La vera battaglia per la Siria, di cui i media non parlano mai

Valentin Vasilescu Algerie1 29 maggio 2013
Pilota ed ex vicecomandante delle forze militari dell’aeroporto Otopeni, laureato in Scienze Militari presso l’Accademia di Studi Militari di Bucarest nel 1992.

11435_03Siria, un test per la sopravvivenza d’Israele
L’operazione di accerchiamento e conquista di Damasco (che ha avuto inizio nel novembre 2012) da parte di 30.000 ribelli appartenenti a Jabhat al-Nusra e Harakat Ahrar al-Sham al-Islami, terminò il 5 febbraio 2013 in un disastro per il cosiddetto Esercito libero siriano. Le perdite tra i ribelli sono stimate a 1/3 dei loro effettivi. I gruppi affiliati ad al-Qaida erano super-addestrati e armati da Stati Uniti, Turchia, Francia, Croazia, Arabia Saudita, Giordania e Qatar, ed erano composti da mercenari stranieri, per lo più ex ufficiali, ufficiali e soldati contractor assunti come jihadisti che avevano partecipato alla coalizione anti-irachena. Da allora, l’iniziativa è andata all’esercito siriano, fedele al presidente Bashar al-Assad. Nel marzo 2013, un attacco dell’esercito siriano ha sgretolato e disperso il resto dei gruppi combattenti ribelli, respingendoli a 50-60 km a nord ovest di Damasco. Il loro centro più importante era la città di al-Qusayr (provincia di Homs), situata a 15 km dal confine con il Libano. Al-Qusayr è diventata una roccaforte dei ribelli, istituita per controllare l’autostrada M5 dalla Giordania alla Turchia che attraversa Damasco e rifornisce i ribelli con le armi introdotte in Siria e Libano.
Alla fine di aprile 2013, lo stato maggiore dell’esercito siriano ha preparato un’operazione aero-terrestre completa per proteggere i confini e colpire le vie di rifornimento dei ribelli in reclute, armi e munizioni dal confine con la Giordania e il Libano. La prima operazione (5 maggio 2013) è stata attuata sulla base delle informazioni dei servizi siriani, in modo che coincidesse con l’arrivo in Siria dei trimestrali convogli di armi inviati dagli sponsor occidentali dei ribelli. Ma nelle notti del 3/4 e 4/5 maggio 2013, alle 1:40, l’aviazione israeliana, con la protezione di un aereo da guerra elettronica, aveva lanciato contemporaneamente tre attacchi aerei con 12 velivoli F-15 e F-16  armati di missili AGM-65 Maverick e bombe a guida laser contro tre obiettivi dell’esercito siriano, nel territorio della Siria. Il primo obiettivo era un convoglio corazzato appartenente al 501° Battaglione Carri, colpito da 10 bombe nel distretto di Barzah. Il battaglione faceva parte della 4.ta Divisione della Guardia al comando del Colonnello Maher Assad, fratello del presidente Bashar al-Assad, una forza fondamentale nel dispositivo di al-Qusayr. Il secondo obiettivo è stato il secondo battaglione meccanizzato della 4.ta divisione della Guardia, concentratosi nel quartiere di al-Sabura, a nord di Damasco, che aveva iniziato le sue operazioni verso al-Qusayr. Il terzo obiettivo era la 104.ta Brigata d’artiglieria della Guardia, con un deposito di munizioni sulle alture di Qasyun, a nord est di Damasco. La 104.ta Brigata forniva il supporto di fuoco all’offensiva dell’esercito siriano su al-Qusayr. Negli attacchi aerei israeliani, oltre 300 soldati siriani sono stati uccisi o feriti. Tuttavia, l’offensiva militare siriana è stata eseguita secondo i programmi, vale a dire, oltre ad al-Qusayr, attaccando e conquistando la città di Daraa controllata dai ribelli, che si trova a 10 km dal confine meridionale con la Giordania e a 30 km da Israele, oltre a diverse altre città in mano ai ribelli nella provincia di Hama e al-Mayadin, città situata nella Siria occidentale.
