine di compensare le enormi perdite in uomini e mezzi.
Nel complesso, non è del tutto chiaro come la junta possa evitare una sconfitta totale. Chiaramente non potrà ripristinare il vecchio fronte, l’unica domanda è se le truppe circondate potranno uscirne (e dovendo farlo da sole, probabilmente dovranno prendere la decisione ASAP) e dove si fermerà l’offensiva della milizia che ha ancora forze limitate, mettendo in rotta una forza grande con una minore. Nel frattempo, il fronte, una volta solido che si estendeva da Marinovka a Elenovka, ora s’è dissolto in sacche separate di resistenza con linee di rifornimento interrotte. Dopo questo disastro, appare assolutamente chiaro che la junta non ha alcuna capacità militare per distruggere Novorossija. Sperperando le brigate più efficienti in operazioni offensive continue, le forze della junta si sono dissanguate subendo una schiacciante sconfitta puramente militare. Il fronte sud è crollato. Novorossija sarà!

10525934Per una rassegna video abbastanza precisa della situazione sui fronti:

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Turchia di Erdogan si avvicina alla Russia

William Engdahl New Eastern Outlook 23/08/2014

6D31656F-8DDC-4AEE-A8CA-5420D3FF0C82_mw1024_n_sIl primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, non è altro che un superstite politico. Dopo un anno tempestoso di tentativi per cacciarlo degli USA, per il mancato avvio di un guerra diretta turca per rovesciare Bashar al-Assad nella vicina Siria, ora Erdogan, seguace della Realpolitik forse ancor più del Corano, cerca all’estero nuovi alleati strategici. Da quando NATO, amministrazione Obama e altri fanno di tutto per demonizzare Putin con il pretesto ucraino, Erdogan si avvicina molto  indovinate a quale leader politico mondiale. Sì, Vladimir Putin e la Russia. Le implicazioni di un  fondamentale riallineamento geopolitico turco potrebbero avere conseguenze globali ben oltre la mera dimensione o il peso politico della Turchia. I primi passi per una alleanza economica più stretta tra Turchia e Russia si sono avuti lo scorso aprile, dopo il colpo di Stato orchestrato dagli Stati Uniti in Ucraina e dopo che il Parlamento di Crimea chiese di unirsi alla Russia, aprendo il diluvio della propaganda anti-russa occidentale. Il 21 aprile il ministro dell’Energia turco Taner Yildiz invitava il vicepresidente di Gazprom, Aleksandr Medvedev, ad Ankara per definire i dettagli di un importante incremento del gas russo da inviare in Turchia con il gasdotto Blue Stream della Gazprom. La Turchia è già il secondo maggiore importatore di gas e petrolio russi dopo l’Unione europea. I due hanno deciso di incrementare la capacità del gasdotto Blue Stream a 16-19 miliardi di metri cubi all’anno, aumentando così i legami economici vincolanti tra i due storici rivali.

Partecipare all’Unione Economica Eurasiatica?
Ora il governo di Erdogan avvia colloqui con la Russia e altri Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica per aprire una zona di libero scambio tra Turchia e l’UEE, secondo il ministro dello Sviluppo Economico russo Aleksej Uljukaev, dopo i colloqui con il ministro dell’Economia turco Nihat Zeybekci, il 19 luglio, al culmine della demonizzazione NATO e Washington di Putin e della Russia, rimproverandogli l’abbattimento dell’aereo di linea malese MH17 sull’Ucraina orientale. “Abbiamo discusso delle possibili forme di cooperazione, tra cui la formazione di una zona di libero scambio tra Unione doganale e Turchia. Abbiamo deciso di creare un gruppo di lavoro e iniziare una discussione più dettagliata su queste possibilità e prospettive a settembre“, aveva detto Uljukaev a margine della riunione dei ministri del commercio del G20 a Sidney, in Australia. I colloqui hanno avuto luogo durante il recente vertice del G20 in Australia. C’è un significativo vantaggio economico per entrambi i gruppi. Attualmente il volume degli scambi tra  Russia e Turchia era pari a 32,7 miliardi dollari nel 2013, e la Russia è il secondo partner commerciale della Turchia dopo l’Unione europea. La Turchia si colloca all’ottavo posto tra i partner del commercio estero della Russia. La Turchia vuole costruire anche un hub per i trasporti e la logistica con la Russia con collegamenti a porti, aeroporti, ferrovie e autostrade, ha aggiunto Zeybekci.
Altre misure che si aggiungono alla tendenza crescente delle altre nazioni ad evitare il dollaro statunitense, uno dei pilastri del potere globale statunitense; la Turchia ha proposto solo due giorni prima dei colloqui con l’Unione Eurasiatica, di utilizzare le monete nazionali nel commercio con la Russia, al Ministero dello Sviluppo Economico della Russia. “La Turchia propone alla Russia l’uso delle valute nazionali nei pagamenti reciproci“, annunciava il servizio stampa del ministero dopo l’incontro tra il ministro dello sviluppo economico russo Aleksej Uljukaev e il suo omologo turco Nihat Zeybek. Dalla crisi ucraina e le crescente sanzioni economiche, la Russia è più aggressiva  nell’evitare l’uso del dollaro negli scambi. Inoltre, Erdogan ha espresso forte interesse per l’adesione della Turchia all’organizzazione dei BRICS. I BRICS hanno deciso non solo di creare una grande alternativa a FMI e Banca Mondiale di Washington per finanziare infrastrutture e altri progetti nei mercati emergenti, indipendentemente dai gravi condizionamenti di Washington, che storicamente ha agito da cuneo occulto neo-coloniale costringendo le economie emergenti ad aprirsi a multinazionali e banche dell’UE e degli Stati Uniti.
Tutto ciò porta a un possibile significativo cambio geopolitico della Turchia, Paese che Washington attirò nella NATO assieme alla Grecia nel 1952. Negli ultimi sessanta anni, la Turchia non fu solo un posto di osservazione della NATO per spiare l’Unione Sovietica e poi la Russia. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la NATO e in particolare CIA e dipartimento di Stato, utilizzarono la Turchia, soprattutto tramite l’ex-imam della CIA Fetullah Gülen, ora in esilio a Saylorsburg, in Pennsylvania, per organizzare i fondamentalisti islamici jihadisti in Uzbekistan, Kirghizistan, Cecenia e in altre regioni islamiche dell’ex-Unione Sovietica. Un passo di Erdogan, che ha avuto un duro scontro con Gülen e il suo potente blocco nella polizia e sistema giudiziario turchi, che potrebbe assetare ai falchi neoconservatori di Washington un duro colpo alla loro corsa nel fomentare il conflitto in Medio Oriente, Eurasia ed altrove. Da quando gli inglesi manipolarono nel 1850 la guerra di Crimea per favorire le tensioni tra impero russo e impero ottomano, fu la politica anglo-statunitense a fare della Turchia un nemico geopoliticamente strategico della Russia. Che tale epoca possa presto finire. map_gp_eng_1
F. William Engdahl è consulente sui rischio strategico e docente, laureatosi in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’incubo di Washington diventa realtà: Il partenariato strategico russo-cinese diventa globale

