Il Venezuela cede all’Iran i suoi caccia F-16

F-16036Alla fine degli anni ’70, l’Iran imperiale di Riza Palivi aveva ordinato 160 cacciabombardieri General Dynamics (oggi Lockheed) F-16A Fighting Falcon. Tuttavia, con la caduta dello Shah, nel 1979, l’ordine venne annullato e gli aeromobili non furono mai consegnati, anche se alcune attrezzature per la loro manutenzione erano già giunte in Iran.
Nell’agosto 2012, almeno due F-16 sarebbero stati avvistati nella base aerea di Mehrabad, presso Teheran. Infatti, secondo alcuni fonti, un Fighting Falcon sarebbe operativo dalla base iraniana, mentre un altro sarebbe stato sottoposto a un processo di reverse engineering e poi forse inviato in Pakistan. Il quotidiano spagnolo ABC aveva anche riportato che almeno un F-16A Block 15 dei 24 acquistati dal Venezuela, nel 1983, era stato inviato in Iran nell’agosto 2006, nell’ambito della cooperazione militare tra Iran e Venezuela, che vede anche l’impiego di due droni iraniani Mohajir (ribattezzati Sant’Arpia) da parte delle forze armate venezuelane. Infatti, nell’agosto 2006 il Maggior-Generale Roger Lara Lamb e il Tenente-Colonnello Luis Reyes Reyes avviarono e gestirono l’operazione per la consegna all’Iran di quel primo cacciabombardiere F-16A.
In seguito, nell’agosto 2009, il Presidente della Compañia Anomina Venezolana de Industrias Militares (CAVIM), Generale Eduardo Richani Aref si recò a Teheran, dove affermò che “i venezuelani si sono impegnati ad accelerare la fattibilità degli studi presentati dall’AIO [Aviation Industries Organization] iraniana riguardo al caccia F-16“, Il viceministro per la logistica del ministero della Difesa iraniana, Generale Mohammad Mohammad Lou Beig, siglò il documento che comprendeva anche altri accordi di cooperazione, come la vendita dei droni Mohajir.
Sempre secondo il quotidiano spagnolo ABC, un F-16B biposto, di stanza nella base aerea di Maracay, sarebbe stato smontato, imballato in grandi contenitori di legno sigillati e privi di contrassegni, e quindi caricati nella base aerea el Libertador, su un Boeing KC-707 dell’Aeronautica Militare venezuelana. Il volo avrebbe fatto scalo in Brasile (Recife) e in Algeria prima di giungere a Teheran. Dei piloti e tecnici venezuelani sarebbero stati inviati per rimontare il velivolo e addestrare gli iraniani presso la base di Mehrabad, in Iran.
La notizia era stata divulgata da ABC in concomitanza con la visita del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in Venezuela. Ahmadinejad aveva detto che l’Iran sosterrà sempre il Venezuela di Chavez: “Apprezziamo la vostra opposizione all’imperialismo”, e Chavez avrebbe risposto che “siamo consapevoli delle minacce alla sovranità e all’indipendenza iraniane. Potete contare sul nostro sostegno. Sosterrò Ahmadinejad in tutte le circostanze, dato che i nostri legami con l’Iran sono una questione sacra per noi.”
Già nel maggio 2006, il Generale Alberto Muller, consigliere di Chavez, aveva dichiarato all’Associated Press che valeva la pena prendere in considerazione “la possibilità di una trattativa con l’Iran per la vendita di quegli aerei“, e di aver raccomandato al ministro della Difesa che il Venezuela considerasse la possibilità di vendere gli F-16 a un altro paese, come Russia, Cina, Cuba o Iran, in risposta al bando degli Stati Uniti sulle vendite di armamenti all’amministrazione del Presidente Hugo Chavez. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti, reagiva avvertendo che Washington avrebbe dovuto firmare ogni vendita di F-16, cosa che il portavoce Sean McCormack suggeriva essere assai improbabile. “Senza il consenso scritto degli Stati Uniti, non è possibile trasferire articoli per la difesa, e in questo caso gli F-16, a un paese terzo“. Ma il Generale Muller ribadiva: “La raccomandazione che faccio al ministro, e che farò al Presidente al momento opportuno, è che gli F-16 siano venduti a Paesi terzi, poiché gli USA, non conformandosi alla loro parte dell’accordo (ovvero inviare i pezzi di ricambio e permettere così la manutenzione degli F-16A), ci liberano da qualsiasi obbligo a rispettare la nostra parte.”
