L’incubo di Washington diventa realtà: Il partenariato strategico russo-cinese diventa globale

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 21 agosto 2014

La partnership strategica russo-cinese (RCSP), ideata nel 1996, è l’ancora geopolitica dell’Eurasia del 21° secolo, plasmandone evoluzione ed ingresso nel mondo multipolare. Nessun altro rapporto politico tra attori dei due continenti vi si avvicina, facendo della RCSP l’unico formidabile rivale degli Stati Uniti con le loro alleanze militari privilegiate con NATO, regni del Golfo e Giappone. Nella lotta di questo secolo per il supercontinente, l’interazione tra RCSP e Stati Uniti definirà la politica mondiale.

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Detrattori o distrattori?
Molto rumore proviene dai media occidentali sulla RCSP, con qualche illuminazione dell’importanza sfida al Washington Consensus, e altro, presentata come null’altro che l’aggravarsi  della dipendenza di Mosca da Pechino. Tali vedute vengono spesso strombazzate sia per spaventare gli statunitensi e giustificare l’aggressione del loro governo a Russia e Cina, che per alimentare la disinformazione volta a dividere Russia e Cina. Solo raramente la RCSP viene citata come avvertimento agli Stati Uniti nel moderare le proprie politiche, modo più competente di presentare tali fatti all’elettore occidentale. L’intento dell’articolo è sostenere provocatoriamente che la RCSP è già una realtà nel mondo in divenire, manifestazione dell’incubo di Washington che si estende dall’Eurasia al Nord Africa e America Latina, sfidando l’ordine occidentale, ma solo per guidarne la transizione al mondo multipolare, obiettivo di entrambi i Paesi nella loro solidarietà dal 1997. La riluttanza degli Stati Uniti nel riconoscere i cambiamenti radicali verificatisi nel mondo, da allora, e l’insistenza nel prolungare il momento unipolare in dissoluzione, sono le maggiori cause della destabilizzazione globale attuale. Nonostante i detrattori che cercano di suscitare paure e le tattiche divisive dei distrattori, la RCSP è solida, difensiva e più unita che mai. Esplorando le convergenze della politica russo-cinese nei settori chiave dell’Eurasia e altrove, l’articolo dimostrerà che la RCSP è viva e in crescita, e che attivamente avvicina il mondo al multipolarismo.

Parte I: Struttura
Prima di passare ai dettagli geopolitici della RCSP, occorrerà identificarne le basi strutturali: il ruolo di Russia e Cina, le basi della loro cooperazione e le azioni istituzionali per la ristrutturazione dell’ordine internazionale.

Contrappeso russo e porta cinese
Ci sono ruoli definiti che entrambi i partner svolgono nella loro interazione. La Russia agisce come equilibratore militar-politico in Eurasia, divenendo un’alternativa (che siano Stati Uniti o Cina) per  grandi potenze, Stati emergenti ed entità interessate. Verrà mostrato come funziona la stretta collaborazione della Russia con la Cina nell’assicurarsi che questo equilibrio raggiunga gli obiettivi strategici di entrambi, a volte riproducendo la dinamica del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’. La Cina, da parte sua, è sulla via del sorpasso degli Stati Uniti quale prima economia mondiale in termini di PIL, quest’anno, ed è la potenza economica predominante nel mondo in via di sviluppo. I suoi profondi e privilegiati legami nei mercati in via di sviluppo dell’agricoltura e delle materie prime di Africa, America Latina e Stati del filo di perle ne fa la porta economica della Russia, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi. Così, ciò che la Russia può fornire alla Cina in termini di equilibrio militar-politico nelle regioni chiave, la Cina lo ricambia con opportunità economiche e agevolazioni negli scambi tramite i suoi contatti e reti di elitarie. Naturalmente, il tandem tra Russia e Cina è ben lungi dall’essere perfetto, come lo è l’applicazione strategica nel mondo, ma questa è la teoria generale dell’approccio cauto: la Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più agiscono  assieme, per esempio in Medio Oriente e America Latina, più se ne intravedono gli obiettivi multipolari puri e lo stretto coordinamento; allo stesso modo, più si avvicinano questi due nuclei eurasiatici, più il rapporto appare complesso e difficile da comprendere.

La culla della cooperazione
La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è la culla in cui la RCSP è nata e cresciuta.  Originariamente fondata come i Cinque di Shanghai nel 1996, fu riformata come SCO nel 2001 con l’inclusione dell’Uzbekistan. Da allora, ha stabilito la cooperazione con osservatori come Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran, così come il dialogo per la collaborazione con Sri Lanka, Turchia e  Bielorussia. Questi Paesi rientrano direttamente nella sfera immediata della RCSP, in cui  Russia e Cina esercitano un certo grado d’importante influenza su vari livelli. Inoltre, la SCO fonda  le basi della RCSP, indicando la lotta contro “terrorismo, separatismo ed estremismo in tutte le loro manifestazioni” (quindi anche le rivoluzioni colorate), in quanto nemici principali. Si dà il caso che gli Stati Uniti siano impegnati in tali attività nella campagna per il caos e il controllo in Eurasia, mettendosi così in contrasto esistenziale con Russia e Cina, così come con gli altri aderenti. Non va dimenticato che la SCO conduce anche regolarmente esercitazioni militari congiunte.

Il bastione dei BRICS
Nella forma più visibile della RCSP, i due Paesi cooperano come forza nell’ambito dei BRICS. A  maggio Putin aveva dichiarato che con la Cina “abbiamo priorità comuni, sia globali che regionali… Abbiamo deciso di coordinare più strettamente la nostra politica estera, anche in seno a Nazioni Unite, BRICS e APEC… Non abbiamo divergenze. Al contrario, abbiamo grandi piani che siamo  determinati a tradurre in realtà”. Questa innovativa dichiarazione d’intenti globale s’è tradotta nel passaggio indispensabile all’azione al vertice BRICS di luglio in Brasile, in cui i cinque membri hanno fondato la nuova Banca di Sviluppo confrontandosi direttamente con il predominio economico istituzionale occidentale. Memorandum importanti sulla comprensione multipolare e la creazione di una riserva di valuta hanno conformato gli altri importanti risultati del vertice. Si può dunque vedere che i BRICS sono divenuti il baluardo istituzionale del coordinamento mondiale russo-cinese.

Sintesi strutturale
Russia e Cina hanno ruoli distinti nel loro tandem del potere, e ancora ne perfezionano l’interazione reciproca. La SCO, pur essendo un quadro multilaterale, opera essenzialmente come ente bilaterale della grande cooperazione russo-cinese, con l’Asia centrale come campo di attuazione di future applicazioni esterne. La continua collaborazione istituzionale tra Russia e Cina appare chiaramente nei BRICS, in particolare nell’ultimo vertice. Una volta analizzati unitariamente, entrambi i Paesi uniscono le forze nelle istituzioni appropriate, perseguendo l’obiettivo comune della multipolarità.

Parte II: Applicazione geopolitica
Ora è il momento di seguire le applicazioni geopolitiche della RCSP.  Questa sezione inizierà con l’Asia nordorientale e poi procederà in senso antiorario esplorando il doppio approccio verso Asia centrale, Asia meridionale e sud-est asiatico. Poi passerà all’Europa prima di guardare a Medio Oriente/Nord Africa (MENA) e America Latina. Solo in Africa la RCSP deve ancora maturare, anche se ci sono sicuramente possibilità per la Cina di bilanciare l’influenza della Russia nel continente, in futuro, e d’influenzare i leader regionali espandendone i legami commerciali con Mosca. Infine, la conclusione unificherà l’articolo dimostrando che la RCSP è veramente il rapporto più importante del 21° secolo e veicolo definitivo del multipolarismo. Al lettore si consiglia di tenere a mente quanto segue durante la lettura di questa sezione: ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte nelle regioni/Stati in cui sarebbe in svantaggio rispetto al partner, con lo scopo finale di stabilire un vero multipolarismo globale. Con ciò premesso, l’esame della geopolitica della RCSP inizia.

