Novorossija: Lugansk, Berlino e Washington

Alessandro Lattanzio, 12/7/201460Secondo il ministero degli Interni ucraino, i miliziani majdanisti avrebbero subito 173 morti e 446 feriti nell’operazione contro l’Ucraina orientale. Il 7 luglio, le truppe golpiste bombardavano con l’artiglieria Lugansk, “Si ritiene che i militari ucraini puntassero sull’accademia dell’aeronautica, utilizzata dalla milizia popolare. Nel giro di un’ora la milizia rispondeva aprendo il fuoco con i  mortai“. Le forze di autodifesa della Repubblica Popolare del Donetsk inoltre si dotavano di artiglieria antiaerea. In Ucraina occidentale, nella regione di Volin, opera un campo di addestramento per i volontari del Partito nazionaldemocratico bielorusso, inviati nell’est del Paese a combattere contro le repubbliche popolari. Il distaccamento bielorusso si chiama “Caccia” e adotta la bandiera dei collaborazionisti nazisti, vietata nel 1996 da Aleksandr Lukashenko ed utilizzata dall’opposizione naziatlantista bielorussa. L’organizzazione giovanile ucraina Alleanza Nazionale da 10 anni collabora con le organizzazioni bielorusse Young Front e Gioventù BPF addestrandole nei campi ‘patriottici’. L’opposizione bielorussa ha partecipato attivamente ad euromajdan fin dall’inizio, ed almeno 200 ‘oppositori’ bielorussi hanno aderito ai gruppi armati di Pravyj Sektor, come i battaglioni Ajdar e Azov. Young Front è registrata nella Repubblica Ceca. Inoltre la Lituania, aderente alla NATO, dichiarava di fornire assistenza medica alle truppe majdaniste attive contro i federalisti ucraini. Vilnius aveva già fornito cure alla teppa golpista a Kiev.
Le truppe ucraine avrebbero subito gravi perdite presso le alture strategiche di Savr Mogila, nella regione del Donetsk, da cui si può controllare la strada Donetsk – Lugansk. Il battaglione di mercenari ucraini Azov, composto da 300 elementi, in tre giorni di combattimento avrebbe perso il 70 per cento del personale, tra morti e feriti, oltre a un carro armato T-64. Il quartier generale della milizia affermava “Gravi perdite inflitte al nemico dagli obici presso le alture di Savr Mogila“. I difensori del Donbas poterono respingere il nemico grazie a nuove armi, come corazzati ed artiglieria costituita da mortai, obici e sistemi lanciarazzi multipli Grad. Nel frattempo, un migliaio di volontari si univa all’esercito della Repubblica Popolare del Donetsk, “Non c’è una mobilitazione forzata, contiamo sui volontari“, aveva detto il capo del dipartimento mobilitazione del Ministero della Difesa della RPD. “Durante la scorsa settimana, oltre un migliaio di volontari s’è arruolato nel nostro esercito“. In una conferenza stampa congiunta, Igor Strelkov, Aleksandr Borodaj e Vladimir Antjufeev (rispettivamente responsabili delle forze militari, questioni politiche e sicurezza dello Stato) annunciavano la formazione del consiglio dei comandanti militari incaricato di tutte le unità militari della Novorossija.
Il 10 luglio, le milizie della Repubblica Popolare del Donetsk respingevano l’esercito ucraino a 10 km da Karlovka, presso il villaggio Galitsinovka. Le truppe majdaniste avevano cercato di occupare Karlovka per più di una settimana, utilizzando anche l’artiglieria pesante. Un altro battaglione di Pravyj Sektor, il ‘Donbas’, veniva distrutto.
L’11 luglio, la milizia della Repubblica Popolare di Lugansk abbatteva un aereo da attacco al suolo ucraino Su-25, presso la città di Perevalsk. Sempre presso Luganskj, a Zelenopolja, il 24.mo battaglione meccanizzato della 79.ma brigata ucraina veniva completamente distrutto, subendo 400 tra morti e feriti. L’unità era stata attaccata da MLRS e fanteria dell’esercito di Novorossija. A Slavjansk, una colonna di carri armati e BTR ucraini subiva un’imboscata, perdendo 2 T-64, 3 BTR e 18 soldati. Pesanti combattimenti nei pressi di Kramatorsk contro un battaglione corazzato majdanista, che perdeva 4 carri armati T-64: 3 distrutti e 1 catturato. A Krasna Zarija, a 25 km da Donetsk, 1 BTR-80 e 1 BMP-2 majdanisti saltavano su delle mine, causando la morte di 2 soldati e il ferimento di altri 11.
Le autorità statunitensi avviavano indagini sulle operazioni di Commerzbank e Deutsche Bank con Paesi sotto l’embargo degli Stati Uniti, un’offensiva che inaspriva le tensioni tra Berlino e Washington. Commerzbank, la seconda banca tedesca, è posseduta al 17% dallo Stato. Come la banca francese BNP Paribas, Commerzbank è accusata di aver effettuato operazioni in dollari USA per conto di gruppi che operano in Iran e Sudan. Il 1° luglio la filiale messicana di Deutsche Bank, Banamex Citigroup, e altre due grandi banche francesi, Societé Generale e Credit Agricole sono state sottoposte ad indagini dal dipartimento della Giustizia dagli Stati Uniti, e quindi multate per presunto riciclaggio di denaro o violazione delle sanzioni. La Germania infine espelleva il capo della stazione CIA di Berlino, reagendo così ai ricatti di Washington. “Al rappresentante dei servizi segreti degli Stati Uniti presso l’ambasciata degli Stati Uniti è stato chiesto di lasciare la Germania. La richiesta s’è avuta in conseguenza delle indagini dei procuratori federali come pure delle domande sulle attività delle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti in Germania“. L’azione avviene dopo che la polizia di Berlino ha arrestato un agente dell’intelligence militare tedesco sospettato di aver spiato per conto degli Stati Uniti, a cui avrebbe venduto 218 documenti segreti tedeschi per 25000 dollari, e di aver raccolto informazioni su un’indagine parlamentare tedesca sulla sorveglianza dei leader della Germania da parte della NSA statunitense.

801021_original

10489936

10514909Fonti:
Alawata
Gazeta
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
NTV
Reseau International
RussiaToday
Space Daily
Telegraph
Vineyard Saker
Vineyard Saker

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Novorossija: Kiev, Slavjansk e resto del mondo

