Gli Stati Uniti perseguono il caos generale: ora tocca all’Asia

Dedefensa, 9 aprile 2014

8860548Dato lo stato generale della situazione mondiale, rafforzata splendidamente dalla crisi ucraina, gli Stati Uniti cercano di capitalizzare l’estensione della svolta in Asia. Perché portare il caos anche in Asia? E’ vero che questa zona è un po’ indietro rispetto alla situazione europea, del Medio Oriente ed anche negli Stati Uniti, soprattutto in relazione alla situazione di Washington, dell’amministrazione Obama, del Congresso e della politica degli Stati Uniti, ecc. Si tratta di correttezza ed equilibrio. Questa è l’ipotesi che siamo portati a fare osservando la tensione ottenuta dagli Stati Uniti con le loro ultime dichiarazioni che promuovono solo il peggioramento delle cattive relazioni, in particolare tra Giappone e Filippine, da un lato, e Cina dall’altra. Il risultato è il progressivo indurimento della posizione della Cina contro gli Stati Uniti, con parole e giudizi di durezza mai vista, espresse in occasione della visita di Chuck Hagel in Cina e prima del viaggio  asiatico di Obama. Tyler Durden sviluppa un’osservazione della situazione su Zerohedge del 9 aprile 2014.
A quanto pare mettendo via i convenevoli diplomatici, i cinesi sono stati diretti con Chuck Hagel, mentre pone le basi per il viaggio in Asia del presidente Obama a fine mese (che dovrà visitare Giappone, Malesia e Filippine, tutti con conflitti territoriali diretti con la Cina). Come riporta Reuters, “Obama deve prestare seria considerazione a tale problema quando si tratta di Asia… La Cina ha già inviato questo messaggio durante gli incontri con Hagel”, ha detto Ruan Zongze, ex- diplomatico cinese presso l’Istituto di Studi Internazionali di Pechino, un think tank legato al ministero degli Esteri della Cina. “Gli Stati Uniti prendono una direzione che non vogliamo vedere, schierandosi con Giappone e Filippine, e la Cina è molto scontenta di ciò.” (…) Questi commenti dalla Cina sono senza precedenti… “il ministro della Difesa cinese Chang Wanquan ha detto ad Hagel che Washington dovrebbe frenare il Giappone e rimproverare le Filippine. Chang ha detto apertamente ad Hagel che “i cinesi non sono contenti” del sostegno degli Stati Uniti al Giappone e al Sud-Est asiatico, secondo una dichiarazione apparsa sul sito del ministero della Difesa cinese. L’influente tabloid Global Times, pubblicato dall’ufficiale Quotidiano del Popolo del Partito Comunista, ha scritto in un editoriale che tali parole forti “non sono state sentite molto in passato”.” Tyler cita ancora Ruan Zongze: “(I funzionari cinesi) sperano che la visita di Obama non sia usata per radunare altri Paesi contro la Cina. Se si ascolta la dura retorica dei vertici dell’amministrazione degli Stati Uniti, questa è una vera e propria preoccupazione.” “Loro (i funzionari cinesi) cercano di capire se è la bassa popolarità statunitense a spingere a fare commenti che non può fare il capo, o se ci si muove in un crescendo…” “Penso che ci sia la preoccupazione che tale dibattito possa essere influenzato in modo sostanziale se Obama facesse commenti molto espliciti in questo viaggio, che potrebbero capovolgere l’equilibrio interno e rendere più difficile per Xi sottolineare come fondamentale il rapporto sino-statunitense“.”
Naturalmente, tale atteggiamento degli Stati Uniti in Asia verso la Cina contrasta curiosamente con i loro sforzi per dividere Cina e Russia sulla crisi ucraina, come se non ci fosse un coordinamento tra queste due politiche; ovviamente l’ipotesi più accettabile è che il caos sia particolarmente florido nel governo degli Stati Uniti, come abbiamo visto. Pertanto, si prevede il rafforzamento dei legami tra la Cina e la Russia nelle rispettive crisi, dei BRICS, della Shanghai Cooperation Organization, ecc.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica degli Stati Uniti punta all’Asia

Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 12/02/2014

56779433_us_pacific_bases_4641Il 5 febbraio il Congresso discuteva della politica verso l’Asia degli Stati Uniti, dando una chiara conferma del percorso intrapreso da Washington e influenzato dai falchi: il passaggio da un approccio equilibrato nella risoluzioni delle dispute territoriali nel Pacifico a una posizione più dura,  comprendente l’uso della forza. L’intento di aggiornare le future risorse attività statunitensi in Asia si riflette nel nome della sottocommissione del Congresso: “Il futuro dell’America in Asia:  riequilibrare la gestione delle controversie sulla sovranità“, confermando la decisione di Washington di passare alla dittatura imperiale in quest’area del mondo, dove negli ultimi tempi gli Stati Uniti hanno regolarmente espresso rimostranze contro la Cina per la recente decisione dell’Air Defense Identification Zone (Adiz) cinese su una serie di isole nel Mar Cinese Meridionale. Secondo rapporti di vari osservatori, una tensione abbastanza evidente nelle relazioni tra i due Paesi è apparsa nei giorni scorsi, nonostante la dichiarazione di Washington della volontà di sviluppare la cooperazione bilaterale con la Cina su una serie di aree. Secondo molti analisti, ciò è in gran parte dovuto al cambiamento della strategia militare degli Stati Uniti e alla sua particolare enfasi sul rafforzamento della presenza strategica nel Pacifico, per contrastare l’espansione cinese in Asia. Il più aspro di tali scontri avviene sulla strategia militare e la concorrenza per l’influenza sulla comunità economica regionale. Il motivo di ciò è chiaro: ogni anno 5300 miliardi di dollari di commercio si svolge nel Mar Cinese Meridionale, con gli Stati Uniti che ne raccolgono 1200 miliardi sul totale.
Una sessione della sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le minacce emergenti della commissione per gli Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, denominata “La Cina marittima e altre minacce geografiche” del 30 ottobre 2013, fornisce chiara indicazione della crescita del sentimento anticinese nella dirigenza politica statunitense. Tale sessione, presieduta dal deputato Dana Rohrabacher, ha visto un significativo aumento dell’incitamento al confronto militare con la Cina nel Pacifico, nonché la volontà dei politici statunitensi di rafforzare ulteriormente l’espansione degli Stati Uniti in questa parte del mondo e del confronto militare con la Cina, cercando il supporto del Giappone. Nell’udienza alla sottocommissione del Congresso del 5 febbraio, l’assistente del segretario di Stato per gli affari dell’Asia Orientale e del Pacifico, Daniel Russel, ha dichiarato che gli Stati Uniti agiscono contro “i crescenti tentativi della Cina di affermare il proprio controllo sull’area della cosiddetta “linea dei nove trattini” (vale a dire i territori rivendicati dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale)“. Ha aggiunto, “penso che sia imperativo essere chiari su cosa intendiamo quando gli Stati Uniti non prendono posizione sulle richieste concorrenti nella sovranità dei territori controversi nei mari orientale e meridionale della Cina… ma adottano la decisione secondo cui le pretese marittime devono conciliarsi con il diritto internazionale consuetudinario...” Tale affermazione, ripetuta più volte durante l’audizione al Congresso e nel briefing con giornalisti stranieri del 4 febbraio, presso l’Ufficio stampa estera del dipartimento di Stato degli USA, può indicare cambiamenti dei significativi nella politica estera degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Prima dell’audizione di Russel, gli Stati Uniti annunciavano ufficialmente la loro neutralità sulle dispute marittime nel Mar Cinese Meridionale, utilizzate dai diplomatici statunitensi soprattutto per negare l’aspetto militare della politica regionale di Washington. La Casa Bianca ora, tuttavia, assume una “posizione forte” sulla questione ed intende utilizzare talune disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), cui gli stessi Stati Uniti non aderiscono, facendo maggiore pressione sulla Cina denunciandone le richieste marittime.
Adattandosi all’adozione di una nuova posizione nella regione del “Pacific Rim”, Washington “aiuta” il governo filippino nel denunciare la Cina al Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS), che esaminerà la questione il 30 marzo all’Aja. Tale passaggio, però, è chiaramente collegato alla propaganda militare di Washington contro la Cina, poiché nello stesso giorno in cui Russel testimoniava al Congresso, il New York Times pubblicava l’intervista al presidente delle Filippine Aquino che paragonava le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale con l’occupazione dei Sudeti di Hitler nel 1938, equiparando le attività della Cina con quelle della Germania nazista. A sostegno dell’acceso confronto di Aquino, il 6 febbraio The Atlantic pubblicava un articolo critico sulla Cina. Quando, con la chiara sanzione della Casa Bianca, i media degli Stati Uniti confrontano un Paese con la Germania nazista, appare evidente  che la macchina da guerra statunitense accelera i preparativi della prossima guerra, cui gli ambienti industriali militari sono da sempre interessati. Il “supporto informativo” a tale cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti è fornito dai discorsi di numerosi membri del Congresso alle udienze della sottocommissione del Congresso sulle dispute marittime, avutesi la scorsa settimana. Le udienze dei congressisti Ami Bera, Steve Chabot, Randy Forbes, Brad Sherman e molti altri, erano a sostegno della posizione di forza degli Stati Uniti e del confronto con Pechino sui territori contesi nel Pacifico. Nel frattempo, un attivo passaggio della flotta sottomarina statunitense nel Pacifico è in corso, così come l’ammodernamento e l’ampliamento della base militare statunitense di Guam, la maggiore base nel Pacifico occidentale dalla seconda guerra mondiale, anche se l’equipaggiamento militare è già sufficiente per grandi attività militari, secondo numerosi esperti militari. La costruzione di basi militari supplementari sull’isola sudcoreana di Jeju, nelle isole Cocos australiane e l’espansione della base sull’isola Diego Garcia, sono chiaramente nell’interesse del Pentagono. Singapore ha già dato il permesso per l’uso della base navale di Chang, migliorando il controllo sulla Stretto di Malacca, attraverso cui l’80% delle importazioni di petrolio cinesi passano…
In tali circostanze, la vera agenda delle visite del vicepresidente statunitense Biden e del vicesegretario di Stato William Burns nella regione diventa ancor più chiara, così come quella delle prossime visite del segretario di Stato John Kerry, del ministro della Difesa Chuck Hagel e di  altri alti funzionari statunitensi. L’equilibrismo politico degli Stati Uniti nel Pacifico cambia radicalmente.

