La guerra in Mali e l’Agenda di AFRICOM: obiettivo Cina

F. William Engdahl, Global Research, 10 febbraio 2013

Consegnateci le nostre armi

Consegnateci le nostre armi

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?
Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo.
Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.
Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM).
Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall“.[2] Che conveniente coincidenza.
Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali.[3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori.[4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali.[5]
Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per  materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana.[6]
Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso. Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ‘Segreti di Vittoria’
La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata.
Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ‘McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic).[7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una così scarsa torbida immaginazione?
Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani.[8]
Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“.[9] Ciò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi.[10]
Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo“. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione.[11]
Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM
Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM.[12]
Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord. “Il risultato è una grande confusione“, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.”[13] Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times“, ma alle forze speciali francesi.[14]
Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciò durò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Din, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15] Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012.
Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol“. [16]
La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico
Ciò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile.
Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina. Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ‘Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord.
La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO.[18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell‘US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome“.[19]
Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell’”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso“, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.”[20] Questo punto di vista è fortemente contestato.
In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano“.[21] Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco.
L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali,  petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina
L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese.
Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando  assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio.[22]
Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane“.[23] Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.”[24]
Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”
In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ‘Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.”[25]
Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria“.[26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca

Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011.[27]
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008.[28]
La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29]
Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere“, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Note
[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades, The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.
[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.
[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US planes deliver French troops to Mali, AFNS, 25 gennaio 2013.
[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.
[5] Freya Petersen, France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says, 20 gennaio 2013.
[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures, 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.
[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.
[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb, CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.
[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli, Asia Times Online, 30 agosto 2011.
[10] Ibid.
[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w, ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.
[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.
[13] Thierry Meyssan, op. cit.
[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops, 11 aprile 2011.
[15] Thierry Meyssan, op. cit.
[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison, The Huffington Post, Reuters.
[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London, 1971, Faber and Faber.
[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare, 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.
[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies, Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.
[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali, MRzine, 2 maggio 2012.
[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.
[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici, Reuters, 1 dicembre 2012.
[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, 2 settembre 2010.
[24] Ibid.
[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, 26 settembre 2011.
[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, 6 ottobre 2011.
[27] Ibid.
[28] Ibid.
[29] Ibid.
[30] Joe Bavier, Op. cit.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

Siria: il retroscena parigino del conclave di Doha!

Nasser Sharara Global Research, 10 dicembre 2012

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La Conferenza di Doha sulla Siria, nel novembre 2012, includeva un aspetto oscuro che consisteva nel tracciare un piano per cambiare la realtà politica e militare sul terreno, spingendo Parigi ad accelerare e istigare a “bruciare le tappe.” Ne è venuto fuori un “memorandum confidenziale” che definisce la funzione operativa della nuova “coalizione dell’opposizione siriana”, una volta che i ribelli riorganizzati e concentrati su cinque fronti assalteranno le principali città siriane.

Secondo una fonte molto in alto nelle gerarchie delle autorità siriane, molti dettagli dei piani segreti architettati al margine di Doha, avrebbero preso la via di Damasco, rivelando che l’obiettivo del congresso non era soltanto trovare una soluzione alla crisi manifesta della frammentata opposizione fondamentalista islamica, ma anche e soprattutto sviluppare un piano che potrebbe cambiare la realtà politica e militare siriana; la recente “Battaglia di Damasco” rientra nelle decisioni segrete prese nella stessa conferenza. In particolare, la Francia ha cercato di manovrare dietro le quinte per diversi motivi. Tra questi, i massimo dei suoi sforzi per convincere l’UE a revocare il divieto di fornire armi all’opposizione siriana che, secondo Parigi, è pronta a ottenere una vittoria decisiva.
Pertanto, la comunità internazionale avrebbe dovuto seguire il suo esempio attraverso il riconoscimento della coalizione [1] come unico rappresentante del popolo siriano e come unico punto di contatto di tutte le opposizioni. Così, i dibattiti riportati da alcuni partecipanti a questa famosa conferenza, dimostrerebbero l’insistenza della Francia nel rovesciare il governo siriano al più presto possibile, incoraggiando “a bruciare le tappe” nel promuovere l’escalation politico-militare e risolvere il problema della paura generata, in occidente, dall’opposizione armata, chiaramente dominata dalle cellule di al-Qaida e dagli elementi soggetti ai programmi degli estremisti salafiti.