Dei 24 F-16 acquistati nel 1983, solo dodici-sedici restano operativi, mentre gli altri vengono conservati per mancanza di pezzi di ricambio. Il governo di Caracas comunque aveva annunciato l’intenzione di vendere o cederli a Paesi terzi, anche senza il permesso degli Stati Uniti. L’F-16 verrebbe valutato dall’Iran per testare i propri sistemi difesa aerea, in previsione di un possibile attacco aereo israeliano o statunitense al programma nucleare iraniano, dove verrebbe impiegato il cacciabombardiere F-16I Sufa (Block 52).
Dopo la visita a Teheran nel 2009 dei vertici militari venezuelani, quando si sarebbe deciso l’invio di ulteriori cacciabombardieri F-16A, almeno altri tre velivoli si troverebbero oggi in Iran. Ely Harmon, ricercatore israeliano presso l’Istituto Internazionale per il Controterrorismo, ha affermato che “Questo aereo è molto utile per l’Aeronautica dell’Iran, perché può così addestrare i propri piloti alle tattiche degli avversari, dimostrando anche la profonda relazione tra l’Iran e il Venezuela. Una partnership che potrebbe anche manifestarsi in una rappresaglia contro coloro che attaccassero gli impianti nucleari iraniani.”

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Venezuela Threatens to Sell F-16 Fleet to Iran, Associated Press, 16 maggio 2006
Inter-american Security Watch 22 giugno 2012
The Aviationist 20 agosto 2012

A cura di Alessandro Lattanzio

La Russia affronta una nuova minaccia missilistica

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation, 14/11/2012


E’ noto a tutti che il centro della spesa militare e della potenza militare globale si sposta verso l’Asia. L’Asia come perno degli Stati Uniti rischia di esacerbare la tendenza. Le potenze asiatiche iniziano a trasformare la crescita economica post-guerra fredda in potenza militare, producendo organizzazioni militari sempre più moderne ed efficienti. La maggior parte dei nuovi investimenti riguarda le capacità aero-navali; si tratta duìi un fenomeno universale. I fornitori di tecnologia della difesa più sofisticata iniziano a provenire dalla regione. Il Giappone, naturalmente, rimane costituzionalmente impegnato all’1% della spesa, ma è una quantità enorme tenendo conto dell’ampiezza dell’economia giapponese. Mentre appaiono nuove tecnologie innovative, sembra che non siano limitate dai confini della regione, ma abbiano un’influenza globale portando ad una svolta rivoluzionaria nella guerra contemporanea.