001ec949c22b12687e5511Vladimir Odintsov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’”Air Defense Identification Zone” cinese: un errore o un passo strategicamente considerato?

Vladimir Terehov New Oriental Outlook 08.01.2014
5700368-adiz-05-800x546L’introduzione della cosiddetta Air Defense Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale (ECS), il 23 novembre da parte del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, rimane uno dei maggiori eventi politici mondiali degli ultimi mesi. Dobbiamo ricordare che questo passo è stato compiuto da Pechino 40 anni dopo che una zona simile venisse adottata dal Giappone, cioè, uno dei principali oppositori regionali della Cina e che potrebbe diventarne il principale avversario in futuro. Il significato speciale della comparsa dell’ADIZ cinese è determinato dal fatto che questa zona si trova su parte della superficie della Regione Asia-Pacifico, in cui il centro della politica globale si sposta. Tale zona marittima, adiacente alle coste orientali della Repubblica Popolare Cinese e all’Hindustan è un moderno “Balcani” politico, un punto particolarmente sensibile in cui gli interessi degli attori più importanti del mondo s’intersecano.
In connessione con l’introduzione dell’ADIZ di Pechino, alcuni esperti nazionali hanno espresso l’opinione che ciò sia un “errore conseguente ed evidente” della diplomazia cinese. Vi sono alcuni motivi per tali considerazioni, se ricordiamo le conseguenze della politica dell’”assertività” perseguita dal 2009 dall’ex-dirigenza del PRC, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. In risposta alle rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, alcuni Paesi rivieraschi chiesero aiuto, prima di tutto Filippine e Vietnam. Tali appelli furono ascoltati da Washington, e poi la sub-regione del Sud-Est asiatico è stata spesso visitata dai principali statisti statunitensi, che hanno ignorato le richieste cinesi di non interferenza di “forze esterne alla regione” nelle dispute territoriali fra Pechino e i suoi vicini. La serietà delle intenzioni degli Stati Uniti è stata sottolineata dall’”esplorazione” del Mar Cinese Meridionale delle navi della Settima Flotta degli Stati Uniti. A quanto pare, la Cina si è subito resa conto di rafforzare la posizione del suo principale avversario geopolitico, nella sub-regione di fondamentale importanza, con le proprie azioni. Negli ultimi mesi, ciò ha comportato una svolta positiva nella retorica della leadership cinese, in relazione ai suoi vicini meridionali. Tuttavia, il rafforzamento della presenza militare e politica nel Mar Cinese Meridionale è divenuto un fatto compiuto, e ciò è stato confermato ancora una volta dal recente incidente causato dalle manovre dell’USS Cowpens pericolosamente vicino alla portaerei cinese Liaoning che partecipava ad una esercitazione di routine della Flotta del Mar del Sud della Cina.
L’opinione che la Cina abbia commesso l’ennesimo errore in politica estera, con l’introduzione dell’ADIZ, si basa su alcuni punti ragionevoli. In primo luogo, dato che un arcipelago subacqueo, di fatto sotto il controllo della Corea del Sud (ma rivendicato dalla Repubblica Popolare Cinese), rientra nell’ADIZ, ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Pechino e Seul. Nel frattempo, l’istituzione di fiduciose relazioni bilaterali negli ultimi anni è un traguardo importante per la politica estera della Cina, in quanto ha bloccato gli annosi sforzi di Washington nel formare un’alleanza politico-militare tripartita “USA-Giappone-Corea del Sud”. Sebbene i commenti ufficiali del Ministero della Difesa della Cina indicano chiaramente che l’introduzione dell’ADIZ sia rivolta contro il Giappone (rapporti che sembrano difficili da peggiorare), piuttosto che contro la Corea del Sud, la leadership di quest’ultima potrebbe semplicemente non avere scelta se non riavvicinarsi a Tokyo. Nonostante il fatto che il sentimento anti-giapponese cresca tra i coreani. Comunque, vi sono già state segnalazioni di un possibile coordinamento dei tentativi di entrambi i Paesi per contrastare eventuali azioni militari cinesi nello spazio delineato dall’ADIZ. In secondo luogo, Giappone, Corea del Sud e Taiwan non hanno riconosciuto la legittimità di questa zona cinese, e gli aerei delle loro compagnie ignorano i prerequisiti stabiliti dal Ministero della Difesa della Cina per volare nell’ADIZ. Tutto ciò fornisce motivi per valutare queste attività della RPC come controproducenti. Eppure, nonostante gli evidenti costi tattici attuali, a quanto pare la decisione d’introdurre l’ADIZ si basa sulla definizione di obiettivi strategici. Quest’ultima sembra probabile, almeno perché notizie sono state diffuse sulla possibile istituzione dell’ADIZ anche sul Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, dopo la manifestazione delle conseguenze negative di questa decisione per la Cina.
Possibili aspetti strategici di questa misura della Cina sono indicati, in particolare, dalla monografia di Robbin F. Laird e Edward Timperlake, recentemente pubblicata, “Ristrutturazione del Potere militare USA nella regione Asia-Pacifico“. Pubblicata un mese prima dell’introduzione dell’ADIZ dalla Cina, gli autori, naturalmente, hanno ritenuto necessario commentare una delle più notevoli vicende politiche regionali degli ultimi tempi, con un articolo speciale. Quando analizzano i motivi e le conseguenze dell’azione del Ministero della Difesa della Cina qui discussi, si basano sul concetto formulato nel libro del “quadrilatero strategico allungato” formato dai quattro principali alleati regionali degli Stati Uniti: Giappone, Australia, Singapore e Sud Corea. L’efficienza del  triangolo del potere statunitense, formato dalle basi militari sul territorio degli Stati Uniti (arcipelago hawaiano, isola di Guam) e in Giappone, può essere raggiunta solo in condizioni di libertà di movimento sul mare e negli spazi aerei del quadrilatero. Pertanto, sulla base di dette posizioni, l’introduzione dell’ADIZ cinese, interna al “quadrilatero”, indica che la RPC crea la base per adempiere ai propri obiettivi strategici militari. Ciò è dovuto dalla necessità di violare la libertà di movimento delle unità da combattimento e da trasporto militare degli oppositori regionali di questo “quadrilatero”, se tale necessità diventasse rilevante. In particolare, ciò può verificarsi se Pechino perde la pazienza riguardo Taiwan, che sempre più diventa uno Stato indipendente de facto, invece di rientrare, in una forma o nell’altra, nella “madre patria” (continente). Ciò contraddice gli obiettivi finali della politica della Repubblica Popolare Cinese sullo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con Taiwan. In caso di passaggio a mezzi “non pacifici” per affrontare il problema di “ristabilire l’unità della nazione”, come previsto dall’atto legislativo del Congresso Nazionale del Popolo nel 2005, il compito d’impedire agli Stati Uniti d’interferire nel conflitto (molto probabilmente in collaborazione con il Giappone) diventerà molto rilevante.
Contrariamente all’opinione popolare secondo cui lo scopo principale dell’introduzione dell’ADIZ cinese siano le isole Senkaku/Diaoyu, il cui possesso la Cina contesta al Giappone, Zachary Keck, viceredattore del giornale elettronico The Diplomat, popolare nella regione, ritiene che il principale obiettivo sia Taiwan. Se le speculazioni degli esperti sono vicine alla verità, ciò vorrà dire che l’istituzione dell’ADIZ della Cina nel Mar Cinese Orientale dimostra che Pechino ha scelto una strategia politica di contrasto controffensivo diretto ai tentativi dei suoi avversari regionali di limitarne la libertà di azione nello spazio immediatamente adiacente al territorio della Repubblica Popolare Cinese. Solo ulteriori sviluppi dimostreranno se tale versione sia corretta o meno. Tuttavia, anche oggi non vi è dubbio che la scelta strategica militare e politica dello “spigolo contro spigolo” tipico della tradizione cinese, sarà accompagnata da notevoli rischi. Ad esempio, alcuni membri dell’elite politica di Taiwan parlano della necessità di proteggere la propria ADIZ e di coinvolgervi Giappone e Corea del Sud, per contrastare una possibile azione militare della Repubblica Popolare Cinese.
Infine, si deve rilevare di non sottovalutare il potenziale del pensiero strategico della leadership cinese, un Paese la cui storia ha più di un millennio. In queste circostanze piuttosto disagiate (in gran parte conseguenza dei propri errori), la Cina non ha apparentemente nessuna politica “buona” e deve sceglierla tra “cattiva” e “pessima”.

Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro Asia e Medio Oriente del Russian Institute for Strategic Studies, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pivot militare statunitense in Asia: Obama vuole che il Giappone “possa fare la guerra” alla Cina

Colonnello Ann Wright, Global Research, 8 novembre 2013

031200-N-0000X-001 031200-N-0000X-001Il notevole articolo pacifista costituzionale del Giappone sotto forte attacco
Dalla fine della seconda guerra mondiale, la costituzione giapponese, scritta in parte dagli Stati Uniti per la nazione giapponese sconfitta, respinge la guerra come soluzione al conflitto. Il preambolo della Costituzione giapponese riconosce le azioni brutali del governo giapponese in Asia durante la Seconda Guerra Mondiale, “...noi siamo determinati a mai più assistere agli orrori della guerra attraverso l’azione del governo“, e continua “Noi, popolo giapponese, desideriamo la pace sempre e siamo profondamente consapevoli degli alti ideali che controllano i rapporti umani, e siamo determinati a preservare la nostra sicurezza ed esistenza confidando nella giustizia e nella fede dei popoli amanti della pace nel mondo. Noi desideriamo occupare un posto d’onore nella società internazionale che lotta per la pace e la messa al bando di tirannia e schiavitù, oppressione e intolleranza, per sempre dalla terra. Siamo consapevoli che tutti i popoli del mondo hanno il diritto di vivere in pace, liberi dalla paura e autonomi“. L’articolo 9 afferma: “Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Al fine di realizzare l’obiettivo del paragrafo precedente, le forze di terra, mare e aeree, così come altri potenziali mezzi bellici, non saranno mai più mantenuti. Il diritto alla belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”
Due settimane fa ero a Osaka, in Giappone, oratrice al convegno internazionale sull’articolo 9 “pacifista”. Sono già stata in Giappone cinque anni fa, nel 2008, in una conferenza simile, quando George Bush era presidente degli Stati Uniti e ostacolava lo spirito e l’intento dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, esortando il governo giapponese a consentire alle forze di autodifesa giapponesi di fornire assistenza logistica area e marittima alla guerra di Bush contro l’Iraq. Uno dei principali consiglieri del presidente Bush, l’ex-assistente del segretario di Stato Richard Armitage si  lamentava che “l’articolo 9 del Giappone è un impedimento all’alleanza USA-Giappone“, un’alleanza che l’amministrazione Bush voleva utilizzare per distribuire l’onere operativo, finanziario e militare della guerra in Iraq. Nonostante le obiezioni di molti cittadini giapponesi, il governo giapponese fornì le navi per rifornire le navi da guerra statunitensi e aerei da trasporto logistico per trasportare rifornimenti a Baghdad. Una decisione del 2008 dalla Corte di Nagoya, ha rilevato che le missioni delle forze aeree di autodifesa giapponesi in Iraq erano incostituzionali in quanto violavano l’articolo 9.

