La distruzione della Libia, un avvertimento per Egitto, Siria ed Ucraina

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/07/2014libyaL’articolo di RT, “Con il 90% degli aerei distrutti nell’aeroporto di Tripoli, la Libia può chiedere l’assistenza internazionale“, riferisce che: “La Libia valuta il dispiegamento di una forza internazionale per ristabilire la sicurezza, tra l’ondata di violenze a Tripoli che ha visto decine di razzi distruggere la maggior parte della flotta aerea civile nel suo aeroporto internazionale. “Il governo esamina la possibilità di un appello alle forze internazionali per ristabilire la sicurezza sul terreno e aiutare il governo ad imporre la sua autorità”, ha dichiarato il portavoce del governo, Ahmad Lamin”. Il “domani democratico” promesso dalla NATO nel 2011 s’è realizzato, sotto forma di brogli elettorali prevedibilmente da nessuno accettati, lasciando un vuoto di potere che chiaramente sarà risolto con conflitti armati sempre più violenti. Forse la cosa più ironica di tutte è che tali conflitti sono intrapresi dai vari fantocci armati che la NATO ha usato per la guerra  terrestre, mentre bombardava la Libia per quasi tutto il 2011.

Cannibalismo tra fantocci della NATO
Nel maggio 2014, i combattimenti nella città di Bengasi lasciarono decine di morti, e ancor più feriti e abitanti in fuga per salvarsi la vita, mentre ciò che i media occidentali chiamano “generale rinnegato” guida la guerra ai “militanti islamici” nella città. Reuters nel suo articolo, “Famiglie evacuano Bengasi mentre il generale rinnegato promette nuovi attacchi“, afferma: “L’autoproclamato esercito nazionale libico guidato da un generale rinnegato, ha detto ai civili di lasciare Bengasi prima di lanciare un nuovo attacco agli islamisti, il giorno dopo che decine di persone sono state uccise nei peggiori scontri da mesi”. Il generale rinnegato Qalifa Haftar (talvolta scritto Hiftar), che viveva negli Stati Uniti, presso Langley in Virginia, da anni a libri paga della CIA fino al suo ritorno in Libia nel 2011, per guidare le forze di terra nell’invasione per procura della NATO. Business Insider riferiva nel suo articolo del 2011 “Il generale Qalifa Hiftar è un uomo della CIA in Libia?“, che: “Fin dal suo arrivo negli Stati Uniti nei primi anni ’90, Hiftar viveva in Virginia, presso Washington, DC. Badr ha detto che era incerto su cosa esattamente facesse Hiftar per sostenersi, e che si concentrava principalmente su come aiutare la sua numerosa famiglia. Così un ex-generale di Gheddafi, passato agli Stati Uniti, metteva radici in Virginia, presso Washington DC, dove in qualche modo manteneva la famiglia ingannando un collega che lo conosce da sempre. Hmm. La probabilità che Hiftar sia coinvolto in una qualche attività è piuttosto elevata. Proprio come figure quali Ahmad Chalabi, coltivato per l’Iraq post-Sadam, Hiftar può aver giocato un ruolo simile mentre l’intelligence statunitense lo preparava per una svolta in Libia”. L’ironia è che molti dei settari che Haftar combatte a Bengasi sono gli stessi che Muammar Gheddafi ha combattuto per decenni da leader della Libia, gli stessi militanti che la NATO ha armato e spalleggiato a fianco di Haftar per rovesciare Gheddafi nel 2011. Sulla sua campagna a Bengasi, Haftar ha affermato che continuerà fino a quando “Bengasi sarà ripulita dai terroristi“, e “abbiamo iniziato questa battaglia e la continueremo fino a quando raggiungeremo i nostri obiettivi. La piazza e il popolo libici sono con noi“. I sentimenti di Haftar fanno eco a quelli di Muammar Gheddafi nel 2011, solo che allora i media occidentali negarono l’esistenza dei terroristi presenti a Bengasi da decenni, e ritraevano le operazioni di Tripoli come un “massacro” di “pacifici manifestanti pro-democrazia“.

La NATO distrugge la Libia
Le atrocità citate dalla NATO per avviare l'”intervento umanitario” in Libia, in primo luogo, iniziarono immediatamente per mano delle stesse forze NATO e dei suoi fantocci. Intere città furono circondate, affamate e bombardate fino a quando non capitolarono. In altre città, intere popolazioni furono sterminate, sfrattate e respinte oltre i confini della Libia. La città di Tawarga, la patria di circa 10000 libici fu totalmente sradicata, indicata dal London Telegraph come “città fantasma“.
Dalla caduta di Tripoli, Sirte e altre città libiche che resistettero all’invasione per procura della NATO, ritornò in Libia scarsa stabilità di fondo, per non parlare della “rivoluzione democratica” promessa dalla NATO e dai suoi collaboratori. Il governo di Tripoli rimane nel caos, le sue forze di sicurezza sono divise e ora una “canaglia” della CIA guida una grande operazione militare contro Bengasi, usando anche aerei da guerra apparentemente senza l’approvazione di Tripoli. Anni dopo la conclusione della “rivoluzione”, la Libia resta un Paese sciancato che regredisce. I molti successi del governo di Muammar Gheddafi sono da tempo annullati, e difficilmente saranno ripristinati, e figuriamoci superati, nel prossimo futuro. La NATO ha effettivamente rovesciato e distrutto un intero popolo, non solo bruciandolo mentre le risorse sono saccheggiate dalle multinazionali occidentali, ma anche usandolo come modello per le future avventure extraterritoriali in Siria, Egitto, Ucraina e ora Iraq.

