Artico, “questione di sicurezza nazionale” della Russia

Romaric Thomas Agoravox 7 ottobre 2014

Da oltre un anno, gli annunci delle autorità russe sulla politica verso la regione artica hanno una cadenza di tre o quattro al mese. Nodo energetico dai primi anni 2000, l’Artico nel 2013 è diventato un priorità per la sicurezza nazionale della Federazione russa, ripristinando d’urgenza il confronto al confine settentrionale verso l’interferenza della NATO nella regione. Data l’importanza di sforzi e ambizioni, il Nord è oggi la priorità assoluta della geopolitica russa. La situazione strategica russa in una zona che minaccia la guerra.

2013-20-fig1-eI. Artico pilastro energetico della Russia
Una regione straordinariamente ricca di risorse naturali
L’Artico è di nuovo d’interesse strategico dalla fine degli anni ’90, principalmente per lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte marittime e un maggiore sfruttamento delle risorse. Secondo alcune stime, gli idrocarburi situati oltre il Circolo Polare Artico rappresentano un quarto delle riserve mondiali, 90 miliardi di barili di petrolio e il 30% del gas da scoprire nel mondo. Il 27 settembre, la compagnia petrolifera russa Rosneft ha annunciato la scoperta di un giacimento di petrolio nel Mare di Kara che potrebbe contenere 87 miliardi di barili, parte di una zona che potrebbe avere riserve equivalenti a quelle saudite. Eccezionali giacimenti di gas sono stati scoperti anche nel Barents e Kara. I giacimenti di nichel, cobalto, rame, platino, barite e apatite sono notevoli. Infine, quasi il 15% delle risorse ittiche mondiali proviene dall’Artico. Se la ricchezza delle risorse naturali dell’Artico è ambita da tutti i Paesi rivieraschi, così come da molti Paesi non rivieraschi, la regione per la Russia rappresenta molto più di un aumento delle entrate. Riguarda direttamente gli interessi vitali della Federazione russa, dato che solo l’Artico garantisce il 60% della produzione di petrolio, il 95% del gas, oltre il 90% di nichel e cobalto, il 60% del rame, il 96% dei metalli del gruppo del platino, il 100% di barite e apatite, quasi un quarto delle esportazioni e il 12-15% del PIL. Indipendentemente dalle rivendicazioni territoriali della Russia e dalle risorse aggiuntive che potrebbero essere tratte, l’Artico è già il primo pilastro energetico del Paese. Oltre che per le risorse energetiche e minerarie, l’Artico è di grande interesse commerciale per la Russia. La Rotta del Nord potrebbe diventare, in pochi anni, una grande alternativa ai canali di Suez e Panama per il traffico marittimo tra i porti europei e dell’Estremo Oriente. Quasi due volte più breve della rotta che attraversa Canale di Suez e Oceano Indiano, ma con il vantaggio di essere completamente privo di pirateria, una delle principali minacce globali odierne ai trasporti marittimi, e di non aver limiti su numero e stazza delle navi che possono prendere tale rotta. Anche se è navigabile solo in estate, potrebbe dare notevoli benefici alla Russia che, garantendone la sicurezza, offre alla comunità internazionale un rotta libera dal controllo statunitense. La Cina partecipa attivamente allo sviluppo di questa rotta ed ha recentemente condotto la prima spedizione commerciale da Dalian a Rotterdam attraverso l’Oceano Artico. Islanda e Scozia hanno già previsto la creazione di porti dedicati.
Numerose spedizioni scientifiche del governo russo nell’Artico riflettono il forte interesse per la regione. Tutte coinvolte, in un modo o nell’altro, al consolidamento del Paese nella regione artica tramite quattro missioni principali:
• giustificare scientificamente le rivendicazioni territoriali della regione artica russa presso le Nazioni Unite, fornendo prove scientifiche sull’estensione della piattaforma continentale russa nel Mar Glaciale Artico.
• valutare e individuare le risorse naturali del Mar Glaciale Artico, principalmente idrocarburi e minerali.
• lavorare per il progresso delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche.
• contribuire alla reputazione tecnico-scientifica russa e, più in generale, al prestigio internazionale del Paese.
Nel 2007, due batiscafi Mir raggiunsero le profondità del Polo Nord. I principali obiettivi della spedizione erano definire i limiti della piattaforma continentale russa nella zona che si estende dalle isole della Nuova Siberia al Polo Nord, prelevare campioni dai fondali e piantare una bandiera russa sul fondo del mare. L’evento scatenò le proteste di altri Paesi rivieraschi, in primo luogo gli Stati Uniti, lamentandosi che ci si potesse appropriare simbolicamente del Polo. Si potrebbe pensare che tali proteste, da un Paese che aveva chiesto ai suoi astronauti di piantare la bandiera statunitense sulla Luna, siano effettivamente motivate da assai più gravi preoccupazioni: la prova che le dorsali Lomonosov e Mendeleev, che raggiungono la Groenlandia, siano un’estensione geologica della piattaforma continentale russa permetterebbe alla Russia “di rivendicare diritti di esplorazione su ulteriori 1,2 milioni di chilometri quadrati nella regione artica, evidenziando gli enormi giacimenti di petrolio e gas nel triangolo Chukotka-Murmansk-Polo Nord”. (RIA Novosti, 3 agosto 2007)

Rivendicazioni territoriali della Russia nell’Artico
Artur Chilingarov Nel 2001 la Russia sorprese i Paesi rivieraschi presentando una richiesta alle Nazioni Unite per l’impostazione dei confini esterni della sua piattaforma continentale nell’Artico, Bering e Okhotsk, sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata nel 1997. Secondo tale accordo:
• la piattaforma continentale comprende il fondo marino e il sottosuolo “al bordo esterno del margine continentale”, la sua estensione minima è di 200 miglia nautiche dalla costa (articolo 76).
• la piattaforma continentale fa parte del territorio di uno Stato, ma gli Stati costieri hanno diritti sovrani sulla piattaforma continentale a scopo di esplorazione e sfruttamento delle risorse naturali (articolo 77).
• “Lo Stato costiero ha diritto esclusivo di autorizzare e regolamentare le perforazioni nella piattaforma continentale a tutti gli effetti” (articolo 81).
• i diritti degli Stati costieri non pregiudicano il regime giuridico delle acque sovrastanti o dello spazio aereo su tali acque e non devono in alcun modo sminuire la navigazione aerea e marittima, o l’installazione di cavi e condutture sottomarine (sezioni 78 e 79).
• raccomandazioni su questioni relative alla definizione dei limiti esterni della piattaforma continentale sono emesse da una commissione sui limiti della piattaforma continentale.
• lo Stato costiero deve presentare domanda entro dieci anni a decorrere dall’entrata in vigore della Convenzione nei suoi confronti (o termine stabilito nel 2009 per la Russia, nel 2013 per il Canada e nel 2014 per la Danimarca).
• Infine, i limiti fissati da uno Stato costiero sulla base di tali raccomandazioni, sono definitivi e vincolanti.
La richiesta da parte russa è stata considerata ricevibile dalla Commissione sui limiti della piattaforma continentale. Tuttavia, considerando che i dati avanzati non erano sufficienti per prendere in considerazione le aree indicate nel Mar Glaciale Artico, nell’ambito della piattaforma continentale russa, ha raccomandato ulteriori studi. Le rivendicazioni sull’Artico russo, per quanto siano importanti, non sono nulla di speciale e sono perfettamente ammissibili ai sensi del diritto internazionale. Con decisione del 14 marzo 2014, la Commissione sui limiti della piattaforma continentale delle Nazioni Unite ha già avuto successo parziale, nel Mare di Okhotsk, riconoscendo 52000 kmq di estensione della piattaforma continentale russa. Queste affermazioni hanno avuto l’effetto di un terremoto negli Stati Uniti, e ancora di più in Canada. Grazie a basi giuridiche, minaccia seriamente l’egemonia statunitense dall’esclusiva presenza nell’Artico dal crollo dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando che le acque costiere si estendono fino a 600 miglia (965 km) dall’Alaska, basandosi in particolare sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata ma non ratificata dal Paese. Il Canada sceglie di rispondere con scherno e disprezzo facendo dire al suo ministro degli Esteri che la Russia fa ricorso a metodi medievali nel fissare i limiti della piattaforma continentale e che nulla, “nulla” sarebbe la Russia, minaccia la sovranità dell’Artico canadese.
La politica diplomatica e mediatica occidentale da tempo non è altro che uno sprezzante blocco atlantico sicuro della sua forza contro le pretese territoriali di una Russia sicura dei propri diritti. Il discorso ha cominciato a cambiare quando la possibilità che la Russia abbia successo presso le Nazioni Unite è divenuta sempre più probabile. Nel 2003, il Canada decise di ratificare la Convenzione, seguita dalla Danimarca l’anno dopo. Il 27 novembre 2006 la Norvegia, che fa parte della Convenzione dal 1996, presentava la sua richiesta alla Commissione. Lo stesso anno, Canada e Danimarca condussero insieme una spedizione denominata “Determinazione della composizione della Dorsale Lomonosov”, seguita da altre tre spedizioni congiunte tra il 2007 e il 2009. Il 15 maggio 2007, George Bush esortò inutilmente il Senato a ratificare la Convenzione, firmata nel 1994 e mai ratificata. Nell’agosto 2007, un rompighiaccio statunitense arrivò nell’Artico per mappare i fondali al largo delle coste dell’Alaska. Il 9 gennaio 2009, George W. Bush disse chiaramente che l’Artico era una priorità del suo secondo mandato: “Gli Stati Uniti hanno interessi ampi e fondamentali sulla sicurezza nella regione artica e sono pronti ad agire individualmente o in cooperazione con altri Stati per tutelare questi interessi”, (nota inviata agli altri Paesi per proteggere gli interessi statunitensi, senza reciprocità). Il 15 settembre 2010, Norvegia e Russia concordavano il confine marittimo nel Mare di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Nel giugno 2012, la Danimarca presentava domanda sulla piattaforma continentale a sud della Groenlandia, la domanda sarà probabilmente ampliata verso nord entro la fine del 2014. Il 10 dicembre 2013 fu finalmente il turno del Canada a presentare una domanda preliminare.