Asia orientale
L’essenza della RCSP in Asia nordorientale è affrontare con attenzione la “portaerei inaffondabile” degli Stati Uniti e neutralizzarne la letalità. Russia e Cina avevano già dispute territoriali con il Giappone, prima dell’avvio della RCSP, ma il Giappone non ha aggravato tali tensioni che nei primi anni 2010. Il problema giapponese potrebbe più accuratamente essere visto come un problema statunitense, a causa dell’occupazione e della mutua sicurezza reciproca con il Paese, quindi tramite un delegato, la RCSP effettivamente affronta l’ostruzione statunitense al processo di pacificazione del Nordest asiatico. Tokyo ha sempre la ‘clausola per optare’ per la normalizzazione dei rapporti con Mosca (nell’interesse nazionale di entrambi gli attori), ma ciò non sembra apparire nell’orizzonte dell’amministrazione Abe. L’occupazione statunitense è troppo forte e influente perché il Paese se ne liberi nel prossimo futuro; sarebbe un colpo di fortuna una sua frattura e l’avvio di una vera politica estera indipendente, permettendo a Mosca di svolgere un ruolo positivo nel moderare le azioni di Tokyo verso Pechino. Nel contesto attuale, tuttavia, Russia e Cina sanno che il Giappone, e non la Corea democratica (entrambi i Paesi s’impegnano ai colloqui multilaterali per la denuclearizzazione), pone il forte rischio della destabilizzazione del nord-est asiatico, per via dell’aggressività delle rivendicazioni territoriali, in ciò aiutato e spalleggiato dagli Stati Uniti al fine di avere un partner regionale eterodiretto volto a sabotare la prospettiva della cooperazione pan-regionale. Così, per quanto improbabile possa sembrare al momento, nel caso in cui scoppiasse una guerra, Russia e Cina potrebbero cooperare militarmente o userebbero i più forti strumenti diplomatici e politici a disposizione per spingere il Giappone a fare marcia indietro e fermare le ostilità al più presto possibile.

Asia centrale
Molto è stato scritto su una presunta rivalità russo-cinese in Asia centrale, ma in realtà non è così, e non è altro che un pio desiderio di coloro che intendono dividere la RCSP e vedere Russia e Cina scornarsi sulla regione. La Russia guida il processo d’integrazione politica ed economica con  Kazakistan e Kirghizistan sotto gli auspici dell’Unione eurasiatica, ed ha accordi di mutua sicurezza con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e nella CSTO (anche partecipando regolarmente alle esercitazioni militari). La Cina, d’altra parte, è più di un leader dal basso profilo in Asia centrale, dopo aver stipulato lucrosi contatti commerciali in questi anni ed accordi energetici estremamente strategici con la maggior parte degli Stati della regione, in primo luogo il Turkmenistan. La situazione in Asia centrale è la seguente: la Russia consolida l’influenza sulla sfera ex-sovietica, con gli Stati con cui già coltivava rapporti profondi, mentre la Cina colma il vuoto in alcuni aspetti economici. E’ della massima importanza per la Cina poter diversificare le rotte d’importazione delle risorse, al fine di evitare lo stretto di Malacca, occupato e controllato dagli USA, da cui l’interesse per l’energia dell’Asia centrale. Tramite l’accettazione implicita della Russia del coinvolgimento della Cina, la RCSP procede senza intoppi, essendo nell’interesse della Russia avere un forte partner in una Cina il più possibile energeticamente indipendente. L’espansione fulminea dell’influenza energetica della Cina in Asia centrale è anche utile alla Russia, comunque. I legami che ha favorito con l’Uzbekistan, che negli ultimi anni s’era allontanato dalla Russia (lasciando la CSTO nel 2012 e programmando di acquistare molte avanzate attrezzature militari della NATO in Afghanistan) e  prossimo a divenire il socio eterodiretto degli Stati Uniti dopo la ritirata afghana, potrebbe temperarne le politiche regionali. Non è detto che la Cina possa convincerlo ad astenersi da una maggiore cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma potrebbe esercitare l’influenza economica e il forte impatto energetico sull’Uzbekistan cercando di evitare un catastrofico confronto militare con il Tagikistan, che probabilmente coinvolgerebbe la Russia attraverso le sue responsabilità nella CSTO.

Asia meridionale
Questa è una regione in cui la RCSP assume una natura molto complessa, estremamente difficile discernere, fatta eccezione per i più attenti osservatori. Tracciando accordi politici, la Russia è il più stretto alleato dell’India, con il nuovo Primo ministro Nahrendra Modi che ha recentemente proclamato che “Se chiedete a qualcuno tra l’oltre miliardo di persone che vive in India, chi sia il più grande amico del nostro Paese, ogni persona, ogni bambino dirà la Russia. Tutti sanno che la Russia è sempre stata a fianco dell’India nei momenti più difficili, e senza chiedere nulla in cambio”. Questo è un rapporto politico di per sé intriso di titaniche implicazioni globali, ma nel contesto della RCSP, permette alla Russia di esercitare una forte influenza sull’India, mantenendo la pace con la Cina, tanto più che quest’ultima ha aumentato drasticamente la retorica sulla disputa di confine, negli ultimi due anni, con uno stile ironicamente simile a quello che il Giappone usa con la Cina. A differenza del Giappone, però, la Cina ha indicato due mesi fa di essere disposta a risolvere finalmente tale disputa, dando così alla Russia il ruolo di stabilizzatore da svolgere da dietro le quinte, in modo che nessuna delle parti agisca incautamente e metta in pericolo i colloqui. Sempre in tale senso, la Cina ha un rapporto strategico assai stretto con il Pakistan, rivale mortale dell’India, e i due Paesi interagiscono su base militare ed economica. La Cina è interessata a un corridoio energetico verso l’Oceano Indiano, saldamente sotto il suo controllo, e il Pakistan ha bisogno del suo grande vicino per coprirsi contro la minaccia indiana. Questo rapporto minaccia ovviamente l’India, trovandosi in cima alle considerazioni della politica estera dell’élite diplomatica della nazione, così come la strategia navale della collana di perle della Cina nell’Oceano Indiano. Questo è il nome dato alla politica cinese volta a stabilire rapporti navali preferenziali con Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar, aumentando l’azione nel cortile dell’India e assicurandosi le rotte energetiche che attraversano la regione. Con tale rivalità geopolitica tra India e Cina, il ruolo della Russia verso entrambi gli attori assume un’importanza fondamentale nel garantire pace e stabilità e, a differenza dell’Asia nord-orientale con il Giappone, in Asia del Sud la Russia ha l’alta probabilità di poter influenzare gli eventi in misura più incisiva. Proseguendo nella strategia della collana di perle della Cina, si aprono anche le porte alle opportunità della Russia. Grazie al rapporto di Pechino con Islamabad e la sensibilità politica sull’invio di armi al suo partner, la Russia può agire per delega e vendere elicotteri da combattimento con la pretesa della lotta antidroga del Pakistan. Anche se irrita l’India, ciò rappresenta un “cambio di paradigma” in più di un senso: non solo Russia e Pakistan snobbano l’occidente, ma la Russia può utilizzare la fiducia dell’India per fare accettare (o comunque sopportare) agli indiani questa nuova relazione militare. La vendita aiuta il Pakistan a bilanciare la Cina in quanto delegato verso l’India (non importa quanto sia secondario), e aiuta indirettamente la Russia sulla situazione in Afghanistan nel dopo 2014. Tale sviluppo monumentale è interamente attribuibile all’intercessione della Russia, in quanto se la Cina avesse venduto apparecchiature simili al Pakistan, avrebbe potuto creare una crisi nelle relazioni bilaterali con l’India e affondato i possibili colloqui sulla definizione della disputa sui confini. Inoltre, tangenzialmente, la Russia potrebbe in futuro utilizzare i legami commerciali preferenziali della Cina con i suoi partner della collana di perle, per la diversificazione economica dei prodotti agricoli, obiettivo intrapreso da quando le contro-sanzioni sono state emanate ai primi di agosto. Ciò sarebbe soltanto un ricambio per quanto la Russia ha permesso alla Cina in Asia centrale, con la diversificazione energetica, per esempio; quindi ha un senso nella struttura della RCSP che la Cina aiuti la Russia nel fare questo per la sua agricoltura e la bassa diversificazione commerciale verso l’Asia meridionale. Come è stato sottolineato all’inizio della seconda parte dell’articolo, Russia e Cina sono complementari in tutti i modi possibili, essendo ciò la spina dorsale del partenariato strategico. Se uno apre la porta alla cooperazione con un certo Stato o regione a proprio vantaggio, poi permette all’altro di entrarvi, se non anche dal retro, lontano dal controllo pubblico.

