I giochi da grande potenza del Qatar

Pjotr Lvov, New Eastern Outlook (testo rivisto da Oriental Review), 30 marzo 2013
Hamad+bin+Khalifa+al+Thani+President+Obama+uHhLc2S2EDolIl recente vertice della Lega araba, che ha deciso illegalmente di fornire aiuti militari all’opposizione siriana su pressione di Doha, ha dimostrato ancora una volta che c’è un nuovo equilibrio di potere nel mondo arabo, in cui Paesi tradizionalmente forti come Egitto, Algeria e Iraq si sono di nuovo dimostrati impotenti contro il ricco nano Qatar. L’emirato ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere ciò che voleva, compreso il ricatto finanziario. Perfino l’Arabia Saudita ha mostrato meno perseveranza del Qatar. Doha è ovviamente estremamente delusa dalle possibilità di sopravvivenza del legittimo governo della Siria, che resiste da più di due anni nonostante l’attiva pressione estera volta a rimuovere dal potere il regime di Assad e l’assistenza militare straniera fornita all’opposizione armata siriana, che Doha ha generosamente finanziato. Il Qatar ha già speso così tanti soldi che ha sospeso una serie di progetti di sviluppo interno, e gli investimenti stranieri nel Paese si sono notevolmente contratti. Ad esempio, l’emiro non ha mantenuto le promesse di partecipare a diversi importanti progetti russi che aveva fatto durante la sua visita del novembre 2010 a Mosca. La questione si pone, ciò perché è il denaro che manca, o è il Qatar che si vendica sulla Russia per la sua posizione sulla Siria? La ragione principale, naturalmente, è quest’ultima. Dopo tutto, nel novembre 2011 l’ambasciatore russo fu aggredito all’aeroporto di Doha, nel tentativo di prendergli la valigia diplomatica perché si era inimicato i wahhabiti locali, difendendo troppo energicamente la posizione del suo Paese sui media locali.
L’obiettivo del Qatar è chiaro: cercare di porre fine al regime siriano bloccando un progetto di gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti, e quindi diretto ai consumatori europei. Avrebbe contribuito a realizzare l’obiettivo strategico, cacciare la Russia dai mercati tradizionali del gas naturale nell’Europa sud-orientale, così come della Turchia. E Doha non opera solo su propria iniziativa, la pressione degli Stati Uniti la  sopporta. Dopo tutto, l’emirato non può essere considerato uno Stato nel senso classico. In realtà è un grande giacimento di gas naturale dominato dalla statunitense Exxon Mobil e dalla più grande base dell’US Air Force in Medio Oriente, che ha quasi 5000 militari statunitensi, vale a dire quasi la metà delle Forze Armate del Qatar. Quanta autonomia ha in realtà il Qatar? Inoltre, l’emiro e la sua famiglia sono agganciati a Washington. Dopo tutto, l’emirato veniva precedentemente indicato come uno Stato sponsor del terrorismo, e venne tolto dalla lista perché ha permesso che il suo territorio venisse utilizzato nella guerra contro l’Iraq. Ma molti membri della famiglia dell’emiro sostengono  apertamente i terroristi che hanno compiuto gli attentati di New York e Washington l’11 settembre 2001. Infatti, la legittimità dello stesso emiro è messa in discussione da quasi la metà dei membri della famiglia al-Thani. Dopo tutto, ha detronizzato il padre nel 1995, inducendo il fratello e alcuni parenti a lasciare il Paese in segno di protesta e a vivere in esilio fino a oggi.
Non dobbiamo dimenticare che il Qatar è stato uno dei principali sponsor della guerra in Cecenia, finanziando generosamente mercenari arabi e ribelli ceceni. Quando la ribellione in Cecenia è stata spenta, non è un caso che Zelimkhan Janderbiev, il “presidente” d’Ichkeria, avesse ottenuto rifugio nell’emirato, insieme a più di 800 suoi sostenitori. Oggi, diversi fondi di beneficenza islamici del Qatar finanziano generosamente terroristi in tutto il mondo, dall’Africa alle Filippine, per non parlare del mondo arabo. Inoltre, lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, il portavoce principale dei Fratelli musulmani e presidente dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, trasmette da Doha.  Non ho bisogno nemmeno di parlare di al-Jazeera, dato il suo netto ruolo in tutte le “rivoluzioni arabe”.
Il problema è un altro, come è possibile che questo nano che ha una popolazione di meno di 300.000 abitanti e dà lavoro a 1,5 milioni di stranieri, riesce a imporre la propria volontà agli arabi?  Certamente non a causa di un qualche talento speciale posseduto dal suo Primo ministro e ministro degli Esteri, Hamad bin Jassim, che 20 anni fa era un impiegato di basso livello, in qualche ministero secondario, e che non ha neanche una laurea. È meglio conosciuto per l’affarismo cui si dedica utilizzando il fondo sovrano dell’emirato, che come diplomatico mondiale. La risposta sembra essere semplice. Le risorse finanziarie di Doha le permettono di manipolare la situazione in Egitto e Libia, dove le sue spese li hanno resi finanziariamente dipendenti dal Qatar. Ma l’Algeria e l’Iraq non vogliono affrontare l’emirato per paura che inizi a finanziare i salafiti locali, presenti in gran numero in questi due Paesi. Tanto più che il Qatar ha in realtà già iniziato una guerra in Iraq arruolando dei sunniti, tra cui ex baathisti, contro il governo della maggioranza sciita guidato da Maliki.
Tuttavia, sarebbe l’inizio della fine per il Qatar se il governo legittimo della Siria riuscisse comunque a mantenere il potere. Se l’opposizione armata siriana viene sconfitta, sarebbe un boomerang su Doha, impreparata alla sconfitta. La più grande paura dell’emirato è che la Siria costituirebbe un precedente della sconfitta dei “rivoluzionari islamici”. Doha dovrebbe quindi rispondere a tutto il mondo arabo radicale conservatore, tra cui l’Arabia Saudita, che in poche ore potrebbe rimuovere dal trono l’attuale emiro. Ora che il Qatar ha preso la bandiera della “rivoluzione”, deve andare fino in fondo, fino alla vittoria o alla fine. Nessuno ha bisogno di un Qatar perdente, nemmeno gli statunitensi. Questo è il destino che attende ogni piccolo Stato artificialmente creato sul petrolio e il gas, che vive secondo i precetti dell’Islam del secolo 17.mo, ma che pretende la democrazia negli altri Paesi arabi, la cui storia e civiltà hanno migliaia di anni, non decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Libro – QATAR: L’assolutismo del XXI.mo Secolo