Ufficiali israeliani hanno detto di aver utilizzato questa procedura per impedire il trasferimento di armi chimiche in Siria per Hezbollah in Libano, e nello stesso tempo, riuscendo a distruggere i  mezzi in consegna, e cioè i missili Fateh-110. Naturalmente, nessuno gli ha creduto. In sostanza, gli israeliani hanno consapevolmente deciso di interferire nella guerra civile in Siria cercando di contrastare l’imminente offensiva dell’esercito governativo. In tal modo prolungando le sofferenze del popolo siriano. Il ministro degli Esteri russo ha risposto immediatamente, annunciando che Mosca avrebbe ripreso le forniture di armi stipulate nel 2007 con la Siria, senza dire altro. Le consegne non possono essere influenzate da fattori esterni, essendo basate su un accordo bilaterale firmato in precedenza tra Mosca e Damasco, anche se la Siria è da allora oggetto di un embargo sull’invio di armi. E se qualcuno ha da ridire, la Russia è uno dei cinque membri permanenti delle Nazioni Unite che può utilizzare il diritto di veto. Inoltre, il presidente russo Vladimir Putin ha detto che il sistema di difesa aerea S-300 ed altre armi moderne saranno immediatamente trasferiti alla Siria.
Cinque navi della Flotta del Pacifico (il cacciatorpediniere antisommergibile Admiral Panteleev, le navi da trasporto e sbarco truppe Peresvet e Admiral Nevelskoj, una petroliera e una nave appoggio) attraversando il canale di Suez ed entrando nel Mediterraneo per attraccare nella base di Tartus, si sono unite ad altre sette navi della Flotta del Baltico e della Flotta del Mar Nero che già pattugliavano al largo delle coste siriane. Sul posto, nell’esercito siriano, vi sono due battaglioni di difesa costiera con 36 sistemi lanciamissili per missili da crociera antinave P-800 Jakhont resistenti alle interferenze elettroniche e con una gittata di 460 km a Mach 2. Nel contratto firmato nel 2007 tra la Russia e la Siria vi sono quattro batterie di missili S-300, per 144 missili. Ogni batteria di S-300PMU2 può intercettare 12 bersagli aerei su traiettorie balistiche alte o basse, e può lanciare 6 missili in una sola raffica, ogni missile è guidato sul proprio bersaglio. I missili hanno una gittata massima di 195 km contro bersagli come F-16, F-15, F-18 e 40-70 km nel caso in cui il bersaglio sia un missile da crociera che vola a bassa quota o che integri tecnologia ‘Stealth’ (adottata su F-22, F-35 e B-2). Il sistema S-300 non è influenzato da contro-misure e interferenze radio-elettroniche, ed è protetto dal sistema di difesa AA a corta gittata SA-22 Pantsir-S1, di cui l’esercito siriano è già dotato. Il trasporto su ferrovia dei sistemi S-300 dalla fabbrica di Nizhnij Novgorod (vicino a Mosca) a Novorossijsk (sul Mar Nero), l’imbarco su navi e il trasporto fino a Tartus richiedono 3/4 giorni. Perché aver assegnato le navi da trasporto e sbarco truppe Admiral Nevelskoj e Peresvet al gruppo di navi russe al largo delle coste siriane? Per l’addestramento del personale siriano nel familiarizzare con la tecnologia dei missili russi e il loro uso e forse a posizionare istruttori russi anche in condizioni operative sul campo, per non più di un mese.
