La Primavera araba: una trappola degli islamisti infiltrati alla Casa Bianca

Fakhreddin Besbes, Dottore in Scienze Politiche, Tunisie-Secret, 23 marzo 2013

obama-thanks-qatari-amir-for-support-on-libyaDopo aver letto questo articolo, si capirà perché Ghannouchi e Morsi sono andati al potere in Tunisia e in Egitto. Due anni dopo la sua esplosione in Tunisia, la “primavera araba” appare per ciò  che nessuno aveva visto all’inizio: la metodica distruzione degli Stati-nazioni e loro sostituzione con regimi dispotici, ma modernisti, nati dalla colonizzazione dei reazionari regimi islamisti asserviti agli Stati Uniti. Diciamo che si tratta di una lettura degli eventi “cospirazionista”. Questa è l’argomentazione della disinformazione e degli agenti al soldo dell’imperialismo. Ecco i fatti esposti da un dottore in scienze politiche, che ci ha gentilmente inviato la sua analisi. Giudicate voi stessi.

La Primavera araba: una trappola degli islamisti infiltrati alla Casa Bianca
Tutto è iniziato subito dopo gli attentati criminali dell’11 settembre 2001. Quando Usama bin Ladin, ex agente della CIA, si era rivoltato contro la potenza che l’aveva armato e supportato contro la presenza sovietica in Afghanistan. La decisione degli Stati Uniti di colpire al-Qaida in Afghanistan di per sé non era illegale. Bin Ladin, i suoi soci e i suoi protettori dovevano pagarla. Ma nel suo delirio narcisistico, George W. Bush decise d’invadere l’Iraq nel 2003, uno Stato che non aveva assolutamente alcuna responsabilità per gli attentati dell’11 settembre, a differenza dell’Arabia Saudita, custode dei santuari e dei pozzi di petrolio.

Da George W. Bush a Barack Hussein Obama
E’ con questa invasione che gli Stati Uniti decisero di cambiare strategia e alleanze, piuttosto che farseli nemici, gli islamisti pentiti saranno i nostri alleati e i custodi dei nostri interessi nel mondo arabo. Con la scusa della democrazia e dei diritti umani, si lasceranno decadere i regimi che li opprimono facendoli installare al potere. Li chiamiamo “islamisti moderati”, vale a dire democratici e moderati iper-imperialisti. Fissiamo le tre linee rosse da non attraversare: il nostro controllo sulla ricchezza energetica del mondo musulmano, la sacralità dello Stato d’Israele e bloccare le azioni che ci terrorizzano. Questo riavvicinamento tra imperialisti e islamisti, che riattiva la vecchia alleanza tra il wahabismo saudita e il pragmatismo americanista, e anche tra servizi segreti inglesi e i Fratelli musulmani, è stato descritto nell’importante libro di Robert Dreyfuss, “Devil’s Game. How the United States Helped Unleash Fundamentalist Islam”, (Gioco Diabolico. Come gli Stati Uniti hanno scatenato l’Islam fondamentalista), pubblicato nel novembre 2005.
Con l’avvento al potere di Barack Hussein Obama, questo riavvicinamento tra l’amministrazione statunitense e la setta islamista ha preso una svolta decisiva. Con un padre kenyano e musulmano, e poi un patrigno indonesiano, Barak Hussein era immerso nell’identità islamista e nel vittimismo comunale che non ha nulla a che fare con l’Islam quietista, spirituale e disinibito della maggior parte dei musulmani nel mondo. Negli anni ’80 era assistente sociale, o più precisamente “organizzatore di comunità” nella periferia sud di Chicago. Nello stesso tempo, aderiva alla Chiesa Unita di Cristo guidato localmente dal controverso pastore Jeremiah Wright, del culto della Nation of Islam e, infine, “convertito” al protestantesimo. Con Barak Hussein Obama alla Casa Bianca, gli islamisti hanno così trovato l’alleato ideale che sostiene la loro lotta e condivide i loro ideali, così come l’opportunità storica di passare alla fase finale della loro conquista del potere nel mondo arabo. Per loro, Obama è in qualche modo il Messia liberatore, il braccio con cui il piano di Allah si avvererà, non solo nel mondo arabo ma anche, nel medio e lungo termine, nel vecchio continente indebolito dalla scristianizzazione avviata da più di un secolo. Gli islamisti non sanno ancora che Obama è l’Anticristo, piuttosto, la cui politica ha portato direttamente a uno scontro di civiltà che farà scomparire l’Islam come religione. Dividere i musulmani, uccidere l’Islam con il veleno islamista, sono una machiavellica strategia del governo degli Stati Uniti.

L’infiltrazione dei Fratelli musulmani
Il 22 dicembre 2012 apparve sulla rivista egiziana Ros al-Youssef un articolo di grande importanza, dal titolo: “Un uomo e sei fratelli alla Casa Bianca”, firmato da Ahmed Shawki, uno pseudonimo. L’autore scrive che sei persone hanno cambiato la politica degli Stati Uniti: “La Casa Bianca è passata dall’ostilità nei confronti dei gruppi e delle organizzazioni islamiche a più grande sostenitore mondiale dei Fratelli musulmani“. Secondo l’autore, i sei individui sono: Arif Ali Khan, Assistente per lo sviluppo delle politiche del segretario alla Sicurezza Nazionale; Mohamed Elibiary, membro del Consiglio consultivo per la Sicurezza Nazionale, Hussein Rashid, inviato speciale degli USA presso l’Organizzazione della Conferenza Islamica, Salim al-Marayati, fondatore del Muslim Public Affairs Council (MPAC), Mohamed Majid, presidente dell’Islamic Society of North America (ISNA), Eboo Patel, membro del consiglio consultivo del presidente Obama, incaricato dei consigli comunali inter-religiosi.

