Thierry Meyssan: “I terroristi siriani sono stati addestrati dall’UCK in Kosovo”

Intervista alla rivista serba Geopolitika
Thierry Meyssan risponde alle domande della rivista serba Geopolitika. Ritornando sulla sua interpretazione dell’11 settembre, degli eventi in Siria e della situazione attuale in Serbia
Rete Voltaire Belgrado (Serbia) 2 dicembre 2012

LibyaSyriaGeopolitika: signor Meyssan, siete diventato famoso in tutto il mondo quando è stato pubblicato il libro L’Incredibile Menzogna, che mette in discussione la versione ufficiale delle autorità statunitensi sull’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Il suo libro ha incoraggiato altri intellettuali ad esprimere i loro dubbi su questo tragico evento. Potrebbe brevemente dire ai nostri lettori che cosa è realmente accaduto l’11 settembre, cosa è successo o cosa è esploso sul Pentagono: si trattava di un aereo, che vi si è schiantato, o di qualcosa d’altro? Che cosa è successo con gli aerei che si sono schiantati contro le torri gemelle, e in particolare nel terzo edificio vicino alle torri? Qual è il contesto più profondo dell’attacco, che ha avuto un impatto globale e ha cambiato il Mondo?
Thierry Meyssan: E’ sorprendente che la stampa mondiale abbia ripreso la versione ufficiale, da un lato perché è assurdo, dall’altra parte perché non riesce a spiegare alcuni fatti. L’idea che un tossicodipendente, nascosto in una grotta in Afghanistan, e venti individui, armati di taglierini, possano distruggere il World Trade Center e colpire il Pentagono prima che l’esercito più potente del Mondo avesse il tempo di reagire, non è nemmeno degna di un fumetto. Ma la storia più grottesca è che pochi giornalisti occidentali si pongono delle domande. Inoltre, la versione ufficiale ignora la speculazione sul mercato azionario sulle aziende vittime degli attacchi, l’incendio di un edificio annesso alla Casa Bianca, o il crollo della terza torre del World Trade Center, quel pomeriggio. Tutti eventi che non sono nemmeno menzionati nella relazione finale della Commissione presidenziale d’inchiesta.
Nel merito, non si parla della cosa più importante di quel giorno: dopo l’attacco al World Trade Center, il piano di continuità del governo è stato attivato illegalmente. Esiste una procedura in caso di guerra nucleare. Se vi fosse l’annientamento delle autorità civili e militari, verrebbe instaurato un governo alternativo. Intorno alle 10:30, il piano venne attivato anche se le autorità civili erano ancora in grado di esercitare le loro responsabilità. Il potere passò ai militari che lo restituirono ai civili solo intorno alle 16:30. Durante questo periodo, dei commando raccolsero quasi tutti i membri del Congresso e i funzionari di governo, per metterli in salvo nei rifugi nucleari. Quindi ci fu un colpo di stato militare di un paio d’ore, giusto il tempo per i golpisti per imporre una propria linea politica: uno stato di emergenza permanente all’interno e l’imperialismo globale all’estero. Il 13 settembre, il Patriot Act venne presentato al Senato. E non si tratta di una legge, ma di un sostanzioso codice antiterrorismo la cui redazione venne effettuata in segreto per due o tre anni. Il 15 settembre, il presidente Bush approvò il piano della “matrice mondiale”, che istituiva un sistema globale di rapimenti, prigioni segrete, torture e omicidi. Nella stessa riunione, venne approvato un piano di attacchi in successione a Afghanistan, Iraq, Libano, Libia, Siria, Somalia, Sudan e Iran. Si può vedere che la metà del programma è già stata completata.
Questi attacchi, il colpo di stato e i crimini successivi sono stati organizzati da quello che dovrebbe essere chiamato Stato profondo (questa espressione viene usata per descrivere il potere segreto militare in Turchia o in Algeria). Questi eventi sono stati progettati da un gruppo molto ristretto: gli straussiani, vale a dire, i discepoli del filosofo Leo Strauss. Queste sono le stesse persone che hanno indotto il Congresso degli Stati Uniti al riarmo nel 1995, e che ha organizzato lo smembramento della Jugoslavia. Dobbiamo ricordare, ad esempio, che Alija Itzetbegovic ebbe come consulente politico Richard Perle, come consigliere militare Usama bin Ladin e come consulente mediatico Bernard-Henri Lévy.

Geopolitika: Il suo libro e il suo atteggiamento anti-americano, espresso liberamente sulla rete indipendente Voltaire, sono stati la fonte di problemi che avete avuto personalmente con l’amministrazione dell’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy. Puoi dirci un po’ di più? Infatti, nell’articolo che ha scritto su Sarkozy, dal titolo “Operazione Sarkozy: come la CIA ha messo uno dei suoi agenti alla presidenza della Repubblica francese“, ha inserito informazioni sensibili che ricordano dei thriller politico-criminali.
Thierry Meyssan: Non sono antiamericano. Io sono un antiimperialista e penso che anche il popolo degli Stati Uniti sia una vittima dei suoi leader politici. Ho scoperto che Nicolas Sarkozy ha vissuto la sua adolescenza a New York, presso l’ambasciatore Frank Wisner Jr. Questo personaggio è uno dei più grandi dirigenti della CIA, che è stata fondata dal padre, Frank Wisner Sr. Ne consegue che la carriera di Nicolas Sarkozy è stata interamente determinata dalla CIA. Non vi è quindi da stupirsi che, diventato presidente della Repubblica francese, abbia difeso gli interessi di Washington e non quelli francesi. I Serbi hanno familiarità con Frank Wisner Jr., è lui che ha organizzato l’indipendenza unilaterale del Kosovo come rappresentante speciale del Presidente degli Stati Uniti. Ho spiegato tutto questo in dettaglio nel corso di un discorso al Media Forum Euroasiatico (in Kazakistan) e mi è stato chiesto di svilupparlo in un articolo per Odnako (Russia). Accadde che, per un capriccio del momento, venisse pubblicato durante la guerra in Georgia, quando Sarkozy si recò a Mosca. Il primo ministro Vladimir Putin mise la rivista sul tavolo prima di iniziare a chiacchierare con lui. Questo, ovviamente, non ha migliorato il mio rapporto con Sarkozy.

Geopolitika: signor Meyssan, qual è la situazione attuale in Siria, la situazione sul fronte e la situazione nella società siriana? L’Arabia Saudita e il Qatar, così come i paesi occidentali, che vogliono rovesciare il sistema politico del presidente Bashar Assad con forza, sono vicine a realizzare il loro obiettivo?
Thierry Meyssan: dei 23 milioni di siriani, 2-2,5 milioni sosterrebbero i gruppi armati che cercano di destabilizzare il paese e indebolire il suo esercito. Hanno preso il controllo di diverse città e vaste zone rurali. In ogni caso, questi gruppi armati non saranno in grado di rovesciare il regime. Il piano prevedeva che le prime azioni terroristiche occidentali creassero un ciclo di provocazione/repressione per giustificare un intervento internazionale, sul modello terrorismo dell’UCK e repressione di Slobodan Milosevic, seguito dall’intervento della NATO. Indichiamo di passaggio, che è stato dimostrato che dei gruppi che combattono in Siria sono stati addestrati al  terrorismo dai membri dell’UCK in Kosovo. Questo piano non è riuscito perché la Russia di Vladimir Putin non è quella di Boris Eltsin. Mosca e Pechino non hanno permesso alla NATO di intervenire e da allora la situazione marcisce.

Geopolitika: Che cosa otterrebbero Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita e Qatar, abbattendo il presidente al-Assad?
Thierry Meyssan: ciascuno Stato membro della coalizione ha un suo interesse in questa guerra, e ritiene di poterlo soddisfare, anche se questi interessi sono talvolta contraddittori. A livello politico, c’è il desiderio di spezzare l’”Asse della resistenza al sionismo” (Iran-Iraq-Siria-Hezbollah-Palestina). C’è anche il desiderio di continuare il “rimodellamento del Grande Medio Oriente.” Ma la cosa più importante è di natura economica: si sono scoperte enormi riserve di gas naturale nella parte sud-orientale del Mediterraneo. Il centro di questo giacimento è vicino Homs in Siria (più precisamente, Qara).

