La Quinta Colonna islamista di Gaza diretta da Golfo e occidente: Egitto e Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 aprile 2014

331724_US-Saudi-ArabiaSe si vuole vedere il vicolo cieco del radicalismo taqfirista, allora basta osservare il mantra di odio e discordia a Gaza, perché questa realtà estraniata dice tutto sulla realtà internazionale di tale forma d’Islam. L’islamismo taqfirista non si preoccupa dell’identità nazionale, pertanto uccidere connazionali fa parte dell’attuale distruzione delle rispettive civiltà. Tale realtà significa che nazioni come USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito possono dirigerli manipolando vari ordini del giorno. Il risultato è che i “jihadisti internazionali” possono essere manipolati subito, mentre i “jihadisti interni” diventano la quinta colonna, come si vede in Afghanistan, Egitto, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan e Siria. In Egitto e in Siria i militanti islamici interni uccidono egiziani e siriani con gioia, perché la loro visione del mondo schizofrenica segue l’indottrinamento taqfirista e dei fratelli musulmani. Sarebbe stato impensabile, in passato, che i palestinesi desiderassero la jihad contro Egitto e Siria, piuttosto che occuparsi della questione palestinese. Tuttavia, i petrodollari del Golfo e la diffusione dell’ideologia salafita hanno modificato il panorama religioso e politico. Naturalmente, gli islamisti di Gaza non sono abbastanza potenti da cambiare gli eventi in Egitto e Siria. Nonostante ciò, è chiaro che gli islamisti di Gaza possono provocare caos nel Sinai e in Siria grazie ai rifornimenti di armi e partecipando al terrorismo. Allo stesso modo, se gli islamisti rispettano la melodia dei nuovi pifferai magici, continueranno a seminare altre divisioni. Ahimè, nella moderna Siria vari gruppi terroristici islamici taqfiristi, nel 2014 si massacrano a vicenda e ciò viene replicato in Afghanistan e in altre nazioni dove tale virus è libero. I petrodollari del Golfo seminano la frantumazione dei sunniti autoctoni, creando destabilizzazione, diffondendo settarismo, suscitando il terrorismo contro le minoranze non musulmane. USA, Francia, Israele, Turchia e Regno Unito “cavalcano tale tigre islamista” destabilizzando le nazioni che vogliono schiacciare. Naturalmente, l’Afghanistan fu il trampolino di lancio negli anni ’80 e primi anni ’90, ma l’evoluzione e la diffusione del salafismo è molto più potente oggi.
In Libia era necessaria la forza della NATO per bombardare e, naturalmente, agenti segreti erano  sul terreno alleati delle varie milizie e gruppi affiliati di al-Qaida. Allo stesso modo, in Siria è chiaro che gli affiliati di al-Qaida, i vari gruppi terroristici salafiti, collaborano con le potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, in Libia e Siria sono principalmente i fratelli mussulmani, assieme ai jihadisti internazionali, che lavorano per USA, Francia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. Il colonnello Gheddafi in Libia non poteva mai prevedere che i libici avrebbero apertamente collaborato con le forze della NATO e che i jihadisti internazionali l’avrebbero ritenuto  un apostata. Eppure, la Libia è stata schiacciata tramite la manipolazione del malcontento interno  da parte di nazioni estere, le potenze della NATO e del Golfo e dalla terza trinità, da jihadisti internazionali e predicatori salafiti che istigano all’odio. La Siria affronta la stessa trinità, nonostante gli eventi sul campo siano assai diversi grazie alla persistenza delle Forze Armate della Siria ed altri fattori importanti. E’ interessante notare che mentre il caos abbonda in molte nazioni della cosiddetta “primavera araba”, che in realtà dovrebbe essere chiamata “cooperazione occidentale e del Golfo”, Israele e Arabia Saudita ne sono uscite indenni, mentre i jihadisti internazionali e militanti in Siria sono impegnati a combattere e uccidere in nome di Allah; è evidente che non si preoccupano d’Israele a sud e di Turchia e NATO a nord. Infatti, in più occasioni Israele ha bombardato la Siria e ciò non ha suscitati vere manifestazioni di massa, né convulsioni politiche in Medio Oriente. Allo stesso modo, è evidente che i gruppi affiliati ad al-Qaida siano notevolmente forti nel nord della Siria, potendo utilizzare la NATO in Turchia per i rifornimenti di armi.
In un video diretto ai militanti di Gaza, l’islamista shayq Ahmad Uwayda istiga all’odio verso la Siria, affermando che “è il momento del sangue e della distruzione, dell’invasione e delle battaglie“. Altre osservazioni nel video, durante la manifestazione a Gaza, sono dirette contro Egitto e Siria. Improvvisamente, il ruolo di NATO e Israele appare assai distante e chiaramente per gli intermediari delle potenze del Golfo ed occidentali, ciò è un risultato notevole. Dopo tutto, indica che l’Islam militante può essere usato come “cavallo di Troia” nella destabilizzazione interna. Pertanto, al momento giusto i jihadisti internazionali lavorano per le potenze del Golfo e occidentali. Uwayda ha dichiarato che in Egitto la “lancia dell’Islam punta al petto della spregevole laicità… Sei la nostra speranza che la shariah ritorni a ciò che era prima“.