Il pedigree dei sei fratelli  
Nato nel 1968 da padre indiano e madre pakistana, Arif Ali Khan è un avvocato musulmano e docente presso la National Defense University, specializzata nella lotta contro il terrorismo. Dopo il suo successo come vicesindaco di Los Angeles, è stato nominato da Obama, nel 2009, Assistente del segretario alla Sicurezza Nazionale. E’ stato soprattutto il consulente incaricato da Obama sui dossier degli Stati islamici. Fondatore della Organizzazione Mondiale Islamica, un ramo della Fratellanza musulmana, è stato colui che ha provveduto ai collegamenti e alle trattative con i movimenti islamici prima e dopo la “primavera araba”.
Nato ad Alessandria d’Egitto, Mohamed Elibiary è cresciuto in Texas, dove i suoi genitori si erano trasferiti fuggendo dalla persecuzione degli islamisti in Egitto. Mohamed Elibiary, alias il “qutbita” per il suo fanatismo verso le idee di Said Qutb, è un membro di spicco dei Fratelli musulmani degli Stati Uniti. Laurea in gestione e progettazione di reti, è stato direttore della sezione di Houston del Consiglio per gli Affari Islamici Americani (CAIR), una vetrina dei Fratelli musulmani negli Stati Uniti. E’ stato colui che ha scritto il discorso di Obama che chiedeva ad Hosni Mubarak di lasciare il potere.
Nato nel 1978 nel Wyoming, Hussein Rashid è un avvocato indo-pakistano, già membro segreto dei Fratelli musulmani. Nel giugno 2002 ha partecipato alla Conferenza annuale del Consiglio Mussulmano Americano, già guidato da Abdul Rahman al-Amudi, condannato per finanziamento del terrorismo. Ha inoltre partecipato al comitato organizzatore della Riflessione critica islamica, accanto alle figure più importanti dei Fratelli musulmani degli Stati Uniti, come Jamal Barzinji, Hisham al-Talib e Yacub Mirza. Dopo l’adesione alla squadra elettorale di Obama, quest’ultimo l’ha nominato consigliere della Casa Bianca nel gennaio 2009. Barak Hussein Obama l’ha anche nominato responsabile della redazione dei suoi discorsi sulla politica estera. Nel 2009, fu Hussein Rashid che scrisse il discorso di Obama di Cairo. In risposta alle critiche, Obama disse del suo amico e consigliere, “L’ho scelto per questo ruolo perché è un avvocato compiuto e perché ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo dei partenariati chiesti a Cairo. E come Hafiz (esperto) del Corano, è un membro rispettato nella comunità musulmana americana.”
Nato in Iraq, Salim al-Marayati è di adozione statunitense. Attualmente è direttore esecutivo del Muslim Public Affairs Council (MPAC), un’organizzazione islamica fondata nel 1986 dai Fratelli musulmani. E’ stato scelto nel 2002 per lavorare con la National Security Agency. I sospetti che pesavano sul MPAC durante la campagna sicurezza post-11 settembre 2001, non hanno impedito ad al-Marayati di avvicinarsi, ai neocons e poi ai democratici della squadra di Obama.
Nato nel nord del Sudan nel 1965, Mohamed Majid è figlio dell’ex- ìMufti del Sudan. Emigrato negli Stati Uniti nel 1987, dopo ulteriori studi, nel 1997 insegnava alla Howard University, come specialista di esegesi coranica. Membro dei Fratelli musulmani, è stato molto influente tra le comunità musulmane in America del Nord. Da avvocato è stato un attivista feroce nella criminalizzazione di ogni diffamazione dell’Islam. Avendo sostenuto la candidatura di Obama alle elezioni presidenziali, quest’ultimo gli ha dato diverse missioni associative di tipo comunitarista. Nel 2011, è stato nominato consulente del dipartimento per la Sicurezza Nazionale (DHS) nella lotta contro l’estremismo e il terrorismo. È attualmente consigliere del Federal Bureau of Investigation (FBI) e di altre agenzie federali.
Infine, Patel è un musulmano statunitense di origine indiana. Ha completato i suoi studi in sociologia nell’Illinois, presso l’Urbana-Champaign. Da studente era un islamista militante presso i  musulmani provenienti da India, Sri Lanka e Sud Africa. Con il finanziamento della Fondazione Ford, ha avviato la IFYC nel 2002. Fratello musulmano e amico di Hani Ramadan, è membro del comitato consultivo religioso del Council on Foreign Relations. Era anche molto vicino a Siraj Wahhaj, un ben noto Fratello musulmano statunitense. Patel è attualmente consulente del dipartimento per la Sicurezza Nazionale e membro del consiglio consultivo di Barack Obama.

Anche Hillary Clinton ha una musulmana al suo servizio
Il suo nome è Huma Mahmoud Abidin e ha giocato con la Clinton un ruolo importante all’inizio della “primavera araba”. Prima di entrare nella squadra elettorale della Clinton, proveniva anche lei dal vecchio ambiente delle associazioni comunitarie di Barak Hussein Obama. Per rendere la pariglia al grande capo nero, Hillary Clinton l’ha reclutata tra i suoi più stretti collaboratori. E’ nata nel 1976 da padre indiano e madre pakistana. E’ cresciuta ed è stata educata nel Paese del wahhabismo, l’Arabia Saudita, dove i suoi genitori lavoravano. Durante le primarie democratiche del 2008, era assistente personale di Hillary Clinton. E’ sposata con David Anthony Weiner, un membro del Partito Democratico eletto a New York.

Conclusione
Fin dai suoi primi vagiti in Tunisia, la “primavera araba” è stata un’enorme truffa e un grande complotto mediatico dell’islamo-imperialismo che il popolo tunisino, desiderando la libertà e la democrazia, non ha visto. Con tali influenti personaggi islamisti presenti nel processo decisionale e di sicurezza statunitensi, la “primavera araba” non poteva che essere un inverno islamista. Non è un caso che i due principali sostenitori dell’islamismo mondiale, Arabia Saudita e Qatar, fin dalla “rivoluzione dei gelsomini” hanno supportato le cosiddette rivolte spontanee. Non è un caso che questi Stati continuino a finanziare i jihadisti nella Siria che hanno messo a fuoco e fiamme, in attesa di colpire probabilmente Iran, Libano e Algeria. Per gli ignoranti, questo è il secolo del risveglio dell’Islam. Per i consapevoli, è iniziata la fine dell’Islam.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I piani segreti della guerra alla Siria

Le relazioni russo-statunitensi si deteriorano mentre un rivelatore quwaitiano svela i piani segreti della guerra alla Siria
Christof Lehmann, Nsnbc 12 marzo 2013

