Libia: i partigiani di Gheddafi contrattaccano

Joan Tilouine e Youssef Ait Akdim Jeune Afrique 28/10/ 2014

Tre anni dopo la tragica fine della “Guida” della Libia, Muammar Gheddafi, l’inversione delle alleanze avviene discretamente con il ritorno in sella di frange di sostenitori del vecchio regime, in nome della guerra al terrorismo.

Ahmad Gheddafi al-Dam

Ahmad Gheddafi al-Dam

Era meglio prima“, sono soliti lamentarsi i nostalgici della ex-Jamahiriya che avvertirono, nel 2011, contro l’idra islamista e gli appetiti delle potenze imperialiste. Compiacendosi di aver previsto il disordine attuale, ma leggendo il futuro dal retrovisore: dopo la rivoluzione che ha portato violenza e distruzione, si torna indietro. Concludendo, come un editorialista del quotidiano francese Le Monde, “molti libici dicono di rimpiangere i tempi di Muammar Gheddafi“, non ce che un passo pericoloso da compiere. Alcuni di coloro schierati con il regime nel 2011, prima di essere costretti all’esilio in particolare in Tunisia ed Egitto, sono meno discreti e si presentano alleati oggettivi del campo nazionalista contro gli islamisti. Gli eredi orgogliosi del nazionalismo di Umar al-Muqtar, l’eroe della resistenza agli occupanti italiani, di fatto recuperano i vecchi sostenitori di Gheddafi, soprattutto quando si presentano come patrioti onesti che non hanno sparso sangue o sperperato denaro pubblico. La riconciliazione di circostanza obbedisce alla situazione delle forze di sicurezza dello Stato libico fallito e al rifiuto quasi unanime di un nuovo intervento militare straniero.

Anti-gheddafisti contro islamisti
Abbiamo usato gli azlim (appellativo dispregiativo dei sostenitori del vecchio regime) come spaventapasseri dal 2011. Difatti, la minaccia alla sicurezza proviene ancora dagli islamisti e dai loro sostenitori stranieri“, ha detto un alto ufficiale dell’esercito libico. Dietro il fronte di ex-ufficiali di polizia e dell’esercito contro il terrorismo jihadista, si avvia senza problemi un rovesciamento di alleanze: ieri rivoluzionari ed islamisti (tra cui veterani dell’Afghanistan) contro la dittatura; oggi nazionalisti del vecchio regime e nemici di Gheddafi contro gli islamisti. Non c’è da stupirsi che dicano si sentirsi traditi e di “difendere gli obiettivi della rivoluzione del 17 febbraio“. Nel quadro di tale crociata i sostenitori di Gheddafi si alleano discretamente, date le circostanze, al debole blocco anti-islamista politico-militare allineato alle autorità legittime di Tobruq. Nel contesto della guerra, le alleanze politiche e tribali si riaffermano e i gheddafisti riattivano le loro reti. Finora in agguato nell’ombra, ma ben organizzati, i “Verdi” hanno continuato a seguire gli sviluppi in Libia dall’interno, attraverso i loro informatori e sostenitori, in particolare nei ministeri e nell’esercito. Alle grandi figure del vecchio regime, la vittoria dei “non-islamisti” alle legislative dello scorso giugno offre la possibilità di essere utili. Alcuni gheddafisti si sono schierati con il governo di Tobruq (parlamento, governo, esercito) riconosciuto dalla comunità internazionale, ma contestato e contrastato dalla coalizione islamista Fajr Libia.

I sostenitori di Gheddafi in primo piano
Tre anni dopo la tragica fine, il 20 ottobre 2011, della “Guida” alla periferia di Sirte, sua città natale, i sostenitori di Gheddafi ricompaiono sulla scena. Se i figli del colonnello sono stati neutralizzati, caduti combattendo come Muatasim e Qamis, o detenuti a Zintan e a Tripoli come Sayf al-Islam e Sadi, altre figure dell’ex-Jamahiriya alimentano la fiamma verde. Il cugino di Muammar Gheddafi, trasferitosi a Cairo, Ahmad Gheddafi al-Dam, ha ottenuto l’improvvisa revoca del congelamento dei beni da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea (UE). Influente e colorito, s’è assicurato i servizi, tra gli altri, dell’avvocato Hervé de Charette, ex-ministro degli esteri francese. I gheddafisti diffidano vedendolo venire sgravato dal congelamento dei beni, in quanto “decisione molto politica”. Ma tutti sono convinti che con la sua fortuna, stimata in diversi miliardi, Gheddafi al-Dam aiuterà le forze di sicurezza, ora senza un soldo, a procurarsi le armi e contribuire attivamente alla lotta al terrorismo. L’ex-coordinatore dei rapporti con l’Egitto, ha detto alla BBC araba: “Il mondo ricorderà a lungo Gheddafi e i libici scopriranno che si sono sbagliati su di lui“. Vero o falso, a pochi giorni dal terzo anniversario del 20 ottobre 2011, il quotidiano iracheno al-Zaman indicava le parole impetuose della figlia di Gheddafi, Aysha, dove su facebook ha detto di essere stata “rapita con i figli e la madre” a Muscat, nel sultanato dell’Oman. Non lontano, a Doha, Musa Qusa, ex-capo dei servizi segreti, riceve visite regolari, ma non ispira fiducia ai sostenitori di Gheddafi. (E’ difatti un traditore. NdT) Da Johannesburg, l’ex-Capo di Stato Maggiore della “Guida”, Bashir Salah, s’é appellato alla corte della UE per la revoca del congelamento dei beni, nella speranza che il caso di Gheddafi al-Dam costituisca un precedente. Salah si riunisce regolarmente e attivamente con, tra gli altri, ufficiali di Zintan che supporta. Con le sue capacità relazionali in Africa e Parigi, questo francofono emerge quale interlocutore credibile con i governi occidentali. Così, alla fine di settembre, ha ripreso i colloqui con i suoi “contatti” francesi, cercando di organizzare la migliore accoglienza a Maliqita Othman, capo della potente milizia zintana Qaqa, in visita a Parigi il 1° ottobre. Ricevuto al ministero della difesa, quest’ultimo ha chiesto il sostegno militare e attacchi aerei mirati dai francesi. Per tale signore della guerra filo-governativo, nessuna collaborazione con i gheddafisti dalle “mani insanguinate”, ma ammette di essere disposto a dare un ruolo a Sayf al-Islam, sottoposto a mandato d’arresto dalla Corte penale internazionale (ICC) per “crimini contro l’umanità”.

Sayf al-Islam agli arresti domiciliari
Dal suo arresto nel sud della Libia, il 19 novembre 2011, Sayf al-Islam è detenuto, o meglio agli arresti domiciliari o protetti, a Zintan. Gli ufficiali zintani lo consultano regolarmente sapendo che conosce la complessità dell’organigramma islamista libico. Anche i capi tribù a lui fedeli, a cominciare dai warshafana sotto il tiro della Fajr Libia, che vogliono “sradicarli”. Indeboliti dalla sconfitta militare a Tripoli, mancanza di munizioni e divisioni tra politici e militari, i zintani sanno di essere vulnerabili. Alcuni di loro cercano di approfittare del bottino di guerra Sayf al-Islam, ambito dalla Fajr Libia. “Una controrivoluzione è in corso contro gli islamisti“, ha detto un vicino ai zintani. E i sostenitori di Gheddafi sono indispensabili per via delle loro reti ed esperienza riguardo amministrazione e militari, per non parlare della loro forza finanziaria per ricostruire e dirigere l’apparato statale. Ma ciò che sembra un’alleanza per alcuni è denunciata come tradimento dei valori della rivoluzione da altri.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