Il Programma di studio sul terrorismo riferisce che “Post sulle bacheche jihadiste suggeriscono che ora è il momento per i jihadisti di attaccare l’Egitto per vendicarsi dell’esercito egiziano“. “Non è più possibile chiudere un occhio sul fatto ovvio che laici e miscredenti idolatri siano ostili all’Islam e gli  muovano guerra e odio“, ha detto Abdullah Muhammad Mahmud del gruppo jihadista Fondazione per gli studi e la ricerca Dawat al-Haq, scrivendo in un forum jihadista, come ha riportato il Long War Journal. “Se la jihad non viene dichiarata oggi per difendere la religione, quando lo sarà?” continuava: “I musulmani aspetteranno fin quando non verrà vietateo pregare nelle moschee?! Potranno attendere fino a quando la barba diventerà un’accusa punita con la reclusione?! Potranno aspettare fin quando i loro figli saranno nelle carceri a decine di migliaia, torturati, passandovi decine di anni della loro vita?” “O musulmani d’Egitto, se non fate la jihad oggi, allora è solo colpa vostra“. L’Egitto è molto più complesso, perché mentre Golfo e potenze occidentali hanno tutti governi anti-siriani, non succede lo stesso per questa nazione. Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo (tranne il Qatar pro-fratelli musulmani e terrorismo) sostengono finanziariamente l’Egitto perché temono di perdere la loro base di potere interna. Infatti, l’Arabia Saudita è contro l’ordine del giorno pro-fratelli musulmani dell’amministrazione Obama che ha provocato lo scontro tra Riyadh e Washington. Tuttavia, la questione della diffusione del salafismo è un problema reale per l’Egitto e altri Paesi come la Tunisia. Pertanto, i petrodollari del Golfo non devono poter diffondere l’ideologia islamista. In altre parole, i religiosi musulmani indigeni devono tendere allo spirito. Le questioni relative ai fratelli Musulmani devono essere risolte, perché tale movimento islamico vuole imporre la sua ideologia al popolo d’Egitto. Al-Ahram Weekly ha riferito nel periodo cruciale dell’anno scorso che: “Muhammad Guma, specialista di questioni palestinesi del Centro di studi politici e strategici al-Ahram, dice che mentre il “rapporto organico” tra Hamas e Fratellanza musulmana è da tempo noto, Hamas rischia di perdere quei legami mentre la brigata al-Qasam attraversa Gaza. Vi sono, dice Guma, differenze all’interno di Hamas su come rispondere agli sviluppi in Egitto. Alcuni nel movimento sollecitano moderazione ed evitano una retorica che possa essere vista come provocazione dall’esercito egiziano. La comparsa di un convoglio di al-Qasam, sostiene, suggerisce che tali voci perdono davanti allo zelo pro-fratellanza musulmana del contingente. Il governo di Hamas vede il Sinai come suo cortile di casa“, dice Guma, “un corridoio di sicurezza per armi e altre esigenze strategiche. Questo è il motivo per cui il movimento sostiene gli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nel Sinai. E spiega perché così tanti elementi palestinesi siano apertamente per le operazioni contro l’esercito“.
Il governo siriano nel frattempo lotta per la sua sopravvivenza contro la trinità blasfema contro questa nazione. Allo stesso modo, l’Egitto affronta convulsioni politiche interne e la minaccia terroristica nel Sinai e in altre parti del Paese. La Libia ha ceduto alla trinità e chiaramente la Siria affronta la stessa combinazione di forze, nonostante le situazioni interne siano molto diverse. Dopo tutto la Libia è stata solo “abbandonata ai lupi”, ma diverse potenti nazioni sostengono la Siria, nonostante il loro sostegno sia insufficiente rispetto a quello dei nemici della Siria. In altre parole, se le potenze del Golfo e occidentali decidono collettivamente la destabilizzazione, chiaramente le nazioni di Nord Africa e Medio Oriente vi sono assai vulnerabili. La grazia salvifica dell’Egitto è che la maggior parte delle nazioni del Golfo si oppone all’amministrazione di Obama, quando si tratta di essa. Tuttavia, la Siria non è così fortunata perché questa nazione affronta la manipolazione estera e la trinità brutale che rifiuta di andarsene. Gli islamisti di Gaza apertamente celebrano l’assassinio dei siriani e istigano all’odio contro questa nazione laica. In nessun punto mostrano la stessa volontà di morire contro Israele o la NATO in Turchia. Allo stesso modo, i jihadisti palestinesi taqfiristi sono coinvolti nella diffusione di terrorismo e caos nel Sinai, e più recentemente gli sciiti in Libano sono aggrediti dalle stesse forze che hanno abbandonato la causa palestinese. Pertanto, la schizofrenia islamista salafita è un ottimo strumento di USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito nel breve termine, nazioni che condividono la stessa visione.
Gli islamisti a Gaza ora esprimono odio principalmente contro la Siria, ma anche contro l’Egitto. Il Long War Journal ha riportato, lo scorso anno: “nel mercato aperto della jihad in Siria, i giovani islamci arrivano da ogni dove per combattere” contro il regime di Assad. L’autore stesso s’è vantato che “convogli di mujahidin” di Gaza si recano in Siria per combattere e che alcuni vi sono morti“. In altre parole, l’Islam militante è uno comodo strumento della manipolazione delle nazioni estere che desiderano cambiare il panorama politico e militare. Naturalmente, se l’Afghanistan e la Libia vengono visti nel lungo termine, proprio come la destabilizzazione dell’Iraq e le politiche autodistruttive del Pakistan, allora il lungo termine sarà molto diverso, a meno che non si sostengano Stati falliti, terrorismo, settarismo, misoginia e frantumazione religiosa e culturale.
Gli islamisti di Gaza sono solo un pezzo di un puzzle molto complesso. Tuttavia, se possono abbandonare la loro patria per uccidere altri musulmani e arabi, perseguitare minoranze religiose e partecipare alle politiche antisciite in Siria, allora ciò evidenzia la nuova forza sostenuta dal Golfo e dai circoli occidentali. Infatti, le nazioni estere non hanno bisogno di una presenza sul terreno come in Afghanistan e in Iraq. Invece, la trinità può fare tutto da lontano e, se è necessario un sostegno extra, allora si potenzieranno le ratlines assieme all’ulteriore indottrinamento salafita.