Il piano dei cinque fronti 
Sulla base di quanto filtrato dalla conferenza di Doha, del suo rapporto con la situazione generale militare in Siria, delle organizzazioni della cosiddetta opposizione siriana infine fusesi, della battaglia di Damasco che ne è seguita, secondo le fonti informate che hanno parlato con al-Akhbar, le posizioni dei cosiddetti “amici del popolo siriano” non sono immerse nell’armonia totale. Mentre Parigi si distingue per il suo desiderio di aggredire e la sua insistenza a bruciare le fasi del confronto con le autorità siriane, Washington e in misura minore Londra, ritengono che in questa fase sarebbe meglio applicare semplicemente sanzioni economiche più severe e spingere l’opposizione a riorganizzarsi sotto l’egida della nuova coalizione, per liberarsi “parzialmente” dei propri estremisti; solo in parte perché potrebbero “ancora essere utili” per indebolire lo stato siriano! Di conseguenza, un documento con il timbro del segreto, sarebbe circolato dietro le quinte, per preparare le discussioni sulla necessità della cautela nell’armamento dell’opposizione.
I punti chiave di questo documento riservato si concentrano su due assi principali, l’operatività e i doveri della Coalizione Nazionale che “dovrebbe dimostrarsi capace di superare diverse sfide“, tra cui:
1. Unificare l’assistenza umanitaria agli sfollati dentro e fuori i confini siriani, in modo che possa raggiungere tutti i siriani attraverso “il canale esclusivo dei Fratelli musulmani.”
2. Rivedere l’organizzazione dei ribelli armati asserviti alla coalizione degli oppositori, di cui ne costituiscono i due terzi secondo i dati dei servizi segreti stranieri, secondo un piano che unirebbe cinque fronti preparati contro le principali città siriane. Questo, al fine di eliminare l’ultimo terzo costituito dai salafiti, che sarebbero fedeli solo a se stessi.
Una terza area di discussione sarebbe focalizzata sull’armamento della coalizione dell’opposizione siriana. I membri di spicco della coalizione hanno presentato la brillante idea di abolire il divieto e la codificazione delle armi destinate ai cosiddetti ribelli, mentre i funzionari governativi francesi hanno indicato che, nel caso in questione, qualsiasi coinvolgimento in questa direzione dovrebbe passare attraverso una decisione dell’Unione europea, richiedendo il consenso dei 27 paesi partner con i quali si è in corso di negoziazione. Hanno detto che il problema per il governo francese è inestricabilmente legato a “scongiurare il pericolo degli infiltrati jihadisti nell’opposizione siriana“, l’occidente è anche, e per la maggior parte, disposto ad armare l’opposizione così riorganizzata.
Ciò che questi eminenti oppositori hanno replicato è che proprio questa astensione occidentale ha portato le forze salafite ad essere più pesantemente armate, avendo la possibilità di dipendere solo dalle reti del finanziamento privato, anche se sponsorizzate dai paesi del Golfo. Parigi avrebbe promesso di discuterne durante le deliberazioni del Consiglio europeo per gli affari esteri, che ha avuto luogo nella seconda metà del mese scorso. Ma le risposte all’ultima domanda sono rimaste segrete!
In ogni caso, gli osservatori della conferenza di Doha hanno visto che Parigi, superando la cautela dagli Stati Uniti, sembrava molto ansiosa di mobilitarsi a favore della decisione di armare coloro che essa chiama “opposizione democratica siriana”, se non altro per il suo impegno nel cercare l’approvazione dei suoi partner dell’Unione europea. Tuttavia, come il corso degli eventi ha dimostrato, Parigi ha fallito nel suo tentativo di porsi a leader della “comunità internazionale” nella crisi siriana, e dovrà porsi nel campo guidato da Washington. Ma nel frattempo, gli eventi di Gaza hanno monopolizzato gli sforzi diplomatici internazionali dedicati alla situazione siriana…