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 21 agosto 2014

La partnership strategica russo-cinese (RCSP), ideata nel 1996, è l’ancora geopolitica dell’Eurasia del 21° secolo, plasmandone evoluzione ed ingresso nel mondo multipolare. Nessun altro rapporto politico tra attori dei due continenti vi si avvicina, facendo della RCSP l’unico formidabile rivale degli Stati Uniti con le loro alleanze militari privilegiate con NATO, regni del Golfo e Giappone. Nella lotta di questo secolo per il supercontinente, l’interazione tra RCSP e Stati Uniti definirà la politica mondiale.

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Detrattori o distrattori?
Molto rumore proviene dai media occidentali sulla RCSP, con qualche illuminazione dell’importanza sfida al Washington Consensus, e altro, presentata come null’altro che l’aggravarsi  della dipendenza di Mosca da Pechino. Tali vedute vengono spesso strombazzate sia per spaventare gli statunitensi e giustificare l’aggressione del loro governo a Russia e Cina, che per alimentare la disinformazione volta a dividere Russia e Cina. Solo raramente la RCSP viene citata come avvertimento agli Stati Uniti nel moderare le proprie politiche, modo più competente di presentare tali fatti all’elettore occidentale. L’intento dell’articolo è sostenere provocatoriamente che la RCSP è già una realtà nel mondo in divenire, manifestazione dell’incubo di Washington che si estende dall’Eurasia al Nord Africa e America Latina, sfidando l’ordine occidentale, ma solo per guidarne la transizione al mondo multipolare, obiettivo di entrambi i Paesi nella loro solidarietà dal 1997. La riluttanza degli Stati Uniti nel riconoscere i cambiamenti radicali verificatisi nel mondo, da allora, e l’insistenza nel prolungare il momento unipolare in dissoluzione, sono le maggiori cause della destabilizzazione globale attuale. Nonostante i detrattori che cercano di suscitare paure e le tattiche divisive dei distrattori, la RCSP è solida, difensiva e più unita che mai. Esplorando le convergenze della politica russo-cinese nei settori chiave dell’Eurasia e altrove, l’articolo dimostrerà che la RCSP è viva e in crescita, e che attivamente avvicina il mondo al multipolarismo.

Parte I: Struttura
Prima di passare ai dettagli geopolitici della RCSP, occorrerà identificarne le basi strutturali: il ruolo di Russia e Cina, le basi della loro cooperazione e le azioni istituzionali per la ristrutturazione dell’ordine internazionale.

Contrappeso russo e porta cinese
Ci sono ruoli definiti che entrambi i partner svolgono nella loro interazione. La Russia agisce come equilibratore militar-politico in Eurasia, divenendo un’alternativa (che siano Stati Uniti o Cina) per  grandi potenze, Stati emergenti ed entità interessate. Verrà mostrato come funziona la stretta collaborazione della Russia con la Cina nell’assicurarsi che questo equilibrio raggiunga gli obiettivi strategici di entrambi, a volte riproducendo la dinamica del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’. La Cina, da parte sua, è sulla via del sorpasso degli Stati Uniti quale prima economia mondiale in termini di PIL, quest’anno, ed è la potenza economica predominante nel mondo in via di sviluppo. I suoi profondi e privilegiati legami nei mercati in via di sviluppo dell’agricoltura e delle materie prime di Africa, America Latina e Stati del filo di perle ne fa la porta economica della Russia, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi. Così, ciò che la Russia può fornire alla Cina in termini di equilibrio militar-politico nelle regioni chiave, la Cina lo ricambia con opportunità economiche e agevolazioni negli scambi tramite i suoi contatti e reti di elitarie. Naturalmente, il tandem tra Russia e Cina è ben lungi dall’essere perfetto, come lo è l’applicazione strategica nel mondo, ma questa è la teoria generale dell’approccio cauto: la Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più agiscono  assieme, per esempio in Medio Oriente e America Latina, più se ne intravedono gli obiettivi multipolari puri e lo stretto coordinamento; allo stesso modo, più si avvicinano questi due nuclei eurasiatici, più il rapporto appare complesso e difficile da comprendere.

La culla della cooperazione
La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è la culla in cui la RCSP è nata e cresciuta.  Originariamente fondata come i Cinque di Shanghai nel 1996, fu riformata come SCO nel 2001 con l’inclusione dell’Uzbekistan. Da allora, ha stabilito la cooperazione con osservatori come Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran, così come il dialogo per la collaborazione con Sri Lanka, Turchia e  Bielorussia. Questi Paesi rientrano direttamente nella sfera immediata della RCSP, in cui  Russia e Cina esercitano un certo grado d’importante influenza su vari livelli. Inoltre, la SCO fonda  le basi della RCSP, indicando la lotta contro “terrorismo, separatismo ed estremismo in tutte le loro manifestazioni” (quindi anche le rivoluzioni colorate), in quanto nemici principali. Si dà il caso che gli Stati Uniti siano impegnati in tali attività nella campagna per il caos e il controllo in Eurasia, mettendosi così in contrasto esistenziale con Russia e Cina, così come con gli altri aderenti. Non va dimenticato che la SCO conduce anche regolarmente esercitazioni militari congiunte.

