Gli Stati Uniti perseguono il caos generale: ora tocca all’Asia

Dedefensa, 9 aprile 2014

8860548Dato lo stato generale della situazione mondiale, rafforzata splendidamente dalla crisi ucraina, gli Stati Uniti cercano di capitalizzare l’estensione della svolta in Asia. Perché portare il caos anche in Asia? E’ vero che questa zona è un po’ indietro rispetto alla situazione europea, del Medio Oriente ed anche negli Stati Uniti, soprattutto in relazione alla situazione di Washington, dell’amministrazione Obama, del Congresso e della politica degli Stati Uniti, ecc. Si tratta di correttezza ed equilibrio. Questa è l’ipotesi che siamo portati a fare osservando la tensione ottenuta dagli Stati Uniti con le loro ultime dichiarazioni che promuovono solo il peggioramento delle cattive relazioni, in particolare tra Giappone e Filippine, da un lato, e Cina dall’altra. Il risultato è il progressivo indurimento della posizione della Cina contro gli Stati Uniti, con parole e giudizi di durezza mai vista, espresse in occasione della visita di Chuck Hagel in Cina e prima del viaggio  asiatico di Obama. Tyler Durden sviluppa un’osservazione della situazione su Zerohedge del 9 aprile 2014.
A quanto pare mettendo via i convenevoli diplomatici, i cinesi sono stati diretti con Chuck Hagel, mentre pone le basi per il viaggio in Asia del presidente Obama a fine mese (che dovrà visitare Giappone, Malesia e Filippine, tutti con conflitti territoriali diretti con la Cina). Come riporta Reuters, “Obama deve prestare seria considerazione a tale problema quando si tratta di Asia… La Cina ha già inviato questo messaggio durante gli incontri con Hagel”, ha detto Ruan Zongze, ex- diplomatico cinese presso l’Istituto di Studi Internazionali di Pechino, un think tank legato al ministero degli Esteri della Cina. “Gli Stati Uniti prendono una direzione che non vogliamo vedere, schierandosi con Giappone e Filippine, e la Cina è molto scontenta di ciò.” (…) Questi commenti dalla Cina sono senza precedenti… “il ministro della Difesa cinese Chang Wanquan ha detto ad Hagel che Washington dovrebbe frenare il Giappone e rimproverare le Filippine. Chang ha detto apertamente ad Hagel che “i cinesi non sono contenti” del sostegno degli Stati Uniti al Giappone e al Sud-Est asiatico, secondo una dichiarazione apparsa sul sito del ministero della Difesa cinese. L’influente tabloid Global Times, pubblicato dall’ufficiale Quotidiano del Popolo del Partito Comunista, ha scritto in un editoriale che tali parole forti “non sono state sentite molto in passato”.” Tyler cita ancora Ruan Zongze: “(I funzionari cinesi) sperano che la visita di Obama non sia usata per radunare altri Paesi contro la Cina. Se si ascolta la dura retorica dei vertici dell’amministrazione degli Stati Uniti, questa è una vera e propria preoccupazione.” “Loro (i funzionari cinesi) cercano di capire se è la bassa popolarità statunitense a spingere a fare commenti che non può fare il capo, o se ci si muove in un crescendo…” “Penso che ci sia la preoccupazione che tale dibattito possa essere influenzato in modo sostanziale se Obama facesse commenti molto espliciti in questo viaggio, che potrebbero capovolgere l’equilibrio interno e rendere più difficile per Xi sottolineare come fondamentale il rapporto sino-statunitense“.”
Naturalmente, tale atteggiamento degli Stati Uniti in Asia verso la Cina contrasta curiosamente con i loro sforzi per dividere Cina e Russia sulla crisi ucraina, come se non ci fosse un coordinamento tra queste due politiche; ovviamente l’ipotesi più accettabile è che il caos sia particolarmente florido nel governo degli Stati Uniti, come abbiamo visto. Pertanto, si prevede il rafforzamento dei legami tra la Cina e la Russia nelle rispettive crisi, dei BRICS, della Shanghai Cooperation Organization, ecc.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica degli Stati Uniti punta all’Asia

Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 12/02/2014

56779433_us_pacific_bases_4641Il 5 febbraio il Congresso discuteva della politica verso l’Asia degli Stati Uniti, dando una chiara conferma del percorso intrapreso da Washington e influenzato dai falchi: il passaggio da un approccio equilibrato nella risoluzioni delle dispute territoriali nel Pacifico a una posizione più dura,  comprendente l’uso della forza. L’intento di aggiornare le future risorse attività statunitensi in Asia si riflette nel nome della sottocommissione del Congresso: “Il futuro dell’America in Asia:  riequilibrare la gestione delle controversie sulla sovranità“, confermando la decisione di Washington di passare alla dittatura imperiale in quest’area del mondo, dove negli ultimi tempi gli Stati Uniti hanno regolarmente espresso rimostranze contro la Cina per la recente decisione dell’Air Defense Identification Zone (Adiz) cinese su una serie di isole nel Mar Cinese Meridionale. Secondo rapporti di vari osservatori, una tensione abbastanza evidente nelle relazioni tra i due Paesi è apparsa nei giorni scorsi, nonostante la dichiarazione di Washington della volontà di sviluppare la cooperazione bilaterale con la Cina su una serie di aree. Secondo molti analisti, ciò è in gran parte dovuto al cambiamento della strategia militare degli Stati Uniti e alla sua particolare enfasi sul rafforzamento della presenza strategica nel Pacifico, per contrastare l’espansione cinese in Asia. Il più aspro di tali scontri avviene sulla strategia militare e la concorrenza per l’influenza sulla comunità economica regionale. Il motivo di ciò è chiaro: ogni anno 5300 miliardi di dollari di commercio si svolge nel Mar Cinese Meridionale, con gli Stati Uniti che ne raccolgono 1200 miliardi sul totale.
Una sessione della sottocommissione per l’Europa, l’Eurasia e le minacce emergenti della commissione per gli Esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, denominata “La Cina marittima e altre minacce geografiche” del 30 ottobre 2013, fornisce chiara indicazione della crescita del sentimento anticinese nella dirigenza politica statunitense. Tale sessione, presieduta dal deputato Dana Rohrabacher, ha visto un significativo aumento dell’incitamento al confronto militare con la Cina nel Pacifico, nonché la volontà dei politici statunitensi di rafforzare ulteriormente l’espansione degli Stati Uniti in questa parte del mondo e del confronto militare con la Cina, cercando il supporto del Giappone. Nell’udienza alla sottocommissione del Congresso del 5 febbraio, l’assistente del segretario di Stato per gli affari dell’Asia Orientale e del Pacifico, Daniel Russel, ha dichiarato che gli Stati Uniti agiscono contro “i crescenti tentativi della Cina di affermare il proprio controllo sull’area della cosiddetta “linea dei nove trattini” (vale a dire i territori rivendicati dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale)“. Ha aggiunto, “penso che sia imperativo essere chiari su cosa intendiamo quando gli Stati Uniti non prendono posizione sulle richieste concorrenti nella sovranità dei territori controversi nei mari orientale e meridionale della Cina… ma adottano la decisione secondo cui le pretese marittime devono conciliarsi con il diritto internazionale consuetudinario...” Tale affermazione, ripetuta più volte durante l’audizione al Congresso e nel briefing con giornalisti stranieri del 4 febbraio, presso l’Ufficio stampa estera del dipartimento di Stato degli USA, può indicare cambiamenti dei significativi nella politica estera degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Prima dell’audizione di Russel, gli Stati Uniti annunciavano ufficialmente la loro neutralità sulle dispute marittime nel Mar Cinese Meridionale, utilizzate dai diplomatici statunitensi soprattutto per negare l’aspetto militare della politica regionale di Washington. La Casa Bianca ora, tuttavia, assume una “posizione forte” sulla questione ed intende utilizzare talune disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), cui gli stessi Stati Uniti non aderiscono, facendo maggiore pressione sulla Cina denunciandone le richieste marittime.
Adattandosi all’adozione di una nuova posizione nella regione del “Pacific Rim”, Washington “aiuta” il governo filippino nel denunciare la Cina al Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS), che esaminerà la questione il 30 marzo all’Aja. Tale passaggio, però, è chiaramente collegato alla propaganda militare di Washington contro la Cina, poiché nello stesso giorno in cui Russel testimoniava al Congresso, il New York Times pubblicava l’intervista al presidente delle Filippine Aquino che paragonava le rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese Meridionale con l’occupazione dei Sudeti di Hitler nel 1938, equiparando le attività della Cina con quelle della Germania nazista. A sostegno dell’acceso confronto di Aquino, il 6 febbraio The Atlantic pubblicava un articolo critico sulla Cina. Quando, con la chiara sanzione della Casa Bianca, i media degli Stati Uniti confrontano un Paese con la Germania nazista, appare evidente  che la macchina da guerra statunitense accelera i preparativi della prossima guerra, cui gli ambienti industriali militari sono da sempre interessati. Il “supporto informativo” a tale cambiamento nella politica estera degli Stati Uniti è fornito dai discorsi di numerosi membri del Congresso alle udienze della sottocommissione del Congresso sulle dispute marittime, avutesi la scorsa settimana. Le udienze dei congressisti Ami Bera, Steve Chabot, Randy Forbes, Brad Sherman e molti altri, erano a sostegno della posizione di forza degli Stati Uniti e del confronto con Pechino sui territori contesi nel Pacifico. Nel frattempo, un attivo passaggio della flotta sottomarina statunitense nel Pacifico è in corso, così come l’ammodernamento e l’ampliamento della base militare statunitense di Guam, la maggiore base nel Pacifico occidentale dalla seconda guerra mondiale, anche se l’equipaggiamento militare è già sufficiente per grandi attività militari, secondo numerosi esperti militari. La costruzione di basi militari supplementari sull’isola sudcoreana di Jeju, nelle isole Cocos australiane e l’espansione della base sull’isola Diego Garcia, sono chiaramente nell’interesse del Pentagono. Singapore ha già dato il permesso per l’uso della base navale di Chang, migliorando il controllo sulla Stretto di Malacca, attraverso cui l’80% delle importazioni di petrolio cinesi passano…
In tali circostanze, la vera agenda delle visite del vicepresidente statunitense Biden e del vicesegretario di Stato William Burns nella regione diventa ancor più chiara, così come quella delle prossime visite del segretario di Stato John Kerry, del ministro della Difesa Chuck Hagel e di  altri alti funzionari statunitensi. L’equilibrismo politico degli Stati Uniti nel Pacifico cambia radicalmente.

001ec949c22b12687e5511Vladimir Odintsov, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”Air Defense Identification Zone” cinese: un errore o un passo strategicamente considerato?