2009_7_7_uMbXWCQ2HmhL6p9n96UzJ3Lo sfruttamento delle risorse naturali
Dato il clima e l’abbondanza, lo sfruttamento delle risorse del Grande Nord pone una duplice sfida alla Russia che dovrà condividere un massiccio investimento nel settore delle infrastrutture e dei mezzi di produzione e trasporto, sviluppando le tecnologie essenziali per lo sfruttamento di idrocarburi. Per quanto riguarda gli investimenti necessari, le autorità russe hanno ripetutamente detto di farne una priorità, soprattutto riguardo la costruzione di un’ampia flotta navale per trasportare idrocarburi. Il 20 dicembre, il viceprimo ministro russo incaricato della difesa e dell’industria, Dmitrij Rogozin, è stato particolarmente esplicito in proposito: “Ogni battaglia, per quanto virtuale, coinvolge attori seri (ha luogo in questa regione) dal valore inestimabile e la Russia può finire in un vicolo cieco se perde le sue ambizioni e non riesce a potenziare la cantieristica contemporaneamente. (…) Questo compito non è economico, ma politico e geopolitico. È una questione di sicurezza nazionale per il nostro Paese“. Secondo il governo russo, sarà necessario costruire 2000 navi, l’80% solo per il trasporto di idrocarburi. Il 30 aprile s’è appreso che i cantieri navali di Crimea potrebbero essere interessati principalmente alla costruzione di gigantesche navi cisterne per petrolio e GNL dell’Artico. La sola compagnia petrolifera Rosneft investirà 400 miliardi di dollari in 20 anni per le operazioni sulla piattaforma continentale artica. L’altra sfida che la Russia deve affrontare è il controllo delle tecnologie specifiche per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi e minerali del Mar Glaciale Artico. Fino a poco prima la Russia, che non ha tutte queste tecnologie, aveva una stretta cooperazione con gli Stati Uniti nella produzione di petrolio regionale. si prevede che la situazione cambi in maniera significativa per via delle nuove “sanzioni” adottate unilateralmente dall’occidente il 12 settembre. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni alla fornitura di prodotti, servizi e tecnologie a cinque società russe (Rosneft, Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil e Surgutneftegaz). Tali misure si concentrano su progetti di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti petroliferi di difficile accesso. L’Unione europea è naturalmente allineata al padrone, vietando alle imprese europee di collaborare con società russe nell’esplorazione e produzione di petrolio in acque profonde e sulla piattaforma artica della Russia. Nel breve e medio termine, tali misure colpiranno senza dubbio la Russia e ritarderanno l’attuazione del programma di sviluppo regionale che dovrebbe iniziare nel 2017. Secondo Gennadij Shmal, presidente dell’Unione dei produttori di petrolio e gas russi, le società russe sostituiranno le attrezzature per la perforazione e produzione di petrolio in parte con apparecchiature simili provenienti dall’Asia, in particolare dalla Cina, e in parte con apparecchiature di fabbricazione russa. Ciò viene anche suggerito che Dmitrij Medvedev, che il 18 settembre affermava: “il rafforzamento della cooperazione economica e commerciale (nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization) è la migliore risposta a tali misure restrittive“. Possiamo già supporre che la Cina, che ha lo status di osservatore al Consiglio artico e la cui prima compagnia petrolifera (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica creata con la Rosneft, Oriente, coglierà l’occasione per rafforzare la cooperazione con la Russia nella zona artica divenendo il maggiore investitore estero nelle infrastrutture russe.

icebreakerxuelongsnowdrIl rompighiaccio cinese “Xue Long” (nave commerciale ucraina modernizzata), salpava per la sesta spedizione nella zona artica a luglio. La Cina è il più grande dei molti Paesi non rivieraschi che desiderano le risorse del Nord. Ha lo status di osservatore nel Consiglio artico dall’estate, e una base sull’isola Spitsbergen, dove affitta un terreno dalla Norvegia. La prima compagnia petrolifera della Cina (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica Oriente con la Rosneft, il 20% di Jamal LNG e potrebbe fare il suo ingresso nel capitale della società petrolchimica Oriente con il 25-30%. Secondo Rosneft, la Cina importerà 270 miliardi di dollari di petrolio russo nei prossimi 25 anni. Ha già investito decine di miliardi di dollari nei progetti infrastrutturali nell’Artico russo.

Arctic Route from Dalien China to RotterdamII. L’Artico al centro della strategia della Difesa russa
La regione artica è di fatti il confine marittimo tra Stati Uniti e Russia. Degli altri sei Paesi rivieraschi, quattro sono membri della NATO (Canada, Danimarca, Islanda e Norvegia) e due hanno frontiere terrestri e marittime con la Russia (Finlandia e Norvegia). Solo la Svezia non è membro della NATO o confina con la Russia (tranne che per la breve frontiera marittima nella regione di Kaliningrad). Ciò dimostra l’importanza strategica della regione artica per la Russia.

I motivi militari del rinnovato impegno russo nell’Artico
I leader russi hanno ripetutamente espresso la necessità di ripristinare le strutture militari nella regione del Grande Nord, che ha diverse basi NATO ma dove tutte le strutture militari ex-sovietiche erano finora abbandonate. Le loro successive dichiarazioni sono globalmente convergenti e indicano la necessità di tutelare gli interessi del Paese nella regione. Questo, in sostanza, è ciò che ha detto Vladimir Putin il 10 dicembre 2013: “La Russia è attivamente alla scoperta di questa regione, ristabilendo la sua presenza e avendovi le leve necessarie per difendere la sicurezza e gli interessi nazionali“. Questi commenti riflettono la crescente preoccupazione del governo russo verso le mire di Stati Uniti e NATO sull’Artico. Il primo fattore fu l’avviso della pretesa della NATO d’interessarsi al regolamento delle rivendicazioni territoriali nella regione. Secondo una tattica illustrata oggi in Ucraina, i Paesi rivieraschi membri della NATO pretendono di avere diritto ai regolamenti, mentre l’Alleanza nega sistematicamente di avere delle mire sulla regione artica. Le autorità russe hanno fatto sapere, a più riprese, di avere informazioni secondo cui era netta la volontà della NATO d’interferire nella regione, ma di essere disposte a non militarizzare il confine settentrionale se l’alleanza rinuncia ai suoi piani:
• il 27 marzo 2009, l’ambasciatore presso la NATO Dmitrij Rogozin disse che la NATO non aveva “nulla a che fare” con i Paesi costieri dell’Artico, che possono risolvere i loro problemi.
• lo stesso giorno, il governo russo pensava a una risposta proporzionata lasciando che il portavoce del Consiglio di Sicurezza della Federazione dichiarasse che la Russia ha in programma di creare entro il 2020 un gruppo militare nella regione artica per proteggere gli interessi economici e politici nella regione. Il portavoce è stato attento, però, a ventilare la possibilità di un accordo, affermando che non vi è “alcun motivo di militarizzare l’Artico“.
• il 16 settembre, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ribadiva la posizione russa ricordando alla controparte canadese che non c’era bisogno che la NATO sia il poliziotto nella regione artica.
• il 15 settembre 2010, il Presidente Dmitrij Medvedev disse a una conferenza stampa che il suo Paese seguiva con preoccupazione le attività della NATO nell’Artico e che era a favore della cooperazione non militare nella regione.
• l’8 febbraio 2011, il governo russo rinnovava la proposta a non militarizzare l’Artico, per voce della portavoce del Ministero della Difesa russo Irina Kovalchuk, che disse: “La Russia si oppone alla militarizzazione del Grande Nord e non crede che una qualsiasi presenza militare sia ora necessaria nella regione“.
• Il 6 luglio 2011, l’Ammiraglio Vladimir Visotskij, comandante in capo della marina russa, prese atto del persistente rifiuto della NATO, dicendo: “abbiamo rapporti secondo cui l’Alleanza atlantica considera (sottinteso: sempre) l’Artico come sua area d’interesse”.
Un secondo fattore di preoccupazione, ancora più importante, fu la decisione degli Stati Uniti di rafforzare lo scudo missilistico nell’Artide e in Europa orientale per neutralizzare le capacità di deterrenza nucleare della Russia. L’Artico è al centro di tale dispositivo che minaccia la Russia con un attacco preventivo nucleare:
• Groenlandia, la base di Thule è parte vitale del sistema di difesa antimissile e dell’arco strategico che collega i centri di comando della California ai sistemi marittimi dell’Oceano Pacifico e del Sud-Est asiatico.
• Alaska, il radar Cobra Dane, costruito durante la Guerra Fredda sull’isola Shemya, fa parte dello scudo missilistico. Tra luglio e novembre 2004, i sei primi missili intercettori a lungo raggio furono schierati a Fort Greely, cui si aggiunsero nel 2005 altri 14 e i missili Patriot. Nel 2012 vi erano 26 missili intercettori a lungo raggio schierati in Alaska.
• Canada, il primo ministro del momento, Paul Martin, che l’aveva rifiutava nel 2005, evocava l’adesione allo scudo missilistico degli Stati Uniti: questa era la posizione del primo ministro Stephen Harper, nel 2006.
• La Finlandia, nonostante i suoi impegni internazionali per la neutralità si avvicina alla NATO negli ultimi anni. L’adesione, respinta dalla maggioranza dei finlandesi ma predisposta dal Governo, darebbe agli Stati Uniti un nuovo territorio al confine della Russia per implementare il loro sistema di difesa missilistica.
• sul mare, 26 navi con il sistema di combattimento Aegis sono state schierate nel 2012, di cui 23 possono essere presenti sulle frontiere marittime della Russia (8 della 2.da Flotta, 8 della 3.za Flotta, 2 della 6.ta Flotta e 5 della 7.ma Flotta).