Il bastione dei BRICS
Nella forma più visibile della RCSP, i due Paesi cooperano come forza nell’ambito dei BRICS. A  maggio Putin aveva dichiarato che con la Cina “abbiamo priorità comuni, sia globali che regionali… Abbiamo deciso di coordinare più strettamente la nostra politica estera, anche in seno a Nazioni Unite, BRICS e APEC… Non abbiamo divergenze. Al contrario, abbiamo grandi piani che siamo  determinati a tradurre in realtà”. Questa innovativa dichiarazione d’intenti globale s’è tradotta nel passaggio indispensabile all’azione al vertice BRICS di luglio in Brasile, in cui i cinque membri hanno fondato la nuova Banca di Sviluppo confrontandosi direttamente con il predominio economico istituzionale occidentale. Memorandum importanti sulla comprensione multipolare e la creazione di una riserva di valuta hanno conformato gli altri importanti risultati del vertice. Si può dunque vedere che i BRICS sono divenuti il baluardo istituzionale del coordinamento mondiale russo-cinese.

Sintesi strutturale
Russia e Cina hanno ruoli distinti nel loro tandem del potere, e ancora ne perfezionano l’interazione reciproca. La SCO, pur essendo un quadro multilaterale, opera essenzialmente come ente bilaterale della grande cooperazione russo-cinese, con l’Asia centrale come campo di attuazione di future applicazioni esterne. La continua collaborazione istituzionale tra Russia e Cina appare chiaramente nei BRICS, in particolare nell’ultimo vertice. Una volta analizzati unitariamente, entrambi i Paesi uniscono le forze nelle istituzioni appropriate, perseguendo l’obiettivo comune della multipolarità.

Parte II: Applicazione geopolitica
Ora è il momento di seguire le applicazioni geopolitiche della RCSP.  Questa sezione inizierà con l’Asia nordorientale e poi procederà in senso antiorario esplorando il doppio approccio verso Asia centrale, Asia meridionale e sud-est asiatico. Poi passerà all’Europa prima di guardare a Medio Oriente/Nord Africa (MENA) e America Latina. Solo in Africa la RCSP deve ancora maturare, anche se ci sono sicuramente possibilità per la Cina di bilanciare l’influenza della Russia nel continente, in futuro, e d’influenzare i leader regionali espandendone i legami commerciali con Mosca. Infine, la conclusione unificherà l’articolo dimostrando che la RCSP è veramente il rapporto più importante del 21° secolo e veicolo definitivo del multipolarismo. Al lettore si consiglia di tenere a mente quanto segue durante la lettura di questa sezione: ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte nelle regioni/Stati in cui sarebbe in svantaggio rispetto al partner, con lo scopo finale di stabilire un vero multipolarismo globale. Con ciò premesso, l’esame della geopolitica della RCSP inizia.

Asia orientale
L’essenza della RCSP in Asia nordorientale è affrontare con attenzione la “portaerei inaffondabile” degli Stati Uniti e neutralizzarne la letalità. Russia e Cina avevano già dispute territoriali con il Giappone, prima dell’avvio della RCSP, ma il Giappone non ha aggravato tali tensioni che nei primi anni 2010. Il problema giapponese potrebbe più accuratamente essere visto come un problema statunitense, a causa dell’occupazione e della mutua sicurezza reciproca con il Paese, quindi tramite un delegato, la RCSP effettivamente affronta l’ostruzione statunitense al processo di pacificazione del Nordest asiatico. Tokyo ha sempre la ‘clausola per optare’ per la normalizzazione dei rapporti con Mosca (nell’interesse nazionale di entrambi gli attori), ma ciò non sembra apparire nell’orizzonte dell’amministrazione Abe. L’occupazione statunitense è troppo forte e influente perché il Paese se ne liberi nel prossimo futuro; sarebbe un colpo di fortuna una sua frattura e l’avvio di una vera politica estera indipendente, permettendo a Mosca di svolgere un ruolo positivo nel moderare le azioni di Tokyo verso Pechino. Nel contesto attuale, tuttavia, Russia e Cina sanno che il Giappone, e non la Corea democratica (entrambi i Paesi s’impegnano ai colloqui multilaterali per la denuclearizzazione), pone il forte rischio della destabilizzazione del nord-est asiatico, per via dell’aggressività delle rivendicazioni territoriali, in ciò aiutato e spalleggiato dagli Stati Uniti al fine di avere un partner regionale eterodiretto volto a sabotare la prospettiva della cooperazione pan-regionale. Così, per quanto improbabile possa sembrare al momento, nel caso in cui scoppiasse una guerra, Russia e Cina potrebbero cooperare militarmente o userebbero i più forti strumenti diplomatici e politici a disposizione per spingere il Giappone a fare marcia indietro e fermare le ostilità al più presto possibile.

Asia centrale
Molto è stato scritto su una presunta rivalità russo-cinese in Asia centrale, ma in realtà non è così, e non è altro che un pio desiderio di coloro che intendono dividere la RCSP e vedere Russia e Cina scornarsi sulla regione. La Russia guida il processo d’integrazione politica ed economica con  Kazakistan e Kirghizistan sotto gli auspici dell’Unione eurasiatica, ed ha accordi di mutua sicurezza con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e nella CSTO (anche partecipando regolarmente alle esercitazioni militari). La Cina, d’altra parte, è più di un leader dal basso profilo in Asia centrale, dopo aver stipulato lucrosi contatti commerciali in questi anni ed accordi energetici estremamente strategici con la maggior parte degli Stati della regione, in primo luogo il Turkmenistan. La situazione in Asia centrale è la seguente: la Russia consolida l’influenza sulla sfera ex-sovietica, con gli Stati con cui già coltivava rapporti profondi, mentre la Cina colma il vuoto in alcuni aspetti economici. E’ della massima importanza per la Cina poter diversificare le rotte d’importazione delle risorse, al fine di evitare lo stretto di Malacca, occupato e controllato dagli USA, da cui l’interesse per l’energia dell’Asia centrale. Tramite l’accettazione implicita della Russia del coinvolgimento della Cina, la RCSP procede senza intoppi, essendo nell’interesse della Russia avere un forte partner in una Cina il più possibile energeticamente indipendente. L’espansione fulminea dell’influenza energetica della Cina in Asia centrale è anche utile alla Russia, comunque. I legami che ha favorito con l’Uzbekistan, che negli ultimi anni s’era allontanato dalla Russia (lasciando la CSTO nel 2012 e programmando di acquistare molte avanzate attrezzature militari della NATO in Afghanistan) e  prossimo a divenire il socio eterodiretto degli Stati Uniti dopo la ritirata afghana, potrebbe temperarne le politiche regionali. Non è detto che la Cina possa convincerlo ad astenersi da una maggiore cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma potrebbe esercitare l’influenza economica e il forte impatto energetico sull’Uzbekistan cercando di evitare un catastrofico confronto militare con il Tagikistan, che probabilmente coinvolgerebbe la Russia attraverso le sue responsabilità nella CSTO.

