Il cervello della ‘Primavera araba': come venne sovvertita la Libia

La primavera araba: i cyber-collaborazionisti senza cervello dei vecchi cacicchi venduti
Ali al-Haj Tahar, Le Soir d’Algerie, 14 maggio 2013 – Tunisie-Secret.com

“Nella primavera araba, freddamente eseguita, anche giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, hanno svolto un ruolo importante”, ha scritto l’intellettuale algerino Ali al-Haj Tahar su Le Soir d’Algerie. Secondo lui, si tratta di colpi di Stato “fabbricati nell’ombra, molto discretamente in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!” Ali al-Haj Tahar è scrittore, poeta e giornalista.

arab-spring-mapNella primavera araba, questa operazione sofisticata a lungo premeditata, pianificata con pazienza, freddamente e spietatamente eseguita, ha coinvolto giovani senza cervello che hanno scambiato per Che Guevara o Gandhi degli agenti al soldo degli USA, che vi hanno svolto un ruolo prezioso. Tra loro vi erano elementi interni al sistema vigente, vecchi militari, ministri e funzionari, così come esponenti dell’opposizione di tutti i colori e, infine, giovani traditori o collaborazionisti definiti  cyber-dissidenti, per riassumere. Tra tutti questi agenti molti erano elementi che vivevano all’estero, in possesso della doppia nazionalità, tra cui quelle statunitense e francese oltre alla nazionalità di origine. Ricordiamo che in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno messo al potere Hamid Karzai e in Iraq Ibrahim al-Jaafari, Ahmed Chalabi e Ayad Allawi. Incaricati di far scendere i manifestanti in piazza, costoro apparvero sui social network come Facebook usandoli per creare una crisi e, soprattutto, per gettare polvere sugli occhi: i colpi di Stato furono eseguiti nell’ombra, con molta discrezione in Egitto, ma in modo assai chiaro in Tunisia. Non per niente ministri e funzionari tunisini sono passati dal regime di Ben Ali al regime post-Ben Ali!
I casi del vecchio cacicco Beji Caid al-Sebsi e del generale Ammar sono istruttivi, come vedremo nel prossimo studio. Molte personalità che hanno vissuto negli Stati Uniti o avevano dei legami comprovati con i loro servizi di intelligence, sono tra gli attuali leader della primavera araba. In Libia c’è Mohammad al-Magharyef, l’attuale presidente dell’Assemblea nazionale libica, un cittadino degli Stati Uniti e dipendente della CIA sin dal 1980. Khalifa Hifter, attuale capo dell’esercito ed ex colonnello dell’esercito libico di Gheddafi, ha vissuto per 15 anni negli Stati Uniti, vicino alla sede della CIA, dopo aver disertato e diretto un esercito di “contras” oppositori di Gheddafi basato in Ciad fino al 2000, composto da mercenari che hanno commesso assassini e sabotaggi in Libia. Il 19 marzo 2011 tornò segretamente a Bengasi, dove fu responsabile di “una certa coerenza tattica delle truppe ribelli sul campo.” Una delle menti del colpo di Stato contro Gheddafi, Nuri Mesmari, ex capo del protocollo del leader libico, disertò e fuggì a Parigi il 20 ottobre 2010 consegnando alla Francia i dati sulla sicurezza e militari per consentire la preparazione delle operazioni contro Gheddafi. Rendendosi conto della cospirazione, Gheddafi aveva arrestato il suo complice, il colonnello dell’aviazione Gehani, referente segreto dei francesi dal 18 novembre 2010. Il 23 dicembre, altri personaggi libici disertarono a Parigi: tra cui Fajr Sharrant, Fathi Buqris e Alunis Mansuri. Dopo il 17 febbraio, saranno proprio loro, assieme ad al-Haji, che guideranno la rivolta di Bengasi contro l’esercito libico unendosi al CNT.
In un video, Special Investigation di Canal+, l’uomo d’affari Ziad Takieddine, lo stesso che ha accusato Sarkozy di essere stato finanziato da Gheddafi durante la sua campagna elettorale, ha fatto rivelazioni importanti. Takieddine è soprattutto il boss della North Global Oil and Gas Company, una società associata alla Total presso un giacimento di petrolio in Libia (NC7), prima di consegnare alla compagnia petrolifera francese il 100% dei suoi diritti di sfruttamento per un importo di 140 milioni di dollari. Già azionista della Total (2%) e suo associato in Iran, il Qatar voleva la sua parte in Libia: riuscendo a riscattare una parte dei diritti di sfruttamento della Total del giacimento libico NC7, senza che Gheddafi ne fosse informato. Infuriato da ciò, il leader libico  minacciò di rompere ogni accordo con la Total. Ciò gli valse l’ira congiunta dell’emiro Hamad e di Sarkozy. Nel novembre 2010, la Francia e la Gran Bretagna si accordarono per condurre  le esercitazioni militari congiunte dal nome in codice “Southern Mistral 11“: il sito dell’aviazione francese annunciò che l’operazione sarebbe stata avviata tra il 21 e il 25 marzo 2011 e che il suo scopo era abbattere un dittatore che voleva mettere al potere suo figlio come proprio sostituto! Lo scenario di “Southern Mistral 11” si svolge a Southland (terra del sud ), “contro una dittatura responsabile degli attacchi contro gli interessi francesi“. Questa esercitazione militare pianificata in tre mesi, invece dei soliti sei, stranamente ricordava l’operazione Desert Storm contro l’Iraq (gennaio 1991), ci informa lo scrittore Gilles Munier.

Islamisti ed oppositori che vivono all’estero
Mahmoud Jibril si dimise dalla carica di ministro della Pianificazione e direttore della Development Authority (il numero due del presidenza del governo di Gheddafi) alla fine del 2010, prima di entrare nel CNT il 23 marzo 2011. Casualmente, Mahmoud Jibril aveva precedentemente vissuto per molti anni negli Stati Uniti e lavorato per al-Jazeera in Qatar… Il libico Mahmoud Shamman, futuro ministro dell’Informazione del CNT, è stato membro del Consiglio di al-Jazeera in Qatar. Abdel-Jalil, l’ex ministro della Giustizia, che sembrava fare di tutto per mettere nei guai Gheddafi, in particolare nel caso delle infermiere bulgare, si dimise nel gennaio 2011 non senza aver ottenuto il rilascio di più di 400 terroristi del LIFG che guidarono l’insurrezione armata che abbatterà  Gheddafi, ma non senza l’aiuto della NATO e di 5.000 soldati inviati dal Qatar di rinforzo. Ali al-Sawi, che fu ministro del Commercio e dell’Economia, poi ambasciatore in India, si dimise e si unì all’opposizione. Abdel Hafiz Ghoga, che sarà vicepresidente del CNT, avrà un ruolo importante contro Gheddafi.
In Tunisia, l’attuale presidente Marzuqi e il leader del primo partito tunisino, l'”islamista” Ghannuchi, hanno vissuto a lungo all’estero. L’attuale ministro degli Esteri Rafiq Abdessalem (genero di Rashid Ghannuchi), è stato direttore del dipartimento di studi di al-Jazeera, in Qatar. Non vi è dubbio che al-Jazeera sia collegata direttamente con la primavera araba che ha sostenuto. L’enorme manipolazione di massa è partita da al-Jazeera, cioè una copertura di Hamad e quindi della CIA che ha fatto della televisione un nido di “rivoluzionari” infiltrati da agenti statunitensi e israeliani. Peggio ancora, in Tunisia i principali leader dell’opposizione (Boshra Belhadj Yahia, Mustapha ben Jaafar, Ahmed Najib Shebbi) furono accuratamente ignorati dalla “rivoluzione” che installava al potere oppositori che hanno vissuto gran parte della loro vita all’estero: Rashid Ghannuchi e Moncef Marzuqi, l’attuale presidente della Tunisia. Marzuqi, capo della Lega tunisina per i diritti umani, era promossa dalla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH), organizzazione finanziata dal NED e dalla Open Society del sionista George Soros.
Ghassan Hitto, presidente dell’opposizione siriana che ha vissuto 25 anni negli Stati Uniti, più di metà della propria vita, come Osama al-Qadi, dirigeva a Washington il Centro siriano per gli studi politici e strategici, una copertura legata al Pentagono e alla CIA. Inoltre, il Consiglio nazionale siriano (CNS) è composto essenzialmente da oppositori all’estero che, del resto, sono per lo più “islamisti”. Il primo presidente del CNS è stato Burhan Ghalyun, consigliere politico di Abassi Madani, ha vissuto per la maggior parte della propria vita in Francia come insegnante di sociologia, ma non è mai stato considerato un oppositore del regime siriano fin quando dovette essere lanciata la “primavera” in Siria: una rete in sonno serve un giorno o l’altro! Infatti oggi, tutti sanno che i componenti del CNS, anche chiamato “opposizione d’Istanbul” e “opposizione di Doha”, furono nominati da Hillary Clinton in queste due città. Inoltre, tutti i leader dell’opposizione della primavera araba fecero promesse a Israele. Infatti, Bassma Kodmani, membro del CNS, che aveva partecipato alla conferenza Bilderberg del 2012, dove il cambio di regime in Siria era all’ordine del giorno, aveva invocato relazioni amichevoli tra la Siria e Israele durante un talk-show francese, anche arrivando a dichiarare: “Abbiamo bisogno d’Israele nella regione.” Un altro membro del CNS, Ammar Abdulhamid, dichiarò il suo sostegno a relazioni amichevoli tra Israele e Siria, in un’intervista con il quotidiano israeliano Ynetnews, mentre trapelò una conversazione telefonica tra Radwan Ziyad del CNS e Mohammad Abdallah in cui volevano chiedere maggiore supporto dal ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Al di fuori del CNS, Ribal al-Assad e l’ex vicepresidente in esilio Rifaat al-Assad, dissero che la Siria voleva fare pace con Israele. Nofal al-Dawalibi, a sua volta disse in un’intervista a Radio Israele che il popolo siriano voleva la pace con Israele.