68934Il portavoce del ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich ha criticato gli Stati Uniti per la loro interpretazione di parte del comunicato di Ginevra sulla Siria, e per la dichiarazione della portavoce del dipartimento di Stato Victoria Nuland, secondo cui gli Stati Uniti continueranno a favorire la Coalizione Nazionale rivoluzionaria e le forze di opposizione siriane. Le relazioni tra USA e Russia sono state congelate dal segretario di Stato USA John Kerry, che ha concesso ulteriori 60 milioni di dollari alla sovversione. La recente rivelazione, di un membro del Segretariato generale del Partito Nazionale del Kuwait, secondo cui Stati Uniti e Qatar hanno in programma di dividere la Siria in piccoli Stati, è probabile che raffreddi ulteriormente i rapporti Est-Ovest.
Nelle interviste ai media internazionali, Lukashevich ha detto: “Le dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti del governo degli Stati Uniti a sostegno della Coalizione Nazionale rivoluzionaria e alle forze di opposizione siriane, sono infatti una interpretazione unilaterale del Comunicato Ginevra“. Lukashevich ha continuato, “Questo complica ovviamente la ricerca dei modi per porre fine al confronto armato in Siria e di spostarsi dal conflitto al dialogo pan-Siriano“. Lukashevich ha affermato la posizione della Russia dichiarando: “Il consenso di Ginevra non lascia spazio a una qualsiasi interpretazione“. La portavoce del dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, d’altra parte ha dichiarato che gli Stati Uniti rimangono impegnati nel cercare di supportare sia la coalizione dell’opposizione siriana che coloro che in Siria credono a Ginevra e cercano di attuarla ora, aggiungendo che gli Stati Uniti pensano che sia il modo migliore per porre fine alle violenze. Continuando il discorso statunitense del “cambiamento di regime”, Nuland ha dichiarato: “Dal nostro punto di vista, non c’è modo che un consenso sia mai fornito ad Assad o ai membri del regime dalle mani insanguinate“. Nuland ha criticato la Russia per non far valere la sua influenza sul governo siriano e il Presidente Assad, per spingerli a dimettersi, accusando implicitamente la Russia per il fatto che già più di 70.000 persone siano morte nel conflitto. La Russia d’altra parte ribadisce che non ha particolare interesse a vedere il Presidente Assad rimanere al governo, ma che la Russia è preoccupata per un eventuale vuoto di potere nel caso in cui dovesse dimettersi, e la Russia si oppone alla politica degli Stati Uniti del cambio di regime e alla loro abitudine d’interferire negli affari sovrani delle nazioni a vantaggio della propria agenda.
I tentativi russi, della scorsa settimana, per disinnescare la situazione prendendo parte a un dialogo con gli “Amici della Siria”, non sembrano aver avuto successo. Una recente dichiarazione di un membro della Segreteria generale del Partito Nazionale del Kuwait, Faisal al-Hamad, afferma che accordi segreti sono stati fatti a margine della conferenza degli Amici della Siria in Qatar, la settimana scorsa, difatti aggravando ulteriormente la situazione, anche se la geo-strategia politica dietro il presunto “accordo segreto”, è nota dal 1990. Faisal al-Hamad, secondo il media indipendente tedesco Die Evidenz, ha dichiarato che un accordo separato e segreto è stato firmato a margine della riunione degli Amici della Siria a Doha. In alcuni blog e social media, come Die Evidenz, al-Hamad ha dichiarato che un accordo separato è stato firmato tra il ministro degli Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim al-Thani, il ministro degli Esteri turco Ahmad Dauvutoglu, Abdullah bin Zayid al-Nahyan, l’ambasciatore statunitense Robert Ford, il membro dell’opposizione Riyad Saif e il rappresentante del consiglio di Istanbul dell’organizzazione dei Fratelli musulmani Mohammed Riad Shaqfeh. L’accordo, secondo al-Hamad, contiene diversi punti, come ad esempio la spartizione della Siria in diversi piccoli stati governati dai cosiddetti moderati islamici, l’annessione permanente della contestata regione di Hatay da parte della Turchia, la riduzione delle forze militari siriane a un massimo di 50.000 soldati e altro, coincidendo con la recente analisi del Dottor Perencik e del Maggiore Agha H. Amin. (1)
Finora Nsnbc non è stata in grado di confermare in modo indipendente le dichiarazioni di al-Hamad. I dettagli del presunto accordo segreto separato, però, coincidono con una valutazione del consulente per la sicurezza del Pakistan ed ex Maggiore delle Forze Armate del Pakistan, Agha H. Amin, secondo le cui analisi la guerra in Siria è parte di un grande piano degli Stati Uniti e della NATO per realizzazione un corridoio curdo e della NATO dal Mediterraneo all’India, commentato in una recente intervista con l’autore. Secondo il Maggiore Agha H. Amin, la Turchia sarà inizialmente utilizzata come base per dividere la Siria, dopo di che la Turchia stessa verrà divisa in Stati più piccoli, per creare un corridoio curdo. La fase successiva, secondo Amin, sarà l’instaurazione di un corridoio della NATO lungo il sottosuolo ricco di petrolio della Russia e della Cina, dal Mediterraneo al Baluchistan, Pakistan. (2) Le dichiarazioni di al-Hamad sono inoltre coerenti con il progetto del Grande Medio Oriente, sviluppato dalla RAND Corporation per il dipartimento della Difesa statunitense nel 1996. Il Presidente del Partito dei Lavoratori di Turchia e avvocato, Dr. Dogun Perencik, in diversi articoli e dichiarazioni ha sottolineato che la guerra alla Siria mira a dividere la Siria in Staterelli, in primo luogo, e poi dividere la Turchia in Stati più piccoli. (3)
Anche se le dichiarazioni del membro del Segretariato generale del Partito Nazionale del Kuwait, Faisal al-Hamad, non rivelano che i dettagli di strategie conosciute da anni, ci sono due punti che le rendono degni di nota e che possono ulteriormente aggravare la controversia tra gli Stati Uniti e la Russia. Se le dichiarazioni di al-Hamad saranno confermate, costituiranno la prova diretta che il ruolo della Siria nel piano degli Stati Uniti sul Grande Medio Oriente è in corso di attuazione, precisamente da chi e in base a quali obiettivi. Inoltre, se le affermazioni di al-Hamad saranno confermate, cosa non improbabile, vi sarà anche la prova diretta che gli Stati Uniti sono impegnati a condurre una serie di conflitti a bassa intensità lungo il ventre molle, ricco di petrolio, di Russia e Cina, dal Mediterraneo al Baluchistan, in preparazione di una guerra finale contro la Russia e la Cina.
Le recenti dichiarazioni del governo degli Stati Uniti, di ridurre significativamente il numero di truppe schierate all’estero e la spesa per la difesa, sono inoltre coerenti con il piano di guerra che si basa sulla conduzione di conflitti a bassa intensità impiegando truppe irregolari e mercenarie, e delegata ad organizzazioni terroristiche sponsorizzate dagli Stati sotto l’egida dello scudo missilistico USA/NATO, dal Nord Europa all’India. Da questo punto di vista, le dichiarazioni di al-Hamad non sono solo un coraggioso atto di informazione, ma sono anche equivalenti alla divulgazione di una segreta e implicita dichiarazione di guerra alla Russia, esplicitando il continuo deterioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti.