26cnd-hamas.600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Egitto, i fratelli musulmani e la guerra degli USA alla Siria

Tony Cartalucci Global Research, 25 marzo 2014

cartina_egitto_bLa condanna a morte senza precedenti di oltre 500 membri dei fratelli musulmani, in Egitto, per il loro ruolo nell’attacco, tortura e omicidio di un poliziotto egiziano, è il culmine di un’illuminante e onnicomprensivo giro di vite della sicurezza nella centrale nazione araba del Nord Africa. La mossa ha creato un effetto raggelante che ha ammutolito le masse altrimenti violente dei fratelli musulmani e le strade, dove in genere seminano caos, tranquille e vuote. Il New York Times nel suo articolo, “Centinaia di egiziani condannati a morte per l’assassinio di un agente di polizia”, scrive che: “Una folla si è radunata davanti il tribunale della città di Matay, scoppiando in pianto e rabbia  quando un giudice ha condannato a morte 529 imputati solo nella seconda sessione del processo,  condannati per l’omicidio di un agente di polizia nella rabbia per l’estromissione del presidente islamista. Qui, a pochi chilometri di distanza dalla capitale provinciale, le scuole hanno chiuso in anticipo, e molti sono rimasti a casa temendo una rivolta, dicono i residenti. Ma la folla è andata a casa e ben presto le strade sono rimaste tranquille”. La mossa dei giudici egiziani ha attirato la condanna prevedibile del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. L’articolo del Washington PostTribunale egiziano condanna a morte 529 persone“, dichiara: “Gli Stati Uniti sono “profondamente preoccupati, e direi in realtà piuttosto scioccati”, per la condanna a morte di massa, ha detto Marie Harf, portavoce del dipartimento di Stato. “Sfida la logica” e “di certo non sembra possibile che un’autentica analisi di prove e testimonianze secondo gli standard internazionali”, possa essere stata effettuata in due giorni, ha detto”.
Mentre gli Stati Uniti continuano a fingere di sostenere il governo di Cairo, sono completamente dalla parte del regime della fratellanza musulmana guidata di Muhammad Mursi, delle sue folle in piazza e delle reti di ONG in Egitto che ne sostengono e difendono le attività. L’ultima di tali ONG ad apparire è l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (EIPR) citata dal suddetto articolo del New York Times, che afferma: “Non abbiamo mai sentito parlare di nulla del genere prima, dentro o fuori dell’Egitto, che aveva un sistema giudiziario contrario all’esecuzione di massa“, ha detto Qarim Midhat al-Narah, ricercatore presso l’Iniziativa egiziana per i diritti personali specializzato in giustizia penale. “E’ ridicolo”, ha detto, sostenendo che sarebbe impossibile dimostrare che 500 persone abbaino ognuno avuto un ruolo significativo nell’assassinio di un solo agente di polizia, in particolare dopo appena uno o due brevi sessioni. Chiaramente è un tentativo di intimidire e terrorizzare l’opposizione, e in particolare l’opposizione islamista, ma il giudice è profondamente impegnato in politica fino a questo punto?” EIPR è finanziato tra gli altri dall’ambasciata d’Australia a Cairo, e svolge lo stesso noto ruolo che altre ONG finanziate dagli occidentali hanno avuto durante la “primavera araba” del 2011, coprendo violenze e atrocità dell’opposizione e usando i “diritti umani” per condannare le repressioni della sicurezza effettuati in risposta dallo Stato.

Come c’è arrivato qui l’Egitto
L’attuale crisi in Egitto è risultato diretto della cosiddetta “primavera araba” del 2011. Mentre  nazioni come la Libia sono in rovina avendo avuto la “rivoluzione” “successo”, dove il popolo libico è soggiogato dai fantocci filo-occidentali, e la Siria continua a combattere un grave conflitto da tre anni costato decine di migliaia di vite, l’Egitto ha preso una strada diversa. Quando i tumulti in Egitto cominciarono ad avvicinarsi alle violenze libiche e siriane, l’esercito egiziano, che fu il pilastro del potere in Egitto per decenni, si piegò ai venti del cambiamento. Hosni Mubaraq fu  estromesso e l’esercito tollerò l’ascesa al potere della fratellanza musulmana. Tuttavia prima  gettarono le basi per la sua rovina. La leadership militare attese il suo momento con pazienza, aspettando il momento giusto per spodestare la fratellanza e frantumare rapidamente le sue reti politiche e militari. Fu un colpo da maestro che finora ha salvato l’Egitto dalla stessa sorte subita dalle altre nazioni che bruciano ancora nel caos scatenato dalla “primavera araba”.

