Perché Washington protegge i Fratelli musulmani?

Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 31.12.2013

untitled2L’attentato del 24 dicembre 2013 contro una stazione di polizia nella città egiziana di Mansura, ha lasciato 14 morti e oltre 200 feriti. Il primo ministro egiziano Hazim al-Bablawi non ha semplicemente attribuito l’attentato ai Fratelli musulmani, gli ha anche definiti organizzazione terroristica. Tale passo è stato immediatamente seguito da una conversazione telefonica tra il segretario di Stato statunitense e il ministro degli Esteri egiziano, voluta dal primo. John Kerry ha detto al suo omologo Nabil Fahmy che Washington è “seriamente preoccupata” per la definizione dei Fratelli musulmani quale organizzazione terroristica. Ma chi erano i “Fratelli musulmani” in primo luogo? Oggi i Fratelli musulmani operano nella stragrande maggioranza dei Paesi musulmani, tra cui Arabia Saudita, Quwayt, Sudan, Siria, Tunisia, Qatar, Giordania, Bahrain, Emirati Arabi Uniti (gli “uffici” negli ultimi quattro Paesi sono quelli più radicali) insieme a una serie di “uffici di rappresentanza” del mondo occidentale: Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia e Stati Uniti. I “Fratelli musulmani” (Jamat al-Iqwan al-Muslimin), sono un’associazione  religioso-politica internazionale fondata in Egitto alla fine degli anni ’20. L’associazione ha l’obiettivo di islamizzare la società e creare uno Stato islamico. Questa organizzazione riunisce i caratteri di ordini sufi, moderni partiti politici e gruppi armati organizzati. La struttura di tale associazione iniziò a penetrare nei processi politici che si svolgevano nel mondo arabo e altrove. A un certo punto è emerso un nucleo radicale guidato da Sayid Qutb. Poi, nella seconda metà degli anni ’40 la confraternita divenne un’organizzazione estremista che ricorse al terrorismo nella grave lotta per l’influenza. Per tutto gli anni ’50 il gruppo compì assassini politici e nel 1954 attentò per tre volte alla vita del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. A poco a poco, una serie di “gruppi segreti” iniziò a formarsi nelle associazioni nazionali dei Fratelli musulmani in Egitto, Siria, ecc. L’uso di misure estreme sembrò la scelta dei Fratelli musulmani che scatenò la persecuzione di tale organizzazione in numerosi Paesi. Ciò comportò l’introduzione di elementi da “società segreta” nella Fratellanza musulmana e di un sistema di dura subordinazione lineare. L’unità di base della Fratellanza musulmana è una “famiglia” di 5-10 membri che si chiamano “fratelli” e sono governati da un leader, un “grande fratello”. Un certo numero di unità forma una “grande famiglia”, guidata da un “padre”. Il “grande concilio dei padri” elegge lo “sceicco”.
Nel settembre 1981, ex-membri dei Fratelli musulmani egiziani uccisero Anwar al-Sadat. Nello stesso periodo i Fratelli musulmani sostennero attivamente i gruppi islamisti inviando propri  reclutatori per trovare nuove reclute da poter spedire in Afghanistan e in altri Paesi. Dalla metà degli anni ’90, la “Fratellanza musulmana” compì una serie attentati contro il presidente egiziano Hosni Mubaraq, fu responsabile di una serie di attentati terroristici contro i turisti e combatterono anche al fianco dei ribelli in Cecenia e Daghestan. Nel 2003, la “Fratellanza musulmana” svolse un ruolo importante nella destabilizzazione del Caucaso. Nel settembre di quest’anno hanno “finanziato” diversi gruppi ribelli con 3 milioni di dollari, per boicottare le elezioni presidenziali in Cecenia e sabotarne la stabilità. Il 28 giugno 2005 il leader della “Fratellanza musulmana” chiese alla popolazione irachena di allinearsi con i palestinesi e il mondo musulmano dichiarando guerra a Stati Uniti e Israele. Nel 2011, i “Fratelli musulmani” rivendicarono il doppio attentato terroristico a Damasco del 23 dicembre. Ai primi di dicembre 2012, come riportato da al-Jazeera, il leader di al-Qaida ebbe un incontro segreto con i rappresentanti dei Fratelli musulmani. L’incontro avvenne nella città pakistana di Peshawar, dove ha sede al-Qaida. In tale riunione la Guida suprema della “Fratellanza musulmana” Muhammad Badie e il capo di al-Qaida Ayman al-Zawahiri firmarono un patto storico che ingiunge alle due organizzazioni di fondersi. Si deve notare che non fu il primo incontro tra Badie e al-Zawahiri, essendosi incontrati spesso a Cairo dopo le elezioni di Muhammad Mursi.