Revolution 2.0” per vecchi cacicchi
Per quanto riguarda la Libia, secondo il quotidiano israeliano Yediot Aharonot, venne firmato un accordo nel 2011 tra il Consiglio nazionale di transizione (CNT) e Tel Aviv per l’installazione di una base militare nelle montagne verdi della Libia, se i ribelli arrivavano al potere. Il documento recante l’intestazione “Israel Defense Forces”, rileva inoltre che in cambio Israele si impegna a fare incrementare gli attacchi aerei della NATO contro le forze del governo libico e di ottenere l’adesione dei Paesi arabi la causa del CNT. Ciò non suggerisce che elementi delle forze speciali israeliane abbiano dato una mano alla “rivoluzione” libica? Perché la “primavera” siriana arriva per ultima? Solo perché i pianificatori sapevano che per sconfiggerla era necessario che tutti i Paesi “rivoluzionari”, le loro armi, i loro mercenari e terroristi e persino di battaglioni di giovani jihadisti tunisini, di cui una dozzina avrebbe offerto i propri servigi, svolgessero il ruolo di coniglietti dei GI che combatterono in Vietnam.
Collaborazionisti arabi di tutte le età hanno beneficiato dell’addestramento, degli aiuti e delle sovvenzioni delle organizzazioni statunitensi che operano per conto della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato e della CIA, essendo negli Stati Uniti sottili le frontiere tra organizzazioni civili e organizzazioni militari, dato che il patriottismo statunitense non ha limiti nel suo impegno.  Innumerevoli organizzazioni lavorano per la promozione dell’ideologia statunitense, anzi per  l’egemonia del Paese sul mondo. Freedom House ha anche svolto un ruolo importante nella primavera araba, questa fiera dei manipolati. Nel 2009 Freedom House pubblicò la “Mappa della Libertà” di ogni continente, differenziando i Paesi secondo il grado di democrazia assegnatogli da essa. La mappa diceva che l’unico Paese completamente libero nel Maghreb-Medio Oriente… era Israele. Cinque Paesi erano “parzialmente liberi”: Marocco, Giordania, Libano, Yemen, Bahrain. Tutti gli altri Paesi della regione erano considerati “non liberi”. E’ per questo motivo che le ONG come l’International Crisis Group di George Soros, cercano di portarli alla libertà sostenendone i traditori. Ciò non esclude che la Freedom House finanzi un gruppo di protesta in Marocco, il Movimento del 20 Febbraio!
Le ONG statunitensi hanno anche addestrato i giovani del Bahrein che iniziarono la loro Primavera araba. Non si sa se qualcuno di loro sia sciita, ma la Casa Bianca ha ordinato all’Arabia Saudita di aiutare il governo in carica a sedare la ribellione, che attualmente sembra essere composta da sciiti che chiedono diritti legittimi: scarsamente rappresentati nelle istituzioni del Paese, gli sciiti del Bahrein si scontrano negli ultimi due anni contro l’esercito e le forze dell’ordine sauditi inviati di rinforzo. Bahrain, che vuole finirla con gli sciiti, ha anche distrutto diverse moschee della comunità musulmana ora considerata il nemico numero uno dal wahhabismo internazionale. Accusati di adorare Ali al posto di Allah e di non riconoscere Muhammad (QSSL) come profeta, gli sciiti sono oggetto di molte altre perverse deviazioni diffuse dalla propaganda saudita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Terroristi in Svizzera e Libia

Aangirfan

web_covassi 03--469x239Claude Covassi è morto all’età di 42 anni. Secondo quanto riferito: Claude Covassi era una spia del governo svizzero, che agiva da informatore. Ha rivelato che i suoi capi dello spionaggio (SAP) gli ordinarono di organizzare un attentato dinamitardo. Quest’attentato doveva essere attribuito a Hani Ramadan, direttore del Centro Islamico di Ginevra. Covassi si rifiutò di organizzare l’attentato e lasciò il Paese. Covassi infine riuscì ad avviare un’inchiesta sulla questione da parte di una commissione parlamentare. Alla fine, i membri della Commissione optarono per una soluzione amichevole della questione, evitando in tal modo l’azione penale per lui e per il SAP. Successivamente Claude Covassi lavorò per una società di sicurezza… Per un anno e mezzo sfruttò il suo background per indagare sul ruolo del PJAK (gruppo terrorista curdo finanziato dagli Stati Uniti) e dell’UCK (gruppo terroristico kosovaro sostenuto dalla NATO) nel traffico di droga in Europa. Nel febbraio del 2013, Covassi doveva pubblicare i risultati della sua indagine. Non n’ebbe  l’occasione. Fu trovato morto nel suo letto, a casa.
Rete Voltaire, 13 febbraio 2013

Ci sono molte teorie sul motivo per cui il regime di Obama abbia permesso che l’ambasciatore Stevens venisse ucciso. “L’attacco all’ambasciata americana dell’11 settembre 2012… a Bengasi in Libia… era un lavoro interno.” L’attacco di Bengasi è stato un lavoro interno

1. Secondo The Examiner:
“Quando la bandiera nera di al-Qaida fu issata sul palazzo di giustizia di Bengasi dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi, alla fine del 2011, era chiaro che le forze di al-Qaida sostenute dalla NATO/CIA, erano ancora una volta responsabili della destabilizzazione e della distruzione definitiva di un altra nazione che non era disposta a collaborare con le organizzazioni globaliste (banche centrali, corporazioni dell’affarismo bellico, ecc.) e la loro agenda Mediorientale/Nordafricana… I rinforzi extra della sicurezza furono ironicamente rimossi nei mesi e nelle settimane precedenti l’attacco…”

Adolph_DubsL’ambasciatore Dubs fu ucciso in Afghanistan nel 1979. Pieczenik scrisse un articolo sul Washington Post in cui sostiene di aver sentito da un alto funzionario del Centro operazioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dare il permesso per l’attentato che causò la morte dell’ambasciatore statunitense Adolph Dubs a Kabul, in Afghanistan, nel 1979.

“Il comandante dell’US Africa Command (Africom), generale Carter Ham, era pronto a intervenire e decise d’inviare i rinforzi, nonostante gli ordini diretti di “fermarsi” e lasciare che l’attacco continuasse, senza reazioni. Per la sua decisione di tentare di salvare gli statunitensi sotto attacco da parte delle forze di al-Qaida a Bengasi, contro gli ordini diretti di lasciarli morire da soli, il generale Ham fu immediatamente arrestato e successivamente sollevato della sua posizione di comandante dell’Africom… Forse la rivelazione più sorprendente che venne fuori da tutto questo, però, sembra essere il fatto che due droni armati della videosorveglianza, che sorvolarono la scena dell’attacco per quasi tutta la serata, inviarono in diretta i video degli attacchi ai funzionari della Casa Bianca, del Pentagono e del Dipartimento di Stato… Gli attacchi possono essere stati inscenati nel tentativo di mettere a tacere l’ambasciatore, perché sembrava essere l’intermediario di una operazione di contrabbando di armi in stile ‘Fast and Furious‘…” L’attacco di Bengasi è stato un lavoro interno
2. L’attacco a Bengasi diede a Obama la scusa per inviare altre truppe in Africa. ‘L’attacco di Bengasi fu conveniente per gli Stati Uniti’, secondo un  esperto della sicurezza
3. Stevens era un ‘arabista musulmano’ e avrebbe ostacolato la politica di Israele d’impedire qualsiasi ripresa della Libia.
4. L’ammiraglio a quattro stelle in pensione James Lyons ha suggerito che l’attacco al consolato statunitense di Bengasi sia stato il risultato di un pasticciato tentativo di rapimento. Le fonti suggeriscono che l’attacco a Bengasi fosse un rapimento fallito…
L’ammiraglio James Lyons suggerisce che l’amministrazione Obama abbia deliberatamente diminuito i livelli di sicurezza del consolato. Nell’ottobre 2012, il Centro per il giornalismo occidentale suggerì che l’uccisione dell’ambasciatore Chris Stevens sia stato il risultato di un tentativo di rapimento fallito da parte dei terroristi che lavoravano per il governo degli Stati Uniti.  Ciò che è andato storto nel piano di Obama fu che, in base alle informazioni ottenute da Fox News, Tyrone Woods e Glen Doherty, entrambi ex US Navy SEALs, ignorarono l’ordine di “rimanere a terra” e reagirono vigorosamente per ore nel tentativo di difendere il consolato.
Il 20 ottobre, Kris Zane pubblicò il primo l’articolo del Centro sui Fratelli musulmani responsabili dell’attacco a Bengasi collegati a Obama. Entro 24 ore dall’evento, l’intelligence sul campo collegò l’attacco di Bengasi a Mohammed Morsi, presidente egiziano dei Fratelli musulmani, messo al potere dalla CIA. Zane cita una fonte anonima nella Casa Bianca, secondo cui Obama aveva intenzione di ottenere il rilascio di Stevens rapito, giusto in tempo per il giorno delle elezioni.

Ansar al-ShariaOpera di Ansar al-Sharia. L’11 settembre 2012, il Centro operazioni del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti consigliò la Situation Room della Casa Bianca e altre unità di sicurezza statunitensi, che Ansar al-Sharia rivendicava la responsabilità per l’attacco alla missione diplomatica statunitense a Bengasi, appena avvenuto.

Il 25 ottobre, Kris Zane pubblicò il suo secondo articolo sulla vicenda, “Obama collegato all’attacco di Bengasi.” Il 24 settembre 2012, il Wall Street Journal pubblicò un articolo del giudice Michael Mukasey dal titolo “Obama libererà lo sceicco cieco e lo rimanderà in Egitto?” Omar Abdel Rahman fu imprigionato per il suo ruolo nell’attentato della CIA del 1993 al World Trade Center e per aver cospirato per assassinare Hosni Mubaraq, che era diventato un nemico della CIA. Le fonti suggeriscono che l’attacco di Bengasi sia stato un rapimento fallito…

Israele soccorre i terroristi di al-Qaida in Siria
Combattenti ricoverati negli ospedali da campo e rimandati in prima linea
Paul Joseph Watson Propaganda Matrix 9 maggio 2013