Il modello libico: attenti Egitto, Siria e Ucraina
Proprio come in Libia, le “rivoluzioni” hanno cercato di mettere radici in Egitto, Siria e Ucraina.  Gli stessi racconti, testualmente, ideati da think tank politici e spin doctors dei media occidentali per la Libia, vengono ora riutilizzati per Egitto, Siria e Ucraina. Le stesse organizzazioni non governative (ONG) vengono usate per finanziare, armare e comunque sostenere i gruppi d’opposizione in ogni Paese. Termini come “democrazia”, “progresso”, “libertà” e lotta contro la “dittatura” sono temi familiari. Le proteste erano e sono ognuna accompagnate da estremisti armati totalmente sostenuti dall’occidente. In Siria, la pretesa delle proteste è stata eliminata così come il concetto dei “combattenti per la libertà”. I media occidentali ora trascorrono molto tempo a giustificare il motivo per cui la NATO e i suoi partner regionali finanziano e armano i settari, come al-Qaida, per rovesciare il governo siriano. In Egitto c’è ancora qualche ambiguità, come nel 2011 sulla Siria, su chi siano davvero i manifestanti, che cosa vogliono veramente e da quale parte del conflitto sempre più violento l’occidente stia. Un’attenta analisi rivela che proprio come i Fratelli musulmani furono usati in Siria per preparare il terreno per la devastante guerra che v’infuria, la Fratellanza musulmana egiziana fa altrettanto nei confronti di Cairo. Infine, in Ucraina, i manifestanti “pro-democrazia” “pro-Unione Europea” e “Euromaidan” si sono rivelati dei neo-nazisti e nazionalisti di ultra-destra che ricorrono regolarmente a violenze ed intimidazioni politiche. Proprio come in Siria nel 2011, e in Egitto oggi, l’intensità degli scontri armati aumenta  verso ciò che si può definire guerra per procura tra NATO e Russia in Europa orientale. Ma per queste tre nazioni, ed i partecipanti su tutti i campi, lo stato attuale della Libia dev’essere esaminato. Tali “rivoluzioni” hanno una sola conclusione logica e prevedibile: saccheggio, divisione e distruzione di ogni nazione, prima di essere piegata a Wall Street e al montante ordine sovranazionale di Londra, per essere sfruttata al massimo e per sempre da Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea già da oggi. Coloro che chiedono cosa ne sarà di Egitto, Siria e Ucraina, se la NATO dovesse vincere, dovrebbero solo guardare alla Libia. E coloro che hanno sostenuto la “rivoluzione” in Libia, devono chiedersi se sono soddisfatti del suo esito finale. Non vogliono un tale risultato anche per Egitto, Siria e Ucraina? Hanno immaginano che i piani della NATO per ciascuno di tali Paesi finissero diversamente? E perché?

pepsi-libiaTony Cartalucci, ricercatore in geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIS in Iraq e Siria: vergogna su Obama mentre Hezbollah sostiene il mosaico