La crisi interna dell’Egitto è guidata da interessi esteri
Nel gennaio 2011 ci dissero che una rivolta “spontanea” e “indigena” spazzava il Nord Africa e il Medio Oriente in quella che fu chiamata “primavera araba”. Sarebbero passati mesi prima che i media occidentali ammettessero che gli Stati Uniti erano dietro le rivolte tutt’altro che “spontanee” o “indigene”. In un articolo dell’aprile 2011 pubblicato dal New York Times, intitolato “Gruppi degli Stati Uniti hanno allevato le rivolte arabe“, si afferma: “Un certo numero di gruppi e individui direttamente coinvolti nelle rivolte e riforme radicali della regione, tra cui il Movimento Giovanile 6 Aprile in Egitto, il Centro del Bahrain per i diritti umani e attivisti di base come Entsar Qadhi, un giovane leader nello Yemen, ricevettero formazione e finanziamento da gruppi come International Republican Institute, National Democratic Institute e Freedom House, un’organizzazione per i diritti umani senza scopo di lucro di Washington“. L’articolo aggiunse anche, sul National Endowment for Democracy (NED): “Gli istituti repubblicano e democratico sono liberamente affiliati ai partiti repubblicano e democratico. Furono creati dal Congresso e sono finanziati dal National Endowment for Democracy, istituito nel 1983 per convogliare borse di studio per promuovere la democrazia nei Paesi in via di sviluppo. Il National Endowment riceve circa 100 milioni di dollari all’anno dal Congresso. Freedom House ne ottiene la maggior parte dal governo statunitense, soprattutto dal dipartimento di Stato“. Lungi dal semplicemente capitalizzare o “cooptare” disordini genuini, i preparativi per la “primavera araba” iniziarono già nel 2008. Attivisti egiziani dall’ormai famigerato Movimento 6 Aprile erano a New York per la prima edizione del summit dell’Alleanza dei movimenti giovanili (AYM), noto anche come Movements.org. Lì ricevettero formazione, opportunità di collegarsi e il sostegno all’AYM da vari sponsor governativi e statunitensi, tra cui il dipartimento di Stato USA. Il rapporto del summit AYM 2008 (pagina 3 del .pdf) afferma che il sottosegretario di Stato per la diplomazia Pubblica e gli Affari Pubblici, James Glassman, vi partecipò assieme a Jared Cohen, che siede nello staff per la pianificazione della politica del segretario di Stato. Altri sei membri e consiglieri del dipartimento di Stato parteciparono al vertice assieme a un immenso numero di esponenti aziendali, mediatici e istituzionali. Poco dopo, 6 Aprile si recò in Serbia per allenarsi con CANVAS finanziato dagli USA, formalmente l’ONG finanziata dagli USA “Otpor” che contribuì a rovesciare il governo della Serbia nel 2000. Otpor, secondo il New York Times, è un “movimento ben oliato e sostenuto con diversi milioni di dollari dagli Stati Uniti”. Dopo il successo avrebbe cambiato il nome in CANVAS e cominciato ad addestrare attivisti da usare nelle operazioni di cambio di regime appoggiate dagli USA. Il Movimento 6 Aprile, dopo l’addestramento con CANVAS, tornò in Egitto nel 2010, insieme con il capo dell’AIEA Muhammad al-Baraday. I membri di 6 Aprile addirittura rimasero in attesa dell’arrivo di al-Baraday all’aeroporto di Cairo, a metà febbraio. Già, al-Baraday nel 2010 annunciò l’intenzione di concorrere alle elezioni presidenziali del 2011. Insieme a Wail Ghonim di Google del 6 Aprile e una coalizione di altri partiti d’opposizione, al-Baraday assemblò il suo “Fronte Nazionale per il Cambiamento” ed iniziò a preparare la prossima “primavera araba”. Chiaramente la “primavera araba” fu a lungo pianificata, e programmata dall’estero, con attivisti provenienti da Tunisia ed Egitto addestrati e supportati dall’occidente, in modo che ritornando seminassero disordini in una campagna coordinata regionalmente. Un articolo dell’aprile 2011 di AFP lo conferma, Michael Posner del dipartimento di Stato USA avrebbe ammesso che decine di milioni di dollari furono stanziati per attrezzare e addestrare gli attivisti due anni prima della “primavera araba”.
Il ruolo della fratellanza musulmana venne occultato. Mentre i media occidentali si concentravano sui più presentabili capi “pro-democratici” che aveva addestrato e messo a capo delle folle di piazza Tahrir, la grande adesione dei fratelli musulmani riempì il resto della piazza. Erano anche i responsabili degli attacchi armati in Egitto che costarono gli oltre 800 morti “della rivoluzione”. Gli egiziani subito diffidarono della leadership della protesta, soprattutto di al-Baraday i cui legami con gli interessi occidentali furono scoperti portando alla rapida fine della sua influenza. Il movimento di protesta non aveva una macchina politica per colmare il vuoto creatosi. Ancora una volta, l’occidente si voltò verso i fratelli musulmani e l’occidentale Muhammad Mursi, per avere dei risultati.

Resurrezione dei fratelli musulmani
La fratellanza musulmana è un movimento pseudo-teocratico settario, un movimento regionale che trascende i confini nazionali. Colpevole di seminare violenze per decenni non solo in Egitto ma in tutto il mondo arabo, rimane una grave minaccia per gli Stati laici e nazionalisti, dall’Algeria alla Siria. Oggi, la stampa occidentale denigra gli sforzi egiziani e siriani per frenare questi estremisti settari, in particolare in Siria, dove il governo è stato accusato di aver “massacrato” i militanti armati della Fratellanza ad Hama, nel 1982. Le costituzioni secolari delle nazioni arabe dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, tra cui la Costituzione siriana riscritta, hanno tentato di escludere i partiti confessionali, soprattutto le affiliazioni “regionali”, per evitare che i movimenti politici  collegati a Fratelli musulmani e al-Qaida non vadano mai al potere. E mentre lo spettro di estremisti settari che prendono il potere in Egitto o in Siria può sembrare una minaccia imminente per gli  interessi occidentali (israeliani compresi), in realtà è un enorme vantaggio. Mursi non è affatto un “estremista” o “islamista.” E’ un tecnocrate statunitense che si limita a porsi da “duro” per coltivare il sostegno fanatico della truppa della fratellanza. I figli di Mursi sono anche cittadini statunitensi.  Nonostante una lunga campagna di propaganda finto antisraeliana ed antiamericana, durante le presidenziali egiziane, la fratellanza musulmana aderì all’intervento “internazionale” di Stati Uniti, Europa e Israele contro la Siria. L’Egitto ruppe le relazioni diplomatiche con la Siria, restaurate dopo che Mursi fu finalmente cacciato dal potere.