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

Il ritorno di Putin segna un mutamento strategico della Russia

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire 5 Ottobre 2011

L’annuncio che il presidente russo Dmitrij Medvedev e il Primo Ministro Vladimir Putin pianificano il cambio di posizione a marzo, è stato dipinto dalla stampa internazionale come un affare personale tra i due. Per l’analista messicano Alfredo Jalife, ridurre la politica russa a queste due figure è una manovra dei mass media per nascondere ciò che è realmente in gioco: il recupero della sovranità energetica russa e il suo riavvicinamento militare con i paesi BRICS, soprattutto la Cina.

Il ritorno del primo ministro Vladimir Putin – grande zar dell’energia – a candidato alla presidenza segna l’irrigidimento della posizione geostrategica della Russia nei confronti del disfacimento del capitalismo selvaggio e delle minacce di una nuova guerra mondiale da parte dei circuiti finanziari israelo-anglo-statunitensi.
Tale irrigidimento era prevedibile dopo gli innumerevoli affronti fatti contro la Russia e la Cina da parte di ciò che resta dell’”Occidente” economicamente paralizzato: la conquista del petrolio della Libia, l’installazione di un sistema di difesa missilistico NATO nell’”estero vicino” russo, la provocatoria vendita di armi degli Stati Uniti a Taiwan; le prossime guerre per il petrolio e il gas del statunitense Africom, come ha candidamente dichiarato Johnny Carson, Assistente Segretario di Stato [1].
La scandalosa campagna di disinformazione da parte dell’oligopolio mediatico israelo-anglo-statunitense (es. il duo Rothschild-Murdoch tramite Fox News e Sky News) escogita un racconto fantastico che parla di uno scontro tra il presidente uscente Medvedev e l’intrattabile Primo Ministro Putin, con i sentori di una guerra civile e una nuova balcanizzazione della Russia.
La campagna si spinge fino ad ostentare sfacciatamente la sua scelta: Medvedev, i “modernisti” e i filo-occidentali disposti ad aprire il succulento mercato petrolifero alle multinazionali della NATO, contro lo sciovinista e anacronistico Putin, una ex “spia” del KGB assetato di potere autocratico.
Ricorrere a tale grossolana caricatura delle relazioni delle forze interne della Russia e fedele ai suoi interessi petroliferi, le mendaci corporations mediatiche aziendalistiche hanno tentato di distorcere la realtà che oggi le esplode in faccia.
Nessuno sostiene che il tandem Putin-Medvedev (in questo ordine) sia inevitabile o che simbolizzi l’aquila russa a due teste, ma è innegabile che questo paese – una superpotenza nucleare geostrategica pari agli Stati Uniti, che miracolosamente nasce dalla malinconia geopolitica del 1991, quando Eltsin-Gorbaciov vi furono inghiottiti, ha fatto il suo ritorno fin dal 2000, grazie alla leadership di Putin.
E’ Putin che ha progettato la resurrezione geostrategica della Russia, grazie soprattutto al recupero delle sue riserve di idrocarburi. La grande nazione russa è perfettamente consapevole di questo. Se le loro reazioni furiose hanno una qualche indicazione, i circuiti finanziari della plutocrazia neoliberista oligarchica della Gran Bretagna, il cui massimo portavoce è la tripletta Financial Times/Economist/BBC (come ha riconosciuto  Jeremy Browne, ministro del gabinetto Cameron), hanno reagito con veemenza contro il ritorno al potere di Putin, in quanto danneggia i loro interessi geopolitici in Eurasia.
Basti citare i più recenti titoli nichilisti di The Economist, che non s’è morsa la lingua dalla capitale di un paese che era stata appena data alle fiamme dai suoi giovani affamati e senza lavoro: “La Russia e il suo scontento”, “Il ritorno di Putin al Cremlino segna la fine di quattro anni di farsa. La vera questione è come rimarrà al potere.” “Il ritorno di Putin è un male per la Russia.” “Il circo delle elezioni russe.” “La Russia oggi è stagnante e senza speranza.” Mi limiterò a confutare l’ultimo titolo: Putin-Medvedev, la Russia è in forma assai meglio della decadente Gran Bretagna, in caduta libera.
