La crisi ucraina accelera la ristrutturazione del mondo

Pierre Charasse Rete Voltaire Città del Messico (Messico) 29 aprile 2014

La crisi ucraina non ha cambiato radicalmente la situazione internazionale, ma ne ha precipitato gli sviluppi. La propaganda occidentale, che non è mai stata più forte, nasconde la realtà del declino occidentale alle popolazioni della NATO, ma non ha ulteriori effetti sulla realtà politica. Inesorabilmente, Russia e Cina, assistite dagli altri BRICS, occupano il loro giusto posto nelle relazioni internazionali.

Brics1La crisi ucraina ha evidenziato la dimensione della manipolazione della pubblica opinione occidentale da parte di importanti media come le reti televisive CNN, Foxnews, Euronews e molti altri, così come tutta la stampa alimentata dalle agenzie occidentali. Quanto il pubblico occidentale sia male informato è impressionante, eppure è facile accedere alla ricca informazione di ogni fonte. E’ assai preoccupante vedere quanti cittadini siano attratti da una russofobia mai vista nemmeno nei momenti peggiori della guerra fredda. L’immagine fornita dal potente apparato mediatico occidentale all’inconscio collettivo è che i russi siano “barbari” di fronte al mondo occidentale “civilizzato”. È molto importante che il discorso di Vladimir Putin del 18 marzo, dopo il referendum in Crimea, sia stato letteralmente boicottato dai media occidentali [1], in modo da fornire grande spazio alle reazioni occidentali, ovviamente tutte negative. Tuttavia, nel suo discorso Putin ha spiegato che la crisi in Ucraina non è stata innescata dalla Russia, presentando con grande razionalità la posizione russa e gli interessi politici legittimi del suo Paese nell’era post-conflitto ideologico. Umiliata dal trattamento riservatole dall’occidente dal 1989, la Russia si sveglia con Putin riprendendo la politica da grande potenza, cercando di ricostruire le linee della tradizionale forza storica della Russia zarista e dell’Unione Sovietica. La geografia controlla spesso la strategia. Dopo aver perso gran parte dei suoi “territori storici” e della sua popolazione russa e non-russa, con Putin la Russia ha impostato un grande progetto nazionale e patriottico recuperando il suo status di superpotenza, di attore “globale”, consolidando in primo luogo la sicurezza delle sue frontiere terrestri e marittime. Questo è esattamente ciò che vuole impedire l’occidente nella sua visione del mondo unipolare. Ma buon giocatore di scacchi, Putin ha anticipato diverse mosse grazie a una profonda conoscenza della storia, del mondo reale, delle aspirazioni della gran parte della popolazione dei territori precedentemente controllati dall’Unione Sovietica. Conosce perfettamente l’Unione europea, le sue divisioni e debolezze, la vera capacità militare della NATO e lo stato dell’opinione pubblica occidentale, riluttante a vedere un aumento della spesa militare in tempi di recessione economica. A differenza della Commissione europea i cui piani coincidono con quelli degli Stati Uniti rafforzando il blocco politico-economico-militare euro-atlantico, i cittadini europei in maggioranza non vogliono l’allargamento ad est dell’UE, né all’Ucraina o Georgia, o in qualsiasi altro Paese dell’ex Unione Sovietica.