libya-administrative-mapIl 24 settembre, a Tripoli esplodeva la rivolta contro gli islamisti, mentre almeno sei attacchi aerei centravano le postazioni degli islamisti di Fajr Libia (Alba della Libia) nel sud della capitale. Molti islamisti furono eliminati assieme a diversi blindati. Il primo ministro Abdullah Abdurahman al-Thani, da Tobruq, invocava la sollevazione “in risposta all’appello dei residenti di Tripoli per liberarli dai militanti”. In precedenza, il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian aveva invocato l’intervento francese in Libia, sostenendo che sia diventata la “base dei terroristi. Oggi suono l’allarme sulla gravità della situazione in Libia. Il sud è una sorta di hub per i gruppi terroristici che vengono riforniti anche di armi e si riorganizzano. Nel nord, i centri politici ed economici del Paese ormai rischiano di cadere sotto il controllo jihadista… Dobbiamo agire in Libia e mobilitare la comunità internazionale“. Aveva detto che le truppe francesi dispiegate in Mali dovevano trasferirsi in Libia attraverso l’Algeria. “Questo avverrà in accordo con gli algerini, principali attori della regione“. “Le milizie islamiste occupavano Tripoli da fine agosto, e il governo in esilio ‘legittimo’, era a 1200 km di distanza, a Tobruq, da cui non governa nulla, le ambasciate occidentali sono state sgombrate e il sud del Paese è rifugio dei terroristi e le coste centro del traffico dei migranti. Il tutto avviene in un contesto di rapimenti, omicidi e torture, completando il quadro di uno Stato in via di estinzione”, scriveva Le Figaro, il quotidiano finanziato dall’industria bellica francese.
Nel frattempo, l’Egitto salutava la formazione del nuovo governo libico guidato da Abdullah al-Thini, sottolineando l’intenzione di collaborare con il nuovo governo. “La formazione del governo libico è un passo positivo verso il raggiungimento della stabilità politica e il ripristino di pace e sicurezza nel Paese“, dichiarava il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Badr Abd al-Aty. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri aveva dichiarato che gli egiziani era interessati ad unificare le istituzioni libiche per avviare il dialogo nazionale. Cairo aveva organizzato una conferenza sulla Libia il 25 agosto, con rappresentanti di Egitto, Algeria, Tunisia, Sudan, Ciad e Niger, raggiungendo un accordo di cessate il fuoco tra i gruppi in conflitto, la stesura di una nuova costituzione, l’avvio del dialogo e il riconoscimento della legittimità del nuovo Parlamento libico. Aqila Salah Isa, presidente della Camera dei rappresentanti libica, dichiarava: “Questo non sarebbe accaduto se la comunità internazionale avesse preso la situazione in Libia sul serio“, chiedendo l’invio di armi e aiuti per ripristinare la sicurezza e ricostruire le istituzioni. “Il terrorismo e l’estremismo… ora formano un ampio fronte che si estende dall’Iraq all’Algeria” e l’inazione lascerà la comunità internazionale di fronte agli effetti di un’ulteriore espansione in Nord Africa e Sahel. La mancata fornitura di armi e addestramento all’esercito libico, nella guerra al terrorismo, è nell’interesse dell’estremismo“. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, a fine agosto, aveva approvato una risoluzione che irrigidisce l’embargo internazionale sulle armi alla Libia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov dichiarava a sua volta, “A proposito, parlando di armi chimiche, ci piacerebbe avere informazioni reali sullo stato dell’arsenale chimico in Libia. Sappiamo che i nostri colleghi della NATO, dopo aver mutilato il Paese in violazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, preferiscono non toccare il caos che hanno creato, ma la questione dell’arsenale chimico libico, privo di controllo, è troppo seria per chiudervi un occhio“.
Il 5 ottobre 2014, a Derna sfilava il gruppo islamista al-Galuo, composto da terroristi di ritorno da Siria e Iraq, che si preparavano alla nomina a capo dell’emirato islamico di Derna di uno yemenita. Nel frattempo il presidente egiziano al-Sisi incontrava il premier libico Abdullah al-Thini per discutere delle relazioni bilaterali e degli sforzi dell’Egitto per aiutare il governo libico a sradicare le organizzazioni terroristiche in Libia e renderne sicuri i confini. Il 14 ottobre, aerei libici decollati dall’Egitto avviavano un’operazione in appoggio alle truppe di Qalifa Haftar a Bengasi, eliminando almeno 12 terroristi di Ansar al-Sharia.
In Libia esistono due ‘parlamenti’ e due ‘governi’. Quello di Tobruq guidato dal premier al-Thani e riconosciuto dalle Nazioni Unite, e quello di Tripoli del ricostituito Congresso Nazionale Generale (CNG) guidato dal premier islamista al-Hasi. Tripoli è sostenuta da Qatar, Turchia e Sudan; Tobruq è sostenuta da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Nella seconda metà di ottobre, nella base aerea di Mitiga, controllata dagli islamisti della coalizione Fajr Libya, formata da milizie di Misurata, berberi ed islamisti radicali della Tripolitania, erano atterrati almeno 3 aerei da trasporto qatarioti carichi di rifornimenti militari. Quindi, le forze islamiche avviavano un’offensiva contro Zintan, sul Jabal Nafusa, al confine tunisino. In risposta, velivoli libici bombardavano la base islamista di Gharyan, 120 chilometri a sud-ovest di Tripoli, e veniva avviata una controffensiva sui villaggi Qaqla e al-Qala. A Bengasi le forze di Haftar riconquistavano diverse zone, con la controffensiva della 204° Brigata corazzata appoggiata da velivoli, riprendendo il controllo del quartiere Ras Ubayda e della base della Brigata Martiri del 17 Febbraio, nel quartiere Fuwayhat. Di contro, il Consiglio della Shura dei Rivoluzionari di Bengasi, formata da Ansar al-Sharia, Majlis al-Shura, Brigata Martiri del 17 Febbraio, Scudo della Libia e Liwa Rafallah al-Sahati, scatenavano una serie di attentati suicidi uccidendo oltre 80 persone, tra cui 9 soldati morti nell’attentato contro la casa del generale Haftar, nel quartiere Zaytun. Inoltre gli islamisti attaccavano la base della 204° Brigata, la collina al-Rahma e l’aeroporto di Benina, base principale di Haftar.

photo_1372271056869-1-0Note:
al-Masdar
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ITAR-TASS
Nsnbc
Nsnbc
RIAN
RID
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Wsws
Zerohedge

L’India dovrebbe isolarsi dalla guerra allo SI

M K Bhadrakumar 5 ottobre 2014Modi-2-621x414È la terza volta che l’India si trova a dover scegliere se unirsi alla guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo. Nel 2001, il governo del BJP era piuttosto incline ad unirsi all’invasione dell’Afghanistan per rovesciarne il regime talib. Ma gli Stati Uniti erano più interessati ad imbrigliare l”alleato non-NATO’ Pakistan di Pervez Musharraf, ed accelerarono. La seconda volta fu nel 2003, quando in visita negli Stati Uniti, l’allora vicepremier LK Advani vide favorevolmente l’allora pretesa diplomatica del segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld secondo cui l’India doveva unirsi alla “coalizione dei volenterosi” per invadere l’Iraq. Ma la follia di Advani fu corretta dal Premier AB Vajpayee appena in tempo. Ora, il Premier Narendra Modi deve affrontare una scelta simile se far parte della “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo Stato islamico in Iraq e Siria. Gli esperti della sicurezza indiani sembrano divisi. A complicare le cose, Israele ha anche lanciato al massimo livello ciò che sembra l’ultimo tentativo d’influenzare Modi, che mantiene apparentemente il senso delle proporzioni circa la mitica minaccia di al-Qaida in India. Tuttavia, sembra la toccata e fuga del nostro campeggio alla NSA di Washington nei fine settimana e causa del disagio che spinge “fonti altolocate” del governo indiano a spargere sistematicamente storie allarmistiche basate su congetture e intelligence scadente da pettegolezzo di bazar (qui e qui).
Tale gestione dei media suggerisce un attento piano per plasmare l’opinione pubblica a favore dell’abbraccio ‘Saath’ tra India e USA. (Saath, ‘andiamo avanti insieme’). Tuttavia, l’India farebbe un errore catastrofico associandosi alla “coalizione dei volenterosi” degli Stati Uniti contro lo SI. Il primo punto da ricordare è che si tratta di una guerra aperta. Il premier inglese David Cameron ha appena previsto che potrebbe essere una guerra generazionale. L’India ha la capacità di persistervi? In secondo luogo, le vite di oltre trenta indiani prigionieri dello SI sono nel mirino. Commettendo errori ci saranno ritorsioni e l’India sarà del tutto impotente, dato che gli Stati Uniti non faranno nulla per l’India oltre ciò che possono per il loro alleato chiave inglese, cioè niente. Il piano dello SI è forzare un Obama riluttante e un riluttante David Cameron ad inviare “soldati sul campo”, quindi vi sono alcune domande molto serie. Chiaramente, gli attacchi aerei contro lo SI non portano a nulla. Lo SI è già passato a una struttura orizzontale, senza comando supremo e centri di comando e controllo. Come un esperto di Medio Oriente ha dichiarato, opera come “un organismo rizoma”. Che vuol dire? Significa che gli Stati Uniti e i loro alleati presto non avranno “obiettivi”, mentre lo SI continua ad avanzare nonostante gli attacchi aerei degli Stati Uniti. Ha appena occupato una base militare irachena, con centinaia di soldati e catturato altre due città di confine in Siria. In breve, presto si dovrà riflettere sul ‘cosa succederà’ dopo gli attacchi aerei? La decisione della Turchia d’inviare truppe in Iraq e Siria e occuparne i territori anticipa l’attuale strategia militare degli Stati Uniti finire in un vicolo cieco, anche prima di quanto pensato. Persino in tale caso, nella “coalizione dei volenterosi” vi sono troppe contraddizioni. Gli Stati Uniti dipendono dagli stessi alleati del Golfo che il vicepresidente Joe Biden ha apertamente riconosciuto, in un discorso all’Università di Harvard, quali soli responsabili della creazione dello SI. In altre parole, i Paesi del Golfo e la Turchia (che finanziano, armano e assistono l’assalto dello SI) hanno un proprio ordine del giorno, diverso da quello degli Stati Uniti. Così l’amministrazione Obama affronta la difficile scelta tra fingere che i suoi partner della coalizione operino per sconfiggere militarmente lo SI inviando “stivali sul terreno” o, più plausibilmente, ad un certo punto accettare l’emergere dello SI e cercare di venirvi a patti.
A complicare le cose, l’Arabia Saudita è pericolosamente sovraestesa stiracchiando il proprio peso politico regionale. I confini con Iraq (900 km) e Yemen (1400 km) possono divenire vie d’infiltrazione di al-Qaida. Inoltre, ribolle la guerra tra fazioni nella famiglia reale saudita sulla successione di re Abdullah. Basti dire che tale crisi è quella del wahhabismo. La strategia saudita di sfruttare i salafiti negli ultimi 30-35 anni in Afghanistan, Pakistan, Siria e così via, chiude il cerchio con l’inevitabile radicalizzazione salafita che si muta nel movimento neo-wahabita qual è lo Stato islamico. Per quanto attese ed aspirazioni della gioventù saudita rimarranno lontane da carisma e forza dello SI? Questo è il problema centrale che emerge oggi. Citando l’analista del Medio Oriente di cui sopra, “la guerra in Medio Oriente è divenuta la guerra tra wahabismo e altri orientamenti del salafismo, come la Fratellanza musulmana (che i sauditi incolpano della nascita dello SI). È una guerra infra-sunnita, dei wahhabiti sauditi contro wahhabiti qatarioti, dei wahhabiti di Jabat al-Nusra contro lo SI; dei wahhabiti dell’Arabia Saudita e alleati contro i Fratelli musulmani“. Basti dire che si tratta di un calderone ribollente dalle inevitabili gravi ricadutee l’alta probabilità del ripetersi della rivoluzione islamica del 1979 in Iran, ma questa volta in Arabia Saudita.
Come osservatore di Obama, la mia impressione è che Obama traccheggi, sapendo perfettamente cosa ci sia in gioco. Obama sembra autorizzare gli attacchi aerei contro i movimenti senza troppa convinzione, intuendo la vulnerabilità terribile dell’Arabia Saudita. Naturalmente, il paradosso è che per la loro passività, gli Stati Uniti potrebbero finire per ripetere la follia in Iran degli anni ’70, rifiutando di fare pressione sul regime saudita per le riforme ed intuendo la vulnerabilità del regime, ma da spettatore paralizzato mentre lo SI avanza su Riyadh. Ma poi, che altro può fare Obama? L’opinione pubblica e l’establishment politico statunitensi non tollereranno che gli Stati Uniti inviino “stivali sul terreno” per salvare il regime saudita. Pertanto, l’India deve essere estremamente attenta a ciò che accade. Vi sono 7 milioni di indiani che si guadagnano da vivere nella regione. Non devono finire nel fuoco incrociato e ciò dovrà essere la prima preoccupazione. In prospettiva di lungo termine, l’India deve rivalutare potenzialità e/o pericoli dell’impennata dell’Islam politico nella mutazione del Medio Oriente. Se lo SI bussa alle porte di Riyadh, il rimbombo si farà sentire fino a Lahore. Questa non è una guerra al terrore. Le vecchie strategie regionali statunitensi perseguite in stretta alleanza con l’Arabia Saudita, hanno inesorabilmente portato all’attuale risultato esplosivo. Il patto faustiano degli Stati Uniti con i sauditi si disfa. L’India non ne ha alcun ruolo e non dovrebbe aspirare ad averne oggi, non importa chi sia il Mefistofele di New York che l’abbia sussurrato a Modi.