Sud-Est asiatico
Questa regione è una delle più deboli per la RCSP, ma è ancora un’opportunità per entrambi gli Stati. La Cina è coinvolta nell’aspro battibecco con i vicini sui reclami nel Mar Cinese Meridionale, in particolare con il Vietnam. E’ qui che si presenta l’occasione per la Russia di svolgere il ruolo di bilanciamento strategico e di adoperarsi per promuovere la grande partnership con la Cina. Russia e Vietnam hanno un rapporto lungo e cordiale risalente all’epoca sovietica, Mosca fornisce ad Hanoi sottomarini dandogli una relativa tranquillità verso la Cina.  Anche se la rivalità cino-vietnamita nel sud-est asiatico non è strutturalmente feroce come quella indiano-pakistana in Asia meridionale, in entrambi i casi la Russia può fungere da mediatore tra i due grazie alla sua posizione unica. E’ ironico che il rapporto russo-vietnamita, costruito durante la guerra fredda per contrastare la Cina, possa ora essere utilizzato per aiutare Pechino in modo contorto. Russia e Cina, come già accennato, hanno bisogno l’uno dell’altro per restare forti e stabili, raggiungendo l’obiettivo a lungo termine del multipolarismo globale, quindi l’invio di armi della Russia al Vietnam non dovrebbe essere visto come un tentativo d’indebolire la Cina, ma piuttosto di ancorare l’influenza di Mosca in un Paese che s’è già dimostrato problematico per Pechino. Attraverso questa profonda presenza, la Russia può quindi influenzare le decisioni dell’élite politica vietnamita operando verso una soluzione costruttiva (o almeno non militare), anche se ciò si traduce in un ‘conflitto congelato’ o prolungamento dell’attuale stallo. Naturalmente, vi sono altri attori che influenzano il Vietnam (in particolare gli USA), ma l’influenza russa ad Hanoi non va sottovalutata, in quanto entrambi i Paesi parlano anche di maggiore cooperazione economica nell’ambito dell’Unione Eurasiatica, mostrando così che il fattore Russia ancora ha un peso nella capitale vietnamita.

Europa
Alla luce dell’attuale spirale nelle relazioni Russia-UE, non c’è praticamente nulla che la Russia possa fare nella RCSP per aiutare la Cina, ma la Cina può offrire un’opportunità alla Russia. Così, uno dei grandi disegni strategici della Cina è facilitare il commercio accelerato con l’UE attraverso un triplice approccio: Nuova Via della Seta (con componenti terrestri e marittime), Ponte Eurasiatico e Rotta Artica. Gli ultimi due passano direttamente sul territorio russo, marittimo o terrestre, aumentando così la prominenza geopolitica della Russia tra Europa e Cina, che piaccia o no all’UE. Non importa se l’Europa ricambia trasportando i propri prodotti attraverso il territorio russo o meno, dato che la Cina ancora prevede nettamente di farlo, consegnando ancora alla Russia una posizione economica più forte e guadagni più tangibili rispetto a prima.

Medio Oriente e Nord Africa (MENA)
Dalla rivoluzione colorata della Primavera araba del 2011, il MENA è il punto focale dell’intenso coordinamento politico russo-cinese. Sergej Lavrov aveva dichiarato nel maggio 2011, dopo un incontro con il ministro degli Esteri cinese, che “Abbiamo deciso di coordinare le nostre azioni utilizzando le capacità di entrambi gli Stati per facilitare una prima stabilizzazione e impedire ulteriori conseguenze negative imprevedibili”. Fu la risposta ovvia alla violazione occidentale della UNSC 1973, quando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu palesemente violata per giustificare la guerra della NATO alla Libia e il successivo cambio di regime. Chiaramente, Russia e Cina compresero che tale violazione potrà un giorno verificarsi anche più vicino ai loro confini, se non perfino affrontare destabilizzazione interna e relativo indebolimento dello Stato, e quindi anche nei loro stessi Paesi. Nel Medio Oriente si può anche facilmente vedere che entrambi i Paesi adempiono ai loro ruoli specifici nel partenariato. L’interazione della Russia con Siria e Iran, e più recentemente Egitto, visibilmente ne illustra il ruolo di equilibratore militare e politico. La Cina è profondamente coinvolta nel commercio energetico dal MENA, con il 60% del petrolio proveniente da qui. Entra anche nell’economia non-energetica della regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Così, oltre al coordinamento politico generale e l’assoluto accordo tra Russia e Cina nel MENA, la regione ne definisce i rispettivi ruoli.

America Latina
Questa regione, più del MENA, mostra senza dubbio che la RCSP è attiva in condizioni di quasi-laboratorio. L’America Latina è lontana dagli intrighi geopolitici dell’Eurasia, rendendo in tal modo la cooperazione tra Russia e Cina comprensibile anche per l’occhio inabituato ad osservare. Negli ultimi dieci anni la Russia è tornata in America Latina, sia nello stile che nella sostanza. Le sue navi hanno visitato porti ed attuato esercitazioni congiunte con il Venezuela, bombardieri russi l’hanno sorvolato e vi si sono riforniti. Il Nicaragua ospiterà una base russa a guardia del canale finanziato dai cinesi, ora in costruzione nel Paese. Gazprom ha iniziato ad investire in Bolivia e Argentina, e Rosneft è attiva in Venezuela. Medvedev e Putin hanno anche visitato la regione, ed è stato ipotizzato che la Russia abbia accettato di riaprire la base spionistica sovietica a Cuba, nella visita di quest’ultimo a luglio. Si può quindi affermare che la Russia è più influente in America Latina oggi di quanto lo sia mai stata durante la Guerra Fredda. La Cina, essendo la porta economica, è l’investitore in più rapida crescita in America Latina, ed è destinata a diventarne il secondo maggiore partner commerciale. Come già accennato, finanzia il rivoluzionario canale del Nicaragua, diversificando la rotta trans-oceanica dal cliente panamense degli Stati Uniti, invitando ulteriori investimenti e commerci non-statunitensi nella zona. Questo in realtà già accade anche senza il canale. La Russia capitalizza un decennio di contatti ristabiliti con l’America Latina, diversificando il commercio agricolo dall’occidente per via delle recenti contro-sanzioni. Ciò rivela l’ampia strategia della Russia, spezzando il predominio occidentale su taluni mercati agricoli e fornendo ai produttori un’opzione alternativa. La Russia vuole anche migliorare la propria sovranità statale e quindi diminuire l’influenza economica occidentale sulla sua economia interna, da cui l’espansione commerciale verso i mercati non-occidentali delle ultime settimane. Complessivamente, l’America Latina è la base più adatta nel far progredire il mondo multipolare nel cortile del gigante unipolare in dissoluzione. Russia e Cina non hanno assolutamente alcun interesse a una qualche competizione in questo teatro, senza dubbio dimostrando così i grandi obiettivi strategici generali della RCSP. Il coinvolgimento russo e cinese nella regione avanza a ritmo spettacolare e multiforme, aprendo così la possibilità di una drammatica trasformazione geopolitica proprio sulla porta di casa degli Stati Uniti. L’America Latina è in molti sensi per gli Stati Uniti ciò che è l’Europa dell’Est per la Russia, una regione dall’intensa antipatia verso il suo grande vicino e quindi da gestire in modo flessibile partecipando anche ad azioni dannose per il suo ex-egemone.

Pensieri conclusivi
Il partenariato strategico Russia-Cina (RCSP) è veramente di portata globale, comprendendo il mondo intero su vari livelli. Gli assiomi presentati devono essere riesposti al fine di ricordarne al lettore l’essenza: Ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte in regioni/Stati in cui può essere in svantaggio rispetto al partner, allo scopo di stabilire vero multipolarismo globale. La Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più cooperano per esempio in Medio Oriente e America Latina, più si possono vederne i puri obiettivi multipolari e lo stretto coordinamento tra questi Stati; allo stesso modo, più questi due nuclei eurasiatici si avvicinano, più appare complesso il rapporto e più sarebbe difficile capirlo.
Con ciò in mente, la RCSP è più facile da comprendere, e le sue ambizioni multipolari appaiono evidenti. Tornando all’inizio del testo, dove sono citati detrattori e distrattori, è ormai dimostrato che i distrattori gettano fumo cercando di nascondere l’ovvio, la RCSP è una forza reale e tangibile nel mondo. I detrattori a loro volta, avevano torto quando affermavano che questa partnership è aggressiva. Sicuramente sfida il Washington Consensus, ma lo fa con mezzi pacifici e politici, soprattutto con un approccio che combina contatti militari-diplomatici e contrappeso politico della Russia al ruolo di porta economica della Cina. Così è indiscutibile che, nel 21° secolo, la RCSP sarà il partenariato più dinamico nella costruzione della multipolarità mondiale, respingendo i disperati tentativi degli Stati Uniti di preservarsi l’anacronismo unipolare.

xi_putin3Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il miliziano rosso “Artjom”: “Non abbiamo scelto la guerra, è la guerra che è arrivata da noi!”