01mossad-blackIsraele invia veicoli militari in Siria per raccogliere i terroristi feriti di al-Qaida coinvolti nella lotta contro l’esercito siriano, prima di rimetterli in sesto e inviarli di nuovo in battaglia, un altro esempio sorprendente di come lo Stato sionista collabori con i suoi presunti nemici giurati per rovesciare il presidente Bashar al-Assad. Questa non è una pretesa dei media statali iraniani o siriani, ma viene tranquillamente ammesso in un pezzo del sito fermamente pro-Israele DEBKAfile.Israele ha creato un grande ospedale da campo nei pressi della postazione di osservazione militare Tel Hazakah sul Golan, che si affaccia tra il sud della Siria e la Giordania settentrionale. Lì, arrivano i feriti della guerra siriana che vengono controllati ed esaminati dai medici dell’esercito israeliano che decidono se applicare le cure e inviarli di nuovo, o se giudicarli gravemente feriti, abbastanza per l’assistenza ospedaliera. I feriti gravi vengono spostati in uno dei più vicini ospedali israeliani, a Safed o ad Haifa”, afferma l’articolo. La relazione rileva che i combattenti feriti vengono probabilmente recuperati da “veicoli dell’esercito israeliano” senza segni, che vanno in Siria “per raccogliere i ribelli feriti.
Oltre ad informazioni più recenti, un rapporto dell’AFP di marzo documenta anche come l’IDF abbia istituito un “ospedale da campo militare” dell’esercito presso l’avamposto 105 nelle alture del Golan, al fine di soccorrere e curare i combattenti dell’ELS. Curando e riabilitando i militanti dell’ELS e i terroristi di al-Qaida feriti, Israele aiuta gli stessi ribelli che bruciano bandiere israeliane in pubblico e promettono di schiacciare il regime sionista, una volta rovesciato Bashar al-Assad. Diversi rapporti ora confermano che i militanti in prima linea in Siria nei combattimenti contro le forze di Assad, sono soprattutto membri del gruppo di al-Qaida Jabhat al-Nusra, che “ha ucciso numerosi soldati statunitensi in Iraq“, e che adesso è leader delle forze ribelli filo-occidentali in Siria. Dopo che l’organizzazione è stata dichiarata gruppo terrorista dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, 29 diversi gruppi dell’opposizione filo-USA in Siria hanno giurato fedeltà ad al-Nusra. Il rapporto di DEBKAfile ammette che i combattenti di Jabhat al-Nusra sono ora fortemente concentrati “nella zona di separazione di otto kmq sul Golan“, dove l’esercito israeliano li recupera per curarli.
Secondo fonti dei servizi segreti egiziani e giordani, il raid aereo d’Israele sulla Siria dello scorso fine settimana era stato anche programmato per precedere un’offensiva dei ribelli di al-Qaida contro le forze del Presidente Bashar al-Assad, che segnavano importanti vittorie militari fino a quel momento. Un articolo del Guardian di Londra dell’8 maggio, rileva come Jabhat al-Nusraemerga come la forza più attrezzata, finanziata e motivata nel combattere il regime di Bashar al-Assad“, e come la gran massa dei combattenti dell’ELS abbia raggiunto le sue fila. I tentativi occidentali di fare una distinzione tra i ribelli dell’ELS e i terroristi di al-Qaida per giustificare l’invio di armi pesanti, sono sempre più screditati dal fatto che Jabhat al-Nusra sia ora la forza di combattimento dominante, organizzando “tutti i giorni” i ribelli dell’ELS ed addestrandoli a costruire autobombe. Mentre l’influenza di al-Nusra è cresciuta, sono divenute numerose le atrocità, gli omicidi settari, le decapitazioni, gli attacchi terroristici contro scuole e altre infrastrutture civili.
Il sostegno di Tel Aviv ad al-Qaida ha molto senso se si accetta il fatto che sia gli Stati Uniti che Israele, sfruttano la presenza di al-Qaida in una determinata regione come pretesto per l’intervento militare, sia che tali militanti si battano dalla loro stessa parte, come in Libia e Siria, o dalla parte opposta come in Mali. Stati Uniti e Israele hanno anche armato e finanziato per anni i gruppi di al-Qaida affiliati in Iran, per compiervi attentati e omicidi.
Le potenze della NATO hanno anche apertamente armato e finanziato il Gruppo libico dei combattenti islamici, affiliato ad al-Qaida, per rovesciare il colonnello Gheddafi nel 2011, una politica che contribuì direttamente all’assalto alla missione diplomatica di Bengasi (che probabilmente era una copertura per il traffico di armi clandestino verso i ribelli siriani). È stato inoltre recentemente rivelato che il Dipartimento di Stato ha arruolato dei militanti filo-al-Qaida per “difendere” la missione diplomatica di Bengasi, che fu poi attaccata. I funzionari del Dipartimento di Stato che bloccarono i tentativi per aiutare gli statunitensi sotto attacco, in seguito hanno cercarono di nascondere il coinvolgimento di al-Qaida nell’attacco. Non solo Israele supporta i ribelli di al-Qaida in Siria, ma nel 2002 Israele fu colto in flagrante mentre effettivamente creava un gruppo di al-Qaida per giustificare gli attacchi contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
La narrativa occidentale sulla Siria, secondo cui la lotta contro Assad è una rivolta organica dei siriani oppressi, è stata completamente screditata, nonostante i migliori sforzi dei media dell’establishment per mantenere tale mito. Ora diventa evidente che Stati Uniti, Regno Unito e Israele sostengono direttamente i terroristi di al-Qaida, al fine di avere il cambio di regime a lungo pianificato, mentre le potenze della NATO si agitano per armare i ribelli prima che i loro ultimi brandelli di legittimità siano fatti a pezzi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il gioco del Qatar in Tunisia

Kapsa* Tunisie-Secret 1 maggio 2013

1763790_3_0413_rached-ghannouchi-chef-du-parti-islamiste_aa544e25556e509700f6ff417c7555f7Il riconoscimento tardivo dell’intellighenzia tunisina, in questo articolo di Kapsa, pseudonimo di un accademico franco-tunisino, esprime una malinconia che la dice lunga sulla disillusione nella società tunisina. Siamo lontani dall’euforia rivoluzionaria che la Tunisia ha vissuto due anni fa. L’articolo qui sotto è stato pubblicato l’1 maggio 2013, su Politique-Actu.com.

Due anni dopo lo scoppio di quella che è comunemente chiamata la “primavera araba”, cominciamo a capire meglio i pro e i contro di questa cosiddetta rivoluzione araba, che ha instaurato l’oscurantismo islamico e, soprattutto, degli incompetenti come Ghannouchi in Tunisia e Morsi in Egitto, con l’approvazione degli Stati Uniti e il finanziamento saudita-qatariota. Da quei giorni tristi si assiste alla messa in discussione delle conquiste, pagate a caro prezzo dalla Tunisia, un piccolo Paese con scarsi mezzi finanziari ma grandi capacità umane, alla sistematica distruzione delle basi storiche di questo Paese che ha sempre conosciuto e praticato l’Islam ampiamente contestualizzato e quindi aperto e tollerante. Da allora, è stato sostituito un regime certamente non democratico, ma moderno e laico, con i nuovi despoti attuali, dei piccoli “barboncini” ben addomesticati pronti a servire gli interessi stranieri, a cui sono in gran parte asserviti. Qualcuno potrebbe rispondere dicendo che questo è un complotto di gente al soldo del vecchio regime. La verità è che le persone, presumibilmente liberate, rimpiangono amaramente il passato regime, alcune arrivando a chiederne il ritorno oggi, rifiutando in blocco al-Nahda e il suo dilettantismo politico, accoppiato all’incompetenza permanente.
Quali sono le ragioni occulte di questi principi del deserto, afflitti dallo scherno e dall’ignoranza delle qualità del popolo tunisino, che ha cominciato a organizzarsi contro il complotto islamo-capitalista di cui la Tunisia è ostaggio? In effetti, tutto è partito dagli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e dalla conseguente invasione dell’Afghanistan, poi gli statunitensi hanno cambiato strategia nell’affrontare le diverse correnti islamiche, mutando la posizione assunta fin lì, che considerava gli islamisti un pericolo e dei nemici da combattere. Il rovesciamento di valori e il cambiamento fondamentale nella strategia politica degli Stati Uniti, utilizzerà gli islamisti pentiti e cosiddetti moderati come nuovi guardiani degli interessi statunitensi nel mondo arabo. Lo strumento di questa nuova alleanza USA-islamista, lungi dall’essere un’alleanza contro natura, è stata la riproposizione del solito ritornello, in questo tipo di situazione, della costruzione della democrazia e dei diritti umani in questi Paesi, dove è vero che sono da lungo negate, ma con la cauzione e il sostegno degli USA stessi e dei loro “pupazzi” dell’Europa e dei Paesi arabi del Golfo. L’installazione di queste nuove dittature oscurantiste e reazionarie, obbedisce a determinate condizioni imposte dagli Stati Uniti:
1) accettare il controllo degli Stati Uniti sulle risorse energetiche, tra cui il petrolio del mondo arabo;
2) imporre lo Stato d’Israele come unica potenza regionale a spese dei legittimi diritti storici dei martiri palestinesi;
3) fermare definitivamente tutti gli attacchi e le attività terroristiche contro gli Stati Uniti ed i suoi interessi nel mondo;
Ma tutti sanno che i diritti umani sono l’ultima preoccupazione, o meglio l’ultimo “avatar”, secondo il genetista Axel Kahn, della missione civilizzatrice delle ex potenze coloniali e neo-coloniali di oggi. Per provarlo, basta controllare un libro di riferimento su tale diabolico piano degli Stati Uniti, scritto da Robert Dreyfus e dal suggestivo titolo “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam“, pubblicato nel novembre 2005. Questi Paesi liberati affrontano oggi la crescente influenza del wahhabismo, considerato una forma estrema di Islam politico, manipolato dagli Stati Uniti, come l’autore fa notare in modo eccellente. Questo piano venne semplicemente accelerato dal presidente democratico Obama, quando salì al potere negli Stati Uniti. Va ricordato che il presidente Obama aveva un padre keniota musulmano, ed è cresciuto in un ambiente musulmano con un patrigno musulmano indonesiano, conosce bene questo tipo di Islam, piuttosto chiuso e rivolto al comunitarismo e all’isolazionismo, che contrasta con l’Islam maggioritario della nazione arabo-musulmana e in particolare nel Maghreb; parlo di un Islam ampiamente contestualizzato, tollerante, aperto al suo ambiente regionale e internazionale, come nel caso della Tunisia.
Va detto che all’arrivo di Obama alla Casa Bianca, gli islamisti non potevano sperare in un alleato migliore per iniziare finalmente la loro tanto attesa conquista del potere nel mondo arabo, dopo tanti anni di emarginazione e di repressione. Gli islamisti, però, sbagliano e quasi commettono un peccato imperdonabile facendosi tentare da una potenza straniera generalmente islamofoba che cerca solo di assicurare e perpetuare i propri interessi e quelli dei suoi alleati. In breve, questa nuova generazione di dittatori al servizio degli stranieri non si è ancora resa conto di quanto gli Stati Uniti saranno nemici della democrazia e della libertà dei popoli, quando i loro interessi vitali ne saranno toccati. Credo con convinzione alla strategia degli Stati Uniti per indebolire l’Islam e i musulmani con l’unico vero veleno che hanno trovato finora, gli islamisti, e che sembra avere effetto. E’ attraverso questa strategia diabolica e machiavellica che la leadership degli Stati Uniti s’inserisce nel mondo arabo, dopo l’assai controversa “primavera araba”. In altre parole, gli Stati Uniti di Obama sono passati da una certa ostilità per le correnti e le varie organizzazioni islamiche nel mondo, gran parte delle quali incluse nella lista completa dei movimenti terroristici, a quasi alleato strategico dei Fratelli musulmani e dei loro accoliti tunisini. E’ il piccolo Stato del Qatar responsabile dell’attuazione di questa strategia pericolosa, che porta in sé i semi di gravi conseguenze destabilizzanti per i vari Paesi, già alle prese con delle gravi sfide socio-economiche.
È il caso della Tunisia di oggi, dal momento che è il primo Paese ad aver vissuto questo grande inganno chiamato “primavera tunisina”, che non è altro che una grande truffa resa possibile dalla collusione di interessi che vanno ben oltre il popolo tunisino, che fino a ieri non vedeva, ma su cui oggi apre gli occhi, cominciando a chiamare le cose con il loro nome, e cioè che affronta una cospirazione imperialista-islamista, di cui inizia a coglierne i veri pericoli. Come spiegare altrimenti il sostegno quasi spontaneo delle principali monarchie del Golfo alla presunta rivolta tunisina? O anche come spiegare il sostegno finanziario e militare fornito dal Qatar e dall’Arabia Saudita ai cosiddetti combattenti per la libertà in Siria, che mettono in pericolo la stabilità del Paese e della regione nel complesso, vincolandola agli Stati Uniti e all’Europa in nome dei diritti umani e della democrazia? Chi sarà il prossimo Paese? Certamente l’Iran, il Libano e l’Algeria per poi finire il lavoro definendo un califfato che annetta tutti i Paesi così liberati.
Il coinvolgimento di Doha nella politica interna tunisina è totale fin dalla cacciata dell’ex presidente Ben Ali, con tutto il suo peso finanziario usato per far a vincere le prime elezioni tunisine ad al-Nahda, non così trasparenti come vogliono far credere, visto che tale Paese ha firmato assegni per circa 300 milioni per il partito islamista al-Nahda, per consentirgli di raccogliere il massimo dei voti e vincere le elezioni. Questa è solo la parte visibile di un iceberg; accordi segreti sono stati firmati con gli islamisti tunisini su una sorta di cassa di guerra per governare la Tunisia da Doha, con effetti su tutti gli Stati coinvolti in questa primavera araba.