Il Giappone ha in programma “di sviluppare un drone che sarà dotato di missili a testata ad infrarossi per missioni a bassa quota, che potrebbero individuare un attacco missilistico nucleare nordcoreano e contrastare l’avanzata militare della Cina”, affermava il 4 novembre un rapporto del ministero della difesa giapponese. Secondo lo Yomiuri Shimbun, il ministero ha chiesto 3.000.000.000 di yen (372 milioni di dollari) per i prossimi quattro anni, per sviluppare il velivolo che entrerà in servizio nel 2020. Una parte di questo importo dovrebbe essere assegnato al progetto di bilancio da votare il prossimo dicembre. Taiwan e Corea del Sud stanno già guardando con interesse a tale processo. Essendo un alleato strategico degli Stati Uniti e con uno speciale accordo di cooperazione nella tecnologia della difesa missilistica, il Giappone avrà pieno accesso a tutto ciò che si studia negli Stati Uniti. Ciò significa che c’è da aspettarsi presto l’avvento di una nuova componente per la distruzione dei missili intercontinentali balistici (ICBM) russi. Ora la divergenza tra gli Stati Uniti (e alleati) e la Russia sulla questione sta diventando molto più complicata di quanto non lo sia stata finora…

Nuovi sistemi d’arma
Nell’aprile di quest’anno la Corea del Nord ha lanciato quello che ha affermato essere un missile balistico. I radar di terra e i cacciatorpediniere Aegis del Giappone, supportati dai satelliti di sorveglianza dagli Stati Uniti, non sono riusciti a rintracciarlo. Si temeva che le capacità di monitoraggio del Giappone fossero insufficienti. La vera ragione era che l’oggetto non era mai andato abbastanza in alto da essere rilevato. Sempre a Tokyo ci si ricordò del problema della capacità di rilevare oggetti a bassa quota, nonché della fase iniziale del lancio di un missile. La risposta del governo giapponese fu iniziare un costoso programma per sviluppare velivoli non pilotati dotati di sensori a infrarossi ultrasensibili per monitorare i lanci di missili balistici (e possibilmente da crociera) e altri oggetti a bassa quota. Non se ne sa ancora nulla, sebbene brevi articoli siano apparsi sui media all’inizio del novembre 2012. Secondo fonti giapponesi, per lo più anonime, un prototipo di UAV, che sarebbe in grado di operare ad una quota di circa 13.500 metri, sarà presentato entro l’anno fiscale successivo ed entrerà in servizio nel 2020. Vorrei notare che è esattamente la tempistica annunciata dalla NATO per la Phased Adaptive Approach, entro cui si prevede che l’Aegis raggiungerà la sua piena capacità operativa intercontinentale. La cosa di primaria importanza è che il sistema rileverà i lanci in tempi più ridotti rispetto agli attuali radar terrestri.
Il nuovo sistema d’arma avrebbe la capacità di intercettare i missili balistici al primo stadio, o almeno di aggiungere una serie di punti nella “catena di eliminazione” con cui un missile balistico può essere abbattuto dal Giappone. Resta da vedere se il drone giapponese avrà abbastanza autonomia e se sarà dotato di missili aria-aria come, per esempio, i moderni AIM-120 AMRAAM con un secondo stadio a propellente liquido, che opererebbero come missili intercettori aerolanciati e rileverebbero i movimenti di oggetti a bassa quota sulle acque viciniori al Giappone. Poiché i piloti non sono necessari per guidare i droni, i velivoli dovrebbero essere in grado di pattugliare i cieli per 22 ore consecutive. Il ministero giapponese prevede di avere il progetto di un prototipo di UAV pronto entro il prossimo anno fiscale. Una volta completato, sarà sottoposto ai test di resistenza e altri. L’UAV sarà in grado di inseguire i missili dal loro lancio, operazione difficile per i satelliti. Anche se un missile non completa il lancio, l’UAV sarà in grado di rilevarlo. Il ministero si aspetta che l’UAV svolga altri compiti. Tra cui la sorveglianza marittima, come ad esempio controllare i movimenti della Marina cinese nel Mar Cinese Orientale, e la raccolta di informazioni sulle aree contaminate dalle sostanze radioattive fuoriuscite dal danneggiato reattore n° 1 della centrale nucleare di Fukushima della Tokyo Electric Power Co.
Non è necessario essere un esperto militare per sapere che rilevare un oggetto durante il suo decollo, offre notevoli vantaggi. Il missile non manovra e presenta una firma agli infrarossi molto elevata. È più lento nell’ascesa rispetto alla fase di rientro, rendendo l’intercettazione cinetica più facile da realizzare. Questo è uno dei motivi che suscitano i timori della Russia riguardo la difesa missilistica europea della NATO. Inoltre, un aeromobile da sorveglianza aerea situato in prossimità del sito di lancio, ovvierebbe al tempo e all’alta energia necessaria per intercettare un oggetto in volo da parte degli atuali intercettori basati a terra o in mare. Renderà le intercettazioni più economiche e veloci. Una cosa molto importante del sistema è che distruggere un missile balistico in quella fase significa che la sua distruzione si verificherà sul territorio nemico, piuttosto che altrove, per esempio in Giappone o nei cieli degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno dei propri progetti.