Alessandro Lattanzio, 7/7/2014

ф9_jpg1 luglio 2014, i majdanisti bombardano Slavjansk, Semjonovka, Krasnij Liman, Nikolaevka e Kramatorsk. 10 civili uccisi.
2 luglio, a Gornjak, nel Donetsk, la naziguardia e Pravij Sektor uccidono una donna. Un cacciabombardiere Su-24 ucraino colpito su Semjonovka. Bombardamenti su Savr Mogila, Snezhnoe, Lisichansk, Karlovka, Seversk e Slavjansk. Nel corso degli scontri la Milizia ha danneggiato 2 aeromobili, distrutto 1 carro armato ed inflitto perdite per 70-100 uomini tra morti e feriti alle forze majdaniste. La Milizia ha subito 5 caduti e 6 feriti. 1 donna cecchino polacca eliminata a Savr Mogila.
3 luglio, bombardamenti su Nikolaevka, Zakotnoe, Jampol, Kramatorsk, Stanitsa Luganskaja e Slavjansk. Scontri a Ananevka, presso la frontiera russa, Krasnodon e nei valichi di frontiera di Izvarino e  Dolzhanskij, bombardato il valico di frontiera di Novoshakhtinsk, nella Federazione Russa. Attacchi aerei su Krasnij Liman e Nikolaevka, dove un hummer majanista viene distrutto. Pesanti combattimenti a Nikolaevka, dove i blindati ucraini entravano sostenuti dagli aerei. A Marjupol i naziguardiani uccidono due civili. A Donetsk, 2 poliziotti stradali vengono assassinati e altri 2 gravemente feriti da individui in mimetica e mascherati. 1 elicottero Mi-8 majdanista viene abbattuto nella zona di Seversk e presso Konstantinovka un altro aereo d’attacco ucraino Su-25 viene colpito. Distrutta la centrale elettrotermica di Nikolaevka. Bombardamenti su Lugansk e Kramatorsk, dove una persona viene uccisa. Tra il 2 e il 4 luglio almeno 125 miliziani ucraini sono stati eliminati nelle operazioni nel territorio della Repubblica Popolare di Lugansk. Kiev avrebbe acquistato 20 aerei, oltre a carri armati e blindati, da Romania e Ungheria. La NATO, secondo il Vicepremier russo Dmitrij Rogozin, invita i suoi membri dell’Europa orientale ad inviare equipaggiamento militare ex-sovietico in Ucraina. “Gli Stati Uniti sono pronti a compensare le “perdite” dei nuovi membri della NATO. Il complesso militare-industriale statunitense sarà felice” commenta Rogozin su twitter.A proposito, è un luogo comune che la NATO spenga il fuoco delle guerre civili con il cherosene per aerei“. Ciononostante, i soldati ucraini si lamentano degli equipaggiamenti di cui dispongono, “Questa è l’armatura che le nostre truppe utilizzano. Questa è la spazzatura che ci mandano“, dice un miliziano della Guardia Nazionale mostrando un giubbotto a prova di proiettile perforato da un proiettile… Altri miliziani si lamentano delle poche munizioni a disposizione, mentre maledicono il loro presidente, “Penso che l’abbia prodotto lui stesso da una lattina. Fottuto affarista“. Le guardie nazionali si lamentano anche del pane che ricevono, “Abbiamo dovuto eliminare la maggior parte del pane di questi otto sacchi. Solo una piccola parte è commestibile, ma c’è un sacco di gente qui“. Il ‘ministro’ degli Interni golpista Arsen Avakov non vuole sentir parlare di difficoltà, “Non importa quanto sarà dura, ma ognuno deve fare quello che deve fare. Se sarà così, vinceremo molto rapidamente“. Ma mentre le autorità parlano, i miliziani majdanisti restano confusi, letteralmente, “Ho bisogno di un navigatore GPS, non di queste mappe del 1985. Ci siamo andati e non abbiamo trovato nulla che fosse segnato sulla mappa. Ci dovevano essere due laghi, laggiù“. Poroshenko alimentava grandi aspettative presso i mercenari majdanisti, “Questa sarà la nostra priorità, i volontari dell’esercito avranno 85 dollari al giorno, e assicurazioni sulla vita solide“, aveva detto due giorni prima delle elezioni. Solo promesse, “Dicono che hanno pagato gli stipendi, ma non abbiamo avuto nulla“, dice una donna, “Mio marito non ha capito, continuano a promettere che sarà per domani. Mia figlia s’è svegliata questa mattina e ha detto che ha fame. Cosa dovrei dirle?
10445578 Inoltre, molte le proteste significative contro la guerra del regime golpista da parte dei soldati di leva dell’esercito ucraino e relative famiglie, amici e sostenitori. Il 10 giugno, un soldato parlava a una manifestazione a Kharkov, “Il mio primo dovere (come soldato) è salvare il popolo ucraino. Prima di tutto, devo proteggere il popolo, non l’integrità territoriale. (Uomo dalla folla: “proteggere dai fascisti, giusto!” Applausi). Sono stato arruolato nell’esercito. Vogliono che vada in guerra per uccidere i ragazzi del Donbas, che hanno fatto lo stesso mio giuramento. Ciò che voglio dire… è il comando dell’esercito che mi spinge a proteggere l’integrità territoriale dell’Ucraina. Poi ti consegnano a Unione europea e Stati Uniti. (Voci dalla folla: “Sì hai ragione!!”) Solo uno stupido non lo capirebbe. Voglio dire di più… ho servito nell’unità carri ‘Desna’. Ho giurato sotto la bandiera rossa dell’esercito, del reggimento ‘Aleksandr Nevskij’. Pensateci! In questo reggimento, ora, ci sono coloro che hanno sparato alle truppe della sicurezza interna in piazza Majdan, ai miei fratelli delle unità speciali, studiano come sparare missili anticarro. Imparano ad usare le armi della fanteria, come tutte le forze di terra. Ora si preparano ad uccidere coloro che non sono d’accordo con loro, che hanno posizioni diverse. Uccidono gli agenti di polizia che si rifiutano di obbedire ai loro ordini. E’ un dato di fatto. Questo è ciò che intendo dire. La gente, mi guarda, ho 22 anni, non fumo o bevo. Sono nato in questo Paese. E’ un dato di fatto. Grazie ai fascisti e ai neo-nazisti, il giorno dopo seppellirete ragazzi come me. Capite? È una grave responsabilità. Vi esorto, comunque a non spargere sangue. Mostrate prudenza, attenetevi alla pace. Naturalmente, se scoppia la guerra, vi esorto a fornire tutto il sostegno possibile alle proteste contro la giunta di Kiev. Siate delle brave persone! Abbasso la giunta! Esercito e popolo uniti!” (La folla applaude e canta “Abbasso la giunta” e “Esercito e popolo uniti!“)
Diverse le notizie sui soldati ucraini che si rifiutano di andare in guerra contro i concittadini. Il 24 giugno 400 soldati della 25.ma Brigata aeroportata di Dniepropetrovsk si sono dimessi piuttosto che servire nella guerra in oriente. I loro commenti smentiscono la propaganda dei governi e dei media occidentali che parlano dell’autodifesa dell’Ucraina orientale formata da “separatisti pro-Russia” o di milizie russe o cecene. “Hai visto là forse russi, ceceni?“, si domanda a un soldato ucraino che risponde Non uno. Magari ce ne sono alcuni, ma non posso affermarlo con fermezza, al 90 per cento i ribelli sono del Donetsk, sono in realtà nostri ex-commilitoni dell’esercito ucraino, in particolare ex-paracadutisti ucraini“.
Il 24 giugno familiari e amici dei soldati di Zhitomir, nord-ovest dell’Ucraina, bloccarono il traffico stradale, protestando contro i 110 giorni di richiamo dei riservisti dell’esercito ucraino.
Il 22 giugno a Kiev, i naziatlantisti attaccavano un raduno degli oppositori della guerra. La manifestazione era indetta per commemorare l’aggressione nazista all’Unione Sovietica. I nazitlantisti invocavano l’annullamento di qualsiasi commemorazione sovietica, “Vinceremo. Costringeremo tutti a portarci rispetto. E se le autorità non ci ascolteranno, agiremo ancor più radicalmente. Gloria all’Ucraina! (Saluto nazista), Morte ai nemici!” Poi assaltarono una filiale della banca russa Sberbank a Kiev e una Chiesa ortodossa russa, dove i fascisti minacciarono la funzione religiosa per commemorare l’aggressione del 22 giugno 1941.
Un parlamentare del partito Patria, Ivan Stojko, parla della necessità che Stati Uniti e UE forniscano aiuti militari all’Ucraina perché, “conduciamo una guerra contro la razza mongoloide della Russia fascista, delle cavallette striscianti verso l’Ucraina che cercano di distruggere”. Un altro criminale neonazista è il miliardario e governatore di Dnepropetrovsk Igor Kolomojskij, che organizza e finanzia le milizie naziste responsabili del massacro del 2 maggio di Odessa. Altra figura dominante dell’aggressione contro il movimento autonomista nel sud-est ucraino è un altro fascista, Andrej Parubij, segretario della Consiglio della sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina, cruciale nell’apparato repressivo golpista. Parubij comandava le milizie di Majdan ed è co-fondatore del Partito nazionalsocialista ucraino, che nel 2004 si fuse con altri elementi di destra creando Svoboda, un partito razzista. Il 26 giugno, a Kiev, la conferenza della Federazione dei Sindacati di Ucraina veniva attaccata dai naziatlantisti di Fazione destra, UNSO e movimento Majdan. Lo scopo reale dell’aggressione era usurpare gli edifici ed altri beni di proprietà dei sindacati ucraini. Infatti, diversi microsindacati fascisti sostengono la guerra nell’est, come il sindacato revisionista dei minatori e la confederazione dei sindacati liberi di Ucraina (KVPU). I loro capi sono membri del partito Patria, come Mikhail Volinets del KVPU. Mentre il 22 giugno una dimostrazione contro la guerra del Partito comunista ucraino e altre organizzazioni si svolgeva a Kharkov, il movimento Euromajdan chiedeva la messa al bando del Partito Comunista e dei “raduni separatisti a Kharkov“, dove centinaia di teppisti naziatlantisti tentarono di marciare contro la manifestazione antifascista e antigolpista. L’associazione di sinistra Borotba, costretta ad operare in clandestinità, ha avuto i suoi uffici perquisiti dai paramilitari fascisti della Guardia nazionale. Alcuni suoi esponenti furono salvati dai rapitori fascisti, a Kharkov, grazie all’intervenuto dei passanti. Infine, il 29 giugno un raduno dei fascisti golpisti si svolgeva nella capitale per chiedere la fine del cessate il fuoco e la ripresa degli assalti contro il Donbas.
OqFuedx-m2M Un memorandum del think tank statunitense RAND suggerisce ai golpisti ucraini di scatenare la guerra totale contro le regioni orientali, interrompendo tutte le comunicazioni, incarcerando tutti i cittadini nei campi di concentramento ed uccidere tutti i resistenti anti-golpisti. La RAND elenca i vantaggi dell’attacco militare totale contro le regioni dell’Ucraina orientale: il movimento politico federalista dovrebbe essere decimato e i suoi elettori disorganizzati; distruggere l’industria carbonifera e le industrie del Donbas, per sgravare la giunta golpista di Kiev degli oneri della loro sovvenzione e ridurre la domanda ucraina di gas russo; distruggere l’oligarca locale Rinat Akhmetov e il suo peso politico ed economico; per isolare le regioni orientali e perseguitare tutti i civili del Donbas  quali “complici dei disordini”, imporre la legge marziale e sciogliere tutti gli enti locali; accerchiamento militare delle regione, con particolare attenzione delle aree confinanti con la Russia; tutti i media locali dovrebbero essere chiusi e quelli internazionali “sottoposti a una procedura speciale“; attacchi aerei e di artiglieria contro le strutture strategiche “del nemico”, con l’uso di armi non convenzionali “al fine di garantire minori vittime tra il nostro personale“; assalto con forze corazzate su ogni città ed esecuzioni di chiunque venga trovato con le armi; pulizia etnica in cui tutti i maschi adulti siano internati nei campi di concentramento, ed eliminazione fisica di ogni resistenza; bambini ed anziani dovrebbero essere imprigionati nei campi d’internamento e le proprietà dei residenti di Donetsk e Lugansk espropriate; la zona delle operazioni resa off limits ai media.
5 luglio, un nucleo di sabotatori della RPD distrugge un posto di osservazione ucraino sul mare di Azov. Un gruppo di 15 assaltatori giunge a bordo di 2 imbarcazioni e con mortai e armi automatiche distrugge il locale punto d’osservazione majdanista, eliminando 1 guardia di frontiera e ferendone altre 8. Slavjansk veniva parzialmente occupata dai golpisti. L’intero esercito ucraino aveva impiegato oltre due mesi per occupare la cittadina, risultato della combinazione tra efficienza dei difensori della milizia ed incompetenza dei majdanisti. Il comandante dell’Autodifesa Strelkov decide di abbandonare la città lasciandovi una piccola retroguardia per proteggere la ritirata. Infatti, la colonna dei difensori composta di 2 carri armati, 1 cannone semovente 2S9 Nona-S, 1 BTR, 3 autocarri Kamaz e 15 autoveicoli leggeri sfonda le linee dei golpisti dirigendosi verso Gorlovka e Kramatorsk. Lo sfondamento aveva comportato lo scontro tra blindati presso un checkpoint dei golpisti, conclusosi con la distruzione di 2-3 BMP e 1-2 carri armati T-64 majdanisti e di 2 mezzi della milizia dell’autodifesa. Mentre il gruppo dei blindati della Milizia distruggeva il checkpoint dei majdanisti, il resto del convoglio si dirigeva su Kramatorsk, venendo rilevato dai droni dei golpisti e fatto oggetto del tiro dei loro lanciarazzi Grad. Lo scopo militare di Slavjansk era concentrare gli squadroni della morte naziatlantisti consentendo la preparazione della difesa lungo l’asse Donetsk-Gorlovka-Lugansk. “Le forze di autodifesa hanno dovuto lasciare Slavjansk per impedire la morte di numerosi civili, ma non significa assolutamente che la resistenza sia stata schiacciata”, dichiara Andrej Purgin, l’unico componente della dirigenza della RPD rimasto a Donetsk, mentre gli altri, come Pushilin e Borodaj, sono a Mosca. Secondo il giornalista Dmitrij Steshin, la caduta di Slavjansk fu decisa ad aprile-maggio, quando il colle Karachun fu occupato dai golpisti, rendendo impossibile una difesa piena e attiva della città sottoposta ai tiri dell’artiglieria nemica. Ma nonostante ciò la Milizia ha resistito contro un nemico superiore per numero e mezzi. “Slavjansk ha attratto le forze principali dell’esercito ucraino, permettendo la mobilitazione della Milizia di Lugansk e Donetsk, consentendo al resto della regione di creare una dozzina di capisaldi della resistenza. Infine, a Slavjansk è stata abbattuta la maggior parte dei velivoli persi dagli ucraini. Slavjansk quindi ha dato il tempo necessario ai centri politici del Donbas di consolidarsi e radunare migliaia di miliziani. L’esercito ucraino s’è infilato in una trappola per topi, invece di cogliere un trofeo. Infatti, risulta che l’esercito majdanista non sia ancora entrato in città, il 6 luglio”. Quel giorno, l’artiglieria ucraina continua a bombardare Slavjansk, soprattutto i quartieri Artjom, Lesnoj, Severnij e Tselinaja. Almeno un centinaio i colpi sparati dai golpisti sulla città da loro stessi appena ‘occupata’. Invece a Donestk, l’area dell’aeroporto viene quasi completamente bonificata dalla Milizia, mentre nell’aeroporto di Lugansk, la Milizia elimina 1 aereo da trasporto Il-76, 7 APC, 1 mortaio, 1 cannone binato antiaereo ZU-23, 5 autoveicoli e un centinaio di combattenti majdanisti. I golpisti assaltano gli insediamenti di Aleksandrovsk, Bolshaja Vergunka, Krasnij Jar e Metalist, ma sono respinti dall’esercito della RPL subendo la perdita di 30 mercenari e 2 mortai. Sverdlovsk viene bombardata. L’aeroporto di Donestk, oramai liberato dalla milizia, viene bombardato dai golpisti. Il responsabile della Repubblica popolare di Lugansk Valerij Bolotov scioglie il governo, nominando Marat Bashirov Primo Ministro ad interim, che dovrà presentare un nuovo organismo esecutivo. Mosca spicca un mandato di cattura contro il governatore e oligarca mafioso ucraino Igor Kolomojskij per omicidio e rapimento. Anche il ministro degli Interni golpista ucraino Arsen Avakov subirà lo stesso procedimento. Il governo russo esamina un disegno di legge che dia agli agenti delle forze dell’ordine russi il diritto di arrestare cittadini stranieri latitanti. SVR e FSB avranno poteri supplementari.
Il 7 luglio, il ministro della Difesa della Repubblica Popolare di Lugansk, Igor Plotichkij, afferma “Un velivolo ucraino Su-25 è stato costretto ad atterrare  ed è stato catturato. Dopo una veloce riparazione entrerà in servizio nelle forze militari della RPL, che avranno il primo aereo”. Tutti gli ingressi per Donetsk sono sorvegliati dai posti di blocco della Milizia. Slavjansk viene sottoposta a pulizia etnica: tutti gli uomini sotto i 35 anni rimasti vengono  sequestrati dai golpisti.
UKRAINE-RUSSIA-UNREST-POLITICS-CRIMEA Dal 4 luglio, 20 navi da guerra, 20 aerei ed elicotteri, Fanteria di marina ed artiglieria costiera della Federazione Russa partecipano alle esercitazioni della Flotta del Mar Nero, “Il piano delle esercitazioni prevede numerose manovre di addestramento al combattimento, tra cui la distruzione di forze navali nemiche e l’organizzare delle difese aeree navali e costiere“. Sotto il comando dell’Ammiraglio Aleksandr Vitko, l’esercitazione della Flotta russa del Mar Nero riguarderà anche ricerca, individuazione e distruzione di sottomarini nemici. Azioni coordinate tra forze navali, unità costiere e aviazione saranno condotte durante le manovre. “Le truppe costiere e la Fanteria di marina opereranno contro una forza d’assalto tattica, mentre gli aerei della flotta saranno impegnati in ricognizione e attacco antinave. Gli ufficiali comandanti miglioreranno le competenze decisionali in un ambiente in rapida evoluzione previsto dallo scenario dell’esercitazione“. Nell’ambito delle manovre, il 4 luglio sono stati lanciati 5 missili da crociera Moskit e Malakhit, e velivoli Su-24 hanno attaccato obiettivi navali. Contemporaneamente si svolgevano le esercitazioni Sea Breeze della NATO, sempre nel Mar Nero, con la partecipazione di navi da guerra di Turchia e Stati Uniti.
Secondo Moon of Alabama, “I sostenitori degli insorti sembrano accusare il Presidente Putin di mancanza di (visibile) sostegno. Ma questo è pensare in piccolo. E’ presto per avere idea di chi ha vinto o perso in Ucraina. Putin cerca, con crescente successo, di staccare gli europei dall’ingerenza degli Stati Uniti. Un nuovo accordo sul cessate il fuoco è stato negoziato e concordato da Russia, Francia, Germania e Ucraina. Quando la cancelliera tedesca Merkel ne ha informato il presidente Obama, gli Stati Uniti ancora una volta hanno minacciato la Russia ed esortato il Poroshenko a continuare l'”operazione antiterrorismo”. Tedeschi e francesi ne avranno preso atto e si avvicineranno sempre più alla Russia”. E a proposito di Germania, l’amministrazione statunitense minaccia la Germania di sospendere la cooperazione nell’intelligence dopo l’arresto di un ufficiale tedesco sospettato di spionaggio a favore degli USA. Tale arresto può “vanificare gli sforzi per ripristinare la fiducia” tra i due Paesi dopo lo scandalo delle intercettazioni del cellulare della Cancelliera Angela Merkel da parte della National Security Agency degli Stati Uniti (NSA). Il ministero degli Esteri tedesco ha convocato l’ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino, John Emerson, per “avere i chiarimenti necessari“. L’ufficiale del BND aveva inviato alla National Security Agency informazioni sull’inchiesta di una commissione speciale del Bundestag sulle attività della NSA in Germania.
Nel frattempo, il Capo di Stato Maggiore Generale dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese, Fang Fenghui, incontra il Direttore Generale dell’esercito indiano Bikram Singh, nella sua prima visita ufficiale in Cina per approfondire la cooperazione nella Difesa tra i due eserciti asiatici. “La vostra visita è la prima delegazione militare di alto livello dalla formazione del nuovo governo indiano. Riflette la grande importanza che l’India attribuisce alle relazioni bilaterali“, dichiara Fang. Singh incontrerà alti dirigenti militari cinesi e il vicepresidente cinese. “L’India attribuisce massima priorità alle relazioni con la Cina, ed è impegnata a sviluppare ulteriormente relazioni e cooperazione con il Paese“, afferma il Generale Bikram Singh. I due capi militari discutono di “mantenimento della pace ai confini, cooperazione marittima, interazioni tra le forze armate e questioni relative alla sicurezza globale“. Inoltre, Cina e Corea del Sud raggiungono un accordo per utilizzare le rispettive monete nazionali nel  commercio bilaterale. L’accordo è volto a ridurre la pressione del tasso di cambio del dollaro e il suo impatto sugli scambi finanziari e commerciali tra i due Paesi.