nyhed_16-10-13b_storIl programma di riarmo convenzionale sul confine settentrionale
Alla fine del 2012, il piano per creare un gruppo di truppe nella regione artica per il 2020 fu annunciato il 27 marzo 2009, non era avanzato. Il 27 febbraio 2013, Vladimir Putin chiese ancora la cooperazione non militare, denunciando il rischio inequivocabile della militarizzazione dell’Artico per l’espansione della NATO e il dispiegamento della difesa missilistica: “sistematici tentativi vengono fatti per distruggere, in un modo o nell’altro, l’equilibrio strategico. In realtà, gli Stati Uniti hanno iniziato la seconda fase di attuazione del sistema di difesa missilistico globale, con l’opportunità di un ulteriore allargamento della NATO ad est. Esiste il rischio di militarizzazione dell’Artico”. L’ultimo avvertimento del comandante delle forze navali, diceva il 20 marzo che il suo Paese “prende in considerazione” l’incremento della capacità di deterrenza nucleare e convenzionale nella regione artica. Fu solo nell’autunno del 2013, quando non era più possibile rinviare ulteriormente. Che si ebbe l’introduzione del sistema di difesa che la Russia è determinata a recuperare. Dai primi di ottobre, un mese dopo il caso dei missili statunitensi intercettati dalla flotta russa al largo della Siria, vari comunicati delle autorità russe annunciarono l’intenzione del governo di riarmare il confine settentrionale, e nell’arco di tempo estremamente breve di un anno, fissato da Vladimir Putin al Collegio del Ministero della Difesa, il 10 dicembre: “Dobbiamo completare la formazione di nuovi gruppi e unità militari nel 2014. Vi invito a prestare particolare attenzione allo schieramento di infrastrutture e unità nell’Artico“. Questo termine è sostanzialmente più vicino del 2020 previsto dal programma di modernizzazione delle forze convenzionali russe, e che era anche la data di creazione del gruppo di truppe artiche annunciata nel 2009. La fretta è dovuta principalmente alla minaccia del dispiegamento della difesa missilistica degli Stati Uniti: secondo il Capo di Stato Maggiore russo, potrà influenzare negativamente la capacità di deterrenza nucleare della Russia nel 2015. Tale programma di riarmo, completato a tempo di record, è modesto rispetto alle forze della NATO dispiegate nella regione artica, ma è comunque sufficientemente completo per costituire un dispositivo credibile di protezione dei confini e siti militari nucleari del nord. Tale dispositivo comprende:
1) Una rete di basi e siti militari per garantire la presenza di tutte le armi;
• basi navali, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino delle basi navali della Terra di Francesco Giuseppe e delle isole della Nuova Siberia. Il 22 aprile Vladimir Putin annunciava la creazione di un sistema unificato di basi navali nell’Artico. Un gruppo tattico della Flotta del Nord russa in autunno sarà schierato permanentemente nelle isole della Nuova Siberia.
• basi aeree, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino degli aeroporti militari della Terra di Francesco Giuseppe, delle isole della Nuova Siberia, di Tiksi, Narjan-Mar, Alykel, Amderma, Anadyr, Rogachevo e Nagurskaja. L’aeroporto dell’arcipelago della Novaja Zemlja può accogliere velivoli da combattimento da pochi giorni.
• basi della fanteria: il 1 ottobre 2014, il comandante delle truppe di terra Oleg Saljukov annunciava la creazione, nel 2017, del gruppo artico Nord e di due brigate artiche: una di fanteria motorizzata schierata nella regione di Murmansk e una seconda brigata da creare nel 2016 nel distretto autonomo di Jamal-Nenets.
• basi d’intelligence: il reggimento da guerra elettronica della Flotta del Nord è stato schierato a marzo nel villaggio di Alakurtti (regione di Murmansk).
• centri radar fissi: cinque erano in fase di completamento nel luglio 2014 (isola Sredni, Terra di Alessandra, isola Wrangel, isola Juzhnij e Chukotka).
• siti della Difesa aerea: l’infrastruttura della Difesa aerea della zona sarà ripristinata entro ottobre 2015. All’inizio dell’anno, la necessità di adeguare il sistema di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1 al clima artico fu sollevata dal viceprimo ministro Dmitrij Rogozin; prove sono state eseguite con successo a giugno.
2) Un comando strategico unificato tra Flotta del Nord, brigate artiche, unità dell’aeronautica, difesa aerea e centri di controllo sarà operativo entro la fine dell’anno.
3) Una serie di risorse e strutture per rafforzare le truppe operative:
• addestramento: esercitazioni regolari e, spesso improvvise, per integrare i componenti delle forze armate russe, continuano a svolgersi. Il 14 marzo, le truppe aeroportate hanno effettuato il primo lancio di mezzi nella regione artica; l’8 aprile un distaccamento di cinquanta paracadutisti si lanciava sul ghiaccio alla deriva, nell’ambito di un’esercitazione di salvataggio. Dalla fine dell’estate, le esercitazioni si moltiplicano: 15 settembre, la Marina conduceva esercitazioni nella regione artica; il 23, le esercitazioni strategiche Vostok-2014 impegnavano 155000 uomini, di cui una parte conduceva missioni di combattimento nella regione artica (tra cui il tiro dal vivo dei sistemi missilistici Iskander-M e Pantsir-S); il 30, navi e truppe costiere della Flotta del Nord russa si esercitavano nel Mare di Laptev.
• addestramento, una scuola militare per l’istruzione operativa delle truppe nella regione artica, veniva annunciata dal ministro della Difesa Sergej Shojgu, il 22 maggio.
• ricerca tecnologica: attrezzature specializzate sono programmate, come un diesel speciale operante a -65°C, attivo da febbraio, la progettazione di un elicottero specializzato, annunciato il 22 maggio, l’adattamento dei sottomarini previsto entro il 2015 e l’adozione di navi dallo scafo rinforzato dalla fine del 2013.

181215Conclusioni
Se l’Artico è una questione energetica fondamentale per le grandi potenze e i Paesi vicini, è molto più per la Russia, le principali riserve di idrocarburi e minerali note e da scoprire si trovano oltre il circolo polare. L’Artico è l’assicurazione per la Russia quale potenza energetica mondiale di questo secolo, spiegando i notevoli sforzi compiuti per sviluppare la regione. La questione militare è ancora più significativa, dato che Artico subisce la crescente interferenza della NATO ed è parte essenziale del sistema di difesa missilistico statunitense che potrebbe indebolire nel breve termine il deterrente nucleare russo e spezzare l’equilibrio strategico tra le prime due potenze nucleari. Il confine settentrionale della Russia emerge quale settore in cui la pressione della NATO sarà tale, nei prossimi tre-cinque anni, da minacciare direttamente e più efficacemente di altrove, gli interessi vitali del Paese. La stessa politica occidentale di pressione sulla Russia è in corso nel Nord, anche se molto più discreta che in Europa e nel Caucaso. Senza i mezzi per una eversione o destabilizzazione della regione sotto-popolata, l’arroganza occidentale non può che esprimersi ponendo una minaccia militare diretta alla Russia. Il programma di riarmo russo nell’Estremo Nord è già integrato: il ghiaccio si scioglie e l’estensione dei diritti degli Stati costieri sulla piattaforma continentale, a poco a poco, trasformano l’Artico una zona di potenziale guerra convenzionale, come gli altri oceani.

econ_arctic35__01__630x420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le manipolazioni politiche del prezzo del petrolio

Mikhail Aghanjanjan Strategic Culture Foundation 23/10/2014

102528646zIl calo del prezzo del petrolio, iniziato quando lo Stato islamico (SI) ha attaccato Iraq e Siria, non può essere spiegato con fattori economici. Il mondo sa da tempo che il mercato reagisce ad ogni guerra in Medio Oriente, dove il 47 per cento delle riserve di oro nero mondiali si concentra, con un deciso balzo dei prezzi del petrolio. Questo è ciò che è accaduto nelle due guerre nel Golfo Persico, ed anche ciò che è successo quando gli statunitensi iniziarono la ‘missione per ripristinare la democrazia’ in Afghanistan. E la speculazione su un possibile conflitto militare tra Stati Uniti ed Iran fu accompagnata dalla previsione di un aumento dei prezzi del petrolio fino a 200 dollari al barile e oltre. Allo stato attuale, tutto s’è capovolto, ma per quanto? Quando fu invaso l’Iraq a giugno, le quotazioni di borsa del petrolio inizialmente salirono, passando da 109 a 115 dollari al barile tra il 10 e il 19 giugno, ma poi la mano invisibile del mercato sembrò improvvisamente perdere forza. I successi militari dello Stato islamico nei teatri di guerra siriano ed iracheno furono caratterizzati dal calo dei prezzi del petrolio al minimo dal novembre 2010, ed ulteriori riduzioni del prezzo si sono registrati ad ogni nuova attività militare in Medio Oriente. L’aumento degli attacchi aerei contro obiettivi in Siria e Iraq da parte della rappattumata coalizione degli USA e l’afflusso di informazioni sui piani dello SI per invadere Libano e Giordania hanno comportato il calo del prezzo dell”oro nero’. E al momento dei più intensi attacchi aerei statunitensi sulle posizioni presso la città siriana di Kobani (più di 50 attacchi aerei effettuati in 48 ore il 15-16 ottobre), il prezzo di un barile è anche sceso sotto il livello degli 85 dollari. La nuova teoria del ‘complotto’ petrolifero tra Stati Uniti ed Arabia Saudita contro la Russia (e forse anche l’Iran) ha forte presa su molti analisti. Per il momento si tratta prevalentemente di congetture. Ma poi il punto delle cospirazioni è che sono difficili da scoprire, se la cospirazione in effetti c’è. Nel complesso, la messa a fuoco antirussa delle possibili speculazioni saudita-statunitensi sul calo delle quotazioni del petrolio è evidente. Va anche ricordato, però, che in questo momento la squadra del premio Nobel per la pace Barack Obama non solo rappattuma una nuova coalizione militare fornendo ordini al complesso militare-industriale statunitense, ma anche si prepara alle elezioni di medio termine al Congresso del 4 novembre, i cui risultati potrebbero chiarire la possibilità di un ‘cambio della guardia’ alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016. Le teorie della cospirazione statunitense-saudita portano anche l’idea che i prezzi del petrolio crollarono nelle ultime elezioni negli Stati Uniti, ed anche questa volta non vi sono ragioni economiche.
Sembra che la storia si ripeta. Obama e i suoi avversari repubblicani cercano di conquistare la simpatia degli elettori. Per gli statunitensi, i prezzi bassi della benzina sono molto più importanti della politica estera del governo. L’accessibilità dei prezzi dei prodotti petroliferi deve sedurre non solo le famiglie statunitensi, ma anche stimolare gli affari. La posta in gioco per i democratici e Obama personalmente, nelle elezioni di medio termine, é relativamente elevata. Se i repubblicani prendono il controllo del Congresso, l’attuale inquilino della Casa Bianca sarà un’anatra zoppa nei due anni fino alle prossime elezioni presidenziali. Il campanello d’allarme per i democratici suonava quattro anni fa, alle precedenti elezioni di medio termine del Congresso, quando i membri del partito di Obama, che fino a quel momento controllava la fiducia delle camere del Congresso, persero il vantaggio nella Camera dei Rappresentanti dopo avervi perso 63 seggi, assieme a 6 seggi al Senato. Fu la peggiore perdita di voti, per un partito di governo alle elezioni di medio termine, dal 1938. Un’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita sulla regolamentazione dei prezzi del petrolio utilizzando leve non economiche è assai probabile. Tuttavia, Washington sa che non dovrebbe allargarsi troppo, non solo per motivi economici, quando il petrolio di scisto viene estratto dai giacimenti nordamericani rovinando le aziende interessate per l’alto costo della sua produzione. Per gli Stati Uniti è più importante che la Cina sia uno dei principali beneficiari del ribasso del mercato petrolifero. Gli statunitensi vogliono davvero accelerare da sé l’arrivo del momento in cui la Cina sarà l’economia globale leader, con tutte le conseguenze geopolitiche che ciò implica? Oppure sono così ossessionati dall’idea di punire la Russia che la loro politica del contenimento della Cina ha perso ogni urgenza? Né l’uno, né l’altro. Sembra che dopo le elezioni del Congresso, l’amministrazione di Obama perderà gran parte della motivazione a giocare sul ribasso dei prezzi nel mercato del petrolio. Tanto più che con l’avvicinarsi della stagione invernale, supportare tale speculazione sarebbe eccessivamente costoso.
A lungo termine, le manipolazioni politiche dei prezzi del petrolio potrebbero anche causare gravi problemi al secondo presunto cospiratore. L’Arabia Saudita ha sulle spalle la maggior parte della spesa per la lotta allo Stato islamico. Finanzia l’addestramento della cosiddetta opposizione moderata siriana nella speranza che, col tempo, riesca a rovesciare il regime di Bashar Assad con la forza. Riyadh finanzia anche l’importazione di armi nella regione (contratti con Francia e Libano per 3 miliardi di dollari). La prima monarchia del Golfo Persico ha anche l’onere dei propri problemi interni dovuti alla necessità di controllare la crescita del radicalismo tra i sauditi tramite programmi sociali miliardari. Tutto ciò richiede denaro. Ma non vi è alcuna garanzia che la petromonarchia riceva quanto è necessario dai prezzi recentemente istituiti nel mercato petrolifero.