L’amministrazione Obama vuole che il Giappone “riesamini” la base giuridica dell’articolo 9
Cinque anni dopo c’è Barack Obama come presidente degli Stati Uniti, ma la richiesta del governo degli Stati Uniti non è cambiata, il Giappone deve “modificare” l’articolo 9 e porre al suo pacifismo. Il 3 ottobre 2013, gli Stati Uniti e il Giappone emisero una “Dichiarazione congiunta del Comitato consultivo sulla sicurezza: verso un’alleanza più solida e una maggiore condivisione delle responsabilità“. Nel documento, gli Stati Uniti “salutano” la volontà del governo Abe di “riesaminare la base giuridica per la sua sicurezza, tra cui la questione di esercitare il diritto all’autodifesa collettiva...” In altre parole, di trovare un modo per eliminare l’articolo 9 e quindi permettere al Giappone di avere una politica militare che non ne precluda la partecipazione a guerre d’aggressione.
Il documento emargina i Paesi della regione, Cina, Corea democratica e anche la Corea del sud  sollecitando l’impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del Giappone attraverso capacità militari nucleari così come convenzionali, accogliendo “la determinazione del governo Abe a contribuire in modo più attivo alla pace regionale e globale“, annunciando che gli Stati Uniti dovranno rafforzare il loro coinvolgimento militare nella regione. Giappone e Stati Uniti affermano che la loro alleanza deve essere pronta ad affrontare “minacce persistenti ed emergenti alla pace e alla sicurezza“, tra cui “i comportamenti coercitivi e destabilizzanti marittimi, attività di disturbo nello spazio e nel cyberspazio, proliferazione delle armi di distruzione di massa (WMD), catastrofi artificiali e  naturali e i programmi nucleari e missilistici della Corea democratica.” La dichiarazione chiede anche “d’incoraggiare la Cina a svolgere un ruolo responsabile e costruttivo per la stabilità e la prosperità regionale, di aderire a norme internazionali di comportamento, oltre che a migliorare l’apertura e la trasparenza nella sua modernizzazione militare con i suoi crescenti investimenti militari.”

Il pivot militare statunitense verso l’Asia e il Pacifico
Con il “pivot” militare del presidente degli Stati Uniti Obama verso l’Asia, il governo degli Stati Uniti spinge pesantemente il governo giapponese a spendere sempre più per la sicurezza degli Stati Uniti. Il Giappone attualmente versa agli Stati Uniti oltre 2 miliardi di dollari per le basi e il personale militare statunitensi in Giappone. In effetti, il governo giapponese sovvenziona l’esercito statunitense. Le esercitazioni militari statunitensi e la relativa presenza di materiale militare strategico in Asia e nel Pacifico sono aumentati sostanzialmente, dalla fine della guerra in Iraq e dopo che la guerra in Afghanistan volge al termine. Ad esempio, gli Stati Uniti inizieranno a far volare i droni spia a lungo raggio Global Hawk da una base in Giappone. I voli di sorveglianza inizieranno nella primavera del 2014 e secondo quanto riferito, si svolgeranno innanzitutto sulla Corea democratica. Inoltre, gli Stati Uniti costruiranno un nuovo sistema radar in Giappone per il loro sistema di difesa missilistica. Equipaggiamento militare statunitense di nuova generazione viene schierato in Giappone, compresi i nuovi aerei antisommergibile P-8, primo utilizzo del velivolo al di fuori degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno già inviato aerei Osprey in Giappone e la sua presenza  causa proteste tra i cittadini giapponesi.
Nell’estate del 2012, le più grandi esercitazioni militari mai tenute nel Pacifico, al largo delle Hawaii, furono condotte da 42 navi, tra cui la portaerei USS Nimitz, 200 aerei e 25000 effettivi provenienti da 22 nazioni. L’esercitazione coinvolse navi da combattimento di superficie di Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud e Cile. La Cina fu esclusa dallo status di osservatore che aveva avuto nelle precedenti “esercitazioni”. Nel 2012, gli Stati Uniti e il Giappone  decisero di dimezzare la controversa presenza del Corpo dei Marine ad Okinawa e di rischierare  9000 marines nel Pacifico, anche rafforzando con 5000 marines Guam, e reimpiegando migliaia di marines nelle Hawaii e con turnazioni in Australia. 4700-5000 marines saranno trasferirsi da Okinawa a Guam. Il costo totale include un importo non specificato per l’eventuale costruzione di nuovi centri di addestramento nel Commonwealth delle Isole Marianne settentrionali, un possedimento territoriale degli Stati Uniti, che potrebbero essere utilizzati congiuntamente da forze statunitensi e giapponesi. I gruppi ambientalisti già protestano sul possibile utilizzo delle isole di Pagan e Tinian nelle Isole Marianne come bersaglio per bombardamenti aerei. Negli ultimi venti anni, gli attivisti hanno costretto il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a chiudere i poligoni sull’isola hawaiana di Kahoolawe e sull’isola di Puerto Rico di Viequez. Nella madrepatria Giappone, l’attivismo cittadino ha costretto al trasferimento della base aerea di Futenma nella  densamente popolata Okinawa. Tuttavia, il piano degli Stati Uniti per posizionare la nuova base aerea in una base navale a nord dell’isola ha generato la forte opposizione dei residenti locali, che non vogliono che l’habitat per i mammiferi marini, l’unico nella zona, sia distrutto da una pista che finirebbe sulle acque incontaminate di Okinawa.
In Australia, è stato segnalato che la Caserma Robertson potrebbe essere la futura sede del ridispiegamento dell’United States Pacific Command Marine Air-Ground Task Force. Le strutture militari a Darwin diventeranno la base per una task force dell’US Marine Corp, aerodromi e poligoni nell’Australia settentrionale saranno utilizzati da bombardieri a lungo raggio statunitensi. Il porto di Perth sarà visitato da navi da guerra e sottomarini nucleari statunitensi. Le forze armate australiane vengono strutturate ad ogni livello per operare come parte integrante delle operazioni degli Stati Uniti nella regione. Bombardieri B-52 verranno schierati due volte a Darwin, quest’anno, e una base per droni statunitense è in costruzione nelle isole Cocos, un possedimento australiano. Un secondo turno di oltre 200 marines statunitensi sarà schierato a Darwin, nel settembre 2013, con l’intenzione di aumentare questa forza a circa 2500 ogni anno. Il centro congiunto per la difesa di Pine Gap è stato fondato nell’Australia centrale vicino la città di Alice Springs, nel 1970. Pine Gap è una delle tre principali stazioni di localizzazione satellitare gestita dalle agenzie di intelligence degli Stati Uniti e dell’esercito degli Stati Uniti. Ogni giorno, agenti dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, della CIA, dell’intelligence dell’aviazione, dell’esercito, marina e del corpo dei marines degli USA, così come le agenzie d’intelligence dell’Australia, gestiscono grandi quantità di dati trasmessi a Pine Gap dai satelliti spia statunitensi che sorvolano Medio Oriente, Asia Centrale, Oceano Indiano, Cina e Sud Est asiatico e Oceano Pacifico. In Nuova Zelanda, nel maggio 2012, i marines hanno condotto la prima esercitazione da combattimento su larga scala con la Nuova Zelanda, dopo 27 anni. L’addestramento al combattimento è stato il primo condotto dagli USA con l’ANZUS (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti) dalla sospensione degli obblighi del trattato della Nuova Zelanda, nel 1986, dopo che il governo del Paese approvò una legge antinucleare che vietava alle navi a propulsione nucleare della marina statunitense l’accesso alle acque della Nuova Zelanda.
Oltre alla minacce degli Stati Uniti di costruire un aeroporto militare nell’ambiente marino incontaminato di Okinawa, il sistema di difesa missilistico degli Stati Unite e le sue navi Aegis hanno già distrutto uno dei più incontaminati ambienti marini in Corea del Sud, con la costruzione di un enorme, inutile porto militare nell’isola di Jeju Island, che ospita la flotta di cacciatorpediniere antimissile Aegis. La costruzione della nuova base militare su un’isola vicino alla Cina, è una provocazione per il governo cinese. Ho visitato Jeju nel 2010 e poi di nuovo a ottobre, è stato straziante vedere una base navale militare inutile costruita in un’area bellissima. Gli attivisti di Jeju hanno usato tattiche non violente per opporsi alla costruzione della base, mentre il governo sudcoreano ha inviato migliaia di poliziotti e militari dalla Corea del Sud per arrestare e imprigionare molti attivisti. Nelle Filippine, gli Stati Uniti negoziano un più ampio accesso alle basi militari. Un nuovo accordo di sicurezza, chiamato Accordo per una maggiore rotazione del presidio (IRP), permetterebbe alle forze statunitensi una turnazione regolare nelle Filippine per esercitazioni militari congiunte USA-Filippine. Questo accordo permetterebbe agli Stati Uniti di preposizionare materiale bellico per le loro forze nelle basi militari filippine. La frequenza delle esercitazioni USA-Filippine potrebbe aumentare fino alla quasi continua presenza militare statunitense nelle Filippine. Le forze militari statunitensi furono ritirate dalle Filippine nel 1992, dopo le proteste cittadine. Le pretese cinesi sulle isole tradizionalmente detenute dalle Filippine hanno alimentato il nuovo rapporto USA-Filippine.
La visita rinviata del presidente Obama doveva consolidare i piani per le Filippine firmando l’accordo di partenariato trans-Pacifico (TPP), che stabilirà tra 11 nazioni una zona di libero scambio nella regione Asia-Pacifico, che darebbe un’autorità senza precedenti alle società internazionali nel minare le industrie nazionali di quei Paesi.