Vladimir Terehov New Oriental Outlook 08.01.2014
5700368-adiz-05-800x546L’introduzione della cosiddetta Air Defense Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale (ECS), il 23 novembre da parte del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, rimane uno dei maggiori eventi politici mondiali degli ultimi mesi. Dobbiamo ricordare che questo passo è stato compiuto da Pechino 40 anni dopo che una zona simile venisse adottata dal Giappone, cioè, uno dei principali oppositori regionali della Cina e che potrebbe diventarne il principale avversario in futuro. Il significato speciale della comparsa dell’ADIZ cinese è determinato dal fatto che questa zona si trova su parte della superficie della Regione Asia-Pacifico, in cui il centro della politica globale si sposta. Tale zona marittima, adiacente alle coste orientali della Repubblica Popolare Cinese e all’Hindustan è un moderno “Balcani” politico, un punto particolarmente sensibile in cui gli interessi degli attori più importanti del mondo s’intersecano.
In connessione con l’introduzione dell’ADIZ di Pechino, alcuni esperti nazionali hanno espresso l’opinione che ciò sia un “errore conseguente ed evidente” della diplomazia cinese. Vi sono alcuni motivi per tali considerazioni, se ricordiamo le conseguenze della politica dell'”assertività” perseguita dal 2009 dall’ex-dirigenza del PRC, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. In risposta alle rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, alcuni Paesi rivieraschi chiesero aiuto, prima di tutto Filippine e Vietnam. Tali appelli furono ascoltati da Washington, e poi la sub-regione del Sud-Est asiatico è stata spesso visitata dai principali statisti statunitensi, che hanno ignorato le richieste cinesi di non interferenza di “forze esterne alla regione” nelle dispute territoriali fra Pechino e i suoi vicini. La serietà delle intenzioni degli Stati Uniti è stata sottolineata dall'”esplorazione” del Mar Cinese Meridionale delle navi della Settima Flotta degli Stati Uniti. A quanto pare, la Cina si è subito resa conto di rafforzare la posizione del suo principale avversario geopolitico, nella sub-regione di fondamentale importanza, con le proprie azioni. Negli ultimi mesi, ciò ha comportato una svolta positiva nella retorica della leadership cinese, in relazione ai suoi vicini meridionali. Tuttavia, il rafforzamento della presenza militare e politica nel Mar Cinese Meridionale è divenuto un fatto compiuto, e ciò è stato confermato ancora una volta dal recente incidente causato dalle manovre dell’USS Cowpens pericolosamente vicino alla portaerei cinese Liaoning che partecipava ad una esercitazione di routine della Flotta del Mar del Sud della Cina.
L’opinione che la Cina abbia commesso l’ennesimo errore in politica estera, con l’introduzione dell’ADIZ, si basa su alcuni punti ragionevoli. In primo luogo, dato che un arcipelago subacqueo, di fatto sotto il controllo della Corea del Sud (ma rivendicato dalla Repubblica Popolare Cinese), rientra nell’ADIZ, ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Pechino e Seul. Nel frattempo, l’istituzione di fiduciose relazioni bilaterali negli ultimi anni è un traguardo importante per la politica estera della Cina, in quanto ha bloccato gli annosi sforzi di Washington nel formare un’alleanza politico-militare tripartita “USA-Giappone-Corea del Sud”. Sebbene i commenti ufficiali del Ministero della Difesa della Cina indicano chiaramente che l’introduzione dell’ADIZ sia rivolta contro il Giappone (rapporti che sembrano difficili da peggiorare), piuttosto che contro la Corea del Sud, la leadership di quest’ultima potrebbe semplicemente non avere scelta se non riavvicinarsi a Tokyo. Nonostante il fatto che il sentimento anti-giapponese cresca tra i coreani. Comunque, vi sono già state segnalazioni di un possibile coordinamento dei tentativi di entrambi i Paesi per contrastare eventuali azioni militari cinesi nello spazio delineato dall’ADIZ. In secondo luogo, Giappone, Corea del Sud e Taiwan non hanno riconosciuto la legittimità di questa zona cinese, e gli aerei delle loro compagnie ignorano i prerequisiti stabiliti dal Ministero della Difesa della Cina per volare nell’ADIZ. Tutto ciò fornisce motivi per valutare queste attività della RPC come controproducenti. Eppure, nonostante gli evidenti costi tattici attuali, a quanto pare la decisione d’introdurre l’ADIZ si basa sulla definizione di obiettivi strategici. Quest’ultima sembra probabile, almeno perché notizie sono state diffuse sulla possibile istituzione dell’ADIZ anche sul Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, dopo la manifestazione delle conseguenze negative di questa decisione per la Cina.
Possibili aspetti strategici di questa misura della Cina sono indicati, in particolare, dalla monografia di Robbin F. Laird e Edward Timperlake, recentemente pubblicata, “Ristrutturazione del Potere militare USA nella regione Asia-Pacifico“. Pubblicata un mese prima dell’introduzione dell’ADIZ dalla Cina, gli autori, naturalmente, hanno ritenuto necessario commentare una delle più notevoli vicende politiche regionali degli ultimi tempi, con un articolo speciale. Quando analizzano i motivi e le conseguenze dell’azione del Ministero della Difesa della Cina qui discussi, si basano sul concetto formulato nel libro del “quadrilatero strategico allungato” formato dai quattro principali alleati regionali degli Stati Uniti: Giappone, Australia, Singapore e Sud Corea. L’efficienza del  triangolo del potere statunitense, formato dalle basi militari sul territorio degli Stati Uniti (arcipelago hawaiano, isola di Guam) e in Giappone, può essere raggiunta solo in condizioni di libertà di movimento sul mare e negli spazi aerei del quadrilatero. Pertanto, sulla base di dette posizioni, l’introduzione dell’ADIZ cinese, interna al “quadrilatero”, indica che la RPC crea la base per adempiere ai propri obiettivi strategici militari. Ciò è dovuto dalla necessità di violare la libertà di movimento delle unità da combattimento e da trasporto militare degli oppositori regionali di questo “quadrilatero”, se tale necessità diventasse rilevante. In particolare, ciò può verificarsi se Pechino perde la pazienza riguardo Taiwan, che sempre più diventa uno Stato indipendente de facto, invece di rientrare, in una forma o nell’altra, nella “madre patria” (continente). Ciò contraddice gli obiettivi finali della politica della Repubblica Popolare Cinese sullo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con Taiwan. In caso di passaggio a mezzi “non pacifici” per affrontare il problema di “ristabilire l’unità della nazione”, come previsto dall’atto legislativo del Congresso Nazionale del Popolo nel 2005, il compito d’impedire agli Stati Uniti d’interferire nel conflitto (molto probabilmente in collaborazione con il Giappone) diventerà molto rilevante.
Contrariamente all’opinione popolare secondo cui lo scopo principale dell’introduzione dell’ADIZ cinese siano le isole Senkaku/Diaoyu, il cui possesso la Cina contesta al Giappone, Zachary Keck, viceredattore del giornale elettronico The Diplomat, popolare nella regione, ritiene che il principale obiettivo sia Taiwan. Se le speculazioni degli esperti sono vicine alla verità, ciò vorrà dire che l’istituzione dell’ADIZ della Cina nel Mar Cinese Orientale dimostra che Pechino ha scelto una strategia politica di contrasto controffensivo diretto ai tentativi dei suoi avversari regionali di limitarne la libertà di azione nello spazio immediatamente adiacente al territorio della Repubblica Popolare Cinese. Solo ulteriori sviluppi dimostreranno se tale versione sia corretta o meno. Tuttavia, anche oggi non vi è dubbio che la scelta strategica militare e politica dello “spigolo contro spigolo” tipico della tradizione cinese, sarà accompagnata da notevoli rischi. Ad esempio, alcuni membri dell’elite politica di Taiwan parlano della necessità di proteggere la propria ADIZ e di coinvolgervi Giappone e Corea del Sud, per contrastare una possibile azione militare della Repubblica Popolare Cinese.
Infine, si deve rilevare di non sottovalutare il potenziale del pensiero strategico della leadership cinese, un Paese la cui storia ha più di un millennio. In queste circostanze piuttosto disagiate (in gran parte conseguenza dei propri errori), la Cina non ha apparentemente nessuna politica “buona” e deve sceglierla tra “cattiva” e “pessima”.

Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro Asia e Medio Oriente del Russian Institute for Strategic Studies, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Pivot militare statunitense in Asia: Obama vuole che il Giappone “possa fare la guerra” alla Cina

Colonnello Ann Wright, Global Research, 8 novembre 2013

031200-N-0000X-001 031200-N-0000X-001Il notevole articolo pacifista costituzionale del Giappone sotto forte attacco
Dalla fine della seconda guerra mondiale, la costituzione giapponese, scritta in parte dagli Stati Uniti per la nazione giapponese sconfitta, respinge la guerra come soluzione al conflitto. Il preambolo della Costituzione giapponese riconosce le azioni brutali del governo giapponese in Asia durante la Seconda Guerra Mondiale, “...noi siamo determinati a mai più assistere agli orrori della guerra attraverso l’azione del governo“, e continua “Noi, popolo giapponese, desideriamo la pace sempre e siamo profondamente consapevoli degli alti ideali che controllano i rapporti umani, e siamo determinati a preservare la nostra sicurezza ed esistenza confidando nella giustizia e nella fede dei popoli amanti della pace nel mondo. Noi desideriamo occupare un posto d’onore nella società internazionale che lotta per la pace e la messa al bando di tirannia e schiavitù, oppressione e intolleranza, per sempre dalla terra. Siamo consapevoli che tutti i popoli del mondo hanno il diritto di vivere in pace, liberi dalla paura e autonomi“. L’articolo 9 afferma: “Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo per risolvere le controversie internazionali. Al fine di realizzare l’obiettivo del paragrafo precedente, le forze di terra, mare e aeree, così come altri potenziali mezzi bellici, non saranno mai più mantenuti. Il diritto alla belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.”
Due settimane fa ero a Osaka, in Giappone, oratrice al convegno internazionale sull’articolo 9 “pacifista”. Sono già stata in Giappone cinque anni fa, nel 2008, in una conferenza simile, quando George Bush era presidente degli Stati Uniti e ostacolava lo spirito e l’intento dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, esortando il governo giapponese a consentire alle forze di autodifesa giapponesi di fornire assistenza logistica area e marittima alla guerra di Bush contro l’Iraq. Uno dei principali consiglieri del presidente Bush, l’ex-assistente del segretario di Stato Richard Armitage si  lamentava che “l’articolo 9 del Giappone è un impedimento all’alleanza USA-Giappone“, un’alleanza che l’amministrazione Bush voleva utilizzare per distribuire l’onere operativo, finanziario e militare della guerra in Iraq. Nonostante le obiezioni di molti cittadini giapponesi, il governo giapponese fornì le navi per rifornire le navi da guerra statunitensi e aerei da trasporto logistico per trasportare rifornimenti a Baghdad. Una decisione del 2008 dalla Corte di Nagoya, ha rilevato che le missioni delle forze aeree di autodifesa giapponesi in Iraq erano incostituzionali in quanto violavano l’articolo 9.

L’amministrazione Obama vuole che il Giappone “riesamini” la base giuridica dell’articolo 9
Cinque anni dopo c’è Barack Obama come presidente degli Stati Uniti, ma la richiesta del governo degli Stati Uniti non è cambiata, il Giappone deve “modificare” l’articolo 9 e porre al suo pacifismo. Il 3 ottobre 2013, gli Stati Uniti e il Giappone emisero una “Dichiarazione congiunta del Comitato consultivo sulla sicurezza: verso un’alleanza più solida e una maggiore condivisione delle responsabilità“. Nel documento, gli Stati Uniti “salutano” la volontà del governo Abe di “riesaminare la base giuridica per la sua sicurezza, tra cui la questione di esercitare il diritto all’autodifesa collettiva...” In altre parole, di trovare un modo per eliminare l’articolo 9 e quindi permettere al Giappone di avere una politica militare che non ne precluda la partecipazione a guerre d’aggressione.
Il documento emargina i Paesi della regione, Cina, Corea democratica e anche la Corea del sud  sollecitando l’impegno degli Stati Uniti nella sicurezza del Giappone attraverso capacità militari nucleari così come convenzionali, accogliendo “la determinazione del governo Abe a contribuire in modo più attivo alla pace regionale e globale“, annunciando che gli Stati Uniti dovranno rafforzare il loro coinvolgimento militare nella regione. Giappone e Stati Uniti affermano che la loro alleanza deve essere pronta ad affrontare “minacce persistenti ed emergenti alla pace e alla sicurezza“, tra cui “i comportamenti coercitivi e destabilizzanti marittimi, attività di disturbo nello spazio e nel cyberspazio, proliferazione delle armi di distruzione di massa (WMD), catastrofi artificiali e  naturali e i programmi nucleari e missilistici della Corea democratica.” La dichiarazione chiede anche “d’incoraggiare la Cina a svolgere un ruolo responsabile e costruttivo per la stabilità e la prosperità regionale, di aderire a norme internazionali di comportamento, oltre che a migliorare l’apertura e la trasparenza nella sua modernizzazione militare con i suoi crescenti investimenti militari.”