La Missile Defense Agency (MDA) ha testato “un sensore aeroportato” per velivoli senza pilota, come il General Atomics MQ-9 Reaper. Il direttore della MDA, Ten.-Gen. Patrick O’Reilly ha detto che il test di rilevazione di lanci di missili a una distanza di oltre 965 km ha avuto successo. La gamma delle opzioni per una intercettazione riuscita dipenderà dall’aggiornamento dei piccoli e leggeri missili trasportati dagli UAV, come da una velocità significativa necessaria per intercettare i missili balistici, soprattutto da grandi distanze. Gli ostacoli tecnologici per identificare e inseguire i lanci di missili sarebbero notevolmente ridotti se  dei satelliti ‘panoramici’ vi venissero coinvolti. Un nuovo concetto allo studio permetterebbe di distruggere i missili balistici di teatro subito dopo il lancio, quando sono ancora dei bersagli lenti e luminosi. Non c’è dubbio che si inizia proprio con la gittata di teatro per poi raggiungere la capacità intercontinentale. Inoltre, i progettisti di missili sono stati incoraggiati a lavorare su dei booster più potenti e a riprogettare missili abbastanza piccoli e leggeri da poter essere trasportati internamente ai velivoli. Devono essere abbastanza veloci, almeno 5 km al secondo, per impegnare i pesanti missili balistici durante il loro lancio e salita da distanze di 563 km o più. Questo è esattamente la velocità per poter avere la capacità parziale per distruggere un ICBM. Maggiore è la gittata, più veloce e più pesante deve essere l’intercettore. Gli esperti affermano che i sensori possono vedere la scia di lancio di un missile a una distanza di circa 560 km, da 19.800 metri di quota.
Alla fine di questo ottobre la società della difesa statunitense Boeing ha condotto un primo riuscito test di un drone denominato Counter-electronics High-powered Advanced Missile Project (CHAMP) (Progetto missilistico avanzato ad alta potenza per contromisure) in grado di emettere un  potente impulso a microonde, bruciando ogni componente elettronico sulla sua traiettoria, dai personal computer alle macchine fotografiche ad avanzati attrezzature ospedaliere e computer di controllo del volo. CHAMP si è avvicinato al suo primo obiettivo e ha sparato una raffica di microonde ad alta energia contro un edificio di due piani costruito sul campo di prova. All’interno   personal computer e sistemi elettrici erano stati attivati per valutare gli effetti delle potenti onde radio. CHAMP aveva eliminato con successo i sistemi informatici ed elettrici nell’edificio puntato. Anche le telecamere presenti per registrare il test sono state disattivare, senza danni collaterali. “Questa tecnologia segna una nuova era della guerra moderna”, ha detto Keith Coleman, il responsabile del programma CHAMP per la Boeing Phantom Works. “Nel prossimo futuro, questa tecnologia potrà essere utilizzata per rendere i sistemi elettronici e digitali inutili prima ancora che le prime truppe o aeromobili del nemico arrivino”. Questi droni sono stati propagandati come armi non letali, con lo scopo di fare fuori gli ‘impianti elettrici’ del nemico, come sistemi di puntamento o forse i database dell’intelligence. Ma non è mai stato detto che il test abbia dimostrato la capacità di disattivare i sistemi di comando e controllo dei siti degli ICBM. Non si hanno notizie su un sito per missile intercontinentale a cui è stato messo fuori uso il sistema di controllo; il sogno dei pianificatori militari. Oltre ai missili, spegnere un sistema informatico potrebbe portare a ulteriori perdite umane, a lungo termine, nel caso si distruggesse un sistema idrico o una diga controllati da computer.
