Storia della British Petroleum

Dean Henderson 18 dicembre 2013

bpNel 1872 il barone inglese Julius du Reuter ebbe la concessione esclusiva per 50 anni di estrarre e commercializzare in Persia, dal Trono del Pavone, la monarchia del Paese. Nel 1921 il governo inglese insediò Shah Mohammed Reza Khan con un golpe di palazzo. Con il suo burattino al potere, la compagnia di du Reuter, uno dei tentacoli più importanti dell’impero inglese, si mise a sfruttare le ricche riserve di petrolio dell’Iran. L’Anglo-Persian Oil Company crebbe rapidamente, prima cambiando il suo nome in Anglo-Iranian Oil, e poi divenendo British Petroleum (BP). Durante gli ultimi due decenni del 20.mo secolo, la BP accelerò l’espansione mondiale, assorbendo Britoil e Standard Oil of Ohio negli anni ’80, e poi inghiottendo Amoco e Atlantic Richfield (ARCO) alla fine degli anni ’90. Nel 1991, la Russia traeva 13 miliardi di dollari dalle esportazioni di petrolio. Nel 1992, il fantoccio del FMI Boris Eltsin annunciò che la Russia, leader mondiale del petrolio, con 9,2 miliardi di barili/giorno, sarebbe stata privatizzata. Il sessanta per cento dei giacimenti siberiani della Russia non era mai stato sfruttato. Nel 1993 la Banca Mondiale annunciò un prestito di 610 miliardi di dollari per modernizzare l’industria petrolifera russa, il più grande prestito nella storia della banca. La Banca Mondiale, controllata dall’International Finance Corporation, acquisì le azioni in diverse società petrolifere russe e diede un ulteriore prestito alla Conoco della famiglia Bronfman, per l’acquisto della Siberian Polar Lights Company.
Il mezzo principale del controllo bancario internazionale sul petrolio russo fu la Lukoil, inizialmente con il 20% di BP e Credit Suisse First Boston. Una manciata di oligarchi sionisti russi con passaporto israeliano, noti collettivamente come la mafia russa, possedeva il resto della Lukoil, La collaborazione dei Quattro Cavalieri nel sfruttare petrolio e gas del Paese trascinò quantità impressionanti di capitale. Tra questi Sakhalin I, una joint venture di 15 miliardi di dollari dell’Exxon Mobil, e Sakhalin II, un affare di 10 miliardi di dollari della Royal Dutch/Shell comprendente Mitsubishi, Mitsui e Marathon Oil quali partner. Lo sfruttamento siberiano fu ancora più grande. RD/Shell fu partner al 24,5% di Uganskneftegasin, che controllava un enorme giacimento di gas naturale siberiano. A Prjobskoe, la BP Amoco gestiva un progetto da 53 miliardi di dollari, mentre a Timan Pechora, sul Mar Glaciale Artico, un consorzio composto da Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e dalla norvegese Norsk Hydro, creò una joint venture da 48 miliardi di dollari. Nel novembre 2001, l’Exxon Mobil annunciò l’intenzione di investire altri 12 miliardi di dollari su un progetto su petrolio e gas nell’Estremo Oriente russo, mentre RD/Shell annunciò altri 8,5 miliardi dollari di investimenti nelle sue concessioni sull’isola Sakhalin. BP Amoco fece proclami simili. Nel 1994 Lukoil estrasse 416 milioni di barili di petrolio diventando così il quarto più grande produttore mondiale dopo RD/Shell, Exxon Mobil e la relativa proprietà BP Amoco. I suoi 15 miliardi di barili di riserve di greggio erano secondi al mondo solo a Royal Dutch/Shell. Lukoil possiede anche il 26% del porto strategico russa sul Mar Nero di Novorrossijsk.
Il Caucaso sovietico, con l’incoraggiamento dell’intelligence occidentale, ben presto venne diviso dalla Russia. La mappa dell’Asia centrale fu ridisegnata con Kazakhstan, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Armenia, Azerbaigian, Ucraina e Georgia che dichiararono la propria indipendenza. La privatizzazione dell’industria petrolifera venne rapidamente annunciata in queste nuove repubbliche dell’Asia centrale, confinanti con i vasti giacimenti di petrolio e di gas del Mar Caspio. Già nel 1991, Chevron ebbe colloqui con il Kazakhstan. Le repubbliche dell’Asia centrale subito divennero i maggiori beneficiari degli aiuti dell’USAID, così come dei prestiti di Exim Bank, OPIC e CCC. Azerbaigian, Turkmenistan e Kazakhstan furono particolarmente favoriti, dato che questi Paesi, insieme a Iran e Russia, si affacciano sul Mar Caspio. L’Istituto del libero scambio e le Camere di commercio degli Stati Uniti invitarono funzionari kazaki a studiare le arti più sottili del capitalismo globale. I Quattro Cavalieri si mossero in fretta, con Chevron Texaco che rivendicava il premio più grande, i 20 miliardi di dollari del giacimento Tenghiz, insieme a quello di Korolev. L’Exxon Mobil firmò un accordo per sviluppare una concessione offshore sul Mar Caspio. Tengizchevroil ottenne il 45% da Chevron Texaco e il 25% da Exxon Mobil. Bush il minore, e l’agente dell’NSA e poi segretaria di Stato Condaleeza Rice, esperta di Asia centrale, sedettero nel CdA di Chevron, accanto all’ex-segretario di Stato di Reagan e insider della Bechtel George Schultz, nel 1989-92. Condie più tardi diede il suo nome a una petroliera della Chevron.
Oltre il Mar Caspio, l’Azerbaigian ricevette centinaia di milioni di dollari in aiuti statunitensi. BP Amoco guidò un consorzio di sette giganti del petrolio che riversarono 8 miliardi di dollari per sviluppare tre concessioni al largo della costa della capitale azera Baku, l’ex campo base di Big Oil nella regione prima che i bolscevichi vincessero nel 1917. BP Amoco e Pennzoil (oggi della Royal Dutch/Shell) presero il controllo della compagnia petrolifera dell’Azerbaigian, il cui consiglio di amministrazione comprendeva l’ex-segretario di Stato di Bush Sr., James Baker. Nel 1991 il super-spettro dell’Air America Richard Secord si presentò a Baku sotto la copertura della MEGA Oil. Secord & Co. fornivano addestramento militare ed armi israeliane, passavano “pacchetti marroni pieni di contanti” e spedirono oltre 2000 mercenari islamisti dall’Afghanistan con l’aiuto del sostenitore dei taliban Gulbuddin Hekmatyar. L’eroina afgana inondò Baku. L’economista russo Aleksandr Daskevich disse che i 184 laboratori di eroina scoperti dalla polizia a Mosca, nel 1991, “erano gestiti da azeri, che utilizzavano il ricavato per acquistare armi per la guerra dell’Azerbaijan contro l’Armenia per il Nagorno-Karabakh“. Una fonte dell’intelligence turca afferma che Exxon Mobil era dietro il colpo di Stato del 1993 contro il presidente eletto Abulfaz Elchibey. Gli islamisti di Secord vi parteciparono, mentre Usama bin Ladin istituì una ONG a Baku, quale base per attaccare i russi in Cecenia e Daghestan. Venne nominato il più flessibile presidente azero Heidar Aliev che nel 1996, per volere del presidente dell’Amoco, fu invitato alla Casa Bianca ad incontrare il presidente Clinton, il cui agente dell’NSA Sandy Berger deteneva 90.000 dollari di titoli dell’Amoco (ora BP).
Nel 2003 il dipartimento della Difesa propose un corso per l’addestramento militare da 3,8 milioni dollari all’Azerbaigian, nell’ambito della guerra al terrore. Più tardi, ammise che servivano a proteggere l’accesso al petrolio degli Stati Uniti. Come ha indicato l’autore Michael Klare, “Lentamente ma inesorabilmente, l’esercito statunitense si converte nel servizio globale di protezione del petrolio“. Con i Quattro Cavalieri saldamente aggrappati ai giacimenti del Mar Caspio, nacque il Caspian Pipeline Consortium. La Chevron Texaco si prese una quota del 15% e gli altri tre Cavalieri e la Lukoil, controllata da BP, si spartirono il resto. Il gasdotto del Caspio fu costruito da Bechtel in partnership con GE e Willbros Group. Il gasdotto iniziò a trasferire petrolio e gas dal novembre del 2001, appena due mesi dopo l’11 settembre. L’amministrazione Bush poi ancora più tranquillamente, programmò una serie di ulteriori pipeline dal Mar Caspio per completare la linea Tenghiz-Mar Nero. L’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan fu costruito da un consorzio dei Quattro Cavalieri guidato da BP Amoco. Lo studio legale che rappresentava il consorzio BP era della famiglia di James Baker, la Baker Botts. Il gasdotto BP Amoco attraversa la Georgia, passando per la sua capitale Tblisi. Nel febbraio 2002, gli Stati Uniti inviarono 200 consiglieri militari ed elicotteri d’attacco in Georgia, per “consolidare il nostro terrorismo“. Piuttosto ironico dato che nel settembre 2002 il ministro degli Esteri russo Igor Ivanov accusò la Georgia, fedele alleato degli Stati Uniti, di ospitare ribelli ceceni. Nell’ottobre del 2003 il presidente georgiano Eduard Schevardnadze fu costretto a dimettersi con una rivoluzione incruenta. Secondo un articolo dell’11 dicembre 2003 sul sito del Partito Socialista Mondiale (WSWS), la CIA appoggiò i golpisti. Nel settembre del 2004 centinaia di bambini di una scuola russa furono uccisi quando i separatisti ceceni occuparono il loro edificio. Il presidente russo Vladimir Putin disse dell’incidente, “Certi ambienti politici occidentali vogliono indebolire la Russia, proprio come i romani volevano indebolire Cartagine“, accusando “servizi segreti stranieri” di complicità negli attentati. Il suo consigliere Aslanbek Aslakhanov andò oltre, affermando sul notiziario russo di Canale 2, “Questi uomini avevano colloqui non con la Russia, ma con altri Paesi. Erano al guinzaglio. I nostri sedicenti amici hanno lavorato per decenni per smembrare la Russia… (sono i burattinai) e finanziano il terrorismo.” KM News Russia titolò “Il sequestro del scuola è stato pianificato a Washington e Londra“.
La Lukoil, controllata da BP, incarna la corruzione dilagante in Russia dal crollo sovietico. La corruzione è una caratteristica normale delle offerte di Lukoil. La società diede un jet di lusso al sindaco di Mosca, al capo della Gazprom (monopolio del gas statale) e al presidente del Kazakhstan Nazarbaev. Secondo Kurt Wulff dell’impresa di investimento petrolifero McDep Associates, i Quattro Cavalieri si scatenarono nei loro nuovi pascoli dell’Estremo Oriente, osservando un aumento delle attività nel 1988-94 così: Exxon Mobil 54%, Chevron Texaco 74%, Royal Dutch/Shell 52% e BP Amoco 54%. I Quattro cavalieri raddoppiarono il loro patrimonio collettivo in sei anni, mentre la Russia cadde in due decenni di povertà.