Geopolitika: Puoi dirci un po’ di più della ribellione di al-Qaida in Siria, i cui rapporti con gli Stati Uniti sono in contraddizione, a dir poco, se si guardano le loro azioni sul campo? Lei ha detto in un’intervista che il rapporto tra Abdelhakim Belhadj e la NATO è stato quasi istituzionalizzato. Al-Qaida per chi combatte in realtà?
Thierry Meyssan: Al-Qaida era in origine il nome dei database, dei file di computer, dei mujahidin arabi inviati a combattere in Afghanistan contro i sovietici. Per estensione, si sono denominati al-Qaida gli ambienti jihadisti in cui sono stati reclutati questi mercenari. Poi con al-Qaida è stata designata la cerchia di bin Ladin e, per estensione, tutti i gruppi che nel Mondo sostengono l’ideologia di bin Ladin. Secondo il momento e le esigenze, questo movimento è stato più o meno numeroso. Durante la prima guerra in Afghanistan, la guerra in Bosnia e le guerre in Cecenia, questi mercenari erano dei “combattenti per la libertà”, poiché combattevano contro gli slavi. Poi, durante la seconda guerra in Afghanistan e l’invasione dell’Iraq, erano dei “terroristi” perché stavano attaccando i GI. Dopo la morte ufficiale di bin Ladin, sono ancora una volta diventati “combattenti per la libertà” durante le guerre in Libia e Siria, perché combattono a fianco della NATO. In realtà, questi mercenari sono sempre stati controllati dal clan Sudeiri, la fazione pro-USA e arci-reazionaria della famiglia reale saudita, e più in particolare, dal principe Bandar bin Sultan. Uno che George Bush padre ha sempre presentato come il suo “figlio adottivo” (vale a dire, il figlio intelligente che il padre avrebbe voluto avere), che non mai smesso di lavorare per conto della CIA.
Anche quando al-Qaida combatteva i soldati in Afghanistan e in Iraq, lo era ancora nell’interesse degli Stati Uniti perché poteva giustificarne la presenza militare. Si scopre che negli ultimi anni, i libici hanno formato l’ossatura di al-Qaida. La NATO naturalmente li ha utilizzati per rovesciare il regime di Muammar al-Gheddafi. Una volta che questo è stato fatto, hanno nominato il numero due dell’organizzazione, Abdelhakim Belhaj, governatore militare di Tripoli, anche se è ricercato dalla giustizia spagnola per la sua presunta responsabilità negli attentati di Madrid. In seguito, hanno mandato i suoi uomini a combattere in Siria. Per trasportarli, la CIA ha usato le risorse del Commissariato per i Rifugiati di Ian Martin, rappresentante speciale di Ban Ki-Moon in Libia. I cosiddetti rifugiati sono stati portati in Turchia, nei campi che servono come basi per attaccare la Siria e il cui accesso è stato vietato ai parlamentari e alla stampa turchi. Ian Martin è noto anche ai vostri lettori: è stato il Segretario Generale di Amnesty International e Alto rappresentante del Commissario per i diritti umani in Bosnia-Erzegovina.

Geopolitika: La Siria è al centro non solo di una guerra civile, ma della manipolazione e della guerra mediatica. Vi chiediamo come testimone diretto, presente sul terreno, cosa è realmente accaduto a Homs e Hula?
Thierry Meyssan: Non sono un testimone diretto di ciò che è successo a Houla. Per contro, mi sono fidato di terze parti, nei negoziati tra le autorità siriane e francesi, durante l’assedio dell’emirato islamico di Bab Amr. I jihadisti erano trincerati in questa zona di Homs, da cui avevano cacciato gli infedeli (cristiani) e gli eretici (sciiti). In effetti, solo 40 famiglie sunnite sono state lasciate tra circa 3.000 combattenti. Avevano introdotto la sharia, e un “tribunale rivoluzionario” ha condannato più di 150 persone, che furono uccise in pubblico. Quest’auto-proclamato emirato era segretamente gestito da ufficiali francesi. Le autorità siriane volevano evitare il bombardamento e negoziarono con le autorità francesi affinché i ribelli si arrendessero. In definitiva, i francesi poterono lasciare la città di notte e fuggire in Libano, mentre le forze lealiste entravano nell’emirato e i combattenti si arrendevano. Lo spargimento di sangue fu evitato, ci furono meno di 50 morti, in ultima analisi, durante l’operazione.

Geopolitika: A parte gli alawiti, anche i cristiani vengono presi di mira in Siria. Puoi dirci un po’ di più sulla persecuzione dei cristiani in questo paese e perché la cosiddetta civiltà occidentale, le cui radici sono cristiane, non si mostra solidale con i propri correligionari?
Thierry Meyssan: I jihadisti per primo aggrediscono coloro che sono più vicini a loro: in primo luogo i sunniti e sciiti (compresi alawiti) progressisti, e solo dopo i cristiani. In generale, torturano e uccidono pochi cristiani. Per contro, li espellono e li derubano sistematicamente. Nella regione in prossimità del confine con il nord del Libano, l’esercito libero siriano ha concesso una settimana ai cristiani per fuggire. C’è stato un esodo di 80.000 persone. Coloro che non sono fuggiti in tempo sono stati massacrati. Il cristianesimo è stato fondato da San Paolo a Damasco. Le comunità siriane sono più antiche di quelle occidentali. Hanno mantenuto gli antichi riti e una fede molto forte. La maggior parte è ortodossa. Coloro che sono legati a Roma hanno mantenuto i loro riti ancestrali. Durante le Crociate, i cristiani d’Oriente combatterono con gli altri arabi contro i soldati inviati dal Papa. Oggi, stanno combattendo con i loro compagni contro i jihadisti inviati dalla NATO.

Geopolitika: E’ possibile aspettarsi un attacco contro l’Iran il prossimo anno, e in caso di un intervento militare, quale sarà il ruolo di Israele? Un attacco nucleare è il vero scopo di Tel Aviv, o  Israele viene spinto in questa avventura da una struttura globalista, interessata a una ampia destabilizzazione delle relazioni internazionali?
Thierry Meyssan: L’Iran supporta una rivoluzione. Questo è l’unico grande paese che offre un modello alternativo di organizzazione sociale all’American Way of Life. Gli iraniani sono un popolo mistico e perseverante. Ha insegnato agli arabi l’arte della resistenza e dell’opposizione al progetto sionista, non solo nella regione, ma in tutto il Mondo. Detto questo, nonostante la sua furia, Israele non è in grado di attaccare l’Iran. E gli Stati Uniti hanno rinunciato ad attaccarlo. Si tratta di una nazione di 75 milioni di abitanti, dove tutti aspirano a morire per il proprio paese. Mentre l’esercito israeliano è composto da giovani la cui esperienza militare si limita al tormento dei palestinesi, e l’esercito statunitense è composto da disoccupati che non hanno intenzione di morire per una paga  misera.

Geopolitika: Come vede il ruolo della Russia nel conflitto siriano e come vede il ruolo del presidente della Russia, Vladimir Putin, che viene ampiamente demonizzato dai media occidentali?
Thierry Meyssan: La demonizzazione del presidente Putin sulla stampa occidentale è l’omaggio del vizio alla virtù. Dopo aver raddrizzato il suo paese, Vladimir Putin intende rimetterlo al suo posto nelle relazioni internazionali. Ha basato la sua strategia sul controllo di quello che dovrebbe essere la principale fonte di energia nel XXI secolo: il gas. Già Gazprom è diventata la prima società gasifera mondiale e la Rosneft è la prima petrolifera. Ovviamente, non ha intenzione di lasciare che gli Stati Uniti mettano le mani sul gas siriano, e non lascerà che l’Iran utilizzi il proprio gas senza controllo. Di conseguenza, è dovuto intervenire in Siria e allearsi con l’Iran. Inoltre, la Russia sta diventando il principale garante del diritto internazionale, mentre gli occidentali sostengono, in nome della paccottiglia moralistica, di poter violare la sovranità delle nazioni. Quindi non bisogna temere la potenza russa, perché serve la legge e la pace. A giugno, Sergej Lavrov ha negoziato un piano di pace a Ginevra. E’ stato rinviato unilateralmente dagli Stati Uniti, ma in definitiva dovrebbe essere attuato da Barack Obama durante il suo secondo mandato. Esso prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composto prevalentemente da truppe della CSTO. Inoltre, permette la continuazione del potere di Bashar al-Assad, se il popolo siriano lo decide attraverso le urne.

Geopolitika: Cosa ne pensa della situazione in Serbia e del difficile cammino percorso dai serbi negli ultimi due decenni?
Thierry Meyssan: la Serbia è stata esaurita da una serie di guerre che ha affrontato, in particolare la conquista del Kosovo da parte della NATO. E’ davvero una guerra di conquista, in quanto si concluse con l’amputazione del paese e il riconoscimento unilaterale da parte della NATO dell’indipendenza di Camp Bondsteel, vale a dire di una base della NATO. La maggioranza dei serbi ha pensato a un avvicinamento all’Unione europea. Ignorando che l’Unione europea è la faccia civile di un’unica entità di cui la NATO è la faccia militare. Storicamente l’UE è stata creata in riferimento alle clausole segrete del Piano Marshall, che precedette la NATO, ma è comunque parte dello stesso piano di dominio anglosassone. Può essere che la crisi dell’euro porti alla dissoluzione dell’Unione europea. In questo caso, Stati come Grecia e Serbia si volgeranno spontaneamente verso la Russia, con la quali condividono molti elementi culturali e la stessa domanda di giustizia.

Geopolitika: Si consiglia alla Serbia, in modo più o meno diretto, a rinunciare al Kosovo per poter  entrare nell’Unione europea. Lei ha una grande esperienza delle relazioni internazionali, e noi sinceramente Le chiediamo se può darci consigli su cosa dovrebbero fare i serbi in politica interna ed estera?
Thierry Meyssan: Non ho consigli da dare a nessuno. Da parte mia mi dispiace che alcuni Stati abbiano riconosciuto la conquista del Kosovo da parte della NATO. Dal momento che il Kosovo è diventato il fulcro, per lo più, della diffusione in Europa della droga coltivata in Afghanistan sotto la vigile protezione delle truppe statunitensi. Nessun popolo otterrà nulla da questa indipendenza e di certo non i kosovari, ormai ridotti in schiavitù dalla mafia.