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 11 giugno 2014

iraqIl presidente Obama e gli altri capi di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito dovrebbero essere ritenuti responsabili della ri-destabilizzazione dell’Iraq assieme alla destabilizzazione di Libia e Siria. Infatti, le conseguenze vengono sentite in Egitto, Libano, Mali, Tunisia e molto più lontano. Pertanto, i capi del Golfo e delle potenze occidentali assieme alla Turchia hanno scatenato forze che decapitano, massacrano minoranze, compiono attentati terroristici quotidianamente, distruggono monumenti e miriadi di altre barbarie. L’ex-capo degli USA George Bush junior iniziò la destabilizzazione dell’Iraq con scuse false e mendaci. Dopo anni finalmente si ha la stabilizzazione, nonostante il terrorismo sia una realtà in Iraq, e allora Obama apre le porte al caos che sostiene in Libia e Siria. Tale follia guida la grave crisi in Iraq a seguito del caos pianificato in Libia e Siria. Ironia della sorte, nonostante l’isteria di Israele e USA, Hezbollah in Libano supporta il mosaico del Levante. Dopo tutto, i cristiani in Siria fuggono e sono massacrati da terroristi e settari supportati da potenze del Golfo e Turchia. Naturalmente, il ruolo oscuro di USA, Francia e Regno Unito nell’inviarvi armi, combattenti e propaganda massiccia gioca un ruolo importante. Pertanto, Hezbollah è una potenza stabilizzante che opera assieme al principale partito cristiano in Libano di Michel Aoun. Questa realtà è ignorata comodamente da Israele e USA, perché non soddisfa il solito mantra contro Hezbollah. Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha avvertito della minaccia taqfira affermando: “Se tali (gruppi taqfiri) vincono in Siria, e se Dio vuole non accadrà, la Siria sarà peggio dell’Afghanistan“. Nasrallah continuava: “Se tali gruppi armati vincono, ci sarà un futuro per il Movimento Futuro in Libano? Ci sarà una possibilità per chiunque tranne i taqfiri, nel Paese?” Infatti, il recente attacco frontale totale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) all’Iraq esprime vari motivi. Dopo tutto, è chiaro che il SIIS vuole staccare parti di Iraq e Siria creando uno Stato taqfiri da “anno zero dell’islamismo”, dove la mentalità salafita domini su tutto. Tuttavia, non è chiaro se il SIIS agisce sulla base della forza o perché le forze armate della Siria e i loro alleati, tra cui Hezbollah, respingono tali forze dal Paese. In entrambi i casi, è del tutto evidente che le forze centrali in Iraq devono iniziare a considerare un patto militare congiunto con la Siria, o almeno una maggiore cooperazione tra le due forze armate per attaccare il SIIS in modo coordinato. In altre parole, gli USA hanno in primo luogo destabilizzato l’Iraq sotto Bush figlio e poi tradito questa nazione con Obama quando sembrava che il peggio fosse passato, l’Iraq deve quindi avvicinarsi al governo della Siria. Dopo tutto, se il governo siriano cade, allora non solo crollerà il mosaico di questa nazione ma l’Iraq e il Libano subiranno terribili conseguenze ancora peggiori. Hezbollah l’ha pienamente compreso in Libano e assieme al governo della Siria è in prima linea nella guerra di civiltà, con cui taqfiri, petrodollari del Golfo e potenze occidentali cercano di schiacciare il mosaico del Levante.
Con i nuovi capi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo, è chiaro che gli affiliati di al-Qaida e altri gruppi settari estremisti fioriscono. Nel nuovo ordine mondiale, da quando Obama è entrato in carica, è ovvio che al-Qaida e destabilizzazione si diffondono grazie ai petrodollari del Golfo e alle politiche torbide delle principali potenze occidentali. Pertanto, le varie forze settarie e taqfire crescono in tutto il Nord Africa, Africa occidentale, Medio Oriente e in altre parti del mondo, secondo gli intrighi del Golfo e occidentali. In altre parole, Usama bin Ladin era rintanato in un piccolo posto in Pakistan (chiaramente in cattiva salute, protetto dagli Stati Uniti e supportato dal  Pakistan) prima di essere ucciso. Tuttavia, oggi gli affiliati di al-Qaida e le forze settarie suscitano apertamente il caos per dei capricciosi torbidi obiettivi di politica estera. La ripetizione dell’Afghanistan degli anni ’80 e ’90 si rinnova in diverse nazioni perché le stesse potenze del Golfo e occidentali cercano di utilizzare la “bandiera terrorista e settaria”. Tuttavia, proprio come testimonia il contraccolpo dall’11 settembre, quando migliaia di innocenti furono uccisi, oggi l’Iraq  affronta tale ritorno di fiamma. La situazione di cui sopra è nauseante, perché in Siria gli stessi giocatori sono apertamente in combutta con vari gruppi terroristici, milizie settarie e forze mercenarie. In altre parole, tutte le decapitazioni in Siria da parte delle forze taqfiri e dell’esercito libero siriano (ELS) non significano nulla nei corridoi del potere delle prime nazioni del Golfo e occidentali. Allo stesso modo, la consapevolezza che le minoranze religiose in Siria affrontino un bagno di sangue, se il governo siriano crollasse, non sembra riguardare i soliti giocatori, pur sapendolo appieno. Tuttavia, il ritorno di fiamma in Iraq è una questione diversa, perché evidenzia il fallimento totale di Obama e di altre nazioni come il Regno Unito. Dopo tutto, migliaia di truppe alleate vi sono morte, e numerosi civili continuano a morire in Iraq. Eppure oggi è amico degli USA ma l’amministrazione Obama provoca quanto accade in Iraq per la propria politica contro il governo della Siria. Il SIIS lancia un’offensiva militare su Mosul e altre parti dell’Iraq. Nel frattempo l’amministrazione Obama ancora parla di assistere le varie forze in Siria, mentre l’Iraq è in fiamme e il Levante è minacciato. Attualmente, l’unica forza che redime è Hezbollah che rifiuta di piegarsi alle pressioni internazionali. Pertanto, in Siria le forze armate di questa nazione e altre forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad resistono con Hezbollah preservando il ricco mosaico religioso del Levante. È giunto il momento che il governo iracheno unisca le forze con la Siria e Hezbollah perché gli amici degli USA inviano petrodollari del Golfo e jihadisti internazionali per diffondere il caos in Iraq.
Nasrallah ha dichiarato sull’Afghanistan: “Considerate l’esperienza dell’Afghanistan. Le fazioni jihadiste afghane combatterono uno dei due più potenti eserciti del mondo, l’esercito sovietico, che fu sconfitto in Afghanistan”. Tuttavia, Nasrallah continua: “C’erano alcune fazioni in Afghanistan dall’ideologia taqfira, esclusiva, discriminatoria, sanguinarie e omicida… le fazioni jihadiste afghane entrarono in un sanguinoso conflitto intestino… i jihadisti distrussero città e villaggi… cose che non fece neppure l’esercito sovietico… E ora, dov’è l’Afghanistan? Dal giorno in cui i sovietici si ritirarono ad oggi, portatemi un giorno in Afghanistan senza omicidi, feriti, profughi, distruzione e dove non sia difficile vivere. Portatemi un giorno di pace e felicità nella vita da tali (gruppi)...” Nonostante la realtà dell’Afghanistan, l’amministrazione Obama era disposta a vendere l’Egitto ai fratelli musulmani. Inoltre, sotto la supervisione sua e delle élite di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito, allora affiliate ad al-Qaida e a varie forze settarie, furono avviate sommosse in molte nazioni. Infatti, l’Europa esporta sempre più terroristi taqfiri in Medio Oriente e altre parti del mondo. La realtà brutale è che Hezbollah e il governo della Siria si concentrano sulla conservazione del ricco mosaico del Levante. Tuttavia, le forze del settarismo e del terrorismo, apertamente supportate dagli amici di USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, sono dedite a distruggere l’Iraq proprio come la Libia. Pertanto, l’Iraq dovrebbe riallinearsi con il governo della Siria ed Hezbollah, perché è del tutto ovvio che i petrodollari del Golfo e le ingerenze occidentali nel Levante sono alla radice dell’attuale avanzata del SIIS in tutta la regione.