Asia meridionale
Questa è una regione in cui la RCSP assume una natura molto complessa, estremamente difficile discernere, fatta eccezione per i più attenti osservatori. Tracciando accordi politici, la Russia è il più stretto alleato dell’India, con il nuovo Primo ministro Nahrendra Modi che ha recentemente proclamato che “Se chiedete a qualcuno tra l’oltre miliardo di persone che vive in India, chi sia il più grande amico del nostro Paese, ogni persona, ogni bambino dirà la Russia. Tutti sanno che la Russia è sempre stata a fianco dell’India nei momenti più difficili, e senza chiedere nulla in cambio”. Questo è un rapporto politico di per sé intriso di titaniche implicazioni globali, ma nel contesto della RCSP, permette alla Russia di esercitare una forte influenza sull’India, mantenendo la pace con la Cina, tanto più che quest’ultima ha aumentato drasticamente la retorica sulla disputa di confine, negli ultimi due anni, con uno stile ironicamente simile a quello che il Giappone usa con la Cina. A differenza del Giappone, però, la Cina ha indicato due mesi fa di essere disposta a risolvere finalmente tale disputa, dando così alla Russia il ruolo di stabilizzatore da svolgere da dietro le quinte, in modo che nessuna delle parti agisca incautamente e metta in pericolo i colloqui. Sempre in tale senso, la Cina ha un rapporto strategico assai stretto con il Pakistan, rivale mortale dell’India, e i due Paesi interagiscono su base militare ed economica. La Cina è interessata a un corridoio energetico verso l’Oceano Indiano, saldamente sotto il suo controllo, e il Pakistan ha bisogno del suo grande vicino per coprirsi contro la minaccia indiana. Questo rapporto minaccia ovviamente l’India, trovandosi in cima alle considerazioni della politica estera dell’élite diplomatica della nazione, così come la strategia navale della collana di perle della Cina nell’Oceano Indiano. Questo è il nome dato alla politica cinese volta a stabilire rapporti navali preferenziali con Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar, aumentando l’azione nel cortile dell’India e assicurandosi le rotte energetiche che attraversano la regione. Con tale rivalità geopolitica tra India e Cina, il ruolo della Russia verso entrambi gli attori assume un’importanza fondamentale nel garantire pace e stabilità e, a differenza dell’Asia nord-orientale con il Giappone, in Asia del Sud la Russia ha l’alta probabilità di poter influenzare gli eventi in misura più incisiva. Proseguendo nella strategia della collana di perle della Cina, si aprono anche le porte alle opportunità della Russia. Grazie al rapporto di Pechino con Islamabad e la sensibilità politica sull’invio di armi al suo partner, la Russia può agire per delega e vendere elicotteri da combattimento con la pretesa della lotta antidroga del Pakistan. Anche se irrita l’India, ciò rappresenta un “cambio di paradigma” in più di un senso: non solo Russia e Pakistan snobbano l’occidente, ma la Russia può utilizzare la fiducia dell’India per fare accettare (o comunque sopportare) agli indiani questa nuova relazione militare. La vendita aiuta il Pakistan a bilanciare la Cina in quanto delegato verso l’India (non importa quanto sia secondario), e aiuta indirettamente la Russia sulla situazione in Afghanistan nel dopo 2014. Tale sviluppo monumentale è interamente attribuibile all’intercessione della Russia, in quanto se la Cina avesse venduto apparecchiature simili al Pakistan, avrebbe potuto creare una crisi nelle relazioni bilaterali con l’India e affondato i possibili colloqui sulla definizione della disputa sui confini. Inoltre, tangenzialmente, la Russia potrebbe in futuro utilizzare i legami commerciali preferenziali della Cina con i suoi partner della collana di perle, per la diversificazione economica dei prodotti agricoli, obiettivo intrapreso da quando le contro-sanzioni sono state emanate ai primi di agosto. Ciò sarebbe soltanto un ricambio per quanto la Russia ha permesso alla Cina in Asia centrale, con la diversificazione energetica, per esempio; quindi ha un senso nella struttura della RCSP che la Cina aiuti la Russia nel fare questo per la sua agricoltura e la bassa diversificazione commerciale verso l’Asia meridionale. Come è stato sottolineato all’inizio della seconda parte dell’articolo, Russia e Cina sono complementari in tutti i modi possibili, essendo ciò la spina dorsale del partenariato strategico. Se uno apre la porta alla cooperazione con un certo Stato o regione a proprio vantaggio, poi permette all’altro di entrarvi, se non anche dal retro, lontano dal controllo pubblico.