Fallimento dell’opzione francese 
Dopo la conferenza di Doha, vi sono state aspre critiche, anche all’Eliseo, sull’opportunità dell’iniziativa prematura del presidente francese François Hollande, che ha dichiarato di riconoscere la coalizione “come l’unico rappresentante del popolo siriano, e quindi come governo provvisorio della futura Siria democratica, permettendo di farla finita col regime di Bashar al-Assad!” [2]. Secondo fonti diplomatiche, Hollande avrebbe indicato i tre motivi che l’hanno portato a distinguersi, mentre Londra e Washington si erano astenute dal riconoscere la coalizione in questi termini.
Il primo motivo è dovuto al suo impegno personale, che si era ripromesso di rispettare, facendo al più presto l’annuncio. Il secondo era la sua convinzione personale della necessità di accelerare le mosse militari e diplomatiche per non smorzare la spinta dell’accordo di unificazione, ottenuto a Doha a prezzo di molte difficoltà. Il terzo era relativo al suo desiderio di vedere Parigi in prima linea, sulla scena internazionale, ripetendo in Siria il proprio ruolo in Libia.
Come Sarkozy aveva ufficialmente ricevuto l’illustre Consiglio nazionale di transizione [CNT] accelerando l’intervento occidentale in Libia, facendo pendere la bilancia a favore dei ribelli, Hollande ha pensato bene di correre a nominare l’ambasciatore a Parigi della Coalizione nella persona del dissidente siriano, in esilio da anni, Makhous Mounzer, poco dopo aver ricevuto Ahmad Moaz al-Khatib, nominato presidente della coalizione da poco unificata. Ma Parigi non è stata molto contenta di vedere che il suo approccio non ha alterato le riserve di Londra e Washington, che praticamente non hanno cambiato la loro posizione internazionale sulla questione siriana, come era avvenuto in Libia.
Anche la Lega araba, su cui Parigi puntava molto facendo leva sull’opposizione siriana, non si è espressa così chiaramente come previsto, in quanto ha riconosciuto la coalizione come osservatore e non come unico rappresentante del popolo siriano. Parigi non si è resa conto che la sua fretta di rovesciare il governo siriano, imitando il caso libico, era problematica, soprattutto quando ha autorizzato a nominare un ambasciatore della coalizione degli oppositori, sollevando questioni giuridiche, dato che alcun governo di opposizione è stato fondato in Siria o all’estero!
Parigi, infatti, è andata avanti mentre la Gran Bretagna e gli Stati Uniti dichiaravano di avere ancora da discutere sui termini di questo riconoscimento… [3]. Così, Parigi ha cercato di diffondere i suoi argomenti per convincere i suoi partner, in particolare Washington, sui meriti della sua politica. Sempre da fonti diplomatiche, l’argomento forte in questo caso si riduceva nel dire che Parigi avrebbe riconosciuto la coalizione “perché avrebbe cercato di far pendere la bilancia a favore dei musulmani moderati, a scapito degli infiltrati salafiti tra i combattenti armati e i diversi gruppi politici!”. Ma sembra che Londra e Washington siano rimaste sulle loro posizioni: aiuti umanitari e unificazione nei cinque fronti dei combattenti, che verrebbero staccati e non asserviti ai gruppi estremisti [4].
Coloro che hanno seguito queste discussioni a Doha, prevedono che s’innescherà una guerra tra salafiti e cosiddetti musulmani moderati. In altre parole, si aspettano una seconda guerra civile dentro quella attuale, che avrebbe luogo sempre sul suolo siriano!

Fallimento dello scenario adottato per assassinare al-Assad
Sempre sull’obiettivo di “bruciare le tappe” perseguito da Parigi, con la simpatia “condizionata” della Gran Bretagna, sono emersi informazioni che rimangono da dimostrare. Si concentrano sul fatto che la “battaglia di Damasco” avrebbe coperto un fallito tentativo di assassinare il Presidente della Siria ad opera di un presunto squadrone giordano, incaricato di penetrare nell’aeroporto internazionale di Damasco, prima di continuare il suo raid contro una località ritenuta essere luogo di residenza del Presidente. Tutto questo per far credere che l’attentato sarebbe stato commesso dagli avversari interni ed evitare il coinvolgimento degli Stati Uniti verso la Russia. A questo proposito, vale la pena ricordare l’apertura di un ufficio dei servizi segreti britannici nella capitale giordana, incaricato dell’esecuzione della logistica diretta al territorio siriano.

Nasser Sharara 07/12/2012 al-Akhbar [Libano]
Articolo tradotto dall’arabo da Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Valutazioni:
[1] “Protocollo di Doha” dell’opposizione siriana
Una “opposizione” eterogenea, divisa, senza programma e senza prospettiva creata dal Qatar e doppiata da François Hollande!
[2] François Hollande riconosce la coalizione nazionale siriana 
[3] Il diritto internazionale permette di sostenere apertamente l’opposizione armata in Siria? 
[4] Gli Stati Uniti finalmente ammettono l’invio di armi pesanti dalla Libia ai ribelli siriani.Entrambe queste disposizioni, il riconoscimento dell’opposizione unificata e l’istituzione a distanza di gruppi estremisti, sono necessari per l’amministrazione Obama per riconoscere apertamente di sostenere i ribelli siriani con armi e rifornimenti.”

Nasser Sharara è un giornalista libanese
Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: L’emiro, Erdogan e Hollande… combattono la stessa guerra!

Mouna Alno-Nakhal Mondialisation, 16 ottobre 2012
Copyright © 2012 Global Research

Alla vigilia del quattordicesimo vertice francofono tenutosi a Kinshasa, il 12-14 ottobre 2012, il presidente francese François Hollande ha indicato i buoni e i cattivi… la Palma d’oro è andata a due paesi: Qatar e Turchia, che ha omaggiato per il loro atteggiamento e/o comportamento, in quanto campioni della democrazia e/o dell’azione umanitaria in relazione al “conflitto siriano!”
I meriti dell’emiro del Qatar fanno colare molto inchiostro nel nostro bell’esagono, lasciamo che i nostri parlamentari e funzionari democratici, come il signor Yves Bonnet, ex prefetto ed ex direttore della DST, dibattano, come ha fatto su France 5. Poi, dopo aver sentito o letto i punti chiave dell’intervento del nostro Presidente su France 24, date un’occhiata qui sotto alle “cartine”, soprattutto quella corrispondente alla famosa “zona cuscinetto”, corridoio umanitario, area protetta, o come volete, lento a materializzarsi per i nostri governi, precedente e attuale, desiderosi di porre fine allo stato siriano, alla sua geografia, al suo popolo, alla sua cultura, alla sua storia e alle sue infrastrutture che non si è finito di demolire…
Un pezzo di carta, tra le altre carte, ridisegnato per le esigenze occidentali, un secolo dopo l’altro… semplice “ri-partizione” di un Medio Oriente da sempre ambito, e che sperano materializzarsi al momento convenuto, costi quel che costi!