Il collegamento siriano
Gli affiliati siriani della Fratellanza musulmana inviano armi, denaro e combattenti stranieri in Siria per combattere la guerra per procura di Wall Street, London, Riyadh, Doha e Tel Aviv. L’articolo della Reuters del 6 maggio 2012 intitolato “L’ascesa dei fratelli musulmani dalle ceneri della Siria“, afferma: “Lavorando con calma, la fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e inviato denaro e forniture in Siria, per far rinascere la sua base tra i piccoli contadini e la classe media sunniti, dicono fonti dell’opposizione“. I fratelli musulmani erano vicini all’estinzione in Siria, prima dei disordini, e mentre Reuters fallisce categoricamente nel spiegare il “retroscena” della resurrezione della fratellanza, svelata in un articolo del New Yorker del 2007 intitolato “The Redirection” di Seymour Hersh. La confraternita fu direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele che inviarono sostegno attraverso i sauditi in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidato da Fuad Siniora, furono gli intermediari tra i pianificatori statunitensi e i fratelli musulmani siriani. Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington informandolo personalmente sull’importanza di usare i fratelli musulmani in Siria in qualsiasi azione contro il governo: “(Walid) Jumblat poi mi disse che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, la possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avvisarono Cheney che se gli Stati Uniti avessero agito contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana erano “coloro con cui parlare”, disse Jumblat“.
L’articolo continua spiegando come già nel 2007 Stati Uniti e Arabia Saudita iniziarono ad appoggiare la confraternita: “Ci sono prove che la strategia del reindirizzamento dell’amministrazione abbia già beneficiato la confraternita. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi d’opposizione i cui membri principali sono una fazione guidata da Abdul Halim Qadam, ex-vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la fratellanza. Un ex-alto ufficiale della CIA mi disse: “Gli statunitensi hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi  prendono l’iniziativa del sostegno finanziario ma c’è il coinvolgimento statunitense”. Disse che Qadam, che ora vive a Parigi, riceveva denaro dall’Arabia Saudita con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte s’incontrò con funzionari del Consiglio di Sicurezza Nazionale, secondo la stampa). Un ex-funzionario della Casa Bianca mi disse che i sauditi avevano dato ai membri del Fronte documenti di viaggio. Jumblat disse di aver capito che la questione era sensibile per la Casa Bianca. “Ho detto a Cheney che ad alcune persone nel mondo arabo, soprattutto gli egiziani”, la cui leadership moderata sunnita combatté i fratelli musulmani egiziani per decenni, “non piacerà se gli Stati Uniti aiutassero la fratellanza. Ma se non prendono la Siria, affronteremo in Libano Hezbollah in una lunga lotta che non potremo vincere”.” Avvertì che tale supporto avrebbe giovato alla fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe influenzato l’opinione pubblica anche sull’Egitto, dove una lunga battaglia contro i fautori della linea dura venne combattuta per mantenere il governo secolare egiziano. Chiaramente la fratellanza non risorse spontaneamente in Siria, fu resuscitata da contanti, armi e direttive statunitensi, israeliani e sauditi. Similmente risorse in Egitto.

Il caos della Siria è un avvertimento sul possibile futuro dell’Egitto
Anche se il mondo comincia a raccogliere ciò che è stato seminato in Siria, mediante la risurrezione intenzionale dei fratelli musulmani da parte dell’occidente e delle fazioni estremiste che la fratellanza ha supportato, sembra che non sia stata appresa alcuna lezione dall’opinione pubblica, dove molti affermano essere “esperti geopolitici”. La stessa destabilizzazione, passo dopo passo, è in corso in Egitto e ancora una volta attraverso la fratellanza musulmana. Legioni di terroristi sono in attesa, nella regione egiziana del Sinai, che la fratellanza getti basi sufficientemente ampie tra la popolazione dell’Egitto, in modo che possano distruggerlo, proprio come in Siria. E dietro tutto ciò vi è l’occidente che cerca disperatamente di sloggiare l’esercito egiziano dal potere con una combinazione di carote sgradevoli e bastoni rotti. Il think tank strategici degli USA, finanziati dalle corporazioni, quali Carnegie Endowment for International Peace, hanno espresso il desiderio degli USA di vedere l’esercito egiziano ridotto ed escluso interamente dal potere politico, proprio come in Turchia. In realtà, l’occidente è così orgoglioso di quanto è stato realizzato in Turchia, che si riferisce alla rimozione di qualsiasi istituzione militare indipendente, nel mondo, e alla sua sostituzione con un regime di ascari facilmente manipolabili, come al “modello turco”.
Il post dell’Endowment intitolato “L’Egitto non può replicare il modello turco: ma può imparare da esso“, articola tale desiderio affermando: “In Egitto, un certo numero di giovani e islamici moderati ha sottolineato il governo in Turchia di Giustizia e Sviluppo (AKP) quale fonte d’ispirazione, citando la riforma giuridica, il successo della gestione economica e le vittorie elettorali come modelli da emulare. In alcuni ambienti politici, la Turchia viene anche presentata come modello globale per il mondo arabo, una caratterizzazione che deriva in gran parte dalla sua capacità apparentemente unica di accoppiare democrazia laica e società prevalentemente musulmana. Il partito non solo ha aumentato il suo sostegno tra imprese secolari e classi medie, ma ha anche reso l’idea di Stato onnipotente che comanda l’economia e la vita dei musulmani attraverso i principi islamici, obsoleta. Per lo più l’AKP ha mantenuto la struttura costituzionale e istituzionale di base dello Stato turco, ma ha approvato emendamenti costituzionali per l’armonizzazione con l’UE e ridurre il potere dei militari“. In altre parole, l’Islam e la democrazia sono diventati compatibili in Turchia sotto il neoliberismo. Al-Monitor dell’Arabia Saudita, agenzia politica occidentale, afferma chiaramente nel suo articolo, “La Seconda Rivoluzione dell’Egitto, un colpo alla Turchia”, che: “L’esercito egiziano considera Giustizia e Sviluppo della Turchia un rivale politico e un alleato dei fratelli musulmani. Inoltre, l’istituzione militare egiziana vede il modello turco di limitazione del potere della dirigenza militare della Turchia, per mezzo dell’alleanza con Washington, un modello che minaccia la presenza e gli interessi dell’esercito egiziano”.
Un altro think tank degli Stati Uniti finanziato da aziende, il Council on Foreign Relations (CFR), cita un altro, più vecchio “modello turco”, quello in cui l’esercito turco era al potere, prima di essere ridotto in dimensioni e influenza, accusato della caduta dei fratelli musulmani in Egitto. Nel suo post, “In Egitto, i militari adottano il modello turco per controllare Mursi“, Stephen Cook del CFR scrive: “Poco dopo la caduta di Mubaraq, il feldmaresciallo Tantawi chiese la traduzione della costituzione della Turchia del 1982, che dota gli ufficiali turchi di ampi poteri di polizia politica e limita il potere dei capi civili. Nel decreto del 17 giugno, i militari arginarono la vittoria di Mursi approssimandosi al ruolo tutelare dell’esercito turco di poco prima”. I think tank statunitensi di politica estera e gli editoriali confrontano continuamente Egitto e Turchia, e indicano come l’Egitto può trasformarsi, eliminando l’influenza politica dei militari, in uno Stato fantoccio come la Turchia, membro della NATO definitivamente piegato alla volontà di Wall Street, Londra ed Unione europea.
Quanto l’occidente sia disposto e possa fare in Egitto per avere un tale riordino e quale percorso farà è ancora difficile dirlo. Fino a che punto sia disposto ad andare, in generale, si può vedere nelle macerie disseminate nelle strade in fiamme e nelle città decimate della Siria. Aggiungendovi i fratelli musulmani, considerando il loro ruolo nella continua distruzione della Siria, il governo militare egiziano può essere accusato di uso eccessivo della forza, ma essendo l’Egitto molte volte più grande della Siria per popolazione e superficie, e considerando la devastazione e la perdita di vite umane avutesi in Siria, l’alternativa come accordo temporaneo, negazione o inerzia, è assolutamente inaccettabile.