121613_Saudi_16x9Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stato islamico: chi è davvero il SIIL?

Ghaleb Kandil, direttore di New Orient News, 6 ottobre 2014 – Mondialisation

10624972Il presidente turco Recep Erdogan è il leader regionale della “Fratellanza Musulmana” sopraffatto dalle delusioni. Incapace di sconfiggere la Siria e il suo Comandante in capo, vede dissipare i suoi sogni di gloria alla testa dell’impero neo-ottomano. Incapace di vincere la sua scommessa d’imporre un governo coloniale ai popoli del Levante ed Egitto, ha scatenato il suo profondo odio selgiuchide cospirando contro Siria, Egitto, Iraq ed interferendo in ogni affare nel mondo arabo. Tutte le strade che avvantaggiano il SIIL con finanze, armi e uomini passano da Istanbul, dove le transazioni sono realizzate vendendo petrolio rubato in Iraq e Siria da società turche e consegnato ai propri clienti statunitensi e sionisti da cui ricevono ingenti somme, milioni al giorno, per le casse di al-Baghdadi. Con gli auspici delle intelligence turche migliaia di turchi sono stati reclutati nel SIIL, i cui campi sono stati istituiti per addestrali e le cui “case di cura” accolgono. Molti di loro si sono recati in tali “luoghi di riposo” dopo le stragi. Immagini e articoli che descrivono i loro viaggi vengono anche pubblicati dalla stampa turca! Ed è sempre sotto gli stessi auspici che arrivano migliaia di combattenti stranieri che secondo Obama “l’occidente ne teme il ritorno nei Paesi di origine”. Riguardo le armi comprate da Arabia Saudita e Qatar, molte sono arrivate in Turchia per il SIIL, ma anche per le fazioni dei servizi segreti turchi che a loro volta massacrano, saccheggiano e devastano il nord-est siriano; anche se la maggior parte del bottino comunque torna ai “Dawaash” (i membri del SIIL) per comprarne l’aggressione ai curdi in Iraq e Siria.
La Turchia è lo Stato aggressore che ha creato “i comandi operatovi per la distruzione della Siria”, guidati dal generale degli Stati Uniti David Petraeus. E’ lo Stato responsabile dell’organizzazione delle “conferenze dei mercenari” delle edizioni successive, ma sempre sotto la bandiera di una presunta opposizione siriana. Un’opposizione i cui aspetti, nomi e capi variano a discrezione dei mandanti degli Stati Uniti, ma la cui costante dipende dall’illusione del governo ottomano decisa dall’odio verso la Siria e il suo popolo, e dall’ostilità verso tutto ciò che è arabo. Erdogan mira al popolo e ai leader arabi dell’Egitto dopo la rivolta contro l’organizzazione dei Fratelli musulmani, “madre del terrorismo e serva del colonialismo in Oriente”, perché gli egiziani che credevano alla sua propaganda presto hanno scoperto l’ipocrita transazione nell’ambasciata degli Stati Uniti, alla vigilia dell’arrivo al potere di Muhammad Mursi sotto il califfo dell’illusione ottomano, creatore del SIIL e protettore dei gruppi taqfiri che operano in Siria. Erdogan vuole spezzare l’Iraq e mira a prendersi Kirkuk, preparandosi ad attaccare la Siria per perfezionare il “piano del SIIL” con il pretesto della cosiddetta “zona di sicurezza” che cerca d’imporre sul campo. Ma ogni avanzata della Turchia in Siria sarà considerata un’aggressione alla Siria, alla sua sovranità e indipendenza. Si attiverà una risposta ferma e adeguata, e lo Stato siriano è pronto a respingere gli attaccanti.
Le autorità siriane hanno agito saggiamente accettando il “coordinamento sommerso” con l’amministrazione statunitense per permettergli di salvare la faccia dal fallimento morale e politico, mentre gli attacchi aerei degli USA sono difatti coordinati con Damasco; questo senza che la Siria li legittimi svolgendosi “al di fuori del quadro del Consiglio di sicurezza e quindi della legittimità internazionale”. Le autorità siriane sono ben consapevoli dei rischi potenziali di una tale situazione e ne detengono grandi vantaggi; ma a Damasco, i regolamenti di conti si compiono sempre al momento opportuno ed è con i suoi alleati che la Siria traccia le linee rosse e le norme sugli attacchi aerei degli Stati Uniti nel quadro della “lotta al SIIL”. La Siria ha detto, con il suo ministro degli Esteri a New York, che qualsiasi invasione del proprio territorio sotto qualsiasi pretesto, sarà considerato un attacco alla sovranità nazionale siriana. Pertanto, dovranno aspettarsi difesa e resistenza con tutte le forze disponibili, soprattutto perché gli attaccanti fanno parte dell’odiosa alleanza che ha lanciato la “guerra mondiale” per distruggere Siria, e la Turchia di Erdogan è il quartier generale dell’alleanza e uno dei suoi più atroci, viziosi ed ipocriti membri.

ALeqM5jBTEifhiRULijv3hODDaCnXrEC1ACosì scriveva Ghaleb Kandil alla vigilia del 2 ottobre, il giorno dell’adozione al parlamento turco del testo presentato dal primo ministro Ahmet Davutoglu, che autorizza l’impegno della Turchia in un’azione militare “contro il SIIL” in Iraq e Siria. Passiamo su tutto ciò che abbiamo sentito nei nostri media, lieti che la Turchia infine dimostri di essere davvero un alleato della NATO, ma che necessariamente ha liberato gli ostaggi di Mosul con la semplice deterrenza diplomatica verso l’infame SIIL. Infatti, abbiamo visto gli ostaggi liberati [1] laddove altri sono stati decapitati! Passiamo anche sul presunto rifiuto del governo turco nel giustificare la possibile invasione della Siria con l’intenzione d’istituire campi profughi o, più precisamente, una “zona di sicurezza” per milioni di profughi siriani, che sì ha umanamente accolto prima ancora di sentirne il bisogno, per non parlare delle centinaia di curdi iracheni ai quali ha aperto le frontiere dopo aver esitato… mentre il suo alleato statunitense cedeva alle sue pretese. Baderemo solo alle dichiarazioni del portavoce del ministero degli Esteri [2] francese, a seguito di questa ottima notizia:

8) Turchia/Siria/SIIL
D – Quali sono le consultazioni franco-turche?
R – La riunione dei ministri degli Esteri riguarderà relazioni bilaterali e questioni regionali. Il formato è stato deciso dopo la visita del presidente della Repubblica in Turchia, il 27 e 28 gennaio 2014. Si tratta di consultazioni annuali, ed è la prima volta che si svolgono a Parigi.