A quanto pare, anche queste briciole d’informazione mostrano che quasi sempre i “Fratelli musulmani” si sono opposti ai regimi al potere, anche se ciò significava l’uso della violenza e del terrorismo. Non c’è da meravigliarsi che la “Fratellanza musulmana” sia stata riconosciuta gruppo terroristico nella Federazione russa, Tagikistan e Uzbekistan. Nel frattempo, Stati Uniti ed alcuni Paesi europei (ad esempio il Regno Unito), ritengono che i “Fratelli musulmani” non siano coinvolti in attività terroristiche e che quindi il gruppo sia assolutamente legale. Inoltre, la “Fratellanza musulmana” è stata ampiamente utilizzata dai servizi segreti di alcuni Paesi occidentali. Ad esempio, l’intelligence inglese mostrò interesse per tale organizzazione fin da quando la “Fratellanza musulmana” fu creata, in quanto permise al Regno Unito di controllare le colonie e di contestare la crescente influenza tedesca in Egitto. Riguardo gli Stati Uniti, è curioso notare che dopo l’11 settembre, la “Fratellanza musulmana” fu accusata di favoreggiamento dei terroristi. Ciò, tuttavia, non ha impedito alle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti di utilizzare i “Fratelli musulmani” per attuare i propri piani sul Medio Oriente e il Nord Africa. Basti semplicemente ricordare gli eventi rivoluzionari della “Primavera araba”. Questi fatti furono svelati da una serie di indagini dei media. In particolare, nel 2012 il quotidiano libanese al-Diyar chiaramente sottolineò che, secondo un piano redatto nel novembre 2011, la “Fratellanza musulmana” aveva firmato un accordo con la CIA. Secondo questo accordo, la “Fratellanza musulmana” s’impegnava a prendere parte attiva nella distruzione di “al-Qaida” in cambio del controllo congiunto su tutto il Medio Oriente. Questo “accordo”, o chiamiamolo “cooperazione pragmatica” tra i “Fratelli Musulmani” e l’amministrazione della Casa Bianca, fu confermato da numerosi dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks.
Ciò che sorprende della reazione critica di Washington, sono le parole espresse il 26 dicembre 2013. Gli Stati Uniti fingono di combattere i gruppi terroristici nel mondo quando, in realtà, collaborano con essi da anni.

Vladimir Odintsov, commentatore politico e collaboratore speciale della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia – Egitto: la prima volta nella storia

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 19/11/2013

NasserIl 13 novembre il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il ministro della Difesa Sergej Shojgu sono arrivati a Cairo per due giorni di colloqui con il presidente ad interim dell’Egitto Adli Mansur e i loro omologhi egiziani, il ministro della Difesa Abdel Fatah al-Sisi e il ministro degli Esteri Nabil Fahmy. Il formato “2 + 2” è un fenomeno nuovo nelle relazioni russo-egiziane. Il vertice ha portato ad accordi sull’espansione della cooperazione economica, politica, militare e culturale. Un accordo sulle armi è la questione all’ordine del giorno. Il pacchetto sarà pari a 2 miliardi di dollari US includendo caccia MiG-29, sistemi di difesa aerea, sistemi anticarro Kornet ed elicotteri da combattimento… Secondo fonti israeliane, qualche tempo prima dell’evento una delegazione militare russa era giunta in Egitto per affrontare il problema dell’aggiornamento delle strutture portuali per le navi della marina russa. Allo stesso tempo, due navi da guerra russe si sono ancorate in Egitto per una visita amichevole. L’Egitto ha avviato dei mutamenti nella sua politica estera, con il riavvicinamento alla Russia dopo che l’ex presidente Mursi è stato spodestato nel luglio 2013. Alleato ai Fratelli musulmani, aveva sbloccato la politica d’islamizzazione della vita pubblica dell’Egitto. Con il suo appoggio si formarono unità della milizia islamica per scontrarsi con la sinistra e i partiti democratici. I radicali islamici attaccarono i luoghi santi cristiani. Mursi recise i rapporti con la Siria e incoraggiò gli islamisti ad unirsi alle formazioni armate antigovernative siriane. Aderì alla politica estera filo-USA, a sua volta gli Stati Uniti supportarono l’Islam politico in Egitto.
Il rovesciamento di Mursi è la logica conseguenza del malcontento e delle protesta manifestata da numerosi egiziani contro le politiche particolaristiche dei Fratelli musulmani, che non riuscirono a diventare una forza unificante la società egiziana. Guidati dal ministro della Difesa Abdel Fatah al-Sisi, i militari rovesciarono Mursi. Aderendo alla volontà del popolo, più di 20 milioni di firme furono raccolte per chiedere le dimissioni del presidente, al momento. Il cambio di potere fu sostenuto da Corte Costituzionale, Mufti dell’Egitto, leadership di al-Azhar (l’università  musulmana più rispettata) e Patriarcato copto. La sconfitta fu una debacle dell’intera politica statunitense in Medio Oriente. Naturalmente, Washington definisce gli eventi in Egitto un “colpo di Stato” militare ed ha esercitato pressioni sulla nuova leadership egiziana. Gli Stati Uniti hanno sospeso i rifornimenti di armi e gli annuali aiuti economici. Il governo appena installatosi in Egitto fa sapere che non cederà alle pressioni statunitensi. Cairo ha scelto il riavvicinamento con la Russia in alternativa. Non si tratta di merce di scambio nel contesto del raffreddamento delle relazioni USA-Egitto. Riflette il fatto che le forze che sostengono l’ideologia e i valori propugnati da Giamal Abdel Nasser sono tornati a dominare la politica del Paese. Un blocco politico si forma con il partito nasseriano, il Partito del fronte democratico, al-Qarama (Partito della dignità), ecc.