Il pivot militare statunitense verso l’Asia e il Pacifico
Con il “pivot” militare del presidente degli Stati Uniti Obama verso l’Asia, il governo degli Stati Uniti spinge pesantemente il governo giapponese a spendere sempre più per la sicurezza degli Stati Uniti. Il Giappone attualmente versa agli Stati Uniti oltre 2 miliardi di dollari per le basi e il personale militare statunitensi in Giappone. In effetti, il governo giapponese sovvenziona l’esercito statunitense. Le esercitazioni militari statunitensi e la relativa presenza di materiale militare strategico in Asia e nel Pacifico sono aumentati sostanzialmente, dalla fine della guerra in Iraq e dopo che la guerra in Afghanistan volge al termine. Ad esempio, gli Stati Uniti inizieranno a far volare i droni spia a lungo raggio Global Hawk da una base in Giappone. I voli di sorveglianza inizieranno nella primavera del 2014 e secondo quanto riferito, si svolgeranno innanzitutto sulla Corea democratica. Inoltre, gli Stati Uniti costruiranno un nuovo sistema radar in Giappone per il loro sistema di difesa missilistica. Equipaggiamento militare statunitense di nuova generazione viene schierato in Giappone, compresi i nuovi aerei antisommergibile P-8, primo utilizzo del velivolo al di fuori degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno già inviato aerei Osprey in Giappone e la sua presenza  causa proteste tra i cittadini giapponesi.
Nell’estate del 2012, le più grandi esercitazioni militari mai tenute nel Pacifico, al largo delle Hawaii, furono condotte da 42 navi, tra cui la portaerei USS Nimitz, 200 aerei e 25000 effettivi provenienti da 22 nazioni. L’esercitazione coinvolse navi da combattimento di superficie di Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Corea del Sud e Cile. La Cina fu esclusa dallo status di osservatore che aveva avuto nelle precedenti “esercitazioni”. Nel 2012, gli Stati Uniti e il Giappone  decisero di dimezzare la controversa presenza del Corpo dei Marine ad Okinawa e di rischierare  9000 marines nel Pacifico, anche rafforzando con 5000 marines Guam, e reimpiegando migliaia di marines nelle Hawaii e con turnazioni in Australia. 4700-5000 marines saranno trasferirsi da Okinawa a Guam. Il costo totale include un importo non specificato per l’eventuale costruzione di nuovi centri di addestramento nel Commonwealth delle Isole Marianne settentrionali, un possedimento territoriale degli Stati Uniti, che potrebbero essere utilizzati congiuntamente da forze statunitensi e giapponesi. I gruppi ambientalisti già protestano sul possibile utilizzo delle isole di Pagan e Tinian nelle Isole Marianne come bersaglio per bombardamenti aerei. Negli ultimi venti anni, gli attivisti hanno costretto il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti a chiudere i poligoni sull’isola hawaiana di Kahoolawe e sull’isola di Puerto Rico di Viequez. Nella madrepatria Giappone, l’attivismo cittadino ha costretto al trasferimento della base aerea di Futenma nella  densamente popolata Okinawa. Tuttavia, il piano degli Stati Uniti per posizionare la nuova base aerea in una base navale a nord dell’isola ha generato la forte opposizione dei residenti locali, che non vogliono che l’habitat per i mammiferi marini, l’unico nella zona, sia distrutto da una pista che finirebbe sulle acque incontaminate di Okinawa.
In Australia, è stato segnalato che la Caserma Robertson potrebbe essere la futura sede del ridispiegamento dell’United States Pacific Command Marine Air-Ground Task Force. Le strutture militari a Darwin diventeranno la base per una task force dell’US Marine Corp, aerodromi e poligoni nell’Australia settentrionale saranno utilizzati da bombardieri a lungo raggio statunitensi. Il porto di Perth sarà visitato da navi da guerra e sottomarini nucleari statunitensi. Le forze armate australiane vengono strutturate ad ogni livello per operare come parte integrante delle operazioni degli Stati Uniti nella regione. Bombardieri B-52 verranno schierati due volte a Darwin, quest’anno, e una base per droni statunitense è in costruzione nelle isole Cocos, un possedimento australiano. Un secondo turno di oltre 200 marines statunitensi sarà schierato a Darwin, nel settembre 2013, con l’intenzione di aumentare questa forza a circa 2500 ogni anno. Il centro congiunto per la difesa di Pine Gap è stato fondato nell’Australia centrale vicino la città di Alice Springs, nel 1970. Pine Gap è una delle tre principali stazioni di localizzazione satellitare gestita dalle agenzie di intelligence degli Stati Uniti e dell’esercito degli Stati Uniti. Ogni giorno, agenti dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale, della CIA, dell’intelligence dell’aviazione, dell’esercito, marina e del corpo dei marines degli USA, così come le agenzie d’intelligence dell’Australia, gestiscono grandi quantità di dati trasmessi a Pine Gap dai satelliti spia statunitensi che sorvolano Medio Oriente, Asia Centrale, Oceano Indiano, Cina e Sud Est asiatico e Oceano Pacifico. In Nuova Zelanda, nel maggio 2012, i marines hanno condotto la prima esercitazione da combattimento su larga scala con la Nuova Zelanda, dopo 27 anni. L’addestramento al combattimento è stato il primo condotto dagli USA con l’ANZUS (Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti) dalla sospensione degli obblighi del trattato della Nuova Zelanda, nel 1986, dopo che il governo del Paese approvò una legge antinucleare che vietava alle navi a propulsione nucleare della marina statunitense l’accesso alle acque della Nuova Zelanda.
Oltre alla minacce degli Stati Uniti di costruire un aeroporto militare nell’ambiente marino incontaminato di Okinawa, il sistema di difesa missilistico degli Stati Unite e le sue navi Aegis hanno già distrutto uno dei più incontaminati ambienti marini in Corea del Sud, con la costruzione di un enorme, inutile porto militare nell’isola di Jeju Island, che ospita la flotta di cacciatorpediniere antimissile Aegis. La costruzione della nuova base militare su un’isola vicino alla Cina, è una provocazione per il governo cinese. Ho visitato Jeju nel 2010 e poi di nuovo a ottobre, è stato straziante vedere una base navale militare inutile costruita in un’area bellissima. Gli attivisti di Jeju hanno usato tattiche non violente per opporsi alla costruzione della base, mentre il governo sudcoreano ha inviato migliaia di poliziotti e militari dalla Corea del Sud per arrestare e imprigionare molti attivisti. Nelle Filippine, gli Stati Uniti negoziano un più ampio accesso alle basi militari. Un nuovo accordo di sicurezza, chiamato Accordo per una maggiore rotazione del presidio (IRP), permetterebbe alle forze statunitensi una turnazione regolare nelle Filippine per esercitazioni militari congiunte USA-Filippine. Questo accordo permetterebbe agli Stati Uniti di preposizionare materiale bellico per le loro forze nelle basi militari filippine. La frequenza delle esercitazioni USA-Filippine potrebbe aumentare fino alla quasi continua presenza militare statunitense nelle Filippine. Le forze militari statunitensi furono ritirate dalle Filippine nel 1992, dopo le proteste cittadine. Le pretese cinesi sulle isole tradizionalmente detenute dalle Filippine hanno alimentato il nuovo rapporto USA-Filippine.
La visita rinviata del presidente Obama doveva consolidare i piani per le Filippine firmando l’accordo di partenariato trans-Pacifico (TPP), che stabilirà tra 11 nazioni una zona di libero scambio nella regione Asia-Pacifico, che darebbe un’autorità senza precedenti alle società internazionali nel minare le industrie nazionali di quei Paesi.

Jeju-3
La Cina rappresenta una minaccia?
Gli Stati Uniti hanno aumentato notevolmente il loro coinvolgimento militare in Asia per contrastare la crescente potenza economica e militare della Cina nella regione. Eppure, la spesa militare della Cina di 129 miliardi di dollari è nulla rispetto ai 628 miliardi dollari spesi dagli Stati Uniti. Un confronto sul materiale militare dimostra il predominio degli Stati Uniti: gli Stati Uniti dispongono di 10 portaerei contro una della Cina, gli Stati Uniti hanno 15293 aerei militari contro i 5048 della Cina; 6665 elicotteri militari contro i 901 della Cina. La disparità tra gli Stati Uniti e la Cina nel numero di personale militare è impressionante. Con una popolazione di 1344130000, la Cina ha 2285000 militari in servizio attivo e 800000 in riserva. Gli Stati Uniti hanno meno di un quarto della popolazione della Cina, 313847500, ma 1478000 militari in servizio attivo e 1458500 nella riserva. Secondo i media cinesi, la marina cinese ha 70 sottomarini, 10 dei quali a propulsione nucleare. Almeno quattro di questi sono in grado di lanciare i missili JL-2 con testate nucleari, fornendo alla Cina, per la prima volta, una deterrenza strategica e la capacità di secondo colpo contro gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno 73 sottomarini nucleari e altri 3 in costruzione e 4 ordinari: 14 sottomarini lanciamissili balistici classe Ohio e 4 lanciamissili da crociera classe Ohio, 7 sottomarini d’attacco classe Virginia, altri 3 in costruzione e 4 ordinati, 3 sottomarini d’attacco classe Seawolf e 43 sottomarini d’attacco classe Los Angeles e 2 in riserva. Gli Stati Uniti hanno  5113 armi e missili nucleari con una gittata di 9300 miglia se lanciati da terra e 7500 miglia se lanciati da sottomarini nucleari.
Nel 2011, l’Università di Georgetown stimava che la Cina avesse ben 3000 testate, mentre nel 2009 la Federation of American Scientists stimava che i cinesi avessero un minimo di 240 testate. Nel 2011, la Cina pubblicava un libro bianco della difesa che ribadiva la propria politica nucleare,  mantenendo al minimo il deterrente e divenendo il primo Stato nucleare ad adottare la politica “no first use“, impegnandosi ufficialmente a non usare armi nucleari contro Stati che ne sono privi. L’implementazione della Cina di quattro nuovi missili balistici con capacità nucleare ha causato preoccupazione internazionale.
Gli Stati Uniti continuano ad avere “tutte le opzioni” aperte, compreso il nucleare, come precisato il 3 ottobre 2013 dalla “Dichiarazione congiunta del Comitato consultivo della sicurezza.”

Caroline Kennedy, nuova ambasciatrice degli Stati Uniti in Giappone, riuscirà a sfidare le politiche di Obama?
Gli Stati Uniti presto invieranno un nuovo ambasciatore in Giappone. Caroline Kennedy, figlia dell’ex presidente John F. Kennedy, sarà il nuovo volto dell’imperialismo statunitense in Giappone.  Da privata cittadina, Caroline Kennedy ha dichiarato di essersi opposta alla guerra all’Iraq. Una questione importante è se lei riconoscerà il desiderio del popolo giapponese a continuare ad avere il suo unico e importante articolo 9, il paragrafo “pacifista” della sua Costituzione e a convincere l’amministrazione Obama a non indebolirlo. Farlo sarebbe un atto d’incredibile coraggio politico per un ambasciatore statunitense, degno di essere incluso nella versione aggiornata del libro del padre “Profiles in Courage“.

Ann Wright è un colonnello dell’esercito/riserva degli Stati Uniti. È stata anche diplomatico degli Stati Uniti per 16 anni nelle ambasciate di Nicaragua, Grenada, Somalia, Uzbekistan, Kirghizistan, Sierra Leone, Micronesia, Afghanistan e Mongolia. Rassegnò le dimissioni dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel 2003, in opposizione alla guerra all’Iraq.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara ad una invasione su vasta scala!

Valentin Vasilescu Réseau International 5 luglio 2013

Questo materiale è un estratto di un grande lavoro di carattere riservato che avevo svolto e reso disponibile solo a livello strategico. Abbiamo selezionato per voi da questo piano strategico solo gli elementi la cui rilevanza e il significato sono accessibili a tutti.

SongsTutti sono rimasti sorpresi nel vedere che gli Stati Uniti non hanno dispiegato forze aeree per creare una “no fly zone” nello spazio aereo della Siria. In un precedente articolo, ho detto che per una eventuale no-fly zone sulla Siria, dovevano partecipare aerei militari di Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto. Nel frattempo, l’esercito egiziano, fedele alla memoria del colonnello Gamal Abdel Nasser, il vero artefice dell’indipendenza dall’Egitto e che fu per tre anni il presidente della Repubblica Araba Unita, cioè l’Egitto e la Siria, ha cacciato Mohamed Morsi, che aveva aderito alla politica dei sostenitori dei ribelli islamici in Siria. Fino alla fine della guerra civile in Siria, gli Stati Uniti non hanno schierato più di 1-2 squadriglie di aerei nella regione. Se mai l’avessero fatto, sarebbero caduti in una trappola enorme.
Il South China Morning Post di Hong Kong ha consultato il dossier dell’ex agente NSA Edward Snowden, evidenziando i mezzi tecnici dello spionaggio della NSA e le connessioni fatte per penetrare i sistemi di comunicazione della Cina. A seguito della penetrazione delle reti cinesi, due satelliti statunitensi MAGNUM (pesanti 2,7 t e con una antenna di ricezione dal diametro di 100 m), hanno potuto captare dalla loro orbita geostazionaria, il traffico telefonico, fax, radio militare e civile cinesi. I segnali vengono ritrasmessi dai satelliti a due delle 17 stazioni terrestri del sistema ECHELON, ovvero ai centri DST (sistema di inseguimento spaziale) per il monitoraggio dei satelliti, situati nelle basi militari statunitensi di Misawa e Torri (Okinawa) in Giappone. Le rivelazioni di Snowden hanno consentito alla Cina di svelare la tecnologia spionistica della NSA e a scollegare quasi totalmente le apparecchiature d’intercettazione statunitensi. Per effettuare una nuova infiltrazione, la NSA avrà bisogno di almeno un anno.
L’attuale strategia degli Stati Uniti è mantenere la supremazia aero-navale, che si manifesta con il rifiuto dell’accesso alle aree d’interesse economico e militare degli Stati membri all’aviazione e alla flotta cinese; il controllo delle comunicazioni cinesi gli permetteva manovre rapide e decisive. Ma gli Stati Uniti si trovano in una situazione che non vedevano dalla seconda guerra mondiale. Se la Cina decidesse di attaccare rapidamente ora, gli Stati Uniti essendo “ciechi” non sarebbero in grado di scoprire in tempo quali sarebbero i colpi che la Cina potrebbe infliggergli. La Cina ha pubblicato nel 2009 un nuovo concetto dottrinale, la “Blue Water Fleet” progettata per garantire il passaggio dalle operazioni difensive strettamente costiere alla strategia dell’accesso a spazi remoti situati a migliaia di chilometri di distanza dalla Cina. In queste circostanze, la Cina potrebbe effettuare lo sbarco e l’occupazione a sorpresa di un qualsiasi alleato regionale degli Stati Uniti.