Siria, uno Stato attaccato da mercenari…
Il colmo è che la Tunisia è diventata una retroguardia della Jihad islamica, da cui decine di giovani disoccupati, indottrinati, addestrati, vanno a combattere in Siria per conto della grande jihad, con la promessa di ricevere una notevole somma di denaro. Questi giovani non tornano, perché coloro che cadono vengono cremati sul posto, non lasciando alcuna prova della presenza di mercenari jihadisti. Dopo un periodo di indottrinamento questi giovani vanno al confine con la Turchia, dove finiscono in un conflitto di cui non capiscono assolutamente nulla, se non che sono lì a lottare per il trionfo dello stendardo dell’Islam. In realtà, questo piccolo regno del deserto non vuole perdere la faccia e non si fermerà davanti a niente per far cadere il regime di Bashar al-Assad, consapevole del fatto che oramai assai coinvolto in questa cosiddetta primavera araba. Doha non ha altra scelta che adempiere a questa strategia machiavellica musulmano-americanista. L’assai rimpianto Shuqri Bel Aid non si ingannava quando parlò di complotto israelo-statunitense, anche alla vigilia della sua morte, per dominare il mondo arabo-musulmano mettendo alla sua testa governi islamici incompetenti, dei dilettanti della politica.

Appello al popolo e al governo algerini…
La Tunisia è ormai ostaggio del Qatar, quindi penso che sarà difficile sfuggire al complotto, mentre l’islamista al-Nahda rimane al potere. Al-Nahda rende conto al Qatar, dal momento che questo movimento deve la sua vittoria agli aiuti finanziari versati da Doha, permettendogli di acquistare voti. Questo è il motivo per cui esorto i nostri amici algerini, prossimo obiettivo di questa grande manipolazione, d’investire in Tunisia per far fallire questo piano, in gioco vi sono il futuro e la sicurezza dell’Algeria. Infatti, l’Algeria dispone di oltre 250 miliardi di dollari, con cui gli sarebbe possibile salvare la Tunisia e se stessa dal complotto. Investendo solo 3 miliardi di dollari per ricostruire la Tunisia, tra cui la costruzione della strada che colleghi il nord e il sud a lungo emarginato, e che continua ad esserlo oggi a due anni dalla rivolta tunisina. L’Algeria può essere il miglior baluardo contro lo strisciante wahbabismo che minaccia la stabilità del nostro caro Maghreb e del mondo arabo. La prova più evidente è la decisione del Qatar di concedere un prestito alla Tunisia di 5 miliardi all’enorme tasso d’interesse del 3,5%, il più alto dei mercati finanziari internazionali, più di quello che il FMI può offrire, mentre il Giappone ha offerto la stessa cifra per un misero 0,5%.

Qatar, Stato terrorista?
Non è più un tabù dire che questo piccolo emirato è fortemente coinvolto nel finanziamento del terrorismo islamico, oggi, in Siria e Mali. Questa verità non rischia oggi di essere scoperta sulla stampa tunisina agli ordini dei principi zelanti del Qatar; è l’articolo di un giornale algerino The New Republic, che evidenzia chiaramente il ruolo detestabile di questo Paese su tutti i fronti. E’ stato pubblicato il 28 gennaio 2013, riprendendo un articolo pubblicato in Francia dal Canard Enchaîne del giugno 2012, dal titolo: “Il nostro amico del Qatar finanzia gli islamisti in Mali.” Questo Paese, infatti, finanzia i Fratelli musulmani egiziani, tunisini e i vari jihadisti in Siria, dopo che ha finito il suo sporco lavoro fornendo sostegno finanziario ai ribelli libici sostenuti dalla NATO, riuscendo ad abbattere Muammar Gheddafi, dopo aver supportato la sua cattura ed esecuzione sommaria, in condizioni di pura barbarie, indegne dell’islam e dei musulmani.
Il ruolo del Qatar va al di là del Nord Africa, il suo obiettivo è imporsi come  attore chiave nell’Africa occidentale, per via della sua lunga presenza in Mali. Questo Paese e i suoi vicini sono davvero interessanti, sostanzialmente per la ricchezza di materie prime che richiede notevoli investimenti e infrastrutture per essere sfruttata. Sappiamo che il Qatar si è recentemente specializzato nell’applicazione di questo tipo di servizio, non mancherà di fornire la sua esperienza, e Doha nel fare ciò cercherà di consolidare la sua presa sul continente. Il successo di questo gioco demoniaco, almeno per il momento, in Tunisia e in Libia, ha dato le ali a questo insignificante emirato, con una politica di disinformazione diffusa dal suo strumento propagandistico, la rete al-Jazeera, che si accontenta di prendere ordini, dimenticando i più elementari principi di etica giornalistica.
La Tunisia è una piccola parte di un più ampio piano di controllo dei Paesi che non rientrano nella linea wahhabita di Arabia Saudita e Qatar, che cercano anche di proteggersi dal presunto pericolo dell’asse Iran, Siria, Hezbollah. La verità è che cercano di non sprofondare nella Primavera Araba ed essere i prossimi obiettivi dei popoli di questa regione, volutamente tenuti nell’ignoranza totale dalla solita politica di pace sociale comprata con i proventi del petrolio e del gas. Sono fermamente convinto che sia davvero giunto il momento di affrontare, come un sol uomo questo piano distruttivo che gioca con la stabilità del continente, trasformando la Tunisia, Libia ed Egitto negli ostaggi dell’imperialismo islamo-capitalista. Oggi è la Siria, domani l’Algeria, il Libano, l’Iran e l’elenco è tutt’altro che esaustivo. Non si dimentichi il proverbio algerino che dice “Sono le buche scavate dai topi che fanno cadere il cavallo“.
Sì! La Tunisia sta vivendo un passaggio significativo nella sua lunga storia, è a un punto di svolta nella sua storia così ricca, tuttavia, resto fiducioso sul futuro della Tunisia, sulla tolleranza, la forza della sua capacità umana e sulla leggendaria comprensione del suo popolo. Un Paese che ha dato alla luce la prima costituzione moderna in un Paese arabo-musulmano, organizzando un potere politico fondato il 26 aprile 1861 da Mohammed Bey Sadoq, dopo la proclamazione del Patto Fondamentale del 1857, un movimento di idee che ha a lungo ispirato le successive generazioni di desturiani, che chiesero costantemente la costituzione dai primi anni del XX.mo secolo fino alla Costituente dopo l’indipendenza. Un Paese che ha vissuto una drammatica immersione nella modernità sotto Ahmed Bey (1837-1855). Un Paese che si distingue per la sua originalità, che ha abolito la schiavitù il 23 gennaio 1846, due anni prima della Francia (27 aprile 1848). Un Paese, patria di grandi riformatori coraggiosi come Qair al-Din Pasha ha spiegato nel 1868, e cito, “il futuro della civiltà islamica è legato alla modernizzazione“. Un paese, quello dello sceicco Mohamed Snoussi, che nel 1897 auspicava la promozione dell’istruzione delle bambine, o di Abdelqadir Thaalbi, che propugnava la rimozione del hijab, che Bourguiba aveva definito un “miserabile straccio.” Il Paese di Mohamed Bayram, Tahar Haddad, emblemi del moderno riformismo tunisino. Un Paese che si distinse per una serie di leggi rivoluzionarie assai avanzate per il loro tempo, intendo il “Codice dello statuto personale” che diede diritti alle donne tunisine, come il consenso necessario al matrimonio, la creazione della causa di divorzio e l’abolizione della poligamia, o ancora il diritto all’aborto medico e sociale nel 1969, cinque anni prima che venisse concesso lo stesso diritto alle donne francesi…
Questo Paese non può affondare nell’irrazionalità. Voglio credere che la Tunisia saprà sempre respingere i complotti e le strategie di destabilizzazione.

(*) Il signor Kapsa è lo pseudonimo di un accademico franco-tunisino specialista in questioni geostrategiche. Lo ringraziamo per questo contributo e questa appello coraggioso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qatar1

Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

Tunisia, come è nata la ‘Primavera Araba’

Tunisia: la verità sul numero dei “martiri” e i veri colpevoli
Karim Zmerli, Tunisie Secret, 10 aprile 2013

Rachid-Ammar1Prima di aprire la questione esplosiva dei prigionieri politici, per caso per caso, Tunisie Secret si concentra prima sulla questione non meno esplosiva delle vittime degli scontri del dicembre 2010-gennaio 2011. Qual è il loro numero? Chi sono? In quali condizioni sono state uccise? Chi le ha uccise? C’era l’ordine di sparare sui manifestanti? Due anni dopo la sanguinosa crisi che ha cambiato radicalmente la Tunisia, l’opinione pubblica nazionale e internazionale deve porsi queste domande con il rischio di compromettere qualche dogma pseudo-rivoluzionario. Sui fatti che hanno gettato la pacifica Tunisia nel sangue degli innocenti, nella confusione e nell’anarchia, mettendone il destino nelle mani degli islamisti “moderati”.

Nel febbraio del 2011, un rapporto delle Nazioni Unite stimava il numero delle vittime a 300 morti e 2800 feriti. I social network, manipolati da agenzie estere e da al-Jazeera, intossicati dalla propaganda islamista e di sinistra, indicavano la cifra dei “martiri” in 5000! In questa analisi, TS non prende in considerazione che la relazione finale della Commissione d’inchiesta sugli abusi e le violazioni (CIDV), presieduta da Taoufik Bouderbala, avvocato ed ex presidente della Lega tunisina dei diritti dell’uomo; il rapporto è stato pubblicato nell’aprile 2012. Notiamo di passaggio che molti tunisini sanno che fu Ben Ali ad ordinare la creazione della Commissione d’inchiesta, nel suo discorso del 13 gennaio 2011!

Le conclusioni della CIDV
Secondo il rapporto, il bilancio delle vittime finale è di 338 morti, tra cui 86 criminali detenuti che incendiarono le loro celle per fuggire, 14 membri della polizia e cinque soldati dell’esercito nazionale. Nessuno si chiede nulla dell’identità dei criminali che hanno ucciso 14 poliziotti e cinque soldati. Quindi, il numero esatto dei “martiri” della “rivoluzione dei gelsomini” è 233, dal momento che sia i primi (gli 86 che cercarono di evadere) e gli altri (i 19 che stavano facendo il loro dovere per mantenere l’ordine) da alcuni non sono considerati dei “martiri”. Sempre secondo il rapporto di Taoufik Bouderbala, il 60% dei decessi è avvenuto nei governatorati di Kasserine, Sidi Bouzid, Gafsa e Tunisi. Il 61% è stato ucciso dopo la cacciata di Ben Ali il 14 gennaio 2011. Al contrario, il 68% degli feriti è stato registrato tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Su un totale di 338 morti, tra manifestanti, criminali e poliziotti, 205 sono stati uccisi dopo il 14 gennaio, 28 nella giornata del 14 gennaio e 104 tra il 17 dicembre e il 14 gennaio. Oggettivamente parlando, fu dopo la caduta del regime che vi furono più morti per arma da fuoco che non durante le manifestazioni, come si era affermato.