Giamal Abdel Nasser nel 1952 guidò il rovesciamento della monarchia. Fu il presidente dell’Egitto nel 1956-1970. Nasser è noto quale personaggio politico eccezionale del suo tempo e attore influente sulla scena internazionale. La sua piattaforma politica antimperialista si ispirava al nazionalismo con elementi di socialismo e Islam. Durante la sua permanenza in Egitto, ottenne risultati impressionanti nello sviluppo sociale ed economico, diventano leader riconosciuto del mondo arabo e del movimento dei non allineati, godendo di una buona visibilità negli affari internazionali, in quei giorni. Nell’era Nasser la cooperazione tra l’Egitto e l’Unione Sovietica  raggiunse il picco in tutti i campi. Migliaia di specialisti egiziani si laurearono nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nuove industrie furono create da zero con l’aiuto sovietico. Gli esempi più vividi della cooperazione bilaterale di quei giorni fu la costruzione della diga di Assuan. L’URSS sostenne l’Egitto nei giorni dell’aggressione anglo-franco-israeliana del 1956. Solo un avvertimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu sufficiente a porre fine all’aggressione e a fare ritirare gli invasori dal suolo egiziano. Questo periodo della storia è ben ricordato oggi in Egitto. Fu ancora una volta confermato, durante la visita di novembre in Russia dalla delegazione egiziana del leader del Partito nasseriano Ahmed Hassan, del capo del Partito del movimento nazionale egiziano Yahya al-Qadri e di Qamadi al-Fahrani a capo del Fronte democratico.
Molti egiziani vedono nel ministro della Difesa Generale Abdel Fatah al-Sisi il successore di Nasser. Non c’è dubbio che gli diano fiducia per aver liberato l’Egitto dal dominio islamista e rovesciato Mursi questo luglio. Non fu un caso che al-Sisi abbia scelto il 23 luglio, data della rivoluzione egiziana guidata da Nasser, per un discorso dedicato ai cambiamenti del potere nel Paese. I membri della delegazione egiziana che aveva recentemente visitato Mosca, mi dissero che molto spesso i sostenitori di al-Sisi scendono in piazza recando insieme i ritratti del Generale al-Sisi, di Nasser e del presidente russo Putin. Ciò simboleggia la realtà. Il successo dell’iniziativa russa sulle armi chimiche della Siria e la sua crescente presenza ai colloqui sul programma nucleare iraniano, sono segnali del ritorno in Medio Oriente della Russia come grande potenza…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e Israele: di nuovo in sella contro la Siria

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 09.07.2013

9014Gli osservatori della politica mediorientale hanno spesso detto che le alleanze regionali mutano  velocemente come le sabbie del deserto. E nulla sostanzia questa metafora quanto il rapporto tra Israele e Turchia, che andava dal caldo al freddo polare ad un attuale tiepido ‘matrimonio di convenienza’. I due amici di una volta ora collaborano in una difficile alleanza per rovesciare il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Per molti aspetti, il rinnovo dell’alleanza Ankara-TelAviv non dovrebbe essere una grande shock. Dopo tutto, il premier turco Recep Tayyip Erdogan del filo-islamista Giustizia e Sviluppo (AKP), è tutt’uno con i wahabiti di Arabia Saudita e Qatar quando si tratta della Siria. L’ascesa dell’AKP in Turchia a spese del secolare Partito del Popolo Repubblicano (CHP) che supporta la dottrina del califfato anti-musulmano del fondatore della Turchia moderna, Kemal Ataturk, ha portato all’alleanza di fatto tra Ankara e i regimi fondamentalisti radicali dei salafiti di Riyadh e della Fratellanza musulmana di Doha.
I problemi del presidente egiziano Muhammad Mursi con l’esercito egiziano sono sorti quando Mursi ha cominciato a radunare radicali salafiti e Fratelli musulmani, tra cui elementi di al-Qaida, per la causa jihadista in Siria. La causa comune di Mursi con i jihadisti che combattono in Siria ha attraversato la linea sulla sabbia degli ufficiali egiziani, che ricordano i giorni di gloria del panarabo socialista secolare Gamal Abdel Nasser e della Repubblica Araba Unita con la Siria. La mossa dell’esercito egiziano contro Mursi e il partito Libertà e Giustizia dominato dalla Fratellanza musulmana, modellato sull’AKP della Turchia, ha fatto venire i brividi a Erdogan. Il Primo ministro turco è ben consapevole del fatto che un precedente governo filo-islamista di Ankara, del partito Refah, fu estromesso dai militari laici turchi con un colpo di Stato costituzionale, nel 1997. Dopo il giro di vite sulle proteste di Erdogan, innescate dal suo desiderio di ristabilire una caserma di epoca ottomana in un famoso parco d’Istanbul, i militari turchi guardano con attenzione la reazione dell’opinione pubblica. Nonostante la popolarità di Erdogan sia rimasta forte nell’entroterra della Turchia, i laicisti dell’opposizione sono stati incoraggiati dalle grandi folle di manifestanti scese nelle piazze di Istanbul, Ankara, Antalya e di altre città. Non ci vorrebbe molto ai generali turchi mostrare la porta all’islamista Erdogan, come i generali egiziani che hanno detto a Mursi di dimettersi.