Geopolitika: Esisteva tra la Francia e la Serbia una forte alleanza che ha perso senso, quando la Francia ha partecipato al bombardamento della Serbia nel 1999, nel quadro della NATO. Tuttavia, in Francia e Serbia vi sono ancora persone che non hanno dimenticato “l’amicizia delle armi” della prima guerra mondiale, e che pensano che dovrebbero ripristinare la vita spezzata di queste relazioni culturali. Lei condivide questo punto di vista?
Thierry Meyssan: Sapete che uno dei miei amici, con i quali ho scritto Pentagate: L’attacco al Pentagono dell’11 settembre con un missile e non con un aereo fantasma, è il comandante Pierre-Henri Bunel. Venne arrestato durante la guerra della NATO per spionaggio a favore della Serbia. Successivamente, è stato estradato in Francia, processato e condannato a due anni di carcere, invece che a vita. Questo verdetto dimostra che in realtà ha agito su ordine dei suoi superiori. La Francia, membro della NATO, è stata costretta a partecipare all’attacco alla Serbia. Ma lo ha fatto di malavoglia e spesso aiutando segretamente la Serbia che ha bombardato. Oggi, la Francia è in una situazione ancora peggiore. E’ governata da una élite che per proteggere i propri vantaggi economici, si è posta al servizio di Washington e Tel Aviv. Spero che i miei compatrioti, che hanno una lunga storia rivoluzionaria, alla fine caccino queste élite corrotte. E nello stesso tempo, la Serbia riacquisti un’indipendenza effettiva. Così i nostri due popoli si ritroveranno spontaneamente.

Geopolitika: La ringrazio molto per il tempo concessoci.

Documenti di accompagnamento (PDF – 199,1 kb)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo contro-rivoluzionario della pseudo-sinistra egiziana

Alex Lantier e Johannes Stern WSWS 10 dicembre 2011

Questo autunno, i ripetuti scioperi dei lavoratori in Egitto contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate (AFSC) della giunta militare, sottolineano l’urgenza politica di fare il punto della rivoluzione egiziana. Nove mesi dopo la caduta di Hosni Mubarak, l’Egitto rimane una dittatura in cui i lavoratori affrontano bassi salari e la repressione politica. 
 
La folla in piazza Tahrir
Il motivo per cui la classe operaia non ha combattuto abbastanza. L’ondata di scioperi  scoppiati dopo la festa del Ramadan, a partire da settembre, è solo l’ultimo di una serie di lotte operaie che seguirono gli scioperi di massa rivoluzionario che rovesciarono Mubarak a febbraio. L’esercito egiziano è stato capace di mantenere il potere solo perché i partiti che sostengono di essere di sinistra hanno sistematicamente lavorato per difendere la giunta sanguinaria e bloccare la lotta politica della classe operaia per il suo rovesciamento.
Queste forze comprendono partiti che risalgono alla politica della vecchio dirigente militare egiziano, il generale Gamal Abdel Nasser, come i partiti Tagammu e Karama, diversi gruppi stalinisti, compreso il Partito Comunista d’Egitto (PCE) che è ampiamente integrato nel Tagammu, le direzioni dei movimenti giovanili come il Movimento Giovanile del 6 aprile e i cosiddetti gruppi di “estrema sinistra” come i socialisti rivoluzionari (SR) e Tagdid (Rinnovamento socialista).
I socialisti rivoluzionari sono affiliati internazionalmente ai partiti della Tendenza Socialista Internazionale, che comprende il Socialist Workers Party (SWP) della Gran Bretagna, e informalmente l’International Socialist Organization (ISO) negli Stati Uniti.
Questi partiti si sono opposti alla mobilitazione indipendente della classe operaia contro la giunta. Politicamente, difendono l’eredità del regime militare in Egitto e il sostegno nazionalista degli stalinisti in suo favore, anche dopo che la classe operaia si è rivoltato contro Mubarak e, successivamente, contro la CSFA. Sociologicamente, questi partiti sono composti da membri provenienti da settori svantaggiati della classe media, strato sociale finanziariamente e politicamente legato all’imperialismo occidentale che cerca di tenere i lavoratori sotto il controllo dello stato e della burocrazia sindacale.
Collaborano con le forze borghesi come i Fratelli Musulmani (MB) di destra e l’Alleanza Nazionale per il cambiamento della ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Mohammed ElBaradei, che lavorano dietro le quinte con Washington.
Questi partiti non sono forze che lottano per l’uguaglianza, fondamento storico di una politica di sinistra. Essi non presentano, come i partiti borghesi di sinistra tipici, che concetti che siano compatibili con  l’imperialismo e il capitalismo. I loro nomi di partito li presentano come comunisti, socialisti e rivoluzionari, ma sono determinati a impedire che la classe operaia prenda il potere o lotti per il socialismo. Tale politica è basata su una miscela di verbosità e disonestà politica, in effetti delle forze non realmente di sinistra, ma di pseudo-sinistra.
Solo prendendo il potere in Egitto, come parte della lotta per il socialismo in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale, la classe operaia può sconfiggere l’aristocrazia finanziaria d’Egitto e i suoi seguaci dell’imperialismo occidentale, stabilendo la democrazia ed aumentare il livello di vita delle persone. E’ l’unica base per l’uso democratico delle risorse del paese, della regione e del mondo, nell’interesse delle masse lavoratrici.
Il primo passo in questa lotta è una lotta politica per smascherare il ruolo controrivoluzionario della pseudo-sinistra per costruire invece un partito rivoluzionario della classe operaia. Il fatto di armare i lavoratori, gli intellettuali e i giovani di questi partiti, con l’analisi trotskista, contribuirà a gettare le basi per una nuova direzione della classe operaia.

La pseudo-sinistra nella rivoluzione egiziana
La posizione di tutta l’opposizione egiziana ufficiale rispetto alla rivoluzione egiziana è stata riassunta in una dichiarazione al-Baradei, pubblicata poco dopo il rovesciamento del presidente tunisino Zine al-Abidine Ben Ali in risposta alle proteste di massa di gennaio. Auspicando che “il cambiamento avvenga in modo ordinato e non secondo il modello tunisino“, ha detto, “Le cose devono essere organizzate e adeguatamente pianificate. Vorrei utilizzare i mezzi disponibili all’interno del sistema per apportare il cambiamento.”
Appena una settimana dopo, un confronto avvenne tra gli operai rivoluzionari e il “sistema” Egizino – cioè, il grosso braccio della polizia e dell’esercito Mubarak. 
 
“Prima la Tunisia ed ora l’Egitto”
La risposta schiacciante alle proteste organizzate il 25 gennaio, e che hanno stupito l’establishment della politica e la polizia, ha prodotto il 28 gennaio battaglie di strada e la sconfitta della polizia al Cairo. Il giorno dopo, Mubarak ha ordinato all’esercito di circondare i manifestanti nel centro del Cairo. Dopo aver rifiutato di rassegnare le dimissioni il 1° febbraio, ha inviato teppisti montati su cavalli e cammelli, a sgattaiolare attraverso le linee dell’esercito per attaccare Tahrir Square. I manifestanti avevano respinto questi delinquenti.
Il regime di Mubarak – e i funzionari statunitensi, compreso il segretario alla Difesa Robert Gates e l’ex ambasciatore e lobbista imprenditoriali, Frank Wisner, con il quale aveva avuto colloqui durante il tentativo di schiacciare gli eventi – non osò mandare l’esercito contro i manifestanti. Il rischio era che i soldati si rifiutassero di sparare e che si unissero alla rivolta ora troppo grande. Invece, ha preparato il 6 febbraio un incontro con i Fratelli Musulmani, i sostenitori di al-Baradei e del Tagammu, sperando di organizzare una sorta di accordo politico per stabilizzare la situazione e limitare l’impatto delle proteste.
Tutte la pseudo-sinistra, compreso i segmenti dell’”estrema sinistra“, hanno fatto una campagna a sostegno di questo incontro. Il giorno prima della riunione, i socialisti rivoluzionari (SR) avevano rilasciato una dichiarazione chiedendo alla Fratellanza Musulmana una “tavola rotonda” con il regime e sollecitando partiti politici ad includere “tutte le forze politiche e nazionali nella tavola rotonda.” I SR avevano rilasciato una dichiarazione separata, chiedendo la “formazione di una direzione indicata dalle forze nazionali.”
Mentre stavano promuovendo “le forze nazionali”, come la Fratellanza Musulmana, i SR lanciavano un’offensiva per privare della leadership politica i comitati popolari che i lavoratori avevano spontaneamente costituito, per difendere i loro quartieri contro gli attacchi dei teppisti di Mubarak. Avevano proclamato che c’era un “alternativa” a questi comitati come i “consigli supremi democraticamente eletti.” 
 