I. I punti chiave dell’intervento di Yves Bonnet su France 5 [1]
[...] C’è ancora la propaganda salafita. Dobbiamo ancora chiamare le cose con il loro nome! Ci sono paesi stranieri, due in particolare: Qatar e Arabia Saudita… non si limitano solo pagare i calciatori del Paris Saint Germain! Quando vedo il Qatar preoccupato per la situazione nella nostra periferia… Di che s’immischia? É una grande democrazia il Qatar! Tutti sanno che è una democrazia… ero Prefetto, trovo assolutamente intollerabile che un certi paesi stranieri vengano a far fronte alla situazione delle nostre periferie … E l’Arabia Saudita? Qual’è la tolleranza religiosa in questo paese? Si tratta di paesi che sono la negazione stessa dell’espressione democratica. E questi sono i paesi che vengono ad occuparsi dei nostri affari… è propaganda salafita! Tutti sanno che si tratta di propaganda salafita oggi, non solo in Francia, ma anche nei paesi dell’Africa sub-sahariana è pagata da Arabia Saudita e Qatar! Credo che tutti dovremmo porci chiaramente delle domande su questi paesi che si pretendono nostri alleati, nostri amici… [...]
Quello che vorrei anche dire, se mi permettete di chiarire. Questo è quello che siamo, siamo una democrazia, cerchiamo di assimilare in qualche modo, con i vecchi processi francesi, nuove popolazioni musulmane e che in genere non pongono problemi… E siamo nella confluenza di due strategie principali. C’è la strategia americana per la demolizione di tutti i regimi arabi laici. Ciò è stato fatto in modo sistematico. Ne vediamo i risultati meravigliosi! Con, vorrei dire e lo dirò in ogni caso, il problema dei cristiani d’Oriente di cui nessuno parla… scomparsi… che stanno scomparendo dall’Iraq … che scompariranno dalla Siria! E mi dispiace, non vedo perché non prestarvi attenzione! Penso che ci sia un problema troppo grave… [...]
Quindi c’è questa strategia americana per demolire i regimi arabi laici, sospettati di aver avuto rapporti più o meno amichevoli con l’Unione Sovietica. Sono ancora gli americani che hanno creato al-Qaida… Mi dispiace, questo è un fatto che non è contestato da nessuno! Seconda cosa: è la strategia dei paesi del Golfo che accresce il salafismo, lo diffonde… Penso che siamo d’accordo. Ho detto per inciso, inoltre, che il termine antisemita non mi va bene per nulla, perché gli arabi sono semiti e si sa che i due terzi degli ebrei non sono semiti… ma alla fine, andiamo! Poi parlare di giudeo-fobia… ma no, parliamo francese! Entrambe le politiche sono confluite, perché questi due paesi del Golfo, in particolare il più potente è un fedele alleato degli Stati Uniti. E siamo presi in questo tipo di vortice in cui cerchiamo di preservare la nostra identità, la nostra democrazia, con non poche difficoltà. Ma non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Credo che siamo ancora in una società che è in fase di guarigione, in termini di vita tra le comunità…
[Trascrizione parziale, ma parola per parola.]