D – Come vede la Francia il progetto approvato dall’assemblea turca di creare uno spazio presso Qubanah, a cui i turchi fornirebbero copertura aerea?
R – Accogliamo con favore la decisione del Parlamento turco, che permette al governo d’intraprendere un’azione militare, se ritenuta necessaria. Per noi la Turchia è un alleato e un partner chiave nella coalizione antiterrorismo. Le consultazioni bilaterali del 10 ottobre saranno occasione per rivedere tutti questi problemi. Su progetti specifici delle autorità turche, vi rimando a loro.

D – Ciò significa mettere piede in Siria e dispiegarvi truppe, con l’argomento che dobbiamo proteggere Qubanah?
R – Si tratta di una decisione delle autorità e del parlamento turchi. Come ha detto il ministro, vi è una divisione del lavoro tra i Paesi della coalizione contro l’organizzazione terroristica SIIL.

D – Ma è ancora urgente. Sembra che nessuno si preoccupi della situazione a Qubanah, e si accetta che questa città cada e vi siano massacri. Nessuno sembra voler armare i curdi siriani?
R – Sosteniamo ciò che gli statunitensi fanno in Siria e nei Paesi arabi, ma ci deve essere una divisione del lavoro. Dobbiamo intervenire militarmente in Iraq. In Siria sosteniamo l’opposizione moderata. Il ministro l’ha chiaramente ricordato la scorsa settimana presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

D – In tale divisione del lavoro chi aiuta i curdi di Qubanah?
R – Per noi, il partito che può combattere nel modo più efficiente contro SIIL e contro Bashar al-Assad è la coalizione nazionale siriana.

D – Perché aiutare i Peshmerga curdi in Iraq e non i curdi di Qubanah in Siria?
R – In Iraq lo facciamo su richiesta e in collaborazione con le autorità irachene”.

Niente di nuovo, tranne una buona ed inaspettata domanda, in questi giorni e in questo tipo di documento. [3] Qubanah è una città siriana a maggioranza curda, perché aiutano i curdi in Iraq e non i curdi in Siria? Ma indubbiamente il portavoce risponde con una piroetta. Ora sembra che ci sia “la domanda” se il problema curdo sia la bomba che possa esplodere in faccia all”alleato Erdogan” ora che Masud Barzani, presidente della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, sa che non può contarci, e che Abdullah Ocalan, sempre prigioniero in Turchia quale leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) ha minacciato di interrompere il dialogo con Ankara se la popolazione di Qubanah sarà massacrata [4]. Una bomba che sarà molto più esplosiva di quella lanciata il 3 ottobre dal vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden [5]: “I nostri alleati regionali sono il nostro problema più grande in Siria… i turchi sono grandi amici e ho ottimi rapporti con Erdogan, con il quale ho trascorso molto tempo… i sauditi… gli emirati… che fanno? Erano così determinati a rovesciare Assad da condurre una guerra per procura tra sunniti e sciiti…” In breve, gli Stati Uniti sono puri come neve. Sono i loro alleati che armano e finanziano il SIIL, ma questi alleati “hanno finalmente capito i loro errori”!!! Data tale conclusione, non ha molto senso proseguire nell’aggressione alla Siria. La questione è se sia la risposta degli Stati Uniti ad Erdogan e altri alleati, per ricordare chi è il padrone e quale sia l’obiettivo finale del “piano SIIL”, servire soprattutto gli interessi degli Stati Uniti! Se avevano un qualche margine di manovra, l’hanno già consumato. La questione è anche se l’avvertimento di Joe Biden possa spiegare il fatto che il paragrafo di cui sopra (dichiarazioni ufficiali in politica Estera del 3 ottobre 2014) sia scomparso, avendo appena il tempo di copia/incollare, in un paio d’ore. La Turchia non sarebbe può un partner ‘d’obbligo’ degno della Francia? Oppure, ancora una volta, gli Stati Uniti rifiutano di accordarsi e la Francia traccheggia?

Traduzione e commento di Mouna Alno-Nakhal 04/10/2014

Note:
[1] Liberazione egli ostaggi turchi: “Questo è un giorno di festa per la nazione”
[2] Le dichiarazioni ufficiali in politica Estera 3 ottobre 2014
[3] I curdi di Qubanah “massacrati” dai jihadisti
[4] Abdullah Ocalan minaccia di rompere il dialogo con Ankara
[5] Tutti tranne noi! Biden incolpa gli alleati per l’avanzata del SIIL

Copyright © 2014 Global Research

Walid al-Mualam

Walid al-Mualam

Il patto di Obama con i sauditi e al-Nusra
Moon of Alabama, 27 settembre 2014

Secondo il Wall Street Journal, Obama ha fatto un accordo con i sauditi, legittimando gli attacchi contro lo Stato islamico ed al-Qaida in Siria (Jabhat al-Nusra) con l’amministrazione Obama che poi rovescerebbe il governo siriano del Presidente Assad. Il principe saudita Bandar, che ha rifornito i jihadisti, è stato estromesso, ma è sempre nei cuori dei redattori neoconservatori di The Economist che gridano vittoria. Sono riusciti a trascinare gli Stati Uniti nella loro nuova guerra. Evviva! Ma da quanto ho capito, il ruolo di Obama nell’accordo apparirà più tardi. Ci vorrà un anno per addestrare gli insorti “moderati” in Arabia Saudita ed è solo quando saranno pronti che l’anatra zoppa Obama, potrà (o meno) iniziare l’azione militare. Gli elettori statunitensi sono ben consapevoli del fatto che Obama mantiene sempre le sue promesse (o meno). Un anno può essere lungo e chissà cosa accadrà prima. L’urgenza dell’accordo con i sauditi potrebbe essere dovuta ad certuni che pensano sia ora necessario attaccare i capi di al-Qaida (Jabhat al-Nusra) in Siria. Potrebbe anche esser dettato dagli scarsi voti di Obama nei sondaggi e il suo bisogno di mantenere un Senato a maggioranza democratica dopo le elezioni di novembre. La seconda ragione sembra più probabile. Per giustificare tale mossa su tale gruppo dalla grande leadership, la sua azione deve essere distinta dalle azioni dei jihadisti “moderati” di al-Nusra, con cui coopera su una serie di altre questioni. Il gruppo “Qurasan” è stato inventato e propaganda allarmista è stata lanciata per giustificare l’attacco. I media statunitensi come prevedibile hanno ingollato tutto e sparso ansia sulle “responsabilità” del “Qurasan“. Solo dopo l’attacco i dubbi sono stati autorizzati ad emergere: “Molti assistenti di Obama hanno detto che gli attacchi aerei contro Qurasan sono stati lanciati per contrastare un attacco terroristico “imminente”. Ma altri funzionari statunitensi hanno detto che la cospirazione era ben lungi dall’essere pronta, e non vi era alcuna indicazione che Qurasan la programmasse”. Secondo alcune speculazioni Jabhat al-Nusra fa parte di al-Qaida. E’ diretta da veterani di al-Qaida che hanno combattuto in Afghanistan e Pakistan e giunti in Siria dove era iniziata la rivolta. Gli Stati Uniti hanno ribattezzato tali veterani con il nome di gruppo “Qurasan” per avere una buona ragione per eliminarli. I loro sostituti potrebbero essere i maggiori gruppi ribelli nel sud della Siria disposti a cooperare di più con USraele. Una nuova versione soft di al-Qaida.
La strategia dispiegata con le varie guerre per procura in Siria e in Iraq dalle forze atlantiste è sempre più contorta. Non sarei sorpreso nel vedere Obama gettare la spugna su tutta la vicenda. Dopo le elezioni di novembre, potrebbe dire “basta” e mollare il caos.481100357-768x491Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Decodificare la svolta di Erdogan sul SI