La distruzione di un missile balistico durante la sua fase di lancio è quasi un compito arduo data la sua posizione in territorio nemico, ma è ancora più difficile nel caso in cui lo spazio aereo nemico sia coperto da forti sistemi di difesa. Tuttavia, i velivoli aerei senza pilota a bassa firma possono  penetrare inosservati in territorio nemico e volare più in prossimità di un sito di lancio degli aerei convenzionali, aumentando notevolmente le possibilità dell’intercettazione.

Russia
Subito dopo l’elezione del presidente degli Stati Uniti, Putin ha inviato ad Obama le sue congratulazioni esprimendo la speranza che le relazioni bilaterali migliorino, invitando il neo-eletto presidente a visitare la Russia l’anno prossimo. Come è noto, la polemica sul programma dello scudo missilistico crea tensione fra Stati Uniti e Russia. Mosca ha respinto le assicurazioni di Washington secondo cui lo scudo è destinato a contrastare potenziali minacce missilistiche dall’Iran e ha espresso la preoccupazione che il sistema possa minacciare il deterrente nucleare russo. A  marzo Obama, senza sapere che stava parlando con un microfono aperto, aveva detto a Dmitrij Medvedev, l’allora presidente della Russia, che avrebbe avuto maggiore flessibilità sulla questione dopo le elezioni di novembre. L’8 novembre, subito dopo la rielezione del signor Obama, il viceprimo ministro della Russia, Dmitrij Rogozin, sembrava cercasse di ricordare a Obama la sua promessa di una conferenza internazionale a Mosca. Ha detto che Mosca spera che il presidente degli Stati Uniti ascolti le preoccupazioni della Russia sulla difesa missilistica della NATO in Europa. Parlando con RIA-Novosti il 12 novembre ha detto, “la Russia reagirà in maniera più decisa a ogni nave statunitense dotata del sistema di combattimento Aegis che tenti di navigare presso le sue coste”.
Quanto a Rogozin, la difesa antimissile degli Stati Uniti destabilizza le relazioni Russia-Stati Uniti in questo momento. Commentando la vittoria di Obama, il Viceministro degli esteri Sergei Rjabkov ha detto che Mosca è ancora intenzionata a collaborare con i paesi della NATO, se le circostanze lo permettono; tuttavia continuerà a spingere per avere solide garanzie da Washington. I colloqui Russia-USA per la riduzione degli armamenti non andranno avanti fino a quando le due parti risolveranno la spinosa questione della difesa missilistica. La questione comprende anche le componenti dello scudo della difesa missilistica in Europa e in altre regioni, ha aggiunto Rjabkov. La Russia pretende garanzie giuridicamente vincolanti che il sistema di difesa missilistico non sia rivolto contro la Russia, e non accetterà alcuna assicurazione verbale in alternativa. Il piano di Mosca di ridurre le scorte nucleari dipende da tutti i fattori più rilevanti che influenzano la sua ‘stabilità strategica’, compresi i piani di alcuni partner occidentali per schierare la progettata difesa antimissile in Europa, ha detto.
Resta da vedere come la tecnologia creata da Stati Uniti, Giappone e altri alleati degli statunitensi che partecipano al progetto dello scudo missilistico influenzerà il processo. Ma non c’è dubbio che la realizzazione di nuovi elementi della difesa missilistica difficilmente migliorerà le relazioni bilaterali e, senza dubbio, provocherà delle misure di ritorsione da parte della Russia.

La ripubblicazione è gradito con alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Lezione georgiana per la Libia

Anton Lavrov Centre for Analysis of Strategies and Technologies (CAST) – Russia, Mosca

Gli eventi in Libia, in cui la NATO s’è fatta coinvolgere all’inizio del 2011, ricordano un altro recente conflitto, la guerra dei cinque giorni tra Russia e Georgia nell’agosto 2008. Lasciando da parte le complesse questioni legali, sembra che la Russia e gli alleati della NATO abbiano dovuto affrontare compiti simili, in questi due conflitti. Ma i loro approcci sono stati molto diversi – così come i risultati.