28 gennaio – Venerdì di rabbia
Questo circo delle parole nascondeva il tentativo di acquisire i comitati popolari da parte delle “forze nazionali” dei Fratelli Musulmani e della pseudo-sinistra. Come spiegato dai socialisti rivoluzionari, un “supremo consiglio è composto dalle persone di cui vi fidate, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche, che sono in grado di difendere adeguatamente gli interessi dei loro consigli.” Avevano insistito dicendo che “era meglio parlare con i manifestanti che avevano una direzione” – vale a dire gli esperti Fratelli Musulmani e la pseudo-sinistra.
Ancora una volta, la classe operaia ostacola i progetti dell ‘”opposizione”. Una massiccia ondata di scioperi paralizzava l’Egitto sviluppandosi pochi giorni prima delle dimissioni di Mubarak. Resoconti degli scioperi di massa dei lavoratori tessili di Mahalla e Kafr al-Dawwar, dei lavoratori del canale di Suez, dei siderurgici di Suez e Porto Said, come pure dei lavoratori del settore farmaceutico di Quesna, avevano raggiunto o media internazionali. Durante gli ultimi giorni prima della cacciata di Mubarak, gli scioperi si erano propagate nei settori finanziari e governativi.
L’11 febbraio, Omar Suleiman – Vice Presidente dell’Egitto, capo dell’intelligence e ufficiale di collegamento della CIA – aveva annunciato che Mubarak “rinunciava” alla sua carica e si dimetteva.
L’esercito egiziano era giunto a questa decisione attraverso discussioni tra il capo di stato maggiore Sami Annan, il Capo di Stato Maggiore della Difesa degli Stati Uniti, l’ammiraglio Mike Mullen, il maresciallo Mohammed Hussein Tantawi e il Segretario della Difesa Robert Gates.
Mubarak venne sostituito dalla giunta dell’AFSC, guidata da Tantawi, che sciolse il parlamento il 13 febbraio annunciando la sospensione della costituzione e dando poteri dittatoriali alla giunta. Il giorno dopo, cercando a tutti i costi di riprendere il controllo della situazione e porre fine agli scioperi, la giunta aveva insistito che se gli scioperi e le proteste continuavano, minacciava di invocare la legge marziale.
La principale bugia politica su cui la giunta stabilì il suo regno fu l’affermazione che avrebbe supervisionato la transizione verso un regime democratico e civile, sotto pressione do Washington e dell’”opposizione” ufficiale in Egitto. Progettò per il 19 marzo un referendum su una nuova costituzione che si stava elaborando.
Il principale alleato della giunta nella promozione delle illusioni, suggerendo che si potesse stabilire un regime democratico, fu la pseudo-sinistra. Aveva  mantenuto un dialogo costante con i partiti di destra, promuovendo nel contempo una prospettiva nazionalista, secondo cui la rivoluzione egiziana era una campagna per le riforme democratiche all’interno dell’esercito e dello stato-nazione egiziano. Questa prospettiva nazionalista piccolo-borghese era ostile a qualsiasi strategia in base alla natura oggettiva delle lotte rivoluzionarie che si erano scatenate in Medio Oriente che, in sostanza, erano le lotte della classe operaia internazionale contro l’imperialismo. 
 
L’attacco a piazza Tahrir del 12 aprile dell’esercito
Anche se la classe operaia si trovava in aperta rivolta contro i militari che governavano l’Egitto sotto Mubarak, i SR glorificavano il cosiddetto esercito egiziano come “esercito popolare.”
In una dichiarazione rilasciata il 1 febbraio, hanno scritto: “Tutti si chiedono, ‘L’esercito è con o contro il popolo?’ L’esercito non è un blocco unico. Gli interessi dei soldati e sottufficiali sono le stesse degli interessi delle masse. Ma gli alti ufficiali sono uomini di Mubarak, scelti con cura per proteggere il suo regime di corruzione, ricchezza e tirannia. Costituisce parte integrante del sistema. L’esercito non è più un esercito popolare. Questo non è l’esercito che aveva sconfitto il nemico sionista nell’ottobre 1973.”
Questa dichiarazione non spiegava come l’esercito egiziano fosse passato da cosiddetto “esercito popolare” a forza motrice dietro la dittatura di Mubarak, e contro la quale la classe operaia stava lottando. Ciò corrisponde ad una richiesta del nazionalismo egiziano, un appello all’esercito, per così dire, che torna ai tempi del generale Gamal Abdul Nasser e del suo successore, Anwar Sadat, che era il capo dello Stato nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele. Il suggerimento era che questo sarebbe stato fatto respingendo dal vertice della gerarchia alcuni “uomini di Mubarak” – vale a dire gli ufficiali che gli SR non hanno il coraggio di difendere pubblicamente. 
 
L’esercito di guardia al mercato azionario
Le opinioni espresse nel comunicato degli SR – che “gli interessi di quei soldati e sottufficiali sono gli stessi interessi delle masse” sono totalmente false. Soldati e ufficiali di grado inferiore provengono da settori della popolazione, come ad esempio la classe media e la popolazione rurale, a cui la classe operaia può fare un appello rivoluzionario. Tuttavia, gli SR trascurano le condizioni più evidenti che i soldati devono affrontare: sono sottoposti a disciplina militare degli alti ufficiali, che formano la spina dorsale del capitalismo egiziani e dei collegamenti che l’Egitto ha con l’imperialismo degli Stati Uniti.
Il compito fondamentale di fronte al proletariato rivoluzionario è quello di frantumare la disciplina dell’esercito e quindi il controllo sui soldati da parte dei generali. Il comunicato dei socialisti rivoluzionari  adotta una linea diametralmente opposta. Se il compito fondamentale è far svolgere all’esercito il ruolo che aveva sotto Nasser e Sadat, non si può parlare di rottura disciplina e chiamare a raccolta i soldati egiziani nella rivoluzione della classe operaia.
Gli SR e l’opposizione non-islamista, appellano ufficialmente a votare no al progetto di Costituzione dell’esercito, che propone modifiche o nuova costituzione elaborata dalla opposizione. Ma l’opposizione degli SR alla costituzione dell’esercito è vana perché allo stesso tempo rafforza i legami con gruppi islamici, sostenendo la creazione della giunta.
Il 25 febbraio, hanno rilasciato una dichiarazione, “Verso la costituzione di una Coalizione dei Lavoratori della Rivoluzione del 25 gennaio“. Questo documento è stato firmato dai membri di SR, ECP, Tagdid e dei Fratelli Musulmani. E’ stato pubblicato dal sito International Viewpoint, l’organo internazionale del Segretariato unificato Pablista della Quarta Internazionale, che include gruppi come il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) in Francia.
La proposta di invitare i Fratelli musulmani – un gruppo di destra le azioni storicamente associato al crumiraggio e al terrorismo islamico – di far parte di una coalizione apparentemente associata con la classe operaia, era profondamente reazionaria.
La pseudo-sinistra si era prodigata per promuovere le illusioni circa la giunta e il vecchio regime. Quando le proteste costrinsero il 3 marzo il primo ministro Ahmed Shafiq a dimettersi e ad essere sostituito da Essam Sharaf – ex ministro dei Trasporti sotto Mubarak, che aveva brevemente frequentato la protesta in piazza Tahrir – i SR salutarono con entusiasmo Sharaf. Sottolineando che “aveva partecipato alle proteste della liberazione“, gli SR  aggiunsero: “Per calmare l’ira dei manifestanti, il nuovo primo ministro ha subito sostituito la maggior parte dei ministri impopolari del precedente governo.
In tal modo, il referendum sulla Costituzione è stata approvata 19 marzo col 77 per cento dei voti, ma con una bassa affluenza. La stabilizzazione della giunta egiziana, con l’assistenza della pseudo-sinistra, ha contribuito a dare alla controrivoluzione il tempo di riorganizzarsi e di lanciare attacchi in tutto il Medio Oriente.
Lo stesso giorno, le forze statunitensi, britanniche e francesi iniziavano il bombardamento della Libia.
Iniziava pochi giorni prima, con l’aiuto dell’Arabia Saudita e il tacito appoggio degli Stati Uniti, una sanguinosa repressione contro i manifestanti nel Bahrain. Il 23 marzo, la giunta dell’AFSC vietava scioperi e proteste. Questo non ha impedito le manifestazioni, ma migliaia di lavoratori e di giovani egiziani furono incarcerati e torturati, o portati davanti a tribunali militari, a causa della loro opposizione alla giunta.
 