oil_1806906bLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le economie di UE e Stati Uniti vicine al punto di non ritorno

Igor Kalinovskij, ExpertReseau International 22 ottobre 2014

fedBuilding-grassLe economie di Europa e Stati Uniti hanno urgente bisogno di nuovi incentivi e liquidità, o scivoleranno in una spirale deflazionistica. La sempre più debole domanda dei consumatori evidenzia i sospetti sugli investitori che avevano previsto un futuro fin troppo positivamente. Il crollo del mercato del petrolio crea problemi non solo per i Paesi le cui economie dipendono da questo prodotto, dicono gli esperti. La situazione nei mercati di Europa e Stati Uniti è peggiorata notevolmente e ora le speranze non si fondano sulla ripresa economica, ma su azioni rapide e decisive delle autorità monetarie. Se ci si attarda ancora, il punto di non ritorno sarà superato, queste sono le stime pubblicate dalla revisione analitica della società d’investimento IT Invest.

La BCE senza risorse
Il 22 ottobre, i mercati azionari europei hanno registrato un significativo calo di circa il 3%. Il mercato azionario greco s’è particolarmente distinto, con un calo del 6,25%. “Vedendo che tutti gli indici azionari in Europa sono scesi a un nuovo minimo annuale, ci si domanda: dov’é la ripresa moderata di cui il capo della Banca Centrale europea Mario Draghi parla negli ultimi tre trimestri? Il rallentamento economico nella zona euro continua ad aggravarsi e la deflazione resta imbattuta“, ha detto Vasilij Olejnik, analista della società IT Invest. I dati pubblicati ieri hanno sottolineato la debolezza della ripresa economica dell’UE e mostrano che l’inflazione in Germania non è aumentata a settembre. L’indice delle aspettative economiche in Germania è sceso inaspettatamente. L’istituto di ricerca ZEW ha detto che non esclude la possibilità di una recessione della maggiore economia europea nel terzo quadrimestre. Gli indicatori dell’inflazione in Francia, Italia e Spagna sono al di sotto delle aspettative dimostrando anche la debole crescita dei prezzi al consumo. I dati del Regno Unito suggeriscono una situazione simile, il mese scorso il tasso d’inflazione annuale è sceso inaspettatamente all’1,2%. La sterlina è scesa dello 0,7%, a 1,6 dollari, vicino al minimo in 11 mesi rispetto al biglietto verde. Tutti i mercati azionari europei sembrano aspettarsi il lancio del promesso programma di acquisto di asset, simile al QE della Federal Reserve degli Stati Uniti, ma non ha ancora risolto la questione dei poteri del regolatore, afferma Vasilij Olejnik. “Mentre la corte decide se la BCE abbia il diritto di acquistare grandi asset con il suo bilancio, gli investitori diventano nervosi. Considerando che i tedeschi erano fortemente contrari all’introduzione di un tale programma, la situazione sembra ammorbarsi. Draghi non ha più assi nella manica, e il tasso più basso e la distribuzione di crediti a buon mercato non possono salvare le banche. Possiamo solo aspettare, sperare e credere. Il lancio del programma di riacquisto è stato deciso per la seconda metà di ottobre, ma finora nessuno ne conosce i parametri. Se il volume del programma è trascurabile, si riesce a smorzare il panico provvisoriamente e, prima o poi, la BCE dovrà ancora seguire il percorso della FED. La situazione si riscalda assai rapidamente, quindi è probabile che le autorità della zona euro non abbiano tempo“, ha detto.

Si spinge la FED alla flessibilità
La situazione negli USA peggiora. Il protocollo della riunione della FED di settembre, pubblicato la scorsa settimana, ha modificato l’atteggiamento degli investitori globali sul dollaro. L’accento si pone sul rallentamento dell’economia globale e il rafforzamento del dollaro è una potenziale minaccia per gli Stati Uniti. Gli investitori hanno concluso che la FED non ha fretta di restringere la politica monetaria. Ma vi è un grande vantaggio per gli investitori e il motore principale della crescita di tutti i mercati azionari, ha detto Vasilij Olejnik. “Il 22 ottobre scorso, la riduzione dei principali indici statunitensi ha raggiunto il 3%, il declino massimo giornaliero negli ultimi due anni. Al termine della sessione di contrattazione, gli indici riuscivano a riguadagnare la maggior parte delle perdite. La rapida caduta dei prezzi del petrolio e un dollaro più forte porterebbero immediatamente al calo dell’inflazione negli Stati Uniti. Con tale scenario, gli Stati Uniti rischiano di precipitare in una spirale deflazionistica, seguita dalla recessione, così come in Europa. La cosa buona è che presto spariranno tutti i timori di un aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, ed è probabile che la FED dovrà riflettere sulle nuove misure di stimolo che gli investitori salutano, visto che il rischio d’inflazione passa in secondo piano. Ora possiamo già scommettere che alla prossima riunione la retorica del regolatore cambierà divenendo più accomodante, e alcune sorprese e cenni positivi non sono esclusi. Anche se la FED riduce sicuramente il programma di acquisto attivo di asset, potrà ancora acquistare attivi con gli interessi sulle obbligazioni in bilancio per un ammontare di 10-15 miliardi di dollari“, dice.
La caduta di ieri nelle borse degli Stati Uniti è dovuta ai cattivi dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti, ha detto l’analista di VTB24 Stanislav Klechev. Le vendite, escluse le automobili, di settembre hanno mostrato un calo del 0,2%. Il primo calo da gennaio, quando il degrado era dovuto al freddo. “La domanda dei consumatori è inaspettatamente debole, motore principale dell’economia statunitense, scatenando la reazione naturale degli investitori già avvertiti dalla FED su un rischio significativo per l’economia nazionale, come il dollaro a buon mercato e il rallentamento dell’economia globale. Tuttavia, un rischio interno, le cui cause sono ancora da indagare, si aggiunge a tali rischi esterni“, ha detto. Nel frattempo la vendita nel mercato azionario passava alla rapida crescita del mercato del debito, e gli investitori iniziavano a comprare a colpo sicuro titoli del Tesoro come rifugio per i loro capitali. I rendimenti delle obbligazioni a 10 anni sono scesi al di sotto del 2% annuo. Ieri la sola diffusione dell’informazione della riunione a porte chiuse ha impedito il crollo del mercato azionario statunitense. La presidentessa della FED Janet Yellen ha apparentemente confermato la convinzione che l’economia statunitense raggiungerà l’obiettivo della crescita del PIL al 3%, mentre l’inflazione tornerà al livello voluto del 2%. “La menzione di quest’ultimo fatto, che non vi sia alcun rischio di deflazione, s’è rivelata molto importante in quanto i dati di ieri sull’indice dei prezzi alla produzione, al netto degli alimentari e dell’energia, hanno mostrato una crescita zero. E’ la prima volta dalla primavera dello scorso anno, generando un timore ben fondato su un crescente senso deflazionistico“, ha detto l’analista. A suo parere, non c’è nulla di nuovo nei propositi del capo della FED nella riunione riservata. Questo punto di vista appare nelle proiezioni ufficiali del regolatore. Ma il mercato aveva bisogno di emozioni positive, anche inventate, per fermare il panico. Tuttavia, la questione del completamento della correzione sul mercato statunitense resta aperta.