cp5Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il terrorismo in Tunisia: Hamas s’infiltra nel Maghreb

Lilia Ben Rejeb, Tunisie Secret 17 marzo 2014

Oggi s’annuncia il tragico futuro tunisino con l’offensiva contro i terroristi islamici a Jinduba e Sidi Buzid, con la scoperta di un campo di addestramento jihadista a Monastir, e rivelazioni sui piani di criminali di ritorno dalla Siria… Che “belle” notizie da una Tunisia una volta pacifica e prospera.
map_of_tunisiaProve fotografiche in mano, il portavoce del ministero degli Interni, Muhammad Ali Larui, ha rivelato il 17 marzo 2014 l’esistenza di un campo di addestramento dei terroristi islamici nel governatorato di Monastir, la città natale di Burguiba! Più esattamente a Menzel Nur, dove un’operazione antiterrorismo è stata condotta il 13 marzo. È il risultato di questa operazione contro il campo di addestramento dei terroristi ad essere rivelato. “Abbiamo prove, documenti e foto di questo campo di addestramento dove giovani si allenano prima di essere inviati in Siria“, ha detto Muhammad Ali Larui. Secondo le nostre informazioni, 13 persone sono state arrestate, tra cui lo  sceicco Tawfiq, proprietario del “ristorante islamico” di Susa. Che in effetti si chiama Tawfiq al-Aisi ed è accusato di cospirazione e terrorismo, essendo un leader della rete di terroristi addestrati in Siria. Per ogni contingente inviato, prendeva 30000 dinari. Ma il portavoce degli Interni ha mentito su due punti. In primo luogo, non è l’unico campo di addestramento jihadista in Tunisia. Ve ne sono molti altri, soprattutto nella regione di Tatawin, Sfax, Biserta e Qalibia presso Huaria. In secondo luogo, i jihadisti non sono destinati alla Siria, dove la derattizzazione è al massimo. Si addestrano per la futura guerra santa che inghiottirà Tunisia, Libia e Algeria. E’ grazie a due operazioni antiterrorismo condotte congiuntamente a Jinduba e Sidi Buzid, la città natale del falso “martire” Tariq Buazizi, che il campo paramilitare Menzel Nur è stato scoperto. Nell’operazione a Jinduba, vi sono stati sei feriti tra le forze di polizia, tre morti tra gli islamo-terroristi e sei arresti: tre donne con niqab, tra cui Salwa Fijari, collegamento tra i finanziatori jihadisti e i terroristi nel Shambi. I tre terroristi eliminati erano Raqib Hanashi, Rabi Saydani e un terzo, non algerino contrariamente a quanto annunciato, ma palestinese di Hamas.
Secondo i nostri colleghi di Business News nella casa sequestrata la polizia ha trovato due Kalashnikov, due caricatori, una granata, una cintura esplosiva, una Smith & Wesson, un computer portatile, due pulci telefoniche e due documenti appartenenti a due agenti uccisi durante gli eventi di Uled Mana. Alla conferenza stampa, il portavoce del ministero degli Interni ha anche confermato la notizia che il fratello della “rappresentante del popolo” di al-Nahda, Sonia Ben Tumia, è uno dei capi delle bande terroriste che Ghanuchi e Marzuqi inviano in Siria. Secondo Muhammad Ali Larui, il fratello della poetessa dell’ANC attualmente è sul fronte siriano. È falso, ha detto la poetessa in una dichiarazione ad al-Sabah News, “Mio fratello è in Libia, dove lavora come meccanico!” Infatti, non è in Siria, essendo troppo codardo per andarci, ma a Tripoli dove gioca al meccanico con quei fratelli terroristi libici agli ordini dei loro mandanti del Qatar.
L’ultimo raccolto nella terra della “rivoluzione dei gelsomini”: jihadisti tunisini di ritorno dalla Siria hanno ideato un piano per attaccare, con il supporto di terroristi di varie nazionalità, una città tunisina e prendere il controllo dei suoi istituti di sicurezza. Ciò è almeno quello che ha confessato durante l’interrogatorio Qantari Salim (alias Abu Ayub), numero 2 del gruppo terroristico Ansar Sharia, ramo di al-Qaida, arrestato a Gabes, nella Tunisia meridionale. Secondo i nostri colleghi di Kapitalis, che citano il settimanale arabo al-Musawarterroristi di varie nazionalità arabe presenti sul territorio tunisino hanno ricevuto numerose armi dalla Libia. Pianificano lo scontro con l’esercito e la polizia e attendono rinforzi dalla Libia“.
Tali informazioni, diffuse in un solo giorno, indicano quanto la situazione sia pericolosa in Tunisia, un Paese una volta pacifico e prospero e il cui futuro è sempre più oscuro ed esplosivo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lavrov avverte algerini e tunisini