L’esercito egiziano entra a Cairo
Il referendum non mise fine alle proteste contro la giunta AFSC, a continuava l’1 e l’8 aprile. Tuttavia, la giunta reagiva più ferocemente schiacciando il sit-in in piazza Tahrir, dopo che 20 giovani ufficiali dell’esercito si erano apparentemente uniti ai manifestanti e avevano chiesto il rovesciamento dell’AFSC.
Nei mesi che seguirono, il malcontento tra la popolazione egiziana è cresciuto per la mancanza dell’effettiva punizione dei funzionari responsabili dell’uccisione di manifestanti durante la rivoluzione, per il mantenimento dei tribunali militari e per le condizioni di vita deplorevoli. Le richieste si cristallizzarono attorno alla richiesta di una “seconda rivoluzione” e a un appello a una manifestazione il 27 maggio per una “seconda rivoluzione”.
Gli SR si opposero a questa manifestazione, affermando che era contro la giunta che presentavano come una “forza pro-democrazia“. Il 31 maggio, Mostafa Omar, membro degli SR, pubblicava sull’organo dell’ISO statunitense, Socialist Worker, un articolo intitolato “Le nuove forme di lotta in Egitto“. Scriveva: “Nonostante le sue misure repressive, il Consiglio supremo riconosce che la rivolta del 25 gennaio ha, in qualche modo, cambiato l’Egitto una volta per tutte … Il Consiglio si propone di riformare il sistema politico ed economico per poter diventare più democratico e meno repressivo.”
Come a dimostrare che non aveva imparato nulla dalle recenti proteste e dagli spargimenti di sangue, al-Hamalawy, durante un’intervista con Reuters il 22 giugno, ripete i suoi commenti sulla giunta di febbraio. Disse: “Credo che loro (i generali dell’AFSC) suano sinceri riguardo il trasferimento del potere a un governo civile. Ma questo non significa che abbandonano il loro ruolo nella scena politica egiziana.”
Questo commento è cinico e assurdo. Gli ufficiali  sono stati la spina dorsale politica ed economica del regime di Mubarak. Da un punto di vista giuridico,  esercitano il potere dittatoriale sotto l’attuale CSFAF. Se un governo civile sarà istituito e l’esercito non rinuncerà al suo “ruolo nella scena politica egiziana“, non si tratterà di un governo civile, ma di una facciata per la continuazione della dittatura militare.
In tal modo, la lotta di classe non ha più considerato le fantasie di al-Hamalawy sulle tendenze democratiche della giunta che un pio desiderio di al-Baradei di “cambio degli ordini“. La manifestazione di massa del 27 giugno era stato attaccato dalla giunta, provocando una grande battaglia con decine di persone uccise e ferendone più di mille manifestanti. Scioperi e proteste si ampliarono in eventi che coinvolgevano l’8 luglio, milioni di lavoratori in tutto l’Egitto e im sit-in di protesta in molti luoghi pubblici, tra cui un sit-in delle famiglie dei martiri della rivoluzione a Tahrir Square al Cairo.
Questa eruzione della lotta di classe precipitò i gruppi di pseudo-sinistra ancor più apertamente nelle braccia della controrivoluzione. Il 27 luglio, si unirono a un “Fronte Popolare Unito” che comprendeva quasi tutte le forze dello spettro politico egiziano – la “sinistra”, i liberali e gli islamisti. Esso includeva gli SR, la Coalizione della gioventù della rivoluzione e (“in modo incredibile“, nelle parole del quotidiano al-Ahram), il partito islamista fascista, Gama’a Islamiya. I partiti del “Fronte Popolare Unito” giunsero ad un accordo per non discutere le “questioni controverse.”
Il 29 luglio, il Fronte Popolare Unito aveva indetto una dimostrazione a Tahrir Square. Gama’a Islamiya, dopo aver raccolto i suoi sostenitori da ogni angolo d’Egitto, aveva dominato la manifestazione, urlando slogan che apertamente promuovevano la giunta, “Tantawi, ci senti, noi siamo la voce dei tuoi figli a Tahrir bambini!
Fingendo sorpresa e rabbia nel vedere i fascisti sostenere la giunta, la pseudo-sinistra aveva annunciato il 31 luglio che avrebbe sospeso la sua partecipazione al sit-in. Non dissero il motivo del perché sperassero che Gama’a Islamiya mantenesse la sua parola e non sollevasse “questioni controverse”, e perché pensavano che avrebbe fatto qualcosa di diverso da quello che aveva fatto. Non hanno ripudiato la loro alleanza con un partito fascista.
Il 1° agosto, l’esercito aveva attaccato e massacrato le famiglie dei martiri – le ultime forze che rimanevano sulla Piazza Tahrir – ponendo fine al sit-in. Questa sconfitta, insieme con l’inizio della festa del Ramadan, sospesero temporaneamente la lotta politica fino a quando riesplosero, all’inizio dell’anno scolastico, le lotte in corso.

Il tradimento della pseudo-sinistra e della sua visione piccolo-borghese
I risultati della pseudo-sinistra in Egitto è un record del flagrante tradimento. Mentre aveva la pretesa di essere da sinistra o addirittura socialista, ha cercato di fornire credibilità da sinistra alla giunta sostenuta dagli Stati Uniti, in alleanza con le forze di destra e fasciste. Si è opposta alla lotta politica per screditare il AFSC e armare la classe operaia e con un programma rivoluzionario internazionalista, invece di unire le forze apertamente pro-esercito contro la minaccia di un rovesciamento della giunta da parte della classe operaia.
Questa politica di destra riflette la prospettiva dei borghesi benestanti che vedono la rivolta dei lavoratori con malcelato timore. Ciò emerge più chiaramente dagli articoli di Anne Alexander, che scrive sul Medio Oriente per il SWP della Gran Bretagna, affiliato agli SR. Nel suo articolo “L’anima sociale in crescita della rivoluzione democratica in Egitto“, si pone il problema di come “proteggere e diffondere le conquiste della democrazia politica prodotte durante la rivolta.” Raccomandava in particolare i metodi che la pseudo-sinistra ha effettivamente impiegato in Egitto – alleanze con i partiti di destra e la burocrazia sindacale.
Alexander ritiene che il compito della classe operaia sia quello di mantenere la pressione politica sulla giunta, per proiettare una democrazia di facciata.  Scrive: “Non è appropriato qui esplorare la questione di sapere come la leadership militare e i suoi alleati civili, consolideranno una facciata di democrazia borghese e di come questo sarà uno spazio democratico ampliato, rispetto alla situazione pre-rivoluzionaria. Certamente, se i principali architetti di questo nuovo ordine politico sono i generali… è probabile che i limiti do  questo sistema ‘democratico’ saranno stabilizzati determinati con precisione dal grado di controllo e di organizzazione delle masse che lottano per tenerla aperta.”
Ciò solleva più domande che risposte. Perché i lavoratori dovrebbero essere soddisfatti di una “facciata di democrazia borghese?” Se i lavoratori avevano davvero “la volontà e l’organizzazione per combattere” – che non è la prospettiva di Alexander – perché il SWP non desiderava che rovesciassero la giunta e stabilissero uno Stato dei lavoratori e mettessero in atto politiche socialiste?
Tali proposte non sarebbero venute in mente ad Alexander o dei suoi compari. Questi si sono concentrati sulla prospettiva di uno “esteso spazio democratico“, dono della giunta. Qualunque sia il significato di questa vaga formulazione, non rappresenta la soddisfazione delle rivendicazioni per le quali i lavoratori erano entrati nella rivoluzione. Anche se i lavoratori hanno fornito un esempio di lotta eroica, sono ancora molto chiaramente sottopagati e sfruttati, e corrono ancora il rischio di essere picchiati e portati davanti a tribunali militari, se protestano contro la politica reazionaria della giunta.
Un “esteso spazio democratico” sotto la dittatura dell’AFSC o di qualsiasi altro regime repressivo borghese in Egitto, non è un passo avanti per la classe operaia in Egitto e all’estero. Tuttavia, questo rappresenta un evidente vantaggio per gli strati sociali più agiati per i quali i partiti della pseudo-sinistra si esprimono. La direzione degli SR viene invitata alle riunioni dei partiti di destra, ha fatto dichiarazioni alla stampa egiziana e dell’estero, e ha accesso ad entrate e pubblicità senza precedenti.
Al-Hamalawy pubblica regolarmente i suoi articoli sul Guardian e appare alla BBC. In un’intervista sulla rete televisiva degli Stati Uniti Comedy Central – casualmente – è stato premuroso nel presentare Gigi Ibrahim come “volto della rivoluzione”, e lei si è unita ora ad Hamalawy nei notiziari che riguardano  l’Egitto. Il loro ruolo gli concede ricompense finché non fanno nulla per fare  infuriare i boss del governo del Regno Unito della BBC o della Viacom, proprietaria di Comedy Central, negli Stati Uniti.
L’”esteso spazio democratico” è in realtà l’apertura che offre la classe dirigente, in tempi di crisi politica, agli elementi do pseudo-sinistra della classe media – quando questi servizi sono essenziali per reprimere la lotta del proletariato. Questo è ciò che Alexander vuole proteggere.
Lei insiste che i lavoratori siano controllati per mezzo delle alleanze con la burocrazia statale e le forze di destra, e siano vaccinati contro la critica marxista contro tali alleanze.
Ha elogiato i sindacati egiziani che hanno servito il regime di Mubarak, in cui dei burocrati occupavano delle cariche. La capacità dei sindacati di combattere, scrive: “… non dipende dalla natura della loro leadership o dalle loro disposizioni organizzative interne, ma dal loro rapporto con le lotte dei lavoratori e l’equilibrio generale delle forze della rivoluzione. Anche senza essere democratica, la burocrazia sindacale può essere un trampolino di lancio per le lotte per  rivendicazioni limitate, e che sono in grado di estendersi rapidamente oltre i limiti del corporativismo.”
Questa dichiarazione falsifica gli eventi che hanno avuto luogo durante la rivoluzione. A gennaio, la stragrande maggioranza dei sindacati industriali egiziani era controllata dalla centrale sindacale gialla ETUF. Il proletariato non ha combattuto con ma contro l’ETUF. Infatti, durante le prime proteste , il presidente dell’ETUF, Mogawer Hussein, aveva chiesto che i funzionari sindacali “impedissero ai lavoratori di partecipare a tutte le manifestazioni del momento“, e informassero 24 ore su 24 sui tentativi dei lavoratori di unirsi alle proteste.
Gran parte della tesi reazionaria di Alexander è che le organizzazioni, anche se “antidemocratiche e burocratiche”, siano accettabili per la classe operaia.  Questo significa, come spiega, che gli stessi SR e partiti identici, non devono limitarsi a “organizzazioni che sono in qualche misura delle iniziative della sinistra.” E continua dicendo, “Invece, [ciò] significa soprattutto essere dove sono le masse.
La conclusione inevitabile è che gli SR possono e devono lavorare con (o all’interno) dei gruppi di destra, come i Fratelli Musulmani o Gama’a Islamiya. Alexander insiste anche sul fatto che tali alleanze devono essere protette dalla critica marxista contro il loro carattere di destra. Chiede che gli SR  “evitino che il virus del settarismo infetti il movimento operaio e ne mini l’unità necessaria, ad esempio, per sconfiggere i padroni.”
Questa è un appena velato appello alla censura e ai divieti. La critica politica non implica rompere l’unità delle lotte e degli scioperi o delle manifestazioni di piazza. Offre una prospettiva per superare Tantawi, per rovesciare la giunta e per lottare per il socialismo in Egitto e all’estero. Questo richiede una offensiva politica per screditare le alleanze destrorse dei partiti di pseudo-sinistra – ed è quello che l’attacco preventivo di Alexander contro il cosiddetto “settarismo”, cerca di evitare.
La pseudo-sinistra egiziana ha all’unanimità respinto la prospettiva di costruire un partito che lotti per il socialismo e il marxismo nella classe operaia. Gli SR hanno formato il Partito Democratico dei Lavoratori (PDL) attraverso il quale sperano di reclutare membri su una base pro-capitalista. Il leader degli SR, Kamal Khalil, insiste sul fatto che il PDL non è un partito socialista, perché i lavoratori non sono “pronti a sostenere il socialismo.”
Per quanto riguarda Tagdid, il gruppo insiste allo stesso modo, dicendo che “la maggior parte dei lavoratori radicalizzati e dei militanti di sinistra, non vorrebbero essere parte di un gruppuscolo leninista rivoluzionario socialista.
Quando gli attivisti di pseudo-sinistra, come i leader di Tagdid, dicono che non vogliono partecipare a un partito marxista, dicono la verità. Le loro asserzioni che i lavoratori non vogliono far parte di un movimento socialista, perché ciò sarebbe una piccola organizzazione e non un partito di massa è, al contrario, un tentativo d’inganno per provocare una demoralizzazione politica.
Rovesciando Mubarak, la classe operaia ha dimostrato la sua volontà di adottare misure rivoluzionarie e si è dimostrato come il pessimismo inveterato dell’”estrema sinistra”, sottovaluta la sua volontà d’impegnarsi in una lotta politica. In ogni caso, la logica oggettiva dei fatti spinge la classe operaia al socialismo. Fornisce alla classe operaia l’unica base per la sua opposizione alla dittatura e alla povertà, trasformando in una lotta consapevole per superare la pressione dal capitalismo all’austerità sociale e alla guerra.
Riguardo alle affermazioni che un partito rivoluzionario non è praticabile perché sarebbe piccolo in un primo momento, è semplicemente un argomento per non fare nulla o un argomento a favore dell’opportunismo più sfrenato. Nessun partito egiziano, tra cui la pseudo-sinistra, gode attualmente di un grande numero di aderenti, soprattutto dalla classe operaia. Un partito di massa è ancora da costruire, e le dichiarazioni di Tagdid e SR indicano soltanto la loro opposizione alla costruzione di un partito di massa dei lavoratori su base socialista.
I commenti di Alexander manda in frantumi le affermazioni della pseudo-sinistra secondo cui pretende di lottare per la democrazia. Per SR e PDL, le organizzazioni “non democratiche e burocratiche” sono accettabili per i lavoratori. Queste organizzazioni ritengono che una dittatura militare potrebbe essere appropriata per l’Egitto. L’unico scopo che difendono è un lucroso “spazio democratico allargato” che il regime della giunta offre alle classi medie superiori.