Il problema di Israele è il terreno svantaggioso, e cioè che dalle colline nel sud della Siria i radar delle batterie S-300 coprono tutto il territorio d’Israele. Subito dopo il decollo, la notizia di una formazione in volo di oltre quattro aerei da combattimento diviene subito nota e un attacco preventivo diventa impossibile prima di entrare nello spazio aereo siriano. I missili S-300 non costituiscono una minaccia per i ribelli siriani, per il semplice motivo che non hanno un’aviazione. Ma l’aviazione israeliana ed eventualmente quella della NATO, non solo non potrebbero raggiungere i loro obiettivi in territorio siriano, ma subirebbero anche pesanti perdite a causa dei sistemi S-300. Il conflitto militare in Libia è servito ai francesi da vetrina per l’esportazione dei Rafale, che fino ad allora non erano stati utilizzati in campagne militari. Il marketing è ora in voga, perché i russi non dovrebbero giovarsi nel consegnare ai siriani le 2 batterie di S-300PMU2 e le 2 batterie di S-400 Trjumf? Tra gli elementi richiesti dalla Siria, nel contratto del 2007 con la Russia, era anche incluso un numero imprecisato di sistemi missilistici Iskander-M. A questo proposito, il missile russo 9K720 Iskander-M è conosciuto per essere quasi balistico, con un margine di precisione di 5 m per una gittata di 500km, volando ad una quota di 50 km, e quindi fuori dalla portata dei missili antibalistici SM-3 statunitensi. Potendo manovrare in altitudine e direzione, e volando a 2,66 km/s (Mach 6-7), sfugge ai missili antibalistici endoatmosferici tipo Patriot, Iron Dome e THAAD. Inoltre, l’Iskander è progettato per ingannare lo scudo missilistico. La cattiva notizia per Israele è che il 9K720 Iskander-M è un missile che trasporta un carico di 6 bombe nell’ogiva, come il sistema JDAM, ognuna programmata con le coordinate GPS del bersaglio. Le 6 bombe sono dirompenti e possono perforare i rifugi degli aerei negli aeroporti. In sostanza, un missile Iskander può distruggere 8-12 aerei da combattimento e 15 Iskander possono lasciare Israele senza un aeromobile in 5 minuti. Tutti questi sistemi, e la presenza di 12 navi da guerra russe, sono volti a tenere lontano un grande gruppo d’assalto anfibio (strutturato intorno a 1-2 portaerei o portaelicotteri) che prenda di mira il territorio siriano, tenendo lontano dalla Siria i suoi aerei. Così, la possibilità per gli Stati Uniti d’imporre una “no fly zone”, come nel caso della Libia nel 2011, diventa un’illusione.

167110038La vera battaglia per la Siria, di cui i media non parlano
Ho spiegato nel precedente articolo (“Siria, un test per la sopravvivenza di Israele“), che l’operazione per l’accerchiamento e la conquista di Damasco dal novembre 2012 al 5 febbraio 2013 attuata dai ribelli, s’è conclusa in una grande catastrofe per il cosiddetto Esercito libero siriano. Ciò  ha permesso all’esercito nazionale del presidente siriano Bashar al-Assad di prendere l’iniziativa e di avviare un’offensiva generale che porterà inevitabilmente alla fine della guerra civile. Accanto a queste battaglie terrestri ha avuto luogo, nel Mediterraneo, una guerra più complessa tra le flotte russe e statunitensi, con manovre e riposizionamenti strategici estremamente rischiosi, secondo ogni regole della moderna arte militare. Senza sparare un solo colpo, questo confronto è stato vinto definitivamente, per la prima volta dalla fine della guerra fredda, dalla Russia. Ed è per questo che la stampa occidentale è rimasta in silenzio totale su ciò.
In primo luogo, nel Mediterraneo orientale, al largo delle coste siriane, è apparsa la 502.th Task Force Attack Group della Sesta Flotta degli Stati Uniti, con una portaerei (George Bush?) con 80-90 aerei ed elicotteri a bordo. La sua missione era posizionarsi per poter lanciare attacchi aerei contro obiettivi a Damasco, mentre l’esercito siriano era circondato dai ribelli, aiutandoli a superare la resistenza dell’esercito siriano e a prendere il potere. Ma i russi hanno sventato le intenzioni degli Stati Uniti interponendosi subito tra la 502.th Task Force e le coste siriane, con la portaerei Admiral Kuznetsov che trasportava un gruppo di 24 velivoli multiruolo Su-33 e MiG-29KUB, quattro Sukhoj Su-25UTG/UBP, 16 elicotteri antisommergibile Kamov Ka-27PLO. La portaerei Admiral Kuznetsov è armata con 12 missili antinave P-700 Granit, la cui velocità è di Mach 2,5 con una gittata di 625 km, superiore a quella del missile RGM-84 Harpoon (velocità di 864 chilometri all’ora, gittata di 125 km) di cui sono armati i cacciatorpediniere e le fregate statunitensi