5-6-14Fonti:
Colonel Cassad
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
Moon of Alabama
Rabble
Reseau International
Reseau International
Reseau International
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
Sott
The BRICS Post
Vineyard Saker
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Dollaro KO per accerchiamento? I cinesi campioni del mondo nel GO

Caro Reseau International 5 luglio 2014

Bank-of-China_2556148bSun Tzu: vincere la guerra senza combattere
Dall’inizio di luglio, le notizie dalla Cina sono strettamente collegate… e tutte importanti. In primo luogo, per la Cina stessa.

1) La Banca centrale della Cina ha ratificato un accordo con Londra per la conversione yuan/sterlina
Il London Stock Exchange Group (LSEG) ha firmato accordi con due banche statali cinesi per incrementare il commercio off-shore in yuan nel Regno Unito. Una partnership con Bank of China (BoC) consente a LSEG e agenzie del credito di valutare e stabilire le regole di compensazione comuni e il processo di finanziamento dei futuri prodotti denominati in yuan, afferma una dichiarazione pubblicata sul sito del LSEG. La Bank of China, il terzo maggiore istituto di credito in Cina per attività, mira a diventare membro del LSEG. “La Cina potrà abbreviare il processo d’internazionalizzazione della sua moneta di almeno 10 anni, se potrà attingere al mercato europeo“, ha detto Dai. “Londra è un buon punto di partenza, perché la città ha esperienza nel trading di valute estere e perché i risultati dei suoi mercati finanziari hanno un forte impatto sui Paesi dell’eurozona“.

2) La Cina contatta e firma convenzioni con due banche centrali europee:
• La Banca centrale del Lussemburgo
• La Banque de France
La banca centrale ciense ha firmato due protocolli d’intesa con le banche centrali europee. Il contenuto dell’accordo è molto importante perché indica che la firma di questo protocollo d’intesa è il primo passo verso la creazione di un’infrastruttura per la compensazione e il regolamento delle operazioni in renminbi a Parigi. Ciò significa che ora i flussi di capitale non saranno più controllati dai due istituti di compensazione europei Euroclear e Clearstream, anche se Clearstream è di proprietà di Deutsche Boerse sulla carta, dato che sembra che gli azionisti siano statunitensi, ed Euroclear appartiene a JP Morgan. Perché il Lussemburgo? Perché questo Paese è il primo per detenzione di capitale, indispensabile per effettuare quei trasferimenti, che di solito avvenivano nei paradisi fiscali statunitensi o inglesi, avvengano in Asia in modo discreto. Firmando separatamente con le banche centrali nazionali, la Cina neutralizza qualsiasi opposizione di Draghi a riguardo.

3) La Cina crea una banca mondiale concorrente
Finora 22 Paesi hanno partecipato al progetto volto a creare una nuova “Via della Seta”, l’antica rete commerciale tra Asia ed Europa che collega la città di Xian in Cina alla città di Antiochia in Turchia. L’istituto per lo sviluppo dovrebbe portare il nome d’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e coprire un’area che si estende dalla Cina al Medio Oriente. Il finanziamento dovrebbe essere utilizzato per sviluppare tali infrastrutture nella regione, tra cui una colossale linea ferroviaria che colleghi Pechino a Baghdad, secondo fonti citate dal Financial Times.

4) La Cina ha i mezzi per le sue ambizioni, dato che le banche cinesi raccolgono oggi un terzo dei profitti globali
I tre principali investitori mondiali, nel 2013, erano la cinese PetroChina con 50,2 miliardi dollari, la russa Gazprom (44,5 miliardi) e la brasiliana Petrobras (41,5 miliardi). Total è il settimo maggiore investitore con 30,8 miliardi, davanti EDF (17.mo con 18,4 miliardi) e GDF Suez (43.mo con 10,4 miliardi). Questi Paesi non hanno abbandonato il potere sovrano di creare moneta, in cui lo Stato ha il controllo delle società, avendo cinesi, russi e brasiliani capito che la liberalizzazione dei servizi energetici non favorisce gli investimenti.