Le forze militari della Cina
La Cina dispone di 26 cacciatorpediniere dotati di missili da crociera, 51 fregate, 132 corvette lanciamissili e 58 sottomarini, di cui cinque a propulsione nucleare della classe Jin (Tipo 094) che trasportano missili balistici intercontinentali e altri cinque polivalenti d’attacco nucleare della classe Han (Tipo 091). Questo è sufficiente alla Cina per stabilire una testa di ponte sulle coste, con 83 mezzi da sbarco, 3 navi d’assalto anfibio Tipo 071 della classe Yuzhao, ciascuno con un battaglione di fanteria (800 uomini) e 20 veicoli blindati anfibi. Il trasporto sulla spiaggia è affidato a quattro hovercraft Tipo 726 della classe Yuyi, in grado di trasportare 60 tonnellate. Una volta stabilita la testa di ponte, la Cina (la quarta al mondo per numero di navi mercantili) non può essere fermata dall’occupare completamente il Paese in questione, perché ha 2 milioni di soldati e 1.999 navi che possono trasportare truppe e materiale bellico. La società statale cinese COSCO (5° nel mondo) gestisce 600 navi di cui 160 portacontainer, 46 cisterne e gasiere e 100 minerarie, nonché navi  di linea (da 20.000 a 50.000 tonnellate).
Per proteggere le vie dei rifornimenti di petrolio che dal Golfo Persico, passando dall’Oceano Indiano, arrivano ai porti cinesi sul Mar Cinese Meridionale, attraversando lo Stretto di Malacca, la Cina ha creato la strategia del “filo di perle” creando, passo dopo passo, nuovi avamposti e basi per operazioni militari. Una “perla” inizia con l’uso di piste per il decollo e l’atterraggio, che richiede una difesa aerea e quindi una base navale e forze di spedizione marittima. La prima perla è l’isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale, dove i cinesi hanno una grande base navale per la Flotta del Sud. Due dei cinque sottomarini a propulsione nucleare classe Jin (Tipo 094), dotati di missili balistici intercontinentali JL-2, hanno la loro base a Sanya. La Flotta della Cina meridionale ospita la 9° Divisione Aerea su sei basi aeree, tutte situate sull’isola di Hainan. Un secondo pezzo della collana di perle è Woody Island, nell’arcipelago Paracel, a 300 km a sud est di Hainan, amministrata dalla Cina. Al di fuori del porto militare, difeso da sistemi missilistici antinave HY-4, su questa isola c’è un aeroporto militare da cui operano i velivoli multiruolo Su-30MKK. Infrastrutture simili sono state costruita dai cinesi nel porto dell’isola di Sittwe, in Birmania (Myanmar), e a Chittagong (secondo porto più grande del Bangladesh), nel porto di Gwadar in Pakistan (che si trova a 50 km dal confine con l’ Iran e a 250 km dallo Stretto di Hormuz), a Marao nelle Maldive (900 km a sud-ovest dello Sri Lanka), nel porto di Hambantota nello Sri Lanka, e a Dar es Salaam, in Tanzania. In tutte queste basi, la Cina ha creato depositi di munizioni e armi pesanti. Ogni base ha un battaglione di forze per operazioni speciali, addestrati a combattere la guerriglia urbana, che possono addestrare gli insorti nei Paesi vicini aiutandoli a prendere il potere, secondo il modello delle rivoluzioni colorate della “primavera araba”, inventato dagli statunitensi.
La pletora di satelliti statunitensi tipo KH, dotati di telescopi ad alta risoluzione con un diametro dello specchio di 2,4 m e pesanti 19,6 t, posti in orbite a 253-528 km di quota, sono inutili se le loro aree di ricerche, a causa delle intercettazioni della NSA, si limitano alle informazioni sulle coordinate dei bersagli. Lo stesso vale per il satellite Lacrosse/Onyx, progettato per la ricognizione  radar e posto in orbita a 437-447 km di altezza, con un equipaggiamento SAR (Synthetic Aperture Radar) che permette di penetrare la copertura nuvolosa. Con brevissimo preavviso, gli Stati Uniti sono obbligati a cambiare strategia riguardo le responsabilità del Comando congiunto per il Pacifico (USPACOM), che si estende dalle coste occidentali degli Stati Uniti all’Asia orientale, tra cui anche l’Oceano Indiano orientale (260 milioni di kmq). Come accennato in un precedente articolo, la ricognizione è una forma di assicurazione nella lotta, rilevando con precisione la posizione dei mezzi bellici del nemico, le tecniche di combattimento e le manovre nello spazio e nel tempo che esegue. Attraverso la ricognizione possiamo evitare di essere sorpresi dal nemico. In considerazione di tale concetto, l’USPACOM ha bisogno di creare una nuova filosofia della ricognizione, riguardo lo spazio aereo e marittimo tra l’Indonesia e la penisola coreana, per monitorare e osservare costantemente i movimenti della flotta e dell’aviazione cinesi.

L’attuale schieramento degli Stati Uniti nel Pacifico
La Settima Flotta degli Stati Uniti è schierata permanentemente a Yokosuka, Giappone, ed è composta da diversi gruppi. Il 5° Gruppo d’attacco (Task Force 70): portaerei USS George Washington (7-8 squadroni a bordo con 90 velivoli: 4 squadroni di F-18D, 1 squadrone di E-2C AWACS, 2 squadroni di elicotteri, 1 squadrone di EA-18G da guerra elettronica), 2 incrociatori della classe Ticonderoga, 15 cacciatorpediniere (di cui sette classe Arleigh Burke). 15° Gruppo d’attacco:  portaerei USS Ronald Reagan, 23.mo Squadrone cacciatorpediniere (6 cacciatorpediniere  classe Arleigh Burke, tre fregate classe Oliver Hazard Perry) che può attivarsi rapidamente al largo  della Cina. Quattro sottomarini d’attacco a propulsione nucleare della classe Los Angeles appartenenti al 15° Squadrone sottomarini recentemente implementato nella base navale di Point Polaris, Guam. Gli squadroni 1, 3 e 7 con 18 sottomarini d’attacco classe Los Angeles e 3 sottomarini classe Virginia, sono la componente sottomarina della Settima Flotta a Pearl Harbor.
Il PACAF, basato a Pearl Harbor, sull’isola di Hickam, Hawaii, è la componente aerea delle forze dell’USPACOM, con 45.000 uomini suddivisi tra quattro divisioni aeree, 9 basi e 375 aerei. Un ostacolo si trova a nord del Giappone, nel Pacifico settentrionale, dove è dislocata la flotta russa del Pacifico e la flotta da ricognizione e bombardamento strategici dell’aviazione russa; in tal modo l’USPACOM non può ridistribuire a sud forze e mezzi dislocati in Alaska per contrastare la Russia.
L’11° Divisione aerea degli Stati Uniti, situata in Alaska, è composta dal 3° Reggimento aereo (2 squadroni di F-22, uno squadrone di E-3 AWACS, 2 squadroni di C-130, C-17 e C-12) basato presso Elmendorf; il 354° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16C Aggressor, 1 squadrone di KC-135R della Guardia Nazionale) presso Eielson; il 61° Centro Operazioni Aerospaziali di Elmendorf con 17 radar balistici e tre radar guida per gli aerei. Un altro inconveniente è la profondità del dispositivo dell’USPACOM. La 13° Divisione aerea è dedicata alla difesa locale, ed è composta dal 15° Reggimento aereo (1 squadrone di F-22A, 1 squadrone di KC-135, 1 squadrone di C-17) basato a Hickam, Oahu, Hawaii; dal 36° Reggimento (senza aerei presso l’Andersen Air Base, Guam), il 613° Centro Operazioni Aerospaziali di Pearl Harbor-Hickam. In tale contesto, sarebbe stato l’ideale possedere la base navale di Subic Bay e quella aerea di Clark, nelle Filippine, che gli Stati Uniti abbandonarono nel 1991.

La nuova strategia degli Stati Uniti nel Pacifico
Dal punto di vista teorico, ci vogliono almeno quattro settori per sorvegliare la Cina:
Settore 1: accesso dalla Cina meridionale all’Oceano Indiano, attraverso lo Stretto di Malacca e di Sunda.
Settore 2: accesso dal Mar Cinese Meridionale all’Oceano Pacifico, attraverso il Mare di Sulu, il Mare di Celebes (a sud del Mare di Sulu) e il Canale di Babuyan (tra il nord delle Filippine e Taiwan).
Settore 3: accesso dal Mar Cinese orientale all’Oceano Pacifico passando a sud dell’area tra l’isola di Taiwan e l’arcipelago di Okinawa (Ryukyu) e a nord dell’area compresa tra le isole di Okinawa e Kyushu (la punta meridionale del Giappone). La distanza tra Okinawa e Kyushu è la stessa di quella che separa l’isola di Taiwan dall’arcipelago di Okinawa (600 km).
Settore 4: accesso dal Mar Cinese orientale attraverso l’area tra il Giappone e la Corea del sud.
Nel primo settore del coordinamento ricognizione e sorveglianza degli Stati Uniti, un ruolo chiave è assegnato a Singapore nel controllare lo Stretto di Malacca (l’arteria principale dei rifornimenti petroliferi della Cina dalle regioni del Golfo Persico). Gli Stati Uniti hanno firmato un accordo con Singapore, che gli permette l’uso della base navale di Sembawang e quella aerea di Paya Lebar. E’ probabile che gli Stati Uniti dovranno schierare sulla base aerea un’unità da ricognizione per monitorare il settore.
Nel secondo settore, il coordinamento delle missioni da ricognizione degli Stati Uniti sulle linee di comunicazione interne nel Mar Cinese Meridionale, può essere fornito dalla Andersen Air Force Base e dalla Base Navale di Guam (isola dell’arcipelago delle Marianne). Nel terzo settore, il Mar Cinese Orientale, la stessa missione è preoccupazione di Okinawa. E, infine, nel quarto settore, un dispositivo per la ricognizione sulla penisola di Shandong e le coste orientali della Cina, è già schierato da Corea del Sud e Giappone, in cooperazione con le truppe statunitensi dispiegate in entrambi i Paesi. Inoltre, le coppie Giappone – Stati Uniti e Corea del Sud – Stati Uniti, gestiscono nel settore i sistemi missilistici anti-balistici delle forze aeree e navali assegnate ai gruppi da combattimento misti. La 5° Divisione aerea degli Stati Uniti è schierata in Giappone e comprende: il 18° Reggimento aereo (4 squadroni di F-15C/D, KC-135R, E-3, HH-60G) sulla base aerea di Kadena a Okinawa, il 35° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16 Block 50) sulla base di Misawa, il 37° Reggimento da trasporto (2 squadroni di C-130H, UH-1N, C-12) sulla base di Yokota e il 605° Centro Operazioni Aerospaziali di Yokota. La 7° Divisione aerea degli Stati Uniti è schierata in Corea del Sud e comprende il 51° Reggimento aereo (2 Squadroni di F-16 Block 40, A-10) che si trova nella base di Osan, l’8° Reggimento aereo (2 squadroni di F-16 Block 40) che si trova nella base di Kunsan e 607° Centro Operazioni Aerospaziali di Osan.
Il nuovo dispositivo di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) dell’USCOM comporta il dispiegamento in altri teatri della maggioranza degli aerei da ricognizione, bombardamento e guerra elettronica degli Stati Uniti.