II. I punti chiave del discorso del Presidente Hollande su France 24 [2]
[...] Il Qatar sostiene l’opposizione a Bashar al-Assad, dopo, ricordo recentemente… esserne stato uno dei sostenitori. E’ con l’opposizione. Vuole aiutare l’opposizione. Anche Noi! Anche la Francia! Quindi diciamo che si deve unire l’opposizione e deve essere preparata al dopo Bashar al-Assad! E questa transizione deve essere una transizione verso la democrazia… non al caos… alla democrazia… vale a dire che il progetto deve soddisfare tutte le forze interne ed esterne, che domani vorranno un libera e democratica Siria! Il Qatar ha il suo posto. Può aiutare. E’ in grado di supportarli e noi lo facciamo con buon accordo. Ma per noi, non si tratta di fornire armi, e l’abbiamo detto ai ribelli … di cui non sapremmo nulla delle loro intenzioni. Dei “territori che sono stati liberati“, ho chiesto da chi questi territori possono essere protetti. Poi ho detto il Qatar, ma non solo il Qatar, che conduce un “lavoro umanitario” in una serie di paesi, tra cui il Mali…!
Ho detto loro: “Fate attenzione, a volte pensate di essere nel campo umanitario, ma è possibile che siate responsabili senza saperlo, e che vi ritroviate a finanziare iniziative di cui possono beneficiare i terroristi“. Hanno detto che le autorità del Qatar… e così… l’Emiro e il suo primo ministro, sono estremamente vigili in relazione a ciò, e io gli credo! Quindi… io sono in una posizione in cui non lascio passare nulla! [...] prima parte Bashar, più la transizione sarà sicura in Siria… Più a lungo dura il conflitto, più i rischi sono grandi… allora prima c’è il rischio di una guerra civile, dopo il rischio del caos… o della “partizione”. Mi rifiuto!
Quindi… la Francia, è in prima linea. E’ stata molo “osservata” negli ultimi mesi … dalla mia elezione! Guardate quello che abbiamo fatto. Siamo noi che abbiamo chiesto che l’opposizione possa riunirsi, questo è già stato fatto, a luglio, qui a Parigi… e riunirsi in un “governo provvisorio”! Siamo stati i primi a dirlo, i primi a dire che bisognava anche “proteggere le zone liberate”, i primi ad assicurare che ci potesse essere un aiuto “umanitario”… è ciò che facciamo in Giordania [3]; i primi a dire anche che dovevamo coordinarci affinché gli “sfollati e i rifugiati”  possano essere ricevuti in buone condizioni, in particolare per il prossimo inverno, i primi a dire che dobbiamo fare di tutto affinché Bashar al-Assad se ne vada e a trovare una soluzione, anche vicino a lui… ho sentito la proposta della Turchia dal suo vice presidente. [4]
Ci sono delle “personalità” in Siria che possono essere una soluzione per la transizione, ma non nessun compromesso con Bashar al-Assad! [...] La Turchia si è “trattenuta in modo particolare” e voglio elogiare l’atteggiamento dei suoi leader, perché sono stati assalti, ci sono state delle provocazioni [5]!
Quindi… La Turchia sta facendo di tutto per impedire il conflitto… che sarebbe anche nell’interesse della Siria: “la creazione di un conflitto internazionale potrebbe unire la Siria contro un aggressore che dovrebbe provenire dall’esterno!” Quindi… dobbiamo fare di tutto affinché il conflitto siriano, più esattamente, “la rivoluzione siriana” non trabocchi in Turchia, Libano, Giordania. Allora… la mia responsabilità è grande, perché la Francia vuole che il Libano mantenga la sua integrità! La mia responsabilità è grande perché condivido ciò che accade in Giordania [6]… di nuovo, un processo democratico… e i rifugiati che sono ancora molto numerosi!
[Trascrizione parziale, ma parola per parola.]

III. La mappa della “zona cuscinetto” di Erdogan che tarda a realizzarsi [7]
Il progetto di una “zona cuscinetto” in territorio siriano, che il governo turco vorrebbe stabilire con il sangue e il fuoco, ammassando e sostenendo “bande armate” che provengono da tutto il mondo e attraversano i confini nord e nord-ovest della Siria, su una regione che dovrebbe estendersi dal punto di confine siriano di al-Salama alle coste settentrionali, attraversando la regione di Idlib [8]; gli obiettivi essenziali della sua realizzazione sono i seguenti:
1. A’zaz e le piccole città a nord di Aleppo, tra cui Maaret al-Nouman, Khan Shaykhun e Jisr al-Shughour, che si trovano intorno alla città di Idlib, che l’opposizione armata vorrebbe destinare a sua capitale tramite il sostegno del vicino turco! Questa zona rappresenta il 5% della superficie della Siria, è densamente popolata [17% della popolazione] è ricco di petrolio e di zone agricole [40% dei terreni arabili]. Aprirebbe la strada verso le coste del Mediterraneo, attraversando la bellissima zona conosciuta come al-Kassatel, quindi al-Kassab e al-Hafa, e i villaggi turcomanni e curdi nella campagna circostante Latakia, senza dimenticare l’incrocio con l’atteso “Sangiaccato di Alessandretta”, usurpato con il Trattato di Losanna nel 1923. Infatti, è importante notare che questi luoghi quasi confinanti con la Turchia, sono caratterizzati da una popolazione mista araba e turcomanna, ancora influenzata da tradizioni, cultura e usanze della Turchia. Da qui l’operazione del governo turco che, prima dell’avvio delle sue ‘bande armate’, era volto a carpire la fiducia dei siriani di questa zona, facilitando il loro passaggio del confine e, strada facendo, il lucroso contrabbando di armi, poi spedite in tutto il paese come preludio per la creazione della necessaria zona cuscinetto, una volta che le operazioni armate avessero raggiunto il punto culminante ad Aleppo, nelle zone di accesso a Idlib e intorno alla città di Latakia. Così il governo Erdogan ha previsto l’isolamento di questo territorio, ricco e strategico, nel nord-ovest della Siria, prima di annetterlo alla provincia di Hatay, all’incirca corrispondente al vicino sangiaccato di Alessandretta, precedentemente già annesso. Infine, ciò avrebbe realizzato il piano del mandato francese del secolo scorso, per la partizione della Siria in tre piccoli Stati, come dimostrano le “tre stelle” della bandiera brandita dai cosiddetti valorosi rivoluzionari della libertà!
2. Jabal al-Zawiya, il cui territorio accidentato ha notevolmente aiutato le bande armate a diffondersi, cercando di controllare la regione fin dall’inizio della cosiddetta “crisi siriana”, e in cui si sono rifuggiati sottraendosi all’esercito regolare siriano quando è arrivato a Idlib.
3. Maaret al-Nouman è diventato il rifugio, l’arsenale e la base principale per la riassegnazione di queste bande, ora che Jabal al-Zawiya ha mantenuto la sua promessa. 4. la provincia di Idlib, particolarmente strategica, perché si trova alla confluenza di tre grandi città: Aleppo, Hama, Homs e financo Latakia. Questo è il piano assegnato al governo turco, che è intenzionato a creare la sua famosa zona cuscinetto sotto la copertura di un aiuto presumibilmente umanitario, per la protezione dei “profughi e dei rifugiati sul proprio territorio.” Dietro l’impegno di Ankara ad accogliere e sostenere i terroristi jihadisti, destinati alla Siria, si profila il sogno neo-ottomano di ripristinare l’egemonia sulla regione dell’impero ottomano decaduto, partendo dalla Siria!
[Traduzione completa dell'articolo originale di Salloum Abdullah per TopNews di Nasser Kandil].