5) La Cina ha firmato un accordo di libero scambio totale con la Svizzera
Il primo trattato di questo tipo del Regno di Mezzo con un Paese europeo. Gli svizzeri si mettono al riparo da deliri e diktat dell’Unione europea, spesso dettati da Washington.

6) Il prossimo vertice dei BRICS sarà cruciale: la nuova architettura finanziaria
In particolare un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) e una banca di sviluppo, chiamata Banca BRICS, avranno funzioni di sostegno multilaterale nella bilancia dei pagamenti e nei fondi per il finanziamento degli investimenti. De facto, i BRICS si allontanano da Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), istituzioni insediate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di adeguamento strutturale e ristrutturazione economica. Il nuovo vertice dei BRICS mette il FMI sottochiave… Inoltre, contrariamente al “Chiang Mai Initiative” (che include Cina, Giappone, Corea del Sud e le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), il CRA dei BRICS può fare a meno del supporto del FMI nei suoi prestiti, assicurandosi una maggiore autonomia da Washington. La guerra valutaria delle economie centrali capitaliste contro le economie della periferia ne richiede l’attuazione in tempi brevi.

7) L’Argentina è invitata al vertice
In questo contesto, è chiaro che la dedollarizzazione accelera in modo inedito. Il potere degli Stati Uniti deriva anche dal fatto che il dollaro è la valuta globale standard. Se perde tale ruolo, gli Stati Uniti non avranno più potere o controllo, saranno un Paese come tutti gli altri. Ed è la de-dollarizzazione che probabilmente causa la massiccia fuga di capitali dagli Stati Uniti, il primo Stato in pericolo di fallimento, incapace di finanziarsi. Così cercano d’immaginare soluzioni deliranti come tassare la rivendita delle obbligazioni del tesoro. Ma quale investitore sarebbe abbastanza sciocco da comprare attività finanziarie che non può vendere senza rischiare gravi perdite finanziarie? O decidono di estendere unilateralmente le scadenze obbligazionarie. O, come appena annunciato da Lagarde, arraffare le assicurazioni, avendo il doppio vantaggio di causare panico in Europa facendo rientrare i capitali negli USA. Ma tali decisioni sono totalmente inefficaci, peggio ancora, aggravano la situazione, come indubbiamente dimostra l’ammenda alla BNP, ricattata politicamente per la consegna di armi alla Russia, probabilmente in obbedienza anche  alla logica di provare con tutti i mezzi a rimpatriare i capitali negli Stati Uniti. Perché ci vorrebbe una vera e propria strategia politica per imporre una politica economica e sociale alla finanza che la rifiuta, una strategia possibile solo se lo Stato mantiene l’autorità suprema di creare denaro… Come nel caso dei Paesi BRICS, perciò la loro strategia è coerente, efficiente e utile all’interesse generale dei popoli che rappresentano. Gli interessi dei finanzieri che gestiscono gli Stati Uniti (azionisti della FED) oggi sono contraddittori, non hanno strategia e sono antagonisti ai loro clienti, così come ai popoli statunitense e dei vassalli europei. In Europa, più che negli Stati Uniti, non vi sono più piloti… e il dollaro sta per essere messo KO dalla strategia coerente della Cina e dei Paesi BRICS, promettendo qualche turbolenza in estate dall’enorme impatto economico e sociale.

Avvertenza
PS: Tutti i calcoli degli articoli citati, in particolare sulle nuove banche di sviluppo e mondiali in via di creazione, sono in dollari per semplicità semantica e facilità giornalistica. Non penso che nel contesto attuale, in particolare nel caso della BNP, queste banche conservino gran parte delle loro attività in dollari.YuanFonti:
China
Xinhua
Agence Ecofin
Contrepoints
Romandie
Swissinfo
Reseau International
Reseau International
Zerohedge
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “Battaglia per l’Europa” infuria. Come gli USA minano le relazioni franco-russe

Umberto Pascali, Global Research, 2 luglio 2014
1926738Il 1° luglio, durante un incontro con gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti russi, il Presidente Vladimir Putin ha rivelato i dettagli di un palese ricatto alla Francia. L’amministrazione statunitense ha utilizzato le sue unilaterali (e illegali) sanzioni contro Cuba, Iran e Sudan per punire la Francia e in particolare la Banque Nationale de Paris – Paribas. La Banca è stata taglieggiata con 8,97 miliardi di dollari per non sottomettersi al malefico diktat della potenze egemone, ubriaca ma indebolita, anche se le sanzioni non sono una decisione concordata con la Francia. In uno sviluppo che impatta direttamente sulla sovranità nazionale, il terzo esecutivo di BNP, Dominique Remy, s’è dimesso a metà maggio dopo che il regolatore bancario della Stato di New York, Benjamin Lawsky (leggi Wall Street), l’ha indicato come uno dei 12 funzionari che dovrebbe dimettersi per il suo ruolo nello “scandalo”. Putin ha rivelato pubblicamente qualcosa di peggio. La causa contro la BNP francese è stata istruita da Washington per ricattare la Francia e costringerla a non consegnare alla Russia delle due portaelicotteri classe Mistral, di produzione francese e del valore di 1,6 miliardi di dollari. Francia e Russia, però, non possono ritirarsi dall’accordo sulle Mistral: in questo momento 400 marinai russi si addestrano sulla prima Mistral in un porto francese. Lungi dal rappresentare una dimostrazione di potenza egemone, il ricatto degradante rafforza i legami tra la Russia e i principali Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania e Italia.
Putin ha detto agli ambasciatori russi: “...Ciò che accade alle banche francesi non può che suscitare  indignazione in Europa e anche qui. Sappiamo della pressione dei nostri partner statunitensi sulla Francia per costringerla a non fornire le Mistral alla Russia. Sappiamo anche che hanno fatto capire che se la Francia non consegna le Mistral, le sanzioni alle loro banche saranno tranquillamente tolte, o almeno ridotte in modo significativo. Cos’è questo se non ricattare? E’ questo il modo giusto di agire sulla scena internazionale? Inoltre, quando si parla di sanzioni, presumiamo sempre che le sanzioni siano applicate ai sensi dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. In caso contrario, non sono sanzioni nel senso giuridico del termine, ma qualcosa di diverso, un altro strumento di politica unilaterale…
La politica estera degli Stati Uniti, sempre più irrazionale e proditoria raggiunge il culmine, caratterizzata da una vasta gamma di strumenti di pressione e intimidazione. Ora la politica prepotente degli Stati Uniti del “con me o contro di me” spinge sempre più Paesi a cercare un’alternativa razionale. La Russia di Putin, contrariamente ai disperati media di Wall Street, splende come un faro di razionalità e umanità, come l’unico adulto e persona di fiducia nel saloon globale in cui l’ubriaco cowboy statunitense spara le sue ultime cartucce. La crisi Ucraina, la creazione del grottesco SIIL in Iraq e Siria, la pressione frenetica su Romania, Serbia, Italia e altri nel denunciare l’accordo con la Russia sul gasdotto South Stream e impedire alla Russia di esportare le sue materie prime, questi sembrano essere gli ultimi proiettili sparati in aria.
L’Italia, per esempio, ha risposto con una dichiarazione netta del segretario di Stato per gli affari europei Sandro Gozi: “Il progetto South Stream è sempre stato e rimane il più importante per l’Italia”. L’intervista è stata pubblicata il 30 giugno, il giorno prima che l’Italia assumesse la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. “Mentre l’Italia assume la presidenza dell’Unione Europea, diamo priorità assoluta all’integrazione politica ed economica con Kiev, mentre la ripresa del partenariato strategico tra l’UE e la Russia, … le relazioni con Mosca non possono essere né tagliate né sospese; al contrario siamo convinti della necessità di rafforzarle ulteriormente“. Uno dei primi inviti della ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, avanzati all’inizio del semestre di presidenza italiana, era al suo omologo russo Sergej Lavrov, annunciando una visita a Mosca a luglio. Anche la Serbia, dopo un dibattito per valutare la forza delle minacce degli Stati Uniti, ha deciso di andare avanti con il South Stream, e naturalmente così ha fatto l’Austria durante la visita ufficiale di Putin a Vienna, il 24 giugno. L’agenzia tedesca Deutsche Welle ha scritto, permettendosi stranamente un accenno di polemica: “L’Austria sfida USA e UE sul South Stream durante la visita di Putin; l’austriaca OMV e la russa Gazprom hanno firmato un accordo sulla sezione austriaca del controverso gasdotto South Stream che bypassa l’Ucraina. Il presidente austriaco Heinz Fischer ha respinto le critiche di USA e UE“. La Germania è felicemente alimentata dal gas russo via North Stream. Molti in Europa si aspettano ora una nuova linea dall’Unione europea, nonostante la politica antieuropea della City di Londra, controllata dalla burocrazia di Bruxelles. Dietro la facciata, la “Battaglia per l’Europa” infuria.
Gli ultimata feroci e disperati di Washington appaiono sempre più impotenti. Ed è sempre più chiaro il motivo per cui l’assistente del segretario di Stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland, nella sua infame conversazione con l’ambasciatore Geoffrey Pyatt in preparazione del colpo di Stato a Kiev, pronunciò il suo immortale: “Fuck the EU“. La destabilizzazione sanguinaria dell’Ucraina è un mezzo per mantenere l’Europa sotto controllo. Ma non funziona.

163028282Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’esclusione della Russia dal G7, istituzione superata, inutile e ridicola

Il bluff delle sanzioni occidentali contro la Russia sulla Crimea
Parte 3/4: L’esclusione della Russia dal G7, istituzione superata, inutile e ridicola
Jean-Paul Pougala, Babone (Camerun) 06/05//2014
SILVIO_popIeri 4 giugno 2014 s’è tenuta a Bruxelles una cena di lavoro tra i capi di Stato e di governo dei Paesi del G7: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Canada. Sono anche definiti i Paesi più ricchi del mondo, anche se non è vero. Dal 1974 è una menzogna. Fino al marzo 2014 si chiamavano G8 con la Russia e l’incontro originariamente previsto a Sochi. Dopo la riunione del 20 marzo annunciarono trionfalmente l’esclusione della Russia dal G8 e soprattutto la cancellazione del previsto incontro a Sochi, in Russia, per giugno 2014. Cos’era il G8? Secondo i suoi inventori, il club riuniva i Paesi più potenti della terra. E chi decide chi è potente e chi no? Gli Stati Uniti naturalmente. Basta guardare la composizione del G8. Oltre alla Russia, appena esclusa, tutti i Paesi membri hanno una particolarità: sono indebitati. Si tratta di Paesi che languono sotto il peso del debito pubblico; vi troviamo per esempio Canada e Italia. Domanda: il Canada è dunque più potente della Cina? E l’Italia è più potente del Brasile o dell’India? Mistero!
Questo ci porta al vero problema che manifesta l’inutilità di tale organizzazione: quali sono le decisioni di ciò che è oggi ancora il G7? Nessuna. Sì, avete capito niente. Perché è evidente che queste anatre zoppe non possono prendere decisioni e attuarle, gli mancano quei soldi che non hanno. Peggio, sono pecoroni inconsapevoli di non avere il potere di costringere le potenze reali, come India, Brasile, Messico e Cina, alle loro decisioni. In un articolo del quotidiano economico e finanziario inglese, Financial Times (FT) del 13 giugno 2013, ci si fa grandi beffe dei fannulloni del club. Non lo dico io ma il Financial Times del 17/06/2013 che scriveva: “Il G8 non conta nulla, non rappresenta nessuno e non decide nulla, ma è il simbolo del comitato esecutivo occidentale“. In altre parole, secondo il quotidiano finanziario inglese, per capire come l’occidente ha raggiunto il capolinea è sufficiente ricordare che il suo comitato esecutivo, il suo cervello, è rappresentato da un’organizzazione che non vale e decide nulla, il G7+1. Perché l’ultima, la Russia, non è mai stata accettata pienamente in tale club. Alle riunioni dei ministri dell’economia del G8, la Russia non veniva mai invitata. Questo è il motivo per cui non ho mai creduto nel G8, ma nel G7+1, come molti analisti statunitensi hanno smesso di chiamarla dopo l’entrata della Russia.