L’Expression Algérien, 12 marzo 2014 – Tunisie-secret

La Russia alza la voce. Toccherà all’Algeria avverte Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Russia, che detto en passant, è stato accolto a Tunisi con la bandiera serba, un errore della diplomazia tunisina oramai incapace di distinguere la bandiera russa da quella serba. Il complotto contro l’Algeria non è più un segreto. Tutto è pronto per destabilizzare questo Paese tra la Tunisia sotto mandato islamo-atlantista e il Marocco sotto l’influenza d’Israele e la Libia afghanizzata. A Tunisi, cinque condizioni sono state soddisfatte per completare il piano anti-algerino: la base militare degli Stati Uniti, vicino al confine con l’Algeria, la sede di Freedom House, terreno fertile dei cyber-collaborazionisti, i ratti palestinesi di Hamas che hanno scavato decine di tunnel al confine tunisino-algerino, il miniesercito di jihadisti tunisini, algerini, libici e ceceni in Tunisia e le cellule dormienti di al-Qaida.

map_of_algeriaNella breve visita in Tunisia, di qualche ora, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avvertito che “partiti stranieri” vogliono mettere a ferro e fuoco l’Algeria spacciando la primavera algerina. Un diplomatico russo ha aggiunto che questi stessi partiti “hanno aperto diversi fronti presso il confine con l’Algeria, da Libia, Tunisia e Mali”. Da alleato, Lavrov ha ribadito il sostegno del suo Paese all’Algeria. Il capo della diplomazia russa ha svelato durante la sua visita in Tunisia, che l’Algeria sarà bersaglio di istigatori e altri fomentatori che scriveranno l’ultimo episodio della presunta primavera araba. Quindi ha avvertito le autorità algerine contro gli istigatori della cosiddetta “primavera araba”. Il ministro degli Esteri russo accusa direttamente coloro che hanno causato i tumulti deliberati in Tunisia, Libia e Mali da cui proviene la maggiore minaccia all’Algeria. Ritiene che i cospiratori del nuovo ordine mondiale abbiano piani basati su una politica d’influenza verso minoranze e reti terroristiche. Tuttavia, la minaccia sottolineata da Mosca non è nuova ai servizi segreti algerini. Sottoposte a una notevole pressione dall’inizio della guerra civile in Libia, le forze di sicurezza algerine hanno fatto affidamento sulla loro esperienza nella lotta al terrorismo. In tempi relativamente brevi, migliaia di fonti d’informazione di prima mano sono state analizzati e controllate dal DRS, nella corsa contro il tempo contro ogni minaccia, compresi i gruppi criminali nati all’ombra della crisi libica, usata come catalizzatore del movimento jihadista, relativizzata e talvolta banalizzata dai partiti in guerra contro il regime di Gheddafi, tra cui Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nella loro banca dati, i servizi di sicurezza sono riusciti a identificare le  nuove reti composte da marocchini e libici. L’arresto di alcuni agenti del Mossad in Algeria n’è la prova. Non trovando necessario rivelare il vero scenario programmato contro l’Algeria, le stesse fonti vicine al contesto sanno che l’Algeria è “terreno fertile” per i grandi appetiti occidentali. Il rapporto del dipartimento di Stato USA sui diritti umani, che paradossalmente accusa l’Algeria e l’analisi del Centro anti-terrorismo (CTC) dell’Accademia Militare di West Point che ha messo sotto il microscopio tutto ciò che accade nel sud dell’Algeria, sostenendo che questa regione sensibile dell’economia del Paese sarà l’epicentro di una esplosione popolare per via della marginalizzazione delle minoranze, non possono essere considerati che un’introduzione degli obiettivi reali degli occidentali.
Una prima percezione di ciò che sta per accadere. “L’Algeria è nel mirino degli Stati Uniti?” si chiedeva L’Expression in una precedente edizione! La risposta è stata rivelata dal Los Angeles Times. Il giornale ha riferito che “Forze speciali statunitensi operano in Tunisia“. La presenza di cui avevamo prova, ma negata dalle autorità tunisine, è giustificata, dice lo stesso giornale, dal fatto “di addestrare i militari tunisini nella lotta contro il terrorismo.” I marine, che sarebbero una cinquantina, hanno preso posizione nel sud della Tunisia, presso la frontiera algerina, nel gennaio 2014. “Un aeromobile tipo elicottero è presente“, aggiunge il Los Angeles Times. E’ solo la parte visibile di un iceberg e della grande strategia della guerra annunciata contro l’Algeria. Infatti, dalla fine dello scorso anno, rapporti confermano la forte presenza di agenti dei servizi segreti statunitensi e dell’AFRICOM nel sud della Tunisia. Gelosa della sua sovranità, l’Algeria aveva agito a tempo di record per liberare oltre 600 ostaggi, garantendo al contempo i confini. L’unità speciale chiamata a condurre l’operazione aveva impressionato il mondo per la sua professionalità! Anche se il pretesto della mobilitazione degli Stati Uniti in Africa è il coordinamento della lotta contro il terrorismo e salvaguardare i propri interessi, non è difficile credere che gli Stati Uniti non abbiano interesse nelle regioni dell’Algeria con giacimenti di shale gas, gas convenzionale e altri minerali come l’uranio. Clan compiacenti sono già sul terreno, pronti ad avviare il motore della destabilizzazione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: Premier rimosso, e dopo?