Intervista di Viktor Shapinov Histoire et Societé 19 agosto 2014

10277471Il miliziano dal pseudonimo “Artjom” è un vecchio amico di “Borotba“. Prima della guerra, organizzò la gioventù operaia del Donbas nella lotta contro fascismo e capitalismo istituendo una cellula locale dell’organizzazione. Quando la guerra è iniziata, non riuscì a starne lontano e aderì alla milizia. Oggi “Artjom” è in ospedale per un infortunio e ha potuto parlarci.

Compagno, dimmi come ti sei trovato nella milizia?
Fin dall’inizio degli eventi in Piazza Indipendenza, ho avuto la sensazione che questa volta la lotta tra le forze avrebbe raggiunto una fase pericolosa. Rispetto alla rivoluzione “arancione” nel 2004, nel 2014 vi era già molta più gioventù nazionalista organizzata e preparata dai grandi fondi. I gruppi ultras erano cresciuti e maturati, pertanto, c’era la sensazione che questa volta sarebbero andati fino in fondo e la guerra civile sarebbe scoppiata. La divisione della società già esisteva, ma era per così dire una guerra civile morale, adesso i nazionalisti avevano la reale opportunità di colpire, mutilare e uccidere i dissidenti, e di farlo con la scusa dello Stato. Quando ho visto morire dei civili inermi, soprattutto con l’approvazione dei quattro patrioti “filo-ucraini” del posto, mi sono reso conto che era tempo di scegliere, e che dipendesse solo da noi decidere come affrontare la situazione. In questa situazione, ho iniziato ad aiutare la milizia.

In quale formazione della milizia hai combattuto?
L’esercito degli Stati del sud-est.

Che tipo di compiti hai svolto?
Vari. Per il momento sono un segreto militare.

E’ stato difficile passare dalla vita pacifica di militante della sinistra al combattimento?
E’ stato difficile capire cosa accadesse e costruire un sistema che potesse spiegarmi la natura della guerra. Divenne assai facile quando a Lugansk ho incontrato i comunisti che si rifiutavano di obbedire al Partito e che coraggiosamente intrapresero la via della lotta e quando dai soldati ho sentito lo spirito del Donbas, che ha sempre avuto attrazione per la lotta ai ricchi ed aspirazioni al socialismo. A Lugansk è molto sensibile e la vita pacifica non era in realtà piuttosto tranquilla. Le minacce dei nazionalisti (tifosi “ultras”) che vagavano per le strade di Donetsk e Lugansk, suscitarono pensieri dolorosi, facendo aprire gli occhi alla gente sulla minaccia dell’introduzione del regime nazionalista. C’era già la guerra, o il suo prologo se si vuole. Avevo il tremendo desiderio di una vita decente, di prendere il nostro destino in mano creando un nuovo Paese.

Come sei stato ferito?
Durante il bombardamento dell’eroica città di Lugansk con l’artiglieria pesante. Il fatto è che la milizia non solo combatte in prima linea, ma è responsabile della protezione della popolazione civile, per quanto possibile durante i bombardamenti, anche a costo della propria vita. Le persone vi sono già ampiamente abituate, ma c’è ancora confusione, disorganizzazione. Già non pensavamo che i bombardamenti sulle zone residenziali fossero dovute al caso, ma ora non c’è alcun dubbio. Pertanto, il popolo di Lugansk è divenuto più disciplinato.

Come valuti le prospettive delle operazioni militari nel Donbas?
Se si guarda alla cronologia dei combattimenti fin dall’inizio, vediamo come s’è sviluppata e rafforzata la milizia. Tuttavia, le forze sono assai diseguali, ma abbiamo un alleato, non meno importante e pericoloso per il nemico. Un vero bolscevico ne comprende l’importanza. Questo alleato è l’agitazione tra i soldati ucraini contro la guerra, come la campagna dei bolscevichi contro la guerra imperialista, esattamente 100 anni fa. Se sempre più ucraini che si battono per gli interessi dei capitalisti ucraini e occidentali, cominciano a rifiutarsi di combattere ed organizzano comitati dei soldati contro la guerra, la questione è risolta. E questa tendenza esiste, ed è già evidente. Ci possono essere due prospettive: le truppe ucraine radono completamente il Donbas in un diluvio di sangue, o si avrà un cambio radicale, respingendo la spedizione punitiva dalle giovani repubbliche. Vedete, la pace non è più possibile nel Donbass sotto l’autorità della giunta, perché se la milizia viene sconfitta, si entrerà in un periodo di reazione, genocidio diretto e terrore contro la popolazione. E i “confidenti” locali in questo caso sarebbero molto utili. Potete immaginare la Jugoslavia come Stato unito dopo la guerra totale? E’ impossibile. Solo confrontandosi alla carneficina jugoslava, abbiamo l’odio contro una particolare nazione, come tra serbi, croati e bosniaci. Se la spedizione punitiva controllasse il Donbas, dovrà avere le unità militari  sempre pronte, dormendo con i fucili, perché non si tratta di una guerra contro gli ucraini, ma di una guerra civile dove la giunta combatte contro gli antifascisti.

L’esercito ucraino non era così debole all’inizio della guerra. Come la si vede dall'”interno”, la milizia saprà farvi fronte e le Repubbliche Popolari resisteranno?
La milizia risterà perché non solo i combattenti, ma tutto il popolo è la milizia. Inconsciamente, sono quasi tutti mobilitati. Ogni piccola cosa può essere di grande aiuto, ogni dettaglio, si tratta della lotta del popolo. Senza il sostegno popolare non sarebbe successo niente. La gente vuole vivere fino alla vecchiaia, vuole veramente pace e tranquillità, ma comincia a capire che il governo ucraino porterà terrore e povertà.

E’ possibile passare all’offensiva?
Ci sarà un contrattacco, ma non così rapidamente come tutti vorrebbero, come anche noi. La tattica difensiva è molto irritante, ma abbiamo bisogno di tempo.

Hai partecipato attivamente ad Antimajdan come aderente dell’organizzazione di sinistra “Borotba“, che in pratica è vietata dalle autorità ucraine nella città in cui hai vissuto con la tua famiglia, ora occupata dalle truppe della giunta di Kiev. Ciò mette in pericolo la tua famiglia e gli amici? Sono rimasti o se ne sono andati?
Certo, ho già fatto uscire i miei genitori.  Mio zio è rimasto e aiuta la lotta. Alcuni compagni sono andati, ma molti sono rimasti.

Nei media si afferma che il popolo del Donbas non è presente nella milizia, non lo supporti, che presumibilmente la maggior parte della milizia è formata da stranieri, russi, ceceni, osseti, ecc. Cosa ne pensi, è vero?
A tal proposito vorrei dare una risposta più dettagliata. Prima di tutto, nel popolo del Donbas c’è di tutto, è una guerra civile. La stragrande maggioranza, naturalmente, offre tutta l’assistenza possibile, anche solo passiva. Ad esempio, la risposta della popolazione alla comparsa di una colonna della RPL fu  un’ondata di applausi e parole di gratitudine, e così via. Molte nonne benedicono le milizie di passaggio. In generale, sentiamo l’unità con tutti, siamo tutti nella nostra terra. Ma c’è una piccola percentuale, coloro che attendono l’occasione per denunciare i vicini alla polizia segreta ucraina, come a Marjupol. C’è anche una piccola percentuale di coloro che se ne fregano totalmente, fin quando qualcuno non si scassina un bancomat. L’umore del popolo del Donbass s’è radicalizzato. Le persone vogliono sempre regolare i conti con i confidenti, ma la milizia ovviamente impedisce di farsi giustizia. A proposito degli “internazionalisti” nella milizia. Sì, ci sono diverse persone, osseti, ceceni, russi e ucraini. Siamo tutti internazionalisti e ne siamo orgogliosi, perché se, Dio non voglia, uno dei fratelli ha un problema a casa, anche in Russia, ucraini, serbi e osseti per esempio verrebbero ad aiutarlo. Questa è l’essenza dell’internazionalismo. La spina dorsale della milizia sono ragazzi e uomini del posto. Sempre se ne propongono, ma non tutti vengono presi, anche un nonno, un veterano della guerra, ha voluto unirsi a noi, è successo. Siamo sempre stati assai pacifici nel Donbas. Nel corso di questa guerra, molti sono diventati combattenti per difendere le proprie terra e idee. Pertanto, il Donbas non può essere sconfitto; anche se prendono le città la lotta non finirà fin quando il Donbas non avrà l’indipendenza. Sì, ci sono internazionalisti, non mercenari. Sono a casa e come mai? Chiedi tu. E’ molto semplice, il Donbas è un melting pot di popoli, vi sono molte nazionalità, i serbi qui hanno diversi insediamenti storici. Chiunque viene qui con spirito di pace troverà casa, dopo di che non potrà mai dimenticare il Donbas. Siamo tutti del Donbas. Come a volte si dice, siamo tutti diversi, siamo tutti rossi (sorride).