Perché il G7+1è un’organizzazione inutile?
A margine della preparazione del G7+1 de L’Aquila, in Italia, il presidente del Consiglio italiano era alla Casa Bianca del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il 15 giugno 2009. Alla conferenza stampa seguente, Obama comunicò i 4 punti all’ordine del giorno del G7+1 de L’Aquila: lotta contro il terrorismo, riduzione degli armamenti nucleari, lotta contro la crisi economica e infine lotta per la sicurezza alimentare e la cancellazione della miseria nel mondo. Basta prendere l’ultimo punto del programma. Sono anatre zoppe che pretendevano per due giorni, in una città in rovina distrutta dal terremoto in Italia, di risolvere il problema della fame nel mondo. Per salvare l’Africa, quando devono salvare se stessi. 6 aprile 2009, 03:32, un terremoto d’intensità 6,3 Mw causa 309 morti, 1500 feriti gravi e circa 10 miliardi di euro di danni. Siamo lontani dai 6000 morti del terremoto del 1703. Durante il 35.mo summit del G8, dall’8 al 10 luglio 2009 a L’Aquila, i 7 capi gareggirono in impegni sulla ricostruzione della città. Fu il presidente Obama a vincere il premio delle promesse più grandi, seguito dal presidente francese Sarkozy che promise 3 milioni di euro per la ricostruzione della Chiesa delle Anime Sante e Angela Merkel promise di ricostruire un’altra chiesa nella città di Onna. Né Obama né Sarkozy si ricorderanno delle loro promesse, tanto meno Merkel. Mi sono chiesto perché tra tutte le chiese distrutte a L’Aquila, la cancelliera tedesca avesse tanto bisogno di parlare della chiesa di un piccolo villaggio vicino L’Aquila? Poi scoprì l’ennesimo cinismo dei Paesi democratici: il 2 giugno 1944, la resistenza italiana uccise un ufficiale tedesco e per rappresaglia i tedeschi presero 25 persone a caso ad Onna e le fucilarono. Il 7 giugno 1944, un altro ufficiale tedesco fu ucciso dai resistenti, per rappresaglia i tedeschi presero a caso 17 adolescenti in questo piccolo villaggio, ragazzi e ragazze, e li fucilarono. Nonostante il peso della storia e delle emozioni, ancora oggi questa chiesa non è stata ricostruita. Nessuno ha visto il becco dei 3 milioni di euro promessi da Sarkozy. Nessuno ha visto il denaro così tanto promesso da Obama. La città è ancora in ginocchio per mancanza di soldi per la ricostruzione.
Quando scrivo queste parole, 6 maggio 2014, a L’Aquila tutto è in rovina come nei giorni del G8, per mancanza di soldi. Quindi se non riuscivano ad aiutare una loro città, livida e distrutta da un terremoto, poche settimane prima della riunione del G8, perché dovrebbero essere più sensibili al problema della fame di persone nel mondo che non conoscono? Euronews nella sua edizione del 10 gennaio 2014, tornava a scoprire cos’era successo alle promesse del G7 per il salvataggio dei 70000 senzatetto del sisma del 6 aprile 2009. Zero! Riferiva tre osservazioni molto interessanti. La prima di un residente, Pierluigi Lo Marco, che si lamentava di aver ricevuto solo le bollette per il  riscaldamento, 5000-7000 euro, senza sapere dove prendere quei soldi, poiché gli edifici sono mal fatti. Questa è la mafia che ha vinto la gara d’appalto e che non ha fatto nulla. Pierluigi riassume la qualità di alcune case prefabbricate con tali parole: “infiltrazioni d’acqua, materiali fragili, scarso isolamento“. Il secondo personaggio è l’eurodeputato Søren Bo Søndergaard, della commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento europeo, che in una relazione al Parlamento europeo nel novembre 2013 non era affatto rassicurante. In questo rapporto, scopriamo che gran parte dei 493 milioni di euro dei fondi europei di solidarietà per alloggi di emergenza de L’Aquila fu data ad  imprese legate alla mafia, che usano ampiamente il metodo della sovrafatturazione. Il terzo personaggio è il sindaco de L’Aquila. Prima delle dimissioni poche settimane dopo l’intervista, il sindaco disse ad Euronews che per ricostruire la sua città servirebbero 5 miliardi di euro, e nessuno sa dove trovarli. La cortina fumogena del G7 è di un cinismo sconcertante. “Abbiamo trovato un modo per raccogliere fondi per la ricostruzione, perché ci vogliono molti soldi (…) con un prestito 40ennale da un pool di banche, per esempio“. Ecco in quale scompiglio oggi si trova L’Aquila che ha ospitato il vertice G7+1 nel 2009, nonostante le promesse generose dei presunti più potenti del mondo, che non trovano di meglio che cercare disperatamente prestiti 40ennali dalle banche per ricostruire la città dignitosamente. Se non possono aiutare se stessi, come possono salvare l’umanità? È necessario essere uno scienziato per capire che questa cosa chiamata G7 è un vero bluff mediatico? Torniamo al 2009, al vertice de L’Aquila.
6 presidenti africani furono invitati tra cui il presidente dell’Unione africana Muammar Gheddafi, che promise 20 miliardi di euro in tre anni per fare dell’Africa un continente sviluppato. Appena due anni dopo, i membri di questo G7, incapaci di mantenere le loro false promesse, assassinarono l’allora presidente dell’Unione africana. Nel 2014, cinque anni dopo, si può vede che dei 20 miliardi di euro promessi nulla è stato versato a chicchessia nel continente africano, confermando che il G7 è principalmente un club di bugiardi annoiati. Il più ridicolo del circo era il presidente del Consiglio italiano che durante la stessa conferenza stampa alla Casa Bianca disse: “Gli Stati Uniti metteranno a disposizione di vari Paesi poveri una quantità enorme di moneta per garantire il raggiungimento dell’obiettivo della sicurezza alimentare”. Analizzate bene tali parole, avanzate alla Casa Bianca da un italiano che le attribuisce al presidente degli Stati Uniti, propositi che non mantiene, davanti alla stampa nella conferenza dei due tizi. Se Obama voleva dare ai cosiddetti Paesi poveri una quantità enorme di denaro, perché non si prendeva il piacere di annunciarlo lui stesso? Ma c’è di peggio: cos’è una “quantità enorme di denaro”? Questi sono i due Paesi più indebitati al mondo, che sarebbero lieti di trovare una quantità enorme di denaro per i Paesi africani. Domanda: perché non hanno usato parte di quell’enorme quantità di denaro per ripagare i loro debiti pubblici? O anche per ricostruire L’Aquila. Queste erano promesse del 2009, cinque anni fa. C’è un solo esempio al mondo di Paese che ha risolto il suo problema alimentare con questa presunta enorme quantità di denaro di Obama? Non lo so. È un bluff, ma ha almeno il merito d’impressionare i creduloni. Infatti, al G8 de L’Aquila ci fu una vergognosa processione di certi capi di Stato africani sedotti da false promesse.

Statistiche comparative dei debiti per Paese
Secondo i dati più recenti del CIA World Factbook 2011, ecco la situazione dei debiti dei G7+1:
Giappone: 205,50% del PIL (243,20% nel 2013)
Italia: 120,10% del PIL (132,5% nel 2013)
Canada: 87,40% del PIL (89,10% nel 2013)
Francia: 86,10% del PIL (93,90% nel 2013)
Regno Unito 85,30% del PIL (90,10% nel 2013)
Germania 80,60% del PIL (78,10% nel 2013)
USA: 67,80% del PIL (104,50% nel 2013)
Russia: 8,30% del PIL (9,10% nel 2013)
Possiamo scoprire che secondo i dati diffusi dai servizi segreti statunitensi (CIA) da Washington, la Russia è il Paese meno indebitato e ha 8 volte meno debito rispetto al più virtuoso del circolo, gli Stati Uniti. I dati 2013 vennero forniti da ciascuno Stato nei primi mesi del 2014 e confermano la tendenza prevista dalla CIA. Rispetto al famoso G7, secondo la stessa fonte e lo stesso anno, la Guinea Equatoriale ha un debito del 5,10% rispetto al PIL, l’Algeria dell’8,30% , il Camerun dell’13,90%, la Nigeria del 17,80% e l’Angola del 18,10%. Come possono Paesi il cui debito pubblico è maggiore della loro ricchezza totale pretendere di decidere il futuro del mondo e dirigerlo? Sono Paesi con una cattiva gestione delle finanze pubbliche, invece di nascondersi e tacere pretendono d’insegnare il buon governo ai Paesi più virtuosi. Come può un Paese come l’Italia, che dal 2001 ha visto la scomparsa di 120000 aziende in tutti i settori, pretendere di essere più potente della Cina che languisce sotto le enormi riserve valutarie derivanti dalle esportazioni in tutto il mondo? In conclusione, l’annullamento della riunione del G8 del giugno 2014 a Sochi è l’annullamento della nullità. E poiché per definizione se si moltiplica qualsiasi variabile per zero, si ottiene zero, se si divide un numero per zero, è fantastico si ha sempre zero. Non tenere il G7+1 a Sochi non influisce sul mondo. Escludere la Russia dal G8 non fa né freddo né caldo al cittadino russo, tanto meno a quello della Crimea. E sulle dichiarazioni di Obama al suo arrivo a Bruxelles, il 6 giugno, che non potrà mai abbandonare la Crimea, possiamo solo chiederci se non deliri. O è solo accecato dall’odio anti-russo?