Hezbollah-leader-Sheikh-Hassan-NasrallahTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia, una nuova guerra per liberarsi degli islamisti

Alessandro Lattanzio, 20/5/2014
685656-libya-photo-collection.8191917_stdSecondo l’ex-capo dei golpisti del CNT, Mahmud Jibril, “Gli Stati Uniti hanno perseguito una politica di doppiezza in Libia. Il loro obiettivo principale era mettere al potere i fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia per contenere il terrorismo, affidando il programma ai suoi alleati regionale Turchia e Qatar. La caduta di Mubaraq contribuì al successo del piano degli Stati Uniti. Ma il Generale Abdalfatah al-Sisi, il ministro della Difesa egiziano che ha tolto di mezzo il presidente egiziano islamista Muhammad Mursi, ha inferto un duro colpo al piano. Il Qatar supportò la rivolta anti-Gheddafi, imponendo l’emiro del Gruppo islamico combattente libico in Afghanistan (LIFG), Abdalhaqim Belhadj, a capo dei rivoluzionari libici. L’emiro del Qatar, Hamad bin Qalifa, rifiutò di disarmare le milizie e di recuperare le armi fornite dal Qatar, su raccomandazione della Francia, che gli islamisti ricevevano all’aeroporto di Bengasi sotto la supervisione di ufficiali dei servizi segreti del Qatar. Perciò ci siamo rivolti al Sudan per avere le armi. Per le sue operazioni, il Qatar assieme a Mustafa Abdaljalil, presidente del CNT, aveva deciso che sarei stato sollevato dalla carica di ministro degli Interni e della Difesa. Mustafa Abdaljalil aveva già “giurato fedeltà al Qatar, nutrendo simpatie per fratelli musulmani. Con mia grande sorpresa, appresi che Abdalhaqim Belhadj fu presentato ai capi di Stato Maggiore della NATO in una riunione della coalizione a Doha, nell’agosto 2011, dove ebbe un briefing sulla situazione militare in Libia, in vista dell’offensiva contro Tripoli. Il comando operativo fu poi trasferito dall’isola di Djarba in Tunisia, sotto l’autorità del partito islamista al-Nahda di Rashid Ghannuchi, uomo del Qatar, a Zintan nel Jabal al-Nafusa, nella Libia occidentale. Infine, l’assalto contro Tripoli fu ritardato di diverse settimane a causa del fatto che il Qatar aveva invocato l’opposizione della NATO a tale operazione quale scusa per l’incapacità nel distruggere le difese della capitale. Quando arrivammo a Tripoli, scoprimmo che 24 dei 28 obiettivi cruciali per paralizzare le difese della capitale furono distrutti. Il Qatar sfruttò il pretesto dell’opposizione della NATO per permettere a Belhadj di entrare per primo”.
Il 24 marzo 2014, la petroliera Morning Glory veniva sequestrata a largo di Cipro da un commando di 24 Navy SEAL imbarcati sui natanti veloci di un incrociatore lanciamissili di scorta alla portaerei USS Roosevelt. L’equipaggio di 21 persone della petroliera venne trasbordato sulla portaerei statunitense per essere poi processato per “acquisto illegale di petrolio” in Libia. “L’equipaggio sarà deferito alle autorità giudiziarie competenti“, secondo il tenente-colonnello Salim al-Shawirf. “L’equipaggio della petroliera è ora sotto la mia autorità ed è indagato“, aveva detto il procuratore neo-coloniale libico Abdalqadir Radwan, sebbene senza l’intervento delle forze speciali e della marina atatunitensi la nave non sarebbe mai stata presa. La petroliera era di proprietà di una società degli Emirati Arabi Uniti, ed era noleggiata da una società saudita, batteva la bandiera della Corea democratica, ma Pyongyang l’aveva radiata dal suo registro navale in quanto violava la legge “sul registro e i contratti marittimi che vietano il trasporto di merci di contrabbando“.
A metà aprile, esplosero proteste a Zawiya, pochi giorni dopo che il governo aveva ceduto il controllo di due porti petroliferi all’esercito per porre fine alla crisi e alle controversie tra le autorità regionali cirenaiche e quelle centrali. L’esercito aveva preso il controllo dei porti di Zuaytina e Mars al-Hariga. Però l’11 aprile i manifestanti riuscirono ad occupare la raffineria di Zawiya chiudendone la produzione di 120000 barili al giorno. Il 13 aprile, i “ribelli” della regione autonoma della Cirenaica si accordarono per consegnare al governo centrale i terminali petroliferi dei porti di Ras Lanuf e Sidra, occupati dal luglio 2013. La disputa ha ridotto le esportazioni di petrolio della Libia di 1,25 milioni di barili al giorno, con la conseguente perdita di circa 14 miliardi di dollari di entrate.