MK Bhadrakumar - 4 ottobre 2014erdogan_biden_168893359Il parlamento turco ha votato l’autorizzazione al governo ad inviare truppe in Iraq e la Siria, con un’inversione storica del lascito di Kemal Ataturk, secondo cui il Paese non si sarebbe mai più impantanato in Medio Oriente. Ankara ha tirato fuori varie ragioni per giustificare la svolta sul ruolo della Turchia nella lotta allo Stato islamico (SI). La base del ragionamento è che la Turchia è dedita alla lotta al terrorismo. Ma i motivi turchi sono altamente sospetti. Il vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha detto, in un discorso all’Università di Harvard, che il primo ministro turco Recep Erdogan è sinceramente pentito del sostegno segreto della Turchia al SI degli ultimi anni. Biden era incline a perdonare Erdogan per i peccati del passato e faceva molto piacere che la Turchia ora permettesse agli Stati Uniti di usarne le basi militari per lanciare attacchi aerei in Iraq e Siria, difatti una ‘svolta’ nelle operazioni militari statunitensi. Biden ha dato l’impressione che il rinato Erdogan non vedesse l’ora di attaccare lo SI. Ma Erdogan dice che la vera ragione è che il suo cuore pio sanguina alla visione di carneficine e sofferenze umane in Iraq e Siria, e che non può restare a guardare. Biden e Erdogan sono dei gorilla della politica. Quale potrebbe essere il calcolo di Erdogan? Una cosa si può dire fin da ora, Erdogan è un esponente del ‘neo-ottomanismo’, rifacendosi al destino di Istanbul quale capitale di Medio Oriente e Nord Africa musulmani. Le rovine di lontane cittadelle ottomane, come il Kenya in Africa orientale, ne testimoniano il glorioso passato. Baghdad, Cairo e Damasco sono state sistematicamente devastate e indebolite negli ultimi dieci anni, grazie alla combinazione tra strategie regionali segrete statunitensi e follia dei Paesi del Golfo (in particolare l’Arabia Saudita) perseguendo i propri interessi da barboncini della politica regionale degli USA. Basti dire che non c’è potenza araba oggi che possa fingere di poter giocare un ruolo di leadership nella regione. Gli arabi sono in ginocchio. In ogni caso, i turchi hanno sempre considerato gli arabi del Golfo forma inferiore di vita. Così, Erdogan potrebbe aver capito che l’ora della resa dei conti della Turchia è arrivata, essendo di gran lunga il più potente Paese sunnita. Tatticamente, naturalmente, la Turchia ha tutto da guadagnare occupando le terre curde nel nord dell’Iraq e della Siria, da cui i separatisti del PKK colpiscono la Turchia. La Turchia è anche contraria alla formazione di una qualsiasi entità curda in Iraq e Siria. Ma oltre a tutto ciò, vi è un’altra domanda, i sogni espansionistici della Turchia. La Turchia è una potenza regionale ‘insoddisfatta’. I suoi confini attuali furono imposti dalle potenze imperialiste Gran Bretagna e Francia. Ma non ha spazio per espandersi verso i Balcani e la Grecia. Erdogan avrebbe sentito l’osservazione allettante dal presidente Barack Obama. in una recente intervista con Tom Friedman, secondo cui l’accordo Sykes-Picot del 1916 si sta disfacendo. La Turchia non ha mai accettato la perdita di territorio, in Iraq e in Siria, dopo la decisione anglo-francese. Particolarmente irritante fu la perdita di territorio con il Trattato di Sèvres (1920) e gli eventi immediatamente successivi. La Gran Bretagna impedì che le regioni petrolifere nel nord dell’Iraq e Mosul (ora sotto controllo) facessero parte dello Stato turco. La Gran Bretagna insisteva sul fatto che le regioni (dove il petrolio venne scoperto agli inizi degli anni ’20) dovevano far parte dello neo-Stato Iraq (in modo che rimanessero sotto il controllo inglese, ovviamente).
Se qualcuno è interessato a sapere del contesto storico mozzafiato dagli sviluppi epocali attuali in Medio Oriente, con il pretesto della lotta contro lo Stato islamico, mi sento di raccomandare il brillante libro (che ho appena finito di leggere per la seconda volta) di David Fromkin intitolato “Una pace senza pace”. Infatti, avvoltoi spietati iniziano a volteggiare nei cieli del Levante e della Mesopotamia, per raccogliere le carcasse che saranno disseminate su quelle terre calcinate, mentre la lotta degli Stati Uniti contro lo SI segue. Ma quanto spazio Stati Uniti e Gran Bretagna concederanno alla Turchia? Nel 1920 gli Stati Uniti erano di passaggio mentre la Gran Bretagna dettava le condizioni alla Turchia. Oggi ciò che accade è un’operazione anglo-statunitense con un proprio ordine del giorno. Poi vi sono i curdi vicini ad Israele. E a differenza dei primi anni ’20, quando i bolscevichi erano occupati a casa, quando furono i sovietici che svelarono l’esistenza del patto segreto Sykes-Picot (1916), la Russia è tornata in Medio Oriente. Inoltre, i Paesi arabi tollereranno l’ondata turca nei territori arabi sunniti con qualunque pretesto? Il ricordo umiliante del dispotico dominio ottomano brucia ancora, soprattutto in Arabia Saudita. Baghdad ha già protestato e così la Siria. Per quanto tempo Cairo e Riad taceranno? Ancora una volta, come può lo storico rivale della Turchia, l’Iran, restare inerte guardando Erdogan ordinare alle truppe di occupare territori nel suo vicinato?
L’interazione di questi fattori è estremamente rilevante. Per il momento, però, va bene a Washington che la Turchia non segua l’esempio lodevole dell’Australia unendosi alla lotta contro lo SI. Senza dubbio, militarmente, la Turchia sarebbe una risorsa strategica nelle operazioni degli Stati Uniti, ma politicamente può creare un domani inaffidabile. Erdogan ha dato rifugio alla leadership della Fratellanza musulmana recentemente scacciata dal Qatar (su pressione saudita.) Erdogan ancora probabilmente spera che ci sia una transizione politica in Siria, e che i Fratelli abbiano la possibilità di combattere per conquistarvi il potere. Ma poi, i Fratelli sono nemici giurati del regime egiziano, e rappresentano una minaccia esistenziale alle autocratiche monarchie di Golfo e Giordania. Non è chiaro fino a che punto Obama possa accompagnarsi con Erdogan, una volta che quest’ultimo sospinge l’idea della trasformazione democratica del Medio Oriente (primavera araba), iniziando dalla Siria. Tutto sommato, l’ingresso della Turchia nella guerra degli USA contro lo Stato islamico introduce un’altra contraddizione.

eiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qualcuno già combatte il SIIL: l’Esercito Arabo Siriano

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 15/09/2014

13921221000486_PhotoI1Dal 2011, l’Esercito Arabo Siriano (EAS) ha intrapreso una guerra implacabile sul territorio siriano contro ciò che fin dall’inizio ha chiamato invasione di estremisti settari armatissimi ed eterodiretti. In retrospettiva, la natura ridicola degli articoli del Guardian, come “I ribelli siriani si uniscono per cacciare Assad e sostenere la democrazia” è chiara. L’articolo riporta affermazioni sulla Siria in linea con le storie raccontate in occidente, affermando: “In uno degli scontri più feroci dall’insurrezione, le truppe siriane finalmente hanno preso il controllo della città di Rastan, dopo cinque giorni di intensi combattimenti con i disertori dell’esercito schieratisi con i manifestanti. Le autorità siriane hanno detto che combattono bande terroriste”. Col senno del poi, e dopo aver esaminato l’evidente situazione sui campi di battaglia della Siria oggi, le autorità siriane hanno chiaramente ragione. Poco dopo che la NATO effettuò con successo il “cambio di regime” in Libia nel 2011, sotto il falso pretesto dell'”intervento umanitario”, armando, finanziando e sostenendo via aerea i mercenari settari in Libia, ha iniziato ad infiltrarli costantemente in Siria dal confine settentrionale con il membro della NATO Turchia. I terroristi dell’organizzazione terroristica, secondo il dipartimento di Stato, del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), contattò ufficialmente i terroristi che combattono in Siria per offrirgli armi, denaro, addestramento e combattenti. Il London Telegraph riferiva nell’articolo “I capi libici islamici incontrano il libero gruppo dell’opposizione armata siriana“, che: “Gli incontri indicano i crescenti legami tra il nuovo governo della Libia e l’opposizione siriana. Il Daily Telegraph ha rivelato che le nuove autorità libiche avevano offerto denaro e armi alla crescente insurrezione contro Bashar al-Assad. Belhaj ha anche discusso l’invio di combattenti libici per addestrare le truppe, ha detto la fonte”. Infatti, i vertici, anche nel lontano 2011-2012, dei cosiddetti “ribelli moderati” erano legati ad al-Qaida, confermando le dichiarazioni del governo siriano di lottare contro il terrorismo straniero, e non una “rivolta pro-democrazia”. Oggi, l’occidente ha espunto ogni retorica “pro-democrazia”, con l’estremismo settario che chiaramente guida i militanti dalle frontiere della Siria con Libano e Iraq. Invece, l’occidente non s’è rassegnato ai tentativi di distinguere i gruppi come al-Nusra affiliati ad al-Qaida. e la loro controparte dello Stato islamico (SIIL), sostenendo che quest’ultimo deve essere affrontato con urgenza, anche a costo di cooperare ancora con l’ex-organizzazione terroristica designata dal dipartimento di Stato USA.