Sono rimasto profondamente colpito dalla blanda (finora) reazione del New York Times, forse per via del perezagruzka (reset) delle relazioni USA-Russia e la sorprendente, anche se molto recente “alleanza affaristica” di un importante accordo geostrategico raggiungere tra Exxon-Mobil e Rosneft [2] per l’esplorazione degli idrocarburi nella regione artica, che ha messo da parte la britannica BP – un presunto asset fisso della Rothschild Bank e leader dei predatori del Golfo del Messico – di concerto con la sua partner “perforatrice“: la criminale (letteralmente) Halliburton and Schlumberger.
Non è cosa da poco per la Exxon-Mobil esplorare il Mar di Kara (Artico), vicino alle coste russe [3]. Alexander Rahr, esperto di Russia della German Foreign Policy Association (DGPA) di Berlino, ha detto al giornale tedesco Bildzeitung [4] che “Putin è stata una buona cosa (sic) per la Russia.” Perciò, se è “cattivo” per la Gran Bretagna, è “buono” per la Germania?
Rahr ha commentato che il germanofilo Putin (parla un fluente  tedesco) “vuole penetrare l’Occidente attraverso la Germania“, mentre “l’alternativa a Putin sarebbero i nazionalisti anti-occidentali“. Infatti, le “prospettive occidentali” per Gran Bretagna e Germania sono diametralmente opposte.
Il giorno prima dell’inaugurazione di un terzo mandato per Putin, il ministro della difesa russo Anatolij Serdjukov ha ospitato a Mosca Guo Boxiong, Vice Presidente della potente Commissione Militare Centrale del Partito comunista cinese [5].
Ancor più importante, dopo essere stato proclamato candidato alla presidenza, Putin ha annunciato un viaggio in Cina, per ampliare il potenziale geostrategico e per rafforzare le relazioni bilaterali.
Ciò che richiama l’attenzione è che Stratfor [6], il portale di disinformazione globale texano-israeliano, avrebbe riferito del ritorno di Putin con una mitezza eccessiva: “Una forte preoccupazione per l’influente istituzione dei servizi di sicurezza russi, è che Medvedev è considerato internazionalmente un capo debole (sic) rispetto al suo predecessore. Putin non è interessato (supersic!) alla presidenza, a meno che non sia necessario al fine di ripristinare la percezione di un Cremlino più assertivo“.
Se la “democrazia” è la quintessenza del potere popolare, allota Putin non aderisce solo alle regole della Costituzione russa ma, meglio ancora, è ancora più “popolare” dei suoi rivali “occidentali“, in un momento estremamente critico per il mondo, in cui i concetti idealistici della filosofia politica si stanno rapidamente erodendo.
Il premier russo vanta un massiccio sostegno pubblico all’80 per cento che, di sicuro, nessun leader della NATO può pretendere (che costantemente schiamazzano di suffragi universali per gli altri, ma non per se stessi), a partire dal sempre più vacuo Obama (ostaggio dei “13 banchieri di Wall Street“, Simon Johnson dixit), passando per Sarkozy (il “conquistatore del petrolio della Libia“, che fu orribilmente martoriato nelle elezioni senatoriali dal Partito socialista), e giù fino al pusillanime leader britannico David Cameron, che non sa dove nascondersi nel fuoco incrociato (letteralmente) urbanistico e finanziario del suo paese.
Mentre Obama, totalmente prigioniero e castrato dai bankster di Wall Street, partecipa alla distruzione del mondo – dal salvataggio dei banchieri insolventi, sempre arroganti, e non dei cittadini – Putin cerca di ristabilire l’equilibrio del mondo, andato perso durante la sfortunata fase dell’unipolarismo degli Stati Uniti, in armonia con la Cina (per estensione: BRICS tra cui il Sud Africa), per riorganizzare il mondo da una prospettiva multipolare.
Ci riuscirà?

[1] Annual Air&Space Conference and Technology Exposition, 19-21 settembre 2011.
[2] The Independent, 31 agosto, 2011
[3] the9billion.com, 1 Settembre 2011
[4] 26 Settembre 2011
[5] Xinhua, 23 settembre 2011
[6] 24 Settembre 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Guerra Totale alla Libia, aumento del prezzo del greggio…

Le guerre umanitarie fanno bene agli affari“…. gli speculatori applaudono…
Michel Chossudovsky Global Research, 18 marzo 2011