Il dispiegamento da ricognizione nel Pacifico
L’esercito statunitense è dotato di 16 aerei da ricognizione strategica e d’intelligence E-8C. Il Radar imbarcato può coprire un territorio o zona mare di 50.000 kmq ed identificare 600 bersagli ad una distanza di 250 km. Attualmente, nessun aereo E-8C è impiegato nel Pacifico, tutti appartengono alla 461° Squadriglia da ricognizione aerea sulla base di Robins, in Georgia, fatta salva la 9° Divisione aerea responsabile della difesa delle coste orientali degli Stati Uniti. 31 velivoli RC-135, tutti da ricognizione strategica, appartengono al 55.mo Reggimento da ricognizione aerea. Uno dei tre squadroni di RC-135 è schierato nella Kadena Air Base in Giappone, dove la sua missione è la sorveglianza del settore 4 (l’accesso al Mar Cinese Orientale tra il Giappone e la Corea del Sud). L’RC-135 utilizza il MASINT (misurazione e intelligence dei segnali) e l’AEELS (sistema di localizzazione degli emettitori ELINT automatizzato), che scopre, identifica e localizza i segnali dello spettro elettromagnetico. Un secondo squadrone di RC-135 potrebbe essere assegnato alla sorveglianza del settore 2.
Tutti i 50 aerei da ricognizione (UAV) MQ-1C Grey Eagle, caratterizzati da bassa velocità (200 km/h), quota di volo media e raggio d’azione inferiore ai 500 km, sono suddivisi tra le brigate aeree della 1° Divisione di fanteria schierata in Afghanistan. Altri 360 MQ-1B Predator (con caratteristiche simili) sono schierati nel modo seguente: cinque squadroni componenti il 432° Reggimento da ricognizione basato a Creech, Nevada, tre squadroni basati a Holloman, New Mexico e uno squadrone della Guardia nazionale per ciascuno dei seguenti Stati, Texas, Florida, North Dakota, California e Arizona. I droni possono essere facilmente individuati e abbattuti dai missili antiaerei delle navi da guerra cinesi. 200 UAV di entrambe le versioni potrebbero essere schierati a Singapore, e assegnati alla sorveglianza dei settori 1, 3 e 4. I 77 velivoli senza pilota MQ-9 Reaper, con una velocità di 300 Km/h, 7.500 m di quota e un raggio di 900 km, sono assegnati a due squadroni del 432° Reggimento da ricognizione della base di Creech, Nevada, così come a uno squadrone da addestramento, due squadroni per operazioni speciali e uno della Guardia nazionale della base di Holloman, New Mexico. La maggior parte degli MQ-9 Reaper è schierata nell’Asia sud-occidentale e in Nord Africa. I 37 UAV a reazione RQ-4A/B Global Hawk, con una velocità di 575 chilometri all’ora, 12.000 m di quota e un raggio d’azione di 7000 km, sono assegnati al 9° Reggimento da ricognizione strategica di stanza a Beale, California. Svolgono operazioni da ricognizione giornaliere su una superficie di 100.000 kmq, quindi la maggior parte di essi sono destinati allo spionaggio del vasto territorio della Russia. L’USPACOM è stato obbligato a creare il nuovo sistema di sorveglianza marittima BAMS (Broad Area Maritime Surveillance), principalmente basato sull’RQ-4 Global Hawk. Si prevede che 18 RQ-4 Global Hawk saranno dispiegati nelle Hawaii, a Guam e in Giappone, destinati ai settori 2 e 3 per sorvegliare le basi estere cinesi appartenenti al “Filo di perle”.
Il 18 agosto 2009 è stata creata la 24° Divisione ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), con sede nella Lackland Air Force Base, in Texas. Un’unità subordinata è il 480° Reggimento di Langley, in Virginia. L’unità è composta da professionisti della CIA e della NSA ed è responsabile del coordinamento globale delle attività da ricognizione (raccolta, elaborazione, valorizzazione e diffusione delle informazioni su tutte le piattaforme ISR aeree: U- 2, RQ-4 Global Hawk, MQ-1 Predator, MQ-9 Reaper). Traducendosi in reali operazioni di decodifica in tempo reale. Un’altra unità subordinata, operativamente, alla 24° Divisione SRI è il 9° Reggimento da ricognizione aerea strategica di Beale, in California. Gli squadroni 5° e 99° sono dotati di 32 velivoli U-2 Dragonlady. Il Distaccamento 2 è stato schierato ad Osan, Corea del Sud, assegnato alla sorveglianza del settore 4. Si prevede che un distaccamento di 10 velivoli U-2 verrà schierato a Guam e assegnato a settori 1, 2 e 3 per sorvegliare le basi cinesi all’estero del “Filo di perle”. Infine, anche il 432° Reggimento UAV da ricognizione è subordinato alla 24° Divisione della Creech Air Force Base, Nevada. I più recenti droni militari degli Stati Uniti, 18 RQ-170 Sentinel, sono schierati presso il 30° Squadrone test del 432.mo Reggimento. Anche se invisibile ai radar, un RQ-170 Sentinel è stato catturato dall’Iran prendendone il controllo. Si prevede che un distaccamento di otto RQ-170 Sentinel sia inviato in Giappone per sorvegliare i settori 2 e 4, in particolare gli obiettivi interni alla Cina.
L’US Navy ha 130 aerei da pattugliamento marittimo e lotta antisommergibile P-3C Orion, con un raggio d’azione di 2.500 chilometri. Sono suddivisi in 15 squadriglie di otto aerei. Anche se il Giappone ha 100 aerei P-3C, quattro squadriglie statunitensi sono basate nelle Hawaii. Due squadriglie di P-3C Orion potrebbero essere schierate a Taiwan per il pattugliamento lungo la costa orientale delle Filippine, in collaborazione con i sottomarini d’attacco.

Il dispiegamento dei bombardieri pesanti
La flotta dei bombardieri pesanti degli Stati Uniti è composta da velivoli B-1, B-2 e B-52. Gli Stati Uniti hanno 66 bombardieri strategici supersonici B-1 Lancer, con un raggio d’azione di 10.000 km, suddivisi tra due squadroni del 7° Reggimento d’interdizione nella base di Dyess, in Texas, e due squadroni del 28° Reggimento bombardieri di base a Ellsworth nel Sud Dakota. 19 bombardieri strategici subsonici furtivi B-2A Spirit, formano due squadroni del 509° Reggimento bombardamento della base Whiteman in Missouri. 76 bombardieri strategici B-52H Stratofortress sono schierati dal 2° Reggimento bombardamento di base a Barksdale in Louisiana e il 5° Reggimento da bombardamento di base a Minot nel Nord Dakota. Dal momento che la Cina ha una flotta di 120 bombardieri pesanti subsonici Xian H-6E/F/H, con un raggio di 2000 km, può colpire obiettivi in Corea del Sud, Giappone, Filippine, Indonesia e Singapore, e si prevede che 30 aerei B-1 e 40 aerei B-52 verranno schierati in permanenza nella base di Anderson, Guam.

Dispiegamento dei sistemi di disturbo elettronico nel Pacifico
L’US Air Force è dotata di 14 aeromobili EC-130H Compass Call per l’interferenza delle comunicazioni radio, dei radar e dei sistemi di guida delle armi. Tutti gli aerei appartengono al 55°  Reggimento di Davis-Monthan, Arizona. 11 velivoli P-3 della Marina degli Stati Uniti sono stati modificati nella versione EP-3E Aries II, delle piattaforme di guerra elettronica. Sono di stanza a Whidbey Island, Washington. Sei di essi potrebbero essere schierati nelle basi aeree statunitensi in Corea del sud. Taiwan ha 12 aerei EP-3E Aries II e il Giappone 5. L’US Navy ha anche 96 velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler su 13 squadroni. 10 squadroni sono schierati a bordo di 10 portaerei. Uno squadrone di EA-18G si trova presso l’Atsugi Air Base in Giappone, uno squadrone misto (EA-18G e EA-6B) ha sede a Mountain Home, Idaho e uno di EA-6B nella Andrews Air Force Base, Washington DC.

Modificare lo schieramento delle truppe terrestri nel Pacifico
In Corea del Sud sono stazionate la 2° Divisione di fanteria, la 35° Brigata difesa aerea, la 511° Brigata per le operazioni speciali, nell’ambito dell’8° Armata (1/4 di esso), con una forza di 19.700 soldati. I depositi dell’USPACOM per lo stoccaggio di attrezzature, munizioni, carburante e cibo per il resto dell’8° Armata si trovano in Giappone. La terza Forza di spedizione dei marines, strutturata attorno a tre Divisioni di marine (17.000 soldati) si limita ad alcune caserme nell’isola di Okinawa, in Giappone. Il contingente congiunto degli Stati Uniti in Giappone è di 35.000 uomini. A parte questo corpo di spedizione, l’USPACOM dispone anche della prima Forza di spedizione dei marines, basata a Camp Pendleton, in California. Si compone della 1° Divisione marines (quattro reggimenti marines, tre battaglioni da ricognizione, un battaglione anfibio, un battaglione carri armati e due battaglioni di genieri), il 3° Reggimento aereo (3 squadroni di F/A-18D, 4 squadroni di AV-8B, 4 squadriglie di V-22 Osprey e 4 squadroni di elicotteri CH-53) e tre reggimenti logistici. È possibile che le unità del Primo Corpo di spedizione, così come le altre unità terrestri statunitensi siano di stanza nelle Hawaii e a Guam per ridurre il tempo di risposta in caso d’intervento.

Conclusioni: Questa enorme manovra di forze e mezzi svilupperà lo schieramento aereo, marittimo e terrestre dell’USPACOM, che solo nel Pacifico occidentale conterà su una forza di oltre 500.000 uomini. La maggior parte di queste truppe è attualmente dispiegata presso il CENTCOM, responsabile del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Come sapete, per governare il mondo, gli Stati Uniti hanno suddiviso i continenti in aree di comando aero-terrestro-navali. Negli ultimi dieci anni l’USCENTCOM ha beneficiato del 70% di tutte le forze statunitensi per le operazioni militari in Iraq, Afghanistan e per la “primavera araba”. A causa della crescente minaccia rappresentata dalla Cina, sembra che le tensioni in Medio Oriente svaniranno.

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Valentin Vasilescu, pilota ed ex-vice comandante della base militare di Otopeni, laurea in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari a Bucarest, nel 1992.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La geopolitica di Obama del ‘Perno Cinese': Il Pentagono punta alla Cina

F. William Engdahl Global Research, 24 agosto 2012

Dal crollo dell’Unione Sovietica e la fine nominale della guerra fredda, una ventina di anni fa, invece di ridurre la dimensione della loro mastodontica spesa per la difesa, il Congresso e tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno ampliato enormemente la spesa per nuovi sistemi di armamenti, l’aumento delle basi militari permanenti in tutto il mondo e l’espansione della NATO non solo ai paesi del Patto di Varsavia, nell’immediata periferia della Russia, ma ha anche ampliato la NATO e la presenza militare degli Stati Uniti nella profondità dell’Asia, ai confini della Cina, attraverso la loro guerra in Afghanistan e campagne correlate.