L’imperialismo occidentale e l’”opposizione” della classe media egiziana
La celebrità nuova dei giornalisti degli SR è solo la punta di un iceberg, in termini di opportunità offerte al ceto medio egiziano con lo “spazio democratico allargato“. Mentre la pseudo-sinistra assume un ruolo maggiore nel reprimere politicamente la classe operaia, le potenze occidentali, ansiose di fermare la rivoluzione in Medio Oriente, hanno pompato fondi a questo strato sociale. Queste forze a loro volta si sono precipitare sulla zuppa del finanziamento occidentali, soprattutto degli Stati Uniti.
Questa alleanza è costruita su interessi di classe condivisi tra l’imperialismo occidentale e l’ “opposizione” della classe media egiziana. Entrambi cercano di sopprimere e smobilitare politicamente la classe operaia, diffondendo l’illusione che la giunta creerà la democrazia. L’imperialismo ha generosamente premiato – o, per parlare più francamente, corrotto – gli strati della classe media.
Così, ad aprile, la neonominata ambasciatrice statunitense al Cairo, Ann Patterson, ha annunciato che Washington aveva stanziato 105 milioni per le “aiutare le organizzazioni non governative [ONG] a partecipare alla vita politica del paese.” Il Jerusalem Post ha citato dei testimoni secondo cui le autorità statunitensi hanno ricevuto un migliaio di richieste di finanziamenti da parte delle organizzazioni egiziane.
Tale finanziamento esiste da tempo per le ONG pro-Stati Uniti. Al-Ahram ha citato il professor Gamal Zahran della Suez Canal University, che aveva detto che durante il secondo mandato dell’amministrazione Bush (2005-2009), Washington aveva distolto il suo finanziamento ai progetti per le infrastrutture civili Egitto, all’intervento per il “rafforzamento delle organizzazioni della società civile che lavorano nel campo del monitoraggio elettorale e del controllo della situazione dei diritti umani diritti.”
Non è ormai un segreto per nessuno che l’esercito egiziano – che ha un finanziamento annuale di 1,3 miliardi di dollari – abbia cinicamente tentato di giustificare la repressione menzionando il finanziamento degli Stati Uniti alle ONG, per dire che la rivoluzione egiziana è una cospirazione dall’estero.
Questo è ovviamente assurdo. Il punto di forza principale della rivoluzione è stata la lotta di milioni di lavoratori e giovani, non le migliaia di membri dei partiti di pseudo-sinistra. Tuttavia, il rapporto tra l’imperialismo occidentale e gruppi della classe media egiziani erano troppo evidenti per essere negati e, il 12 agosto, Jim Bever, capo dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) in Egitto, fu costretto a dimettersi.
E’ chiaro che esistono collegamenti importanti – finanziari e operativi – tra le potenze occidentali ed elementi della pseudo-sinistra egiziana. E così, secondo il New York Times, alcuni membri del Movimento del 6 aprile erano stati istruiti dall’organizzazione serba Otpor. Gruppo che ha contribuito, nel 2000, a guidare il colpo di stato, appoggiato dalla NATO, contro il presidente serbo Slobodan Milosevic. Otpor ha addestrato gli organizzatori delle “rivoluzioni colorate” in Europa orientale – putsch politici che hanno istituito regimi filo-occidentali, in particolare in Georgia (2003) e Ucraina (2004).
Un cablo segreto degli Stati Uniti del dicembre 2008 e pubblicato da Wikileaks, hanno confermato che esistono collegamenti diretti tra i leader del Movimento del 6 aprile e funzionari degli Stati Uniti. Il cablo indicava che i diplomatici degli Stati Uniti al Cairo avevano ricevuto informazioni da un membro apparentemente ben inserito nel Movimento 6 aprile e che aveva fornito report dettagliati sull’”opposizione” in Egitto. Questo individuo, il cui nome è stato cancellato, era tornato da Washington, dove il vertice dell’”Alleanza dei movimenti giovanili” aveva avuto dei colloqui con diversi membri del Congresso.
Secondo il rapporto, “[nome cancellato] ha dichiarato che le diverse forze di opposizione – tra cui il Wafd, i nasseristi e i partiti Karama e Tagammu, i Fratelli musulmani, Kifaya e i rivoluzionari socialisti – hanno accettato di sostenere un progetto non scritto, per una transizione prima delle elezioni presidenziali del 2011, per una democrazia parlamentare che implica una presidenza indebolita e la responsabilità del Primo Ministro e il Parlamento. Secondo [nome cancellato], l’opposizione è interessata al sostegno dell’esercito e della polizia a un governo di transizione prima delle elezioni del 2011. [Nome cancellato] ha dichiarato che questo progetto è così sensibile, che non può essere messo per iscritto.”
Se fosse vero, sembra che la pseudo-sinistra sia nel processo di sviluppo dell’alleanza con settori dell’esercito egiziano che, secondo molti diplomatici statunitensi, al momento, disapprovava il piano di Mubarak di nominare suo figlio suo successore come capo di stato. Gli SR, Tagammu e gli altri partiti, del cablo di Wikileaks, non hanno commentato queste rivelazioni.
Un’altra iniziativa pseudo-sinistra – progettata per l creazione di un cosiddetto “sindacato indipendente” esterno all’ETUF – è supportata anche dall’imperialismo occidentale. Nel corso di una conferenza stampa del 23 febbraio, la segretaria di Stato Hillary Clinton ha pubblicamente confermato: “Come molti sanno, gli Stati Uniti sostengono la società civile in Egitto. Abbiamo fornito finanziamenti, cosa che al governo non piaceva, per sostenere l’organizzazione sindacale, per sostenere le organizzazioni dell’opposizione politica al regime. Questo risale a molti anni fa.”
Lo scorso maggio, i funzionari del sindacato SUD (Solidari Unitari Democratici), che è influenzato dal Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) si recò in Egitto. Promossero i sindacati  “indipendenti” e si incontrarono con i gruppi, in Egitto, che cercavano di costruirli.
SUD ha spiegato che il Centro Servizi per i sindacati e i lavoratori (CTUWS) – l’ONG principale che stava cercando di costruire i sindacati “indipendenti” in Egitto – è finanziato da Oxfam, dall’Euro-Maghreb Union Alliance (tra cui SUD, e i sindacati spagnolo CGT e algerino SNAPAP), dalla Confederazione europea dei sindacati (CES) e dal sindacato statunitense AFL-CIO.
Scoprirono che i lavoratori egiziani mostravano poco entusiasmo verso i progetti per creare dei nuovi sindacati. Il rapporto cita un ispettore di SUD e membro del Tagdid, Fatma Ramadan, che stava cercando di costruirli: “Non abbiamo eredità su cui possiamo costruire o, quel che è peggio, ciò che abbiamo è una pessima eredità che ci fa dubitare dell’interesse dei lavoratori ad avere sindacati. Non riescono a vedere come i nuovi sindacati possano differire da quelli vecchi.
I lavoratori egiziani conoscono la realtà sociale molto meglio dei burocrati della pseudo-sinistra e di SUD che spacciano i piani di Washington.
Mentre la classe operaia è governata dalla giunta – e controllata sul posto di lavoro dai sindacati gialli della giunta o da quelli “indipendenti” finanziati dai sostenitori della giunta a Washington – le “nuove” le condizioni per i lavoratori non differiscono da quelle vecchie. Il compito principale che spetta ai lavoratori non è la creazione di nuovi sindacati per negoziare con la giunta, ma il rovesciamento della giunta e la presa del potere. Solo mettendo le risorse dell’economia egiziana e del mondo sotto il controllo dei lavoratori, sarà possibile ottenere le risorse per porre fine alla miseria sociale sorvegliata da Mubarak e da Washington.