Adottando e minacciando sanzioni, l’Unione europea s’è pedissequamente allineata a una Washington dimostratasi incapace di “punire” la Russia sul serio. Il suo peso effettivo non è all’altezza delle sue sempre proclamate ambizioni nel plasmare il mondo a propria immagine. Il governo russo, molto attento e reattivo, applica “risposte graduali” beffandosi delle misure punitive occidentali. Putin, freddo, si prende il lusso di annunciare che aprirà un conto presso la Banca Rossija di New York per depositarvi lo stipendio! Non ha menzionato la limitazione della fornitura di gas all’Ucraina e all’Europa occidentale, ma ognuno sa che ha questa carta nella manica, di già costringendo gli europei a pensare a una completa riorganizzazione del loro approvvigionamento energetico, cui serviranno anni per concretizzarsi. Errori e divisioni occidentali hanno messo la Russia in una posizione di forza. Putin gode di una popolarità eccezionale nel suo Paese e nelle comunità russe nei Paesi vicini, e possiamo essere sicuri che i suoi servizi d’intelligence hanno penetrato profondamente i Paesi ex-dell’Unione Sovietica fornendogli informazioni di prima mano sui rapporti di forza interni. Il suo apparato diplomatico usa forti argomenti nel rimuovere il monopolio “occidentale” dell’interpretazione del diritto internazionale, in particolare sulla spinosa questione dell’autodeterminazione. Come ci si poteva aspettare, Putin non esita a citare il precedente del Kosovo per diffamare il doppio standard dell’occidente, le sue incongruenze e il ruolo destabilizzante svolto nei Balcani. Mentre la propaganda dei media occidentali è a pieno ritmo dal referendum del 16 marzo in Crimea, le grida occidentali hanno improvvisamente ceduto di tono e al  vertice G7 dell’Aja, a margine della conferenza sulla sicurezza nucleare, non ha più minacciato di escludere la Russia dal G8 come sbandierato un paio di giorni prima, ma semplicemente ha annunciato che “non avrebbe partecipato al vertice di Sochi”. Ciò le permette di riattivare in qualsiasi momento il forum privilegiato per il dialogo con la Russia, fondato nel 1994 su sua espressa richiesta. Prima ritirata del G7. Obama a sua volta s’è affrettato ad annunciare che non ci sarà alcun intervento della NATO in aiuto dell’Ucraina, ma solo la promessa della cooperazione nella ricostruzione del potenziale militare ucraino, composto in gran parte da obsoleti equipaggiamenti sovietici. Seconda ritirata. Ci vorranno anni per mettere in piedi un esercito ucraino degno di questo nome, e ci si chiede chi pagherà considerando la situazione delle finanze del Paese. Inoltre, non sappiamo esattamente quale sia lo stato delle forze armate ucraine dopo l’invito di Mosca, con un certo successo, agli eredi ucraini dell’Armata Rossa ad unirsi all’esercito russo rispettandone i gradi. La flotta ucraina è già completamente passata sotto il controllo russo.  Infine, un’altra spettacolare sconfitta degli Stati Uniti: ci sarebbero state avanzate conversazioni segrete tra Mosca e Washington per far adottare una nuova costituzione all’Ucraina, insediando a Kiev per le elezioni del 25 maggio un governo di coalizione da cui sarebbero esclusi gli estremisti neo-nazisti, e soprattutto imponendo la neutralità all’Ucraina, la sua “finlandizzazione” (consigliata da Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski) [2], vietandone l’entrata nella NATO, ma consentendo accordi economici con l’UE e con l’Unione doganale eurasiatica (Russia, Bielorussia, Kazakistan).  Se viene concluso un tale accordo, per l’UE sarà un fatto compiuto e dovrà rassegnarsi a pagare il conto dell’accordo Russia-USA. Con tali garanzie Mosca si considererà soddisfatta dai requisiti di sicurezza, rimettendo piede nell’ex-sfera d’influenza con l’accordo di Washington, astenendosi dal fomentare il separatismo delle altre province ucraine o della Transnistria (provincia della Moldova popolata da russa) e ribadendo il suo forte rispetto dei confini europei. Il Cremlino allo stesso tempo darà una via d’uscita onorevole ad Obama. Un colpo da maestro per Putin.

Conseguenze geopolitiche della crisi ucraina
Il G7 non ha calcolato che prendendo misure per isolare la Russia, oltre al fatto di applicare a se stesso una “punizione sado-masochista” secondo Hubert Vedrine, ex-ministro degli Esteri francese,  abbia precipitato un processo già ben avviato di profonda ristrutturazione del mondo a beneficio del gruppo non-occidentale guidato da Cina e Russia intorno ai BRICS. In risposta al comunicato del G7 del 24 marzo [3], i ministri degli Esteri dei Paesi BRICS hanno espresso il loro rifiuto di tutte le misure per isolare la Russia e hanno immediatamente colto l’occasione per denunciare lo spionaggio statunitense contro i loro leader chiedendo in buona misura agli Stati Uniti di ratificare la nuova distribuzione dei diritti di voto in seno a FMI e Banca Mondiale, quale primo passo verso un “ordine mondiale più equo” [4]. Il G7 non si aspettava una risposta così rapida e virulenta dai BRICS. Questo episodio suggerisce che il G20, di cui G7 e BRICS sono i pilastri principali, potrebbe subire una grave crisi prima del prossimo vertice a Brisbane (Australia) il 15 e 16 novembre, soprattutto se il G7 continua a marginalizzare e punire la Russia. E’ quasi certo che una maggioranza nel G20 condannerà le sanzioni contro la Russia, così isolando il G7. Nella loro dichiarazione, i ministri dei Paesi BRICS hanno ritenuto che decidere che ne sia membro e quale sia il suo scopo dipenda dai suoi membri, messi tutti “su un piano di parità“, e che nessuno dei suoi membri “può deciderne unilateralmente natura e carattere“. I ministri hanno chiesto di risolvere l’attuale crisi nel contesto delle Nazioni Unite “con calma, competenza, rinunciando a linguaggio ostile, a sanzioni e contro-sanzioni”. Un duro colpo per il G7 e l’UE! Il G7, infilatosi in un vicolo cieco, viene avvertito di fare concessioni significative se vuole continuare ad avere una certa influenza nel G20. Inoltre, due importanti eventi sono annunciati per le prossime settimane.