Cosa impedisce alle persone di unirsi in massa alla milizia del Donbas e proteggere la propria terra?
A mio parere manca una linea ideologica chiara che la gente capisca, c’è anche la paura di perdere una buona pinta di birra la sera o di morire sotto il fuoco dei “Grad”, ma se ci fosse una chiara idea, come i bolscevichi, per esempio, sarebbe diverso. E poi le persone sono abituate a vivere di elezione in elezioni, scegliendo tra gli oligarchi di oriente e occidente. Nessuno si aspettava la guerra, e non c’è comitato di organizzazione di lotta in ogni villaggio disposto ad affrontare una situazione del genere. Non viviamo nel ventesimo, ma nei primi anni del ventunesimo secolo. Pertanto, per rispondere alle sfide del tempo dobbiamo agire in modo diverso. E’ importante trovare una risposta, una buona risposta. Le recenti dichiarazioni di un “volontario comunista” affrontano pienamente molte domande e credo che riflettano l’opinione della maggioranza dei combattenti della milizia. Sì, fin dall’inizio combattiamo contro l'”ucrainismo rabbioso” e il neo-nazismo. Con il termine “ucrainismo rabbioso” intendo l’ideologia di una certa parte della popolazione manipolata da burattinai, e non i normali ucraini, nostri fratelli. Sono molti gli ucraini contrari alla giunta, ma hanno paura e non sono organizzati. Gli avvenimenti terribili di Odessa del 2 maggio, dove morirono molti miei compagni, hanno “aiutato” la giunta a sopprimere per una volta le manifestazioni al di fuori del Donbas. Concludo con le parole di un “volontario comunista”: “Se alziamo la bandiera rossa – vinceremo questa guerra”, e io aggiungerei aiuteremo i nostri fratelli ucraini a strangolare i parassiti fascisti e a ricostruire un’Ucraina senza fascismo. Comprendendo di poter lottare contro la macchina da guerra, capiamo non solo ciò contro cui combattiamo, ma anche per cosa. Questa è la chiave che aprirà le menti dei nostri connazionali che si leveranno per combattere, ne sono sicuro.

Come vedi il futuro dell’Ucraina e del Donbas in caso di vittoria?
Credo che l’Ucraina debba giungere al socialismo senza il Donbas. Possiamo essere dei forti alleati, ma gli ucraini sradicheranno il banderismo e trovereanno la via del socialismo quando smetteranno di vedere nel Donbas un “mostro sovietico” che “ha occupato il Paese”. L’isteria banderista ancora incita all’odio tra oriente e occidente. Senza il Donbas, il banderismo finirebbe rapidamente, perché non può fare nulla per la “prosperità della nazione” e non potrà incolparne nessuno, mentre l’Ucraina occidentale vedrà un movimento progressivo. Il diritto all’autodeterminazione è un diritto naturale del popolo, come il diritto di scegliere una qualunque città in cui vivere.

Molti dicono che RPD e RPL sono un progetto “bianco” dei monarchici e nazionalisti russi e simili. Da comunista e internazionalista, sostieni la Repubblica Popolare. Secondo te la sinistra ha ragione a sostenere la Novorossija? La sinistra è in buona posizione negli organi dirigenti della Repubblica popolare. C’è molta gente di sinistra tra i soldati e i comandanti della milizia?
Questo è probabilmente una questione centrale. In un primo momento difendevano le loro case e famiglie senza pensare seriamente all’ideologia. Inoltre, al momento riunire il popolo nella lotta per il potere sovietico era praticamente impossibile, anche se quasi tutte le persone, nel profondo, si sentono almeno socialiste. Voglio dire, si parla di un certo “ideale” presso la popolazione del Donbas, a livello di chiacchiera da bar. I combattenti della milizia che si considerano comunisti e internazionalisti sono molti. Rilevo anche il ruolo del “Fronte del lavoro di Lugansk” (ex-comitato regionale del partito comunista), i cui membri si sono rifiutati di obbedire alla “leadership ufficiale del partito” e hanno pienamente abbracciato la Repubblica. Da qui il cambio di nome. Vi sono gli anarco-comunisti per nulla contenti che i loro “fratelli” di Kiev concordino con i neonazisti iniziando con entusiasmo ad uccidere i nostri connazionali. Molti non aderiscono ad organizzazioni, ma semplicemente si presentano come comunisti e internazionalisti. Nella confusione nessuno chiede nulla dell’organizzazione d’appartenenza. E’ un comunista, e questo è tutto, non c’è  nazionalismo a Lugansk. I cosacchi del Don sono in pieno accordo con i comunisti; la maggior parte dei cosacchi che ho incontrato ricorda i cosacchi che combatterono per la Repubblica Sovietica del Don. Basti citare la bandiera tricolore russa con la scritta “Antifa” (sorride). Questo episodio spiega molto, chi si oppone alla minaccia del nazionalismo ucraino cerca alleati contro i gruppi armati radicali. La Russia è sempre stata una “madre” qui, comunque, quindi si solleva la bandiera della Russia, ma la scritta ‘antifascista’ simboleggia un secondo aspetto, l’essenza del popolo del Donbas contrario ad ogni forma di nazionalismo, per l’internazionalismo e l’antifascismo. A proposito di comandanti, nessuno di loro si dichiara apertamente comunista, ma tutti condividono convinzioni internazionaliste ed opinioni antifasciste. Ad esempio Aleksandr Mozgovoj, il comandante del battaglione “Prizrak“, ha più volte parlato della lotta contro gli oligarchi per gli interessi del popolo, e l’ha dimostrato con i fatti. Non ci sono piani “bianchi”, perché sarebbe assolutamente disastroso per il Donbas. Storicamente i lavoratori hanno combattuto i bianchi e sostenuto pienamente il potere sovietico, mentalmente sono tutti “rossi” e non “bianchi”. La guerra consolida il popolo risvegliandogli memoria storica e coscienza di classe. In conclusione, vorrei dire che non si tratta di bigottismo, ma di dialettica che aiuta gli internazionalisti a comprendere l’essenza della situazione, vedendo oltre le forme bizzarre il contenuto reale, facendo una scelta giusta anche se difficile. E aggiungo, miei concittadini e fratelli ricordate che i vostri antenati hanno versato il sangue su questa terra per la vittoria del proletariato, ricordate che il Donbas moderno fu costruitò dagli sforzi incredibili della classe operaia, dalla vittoria sui nazisti. Il Donbas è un vero e proprio monumento della costruzione socialista. Non dimenticate chi siete. Non diventate dei mutanti, ma restare voi stessi.
Gloria al Donbass e alla solidarietà internazionale dei lavoratori!

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24DA8E38-D85F-4ACE-A0A4-7AE45F626523_w974_n_s_sTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia e Iran intensificano i legami economici

Le relazioni economiche aggravatesi tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale
Jurij Barsukov e Kirill Melnikov, Kommersant, 7 agosto 2014 – RBTH
339416_Lavrov-ZarifRussia e Iran hanno firmato un Memorandum of Understanding (MoU) di 5 anni avviando un’ampia intensificazione della cooperazione economica. Il documento pone le basi per l’approccio a un accordo globale da miliardi di dollari nel commercio petrolifero tra i due Paesi. Ma tale attività verso l’Iran viene indicata non solo da società russe, ma anche dai concorrenti di altri Paesi, anche occidentali. “Il memorandum prevede l’espansione del commercio e della cooperazione economica nella costruzione e ricostruzione dell’elettroproduzione, sviluppo delle infrastrutture elettriche, petrolifere e gasifere, nonché fornitura di macchinari, attrezzature e beni di consumo“, dichiarava il Ministero dell’Energia russo. Il ministero ha chiarito che i contratti specifici in queste aree saranno discussi a Teheran il 9-10 Settembre, in occasione della riunione della Commissione intergovernativa di Federazione Russa e Iran (co-presieduta dai ministri dell’Economia dei due Paesi).