Jeju-3
La Cina rappresenta una minaccia?
Gli Stati Uniti hanno aumentato notevolmente il loro coinvolgimento militare in Asia per contrastare la crescente potenza economica e militare della Cina nella regione. Eppure, la spesa militare della Cina di 129 miliardi di dollari è nulla rispetto ai 628 miliardi dollari spesi dagli Stati Uniti. Un confronto sul materiale militare dimostra il predominio degli Stati Uniti: gli Stati Uniti dispongono di 10 portaerei contro una della Cina, gli Stati Uniti hanno 15293 aerei militari contro i 5048 della Cina; 6665 elicotteri militari contro i 901 della Cina. La disparità tra gli Stati Uniti e la Cina nel numero di personale militare è impressionante. Con una popolazione di 1344130000, la Cina ha 2285000 militari in servizio attivo e 800000 in riserva. Gli Stati Uniti hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, 313847500, ma 1478000 militari in servizio attivo e 1458500 nella riserva. Secondo i media cinesi, la marina cinese ha 70 sottomarini, 10 dei quali a propulsione nucleare. Almeno quattro di questi sono in grado di lanciare i missili JL-2 con testate nucleari, fornendo alla Cina, per la prima volta, una deterrenza strategica e la capacità di secondo colpo contro gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno 73 sottomarini nucleari e altri 3 in costruzione e 4 ordinari: 14 sottomarini lanciamissili balistici classe Ohio e 4 lanciamissili da crociera classe Ohio, 7 sottomarini d’attacco classe Virginia, altri 3 in costruzione e 4 ordinati, 3 sottomarini d’attacco classe Seawolf e 43 sottomarini d’attacco classe Los Angeles e 2 in riserva. Gli Stati Uniti hanno  5113 armi e missili nucleari con una gittata di 9300 miglia se lanciati da terra e 7500 miglia se lanciati da sottomarini nucleari.
Nel 2011, l’Università di Georgetown stimava che la Cina avesse ben 3000 testate, mentre nel 2009 la Federation of American Scientists stimava che i cinesi avessero un minimo di 240 testate. Nel 2011, la Cina pubblicava un libro bianco della difesa che ribadiva la propria politica nucleare,  mantenendo al minimo il deterrente e divenendo il primo Stato nucleare ad adottare la politica “no first use“, impegnandosi ufficialmente a non usare armi nucleari contro Stati che ne sono privi. L’implementazione della Cina di quattro nuovi missili balistici con capacità nucleare ha causato preoccupazione internazionale.
Gli Stati Uniti continuano ad avere “tutte le opzioni” aperte, compreso il nucleare, come precisato il 3 ottobre 2013 dalla “Dichiarazione congiunta del Comitato consultivo della sicurezza.”

Caroline Kennedy, nuova ambasciatrice degli Stati Uniti in Giappone, riuscirà a sfidare le politiche di Obama?
Gli Stati Uniti presto invieranno un nuovo ambasciatore in Giappone. Caroline Kennedy, figlia dell’ex presidente John F. Kennedy, sarà il nuovo volto dell’imperialismo statunitense in Giappone.  Da privata cittadina, Caroline Kennedy ha dichiarato di essersi opposta alla guerra all’Iraq. Una questione importante è se lei riconoscerà il desiderio del popolo giapponese a continuare ad avere il suo unico e importante articolo 9, il paragrafo “pacifista” della sua Costituzione e a convincere l’amministrazione Obama a non indebolirlo. Farlo sarebbe un atto d’incredibile coraggio politico per un ambasciatore statunitense, degno di essere incluso nella versione aggiornata del libro del padre “Profiles in Courage“.

Ann Wright è un colonnello dell’esercito/riserva degli Stati Uniti. È stata anche diplomatico degli Stati Uniti per 16 anni nelle ambasciate di Nicaragua, Grenada, Somalia, Uzbekistan, Kirghizistan, Sierra Leone, Micronesia, Afghanistan e Mongolia. Rassegnò le dimissioni dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel 2003, in opposizione alla guerra all’Iraq.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara ad una invasione su vasta scala!

Valentin Vasilescu Réseau International 5 luglio 2013

Questo materiale è un estratto di un grande lavoro di carattere riservato che avevo svolto e reso disponibile solo a livello strategico. Abbiamo selezionato per voi da questo piano strategico solo gli elementi la cui rilevanza e il significato sono accessibili a tutti.

SongsTutti sono rimasti sorpresi nel vedere che gli Stati Uniti non hanno dispiegato forze aeree per creare una “no fly zone” nello spazio aereo della Siria. In un precedente articolo, ho detto che per una eventuale no-fly zone sulla Siria, dovevano partecipare aerei militari di Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto. Nel frattempo, l’esercito egiziano, fedele alla memoria del colonnello Gamal Abdel Nasser, il vero artefice dell’indipendenza dall’Egitto e che fu per tre anni il presidente della Repubblica Araba Unita, cioè l’Egitto e la Siria, ha cacciato Mohamed Morsi, che aveva aderito alla politica dei sostenitori dei ribelli islamici in Siria. Fino alla fine della guerra civile in Siria, gli Stati Uniti non hanno schierato più di 1-2 squadriglie di aerei nella regione. Se mai l’avessero fatto, sarebbero caduti in una trappola enorme.
Il South China Morning Post di Hong Kong ha consultato il dossier dell’ex agente NSA Edward Snowden, evidenziando i mezzi tecnici dello spionaggio della NSA e le connessioni fatte per penetrare i sistemi di comunicazione della Cina. A seguito della penetrazione delle reti cinesi, due satelliti statunitensi MAGNUM (pesanti 2,7 t e con una antenna di ricezione dal diametro di 100 m), hanno potuto captare dalla loro orbita geostazionaria, il traffico telefonico, fax, radio militare e civile cinesi. I segnali vengono ritrasmessi dai satelliti a due delle 17 stazioni terrestri del sistema ECHELON, ovvero ai centri DST (sistema di inseguimento spaziale) per il monitoraggio dei satelliti, situati nelle basi militari statunitensi di Misawa e Torri (Okinawa) in Giappone. Le rivelazioni di Snowden hanno consentito alla Cina di svelare la tecnologia spionistica della NSA e a scollegare quasi totalmente le apparecchiature d’intercettazione statunitensi. Per effettuare una nuova infiltrazione, la NSA avrà bisogno di almeno un anno.
L’attuale strategia degli Stati Uniti è mantenere la supremazia aero-navale, che si manifesta con il rifiuto dell’accesso alle aree d’interesse economico e militare degli Stati membri all’aviazione e alla flotta cinese; il controllo delle comunicazioni cinesi gli permetteva manovre rapide e decisive. Ma gli Stati Uniti si trovano in una situazione che non vedevano dalla seconda guerra mondiale. Se la Cina decidesse di attaccare rapidamente ora, gli Stati Uniti essendo “ciechi” non sarebbero in grado di scoprire in tempo quali sarebbero i colpi che la Cina potrebbe infliggergli. La Cina ha pubblicato nel 2009 un nuovo concetto dottrinale, la “Blue Water Fleet” progettata per garantire il passaggio dalle operazioni difensive strettamente costiere alla strategia dell’accesso a spazi remoti situati a migliaia di chilometri di distanza dalla Cina. In queste circostanze, la Cina potrebbe effettuare lo sbarco e l’occupazione a sorpresa di un qualsiasi alleato regionale degli Stati Uniti.