Nel giugno 2013, un comandante di al-Qaida, Ibrahim Ali Abu Baqr al-Tantush, prendeva il controllo di una base segreta creata dalle forze speciali statunitensi sulla costa libica: Campo 27. Nell’estate del 2012, i Berretti Verdi statunitensi ristrutturarono la base militare a 27 chilometri ad ovest di Tripoli, per ospitare e addestrare i combattenti per le operazioni speciali antiterrorismo della Libia. Ma due anni dopo, il campo di addestramento veniva utilizzato da al-Qaida fomentando il caos nella Libia post-Jamahiriya. “Un funzionario della Difesa degli Stati Uniti affermava che il campo oggi viene considerato ‘zona negata’ o luogo in cui le forze USA dovrebbero aprirsi la strada per accedervi“. Seth Jones, esperto di al-Qaida della Rand Corporation, aveva detto che la Libia è oggi un rifugio di al-Qaida nordafricana. “V’è una serie di campi di addestramento di al-Qaida e dei vari gruppi jihadisti emersi nel sud-ovest della Libia, intorno a Tripoli, e nel nord-est della Libia, intorno a Bengasi”. Nel marzo 2014, il generale David Rodriguez, a capo dell’US Africa Command, affermò al Comitato dei Servizi Armati del Senato che un paio di migliaia di combattenti stranieri era transitato dal nord Africa alla Siria e che al-Qaida ne coordinava le attività. Ed ora questi militanti avevano una base presso Tripoli, oltre a una serie di dispositivi tattici avanzati. “La sfida più grande sono munizioni, armi ed esplosivi che dalla Libia continuano a fluire in tutta la regione del nord-ovest dell’Africa“. Alla domanda se tali armi rafforzassero al-Qaida in Africa, Rodriguez rispose: “Li rafforza in tutto il nord-ovest dell’Africa“.
Nel frattempo, il Congresso Nazionale Generale della Libia non riusciva a nominare un nuovo primo ministro, avendo il candidato Ahmad Mitiq ottenuto solo 113 dei 120 voti necessari. La Libia era senza premier da quando Ali Zaydan era scappato in Europa a marzo e il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini rimaneva in carica fino alla nomina di un successore. Al-Thini aveva annunciato a metà aprile che si sarebbe dimesso, spaventato da uno scontro a fuoco in una zona residenziale che lo vide oggetto. Il primo vicepresidente del Congresso, Az al-Din al-Awami dichiarava chiuso un primo procedimento per eleggere il nuovo premier; ma esso venne illegalmente riaperto dal secondo vicepresidente, Salah Maqzum, dove Mitiq riceveva 121 voti. Infine la situazione venne risolta dal presidente del Congresso Nuri Abu Sahmayn che nominava Mitiq nuovo primo ministro. Il portavoce del primo ministro al-Thini, Ahmad Lamin, affermava che una volta raggiunto l’accordo, al-Thini sarebbe rimasto in carica finché Mitiq avesse stilato il nuovo governo e il Congresso l’avesse approvato. Ma proprio ci si avviava verso l’adempimento di tale processo, esplosero nuovi scontri a Bengasi. Secondo il quotidiano algerino al-Qabar del 12 maggio, il Feldmaresciallo egiziano Abdalfatah al-Sisi avrebbe deciso di estirpare il terrorismo islamista in Egitto intervenendo militarmente contro le relative basi in Libia. Il direttore dell’intelligence egiziana Muhammad Farid al-Tuhamy avrebbe visitato Washington per spiegare al governo degli Stati Uniti le minacce poste da al-Qaida all’Egitto dalla Libia, affermando che i combattenti dallo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL) provengono dall’Egitto e che il nuovo governo di Cario li combatte. Il 10 maggio al-Qabar aveva pubblicato un articolo che avvertiva dell’imminente guerra in Libia, che avrebbe potuto propagarsi anche in Tunisia. Gli Emirati Arabi Uniti avrebbero sostenuto l’azione contro la Libia per stabilizzarvi la situazione e por fine alle minacce poste dagli islamisti. Lo sceicco Muhammad bin Zayid bin Sultan al-Nuhayan, principe ereditario di Abu Dhabi, sosterrebbe l’Egitto nella repressione dei gruppi islamisti che minacciano la stabilità regionale.