IV. Mappa, tra le altre, del “Medio Oriente ridisegnato” a vantaggio dell’occidente [9]
Quanto sarebbe migliore il Medio Oriente!“, aveva detto il colonnello Ralph Peters sull’Armed Forces Journal degli Stati Uniti [10], presentando il ridisegno del Medio Oriente come un accordo “umanitario” e “giusto”. Aveva detto: “i confini internazionali non sono mai completamente giusti. Ma il grado di ingiustizia che pesa sulle spalle di quanti sono costretti a riunirsi o separarsi, fa un enorme differenza… spesso la differenza tra la libertà e l’oppressione, la tolleranza e la barbarie, l’autorità della legge e il terrorismo, o anche la pace e la guerra.” Capisca chi vuole!
Per non parlare delle tragedie palestinese, irachena, libica… a Voi giudicare le conseguenze di tale cinismo, a quanto pare condiviso da molti leader occidentali, sui cittadini siriani consegnati e martirizzati dall’”orda terrorista” sostenuta dalle potenze civili e democratiche con il pretesto della responsabilità… di proteggere!

Mouna Alno-Nakhal 16/10/2012

Riferimenti:
[1] i punti chiave dell’intervento dell’ex prefetto ed ex direttore della DST, Yves Bonnet su France 5
[2] Altri punti chiave dell’intervento di Francois Hollande
[3] Siria: manovre militari in Giordania… semplice messaggio o segni premonitori di una operazione militare congiunta di 19 paesi [Dr. Amin Hoteit]
[4] Siria: non avete trovato nulla di meglio di Faruk al-Shara? [Al-Hayat quotidiano siriano filo-opposizione!]
[5] Nessuna guerra, niente lacrime! (rriyet) [Nuray da Mert]
[6] Preparazione di una escalation della guerra in Siria, il Pentagono sta dispiegando forze speciali in Giordania [Bill VanAuken]
[7] Articolo originale del 14/10/2012, di Salloum Abdullah per TopNews di Nasser Kandil [Libano]
[8] NB: Mappa completata da quella indicata nella’rticolo originale [7] per individuare i punti chiave, in mancanza di meglio.
[9] Il progetto per un ‘Nuovo Medio Oriente’ [Mahdi Darius Nazemroava]
[10] ‘Come sarebbe migliore il Medio Oriente’ [Ralph Peters]

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Thierry Meyssan sull’aggressione alla Siria e la diplomazia di François Hollande

Réseau Voltaire 6 luglio 2012

In un’intervista per Radio Voce della Russia che riproduciamo nelle nostre colonne, Thierry Meyssan torna sui recenti sviluppi dell’operazione per destabilizzare la Siria e la posizione del nuovo governo francese. In continuità con l’era Juppé-Levy-Kouchner, il Quai d’Orsay insiste finora a scambiare la propaganda di guerra per la realtà. Mentre la Francia non brilla che quando si sa bilanciare tra le grandi potenze, si priva di qualsiasi margine di manovra attaccandosi a un miope pregiudizio.