84-bpNel 1928 Sir John Cadman della BP tenne una piccola riunione nel suo castello di Achnacarry in Scozia. Erano presenti Sir Henry Deterding della Royal Dutch/Shell, un accanito sostenitore di Adolf Hitler, Walter Teagle della Exxon, che in seguito inviò sostanze chimiche ai nazisti, e William Mellon della Gulf Oil, ora parte dell’abominio ChevronTexaco. L’accordo di Achnacarry divise le riserve mondiali di petrolio tra i Quattro Cavalieri. BP e Shell, la fazione Rothschild dei Cavalieri, si presero l’Iraqi Petroleum Company e il Consorzio iraniano, mentre Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf Oil, l’ala Rockefeller dei Cavalieri, si presero la Saudi Aramco. Nel 1949 BP e RD/Shell controllavano il 52% del petrolio del Medio Oriente, mentre i Cavalieri statunitensi ne controllavano il 42%. Nel 1931-1933 questo cartello tagliò spietatamente il prezzo del greggio East Texas da 98 centesimi a barile a 10, rovinando molti produttori indipendenti del Texas. Coloro che sopravvissero furono messi sottoposti a un rigoroso regime di quote di produzione, esistente ancora oggi. Nel frattempo, il Cartello trasferì le sue operazioni nei pascoli dal lavoro a buon mercato del Medio Oriente, licenziando migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti in Texas e Louisiana. I contribuenti statunitensi finanziarono le guerre in Medio Oriente a beneficio di questi baroni del petrolio, da allora. Se si vuole incolpare qualcuno della nostra dipendenza dal petrolio straniero, la colpa è della BP e dei suoi amici del Cartello.
La BP Amoco acquistò poi l’Arco nel 1999, divenendo proprietaria del 72% dell’Alaskan Pipeline. Alla fine del 1998, una serie di email della BP rivelò i piani a “breve termine sul mercato della West Coast“, per deviare il petrolio dagli Stati Uniti in Asia. L’azienda voleva creare “un’insurrezione sulla West Coast” e ricattare i consumatori degli Stati Uniti. Alla fine del giugno 2006, BP fu accusata di cercare di accaparrarsi il mercato del propano statunitense. La BP è anche uno dei produttori di bauxite più grandi al mondo, con grandi miniere in Giamaica. La BP s’interseca con i CdA delle compagnie finanziarie inglesi più vecchie, quali Hudson Bay, Kleinwort Benson, Jardine Matheson, HSBC e P&O Nedlloyd Shipping, l’operatore portuale più grande del mondo. Deutsche Bank, controllata dalla famiglia Warburg, JP Morgan Chase e Wells Fargo ne sono i maggiori azionisti, insieme ai Rothschild e ai reali europei. La British Petroleum, precedentemente nota prima come Anglo-Persian Oil e poi Anglo-Iranian Oil, ideò l’operazione Ajax nel 1953, impiegando agenti della CIA, del Mossad israeliano e dell’M16 inglese per rovesciare il governo iraniano democraticamente eletto di Muhammad Mossadegh. Tale evento è alla base dell’attuale tensione USA/Iran. In Colombia, la BP è implicata nel finanziamento degli squadroni della morte di destra, che terrorizzano quella nazione. Alla fine degli anni ’90, la BP ebbe la quota di maggioranza della compagnia petrolifera russa Lukoil, già nazionalizzata. Le attività di BP quadruplicarono, mentre la Russia veniva derubata delle sue risorse petrolifere e subiva una grave crisi finanziaria. E fu la BP che scaricò ai contribuenti degli Stati Uniti le sue passività, ripulendosi dei titoli tossici attraverso la sua controllata Arco di Milltown, MT, quando quel settore gravemente inquinato divenne un Superfondo.
La BP è una delle quattro compagnie petrolifere giganti che controllano l’industria petrolifera mondiale dal grande pennacchio di gas fiammeggiante. Nel mio libro, Big Oil e i suoi Banchieri nel Golfo Persico… li chiamo I Quattro cavalieri: BP Amoco, ExxonMobil, Chevron Texaco e Royal Dutch/Shell. Dopo decenni di fusione-mania, i Quattro Cavalieri, di proprietà in gran parte delle famiglie Rockefeller e Rothschild e della nobiltà europea, non solo hanno integrato verticalmente l’industria petrolifera, ma hanno anche integrato orizzontalmente l’intero settore energetico, dato che sono anche i più grandi proprietari di carbone, metano e gas naturale del pianeta. La BP ha il più grande impianto offshore di tutto il mondo. Riguardo la politica energetica degli Stati Uniti, è il momento di spezzare Big Oil e lanciare una società energetica statunitense nell’ambito del dipartimento dell’Energia, incentrata sulla produzione di energia alternativa. Se il fiasco del 2010 della BP, nel Golfo del Messico, non è una sveglia, si prendano in considerazione i pensieri economici di Daniel Webster, “Il governo più libero non può reggere a lungo se la tendenza della legge è accumulare rapidamente proprietà nelle mani di pochi, e rendere le masse povere e dipendenti“.

Oil RefineryDean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve e Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Quattro Cavalieri dietro le guerre per il petrolio

Dean Henderson – 31 agosto 2013

Mentre gli statunitensi sono in fila alla pompa di benzina per la loro spennatura dell’annuale Giornata del Lavoro, Exxon Mobil ha riferito utili per 44,9 miliardi dollari nel 2012. E qualcosa come 300 milioni di dollari di profitto aziendale, il record di tutti i tempi. Quel record appartiene, indovinate, ad Exxon Mobil. Così tanto per la Festa del Lavoro. Il capitale monopolistico globale ora vuole la guerra in Siria, ed è saldamente alla guida.