Di chi è la responsabilità?
Nel febbraio 2011, un grave errore venne commesso dai protagonisti di questo caso, che sono anche tutti attualmente detenuti nel carcere di Mornaguia. Questo errore è stato lanciarsi recriminazioni reciproche, scaricando le responsabilità sperando di salvare la testa. Sarebbe preferibile che ognuno si assuma le proprie responsabilità, nel quadro delle proprie funzioni, sapendo che in un tale sistema gerarchico, la responsabilità è del capo supremo dello Stato, cioè del presidente della Repubblica. Il peggio di queste accuse reciproche, è che tutti più o meno hanno evitato l’esercito, più precisamente il generale Rashid Ammar. Il motivo è semplice: il generale traditore, cui Washington aveva anche promesso impunità in cambio del tradimento (come pure ad alcuni generali egiziani), è diventato, dopo il colpo di stato militar-musulmano-statunitense del 14 gennaio 2011, il nuovo uomo forte del regime. Quindi, a causa del suo reale e segreto potere, i vari funzionari oggi in galera hanno risparmiato Rashid Ammar. Così l’ex ministro della Difesa Ridha Grira ha accusato Ali Seriati, questi ha accusato l’ex ministro degli Interni Rafiq Belhaj Kacem, che a sua volta ha  implicitamente indicato la responsabilità del suo immediato successore (12 gennaio), Ahmed Fri’a, dato che il numero delle vittime, soltanto il 12-14 gennaio, raggiunse i 43 morti. Queste accuse reciproche colpiscono tutti, beneficiando esclusivamente Rashid Ammar.

Il generale ignorato!
Come capo dell’esercito, il generale Rashid Ammar è responsabile quanto gli attuali detenuti che si rinfacciano reciprocamente le responsabilità. Col senno di poi, è anche il più responsabile di tutti. E per una buona ragione: nel dicembre 2010 i militari parteciparono attivamente alla repressione dei manifestanti assieme alle forze di polizia. È lo stesso rapporto della CIDV che l’attesta. Questo rapporto identifica specificatamente quattro ministeri co-responsabili: Interni, Difesa, Salute e Comunicazioni. Come negli eventi del gennaio 1978 (quasi 500 morti) e del gennaio 1984 (420 morti), come anche negli eventi sanguinosi di Redeyef, nel 2008, è sempre stato l’esercito a svolgere il suo “dovere nazionale” schiacciando gli insorti. Come per magia, non fu così nella rivolta del gennaio 2011! Poiché non vi era alcuna questione per definire questo evento non come crisi o moti sociali del gennaio del 2011, ma “rivoluzione dei gelsomini”, non più di presentare l’esercito non come un’istituzione al servizio dello Stato repubblicano, la cui missione è l’integrità territoriale del Paese e la sua sicurezza dai pericoli esterni ed interni, ma come l’unica istituzione schieratasi con il popolo e contro lo Stato. Vale a dire, si è schierato con l’illegalità e contro la legge. Questo mito ha avuto inizio con la menzogna del “generale salvatore”, lanciata da Bruxelles dal cyber-attivista Yassin Ayari, che ha poi ammesso di aver mentito. Questo cyber-collaborazionista, che attualmente vive in Francia dopo aver contribuito ad incendiare la Tunisia, è figlio di un vero martire, il colonnello Tahar Ayari, caduto con onore sul campo, nel maggio 2011, sotto le pallottole dei terroristi che l’effimero ministro degli Interni Farhat Rajhi volle rilasciare nel nome dei diritti umani e della “rivoluzione dei gelsomini”.
Rashid Ammar non è il salvatore del popolo, ma il suo boia principale. Non solo perché l’esercito sotto il suo comando, e non agli ordini dei civili e del tecnocrate Ridha Grira, ha partecipato alla repressione, così come la polizia, ma perché i famosi cecchini locali dipendevano dal Ministero della Difesa e non dal Ministero degli Interni, che non ha mai avuto questi cecchini, come ammette il presidente della CIDV Taoufik Bouderbala. Più grave è il caso dei misteriosi cecchini stranieri che furono i primi a uccidere dei manifestanti, avvelenando la situazione e rendendola irreversibile, secondo l’antica ricetta della CIA già testata più volte in America Latina, Africa e Iran nel 1953 e nel 2009. Ora sappiamo che tra questi famosi mercenari, che agiscono per conto della CIA e sono pagati dal Qatar, cinque furono arrestati in flagranza di reato dalla polizia nazionale e liberati da Rashid Ammar subito dopo la cacciata di Ben Ali. Tutte queste verità, Taoufik Bouderbala le ha confessate a mezza voce, senza riportarle nella relazione del CIDV, per ragioni facili da indovinare.

Legittima difesa o premeditazione?
Come Ben Ali ha detto in una intervista concessa dal suo esilio saudita, l’ex capo dello Stato non ha mai dato l’ordine di sparare proiettili veri contro i manifestanti. Non siamo obbligati a credergli, ai sensi del secondo comma della legge n° 70 del 6 agosto 1982, secondo cui è il capo dello Stato, nel caso di minacce interne o esterne, l’unico a dare ordinari ufficialmente alle forze di sicurezza, o attraverso i ministri o dirigenti direttamente responsabili dell’ordine e della sicurezza. Non siamo obbligato a crederci, ma dobbiamo farci questa domanda di buon senso: chi ha beneficiato di questi crimini? Uno Stato indebolito e in cerca di una rapida uscita dalla crisi, senza la perdita di vite che l’avrebbe subito screditato agli occhi del mondo e quadruplicato la rabbia popolare verso di esso? O interessi stranieri (Stati Uniti e Qatar) e i loro agenti locali, che cercavano di deteriorare la crisi fino al punto di non ritorno, in particolare la caduta del regime e l’inizio della “primavera araba” che, magistralmente guidata, ha devastato la Libia, l’Egitto, lo Yemen e la Siria?
Indipendentemente dalla responsabilità personale di Ben Ali, si deve rilevare quella prova che gli avvocati e politologi chiamano “violenza legittima”, monopolio legale soltanto dello Stato, che sia democratico o dittatoriale. Per illustrare questa verità, ecco un esempio sorprendente: la “Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” in vigore in Europa. Si tratta più precisamente della Convenzione emendata nel Protocollo n° 14 (STCE n° 194)  entrata in vigore il 1 giugno 2010, che all’articolo 2, intitolato Diritto alla vita, stabilisce che:
1. Il diritto alla vita di tutti deve essere protetto dalla legge. La morte non può essere inflitta a chiunque intenzionalmente, salvo in esecuzione di una sentenza di un tribunale ove il reato sia punibile con la pena di morte per legge.
2. La morte non si considera cagionata in violazione del presente articolo se è il risultato di un uso della forza assolutamente necessario: a. in difesa delle persone contro violenze illegali; b. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta; c. per punire, in conformità con la legge, una sommossa o un’insurrezione.
Così, anche in Europa, “la morte non è considerata” una violazione dei diritti umani nel caso in cui lo Stato si ritrova minacciato da “una sommossa o un’insurrezione”! Teoricamente, in Tunisia una tale eccezione che giustifica l’uso della repressione mortale non esiste in alcun testo di legge, dall’indipendenza a oggi. Un testo simile afferma che l’uso delle armi non è consentito, salvo in caso di legittima difesa. In situazione di sommossa, il testo indica invece che il ricorso alla violenza deve essere graduale. Si tratta dell’articolo 2 della legge n° 4 del 24 gennaio 1969.

Ciò di cui Taoufik Bouderbala non deve parlare
Ciò che il rapporto della CIDV non rivela è che tra i 233 manifestanti deceduti, 21 furono uccisi con le armi in pugno. Chi erano? Da dove venivano? Tutti mantengono il silenzio su di loro, solo di recente Shadly Sahli, ex alto funzionario degli Interni coinvolto negli stessi processi (n° 71191 della Corte militare di Tunisi e n° 95646 della Corte militare di Kef) con Ben Ali, Rafiq Belhaj Kacem, Ali Seriati, Jalil Boudriga, Adel Touiri, Muhammad Lamin al-Abid, Muhammad Zituni… In tribunale l’ufficiale, soprannominato la ‘Scatola Nera’, disse che tra il 17 dicembre 2010 e il 14 gennaio 2011, “terroristi mascherati e armati s’infiltrarono in Tunisia dal confine algerino e si mescolarono con i manifestanti“. Aggiunse che i terroristi “attaccarono le stazioni di polizia, rubando armi e sparando sui dimostranti, creando un clima di disordini e caos“. A suo rischio, un ex esperto di sicurezza ha chiarito che i terroristi appartenevano al movimento islamista. Sembra inoltre che dei restanti 212 “martiri”, 73 siano stati identificati come appartenenti a cellule dormienti islamiste di al-Nahda, che furono liberati da Ben Ali nel 2004-2009, o ebbero il permesso di tornare a casa nello stesso periodo. Senza slogan religiosi e senza barba, si mescolarono con i manifestanti pacifici incitando alla violenza, ai saccheggi e alle distruzione di proprietà pubbliche e private. Infine, sembra che dei 139 “martiri” restanti, molti fossero criminali comuni evasi dalla prigione con l’aiuto dell’esercito, come evidenziato da diversi documenti, tra cui i video girati da dilettanti o giornalisti televisivi europei. Quasi un centinaio di giovani ha quindi pagato con la vita per la dignità e la libertà. Solo loro meritano di essere chiamati martiri.

I nostri risultati
Alla luce di questa indagine o analisi, è chiaro che la “giustizia di transizione”, che ancora mantiene  in prigione Sami Fehri, arbitrariamente e ingiustamente, e che persegue Burhan Buseiss, mentre i veri criminali sono liberi e alcuni addirittura ricoprono cariche strategiche nel governo o nella presidenza, non sia altro che fumo negli occhi, null’altro che la giustizia dei vincitori contro i vinti. E’ la giustizia dei traditori e dei mercenari degli USA e del Qatar, contro i ministri e gli alti funzionari dello Stato che hanno solo fatto il loro dovere patriottico, in una situazione di confusione totale, e che i tunisini stanno solo ora iniziando a capirne i pro e i contro. Questo chiarimento era necessario prima di affrontare, caso per caso, le vicende dei primi prigionieri politici della Repubblica islamica, creata da Qatar e Arabia Saudita con la benedizione degli Stati Uniti d’America.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Thatcher aiutò Pol Pot

John Pilger, Global Research, 11 aprile 2013

I media aziendali elogeranno Margaret Thatcher e criticheranno coloro che oseranno approfittare della sua morte per sottolinearne i tanti terribili crimini. Ma tra i suoi tanti crimini ignorati, vi fu il sostegno del suo governo al genocida Pol Pot, guida dei Khmer Rossi, negli anni ’80. Di seguito viene riportato un articolo del giornalista indipendente John Pilger, sul supporto che l’occidente, tra cui la Thatcher, diedero ai Khmer Rossi. E’ stato pubblicato il 17 aprile 2000 sul New Statesman. Visita John Pilger.com per gli altri articoli, vedasi anche l’archivio degli articoli Pilger su Global Research.