Parte I. Il Pentagono punta alla Cina 
Sulla base degli esborsi di semplici dollari per le spese militari, il budget combinato del Pentagono, lasciando da parte i grandi budget per le agenzie governative collegate alla sicurezza nazionale e alla difesa degli Stati Uniti, come il Dipartimento dell’Energia, del Tesoro e altre agenzie USA, l’US Department of Defence ha speso circa 739 miliardi dollari nel 2011 per le sue esigenze militari. Con tutte le altre spese collegate alla difesa e alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, secondo il londinese International Institute for Strategic Studies, la spesa militare annua degli Stati Uniti va oltre i 1.000 miliardi dollari. Si tratta di un importo superiore al totale delle spese per la difesa delle altre 42 nazioni più vicine, e più del prodotto interno lordo della maggior parte delle nazioni.
La Cina ufficialmente ha speso appena il 10% della spesa degli Stati Uniti per la loro difesa, circa 90 miliardi di dollari o, con certe importazioni di armi e altri costi inclusi, forse 111 miliardi dollari l’anno. Anche se le autorità cinesi non pubblicano i dati completi su tali aree sensibili, è evidente che la Cina spende solo una parte degli Stati Uniti, e a partire da una tecnologia militare di base di gran lunga lontana da quella degli Stati Uniti.
La Cina di oggi, a causa della sua crescita dinamica economica e la sua determinazione nel perseguire gli interessi sovrani nazionali cinesi, solo perché la Cina esiste, sta diventando la nuova “immagine del nemico” del Pentagono, che ora sostituisce la precedente “immagine del nemico” dell’Islam, utilizzata dal settembre 2001 dall’amministrazione Bush-Cheney per giustificare l’esercizio del potere globale del Pentagono, o quella del comunismo sovietico durante la Guerra Fredda. Il nuovo atteggiamento militare degli Stati Uniti contro la Cina non ha nulla a che fare con qualsiasi minaccia aggressiva da parte della Cina. Il Pentagono ha deciso di aumentare il suo atteggiamento aggressivo militare verso la Cina, solo perché la Cina è diventata un forte polo indipendente e vitale per l’economia mondiale e la geopolitica. Solo gli stati vassalli sono tenuti ad esistere nel mondo globalizzato di Washington.

La Dottrina Obama: la Cina è la nuova ‘immagine del nemico’
Dopo quasi due decenni di abbandono dei propri interessi in Asia orientale, nel 2011, l’amministrazione Obama ha annunciato che gli Stati Uniti ne avrebbero fatto un “perno strategico” nella loro politica estera, concentrando l’attenzione politica e militare sulla regione dell’Asia-Pacifico, in particolare nel Sud-Est asiatico, cioè la Cina. Il termine “centro strategico” proviene da una pagina del testo classico del padre della geopolitica britannica, Sir Halford Mackinder, che ha aveva parlato in diversi momenti della Russia e poi la Cina come “potenze”, la cui articolazione geografica e posizione geopolitica pone sfide uniche all’egemonia anglo-sassone e, dal 1945, all’egemonia statunitense.
Durante gli ultimi mesi del 2011, l’amministrazione Obama ha chiaramente definito una nuova dottrina pubblica della minaccia militare, per la prontezza militare degli Stati Uniti, sulla scia dei fallimenti militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan. Durante un viaggio presidenziale in Estremo Oriente, in Australia, il Presidente degli Stati Uniti aveva presentato ciò che veniva chiamata Dottrina Obama. [1] Obama aveva detto agli australiani:
Con la maggior parte delle centrali nucleari del mondo e un po’ più della metà del genere umano, l’Asia definirà ampiamente se il secolo prossimo sarà segnato da conflitti o dalla cooperazione … In qualità di Presidente ho, quindi, preso una decisione deliberata e strategica, come nazione del Pacifico, gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo più ampio e di lunga durata nel plasmare questa regione e il suo futuro … ho detto alla mia squadra di sicurezza nazionale di rendere la nostra presenza e missione nell’Asia-Pacifico una priorità assoluta … Come abbiamo pianificato e previsto per il futuro, assegneremo le risorse necessarie per mantenere la nostra forte presenza militare in questa regione. Noi preserveremo la nostra capacità unica di proiezione di potenza e scoraggeremo le minacce alla pace … I nostri interessi durevoli nella regione richiedono la nostra duratura presenza nella regione.
Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico, e noi siamo qui per rimanervi. In realtà, stiamo già modernizzando il dispositivo difensivo degli Stati Uniti nell’Asia Pacifico. Sarà più ampiamente schierato, mantenendo la nostra forte presenza in Giappone e nella penisola coreana, rafforzando al tempo stesso la nostra presenza nel Sud-Est asiatico. Il nostro atteggiamento sarà più flessibile, con nuove funzionalità per garantire che le nostre forze possano operare liberamente… Credo che saremo in grado di affrontare le sfide comuni, quali la proliferazione e la sicurezza marittima, e la cooperazione nel Mar Cinese Meridionale.” [2]
Al centro della visita di Obama vi era stato l’annuncio che almeno 2.500 marines degli Stati Uniti saranno di stanza a Darwin, nel Territorio Settentrionale australiano. Inoltre, con una serie di importanti accordi paralleli, colloqui con Washington sono in corso per far volare droni di sorveglianza a lungo raggio statunitensi, telecomandati dalle Isole Cocos, un territorio australiano nell’Oceano Indiano. Anche gli Stati Uniti otterranno un più ampio uso delle basi aeree australiane per gli aerei statunitensi, e un aumento delle visite di navi e sottomarini nell’Oceano Indiano attraverso una base navale presso Perth, sulla costa occidentale del paese.

L’obiettivo del Pentagono è la Cina
Per chiarire il punto ai membri europei della NATO, in un discorso ai colleghi della NATO a Washington nel luglio 2012, Phillip Hammond, segretario di stato britannico per la difesa aveva dichiarato esplicitamente che il nuovo passaggio della difesa degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, era volto contro la Cina. Hammond ha detto che “la crescente importanza strategica della regione Asia-Pacifico impone a tutti i paesi, ma in particolare agli Stati Uniti, un modo per riflettere sulla loro posizione strategica vero l’emergere della Cina come potenza mondiale. Lungi dall’essere preoccupate per l’inclinazione verso l’Asia-Pacifico, le potenze europee della NATO dovrebbero accogliere con favore il fatto che gli Stati Uniti sono disposti a impegnarsi in questa nuova sfida strategica, per conto dell’alleanza“. [3]
Come per molte delle sue operazioni, lo schieramento del Pentagono è molto più profondo rispetto a quanto il numero, relativamente piccolo di 2.500 nuovi soldati statunitensi, potrebbe suggerire.
Nell’agosto 2011, il Pentagono ha presentato la sua relazione annuale sul potere militare della Cina. Affermava che la Cina aveva colmato il gap nelle tecnologie chiave. Il viceassistente segretario alla difesa per l’Asia orientale, Michael Schiffer, ha detto che il ritmo e la portata degli investimenti militari della Cina ha “permesso alla Cina di perseguire le capacità che riteniamo potenzialmente destabilizzanti per gli equilibri regionali militari, aumentando il rischio di incomprensioni e errori di calcolo che possono contribuire a tensioni e ansie regionali“. [4] Ha citato la ristrutturazione cinese della portaerei ex-sovietica e lo sviluppo cinese del caccia stealth J-20, come indicazione delle nuove funzionalità, richiedendo una più attiva risposta militare degli Stati Uniti. Schiffer ha anche citato operazioni spaziali e informatiche cinesi, dicendo che “sviluppa un programma multi-dimensionale per migliorare le sue capacità per limitare o impedire l’uso di sistemi spaziali degli avversari, durante i periodi di crisi o di conflitto.” [5]

Andrew W. Marshall e George W. Bush

Parte II: l”Air-Sea Battle‘ del Pentagono
La strategia del Pentagono per sconfiggere la Cina, in una guerra futura, i cui dettagli sono filtrati sulla stampa USA, si chiama “Air-Sea Battle“. Che richiede un aggressivo attacco coordinato degli Stati Uniti. Bombardieri stealth e sottomarini USA metterebbero fuori uso i radar di sorveglianza e sistemi missilistici di precisione a lungo raggio della Cina, posti in profondità nel paese. Questa iniziale “campagna di accecamento” sarebbe seguita da un più grande assalto aeronavale alla Cina stessa. [6] Fondamentale per la strategia avanzata del Pentagono, lo schieramento che si è già tranquillamente iniziato, la presenza aero-navale statunitense in Giappone, Taiwan, Filippine, Vietnam e in tutto il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano. Truppe australiane e dispiegamento navale hanno lo scopo di accedere allo strategico Mar Cinese Meridionale, come anche all’Oceano Indiano. Il motivo dichiarato è “proteggere la libertà di navigazione” nello Stretto di Malacca e nel Mar Cinese Meridionale. In realtà verrebbero posizionati per tagliare le rotte strategiche del petrolio alla Cina, in caso di conflitto totale.
L’Obiettivo di Air-Sea Battle è aiutare le forze statunitensi a resistere ad un assalto iniziale cinese e a contrattaccare per distruggere i sofisticati radar e sistemi missilistici cinesi, costruiti per tenere le navi statunitensi lontane dalle coste della Cina. [7]

L”Air-Sea Battle‘ degli USA contro la Cina
Oltre allo stazionamento dei marines degli Stati Uniti nel nord dell’Australia, Washington prevede di far volare droni di sorveglianza a lungo raggio  telecomandati dalle Isole Cocos, un territorio australiano nell’Oceano Indiano, strategicamente vitale. Inoltre avrà l’uso di basi aeree australiane, per i velivoli militari, e si avranno maggiori visite di navi e sottomarini nell’Oceano Indiano, tramite una base navale presso Perth, nelle coste occidentali dell’Australia. [8]
L’architetto della strategia anti-Cina del Pentagono dell’Air-Sea Battle è Andrew Marshall, l’uomo che ha plasmato l’avanzata strategia di guerra del Pentagono per più di 40 anni, e tra i cui seguaci vi furono Dick Cheney e Donald Rumsfeld. [9] Dagli anni ’80 Marshall è stato un promotore di una prima idea postulata nel 1982 dal maresciallo Nikolaj Ogarkov, l’allora capo di stato maggiore generale sovietico, chiamato RMA, o ‘rivoluzione negli affari militari.’ Marshall, oggi alla veneranda età di 91 anni, conserva ancora la sua scrivania e la sua influenza evidentemente molto ampia, nel Pentagono.
La migliore definizione di RMA è stata quella fornita da Marshall stesso: “Una rivoluzione negli affari militari (RMA) è un importante cambiamento nella natura della guerra causata dall’applicazione innovativa di nuove tecnologie che, in combinazione con cambiamenti drammatici nella dottrina militare e nei concetti operativi e organizzativi, modifica profondamente il carattere e la condotta delle operazioni militari“. [10] 
E’ stato sempre Andrew Marshall che ha convinto il Segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld e il suo successore Robert Gates, a schierare lo Scudo Anti-Missile Balistico in Polonia, Repubblica Ceca, Turchia e Giappone, come strategia per minimizzare qualsiasi potenziale minaccia nucleare dalla Russia e, nel caso del Giappone, ogni potenziale minaccia nucleare dalla Cina.

Parte III: La strategia del ‘Filo di Perle’ del Pentagono
Nel gennaio 2005, Andrew Marshall ha pubblicato un rapporto interno classificato per il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, dal titolo “Energy Futures in Asia.” Il rapporto di Marshall, che è trapelato su un giornale di Washington, ha inventato la strategia di lungo termine del ‘Filo di Perle’, per descrivere ciò che chiamava la crescente minaccia militare cinese agli “interessi strategici degli USA” nello spazio asiatico. [11]
Il rapporto interno del Pentagono sostiene che “la Cina sta costruendo relazioni strategiche lungo le rotte marittime dal Medio Oriente al Mar Cinese Meridionale, in modo da suggerire il posizionamento difensivo e offensivo per la protezione degli interessi energetici della Cina, ma anche per servire gli obiettivi di sicurezza generali.”
Nella relazione al Pentagono di Andrew Marshall, il termine strategia ‘Filo di Perle’ della Cina fu utilizzato per la prima volta. E’ un termine del Pentagono e non un termine cinese. Il rapporto dichiarava che la Cina aveva adottato la  strategia del ‘Filo di Perle’, di basi e legami diplomatici, che si estende dal Medio Oriente alla Cina meridionale, includendo una nuova base navale in costruzione nel porto pakistano di Gwadar. Sosteneva che “Beijing ha già istituito posti d’intercettazione elettronica a Gwadar, nell’angolo sud-ovest del paese, la parte più vicina al Golfo Persico. Il posto monitora il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz e il Mare Arabico“. [12]
Il rapporto interno di Marshall continuava a mettere in guardia su altre “perle” della strategia delle rotte della Cina:
• Bangladesh: la Cina sta rafforzando i suoi legami con il governo e costruisce un impianto portuale per container a Chittagong. I cinesi sono “in cerca di un più ampio accesso navale e commerciale” in Bangladesh.
• Birmania: la Cina ha sviluppato stretti legami con il regime militare di Rangoon e trasformato una nazione diffidente verso la Cina in un “satellite” di Beijing, vicino allo Stretto di Malacca, attraverso il quale passa l’80 per cento delle importazioni di petrolio della Cina. La Cina sta costruendo basi navali in Myanmar e ha impianti elettronici di raccolta di informazioni sulle isole nel Golfo del Bengala, nei pressi dello stretto di Malacca. Beijing ha anche fornito al Myanmar “miliardi di dollari in assistenza militare, a sostegno di una alleanza militare de facto“, dice il rapporto.
• Cambogia: la Cina hanno firmato un accordo militare nel novembre 2003 per fornire addestramento e attrezzature. Beijing sta aiutando la Cambogia a costruire una linea ferroviaria dalla Cina meridionale al mare.
• Mar Cinese Meridionale: le attività cinesi nella regione riguardano le rivendicazioni territoriali per “proteggere o negare il transito di petroliere attraverso il Mar Cinese Meridionale“, dice il rapporto. Anche la Cina sta costruendo le sue forze militari nella regione, per essere in grado di “proiettare il potere aeronavale” dal continente e dall’isola di Hainan. La Cina ha recentemente aggiornato una pista d’atterraggio militare sulla Woody Island e ha aumentato la sua presenza con le piattaforme di trivellazione petrolifere e le navi oceanografiche.
• Thailandia: la Cina sta prendendo in considerazione la costruzione, con un finanziamento di 20 miliardi dollari, di un canale che attraversi l’Istmo di Kra consentendo alle navi di bypassare lo stretto di Malacca. Il progetto del  canale darebbe alla Cina impianti portuali, magazzini e altre infrastrutture in Thailandia, volte a rafforzare l’influenza cinese nella regione, indicava il rapporto… Il Comando Sud degli Stati Uniti ha presentato una relazione classificata simile alla fine degli anni ’90, che avvertiva che la Cina stava cercando di utilizzare impianti portuali commerciali in tutto il mondo, per il controllo strategico dei “colli di bottiglia”. [13]