shellNel 1975 lo scrittore britannico Anthony Sampson scrisse ‘Le sette sorelle’, conferendo un nome collettivo a un cartello petrolifero oscuro che per tutta la sua storia ha cercato di eliminare i concorrenti e di avere il controllo delle risorse petrolifere mondiali. Il nome “Sette Sorelle” di Sampson fu dato dal petroliere indipendente italiano Enrico Mattei. Mattei nel 1960 iniziò a negoziare con l’Algeria, la Libia e altri Stati nazionalisti dell’OPEC che volevano vendere il loro petrolio internazionalmente senza avere a che fare con le Sette Sorelle. L’Algeria ha una lunga storia di sfide a Big Oil, una volta governata dal Presidente Huari Bumedienne, uno dei più grandi leader socialisti arabi di tutti i tempi, presentò idee originali per un mondo più giusto, per un “nuovo ordine economico internazionale”, nei suoi accesi discorsi alle Nazioni Unite, dove incoraggiava i cartelli di produttori a seguire il modello dell’OPEC per emancipare il Terzo Mondo. Nel 1962 Mattei morì in un misterioso incidente aereo. L’ex agente dell’intelligence francese Thyraud de Vosjoli dice che l’intelligence francese ne era coinvolta. William McHale del Time, che seguiva il tentativo di Mattei di spezzare il cartello di Big Oil, morì anche lui in circostanze strane. Una marea di fusioni a cavallo del millennio trasformò le Sette Sorelle di Sampson, Royal Dutch/Shell, British Petroleum, Exxon, Mobil, Chevron, Texaco e Gulf, in un cartello strettamente controllato che nel mio libro ‘Big Oil e i suoi banchieri’, definisco i Quattro Cavalieri: Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell.
Alla fine del 1800 John D. Rockefeller era diventato popolarmente noto come “il Mercante dell’illuminazione” quando il petrolio alimentava le lampade di ogni famiglia statunitense. Rockefeller capì che era la raffinazione del petrolio in vari prodotti finiti, e non la produzione di greggio, ad essere effettivamente la chiave per il controllo dell’industria. Nel 1895 la sua società Standard Oil deteneva il 95% di tutte le raffinerie negli Stati Uniti, mentre espandeva le operazioni oltremare. Riassumendo il suo atteggiamento verso il suo nuovo monopolio petrolifero, Rockefeller una volta dichiarò, “é arrivata l’era della combinazione per rimanere. L’individualismo non tornerà“. La Standard Oil Trust di Rockefeller cominciò ad illuminare il Nuovo Mondo con il finanziamento delle famiglie dei banchieri Kuhn Loeb e Rothschild. Mentre i Rockefeller lavoravano nella parte statunitense della matrice energetica, i Rothschild consolidarono il loro controllo sulle risorse petrolifere del vecchie mondo. Nel 1892 la Shell Oil, sotto la direzione di Marcus Samuel, iniziò il traffico della SouthSeacrude attraverso il nuovo canale di Suez, per rifornire le fabbriche d’Europa. La Shell prese il nome dall’abbondanza di conchiglie sulle coste dell’arcipelago controllato dagli olandesi qual’era l’Indonesia. La famiglia Samuel controllava la più grande banca d’affari di Londra, la Hill Samuel, insieme con la casa commerciale di Samuel Montagu. Nel 1903 la Nobel svedese e la Far East Trading della Rothschild francese, finanziati da re Guglielmo III, combinandosi con la Shell Oil di Samuel e Oppenheimer formarono l’Asiatic Petroleum Company. Nel 1927, la Royal Dutch Petroleum scoprì il petrolio a Seria, al largo delle coste del Brunei, il cui sultano sarebbe diventato l’uomo più ricco del mondo grazie alla sua fedeltà alla Royal Dutch. I monarchi olandesi e inglesi che controllavano la Royal Dutch fusero la loro compagnia con la Shell Oil di Oppenheimer e Samuel, la Nobel e la Far East Trading di Rothschild, costituendo la Royal Dutch/Shell. La regina Beatrice della casa olandese degli Orange e Lord Victor Rothschild ne furono i due maggiori azionisti.
250px-standardoillogoNel 1872 il barone Julius du Reuter ebbe in concessione per 50 anni l’Iran. Nel 1914 il governo inglese prese il controllo della compagnia anglo-persiana ribattezzandola Anglo-Iranian, poi British Petroleum, BP. La casa inglese dei Windsor controlla una grande quota della BP Amoco, mentre la monarchia del Kuwait ne possiede il 9,5%. Nel 1906 il governo statunitense ordinò lo scioglimento della Standard Oil Trust di Rockefeller, con l’accusa che la Standard aveva violato il nuovo Sherman Anti-Trust Act. Il 15 maggio 1911, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò, “Sette uomini e una macchina aziendale hanno cospirato contro i loro concittadini. Per la sicurezza della Repubblica oggi decretiamo che questa pericolosa cospirazione deve finire entro il 15 novembre“. Ma la frattura della Standard Oil lungo i confini degli Stati, servì solo ad aumentare la ricchezza della famiglia Rockefeller, che mantenne il 25% in ogni nuova azienda. Presto le nuove compagnie iniziarono a reintegrarsi. La nuova Standard Oil of New York si fuse con la Vacuum Oil per formare Socony-Vacuum, che divenne Mobil nel 1966. La Standard Oil of Indiana si unì con Standard Oil of Nebraska e Standard Oil of Kansas, e nel 1985 divenne Amoco. Nel 1972 la Standard Oil ofNew Jersey divenne Exxon. Nel 1984 la Standard Oil of California si unì alla Standard Oil Kentucky per diventare Chevron. La Standard Oil of Ohio (Sohio) mantenne il marchio standard fino a quando fu acquistata da BP, che aveva acquisito anche il piccolo trust Atlantic Richfield (ARCO). Così i Rockefeller arrivarono a possedere un grande pezzo di BP.
Nel 1920 Exxon, BP e Royal Dutch/Shell dominavano il business del petrolio mondiale in forte espansione, che assieme alle famiglie Rockefeller, Rothschild, Samuel, Nobel e Oppenheimer, e i reali inglesi e olandesi, possedevano la maggior parte delle loro azioni. Due altri figli di Rockefeller, Mobil e Chevron, non erano molto lontani dai Big Tre. La famiglia Murchison del Texas, frequentata dai Rockefeller, controllava la Texaco, mentre la famiglia Mellon, con i suoi legami con il patrimonio dei Rockefeller, controllava la Settima Sorella Gulf Oil. Il primo tentativo noto dalle Sette Sorelle di soffocare la concorrenza si ebbe nel 1928, quando Sir John Cadman della British Petroleum, Sir Henry Deterding della Royal Dutch/Shell, Walter Teagle della Exxon e William Mellon della Gulf si riunirono nel castello dei Cadman presso Achnacarry, in Scozia. Qui fu raggiunto un accordo che avrebbe diviso le riserve mondiali e i mercati del petrolio. L’accordo di Achnacarry divenne noto agli addetti del settore come L’Accordo, per il fatto che suo scopo era mantenere lo status quo con cui le Sette Sorelle controllavano il petrolio mondiale attraverso accordi sulle quote di mercato, la condivisione degli impianti di raffinazione e stoccaggio, e accordi per limitare la produzione per mantenere alti i prezzi. Big Oil firmò altri tre accordi nei successivi sei anni. Il protocollo d’intesa per i mercati europei del 1930 fu seguito nel 1932 dall’accordo per la distribuzione e nel 1934 dalla bozza di protocollo sui principi.
Tra il 1931 e il 1933 i Quattro Cavalieri ridussero spietatamente il prezzo del Foreast Texas crude da 0,98 a 0,10 dollari il barile. Molti produttori indipendenti del Texas furono espulsi dal mercato. Coloro che rimasero furono costretti ad accettare rigide quote di produzione sotto la minaccia di essere rovinati dalle major; quote che ancora oggi esistono. Sono questi contingenti, non “gli ambientalisti” (come sostiene la destra reazionaria) che mantengono gli Stati Uniti dipendenti dal petrolio del Golfo Persico, dove Big Oil domina il gioco. Occupando l’industria petrolifera internazionale, cosa che richiede miliardi di capitale, i Quattro Cavalieri continuano a tenere a bada gli sfidanti indipendenti alla loro egemonia. Hanno anche espulso migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti dal mercato in Texas e Louisiana. John D. Rockefeller stesso non controllava le riserve di greggio. Invece investì molto nella raffinazione e ruppe gli accordi con le ferrovie controllate da Morgan per tagliare le spese di spedizione. I produttori indipendenti del Texas dovettero pagare molto di più per inviare il loro petrolio. Non possedevano né la conoscenza esoterica della raffinazione del greggio, né i capitali per costruire costose raffinerie. Tutto il loro denaro era legato agli impianti di perforazione, che non erano nemmeno convenienti. Oggi la fortuna della famiglia Rockefeller è ancora più pesantemente investita nelle attività petrolifere a valle, come materie plastiche e petrolchimiche, nonché nelle industrie che dipendono dal petrolio come quella bancaria, aerospaziale e automobilistica. Negli anni ’80 il presidente della Chase Manhattan David Rockefeller investì 35 miliardi dollari a Singapore, che da allora è diventato un importante centro di raffinazione e di stoccaggio. La più grande singola raffineria della Royal Dutch/Shell si trova a Pulau Bukom, Singapore. Nel 1991, mentre le tigri asiatiche cominciarono a ruggire, la Exxon Mobil introdusse la benzina senza piombo in Thailandia, Malesia, Hong Kong e Singapore, costruendo la sua gigantesca raffineria di Jurong a Singapore.
indexI Quattro Cavalieri seguirono i soldi a valle. Sono i più grandi raffinatori e venditori di greggio al mondo in tutte le varie forme di prodotto finale. Royal Dutch/Shell è leader nel marketing e nella raffinazione del greggio, ed attualmente produce uno di ogni dieci barili di prodotto raffinato, in tutto il mondo. La sua linea di fondo ne ha beneficiato ampiamente da questa mossa a valle, e l’azienda ha mostrando profitti record dal 1988 e per molti anni di seguito. Il settanta per cento dei profitti della Shell proviene da prodotti petrolchimici. La Shell possiede anche il più grande complesso di raffinazione del mondo nell’isola di Aruba, delle Antille olandesi, al largo della coste venezuelane. Nel 1991, la Shell aveva venduto una raffineria obsoleta sulla vicina isola di Curaçao mentre aggiornava le sue strutture di Aruba. Il completamento di questo enorme complesso fece divenire  il greggio venezuelano molto più importante nella fornitura mondiale di petrolio. Anche il greggio di Paesi africani come Nigeria e Angola viene raffinato presso l’impianto Shell di Aruba, che si trova accanto alla massiccia raffineria Exxon Mobil chiamata Lago, dal lago di Maracaibo in Venezuela, dove si produce la maggior parte del greggio venezuelano. Royal Dutch/Shell attualmente si concentra sullo sviluppo dei mercati del gas, investendo pesantemente negli impianti per la distillazione media di sintesi (MDS) che convertono il gas naturale liquefatto in potenti prodotti liquidi. Nel 1996 aveva costruito impianti MDS in Malesia, Nigeria e Norvegia. Nel 1993 la Shell si unì a Mitsubishi e Exxon Mobil in un progetto da 3 miliardi di dollari sul gas in Venezuela ed avviò l’espansione da 1,1 miliardi dollari del petrolchimico in Brasile. Lo stesso anno la BP Amoco scoprì enormi giacimenti petroliferi nella vicina Colombia.
Nel 1969 l’Exxon possedeva 67 raffinerie di petrolio in 37 Paesi. Oltre il 60% dei profitti del 1991 dell’Exxon proveniva dalle operazioni a valle. Nel primo trimestre di quell’anno, Exxon ottenne 2,4 miliardi dollari di profitto, il più alto profitto trimestrale da quando Rockefeller fondò la Standard Oil of New Jersey nel 1882. Non è un caso che la guerra del Golfo fu voluta in quel periodo, con l’Exxon che rispondeva alla maggior parte della domanda generata dai militari degli Stati Uniti e dei loro alleati. Nei primi anni ’90 Exxon acquistò la divisione materie plastiche di Allied Signal ed  entrò in joint venture con Dow e Monsanto nel campo dell’elastomero termoplastico. Secondo i 10mila documenti dell’Exxon Mobil archiviati presso la SEC, l’azienda ottenne 17 miliardi di dollari nel 2000. Nel 2003-2006, durante l’occupazione americana dell’Iraq, l’azienda superò regolarmente  il proprio record di più alto profitto trimestrale di una qualsiasi società nella storia degli Stati Uniti.
Recentemente i Quattro Cavalieri sono risaliti a monte, diventando i primi quattro rivenditori di gas negli Stati Uniti. Possiedono tutti i più importanti gasdotti del mondo e la stragrande maggioranza delle petroliere. Royal Dutch/Shell ha 114 navi nella sua flotta. Recentemente la società ha aggiunto sette gigantesche navi-cisterna per il gas naturale liquefatto. Shell ha 133.000 dipendenti nel mondo e nel 1991 vantava un patrimonio di 105 miliardi dollari. La piattaforma petrolifera della Shell, la Bullwinkle nel Golfo del Messico, è il più alto edificio del mondo. Exxon Mobil è all’avanguardia nella produzione di oli lubrificanti di base e i suoi scienziati hanno inventato la gomma butilica. È presente in 200 Paesi ed è l’unica azienda che opera nel difficile Mare di Beaufort, dove ha costruito 19 isole d’acciaio per perforarlo. Exxon possiede la maggior parte della terra di Yemen (5,6 milioni di acri) Oman e Ciad. Nel 1991 i suoi beni valevano 87 miliardi dollari. La prima ondata di fusioni dell’industria petrolifera iniziò nei primi anni ’60. Otto delle prime venticinque compagnie petrolifere negli anno ’60 si fusero negli anni ’70. Exxon acquistò Monterey Oil e Honolulu Oil. Chevron la Standard Oil of Kentucky. Atlantic Oil si fuse con Richfield Refining per formare ARCO, che poi inghiottì la Sinclair. Marathon Oil comprò Plymouth Refining. Un’altra ondata di fusioni seguì negli anni ’80. Chevron acquistò Gulf nel 1984. Texaco acquistò Getty Oil. Mobil comprò Superior Oil. BP prese Britoil e Sohio (Standard Oil of Ohio). ARCO comprò City ServiceUS Steel acquistò Marathon Oil. La scoperta del petrolio del Mare del Nord, nel 1984, consolidò la posizione di Big Oil, specialmente di Royal Dutch/Shell ed Exxon, la cui joint venture Shell Expro piazzò le prime concessioni. Nel 1985 Shell acquistò gli interessi colombiani di Occidental Petroleum. Nel 1988 rilevò le attività della Tenneco in quel Paese. Il 1990 ha visto Amoco (Standard Oil of IN) salire suoi vagoni della BP per formare BP Amoco. Nel 1999 BP Amoco acquistò ARCO, consegnando alla società il 72% della proprietà dell’Alaskan Pipeline. Exxon acquistò Texaco Canada e la Compania General de Lubricantes del Messico nel 1991. Conoco fu acquistata da DuPont. Nel marzo 1997, Texaco e RD/Shell fusero le loro operazioni di raffinazione negli Stati Uniti. L’ondata finale e più drammatica del consolidamento vide la fusione di Exxon con Mobil nel novembre 1999. Nello stesso anno Chevron acquistò la Rutherford-Moran Oil della Thailandia e la Petrolera Argentina San Jorge. Nel luglio 2000 Chevron fuse il proprio business petrolchimico con quello della Phillips per formare la Chevron Phillips Chemical Company. Nello stesso anno Chevron si legò alla Texaco. Il 30 agosto 2002, la fusione di Conoco con Phillips Petroleum fu approvata creando Conoco Phillips che nel 2005 ha acquistato il gigante del carbone Burlington Resources. Nel 2002 Royal Dutch/Shell acquistò la precedente fusione Pennzoil/Quaker State così come la più grande compagnia petrolifera indipendente restante della Gran Bretagna, l’Enterprise Oil. Nel 2005 Chevron Texaco acquistò Unocal. E i quattro cavalieri cavalcarono in avanti.
exxon-mobil_LogoI Quattro Cavalieri hanno diretti legami con le mega-banche internazionali. Exxon Mobil condivide consiglieri con JP Morgan Chase, Citigroup, Deutsche Bank, Royal Bank of Canada e Prudential. Chevron Texaco ha legami con Bank of America e JP Morgan Chase. BP Amoco condivide direttori con JP Morgan Chase. RD/Shell ha legami con Citigroup, JP Morgan Chase, NM Rothschild & Sons e la Banca d’Inghilterra. L’ex-presidente di Citibank Walter Shipley si sedeva nel CdA della Exxon Mobil, come Wayne Calloway di Citigroup e Allen Murray di JP Morgan Chase. Willard Butcher di Chase sedeva nel consiglio di Chevron Texaco. L’ex presidente della Fed Alan Greenspan proviene dal Morgan Guaranty Trust e fece parte del consiglio di Mobil. Il direttore di BP Amoco Lewis Preston è diventato presidente della Banca Mondiale. Altri dirigenti di BP Amoco furono Sir Eric Drake, il secondo uomo del più grande operatore portuale del mondo P&O Nedlloyd e direttore di Hudson Bay Company e Kleinwort Benson. William Johnston Keswick, la cui famiglia controlla la centrale elettrica di Hong Kong Jardine Matheson, e sedeva anche nel consiglio di BP Amoco. Il figlio di Keswick è un dirigente di HSBC. Il collegamento con Hong Kong è ancora più forte presso la Royal Dutch/Shell. Lord Armstrong di Ilminster sedeva nei consigli di Royal Dutch/Shell, NM Rothschild & Sons, Rio Tinto e Inchcape. Il proprietario di Cathay Pacific Airlines ed insider di HSBC, Sir John Swire, fu un direttore di Shell, così come Sir Peter Orr, che assieme ad Armstrong era nel CdA di Inchcape. Il direttore della Shell Sir Peter Baxendell era assieme ad Armstrong nel consiglio di Rio Tinto, mentre Sir Robert Clark della Shell fa parte del consiglio della Banca d’Inghilterra.
In conseguenza della mania della deregolamentazione, le società statunitensi non devono più  riferire dei loro maggiori azionisti alla SEC. Secondo i 10mila documenti depositati alla SEC dai Quattro Cavalieri, la combinazione bancaria Rothschild, Rockefeller e Warburg ancora controlla Big Oil. I Rockefeller esercitano il controllo attraverso le mega-banche di New York e il Trust Bancario, che nel 1999 fu acquistato dalla Deutsche Bank controllata da Warburg, nel tentativo di diventare la più grande banca del mondo. Nel 1993 Trust Bancario su il primo azionista di Exxon. Chemical Bank il quarto e JP Morgan il quinto. Entrambi oggi fanno parte di JP Morgan Chase. Trust Bancario fu anche leader azionista della Mobil. La BP aveva Morgan Guaranty come suo più grande proprietario, nel 1993, mentre Amoco aveva Trust Bancario come suo secondo azionista. Chevron aveva Trust Bancario come quinto azionista, mentre Texaco aveva la JP Morgan come suo quarto proprietario e Trust Bancario come nono. Così Deutsche Bank e JP Morgan Chase, le banche dei Warburg e Rockefeller, aumentarono le azioni di Exxon Mobil, BP Amoco e Chevron Texaco. La Bank of America e la Wells Fargo dei Rothschild esercitano il controllo su Big Oil della costa occidentale, mentre la Mellon Bank rimane un grande operatore. Wells Fargo e Mellon Bank erano tra i primi 10 azionisti di Exxon Mobil, Chevron Texaco e BP Amoco nel 1993. Informazioni su Royal Dutch/Shell sono ancora più difficili da ottenere, in quanto è registrata nel Regno Unito e in Olanda, e non è tenuta a redigere le relazioni per la SEC. Per il 60% è di proprietà della Royal Dutch Petroleum dell’Olanda e per il 40% della Shell Trading & Transport del Regno Unito. La società ha solo 14.000 azionisti e pochi dirigenti. Secondo i ricercatori, la Royal Dutch/Shell è ancora controllata dalle famiglie Rothschild, Oppenheimer, Nobel e Samuel insieme ai Windsor e alla Casa olandese degli Orange. La regina Beatrice della casa olandese degli Orange e Lord Victor Rothschild sono i due maggiori azionisti. La madre della regina Beatrice, Giuliana, era una volta la donna più ricca del mondo e madrina dei movimenti occulti di destra. Il Principe Bernhard, che  sposò Giuliana nel 1937, fu membro del Movimento Giovanile di Hitler, delle SS naziste e un dipendente del gruppo nazista IG Farben. Si sedette nei CdA di oltre 300 aziende europee e ha fondato i Bilderberg.
Quando sei derubato, è sempre una buona idea saper identificarne il colpevole. Ora, se solo potessimo portarli ai poliziotti…