Tutti uguali davanti al petrolio
Il crollo del mercato del petrolio è un motivo in più per pensare ad ulteriori incentivi non solo per i Paesi le cui economie dipendono da questi prodotti, ma anche per gli USA, ha detto Vasilij Olejnik. La redditività della produzione di petrolio in molti pozzi negli Stati Uniti è ormai vicina agli 80 dollari al barile, per non parlare dello scisto bituminoso la cui produzione è più costosa. “Negli ultimi anni gli Stati Uniti aumentano la produzione di petrolio in vista di un’entrata nei mercati esteri come esportatori avendo una fonte di reddito supplementare nel bilancio, ma tutti questi piani potrebbero fallire. Resta per le autorità degli Stati Uniti una cosa: ancora una volta cominciano a sostenere l’economia stampando moneta, indebolendo il dollaro ed aumentando il costo delle materie prime. Più il petrolio rimarrà al livello attuale, più rapidamente l’eccesso di offerta sul mercato scomparirà e più il prezzo salirà. Si consiglia di acquistare “oro nero” vicino ai livelli attuali, attendendo un aumento di 10 dollari“, dice l’esperto di IT Invest. Nel frattempo, secondo il capo del dipartimento analisi della società Golden Hills Kapital AM, Natalja Samojlova, i prezzi del petrolio non saranno lontani dal minimo da diversi anni e possono continuare a scendere verso l’obiettivo degli 80 dollari al barile, nelle prossime settimane.

rtx12cgv.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia invia forze strategiche in Crimea

Washington protesta, Mosca se ne fotte
VPK - Le Monde Russe 22 ottobre 2014

1488933I congressisti degli Stati Uniti accusano le autorità russe di voler installare in Crimea vettori tattici nucleari, in particolare i bombardieri strategici Tu-22M3 e i missili balistici Iskander-M, dicendo che sarebbe “una flagrante violazione” degli accordi tra Russia e NATO. Mosca non vuole, però, rinunciare al dispiegamento di un gruppo strategico in Crimea. Secondo il quotidiano russo Kommersant, i membri del Congresso hanno scritto una lettera al presidente statunitense Barack Obama sui piani per lo schieramento di armi nucleari tattiche sul territorio della penisola. Il messaggio è firmato dal presidente della Camera dei Rappresentanti, responsabile delle forze armate, Howard MacKeon, dal presidente della sottocommissione forze strategiche Mike Rogers e dal presidente della sottocommissione forze tattiche aeroterrestri Michael Turner. I congressisti dicono che ai primi di agosto le autorità russe hanno deciso d’installare in Crimea i bombardieri Tupolev Tu-22M3 e i missili Iskander-M, in grado compiere attacchi ad alta precisione utilizzando i missili balistici P-500 con testate nucleari. Di conseguenza, per il membro del Comitato forze armate del Senato degli Stati Uniti, James Inhofe, si tratta della violazione diretta del trattato per l’eliminazione dei missili a medio raggio e corto, firmato dall’URSS nel 1987. La gittata del missile è 260 km, mentre l’accordo riguarda il divieto di produrre e testare armi terrestri con una gittata da 500 a 5500 km, secondo il giornale russo. I congressisti hanno chiesto al presidente degli Stati d’informare il Congresso, nel prossimo futuro, sulle ritorsioni da poter prendere a Washington. La prima, come dicono i membri della camera bassa, potrebbe essere la decisione di cessare ogni contatto tra l’alleanza militare e Mosca, così come l’espulsione del personale militare russo da “basi e navi della NATO”. Hanno inoltre proposto di vietare le ispezioni di sicurezza della Russia nell’ambito dell’accordo “cieli aperti”, nota il giornale.
La fonte di Kommersant, un Maggiore-Generale dell’esercito russo, afferma che la decisione di assegnare un reggimento di bombardieri strategici Tupolev Tu-22M3 è già stata presa, ma il processo sarà completato nel 2016 (quando sarà attuata una profonda modernizzazione delle infrastrutture della base aerea). Per contro i piani di dispiegamento dei missili Iskander in Crimea non sono stati discussi dal militare, ma il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha già detto che questi sistemi missilistici possono essere posizionati assolutamente ovunque sul territorio della Federazione Russa.

000-Backfire-C-8SVictory Parade general rehearsal held on Red SquareTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Serbia volge a Oriente? Il vero significato della visita di Putin