Erdogan rompe il ghiaccio con gli israeliani, dopo che le relazioni si erano raffreddate a temperature sottozero dopo l’attacco israeliano alla nave turca per gli aiuti a Gaza Mavi Marmara, in cui nove passeggeri, tra cui un cittadino turco-statunitense, furono uccisi; ed ha aperto un nuovo capitolo della saga politica del Medio Oriente post-’Primavera araba’. Una delegazione turca è stata inviata in Israele per discutere le richieste di risarcimento delle vittime dell’attacco alla Mavi Marmara.  Anche se il governo Erdogan ha insistito che la delegazione fosse in Israele solo per discutere delle compensazioni, gli osservatori ritengono che l’oggetto delle discussioni turco-israeliane comprendesse anche l’adozione di una strategia comune per cacciare Assad. E’ chiaro che non  soltanto l’intervento del presidente Barack Obama ha incoraggiato Erdogan e il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ad iniziare a parlarsi di nuovo, ma la lunga alleanza segreta e sostanziale tra Israele, i sauditi e il Qatar, ha convinto Ankara che dovrebbe cooperare con Israele per rovesciare Assad a Damasco. Turchia e Israele collaborano strettamente nella propaganda contro la Siria. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha condannato il leader del CHP turco Kemal Kilicdaroglu per aver suggerito che i ribelli siriani hanno utilizzato armi chimiche in Siria per un’operazione ‘falsa bandiera’ da attribuire alle forze di Assad. Gli israeliani, naturalmente, sono maestri nelle campagne di raggiri, tra cui il lancio di attentati terroristici falsa bandiera per far avanzare la loro agenda. Kilicadroglu, come Assad, è un alawita, membro di una setta legata alla minoranza islamica sciita, considerata eretica dai sunniti di tutti i colori, tra cui Erdogan; il nuovo emiro dei Fratelli musulmani del Qatar sheikh Tamim bin Hamad al-Thani e la dirigenza dell’esercito libero siriano armato dagli USA.
Obama, che ha mediato i rinnovati colloqui tra Turchia e Israele, non è un giocatore inattivo nell’alleanza appena restaurata tra Ankara e TelAviv sulla Siria. L’ex consigliere di Obama per la sicurezza nazionale e attuale direttore della CIA, John O. Brennan, avrebbe visitato la Mecca, mentre era il capo della stazione CIA a Riyadh ed è un ammiratore servile del regime saudita e dei suoi orpelli wahabiti; lavora dietro le quinte per coordinare l’assistenza di Stati Uniti, Turchia e Israele ai ribelli siriani. I ribelli sono costituiti principalmente da veterani jihadisti delle guerriglie in Libia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Cecenia e Yemen, e molti hanno il sangue dei soldati statunitensi  e dei civili libici, africani, afgani, pakistani e russi sulle loro mani. Israele sarà lieto di occuparsi di tali elementi di al-Qaida, al fine di schiacciare Hezbollah libanese che ha radunato le sue forze per difendere Assad e le popolazioni cristiane, sciite e alawite in Siria. Solo nelle mobili sabbie del Medio Oriente lo Stato ebraico, di destra e militarista, potrebbe fare causa comune con i jihadisti wahabiti e salafiti sostenuti da USA, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, attaccando e massacrando sciiti, alawiti e cristiani siriani al fine di avvertire il governo dell’Iran sciita. Nel frattempo, le azioni di Israele vengono applaudite dai fondamentalisti cristiani, i noti ‘cristiano-sionisti’ che difendono le guerre di aggressione statunitensi contro i popoli musulmani, mentre sostengono una politica da taliban che colpisce le donne, l’istruzione pubblica, la separazione Stato-Chiesa e la libertà di espressione negli USA.
Il Sunday Times di Londra ha riferito che un anonimo funzionario israeliano ha detto al quotidiano che l’obiettivo a lungo termine di Washington e Tel Aviv è la creazione di un blocco sunnita in Medio Oriente composto da Turchia, Arabia Saudita, Qatar e uno Stato islamico sunnita in Siria, che avrebbe Israele quale membro de facto. Il governo a guida sciita dell’Iraq verrebbe controllato dal nord curdo autonomo che aderirebbe al blocco sunnita, in quanto i rapporti tra la regione curda autonoma dell’Iraq e la Turchia sono relativamente buoni. Le azioni dell’amministrazione Obama, che ha deciso per la prima volta nella storia statunitense di schierarsi in una guerra di religione tra sunniti e sciiti, puntano alla creazione di una nuova versione della vecchia Central Treaty Organization (CENTO) della Guerra Fredda… Gli Stati Uniti erano solo un osservatore della CENTO, il suo principale membro occidentale era la Gran Bretagna. Si può prevedere che gli Stati Uniti, come Israele, saranno membri osservatori del nuovo blocco sunnita mediorientale, ma con maggiore influenza di quanto il loro status di osservatore suggerirebbe. Mentre la CENTO era un luogo d’incontro dei funzionari del governo laicista/kemalista della Turchia, del governo dello Scià dell’Iran, dei ministri anglofili del governo del Regno dell’Iraq e del governo del Pakistan, il nuovo blocco sunnita sarà composto da Fratelli musulmani, salafiti, wahhabiti e anche elementi di al-Qaida che collaborando tutti mano nella mano con statunitensi, turchi e israeliani guideranno il Medio Oriente arabo verso un nuovo 13° secolo. E’ dubbio che il Regno hashemita di Giordania possa sopravvivere a una tale blocco. La Libia, sempre più sotto il controllo dei salafiti, probabilmente si unirà diffondendo il salafismo in tutto il Nord Africa e la regione del Sahel.  Ancora più importante è il ruolo che i turchi giocano nel promuovere il radicalismo sunnita nel Caucaso, nel bacino del Volga, nelle steppe dell’Asia centrale e in Cina occidentale.
Il blocco emergente intorno la rinnovata alleanza Ankara-TelAviv predice un possibile disastro per i popoli di Medio Oriente, Africa, Europa, Asia Centrale ed Orientale.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In Egitto sostenete il colpo di Stato militare?