A Cambodian woman looks at portraits of
Il 17 aprile sarà l’anniversario dell’ingresso dei Khmer Rossi di Pol Pot a Phnom Penh. Nel calendario del fanatismo, questo fu l’Anno Zero da cui, di conseguenza, due milioni di persone, un quinto della popolazione della Cambogia, dovettero morirne. Per celebrarne l’anniversario, il malvagio Pol Pot verrà ricordato, quasi come un atto rituale per i voyeur della politica oscura e inspiegabile. Per i gestori del potere occidentale, nessuna vera lezione ne sarà tratta, in quanto nessuna connessione verrà fatta tra loro e i loro predecessori, con il compare faustiano Pol Pot. Eppure, senza la complicità dell’occidente, l’Anno Zero non ci sarebbe mai stato, né la minaccia del suo ritorno sarebbe perdurata per tanto tempo.
I documenti declassificati del governo degli Stati Uniti, lasciano pochi dubbi sul fatto che il bombardamento segreto e illegale dell’allora neutrale Cambogia da parte del presidente Richard Nixon e di Henry Kissinger, tra il 1969 e il 1973, abbia causato tanta morte e devastazione, da essere un aiuto fondamentale per la presa del potere di Pol Pot. “Usano i danni causati dagli attacchi dei B-52 quale tema principale della loro propaganda“, riportava il 2 maggio 1973 il direttore delle operazioni della CIA. “Quest’approccio ha portato al riuscito arruolamento di giovani. I residenti dicono che la campagna propagandistica è stata efficace presso i rifugiati delle aree oggetto degli attacchi dei B-52“. Nei bombardamenti, equivalenti a cinque Hiroshima, di una società contadina, Nixon e Kissinger uccisero circa mezzo milione di persone. L’Anno Zero iniziò, in effetti, con il loro bombardamento, catalizzando la nascita di un piccolo gruppo settario, i Khmer Rossi, la cui combinazione di maoismo e medievalismo era senza base popolare.
Dopo due anni e mezzo di potere, i Khmer Rossi furono rovesciati dai vietnamiti nel Natale 1978. Nei mesi e negli anni che seguirono, Stati Uniti, Cina e i loro alleati, in particolare il governo Thatcher, sostennero Pol Pot ora in esilio in Thailandia. Era il nemico del loro nemico: il Vietnam, la cui liberazione della Cambogia non avrebbe mai potuto essere riconosciuta, perché venuta dalla parte sbagliata della guerra fredda. Per gli statunitensi, che ora sostenevano Pechino contro Mosca, era anche un regolamento di conti, dopo la loro umiliazione sui tetti di Saigon. A tal fine, le Nazioni Unite furono abusate dalle potenze. Anche se il governo dei Khmer Rossi (la “Kampuchea democratica”), aveva cessato di esistere nel gennaio 1979, i suoi rappresentanti poterono continuare a occupare il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite. Infatti, gli Stati Uniti, la Cina e la Gran Bretagna insistettero su ciò. Nel frattempo, un embargo sulla Cambogia del Consiglio di sicurezza  aggravò le sofferenze di una nazione traumatizzata, mentre i Khmer Rossi in esilio ebbero quasi tutto quello che volevano. Nel 1981, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, dichiarò: “Ho incoraggiato i cinesi a sostenere Pol Pot.” Gli Stati Uniti, aggiunse, “fecero pubblicamente l’occhiolino” alla Cina, che inviava armi ai Khmer Rossi.
In effetti, gli Stati Uniti stavano finanziando segretamente Pol Pot in esilio dal gennaio 1980. La portata di tale sostegno, 85 milioni di dollari nel 1980-1986, fu rivelata nella corrispondenza di un membro della Commissione Esteri del Senato. Sul confine tra Thailandia e Cambogia, la CIA e altre agenzie d’intelligence istituirono il Gruppo di emergenza per la Kampuchea, che si assicurava che gli aiuti umanitari finissero nei campi profughi nelle enclavi dei Khmer Rossi, oltre il confine. Due operatori umanitari statunitensi, Linda Mason e Roger Brown, in seguito scrissero: “Il governo degli Stati Uniti insisteva a rifornire i Khmer Rossi… gli Stati Uniti preferivano che l’operazione a vantaggio dei Khmer Rossi avesse la credibilità di una operazione di soccorso internazionale”. Sotto la pressione statunitense, il Programma alimentare mondiale consegnò 12 milioni di dollari in cibo all’esercito thailandese per trasferirlo ai Khmer Rossi. “Da 20.000 a 40.000 guerriglieri di Pol Pot ne beneficiarono“, scrisse Richard Holbrooke, l’allora sottosegretario di Stato. Fui testimone di ciò. Viaggiando con un convoglio di 40 camion delle Nazioni Unite, sono arrivato in una base dei Khmer Rossi a Phnom Chat. Il comandante della base era il famigerato Nam Phann, noto agli operatori umanitari come “il macellaio” o l’Himmler di Pol Pot. Dopo che le forniture venivano scaricate letteralmente ai suoi piedi, disse: “La ringrazio molto, ne vogliamo di più“. Nel novembre dello stesso anno, 1980, vi fu un contatto diretto tra la Casa Bianca e i Khmer Rossi, quando il dottor Ray Cline, un ex vice-direttore della CIA, compì una visita segreta in una sede operativa dei Khmer Rossi. Cline era allora consigliere della politica estera per la squadra di transizione del neopresidente Reagan.
Nel 1981, un certo numero di governi era decisamente a disagio verso la farsa del riconoscimento continuo delle Nazioni Unite dell’ex-regime di Pol Pot. Qualcosa doveva essere fatto. L’anno successivo, gli Stati Uniti e la Cina inventarono la coalizione governativa della Kampuchea Democratica, che non era né una coalizione, né democratica, né un governo, né era in Kampuchea (Cambogia). Era quello che la CIA chiama “un’illusione maestra”. Il principe Norodom Sihanouk ne fu posto alla guida, senza cambiare quasi nulla. I due membri “non-comunisti”, i sihanoukisti, guidati dal figlio del principe, Norodom Ranariddh, e il Fronte di Liberazione Nazionale del Popolo Khmer, erano dominati, diplomaticamente e militarmente, dai Khmer Rossi. Uno dei compari di Pol Pot, Thaoun Prasith, dirigeva l’ufficio delle Nazioni Unite a New York. A Bangkok, gli statunitensi fornirono alla “coalizione” piani operativi, uniformi, denaro e intelligence satellitare; le armi provenivano direttamente dalla Cina e dall’occidente, via Singapore. La foglia di fico non-comunista permise al Congresso, stimolato dal fanatico guerriero freddo Stephen Solarz, presidente di una potente commissione, di approvare 24 milioni di dollari in aiuti alla “resistenza”.
Fino al 1989 il ruolo della Gran Bretagna in Cambogia rimase segreto. Le prime notizie apparvero sul Sunday Telegraph, scritte da Simon O’Dwyer-Russell, corrispondente in diplomazia e difesa con stretti contatti professionali e familiari con le SAS. Rivelò che le SAS si occupavano dell’addestramento delle forze guidate da Pol Pot. Poco dopo, Jane Defence Weekly riferì che l’addestramento inglese dei membri “non-comunisti” della “coalizione”, andava avanti “nelle basi segrete in Thailandia da più di quattro anni“. Gli istruttori erano delle SAS, “tutto il personale in servizio militare, tutti veterani del conflitto delle Falkland guidati da un capitano“. L’addestramento dei cambogiani divenne un’operazione esclusivamente britannica dopo che lo scandalo armi-per-ostaggi “Irangate” scoppiò a Washington nel 1986. “Se il Congresso avesse scoperto che gli statunitensi erano coinvolti nell’addestramento clandestino in Indocina, per non parlare di Pol Pot“, una fonte del ministero della Difesa disse a O’Dwyer-Russell, “la palla sarebbe stata subito passata. Fu uno di quei classici accordi Thatcher-Reagan.” Inoltre, Margaret Thatcher si era lasciata sfuggire, per la costernazione del ministero degli Esteri, che “i più ragionevoli tra i Khmer Rossi dovranno avere la loro parte in un futuro governo“.
Nel 1991 ho intervistato un membro dello Squadrone “R” (riserva) delle SAS, che aveva operato sul confine. “Abbiamo addestrato i KR su molto materiale tecnico, molto sulle mine“, ha detto. “Abbiamo usato le mine che provenivano dalla Royal Ordnance in Gran Bretagna, che abbiamo avuto attraverso l’Egitto cambiandone i codici d’identificazione… Gli abbiamo anche addestrati  psicologicamente. In un primo momento volevano solo andare nei villaggi e fare a pezzi la gente.  Gli abbiamo detto come farlo facilmente…” La risposta del Foreign Office fu menzognera. “La Gran Bretagna non fornisce aiuto militare di qualsiasi forma alle fazioni cambogiane“, aveva dichiarato in una risposta parlamentare. L’allora primo ministro, Thatcher, scrisse a Neil Kinnock: “Confermo che non c’è un coinvolgimento di qualsivoglia natura del governo britannico, nell’addestramento o cooperazione con le forze dei Khmer Rossi o dei loro alleati.” Il 25 giugno 1991, dopo due anni di smentite, il governo finalmente ammise che le SAS avevano segretamente addestrato la “resistenza” fin dal 1983. Un rapporto di Asia Watch dettagliava che le SAS avevano insegnato “l’uso di ordigni esplosivi improvvisati, trappole esplosive, la fabbricazione e l’uso di ordigni a tempo“. L’autore del rapporto, Rae McGrath (che ha condiviso un Nobel per la Pace per la campagna internazionale sulle mine antiuomo), scrisse sul Guardian che “l’addestramento delle SAS fu una politica irresponsabile e cinica“.
Quando una “forza di pace” delle Nazioni Unite finalmente arrivò in Cambogia, nel 1992, il patto faustiano non venne svelato. Dichiarata semplicemente “fazione in guerra”, i Khmer Rossi furono accolti a Phnom Penh dai funzionari delle Nazioni Unite, ma non dal popolo. Il politico occidentale che li accreditava al “processo di pace”, Gareth Evans (allora ministro degli Esteri australiano),  invocò un approccio “equilibrato” ai Khmer Rossi, mettendo in discussione il genocidio definendolo “uno specifico ostacolo bloccante”. Khieu Samphan, primo ministro di Pol Pot negli anni del genocidio, accolse il saluto delle truppe delle Nazioni Unite, con il loro comandante, il generale australiano John Sanderson, al suo fianco. Eric Falt, portavoce delle Nazioni Unite in Cambogia, mi disse: “Il processo di pace è volto a consentire [ai Khmer Rossi] di acquisire rispettabilità“. Le conseguenze del coinvolgimento delle Nazioni Unite furono la non ufficiale cessione di almeno un quarto della Cambogia ai Khmer Rossi, (in base alle mappe militari delle Nazioni Unite), la persistenza di una guerra civile a bassa intensità e l’elezione di un governo impossibile, condiviso tra “due primi ministri”: Hun Sen e Norodom Ranariddh. Il governo di Hun Sen in seguito vinse definitivamente una seconda elezione. Spesso autoritario e brutale, ma per gli standard cambogiani straordinariamente stabile, il governo guidato dall’ex dissidente dei Khmer Rossi, Hun Sen, che era fuggito in Vietnam negli anni ’70, da allora ha concluso degli accordi con gli esponenti del periodo di Pol Pot, in particolare con la fazione dissidente di Ieng Sary, pur negando l’immunità giudiziaria agli altri.
Una volta che il governo di Phnom Penh e le Nazioni Unite furono d’accordo sulla forma, un tribunale internazionale per crimini di guerra sembrò costituirsi. Gli statunitensi non vogliono che i cambogiani processino nessuna fazione; la loro comprensibile preoccupazione è che non solo i Khmer Rossi vengano incriminati. L’avvocato cambogiano della difesa di Ta Mok, il leader militare dei Khmer Rossi catturato nel 1999, disse: “Tutti gli stranieri interessati devono essere chiamati alla sbarra, e non ci saranno eccezioni… Madeleine Albright, Margaret Thatcher, Henry Kissinger, Jimmy Carter, Ronald Reagan e George Bush… abbiamo intenzione di invitarli a dire al mondo perché supportavano i Khmer Rossi.” Si tratta di un principio importante, di cui quelli di Washington e Whitehall, che attualmente sostengono tirannie sanguinarie altrove, dovrebbero prendere nota.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Grecia: confermato il piano golpista di Alba dorata; escalation di violenze e conti offshore greci

DarkerNet, 5 aprile 2013

24E4B5CE42132EE1CAA604FEEB71074CRecentemente il partito neonazista Alba dorata ha dichiarato di poter effettuare incursioni su lidi stranieri, creando cellule in Paesi come l’Australia, il Canada, gli Stati Uniti, ecc. Interessante come questo annuncio coincida con la conferma, da parte di un giornalista investigativo greco, che la ‘strategia della tensione’ (per favorire un colpo di Stato o la legge marziale) preannunciata da DarkerNet circa sei settimane fa, sia ora pienamente operativa (vedi sotto per maggiori dettagli). Rileviamo, inoltre, un recente feroce assalto da parte dei membri di Alba dorata nell’isola di Paros. Viene anche fornito un aggiornamento sulle notizie riguardanti una lista di 23.000 conti offshore greci.