Joaquin Flores (Serbia) Oriental Review 21 ottobre 2014

Vladimir-Putin-Tomislav-Nikolic-8-830x553Acclamato da decine di migliaia di cittadini, con colonne di carri armati e migliaia di soldati serbi che sfilavano per il Nikola Tesla Boulevard, a Nuova Belgrado. La destinazione della sfilata era il Palazzo di Serbia, dove leader internazionali, alti dignitari e generali stranieri erano in tribuna a guardare. Tra questi, soprattutto il presidente russo Vladimir Putin. In una cerimonia per l’occasione è stato insignito dell’Ordine della Repubblica di Serbia, la più alta onorificenza nazionale, in occasione del 70° anniversario della Liberazione di Belgrado dalle forze d’occupazione naziste. Alcuni veterani della Seconda Guerra Mondiale comparivano tra i dignitari, a ricordare i compagni caduti nella grande guerra di liberazione antifascista. L’evento non è stato solo commemorativo, ma di per sé storico. È stata la prima parata militare serba dal 1918, e la prima parata militare in Serbia dal 1985, quando la repubblica era il nucleo della Repubblica socialista federativa di Jugoslavia. La manifestazione aerea dei caccia MiG russi “Strizhi” sui cieli di Belgrado ha affascinato il pubblico, mentre i blindati serbi sfilavano in formazione di marcia al canto partigiano della seconda guerra mondiale, ‘Po Shumama i Gorama‘ (“Nelle foreste e montagne”). Ma il significato dell’evento era maggiore, molto più grande della riflessione storica e della celebrazione nazionale di una grande vittoria popolate sulla più potente e aggressiva macchina da guerra in Europa dell’epoca. L’importanza di questo evento va oltre la sola dimostrazione di determinazione e ricordo nazionali. E’ il simbolo della svolta della Serbia verso l’alleato storico, la Russia. Con Putin ospite d’onore, la Serbia sembra annunciare un nuovo corso, mentre apertamente e spudoratamente celebra il passato. In realtà, con sgomento della NATO, il primo ministro serbo Aleksandar Vucic ha annunciato in conferenza stampa congiunta con Putin, dopo la cerimonia, che la Serbia non si aderirà mai alle sanzioni dell’UE contro la Russia. Con questo possiamo vedere che la Serbia volge ‘verso est’, verso la sfera eurasiatica.
Come indicano i sondaggi, la stragrande maggioranza dei serbi si oppone alla politica, ai dettami e all’ingresso dell’UE. Vorrebbero aumentare gli scambi commerciali con le nazioni europee, purché rispettino il principio democratico fondamentale della sovranità nazionale e dell’autodeterminazione del popolo serbo. I dettami di Bruxelles sono, a parere di molti analisti, in contrasto con il concetto di sovranità. La politica dell’UE, combinata con la crisi economica e l’aumento dell’austerità, ha portato ad un aumento continuo dell’euro-scetticismo nei Paesi dell’UE e della zona euro. Si può solo immaginare la frustrazione degli atlantisti di Stati Uniti, NATO e UE che speravano di costringere la Serbia all’integrazione nell’UE. Non gli è sfuggito che la Serbia ha lo status di osservatore presso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), considerata dalla NATO come la reincarnazione del Patto di Varsavia. Ha anche un accordo di libero scambio con la Russia, simile a quello che l’Ucraina aveva. Il colpo di Stato degli Stati Uniti in Ucraina, giustificato dai partner europei come passo necessario per l’adesione dell’Ucraina all’accordo di associazione UE, ha mostrato al mondo dove un maggiore sforzo sulla Serbia porterebbe. A differenza dell’Ucraina, però, il nazionalismo serbo è fermamente pan-slavo e anti-hitleriano. Gli eventi del 16 ottobre non erano solo un esercizio di memoria formale, ma vigoroso, ottimista e militarizzata forte messaggio, con immagini che mai alcun discorso avrebbe responsabilmente espresso. E’ inoltre preoccupante per la NATO che la Serbia abbia la presidenza dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) l’anno prossimo. Cosa significa ciò per la missione OSCE nella regione meridionale serba del Kosovo, attualmente sotto occupazione statunitense? Infatti, il momento più importante del 16 ottobre era prossimo alla firma di un’alleanza Russia-Serbia quanto si può avere senza firmarla. Rispondendo con tono condiscendente e paternalistico, il relatore del Parlamento europeo sulla Serbia David McAllister, ha espresso preoccupazione per tali eventi, ribadendo che UE e NATO non vedevano con favore i 4500 soldati serbi salutare Vladimir Putin. Ha anche affermato che si aspettava che la Serbia continui il suo cammino verso l’adesione all’UE.
Lo Stato serbo guidato dal Partito Progressista di Tomislav Nikolic precedentemente si era posizionato formalmente per una politica d’integrazione nell’UE. Prima dell’elezione, il supporto per l’integrazione era al 70% . Oltre alla preoccupazione dei serbi sul declino euro-dollaro, numerosi insuccessi e frustrazioni sui punti critici negoziali hanno spinto Bruxelles a respingere ulteriori colloqui. Nel frattempo, il supporto serbo è sceso al di sotto del 40%, forse. Ciò lascia gli analisti europei chiedersi se l’intenzione dichiarata dalla Serbia di aderire all’UE sia genuina. La Serbia continua ad affermare la propria intenzione di aderire all’UE, ma contemporaneamente persegue sempre più una politica di rottura. Forse, aiutando a chiarire la confusione, Nikolic ha detto ciò, dopo l’evento: “Condividiamo nella gloriosa storia di Serbia e di Russia un legame permanente e indissolubile di fratellanza ed amicizia permanete, ora e per sempre orgoglio dei nostri Paesi e popoli, a vantaggio dei ben intenzionati nel mondo. Serbia e Russia sono legate da origine, lingua, costumi, religione, storia, cultura, amore sublime per la libertà ed orgoglio eroico, da tumuli e tombe comuni senza nome, orfani e donne abbandonate, giovani vite stroncate, da una generazione perduta che ricorda la nostra comune lotta. Quanti di noi ci sarebbero se non ci fossero state le guerre che non abbiamo iniziato?
Una forte maggioranza di serbi supporta il Presidente Putin, molti lo vedono come loro presidente surrogato. I successi della Russia e di Putin sono, nella psiche collettiva serba, anche i suoi, condividendoli. Nella loro affinità con la Russia, i serbi si sentono parte di un mondo dalla maggiore rilevanza geopolitica. Ma questa visione della maggioranza non aveva trovato espressione nel proprio governo, anche se i sentimenti anti-NATO sono considerati parte integrante dell’identità serba. Questa contraddizione ribolliva da tempo, ed ora trova i segni tangibili di una vera e propria risoluzione. La Serbia lentamente esce dall’occupazione occidentale neo-coloniale dopo varie tragedie. Le potenze occidentali hanno condotto una guerra civile per quasi dieci anni, togliendo la vita ad oltre 100000 persone. Tale guerra per procura, criminale e illegale, del divide et impera di Stati Uniti e NATO contro la Jugoslavia, fu seguita da 76 giorni di bombardamenti della NATO, nel 1999, culminando nella cacciata del presidente democraticamente eletto Slobodon Milosevic, nell’ottobre del 2000. Sul terreno, questo fu coordinato da “Otpor!”, movimento sintetico statunitense del NED di George Soros. Nato in gran parte dal lavoro di Gene Sharp, è ampiamente considerato uno dei primi usi moderni di ciò che si chiama tattica combinata della primavera araba e della rivoluzione colorata. Quando il leone uccide, lo sciacallo prospera; e i seguenti dodici anni videro una Serbia malgovernata da governi fantocci supportati da una corrotta oligarchia pro-UE e pro-NATO. Alcuni, come Kostunica, furono reclutati direttamente da “Otpor!”. Ma ora questa storia deplorevole, carica di tradimento e angoscia, è il prologo del nuovo libro della nuova Serbia eurasiatica. L’importante e storica visita di Putin, poi, non riguarda solo il passato, ma anche presente e futuro. La lotta comune contro il nazismo in passato non manca di allusioni nei commenti di Putin, oggi, su Ucraina e Novorossija. Durante la visita, ha rilasciato un’intervista rivelatrice al quotidiano Politika. Alla domanda sulle relazioni bilaterali USA-Russia, ha affermato: “Washington ha sostenuto attivamente Majdan a Kiev, e come risultato delle sue mosse, a Kiev si è scatenato un nazionalismo che ha provocato il risentimento di una parte significativa dell’Ucraina, e gettato il Paese nella guerra civile, (gli Stati Uniti) incolpano la Russia di aver provocato la crisi. Poi il presidente Barack Obama davanti l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha incluso “l’aggressione russa all’Europa” nella lista delle tre principali minacce all’umanità di oggi, insieme alla mortale febbre ebola e al gruppo terrorista SIIL. Insieme alle restrizioni verso interi settori della nostra economia, un tale approccio è difficile non definirlo ostile“. La lotta al nazismo non è di mera importanza storica, ma indica chiaramente la lotta della Novorossija, oggi, contro la junta sostenuta dagli statunitensi. Mentre la Serbia ha recentemente proposto una legislazione per vietare il volontariato nei conflitti esteri, più di 200 serbi, e ancora di più, sono attivamente coinvolti con i filo-russi nella nascente Federazione di Novorossija. E’ troppo presto per dire se la visita di Putin avrà alcun effetto sul risultato del voto, o al contrario se approvato verrebbe seriamente applicato. La guerra civile nell’ex-Ucraina si svolge in parte con volontari stranieri presenti nella resistenza antinazista ed antifascista.
Gli accordi firmati tra Putin e Nikolic sono notevoli. Tra i più importanti quelli sull’organizzazione governativa russa a Nis, nella Serbia meridionale. Un accordo concede piena immunità legale ai dipendenti dell’organizzazione. Il Centro umanitario russo-serbo di Nis fu sottoposto a un grave controllo delle minoranze liberali filo-occidentali, e rappresentanti dell’ambasciata degli Stati Uniti ne sollecitarono un’indagine approfondita. Le accuse sono che il Centro umanitario russo-serbo, chiamato anche Centro per le situazioni di emergenza, operi come centro dell’FSB, con l’obiettivo di creare una base militare russa. Ciò è smentito dalle autorità serbe. Vi è un crescente movimento che chiede basi militari russe nella Serbia meridionale. Nis è a 80 miglia da Camp Bondsteel, nella regione serba meridionale del Kosovo occupata dagli Stati Uniti. Putin, durante la visita, ha ribadito la posizione incrollabile sulla necessaria fine dell’occupazione del Kosovo, e il suo ritorno legittimo alla Serbia. Tutte le proposte sul gasdotto South-stream passano per o vicino Nis. Il Centro per le situazioni d’emergenza è stato chiaramente istituito come centro di comando per gli “interventi d’emergenza”, come le inondazioni che scossero la Serbia lo scorso maggio, provocando decine di vittime. È una popolare teoria della cospirazione, in Serbia, che tali inondazioni siano state causate dal programma HAARP degli Stati Uniti, per punire la Serbia per aver ignorato l’UE che chiede di mollare il gasdotto South-stream. Il completamento del gasdotto è un passo fondamentale per l’accesso russo ai mercati europei, così come misura contro l’instabilità creata dagli Stati Uniti in Ucraina, dove attualmente il 65-70% del gas russo passa per l’Europa. Sulla questione del Sudstream, Putin ha anche sottolineato l’importanza del progetto durante la visita. Ha detto: “Il Sudstream non può essere realizzato unilateralmente. Come in amore, vi è la necessità di due parti. Non possiamo costruire l’oleodotto da miliardi per conto nostro. Una discussione simile s’è svolta sul Nordstream, ma ora tutti sono soddisfatti. I problemi del Sudstream sono politici e danneggiano l’economia. Non vogliamo avere una crisi energetica questo inverno. E certamente non sarà colpa nostra“. Si può facilmente leggere tra le righe dell’ultima frase cosa questo significa per l’Ucraina.
Altri colloqui ruotavano sull’esportazione di merci serbe in Russia. Le esportazioni serbe, per lo più agricole, in Russia sono aumentate di oltre il 60% da quando NATO/UE hanno imposto le sanzioni lo scorso gennaio. Le discussioni riguardavano anche o latticini. Ma questo potrebbe essere solo l’inizio, e consulenti agroalimentari russi verrebbero coinvolti in progetti futuri. Un problema per le esportazioni serbe è la mancanza di organizzazione, ed i produttori agricoli non hanno un sindacato dei produttori che esportano. Per queste ragioni le cose non si muovono così velocemente come potrebbero. Ciò riflette alcuni elementi della cultura serba, sull’approccio informale su affari e scadenze. Inoltre, vi sono state trattative dettagliate sull’esportazione di auto prodotte in Serbia con l’etichetta Zastava (ex-Yugo, che utilizza la piattaforma FIAT), in Russia. Come detto, la Serbia gode di un accordo di libero scambio con la Russia. La Germania potrebbe cercare una scappatoia alle sanzioni dell’Unione europea e al regime tariffario, operando tramite la Serbia con i partner russi. La Germania, che si sente soffocata dalla normativa comunitaria, ha già discusso apertamente di lasciare l’Unione europea. Alla luce delle sanzioni UE alla Russia sulla Novorossija, un serio ostacolo per la Germania, ciò potrebbe essere più attraente che mai. La Serbia è un ottimo candidato sia per la vicinanza all’Europa centrale che per la sua non adesione all’UE. La Serbia è come il ‘Texas’ dei Balcani, che infatti potrebbe riscuotere grandi dividendi alla fine.
Tutto ciò indica una reale e crescente mutamento, non solo per la Serbia ma per tutta l’Europa. Mentre il conflitto tra CSTO e NATO s’intensifica, la Russia puntella i suoi tradizionali alleati, ribadendo il sostegno agli alleati dell’America Latina dell”Onda rosa’ del Mercosur. La Russia non si oppone alla possibile adesione della Serbia all’UE, vista come un altro asset nell’UE che può aiutare a mantenere le posizioni nelle relazioni bilaterali. Con tutto ciò in mente, sappiamo almeno che la pioggia battente non ha impedito a un solo serbo dal partecipare alle manifestazioni di massa del 16 ottobre, che hanno causato ingorghi a Belgrado di cui, per la prima volta dopo tanto tempo, erano felici.

PUTIN-1-640x340Joaquin Flores è uno statunitense che vive a Belgrado, analista del Centro per gli Studi Sincretici, un think-tank geostrategico pubblico. La sua esperienza riguarda Europa orientale, Eurasia ed ha grande competenza nelle questioni mediorientali. Flores è particolarmente abile ad analizzare la psicologia delle guerre di propaganda, e a svelare il rumore del ‘sovraccarico d’informazione’. Negli Stati Uniti ha lavorato per un certo numero di anni come sindacalista, capo negoziatore e stratega di una grande federazione sindacale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Svezia mobilita le forze armate nella caccia a un sottomarino