di scorta alla 502.th Task Force. La Kuznetsov era scortata dal cacciatorpediniere lanciamissili Admiral Chabanenko e dalla fregata Ladnij. Per 40 giorni, il gruppo navale degli Stati Uniti ha cercato di coprirsi con un intenso disturbo radar, per aprire un passaggio verso le coste siriane, bypassando il dispositivo russo, ma invano. Questa prima fase si è conclusa con il ritiro dal teatro di operazioni dei due gruppi formati intorno alla portaerei degli Stati Uniti. Ma gli statunitensi non avevano mollato e in questa parte del Mediterraneo, al largo delle coste siriane, la Sesta Flotta aveva mantenuto in pattuglia tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke armati con 110 missili da crociera BGM-109 (Tactical Tomahawk) con una gittata di 1600 chilometri, progettati per attaccare bersagli terrestri. Questo è il motivo per cui, da gennaio al 4 febbraio 2013, l’incrociatore Moskva, i cacciatorpediniere Severomorsk e Smetlivij (armati con i missili antinave Uran, con prestazioni simili a quelle dei missili RGM-84 Harpoon degli Stati Uniti) e la fregata Jaroslav Mudrij hanno compiuto esercitazioni di combattimento nel Mediterraneo, al largo delle coste della Siria. Vi avevano partecipato anche le navi anfibie Saratov, Azov, Kaliningrad e Aleksandr Shabalin e velivoli da pattugliamento marittimo a grande raggio e bombardieri strategici della 4.ta Armata Aerea russa. L’incrociatore Moskva è armato con lanciamissili 8×8 S-300 PMU Favorit, specializzati nell’abbattere missili da crociera e antinave. Ho scritto nel precedente articolo che quando volano a bassa quota, a causa del terreno irregolare, i missili da crociera possono essere abbattuti dai sistemi S-300 a 40-70 km di distanza. Al di sopra del mare, la loro distanza viene raddoppiata e con essa la portata dei missili S-300. L’incrociatore Moskva è anche dotato di 16 missili antinave P-500 Bazalt con una gittata di 550 km e dalla stessa velocità del P-700 Granit (Mach 2,5). Per questo motivo, se i tre cacciatorpediniere statunitensi avessero sparato la prima salva di missili da crociera contro la Siria, sarebbe stato il loro ultimo atto. In queste condizioni, la penetrazione delle coste della Siria con i missili cruise statunitensi è diventata impossibile.
Ai primi di febbraio 2013, con il crollo del cosiddetto esercito libero siriano, che assediava Damasco, il gioco del gatto col topo tra gruppi navali russi e statunitensi nel Mediterraneo orientale è stato sospeso. Le navi della Flotta del Mar Nero russa, guidate dall’incrociatore Moskva sono ritornate nella loro base in Crimea, e il loro posto nella forza navale russa nel Mediterraneo è stato preso da altre navi, che oggi è costituita principalmente dai cacciatorpediniere antisommergibili Admiral Panteleev e Severomorsk e dalla fregata Jaroslav Mudrij. Ritirando l’incrociatore Moskva (vale a dire i missili S-300PMU Favorit a bordo) dalle coste della Siria, i russi hanno volutamente lasciato indifeso lo spazio aereo siriano, attirando deliberatamente gli israeliani nella trappola, che si sono precipitati nella breccia con le loro incursioni aeree nelle notti del 3/4 e 4/5 maggio 2013, al fine di indebolire offensiva militare del governo siriano. A differenza dei precedenti dispositivi presso la Siria, le navi russe attualmente presenti nel Mediterraneo sono attrezzate per la lotta antisommergibili, con i missili-siluro RPK-2 Vjuga (gittata di 45 km), RU-100 e RPK-6/7 Veter (gittata di 120 km) che in immersione navigano alla velocità di 400 km sfruttando il fenomeno della cavitazione. Sono propulsi da razzi a combustibile solido, e possono facilmente passare dall’ambiente marino all’ambiente aereo volando a Mach 1,5. Esattamente come previsto dal comando della Marina russa, dopo il bombardamento israeliano del 3/4 e 4/5 maggio 2013, le forze navali degli Stati Uniti hanno inviato a pattugliare il Mediterraneo orientale, nei pressi dell’isola di Creta, due sottomarini d’attacco a propulsione nucleare classe Ohio (il SSBN-728/SSGN-728 Florida e il SSBN-729/SSGN-729 Georgia), da 18.000 tonnellate. Il sottomarino Florida ha partecipato alle operazioni in Libia nel marzo 2011, quando ha lanciato 93 missili da crociera, di cui 90 avevano centrato il bersaglio.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Accerchiamento militare e Dominio Globale: La Russia contrasta dal mare lo scudo antimissile degli USA

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 4 novembre 2012