Petrolio in cambio di beni
La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano dalla Russia. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno deciso un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent. L’accordo annuale potrebbe raggiungere i 2,35 miliardi di dollari. Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, l’1,5 per cento della produzione iraniana, è una quantità significativa secondo gli esperti. L’analista d’Investkafe Gregory Birge dice che questo importo è pari al 10 per cento dell’esportazione petrolifera della Russia nell’Asia-Pacifico e al 2 per cento delle esportazioni di petrolio verso l’Unione Europea. “Per il mercato del petrolio, si tratta di un importo significativo, soprattutto se le sanzioni alla Russia, in futuro, avranno ripercussioni negative sulla produzione nazionale di petrolio“, ha detto Birge. Secondo gli analisti, la Russia può riesportare il greggio iraniano oppure raffinarlo ed esportarlo come prodotti petroliferi, oppure utilizzarlo nel mercato interno. Il problema principale nella cooperazione petrolifera è trovare un acquirente che importi petrolio iraniano nonostante l’embargo. In precedenza la Russia considerava Bielorussia e Ucraina, dove le aziende russe hanno capacità di raffinazione. Ma per ragioni politiche, tale possibilità è stata abbandonata. Ora si presume che i mercati principali possano essere Cina e Africa (possibilmente il Sud Africa). Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti, frutta e verdura trasformati“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan. Il processo indica che l’Iran intende acquistare prodotti e servizi dalla Russia. Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti, metalli e cereali russi. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, secondo l’ambasciatore, Teheran è interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuta la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Inoltre, l’ambasciatore ha detto che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e svilupparvi giacimenti di gas.

Le sanzioni hanno accelerato la cooperazione con l’Iran
Secondo gli analisti, la firma del protocollo d’intesa russo-iraniano è in gran parte dovuto al peggioramento delle relazioni tra Russia e occidente. “Mosca ha investito molto per trovare una soluzione diplomatica alla questione nucleare iraniana, ed era pronta ad astenersi da azioni che potessero causare una forte reazione dagli Stati Uniti. Ma la situazione è cambiata“, ha detto l’esperto del Centro PIR Andrej Baklitskij. “La Russia è ora molto meno interessata ad ascoltare le raccomandazioni degli Stati Uniti. Inoltre l’Iran, la cui importanza per l’occidente è notevolmente aumentata per gli eventi in Iraq e la ricerca di alternative agli idrocarburi russi, riceve maggiore libertà di manovra. Infine, già Mosca ha dovuto considerare la minaccia di sanzioni dagli Stati Uniti per aver violato l’embargo petrolifero contro l’Iran; ma ora, quando anche il settore petrolifero russo viene colpito dalle sanzioni, tale fattore ha meno importanza“. Un altro motivo per la rapida attuazione dei piani di Mosca verso Teheran, come affermano gli esperti, è la lotta che s’intensifica per conquistare il mercato iraniano. Dalla fine dello scorso anno, quando l’eliminazione delle sanzioni contro l’Iran è iniziata, delegazioni aziendali provenienti da Cina, Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Austria, Svezia e altri Paesi avevano già visitato Teheran. Pochi giorni fa, Reuters e Wall Street Journal, citando fonti industriali tedesche, riferivano che per via della situazione in Ucraina e delle sanzioni di Stati Uniti e UE contro la Russia, le imprese tedesche potrebbero reindirizzare i loro investimenti dall’economia russa a quella iraniana. La Camera di Commercio tedesca prevede, dopo che le sanzioni contro Teheran saranno ulteriormente indebolite, che le esportazioni annuali tedesche verso l’Iran raggiungano i 10 miliardi di euro (nel 2013 furono pari a 1,85 miliardi).

iran_industry_mining78Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, disfatta della ‘grande offensiva’ di Kiev