PARTE III
La creazione di una zona di non volo è nei piani del Pentagono. Arabia Saudita e gli Stati del Golfo, sostenuti dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per l’Unità Africana (OUA), hanno etichettato la Libia come “una nazione ostile“.
Lo scenario previsto da Washington è quello di coinvolgere l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo negli attacchi aerei contro la Libia. Hanno inoltre invitato l’Arabia Saudita a fornire armi alle forze di opposizione. Relazioni confermano che le forze speciali della NATO e consiglieri militari presso la ribellione sono presenti sul terreno, in Libia orientale.
Le implicazioni geopolitiche ed economiche dell’intervento militare USA-NATO diretto contro la Libia, sono di vasta portata. La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti. Una guerra in Libia avrebbe un impatto immediato sul prezzo del greggio. Quest’ultimo è aumentato del 18 per cento dall’inizio dell’insurrezione in Libia. Si trova attualmente a 104,42 dollari al barile alla consegna d’aprile, al New York Mercantile Exchange, il livello più alto dal crollo finanziario del settembre 2008. Dall’agosto 2010, il prezzo del greggio è salito da 75,93 a 104,42 al barile (marzo 2011), con un pesante aumento del 37,5 per cento. (Vedi tabella sotto)

Greggio (petrolio) – Prezzo mensile – Prezzi delle materie prime
Mese                              Valore
Ago-10                   75.93  75.93
Settembre-10      76.14  76.14
Ott-10                     81.72  81.72
Nov-10                  84.56  84.56
Dic-10                    90.1     90.1
Gen-11                   92.66  92.66
Marzo 2011  Prezzo alla consegna di aprile 104.42
Fonte: indexmundi.com Greggio (petrolio) – Prezzo mensile – Prezzi delle materie prime

Una guerra contro la Libia potrebbe spingere il prezzo del greggio a livelli abissalmente elevati, innescando potenzialmente una spirale inflazionistica a livello mondiale, che porterebbe a un impoverimento di ampie fasce della popolazione mondiale.
Un sensibile aumento del prezzo del petrolio per un periodo prolungato, sarebbe devastante per l’economia: i costi di produzione e trasporto potrebbero aumentare notevolmente. Escursioni nei costi dei combustibili e dell’energia scatenerebbero una serie rinnovata di fallimenti nei principali settori dell’attività economica. Potrebbe inoltre contribuire ad un sensibile aumento del debito estero dei paesi in via di sviluppo. Queste impennate dei prezzi, che sono già in corso, si verificherebbero nonostante gli abissalmente bassi costi del petrolio del Medio Oriente. Ciò che questo significa è che potenti speculatori istituzionali a Wall Street, collegati alle forze armate USA e all’intelligence, incasseranno miliardi di dollari in guadagni speculativi, e non solo nel mercato del petrolio, ma anche nei mercati delle materie prime e dei cambi. Questo denaro viene sottratto alle famiglie, che devono ora pagare un prezzo più elevato per il carburante.
Una “guerra umanitaria” potrebbe essere “buona per gli affari“. Serve agli interessi degli speculatori istituzionali, contribuisce a un ulteriore processo di appropriazione della ricchezza monetaria. Le istituzioni finanziarie che avevano una conoscenza precedente o intelligenza degli eventi in Egitto e Libia, hanno già fatto miliardi di dollari in guadagni speculativi nei mercati dei futures e delle opzioni sul greggio. Queste istituzioni finanziarie e bancarie globali, con “le loro scommesse” di diversi mesi fa, hanno “un interesse legittimo nella guerra“. Più grande è la confusione e la disgregazione del mercato del petrolio greggio, maggiore sono i guadagni speculativi. Guadagni speculativi a breve termine sono legata alla volatilità del mercato e sono anche parte di questo processo. La prescienza della sequenza di eventi politici o militari, e su come influenza i mercati, nonché il controllo e/o manipolazione delle notizie finanziarie relative a tali eventi, sono una parte essenziale del processo delle speculazioni. A questo proposito abbiamo a che fare con il lavorio nel mondo degli scambi delle materie prime, il più importante dei quali è il potente CME Group, creato a seguito della fusione del Chicago Mercantile Exchange (CME), del Chicago Board of Trade (CBOT) e del New York Mercantile Exchange (NYMEX).

[Clicca per sentire le dichiarazioni del Prof. Chossudovsky su GRTV]

La diffusione di pettegolezzi e false informazioni è anche un’impresa redditizia, in particolare in relazione ai movimenti a breve termine dei mercati delle materie prime:
Una voce secondo cui il datato sovrano della Libia Muammar Gheddafi, sarà abbattuto, attraversa tutto il mercato delle materie prime, aumentando i future sul greggio americano di oltre il due per cento. Altre voci hanno avuto simili effetti immediati e radicali, anche senza reali cambiamenti nella produzione di petrolio o nelle riserve. La causa è che gli speculatori del petrolio, quali gli hedge fund, che acquistano e vendono merci, approfittano delle scommesse sulle variazioni dei prezzi a breve termine.
Questi operatori stanno facendo soldi con movimento rapido, con le scommesse sulle voci e le frenesie di mercato. Acquistano beni e rapidamente li rivendono, non avendo alcuna intenzione di tenerli o di usarli effettivamente. Il loro opportunismo ancora una volta colpisce le famiglie della classe operaia di tutto il paese, aumentando l’onere per i piccoli imprenditori e gli agricoltori ,…. (Rep. Joe Courtney: Market Speculators and the Real Cost of Oil, Huffington Post, 16 marzo 2011)