Il parallelismo più evidente può essere tracciato tra gli eventi nella capitale dell’Ossezia del Sud Tskhinvali e la città di Misurata, in Libia. Entrambe queste città controllate dai ribelli sono stati assediate dalle forze “governative” che hanno usato l’artiglieria, i lancirazzi, i mezzi pesanti e l’aviazione. Misurata è collegata al mondo esterno da un singolo porto vulnerabile, Tskhinvali da un tunnel e una stretta strada di montagna. Bombardamenti e scontri per le strade hanno causato  molte vittime tra i civili, costringendo migliaia di persone a fuggire, innescando una crisi umanitaria. In Libia, come in Georgia, c’era anche un separato teatro dei combattimenti, che non attirano molta attenzione. In Libia vi è una grande zona controllata dai ribelli, da Aghedabia a Tobruk, con una concentrazione molto maggiore di forze ribelli che a Misurata. In Georgia, quella zona era l’Abkhazia.
I separatisti in Abkhazia e Ossezia avevano ricevuto sostegno militare da forze esterne estremamente potenti, proprio come i ribelli libici. Ma il rapido successo raggiunto dalle truppe russe in Georgia, è in netto contrasto con l’operazione lunga in cui si dibatte la NATO in Libia.
La differenza più grande è che la Russia non si è limitata a proteggere i civili a Tskhinvali (la maggior parte dei quali avevano il passaporto russo) con l’aiuto di raid aerei ed operazioni segrete. La vulnerabilità di Tskhinvali, in caso di un attacco georgiano, era ben nota da tempo. Il governo russo aveva preso in considerazione varie opzioni per venire in aiuto della città. Dopo aver studiato l’equilibrio delle forze e la situazione sul terreno, parecchi anni prima degli eventi dell’agosto 2008, Mosca aveva concluso che avrebbe inevitabilmente autorizzato un intervento militare diretto, se l’esercito georgiano attaccava la capitale dell’Ossezia del sud. Ciò era visto come l’unico modo per proteggere la città dalle forze più numerose e molto meglio addestrate ed equipaggiate del governo georgiano.
Grazie al rapido dispiegamento di più di 20.000 truppe di terra russe, nell’agosto 2008, la fase militare del conflitto tra la Georgia e le sue regioni separatiste finì in meno di cinque giorni. L’esercito georgiano, che aveva dimensioni superiore a quello che il governo libico ha ora, è stato costretto a ritirarsi e a por fine al bombardamento dell’Ossezia del sud. Meno di 500 persone sono state uccise durante il conflitto, e la maggior parte dei 150.000 civili di entrambe le parti, che erano fuggiti dai combattimenti, sono stati in grado di tornare nelle loro case molto presto.
Anche dal conto esagerato della Georgia, i danni alle infrastrutture del paese non ha superato il miliardo di dollari. I porti marittimi e la strategica pipeline usata da BP, Baku-Tbilisi-Ceyhan, ripresero a funzionare meno di un mese dopo la fine dei combattimenti.
L’operazione militare, che il governo russo aveva descritto come “costringere la Georgia alla pace“, aveva raggiunto il suo scopo. La decisione della Russia di entrare in guerra, e poi di riconoscere i territori separatisti, firmare patti di difesa con loro e stanziare grande numero di truppe, ha inviato un segnale molto chiaro alla Georgia, che ulteriori tentativi di risolvere il suo problema separatista attraverso l’uso della forza armata, sarebbe stato inutile.
Di conseguenza, il governo nazionalista del presidente Saakashvili ha dovuto concentrare le sue energie sullo sviluppo pacifico del proprio paese. La Georgia ha tagliato i suoi programmi di riarmo e ha ridotto drasticamente le spese militari. Il bilancio 2011 del Ministero della Difesa georgiano si è ridotto di due terzi, rispetto al suo picco nel 2008. Gli scontri a fuoco lungo il confine tra Georgia e Ossezia del Sud, che erano comuni fino all’agosto 2008, hanno smesso, non causano più vittime tra i civili. Gli osservatori internazionali sono stati ammessi nella zona del conflitto. La stabilizzazione ha spianato la strada a un grande programma di sminamento che coinvolge organizzazioni internazionali. Il conflitto è stato effettivamente congelato, il che significa che vi è ora la speranza di una soluzione politica, ad un certo punto in futuro.