Come la pseudo-sinistra attacca il marxismo per opporsi alla rivoluzione
Un fattore importante nella capacità della pseudo-sinistra di presentarsi come una tendenza a sinistra, è il suo uso della retorica socialista. Ma, tuttavia, lo fa per meglio ripudiare i principi storici e i contenuti rivoluzionari del marxismo. E’ proprio perché il marxismo è la guida per l’azione del proletariato nella lotta rivoluzionaria, una guida sviluppata storicamente, che la pseudo-sinistra è costretta a falsificarla, contraddirla e attaccarla in ogni occasione.
I tentativi della pseudo-sinistra di nascondere il suo appoggio alla giunta attraverso delle frasi dal lessico marxista, riflettono semplicemente la sua ignoranza e malafede. Così, Fatma Ramadan di Tagdid, rivolgendosi ai burocrati di SUD, aveva citato da Fathallah Mahrous del Partito socialista egiziano: “Gli piaceva dire che siamo in una situazione di doppio potere, da un lato la strada e dall’altro esercito.”
In realtà, la dualità del potere – come termine usato dai marxisti – non esiste in Egitto. La responsabilità è, in primo luogo, di Tagdid, degli SR e di gruppi simili. Sono intervenuti per smantellare i comitati popolari e per prevenire lo sviluppo degli organi del potere popolare che può essere la base di una nuova lotta per il potere dello stato il rovesciamento della giunta militare egiziana.
Il tentativo del Tagdid di nascondere questo fatto, definendo le manifestazioni di piazza “potere duale” è una politica cinica. Nella Storia della rivoluzione russa, Lev Trotzkij aveva sottolineato che l’inevitabile conflitto tra i desideri delle masse oppresse e la politica dello stato capitalista non sarebbe stato un potere duale. Dice: “Le classi antagoniste esistono sempre nelle società e la classe senza potere, inevitabilmente punta a fare piegare questo o quel corso dello stato dalla sua parte. Questo non significa, tuttavia, che nella società, regni una dualità o pluralità di poteri.
Trotzkij spiega nel modo seguente la dualità del potere: “La preparazione storica di una rivolta, in un periodo pre-rivoluzionario, porta la classe destinata a creare il nuovo sistema sociale, mentre non è ancora diventata la padrone del paese, a concentrare efficacemente una quota significativa del potere statale nelle proprie mani, mentre l’apparato ufficiale è ancora nelle mani dei precedenti proprietari. Questo è il punto di partenza del potere duale in ogni rivoluzione.
Ci si deve chiedere: in Egitto i lavoratori “[stanno] concentrando nelle [loro] mani una quota significativa del potere statale”, o si può addirittura parlare di una qualsiasi parte del potere? Hanno creato istituzioni come i soviet (consigli) del proletariato rivoluzionario russo nel 1917, che ha costituito un centro di potere rivale al governo provvisorio borghese, che alla fine ha portato al suo rovesciamento da parte del partito bolscevico? Purtroppo la risposta è no.
I comitati popolari di quartiere, formatisi spontaneamente durante la lotta contro Mubarak e i suoi scagnozzi, aveva il potenziale di svilupparsi in tali istituzioni. Tuttavia, come abbiamo visto, i gruppi della pseudo-sinistra hanno lottato per spezzare questi comitati, insistendo sul fatto che essi verranno sostituiti da consigli composti da membri dei Fratelli Musulmani e dai loro stessi quadri.
Il doppio potere non esiste in Egitto – non perché i lavoratori non fossero pronti a ciò, ma perché le organizzazioni politiche egiziane (soprattutto della pseudo-sinistra) l’hanno combattuto. Invece, hanno insistito sul fatto che i lavoratori si limitassero all’”ampio spazio democratico” che avrebbe fornito la dittatura militare egiziana.
La rivoluzione egiziana, come tutte le altre, pone la questione dell’esercito con straordinaria chiarezza. I generali che governano lo stato, hanno una larga fetta dell’economia, cospirano con Washington ed esercitano il controllo su un grande esercito di leva che, alla fine, in Egitto, è l’unica forza abbastanza grande da annegare nel sangue una rivolta popolare. In Egitto, il compito di ogni seria lotta per la democrazia sarebbe aggregare le truppe alla lottare per la rivoluzione socialista e spezzare l’autorità del corpo degli ufficiali.
La ragione fondamentale che spiega il fatto che la pseudo-sinistra si sia opposta a una tale visione è chiara, se si considerano le osservazioni formulate da al-Hamalawy e dagli altri membri del CS: considerano la giunta e il suo corpo ufficiali come la pietra angolare della transizione democratica. Da questo punto di vista, una lotta per distruggere l’autorità degli ufficiali sulle truppe è pericolosa. Rischia di alienarsi i tiranni militari che secondo la pseudo-sinistra, devono guidare la cosiddetta transizione verso la democrazia!
Gli scritti dei grandi marxisti sono chiare come il cristallo, riguardo l’atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso l’esercito e lo stato. In Stato e rivoluzione, Lenin cita con approvazione “l’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la ‘macchina statale esistente’ e non limitarsi a prenderne possesso.”
Per quanto riguarda l’esercito, Friedrich Engels scrisse, il 26 settembre 1851 in una lettera a Karl Marx: “E’ chiaro che la disorganizzazione dell’esercito e il rilassamento assoluto della disciplina sono stati necessari, finora, affinché una rivoluzione giungesse a trionfare.”
Il sostegno della pseudo-sinistra alla giunta e al corpo degli ufficiali egiziano, riflette non solo il suo rapporto con la classe dirigente egiziana e l’imperialismo mondiale, ma la sua profonda ostilità all’enfasi marxista sul ruolo rivoluzionario della classe operaia. Come Anne Alexander chiarisce nel suo articolo del 2006, “Suez e l’alta marea del nazionalismo arabo“, l’SWP e la pseudo-sinistra pensano che l’insistenza del marxismo sul ruolo primario della classe operaia nella rivoluzione non sia corretta.
Cita, concentrandosi sulla crisi di Suez del 1956, il ruolo di Nasser quando  salì al potere nel 1952, dopo un colpo di stato contro re Faruk, che pose fine al dominio della Gran Bretagna. A quel tempo, Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez e l’Egitto avevano combattuto un tentativo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele, di riprendersi con la forza il Canale. Nasser usò il Partito comunista stalinista d’Egitto per organizzare la resistenza popolare nel porto di Suez e oltre, sapendo che gli stalinisti non avrebbero formulato un’opposizione rivoluzionaria contro il suo regime. L’opposizione popolare e la minaccia di intervento sovietico, e la decisione degli Stati Uniti di ritirare l’appoggio alla sterlina inglese come segno di disapprovazione, fermarono l’invasione franco-britannica.
Per Alexander, il fatto che Nasser abbia mantenuto il potere invalida la prospettiva della rivoluzione socialista nei paesi coloniali, formulata da Leon Trotsky sottolineando il ruolo guida della classe operaia.
Trotzkij, scrive, “era d’accordo con Lenin che la classe operaia fosse l’unica classe in grado di portare al successo la rivoluzione democratica, ma ha sostenuto che una volta al potere, la classe operaia non potesse semplicemente limitarsi a costruire uno stato democratico borghese. Invece di questo, ha detto, ‘la rivoluzione democratica si trasforma subito in una rivoluzione socialista e diventa così una rivoluzione permanente.’ … Le Previsioni di Trotsky non furono confermate dall’ondata di rivoluzioni nazionali che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Un paese dopo l’altro, i vecchi regimi filo-coloniali non furono rovesciati dalla classe operaia o contadina. Al contrario, sezioni di intellettuali o fazioni dell’esercito presero il controllo dello stato.”
Questo commento è una perfetta illustrazione della prospettiva nazionalista, specifica della classe media, del SWP e dei suoi colleghi internazionali. Considerano gli ufficiali e fli intellettuali come le forze motrici della storia. Secondo il SWP, il fatto che Nasser sia salito al potere in Egitto nel 1952, è la prova che una prospettiva socialista era un errore ed è una legittimazione del loro orientamento verso la giunta della CSFA, lo stato nazione dell’Egitto, e dietro di essi, all’imperialismo occidentale.
Alexander non spiega perché, se la rivoluzione democratica era stata effettivamente effettuata da Nasser, come lei dice, la classe operaia sia ora in prima linea in una lotta rivoluzionaria contro la dittatura corrotta guidata dagli eredi politici di Nasser. Infatti, la repressione della classe operaia in Egitto, negli anni ’50, significò il fallimento di ogni lotta per la democrazia. Tuttavia, Alexander non pone queste domande perché la sua prospettiva piccolo-borghese la conduce a una critica senza principi di Trotsky e ad adattarsi politicamente al nasserismo e allo stalinismo.
In termini di politica estera, Nasser fece affidamento inizialmente sull’ostilità di Washington verso i tentativi dell’imperialismo britannico di mantenere il suo dominio sull’Egitto, e all’alleanza con la burocrazia sovietica per limitare la minaccia di un intervento imperialista. In termini di politica interna, aveva contato sul ruolo reazionario del Partito comunista egiziano che, in conformità alla politica del Cremlino, era contro una rivoluzione socialista nel mondo arabo. Il sostegno politico venne incoraggiato dalle concessioni sociali offerte ai lavoratori del regime post-coloniale.
Allo stesso tempo, il regime di Nasser schiacciò brutalmente le lotte indipendenti dei lavoratori. Fece giustiziare due lavoratori, Mustafa al-Kahm e Muhammad Baqri per il loro ruolo nel famoso sciopero del 1952 nella fabbrica tessile Misr. Nonostante questo, il Partito comunista egiziano supportò Nasser. Il Partito Comunista Egiziano ha cercato di limitare l’opposizione della classe operaia a Nasser, giustificando il sua auto-scioglimento nel 1956 con l’affermazione che Nasser stava per costruire il socialismo.
Il periodo storico durante il quale il regime nasseriano fu in grado di reprimere le lotte indipendente della classe operaia, e potersi bilanciare tra l’imperialismo e l’Unione Sovietica, non durò a lungo. Dopo la guerra dello Yom Kippur – 22 anni dopo l’avvento al potere di Nasser – il suo successore, Anwar Saddat, iniziò la politica dell’infidah (apertura) al capitale straniero e all’allineamento diplomatico all’imperialismo statunitense. Ciò incluse la firma di Saddat degli Accordi di Camp David nel 1978, la pace con Israele basata sulla repressione di un eventuale concorso dei lavoratori egiziani, col proletariato israeliano, a una lotta comune contro l’imperialismo e il sionismo.
L’integrazione dell’Egitto nell’economia capitalista globale, sotto l’egida di Washington, ha portato a una crescita ulteriore sia del potere sociale che dell’oppressione economica della classe operaia. Queste contraddizioni di classe che si sono accumulate sotto la superficie della vita politica egiziana, sono eruttate nelle lotte rivoluzionarie che hanno un impatto su tutto il mondo.
Alexander, l’SWP e i loro compagni internazionalisti, tacciono sulle questioni dell’imperialismo e dello stalinismo, a causa della loro prospettiva da classe media. Politicamente ipnotizzati da Nasser e dall’esercito egiziano, lottano per subordinare la classe operaia all’esercito, come fece il Partito comunista egiziano all’epoca di Nasser, anche se in questi giorni, il regime egiziano opera come un agenzia diretta dell’imperialismo.
Un duro colpo è stato inferto a questo orientamento della rivoluzione egiziana del 2011, ed ha confermato l’insistenza di Trotzkij sul ruolo della classe operaia nella lotta rivoluzionaria. La classe operaia ha spodestato Mubarak, il cui regime era assolutamente contrario a qualsiasi tipo di riforme democratiche ed era totalmente soggetto all’imperialismo.
La teoria della rivoluzione permanente, dichiara che la classe capitalista non può condurre la lotta per la democrazia, come ha fatto nelle rivoluzioni borghesi del diciottesimo secolo negli Stati Uniti e in Francia. Temendo il proletariato e, nei paesi ex coloniali come l’Egitto, essendo dipendenti dall’imperialismo straniero, i capitalisti si oppongono alla democrazia nel proprio paese. La democrazia può essere raggiunta solo dalla classe operaia e come parte della sua lotta per la rivoluzione socialista mondiale, per mettere tutte le risorse dell’economia nazionale e internazionale sotto il controllo dei lavoratori e delle masse oppresse.
E’ una caratteristica del tradimento della pseudo-sinistra cercare di screditare la teoria della rivoluzione permanente della classe operaia presentandola come una teoria in contrasto con la lotta politica. Mentre le rivendicazioni della classe operaia si moltiplicano questa estate, a favore di una seconda rivoluzione, i famigerati SR hanno emesso un comunicato dal titolo “Nessuna seconda rivoluzione, ma una rivoluzione permanente fino alla caduta del regime.”
Cercare di presentare le richieste dei lavoratori ‘per una seconda rivoluzione’ come contrarie al trotskismo e alla teoria della rivoluzione permanente, è fondamentalmente disonesto. La lotta per la realizzazione della rivoluzione permanente può adottare la forma di una rinnovata offensiva della classe operaia per rovesciare la giunta – che è precisamente ciò che i lavoratori chiedevano sostenendo una “seconda rivoluzione.” In questa lotta, i lavoratori notano che la pseudo-sinistra è un avversario determinato: di destra, piccolo-borghese e anti-marxista.