Le forze militari della Cina
La Cina dispone di 26 cacciatorpediniere dotati di missili da crociera, 51 fregate, 132 corvette lanciamissili e 58 sottomarini, di cui cinque a propulsione nucleare della classe Jin (Tipo 094) che trasportano missili balistici intercontinentali e altri cinque polivalenti d’attacco nucleare della classe Han (Tipo 091). Questo è sufficiente alla Cina per stabilire una testa di ponte sulle coste, con 83 mezzi da sbarco, 3 navi d’assalto anfibio Tipo 071 della classe Yuzhao, ciascuno con un battaglione di fanteria (800 uomini) e 20 veicoli blindati anfibi. Il trasporto sulla spiaggia è affidato a quattro hovercraft Tipo 726 della classe Yuyi, in grado di trasportare 60 tonnellate. Una volta stabilita la testa di ponte, la Cina (la quarta al mondo per numero di navi mercantili) non può essere fermata dall’occupare completamente il Paese in questione, perché ha 2 milioni di soldati e 1.999 navi che possono trasportare truppe e materiale bellico. La società statale cinese COSCO (5° nel mondo) gestisce 600 navi di cui 160 portacontainer, 46 cisterne e gasiere e 100 minerarie, nonché navi  di linea (da 20.000 a 50.000 tonnellate).
Per proteggere le vie dei rifornimenti di petrolio che dal Golfo Persico, passando dall’Oceano Indiano, arrivano ai porti cinesi sul Mar Cinese Meridionale, attraversando lo Stretto di Malacca, la Cina ha creato la strategia del “filo di perle” creando, passo dopo passo, nuovi avamposti e basi per operazioni militari. Una “perla” inizia con l’uso di piste per il decollo e l’atterraggio, che richiede una difesa aerea e quindi una base navale e forze di spedizione marittima. La prima perla è l’isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale, dove i cinesi hanno una grande base navale per la Flotta del Sud. Due dei cinque sottomarini a propulsione nucleare classe Jin (Tipo 094), dotati di missili balistici intercontinentali JL-2, hanno la loro base a Sanya. La Flotta della Cina meridionale ospita la 9° Divisione Aerea su sei basi aeree, tutte situate sull’isola di Hainan. Un secondo pezzo della collana di perle è Woody Island, nell’arcipelago Paracel, a 300 km a sud est di Hainan, amministrata dalla Cina. Al di fuori del porto militare, difeso da sistemi missilistici antinave HY-4, su questa isola c’è un aeroporto militare da cui operano i velivoli multiruolo Su-30MKK. Infrastrutture simili sono state costruita dai cinesi nel porto dell’isola di Sittwe, in Birmania (Myanmar), e a Chittagong (secondo porto più grande del Bangladesh), nel porto di Gwadar in Pakistan (che si trova a 50 km dal confine con l’ Iran e a 250 km dallo Stretto di Hormuz), a Marao nelle Maldive (900 km a sud-ovest dello Sri Lanka), nel porto di Hambantota nello Sri Lanka, e a Dar es Salaam, in Tanzania. In tutte queste basi, la Cina ha creato depositi di munizioni e armi pesanti. Ogni base ha un battaglione di forze per operazioni speciali, addestrati a combattere la guerriglia urbana, che possono addestrare gli insorti nei Paesi vicini aiutandoli a prendere il potere, secondo il modello delle rivoluzioni colorate della “primavera araba”, inventato dagli statunitensi.
La pletora di satelliti statunitensi tipo KH, dotati di telescopi ad alta risoluzione con un diametro dello specchio di 2,4 m e pesanti 19,6 t, posti in orbite a 253-528 km di quota, sono inutili se le loro aree di ricerche, a causa delle intercettazioni della NSA, si limitano alle informazioni sulle coordinate dei bersagli. Lo stesso vale per il satellite Lacrosse/Onyx, progettato per la ricognizione  radar e posto in orbita a 437-447 km di altezza, con un equipaggiamento SAR (Synthetic Aperture Radar) che permette di penetrare la copertura nuvolosa. Con brevissimo preavviso, gli Stati Uniti sono obbligati a cambiare strategia riguardo le responsabilità del Comando congiunto per il Pacifico (USPACOM), che si estende dalle coste occidentali degli Stati Uniti all’Asia orientale, tra cui anche l’Oceano Indiano orientale (260 milioni di kmq). Come accennato in un precedente articolo, la ricognizione è una forma di assicurazione nella lotta, rilevando con precisione la posizione dei mezzi bellici del nemico, le tecniche di combattimento e le manovre nello spazio e nel tempo che esegue. Attraverso la ricognizione possiamo evitare di essere sorpresi dal nemico. In considerazione di tale concetto, l’USPACOM ha bisogno di creare una nuova filosofia della ricognizione, riguardo lo spazio aereo e marittimo tra l’Indonesia e la penisola coreana, per monitorare e osservare costantemente i movimenti della flotta e dell’aviazione cinesi.

L’attuale schieramento degli Stati Uniti nel Pacifico
La Settima Flotta degli Stati Uniti è schierata permanentemente a Yokosuka, Giappone, ed è composta da diversi gruppi. Il 5° Gruppo d’attacco (Task Force 70): portaerei USS George Washington (7-8 squadroni a bordo con 90 velivoli: 4 squadroni di F-18D, 1 squadrone di E-2C AWACS, 2 squadroni di elicotteri, 1 squadrone di EA-18G da guerra elettronica), 2 incrociatori della classe Ticonderoga, 15 cacciatorpediniere (di cui sette classe Arleigh Burke). 15° Gruppo d’attacco:  portaerei USS Ronald Reagan, 23.mo Squadrone cacciatorpediniere (6 cacciatorpediniere  classe Arleigh Burke, tre fregate classe Oliver Hazard Perry) che può attivarsi rapidamente al largo  della Cina. Quattro sottomarini d’attacco a propulsione nucleare della classe Los Angeles appartenenti al 15° Squadrone sottomarini recentemente implementato nella base navale di Point Polaris, Guam. Gli squadroni 1, 3 e 7 con 18 sottomarini d’attacco classe Los Angeles e 3 sottomarini classe Virginia, sono la componente sottomarina della Settima Flotta a Pearl Harbor.
Il PACAF, basato a Pearl Harbor, sull’isola di Hickam, Hawaii, è la componente aerea delle forze dell’USPACOM, con 45.000 uomini suddivisi tra quattro divisioni aeree, 9 basi e 375 aerei. Un ostacolo si trova a nord del Giappone, nel Pacifico settentrionale, dove è dislocata la flotta russa del Pacifico e la flotta da ricognizione e bombardamento strategici dell’aviazione russa; in tal modo l’USPACOM non può ridistribuire a sud forze e mezzi dislocati in Alaska per contrastare la Russia.
L’11° Divisione aerea degli Stati Uniti, situata in Alaska, è composta dal 3° Reggimento aereo (2 squadroni di F-22, uno squadrone di E-3 AWACS, 2 squadroni di C-130, C-17 e C-12) basato presso Elmendorf; il 354° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16C Aggressor, 1 squadrone di KC-135R della Guardia Nazionale) presso Eielson; il 61° Centro Operazioni Aerospaziali di Elmendorf con 17 radar balistici e tre radar guida per gli aerei. Un altro inconveniente è la profondità del dispositivo dell’USPACOM. La 13° Divisione aerea è dedicata alla difesa locale, ed è composta dal 15° Reggimento aereo (1 squadrone di F-22A, 1 squadrone di KC-135, 1 squadrone di C-17) basato a Hickam, Oahu, Hawaii; dal 36° Reggimento (senza aerei presso l’Andersen Air Base, Guam), il 613° Centro Operazioni Aerospaziali di Pearl Harbor-Hickam. In tale contesto, sarebbe stato l’ideale possedere la base navale di Subic Bay e quella aerea di Clark, nelle Filippine, che gli Stati Uniti abbandonarono nel 1991.