Il Pentagono sta lavorando per circondare l’Eurasia e la Triplice Intesa eurasiatica formata da Cina, Russia e Iran. Per ogni azione, tuttavia, vi è una reazione. Nessuna di queste tre potenze eurasiatiche resterà un obiettivo passivo davanti gli USA. Pechino, Mosca e Teheran prendono le proprie contromisure per contrastare la strategia del Pentagono dell’accerchiamento militare. Nell’Oceano Indiano i cinesi stanno sviluppando le loro infrastrutture militare secondo quello che il Pentagono chiama “collana di perle” cinese. L’Iran procede nell’espansione navale, che vede il dispiegamento delle sue forze marittime sempre più lontano dalle acque nazionali, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Tutte e tre le potenze eurasiatiche, insieme a molti loro alleati, inviano anche navi da guerra al largo delle coste dello Yemen, di Gibuti e della Somalia nel contesto geo-strategico dell’importante corridoio marittimo del Golfo di Aden. Lo scudo missilistico globale degli Stati Uniti è una componente della strategia del Pentagono per circondare l’Eurasia e queste tre potenze. Nel primo caso, il sistema militare è volto a stabilire il primato nucleare degli Stati Uniti, neutralizzando qualsiasi risposta nucleare russa o cinese a un attacco dagli Stati Uniti o dalla NATO. Lo scudo missilistico globale è volto a impedire qualsiasi reazione o “secondo attacco” nucleare dei russi e dei cinesi ad un “primo colpo” nucleare del Pentagono.

Lo scudo missilistico globale degli Stati Uniti contro l’espansione navale russa
Tutti i nuovi rapporti sulle ramificazioni dello scudo missilistico degli Stati Uniti, trasferitesi in altre parti del mondo, sono sensazionalistici, in quanto ritraggono la sua espansione geografica come un nuovo sviluppo. Questi rapporti ignorano il fatto che lo scudo antimissile è stato progettato per essere un sistema globale, con le componenti posizionate strategicamente in tutto il mondo fin dall’inizio. Il Pentagono aveva previsto questo nel 1990 e forse molto prima. Il Giappone e gli alleati della NATO del Pentagono sono più o meno partecipi del piano militare fin dall’inizio. Anni fa sia i cinesi che i russi erano già a conoscenza delle ambizioni globali del Pentagono per lo scudo missilistico, e resero dichiarazioni comuni che lo condannavano come progetto destabilizzante che potrebbe turbare l’equilibrio di potere strategico globale. Cina e Russia rilasciarono congiuntamente anche dichiarazioni multilaterali, nel luglio 2000, assieme a Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan,  mettendo in guardia sulla creazione dello scudo missilistico globale del Pentagono, che avrebbe danneggiato la pace internazionale e violato il trattato Anti-Ballistic Missile (ABM). Il governo degli Stati Uniti è stato più volte avvertito che le misure che prendeva avrebbero polarizzato il mondo nelle ostilità che avrebbero ricordato la guerra fredda. L’avvertimento è stato ignorato con arroganza.
I russi ora contrastano lo scudo missilistico globale del Pentagono attraverso passi molto concreti. Questi passaggi implicano l’ampliamento della presenza del loro paese negli oceani e nell’aggiornamento delle loro capacità navali. Mosca prevede di aprire nuove basi navali al di fuori delle proprie acque interne e al di fuori delle coste del Mar Nero e del Mar Mediterraneo. La Federazione russa ha già due basi navali al di fuori del territorio russo: una è nel porto ucraino di Sebastopoli, nel Mar Nero, e l’altra è nel porto siriano di Tartus, nel Mar Mediterraneo. Il Cremlino ora guarda a Mar dei Caraibi, Mar Cinese Meridionale e alla costa orientale dell’Africa (in prossimità del Golfo di Aden) come luoghi adatti per delle nuove basi russe. Cuba, Vietnam e le Seychelles sono i principali candidati ad ospitare le nuove basi navali russe in queste acque. I russi erano già presenti in Vietnam, a Cam Ranh Bay, fino al 2002. Il porto vietnamita ospitava i sovietici dal 1979 e poi ha ospitato le forze russe dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. La Russia ha continuato ad avere una presenza militare post-sovietica a Cuba fino al 2001, attraverso la base di sorveglianza elettronica di Lourdes, che monitorava gli Stati Uniti. Il Cremlino sta inoltre sviluppando le sue infrastruttura militari della costa artica. Nuovi basi navali nel nord artico stanno per essere aperte. Ciò fa parte della strategia russa, attenta ad includere il Circolo Polare Artico. È stata redatta in funzione di un duplice scopo. Uno è proteggere gli interessi territoriali ed energetici russi contro gli Stati della NATO, sul Lomonosov Ridge. L’altro è sostenere la strategia marittima mondiale russa.