Tyler Durden Zerohedge 19/10/2014Sweden Submarine SearchNel fine settimana, mentre tutti sono concentrati sulla minaccia del contagio ebola negli Stati Uniti e nel mondo, la capitale altrimenti sonnolenta della Svezia, Stoccolma, avviava un’operazione militare che coinvolge le forze armate svedesi, Marina, Esercito e Aeronautica, quando il sabato sera le forze armate svedesi intensificavano un’operazione che coinvolge oltre 200 uomini, navi furtive, dragamine ed elicotteri su un’area di circa 50 chilometri ad est della capitale. L’operazione è stata avviata venerdì dopo che le forze armate affermarono di essere state informate su un “manufatto umano” in quelle acque. Secondo Local.se, i militari negano di andare a “caccia di un sottomarino” chiamando la mobilitazione, una delle più grandi salvo le esercitazioni della guerra fredda, “operazione d’intelligence”. Anche sabato sera, il direttore comunicazioni e affari pubblici delle forze armate svedesi, Erik Lagersten, ha detto: “Al momento eseguiamo un’operazione d’intelligence nell’arcipelago di Stoccolma con ricognizione ottica e navi da guerra equipaggiate con sensori subacquei specifici. Le unità attivate provengono da tutti i rami delle forze armate svedesi, Marina, Esercito ed Aeronautica“. E mentre non è stato né confermato né smentito un articolo del rispettato quotidiano svedese Svenska Dagbladet, che accusa della rapida mobilitazione ciò che chiama sottomarino russo danneggiato al largo di Stoccolma. Il rapporto afferma che l’intelligence militare svedese aveva intercettato i segnali radio tra una zona al largo di Stoccolma e l’enclave russa di Kaliningrad, sede di gran parte della flotta del Mar Baltico della Russia. Svenska Dagbladet ha riferito che l’avvistamento è avvenuto su un’isola nel Kanholmsfjaerden, insenatura a poco più di 50 chilometri dalla città. Secondo Dagbladet, un testimone dell’avvio dell’operazione militare, Robert Eriksson, ha detto che era su una barca da pesca al largo dell’isola di Skarpoe intorno alle 16:00. “La guardia costiera è arrivata all’ingresso con un aereo che ha volato in tondo per molto tempo“, ha detto all’agenzia stampa TT. Presto spuntava anche la marina. “C’era una grande barca militare rimasta più a sud nel Kanholmsfjaerden“, ha detto.
Stefan Ring, esperto di strategia militare presso il Collegio della difesa nazionale svedese (Foersvarshoegskolan) ha detto che era importante mandare un segnale. “E’ importante in questa situazione, quando notiamo un’escalation nel Mar Baltico, segnalare molto chiaramente che siamo allerta“, ha detto. “Se non dovessimo fare nulla o evitassimo di fare effettivamente qualcosa, allora sarebbe un segnale per l’avversario che ciò non è così importante per noi“. Sempre su The Local: “C’è stata una trasmissione su una frequenza speciale, utilizzata dalla Russia in situazioni di emergenza“, ha scritto il giornale, citando fonti militari svedesi coinvolte nella ricerca. Le forze armate svedesi sono silenti ma dicono che l’attenzione si concentra su “attività subacquee”. “Le forze armate svedesi non possono smentire o verificare notizie e speculazioni sui media su un sottomarino straniero scomparso”, ha detto il portavoce Erik Lagersten. “Al momento conduciamo un’operazione d’intelligence nell’arcipelago di Stoccolma con ricognizione ottica e navi da guerra equipaggiate con sensori subacquei specifici… per stabilire se ci sono o ci sono state attività subacquee straniere nella zona“.
Fonti militari anonime hanno detto al Svenska Dagbladet che un segnale di emergenza in russo è stato intercettato giovedì sera, e che i segnali ulteriormente criptati sono stati inviati venerdì, dopo che le forze armate svedesi hanno iniziato a rastrellare la zona. 14 anni fa, nell’agosto 2000 il sottomarino nucleare russo Kursk, fu affondato nel Mare di Barents con la morte dell’intero equipaggio. Le autorità russe furono in seguito criticate per aver rifiutato l’assistenza internazionale e ingannato il pubblico circa le loro operazioni di salvataggio non riuscite. Negli ultimi mesi, la Svezia ha riferito l’incremento nelle manovre nel Mar Baltico dalla forza aerea russa. In un incidente a settembre, due cacciabombardieri Su-24 sarebbero entrati nello spazio aereo svedese in quello che l’allora ministro degli Esteri Carl Bildt chiamò “l’incursione aerea più grave dei russi in un decennio”. Negli anni ’80 e primi anni ’90 l’allora neutrale, e ora non allineato Paese nordico, era regolarmente in allerta per gli avvistamenti di sottomarini russi, tra cui il caso notevole del 1981, quando un sottomarino sovietico si arenò a diverse miglia dalla più grande base navale della Svezia. Considerando che l’occidente è fin troppo ansioso di scatenare una guerra fredda 2.0, non sarebbe sorprendente se la Russia abbia deciso di visitare Stoccolma.LosharikNel frattempo, la Russia nega tutto. Dalla TASS: “Non ci sono navi militari russe in situazioni di emergenza, ha detto il portavoce del ministero della Difesa russo. I sottomarini della Russia, come le navi di superficie, hanno eseguito i loro compiti negli oceani del mondo secondo i piani” ha detto. “Non ci sono state emergenze o incidenti nelle navi militari russe“. Se non la Russia, allora chi? Solo nove Paesi hanno accesso al Mar Baltico: oltre alla Svezia, Germania, Danimarca, Lettonia, Lituania, Polonia, Russia, Finlandia ed Estonia. Solo Germania, Polonia, Russia e Svezia hanno sottomarini. Secondo almeno una fonte, il sottomarino russo in questione è il Losharik, vale a dire il Projekt 210 o AC-12, un sottomarino nucleare entrato in linea nel 2003, dopo l’incidente del Kursk. E poi c’è questo:

B0RQQ6GCEAIAL_zCosì un sottomarino russo s’è semplicemente perso, o è solo in rotta mentre la Russia militarizza l’Artico per difendere i propri numerosi giacimenti di petrolio e di gas ivi situati?

f2e3d61c1523In realtà si tratta di un sottomarino olandese della classe Waalrus, fotografato da un coppia di Uppsala e che secondo Carl Bergqvist, maggiore dell’aeronautica svedese che dal 2007 gestisce il blog su difesa e sicurezza Wiseman’s Wisdoms, si tratta probabilmente appunto di un sottomarino olandese della classe Waalrus. Le forze armate svedesi hanno ricevuto le foto della famiglia Berlin, ma l’addetto stampa delle forze armate svedesi Philip Simon non conferma ne smentisce che il sottomarino sia olandese.

b114c2e1b28e0e4fb29ba12346be2ce94d75Fonti:
VLT
Politonline

Le forze armate svedesi ammettono di aver diffuso false informazioni sul presunto sottomarino
(ora che si è scoperto essere un intruso della NATO, e non russo, Stoccolma cala un velo di pietoso silenzio)

RIA Novosti 21 ottobre 2014

Sweden Military Alert -2Le forze armate svedesi ammettono di non essere state chiare e di aver diffuso false informazioni sul presunto sottomarino straniero nell’arcipelago di Stoccolma. “Le Forze Armate conducono un’operazione d’intelligence nell’arcipelago di Stoccolma… Siamo tenuti a farlo con la massima trasparenza, mantenendo solo il segreto operativo. Questo è come una credibile e corretta autorità dovrebbe e deve agire, preservando la fiducia del pubblico. Deve essere detto che le forze armate in un certo senso hanno fallito in ciò“, afferma un comunicato delle forze armate svedesi. Il 19 ottobre, le forze armate svedesi diffondevano la fotografia di un oggetto sospettato essere un sottomarino straniero nell’arcipelago di Stoccolma, e una mappa che presumibilmente mostrava dove la foto era stata scattata. L’areadell’avvistamento sarebbe stata nel Jungfrufjarrden, un fiordo vicino Dalaroe, a sud di Stoccolma. Tuttavia, un’indagine effettuata dall’emittente pubblica svedese SVT ha dimostrato che nessun località della zona combacia con la foto. Dopo essere stati interrogati dai giornalisti della SVT, i militari svedesi hanno ammesso la diffusione di informazioni false per evitare di “aiutare potenze straniere”. “Col senno del poi, avrei dovuto essere più chiaro nella conferenza stampa in cui mostravo una mappa con leposizioni approssimative, perché non volevo rivelare le posizioni esatte dell’operazione“, ha detto il vicedirettore operativo Anders Grenstad. Le forze svedesi avevano lanciato una grande operazione al largo di Stoccolma, dopo aver ricevuto informazioni da un civile sulla presenza di un oggetto sommerso sconosciuto nella regione, sospettato essere un sottomarino straniero.

swedenmysteryTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossia, Siria, Mistral, Africa-Russia: Intervista a Igor Korotchenko

Mikhail Egorov-Gamandij Voce della Russia

Igor Korotchenko è un esperto militare, direttore della rivista russa Nacional’naja Oborona (Difesa nazionale), direttore del Centro Globale di Analisi sul traffico di armamenti e membro del Consiglio pubblico del Ministero della Difesa della Federazione Russa.

vladivostok_4.3.14_bp_0Mikhail Gamandij-Egorov, Voce della Russia: Salve signor Korotchenko! La mia prima domanda sarà sulla Novorossija, essendo probabilmente l’argomento più discusso in questo momento in Russia. Oggi un cessate il fuoco si osserva tra le deboli forze della Novorossija e le forze ucraine. Un cessate il fuoco ripetutamente violato a Donetsk e altri luoghi, che continuano ad essere bombardati dall’artiglieria pesante ucraina. Secondo lei quali sono le prospettive nel prossimo futuro? La ripresa dei combattimenti su larga scala, o il fragile cessate il fuoco che vediamo oggi sarà ancora attuale?
Igor Korotchenko: Vi sono molti rischi che l’attuale cessate il fuoco avvii una nuova guerra. L’Ucraina continua le sue provocazioni. Le città del Donbas continuano ad essere bombardate dai militari ucraini. Senza contare che alcuni battaglioni al comando di Kiev semplicemente non rispettano tale cessate il fuoco. In tali condizioni ed oggettivamente, il rischio di una nuova guerra è grave. Soprattutto dopo l’elezione della Rada ucraina, dove molti seggi saranno occupati da locali signori della guerra che hanno combattuto nel Donbas, e ci sarà generalmente una maggiore radicalizzazione delle posizioni di Kiev. Inoltre, una forte pressione potrà essere esercitata su Poroshenko affinché, in un modo o nell’altro, i combattimenti siano ripresi dagli ucraini.

VdR: Se ciò dovesse accadere, come vede gli eventi sapendo che è molto difficile prevederli. Tuttavia, cosa pensa delle azioni delle forze armate della Novorossia? E cosa dovrà fare la Russia da parte sua?
Igor Korotchenko: Politicamente la Russia sosterrà la resistenza. Ovviamente non possiamo ignorare le atrocità e i massacri commessi contro il popolo della Novorossija, nostri compatrioti russi. Più in generale direi che l’Ucraina come Stato unitario vive gli ultimi giorni. Già è un Paese completamente diviso. Il modo ottimale sarebbe creare il piano complessivo della Novorossija, unificando le regioni del Sud-Est dove i sentimenti filo-russi sono prevalenti. Una Novorossija da Odessa al Donbas, creando un collegamento con la Repubblica moldava del Dnestr. L’Ucraina di Kiev perderà l’accesso al mare e sotto il profilo economico e industriale le regioni più sviluppate. Ciò richiama in qualche modo la situazione delle due Germanie. Qui avremo a che fare con due Ucraine, occidentale e Orientale. Ciò risponderà in modo ottimale all’equilibrio di potere che vediamo ora. É una realtà geopolitica oggettiva. Ripeto ancora una volta, oggi non esiste più un’Ucraina unita e unitaria, che vive i suoi ultimi giorni. Non ci sarà mai più.