La lunga guerra della Siria
77829 Mentre i combattimenti feroci in Siria iniziarono nel 2011, la guerra dell’estremismo settario eterodiretto iniziò una generazione prima. Nel 1976-1982 il padre del presidente siriano Bashar al-Assad, Hafiz al-Assad, avviò la grande guerra ai Fratelli musulmani. Dopo la dissoluzione dell’organizzazione in Siria, fuggirono e successivamente furono ricostituiti da Stati Uniti e Arabia Saudita, divenendo al-Qaida nelle montagne dell’Afghanistan, combattendo l’Unione Sovietica. Nella relazione del 2008 del Centro antiterrorismo (CTC) dell’US Army di West Point, “Dimamitardi, conti bancari e sangue: al-Qaida da e per l’Iraq“, affermava inequivocabilmente che: “Nella prima metà degli anni ’80 il ruolo dei combattenti stranieri in Afghanistan era trascurabile ed ignorato dagli osservatori esteri. Il flusso di volontari provenienti dal centro dei Paesi arabi era solo un rivolo, anche se c’erano legami significativi tra i mujahidin e i musulmani dell’Asia centrale, soprattutto tagiki, uzbeki e kazaki. Individui come il suddetto Abu al-Walid, furono reclutati con campagne di sensibilizzazione ad hoc avviate in Afghanistan, ma nel 1984 le risorse versate nel conflitto da altri Paesi, in particolare Arabia Saudita e Stati Uniti, aumentò come l’efficacia e la raffinatezza dei reclutamenti. Solo allora gli osservatori stranieri notarono la presenza di volontari stranieri. La repressione dei movimenti islamici in Medio Oriente contribuì ad accelerare la partenza dei combattenti arabi per l’Afghanistan. Un processo importante fu la brutale campagna del regime siriano di Hafiz Assad contro il movimento jihadista in Siria, guidato dall'”avanguardia combattente” (al-Talia al-Muqatila) dei Fratelli musulmani siriani. Il giro di vite avviò l’esodo dei militanti dell’avanguardia negli Stati arabi confinanti. Nel 1984, molti di loro si diressero da Arabia Saudita, Quwayt e Giordania al sud-est Afghanistan per combattere i sovietici”. Nonostante termini come “repressione” e “brutale campagna,” è chiaro che il CTC si riferisce ai pesantemente armati e militarizzati movimenti estremisti su cui gli USA presumibilmente conducono “repressive e brutali” campagne in tutto il pianeta, anche nel vicino Iraq. E’ anche chiaro che la Siria combatte l’estremismo settario da decenni, di cui l’attuale violenza protratta è semplicemente l’ultimo capitolo. E’ anche chiaro che Stati Uniti ed Arabia Saudita certamente puntellano l’estremismo regionale dei Fratelli musulmani e delle sue varie fazioni armate, come di al-Qaida e quindi del SIIL. La Siria combatte una lunga guerra contro gli ascari dell’imperialismo, i terroristi armati fino ai denti ed infiltrati che agiscono da mercenari e da pretesto, se tutto il resto fallisse, per i loro Stati-sponsor d’intervenire direttamente per fermare il caos sparso dai loro piani.

C’è solo un logico alleato nella guerra al SIIL
Se l’occidente fosse veramente interessato a combattere il SIIL, avrebbe un solo alleato nella regione, l’Esercito Arabo Siriano che combatte ferocemente il SIIL ed i suoi affiliati dal 2011, e i suoi predecessori da decenni. Ciò che l’occidente invece propone è aumentare l’armamento e il finanziamento dei cosiddetti “moderati” del SIIL, al-Nusra e innumerevoli altre fazioni estremiste, svelando l’ipocrisia e la doppiezza assoluta delle sue intenzioni in Medio Oriente e Nord Africa (MENA). Si tratta di geopolitici incendiari che cercano di spegnere le fiamme dei loro crimini gettando benzina sull’inferno che infuria. Infatti, dal 2011 i cosiddetti “moderati” dell'”esercito libero siriano” collaborano apertamente con il LIFG, organizzazione terroristica per gli Stati Uniti. Sarebbe inoltre confermato che l'”esercito libero siriano” combatte al fianco della filiale di al-Qaida (se non sua componente integrale) al-Nusra nel territorio che ora sarebbe controllato dal SIIL. Il SIIL infatti non nasce da moderati idealisti, solo il racconto per nascondere l’esistenza e l’entità degli aiuti esteri al SIIL in Siria, e ora in Iraq e in Libano, è cambiato. Fin dall’inizio, e in effetti, prima della guerra in Siria, una grossa forza mercenaria genocida e settaria fu prevista per devastare la regione per conto degli Stati Uniti e dei loro partner regionali, il piano fu svelato già nel 2007. Il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh avvertì, in un profetico articolo sul New Yorker del 2007, intitolato “The Redirection, la nuova politica dell’amministrazione avvantaggia i nostri nemici nella guerra al terrorismo?” che: “Per minare l’Iran sciita, l’amministrazione Bush ha deciso in effetti di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione collabora con il governo dell’Arabia Saudita, sunnita, in operazioni clandestine volte ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli USA inoltre partecipano ad operazioni clandestine contro l’Iran e la sua alleata Siria. Sottoprodotto di tali attività è il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti dalla visione militante dell’Islam ed ostili agli USA, e inclini verso al-Qaida”. Non si può più negare che l’occidente sia la causa, non la soluzione, del caos che lentamente devasta tutto il Medio Oriente e oltre. Non si può negare che l’unica vera forza regionale che combatte al-Qaida e la miriade di suoi alias sia il governo siriano con l’appoggio degli alleati Libano, Iraq, Iran e anche della Russia. L’occidente che posa da “nemico” del SIIL creando una coalizione composta dagli stessi patrocinatori dell’organizzazione terroristica, illustra l’audacia concessa all’occidente con i suoi immensi potere ed influenza ingiustificati, potere ed influenza che devono essere ridimensionati per risolvere veramente le violenze in Medio Oriente ed evitare che un caos simile sia istigato in altre parti del mondo.

1852Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica a Bangkok, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La vittoria di Gaza è stata venduta a Turchia e Qatar

Nasser Kandil, Global Research, 4 settembre 2014

wa_image_gaza_map_1Qalid Mishal o il riconoscimento a geometria variabile
Leggendo l’articolo su Middle East Monitor (la cui traduzione è stata pubblicato da Le Grand Soir) [1], si potrebbe subire la cieca ammirazione per lo spirito di resistenza di Qalid Mishal, capo dell’ufficio politico di Hamas, che ha detto che uno degli errori d’Israele è “mentire, ancora una volta, alla comunità internazionale e all’amministrazione americana“. La questione è che, nel regno dei bugiardi, chi è il re? Ma prima di scoprire cosa pensano coloro che resistono sul campo, come ci spiega Nasser Kandil sulla TV al-Mayadin, vediamo più da vicino coloro cui sono indirizzati i ringraziamenti di Mishal, dovuti a finanziamenti e residenze più o meno di lusso.

Residenza in Qatar: dichiarazioni di Mishal dopo l’ultimo cessate il fuoco a Gaza[2]
“…Un grazie meritato al Qatar e al suo “coraggioso principe”, sceicco Tamim. Grazie al Presidente Erdogan, uomo “autentico” che non ha mancato di preoccuparsi per Gaza, sebbene occupato dalla rielezione e dal riordino interno. Grazie al rivoluzionario presidente Munsif al-Marzuqi. Applauditeli tutti!
Grazie anche ai tanti capi:
• il presidente sudanese che, per Allah, non ha mancato di testimoniarci la sua lealtà e generosità,
• l’emiro del Quwayt, che ci ha anche ampiamente dimostrato fedeltà e generosità,
• i funzionari dell’Oman che non ci hanno lesinato aiuti,
• il presidente dello Yemen, che non ha badato a spese per noi,
• i funzionari algerini, tunisini e marocchini, che non ci hanno lesinato aiuti,
• il primo ministro della Malesia non ci ha lesinato aiuti.
Tutti erano in contatto con noi e ci hanno sostenuto, e non sono stati avari. Che tutto il bene li ricompensi per i loro benefici. E la cosa migliore di tutti i capi, emiri, ministri degli Esteri… molte persone che non ci hanno lesinato aiuti. Possano essere ricompensati per i loro benefici. Ci sono anche persone… che ci hanno contattato per assicurarci il loro sostegno. È il caso dei “fratelli iraniani”. Li ringraziamo. Vogliamo unificare la Ummah intorno alla battaglia per la Palestina. Vogliamo che la vera battaglia sia condotta per recuperare Gerusalemme, al-Aqsa, la Palestina e allontanarsi dalle polarizzazioni della fede e da battaglie sparse. Questa è la vera battaglia. Vogliamo pace, sicurezza e stabilità per l’intera Ummah e che tutti possano soddisfare le loro richieste. Che Dio ci salvi da ogni ingerenza straniera. Desideriamo tutto ciò. I nostri “fratelli in Egitto” hanno ospitato i negoziati per il cessate il fuoco. Apprezziamo l’energia che consumate. Ma data la sua importanza, molto, molto di più ci aspettiamo dall’Egitto. Questa è la nostra speranza per l’Ummah, e voi media che vedevo e non vedevo, soprattutto quelli che coprivano gli eventi da Gaza… candidandosi al martirio per media di Gaza… e al-Jazeera, “la perla dei media arabi”!
Grazie a tutti voi.
La pace sia su di voi, e che Dio vi conceda misericordia e benedizione“.

Residenza siriana: dichiarazione dello stesso Mishal nel 2011[3]
Perché dovremmo dire grazie a chi ci ha sostenuto in segreto e in pubblico… economicamente, materialmente e politicamente? Perché non ringraziare il Presidente Bashar al-Assad, che ci sosteneva come fanno i veri uomini?

Khaled MashaalLa vittoria di Gaza è stata venduta a Turchia e Qatar
1. L’aggressione nemica a Gaza si è conclusa. Qual è la situazione attuale, mentre si dice che alcuni cerchino di far saltare il rapporto Hamas-Fatah?
Credo, purtroppo che, nonostante la grande vittoria della popolazione e dei combattenti di Gaza contro “Iron Dome” e le brigate super attrezzate da otto anni di preparazione dell’esercito israeliano, che pensava di aver appreso lezioni dall’aggressione al Libano nel 2006, ci troviamo di fronte a una direzione politica peggiore della precedente. In altre parole, con Mahmud Abbas abbiamo sempre temuto il peggio; Oggi, il peggio è ancor peggiore perché la vittoria di Gaza è stata venduta a Turchia e Qatar. Non abbiamo sentito da Qalid Mishal: Principe “coraggioso” e uomo “autentico” che, nonostante le preoccupazioni elettorali, non poteva pensare che al popolo di Gaza? Due Paesi che non hanno nemmeno il coraggio di arrivare al livello dei Paesi latino-americani! Sappiamo tutti che Brasile ed Ecuador hanno chiuso le ambasciate israeliane nel loro territorio, che il Venezuela ha fatto lo stesso e che la presidentessa dell’Argentina ha ritirato la cittadinanza ai connazionali che servono nell’esercito israeliano. La bandiera israeliana sventola nel cielo di … Ankara e Mishal ha il coraggio di dirci che Erdogan è un eroe vittorioso!? Un eroe? Sul principe del Qatar, che non ha nemmeno il coraggio di annunciare “costruiremo il porto e l’aeroporto di Gaza su cui atterrerò“, è divenuto un principe coraggioso!? La vendita della vittoria di Gaza porterà alla debacle palestinese. Sì, lo dico come ho detto che lamenteremo il passo di Mahmud Abbas, che potrà goderne. Buon per lui!