url-2Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.  Puoi iscriverti gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’imperialismo degli Stati Uniti e il colpo di Stato in Egitto

Necessità di una leadership rivoluzionaria
Mazda Majidi LiberationNews 20 luglio 2013

7629556208_93c6e37b02_zLe rivoluzione incompiuta in Egitto subisce un rapido sviluppo. Una vertiginosa serie di forze di classe è impegnata in una lotta il cui esito determinerà il destino del Paese. La rimozione ad opera dei militari di Muhammad Mursi, dopo giorni di proteste in massa per chiedergli di dimettersi dalla presidenza. Le enormi proteste, con milioni di manifestanti, erano secondo alcuni resoconti, anche più grandi di quelle che portarono al rovesciamento del cliente degli USA Hosni Mubaraq nel 2011. Il 3 luglio, il comandante in capo dell’esercito, Generale Abdul Fatah Said al-Sisi, ha rimosso dal potere Mursi e nominato Hazim al-Bablawi Primo ministro ad interim. Bablawi da allora ha formato un gabinetto che rimarrà in carica fino alle prossime elezioni. Ha promosso anche al-Sisi a primo Viceprimo ministro oltre a tenerlo al suo posto di ministro della Difesa. Tra gli altri membri degni di nota del gabinetto di Bablawi vi è Muhammad al-Baradej, ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che servirà con il Presidente ad interim Adly Mansur. Data la lunga storia di invasioni, occupazioni e altre forme di intervento statunitensi nella regione, ci si deve chiedere se questo sia stato un colpo di Stato ingegnerizzato. Per rispondere a questa domanda, è utile dare un ampio sguardo alle variazioni, nel corso del tempo, della forza d’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa.

Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e Nord Africa
Nel periodo immediatamente successivo alla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, l’imperialismo degli Stati Uniti ha visto la sua strada al dominio globale senza ostacoli. Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, molti Paesi ex colonizzati in tutto il mondo avevano ottenuto l’indipendenza attraverso i movimenti di liberazione nazionale, spesso con il sostegno significativo del blocco socialista. Ora, gli strateghi imperialisti statunitensi pensavano che non c’era nulla che fermasse gli Stati Uniti nel trascinare quei Paesi di nuovo nella loro sfera d’influenza. Ma la guerra in Iraq ha mostrato i limiti della potenza degli Stati Uniti, anche dopo che l’Unione Sovietica aveva cessato di esistere. Ciò che per Washington doveva essere un “gioco da ragazzi”, nell’occupazione dell’Iraq nel 2003, si trasformò in una guerra di otto anni, avendo come risultato tutto tranne che  una clamorosa vittoria degli Stati Uniti che ne evitasse la catastrofica sconfitta; gli Stati Uniti furono costretti a stringere accordi e alleanze con le forze che avevano combattuto contro la loro occupazione. E il risultato finale è stato assai diverso da ciò che l’imperialismo aveva sperato: un regime cliente simile alle monarchie del Golfo. Oggi, il governo iracheno svolge un ruolo significativo nel sostenere il governo di Assad in Siria, in opposizione ai ribelli appoggiati dagli USA. Baghdad inoltre firma grandi contratti petroliferi con la Cina, non accettando le mega-offerte di Exxon-Mobil e altri giganti del petrolio. Questo non è ciò che il governo degli Stati Uniti aveva immaginato per l’Iraq post-occupazione.
Dopo 12 anni di occupazione, la posizione degli Stati Uniti in Afghanistan non è certo quella di un vincitore sicuro che ha schiacciato la resistenza di un Paese povero e dalle risorse limitate. In Afghanistan, come in Iraq, gli Stati Uniti non sono alla ricerca di una vittoria assoluta, fuori portata, ma evitano di apparire sconfitti. Le ripetute aperture a ciò che gli Stati Uniti sperano siano gli elementi più concilianti dei taliban, sono la prova della sfida agli Stati Uniti. Le guerre in Iraq e in Afghanistan hanno ancora una volta infranto il mito che l’impero statunitense sia invincibile. E questo ha avuto ripercussioni ben oltre la regione. Anche gli Stati clienti sulla cui lealtà Washington poteva contare una volta, ora sono più disposti a percorrere una propria strada autonoma. Pur non recidendo i legami di asservimento agli Stati Uniti, alcuni di questi Stati clienti manovrano per avere influenza regionale, in competizione con altri Stati. A volte sono fuori sincrono con gli Stati Uniti, non vedendo alcuna ragione per allineare perfettamente le proprie politiche a quelle dell’imperialismo statunitense. Se gli Stati Uniti seguano la propria, oggi, è in questione, ma senza una conclusione scontata. Quindi, vediamo la Turchia, membro della NATO, disposta a scontrarsi  con Israele nel tentativo di recuperare un po’ dell’influenza perduta dai giorni dell’impero ottomano. Allo stesso modo, vediamo le monarchie reazionarie del Golfo, Arabia Saudita e Qatar, in competizione per l’influenza sull’Egitto e sull’opposizione di destra in Siria. La recente elezione di Ahmad Assi Jarba a leader del Consiglio nazionale siriano dell’opposizione, per esempio, è vista come una vittoria dell’Arabia Saudita e una sconfitta del Qatar, mentre l’Arabia Saudita e il Qatar sono entrambi clienti degli Stati Uniti. E’ in questo contesto che dobbiamo analizzare il ruolo degli Stati Uniti in Egitto. Contrariamente a quanto si è detto, non vi è alcuna indicazione che il colpo di Stato militare del 3 luglio in Egitto sia stata un’iniziativa degli Stati Uniti. Contatti telefonici segnalati tra l’alto comandante militare egiziano, Generale al-Sisi, e il segretario della Difesa Chuck Hagel, nella settimana precedente il colpo di Stato, probabilmente vedevano Sisi rassicurare Hagel di aver sotto controllo i militari, piuttosto che uno scambio di piani operativi.

Mursi e gli Stati Uniti
Non vi è alcun dubbio che, nel suo unico anno al potere da presidente, Muhammad Mursi abbia collaborato con gli Stati Uniti, giocando un ruolo chiave nel mediare una tregua tra Israele e Hamas, alla fine del 2012, quando Israele e gli Stati Uniti avevano un disperato bisogno di uscire in modo aggraziato dal conflitto, dopo la loro ultima strage di palestinesi a Gaza. Nel conflitto in Siria, Mursi e i Fratelli musulmani appoggiavano solidamente il tentativo degli Stati Uniti di rovesciare lo Stato siriano. Oltre a fare dichiarazioni come: “Il popolo e l’esercito egiziani sostengono la rivolta siriana“, il 15 giugno, Mursi ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria e chiuse l’ambasciata siriana a Cairo. Mursi aveva anche incoraggiato gli egiziani ad andare in Siria a farsi martirizzare nella lotta contro le truppe siriane.
Per quanto riguarda la politica interna, l’unico atto decisivo della Fratellanza è stato passare una costituzione fortemente osteggiata da tutte le forze laiche. La costituzione calpestava i diritti delle donne e poneva le basi per l’oppressione delle minoranze religiose, il 10 per cento della popolazione egiziana di 85 milioni, è cristiana. Lungi dal creare un consenso nell’ampia gamma di forze che ha rovesciato la dittatura di Hosni Mubaraq, i Fratelli hanno codificato le proprie politiche sociali reazionarie nella costituzione. E Mursi non ha fatto nulla per contestare o destabilizzare l’economia capitalista dell’Egitto e la morsa delle istituzioni finanziarie internazionali su di essa. Così Washington non avrebbe avuto alcun incentivo per orchestrare un colpo di Stato militare per rovesciare i Fratelli musulmani. Tutto indica che la rimozione di Mursi sia stata un’iniziativa dei militari egiziani, che hanno visto la possibilità di sfruttare la rivolta di massa contro Mursi per promuovere la propria agenda. Washington potrebbe convivere con Mursi, ma ha ovviamente problemi con i militari dell’Egitto, che ha puntellato con almeno 1,3 miliardi dollari l’anno.
Secondo tutti gli osservatori della rivoluzione egiziana, da sinistra e destra, gli Stati Uniti non possono prevedere il futuro, dato il processo dinamico della lotta di classe in atto in Egitto. Ma gli sviluppi successivi al 3 luglio sono stati promettenti per gli Stati Uniti, sebbene preoccupati dai rivoluzionari. Le speranze degli Stati Uniti, come per i generali egiziani, è che la rimozione di Mursi introduca un periodo di ristabilimento del controllo, puntando alla repressione del movimento di massa. Dato che l’esercito ha rimosso dal potere l’aderente alla Fratellanza musulmana Mursi, il 3 luglio, i suoi sostenitori hanno inscenato proteste e sit-in in molte città in tutto l’Egitto. Il 16 luglio, sette sostenitori del deposto presidente Mursi sono stati uccisi dalla polizia. Una settimana prima, il 9 luglio, 1.000 persone hanno protestato davanti alla sede della Guardia Repubblicana, e più di 50 manifestanti furono uccisi dalle forze di sicurezza. Si stima che circa 99 sostenitori della Fratellanza siano stati uccisi fino ad oggi. La Fratellanza ha invocato la rivolta contro i militari. La sanguinosa repressione militare dei sostenitori della Fratellanza deve essere fortemente condannata da tutte le forze progressiste. La repressione oggi viene rivolta direttamente contro la Fratellanza, ma la violenta repressione potrebbe espandersi a molte altre forze nei mesi a venire. Non c’è dubbio che l’esercito non vorrebbe altro che schiacciare il movimento di massa in tutte le sue manifestazioni, mandare la gente a casa e tornare ai giorni del regime di Mubaraq, anche se senza Mubaraq e con alcune riforme superficiali.