Jurij Zinin New Oriental Outlook 14/03/2014
e2a1a92c-a7d2-11e3-_535444cL’Ucraina oscura gli eventi in altre parti del mondo, tra cui Libia. La situazione è peggiorata ancora una volta per via delle dimissioni di Ali Zaydan, il secondo primo ministro nella storia della nuova Libia. Il parlamento ad interim della Libia (General National Congress) l’ha rimosso dal potere per l’incidente con una petroliera straniera nel porto di al-Sidra, nell’oriente della Libia. Questa petroliera da 234000 barili, “Morning Glory“, ha recentemente e illegalmente caricato petrolio usurpato dalla Guardia delle infrastrutture petrolifere che dall’estate 2013 controlla questo e altri due porti petroliferi della Libia. I gruppi guidati dall’ex-comandante ribelle I. Jadhran, vogliono strappare la regione petrolifera della Cirenaica al governo centrale e ottenere l’autonomia. Hanno bloccato gli impianti petroliferi con il pretesto di combattere “la corruzione delle autorità e per una distribuzione equa” della ricchezza nazionale. Perciò, la produzione della Libia di oro nero è scesa drasticamente (che raggiunse gli 1,5 milioni di barili sotto il regime precedente), le perdite per il Paese ammontano a 9 miliardi di dollari. Il governo di A. Zaydan ha pazientemente negoziato con i militanti, che puntavano a tutto decidendo d’esportare il petrolio della compagnia statale. I funzionari hanno minacciato di bombardare le petroliere se venivano caricate illegalmente. La petroliera “Morning Glory” è stata fermata dalle forze governative, ma poi è riuscita a fuggire dal porto entrando nelle acque internazionali. Ciò è stato percepito come una sfida da molti parlamentari, portando alle rapide dimissioni del premier Zaydan che ha lasciato il Paese recandosi in uno europeo nonostante l’ufficio del pubblico ministero gli abbia proibito di lasciare il Paese fino al termine di un’indagine sulla sua cattiva condotta finanziaria.
La storia con la petroliera ha messo fine alla carriera del Premier. In realtà, questa figura è condannata perché agli occhi di molti era responsabile delle continue violenze in Libia dal collasso delle strutture militari e di sicurezza, nell’autunno 2011. Il governo di Zaydan non è riuscito a ripristinare la sicurezza e ad imporre un blocco di potere ristabilendo l’ordine. Zaydan manovrava sempre, viaggiava in tutto il Paese chiedendo aiuto ai Paesi europei e agli Stati Uniti. L’occidente simpatizzava, incoraggiandolo e promettendo aiuto tecnico e organizzativo, assistenza nel recuperare militari addestrandoli per formare nuove forze. Ma era ostaggio di una situazione contraddittoria: da un lato, costretto ad affidarsi alle milizie regionali e tribali, e d’altra parte, doveva limitarne l’arbitrio e metterle sotto il controllo di militari professionisti. Era difficile aspettarsi qualcosa di diverso in Libia, date la debolezza dello Stato e il culto delle armi.
Il parlamento ad interim volle rimuoverlo più di una volta. Gli islamisti, che si sono ringalluzziti  dopo il rovesciamento di Gheddafi, sono particolarmente zelanti. Partiti e organizzazioni dell’Islam politico sono stati legalizzati divenendo i più attivi nel Paese (anche in Parlamento). A. Zaydan, noto attivista per i diritti umani che ha vissuto in esilio in occidente per tre decenni, gli era inaccettabile. Gli eventi in Libia coincidono con il terzo anniversario della Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, concernente l’introduzione della “no-fly zone” adottata il 17 marzo 2011. Due giorni dopo, senza tante cerimonie divenne il “bastone unilaterale” dei potenti attacchi aerei e bombardamenti della NATO che contribuirono a rovesciare il regime. Il Paese disintegrato ed esausto è retrocesso su molti aspetti, sprofondando nella palude del disordine che ha permesso ai militanti, trafficando a spese del popolo libico, di agire liberamente.
La petroliera straniera che ha illegalmente caricato petrolio, ha lasciato il porto libico ma sarebbe stato peggio se fosse stata bombardata dai libici irritati, il disastro ambientale sarebbe stato inevitabile nel Mediterraneo e avrebbe raggiunto l’Europa. Il ministro della Difesa è stato temporaneamente nominato al posto di Zaydan. Secondo notizie recenti, una brigata di Misurata, una delle principali roccaforti della rivolta anti-Gheddafi, è stata inviata nell’est della Libia, verso i porti occupati da dissidenti armati. Ha carri armati, artiglieria e lanciarazzi multipli. Potrà negoziare con i militanti o proverà ad usare la forza contro di loro?

Jurij Zinin, ricercatore presso il MGIMO, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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