2. Come vede l’evoluzione della situazione?
Penso che ci saranno ulteriori negoziati e che Mahmud Abbas sfrutterà la vittoria di Gaza per consolidare le sue posizioni. La leadership politica di Hamas ha tradito i sacrifici dei suoi combattenti e della sua resistenza. Muhammad Dayf [4] è certamente più degno della lode di Mishal di chiunque altro. Mi permetto di aggiungere, con un certo imbarazzo parlando su al-Mayadin, che Mishal sembra aver dimenticato ciò che la vostra rete ed i vostri corrispondenti hanno instancabilmente fatto per Gaza e la causa palestinese… Spudoratamente ha descritto al-Jazeera come “la perla dei media arabi”, che gli paga le bollette del soggiorno a Doha; nel Qatar, che non ha il coraggio di sfidare Stati Uniti ed Israele accogliendoli ufficialmente, ha lo status di “ospite di al-Jazeera” quale analista politico. E’ inaccettabile che rimborsi le spese con il sangue della sua gente e della resistenza! Pertanto, tale discorso è un vero e proprio scandalo. Basti pensare a tutti i sacrifici del popolo palestinese e alla straordinaria ingegnosità dei comandanti di Iz al-Din al-Qasam (braccio militare di Hamas) e delle brigate al-Quds. Tale dualità di Hamas non può portare ad una ristrutturazione a breve termine, da cui l’opportunità di Mahmud Abbas di sfruttare la vittoria di Gaza per reintrodurre il suo piano per la creazione dello Stato palestinese [5]. Inoltre, in tal senso lo studioso statunitense, in un recente articolo, Martin Indyk [6] ha detto che Turchia e Qatar sono riuscite a condurre Hamas ai negoziati avviati da Israele… [7]

3. Tornando alla coppia Fatah-Hamas, alcuni dicono che i loro disaccordi siano sotto controllo. Lei?
Rispondo francamente che ciò m’inquieta. Conosco Fatah, è un’entità intrappolata dalla visione sulla sicurezza, facilmente infiltrabile. Su Hamas, che dipende da Qalid Mishal, è interessata solo al potere e non si preoccupa di una politica per unire il popolo palestinese tramite la vittoria a Gaza della Resistenza. Pertanto, abbiamo da un lato l’entità intrappolata di Fatah e la leadership opportunista di Hamas; dall’altra una struttura combattente e forte. Cioè non tutti sono preoccupati dalla Resistenza. C’è chi ne approfitta raccogliendo il bottino come Qalid Mishal di Hamas, e ci sono infiltrati in Fatah che lavorano per distruggerlo. Il rischio è che una sola scintilla possa distruggere la vittoria palestinese e seminare discordia tra i palestinesi.

4. Date le rispettive dichiarazioni contraddittorie, possiamo aspettarci un cambio nelle strutture interne di Hamas?
Infatti, le dichiarazioni di Mahmud al-Zahar e al-Qasam sono completamente differenti, perché la loro bussola indica sempre la Palestina. Qualcuno potrebbe pensare che avremmo voluto che nel suo discorso Qalid Mishal ringraziasse Siria e Hezbollah. Assolutamente no, e Dio non voglia! Vogliamo parlare della Palestina e che la sua bussola punti solo sulla Palestina. Che scherziamo? La “normalizzazione” sarebbe la ricetta della vittoria? Che barzelletta! Sì, è indiscutibile che la direzione di al-Qasam sia fedele alla Palestina e ai palestinesi. E se uno di questi giorni, Muhammad Dayf dichiarasse che è contrario al “regime” siriano, mi congratulerei ancora; perché fin dall’inizio della guerra contro la Siria, non ha mai compromesso la resistenza adottando una qualche ideologia politicamente estranea alla Palestina. Così avremmo voluto che la leadership politica di Hamas si comportasse. Ecco dove siamo. La resistenza di Hamas accetterà tale situazione, ora che è assai chiaro che Qalid Mishal la sfrutta?

5. Secondo lei cosa accadrà?
Quello che so è che vi sono discussioni interne ad Hamas, il sentimento dominante si riassume: “Ci siamo venduti a Muhammad Mursi nel 2012 e la fitna (disaccordo) tra Egitto e Palestina ha quasi distrutto la Resistenza. Oggi (la leadership politica di Hamas) ci vende a Turchia e Qatar...”

6. Non abbiamo il tempo di affrontare il conflitto tra Qatar e Paesi del Golfo. Una parola su ciò?
In una parola, e spero che ve lo ricordiate, il risultato di tutto ciò si tradurrà in due o tre anni nella ricompensa al Qatar dell’Arabia Saudita. Per ristabilire il suo prestigio nella penisola il suo principe e il suo gas dovranno vendersi ai sauditi!

Nasser Kandil, al-Mayadin 31/08/2014
Nasser Kandil intervistato da Fatun Abasi [38']

Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

Note:
[1] Mishal parla di resistenza, trattative e politica regionale (Middle East Monitor). Traduzione di Dominique Muselet
[2] TV al-Manar: Dichiarazione di Qalid Mishal dopo l’ultimo cessate il fuoco a Gaza
[3] Video dell’Asse della Resistenza: Il capo di Hamas (Qalid Mishal) ringrazia Assad per il sostegno militare, nel 2011
[4] Muhammad Dayf. Muhammad Dayf, nato Muhammad Ibrahim Diab al-Masri il 12 agosto 1960 a Khan Younis, è un militante palestinese e comandante delle brigate Iz al-Din al-Qasam, ala militare di Hamas. Il 20 agosto 2014, l’aviazione israeliana colpiva la casa in cui si trovava, secondo le sue informazioni. Israele crede che sia stato ucciso o gravemente ferito, Hamas l’ha negato. La moglie e la figlia sono state uccise nel bombardamento.
[5] Abbas: Uno Stato palestinese e ritirata israeliano entro 3 anni
[6] Martin Indyk, l’inviato USA in Medio Oriente si dimette
[7] La relazione Stati Uniti-Israele giunge a un ripensamentoBrookings

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese e direttore di TopNews-Nasser Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

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Abbas, Hanyah e al-Thani

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’alleanza mediorientale degli USA