general-khalifa-haftar-attends-news-conference-abyar-small-town-east-benghaziLa mattina del 16 maggio, l’ambasciatore d’Algeria a Tripoli, Abdalhamid Buzhar, subiva un tentativo di rapimento da parte di uomini armati, presso la sua residenza a Qarqas, Tripoli. Ma la scorta del personale diplomatico algerino riusciva ad evacuare l’ambasciatore presso l’aeroporto di Tripoli e da lì ad Algeri. Il resto del personale della rappresentanza diplomatica venne evacuato il giorno dopo e l’ambasciata venne chiusa. Questo tentato rapimento era l’ultimo di una serie di attacchi alle missioni diplomatiche in Libia. Un diplomatico tunisino e l’ambasciatore giordano furono rapiti e poi rilasciati. A Bengasi, sempre il 16 maggio, esplosero scontri armati tra l”esercito nazionale libico’ dell’ex-generale golpista Qalifa Haftar e le milizie islamiste, causando 79 morti e oltre 140 feriti. A Tripoli, un comunicato del presidente del Congresso nazionale generale, Nuri Abu Sahmayn, accusava Haftar di essere “al di fuori della legittimità dello Stato” e di compiere un vero e proprio “colpo di Stato”. Il generale negava, “L’operazione lanciata venerdì e battezzata ‘Restaurare la dignità della Libia’ mira a ripulire il Paese dai terroristi. Abbiamo cominciato questa battaglia e continueremo fino a raggiungere il nostro scopo. Il popolo libico è con noi”. L”esercito nazionale’ guidato da Qalifa Haftar, ex-capo dei golpisti che nel 2011 rovesciarono Muammar Gheddafi, aveva il sostegno di un aereo da guerra e di elicotteri che bombardarono la caserma occupata dalla milizia islamista “Brigata 17 febbraio”, mentre i miliziani attaccarono la base del gruppo islamista Rafallah al-Sahati. I combattimenti si svolgevano nella zona di Sidi al-Fradj, a sud di Bengasi. Il Capo di stato maggiore dell’esercito libico, Abdalsalam Jadallah al-Ubaydi, “nega che le forze armate siano coinvolte negli scontri a Bengasi“. “In una dichiarazione alla televisione nazionale, al-Ubaydi ha chiesto all’esercito e ai rivoluzionari di opporsi a qualsiasi gruppo armato che cerchi di controllare Bengasi con la forza”. Invece molti soldati aderivano all”esercito nazionale’ dopo i numerosi attacchi compiuti dalle milizie legate ad al-Qaida fin dall’invasione USA-NATO. Al-Ubaydi vietava inoltre alle forze armate di entrare a Bengasi per sostenere Haftar. Per al-Ubaydi l’azione di Haftar era un “colpo di Stato”. Il primo ministro ad interim Abdullah al-Thini affermava che solo un aviogetto aveva attaccato i gruppi islamisti e senza il permesso del governo, “E’ il tentativo di sfruttare l’attuale insicurezza contro la rivoluzione”. Muhammad al-Hijazi, portavoce dell”esercito nazionale’, dichiarava alla TV libica al-Ahrar che unità dell’esercito regolare si erano unite alle forze di Haftar nella lotta agli islamisti, tra cui forze aeree e forze speciali. Gli “scontri non si fermeranno fin quando l’operazione raggiungerà i suoi obiettivi“. Sempre secondo al-Hijazi anche i militari dell’aeroporto di Bengasi, Benina, avevano aderito all’azione di Haftar. Reuters riferiva che le autorità libiche avevano chiuso l’aeroporto di Bengasi, “Abbiamo chiuso l’aeroporto per la sicurezza dei passeggeri, ci sono scontri in città. L’aeroporto sarà riaperto a seconda della situazione della sicurezza”. L’agenzia LANA citava Milad al-Zuwi, portavoce delle forze speciali, che negava il coinvolgimento delle sue truppe. Il portavoce dell”esercito libico nazionale’ Muhammad al-Hijazi riferiva che i combattenti al comando di Haftar “hanno bombardato le basi appartenenti ad Ansar al-Sharia e ad altri gruppi islamisti a Bengasi“. Quindi alcuni elicotteri e un caccia MIG-21 bombardarono le basi bengasine di Ansar al-Sharia, Rafallah al-Sahati e battaglione ’17 Febbraio’. A Tripoli, le milizie di Zintan attaccarono una base dei miliziani filo-governativi. Il 17 maggio, velivoli libici bombardavano la stazione radio di Ansar al-Sharia di Bengasi. Le operazioni proseguirono il 18 maggio a Tripoli, con l’assalto al parlamento, causando 2 morti e decine di feriti, e a cui parteciparono le brigate di Zintan al-Qaqa, al-Sawaiq e al-Madani che, insieme ad unità dell’esercito libico, assaltarono anche diverse basi islamiste, tra cui quella della 27ª brigata di Misurata comandata da Buqa, capo della milizia islamista governativa ‘Scudo della Libia‘. Il 19 maggio, il Capo di Stato Maggiore generale al-Ubaydi ordinava