Thierry Meyssan  Rete Voltaire 8 luglio 2013

Thierry Meyssan risponde ai nostri lettori preoccupati per il suo sostegno al colpo di Stato militare in Egitto. Per lui, il golpe non ha messo fine alla democrazia, ma alla presa del potere da parte della setta dei Fratelli musulmani. Il golpe è quindi legittimo, ed è sostenuto da tutti gli altri partiti politici e leader religiosi, prima di essere celebrato per le piazze. Il problema non è l’intervento dell’esercito, ma la sua capacità di seguire la rotta verso la democrazia che ha negoziato con i leader politici e religiosi.

942150La pubblicazione di ieri sulla stampa e oggi sul nostro sito web, della mia cronaca di politica internazionale sulla crisi egiziana [1], ha lasciato alcuni dei miei lettori dubbiosi, come posso “sostenere il colpo di Stato militare contro un presidente democraticamente eletto?” mi scrivono. Ma dunque, dove avete visto questo presidente costituzionale “democraticamente eletto” che agiva in “modo democratico”? Le elezioni presidenziali del 17-18 giugno 2012 sono state caratterizzate dal record della bassa affluenza alle urne, il 65% degli elettori registrati, anche se a 2 milioni di egiziani, sotto le bandiere, viene negato il diritto di voto. In definitiva, Mohamed Morsi ha ricevuto meno di 12 milioni di voti su una popolazione, nell’età del diritto di voto, di 70 milioni di persone (tra cui i militari), cioè il 17% degli adulti egiziani. Dopo 80 anni di tentati colpi di Stato e di attività terroristiche in Egitto e altrove, per la prima volta i Fratelli musulmani andavano al potere legalmente.
Certo, la Costituzione non prevede un quorum per la validità delle elezioni, per cui non sono state contestate su questo aspetto, al momento. Tuttavia, resta che solo per poter apparire “democratico”, questo presidente doveva dimostrare un notevole talento nelle consultazioni e nel raggruppare. Doveva affermarsi come il presidente di tutti gli egiziani, non solo dei 12 milioni che lo hanno eletto. Tuttavia, è ovviamente avvenuto il contrario. Mohamed Morsi, semplice cinghia di trasmissione dei Fratelli musulmani, si è affrettato ad infiltrare l’amministrazione a loro vantaggio, fino alla nomina a governatore di Luxor del capo del commando che massacrò 60 persone nel 1997.  Ha lanciato un’ondata di privatizzazioni anche verso il Canale di Suez, simbolo dell’indipendenza nazionale per la vittoria di Gamal Abdel Nasser sulla coalizione imperialista anglo-franco-israeliana. Di fronte alle proteste nazionali, il presidente Morsi s’è permesso di sviluppare un fittizio movimento per l’indipendenza del Canale, completamente finanziato dal Qatar, che sembrava il “miglior candidato” all’acquisto del suddetto canale.
Invece di cercare un compromesso con l’esercito, che insisteva nel voler restare al di fuori del controllo dei civili, e il popolo che aveva boicottato le elezioni, il presidente Morsi si è presentato come l’uomo di una setta che serve interessi stranieri. In primo luogo, ovviamente, quelli del Qatar (che ha versato 8 miliardi di dollari in un anno a suo favore) e quelli della Turchia (che ne ha assicurato la comunicazione politica) e, infine, quelli degli anglo-sassoni (Stati Stati Uniti, Regno Unito e Israele). Se il popolo ha reagito al carattere settario e anti-nazionale dei Fratelli musulmani, l’esercito si è pronunciato sulle implicazioni militari di questa politica. Dal 15 giugno, i fratelli hanno cambiato i loro proclami chiamando “infedeli” i sostenitori del presidente siriano Bashar al-Assad, gli sciiti e i cristiani, circa il 15% della popolazione egiziana. In tal modo, la Fratellanza apriva la via alla guerra civile. In una conferenza stampa tenutasi lo stesso giorno, il presidente Mohamed Morsi, che non ha alcuna autorità sulle forze armate, ha fatto appello alla “jihad” contro gli “infedeli di Damasco.” Ricordiamo qui che l’Egitto e la Siria si unirono nel 1958-1961 nell’ambito  di un singolo Stato, la Repubblica Araba Unita. Anche se questo tentativo durò solo tre anni, i legami tra i due Paesi sono intensi.
Senza attendere, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Abdel Fatah al-Sisi, sollevò l’eccezione di irricevibilità, la funzione delle forze armate è difendere i confini del Paese, non la “guerra santa” ad altri Stati musulmani. Perciò, l’esercito ha permesso lo sviluppo del movimento Tamarod (“Ribellione”), che in pochi giorni ha raccolto 15 milioni di firme contro il presidente Morsi, preparandone la sua messa sotto accusa. La proposta presidenziale di andare in guerra contro la Siria si comprende come recupero delle posizioni turche. Dall’inizio di maggio, Ankara è parzialmente fuori gioco dal conflitto. I Fratelli musulmani hanno deciso che fratello Morsi avrebbe aiutato fratello Erdogan. Quando le manifestazioni anti-Morsi avevano raggiunto un livello critico, assai superiore ai voti ottenuti da Morsi (richiamando 17 milioni di manifestanti), l’esercito è intervenuto per mettere sotto accusa il presidente. Il generale al-Sisi s’è incontrato con il segretario alla Difesa degli Stati Uniti per assicurarsi che nulla sarebbe stato fatto dagli Stati Uniti per mantenerlo al potere, dato che Morsi è un cittadino degli Stati Uniti e un agente del Pentagono (che ha accesso al segretario dalla Difesa degli Stati Uniti). Sembra sia stato assicurato che l’iniziativa anti-siriana del presidente impegnasse i Fratelli musulmani e non Washington. Per precauzione, attese le 22.00 del 3 luglio per annunciare la decisione dei militari, ossia la chiusura delle attività a Washington (il 4 luglio è festa nazionale). L’annuncio è stato fatto in televisione dal generale al-Sisi, circondato dai principali leader civili e religiosi del Paese, ad eccezione dei Fratelli.