Alessandro Lattanzio, 3/9/2014

Barack Obama, King AbdullahGrandi mutamenti si sono avuti ad agosto in politica internazionale. Non solo si registrava la sconfitta della NATO in Ucraina, con la grande offensiva dell’Esercito Popolare di Novorossija, ma anche in Nord Africa/Medio Oriente, dove, dopo il sussulto causato dall’avanzata dell’esercito islamo-atlantista del SIIL (Stato Islamico in Iraq e Levante) in Iraq settentrionale e Siria orientale, le forze regionali del campo filo-USA, profondamente divise e contrapposte, avviavano la controffensiva al piano islamo-atlantista avviato nel dicembre 2010, noto come ‘Primavera araba’, radicalizzatosi immediatamente dal febbraio 2011 con le operazioni sovversive in Egitto, l’infiltrazione in Siria e il golpe-invasione in Libia. La serie di operazioni occulte e destabilizzanti attuate nel corso di questi tre anni da Washington, Tel Aviv, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Ankara tramite le reti Stay Behind della NATO e con il supporto della Fratellanza mussulmana finanziata dal petroemirato del Qatar, hanno portato alla formazione dell’ultimo avatar di al-Qaida, ovvero il già citato SIIL. Tale organizzazione terroristica, una sorte di ‘super-clan’ delle dune, è un prodotto delle operazioni spionistiche e di guerra psicologica delle agenzie d’intelligence israeliane e statunitensi, allo scopo di scavalcare i Paesi arabi, soprattutto l’Arabia Saudita, nel controllo della legione islamista, composta da decine di migliaia di mercenari e terroristi islamisti, salafiti e taqfiriti radunati in Turchia, dove vengono addestrati, armati e finanziati. Ciò è dettato dell’inefficienza operativa dimostrata dai Paesi del Golfo e dalla Giordania nell’aggressione alla Siria, e dalla conseguente incapacità di affrontare seriamente l’Asse della Resistenza in costruzione, imperniata nell’Iraq risorgente di al-Maliqi. Tale inefficienza ha spinto Washington non solo a creare direttamente il suo esercito islamista, appunto il SIIL, ma ad iniziare ad usarlo in modo sotterraneo anche contro l’Arabia Saudita, una volta rivelatosi impossibile controllare la produzione petrolifera irachena, eliminare la Siria baathista, controllare il caos in Libia, dominare totalmente la stessa Turchia, imporre il dominio islamista in Egitto e Libano, ed allontanare l’Iran dall’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai. Dopo tutto ciò, rimane Ryadh quale ultimo bersaglio apparentemente abbordabile. L’occupazione degli enormi giacimenti petroliferi sauditi, di cui disporre a piacimento, sicuramente balena da decenni nelle menti del Pentagono e di Langley. E a Ryadh, e nelle capitali degli altri petroemirati del Golfo Persico, si sarà di certo intuito che qualcosa di torbido, a Washington, si muove dalla Siria alla penisola arabica. Da qui la probabile ragione dell’ultimo intervento del decrepito monarca saudita, re Abdullah, che il 29 agosto a Ryadh, ricevendo i nuovi ambasciatori accreditati in Arabia Saudita, tra cui quello degli Stati Uniti, si dichiarava “sorpreso dall’inazione verso il terrorismo del SIIL, da egli ritenuto ‘inaccettabile’ e verso cui reagire con forza e determinazione. “Vedete come (i jihadisti) decapitino e mostrino ai bambini teste mozzate per strada“, aveva detto condannando la crudeltà di tali atti. Piuttosto sorprendente da un re che aveva massicciamente sostenuto tali barbari criminali quando devastavano la Siria. Re Abdullah, che sembra aver ripreso coscienza, ha continuato: “Non è un segreto per voi ciò che fanno e faranno ancora. Se li ignorate, sono sicuro che arriveranno in un mese in Europa e dopo due in America“. Infatti, ciò non è un segreto per certi Paesi occidentali, complici nella nascita e metastasi di tale cancro islamo-terrorista. Sempre il 29 agosto, il principe saudita Walid bin Talil si recava a Parigi in visita privata, venendo ricevuto da François Hollande all’Eliseo. Tale incontro ebbe luogo pochi giorni prima dell’arrivo a Parigi del principe ereditario saudita Salman bin Abdul Aziz, ricevuto il 1 settembre all’Eliseo da François Hollande, nell’ambito della visita ufficiale per la cooperazione militare nella crisi in Medio Oriente. Il principe ereditario si recava in Francia per dire ciò che re Abdullah aveva detto ai diplomatici in Arabia Saudita. In altre parole, non si dovrebbe più giocare con il fuoco del fondamentalismo, perché vi è il pericolo dell’incendio. Era questo che ha spinto a reagire il re saudita, temendo per il suo regno l’indecisione e l’inazione di Barack Hussein Obama negli attacchi aerei contro i jihadisti del SIIL. Il 30 agosto 2014, il quotidiano saudita Asharq al-Awsat e la rete TV al-Arabiya riferivano tali propositi del re saudita. Abdullah aveva anche detto che “il terrorismo non conosce confini e può interessare diversi Paesi al di fuori del Medio Oriente“, dove i jihadisti del SIIL devastano barbaramente i territori conquistati in Siria e in Iraq grazie al denaro saudita e qatariota, e alle armi fornite da statunitensi, inglesi e francesi. Anche se ritardataria, la posizione di re Abdullah è un’importante svolta nella politica saudita. Rientra nella logica del sostegno saudita al Generale Abdelfatah al-Sisi contro la Fratellanza musulmana in Egitto. “Ma questa politica sarà ambigua fin quando non sarà avviato un cambiamento radicale nella crisi siriana, e non sia imposta una giusta correzione allo Stato canaglia del Qatar, principale finanziatore del terrorismo islamico nel mondo arabo, africano e occidentale.”
A ciò si aggiunga gli ultimi eventi nella Libia oramai martirizzata da tre anni d’interventismo islamo-atlantista, “A fine agosto 2014, il Paese aveva due parlamenti: uno eletto dal popolo libico, e l’altro legittimato esclusivamente dal supporto straniero. La situazione sembrava così difficile, a quel punto, che era possibile l’intervento militare da parte degli Stati regionali, capeggiati dall’Egitto, per l’obiettivo di stabilizzare il Paese eliminando i jihadisti finanziati e armati dall’estero e che utilizzano la Libia come trampolino di lancio della guerra islamista contro l’attuale governo egiziano. … Il Qatar ha creato un “esercito libero egiziano” nel deserto della Cirenaica, modellato sull'”esercito libero siriano” che Qatar, Turchia e Stati Uniti avevano costruito per sfidare il leader siriano Bashar al-Assad. … Nell’agosto 2014, i terroristi jihadisti legati ai gruppi salafiti collaboravano con i Fratelli musulmani (Iqwan) radicati in Cirenaica e sostenuti da Qatar, Turchia e Stati Uniti. … Il 18 agosto 2014, la situazione si era deteriorata al punto che aerei da combattimento degli Emirati Arabi Uniti (EAU), operando da basi egiziane, effettuarono attacchi contro le milizie jihadiste a Tripoli, senza preavvisare gli Stati Uniti. L’operazione fu coordinata con il governo dell’Arabia Saudita, che permise agli aerei dell’aeronautica degli Emirati Arabi Uniti si sorvolare il regno saudita verso l’Egitto. Gli aerei dell’aeronautica emirota utilizzarono le aviocisterne Airbus A330MRTT per rifornirsi in volo e raggiungere la base aerea di Marsa Matruh, o un’altra base aerea avanzata egiziana, da cui effettuare gli attacchi sugli obiettivi libici. I primi attacchi, il 18 agosto 2014, colpirono gruppi di terroristi; i successivi, del 23 agosto 2014, colpirono lanciarazzi e veicoli militari dei terroristi forniti dal Qatar. Gli attacchi non impedirono alle milizie della coalizione islamista di Misurata, Fajr al-Libiya (Alba della Libia), di occupare il 24 agosto Tripoli, sottraendola al controllo della milizia di Zintan. L’UAE colpì anche Ansar al-Sharia, altro gruppo islamista sostenuto da Washington”.
Il 25 agosto 2014, Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Regno Unito rilasciarono una dichiarazione che denunciava le “interferenze esterne” in Libia, che “aggravano le divisioni attuali e minano la transizione democratica della Libia“, nascondendo la realtà che gli Stati Uniti dal 2011 interferiscono in Libia continuando a sostenere l’invadenza del Qatar. Allo stesso tempo, sempre con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, l’ex-parlamento islamista, senza mandato, veniva riconvocato il 25 agosto 2014 per deliberare lo scioglimento del governo ad interim votato dal Parlamento neoeletto e contrario agli islamisti. Il Parlamento non controllato dagli islamisti continua a riunirsi a Tobruq, in Cirenaica, dove il 24 agosto licenziava il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Abdesalam Jadallah al-Ubaydi, sostituendolo con il colonnello Abdelrazaq Nadhuri, promosso generale per l’occasione. Nadhuri, della città di Marj, a 1100 km ad est di Tripoli, ha partecipato con il ministro degli Esteri della Libia e agli omologhi regionali, al vertice di Cairo per discutere la minaccia islamista. Nadhuri sostiene l’operazione anti-islamista Qarama (Dignità) del generale Qalifa Haftar. All’annuncio della nomina di Nadhuri, alcuni generali libici espressero la loro contrarietà dichiarando “di rifiutarsi di lavorare al comando di un ufficiale che supporta l’operazione Qarama, e di riconoscere solo il generale al-Ubaydi come Capo di stato maggiore“. Intanto, il 25 agosto il Congresso Nazionale Generale (GNC), ufficialmente sostituito dal nuovo Parlamento, nominava una figura islamista, Umar al-Hasi, per formare un “governo di salvezza” che riceveva il riconoscimento degli Stati Uniti. Quindi la Libia oggi ha due parlamenti e due governi. Il ministro degli Esteri egiziano Samah Shuqri avrebbe detto, il 25 agosto, che la situazione in Libia minaccia la regione, “Gli sviluppi in Libia colpiscono la sicurezza dei Paesi vicini, per la presenza di movimenti estremisti e gruppi terroristi i cui attivisti non solo non si fermano ai territori libici ma s’infiltrano nei Paesi vicini”, affermando anche che la diffusione dell’illegalità dalla Libia potrebbe richiedere l’intervento straniero. La posizione di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti svela la divisione tra gli ex-alleati di Washington. Sottolineando ciò, il presidente egiziano Abdelfatah al-Sisi dichiarava, sempre il 24 agosto, che Qatar, Turchia, Stati Uniti e Fratellanza musulmana finanziano nuovi piani mediatici che “volti a minare la stabilità dell’Egitto“. Tali potenze, ha detto, “non esitano a spendere decine di milioni, o addirittura centinaia di milioni di dollari per tali siti, promuovendo idee che mirano a minare la stabilità dell’Egitto”.
Gli Stati Uniti, ed Israele, si alienano i principali alleati regionali nel perseguimento di obiettivi strategici confusi e indefiniti, volti solo a generare caos e, forse, creare terreno bruciato economico-sociale intorno all’Asse eurasiatico, il cui nucleo è rappresentato dal riallineamento strategico tra Mosca, Beijing e Tehran, verso cui gravitano sempre più Turchia, Siria, Iraq ed Egitto.

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Il senatore interventista neo-con McCain e, cerchiato in rosso, al-Baghdadi, presunto califfo del SIIL

Fonti:
Il re saudita non sostiene più i terroristi islamici! 1 settembre 2014
La Libia al centro della frattura tra gli alleati regionali degli USA  31/08/2014

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