Note:
1) Geheinabmachung regelt die Ausrüstung der Arme und ….. (Die Evidenz)
2) The volatility of Gas, Geo-Politics and the Greater Middle East. An Interview with Major Agha H. Amin
3) A ‘Kurdish Corridor’ to be set up by the US & Israel

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Qatar ha un ruolo chiave nei piani degli Stati Uniti sul Medio Oriente-Nord Africa

Jean Shaoul WSWS 9 febbraio 2013

Arab heads of state pose for photos in RiyadhIn seguito all’eruzione delle proteste di massa che hanno rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubaraq in Egitto due anni fa, il Qatar, insieme con l’Arabia Saudita e la Turchia, è diventato un alleato cruciale degli Stati Uniti nel garantirsi i propri interessi predatori in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. Il Qatar è determinato ad assicurare il dominio proprio e quello delle altre cricche al potere nel Golfo Persico, in particolare del suo più grande vicino, l’Arabia Saudita, da cui dipende. A tal fine, ha cercato d’insediare regimi musulmani sunniti guidati dai Fratelli musulmani e dai loro affiliati, come mezzo per reprimere la classe operaia di tutta la regione. Ciò è in linea con la grande strategia di Washington per raffazzonare un’alleanza anti-Iran e reprimere le masse del Medio Oriente, al fine di avere il controllo delle risorse energetiche della regione, a scapito dei suoi rivali Russia e Cina.
Il Qatar, con le sue considerevoli risorse petrolifere, è il più grande esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). Controlla il 14 per cento delle riserve di gas conosciute del mondo, il terzo più grande dopo la Russia e l’Iran, nel suo enorme giacimento off-shore a nord, adiacente al giacimento iraniano di South Pars. Il LNG fornisce al governo il 70 per cento delle sue entrate. Ma gli elevati costi di gestione richiedono economie di scala e mercati di grandi dimensioni che possono essere riforniti solo da una vasta rete di gasdotti che trasportano il GNL in Europa attraverso il Mediterraneo orientale, se il Qatar compete con l’Indonesia e la Nigeria. L’Arabia Saudita ha negato il permesso di transito ai gasdotti in tutto il suo territorio, nonostante sia il percorso più breve per l’Europa. Ciò ha determinato la politica estera interventista del Qatar, in particolare in Siria, che occupa una posizione strategica posta tra i principali produttori e i loro mercati chiave in Europa.
Il Qatar, governato dalla famiglia al-Thani fin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971, ha un reddito pro capite di 90.000 dollari US, il più alto del mondo, ma pochi ne beneficiano. Tutti tranne 225.000 su 1,7 milioni di abitanti, sono lavoratori migranti, soprattutto dal Sud e Sud-Est asiatico, che lavorano per una miseria senza diritti o protezione. Il regime ha mantenuto la sua presa sul potere reprimendo ogni dissenso, sciopero e protesta. Tuttavia, è stato costretto a rispondere al disagio sociale con un programma da 65 miliardi dollari di spese per l’edilizia e ampi progetti per  infrastrutture pubbliche e sociali, da sviluppare in cinque anni. Il Qatar ha utilizzato i suoi fondi sovrani per premiare e comprarsi amici e influenza, sostenendo i Fratelli musulmani come suoi emissari all’estero mentre li scioglieva in patria. L’emiro ha cercato di elevare il profilo del Qatar con la sua sponsorizzazione della TV al-Jazeera, canale satellitare, facendone il braccio della proprio politica estera. Al-Jazeera ha coltivato il religioso sunnita Yusif al-Qaradawi, di origine egiziana, che è a capo dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, e finanziato e trasmesso i suoi programmi di educazione religiosa. Questo ha generato militanti islamici, tra cui alti dirigenti di al-Qaida che il Qatar ha protetto, come la presunta mente dell’11/9, Khalid Shaikh Muhammad. E’ stato protetto dal ministro per gli Affari Religiosi del Qatar e ha ottenuto un lavoro dal governo presso il ministero per l’Elettricità e l’Acqua. Suo nipote, Ramzi Yousif, è stato giudicato colpevole di essere la mente dell’attentato al World Trade Center del 1993.
Il rapporto del Qatar con gli Stati Uniti è decollato dopo la prima guerra del Golfo, nel 1991, quando l’emiro permise alle forze della coalizione di operare dal Qatar, distrutto i propri missili antiaerei Stinger statunitensi, acquistati sul mercato nero, che erano fonte di attriti con Washington, e inviato truppe a combattere nella coalizione contro l’Iraq. Nel 1992, firmò un trattato di difesa che oggi prevede le esercitazioni militari congiunte e tre basi statunitensi. L’attuale sovrano, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, che ha deposto il padre nel 1994, ha speso più di un miliardo di dollari per la costruzione della base aerea al-Udeid, a sud di Doha, che opera come hub per le operazioni degli Stati Uniti contro l’Iraq e l’Afghanistan, e le loro operazioni di assassinio da parte dei droni in Pakistan. Gli Stati Uniti hanno speso circa 100 milioni all’anno per la costruzione di ulteriori impianti ad al-Udeid, al Doha International Air Base, e alla base militare al-Sayliyah, per la sede centrale dell’US Central Command (CENTCOM), dove sono di stanza 5.000 soldati statunitensi.
Doha, insieme al resto del Gulf Cooperation Council (GCC), ha inviato truppe nel vicino Bahrain per schiacciare le proteste sciite contro la dinastia al-Khalifa. In Tunisia, il Qatar ha giocato un ruolo di primo piano nel portare al potere il partito al-Nahda, nelle elezioni del 2011, dopo la caduta di Ben Ali, dotandola di coperture finanziaria e mediatica favorevole di al-Jazeera. Ha firmato numerosi accordi per aiuti economici ed investimenti, tra cui un prestito di 500 milioni di dollari, per quadruplicare la capacità di raffinazione petrolifera della Tunisia. Il Qatar ha svolto un ruolo di primo piano nella guerra della NATO contro la Libia di Muammar Gheddafi nel 2011. Ha esercitato un’enorme pressione internazionale attraverso la Lega Araba e il GCC, ed inviato la sua forza aerea ad aiutare la NATO e le proprie forze speciali per armare, addestrare e guidare le milizie islamiche, in particolare quelle dei gruppi affiliati al Movimento per il cambiamento islamico libico. Mustafa Abdul Jalil, il capo del Consiglio nazionale di transizione (CNT), ha riconosciuto che il loro successo è dovuto in gran parte al Qatar, che vi aveva speso 2 miliardi di dollari. Jalil ha detto: “Nessuno si è recato in Qatar senza aver ricevuto una somma di denaro dal governo“. Con il sostegno del Qatar, questi stessi gruppi di miliziani libici adesso forniscono armi e volontari per i tentativi di spodestare il regime di Assad. Il Qatar aveva investito 10 miliardi di dollari in Libia, con la Società Immobiliare Barwa che ha investito 2 miliardi di dollari per la costruzione di un resort sulla spiaggia nei pressi di Tripoli. Doha aveva sostenuto diversi cavalli in gara, per potersi prendere la Libia, firmando accordi del valore di 8 miliardi di dollari con il CNT, e finanziando Abdel Hakim Belhaj, leader islamista, e Sheikh Ali Salabi, chierico residente a Doha.
Prima della cacciata di Mubaraq, Doha aveva sollecitato le relazioni con Damasco e Teheran della Turchia, soprattutto per via del giacimento di petrolio e gas in comune con l’Iran, e il Qatar aveva anche cercato di mediare tra gli Stati Uniti e l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Ciò culminò, all’inizio del 2011, in un accordo per un gasdotto Iran-Iraq-Siria da 10 miliardi dollari, con la possibilità di ulteriori ramificazioni in Libano e Turchia, dall’Egitto al Libano, e da Kirkuk, nella regione irachena autonoma kurda, mentre scoppiava la guerra civile siriana, alla fine di marzo 2011. Tutto questo è cambiato con la decisione delle potenze imperialiste “di pianificare  un regime islamista sunnita con cui sostituire Bashar al-Assad“. Il Qatar vi ha giocato un ruolo chiave, finanziando e armando le bande armate islamiche che conducono attacchi settari e terroristici contro la popolazione civile, e favorendo il sostegno diplomatico della Lega araba e del GCC all’intervento occidentale. Lo scorso novembre, Doha ha mediato la creazione della Coalizione nazionale siriana delle forze rivoluzionarie e di opposizione (SNC), per sostituire l’irrimediabilmente frammentato Consiglio nazionale siriano.
Nell’ambito della sua offensiva per isolare il regime di Assad, il Qatar ha costretto Khalid Mishaal, leader in esilio di Hamas, ramo palestinese dei Fratelli musulmani, di rompere con la Siria. Assad aveva sponsorizzato il suo ufficio a Damasco dal 1999, quando fu espulso dalla Giordania. Mishaal si trasferì a Doha e ha cercato di rilanciare l’unità nelle discussioni con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, per ordine del Qatar. Doha sta facendo del suo meglio per tenere in piedi il governo dei Fratelli musulmani nell’Egitto del presidente Mohammed Mursi, che affronta l’opposizione di massa della classe lavoratrice egiziana, fornendo 5 miliardi di dollari di prestiti per evitarne la bancarotta e 18 miliardi di dollari in fondi di investimento. Tra essi 8 miliardi di dollari per i grandi progetti a Sharq al-Tafria, East Port Said, per garantirsi il controllo del Canale di Suez come via di transito. I fondi sono arrivati dopo che Mursi ha dato il suo pieno e pubblico appoggio al rovesciamento di Assad alla conferenza dei non allineati a di Teheran, la scorsa estate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI Secolo