La nuova strategia degli Stati Uniti nel Pacifico
Dal punto di vista teorico, ci vogliono almeno quattro settori per sorvegliare la Cina:
Settore 1: accesso dalla Cina meridionale all’Oceano Indiano, attraverso lo Stretto di Malacca e di Sunda.
Settore 2: accesso dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Pacifico, attraverso il Mare di Sulu, il Mare di Celebes (a sud del Mare di Sulu) e il Canale di Babuyan (tra il nord delle Filippine e Taiwan).
Settore 3: accesso dal Mar Cinese orientale all’Oceano Pacifico passando a sud dell’area tra l’isola di Taiwan e l’arcipelago di Okinawa (Ryukyu) e a nord dell’area compresa tra le isole di Okinawa e Kyushu (la punta meridionale del Giappone). La distanza tra Okinawa e Kyushu è la stessa di quella che separa l’isola di Taiwan dall’arcipelago di Okinawa (600 km).
Settore 4: accesso dal Mar Cinese orientale attraverso l’area tra il Giappone e la Corea del sud.
Nel primo settore del coordinamento ricognizione e sorveglianza degli Stati Uniti, un ruolo chiave è assegnato a Singapore nel controllare lo Stretto di Malacca (l’arteria principale dei rifornimenti petroliferi della Cina dalle regioni del Golfo Persico). Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con Singapore, che gli permette l’uso della base navale di Sembawang e quella aerea di Paya Lebar. E’ probabile che gli Stati Uniti dovranno schierare sulla base aerea un’unità da ricognizione per monitorare il settore.
Nel secondo settore, il coordinamento delle missioni da ricognizione degli Stati Uniti sulle linee di comunicazione interne nel Mar Cinese Meridionale, può essere fornito dalla Andersen Air Force Base e dalla Base Navale di Guam (isola dell’arcipelago delle Marianne). Nel terzo settore, il Mar Cinese Orientale, la stessa missione è preoccupazione di Okinawa. E, infine, nel quarto settore, un dispositivo per la ricognizione sulla penisola di Shandong e le coste orientali della Cina, è già schierato da Corea del Sud e Giappone, in cooperazione con le truppe statunitensi dispiegate in entrambi i Paesi. Inoltre, le coppie Giappone – Stati Uniti e Corea del Sud – Stati Uniti, gestiscono nel settore i sistemi missilistici anti-balistici delle forze aeree e navali assegnate ai gruppi da combattimento misti. La 5° Divisione aerea degli Stati Uniti è schierata in Giappone e comprende: il 18° Reggimento aereo (4 squadroni di F-15C/D, KC-135R, E-3, HH-60G) sulla base aerea di Kadena a Okinawa, il 35° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16 Block 50) sulla base di Misawa, il 37° Reggimento da trasporto (2 squadroni di C-130H, UH-1N, C-12) sulla base di Yokota e il 605° Centro Operazioni Aerospaziali di Yokota. La 7° Divisione aerea degli Stati Uniti è schierata in Corea del Sud e comprende il 51° Reggimento aereo (2 Squadroni di F-16 Block 40, A-10) che si trova nella base di Osan, l’8° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16 Block 40) che si trova nella base di Kunsan e 607° Centro Operazioni Aerospaziali di Osan.
Il nuovo dispositivo di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) dell’USCOM comporta il dispiegamento in altri teatri della maggioranza degli aerei da ricognizione, bombardamento e guerra elettronica degli Stati Uniti.