Spezzare il ‘Filo di Perle’
Significative azioni del Pentagono e degli Stati Uniti, come la relazione del 2005 indicava, avevano lo scopo di contrastare i tentativi della Cina per difendere la propria sicurezza energetica tramite il ‘Filo di Perle’. Gli interventi degli Stati Uniti dal 2007 in Birmania/Myanmar hanno avuto due fasi.
La prima è stata la cosiddetta Rivoluzione Zafferano, una destabilizzazione nel 2007, sostenuta da Dipartimento di Stato e dalla CIA, volta a mettere al centro dell’attenzione internazionale le pratiche sui diritti umani della dittatura militare del Myanmar. L’obiettivo era isolare ulteriormente il paese, dalla posizione strategica, a livello internazionale in tutte le relazioni economiche, a parte la Cina. Lo sfondo alle azioni degli Stati Uniti era la costruzione di oleodotti e gasdotti della Cina, da Kunming nella provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, lungo la vecchia strada birmana in Myanmar, fino alla Baia del Bengala, di fronte a India e Bangladesh, nell’Oceano indiano settentrionale.
Forzare i capi militari birmani, in stretta dipendenza dalla Cina, è stato uno dei fattori scatenanti della decisione dei militari del Myanmar ad aprirsi economicamente verso l’Occidente. Avevano dichiarato che l’inasprimento delle sanzioni economiche degli Stati Uniti aveva causato gravi danni al paese e il presidente Thein Sein avviò una grande liberalizzazione, oltre a permettere alla dissidente sostenuta dagli USA, Aung San Suu Kyi, di essere libera e di concorrere a cariche elettive con il suo  partito, in cambio delle promesse della segretaria di Stato USA Hillary Clinton, di investimenti statunitensi nel paese e dell’allentamento delle sanzioni economiche degli Stati Uniti. [14]
Le aziende statunitensi si avvicinano al Mynamar, supportate da Washington, per introdurre le assai distruttive riforme del “libero mercato” che apriranno il Myanmar all’instabilità. Gli Stati Uniti non consentono investimenti in società possedute dalle forze armate del Myanmar o dal suo Ministero della Difesa. Saranno anche in grado di imporre sanzioni su “coloro che minano il processo di riforma, violano i diritti umani, contribuiscono al conflitto etnico o partecipano a scambi militari con la Corea del Nord.” Gli Stati Uniti bloccheranno le imprese o gli individui che effettuano transazioni con qualsiasi “nazionale specialmente designato” o imprese che controllano – consentendo a  Washington, ad esempio, di fermare il flusso di denaro che va ai gruppi che “perturbano il processo di riforma“. È il classico approccio del “bastone e della carota”, facendo penzolare la carota delle ricchezze incalcolabili se il Myanmar apre la propria economia alle società statunitensi, e punendo coloro che cercano di resistere alla cessione del patrimonio del paese. Petrolio e gas, di vitale importanza per la Cina, saranno un obiettivo speciale dell’intervento degli Stati Uniti. Ad aziende e individui statunitensi sarà consentito investire nella statale Myanmar Oil and Gas Enterprise. [15]
Obama ha anche creato il nuovo potere governativo d’imporre “sanzioni di blocco” a chiunque minacci la pace in Myanmar. Le imprese con più di 500.000 dollari di investimenti nel Paese, dovranno presentare una relazione annuale al Dipartimento di Stato, con i dettagli sui diritti dei lavoratori, le acquisizioni dei terreni e dei pagamenti da più di 10.000 dollari a enti governativi, tra cui le imprese di proprietà statale del Myanmar.
Alle aziende e agli individui statunitensi sarà consentito investire nella statale Myanmar Oil and Gas Enterprise, ma tutti gli investitori dovranno notificarlo al Dipartimento di Stato entro 60 giorni.
Anche le ONG sui “diritti umani” degli USA, strettamente associate o ritenute associate con i piani geopolitici del Dipartimento di Stato USA, tra cui Freedom House, Human Rights Watch, Istituto per la democrazia asiatica, Open Society Foundations, Medici per i Diritti Umani, la Campagna USA per la Birmania, United to End Genocide, saranno ora autorizzate ad operare in Myanmar, in base a una decisione della segretaria di stato Clinton, dell’aprile 2012. [16]
La Thailandia, un altro tassello della strategia difensiva cinese del ‘Filo di Perle’, è anch’essa oggetto di un’intensa destabilizzazione, nel corso degli ultimi anni. Ora, con la sorella di un corrotto ex primo ministro in carica, i rapporti USA-Thailandia sono notevolmente migliorati.
Dopo mesi di scontri sanguinosi, il miliardario ed ex primo ministro thailandese, filo-USA, Thaksin Shinawatra, è riuscito a comprare il modo di nominare la sorella, Yingluck Shinawatra a Primo Ministro, mentre dall’estero  tira le fila della politica. Thaksin si gode uno status confortevole negli Stati Uniti, in questo momento, estate 2012.
Le relazioni degli Stati Uniti con la sorella di Thaksin, Yingluck Shinawatra, vanno verso l’adempimento diretto del “perno strategico” di Obama, concentrandosi sulla “minaccia cinese”. Nel giugno 2012, il generale Martin E. Dempsey, presidente dell’US Joint Chiefs of Staff, di ritorno da una visita, questo mese, in Thailandia, Filippine e Singapore ha dichiarato: “Vogliamo avere una partnership con queste nazioni e una presenza in rotazione, che ci permetterà di costruire capacità comuni per interessi comuni.” Questi sono precisamente i tasselli chiave di ciò che il Pentagono chiama ‘Filo di Perle’.
Il Pentagono sta ora negoziando, con calma, per ritornare nelle basi abbandonate della guerra del Vietnam. Sta negoziando con il governo thailandese per creare un nuovo hub per le “emergenze”, sulla Royal Thai Navy Air Base di U-Tapao, 90 km a sud di Bangkok. L’esercito statunitense vi ha costruito una pista lunga due miglia, uno delle più lunghe dell’Asia, che negli anni ’60 operava come importante base di rifornimento, durante la guerra del Vietnam.
Il Pentagono sta lavorando anche per garantire più diritti alle visite della US Navy nei porti tailandesi, ed operazioni congiunte di sorveglianza aerea per monitorare le rotte commerciali e i movimenti militari. La Marina degli Stati Uniti presto baserà quattro delle sue più recenti navi da guerra – Littoral Combat Ships – a Singapore e li farà ruotare periodicamente in Thailandia e in altri paesi del Sudest asiatico. La Marina cerca di condurre missioni congiunte di sorveglianza aerea dalla Thailandia. [17]
Inoltre, il vicesegretario alla difesa Ashton Carter, è andato in Thailandia nel luglio 2012, e il governo thailandese ha invitato il segretario alla difesa Leon Panetta, che ha incontrato il ministro della difesa thailandese in una conferenza a Singapore, a giugno. [18]
Nel 2014, la Marina degli Stati Uniti dovrebbe iniziare lo schieramento nel Pacifico del nuovo aereo da ricognizione antisommergibile P-8A Poseidon, sostituendo gli aerei da sorveglianza P-3C Orion. La Marina sta inoltre preparandosi a schierare nuovi droni di sorveglianza da alta quota, nella regione Asia-Pacifico, nello stesso periodo. [19]

Parte IV: la ‘Politica della Difesa India-USA rivolta a Est’
Il segretario alla difesa Leon Panetta era in India a giugno di quest’anno, dove ha proclamato che la cooperazione nella difesa con l’India è il perno della strategia di sicurezza degli Stati Uniti in Asia. Si è impegnato a contribuire allo sviluppo delle capacità militari dell’India e ad aiutare l’India nella produzione congiunta di “articoli” ad alta tecnologia per la difesa. Panetta era il quinto membro del gabinetto Obama a visitare l’India quest’anno. Il messaggio che tutti hanno portato è che, per gli Stati Uniti, l’India sarà la relazione principale del 21° secolo. Il motivo è l’emergere della Cina. [20]
Diversi anni fa, durante l’amministrazione Bush, Washington ha fatto una mossa importante assumendo l’India come alleato militare degli Stati Uniti contro l’emergente presenza cinese in Asia. L’India la chiama “Politica volta ad est.” In realtà, nonostante tutte le affermazioni in senso contrario, si tratta di una politica militare “volta contro la Cina“.
Nei commenti di agosto 2012, il vicesegretario della difesa Ashton Carter ha dichiarato: “L’India è anche parte fondamentale del nostro riequilibrio nella regione Asia-Pacifico e, crediamo, nella più ampia sicurezza e prosperità del 21° secolo. La relazione USA-India ha una portata globale, come importanza ed influenza in entrambi i paesi.” [21] Nel 2011, l’esercito statunitense ha condotto più di 50 significative attività militari con l’India.
Carter ha continuato in un discorso dopo il viaggio a New Delhi, “I nostri interessi di sicurezza convergono: sulla sicurezza marittima, in tutta la regione dell’Oceano Indiano, in Afghanistan, dove l’India ha fatto tanto per lo sviluppo economico e delle forze di sicurezza afgane, e sulle più generali questioni regionali, in cui condividiamo interessi a lungo termine. Sono andato in India su richiesta del segretario Panetta e con una delegazione di esperti di politica e tecnici di alto livello degli Stati Uniti“. [22]