Gli USA riconoscono i terroristi quali rappresentanti dei “siriani”

Gli USA ammettono che al-Qaida sia “tra” i ribelli siriani che riconoscono come “legittimi rappresentanti del popolo siriano.”
Landdestroyer - 12 dic 2012

267239L’esercito siriano combatte al-Qaida
Come previsto, dopo una lunga pausa di finta “riflessione”, gli Stati Uniti hanno riconosciuto i militanti che armano, finanziano, aiutano logisticamente e sostengono diplomaticamente poiché, come già nel 2007, sarebbero i “rappresentanti legittimi del popolo siriano” con l’aggiunta dell’avvertenza “in opposizione al regime di Assad.” Il Wall Street Journal avrebbe riferito che nell’annuncio del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, effettivamente si legge: “La Coalizione nazionale delle forze rivoluzionarie e di opposizione siriane, che riflette e rappresenta sufficientemente la popolazione siriana, la riteniamo il legittimo rappresentante del popolo siriano in opposizione al regime di Assad.” La bizzarra e incerta formulazione invia un messaggio sia di incertezza che di illegittimità clamorosa, indicando che gli stessi Stati Uniti riconoscono la vera natura della cosiddetta opposizione “siriana”, che appare evidente a un numero crescente di persone, sia pubblici ufficiali che dell’opinione pubblica, e che un certo grado di distanza retorica deve essere mantenuto.
La manifesta natura estremista dei militanti che operano in Siria, è diventata una carta sempre più difficile per l’occidente. Torrenti di video e report confermano e documentano le atrocità dei militanti, tra cui il mitragliamento di prigionieri legati, e un video particolarmente raccapricciante di un bambino armato di una spada dai militanti per decapitare uomini che indossano abiti civili, in ciò confermando i peggiori timori espressi dagli analisti geopolitici e dai governi di tutto il mondo, secondo cui l’opposizione siriana è di fatto al-Qaida. Quindi, si tratta della prova schiacciante che il presidente Obama è stato costretto a riconoscere, infine, affermando: “C’è una piccola parte di coloro che si oppongono al regime di Assad affiliata ad al-Qaida in Iraq… e ci accingiamo a distinguere questi elementi dall’opposizione.
Il Wall Street Journal, nel suo articolo, “Gli USA riconoscono il principale gruppo ribelle della Siria“, segnala anche: “L’amministrazione Obama, martedì ha pubblicato per la prima volta l’intelligence che collega direttamente un potente gruppo ribelle siriano ai comandanti di al-Qaida in Iraq. Funzionari degli Stati Uniti hanno formalmente sancito la milizia, chiamata Jabhat al-Nusra, congelando qualsiasi attività che negli Stati Uniti e nel blocco filo-statunitense possa avere a che fare con essa, a causa dei timori diffusi che possa ottenere un potere sproporzionato sui gruppi ribelli che cercano di rovesciare Assad”. Nonostante ciò, tali sanzioni restano simboliche e applicate selettivamente. Come nel caso del Mujahedeen-e-Khalq (MEK) e del Gruppo combattente islamico libico (LIFG), che ufficialmente si è fuso con al-Qaida nel 2007, secondo una relazione del Centro per la lotta al terrorismo (CTC) dell’esercito degli Stati Uniti di West Point, “I combattenti stranieri di al-Qaida in Iraq.” Eppure, nel 2011, la NATO aveva armato, finanziato e fornito supporto aereo al LIFG durante il rovesciamento premeditato del governo libico.