VdR: E la Novorossia allargata sarà a medio o lungo termine?
Igor Korotchenko: difficile parlare di tempo in questa situazione. Dobbiamo aspettare e vedere cosa accadrà in Ucraina, soprattutto quest’inverno. Una grave crisi incombe. E qual è la via d’uscita da tale crisi? Una soluzione potrebbe essere creare una grande Novorossija. Altre opzioni sono possibili. Aspettiamo e poi vediamo come vanno le cose, soprattutto perché non rimane molto da aspettare.

VdR: Passiamo alla Siria. Ancora una volta preoccupa molti osservatori. La cosiddetta coalizione agli ordini degli Stati Uniti oggi bombarda parte del territorio siriano, il tutto senza il consenso del legittimo governo della Siria e senza l’approvazione delle Nazioni Unite. In realtà, la coalizione ha bombardato i suoi ex-alleati. Ma soprattutto c’è il serio rischio che tale cosiddetta coalizione cominci a bombardare le posizioni dell’Esercito arabo siriano. Secondo voi, questo rischio è realmente grave? Un tale scenario è realistico?
Igor Korotchenko: Sì, assolutamente. Cominciando dal bombardamento del cosiddetto Stato islamico si può passare assai rapidamente al bombardamento di Damasco. Gli Stati Uniti non hanno escluso l’obiettivo di rovesciare Bashar al-Assad. Riguardo la recente attivazione dello SI, è il risultato diretto dei fallimentari calcoli della politica estera degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno armato, addestrato, finanziato e fatto affidamento sui terroristi per rovesciare il leader siriano. Ma il cosiddetto Stato islamico, vedendo la lotta accanita delle forze governative siriane, ha optato per una tattica diversa. Le sue truppe si sono spostate dalla Siria all’Iraq attaccando e respingendo le forze governative di Baghdad. E oggi bombardando il loro ex-alleato gli Stati Uniti cercano di far rientrare nella bottiglia il genio che hanno tirato fuori. Ci sono poche probabilità che ci riescano. Sul fatto che cosiddetta operazione avvenga senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, è ovviamente assai negativo. Soprattutto è il governo siriano che deve prima dare il permesso per spazzare via gli islamisti dal suo territorio. Il territorio della Repubblica araba siriana. Poi deve seguire la decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con un mandato chiaro e obiettivi definiti, in modo che gli USA non possano interpretare il mandato come credono e agire da gendarme del mondo.

VdR: Se un tale scenario caotico dovesse accadere, quali dovrebbero essere le azioni dei Paesi e movimenti da sempre contrari a tale scenario, come Russia, Cina, Iran e movimento libanese Hezbollah?
Igor Korotchenko: Nel nostro caso agiremo politicamente. Questo è ciò che facciamo già ricordando sempre che nessuna azione può essere intrapresa senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La stessa posizione è stata adottata dalla Cina. Quindi politicamente agiamo così, oggi. Riguardo l’Iran e le azioni che potrebbe intraprendere, penso che contribuirà direttamente ed amplierà il proprio intervento tecnico-militare in favore di Damasco, nel caso di un tale scenario. E sarà a mio parere una decisione sovrana e corretta di Teheran. Per gli interessi nazionali dell’Iran. Un possibile rovesciamento del Presidente Bashar al-Assad sarebbe un duro colpo per le posizioni dell’Iran nella regione. E infatti l’Iran ha la possibilità di coordinarsi con il movimento in questione, al fine di riconfigurare la situazione a scapito degli Stati Uniti e dei loro alleati.

VdR: Altro tema popolare di questi giorni è la consegna o meno dalla Francia alla Russia delle navi portaelicotteri Mistral. Vediamo molta manipolazione e anche ricatto. La Francia è sotto grande pressione esterna, soprattutto da Stati Uniti e NATO, a cui cede dopo diversi anni. Ora vengono imposte “condizioni” sulla consegna sebbene ne guadagni di più la Francia che non la Russia in tale vicenda. Tuttavia, da grande esperto militare, cosa ne pensa?
Igor Korotchenko: la Russia ha adottato una posizione molto tranquilla sull’argomento. Il contratto è firmato, il denaro versato. Il contratto deve quindi essere adempiuto. Se Parigi e l’Eliseo annullano la transazione, la Francia dovrà rimborsare tutto ciò che ha ricevuto di contratto e pagare una grossa penalità. Quanto a noi, abbiamo reagito con calma, senza eccessi.

VdR: la Francia sarebbe perdente in tale vicenda, in caso di mancata consegna? Abbiamo davvero bisogno di queste Mistral?
Igor Korotchenko: In primo luogo, per la Francia sarà un durissimo colpo alla propria immagine e reputazione di Paese rifornitore. D’altra parte, le Mistral che saranno costruite in Russia sono appositamente studiate per le esigenze e le specifiche russe, che non sono le stesse della Francia che utilizza le Mistral per svolgere missioni in Africa. Le Mistral per la Russia non hanno ponte e hangar delle stesse dimensioni… Primo perché gli hangar sono progettati per gli elicotteri russi Ka-52. Anche la funzione rompighiaccio è adatta alle nostre esigenze. I nostri sistemi sono integrati. Parigi avrà difficoltà a vendere tali navi ad altri che non la Russia. Un altro punto importante è che il rifiuto di eseguire il contratto porterà alla crisi della cantieristica francese. I sindacati hanno già detto apertamente che non accetteranno la risoluzione del contratto. Il presidente francese Hollande, che anche senza tale storia ha perso e continua a perdere sostegno politico, potrebbe divenire il politico che ha apertamente tradito gli interessi nazionali della Francia. Gli elettori francesi non lo perdoneranno. Inoltre non perdoneranno le forze politiche a lui associate. Pertanto, l’eventuale rifiuto di adempiere al contratto farà perdere alla Francia più di quanto ne raccolga. Quanto alla Russia, si concentrerà sui propri mezzi. Non sarà una tragedia.

VdR: L’ultimo tema che volevo discutere con voi è l’Africa, un continente che mi è caro. Questo continente attende il nostro ritorno. Da qualche tempo la Russia ha espresso il desiderio di tornarvi. Oggi ne vediamo i primi risultati. La cooperazione russo-africana è fortemente legata tra l’altro alla collaborazione tecnico-militare, così come ad altri settori dell’economia e del commercio. Pensa che le condizioni siano mature per un ritorno della Russia in Africa e al rafforzamento del partenariato Africa-Russia?
Igor Korotchenko: E’ vero ed è un peccato che in 20 anni abbiamo guardato l’Africa come un continente di poco o nessun interesse. In particolare, le nostre posizioni sono state occupate dagli Stati Uniti. La Cina ha anche una molto forte presenza. Oggi in realtà torniamo. Se parliamo degli armamenti, abbiamo firmato una nuova serie di contratti con l’Egitto, così modernizzeremo e perfezioneremo la difesa aerea egiziana. Vi sono inoltre nuovi contratti con l’Angola per la consegna di blindati e caccia Sukhoj Su-30. Molti Paesi africani acquistano armi russe, soprattutto l’Algeria. L’Uganda ha recentemente firmato un contratto molto importante, anche per aerei da caccia Su-30. Inoltre promuoviamo attivamente i nostri elicotteri. Sono stato di recente nella Repubblica Sudafricana, dove nei pressi di Pretoria si è tenuta una grande mostra di armamenti. La Russia era rappresentata dalle nostre maggiori aziende: Almaz-Antej, Visokotochne Kompleksij, Vertoletij Rossij (“Elicotteri Russi”), Rosoboronexport. Nel complesso tutti sanno che oggi si deve lavorare attivamente con l’Africa. Ma sottolineo ancora una volta che dovremmo lavorare in condizioni di estrema concorrenza. La Cina è molto attiva, come gli Stati Uniti ed altri attori. Il nostro valore aggiunto è poter dare garanzie che i Paesi occidentali non possono. Garanzie politiche, a conferma che la cooperazione continuerà a dispetto di qualsiasi potenziale forza maggiore. Mentre gli Stati Uniti usano l’embargo quando e dove vogliono, rifiutando anche i servizi al cliente o la fornitura di parti di ricambio. L’armamento moderno opera per molto tempo: 20 anni e più. Così il Paese acquirente, con la scelta di questo o quel sistema d’arma, si aspetta che lo Stato fornitore garantisca gli obblighi per tutto il ciclo di vita delle armi in questione. La Russia ha una buona immagine su questo aspetto, di partner affidabile e prevedibile. Inoltre la Russia rafforzerà le sue posizioni e sarà libera politicamente, anche in caso di sanzioni che appaiono paradossali, ma il numero di Paesi disposti a comprare armi russe potrà solo crescere. Questo già si vede oggi. Una posizione forte e indipendente assieme alle ottime caratteristiche dei nostri sistemi di difesa, attraenti per tutti gli acquirenti stranieri, compresa l’Africa.

VdR: Ultima domanda. Secondo lei possiamo rafforzare i nostri legami con i Paesi africani che intendono collaborare al massimo livello con la Russia, mentre sono sotto la forte pressione dei loro ex-colonizzatori occidentali e degli Stati Uniti? Mi riferisco segnatamente ai Paesi africani francofoni.
Igor Korotchenko: Certo. Prendiamo l’esempio del Mali che compra le nostre armi. Soprattutto su alcune posizioni non c’è alternativa. Dobbiamo necessariamente rafforzare le nostre posizioni in tali Paesi. Ma devo sottolineare un punto importante che, oltre alla cooperazione tecnico-militare, il nostro business globale deve anche essere molto più attivo nel continente africano. Si guardi come sono attive le aziende cinesi che operano in Africa, in tutti i settori economici del continente. Noi abbiamo interesse a partecipare ai progetti minerari e d’estrazione delle risorse naturali. Il nostro capitale, i nostri investimenti, le nostre armi dovrebbero completarsi a vicenda. Nel mondo di oggi le imprese e la vendita di armi si accompagnano, perché possono promuovere gli interessi strategici del Paese. Senza dubbio, dobbiamo guardare all’Africa dritto negli occhi, essendo stata sottovalutata da tempo come partner. Ecco perché dobbiamo assolutamente ampliare la nostra partnership.

VdR: Grazie di tutto.

166043Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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