Oceano Indiano
La  strategia del ‘Filo di Perle’ del Pentagono contro la Cina, in effetti, non è fatta di belle perle, ma è un cappio del boia intorno ai confini della Cina, progettato, in caso di grave conflitto, per escludere completamente la Cina dal suo accesso alle vitali materie prime, soprattutto e in particolare, dal petrolio del Golfo Persico e dell’Africa.
L’ex consigliere del Pentagono Robert D. Kaplan, ora con Stratfor, ha rilevato che l’Oceano Indiano sta diventando il “centro strategico di gravità” mondiale e chi controlla quel centro, controlla l’Eurasia, tra cui la Cina. L’Oceano è il passaggio di vitale importanza dei flussi energetici e commerciali tra Medio Oriente, Cina e paesi dell’Estremo Oriente. Più strategicamente, è il cuore dell’economia sud-sud in via di sviluppo tra la Cina, l’Africa e l’America Latina.
Dal 1997 il commercio tra Cina e Africa è aumentato più di 20 volte e il commercio con l’America Latina, tra cui il Brasile, è aumentato quattordici volte in soli dieci anni. Questa dinamica, se perdura, eclisserà la dimensione economica dell’Unione europea, così come le economie del Nord America in declino industriale, in meno di un decennio. Questo è una tendenza che Washington e Wall Street sono determinati a impedire a tutti i costi.
A cavallo dell’Arco islamico – che si estende dalla Somalia all’Indonesia, passando per i paesi del Golfo e dell’Asia centrale – la regione circostante l’Oceano Indiano, sicuramente diventerà il nuovo centro di gravità strategico del mondo. [23]
A nessun blocco economico rivale può essere consentito di sfidare l’egemonia statunitense. L’ex consigliere geopolitico di Obama, Zbigniew Brzezinski, un seguace della geopolitica di Mackinder, ed ancora oggi insieme a Henry Kissinger, una delle persone più influenti sul potere degli Stati Uniti, ha riassunto la posizione come vista da Washington, nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici:
E’ imperativo che non emerga nessun sfidante eurasiatico in grado di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America. La formulazione di un approccio globale e integrato di una geo-strategia eurasiatica, è dunque lo scopo di questo libro.” [24]
Per l’America, il premio geopolitico principale è l’Eurasia…. Il primato globale dell’America è direttamente dipendente da quanto tempo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico sarà sostenuta.” [25]
In tale contesto, come gli USA ‘gestiscono’ l’Eurasia è fondamentale. L’Eurasia  è il più grande continente del globo ed è geopoliticamente assiale. Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni mondiali più avanzate ed economicamente produttive. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce che anche il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferiche rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è sempre lì, sia nelle sue imprese che sotto il suo suolo. L’Eurasia raccoglie il 60 per cento del PIL mondiale e circa i tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute. [26]
L’Oceano Indiano è coronato da quello che alcuni chiamano arco dei paesi islamici, che va dall’Africa orientale all’Indonesia attraverso i paesi del Golfo Persico e l’Asia centrale. L’emergere della Cina e di altre potenze asiatiche minori, nel corso degli ultimi due decenni dopo la fine dalla guerra fredda, ha messo in discussione l’egemonia statunitense sull’Oceano Indiano per la prima volta dall’inizio della Guerra Fredda. Soprattutto negli ultimi anni, mentre l’influenza economica statunitense è precipitosamente diminuita a livello mondiale, e quella della Cina è aumentata in modo spettacolare, il Pentagono ha iniziato a riconsiderare la propria presenza strategica nell’Oceano Indiano. Il ‘Perno Asiatico’ di Obama è centrato sull’affermazione decisiva del controllo del Pentagono sulle rotte marittime dell’Oceano Indiano e sulle acque del Mar Cinese Meridionale.
La base militare statunitense di Okinawa, in Giappone, è stata ricostruita come importante centro di proiezione di potenza militare degli Stati Uniti nei confronti della Cina. A partire dal 2010 vi sono stati più di 35.000 militari statunitensi di stanza in Giappone e vi lavorano altri 5.500 civili del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La Settima Flotta degli Stati Uniti ha sede a Yokosuka. La 3.za Forza di Spedizione dei Marine è a Okinawa. 130 caccia dell’USAF sono di stanza nelle basi aeree di Misawa e Kadena.
Il governo giapponese nel 2011 ha iniziato un programma di armamento volto a contrastare la crescente presunta minaccia cinese. Il comando giapponese ha esortato i propri capi a presentare una petizione agli Stati Uniti per consentire la vendita dei caccia F-22A Raptor, cosa attualmente illegale in base alla legge statunitense. I militari statunitensi e sudcoreani hanno approfondito la loro alleanza strategica, e oltre 45.000 soldati statunitensi sono ora di stanza in Corea del Sud. La Corea del Sud e gli USA sostengono che questo è dovuto alla modernizzazione militare della Corea del Nord. Cina e Corea del Nord la denunciano come inutilmente provocatoria. [27]
Sotto la copertura della guerra contro il terrorismo, gli Stati Uniti hanno sviluppato importanti accordi militari con le Filippine e con l’esercito indonesiano. La base militare di Diego Garcia è il perno del controllo degli Stati Uniti dell’Oceano Indiano. Nel 1971 le forze armate USA cacciarono i cittadini di Diego Garcia, per costruire una grande installazione militare e per svolgervi missioni contro l’Iraq e l’Afghanistan.
La Cina ha due talloni di Achille – lo Stretto di Hormuz, all’uscita del Golfo Persico, e lo Stretto di Malacca, presso Singapore. Circa il 20% del petrolio della Cina passa attraverso lo Stretto di Hormuz. E circa l’80% delle importazioni di petrolio e il commercio principale cinesi passano attraverso lo Stretto di Malacca.
Per impedire alla Cina di emergere con successo come principale concorrente economico mondiale degli Stati Uniti, Washington ha lanciato la cosiddetta ‘primavera araba’, alla fine del 2010. Mentre le aspirazioni di milioni di comuni cittadini arabi in Tunisia, Libia, Egitto e altrove, per la libertà e la democrazia era vera, in effetti sono stati usati come carne da cannone inconsapevole, per scatenare la strategia statunitense del caos, delle guerre e dei conflitti intra-islamici in tutto il mondo islamico ricco di petrolio, dalla Libia in Nord Africa alla Siria e, infine, all’Iran in Medio Oriente. [28]
La strategia degli Stati Uniti nei paesi dell’Arco islamici a cavallo dell’Oceano Indiano, come dice l’analista strategico Mohamed Hassan, è questa:
Gli Stati Uniti cercano di controllare queste risorse… per impedire che raggiungano la Cina. Ciò è stato uno dei principali obiettivi delle guerre in Iraq e Afghanistan, ma queste si sono trasformate in un fiasco. Gli Stati Uniti hanno distrutto questi paesi, al fine di istituire dei governi che sarebbero stati docili, ma hanno fallito. La ciliegina sulla torta è che i nuovi governi iracheno e afghano commerciano con la Cina! Beijing non ha pertanto bisogno di spendere miliardi di dollari per una guerra illegale, al fine di mettere le mani sull’oro nero iracheno: le imprese cinesi semplicemente hanno comprato concessioni petrolifere all’asta, nel pieno rispetto delle regole. … La strategia statunitense è fallita su tutta la linea. Vi è tuttavia una opzione ancora aperta per gli Stati Uniti: mantenere il caos al fine di evitare che tali paesi raggiungano la stabilità a vantaggio della Cina. Ciò significa continuare la guerra in Iraq e in Afghanistan ed estenderla a paesi come l’Iran, lo Yemen e la Somalia.” [29]

Parte V: Mar Cinese Meridionale
Il completamento del ‘Filo di Perle’ del Pentagono, quale cappio del boia sulla Cina, per tagliare i vitali rifornimenti energetici e altre importazioni in caso di guerra nel 2012, è incentrato sulla grande manipolazione degli Stati Uniti degli eventi nel Mar Cinese Meridionale. Il Ministero delle Risorse Geologiche e Minerarie della Repubblica popolare cinese ha stimato che il Mar Cinese Meridionale può contenere 18 miliardi di tonnellate di petrolio greggio (rispetto al Kuwait, con i suoi 13 miliardi di tonnellate). La stima più ottimistica suggerisce che le risorse petrolifere (potenziali riserve non certe) delle isole Spratly e Paracel, nel Mar Cinese Meridionale, potrebbe essere di 105 miliardi di barili di petrolio, e che il totale per il Mar Cinese Meridionale potrebbe essere di 213 miliardi di barili. [30]
La presenza di tali vaste riserve di energia non sorprendentemente è diventata un importante problema di sicurezza energetica per la Cina. Washington ha compiuto negli ultimi anni un intervento calcolato per sabotare gli interessi cinesi, utilizzando in particolare il Vietnam come cuneo contro l’esplorazione petrolifera cinese nella zona. Nel luglio 2012, l’Assemblea nazionale del Vietnam ha approvato una legge che delimita le frontiere marittime vietnamite, includendo le Spratly e le isole Paracel. L’influenza degli Stati Uniti in Vietnam, da quando il paese si è aperto alla liberalizzazione economica, è diventata determinante.
Nel 2011 l’esercito statunitense ha iniziato la collaborazione con il Vietnam, comprendente anche “pacifiche” esercitazioni militari. Washington ha sostenuto sia le Filippine che il Vietnam nelle loro rivendicazioni territoriali sul territorio nel Mar Cinese Meridionale reclamato dai cinesi, incoraggiando questi piccoli paesi a non cercare una soluzione diplomatica. [31]
Nel 2010 le major petrolifere statunitensi e inglesi hanno formulato l’offerta per l’esplorazione nel Mar Cinese Meridionale. L’offerta di Chevron e BP si è aggiunta alla presenza della statunitense Anadarko Petroleum Corporation nella regione. Questa mossa è essenziale per avere il pretesto per “Difendere gli interessi petroliferi” di Washington nella zona. [32]
Nell’aprile 2012, la nave da guerra filippina Gregorio del Pilar è stata coinvolta in uno stallo con due navi da sorveglianza cinesi, presso Scarborough Shoal, una zona rivendicata da entrambe le nazioni. La marina filippina aveva cercato di arrestare i pescatori cinesi che avrebbero catturato specie marine protette dal governo nella zona, ma i pattugliatori glielo hanno impedito. Il 14 aprile 2012, Stati Uniti e Filippine hanno tenuto le loro esercizi annuali a Palawan, Filippine. Il 7 maggio 2012, il Viceministro degli Esteri cinese Fu Ying ha convocato una riunione con Alex Chua, incaricato d’affari dell’ambasciata filippina in Cina, per avere una rappresentazione seria dell’incidente a Scarborough Shoal.
Dalla Corea del Sud alle Filippine e al Vietnam, il Pentagono e Dipartimento di Stato USA alimentano lo scontro sui diritti per il Mar Cinese Meridionale, per inserirvi furtivamente la presenza militare statunitense, per “difendere” gli interessi vietnamiti, giapponesi, coreani o filippini. Il cappio del boia militare si sta lentamente stringendo intorno alla Cina.
Mentre l’accesso della Cina alle vaste risorse off-shore di petrolio e gas vengono limitati, Washington sta attivamente cercando di attirare la Cina nel perseguimento del massiccio sfruttamento del gas di scisto in Cina. Le ragioni non hanno nulla a che fare con la buona volontà degli Stati Uniti nei confronti della Cina. Si tratta, infatti, di un’altra importante arma per la distruzione della Cina, ora attraverso una forma di guerra ambientale.

F. William Engdahl, autore di Es klebt Blut un Händen Euren (FinanzBuchVerlag)

Note:
[1] President Barack Obama, Remarks By President Obama to the Australian Parliament, 17 novembre 2011.
[2] Ibidem.
[3] Otto Kreisher, UK Defense Chief to NATO: Pull Your Weight in Europe While US Handles China, 22 luglio 2012
[4] BBC, China military ‘closing key gaps’, says Pentagon, 25 agosto 2011.
[5] Ibidem.
[6] Greg Jaffe, US Model for a Future War Fans Tensions with China and inside Pentagon, Washington Post, 2 agosto 2012
[7] Ibidem
[8] Matt Siegel, As Part of Pact, US Marines Arrive in Australia, in China’s Strategic Backyard, The New York Times, 4 aprile 2012.
[9] Greg Jaffe, op. cit.
[10] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totallitarian democracy in the New World Order, Wiesbaden, 2009, edition.engdahl, p. 190.
[11] The Washington Times, China Builds up Strategic Sea Lanes, 17 gennaio 2005 
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] Wall Street Journal, An Opening in Burma: The regime’s tentative liberalization is worth testing for sincerity, 22 novembre 2011  
[15] Radio Free Asia, US to Invest in Burma’s Oil, 7 novembre 2011  
[16] Shaun Tandon, US eases Myanmar restrictions for NGOs, AFP, 17 aprile 2012
[17] Craig Whitlock, US eyes return to some Southeast Asia military bases, Washington Post, 23 giugno 2012
[18] Ibidem.
[19] Ibidem.
[20] Premvir Das, Taking US-India defence links to the next level, 18 giugno 2012
[21] Zeenews, US-India ties are global in scope: Pentagon, 2 agosto 2012
[22] Ibidem
[23] Gregoire Lalieu, Michael Collon, Is the Fate of the World Being Decided Today in the Indian Ocean?, 3 novembre 2010
[24] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy And It’s Geostrategic Imperatives, 1997, Basic Books, p. xiv.
[25] Ibidem, p. 30.
[26] Ibidem, p. 31.
[27] Cas Group, Background on the South China Sea Crisis 
[28] Gregoire Lalieu, et al, op. cit.
[29] Ibidem.
[30] GlobalSecurity.org, South China Sea Oil and Natural Gas
[31] Agence France Presse, US, Vietnam Start Military Relationship, 1° agosto 2011
[32] Zacks Equity Research, Oil Majors Eye South China Sea, 24 giugno 2010

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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