Obama e l’odio anti-russo
Noi africani conosciamo la discriminazione basata sul colore della pelle. Quello che non sappiamo è che in Europa c’è una discriminazione ancora più forte non basata sulla razza o tribù, ma sulla lingua. Così il problema ucraino è sostanzialmente l’epilogo della discriminazione dei russofoni in tutta l’Unione europea. Sì, si capisce che nei Paesi dell’Unione europea parlare russo è un crimine. Parlare russo è peggio del deicidio ebraico. La discriminazione contro gli ebrei in Europa si basa sulle bugie della Bibbia secondo cui gli ebrei uccisero il figlio di Dio. Basti notare che non c’è un Dio per capire che si tratta di discriminazione basata su menzogne. Per i russi è anche peggio. L’accusa non esiste, ma se parlate russo siete per forza il demonio. E l’Unione europea lascia fare, che dico? L’UE incoraggia la discriminazione, dato che chiude gli occhi e fa finta di non vedere. In Lettonia, ad esempio, quando il Paese proclamò l’indipendenza dalla Russia nel 1991, quest’ultima non si oppose. Ma ciò che fece per ringraziare la non interferenza della Russia, è stupefacente: il Paese neo-indipendente conferiva la nuova cittadinanza lettone a tutti coloro che non parlano russo. E i russofoni? Senza diritti. Sì oggi nel 2014 con l’approvazione dell’Unione Europea, la popolazione russofona della Lettonia non ha cittadinanza, né passaporto e non può lasciare il Paese per recarsi all’estero. A meno che non ci s’infila in un percorso ad ostacoli per dimostrare di meritarsi il titolo di lettone. Ciò è certamente quello che è accaduto all’attuale sindaco della capitale Riga, Nils Usakovs. La sua storia sembra presa da un film dell’orrore. Questo giovane molto intelligente e attivo è il più giovane sindaco della Lettonia. Dice  nella sua biografia che aveva solo 23 anni quando ottenne la cittadinanza lettone. Ma il peggio è che sua madre, fino ad oggi, non ha la cittadinanza; le autorità lettoni non la trovano abbastanza in forma per essere una lettone. Risultato, è un’apolide. Il suo unico difetto: parla lettone non molto chiaramente, con accento russo. Perché la Russia non può darle un passaporto russo? Risposta: perché l’Unione Europea e la NATO insorgerebbero immediatamente accusandola d'”interferenza negli affari di un Paese democratico, membro dell’Unione europea e della NATO“. Scrive nella sua biografia: “Mio padre era apolide, mia madre non ha ancora la cittadinanza lettone, questo problema è qualcosa di molto personale per me“. Nel 2009, il partito politico che ha creato vinse le elezioni, ma non sarà mai Primo ministro della Lettonia, perché tutti gli altri partiti politici lettoni, che hanno perso le elezioni, saranno d’accordo per escluderlo dal potere. Così si accontenta del consiglio municipale di Riga, dove tali accordi non sono previsti dalla legge. In tale città, il 60% della popolazione parla russo. Così vinse le elezioni comunali e divenne il sindaco più giovane del Paese. C’era la crisi economica e per salvare la sua città, aveva bisogno di fondi, si rivolge a Mosca, dove si reca regolarmente per esaltare le virtù della sua città a turisti e funzionari russi. I turisti russi si affollano, le casse municipali si riempiono e si creano gelosie. Viene quindi accusato di essere una spia di Putin. Nella stampa lettone, venne pubblicata la sua corrispondenza con un dipendente dell’ambasciata della Federazione Russa in Lettonia, un certo Aleksandr Gapilov, chiedendo di favorire l’arrivo dei turisti russi in città. Ecco ciò che dice nella sua biografia: “Chi altro dovrebbe partecipare? Non c’erano alternative alla Russia (…) Il mio compito era pubblicizzare Riga e creare un clima politico favorevole, facendo arrivare i turisti e il denaro degli imprenditori russi, e questo era utile alla città“. Se tutte queste calunnie non hanno funzionato, è solo perché ha potuto condurre una gestione finanziaria molto sana e rigorosa del comune. Onestà che anche i suoi più duri avversari gli riconoscono. E’ chiaro che l’Unione europea che assegna il premio Sakharov a vincitori da Paesi dittatoriali non potrà mai dare il premio al giovane Nils Usakovs: svolge una buona azione nel Paese sbagliato. Se fosse stato in Russia, Repubblica Democratica del Congo, Cina o Zimbabwe, non c’è dubbio che avrebbe avuto oggi il Premio Nobel per la Pace. E il sostegno di tutte le cosiddette ONG per i diritti umani. In un articolo dedicatogli da due giornalisti: Tomas Ancytis e Vaidas Saldziunas della rivista “Lietuvos Rytas” di Vilnius, si legge: “Allora, da dove provengono le lamentele di certi lettoni verso il politico russofono? Ovviamente, la “lealtà”. Questo termine appare frequentemente nelle discussioni dei lettoni. Non si fidano dei politici russi, e questo è tutto (…) ma sembra che tali sospetti siano meno necessari. Nils Usakovs è un politico il cui nome non è mai stato associato ad alcun scandalo”.

Conclusione
L’esclusione della Russia dal G7 è meno importante della rivincita della lotta contro il razzismo che il presidente russo Vladimir Putin lancia in Europa per riconquistare la dignità di coloro che morirono per la leggendaria democrazia. L’occidente ha la sfortuna di affrontare il 21° secolo con dei capi politici del tutto sfasati rispetto ai vari conflitti. Gli abbiamo visti sostenere in Siria gli stessi che al ritorno compiono attentati in Belgio. Hollande minacciava di bombardare la Siria, senza mai chiedersi se potesse sopportare la potenza di fuoco della Russia in Siria. Finiremo per rimpiangere la guerra fredda. C’era più tensione, ma almeno avevamo anche dei leader molto bravi e coriacei per affrontarla. Oggi i capi occidentali non conoscono nemmeno i problemi che pretendono di risolvere. La catastrofe libica ci ha svegliato su ciò. Il G7 è un’organizzazione troppo inutile, anacronistica e composta da Stati indebitati per spaventare anche una mosca. Deve semplicemente sparire al più presto. La Russia è soprattutto un Paese europeo. Ho l’impressione, quando ascolto il presidente degli Stati Uniti Obama parlare dei russi, che parli di un Paese di Marte. Si può essere indulgenti verso Obama sapendo che gli statunitensi non sono bravi in geografia; ma che dire di François Hollande e David Camerun che s’arrabattano nell’incomprensione totale della palude politica internazionale che loro e i loro consiglieri non capiscono, per quanto è complicata.

Babone (Camerun) 06/05/2014
Jean-Paul Pougala, ex-cameriere

G8:LEADER OSSERVERANNO MINUTO DI SILENZIO PER VITTIME SISMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Jerome Kerviel e il jackpot francese dell’11 settembre

Reseau International 20 maggio 2014

340948_Sep-11-attacksNel 2009, l’ex-trader, oggi in carcere, aveva rivelato una strana informazione ignorata dalla stampa mainstream. “Il miglior affare nella storia della Société Générale fu condotto l’11 settembre 2001. È ciò che mi fu detto da uno dei manager. Sembra che quel giorno, i profitti furono enormi”. Tale affermazione enigmatica fu formulata nel 2009 da Jerome Kerviel. L’ex-trader della Société Générale aveva informato Elizabeth Fleury, giornalista parigina, che la sua banca avrebbe registrato un guadagno azionario record in conseguenza dell’attacco terroristico. Contesto: sette giorni dopo i fatti di New York e del Pentagono, osservatori finanziari scoprirono che speculatori misteriosi avevano ricavato, in tutto il mondo, enormi profitti dalle scommesse fatte tra fine agosto e primi di settembre sulle azioni delle aziende interessate dagli attacchi. Fu la prima indicazione di un insider trading mondiale su diverse piazze borsistiche: Chicago, Londra, Francoforte, Milano, Tokyo, Singapore e Parigi. In Francia, Laurent Fabius, ministro delle Finanze del governo Jospin, suggerì un legame tra tali movimenti finanziari e il terrorismo: “Non è affatto impossibile che gli sponsor degli attentati dell’11 settembre siano gli autori di tale speculazione”. “I nostri computer identificarono una serie di anomalie su cui lavoriamo duro, data la coincidenza con gli attacchi“, disse a RMC il direttore generale della Commission des opérations boursières (COB), Gérard Rameix.
Jerome-Kerviel-1024x652Un interessato al caso, intervistato dalla giornalista Martine Orange di Le Monde, riconobbe, come molti esperti di transazioni borsistiche, il suo stupore: “Non si può fare a meno di essere colpiti dai grandi volumi scambiati e dalle aree scelte“. Pochi giorni dopo, tutto cambia, le autorità occidentali indicarono laconicamente che le indagini non riuscirono a stabilire un legame tra tali speculatori ed al-Qaida, il gruppo subito accusato dell’11 settembre. In una parola, era l’insabbiatura del caso che avrebbe portato ad identificare coloro che, vivendo tra noi e non nelle grotte di Tora Bora, ebbero informazioni dettagliate sugli attacchi imminenti da cui trassero vantaggio. Nel 2010, aprendo un’indagine online sul tema, ovviamente complesso e delicato, volevo saperne di più da Jerome Kerviel. Chi erano i responsabili? Qual era la fonte di tali informazioni? E quanto ci guadagnarono? Contattai Olivier Metzner, legale di Jerome Kerviel. Dopo diversi scambi telefonici, l’avvocato, poi suicidatosi, mi disse infine che il suo cliente non voleva fare alcun commento su tali affermazioni, finché il suo tempestoso processo con la Société Générale fosse finito. Oggi, Jerome Kerviel è nel carcere di Nizza e deve ancora scontarvi tre anni. Pur dichiarandosi colpevole, l’uomo si lamenta che l’indagine contro di lui subì molte pressioni occulte dalla Société Générale.
Direbbe altro, ora che è in carcere, nella sua dichiarazione sui profitti raccolti l’11 settembre 2001 dal prestigioso istituto finanziario che l’assunse nell’agosto 2000? Normalmente tale osservazione avrebbe fatto notizia: poche settimane dopo gli attentati, molti media, in Francia e all’estero, s’interessarono agli speculatori, prima di cedere all’opacità delle autorità del mercato. Tuttavia, in questo caso, le informazioni di Kerviel sulla sua banca, che avrebbe beneficiato notevolmente dalle operazioni interne condotte a monte dell’11 settembre, non provocarono alcuna indagine.