Aggiornamento 1: ICIJ rivela i conti segreti offshore di alcuni greci: 2.400 società registrate in paradisi fiscali del Pacifico e del Canale della Manica. 23.000 aziende greche sono state insediate in altri Paesi, tra cui i paradisi fiscali.
Aggiornamento 2: I teppisti di Alba dorata sono stati costretti a lasciare il villaggio di Potamia sull’isola di Taso. Erano venuti per distribuire cibo ai Greci (cioè non agli immigrati). Ma la gente del posto li ha bloccati e Ad è stata costretta ad andarsene. Ad Hania, Creta, antifascisti locali si sono scontrati con i membri di Ad, uno dei quali è stato gettato in mare, nel porto.

A. Confermata la ‘strategia della tensione’ di Alba dorata
Sei settimane fa Darker Net ha pubblicato un articolo sostenendo che Alba dorata, in combutta con la polizia greca, persegue una ‘strategia della tensione’, nella modalità dei terzaposizionisti italiani. A sostegno di ciò, abbiamo riferito dell’arresto di diversi membri di Alba dorata da parte della polizia, dopo che sono stati trovati in possesso di esplosivi e armi (oltre all’avvertimento di un ex-ambasciatore greco su un possibile colpo di Stato). Il presidente greco ha anche trasmesso le sue preoccupazioni su ciò che stava accadendo. Abbiamo compreso che Alba dorata stia tramando per compiere un massacro che verrebbe poi attribuito agli anarchici, in modo da organizzare un colpo di Stato militare, o almeno di far dichiarare la legge marziale. Ieri, Vice ha pubblicato un’intervista a Dimitris Psarras, giornalista investigativo greco, il cui libro, The Black Bible of the Golden Dawn, è una delle indagini più approfondite sul partito. Psarras ha confermato di aver anch’egli capito che la ‘strategia della tensione’, una campagna di terrore pianificata da Alba dorata, sia difatti operativa. Qui citiamo parte dell’intervista:

Vice: Pensi che la Grecia stia cominciando a vedere l’attuazione di una “strategia della tensione”? Alba dorata cerca di manipolare l’opinione pubblica con la paura?
Psarras: Credo che stia già accadendo. L’attuale strategia di Alba dorata è esattamente questa. Ilias Panagiotaros, uno dei deputati di Alba dorata, infatti ha detto, “C’è già una guerra civile“, in un’intervista. Vogliono spingere la controparte a compiere atti di violenza simili, proprio come durante la strategia della tensione in Italia, negli anni ’70.

Vice: Quindi quello che stai dicendo non è che potrebbe accadere, ma che sta sicuramente già accadendo?
Psarras: Sicuramente. Forse non con la stessa intensità delle stragi in Italia negli anni ’70, ma non dimentichiamo che Alba dorata e le origini di Michaloliakos coinvolgono gli italiani. Anche di recente, in realtà, la rivista di Alba dorata, Meandric, che circola solo internamente all’organizzazione, recava un articolo di Pino Rauti, uno dei leader del neo-fascista Ordine Nuovo, il gruppo di estrema destra direttamente coinvolto negli attentati in Italia degli anni ’70.

Vice: Pensi che Alba dorata potrebbe provare altre tattiche, come effettuare attentati da poter far attribuire agli anarchici, per esempio?
Psarras: posso solo ipotizzarlo. Considerando il fatto che non hanno mai tagliato i loro legami con l’idea di uno “Stato profondo” [un presunto gruppo clandestino di militari e civili che attribuisce ai suoi avversari gli omicidi di dissidenti da esso commessi], una considerazione che non escluderei. Ma questo sarebbe lo scenario peggiore.

Nota: Nikos Michaloliakos, il capo di Alba dorata, fu imprigionato per 13 mesi nel 1978 per aver organizzato una serie di attentati ad Atene. In carcere è stato incaricato da Ghiorgos Papadopulos, il colonnello che guidava la giunta militare, di fondare Chrysi Avghi (Alba dorata).

B. Feroce assalto di Ad a Paros
Questa parte è stata tradotta dal quotidiano Ethnos del 22/03/2013. L’obiettivo della vittima, nel raccontare questo fatto, è unire la sua voce a quelle delle persone vittime degli assalti di fascisti, al fine di chiedere la condanna di Alba dorata nei tribunali europei.
Indipendentemente da ciò che i sostenitori di Alba dorata dicono, i singoli membri costituiscono un pericolo pubblico. Minacciano non solo gli immigrati, ma ogni cittadino che voglia esprimersi liberamente e rivendicare i propri diritti. Le autorità ufficiali e i poteri politici hanno dimostrato la loro incapacità nel far fronte a queste violenze fasciste. Spero che vi venga posto fine al più presto, altrimenti molte persone innocenti e pacifiche ne soffriranno. Ovunque Alba dorata sia intervenuta, qualcuno ha pagato con il sangue. Questa barbarie deve finire”. M. Troullou.
L’assalto in questione ha avuto luogo il 28 febbraio 2013. Una delegazione di Alba dorata s’era recata a Paroikia [la capitale dell'isola] per organizzare un evento, e lo stesso giorno era prevista una manifestazione di Iniziativa antifascista. Forti elementi delle forze di polizia, tra cui la polizia antisommossa di Atene, sono stati inviati nell’isola. Poco prima della fine della marcia, la polizia antisommossa ha messo con le ‘spalle al muro’ i manifestanti del corteo, in un vicolo buio di Paros, vicino alla taverna dove la manifestazione di Alba dorata si stava svolgendo. La polizia ha poi caricato e usato gas chimici contro la folla. Subito dietro la polizia antisommossa vi erano individui in abiti civili, indicati dagli astanti come sostenitori di Alba dorata, che lanciavano pietre contro i manifestanti.
Maria Troullou, un’insegnante, si rifugiò in un balcone con il suo compagno Savvas Mavridis, ma non riuscì a sottrarsi da una grosso individuo. Ha spiegato… “L’assalto è stato così crudele e violento. Orrendo, senza alcuna giustificazione. Era come se l’assalitore aveva deliberatamente scelto me tra la folla. Cosa c’è di più minaccioso di una donna antifascista, mi chiedo? Mi ha afferrato per i capelli e sbattuto la testa furiosamente contro il muro. Poi mi ha colpito sulla fronte e io sono caduta esanime, avevo le vertigini. Poi ho sentito la mano del mio partner sul mio braccio. Stava cercando di sollevarmi. Poi ho ricevuto un secondo colpo, dalla stessa direzione dell’aggressore. Qualcosa mi ha colpito sulla parte superiore della testa, qualcosa di duro, come un piede di porco o un bastone. Mi sono piegata di nuovo e sono crollata sentendo il sangue scorrere“. Ha aggiunto… “Il mio compagno è riuscito a tenermi sotto il suo controllo. Abbiamo ricevuto diversi colpi dalla polizia in vari punti, ma anche da parte dell’aggressore. L’unica cosa che potevamo fare era difenderci istintivamente. Siamo stati sempre colpiti da tutti i lati. Il mio compagno ha ricevuto più colpi alla testa, al corpo e al collo. Ha cicatrici sui polpacci per la resistenza che ha esercitato con le gambe per restare aggrappati al balcone. Se il mio compagno non fosse stato lì a proteggermi, rischiando la propria vita, mi sarebbe accaduto il peggio“.
Dopo l’attacco, Maria e Savvas sono stati inviati all’ospedale di Paros. Nel referto medico è stato confermato che quando si sono recati in ospedale, la sera del 28/02/2013, a Savvas è stato diagnosticata la frattura delle ossa frontale e occipitale sinistra del cranio. Le ferite sono state disinfettate e hanno richiesto 17 punti di sutura. Maria ha sofferto mal di testa intenso, dolore al collo e agli occhi, e ha ricevuto quattro punti di sutura sulla testa. Le ferite erano su tutto il corpo della maestra e del compagno; hanno lasciato l’ospedale con 21 punti di sutura in tutto. Una folla si era radunata davanti l’ospedale, per offrire sostegno e chiedere l’intervento della polizia per identificare l’aggressore. La polizia ha aspettato più di un’ora per recarsi in ospedale a raccogliere le testimonianze dei feriti.
Maria ha dichiarato nella sua testimonianza che l’aggressore era uno sconosciuto in abiti civili, con la carnagione chiara e capelli corti, grosso e alto 1,90.  Anche se Maria ha scelto di parlare pubblicamente dell’aggressore, ha deciso di non procedere con una querela nei confronti dello stesso. Una ragione è che, dopo il recente processo di Ilias Kasidiaris, nel quale è stato assolto in un’aula piena di sostenitori di Alba dorata, crede che il suo caso avrebbe avuto la stessa sorte. La seconda ragione è che aveva paura, mentre l’uomo che la picchiava furiosamente, davanti alla polizia, questa non l’ha protetta dall’assalto e né ha arrestato l’aggressore (il che fa pensare che goda dell’immunità). Si crede anche che ci siano molti testimoni disposti a fornire un alibi all’aggressore. Il giorno dopo, venerdì 1 marzo 2013, gli assalti più violenti hanno avuto luogo nel porto di Parikia. In uno di questi assalti, un tedesco che vive stabilmente sull’isola ha cercato di riprendere con la sua macchina fotografica i sostenitori e i parlamentari Giannis Lagos, Ilias Panagiotaros e Nikos Michos di Alba dorata. Secondo la polizia, un certo numero di seguaci, tra cui il deputato N. Michos, si sono rivolti minacciosamente al tedesco e la polizia è stata costretta ad intervenire. La tensione cresceva, fin quando la delegazione di Alba dorata si è imbarcata per tornare ad Atene. Fu in quel giorno che l’aggressore di Maria Troullou è stato riconosciuto quale membro della delegazione di Alba dorata.