Vorrei sottolineare che non vi era altra soluzione possibile alla crisi egiziana che l’intervento dell’esercito, come dimostrano i 33 milioni di egiziani poi scesi in piazza per festeggiare il colpo di Stato. La scelta non è tra democrazia e golpe, ma tra un colpo di Stato e la guerra civile. Mi dispiace che l’esercito egiziano abbia concordato separatamente la pace con Israele a spese del popolo palestinese. Non sostengo la sua mossa perché si rifiutava d’impegnarsi in una guerra contro la Siria, ma perché cerca di salvare l’unità del Paese e la sua pace civile. La vivacità della mia reazione è certamente il risultato della mia esperienza: ho visto i crimini commessi dai Fratelli musulmani in Libia e Siria. Inoltre, lo scopo di questa mossa non è mettere l’esercito al potere, ma d’impedire la presa del potere da parte di una setta golpista. I leader dei partiti politici, il rettore di al-Azhar e il Papa copto, che circondavano il Capo di stato maggiore durante il suo annuncio, avevano precedentemente concordato una “road map” comune, specificando il tipo di regime che seguirà e i   passi per raggiungere questo obiettivo, un passo logico in un Paese dove da 4000 anni tutti i capi di stato, tranne Morsi, sono stati dei militari.
Tutti hanno accettato di riprendere l’esperienza democratica interrotta dai Fratelli musulmani, una volta che la minaccia della guerra civile sarà superata. Anzi, è il primo dovere di un governo, sia civile che militare, evitare la guerra civile, invece di causarla. È per questo che l’esercito ha organizzato l’arresto dei 300 leader chiave della Fratellanza, salvo il suo leader supremo. Poi hanno bloccato i tunnel dall’Egitto a Gaza. Si tratta, naturalmente, di evitare che i combattenti di Hamas, che hanno aderito alla strategia della Confraternita sotto la guida di Khalid Meshaal e il denaro del Qatar, di combattere in Siria, inquadrati dal Mossad, contro altri palestinesi, di giungere in aiuto ai loro fratelli egiziani. Tuttavia, la chiusura dei tunnel colpisce il popolo palestinese, mentre tiene a bada Hamas. Inoltre, il consiglio militare ha nominato e installato un presidente civile transitorio, Adly Mansour, presidente francofilo del Consiglio costituzionale. Così, sotto la pressione degli eventi, l’esercito ha violato l’ordine costituzionale per ripristinare una parte del potere nelle mani di colui che è responsabile di garantirla.
Agendo in emergenza, il Consiglio militare credeva di poter nominare come Primo ministro Mohamed al-Baradei, che ha la fiducia di Washington. Si trattava di garantirsi la continuazione dei sussidi statunitensi all’Egitto, circa 1,39 miliardi di dollari ogni anno. A fronte dell’opposizione del partito salafita al-Nur, l’esercito, fedele alla “tabella di marcia”, ha sospeso i tempi per una nuova trattativa. Il tempo ci dirà se il consiglio militare sarà in grado di mantenere l’unità nazionale contro la minaccia dei Fratelli musulmani, o se trascinato dal rumore delle armi, imporrà un’altra dittatura.

[1] “Le sort de Morsi préfigure t-il celui des Frères musulmans?“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 8 luglio 2013.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’Egitto ha ucciso l’Islam politico

Shamus Cooke Global Research, 6 luglio 2013
MorsiProtestOpponentsAPLa rinascita della rivoluzione egiziana ha eliminato il primo governo dei Fratelli musulmani. Ma alcuni analisti miopi limitano gli eventi in Egitto al colpo di Stato dei militari. Sì, l’esercito cerca disperatamente di rimanere un’entità rilevante, data l’enorme iniziativa delle masse egiziane, ma i generali comprendono i propri limiti in questo contesto, meglio di chiunque altro. Questo non è un semplice rimescolamento ai vertici della società, ma un diluvio dal profondo. In realtà il popolo egiziano aveva già distrutto il regime Morsi (ad esempio edifici pubblici erano già stati occupati o chiusi dal popolo), motivo per cui i generali sono intervenuti, per lo stesso motivo intervennero contro Mubaraq: meglio cercare di guidare che essere guidati dal popolo. Ma le persone sono rimaste ai loro posti al vertice, non importa quale “governo di salvezza nazionale” i generali cerchino di mettere insieme per mantenere la propria legittimità agli occhi del popolo egiziano.