A differenza delle operazioni russe in Georgia, la coalizione occidentale internazionale non ha destinato neanche una operazione limitata a terra, da quando ha deciso di intervenire nella guerra civile in Libia. Il piano è sempre stato quello di limitare l’intervento agli attacchi aerei e al blocco delle coste libiche.
La coalizione occidentale prevede che l’operazione aerea, condotta dalle forze aeree più capaci del mondo, sarebbe sufficiente a distruggere le truppe del colonnello Gheddafi, in tempi piuttosto brevi, e forse ad innescare anche il crollo del regime.
Ma i risultati finora conseguiti dalla coalizione occidentale in Libia, sono paragonabili ai risultati conseguiti in Georgia dai raid aerei russi, che sono stato spesso criticati come “inefficaci“. In Libia come in Georgia, gli attacchi aerei hanno danneggiato le infrastrutture militari e limitato il movimento delle truppe governative. Hanno inoltre inflitto alcune vittime e distrutto blindati, artiglieria e camion. Ma né in Georgia né in Libia sono riusciti a porre fine al bombardamento delle città ribelli o a interrompere i combattimenti nelle strade. In entrambi i paesi, i raid aerei hanno causato vittime civili, anche se la coalizione occidentale ha fatto di tutto per evitarle, utilizzando solo armi ad alta precisione. Tali danni collaterali sono inevitabili per tutto il tempo sarà protratta la continua campagna dei bombardamenti.
Anche le forze aeree della NATO hanno trovato difficoltà a neutralizzare i mobili e potenti sistemi dei lanciarazzi multipli (MLR). Oltre un mese dopo l’inizo dell’operazione aerea, e dopo migliaia di sortite contro le forze di Gheddafi, le città ribelli non sono ancora al sicuro dai bombardamenti. Non vi è alcun dubbio che la più debole e meno tecnologicamente avanzata aviazione russa non avrebbe affrontato questo compito così, la Russia aveva scelto di limitarsi a una campagna aerea in Ossezia del Sud.
Israele affrontò un problema simile nel 2006, quando Hezbollah ha utilizzato, dal territorio libanese, numerosi sistemi MLR contro le città israeliane. I raid aerei si erano solo rivelati insufficiente a fermare i bombardamenti, e Israele ha dovuto lanciare una grande campagna di terra per creare una zona cuscinetto lungo i suoi confini.
L’intervento a metà dalla NATO e della coalizione internazionale in Libia, cioè la decisione di non rischiare una operazione di terra, è servito solo a pareggiare le forze delle due fazioni in guerra, e quindi a protrarre il conflitto a tempo indeterminato.
Non c’è dubbio che i continui raid aerei della NATO stanno lentamente ma inesorabilmente minando la forza e il morale delle forze del Colonnello Gheddafi. In questa guerra di logoramento del governo libico non può vincere.
Un mese dopo l’inizio della campagna aerea, le truppe governative sono state costrette ad abbandonare i tentativi di utilizzare i corazzati contro i ribelli, perché erano troppo vulnerabile ai raid aerei della NATO. Dopo due mesi le forze di Gheddafi sono state indebolite sufficientemente affinché i ribelli le respingessero da Misurata, e mettessero al sicuro il porto marittimo di vitale importanza.
Questo, e la fine dell’offensiva delle forze governative nella parte orientale del paese, ha consentito alla coalizione di dichiarare che lo scopo dell’operazione è stato, almeno in parte, raggiunto, e che i civili che vivono nei territori ribelli sono ora al sicuro. Tuttavia, durante i due mesi della battaglia per Misurata, più di un migliaio di ribelli e di civili (compresi i lavoratori stagionali do numerosi altri paesi) sono state uccisi, e migliaia di feriti.