Alessandro Lattanzio, 5/8/2014
10527718Il 29 luglio, nel pomeriggio, i majdanisti avrebbero lanciato 4 missili tattici OTR-21 Tochka, di cui almeno 2 su Savrovka (Savr Mogila), ma alcun missile Tochka ha raggiunto gli obiettivi. Il missile può trasportare una testata di 454 chili ed ha una gittata di 80 km. Tale azione faceva seguito ai combattimenti tra milizie di autodifesa e truppe golpiste presso Shakhtjorsk, dove furono eliminati 125 blindati dell’esercito ucraino. Il viceministro della Difesa della Repubblica Popolare di Donetsk (RPD) Fjodor Berezin aveva affermato “Il nemico ha perso 125 blindati a Shakhtjorsk, ieri, tra cui carri armati, veicoli da combattimento della fanteria e veicoli corazzati da trasporto truppa. I miliziani hanno preso il controllo di Shakhtjorsk, mentre la Guardia nazionale si nasconde nel fitto dei boschi“. 200 blindati ucraini parteciparono all’offensiva per spezzare la linea difensiva della Novorossija, sulla strada che collega Torez e Lugansk a Donetsk. La Milizia federalista respinse l’offensiva distruggendo 125 mezzi ucraini (carri armati, BMP, BTR, autocarri, ecc.), quindi i bombardamenti degli MLRS “Grad” della milizia sulle posizioni della 25.ma brigata, eliminavano 23 paracadutisti ucraini dell’unità A1126, tra cui il comandante del battaglione. Complessivamente, nei combattimenti a Shakhtjorsk del solo 29 luglio, i majdanisti persero 85 effettivi, quasi tutti della 25.ma brigata aeroportata, oltre a 30 blindati distrutti, 2 BMP catturati e la perdita di tutta l’artiglieria della 25.ma brigata.
Il 30 luglio, Savrovka (60 km a sud-ovest di Donetsk) restava nelle mani delle milizie dopo tre giorni di aspri combattimenti, respingendo gli assalti dei majdanisti e distruggendo 2 carri armati, 2 BTR, 1 BRDM e diversi autocarri Kamaz. Presso Gorlovka, 20 km a nord-ovest di Donetsk, i bombardamenti dei majdanisti uccidevano 27 civili in tre giorni. A Debaltsevo, 30 km a nord-est di Donetsk, un convoglio golpista veniva attaccato, perdendo 3 autocarri Ural e 1 compagnia. A Khartsitsk, la milizia abbatteva un aereo da trasporto militare ucraino. Ad Avdievka, 10 km a nord di Donetsk, la milizia catturava 3 BMP ucraini. A Jasinovata, 10 km a nord di Donetsk, l’assalto dei blindati ucraini veniva respinto con la distruzione di 1 BTR e 2 carri armati ucraini.
Il 31 luglio, Aleksandr Prosjolkov, viceministro degli Esteri della Repubblica Popolare di Donetsk, veniva assassinato da terroristi majdanisti. Aleksandr Prosjolkov era anche leader dell’Unione della Gioventù Eurasiatica del distretto federale meridionale della Russia. L’attentato avvenne in prossimità di Krasnodon, dove alcuni ignoti bloccarono l’auto di Prosjolkov e gli spararono quattro volte. Prosjolkov era stato distratto da alcuni sconosciuti rimanendo fuori dalla visuale delle guardie del convoglio di cui la sua auto faceva parte.
glnews.ru_ministrom-oborony-dnr-naznachen-igor-strelkov_1Il 1 agosto 2014 si svolgeva uno scambio di prigionieri: due miliziani catturati scambiati con due “paracadutisti” majdanisti fatti prigionieri. Tuttavia, mentre i prigionieri majdanisti se ne andarono con le loro gambe, i miliziani prigionieri erano stati restituiti dagli ucraini in condizioni gravissime, poiché sottoposti a torture. In seguito a questo incidente, Strelkov ordinava che nessun ufficiale della 25.ma brigata venisse fatto prigioniero. Sempre il 1° agosto, l’esercito ucraino si ritirava da diverse aree, in particolare dai checkpoint di frontiera di Dolzhanskij, Izvarino e Chervonopartizansk e da Savrovka. Ma l’esercito majdanista tentava di prendere il controllo di Krasnogorovka, Jasinovataja e Marinka, venendo respinto sempre dopo aver subito gravi perdite. Alle 13:00 i golpisti avviavano un’offensiva sulla periferia sud-ovest di Donetsk, con circa 40 blindati, e su Krasnogorovka. Il Corpo Volontario di “Pravij Sektor“, rinforzato da elementi della 51.ma brigata ucraina, si avvicinarono a Krasnogorovka, dove subirono perdite in effettivi e blindati, per poi ritirarsi. Nella periferia nord di Donetsk, l’esercito majdanista tentava di prendere il controllo di Jasinovataja, per tagliare la strada da Gorlovka a Donetsk, ma anche tale assalto veniva respinto con la perdita di 2 carri armati e 2 blindati. Nella regione Shakhtjorsk-Snezhnoe-Torez, i resti della 25.ma brigata aeromobile e del battaglione naziatlantista Dnepr-1 venivano circondati. Nella notte del 31 luglio – 1 agosto, si svolgeva uno scontro presso Serditoe, sulla strada Donetsk-Snezhnoe. I majdanisti cercavano di rompere l’accerchiamento con una colonna di blindati e fanteria, fallendo anche questa volta. A sud di Snezhnoe, la Milizia bombardava le posizioni dei majdanisti presso Stepanovka, Savrovka e Amvrosievka, distruggendogli 5 autoveicoli e 2 depositi di munizioni. Inoltre la Milizia distruggeva una base majdanista nei pressi di Elenovka, dove erano raccolti MLRS, obici e munizioni dei golpisti. Alle 14:30, presso Shakhtjorsk, la milizia di Motorol abbatteva un drone ucraino Tu-143 Rejs. A Dmitrovka, 50 km a est di Donetsk, il battaglione della Milizia Vostok distruggeva 2 blindati ucraini. Unità della 1.ma Compagnia da Ricognizione attaccavano una postazione majdanista presso Andreevka, eliminando 1 carro armato e 2 BMP. I circa 1500 uomini circondati nella sacca meridionale, si dichiaravano pronti ad arrendersi e a ritirarsi in cambio della cessione di tutte le loro armi, munizioni e di circa 60-70 blindati, tra cui 30 carri armati, BMP, BTR, MLRS Grad e pezzi di artiglieria.
Il 2 agosto, secondo la Repubblica popolare di Donetsk, i golpisti ucraini inviavano sistemi missilistici balistici a corto raggio Tochka-U verso Donetsk, “L’esercito ucraino invia verso Donetsk complessi missilistici Tochka-U. Colonne nemiche con BM-30 Smerch e BM-27 Uragan sono state avvistate“. Il comandante della milizia della Repubblica Popolare di Donetsk, Igor Strelkov, aveva dichiarato che dei sistemi Tochka-U erano schierati a Kramatorsk per attaccare gli impianti chimici e di depurazione di Donetsk e Lugansk. Tre persone venivano uccise dai bombardamenti majdanisti su Donetsk. Tra Enakevo e Makeevka, nella regione di Donetsk, veniva abbattuto un aereo da attacco al suolo Su-25 ucraino. Nella notte tra il 2 e il 3 agosto, 438 soldati ucraini, tra cui 164 guardie di frontiera, fuggivano in Russia, nella regione di Rostov sul Don. A Orlovo-Ivanovka, 40 km nord-est da Donetsk, alle 13:00 si svolgevano pesanti combattimenti; dopo il tiro di preparazione dell’artiglieria, unità ucraine attaccavano con 25 carri armati e blindati. L’assalto veniva respinto dalla milizia che distruggeva 3 carri armati, 3 BMP, 3 BTR, 1 BMD e 1 autocarro majdanisti. A Pervomajsk la milizia respingeva per due volte l’offensiva del battaglione naziatlantisa “Donbass”, che subiva notevoli perdite. A Shahktjorsk la milizia distruggeva altri 3 carri armati, 3 BMP e 2 autoveicoli della 25.ma brigata ucraina.
Il 3 agosto, tra Marienka e Aleksandrovka, 10 km ad ovest di Donetsk, la milizia respingeva le unità della 51.ma brigata meccanizzata ucraina, che perdeva 2 carri armati T-62 e 2 BTR. La milizia subiva 2 caduti e 15 feriti. A Stakhanov la milizia abbatteva 1 Sukhoj Su-25 ucraino.
10472740Il 4 agosto, la 72.ma brigata ucraina si disintegrava, con 450 soldati che fuggivano nel territorio della Federazione Russa abbandonando tutto il materiale nelle loro posizioni, tra cui 70 automezzi e blindati, ed altri 702 soldati ucraini che si arrendevano alla Milizia di Shahktjorsk. I soldati erano rimasti per giorni senza rifornimenti e munizioni, dopo che la giunta aveva perso 7 velivoli da trasporto per tentare di rifornirli. Gli unici che non si arrendevano erano i mercenari polacchi e i neonazisti di Fazione destra presenti tra le unità ucraine. Tra il 29 luglio e il 3 agosto, la 72.ma brigata aveva perso 454 soldati e 125 automezzi, tra cui 30 carri armati T-64. I resti della 79.ma brigata aeroportata, della 24.ma brigata fucilieri motorizzati, dei battaglioni Shakhtjorsk e Azov rimanevano intrappolati nella sacca meridionale. Pavel Gubarjov, a capo del Dipartimento Mobilitazione del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare di Donestk, dichiarava, “Ciò che vediamo è il punto di svolta in questa guerra. Abbiamo fiducia, ci avviciniamo alla vittoria. L’esercito ucraino scompare, tutti si arrendono, fuggono nella Federazione Russa, non essendo più disposti a combattere. La mobilitazione non funziona e lo spirito combattivo sparisce; perciò posso certamente prevedere che non solo raggiungeremo Kiev, ma anche Lvov, e strangoleremo questa gentaglia in modo che gli ucraini dimentichino Bandera, Shukhevich e il nazionalismo integralista ucraino per altri 3 o 4 secoli. Devo sottolineare che non combattiamo ucraini, combattiamo nazisti. Costoro hanno mentalità molto diverse, ecco perché ci appelliamo agli ucraini che hanno la cattiva sorte di ritrovarsi nell’esercito ucraino, o sono stati forzatamente mobilitati. Arrendetevi e vi tratteremo con buona volontà, altrimenti disertate. Questo è il modo migliore per uscirsene. Ai nazisti ucraini che, con i loro seguaci, urlarono a Majdan “Heil agli eroi!”, la suddetta feccia fascista, non saranno risparmiati! D’ora in poi non faremo altro che scacciare tali bastardi. Non permetteremo che il Donbas diventi un campo per il fracking delle aziende occidentali. Non lasceremo che il Donbas diventi un deserto saccheggiato. Vogliamo vedere la nostra regione verde, rigogliosa e ricca. É per questo che combattiamo”.
A Gorlovka, un nuovo bombardamento majdanista uccideva una persona e ne feriva altre 17. A Pervomajsk, nel bombardamento dei majdanisti veniva ucciso il pope Georgij Nikishov. A Makievka abbattuto 1 aereo d’attacco Su-25 Grac’ ucraino, mentre ad Amvrossievka veniva abbattuto 1 elicottero ucraino. A Marjupol, tiratori scelti eliminavano diversi consiglieri statunitensi.
L’offensiva della junta di Kiev falliva miseramente, e il ministro della Difesa ucraino Valerij Geletej annunciava l’esaurimento dell’offensiva ed iniziava a contattare la Bielorussia con l’intenzione di chiedere a Lukashenko di essere  l’intermediario nelle trattative. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale e Difesa, il nazista Andrej Parubij, veniva dimissionato assieme al vicecapo della polizia politica (SBU) Jurij Stets.
10561576Il 1° agosto, il ministero della Difesa russo mobilitava i riservisti per le esercitazioni da svolgersi tra agosto e ottobre, “L’addestramento delle principali specialità si terrà per due mesi in presidi e unità militari“. Le esercitazioni hanno lo scopo di familiarizzare i riservisti all’impiego e manutenzione dei nuovi sistemi d’arma ed equipaggiamenti dei rami specializzati in comunicazioni, missili, artiglieria, logistica, fanteria motorizzata e forze costiere. Inoltre, anche l’aeronautica russa avviava le esercitazioni di combattimento coinvolgendo oltre 100 aerei tra caccia, bombardieri ed elicotteri nei distretti militari centrale e occidentale della Russia. Il colonnello Igor Klimov dichiarava che le esercitazioni si svolgevano in collaborazione con le forze della difesa aerea russa, “In tutto, le manovre coinvolgeranno 100 aerei ed elicotteri come caccia multiruolo Su-27 Flanker, caccia MiG-31 Foxhound, cacciabombardieri Su-34 Fullback, bombardieri Su-24 Fencer così come elicotteri da combattimento Mi-8, Mi-24 e Mi-28N“. L’esercitazione prevedeva tiri contro bersagli a terra e in aria nei nuovi poligoni di tiro, nonché lanci di missili antiaerei nel poligono di Ashuluk nella regione di Astrakhan, e missioni di volo dalle basi aeree della Russia meridionale di Armavir, Krymsk, Mozdok, Morozovsk, ecc.