Gli USA supportano consapevolmente al-Qaida da anni
Elementi del LIFG sono dietro l’attacco al consolato statunitense di Bengasi e alla morte dell’ambasciatore Christopher J. Stevens. Sono inoltre confermati l’invio di combattenti e armi attraverso la Turchia, membro della NATO, dove si addestrano prima di impegnarsi nelle operazioni di combattimento in Siria. Nel novembre 2011, il Telegraph, nel suo articolo, “il leader libico islamico ha incontrato il gruppo dell’opposizione armata libera siriana“, citava proprio il LIFG quando segnalava: “Abdulhakim Belhadj, capo del Consiglio militare di Tripoli ed ex-leader del gruppo combattente islamico libico, ‘ha incontrato il leader dell’esercito libero siriano a Istanbul e al confine con la Turchia’, ha detto un ufficiale che coopera con Belhadj. ‘Mustafa Abdul Jalil (il presidente ad interim libico) l’aveva inviato lì.” Un altro articolo del Telegraph, “I nuovi governanti della Libia offrono armi ai ribelli siriani”, ammette: “I ribelli siriani hanno avuto colloqui segreti con le nuove autorità della Libia, volti a garantirsi armi e denaro per la loro rivolta contro il regime del presidente Bashar al-Assad, ha appreso il Daily Telegraph. ‘Nel corso della riunione, che si era tenuta a Istanbul tra funzionari turchi e i siriani, è stato chiesto ‘aiuto’ ai rappresentanti libici che hanno offerto armi e possibilmente volontari. C’è qualcosa in programma per l’invio di armi e anche di combattenti libici in Siria’, ha detto una fonte libica, parlando in condizione di anonimato. ‘C’è un intervento militare in rotta. Nel giro di poche settimane si vedrà.’ Più tardi, quel mese, circa 600 terroristi libici sarebbero entrati in Siria per iniziare le operazioni di combattimento, invadendo il paese da quel momento.”
Chiaramente non si organizzano “segretamente” centinaia di combattenti sotto il naso del consolato statunitense a Bengasi, in Libia, e di “nascosto” vengono inviati in uno stato membro della NATO per recarsi in Siria. Lo fanno con il supporto della NATO, con la NATO che certamente fornisce sostegno ai militanti lungo il confine della Turchia con la Siria, utilizzando le stesse reti regionali di al-Qaida identificate dai militari statunitensi durante l’occupazione dell’Iraq, spiegando così anche da dove Jabhat al-Nusra proviene. Ulteriori affermazioni sostengono che gli Stati Uniti hanno identificato e tentano di separare dall’”opposizione” gli estremisti settari, con l’ammissione, già fatta nel 2007, che la politica estera degli Stati Uniti cercò esplicitamente di utilizzare ampiamente questi estremisti settari per rovesciare con la violenza il governo siriano.
In effetti, nel 2007, il giornalista vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh, pubblicò un articolo intitolato “The Redirection“, per il New Yorker, in cui funzionari di Stati Uniti, Arabia Saudita e Libano descrivevano il loro complotto. Nella relazione viene specificato: “Per indebolire l’Iran, che è prevalentemente sciita, l’amministrazione Bush ha deciso, in effetti, di riconfigurare le sue priorità in Medio Oriente. In Libano, l’amministrazione ha collaborato con il governo dell’Arabia Saudita, che è sunnita, nelle operazioni clandestine destinate  ad indebolire Hezbollah, l’organizzazione sciita sostenuta dall’Iran. Gli Stati Uniti hanno inoltre preso parte ad operazioni segrete contro Iran e Siria, sua alleata. Una conseguenza di queste attività è stato il rafforzamento dei gruppi estremisti sunniti che sposano una visione militante dell’Islam, e che sono ostili agli USA e vicini ad al-Qaida“. “The Redirection“, Seymour Hersh (2007) L’articolo di Hersh continua affermando: “Il governo saudita, con l’approvazione di Washington, avrebbe fornito fondi e aiuti logistici per indebolire il governo del presidente Bashir Assad, in Siria. Gli israeliani credono che mettendo sotto tale pressione il governo di Assad, lo renderebbe più conciliante e aperto ai negoziati.” ”The Redirection“, Seymour Hersh (2007)
Il legame tra gruppi estremisti e finanziamento saudita viene anche menzionato nell’articolo, e riflette le prove presentate dal CTC di West Point che indicano che la maggior parte dei combattenti e dei finanziamenti dietro la violenza settaria in Iraq, proviene dall’Arabia Saudita. L’articolo di Hersh afferma esplicitamente: “…[Il saudita] Bandar e altri sauditi hanno assicurato la Casa Bianca che ‘non mancheranno di tenere sott’occhio i fondamentalisti religiosi’. Il loro messaggio per noi era ‘Abbiamo creato questo movimento, e siamo in grado di controllarlo. ‘ Non è che non vogliamo che i salafiti lancino bombe, ma che non li passino a Hezbollah, Moqtada al-Sadr, all’Iran e ai siriani,  continuando a collaborare con Hezbollah e l’Iran“. ”The Redirection“, Seymour Hersh (2007) L’articolo sembra una profezia, testualmente avveratasi negli ultimi 2 anni.
Il Wall Street Journal segnala apertamente che il conflitto siriano si sta trasformando in una guerra per procura contro l’Iran, così come è stato previsto nel 2007. L’ignoranza simulata, la sorpresa e l’impegno per ridurre i gruppi terroristici degli Stati Uniti sono finzioni, create di proposito soprattutto per l’opinione pubblica. Bande di estremisti settari che distruggono la Siria è un piano stabilito da anni, un piano ormai prossimo all’attuazione.