La classe operaia ha bisogno di una nuova leadership politica
I primi mesi della rivoluzione egiziana hanno dimostrato l’enorme potere sociale della classe operaia e la sua capacità di abbattere dittatori, paralizzare interi paesi e di organizzarsi per una lotta contro la repressione dello Stato.
La rivoluzione, però, ha anche rivelato i limiti dell’azione spontanea. Privi di una leadership politica, i comitati di sciopero e di autodifesa di base sono stati smantellati o abbandonati. L’iniziativa politica è stata lasciata alla giunta e ai suoi co-cospiratori imperialisti che sempre controllano i militari, le banche e l’apparato statale.
La rivoluzione non poteva trionfare, e nemmeno andare avanti con i partiti politici esistenti, che sono fondamentalmente ostili. Il supporto allo stato e alla burocrazia sindacale ha permesso alla classe dirigente egiziana di tramare la repressione controrivoluzionaria – assieme agli emissari dell’imperialismo occidentale, che hanno avviato una guerra neo-coloniale per un cambiamento di regime in Libia, e ora minacciano di iniziare una guerra in Siria, Iran e altrove.
I lavoratori egiziani hanno bisogno di un nuovo partito rivoluzionario per rovesciare la giunta AFSC, impostare uno stato operaio e guidare la lotta per porre fine al regime imperialista nel Medio Oriente, come parte della lotta per il socialismo internazionale.
Il capitalismo globale è impantanato nella più profonda recessione economica dalla Grande Depressione, soprattutto nei centri imperialisti in America e in Europa, creando una crisi sociale globale e una crescente resistenza da parte della classe operaia internazionale. Le condizioni oggettive necessarie per una lotta per la rivoluzione socialista mondiale, che Trotzkij e altri marxisti influenti avevano previsto e spiegato nella teoria della rivoluzione permanente, stanno per essere riuniti.
Il problema principale rimane l’irrisolta crisi della leadership della classe operaia. I primi mesi della lotta rivoluzionaria in Egitto hanno smascherato in modo devastante la pseudo-sinistra. Non sono la base per la costruzione di un tale direzione, ma un ostacolo la cui politica deve essere criticata spietatamente per riarmare la classe operaia con una prospettiva rivoluzionaria.
Questi partiti, legati a forze profondamente ostili al proletariato – l’imperialismo occidentale, i movimenti islamisti e la stessa giunta – stanno perseguendo e promuovendo una prospettiva politica ferocemente contraria alla lotta per il socialismo. Nella misura in cui mantengono l’influenza sulle lotte della classe operaia, genereranno sconfitte e demoralizzazione, così come il pericolo di vedere la controrivoluzione trionfare.
Il primo compito affrontato da operai, intellettuali e giovani dell’Egitto e del Medio Oriente nello spirito socialista, è spezzare l’influenza di questi partiti, e con gli strati dei lavoratori politicamente più coscienti, costruire di un partito rivoluzionario al fine di condurre la lotta della classe operaia.
La base politica di questa prospettiva è la teoria della rivoluzione permanente e la lotta del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale (ICFI) per difendere la continuità rivoluzionaria del trotskismo e le fondamenta storiche e programmatiche del marxismo.
L’ICFI è convinto che la rivoluzione egiziana sia la prima esperienza di un nuovo periodo di lotta rivoluzionaria internazionale. Ha creato il World Socialist Web Site come organo politico per spiegare, unificare e fornire la leadership politica alle lotte della classe operaia in tutto il mondo. Chiama i suoi lettori in Egitto, Medio Oriente e internazionali, a lottare per la prospettiva della rivoluzione permanente e a partecipare alla ICFI.

(Articolo originale pubblicato 21 novembre 2011)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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