La reazione internazionale
La reazione dei vari Stati alla rimozione militare di Morsi è stata varia e confusa. Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno espresso preoccupazione chiedendo e favorendo formalmente il rapido ritorno alla democrazia, mentre si rifiutano di parlare di colpo di Stato o di condannare la repressione. Linguaggio diplomatico a parte, sono essenzialmente favorevoli ai militari egiziani. L’Arabia Saudita e la maggior parte delle monarchie del Golfo sono altrettanto favorevoli. Il presidente siriano, Bashar Assad, è entusiasticamente favorevole al rovesciamento della Confraternita, dato l’aperto sostegno di Mursi ai ribelli siriani e al fatto che la Fratellanza della Siria è una delle principali forze che riceve sostegno occidentale (e dal Golfo arabo). Su questo tema, la Siria indipendente e uno dei finanziatori chiave dei suoi ribelli dell’opposizione, l’Arabia Saudita, hanno la stessa posizione. Diversamente dall’Arabia Saudita e altri, il Qatar, altra monarchia reazionaria del Golfo, che ha stretti legami con i Fratelli musulmani in Egitto e in Siria, ha condannato il colpo di Stato. La Turchia ha preso la posizione più forte condannando il “golpe inaccettabile”. Nelle sue dichiarazioni del 19 luglio, il Primo ministro turco Tayyip Erdogan ha rimproverato l’occidente: “Da coloro che esaltano la democrazia quando si incontrano con noi, dicendo: ‘non si deve rinunciare alla democrazia’, vogliamo vedere la spina dorsale.” Il partito Giustizia e Sviluppo (AKP) di Erdogan ha una storia ben distinta da quella dei Fratelli musulmani ed è priva di un’ideologia dalle aspirazioni islamiche regionali. Tuttavia, come la Fratellanza, l’AKP svolge il ruolo di classe fornendo una facciata pseudo-indipendente e religiosa ad uno Stato cliente capitalista, ma qui senza l’appoggio dei militari.

Se non è stato ideato dagli USA, cosa ha motivato il colpo di Stato?
Non è che l’esercito vuole governare direttamente. Ciò che al-Sisi e altri comandanti militari vogliono fare è incanalare le proteste di massa in una direzione sicura per il sistema. La leadership di persone come al-Baradej, l’ex capo dell’AIEA e personaggio di rilievo internazionale, è un’alternativa accettabile per i militari, come nel caso dei vari altri politici e tecnocrati “democratici”. Ma il fatto è che un politico capitalista non sarà in grado di risolvere i problemi fondamentali della società. Il debito dell’Egitto è a uno sbalorditivo 88 per cento del PIL, cioè l’88 per cento il valore di tutti i beni e servizi prodotti nel Paese in un anno. Il problema non è che Mursi ha gestito male l’economia. Il regime di Mubaraq era già profondamente in debito e l’economia già in difficoltà. Con il crollo dei ricavi del turismo e la significativa fuga di capitali nel corso degli ultimi due anni, non è una buona gestione che può risolvere i problemi della società e della classe operaia. Ci vorrà un percorso rivoluzionario, guidato dai socialisti, per risolvere le contraddizioni che la società deve affrontare. Si potrebbe iniziare ad affrontare i problemi economici rifiutandosi di pagare le istituzioni finanziarie internazionali ed espropriando il capitale a beneficio della classe operaia egiziana. E non è qualcosa che la persona “giusta” eletta alle cariche possa fare. I grandi prestiti da Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, non cambieranno radicalmente lo stato delle cose.
Ci sono diverse possibilità per gli sviluppi futuri. E’ possibile che la crisi della classe dominante continui. Le elezioni potranno tenersi e qualsiasi candidato capitalista venga eletto non sarà in grado di soddisfare le richieste del popolo, non importa quanto democratiche siano le elezioni e quanti diritti politici goda la popolazione. E le masse potrebbero essere di nuovo nelle piazze. Ciò, da una prospettiva rivoluzionaria, è la migliore possibilità, perché lascia aperta l’opportunità che una rivoluzione avanzi ulteriormente. Vi è anche la possibilità che l’esercito e la vecchia classe dirigente possano ristabilire il vecchio ordine e reprimere il movimento. Per esempio, se i Fratelli musulmani s’impegnano in una lunga, intensa lotta contro i militari, la guerra civile prolungata potrebbe essere possibile. Un lungo confronto con i militari da un lato e i sostenitori dei Fratelli dall’altro, potrebbe produrre una situazione in cui le persone in piazza in questo momento, saranno messe da parte. E, naturalmente, ci sono molti altri possibili sviluppi futuri, essendo la lotta di classe un processo dinamico.

Le lezioni della lotta in Egitto
I socialisti rivoluzionari, che lottano per fare della classe operaia la classe dirigente, devono sempre imparare le lezioni da ogni movimento rivoluzionario, nella vittoria e nella sconfitta. Possiamo apprendere molte lezioni dalla rivoluzione egiziana. Ma la lezione chiave è che dobbiamo sforzarci di fare in modo che il partito dell’avanguardia già esista al momento della situazione rivoluzionaria. Il partito dell’avanguardia, un partito abile e cosciente può esercitare la sua leadership, deve essersi già formato attraverso la lotta perché al momento in cui si verifica una situazione rivoluzionaria, non vi è di solito abbastanza tempo. Costruire un partito operaio rivoluzionario è il compito dei socialisti rivoluzionari non solo durante i periodi rivoluzionari, ma durante i più critici periodi non-rivoluzionari.
In Egitto, l’estrema repressione durante la dittatura di Mubaraq ha reso la formazione di un partito dell’avanguardia rivoluzionaria estremamente difficile, se non impossibile. Tuttavia, l’Egitto ora ha attraversato più di due anni di sconvolgimenti rivoluzionari, con la possibilità che questo periodo si estenda in futuro. La continuazione del periodo rivoluzionario potrebbe rendere possibile la forgiatura di un partito rivoluzionario che riunirà la lotta delle masse con il programma della classe operaia. E’ possibile che alternative rivoluzionarie possano formarsi nei ranghi inferiori dell’esercito, nei ranghi inferiori del corpo ufficiali o della truppa, o entrambi. Vi sono stati molti esempi nella storia, nessuno più rilevante del Movimento dei liberi ufficiali nell’Egitto stesso. I Liberi Ufficiali presero il potere nel 1952, avviando la rivoluzione nazionalista che divenne un faro di speranza per i popoli oppressi di tutto il mondo e che, sotto la guida di Gamal Abdel Nasser, nazionalizzò il canale di Suez. Finché le masse egiziane rimangono attive nelle piazze, le possibilità del successo rivoluzionario sono infinite.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I crimini dei Quattro Cavalieri

Dean Henderson 6 luglio 2013

In mancanza di una seria azione antitrust contro i Quattro Cavalieri (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell) e/o di un giro di vite del CFTC verso gli speculatori della Goldman Sachs, il velato tentativo del cartello della Federal Reserve di gonfiare l’economia globale  spargendo denaro gratuito ai suoi banchieri, continuerà senza sosta.