Auto-censura e doppi standard
Robert Addison DayNel 2010, l’Autorité des marchés financiers licenziò Robert Addison Day, sospettato di insider trading. Il miliardario statunitense, vicino al clan Bush e ai servizi segreti, divenne nell’aprile 2001 membro del Consiglio di Amministrazione della Société Générale dopo aver ceduto alla banca francese la sua società finanziaria di Los Angeles TCW (Trust Company of the West), specializzata nei CDO, prodotti finanziari rischiosi composti da subprime. Attraverso la sua controllata statunitense, la Société Générale investì 40 miliardi di dollari su tali investimenti pericolosi. Nel gennaio 2008, poco prima dello scoppio dello scandalo della vicenda Kerviel, Robert Day vendette oltre 125 milioni di titoli della banca. Le perdite poi attribuite a Jerome Kerviel, 4,9 miliardi di dollari, non sarebbero state note all’affarista californiano. Non poteva però ignorare la prognosi pessimistica della Société Générale del mercato statunitense dei subprime: nel novembre 2007, la banca francese stimò il costo a 203 milioni di euro del riaggiustamento; il 24 gennaio 2008, il giorno in cui scoppiò lo scandalo del “trader pazzo”, la cifra era di 2,6 miliardi di euro. Sospettato assieme al capo della divisione investimenti Jean-Pierre Mustier, di guadagno fraudolento da informazioni riservate, Robert Day venne infine messo “fuori gioco”. Come il suo predecessore (COB), l’Autorité des Marchés Financiers è spesso accomodante quando si tratta di rintracciare l’insider trading commesso da dirigenti. Dal 2010, quando lasciò la Société Générale, Robert Day si dedica agli investimenti negli Stati Uniti. La sua azienda, assai coinvolta nel mercato israeliano, fu acquistata alla Société Générale da una potente organizzazione finanziaria legata alla CIA e al complesso militare-industriale Carlyle. Il suo co-CEO, David Rubenstein, ha recentemente rilasciato un’intervista in cui il mecenate della comunità ebraica saluta (13′ 54) la transazione del febbraio 2013 tra il suo gruppo e la banca francese.

Identificare istituzioni e individui arricchitisi con gli scambi dell’11 settembre è importante: alcuni furono gestiti da Parigi attraverso banche come la Société Générale. Michael Ruppert, giornalista investigativo che svelò molte informazioni su ciò e con cui avevo corrisposto, era convinto che i principali beneficiari fossero vicini a certi funzionari dei servizi segreti europei, israeliani e statunitensi, che condivisero l’identica sofisticata prescienza degli attacchi. Risalendo l’insider trading dell’11 settembre, in ultima analisi, si potrebbe identificare la rete dei “mandanti” come  giustamente sottolinea Laurent Fabius. Il 6 ottobre 2001 a Washington, questo sodale del  movimento sionista statunitense, allora ministro delle Finanze, fu nominato dai suoi colleghi del G7 loro portavoce nel guidare gli scambi relativi alla “lotta al finanziamento del terrorismo“. Nel mirino al-Qaida e i suoi contatti in ambito islamico. Ignorati furono gli operatori di borsa che agendo in Europa, Nord America e Asia del Sud-Est guadagnarono milioni di dollari dall’operazione false flag USA-Israele, di cui sapevano in anticipo grazie alle loro connessioni con il mondo dell’intelligence.

FALSE-FLAG-14-wTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, una nuova guerra per liberarsi degli islamisti