Sud-Est asiatico
Questa regione è una delle più deboli per la RCSP, ma è ancora un’opportunità per entrambi gli Stati. La Cina è coinvolta nell’aspro battibecco con i vicini sui reclami nel Mar Cinese Meridionale, in particolare con il Vietnam. E’ qui che si presenta l’occasione per la Russia di svolgere il ruolo di bilanciamento strategico e di adoperarsi per promuovere la grande partnership con la Cina. Russia e Vietnam hanno un rapporto lungo e cordiale risalente all’epoca sovietica, Mosca fornisce ad Hanoi sottomarini dandogli una relativa tranquillità verso la Cina.  Anche se la rivalità cino-vietnamita nel sud-est asiatico non è strutturalmente feroce come quella indiano-pakistana in Asia meridionale, in entrambi i casi la Russia può fungere da mediatore tra i due grazie alla sua posizione unica. E’ ironico che il rapporto russo-vietnamita, costruito durante la guerra fredda per contrastare la Cina, possa ora essere utilizzato per aiutare Pechino in modo contorto. Russia e Cina, come già accennato, hanno bisogno l’uno dell’altro per restare forti e stabili, raggiungendo l’obiettivo a lungo termine del multipolarismo globale, quindi l’invio di armi della Russia al Vietnam non dovrebbe essere visto come un tentativo d’indebolire la Cina, ma piuttosto di ancorare l’influenza di Mosca in un Paese che s’è già dimostrato problematico per Pechino. Attraverso questa profonda presenza, la Russia può quindi influenzare le decisioni dell’élite politica vietnamita operando verso una soluzione costruttiva (o almeno non militare), anche se ciò si traduce in un ‘conflitto congelato’ o prolungamento dell’attuale stallo. Naturalmente, vi sono altri attori che influenzano il Vietnam (in particolare gli USA), ma l’influenza russa ad Hanoi non va sottovalutata, in quanto entrambi i Paesi parlano anche di maggiore cooperazione economica nell’ambito dell’Unione Eurasiatica, mostrando così che il fattore Russia ancora ha un peso nella capitale vietnamita.

Europa
Alla luce dell’attuale spirale nelle relazioni Russia-UE, non c’è praticamente nulla che la Russia possa fare nella RCSP per aiutare la Cina, ma la Cina può offrire un’opportunità alla Russia. Così, uno dei grandi disegni strategici della Cina è facilitare il commercio accelerato con l’UE attraverso un triplice approccio: Nuova Via della Seta (con componenti terrestri e marittime), Ponte Eurasiatico e Rotta Artica. Gli ultimi due passano direttamente sul territorio russo, marittimo o terrestre, aumentando così la prominenza geopolitica della Russia tra Europa e Cina, che piaccia o no all’UE. Non importa se l’Europa ricambia trasportando i propri prodotti attraverso il territorio russo o meno, dato che la Cina ancora prevede nettamente di farlo, consegnando ancora alla Russia una posizione economica più forte e guadagni più tangibili rispetto a prima.

Medio Oriente e Nord Africa (MENA)
Dalla rivoluzione colorata della Primavera araba del 2011, il MENA è il punto focale dell’intenso coordinamento politico russo-cinese. Sergej Lavrov aveva dichiarato nel maggio 2011, dopo un incontro con il ministro degli Esteri cinese, che “Abbiamo deciso di coordinare le nostre azioni utilizzando le capacità di entrambi gli Stati per facilitare una prima stabilizzazione e impedire ulteriori conseguenze negative imprevedibili”. Fu la risposta ovvia alla violazione occidentale della UNSC 1973, quando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu palesemente violata per giustificare la guerra della NATO alla Libia e il successivo cambio di regime. Chiaramente, Russia e Cina compresero che tale violazione potrà un giorno verificarsi anche più vicino ai loro confini, se non perfino affrontare destabilizzazione interna e relativo indebolimento dello Stato, e quindi anche nei loro stessi Paesi. Nel Medio Oriente si può anche facilmente vedere che entrambi i Paesi adempiono ai loro ruoli specifici nel partenariato. L’interazione della Russia con Siria e Iran, e più recentemente Egitto, visibilmente ne illustra il ruolo di equilibratore militare e politico. La Cina è profondamente coinvolta nel commercio energetico dal MENA, con il 60% del petrolio proveniente da qui. Entra anche nell’economia non-energetica della regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Così, oltre al coordinamento politico generale e l’assoluto accordo tra Russia e Cina nel MENA, la regione ne definisce i rispettivi ruoli.

America Latina
Questa regione, più del MENA, mostra senza dubbio che la RCSP è attiva in condizioni di quasi-laboratorio. L’America Latina è lontana dagli intrighi geopolitici dell’Eurasia, rendendo in tal modo la cooperazione tra Russia e Cina comprensibile anche per l’occhio inabituato ad osservare. Negli ultimi dieci anni la Russia è tornata in America Latina, sia nello stile che nella sostanza. Le sue navi hanno visitato porti ed attuato esercitazioni congiunte con il Venezuela, bombardieri russi l’hanno sorvolato e vi si sono riforniti. Il Nicaragua ospiterà una base russa a guardia del canale finanziato dai cinesi, ora in costruzione nel Paese. Gazprom ha iniziato ad investire in Bolivia e Argentina, e Rosneft è attiva in Venezuela. Medvedev e Putin hanno anche visitato la regione, ed è stato ipotizzato che la Russia abbia accettato di riaprire la base spionistica sovietica a Cuba, nella visita di quest’ultimo a luglio. Si può quindi affermare che la Russia è più influente in America Latina oggi di quanto lo sia mai stata durante la Guerra Fredda. La Cina, essendo la porta economica, è l’investitore in più rapida crescita in America Latina, ed è destinata a diventarne il secondo maggiore partner commerciale. Come già accennato, finanzia il rivoluzionario canale del Nicaragua, diversificando la rotta trans-oceanica dal cliente panamense degli Stati Uniti, invitando ulteriori investimenti e commerci non-statunitensi nella zona. Questo in realtà già accade anche senza il canale. La Russia capitalizza un decennio di contatti ristabiliti con l’America Latina, diversificando il commercio agricolo dall’occidente per via delle recenti contro-sanzioni. Ciò rivela l’ampia strategia della Russia, spezzando il predominio occidentale su taluni mercati agricoli e fornendo ai produttori un’opzione alternativa. La Russia vuole anche migliorare la propria sovranità statale e quindi diminuire l’influenza economica occidentale sulla sua economia interna, da cui l’espansione commerciale verso i mercati non-occidentali delle ultime settimane. Complessivamente, l’America Latina è la base più adatta nel far progredire il mondo multipolare nel cortile del gigante unipolare in dissoluzione. Russia e Cina non hanno assolutamente alcun interesse a una qualche competizione in questo teatro, senza dubbio dimostrando così i grandi obiettivi strategici generali della RCSP. Il coinvolgimento russo e cinese nella regione avanza a ritmo spettacolare e multiforme, aprendo così la possibilità di una drammatica trasformazione geopolitica proprio sulla porta di casa degli Stati Uniti. L’America Latina è in molti sensi per gli Stati Uniti ciò che è l’Europa dell’Est per la Russia, una regione dall’intensa antipatia verso il suo grande vicino e quindi da gestire in modo flessibile partecipando anche ad azioni dannose per il suo ex-egemone.