La legittimità politica, soprattutto in periodo rivoluzionario, la si deve guadagnare, non presumere. La legittimità rivoluzionaria deriva dall’adottare iniziative audaci per adempiere alle necessità politiche del popolo: lavoro, casa, servizi pubblici, ecc. Una “democrazia” che rappresenti solo lo strato superiore dell’Egitto, come ha fatto il governo dei Fratelli musulmani, non può emergere da una rivoluzione e rimanere, ma viene distrutto da una più alta forma di democrazia rivoluzionaria.  Il breve ed entusiasmante regno del primo governo dei Fratelli musulmani cambierà il corso della storia del Medio Oriente, il cui capitolo moderno è stato scritto, in parte, dall’avanzata della Fratellanza. I Fratelli musulmani egiziani hanno fatto al Medio Oriente un profondo favore svelando per quella che è la propria ideologia politica ed economica: politiche economiche capitalistiche filo-occidentali a favore del FMI dominato dalle grandi banche, evitando eventuali misure reali per affrontare la crisi della disoccupazione e la massiccia disuguaglianza in Egitto, nate dalle precedenti politiche di privatizzazione neoliberiste. Che cosa ne ha fatto la Fratellanza dello Stato corrotto che ha ereditato? Ha cercato di adeguarsi flirtando con l’esercito egiziano, coccolando i servizi di sicurezza e facendosi sedurre dal principale sostenitore della dittatura, gli Stati Uniti. Hanno impedito che tutti i criminali di Mubaraq affrontassero la giustizia. La politica estera della Fratellanza era la stessa di Mubaraq, favorendo Israele a spese dei palestinesi, e favorendo i ribelli siriani appoggiati dagli USA contro il governo siriano, adottando sempre più un ordine del giorno anti-Iran. Il primo finanziatore del governo dei Fratelli musulmani era la ricca petro-monarchia del Qatar (un governo fantoccio degli Stati Uniti), che ha contribuito a determinare la politica estera del governo egiziano. La Fratellanza musulmana ha seguito le stesse politiche della dittatura perché serve gli stessi interessi d’élite. Di conseguenza, l’islam politico non sarà più obiettivo di milioni di persone in tutto il Medio Oriente, che opteranno per una nuova politica che serva le reali esigenze dei popoli della regione.
L’islam politico al di fuori dell’Egitto viene rapidamente screditato in tutto il Medio Oriente. In Turchia le proteste popolari sono scoppiate, in parte, come reazione dei giovani turchi alle politiche economiche liberiste e conservatrici del governo islamista. Il popolo iraniano ha recentemente scelto il più religiosamente moderato dei candidati a rappresentarli, la cui campagna elettorale ha scatenato un movimento di massa emergente. I Fratelli musulmani siriani si sono permessi di diventare una pedina della politica estera degli Stati Uniti contro il governo siriano, partecipando a un “governo di transizione” organizzato dagli USA che avrà il potere, in teoria, dopo che i ribelli sostenuti dagli Stati Uniti distruggeranno il governo siriano. Le vittorie sul campo di battaglia del governo siriano e la nuova rivoluzione egiziana faranno ulteriormente arretrare la Fratellanza musulmana siriana. L’Islam politico era già macchiato dalle vergognose monarchie del Medio Oriente. La dittatura particolarmente corrotta e decrepita dell’Arabia Saudita ha sfruttato a fondo l’islam, dove una versione fondamentalista della sharia è riservata alle masse saudite, mentre la monarchia saudita partecipa a qualsiasi tipo di comportamento illegale o immorale. L’unica fonte di legittimità politica dell’Arabia Saudita è la sua auto-rappresentazione di “protettore dell’Islam”, dato che le città sante islamiche sono in Arabia Saudita. Ma anche l’impero ottomano, distrutto nella Prima guerra mondiale, fondava la propria legittimità sul fatto di essere il “difensore dell’Islam”, l’islam sfruttato dal potere politico e finanziario.
Certo, l’islam non è l’unica religione che viene sfruttata dalle élite. La classe dirigente d’Israele propaganda il giudaismo usandolo per legittimare le politiche espansionistiche e razziste dello Stato. Uno stato-nazione basato sulla religione, come Israele, implica che le minoranze religiose saranno trattate da cittadini di seconda classe, mentre i “più devoti”, cioè i gruppi religiosi più conservatori, avranno maggiore influenza e maggiori privilegi dallo Stato. Lo stesso vale negli Stati Uniti per il Partito Repubblicano, e sempre più per i democratici, che basa gran parte della sua legittimità su una versione fondamentalista del cristianesimo, risultato inevitabile di chi discrimina i non cristiani, anche e soprattutto i musulmani. I repubblicani sempre più istigano la loro base fondamentalista cristiana contro gli immigrati, i musulmani e gli omosessuali, consentendogli di coprire il perseguimento di una politica estera filo-aziendale e militarista.
Nel moderno Medio Oriente, l’islam politico fu allevato dalle potenze occidentali dopo la seconda guerra mondiale, che installò e supportò le monarchie in tutto il Medio Oriente per mantenere a buon mercato il petrolio e i governi al loro soldo; queste monarchie usano una versione fondamentalista dell’islam quale principale fonte di legittimazione. Questa politica di sfruttamento dell’islam fu estesa alla lotta contro la potente avanzata dei governi socialisti pan-arabi che supportavano un’economia pubblica di stampo sovietico, per primo avviato dall’ancora oggi amatissimo presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. L’ex-agente della CIA Robert Baer discute di questa dinamica filo-islamica/anti-sovietica nel suo eccellente libro, ‘Dormire con il diavolo, come Washington ha venduto la nostra anima per il greggio saudita’. Quando Paesi arabi come la Siria, l’Iraq, la Libia, la Tunisia, ecc., seguirono l’esempio dell’Egitto nel 1960 e più tardi presero provvedimenti contro le multinazionali occidentali; gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita usarono sempre di più i Fratelli musulmani e altri estremisti islamici per destabilizzare queste nazioni o orientarne la politica verso destra. Quando la Fratellanza musulmana dell’Egitto cercò di assassinare Nasser, questi usò la repressione militare e statale per distruggere l’organizzazione, i cui membri poi fuggirono in Siria e Arabia Saudita. Poi la Fratellanza tentò di assassinare il presidente siriano Hafiz al-Assad, il padre di Bashar al-Assad, che seguì l’esempio di Nasser e distrusse fisicamente l’organizzazione. La Libia di Gheddafi e la Tunisia di Bourguiba, due presidenti popolari per anni, agirono allo stesso modo aggressivo contro le aggressive tattiche reazionarie della Fratellanza,  protetta e sostenuta dall’Arabia Saudita filo-USA.