Alessandro Lattanzio, 20/5/2014
685656-libya-photo-collection.8191917_stdSecondo l’ex-capo dei golpisti del CNT, Mahmud Jibril, “Gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di doppiezza in Libia. Il loro obiettivo principale era mettere al potere i fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia per contenere il terrorismo, affidando il programma ai suoi alleati regionale Turchia e Qatar. La caduta di Mubaraq contribuì al successo del piano degli Stati Uniti. Ma il Generale Abdalfatah al-Sisi, il ministro della Difesa egiziano che ha tolto di mezzo il presidente egiziano islamista Muhammad Mursi, ha inferto un duro colpo al piano. Il Qatar supportò la rivolta anti-Gheddafi, imponendo l’emiro del Gruppo islamico combattente libico in Afghanistan (LIFG), Abdalhaqim Belhadj, a capo dei rivoluzionari libici. L’emiro del Qatar, Hamad bin Qalifa, rifiutò di disarmare le milizie e di recuperare le armi fornite dal Qatar, su raccomandazione della Francia, che gli islamisti ricevevano all’aeroporto di Bengasi sotto la supervisione di ufficiali dei servizi segreti del Qatar. Perciò ci siamo rivolti al Sudan per avere le armi. Per le sue operazioni, il Qatar assieme a Mustafa Abdaljalil, presidente del CNT, aveva deciso che sarei stato sollevato dalla carica di ministro degli Interni e della Difesa. Mustafa Abdaljalil aveva già “giurato fedeltà al Qatar, nutrendo simpatie per fratelli musulmani. Con mia grande sorpresa, appresi che Abdalhaqim Belhadj fu presentato ai capi di Stato Maggiore della NATO in una riunione della coalizione a Doha, nell’agosto 2011, dove ebbe un briefing sulla situazione militare in Libia, in vista dell’offensiva contro Tripoli. Il comando operativo fu poi trasferito dall’isola di Djarba in Tunisia, sotto l’autorità del partito islamista al-Nahda di Rashid Ghannuchi, uomo del Qatar, a Zintan nel Jabal al-Nafusa, nella Libia occidentale. Infine, l’assalto contro Tripoli fu ritardato di diverse settimane a causa del fatto che il Qatar aveva invocato l’opposizione della NATO a tale operazione quale scusa per l’incapacità nel distruggere le difese della capitale. Quando arrivammo a Tripoli, scoprimmo che 24 dei 28 obiettivi cruciali per paralizzare le difese della capitale furono distrutti. Il Qatar sfruttò il pretesto dell’opposizione della NATO per permettere a Belhadj di entrare per primo”.
Il 24 marzo 2014, la petroliera Morning Glory veniva sequestrata a largo di Cipro da un commando di 24 Navy SEAL imbarcati sui natanti veloci di un incrociatore lanciamissili di scorta alla portaerei USS Roosevelt. L’equipaggio di 21 persone della petroliera venne trasbordato sulla portaerei statunitense per essere poi processato per “acquisto illegale di petrolio” in Libia. “L’equipaggio sarà deferito alle autorità giudiziarie competenti“, secondo il tenente-colonnello Salim al-Shawirf. “L’equipaggio della petroliera è ora sotto la mia autorità ed è indagato“, aveva detto il procuratore neo-coloniale libico Abdalqadir Radwan, sebbene senza l’intervento delle forze speciali e della marina atatunitensi la nave non sarebbe mai stata presa. La petroliera era di proprietà di una società degli Emirati Arabi Uniti, ed era noleggiata da una società saudita, batteva la bandiera della Corea democratica, ma Pyongyang l’aveva radiata dal suo registro navale in quanto violava la legge “sul registro e i contratti marittimi che vietano il trasporto di merci di contrabbando“.
A metà aprile, esplosero proteste a Zawiya, pochi giorni dopo che il governo aveva ceduto il controllo di due porti petroliferi all’esercito per porre fine alla crisi e alle controversie tra le autorità regionali cirenaiche e quelle centrali. L’esercito aveva preso il controllo dei porti di Zuaytina e Mars al-Hariga. Però l’11 aprile i manifestanti riuscirono ad occupare la raffineria di Zawiya chiudendone la produzione di 120000 barili al giorno. Il 13 aprile, i “ribelli” della regione autonoma della Cirenaica si accordarono per consegnare al governo centrale i terminali petroliferi dei porti di Ras Lanuf e Sidra, occupati dal luglio 2013. La disputa ha ridotto le esportazioni di petrolio della Libia di 1,25 milioni di barili al giorno, con la conseguente perdita di circa 14 miliardi di dollari di entrate.
Nel giugno 2013, un comandante di al-Qaida, Ibrahim Ali Abu Baqr al-Tantush, prendeva il controllo di una base segreta creata dalle forze speciali statunitensi sulla costa libica: Campo 27. Nell’estate del 2012, i Berretti Verdi statunitensi ristrutturarono la base militare a 27 chilometri ad ovest di Tripoli, per ospitare e addestrare i combattenti per le operazioni speciali antiterrorismo della Libia. Ma due anni dopo, il campo di addestramento veniva utilizzato da al-Qaida fomentando il caos nella Libia post-Jamahiriya. “Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti affermava che il campo oggi viene considerato ‘zona negata’ o luogo in cui le forze USA dovrebbero aprirsi la strada per accedervi“. Seth Jones, esperto di al-Qaida della Rand Corporation, aveva detto che la Libia è oggi un rifugio di al-Qaida nordafricana. “V’è una serie di campi di addestramento di al-Qaida e dei vari gruppi jihadisti emersi nel sud-ovest della Libia, intorno a Tripoli, e nel nord-est della Libia, intorno a Bengasi”. Nel marzo 2014, il generale David Rodriguez, a capo dell’US Africa Command, affermò al Comitato dei Servizi Armati del Senato che un paio di migliaia di combattenti stranieri era transitato dal nord Africa alla Siria e che al-Qaida ne coordinava le attività. Ed ora questi militanti avevano una base presso Tripoli, oltre a una serie di dispositivi tattici avanzati. “La sfida più grande sono munizioni, armi ed esplosivi che dalla Libia continuano a fluire in tutta la regione del nord-ovest dell’Africa“. Alla domanda se tali armi rafforzassero al-Qaida in Africa, Rodriguez rispose: “Li rafforza in tutto il nord-ovest dell’Africa“.
Nel frattempo, il Congresso Nazionale Generale della Libia non riusciva a nominare un nuovo primo ministro, avendo il candidato Ahmad Mitiq ottenuto solo 113 dei 120 voti necessari. La Libia era senza premier da quando Ali Zaydan era scappato in Europa a marzo e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini rimaneva in carica fino alla nomina di un successore. Al-Thini aveva annunciato a metà aprile che si sarebbe dimesso, spaventato da uno scontro a fuoco in una zona residenziale che lo vide oggetto. Il primo vicepresidente del Congresso, Az al-Din al-Awami dichiarava chiuso un primo procedimento per eleggere il nuovo premier; ma esso venne illegalmente riaperto dal secondo vicepresidente, Salah Maqzum, dove Mitiq riceveva 121 voti. Infine la situazione venne risolta dal presidente del Congresso Nuri Abu Sahmayn che nominava Mitiq nuovo primo ministro. Il portavoce del primo ministro al-Thini, Ahmad Lamin, affermava che una volta raggiunto l’accordo, al-Thini sarebbe rimasto in carica finché Mitiq avesse stilato il nuovo governo e il Congresso l’avesse approvato. Ma proprio ci si avviava verso l’adempimento di tale processo, esplosero nuovi scontri a Bengasi. Secondo il quotidiano algerino al-Qabar del 12 maggio, il Feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi avrebbe deciso di estirpare il terrorismo islamista in Egitto intervenendo militarmente contro le relative basi in Libia. Il direttore dell’intelligence egiziana Muhammad Farid al-Tuhamy avrebbe visitato Washington per spiegare al governo degli Stati Uniti le minacce poste da al-Qaida all’Egitto dalla Libia, affermando che i combattenti dallo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) provengono dall’Egitto e che il nuovo governo di Cario li combatte. Il 10 maggio al-Qabar aveva pubblicato un articolo che avvertiva dell’imminente guerra in Libia, che avrebbe potuto propagarsi anche in Tunisia. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero sostenuto l’azione contro la Libia per stabilizzarvi la situazione e por fine alle minacce poste dagli islamisti. Lo sceicco Muhammad bin Zayid bin Sultan al-Nuhayan, principe ereditario di Abu Dhabi, sosterrebbe l’Egitto nella repressione dei gruppi islamisti che minacciano la stabilità regionale.
general-khalifa-haftar-attends-news-conference-abyar-small-town-east-benghaziLa mattina del 16 maggio, l’ambasciatore d’Algeria a Tripoli, Abdalhamid Buzhar, subiva un tentativo di rapimento da parte di uomini armati, presso la sua residenza a Qarqas, Tripoli. Ma la scorta del personale diplomatico algerino riusciva ad evacuare l’ambasciatore presso l’aeroporto di Tripoli e da lì ad Algeri. Il resto del personale della rappresentanza diplomatica venne evacuato il giorno dopo e l’ambasciata venne chiusa. Questo tentato rapimento era l’ultimo di una serie di attacchi alle missioni diplomatiche in Libia. Un diplomatico tunisino e l’ambasciatore giordano furono rapiti e poi rilasciati. A Bengasi, sempre il 16 maggio, esplosero scontri armati tra l”esercito nazionale libico’ dell’ex-generale golpista Qalifa Haftar e le milizie islamiste, causando 79 morti e oltre 140 feriti. A Tripoli, un comunicato del presidente del Congresso nazionale generale, Nuri Abu Sahmayn, accusava Haftar di essere “al di fuori della legittimità dello Stato” e di compiere un vero e proprio “colpo di Stato”. Il generale negava, “L’operazione lanciata venerdì e battezzata ‘Restaurare la dignità della Libia’ mira a ripulire il Paese dai terroristi. Abbiamo cominciato questa battaglia e continueremo fino a raggiungere il nostro scopo. Il popolo libico è con noi”. L”esercito nazionale’ guidato da Qalifa Haftar, ex-capo dei golpisti che nel 2011 rovesciarono Muammar Gheddafi, aveva il sostegno di un aereo da guerra e di elicotteri che bombardarono la caserma occupata dalla milizia islamista “Brigata 17 febbraio”, mentre i miliziani attaccarono la base del gruppo islamista Rafallah al-Sahati. I combattimenti si svolgevano nella zona di Sidi al-Fradj, a sud di Bengasi. Il Capo di stato maggiore dell’esercito libico, Abdalsalam Jadallah al-Ubaydi, “nega che le forze armate siano coinvolte negli scontri a Bengasi“. “In una dichiarazione alla televisione nazionale, al-Ubaydi ha chiesto all’esercito e ai rivoluzionari di opporsi a qualsiasi gruppo armato che cerchi di controllare Bengasi con la forza”. Invece molti soldati aderivano all”esercito nazionale’ dopo i numerosi attacchi compiuti dalle milizie legate ad al-Qaida fin dall’invasione USA-NATO. Al-Ubaydi vietava inoltre alle forze armate di entrare a Bengasi per sostenere Haftar. Per al-Ubaydi l’azione di Haftar era un “colpo di Stato”. Il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini affermava che solo un aviogetto aveva attaccato i gruppi islamisti e senza il permesso del governo, “E’ il tentativo di sfruttare l’attuale insicurezza contro la rivoluzione”. Muhammad al-Hijazi, portavoce dell”esercito nazionale’, dichiarava alla TV libica al-Ahrar che unità dell’esercito regolare si erano unite alle forze di Haftar nella lotta agli islamisti, tra cui forze aeree e forze speciali. Gli “scontri non si fermeranno fin quando l’operazione raggiungerà i suoi obiettivi“. Sempre secondo al-Hijazi anche i militari dell’aeroporto di Bengasi, Benina, avevano aderito all’azione di Haftar. Reuters riferiva che le autorità libiche avevano chiuso l’aeroporto di Bengasi, “Abbiamo chiuso l’aeroporto per la sicurezza dei passeggeri, ci sono scontri in città. L’aeroporto sarà riaperto a seconda della situazione della sicurezza”. L’agenzia LANA citava Milad al-Zuwi, portavoce delle forze speciali, che negava il coinvolgimento delle sue truppe. Il portavoce dell”esercito libico nazionale’ Muhammad al-Hijazi riferiva che i combattenti al comando di Haftar “hanno bombardato le basi appartenenti ad Ansar al-Sharia e ad altri gruppi islamisti a Bengasi“. Quindi alcuni elicotteri e un caccia MIG-21 bombardarono le basi bengasine di Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e battaglione ’17 Febbraio’. A Tripoli, le milizie di Zintan attaccarono una base dei miliziani filo-governativi. Il 17 maggio, velivoli libici bombardavano la stazione radio di Ansar al-Sharia di Bengasi. Le operazioni proseguirono il 18 maggio a Tripoli, con l’assalto al parlamento, causando 2 morti e decine di feriti, e a cui parteciparono le brigate di Zintan al-Qaqa, al-Sawaiq e al-Madani che, insieme ad unità dell’esercito libico, assaltarono anche diverse basi islamiste, tra cui quella della 27ª brigata di Misurata comandata da Buqa, capo della milizia islamista governativa ‘Scudo della Libia‘. Il 19 maggio, il Capo di Stato Maggiore generale al-Ubaydi ordinava alle milizie islamiste filo-governative di proteggere le sedi governative di Tripoli, mentre l’ex-premier al-Thini confermava che 120 mezzi dell’esercito governativo erano passati con Haftar nell’offensiva contro gli islamisti di Bengasi. Il generale Haftar ribadiva che il suo obiettivo era la “liberazione della Libia dal governo islamista che ha consegnato il Paese ai terroristi”. Un ex-comandante delle forze armate libiche, colonnello Adan al-Jarushi, affermava che anche le forze armate prendevano parte all’azione contro i taqfiriti di Bengasi. Al-Jarushi si appellava ai soldati ad unirsi all’operazione e ordinava a tutte le basi aeree di bombardare le posizioni dei terroristi.
L”esercito nazionale libico’ (ENL) di Haftar è formato da circa 6000 tra miliziani irregolari e soldati dell’esercito, e dalle forze speciali di stanza a Bengasi guidate dal colonnello Abu Qamada. Inoltre l’ENL controlla le basi aeree di Bengasi e Tobruq e 200 tra blindati, carri armati e pickup armati di mitragliatrici, lanciarazzi o mortai. L’offensiva sembra godere di un certo sostegno popolare e di alcune milizie tribali in cerca di vendetta per i crimini commessi dagli islamisti. Bengasi subisce da tre anni assassini e attentati perpetrati dalle stesse milizie islamiste che il CNT aveva nominato ‘forze di sicurezza’. Il capo dei Fratelli musulmani in Libia, Bashir al-Qabti, aveva dichiarato: “Il sangue libico versato è responsabilità del governo debole mentre dita straniere giocano con il destino e il sangue dei libici per schiacciare la rivoluzione del 17 febbraio, nell’ambito di una guerra programmata contro la primavera araba“. Anche il portavoce del governo libico affermava che potenze estere tentavano di conferire legittimità alle azioni di elementi fuorilegge dell’esercito. “Vengono presentati da certi media come dei patrioti, anche se non sono altro che dei ribelli, secondo la convenzione militare“, insisteva Ahmad al-Amin, portavoce delle autorità-fantoccio della NATO e del Qatar in Libia. L’Algeria intanto schierava 10000 militari lungo i 6000 km di confine con la Libia ed alzava il livello di allerta delle forze di sicurezza algerine, per preparale ad affrontare una possibile intrusione libica sul territorio nazionale. Anche la Tunisia rafforzava i presidi al confine con la Libia, mentre già dal 13 maggio gli statunitensi avevano inviato a Sigonella 250 marines e 8 convertiplani V-22 Osprey. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, “ha sottolineato che mentre i marines sono “senza dubbio” dediti alla protezione delle ambasciate, non ha escluso la possibilità che possano essere chiamati per una missione diversa“. Ai marines statunitensi verrebbe ordinato di proteggere i giacimenti petroliferi. La portavoce del dipartimento di Stato USA Jen Psaki affermava “Ribadiamo il nostro invito a tutte le parti ad astenersi dalle violenze e a cercare una soluzione con mezzi pacifici“. Reuters riferiva che il giacimento al-Fil era stato chiuso per le proteste e quello di al-Sharara rimaneva chiuso, riducendo la produzione petrolifera nazionale libica a circa 200000 barili al giorno, lontani dagli 1,4 milioni di barili al giorno pompati nel 2013.
Come già detto, il 18 maggio la milizia di Haftar attaccava il parlamento libico, che veniva evacuato. Poco prima, il nuovo premier Ahmad Mitiq aveva formato il nuovo governo che attendeva la fiducia del parlamento. I miliziani di Haftar assaltarono il parlamento chiedendone la sospensione e il passaggio dei poteri ad un organismo di 60 elementi eletti per redigere la nuova costituzione del Paese nordafricano. Il Congresso Nazionale Generale (GNC) veniva incendiato dopo che i miliziani avevano sequestrando dieci deputati, prima di ritirarsi. Sparatorie esplosero in tutta Tripoli. “Annunciamo il congelamento del GNC“, affermava il colonnello Muqtar Firnana, ex-ufficiale della polizia militare di Zintan, su al-Ahrar TV a nome dell”esercito libico nazionale’ di Haftar. Secondo fonti, gli assalitori, forse miliziani di Zintan, arrivarono a bordo di blindati provenendo dalla strada che collega la capitale all’aeroporto. Le brigate di Zintan detengono Sayf al-Islam Gheddafi, ma si sono sempre rifiutate di consegnarlo a Tripoli.

Libyan_soldiers_with_Palmaria_artillery_gun_at_the_west_gate_of_town_Ajdabiyah_March_16_2011_001Fonti:
WSWS
Secret Difa3
RID
Nsnbc
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Nsnbc
Moon of Alabama
Mondialisation
Jeune Independant
Global Research

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