Il dispiegamento da ricognizione nel Pacifico
L’esercito statunitense è dotato di 16 aerei da ricognizione strategica e d’intelligence E-8C. Il Radar imbarcato può coprire un territorio o zona mare di 50.000 kmq ed identificare 600 bersagli ad una distanza di 250 km. Attualmente, nessun aereo E-8C è impiegato nel Pacifico, tutti appartengono alla 461° Squadriglia da ricognizione aerea sulla base di Robins, in Georgia, fatta salva la 9° Divisione aerea responsabile della difesa delle coste orientali degli Stati Uniti. 31 velivoli RC-135, tutti da ricognizione strategica, appartengono al 55.mo Reggimento da ricognizione aerea. Uno dei tre squadroni di RC-135 è schierato nella Kadena Air Base in Giappone, dove la sua missione è la sorveglianza del settore 4 (l’accesso al Mar Cinese Orientale tra il Giappone e la Corea del Sud). L’RC-135 utilizza il MASINT (misurazione e intelligence dei segnali) e l’AEELS (sistema di localizzazione degli emettitori ELINT automatizzato), che scopre, identifica e localizza i segnali dello spettro elettromagnetico. Un secondo squadrone di RC-135 potrebbe essere assegnato alla sorveglianza del settore 2.
Tutti i 50 aerei da ricognizione (UAV) MQ-1C Grey Eagle, caratterizzati da bassa velocità (200 km/h), quota di volo media e raggio d’azione inferiore ai 500 km, sono suddivisi tra le brigate aeree della 1° Divisione di fanteria schierata in Afghanistan. Altri 360 MQ-1B Predator (con caratteristiche simili) sono schierati nel modo seguente: cinque squadroni componenti il 432° Reggimento da ricognizione basato a Creech, Nevada, tre squadroni basati a Holloman, New Mexico e uno squadrone della Guardia nazionale per ciascuno dei seguenti Stati, Texas, Florida, North Dakota, California e Arizona. I droni possono essere facilmente individuati e abbattuti dai missili antiaerei delle navi da guerra cinesi. 200 UAV di entrambe le versioni potrebbero essere schierati a Singapore, e assegnati alla sorveglianza dei settori 1, 3 e 4. I 77 velivoli senza pilota MQ-9 Reaper, con una velocità di 300 Km/h, 7.500 m di quota e un raggio di 900 km, sono assegnati a due squadroni del 432° Reggimento da ricognizione della base di Creech, Nevada, così come a uno squadrone da addestramento, due squadroni per operazioni speciali e uno della Guardia nazionale della base di Holloman, New Mexico. La maggior parte degli MQ-9 Reaper è schierata nell’Asia sud-occidentale e in Nord Africa. I 37 UAV a reazione RQ-4A/B Global Hawk, con una velocità di 575 chilometri all’ora, 12.000 m di quota e un raggio d’azione di 7000 km, sono assegnati al 9° Reggimento da ricognizione strategica di stanza a Beale, California. Svolgono operazioni da ricognizione giornaliere su una superficie di 100.000 kmq, quindi la maggior parte di essi sono destinati allo spionaggio del vasto territorio della Russia. L’USPACOM è stato obbligato a creare il nuovo sistema di sorveglianza marittima BAMS (Broad Area Maritime Surveillance), principalmente basato sull’RQ-4 Global Hawk. Si prevede che 18 RQ-4 Global Hawk saranno dispiegati nelle Hawaii, a Guam e in Giappone, destinati ai settori 2 e 3 per sorvegliare le basi estere cinesi appartenenti al “Filo di perle”.
Il 18 agosto 2009 è stata creata la 24° Divisione ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), con sede nella Lackland Air Force Base, in Texas. Un’unità subordinata è il 480° Reggimento di Langley, in Virginia. L’unità è composta da professionisti della CIA e della NSA ed è responsabile del coordinamento globale delle attività da ricognizione (raccolta, elaborazione, valorizzazione e diffusione delle informazioni su tutte le piattaforme ISR aeree: U- 2, RQ-4 Global Hawk, MQ-1 Predator, MQ-9 Reaper). Traducendosi in reali operazioni di decodifica in tempo reale. Un’altra unità subordinata, operativamente, alla 24° Divisione SRI è il 9° Reggimento da ricognizione aerea strategica di Beale, in California. Gli squadroni 5° e 99° sono dotati di 32 velivoli U-2 Dragonlady. Il Distaccamento 2 è stato schierato ad Osan, Corea del Sud, assegnato alla sorveglianza del settore 4. Si prevede che un distaccamento di 10 velivoli U-2 verrà schierato a Guam e assegnato a settori 1, 2 e 3 per sorvegliare le basi cinesi all’estero del “Filo di perle”. Infine, anche il 432° Reggimento UAV da ricognizione è subordinato alla 24° Divisione della Creech Air Force Base, Nevada. I più recenti droni militari degli Stati Uniti, 18 RQ-170 Sentinel, sono schierati presso il 30° Squadrone test del 432.mo Reggimento. Anche se invisibile ai radar, un RQ-170 Sentinel è stato catturato dall’Iran prendendone il controllo. Si prevede che un distaccamento di otto RQ-170 Sentinel sia inviato in Giappone per sorvegliare i settori 2 e 4, in particolare gli obiettivi interni alla Cina.
L’US Navy ha 130 aerei da pattugliamento marittimo e lotta antisommergibile P-3C Orion, con un raggio d’azione di 2.500 chilometri. Sono suddivisi in 15 squadriglie di otto aerei. Anche se il Giappone ha 100 aerei P-3C, quattro squadriglie statunitensi sono basate nelle Hawaii. Due squadriglie di P-3C Orion potrebbero essere schierate a Taiwan per il pattugliamento lungo la costa orientale delle Filippine, in collaborazione con i sottomarini d’attacco.

Il dispiegamento dei bombardieri pesanti
La flotta dei bombardieri pesanti degli Stati Uniti è composta da velivoli B-1, B-2 e B-52. Gli Stati Uniti hanno 66 bombardieri strategici supersonici B-1 Lancer, con un raggio d’azione di 10.000 km, suddivisi tra due squadroni del 7° Reggimento d’interdizione nella base di Dyess, in Texas, e due squadroni del 28° Reggimento bombardieri di base a Ellsworth nel Sud Dakota. 19 bombardieri strategici subsonici furtivi B-2A Spirit, formano due squadroni del 509° Reggimento bombardamento della base Whiteman in Missouri. 76 bombardieri strategici B-52H Stratofortress sono schierati dal 2° Reggimento bombardamento di base a Barksdale in Louisiana e il 5° Reggimento da bombardamento di base a Minot nel Nord Dakota. Dal momento che la Cina ha una flotta di 120 bombardieri pesanti subsonici Xian H-6E/F/H, con un raggio di 2000 km, può colpire obiettivi in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia e Singapore, e si prevede che 30 aerei B-1 e 40 aerei B-52 verranno schierati in permanenza nella base di Anderson, Guam.

Dispiegamento dei sistemi di disturbo elettronico nel Pacifico
L’US Air Force è dotata di 14 aeromobili EC-130H Compass Call per l’interferenza delle comunicazioni radio, dei radar e dei sistemi di guida delle armi. Tutti gli aerei appartengono al 55°  Reggimento di Davis-Monthan, Arizona. 11 velivoli P-3 della Marina degli Stati Uniti sono stati modificati nella versione EP-3E Aries II, delle piattaforme di guerra elettronica. Sono di stanza a Whidbey Island, Washington. Sei di essi potrebbero essere schierati nelle basi aeree statunitensi in Corea del sud. Taiwan ha 12 aerei EP-3E Aries II e il Giappone 5. L’US Navy ha anche 96 velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler su 13 squadroni. 10 squadroni sono schierati a bordo di 10 portaerei. Uno squadrone di EA-18G si trova presso l’Atsugi Air Base in Giappone, uno squadrone misto (EA-18G e EA-6B) ha sede a Mountain Home, Idaho e uno di EA-6B nella Andrews Air Force Base, Washington DC.

Modificare lo schieramento delle truppe terrestri nel Pacifico
In Corea del Sud sono stazionate la 2° Divisione di fanteria, la 35° Brigata difesa aerea, la 511° Brigata per le operazioni speciali, nell’ambito dell’8° Armata (1/4 di esso), con una forza di 19.700 soldati. I depositi dell’USPACOM per lo stoccaggio di attrezzature, munizioni, carburante e cibo per il resto dell’8° Armata si trovano in Giappone. La terza Forza di spedizione dei marines, strutturata attorno a tre Divisioni di marine (17.000 soldati) si limita ad alcune caserme nell’isola di Okinawa, in Giappone. Il contingente congiunto degli Stati Uniti in Giappone è di 35.000 uomini. A parte questo corpo di spedizione, l’USPACOM dispone anche della prima Forza di spedizione dei marines, basata a Camp Pendleton, in California. Si compone della 1° Divisione marines (quattro reggimenti marines, tre battaglioni da ricognizione, un battaglione anfibio, un battaglione carri armati e due battaglioni di genieri), il 3° Reggimento aereo (3 squadroni di F/A-18D, 4 squadroni di AV-8B, 4 squadriglie di V-22 Osprey e 4 squadroni di elicotteri CH-53) e tre reggimenti logistici. È possibile che le unità del Primo Corpo di spedizione, così come le altre unità terrestri statunitensi siano di stanza nelle Hawaii e a Guam per ridurre il tempo di risposta in caso d’intervento.

Conclusioni: Questa enorme manovra di forze e mezzi svilupperà lo schieramento aereo, marittimo e terrestre dell’USPACOM, che solo nel Pacifico occidentale conterà su una forza di oltre 500.000 uomini. La maggior parte di queste truppe è attualmente dispiegata presso il CENTCOM, responsabile del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Come sapete, per governare il mondo, gli Stati Uniti hanno suddiviso i continenti in aree di comando aero-terrestro-navali. Negli ultimi dieci anni l’USCENTCOM ha beneficiato del 70% di tutte le forze statunitensi per le operazioni militari in Iraq, Afghanistan e per la “primavera araba”. A causa della crescente minaccia rappresentata dalla Cina, sembra che le tensioni in Medio Oriente svaniranno.

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Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vice comandante della base militare di Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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