Voce della Russia. Signor Meyssan, grazie per essere con noi sulle onde di Voce della Russia. Voi siete al centro dell’attualità sul Medio Oriente. Vedete le cose cambiare di giorno in giorno e potete attestare la situazione a Damasco. Cosa ne pensate dell’attuazione del piano Annan che, a vostro parere, è fortemente basato sull’iniziativa di Sergej Lavrov, capo del ministero degli esteri russo?
Thierry Meyssan. Il Piano Annan è il piano di Lavrov recuperato. Hanno solo cambiato una clausola relativa allo status della stampa. Ed è stato bene farlo, dal momento che il signor Lavrov era riuscito a raggiungere un accordo con la Lega araba. Quindi questa potrebbe sembrare la giusta piattaforma di discussione. Ma proprio quando il signor Lavrov aveva negoziato ciò con la Lega Araba, il presidente della Lega del momento, vale a dire, il rappresentante del Qatar, aveva dato una conferenza stampa, pochi minuti dopo quella con Lavrov, esponendo propositi in piena contraddizione con i contenuti del piano. E oggi siamo ancora nella stessa situazione, vale a dire che tutti si richiamano al piano Lavrov, ora piano Annan, ma alcune parti nel conflitto si esprimono in un modo che non lascia dubbi sul loro rifiuto ad applicarla. Poiché la base di questa idea, del piano di pace, è che tutti devono cessare il fuoco in modo unilaterale. Non dobbiamo aspettare che gli altri seguano un approccio graduale. Tutti devono cessare il fuoco. Tuttavia, l’esercito siriano ha compiuto notevoli sforzi, si è ritirato dalle principali città, nonostante le proteste della gente, delle manifestazioni non contro l’esercito, ma per l’esercito; persone che cercano la protezione dei militari contro i gruppi di mercenari. E poi non c’è nessun accordo sul cessate, le azioni dei commando continuano. Ci sono molte azioni mirate per distruggere le infrastrutture o assassinare i funzionari statali o persone che hanno espresso il loro sostegno al paese.

Secondo voi non resta che una remota possibilità di pacificazione della Siria?
Sì! La chance, è semplice! Se le armi e il denaro cessano di provenire dall’estero… Se si ferma l’invio di mercenari … Ci sono sempre mercenari che attraversano la frontiera con la Turchia, come rilevato dal rappresentante russo al Consiglio di Sicurezza. Sono stati trasferiti dei combattenti dalla Libia alla Turchia utilizzando anche i mezzi delle Nazioni Unite. Hanno installato un cosiddetto campo profughi, che in realtà è una base arretrata del pseudo-esercito libero siriano. E poi queste persone costantemente attraversano la frontiera e compiono crimini in territorio siriano. Quindi, se finisce questo supporto esterno alle bande armate, non resterà più nulla! Dopo ci troveremo in una situazione normale, con un governo che ha una larga maggioranza, un’opposizione che esiste, che ha i mezzi per esprimersi, che fa il suo lavoro di opposizione, proponendo cose nuove, ecc. Ci sarebbe un dibattito democratico come ne esistono in molti paesi. Quando si riunirà il gruppo di contatto avviato dalla Russia, la domanda sarà che gli Stati Uniti, che sono la potenza di riferimento sia dell’Occidente che del Gulf Cooperation Council, chiederanno ai loro alleati di fermare questo gioco dietro le quinte? O invece continueranno ad incoraggiarli a gettare benzina sul fuoco?