Primo, Vladimir Putin si recherà in visita ufficiale in Cina a maggio. I due giganti sono in procinto di firmare un importante accordo energetico che intacca sostanzialmente il mercato globale dell’energia, sia strategicamente che finanziariamente. Le operazioni non saranno più in dollari ma nelle valute nazionali dei due Paesi. Riguardo la Cina, la Russia non avrà alcun problema a venderle la propria produzione di gas nel caso l’Europa occidentale decida di cambiare fornitore. E nello stesso evento Cina e Russia potrebbero firmare un accordo di partnership industriale per la produzione di 25 caccia Sukhoj, altamente simbolico. Dall’altra parte, durante il vertice dei Paesi BRICS in Brasile a luglio, la Banca di sviluppo del gruppo, annunciata nel 2012, potrebbe prendere forma e offrire un’alternativa a FMI e Banca mondiale, sempre riluttanti a cambiare le loro regole operative, dando più peso alle economie emergenti e alle loro valute rispetto al dollaro. Infine, vi è un aspetto importante del rapporto tra Russia e NATO poco commentato dai media, ma molto rivelatore dello stato di dipendenza dell'”occidente” quando ritirerà le sue truppe dall’Afghanistan. Dal 2002, la Russia ha accettato di cooperare con i Paesi occidentali nella logistica per le truppe nel teatro afgano. Su richiesta della NATO, Mosca ha autorizzato il transito di materiale non letale per l’ISAF (International Security Assistance Force), via aerea o terrestre tra Dushanbe (Tagikistan), Uzbekistan ed Estonia, attraverso la piattaforma multimodale di Uljanovsk in Siberia. Si tratta niente di meno di trasmettere i rifornimenti di migliaia di uomini che operano in Afghanistan, tra cui tonnellate di birra, vino, torte, hamburger, lattuga fresca, il tutto trasportato da aerei civili russi dato che le forze occidentali non dispongono di mezzi aerei sufficienti per supportare un dispiegamento militare di tale portata. L’accordo NATO-Russia dell’ottobre 2012 estende la cooperazione all’installazione di una base aerea russa in Afghanistan, con 40 elicotteri, in cui il personale afghano viene addestrato nella lotta antidroga a cui gli occidentali hanno rinunciato. La Russia ha rifiutato di consentire il transito nel suo territorio di attrezzature pesanti, ponendo un serio problema alla NATO al momento del ritiro delle sue truppe. Infatti non possono passare da Kabul a Karachi via terra, a causa degli attacchi ai convogli da parte dei taliban. Essendo impossibile la via del Nord (Russia), le attrezzature pesanti sono state portate da Kabul agli Emirati Arabi Uniti e poi spedite ai porti europei, quadruplicando il costo della ritirata. Per il governo russo l’intervento della NATO in Afghanistan è stato un fallimento, ma il suo ritiro “precipitoso” prima della fine del 2014, aumenterà il caos e comprometterà la sicurezza della Russia, causando una recrudescenza del terrorismo.
La Russia ha anche importanti accordi con l’occidente negli armamenti. Il più importante è probabilmente quello firmato con la Francia per la produzione nei rispettivi arsenali di due portaelicotteri francesi da 1,3 miliardi di dollari [5]. Se il contratto viene annullato per le sanzioni, la Francia dovrà restituire gli importi già versati più le sanzioni contrattuali e rimuovere migliaia di posti di lavoro. La cosa peggiore è probabilmente la perdita di fiducia sul mercato degli armamenti francesi, come rilevato dal Ministero della Difesa russo. Non dimentichiamo che senza l’intervento della Russia, i Paesi occidentali non sarebbero mai stati in grado di raggiungere un accordo con l’Iran sulla non-proliferazione nucleare, o con la Siria sul disarmo chimico. Questi sono fatti che i media occidentali tacciono. La realtà è che a causa della sua arroganza, ignoranza della storia e goffaggine, il blocco occidentale precipita nella decostruzione sistemica dell’ordine mondiale unipolare offrendo a Russia e Cina, sostenute da India, Brasile, Sud Africa e molti altri Paesi, la “l’ opportunità” di rafforzare l’unità del blocco alternativo. L’evoluzione è in corso, lentamente e gradualmente (nessuno vuole dare un calcio al formicaio destabilizzando improvvisamente il sistema globale), ma ad un tratto tutto va più veloce e l’interdipendenza cambia le regole del gioco. Al G20 a Brisbane sarà interessante vedere cosa farà il Messico, dopo i vertici del G7 a Bruxelles a giugno e dei BRICS in Brasile a luglio. La situazione è molto fluida e si evolverà rapidamente, richiedendo grande flessibilità diplomatica. Se il G7 persiste nella sua intenzione di emarginare o escludere la Russia, il G20 potrebbe disintegrarsi. Il Messico, catturato nelle reti del TLCAN e del futuro TPP, deve scegliere tra il Titanic occidentale che affonda o adottare una linea indipendente seguendo i suoi interessi di potenza regionale dalle ambizioni globali, avvicinandosi ai BRICS.