Pensieri conclusivi
Il partenariato strategico Russia-Cina (RCSP) è veramente di portata globale, comprendendo il mondo intero su vari livelli. Gli assiomi presentati devono essere riesposti al fine di ricordarne al lettore l’essenza: Ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte in regioni/Stati in cui può essere in svantaggio rispetto al partner, allo scopo di stabilire vero multipolarismo globale. La Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più cooperano per esempio in Medio Oriente e America Latina, più si possono vederne i puri obiettivi multipolari e lo stretto coordinamento tra questi Stati; allo stesso modo, più questi due nuclei eurasiatici si avvicinano, più appare complesso il rapporto e più sarebbe difficile capirlo.
Con ciò in mente, la RCSP è più facile da comprendere, e le sue ambizioni multipolari appaiono evidenti. Tornando all’inizio del testo, dove sono citati detrattori e distrattori, è ormai dimostrato che i distrattori gettano fumo cercando di nascondere l’ovvio, la RCSP è una forza reale e tangibile nel mondo. I detrattori a loro volta, avevano torto quando affermavano che questa partnership è aggressiva. Sicuramente sfida il Washington Consensus, ma lo fa con mezzi pacifici e politici, soprattutto con un approccio che combina contatti militari-diplomatici e contrappeso politico della Russia al ruolo di porta economica della Cina. Così è indiscutibile che, nel 21° secolo, la RCSP sarà il partenariato più dinamico nella costruzione della multipolarità mondiale, respingendo i disperati tentativi degli Stati Uniti di preservarsi l’anacronismo unipolare.

xi_putin3Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miliziano rosso “Artjom”: “Non abbiamo scelto la guerra, è la guerra che è arrivata da noi!”

Intervista di Viktor Shapinov Histoire et Societé 19 agosto 2014

10277471Il miliziano dal pseudonimo “Artjom” è un vecchio amico di “Borotba“. Prima della guerra, organizzò la gioventù operaia del Donbas nella lotta contro fascismo e capitalismo istituendo una cellula locale dell’organizzazione. Quando la guerra è iniziata, non riuscì a starne lontano e aderì alla milizia. Oggi “Artjom” è in ospedale per un infortunio e ha potuto parlarci.

Compagno, dimmi come ti sei trovato nella milizia?
Fin dall’inizio degli eventi in Piazza Indipendenza, ho avuto la sensazione che questa volta la lotta tra le forze avrebbe raggiunto una fase pericolosa. Rispetto alla rivoluzione “arancione” nel 2004, nel 2014 vi era già molta più gioventù nazionalista organizzata e preparata dai grandi fondi. I gruppi ultras erano cresciuti e maturati, pertanto, c’era la sensazione che questa volta sarebbero andati fino in fondo e la guerra civile sarebbe scoppiata. La divisione della società già esisteva, ma era per così dire una guerra civile morale, adesso i nazionalisti avevano la reale opportunità di colpire, mutilare e uccidere i dissidenti, e di farlo con la scusa dello Stato. Quando ho visto morire dei civili inermi, soprattutto con l’approvazione dei quattro patrioti “filo-ucraini” del posto, mi sono reso conto che era tempo di scegliere, e che dipendesse solo da noi decidere come affrontare la situazione. In questa situazione, ho iniziato ad aiutare la milizia.

In quale formazione della milizia hai combattuto?
L’esercito degli Stati del sud-est.

Che tipo di compiti hai svolto?
Vari. Per il momento sono un segreto militare.

E’ stato difficile passare dalla vita pacifica di militante della sinistra al combattimento?
E’ stato difficile capire cosa accadesse e costruire un sistema che potesse spiegarmi la natura della guerra. Divenne assai facile quando a Lugansk ho incontrato i comunisti che si rifiutavano di obbedire al Partito e che coraggiosamente intrapresero la via della lotta e quando dai soldati ho sentito lo spirito del Donbas, che ha sempre avuto attrazione per la lotta ai ricchi ed aspirazioni al socialismo. A Lugansk è molto sensibile e la vita pacifica non era in realtà piuttosto tranquilla. Le minacce dei nazionalisti (tifosi “ultras”) che vagavano per le strade di Donetsk e Lugansk, suscitarono pensieri dolorosi, facendo aprire gli occhi alla gente sulla minaccia dell’introduzione del regime nazionalista. C’era già la guerra, o il suo prologo se si vuole. Avevo il tremendo desiderio di una vita decente, di prendere il nostro destino in mano creando un nuovo Paese.

Come sei stato ferito?
Durante il bombardamento dell’eroica città di Lugansk con l’artiglieria pesante. Il fatto è che la milizia non solo combatte in prima linea, ma è responsabile della protezione della popolazione civile, per quanto possibile durante i bombardamenti, anche a costo della propria vita. Le persone vi sono già ampiamente abituate, ma c’è ancora confusione, disorganizzazione. Già non pensavamo che i bombardamenti sulle zone residenziali fossero dovute al caso, ma ora non c’è alcun dubbio. Pertanto, il popolo di Lugansk è divenuto più disciplinato.