1535442Fonti
Alawata
Alawata
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
Cassad
ITAR-TASS
ITAR-TASS
NEO
RIAN

RIAN
RIAN
RIAN
Vineyard Saker
Vineyard Saker
Vineyard Saker

0o4vIkW4GDg1

La fine di ogni fascista

La fine che incontra ogni fascista

L’India rigetta l’egemonia globale degli USA

L’India rigetta l’egemonia globale degli USA affondando il Global Trade Deal, mettendo in dubbio  il futuro dell’OMC
Tyler Durden Zerohedge 01/08/2014

brics-bank-currency-pool-siIeri abbiamo riportato che l’asse Russia-Cina si è saldamente assicurato, la corsa ora è volta ad assicurare l’alleanza di quest’ultima, con la critica potenza eurasiatica dell’India. Qui la Russia ha compiuto il primo passo simbolico, quando all’inizio della settimana la sua banca centrale ha annunciato di aver avviato trattative internazionali per utilizzare monete nazionali, un processo che culminerà nell’eliminazione della moneta statunitense nelle transazioni bilaterali. La Russia non è la prima nazione a valutare l’importanza chiave dell’India nel concludere forse il più importante asse geopolitico del 21° secolo, abbiamo riportato che il Giappone, agendo per trovare un contrappeso naturale alla Cina con cui le relazioni sono regredite ai livelli della Seconda Guerra Mondiale, ha anche caldamente e pesantemente corteggiato l’India. “I giapponesi si trovano ad affrontare enormi problemi politici con la Cina“, ha detto Kondapalli in un’intervista telefonica. “Le aziende giapponesi quindi ora cercano di spostarsi verso altri Paesi, cercano in India“. Naturalmente per l’India il problema dell’alleanza giapponese implicitamente coinvolgerebbe anche gli Stati Uniti, ultimo e unico sostegno sostenitore dell’insolvente e demograficamente implosivo Giappone, quindi bruciando i ponti con Russia e  Cina. Una domanda emerge: l’India abbraccerebbe l’asse Stati Uniti – Giappone rinunciando al suo mercato naturale dei BRICS e agli alleati Russia e Cina.
Ora abbiamo una risposta chiara ed è un sonoro no, perché in ciò che è il definitivo ceffone alla totalmente dissolvente egemonia globale degli USA, questa mattina l’India ha rifiutato di firmare un critico accordo commerciale globale. In particolare, le richieste irrisolte dell’India portano al crollo della prima grande riforma del ventennale patto commerciale globale. I ministri dell’OMC avevano già concordato la riforma globale delle procedure doganali nota come “facilitazione degli scambi” a Bali, in Indonesia, lo scorso dicembre, ma non poterono superare le obiezioni dell’ultimo minuto indiane e non l’hanno fatto, secondo le regole dell’OMC, entro il 31 luglio. Il direttore generale dell’OMC, Roberto Azevedo, ha detto ai diplomatici commerciali di Ginevra, appena due ore prima che il termine ultimo per l’accordo scadesse a mezzanotte, che “non abbiamo trovato una soluzione che ci permetta di colmare questa lacuna“. Reuters riporta che la maggior parte dei diplomatici aveva previsto di firmare l’accordo questa settimana, segnando un successo unico nei 19 anni di storia dell’OMC che, secondo alcune stime, doveva aggiungere 1000 miliardi di dollari e 21 milioni di posti di lavoro all’economia mondiale. Si scopre che l’India è contenta di deludere i globalisti: i diplomatici erano scioccati quando l’India ha posto il veto e il fallimento dell’ultima ora le ha attirato forti critiche, così come brontolii sul futuro dell’organizzazione e del sistema multilaterale ad essa sotteso. “L’Australia è profondamente delusa dal fatto che non sia stato possibile rispettare la scadenza. Tale fallimento è un grave colpo alla fiducia riavviata a Bali sull’OMC nell’avere un risultato dai negoziati“, ha detto il ministro del commercio australiano Andrew Robb. “Non ci sono vincitori con tale risultato, meno di tutti nei Paesi in via di sviluppo che avrebbero visto i maggiori profitti“. Incredibilmente, e senza alcun preavviso, l’ostinato rifiuto dell’India di soddisfare le richieste degli Stati Uniti potrebbe aver schiacciato l’OMC quale fonte del commercio internazionale, sferrandogli un pugno eliminando direttamente l’avvento futuro di una globalizzazione implacabile, che negli ultimi 50 anni ha avvantaggiato sopratutto gli Stati Uniti.
L’indebitato Giappone, come già detto, desideroso di diventare il migliore amico dell’India, è stupito dal rifiuto: “Un funzionario giapponese a conoscenza della situazione, ha detto che mentre Tokyo ha ribadito l’impegno a mantenere e rafforzare il sistema commerciale multilaterale, è frustrato che tale piccolo gruppo di Paesi ne abbia ostacolato il consenso pressoché unanime. Il futuro del Doha Round, compreso il pacchetto di Bali, non è chiaro in questa fase, ha detto“. Altri sono giunti a suggerire l’espulsione dell’India: “Alcune nazioni, tra cui Stati Uniti, Unione Europea, Australia, Giappone e Norvegia, hanno già discusso un piano per escludere l’India dall’accordo e portarlo avanti, hanno detto dei funzionari coinvolti nei colloqui”. Tuttavia, una tale mossa chiaramente indicherebbe che il grande esperimento della globalizzazione volge al termine: “Il ministro del Commercio Estero della Nuova Zelanda, Tim Groser, ha detto a Reuters che c’è “troppa dramma” sulle trattative e ha aggiunto che qualsiasi discorso volto ad escludere l’India ciò è “ingenuo” e controproducente. “L’India è il secondo Paese più popoloso, parte vitale dell’economia mondiale e sarà ancora più importante. L’idea di escludere l’India è ridicola”…”Non voglio essere troppo critico verso gli indiani. Abbiamo cercato di convincerli, ma infine mettere l’India nell’angolo non sarebbe produttivo”, ha aggiunto”. E sì, la morte dell’OMC è già casualmente indicata come possibilità concreta: “Eppure, il fallimento dell’accordo dovrebbe segnare l’allontanamento dai singoli monolitici accordi commerciali che hanno definito l’ente per decenni, ha detto Peter Gallagher, esperto di libero scambio e OMC presso l’Università di Adelaide. Penso che sia certamente prematuro parlare di morte dell’OMC. Spero che si sia al punto in cui un po’ più di realismo entri nei negoziati“, ha detto. Ma il Paese più traumatizzato è quello che non ha mai accettato una risposta negativa da certi “squallidi e arretrati Paesi in via di sviluppo“: gli Stati Uniti, e la persona più umiliata non è altri che John Kerry. “Il segretario di Stato USA John Kerry ha detto al Primo ministro Narendra Modi che il rifiuto dell’India di firmare l’accordo commerciale globale invia un segnale sbagliato, e ha esortato New Delhi a lavorare per risolvere la questione al più presto possibile. La mancata firma dell’accordo per facilitare il commercio invia un segnale confuso e mina l’immagine stessa che il Premier Modi tenta d’inviare dell’India“, ha detto un funzionario del dipartimento di Stato USA ai giornalisti, dopo l’incontro di Kerry con Modi. Il segnale sbagliato per John Kerry, forse, è che ora è lo zimbello “diplomatico” mondiale e l’uomo che, insieme a Hillary Clinton (e al presidente degli Stati Uniti), è stato beffato completamente sull’influenza globale degli Stati Uniti negli ultimi 5 anni. Ma è il segnale giusto per la Cina e, naturalmente, la Russia.

BRAZIL-BRICS-ROUSSEFF-XI-MODI-PUTIN-ZUMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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