Link:
Vice, Gu, In to the Fire

Alba dorata ricorre al terrorismo per diffondere il suo messaggio?
Yiannis Baboulias Vice, 3 aprile 2013

Grecia-Chrysi-Avghi-l-anima-nera-della-crisi_largeLa Grecia ha avuto la sua dose di nazionalisti di estrema destra negli ultimi decenni. Operando sotto marcato pseudonimo, come “patrioti” o “anti-comunisti”, hanno commesso alcuni crimini, come fracassare con una mazza il cranio del leader della di sinistra Grigoris Lambrakis, uccidendolo nel 1963, ma nessuno di loro può davvero competere nella posta dell’idiozia con gli attuali truculenti estremisti di Alba dorata. Se per qualsiasi motivo, non avete sentito parlare di Alba dorata, si tratta del partito neofascista greco il cui leader, Michaloliakos, è stato per qualche tempo in prigione nel 1979 per porto illegale di armi ed esplosivi, e per essere collegato a un gruppo che compì attentati contro due cinema di Atene. Recentemente, i sostenitori del partito sono stati collegati all’omicidio di immigrati per le strade di Atene, a violenze casuali contro immigrati e anarchici e, in più di una occasione, sono stati arrestati per trasporto di armi ed esplosivi. Ma è il caso del dinamitardo di Sparta ad essere ancora più preoccupante. Il 31 agosto dell’anno scorso, una bomba esplose nelle mani di un 38enne di Sparta. Il suo obiettivo non è noto. Il complice dell’attentatore, un 34enne non ancora identificato, fu arrestato ma rilasciato dopo aver testimoniato, nonostante il fatto che più di 60 bombe, fucili da caccia e maschere fossero stati ritrovati dalla polizia in casa sua. Da allora, nessuna ulteriore informazione è stata rilasciata ed i media greci hanno insabbiato la storia.
Notizie da Sparta identificano sia il morto che il suo complice come membri di Alba dorata, suggerendo che l’estrema destra greca passi al terrorismo per diffondere il proprio messaggio. Al fine di comprendere la reale possibilità di ulteriore terrorismo politico in Grecia, ho parlato con Dimitris Psarras, un giornalista investigativo il cui libro La Bibbia nera di Alba dorata, è una delle indagini più approfondite sul partito.

Vice: Il caso del dinamitardo di Sparta non è progredito per nulla, e sembra esser stato insabbiato dai media mainstream. Quanto ne sai tu?
Psarras Dimitris: Non so nulla di più. Si tratta di un caso molto strano e abbiamo cercato di fare pressione per aver alcune risposte sulla vicenda, ma niente è venuto fuori.

Vice: Perché è bloccato?
Psarras: E’ il procedimento istruttorio. Le autorità non hanno alcun obbligo di rilasciare dettagli alla stampa prima del processo, ma in questo caso sono stati molto riservati. Inoltre, la gestione del caso non ha alcuna somiglianza con altri casi di terrorismo, quando abbiamo avuto nomi e foto fin da subito. In questo caso, non abbiamo visto niente del genere.

Vice: Pensi che la Grecia stia cominciando a vedere l’attuazione di una “strategia della tensione”? Alba dorata cerca di manipolare l’opinione pubblica con la paura?
Psarras: Credo che stia già accadendo. L’attuale strategia di Alba dorata è esattamente questa. Ilias Panagiotaros, uno dei deputati di Alba dorata, infatti ha detto, “C’è già una guerra civile“, in un’intervista. Vogliono spingere la controparte a compiere atti di violenza simili, proprio come durante la strategia della tensione in Italia, negli anni ’70.

Vice: Quindi quello che stai dicendo non è che potrebbe accadere, ma che sta sicuramente già accadendo?
Psarras: Sicuramente. Forse non con la stessa intensità delle stragi in Italia negli anni ’70, ma non dimentichiamo che Alba dorata e le origini di Michaloliakos coinvolgono gli italiani. Anche di recente, in realtà, la rivista di Alba dorata, Meandric, che circola solo internamente all’organizzazione, recava un articolo di Pino Rauti, uno dei leader del neo-fascista Ordine Nuovo, il gruppo di estrema destra direttamente coinvolto negli attentati in Italia degli anni ’70.

Vice: Pensi che Alba dorata potrebbe provare altre tattiche, come effettuare attentati da poter far attribuire agli anarchici, per esempio?
Psarras: posso solo ipotizzarlo. Considerando il fatto che non hanno mai tagliato i loro legami con l’idea di uno “Stato profondo” [un presunto gruppo clandestino di militari e civili che attribuisce ai suoi avversari gli omicidi di dissidenti da esso commessi], una considerazione che non escluderei. Ma questo sarebbe lo scenario peggiore.

Un paio di giorni dopo l’intervista a Psarras, una storia dalla città greca di Volos è balzata agli onori della cronaca. Durante i negoziati per il “salvataggio” dei ciprioti, un edificio della Banca di Cipro è stato bombardato, la polizia ha fermato due sospetti e, sorpresa, sorpresa, hanno trovato pistole, coltelli, mazze e arnesi di Alba dorata nelle loro case. Incredibilmente, Alba dorata ha affermato di non saperne nulla, così come presumibilmente non sa nulla dell’attentatore di Sparta e del suo complice. Ma le diventa sempre più difficile nascondersi dietro il paravento pubblico di amica della democrazia, mentre un’imminente potenziale di violenze si profila sempre più sullo sfondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I giochi da grande potenza del Qatar

Pjotr Lvov, New Eastern Outlook (testo rivisto da Oriental Review), 30 marzo 2013
Hamad+bin+Khalifa+al+Thani+President+Obama+uHhLc2S2EDolIl recente vertice della Lega araba, che ha deciso illegalmente di fornire aiuti militari all’opposizione siriana su pressione di Doha, ha dimostrato ancora una volta che c’è un nuovo equilibrio di potere nel mondo arabo, in cui Paesi tradizionalmente forti come Egitto, Algeria e Iraq si sono di nuovo dimostrati impotenti contro il ricco nano Qatar. L’emirato ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere ciò che voleva, compreso il ricatto finanziario. Perfino l’Arabia Saudita ha mostrato meno perseveranza del Qatar. Doha è ovviamente estremamente delusa dalle possibilità di sopravvivenza del legittimo governo della Siria, che resiste da più di due anni nonostante l’attiva pressione estera volta a rimuovere dal potere il regime di Assad e l’assistenza militare straniera fornita all’opposizione armata siriana, che Doha ha generosamente finanziato. Il Qatar ha già speso così tanti soldi che ha sospeso una serie di progetti di sviluppo interno, e gli investimenti stranieri nel Paese si sono notevolmente contratti. Ad esempio, l’emiro non ha mantenuto le promesse di partecipare a diversi importanti progetti russi che aveva fatto durante la sua visita del novembre 2010 a Mosca. La questione si pone, ciò perché è il denaro che manca, o è il Qatar che si vendica sulla Russia per la sua posizione sulla Siria? La ragione principale, naturalmente, è quest’ultima. Dopo tutto, nel novembre 2011 l’ambasciatore russo fu aggredito all’aeroporto di Doha, nel tentativo di prendergli la valigia diplomatica perché si era inimicato i wahhabiti locali, difendendo troppo energicamente la posizione del suo Paese sui media locali.
L’obiettivo del Qatar è chiaro: cercare di porre fine al regime siriano bloccando un progetto di gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti, e quindi diretto ai consumatori europei. Avrebbe contribuito a realizzare l’obiettivo strategico, cacciare la Russia dai mercati tradizionali del gas naturale nell’Europa sud-orientale, così come della Turchia. E Doha non opera solo su propria iniziativa, la pressione degli Stati Uniti la  sopporta. Dopo tutto, l’emirato non può essere considerato uno Stato nel senso classico. In realtà è un grande giacimento di gas naturale dominato dalla statunitense Exxon Mobil e dalla più grande base dell’US Air Force in Medio Oriente, che ha quasi 5000 militari statunitensi, vale a dire quasi la metà delle Forze Armate del Qatar. Quanta autonomia ha in realtà il Qatar? Inoltre, l’emiro e la sua famiglia sono agganciati a Washington. Dopo tutto, l’emirato veniva precedentemente indicato come uno Stato sponsor del terrorismo, e venne tolto dalla lista perché ha permesso che il suo territorio venisse utilizzato nella guerra contro l’Iraq. Ma molti membri della famiglia dell’emiro sostengono  apertamente i terroristi che hanno compiuto gli attentati di New York e Washington l’11 settembre 2001. Infatti, la legittimità dello stesso emiro è messa in discussione da quasi la metà dei membri della famiglia al-Thani. Dopo tutto, ha detronizzato il padre nel 1995, inducendo il fratello e alcuni parenti a lasciare il Paese in segno di protesta e a vivere in esilio fino a oggi.
Non dobbiamo dimenticare che il Qatar è stato uno dei principali sponsor della guerra in Cecenia, finanziando generosamente mercenari arabi e ribelli ceceni. Quando la ribellione in Cecenia è stata spenta, non è un caso che Zelimkhan Janderbiev, il “presidente” d’Ichkeria, avesse ottenuto rifugio nell’emirato, insieme a più di 800 suoi sostenitori. Oggi, diversi fondi di beneficenza islamici del Qatar finanziano generosamente terroristi in tutto il mondo, dall’Africa alle Filippine, per non parlare del mondo arabo. Inoltre, lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, il portavoce principale dei Fratelli musulmani e presidente dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, trasmette da Doha.  Non ho bisogno nemmeno di parlare di al-Jazeera, dato il suo netto ruolo in tutte le “rivoluzioni arabe”.
Il problema è un altro, come è possibile che questo nano che ha una popolazione di meno di 300.000 abitanti e dà lavoro a 1,5 milioni di stranieri, riesce a imporre la propria volontà agli arabi?  Certamente non a causa di un qualche talento speciale posseduto dal suo Primo ministro e ministro degli Esteri, Hamad bin Jassim, che 20 anni fa era un impiegato di basso livello, in qualche ministero secondario, e che non ha neanche una laurea. È meglio conosciuto per l’affarismo cui si dedica utilizzando il fondo sovrano dell’emirato, che come diplomatico mondiale. La risposta sembra essere semplice. Le risorse finanziarie di Doha le permettono di manipolare la situazione in Egitto e Libia, dove le sue spese li hanno resi finanziariamente dipendenti dal Qatar. Ma l’Algeria e l’Iraq non vogliono affrontare l’emirato per paura che inizi a finanziare i salafiti locali, presenti in gran numero in questi due Paesi. Tanto più che il Qatar ha in realtà già iniziato una guerra in Iraq arruolando dei sunniti, tra cui ex baathisti, contro il governo della maggioranza sciita guidato da Maliki.
Tuttavia, sarebbe l’inizio della fine per il Qatar se il governo legittimo della Siria riuscisse comunque a mantenere il potere. Se l’opposizione armata siriana viene sconfitta, sarebbe un boomerang su Doha, impreparata alla sconfitta. La più grande paura dell’emirato è che la Siria costituirebbe un precedente della sconfitta dei “rivoluzionari islamici”. Doha dovrebbe quindi rispondere a tutto il mondo arabo radicale conservatore, tra cui l’Arabia Saudita, che in poche ore potrebbe rimuovere dal trono l’attuale emiro. Ora che il Qatar ha preso la bandiera della “rivoluzione”, deve andare fino in fondo, fino alla vittoria o alla fine. Nessuno ha bisogno di un Qatar perdente, nemmeno gli statunitensi. Questo è il destino che attende ogni piccolo Stato artificialmente creato sul petrolio e il gas, che vive secondo i precetti dell’Islam del secolo 17.mo, ma che pretende la democrazia negli altri Paesi arabi, la cui storia e civiltà hanno migliaia di anni, non decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Libro – QATAR: L’assolutismo del XXI.mo Secolo

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 361 follower