alle milizie islamiste filo-governative di proteggere le sedi governative di Tripoli, mentre l’ex-premier al-Thini confermava che 120 mezzi dell’esercito governativo erano passati con Haftar nell’offensiva contro gli islamisti di Bengasi. Il generale Haftar ribadiva che il suo obiettivo era la “liberazione della Libia dal governo islamista che ha consegnato il Paese ai terroristi”. Un ex-comandante delle forze armate libiche, colonnello Adan al-Jarushi, affermava che anche le forze armate prendevano parte all’azione contro i taqfiriti di Bengasi. Al-Jarushi si appellava ai soldati ad unirsi all’operazione e ordinava a tutte le basi aeree di bombardare le posizioni dei terroristi.
L”esercito nazionale libico’ (ENL) di Haftar è formato da circa 6000 tra miliziani irregolari e soldati dell’esercito, e dalle forze speciali di stanza a Bengasi guidate dal colonnello Abu Qamada. Inoltre l’ENL controlla le basi aeree di Bengasi e Tobruq e 200 tra blindati, carri armati e pickup armati di mitragliatrici, lanciarazzi o mortai. L’offensiva sembra godere di un certo sostegno popolare e di alcune milizie tribali in cerca di vendetta per i crimini commessi dagli islamisti. Bengasi subisce da tre anni assassini e attentati perpetrati dalle stesse milizie islamiste che il CNT aveva nominato ‘forze di sicurezza’. Il capo dei Fratelli musulmani in Libia, Bashir al-Qabti, aveva dichiarato: “Il sangue libico versato è responsabilità del governo debole mentre dita straniere giocano con il destino e il sangue dei libici per schiacciare la rivoluzione del 17 febbraio, nell’ambito di una guerra programmata contro la primavera araba“. Anche il portavoce del governo libico affermava che potenze estere tentavano di conferire legittimità alle azioni di elementi fuorilegge dell’esercito. “Vengono presentati da certi media come dei patrioti, anche se non sono altro che dei ribelli, secondo la convenzione militare“, insisteva Ahmad al-Amin, portavoce delle autorità-fantoccio della NATO e del Qatar in Libia. L’Algeria intanto schierava 10000 militari lungo i 6000 km di confine con la Libia ed alzava il livello di allerta delle forze di sicurezza algerine, per preparale ad affrontare una possibile intrusione libica sul territorio nazionale. Anche la Tunisia rafforzava i presidi al confine con la Libia, mentre già dal 13 maggio gli statunitensi avevano inviato a Sigonella 250 marines e 8 convertiplani V-22 Osprey. Il portavoce del Pentagono, colonnello Steve Warren, “ha sottolineato che mentre i marines sono “senza dubbio” dediti alla protezione delle ambasciate, non ha escluso la possibilità che possano essere chiamati per una missione diversa“. Ai marines statunitensi verrebbe ordinato di proteggere i giacimenti petroliferi. La portavoce del dipartimento di Stato USA Jen Psaki affermava “Ribadiamo il nostro invito a tutte le parti ad astenersi dalle violenze e a cercare una soluzione con mezzi pacifici“. Reuters riferiva che il giacimento al-Fil era stato chiuso per le proteste e quello di al-Sharara rimaneva chiuso, riducendo la produzione petrolifera nazionale libica a circa 200000 barili al giorno, lontani dagli 1,4 milioni di barili al giorno pompati nel 2013.
Come già detto, il 18 maggio la milizia di Haftar attaccava il parlamento libico, che veniva evacuato. Poco prima, il nuovo premier Ahmad Mitiq aveva formato il nuovo governo che attendeva la fiducia del parlamento. I miliziani di Haftar assaltarono il parlamento chiedendone la sospensione e il passaggio dei poteri ad un organismo di 60 elementi eletti per redigere la nuova costituzione del Paese nordafricano. Il Congresso Nazionale Generale (GNC) veniva incendiato dopo che i miliziani avevano sequestrando dieci deputati, prima di ritirarsi. Sparatorie esplosero in tutta Tripoli. “Annunciamo il congelamento del GNC“, affermava il colonnello Muqtar Firnana, ex-ufficiale della polizia militare di Zintan, su al-Ahrar TV a nome dell”esercito libico nazionale’ di Haftar. Secondo fonti, gli assalitori, forse miliziani di Zintan, arrivarono a bordo di blindati provenendo dalla strada che collega la capitale all’aeroporto. Le brigate di Zintan detengono Sayf al-Islam Gheddafi, ma si sono sempre rifiutate di consegnarlo a Tripoli.