Leggasi l’analisi di Chossudovsky sulla guerra e la crisi economica 
 
Sanzioni Economiche
Le sanzioni economiche sono state imposte dagli Stati Uniti alla Libia, creando scompiglio nella fornitura di petrolio libico all’Unione europea. Queste sanzioni sono indirettamente mirate all’Unione Europea. Esse contribuiscono a indebolire l’Italia e la Francia, che sono fortemente dipendenti dal petrolio libico. Il commercio di petrolio libico è stato virtualmente paralizzato, in quanto le banche hanno rifiutato di cancellare i pagamenti in dollari, a causa delle sanzioni degli Stati Uniti (Reuters, 8 febbraio 2011) “La mossa segue una decisione delle maggiori compagnie petrolifere statunitensi d’arrestare il commercio con la Libia, e rendere quasi impossibile alle imprese europee comprare petrolio libico e di approvvigionare le raffinerie di paesi come Francia e Italia. 
Le banche hanno ricevuto istruzioni [da Wall Street e Washington] di congelare le operazioni finanziarie: “Le banche non vogliono finanziare il sistema in Libia, quindi per il momento nessuno avrà i soldi per il petrolio. Ci sono grandi problemi per i pagamenti”, ha detto un professionista di una compagnia petrolifera europea. “Non è una questione di scelta, vi è un embargo sui dollari che entrano ed escono dalla Libia”, dice un trader con una delle imprese, facendo riferimento alla resistenza alle banche di cancellare i pagamenti in valuta degli Stati Uniti.
“Tutte le operazioni in dollari USA vengono bloccate”, il trader ha detto, aggiungendo che non è chiaro, in questa fase, se i pagamenti sono possibili in altre valute e se le banche svizzere o europeo, siano disposte a concludere le transazioni.” (Libyan oil trade paralysed, deals in dollars blocked, Energy & Oil, Reuters, 8 febbraio 2011)

L’impatto economico dell’Operazione Militare USA-NATO
Se questa operazione militare viene attuata, i prezzi del petrolio avranno un aumento a spirale, contribuendo ad aggravare ulteriormente la crisi economica, con devastanti conseguenze sociali, in particolare nell’Unione Europa, che è fortemente dipendente dal petrolio libico.
The hikes in oil prices contribute to increased poverty, they also contribute to a concurrent increase in global food prices (which are also the object of speculative activity on the commodity exchanges) and more generally in the cost of living Worldwide. Gli aumenti dei prezzi del petrolio contribuiscono a un aumento della povertà, ma anche contribuiscono al contemporaneo aumento dei prezzi alimentari mondiali (che sono anche oggetto di attività speculative sulle borse delle merci) e più in generale, del costo della vita in tutto il mondo. Cioè l’indice dei prezzi al consumo.

Grano – Prezzo mensile – Prezzi delle materie prime
Mese                             Valore
Ago-10                246.25  246.25
Settembre-10   271.69  271.69
Ott-10                  270.29  270.29
Nov-10               274.37  274.37
Dic-10                 306.99  306.99
Gen-11                326.54  326.54
Dollari USA per tonnellata metrica

Granturco (mais) – Prezzo mensile – Prezzi delle materie prime
Mese                            Valore
Ago-10                175.6     175.6
Settembre-10   205.84  205.84
Ott-10                  235.7     235.7
Nov-10               236.44   236.44
Dic-10                 251.02   251.02
Gen-11                265.29   265.29
Dollari USA per tonnellata metrica

Granturco (mais), US No. 2 Giallo, FOB Golfo del Messico, il prezzo USA, Dollari USA per tonnellata metrica
Grano, n.1 Hard Red Winter, proteina normale, FOB Golfo del Messico, Dollari USA per tonnellata metrica
Granturco (mais) – Prezzo mensile – Prezzi delle materie prime
Grano – Prezzo mensile – Prezzi delle materie prime
Fonte: indexmundi.com

Gli aumenti del prezzo del combustibile, a loro volta hanno un impatto significativo sui costi del trasporto, trasporto internazionale di merci e trasporto aereo. Al culmine di una crisi economica globale, minerà  ulteriormente gli scambi interni e internazionali. Tutto questo è conosciuto e compreso dai principali attori economici, compresi i politici e gli speculatori.  I politici seguono le linee guida di Wall Street, che in gran parte richiede gli interventi in materia di politica finanziaria del governo. Il regolamento del prezzo degli alimenti all’ingrosso o del prezzo al dettaglio della benzina, è considerato uno sconfinamento nelle funzionamento del “mercato libero“. Quello con cui stiamo trattando è un sistema economico corrotto che si nutre di guerra e distruzione.
Il prezzo medio della benzina alla pompa negli USA, è dell’ordine dei 3,80 dollari al gallone, al di sopra dei 4 dollari al gallone in California.
Gli speculatori applaudono! I media incolpano casualmente Gheddafi delle escursioni del prezzo… “Le famiglie stanno riducendo i viaggi, il cinema e i generi alimentari, nel Regno Unito, dove i prezzi balzano a 130,68 pence al litro (8,06 dollari al gallone) il 3 marzo… Prezzi record in Olanda e in Italia.” (Record Gas Prices: $8 In Europe, $4 In California; Trichet Could Raise Interest Rates To Halt Inflation, Markets, Minyanville.com, 4 marzo 2011)

Prezzi medi della Benzina negli Stati Uniti (Dollari USA per gallone)

Fonte Daily Fuel Gauge Report–national, state and local average prices for gasoline, diesel and E-85. (American Automobile Association, AAA )