OPEC+headquarters+ViennaIl primo tentativo noto dei trust del petrolio di soffocare la concorrenza avvenne nel 1928, quando Sir John Cadman della BP, Sir Henry Deterding della RD/Shell, Walter Teagle della Exxon e William Mellon della Gulf si riunirono nel castello di Cadman, vicino Achnacarry, in Scozia. Qui fu raggiunto un accordo che avrebbe diviso le riserve mondiali e i mercati del petrolio. L’accordo di Achnacarry divenne noto agli addetti ai lavori dell’industria petrolifera come l’Accordo perché il suo obiettivo era mantenere lo status quo in cui i Quattro Cavalieri controllavano il petrolio mondiale attraverso accordi sulle quote di mercato, la condivisione degli impianti di raffinazione e di stoccaggio, e accordandosi a limitare la produzione per tenere alti i prezzi. [263] Big Oil firmò altri tre accordi nei successivi sei anni. Nel 1930 il protocollo d’intesa per i mercati europei fu seguito nel 1932 dall’accordo quadro per la distribuzione e nel 1934 dal progetto di memorandum sui principi.
Tra il 1931 e il 1933 i Quattro Cavalieri ridussero spietatamente il prezzo per il greggio dell’East Texas da 0,98 dollari al barile a 0,10. Molti indipendenti del Texas vennero espulsi dal mercato. Quelli che rimasero furono costretti ad accettare rigorose quote di produzione sotto la minaccia di essere rovinati dalle major, quote che esistono ancora oggi. Servono per mantenere gli Stati Uniti dipendenti dal petrolio del Golfo Persico, dove Big Oil domina, e per tenere a bada le sfide degli indipendenti alla loro egemonia. Inoltre, licenziarono migliaia di lavoratori del petrolio degli Stati Uniti, in Texas e Louisiana. Durante la seconda guerra mondiale i Quattro Cavalieri mostrarono il loro vero volto, quando Exxon e Texaco collaborarono con i nazisti dell’IG Farben concordando la fornitura di petrolio alla macchina militare di Hitler. Sir Henry Deterding, che gestiva la RD/Shell, fu ancora più netto nel suo sostegno ai nazisti. Dopo la guerra, i quattro cavalieri si concentrarono sul Medio Oriente, dove il cartello agiva sotto i nomi di Consorzio iraniano, Iraqi Petroleum Company e Aramco. Con l’ascesa dell’OPEC a cartello dei produttori, le aziende escogitarono metodi sempre più sofisticati per diminuire la capacità di contrattazione collettiva dell’OPEC. I governi nazionalistici furono destabilizzati, screditati e rovesciati dalla CIA per volere di Big Oil. Henry Kissinger creò la sua International Energy Agency, che i francesi chiamavano ‘macchina da guerra’.  La politica dei due pilastri di Nixon e la GCC di Reagan furono entrambi sforzi per dividere l’OPEC tra ricche nazioni bancarie e povere nazioni industrializzate, con i sauditi che giocavano il ruolo chiave di sabotatori della produzione in entrambi gli schemi. Come il petroliere George Perk ha commentato una volta sul rapporto Quattro Cavalieri/sauditi, “I mercati del petrolio non sono liberi mercati. I funzionari della società petrolifere corrompono i funzionari dell’Arabia Saudita. Cercano solo di dare una correzione al mercato”.
Dopo la Guerra del Golfo, re Hussein di Giordania commentò il ruolo saudita nel diminuire il potere contrattuale dell’OPEC, “In sostanza, il risentimento a lungo sommerso della maggior parte degli arabi verso i sauditi è venuto fuori dalla bottiglia. Infastidisce che comprino tutto, tecnologia, protezione, idee, persone, rispettabilità… i popoli arabi dicono che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono indistinguibili, e da questo concludono che i sauditi appoggiano Israele. I sauditi non hanno nessuna vergogna?” L’OPEC emerse con l’embargo del 1973 deciso ad ottenere soluzioni che comportassero la diminuzione della dipendenza regionale dall’occidente, ottenendo le valute forti necessarie per operare nell’economia globale. Il vertice arabo del 1972 a Khartoum, in Sudan, che  concluse la prima guerra tra Nord e Sud dello Yemen, invitò i ricchi emirati del Golfo a deviare i loro petrodollari dai buoni occidentali ai programmi di sviluppo per i Paesi poveri. I falchi del prezzo per l’industrializzazione dell’OPEC formarono il fronte della fermezza e della resistenza, composto da Iraq, Libia, Algeria, Yemen del Sud, OLP e Siria. L’OPEC rilasciò una dichiarazione solenne che prevedeva un nuovo ordine economico internazionale più giusto ed equo. Ciò portò alla Conferenza sulla cooperazione economica internazionale di Parigi, dove 19 Paesi in via di sviluppo del G-77 incontrarono i loro omologhi del G-7 per discutere la creazione di un panorama economico globale più giusto. Al vertice, il leader dell’OPEC dell’Algeria guidava un blocco politico chiamato Movimento dei Paesi Non Allineati per la Solidarietà del Sud, che auspicava il trasferimento della ricchezza petrolifera dell’OPEC alle nazioni in via di sviluppo. Ma l’IEA di Kissinger si presentò a Parigi chiedendo che la conferenza si concentrasse esclusivamente sull’energia, senza alcun collegamento con la grande questione dell’ingiustizia economica globale. L’IEA era dominata dai banchieri internazionali che deploravano l’idea che i petrodollari dell’OPEC aiutassero i poveri del mondo. I banchieri volevano che questa grande riserva di denaro fosse investita nelle banche occidentali, spesa in attrezzature militari degli Stati Uniti e messa a disposizione delle operazioni segrete della CIA a protezione delle loro multinazionali.
Il fronte della fermezza e della resistenza s’incontrò a Damasco nel 1979, per tracciare la strategia per fermare l’accordo di pace di Camp David tra Israele ed Egitto, che i sauditi e gli Stati Uniti avevano saldamente appoggiato. I falchi del prezzo sapevano che Israele serviva gli interessi dei Quattro Cavalieri nella regione. Temevano l’ulteriore divisione nell’OPEC se questo primo trattato di pace arabo con Israele fosse firmato. Ma gli Stati Uniti offrirono all’Egitto massicci aiuti militari e gli accordi furono firmati a seguito di un intenso sforzo degli Stati Uniti, guidato dall’ex esecutivo della Bechtel Philip Habib. Gli accordi, insieme alla creazione del GCC nel 1981, seguivano gli obiettivi della macchina da guerra di Kissinger. Aggiungendo la beffa al danno, l’anno successivo il FMI fu creato ufficialmente. Il FMI è l’agenzia di sostegno e raccolta dei banchieri internazionali, che Kissinger rappresenta, per fare pressioni sulle nazioni del terzo mondo debitrici affinché aprano le loro economie alle multinazionali di proprietà delle banche. Usurpando le ricchezze petrolifere dell’OPEC, che il G-77 immaginava di utilizzare per sviluppare il Terzo mondo, i banchieri ora ebbero l’audacia di prestare questi petrodollari al Sud a tassi di interesse esorbitanti, facendo precipitare le nazioni povere nel ciclo continuo del debito. La maggior parte di questi prestiti  costituirono le operazioni esentasse delle multinazionali o finirono nelle tasche delle élite di questi Paesi, che poi facevano scomparire il denaro attraverso banche come la BCCI. I lavoratori del Terzo Mondo furono lasciati a ripagare debiti che non avevano mai nemmeno ricevuto. Il presidente venezuelano Carlos Andres Perez, una volta chiamò questa sceneggiata del FMI, “totalitarismo economico”. Nel 2001, quando il governo argentino fu costretto al default per 132 miliardi di dollari “dovuti” ai banchieri, il FMI cancellò un pacchetto di salvataggio quando l’Argentina si rifiutò di accettare le sue condizioni draconiane; il ministro delle Finanze del Paese Domingo Cavallo chiamò il FMI “vampiro internazionale”. [264] Cavallo si dimise, cosi come una serie di quattro presidenti che si rifiutarono di giocare al gioco truccato del FMI.
Un più recente trucco dei Quattro Cavalieri è stato aumentare la produzione di petrolio nelle nazioni non-OPEC. Nel 1990 Exxon-Mobil traeva il 29% del suo greggio estero dall’Angola, il 16% dall’Oman e il 16% dalla Colombia. RD/Shell acquistò il 19% del suo petrolio estero dal Messico e il 17% dallo Yemen. Chevron-Texaco ottenne il 26% delle sue importazioni dal Messico. Nessuna di queste nazioni è membro dell’OPEC. [265] Un recente studio dell’American Petroleum Institute ha dichiarato che la crescita della produzione non-OPEC dal 1980 ha eroso l’influenza del mercato dell’OPEC. La scoperta del petrolio nel Mare del Nord, nel 1984, da parte di Norvegia e Gran Bretagna, indebolì ulteriormente il potere contrattuale dei falchi del prezzo per l’industrializzazione dell’OPEC. Norvegia e Gran Bretagna divennero esportatori netti di greggio, utilizzando tale leva per decidere i prezzi mondiali del petrolio. Le nazioni dell’OPEC Venezuela, Iraq, Indonesia e Nigeria erano particolarmente dipendenti dai prezzi elevati del greggio dato che il petrolio esportato costituiva una grande percentuale delle loro esportazioni totali. In Indonesia due presidenti furono  estromessi al momento della svalutazione della rupia nel 1999, che spinse la quarta nazione più popolosa del mondo in un lungo periodo di disordini civili e tracollo economico. Il 28 dicembre 1998 un articolo di Business Week dettagliava gli enormi giacimenti e gli impianti petrolchimici della Mobil nella travagliata regione di Aceh, nel Nord di Sumatra. Truppe indonesiane guidate dal presidente Suharto, che la CIA installò al potere dopo il colpo di stato guidato da John Hull, che nel 1964 rovesciò il governo nazionalista Sukarno massacrando i manifestanti proprio accanto alle strutture della Mobil. Fu un momento di continuità storica. Nel 1882 le tribù Aceh attaccarono la sede della RD/Shell nella stessa regione. Il governo coloniale olandese soppresse la ribellione in modo altrettanto brutale. L’Indonesia divenne un caso economico disperato quando un consorzio di banche statunitensi guidati dalla Citibank, riversò denaro sul generale Ibnu Sutowo, braccio destro di Suharto, che controllava i cordoni della borsa della Pertamina, la compagnia petrolifera di Stato. Sutowo sperperò il bottino in palazzi, in una flotta aerea, una catena di alberghi e una Rolls Royce bianca. La Banca centrale indonesiana fu tenuta all’oscuro dell’ammontare dei suoi conti. Nel 1974 Sutowo andò a Göteborg, in Svezia, dove battezzò la nuova superpetroliera Ibnu al fianco dell’amico ed ex agente della CIA Itzak Rappaport. Poi giocò a golf con Arnold Palmer, Gary Player e Sam Snead. I prestiti della Pertamina raggiunsero i 6 miliardi di dollari. Si aggiungano le tangenti prese da decine di ufficiali dell’aeronautica indonesiani, nel corso degli anni ’70, per garantire i contratti della Lockheed attraverso conti cifrati di Singapore, noto come Fondo per le vedove e gli orfani. [266] L’Indonesia è ancora oggi gravata da quel debito. A consigliare il governo sulle questioni finanziarie furono Lazard Freres, Kuhn Loeb e Warburg, e un gruppo che si chiama La Triade. Consigliavano inoltre Congo, Gabon, Sri Lanka, Panama e Turchia. Nel 2001 Megawati Sukarno-Putri, figlia del deposto presidente nazionalista Akhmad Sukarno, fu eletta presidente dell’Indonesia. Ma è stata al governo per un solo mandato.
Nel Venezuela la Creole Petroleum della Exxon fu fondata dalla CIA, con la quale condivide gli uffici. [267] Exxon è la CIA in Venezuela. Bechtel costruì il gasdotto Mena Grande al servizio degli interessi petroliferi della Creole. Anche se il Paese è un importante fornitore di greggio degli Stati Uniti, il bolivar fu nettamente svalutato. La frustrazione pubblica culminò nella recente elezione del presidente populista Hugo Chavez, critico verso i quattro cavalieri e obiettivo dei continui tentativi  di destabilizzazione della CIA. Nel 2002 l’élite benestante del Paese invocò lo sciopero generale portando Chavez a dimettersi temporaneamente. Luogotenente della Rockefeller e insider della Royal Bank of Canada, Gustavo Cisneros fu al centro di tale capriccio oligarchico. Nello stesso anno i ricos ci riprovarono con Chavez, ma lui non cedette. In Nigeria, RD/Shell e Chevron-Texaco dominano l’industria del petrolio, dove si produce il potente Bonny Light crude, utilizzato per i carburanti per l’aviazione e altri prodotti di alta qualità. Le recenti violenze politiche hanno ucciso oltre 10.000 persone. Le operazioni nel delta del Niger di Big Oil sono stati l’epicentro delle violenze. Il 10 novembre 1995 il drammaturgo nigeriano Ken Saro-Wiwa e altri otto leader della protesta furono impiccati dalla giunta militare del generale Sani Abacha, un dei tanti burattini dei Quattro Cavalieri che hanno governato il Paese. Il regime di Abacha aveva dato alla Shell il via libera per le trivellazioni nelle terre tribali degli Ogoni, causando le proteste di mezzo milione di  persone che dissero che la Shell aveva gravemente inquinato la loro terra e la loro acqua. La famiglia di Saro-Wiwa citò la Shell per complicità nella sua morte, ottenendo l’attenzione internazionale. L’azione legale accusava la Shell di omicidio colposo, torture, esecuzioni sommarie, arresti e detenzioni arbitrari. Il fratello di Saro-Wiwa, un attore teatrale, dichiarò: “Questo è un classico esempio dei metodi utilizzati dalle multinazionali contro coloro che le sfidano. Portare la Shell in tribunale è uno dei tanti metodi nonviolenti di lotta contro il ruolo dell’azienda nel degrado ambientale e dei diritti umani degli Ogoni“. [268] Solo un mese dopo le impiccagioni, Shell annunciò provocatoriamente l’intenzione d’imbarcarsi in un progetto sul gas naturale in Nigeria da 3,8 miliardi dollari, in tandem con la giunta nigeriana, la francese Total e l’italiana Agip. I nigeriani ne furono indignati. Il 4 marzo 1997 i manifestanti catturarono 127 dipendenti della Shell, bruciarono le stazioni di benzina Shell e ne saccheggiarono e occuparono le piattaforme petrolifere. La Shell fu costretta a ridurre la produzione in Nigeria e finì sotto un maggiore controllo dei gruppi per i diritti umani di tutto il mondo. [269] Nel luglio 2002, un gruppo di donne nigeriane prese in ostaggio dei dipendenti di Chevron-Texaco e ne occuparono le strutture. Il giorno dopo la sede della società a Lagos fu colpita da un fulmine. La rivolta contro Big Oil in Nigeria continua.
Questi tre casi di atrocità dei Quattro Cavalieri in Paesi dell’OPEC forniscono un altro motivo per cui le aziende passano a fonti non-OPEC. Semplicemente non sono più le benvenute. Nel 1972 l’OPEC produsse l’84,8% del petrolio al di fuori di Stati Uniti, URSS, Europa dell’Est e Cina. A partire dal 1991, l’OPEC ha fornito solo il 60,9% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti, la maggior parte proveniente dagli Stati del GCC, Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Nel 1989, il 18% proveniva dai sauditi. [270] La conformità del GCC nella sovrapproduzione di greggio, per mantenere bassi i prezzi per le operazioni a valle dei Quattro cavalieri, è la chiave per mantenere l’OPEC diviso. I sauditi giocano il ruolo chiave di sabotatori della produzione, con 10 milioni di barile/giorno di capacità dell’Aramco e 261 miliardi di barili di riserve di petrolio. Il litorale del GCC sulle coste sud-ovest del Golfo Persico, ospita il 42% del petrolio mondiale. E’ topograficamente ideale per il trasporto locale a basso costo del greggio, dai giacimenti costieri agli impianti di raffinazione e di carico sulle petroliere. Il gigantesco giacimento di Burgan in Kuwait è a soli cinque chilometri dal Golfo. I flussi di greggio passano per l’oleodotto costruito dalla Bechtel, tra Burgan e i serbatoi dei depositi di stoccaggio in cima al crinale al-Ahmadi, che domina il Golfo. Da lì il petrolio fluisce nelle petroliere in attesa nel porto. [271] Nel 1978 il costo del pompaggio e trasporto di un barile di greggio del Golfo Persico era meno di un centesimo. [272]
Fu il lavoro a basso costo del Golfo Persico che ha permesso a Big Oil di chiudere i pozzi in Texas e Louisiana e spostarsi verso il Golfo. Le quote nella produzione nazionale limitano la produzione delle compagnie petrolifere indipendenti. Gli indipendenti non hanno il capitale o le connessioni politiche per divenire globali. Nel 1956-1974 la redditività del petrolio straniero è raddoppiata, mentre la redditività del greggio nazionale è rimasta lo stessa. [273] Big Oil importa manodopera a basso costo nei Paesi del GCC da luoghi come Bangladesh, Filippine, Yemen e Pakistan. Alcuni indipendenti più grandi sono andati all’estero ma sono relegati, insieme alle compagnie petrolifere di proprietà dei governo del Terzo Mondo, ai compiti di esplorazione e produzione più rischiosi.
Nel frattempo, i Quattro Cavalieri cavalcano i pascoli più verdi a valle.