Libyan_soldiers_with_Palmaria_artillery_gun_at_the_west_gate_of_town_Ajdabiyah_March_16_2011_001Fonti:
WSWS
Secret Difa3
RID
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Nsnbc
Moon of Alabama
Mondialisation
Jeune Independant
Global Research

L’amministrazione Obama ha pianificato la distruzione della Libia e la morte di Gheddafi

Le rivelazioni del contrammiraglio degli Stati Uniti Charles R. Kubic
Reseau International 27 aprile 2014

Reuters_VP-lybia(1)Secondo il contrammiraglio dell’US Navy Charles R. Kubic, subito dopo i bombardamenti della NATO nel marzo 2011 per punire il regime libico, Muammar Gheddafi era “pronto a dimettersi“. “Era pronto ad andare in esilio e a mettere fine alle ostilità“. Secondo Kubic, l’amministrazione Obama scelse di continuare la guerra senza consentire ai negoziati di pace di andare avanti. Kubic esige che un’inchiesta sia condotta dal Congresso.
Il 19 marzo 2011, la segretaria di Stato Hillary Clinton fece un annuncio drammatico da Parigi a nome della “comunità internazionale”, chiedendo che Gheddafi, alleato degli Stati Uniti dall’11 settembre contro il terrorismo di al-Qaida, rispettasse il cessate il fuoco della risoluzione ONU. Lo stesso giorno, le forze aeree e navali della NATO iniziarono la guerra contro Gheddafi che combatteva contro al-Qaida, per sostenere e far poi vincere i ribelli di al-Qaida contrari al regime di Gheddafi. Zio Sam aderì alla jihad in Libia.
Secondo Kubic, Gheddafi voleva discutere della propria abdicazione in modo accettabile con gli Stati Uniti. Il giorno successivo, 20 marzo 2011, Kubic inoltrò la richiesta di colloquio di Gheddafi presso il comando dell’US AFRICOM, che sarebbe stato favorevole ai negoziati. L’AFRICOM rispose rapidamente con interesse e stabilì le comunicazioni tra i militari degli Stati Uniti e della Libia. Il 22 marzo, Gheddafi iniziò a ritirare le sue truppe dalle città ribelli di Bengasi e Misurata. Il cessate-il-fuoco chiesto da Hillary Clinton sembrava essere a portata di mano, con la cessione del potere e il possibile esilio di Gheddafi. Poi, secondo Diana West, nel suo ultimo libro “American Betrayal“, Kubic ebbe l’ordine di “ritirarsi” dall’AFRICOM, un ordine dell’amministrazione Obama.
La domanda posta da Diana West è perché l’amministrazione Obama sabotò i colloqui sulla tregua che avrebbero portato ad un cambio di potere senza spargimento di sangue e probabilmente impedito la distruzione della Libia da parte delle forze NATO?
Ma la domanda in ultima analisi, al di là dell’articolo di Diane West, è fino a che punto il piano atlantista non mirava a distruggere e indebolire la Libia, indebolendo tutta la sub-regione per garantirsene il controllo militare e politico?

G8: AL VIA ULTIMA GIORNATATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: campo di battaglia tra occidente ed Eurasia

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