BRICS-ToonNote
[1] “Discours de Vladimir Poutine sur l’adhésion de la Crimée“, Vladimir Poutine, Réseau Voltaire, 18 marzo 2014.
[2] “Henry Kissinger propone di finlandizzare l’Ucraina“, Réseau Voltaire, 8 marzo 2014.
[3] “Déclaration du G7 sur la Russie“, Réseau Voltaire, 24 marzo 2014.
[4] “Conclusions of the BRICS Foreign Ministers Meeting”, Voltaire Network, 24 March 2014.
[5] “La Francia non venderà armi alla Russia?“, Réseau Voltaire, 20 mars 2014.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Da Mladic a Gheddafi: La Geopolitica sopprime la legittimità dei leader nazionali

Pjotr Iskenderov Strategic Culture 01/06/2011
 
L’arresto in Serbia, dell’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco, il leggendario Gen. R. Mladic, e la dichiarazione sull’illegittimità del governo di Gheddafi in Libia, rilasciata collettivamente in occasione del vertice G8 di Deauville, si combinano perfettamente all’interno dello stesso paradigma: in un mondo unipolare, fin quando continua ad esistere, i leader dei paesi al di fuori della cerchia superiore, non hanno diritto a politiche indipendenti…
Era chiaro fin dall’inizio che la coalizione del governo serbo filo-occidentale con il presidente B. Tadic al timone, avrebbe consegnato Mladic al TPI, sacrificando così gli interessi e l’orgoglio nazionali all’Occidente. L’arresto e l’estradizione di R. Karadzic, ex presidente della repubblica serba di Bosnia, e l’occulta deriva di Belgrado verso una riconciliazione de facto sul Kosovo, hanno ucciso qualsiasi illusione che l’amministrazione serba potesse sfidare la pressione dell’Occidente su una qualsiasi seria questione. Come gesto eloquente, la squadra di Tadic, in gran parte addestrata da  guru delle PR pro-occidentali alla fine degli anni ’90, hanno sincronizzato l’arresto di Mladic con l’apertura del vertice del G8 e il tour in Serbia delle delegazioni dell’UE guidate da due dignitari Bruxelles: il Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, e dall’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton. Se il piano era quello di impressionare, il tentativo deve essere ritenuto un successo: quasi contemporaneamente, il presidente francese N. Sarkozy si felicitava della notizia a Deauville e Barroso, appena rientrato da Belgrado, riconosceva l’accoglimento dell’UE come un “messaggio positivo” dalla Serbia.
Eppure, i balletti sull’arresto e l’estradizione a L’Aia di Mladic, non significano che l’invito della Serbia all’UE sia in marcia. Sarkozy, Barroso e Ashton hanno lodato la mossa del paese, un altro passo – uno dei non pochi fatti, verso il raggiungimento dell’obiettivo. Le stime sul tempo necessario alla Serbia per convergere verso l’adesione all’UE è di 6-7 anni, durante i quali il paese dovrà rispondere a tutta una serie di pretese. La lista dei desideri dell’occidente comprende l’arresto e l’estradizione dell’ex leader dei serbi di Croazia Goran Hadzic, il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e l’adeguamento della statualità della Serbia intesa a rafforzare le autonomie regionali, fino al punto di trasformare il paese in un conglomerato di territori vagamente collegati. La pressione sulla Serbia sul tema del Kosovo, è probabilmente in cima all’agenda UE dei Balcani nel prossimo futuro, ma in generale, lo spettro dei requisiti dell’UE che Belgrado dovrà affrontare, si amplierà all’infinito.