Mosca si rende conto che gli Stati Uniti e la NATO vogliono espellere le sue forze navali dal Mar Nero e dal Mar Mediterraneo. Le mosse degli Stati Uniti e dell’UE volte a controllare e a limitare l’accesso marittimo russo in Siria, sono un indicatore di tali tendenze ed obiettivi strategici. Le mosse strategiche per limitare le forze marittime russe sono uno dei motivi per cui il Cremlino vuole delle basi navali nei Caraibi, nel Mar Cinese Meridionale e nelle coste orientali dell’Africa. Lo sviluppo delle infrastrutture navali della Russia artica e l’apertura di basi navali russe in luoghi come Cuba, Vietnam e Seychelles virtualmente garantirebbero la presenza globale delle forze navali russe. Le navi russe avrebbero diversi punti da cui accedere alle acque internazionali e fissare delle basi di appoggio all’estero. Queste basi forniranno le strutture di attracco permanente ai russi sia nell’Oceano Atlantico che nell’Oceano indiano. Le future basi navali all’estero, come quella in Siria, non vengono indicate come “basi navali” dai funzionari russi, ma con altri termini. Mosca chiede dei “punti di rifornimento” o basi logistiche, per farle sembrare assai meno minacciose. La nomenclatura non ha molta importanza. Le funzioni di queste strutture navali, tuttavia, hanno gli scopi militari strategici che vengono descritti.
I russi al momento hanno soltanto le basi permanenti di attracco delle loro coste nazionali sul Mar Glaciale Artico e sull’Oceano Pacifico. Inoltre, le infrastrutture navali nell’Estremo Oriente russo, sulle rive dell’Oceano Pacifico, hanno il più ampio accesso alle acque internazionali. Le infrastrutture navali di Mosca sul Baltico, geograficamente un ambiente limitato potrebbero essere immobilizzate, come le infrastrutture navali russe nel Mar Nero, nel caso di un confronto con gli Stati Uniti e la NATO. Aggiungendo delle infrastrutture navali in luoghi come Cuba, si potrebbe effettivamente garantire alle forze navali della Russia la libertà di navigazione, ed evitare di essere circondate dagli Stati Uniti e dai loro alleati.

La Nuova Postura Nucleare navale della Russia
Storicamente, il mandato delle forze navali russe è stato quello di proteggere le coste russe. Sia la Russia che l’Unione Sovietica hanno basato le loro strategie difensive sulla lotta contro una grande invasione terrestre. Per questo motivo le caratteristiche delle forze navali russe e sovietiche si sono sempre basate su funzioni volte ad appoggiare il contrasto ad una invasione terrestre. Così, la flotta navale russa non è stata strutturata come una forza d’attacco offensivo. Ciò, tuttavia, sta cambiando nell’ambito della reazione di Mosca alla strategia di accerchiamento del Pentagono. La Russia, come la Cina e l’Iran, si concentra sulla potenza navale. La Russia potenzia ed espande la sua flotta navale nucleare. I media russi ne riferiscono come di una nuova possibilità per il “predominio navale” del loro Paese. L’obiettivo di Mosca è stabilire la superiorità nucleare della sua flotta navale, basandosi sulle relative capacità di attacco nucleare. Questa è una reazione diretta allo scudo missilistico globale del Pentagono e all’accerchiamento della Russia e dei suoi alleati. Più di 50 nuove navi da guerra e più di 20 nuovi sottomarini saranno aggiunti alla flotta russa, entro il 2020. Circa il 40% dei nuovi sottomarini russi avranno letali capacità di attacco nucleare. Questo processo è iniziato dopo che Bush jr. ha cominciato a prendere le misure per creare lo scudo missilistico USA in Europa. Negli ultimi anni, le contromisure della Russia allo scudo antimissile degli Stati Uniti hanno cominciato a manifestarsi. Le prove in mare del sottomarino classe Borej nel Mar Bianco della Russia, dove si trova il porto di Arcangelo (Arkhangelsk), hanno avuto inizio nel 2011. Nello stesso anno è stato annunciato lo sviluppo del missile balistico nucleare sublanciato Liner, che sarebbe in grado di penetrare lo scudo antimissile statunitense. Un sottomarino russo avrebbe segretamente testato il Liner dal Mare di Barents, nel 2011.