Come valuti le prospettive delle operazioni militari nel Donbas?
Se si guarda alla cronologia dei combattimenti fin dall’inizio, vediamo come s’è sviluppata e rafforzata la milizia. Tuttavia, le forze sono assai diseguali, ma abbiamo un alleato, non meno importante e pericoloso per il nemico. Un vero bolscevico ne comprende l’importanza. Questo alleato è l’agitazione tra i soldati ucraini contro la guerra, come la campagna dei bolscevichi contro la guerra imperialista, esattamente 100 anni fa. Se sempre più ucraini che si battono per gli interessi dei capitalisti ucraini e occidentali, cominciano a rifiutarsi di combattere ed organizzano comitati dei soldati contro la guerra, la questione è risolta. E questa tendenza esiste, ed è già evidente. Ci possono essere due prospettive: le truppe ucraine radono completamente il Donbas in un diluvio di sangue, o si avrà un cambio radicale, respingendo la spedizione punitiva dalle giovani repubbliche. Vedete, la pace non è più possibile nel Donbass sotto l’autorità della giunta, perché se la milizia viene sconfitta, si entrerà in un periodo di reazione, genocidio diretto e terrore contro la popolazione. E i “confidenti” locali in questo caso sarebbero molto utili. Potete immaginare la Jugoslavia come Stato unito dopo la guerra totale? E’ impossibile. Solo confrontandosi alla carneficina jugoslava, abbiamo l’odio contro una particolare nazione, come tra serbi, croati e bosniaci. Se la spedizione punitiva controllasse il Donbas, dovrà avere le unità militari  sempre pronte, dormendo con i fucili, perché non si tratta di una guerra contro gli ucraini, ma di una guerra civile dove la giunta combatte contro gli antifascisti.

L’esercito ucraino non era così debole all’inizio della guerra. Come la si vede dall'”interno”, la milizia saprà farvi fronte e le Repubbliche Popolari resisteranno?
La milizia risterà perché non solo i combattenti, ma tutto il popolo è la milizia. Inconsciamente, sono quasi tutti mobilitati. Ogni piccola cosa può essere di grande aiuto, ogni dettaglio, si tratta della lotta del popolo. Senza il sostegno popolare non sarebbe successo niente. La gente vuole vivere fino alla vecchiaia, vuole veramente pace e tranquillità, ma comincia a capire che il governo ucraino porterà terrore e povertà.

E’ possibile passare all’offensiva?
Ci sarà un contrattacco, ma non così rapidamente come tutti vorrebbero, come anche noi. La tattica difensiva è molto irritante, ma abbiamo bisogno di tempo.

Hai partecipato attivamente ad Antimajdan come aderente dell’organizzazione di sinistra “Borotba“, che in pratica è vietata dalle autorità ucraine nella città in cui hai vissuto con la tua famiglia, ora occupata dalle truppe della giunta di Kiev. Ciò mette in pericolo la tua famiglia e gli amici? Sono rimasti o se ne sono andati?
Certo, ho già fatto uscire i miei genitori.  Mio zio è rimasto e aiuta la lotta. Alcuni compagni sono andati, ma molti sono rimasti.

Nei media si afferma che il popolo del Donbas non è presente nella milizia, non lo supporti, che presumibilmente la maggior parte della milizia è formata da stranieri, russi, ceceni, osseti, ecc. Cosa ne pensi, è vero?
A tal proposito vorrei dare una risposta più dettagliata. Prima di tutto, nel popolo del Donbas c’è di tutto, è una guerra civile. La stragrande maggioranza, naturalmente, offre tutta l’assistenza possibile, anche solo passiva. Ad esempio, la risposta della popolazione alla comparsa di una colonna della RPL fu  un’ondata di applausi e parole di gratitudine, e così via. Molte nonne benedicono le milizie di passaggio. In generale, sentiamo l’unità con tutti, siamo tutti nella nostra terra. Ma c’è una piccola percentuale, coloro che attendono l’occasione per denunciare i vicini alla polizia segreta ucraina, come a Marjupol. C’è anche una piccola percentuale di coloro che se ne fregano totalmente, fin quando qualcuno non si scassina un bancomat. L’umore del popolo del Donbass s’è radicalizzato. Le persone vogliono sempre regolare i conti con i confidenti, ma la milizia ovviamente impedisce di farsi giustizia. A proposito degli “internazionalisti” nella milizia. Sì, ci sono diverse persone, osseti, ceceni, russi e ucraini. Siamo tutti internazionalisti e ne siamo orgogliosi, perché se, Dio non voglia, uno dei fratelli ha un problema a casa, anche in Russia, ucraini, serbi e osseti per esempio verrebbero ad aiutarlo. Questa è l’essenza dell’internazionalismo. La spina dorsale della milizia sono ragazzi e uomini del posto. Sempre se ne propongono, ma non tutti vengono presi, anche un nonno, un veterano della guerra, ha voluto unirsi a noi, è successo. Siamo sempre stati assai pacifici nel Donbas. Nel corso di questa guerra, molti sono diventati combattenti per difendere le proprie terra e idee. Pertanto, il Donbas non può essere sconfitto; anche se prendono le città la lotta non finirà fin quando il Donbas non avrà l’indipendenza. Sì, ci sono internazionalisti, non mercenari. Sono a casa e come mai? Chiedi tu. E’ molto semplice, il Donbas è un melting pot di popoli, vi sono molte nazionalità, i serbi qui hanno diversi insediamenti storici. Chiunque viene qui con spirito di pace troverà casa, dopo di che non potrà mai dimenticare il Donbas. Siamo tutti del Donbas. Come a volte si dice, siamo tutti diversi, siamo tutti rossi (sorride).