Un’altra domanda, questa volta molto più difficile, molti dei nostri colleghi, i giornalisti della televisione locale, sono stati brutalmente assassinati dal presunto esercito libero siriano supportato da Turchia e Occidente. Pensate che si attacchi la stampa per creare un blocco mediatico, per privare i cittadini dei paesi occidentali e arabi di qualsiasi informazione veritiera? Quali erano le motivazioni di questi criminali?
Penso che ci siano due elementi che vanno insieme. In primo luogo, nel corso degli ultimi venti anni abbiamo assistito al ripetersi di scene simili successivamente in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia e ora Siria. Ci sono potenze che distruggono sistematicamente i media dei paesi che attaccano. Ed è semplice. Dietro ciò vi sono sempre gli Stati Uniti e la NATO. Nessun altro si comporta così nel mondo. Non c’è peggior nemico della libertà di parola che gli Stati Uniti e la NATO. Checché se ne dica, questi sono i fatti che lo dimostrano.
In secondo luogo, ci si aspettava nel caso particolare della Siria una immensa campagna per oscurare i canali satellitari siriani e sostituirli con i canali che avevano dei programmi fabbricati dalla CIA, che ha creato diversi canali satellitari negli ultimi mesi. Quindi l’idea era che avrebbero trasmesso  immagini false girate negli studi, o generate dalla computer grafica, per far credere al crollo dello stato siriano affinché le persone in Siria, quando accendevano il televisore, invece di vedere la loro rete, avrebbero visto qualcosa di diverso con delle false immagini. E avrebbero pensato: ecco! è troppo tardi! Bisogna rassegnarsi, la nostra patria è perduta, è occupata da forze straniere. Beh, questo non è stato possibile, perché c’è stata prima una mobilitazione incredibile in tutto il mondo. Ci sono state decine di giornali molto grandi che hanno dedicato intere pagine a questo argomento. Ci sono stati centinaia di siti web che hanno trasmesso i dettagli di questa operazione. Infine NileSat aveva rifiutato di rimuovere le rete siriane del suo satellite. La Lega Araba è stata costretta a ripiegare con ArabSat. I siriani hanno sintonizzato il proprio televisore sui nuovi satelliti. Alla fine hanno obbligato il Consiglio di sicurezza con una lettera molto importante su questo argomento. E soprattutto Lavrov ha indicato come punto numero uno all’ordine del giorno della riunione del Gruppo di contatto, la fine immediata della guerra mediatica contro la Siria.
Allora la NATO si è vendicata così. Ha inviato un commando. Questo televisione era a quindici chilometri da Damasco, nella campagna, in realtà. Non era un posto difeso. Il commando arrivò; persone con sistemi di visione notturna, e con tutto il necessario. Hanno ucciso le guardie. C’erano solo quattro guardie. Sono entrati. Hanno preso tre presentatori che hanno legato e giustiziato sul posto. E poi, l’hanno incendiato. Hanno fatto saltare tutto. Ora, non restano che macerie in quel luogo. È rimasto solo un edificio.
Anche in questo caso, non è un fatto nuovo. Gli Stati Uniti e la NATO lo fanno in tutto il mondo da 20 anni. Questo è qualcosa di incredibile. Perché sono le stesse persone che praticano questi atti barbarici e che nelle organizzazioni internazionali si presentano come difensori della libertà di parola! E’ il mondo alla rovescia! La realtà ci dice il contrario delle loro parole! E per noi giornalisti, questo diventa impossibile da sopportare. Sia ben chiaro. Chiunque voglia combattere contro l’imperialismo e che si ritrova in un paese che non ha mezzi importanti per difendersi, è oramai in pericolo.

E per quanto riguarda la posizione della Francia sulla Siria. Vediamo Francois Hollande fare da banderuola e zigzagare continuamente, come se non sapesse a che santo votarsi … Che ne pensate?
Come dite, Francois Hollande zigzaga e ondeggia. Vale a dire che non sa quale sia la sua politica, cerca di seguire il suo movimento. Si rende conto che la posizione ufficiale sulla Siria non è sostenibile. Ma allo stesso tempo non è in grado di svilupparne un’altra. Non è in grado di farlo perché non ha margine di manovra. Accetta che la Francia continui, come durante il mandato di Nicolas Sarkozy, ad essere il seguace degli Stati Uniti. Come potrebbe articolare una nuova politica in queste condizioni? Ha accanto l’amministrazione del Quai d’Orsay, i diplomatici francesi che continuano a dirgli che stiamo facendo un grave errore con la Siria. Normalmente la Francia e la Siria dovrebbero essere alleate, come è avvenuto in passato. La Francia era la potenza mandataria tra le due guerre qui. C’è l’incapacità ad adattarsi. Questa incapacità era evidente alla prima riunione di Francois Hollande e Vladimir Putin all’Eliseo. Era una cosa un po grottesca, infatti! I due Capi di Stato avevano stilato una lista di argomenti da trattare, tra cui la Siria, che occupava gran parte della discussione. E non hanno trovato alcun punto di accordo. E’ una vergogna! Nessun punto di accordo! Perché? Poiché su ogni argomento Vladimir Putin esprimeva le richieste della Russia argomentandole. Vogliamo questo e quello… E lui dava le sue argomentazioni. E di fronte c’era un Francois Hollande, che ha risposto: “Noi crediamo che…” Senza argomenti…! Vale a dire non c’è niente da negoziare. Era solo lo scontro di un punto di vista limitato di fronte a una posizione aperta. E quando abbiamo affrontato specificamente la questione siriana, questo è diventato ancora più ridicolo! Poi il presidente francese ha parlato di 16 mila morti, di cui sarebbe responsabile il governo, ecc. Il presidente Putin ha chiesto, “Ma dove avete preso queste cifre?  Dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo? Ma abbiamo inviato il nostro ambasciatore a Londra. Ha visto queste persone, là: si tratta di un commerciante con un piccolo negozio di kebab. Questa è la fonte dell’intelligence francese? La Russia oggi ha 100 mila russi distribuiti in tutto il territorio siriano! Nulla ci sfugge! Siamo in grado di controllare tutto! E possiamo dire che, ovviamente, ciò che racconta questo venditore di kebab a Londra, non ha alcun valore!”

“Il nulla che annienta. I giornalisti uccisi da un commando della NATO. L’incompetenza e l’indecisione di Francois Hollande. Thierry Meyssan di Réseau Voltaire parla”, Aleksandr Artamonov, Radio Voce della Russia, 30 giugno 2012.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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