Non c’è dubbio che la maggior parte di queste perdite avrebbero potuto essere evitato se la NATO avesse lanciato un’operazione di terra limitata fin dall’inizio. Un rapido dispiegamento di una forza di terra, anche piccola, con il supporto aereo massiccio, avrebbe costretto le truppe di Gheddafi a ritirarsi da Misurata, e a fermare i loro attacchi contro la città ed il suo porto. Un dispiegamento di forze addizionali della coalizione sarebbe stata sufficiente a creare una zona cuscinetto attorno Misurata, per renderla più sicura dai bombardamenti. Proprio come in Georgia, una tale operazione avrebbe protetto i civili nella zona di conflitto e impedito una catastrofe umanitaria.
Le truppe di terra della NATO non avrebbe nemmeno avuto bisogno di avanzare verso Tripoli o tentare di rovesciare Gheddafi. Sarebbe stato sufficiente per loro separare le fazioni in lotta, ottenendo così un cessate il fuoco e poi consegnare la zona di conflitto alle Nazioni Unite o ai peacekeeper dell’Unione Africana. Che avrebbe congelato il conflitto e posto le basi per una soluzione pacifica.
Nonostante lo scarso successo ottenuto da metà maggio dai ribelli, con il supporto delle operazioni aeree della NATO, la situazione resta difficile. La Libia è essenzialmente di fronte alla prospettiva di una lunga guerra civile, che potrebbe trasformare il paese in un’altra Somalia. Il conflitto non sarà risolto, a meno che un gran numero di truppe straniere o di pace vi vengano inviate.
Ad un certo punto, in futuro, i ribelli probabilmente lanceranno un’altra offensiva per cercare di prendere Tripoli. Tale offensiva significherà combattimenti nella città che rimangono fedeli a Gheddafi. Che metterebbero i civili che vi abitano in pericolo. Se ciò accade, l’obiettivo primario dell’operazione NATO, ovvero proteggere i civili in Libia, sarà messo in discussione.
L’unica cosa che è peggiore di un conflitto militare è un lungo conflitto militare. La coalizione internazionale ha deciso di non rischiare un intervento tempestivo a terra, che avrebbe potuto rapidamente capovolto le sorti della guerra e fatta finire del tutto. Ora la Libia si trova ad affrontare la prospettiva di diventare un altro punto caldo e terreno fertile per il terrorismo, che già non mancano in Africa e nel Medio Oriente.
Nel frattempo, la coalizione internazionale è ancora di fronte al pericolo della persistenza della missione. Oltre a continuare l’operazione aerea, dovrà sostenere i ribelli militarmente deboli con forniture di armi, munizioni, consulenti e istruttori. L’utilizzo di forze speciali sembra quasi inevitabile. Per di più, non appena i ribelli diventeranno più forti grazie agli aiuti stranieri, è probabile che cercheranno di mettere il resto del territorio libico sotto il loro controllo, e quindi innescare una nuova spirale di guerra civile. Una guerra del genere potrebbe rivelarsi anche più sanguinosa di qualsiasi altra cosa vista in Libia fino ad ora, il che significa che la coalizione internazionale dovrà comunque inviare truppe di terra, in modo da separare le fazioni in guerra.
Tutto questo dimostra ampiamente che, in questi tempi, l’uso della forza militare in un intervento deve essere rapido, deciso e massiccio. È esattamente così che la Russia ha usato la forza nell’agosto 2008, mettendo fine al conflitto a condizioni favorevoli, riducendo al minimo le ripercussioni politiche e umanitarie e portando da subito sollievo ai civili. Con il loro intervento timido, indeciso e limitato, i paesi occidentali possono solo protrarre la guerra in Libia, peggiorando la situazione dei civili nel paese.  Nel frattempo, i dividendi politici, che si sarebbe potuto sperare di estrarre, stanno diventando difficili da distinguere nell’incertezza crescente circa il futuro del paese.
Nel 1973 Henry Kissinger disse all’allora l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yitzhak Rabin: “Quando si utilizza la forza è meglio utilizzare il 30 per cento in più di quanto necessario, che il cinque per cento in meno del necessario”. Nell’agosto del 2008, la Russia seguì quel consiglio. L’Occidente l’ha ignorato in Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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