Note
[263] The Control of Oil. John Blair. Pantheon Books. New York. 1976. p.50
[264] BBC World News. November 2001.
[265] “Scorecards on the Oil Giants”. Susan Caminiti. Fortune. 9-10-90. p.45
[266] Spooks: The Haunting of America-the Private Use of Secret Agents. Jim Hougan. William Morrow & Company, Inc. New York. 1978. p.443
[267] Ibid. p.433
[268] “Shell Sued Over Nigerian Hangings”. AP. Missoulian. 11-9-96. p.A-6
[269] BBC World News. 3-24-97
[270] “Energy Blues and Oil”. Brian Tokar. Z Magazine. Gennaio1991. p.14
[271] Oil, Industrialization and Development in the Gulf States. Atif Kubursi. Croom Helm. Kent, UK. 1984. p.24
[272] “A Reporter at Large: The World’s Resources: Parts I-III”. Richard Barnet. The New Yorker. p.26
[273] Tokar. p.22

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix.  Potete iscrivervi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I giochi da grande potenza del Qatar

Pjotr Lvov, New Eastern Outlook (testo rivisto da Oriental Review), 30 marzo 2013
Hamad+bin+Khalifa+al+Thani+President+Obama+uHhLc2S2EDolIl recente vertice della Lega araba, che ha deciso illegalmente di fornire aiuti militari all’opposizione siriana su pressione di Doha, ha dimostrato ancora una volta che c’è un nuovo equilibrio di potere nel mondo arabo, in cui Paesi tradizionalmente forti come Egitto, Algeria e Iraq si sono di nuovo dimostrati impotenti contro il ricco nano Qatar. L’emirato ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere ciò che voleva, compreso il ricatto finanziario. Perfino l’Arabia Saudita ha mostrato meno perseveranza del Qatar. Doha è ovviamente estremamente delusa dalle possibilità di sopravvivenza del legittimo governo della Siria, che resiste da più di due anni nonostante l’attiva pressione estera volta a rimuovere dal potere il regime di Assad e l’assistenza militare straniera fornita all’opposizione armata siriana, che Doha ha generosamente finanziato. Il Qatar ha già speso così tanti soldi che ha sospeso una serie di progetti di sviluppo interno, e gli investimenti stranieri nel Paese si sono notevolmente contratti. Ad esempio, l’emiro non ha mantenuto le promesse di partecipare a diversi importanti progetti russi che aveva fatto durante la sua visita del novembre 2010 a Mosca. La questione si pone, ciò perché è il denaro che manca, o è il Qatar che si vendica sulla Russia per la sua posizione sulla Siria? La ragione principale, naturalmente, è quest’ultima. Dopo tutto, nel novembre 2011 l’ambasciatore russo fu aggredito all’aeroporto di Doha, nel tentativo di prendergli la valigia diplomatica perché si era inimicato i wahhabiti locali, difendendo troppo energicamente la posizione del suo Paese sui media locali.
L’obiettivo del Qatar è chiaro: cercare di porre fine al regime siriano bloccando un progetto di gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti, e quindi diretto ai consumatori europei. Avrebbe contribuito a realizzare l’obiettivo strategico, cacciare la Russia dai mercati tradizionali del gas naturale nell’Europa sud-orientale, così come della Turchia. E Doha non opera solo su propria iniziativa, la pressione degli Stati Uniti la  sopporta. Dopo tutto, l’emirato non può essere considerato uno Stato nel senso classico. In realtà è un grande giacimento di gas naturale dominato dalla statunitense Exxon Mobil e dalla più grande base dell’US Air Force in Medio Oriente, che ha quasi 5000 militari statunitensi, vale a dire quasi la metà delle Forze Armate del Qatar. Quanta autonomia ha in realtà il Qatar? Inoltre, l’emiro e la sua famiglia sono agganciati a Washington. Dopo tutto, l’emirato veniva precedentemente indicato come uno Stato sponsor del terrorismo, e venne tolto dalla lista perché ha permesso che il suo territorio venisse utilizzato nella guerra contro l’Iraq. Ma molti membri della famiglia dell’emiro sostengono  apertamente i terroristi che hanno compiuto gli attentati di New York e Washington l’11 settembre 2001. Infatti, la legittimità dello stesso emiro è messa in discussione da quasi la metà dei membri della famiglia al-Thani. Dopo tutto, ha detronizzato il padre nel 1995, inducendo il fratello e alcuni parenti a lasciare il Paese in segno di protesta e a vivere in esilio fino a oggi.
Non dobbiamo dimenticare che il Qatar è stato uno dei principali sponsor della guerra in Cecenia, finanziando generosamente mercenari arabi e ribelli ceceni. Quando la ribellione in Cecenia è stata spenta, non è un caso che Zelimkhan Janderbiev, il “presidente” d’Ichkeria, avesse ottenuto rifugio nell’emirato, insieme a più di 800 suoi sostenitori. Oggi, diversi fondi di beneficenza islamici del Qatar finanziano generosamente terroristi in tutto il mondo, dall’Africa alle Filippine, per non parlare del mondo arabo. Inoltre, lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, il portavoce principale dei Fratelli musulmani e presidente dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, trasmette da Doha.  Non ho bisogno nemmeno di parlare di al-Jazeera, dato il suo netto ruolo in tutte le “rivoluzioni arabe”.
Il problema è un altro, come è possibile che questo nano che ha una popolazione di meno di 300.000 abitanti e dà lavoro a 1,5 milioni di stranieri, riesce a imporre la propria volontà agli arabi?  Certamente non a causa di un qualche talento speciale posseduto dal suo Primo ministro e ministro degli Esteri, Hamad bin Jassim, che 20 anni fa era un impiegato di basso livello, in qualche ministero secondario, e che non ha neanche una laurea. È meglio conosciuto per l’affarismo cui si dedica utilizzando il fondo sovrano dell’emirato, che come diplomatico mondiale. La risposta sembra essere semplice. Le risorse finanziarie di Doha le permettono di manipolare la situazione in Egitto e Libia, dove le sue spese li hanno resi finanziariamente dipendenti dal Qatar. Ma l’Algeria e l’Iraq non vogliono affrontare l’emirato per paura che inizi a finanziare i salafiti locali, presenti in gran numero in questi due Paesi. Tanto più che il Qatar ha in realtà già iniziato una guerra in Iraq arruolando dei sunniti, tra cui ex baathisti, contro il governo della maggioranza sciita guidato da Maliki.
Tuttavia, sarebbe l’inizio della fine per il Qatar se il governo legittimo della Siria riuscisse comunque a mantenere il potere. Se l’opposizione armata siriana viene sconfitta, sarebbe un boomerang su Doha, impreparata alla sconfitta. La più grande paura dell’emirato è che la Siria costituirebbe un precedente della sconfitta dei “rivoluzionari islamici”. Doha dovrebbe quindi rispondere a tutto il mondo arabo radicale conservatore, tra cui l’Arabia Saudita, che in poche ore potrebbe rimuovere dal trono l’attuale emiro. Ora che il Qatar ha preso la bandiera della “rivoluzione”, deve andare fino in fondo, fino alla vittoria o alla fine. Nessuno ha bisogno di un Qatar perdente, nemmeno gli statunitensi. Questo è il destino che attende ogni piccolo Stato artificialmente creato sul petrolio e il gas, che vive secondo i precetti dell’Islam del secolo 17.mo, ma che pretende la democrazia negli altri Paesi arabi, la cui storia e civiltà hanno migliaia di anni, non decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Libro – QATAR: L’assolutismo del XXI.mo Secolo

Rosneft diventa la prima società petrolifera mondiale

Alfredo Jalife-Rahme, Rete Voltaire, Città del Messico (Messico) 12 novembre 2012

Dopo aver acquistato la maggior parte di Jukos ed essere entrata in una joint venture con Exxon-Mobil per l’estrazione di petrolio nel Mar Nero, la Rosneft ha assorbito la TNK-BP. In tal modo, la Russia, che controlla la Gazprom, la prima società gasifera del mondo, acquisisce anche la prima azienda petrolifera del mondo. L’analista Alfredo Jalife-Rahme confronta la strategia nazionale di Vladimir Putin con la logica mercantile liberale che prevale nel suo paese, il Messico, un parallelo che è un esempio.

Il petrolio resta sempre la materia prima geostrategica per eccellenza del pianeta, e sarebbe un grave errore analizzare la sua acquisizione da parte dello Stato in una prospettiva puramente mercantilista: ciò che è in gioco è la sicurezza energetica dei paesi produttori. Se gli Stati Uniti, i principali acquirenti di petrolio messicano, ammettono che il petrolio è strategico, è inconcepibile che i paesi venditori non prendano in considerazione ciò. Eppure è qui che è stato commesso il peccato mortale dei dirigenti formatisi all’ITAM (Istituto Tecnologico Autonomo del Messico) in Messico, dimostrando una patetica ignoranza geopolitica; la questione non è privatizzare o nazionalizzare, termini variabili che hanno un significato spesso superficiale, sia negli Stati Uniti che in Messico, ma di concentrarsi su chi controlla le materie prime di importanza geostrategica in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, le aziende private degli idrocarburi, come Exxon-Mobil, fanno parte dell’ampio sistema di sicurezza nazionale ed internazionale, in Messico non vi è alcuna garanzia a questo proposito, nel caso delle imprese private a capitale straniero o nazionale operanti in Messico e spesso soggetti al credito di Wall Street, che trucca ai dadi e mette a repentaglio la sicurezza nazionale, dal momento che nessun controllo effettivo può essere esercitato su di essi: nel quadro della deregolamentazione finanziaria generale, il loro finanziamento diventa casuale. [1]
Il Messico neoliberista “educato” dall’ITAM è l’eccezione, dal momento che le grandi potenze recuperano le loro risorse petrolifere perse con una vasta ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione: come nel caso della riorganizzazione del portfolio della Rosneft in Russia, subito dopo quella della leggendaria BP inglese, simbolo dell’indipendenza inglese. Il sito geopolitico StratRisks della Florida, ha detto che Rosneft ha sostituito Exxon-Mobil al primo posto della produzione mondiale, dopo l’acquisizione della TNK-BP (joint venture costituita da oligarchi russi e britannici, condensata nell’azienda AAR). TNK-BP era tra le prime 10 compagnie petrolifere private più grandi al mondo, e nel 2010 ha prodotto 1,74 milioni di barili al giorno dai suoi siti attivi in Russia e Ucraina. Putin ritiene che l’operazione, dalla portata senza precedenti, consentirà la produzione di più di 4 milioni di barili al giorno. Parlando delle tribolazioni della TNK-BP, già una volta una multinazionale privata, il suo riscatto dalla Rosneft è stata una ri-nazionalizzazione e de-privatizzazione in due fasi: in primo luogo la “Rosneft acquisisce il 50% di TNK-BP con un’alleanza strategica (joint venture) con la BP, in cambio di contanti e azioni della Rosneft per un importo di 27 milioni di dollari, assegnando il 19,75% di BP alla Rosneft“. In una seconda fase, “gli oligarchi dell’AAR otterrebbero 28 miliardi dollari (in contanti) per la metà della co-proprietà della TNK-BP, anche se l’accordo non è stato ancora concluso.” E l’impresa statala (sic) Rosneft erogherà 55 miliardi dollari per averne la maggioranza, con una minoranza della BP, società privata (sic) la cui posizione è di molto ridotta: si tratta proprio di una de-privatizzazione, concomitante con la ri-nazionalizzazione della Rosneft.
Per StratRisks, si tratta realmente di una nazionalizzazione: Putin ha saputo creare un gigante petrolifero nazionale che gli permetterà di attuare il suo piano per rafforzare l’influenza russa nel mondo attraverso il controllo dei fabbisogni energetici degli altri paesi. In questo nuovo quadro, Rosneft sarà in grado di estrarre quasi la metà del petrolio prodotto in Russia, un cifra enorme se confrontata con l’Arabia Saudita: la Russia è una superpotenza energetica e nazionalizzando gradualmente le risorse, Putin rafforza il controllo sul fabbisogno europeo. Rimane un problema: la Russia non ha sufficiente know-how tecnologico nel settore degli idrocarburi, motivo per cui ha assicurato la permanenza della BP come azionista di minoranza, per non commettere l’errore dell’Arabia Saudita che aveva nazionalizzato il settore petrolifero nel 1980, quando produceva più di 10 milioni di barili al giorno, e che in cinque anni con l’Aramco (di proprietà statale) ha visto diminuire la sua produzione del 60%. Putin ritiene che la sua influenza a livello internazionale aumenterà dopo l’operazione della Rosneft. La sua mossa strategica aumenterà il prezzo del petrolio e porterà a un incredibile incremento del mercato dell’energia.
A mio parere, con le sue testate nucleari, Putin gioca scaltramente la sua carta petrolifera, mentre in Messico, la kakistrocrazia (“il governo del peggio”) dell’ITAM ha perso completamente la visione geostrategica del presidente Lázaro Cárdenas (che aveva espropriato e nazionalizzato tutte le risorse del sottosuolo, nel 1938). Quest’ultimo, un buon generale, aveva già  capito, 74 anni fa, il significato geostrategico degli idrocarburi. Si tratta si sapere, in ultima analisi, chi ha il controllo del petrolio messicano, in una prospettiva multidimensionale, e chi ne garantisce la disponibilità, quando lo Stato si allontanerà: ciò si chiama Sicurezza Nazionale. Cerchiamo di creare l’equivalente di una Televisa (conglomerato multimediale del Messico, il più grande in America Latina e nel mondo ispanico) con il petrolio messicano, che ci consegnerà ai suoi interessi totalitari? In Messico, il petrolio era nelle mani degli inglesi, con i risultati catastrofici che conosciamo, oltre al danno ambientale che abbiamo ereditato [dopo la marea nera causata dalla piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon nel 2010, il gruppo petrolifero del Regno Unito è in avanzate trattative con gli Stati Uniti per cedere i giacimenti petroliferi nel Golfo del Messico per 7 miliardi di dollari, scrive il Wall Street Journal. Ma altri gruppi hanno espresso interesse per le attività della BP, e un altro acquirente potrebbe emergere, afferma il giornale finanziario. Fonte: Le Figaro, 20 settembre 2012].
Il sito StratRisks sottolinea che l’Europa dipende dal petrolio e dal gas russo, e che la manovra di Putin rafforza questa dipendenza, così come il potere della Russia; e ciò va dalla costruzione degli oleodotti fino a controllare il 40% della capacità di arricchimento dell’uranio complessiva. L’acquisizione delle due metà della TNK-BP da parte della Rosneft, una società statale, ne farà un Golia nel settore petrolifero globale, in modo che la Russia possa asfissiare controllando l’offerta, se decide un aumento dei prezzi. Secondo  StratRisks, con una eventuale adesione della Russia all’OPEC, il cartello petrolifero controllerebbe più della metà e la maggior parte delle riserve potenziali del mondo, e con tale influenza i paesi dell’OPEC potrebbero decidere a loro discrezione i prezzi che il resto del mondo dovrebbe semplicemente pagare. Non è così facile, ciò potrebbe portare a una guerra mondiale, ma non è neanche impossibile. In sintesi, secondo StratRisks, la Gazprom, la società gasifera russa, già controlla il gas europeo e la Rosneft il petrolio, potendo così strangolare la supremazia occidentale e aprendo la via ad un nuovo ordine mondiale guidato dalla Russia. Si tratta di geopolitica, ben lungi dall’animo da pezzente decorato dalla paccottiglia modernista che caratterizza il governo neoliberista messicano, che pretende di consegnare ad altri, e a occhi chiusi, il petrolio messicano, dimenticando che il petrolio e il potere, foneticamente simili, vanno profondamente assieme.