Data la sua condizione attuale, l’UE ovviamente ha problemi più pressanti da affrontare che non accogliere la Serbia. L’Occidente ha bisogno della Serbia solo come stato canaglia perpetuo, la cui stessa esistenza aiuta a giustificare l’intervento NATO nella crisi jugoslava negli anni ’90, i bombardamenti spietati del paese nel 1999, il sostegno convinto per la causa del separatismo del Kosovo, e la presenza militare di NATO, USA e UE nei Balcani strategici. Le forze politiche filo-occidentali della Serbia rendono il gioco più facile per l’Occidente, ma non importa a quali concessioni costringano a fare il paese – non l’aiuteranno ad acquisire uno status paragonabile a quelle degli altri aspiranti all’UE. Di conseguenza, le possibilità della Serbia di essere ammessa all’Unione europea – con Mladic lontano o venduto, con o senza Tadic – sono inesistenti.
Invece, ciò che colpisce l’estradizione all’Aia di figure chiave serbe ricercate  dal tribunale è la situazione nei paesi ingaggiati come la Libia e la Siria. Ad esempio, l’arresto di Mladic che l’Occidente aveva accettato come partner negoziale legittimo, quando si stipulò l’accordo di Dayton del 1995, legittima ulteriormente che lo status di un qualsiasi leader di un paese sovrano dipenda dalle dinamiche geopolitiche, piuttosto che dalla scelta politica della relativa nazione. Mosca dovrebbe essere consapevole di quanto sopra, ora che si sta offrendo all’Occidente di mediare nel conflitto con la Libia.
Il giorno dopo l’arresto di Mladic, il G8 ha confermato in coro, l’opinione che Gheddafi sia illegittimo quale leader della Libia. La dichiarazione del vertice, inoltre, ha messo in discussione la legittimità dell’intera amministrazione della Libia. Al tempo stesso, i partner della Russia al vertice, si sono assicurati il consenso di Mosca nella mediazione nella colonia libica. La mediazione in una trattativa con un leader di un paese, a priori dichiarato illegittimo, è una missione senza precedenti nella storia della diplomazia.  Neanche le storie dei negoziati sulla Bosnia e il Kosovo, non hanno dovuto dispiegarsi in un quadro così assurdo.
Mladic e Karadzic, entrambi molto popolari nella Repubblica serba di Bosnia, hanno contribuito alla firma degli accordi di Dayton. Nel 1999, S. Milosevic aveva dato importanti garanzie – sigillate dalla Russia – che la missione di pace in Kosovo si sarebbe svolta sotto la bandiera dell’ONU e che, contrariamente ai desideri della NATO, le forze internazionali di stanza in Kosovo non sarebbero state autorizzate a muoversi nel resto della Jugoslavia. Nessuna delle principali potenze del mondo, né la NATO, ufficialmente misero il cambio di regime a Belgrado all’ordine del giorno, quando venne sottoscritto l’accordo tecnico-militare tra Jugoslavia e la NATO del 9 giugno 1999, o fu approvato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU della risoluzione 1244, o venne schierata la KFOR. Tuttavia, le accuse sul Kosovo avanzate contro Milosevic – sorprendentemente simili a quelle attualmente sollevate contro Gheddafi – sono diventate la base per le accuse infine prodotte all’Aia. Non venne notato che nessun documento ufficiale recava l’idea che tali accuse potessero, in qualche modo, corrodere la legittimità di Milosevic.
In altre parole, al momento Gheddafi non può aspettarsi di avere dalla NATO o dalla Russia neanche le garanzie come quelle che Milosevic ha ricevuto nel pacchetto che pose fine agli attacchi aerei su Belgrado. A differenza di Karadzic e Mladic in Bosnia-Erzegovina, non avrà un ruolo nella ricomposizione in Libia. Tra le altre cose, quanto sopra significa che negli ultimi dieci anni gli architetti occidentali del nuovo ordine mondiale, hanno acquisito la capacità di attuare i propri piani riguardanti le crisi in varie parti del globo, senza il sostegno della Russia o pretendendo che li sostenga. Ad oggi, a Mosca, nel caso della Libia – si suppone semplicemente di appoggiare i piani di Washington e di Bruxelles in cui meccanismi di negoziazione praticabili non sono neanche menzionati. Nel 1999, il Boston Globe ha scritto che, in modo sorprendente, che la vittoria in crisi come quella del Kosovo, basandosi unicamente sui raid aerei, era possibile. In questi giorni, è comune vedere nella NATO, e nell’elenco dei leader dei paesi – quelli che vanno dalla Siria e Iran al Pakistan e alla Corea del Nord – la cui legittimità può essere annullata con una mossa sola di pochi candidati. In effetti, ce n’è abbastanza per gestire un paese per ogni vertice del G8…

È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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