Questa politica di strumentalizzazione degli islamisti radicali contro gli Stati alleati dei sovietici si estese ulteriormente quando Stati Uniti e Arabia Saudita finanziarono, armarono e addestrarono i gruppi poi noti come al-Qaida e taliban contro il governo filo-sovietico dell’Afghanistan. Dopo questo “successo”, la stessa politica fu applicata in Jugoslavia, dove gli islamisti radicali, noti come l’Esercito di liberazione del Kosovo, furono finanziati e sostenuti da Arabia Saudita e Stati Uniti, attaccando il governo d’ispirazione sovietica della Jugoslavia. Ora, gli islamisti radicali filo-sauditi vengono usati contro il governo siriano. Con la caduta dell’Unione Sovietica, le nazioni arabe semi-socialiste che ne dipendevano commercialmente e ne avevano il sostegno, si ritrovarono economicamente e politicamente isolate, e di conseguenza diressero le loro economie verso le politiche capitaliste occidentali, per avere iniezioni di capitale (investimenti esteri) e nuove vie al commercio. Questa transizione richiese politiche neo-liberiste, specialmente dei piani di ampia privatizzazione, creando grandi disuguaglianza e disoccupazione, ed infine divenendo le principali cause economiche dei movimenti rivoluzionari ormai conosciuti come Primavera araba. Ironia della sorte, per combatterne la popolarità, questi regimi tolsero le restrizioni ai partiti islamici per allontanarne l’energia dalle richieste economiche, agendo da contrappeso alla sinistra politica. La primavera araba ha rovesciato dittature, ma non ha fornito un’alternativa politica organizzata. I Fratelli musulmani sono stati risucchiati in questo vuoto, e subito ne sono stati sputati, non essendo una valida alternativa politica per le esigenze dell’Egitto rivoluzionario e del Medio Oriente. E anche se l’esercito egiziano tiene ancora le redini del potere istituzionale in Egitto, si capisce la diffidenza verso i militari post-Mubaraq del popolo, pertanto limitandone la capacità di agire, poiché la repressione di massa potrebbe infiammare ulteriormente la rivoluzione e, eventualmente, dividere l’esercito, come accadde quando l’ex presidente Nasser, giovane ufficiale, salì al potere con un colpo di Stato di sinistra (un simile tipo di colpo di Stato fu tentato, fallendo, da Hugo Chavez prima di diventare presidente).
In definitiva, i Fratelli musulmani e altre simili organizzazioni politiche islamiche non sono una naturale espressione degli atteggiamenti religiosi del popolo del Medio Oriente, ma sono invece una creazione politica innaturale che serve una specifica agenda geopolitica, in particolare quella di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Il popolo egiziano ha ora avuto esperienza dell’Islam politico e l’ha scartato, come in una bancarella piena di offerte da cogliere al volo. Ora saranno ricercate nuove politiche basate su una diversa ideologia politico-economica, fino a quando si troverà ciò che corrisponde alle reali esigenze del popolo. Fino a quando le masse egiziane scopriranno e si organizzeranno attorno da una piattaforma utile al popolo, una serie di altri governi sarà costruita nel tentativo di mantenere l’élite egiziana, e i suoi sostenitori occidentali, al potere. Questi governi saranno altresì messi da parte fin quando s’imporrà quello che risponderà alle esigenze del popolo.
C’è il valido timore che i Fratelli musulmani scelgano di prendere le armi in Egitto, come fecero gli islamisti algerini innescando una guerra civile quando l’esercito annullò le elezioni che avevano vinto. La Fratellanza potrà dire: “Abbiamo provato le elezioni ed i risultati sono stati negativi.” Ma la rivoluzione è la massima espressione della democrazia, e solo ampliando la rivoluzione si può evitare una potenziale guerra civile tra la Fratellanza e l’esercito. La potenza di entrambi i gruppi può essere ridotta da un movimento rivoluzionario che si batta per il miglioramento delle condizioni di vita, e con richieste concrete, della maggioranza degli egiziani. I ranghi inferiori dell’esercito e dei Fratelli musulmani simpatizzano per un tale movimento, permettendo un nuovo indirizzo per il Paese. Molti rivoluzionari in Egitto hanno tratto mille lezioni politiche in pochi anni, ma non permetteranno che l’esercito usurpi facilmente il potere. La rivoluzione egiziana è la più potente rivoluzione da decenni e ha già riformato il Medio Oriente. Continuerà a farlo fin quando le esigenze del popolo saranno soddisfatte.

Shamus Cook è operatore dei servizi sociali, sindacalista e scrittore per Workers Action.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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