Cosa impedisce alle persone di unirsi in massa alla milizia del Donbas e proteggere la propria terra?
A mio parere manca una linea ideologica chiara che la gente capisca, c’è anche la paura di perdere una buona pinta di birra la sera o di morire sotto il fuoco dei “Grad”, ma se ci fosse una chiara idea, come i bolscevichi, per esempio, sarebbe diverso. E poi le persone sono abituate a vivere di elezione in elezioni, scegliendo tra gli oligarchi di oriente e occidente. Nessuno si aspettava la guerra, e non c’è comitato di organizzazione di lotta in ogni villaggio disposto ad affrontare una situazione del genere. Non viviamo nel ventesimo, ma nei primi anni del ventunesimo secolo. Pertanto, per rispondere alle sfide del tempo dobbiamo agire in modo diverso. E’ importante trovare una risposta, una buona risposta. Le recenti dichiarazioni di un “volontario comunista” affrontano pienamente molte domande e credo che riflettano l’opinione della maggioranza dei combattenti della milizia. Sì, fin dall’inizio combattiamo contro l'”ucrainismo rabbioso” e il neo-nazismo. Con il termine “ucrainismo rabbioso” intendo l’ideologia di una certa parte della popolazione manipolata da burattinai, e non i normali ucraini, nostri fratelli. Sono molti gli ucraini contrari alla giunta, ma hanno paura e non sono organizzati. Gli avvenimenti terribili di Odessa del 2 maggio, dove morirono molti miei compagni, hanno “aiutato” la giunta a sopprimere per una volta le manifestazioni al di fuori del Donbas. Concludo con le parole di un “volontario comunista”: “Se alziamo la bandiera rossa – vinceremo questa guerra”, e io aggiungerei aiuteremo i nostri fratelli ucraini a strangolare i parassiti fascisti e a ricostruire un’Ucraina senza fascismo. Comprendendo di poter lottare contro la macchina da guerra, capiamo non solo ciò contro cui combattiamo, ma anche per cosa. Questa è la chiave che aprirà le menti dei nostri connazionali che si leveranno per combattere, ne sono sicuro.

Come vedi il futuro dell’Ucraina e del Donbas in caso di vittoria?
Credo che l’Ucraina debba giungere al socialismo senza il Donbas. Possiamo essere dei forti alleati, ma gli ucraini sradicheranno il banderismo e trovereanno la via del socialismo quando smetteranno di vedere nel Donbas un “mostro sovietico” che “ha occupato il Paese”. L’isteria banderista ancora incita all’odio tra oriente e occidente. Senza il Donbas, il banderismo finirebbe rapidamente, perché non può fare nulla per la “prosperità della nazione” e non potrà incolparne nessuno, mentre l’Ucraina occidentale vedrà un movimento progressivo. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto naturale del popolo, come il diritto di scegliere una qualunque città in cui vivere.

Molti dicono che RPD e RPL sono un progetto “bianco” dei monarchici e nazionalisti russi e simili. Da comunista e internazionalista, sostieni la Repubblica Popolare. Secondo te la sinistra ha ragione a sostenere la Novorossija? La sinistra è in buona posizione negli organi dirigenti della Repubblica popolare. C’è molta gente di sinistra tra i soldati e i comandanti della milizia?
Questo è probabilmente una questione centrale. In un primo momento difendevano le loro case e famiglie senza pensare seriamente all’ideologia. Inoltre, al momento riunire il popolo nella lotta per il potere sovietico era praticamente impossibile, anche se quasi tutte le persone, nel profondo, si sentono almeno socialiste. Voglio dire, si parla di un certo “ideale” presso la popolazione del Donbas, a livello di chiacchiera da bar. I combattenti della milizia che si considerano comunisti e internazionalisti sono molti. Rilevo anche il ruolo del “Fronte del lavoro di Lugansk” (ex-comitato regionale del partito comunista), i cui membri si sono rifiutati di obbedire alla “leadership ufficiale del partito” e hanno pienamente abbracciato la Repubblica. Da qui il cambio di nome. Vi sono gli anarco-comunisti per nulla contenti che i loro “fratelli” di Kiev concordino con i neonazisti iniziando con entusiasmo ad uccidere i nostri connazionali. Molti non aderiscono ad organizzazioni, ma semplicemente si presentano come comunisti e internazionalisti. Nella confusione nessuno chiede nulla dell’organizzazione d’appartenenza. E’ un comunista, e questo è tutto, non c’è  nazionalismo a Lugansk. I cosacchi del Don sono in pieno accordo con i comunisti; la maggior parte dei cosacchi che ho incontrato ricorda i cosacchi che combatterono per la Repubblica Sovietica del Don. Basti citare la bandiera tricolore russa con la scritta “Antifa” (sorride). Questo episodio spiega molto, chi si oppone alla minaccia del nazionalismo ucraino cerca alleati contro i gruppi armati radicali. La Russia è sempre stata una “madre” qui, comunque, quindi si solleva la bandiera della Russia, ma la scritta ‘antifascista’ simboleggia un secondo aspetto, l’essenza del popolo del Donbas contrario ad ogni forma di nazionalismo, per l’internazionalismo e l’antifascismo. A proposito di comandanti, nessuno di loro si dichiara apertamente comunista, ma tutti condividono convinzioni internazionaliste ed opinioni antifasciste. Ad esempio Aleksandr Mozgovoj, il comandante del battaglione “Prizrak“, ha più volte parlato della lotta contro gli oligarchi per gli interessi del popolo, e l’ha dimostrato con i fatti. Non ci sono piani “bianchi”, perché sarebbe assolutamente disastroso per il Donbas. Storicamente i lavoratori hanno combattuto i bianchi e sostenuto pienamente il potere sovietico, mentalmente sono tutti “rossi” e non “bianchi”. La guerra consolida il popolo risvegliandogli memoria storica e coscienza di classe. In conclusione, vorrei dire che non si tratta di bigottismo, ma di dialettica che aiuta gli internazionalisti a comprendere l’essenza della situazione, vedendo oltre le forme bizzarre il contenuto reale, facendo una scelta giusta anche se difficile. E aggiungo, miei concittadini e fratelli ricordate che i vostri antenati hanno versato il sangue su questa terra per la vittoria del proletariato, ricordate che il Donbas moderno fu costruitò dagli sforzi incredibili della classe operaia, dalla vittoria sui nazisti. Il Donbas è un vero e proprio monumento della costruzione socialista. Non dimenticate chi siete. Non diventate dei mutanti, ma restare voi stessi.
Gloria al Donbass e alla solidarietà internazionale dei lavoratori!

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24DA8E38-D85F-4ACE-A0A4-7AE45F626523_w974_n_s_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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