Il Wall Street Journal ammette che in Siria le minoranze lottano per la vita, il leader del CNS ammette di voler creare uno “Stato islamico”
E anche se il presidente americano Obama tenta di assicurare il pubblico e la comunità internazionale affermando che l’occidente espelle gli estremisti, il Wall Street Journal ammette che si stanno formando milizie in tutta la Siria, assemblate dalle minoranze della Siria per proteggersi da quello che è chiaramente un assalto settario, e non un movimento pro-democrazia. Nel descrivere le milizie, il Wall Street Journal riporta: “Molti provengono dalle minoranze religiose della Siria, per lo più dalla setta sciita alawita a cui appartiene la famiglia del presidente, ma anche cristiani e drusi, che sempre più spesso si confrontano in una battaglia contro una rivolta principalmente sunnita.” Naturalmente, il Wall Street Journal tenta di ritrarre le milizie come mercenari al servizio del presidente siriano Bashar al-Assad, pur ammettendo la natura settaria dell’opposizione e ammettendo che è confermato che al-Qaida opera in Siria.
La natura settaria del bagno di sangue era stata già programmata negli Stati Uniti, nel 2007 venne menzionata anche da Seymour Hersh su “The Redirection“. Una previsione venne fornita da un ex ufficiale della CIA in Libano, che aveva dichiarato: “Robert Baer, un ex veterano della CIA in Libano, è un critico severo di Hezbollah e ha messo in guardia dai suoi legami con il terrorismo  sponsorizzato dall’Iran. Ma ora mi ha detto, ‘ci sono gli arabi sunniti che si preparano a un conflitto catastrofico, e avremo bisogno di qualcuno per proteggere i cristiani in Libano. L’avevano fatto i francesi e gli statunitensi, e lo faranno Nasrallah e gli sciiti.’” ”The Redirection”, Seymour Hersh (2007).
Chiaramente, i cristiani in Siria avrebbero bisogno di protezione. E mentre gli Stati Uniti tentano di rassicurare il mondo che la nidiata di terroristi che hanno allevato e ora ufficialmente riconosciuto come “rappresentanti del popolo siriano”, sia “pro-democrazia” in sé, il recentissimo leader creato dagli Stati Uniti a Doha, in Qatar, per guidare la nuova coalizione dell’opposizione, Moaz al-Khatib, ha ammesso in un’intervista ad al-Jazeera che vuole stabilire uno “stato islamico” in tutta la Siria, oggi secolare. Modellato sul regime sempre più dispotico dei Fratelli musulmani guidati da Mohammed Morsi, che attualmente invia bande di stupratori per disperdere i manifestanti che si oppongono alla sua dittatura in ascesa, la visione di al-Khatib del futuro della Siria sarà rifiutata anche da molti sunniti siriani.
Dichiarare questa minoranza violenta, potenziata dai terroristi stranieri volti ad avviare la creazione di una brutale teocrazia, sotto la falsa cartina patinata della “democrazia”, quali “rappresentanti del popolo siriano”, non è un “un grande passo”, come ha dichiarato il presidente Obama. Al contrario, si tratta di un passo tanto illegittimo e immorale quanto disperato. Si tratta di un ulteriore passo falso, e che rischia di far inciampare gli USA su coloro che hanno armato e sostenuto.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I fratelli d’Egitto attuano un colpo di stato preventivo

Melkulangara Bhadrakumar, Strategic Culture Foundation, 15.08.2012

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha fatto l’impensabile – affermando la supremazia civile su quella militare. Questo è stato un atto che doveva andare ben oltre le capacità della Fratellanza musulmana per un colpo come questo. Qualcosa è accaduto. Sei decenni di storia politica dell’Egitto sono stati chiusi. Ma questo è più di una svolta nella storia. Paesi vicini e lontani – Stati Uniti, Israele, Iran e Arabia Saudita, in particolare – ne terranno conto.
C’è silenzio nell’aria. A dire il vero, gli Stati Uniti e Israele sono traumatizzati. Israele, che non è mai a corto di parole, è senza parole. La cacciata del maresciallo Mohammed Tantawi, ministro della difesa dell’Egitto, rimuove il numero uno degli interlocutori-collaboratori degli Stati Uniti nel calcolo del potere a Cairo. Washington sembra aver completamente frainteso il panorama politico egiziano. Non più tardi di due settimane fa, il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta aveva visitato Cairo ed espresso il suo convincimento che Tantawi e Morsi se la cavavano bene. In un commento che lo perseguiterà, oggi, Panetta aveva detto: “A mio avviso, in base a quello che ho visto [a Cairo], il presidente Morsi e il feldmaresciallo Tantawi hanno un rapporto molto buono e collaborano agli stessi obiettivi”. Ciò che Panetta diceva, era che gli interessi degli Stati Uniti a Cairo erano al sicuro, non importava la transizione democratica dell’Egitto e l’ascesa dei Fratelli musulmani, a condizione che Tantawi fosse al comando. L’autorevole opinionista del Washington Post, David Ignatius, che è collegato alla dirigenza degli Stati Uniti, ha riassunto l’acutezza del dilemma attuale dell’amministrazione statunitense:
Ciò che è indiscutibile è che i Fratelli musulmani, di cui Morsi è membro da tempo, ha rafforzato la sua presa sull’Egitto, controllando i militari, nonché la presidenza e il parlamento. Questo è un esempio di democrazia in azione e di controllo civile delle forze armate, o un colpo di stato dei Fratelli musulmani, a seconda del vostro punto di vista. Probabilmente è entrambe le cose”. Ignatius ha aggiunto, “la mossa di Morsi è avvenuta con la repentinità di un colpo di stato”. Evidentemente, vi è stato un fallimento dell’intelligence a Washington. La prima reazione della Casa Bianca è stata di rassegnazione. “E’ importante che l’esercito egiziano e i civili (il governo) lavorino a stretto contatto per affrontare la sfida economica e di sicurezza che affronta l’Egitto”, ha detto ai giornalisti il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Jay Carney. “Ci auguriamo che l’annuncio del Presidente Morsi servirà gli interessi del popolo egiziano … e continueremo a lavorare con i leader civili e militari in Egitto, per far avanzare i molti nostri interessi comuni.”
Gli Stati Uniti capiscono che non è in loro potere sovvertire quanto è successo. Gli eventi di domenica testimoniano il drammatico declino dell’influenza degli Stati Uniti in Egitto, lo scorso anno. Ma Washington ha rapidamente risposto sostenendo che il nuovo ministro della Difesa, Abdel Fattah al-Sissi, nominato da Morsi, è una ‘nota’ figura che ha partecipato all’addestramento in un istituto militare degli Stati Uniti, circa tre decenni fa. Questo para il vero problema. Il cuore della questione è che la mossa di Morsi va ben al di là della questione dei nuovi volti militari. Ha anche annullato la dichiarazione costituzionale volta a contenere i poteri presidenziali e gli ha dato i poteri militari legislativi e altre prerogative. Ha modificato la costituzione ad interim negando all’esercito qualsiasi ruolo nella definizione delle politiche pubbliche, del bilancio e qualsiasi ruolo nella scelta di una assemblea costituente per redigere la nuova costituzione. Questo è a dir poco la presa, da parte dei Fratelli musulmani, delle leve del potere.
Chiaramente, Morsi ha agito secondo la decisione collettiva della leadership dei Fratelli musulmani. Si tratta di una decisione ben ponderata e le sue ramificazioni nella futura traiettoria delle politiche egiziane resta da vedere. Ignatius riassume, “Gli israeliani hanno detto di essere più preoccupati per la purga di domenica, preoccupati da Morsi che sta prendendo una serie di passi che possono portare verso una collisione con Gerusalemme. Ma per gli Stati Uniti e Israele, osservare gli sviluppi in Egitto è un po come andare a cavallo di una tigre, potenzialmente molto pericolosa e impossibile da governare”.
Ciò che gli Stati Uniti (e Israele) devono soppesare con attenzione in questo momento, è la connessione tra l’attentato terroristico in Sinai del 5 agosto, e la decisione di Morsi di frustare i militari. Il punto è se ci sia una connessione.