Fonte: AAA

Michel Chossudovsky è un rinomato autore, professore di Economia (emerito) presso l’Università di Ottawa e Direttore del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal. E’ autore della The Globalization of Poverty and The New World Order (2003) e America’s “War on Terrorism” (2005). Collabora anche all’Enciclopedia Britannica. I suoi scritti sono stati pubblicati in più di venti lingue.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

L’”Operazione Libia” e la battaglia per il petrolio

Prof Michel Chossudovsky Global Research, 9 marzo 2011

Part II
Le implicazioni geopolitiche ed economiche di un intervento militare USA-NATO contro la Libia sono di vasta portata. La Libia è tra le più grandi economie petrolifere del mondo, con circa il 3,5% delle riserve mondiali di petrolio, più del doppio di quelle degli Stati Uniti. L’”Operazione Libia” fa parte della più ampia agenda militare in Medio Oriente e dell’Asia centrale, che consiste nel l’avere il controllo e la proprietà aziendale di oltre il sessanta per cento delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale, compreso gli oleogasdotti.
I paesi musulmani tra cui Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Yemen, Libia, Egitto, Nigeria, Algeria, Kazakhstan, Azerbaijan, Malaysia, Indonesia, Brunei, possiedono tra il 66,2 e 75,9 per cento delle riserve petrolifere totali, a seconda della fonte e della metodologia della stima.” (Si veda Michel Chossudovsky, La “demonizzazione” dei musulmani e la battaglia per il petrolio, Global Research, 4 gennaio 2007).
Con 46,5 miliardi di barili di riserve accertate, (10 volte quelle dell’Egitto), la Libia è la più grande economia petrolifera del continente africano, seguita da Nigeria e Algeria (Oil and Gas Journal). Al contrario, le riserve accertate di petrolio degli Stati Uniti sono dell’ordine dei 20,6 miliardi di barili (dicembre 2008) secondo la Energy Information Administration. (US Crude Oil, Natural Gas, and Natural Gas Liquids Reserves)

Nota
Le più recenti stime pongono le riserve di petrolio della Libia a 60 miliardi di barili. Le sue riserve di gas a 1.500 miliardi di m3. La sua produzione è tra 1,3 e 1,7 milioni di barili al giorno, ben al di sotto della propria capacità produttiva. Il suo obiettivo a più lungo termine è di tre milioni di b/g ed una produzione di gas di 2.600 milioni di piedi cubi al giorno, secondo i dati della National Oil Corporation (NOC).
La (in alternativa) BP Statistical Energy Survey (2008) poneva le riserve accertate di petrolio della Libia a 41.464 milioni di barili alla fine del 2007, che rappresenta il 3,34% delle riserve mondiali  comprovate. (Mbendi Oil and Gas in Libya – Overview).

Il petrolio è il “Trofeo” della guerra USA-NATO
Un’invasione della Libia servirebbe gli interessi delle imprese stesse, come l’invasione e l’occupazione dell’Iraq del 2003. L’obiettivo di fondo è quello di prendere possesso delle riserve di petrolio della Libia, destabilizzare la National Oil Corporation (NOC) e, infine, la privatizzazione dell’industria petrolifera del paese, vale a dire trasferire il controllo e la proprietà delle ricchezze petrolifere dalla Libia alle mani straniere.
La National Oil Corporation (NOC) è classificata tra le prime 25 compagnie petrolifere del mondo. (The Energy Intelligence ranks NOC 25 among the world’s Top 100 companies. – Libyaonline.com)
La pianificata invasione della Libia è già in corso nell’ambito della più ampia “battaglia per il petrolio“. Quasi l’80 per cento delle  riserve di petrolio della Libia si trovano nel bacino del Golfo dalla Sirte, nella Libia orientale. La Libia è un Premio economico. “La guerra fa bene agli affari“. Il petrolio è il trofeo di una guerra USA-NATO. Wall Street, i giganti petroliferi anglo-statunitensi, i produttori di armi USA-UE, sarebbero i beneficiari occulti di una campagna militare condotta da USA-NATO contro la Libia. Il petrolio libico è una manna per i giganti petroliferi anglo-statunitensi. Mentre il valore di mercato del petrolio greggio è attualmente ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il costo del petrolio libico è estremamente basso, a partire da 1,00 dollaro al barile (secondo una stima). Un esperto del mercato petrolifero ha commentato, un po’ cripticamente:
A 110 dollari sul mercato mondiale, la semplice matematica dà alla Libia un margine di profitto 109 dollari.” (Libya Oil, Libya Oil One Country’s $109 Profit on $110 Oil, EnergyandCapital.com, 12 Marzo 2008)