Verso una futura crisi dei missili a Cuba?
Se si raggiunge un accordo con L’Avana, c’è sempre la possibilità che la Russia possa schierare missili a Cuba, come già fecero  i sovietici. Parlando ipoteticamente, questi missili russi avrebbero molto probabilmente delle testate nucleari. Semplificando, questo può presentarsi come un replay dello scenario che aveva portato alla crisi dei missili tra Stati Uniti, Unione Sovietica e Cuba, nel 1962. C’è molto di più, però, sullo sfondo di questa storia da guerra fredda e dei relativi cause ed effetti. L’autore principale della crisi dei missili di Cuba fu il governo degli Stati Uniti. Il dispiegamento di missili nucleari sovietici a Cuba era stata una mossa strategica asimmetrica per controbilanciare l’impiego segreto di missili nucleari degli USA in Turchia, da cui avrebbero colpito le città e i cittadini sovietici. Il governo degli Stati Uniti non fece sapere ai suoi cittadini che i suoi missili nucleari erano in Turchia puntati contro la popolazione sovietica, perché ciò avrebbe portato a molte domande da parte dell’opinione pubblica degli Stati Uniti, su chi fossero i veri aggressori e su chi ricadesse per davvero la colpa di aver avviato la crisi nel 1962. L’utilizzo delle armi nucleari russe, a Cuba, sarebbe stata anche una reazione alle armi nucleari con cui il Pentagono stava circondano la Russia e i suoi alleati.
Come nel 1962, il governo degli Stati Uniti sarebbe il responsabile ultimo, ancora una volta, se i missili nucleari venissero schierati a Cuba, giungendo a una crisi. Finora, non ci sono trattative in corso, ma solo una rinnovata presenza russa a Cuba. Nulla è stato concordato in termini concreti tra i governi di L’Avana e Mosca, e non vi è stata alcuna menzione di voler schierare missili russi a Cuba. Eventuali commenti sulle mosse russe a Cuba sono solo speculazioni. Gli aggiornamenti nucleari cui la Russia sottopone la sua marina sono molto più significativi di qualsiasi futura base russa a Cuba o altrove. La nuova postura nucleare navale della Russia permette effettivamente di dislocare armi nucleari in postazioni, molto più mobili, attorno agli Stati Uniti. In altre parole, la Russia ha diverse “Cuba” sotto la forma della sua flotta navale nucleare in grado di schierarsi in tutto il Mondo. Questo è anche il motivo per cui la Russia sta sviluppando delle infrastrutture navali all’estero. La Russia avrà la possibilità di circondare o di contrastare gli Stati Uniti con le proprie forze di attacco nucleare navale. La strategia navale della Russia ha lo scopo di contrastare abilmente lo scudo antimissile globale del Pentagono. In questo processo è compresa l’adozione di una politica di attacco nucleare preventivo da parte del Cremlino, in reazione all’aggressiva dottrina dell’attacco nucleare preventivo post-Guerra Fredda del Pentagono e della NATO.
Nello stesso anno, mentre veniva testato il Liner dai russi, il comandante delle Forze Strategiche Missilistiche della Federazione Russa, Colonnello-Generale Karakaev, ha detto che i missili balistici intercontinentali della Russia sarebbero diventati “invisibili” nel prossimo futuro. Il Mondo è sempre più militarizzato. Le mosse e le azioni degli Stati Uniti costringono gli altri attori internazionali a ridefinire e rivalutare le loro dottrine militari e strategie. La Russia è semplicemente solo uno di loro.

Per saperne di più sul piano dello scudo antimissile globale degli Stati Uniti e sulla militarizzazione degli Oceani, vedasi il recente libro di Mahdi Darius Nazemroaya: La globalizzazione della NATO (Clarity Press). Può essere ordinato direttamente da GlobalResearch  Online Store, è disponibile anche su Amazon e nelle migliori librerie.

Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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