Una sceneggiatura hollywoodiana
In effetti, Washington ha rapidamente fatto seguito all’attacco terroristico del Sinai, offrendo ai militari egiziani un pacchetto di assistenza. Non prima che l’attacco terroristico avesse luogo, Israele si era anch’esso subito presentato come il miglior alleato che l’Egitto potrebbe mai pensare di avere in questi tempi pericolosi. Tuttavia, i Fratelli musulmani hanno volutamente ritenuto il Mossad israeliano responsabile della gestione dell’attacco in Sinai. Significativamente, il primo importante cambiamento di Morsi, che ha fatto seguito al misterioso attacco terroristico in Sinai del 5 agosto, è stato il licenziamento del capo dei servizi segreti, il generale Murad Muwafi, ampiamente ritenuto il singolo ‘asset strategico’ più importante degli Stati Uniti (e d’Israele) nella direzione della sicurezza egiziana.
In poche parole, i Fratelli sono diffidenti nei confronti dei tentativi degli Stati Uniti di portare il terrorismo al centro della scena del discorso egiziano, in questo frangente, quando Morsi deve ancora consolidare la sua presa sulla struttura di potere. I Fratelli sanno che se il centro si sposta sulla ‘guerra al terrorismo’, ciò inevitabilmente spingerà Cairo a ricercare la cooperazione nella sicurezza con Washington (e Tel Aviv), un’eventualità che danneggerebbe Morsi erodendone la base politica. Inoltre, ci sarebbe anche un programma che metterebbe ancor più i militari alla guida, e per molto tempo. In effetti, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti hanno spinto la questione. Il mese scorso, quando il segretario di stato statunitense Hillary Clinton e Panetta visitarono Cairo, chiesero che l’esercito egiziano agisse con fermezza contro i militanti che operano in Sinai. Washington contava sull’esercito egiziano per stringere ulteriormente i legami del paese con gli Stati Uniti, in una comune ‘guerra al terrore’ nel Sinai. Gli Stati Uniti hanno promesso maggiore assistenza nella sicurezza all’esercito egiziano.
Poco dopo la sua visita a Cairo, Clinton ha detto alla CNN: “Abbiamo degli americani nel Sinai.  Abbiamo delle preoccupazioni per la loro sicurezza. Quindi questo non riguarda solo l’Egitto e Israele, si tratta anche degli Stati Uniti e degli altri membri di questa forza multinazionale. Perciò è nell’interesse di tutti lavorare insieme per fare in modo che la sicurezza sia vigente nel Sinai”. Vale a dire, Clinton implica che la presenza dei 700 soldati statunitensi nella forza internazionale di pace nel Sinai (con il trattato di Camp David) obbligato Washington ad intervenire per garantire che il governo Morsi non si discosti dalla politica perseguita da Hosni Mubarak verso il Sinai (implicando uno stretto coordinamento e cooperazione con Israele). Insomma, era un avvertimento a malapena dissimulato riguardo la ‘linea rossa’.
Si tratta di semplice buon senso, poiché il Sinai è una terra di nessuno senza legge, dove l’intelligence israeliana è molto attiva. Non sorprende che gli attacchi del 5 agosto abbiano sollevato una serie di domande per le quali non ci sono in realtà risposte facili. Gli attacchi hanno avuto luogo subito dopo che Morsi aveva ricevuto il capo di Hamas, Khaled Mashaal, e ordinato la progressiva eliminazione delle restrizioni al valico di Rafah, una parodia del blocco israeliano di Gaza. Ovviamente, la correzione politica di Morsi su Gaza e la sua bonomia verso la leadership di Hamas, fa suonare i campanelli d’allarme a Washington e Tel Aviv. Basti dire che Washington e Tel Aviv erano sempre più ottimiste, dopo le ultime visite a Cairo di Clinton e Panetta, verso la leadership militare egiziana, su cui potrebbero contare per un proseguimento degli orientamenti della politica estera dell’era Mubarak, nei confronti di Israele. Ma gli eventi di domenica hanno spazzato via questo ottimismo.
Chiaramente, a partire da domenica, la scommessa si ferma con Morsi. La realtà della situazione attuale è tale che solo la magistratura rimane al di fuori del controllo della presidenza egiziana. Né gli USA, né Israele, hanno un indizio su cosa pensino di fare i Fratelli nel prossimo periodo.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 141 follower