Gli interessi petroliferi stranieri in Libia
Le compagnie petrolifere straniere che operavano prima dell’insurrezione in Libia erano la francese Total, l’ENI  dell’Italia, la China National Petroleum Corp (CNPC), British Petroleum, il consorzio petrolifero spagnolo REPSOL, ExxonMobil, Chevron, Occidental Petroleum, Hess, Conoco Phillips. Importante, la Cina gioca un ruolo centrale nel settore petrolifero libico. La China National Petroleum Corp (CNPC) ha avuto fino al suo rimpatrio, una forza lavoro in Libia di 30.000 cinesi. British Petroleum (BP) invece aveva una forza lavoro di 40 britannici che sono stati rimpatriati. L’undici per cento (11%) delle esportazioni di petrolio libico viene incanalato verso la Cina. Mentre non ci sono dati sulla dimensione e l’importanza della produzione e delle attività di esplorazione della CNPC, vi sono indicazioni che siano notevoli.
Più in generale, la presenza della Cina in Africa del Nord è considerata da Washington costituire un’intrusione. Dal punto di vista geopolitico, la Cina è in sovrapposizione. La campagna militare contro la Libia è intenta a escludere la Cina dal Nord Africa. Altrettanto importante è il ruolo d’Italia. ENI, il consorzio petrolifero italiano estrae 244 mila barili di gas e petrolio, che rappresentano quasi il 25 per cento delle esportazioni totali della Libia. (Sky News: Foreign oil firms halt Libyan operations, 23 febbraio 2011).
Tra le aziende statunitensi in Libia, Chevron e Occidental Petroleum (Oxy) hanno deciso, appena 6 mesi fa (ottobre 2010), di non rinnovare le loro licenze di esplorazione petrolifere e gasifere in Libia. Sapevano già in anticipo dell’insurrezione? (Why are Chevron and Oxy leaving Libya?: Voice of Russia, 6 ottobre 2010). Al contrario, nel novembre del 2010, la compagnia petrolifera della Germania, RW DIA E aveva firmato un accordo pluriennale di vasta portata con la National Oil Corporation (NOC) della Libia, che coinvolgeva la produzione e condivisione delle esplorazioni. (AfricaNews – Libya: German oil firm signs prospecting deal - The AfricaNews).
La posta finanziaria in gioco, così come “bottino di guerra“, sono estremamente alti. L’operazione militare è intenta a smontare gli istituti finanziari della Libia, nonché a confiscare miliardi di dollari di attività finanziarie libiche, depositati nelle banche occidentali. Va sottolineato che le capacità militari della Libia, compreso il sistema di difesa aerea, sono deboli.

Ridisegnare la mappa dell’Africa
La Libia ha le maggiori riserve di petrolio in Africa. L’obiettivo dell’ingerenza USA-NATO è strategico: consiste nel vero e proprio furto, rubare la ricchezza petrolifera della nazione, sotto le mentite spoglie di un intervento umanitario. Questa operazione militare è intenta a stabilire l’egemonia statunitense nel Nord Africa, una regione storicamente dominata da Francia e in misura minore, da Italia e Spagna.
Per quanto riguarda la Tunisia, il Marocco e l’Algeria, il disegno di Washington è quello di indebolire i legami politici di questi paesi verso la Francia, e spingere ad l’installazione nuovi regimi politici che hanno un rapporto stretto con gli Stati Uniti. Questo indebolimento della Francia come parte di un disegno imperiale degli Stati Uniti, fa parte di un processo storico che risale alle guerre in Indocina.
L’intervento USA-NATO porta alla fine alla creazione di un regime fantoccio filo-Stati Uniti, anche intento a escludere la Cina dalla regione e a mettere fuori gioco la cinese National Petroleum Corp (CNPC). I giganti del petrolio anglo-statunitensi, tra cui British Petroleum, che hanno firmato un contratto di esplorazione nel 2007 con il governo di Gheddafi, sono tra i potenziali “beneficiari” della proposta operazione militare USA-NATO. Più in generale, ciò che è in gioco è il ridisegno della mappa dell’Africa, un processo di ridistribuzione neo-coloniale, la demolizione della demarcazione delle Conferenza di Berlino del 1884, la conquista dell’Africa da parte degli Stati Uniti in alleanza con la Gran Bretagna, in una operazione condotta da USA-NATO. 
 
Libia: Porta strategica sahariana sull’Africa centrale
La Libia confina con molti paesi che sono nella sfera di influenza francese, tra cui Algeria, Tunisia, Niger e Ciad. Il Chad è potenzialmente una ricca economia petrolifera. ExxonMobil e Chevron hanno interessi nel sud del Ciad, tra cui un progetto di gasdotto. Il Ciad meridionale è una porta sulla regione sudanese del Darfur. La Cina ha interessi petroliferi in Ciad e Sudan. La China National Petroleum Corp (CNPC) hanno firmato un accordo pluriennale con il governo del Ciad nel 2007.
Il Niger è strategico per gli Stati Uniti in vista della sua ingenti riserve di uranio. Attualmente, la Francia domina il settore dell’uranio in Niger attraverso il gruppo francese nucleare Areva, precedentemente conosciuta come Cogema. La Cina ha anche una partecipazione nel settore industriale dell’uranio del Niger.
Più in generale, il confine meridionale della Libia è strategico per gli Stati Uniti, nel loro tentativo di estendere la propria sfera di influenza nell’Africa francofona, un vasto territorio che si estende dal Nord Africa all’Africa centrale e occidentale. Storicamente questa regione era parte della Francia e dell’impero coloniale del Belgio, i cui confini sono stati stabiliti alla Conferenza di Berlino del 1884.