Alfredo Jalife-Rahme, La Jornada (Messico)

[1] Cfr. La vulnerabilità finanziaria di Petrobras e la sua dipendenza da Wall Street e dalla City, nel nostro articolo su La Jornada del 24 ottobre 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio –  SitoAurora

Il ritorno di Putin segna un mutamento strategico della Russia

Alfredo Jalife-Rahme Réseau Voltaire 5 Ottobre 2011

L’annuncio che il presidente russo Dmitrij Medvedev e il Primo Ministro Vladimir Putin pianificano il cambio di posizione a marzo, è stato dipinto dalla stampa internazionale come un affare personale tra i due. Per l’analista messicano Alfredo Jalife, ridurre la politica russa a queste due figure è una manovra dei mass media per nascondere ciò che è realmente in gioco: il recupero della sovranità energetica russa e il suo riavvicinamento militare con i paesi BRICS, soprattutto la Cina.

Il ritorno del primo ministro Vladimir Putin – grande zar dell’energia – a candidato alla presidenza segna l’irrigidimento della posizione geostrategica della Russia nei confronti del disfacimento del capitalismo selvaggio e delle minacce di una nuova guerra mondiale da parte dei circuiti finanziari israelo-anglo-statunitensi.
Tale irrigidimento era prevedibile dopo gli innumerevoli affronti fatti contro la Russia e la Cina da parte di ciò che resta dell'”Occidente” economicamente paralizzato: la conquista del petrolio della Libia, l’installazione di un sistema di difesa missilistico NATO nell'”estero vicino” russo, la provocatoria vendita di armi degli Stati Uniti a Taiwan; le prossime guerre per il petrolio e il gas del statunitense Africom, come ha candidamente dichiarato Johnny Carson, Assistente Segretario di Stato [1].
La scandalosa campagna di disinformazione da parte dell’oligopolio mediatico israelo-anglo-statunitense (es. il duo Rothschild-Murdoch tramite Fox News e Sky News) escogita un racconto fantastico che parla di uno scontro tra il presidente uscente Medvedev e l’intrattabile Primo Ministro Putin, con i sentori di una guerra civile e una nuova balcanizzazione della Russia.
La campagna si spinge fino ad ostentare sfacciatamente la sua scelta: Medvedev, i “modernisti” e i filo-occidentali disposti ad aprire il succulento mercato petrolifero alle multinazionali della NATO, contro lo sciovinista e anacronistico Putin, una ex “spia” del KGB assetato di potere autocratico.
Ricorrere a tale grossolana caricatura delle relazioni delle forze interne della Russia e fedele ai suoi interessi petroliferi, le mendaci corporations mediatiche aziendalistiche hanno tentato di distorcere la realtà che oggi le esplode in faccia.
Nessuno sostiene che il tandem Putin-Medvedev (in questo ordine) sia inevitabile o che simbolizzi l’aquila russa a due teste, ma è innegabile che questo paese – una superpotenza nucleare geostrategica pari agli Stati Uniti, che miracolosamente nasce dalla malinconia geopolitica del 1991, quando Eltsin-Gorbaciov vi furono inghiottiti, ha fatto il suo ritorno fin dal 2000, grazie alla leadership di Putin.
E’ Putin che ha progettato la resurrezione geostrategica della Russia, grazie soprattutto al recupero delle sue riserve di idrocarburi. La grande nazione russa è perfettamente consapevole di questo. Se le loro reazioni furiose hanno una qualche indicazione, i circuiti finanziari della plutocrazia neoliberista oligarchica della Gran Bretagna, il cui massimo portavoce è la tripletta Financial Times/Economist/BBC (come ha riconosciuto  Jeremy Browne, ministro del gabinetto Cameron), hanno reagito con veemenza contro il ritorno al potere di Putin, in quanto danneggia i loro interessi geopolitici in Eurasia.
Basti citare i più recenti titoli nichilisti di The Economist, che non s’è morsa la lingua dalla capitale di un paese che era stata appena data alle fiamme dai suoi giovani affamati e senza lavoro: “La Russia e il suo scontento”, “Il ritorno di Putin al Cremlino segna la fine di quattro anni di farsa. La vera questione è come rimarrà al potere.” “Il ritorno di Putin è un male per la Russia.” “Il circo delle elezioni russe.” “La Russia oggi è stagnante e senza speranza.” Mi limiterò a confutare l’ultimo titolo: Putin-Medvedev, la Russia è in forma assai meglio della decadente Gran Bretagna, in caduta libera.
Sono rimasto profondamente colpito dalla blanda (finora) reazione del New York Times, forse per via del perezagruzka (reset) delle relazioni USA-Russia e la sorprendente, anche se molto recente “alleanza affaristica” di un importante accordo geostrategico raggiungere tra Exxon-Mobil e Rosneft [2] per l’esplorazione degli idrocarburi nella regione artica, che ha messo da parte la britannica BP – un presunto asset fisso della Rothschild Bank e leader dei predatori del Golfo del Messico – di concerto con la sua partner “perforatrice“: la criminale (letteralmente) Halliburton and Schlumberger.
Non è cosa da poco per la Exxon-Mobil esplorare il Mar di Kara (Artico), vicino alle coste russe [3]. Alexander Rahr, esperto di Russia della German Foreign Policy Association (DGPA) di Berlino, ha detto al giornale tedesco Bildzeitung [4] che “Putin è stata una buona cosa (sic) per la Russia.” Perciò, se è “cattivo” per la Gran Bretagna, è “buono” per la Germania?
Rahr ha commentato che il germanofilo Putin (parla un fluente  tedesco) “vuole penetrare l’Occidente attraverso la Germania“, mentre “l’alternativa a Putin sarebbero i nazionalisti anti-occidentali“. Infatti, le “prospettive occidentali” per Gran Bretagna e Germania sono diametralmente opposte.
Il giorno prima dell’inaugurazione di un terzo mandato per Putin, il ministro della difesa russo Anatolij Serdjukov ha ospitato a Mosca Guo Boxiong, Vice Presidente della potente Commissione Militare Centrale del Partito comunista cinese [5].
Ancor più importante, dopo essere stato proclamato candidato alla presidenza, Putin ha annunciato un viaggio in Cina, per ampliare il potenziale geostrategico e per rafforzare le relazioni bilaterali.
Ciò che richiama l’attenzione è che Stratfor [6], il portale di disinformazione globale texano-israeliano, avrebbe riferito del ritorno di Putin con una mitezza eccessiva: “Una forte preoccupazione per l’influente istituzione dei servizi di sicurezza russi, è che Medvedev è considerato internazionalmente un capo debole (sic) rispetto al suo predecessore. Putin non è interessato (supersic!) alla presidenza, a meno che non sia necessario al fine di ripristinare la percezione di un Cremlino più assertivo“.
Se la “democrazia” è la quintessenza del potere popolare, allota Putin non aderisce solo alle regole della Costituzione russa ma, meglio ancora, è ancora più “popolare” dei suoi rivali “occidentali“, in un momento estremamente critico per il mondo, in cui i concetti idealistici della filosofia politica si stanno rapidamente erodendo.
Il premier russo vanta un massiccio sostegno pubblico all’80 per cento che, di sicuro, nessun leader della NATO può pretendere (che costantemente schiamazzano di suffragi universali per gli altri, ma non per se stessi), a partire dal sempre più vacuo Obama (ostaggio dei “13 banchieri di Wall Street“, Simon Johnson dixit), passando per Sarkozy (il “conquistatore del petrolio della Libia“, che fu orribilmente martoriato nelle elezioni senatoriali dal Partito socialista), e giù fino al pusillanime leader britannico David Cameron, che non sa dove nascondersi nel fuoco incrociato (letteralmente) urbanistico e finanziario del suo paese.
Mentre Obama, totalmente prigioniero e castrato dai bankster di Wall Street, partecipa alla distruzione del mondo – dal salvataggio dei banchieri insolventi, sempre arroganti, e non dei cittadini – Putin cerca di ristabilire l’equilibrio del mondo, andato perso durante la sfortunata fase dell’unipolarismo degli Stati Uniti, in armonia con la Cina (per estensione: BRICS tra cui il Sud Africa), per riorganizzare il mondo da una prospettiva multipolare.
Ci riuscirà?

[1] Annual Air&Space Conference and Technology Exposition, 19-21 settembre 2011.
[2] The Independent, 31 agosto, 2011
[3] the9billion.com, 1 Settembre 2011
[4] 26 Settembre 2011
[5] Xinhua, 23 settembre 2011
[6] 24 Settembre 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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