Fonte Hobotraveler

Gli Stati Uniti svolsero un ruolo passivo nella Conferenza di Berlino del 1884. Questa nuova spartizione, nel 21° secolo, del continente africano, basata sul controllo di petrolio, gas naturale e minerali strategici (cobalto, uranio, cromo, manganese, platino e uranio) è ampiamente favorevole ai dominanti interessi aziendali anglo-statunitensi.
L’interferenza degli Stati Uniti in Africa del Nord ridefinisce la geopolitica di un’intera regione. Ciò mina la Cina e mette in ombra l’influenza dell’Unione europea.
Questa nuova spartizione dell’Africa non solo indebolisce il ruolo delle ex potenze coloniali (tra cui Francia e Italia) nel Nord Africa, è anche parte di un più ampio processo di emarginazione e indebolimento della Francia (e Belgio) su gran parte del continente africano.
Regimi fantoccio filo-Stati Uniti sono stati installati in diversi paesi africani, che storicamente erano nella sfera d’influenza della Francia (e Belgio), compresa le Repubbliche del Congo e del Ruanda. Diversi paesi dell’Africa occidentale nella sfera di Francia (tra cui la Costa d’Avorio) sono candidati a diventare Stati filo-statunitensi.
L’Unione europea è fortemente dipendente dal flusso di petrolio libico. L’85 per cento del suo petrolio viene venduto ai paesi europei. Nel caso di una guerra con la Libia, le forniture di petrolio all’Europa occidentale potrebbero essere interrotte, interessando in gran parte Italia, Francia e Germania, che sono fortemente dipendenti dal petrolio libico. Le implicazioni di queste interruzioni sono di vasta portata. Hanno anche un’influenza diretta sul rapporto tra Stati Uniti e l’Unione europea.

Considerazioni conclusive
I media mainstream, attraverso la disinformazione di massa, sono complici nel giustificare un ordine del giorno militare che, se attuato, avrebbe conseguenze devastanti non solo per il popolo libico: l’impatto sociale ed economico sarebbe sentito in tutto il mondo. Ci sono attualmente tre distinti teatri di guerra nella più ampia regione del Medio Oriente e Asia Centrale: Palestina, Afghanistan, Iraq. Nel caso di un attacco contro la Libia, un quarto teatro di guerra sarebbe aperto in Nord Africa, con il rischio di un escalation militare.
L’opinione pubblica deve tener conto del programma nascosto dietro questo presunto impegno umanitario, annunciato dai capi di Stato e di governo dei paesi della NATO, come una “guerra giusta“. La teoria della guerra giusta, in entrambe le sue versioni, classica e contemporanea, sostiene la guerra come “operazione umanitaria“. Chiede un intervento militare per motivi etici e morali contro gli “stati canaglia” e i “terroristi islamici“. La teoria della guerra giusta demonizza il regime di Gheddafi, fornendo (la motivazione? NdT)
I capi di Stato e di governo dei paesi della NATO sono gli architetti della guerra e della distruzione in Iraq e in Afghanistan. In una logica totalmente distorta, sono spacciate come la voce della ragione, come rappresentanti della “comunità internazionale“. La realtà è capovolta. Un intervento umanitario è lanciato da criminali di guerra al comando, che sono i guardiani della teoria della guerra giusta. Abu Ghraib, Guantanamo,… Le vittime civili in Pakistan, in seguito agli attacchi dei droni USA su città e villaggi, ordinati dal presidente Obama, non sono notizie da prima pagina, né lo sono i 2 milioni di morti civili in Iraq. Non esiste una cosa come la “guerra giusta“.
La storia dell’imperialismo degli Stati Uniti dovrebbe essere compresa. La relazione del 2000 del Progetto del Nuovo Secolo Americano intitolato “Rebuilding America’s Defense“, prevede l’attuazione di una lunga guerra, una guerra di conquista. Uno dei componenti principali di questa agenda militare è: “Combattere e vincere in modo decisivo in diversi teatri di guerra contemporaneamente“. L’Operazione Libia è parte di questo processo. Si tratta di un altro teatro nella logica del Pentagono dei “teatri di guerre simultanei“.
Il documento PNAC rispecchia fedelmente l’evoluzione della dottrina militare degli Stati Uniti dal 2001. Gli Stati Uniti pianificano di essere coinvolti contemporaneamente in diversi teatri di guerra in diverse regioni del mondo. Mentre proteggere gli USA, vale a dire la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti d’America, è accolto come un obiettivo, il rapporto PNAC spiega perché questi diversi teatri di guerra sono necessari. La motivazione umanitaria non è menzionata.
Qual è lo scopo della tabella di marcia militare degli USA? La Libia è presa di mira in quanto è uno dei tanti altri paesi al di fuori della sfera d’influenza degli USA, che non sono conformi alle richieste degli Stati Uniti. La Libia è un paese che è stato selezionato come parte di una “road map” militare, che consiste nel “teatri di guerre multipli simultanei”. Nelle parole dell’ex comandante della NATO, Wesley Clark: “Nel Pentagono, nel novembre 2001, uno dei più alti ufficiali ebbe il tempo per una chiacchierata. Sì, eravamo ancora in pista per andare contro l’Iraq, ha detto. Ma c’era di più. Questo è stato oggetto di discussione nell’ambito della pianificazione di una campagna quinquennale, ha detto, e vi rientra un totale di sette paesi, a partire dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan…” (Wesley Clark, Winning Modern Wars, p. 130).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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