Gheddafi e la decolonizzazione della Libia

Gheddafi rapidamente e in modo determinato riuscì ad espellere gli imperialisti. Liberazione significa espellere gli imperialisti bianchi, non invitarli a ritornare per bombardarvi e occuparvi
Sukant Chandan Sons of Malcolm 15 ottobre 2012

Il libro di Jonathan Bearman del 1986 sulla Libia, è il migliore sull’argomento che ho trovato. Tutti gli altri libri omettono fatti importanti, come ad esempio i lavori di Robert Bruce St. John (probabilmente ‘L’autorità occidentale sulla Libia’) ripuliscono il ruolo di USA, inglesi e francesi in Libia. C’è un battibecco sui libri sulla Libia più recenti, in particolare riguardo alla caduta della Jamahirya, è un peccato che il libro di Vijay Prasad sulla Libia sia anch’esso pieno di omissioni e distorsioni su ciò che è avvenuto in Libia, in particolare nel periodo di riavvicinamento (post 1999) e dal febbraio 2011; una vergogna da parte di qualcuno che ha basato gran parte della propria carriera su un libro, generalmente buono, sulla storia del Movimento dei Paesi Non Allineati e il movimento anti-imperialista dopo la seconda guerra mondiale. Mi sforzerò di rivedere il libro di Prasad nel prossimo periodo.
Il seguente estratto dal libro di Bearman dimostra come la rivoluzione libica dell’1 settembre 1969, guidata da Muammar Gheddafi, compisse dei concreti passi nei primi mesi, e a uno-due anni dalla rivoluzione, adempiendo alla missione del più grande patriota libico, Omar al-Muqtar, espellendo i colonialisti dalla Libia. Ciò venne ottenuto dalla leadership del Consiglio del comando rivoluzionario, il corpo principale della rivoluzione con Gheddafi al suo timone, dall’ideologia  nazionalista ‘terzomondisa’/internazionalista, nazionalista panaraba e di giustizia sociale; per molti aspetti strettamente alleato e protetto dal vicino egiziano Gamal Abdel Nasser, da cui Gheddafi ridenominava le basi aeree di al-Adem e Tobruk, dopo che questo grande leader africano e arabo aveva espulso gli inglesi dalle loro basi, che per inciso, furono le prime da cui le SAS operarono.
La SAS ritornarono in Libia nel febbraio 2011, grazie a tutti quegli agenti di MI6, CIA e servizi segreti francesi che addestrarono i loro squadroni della morte, erroneamente chiamati “ribelli”, con l’aiuto e il supporto di britannici, yankee, francesi e altre potenze della NATO che hanno trasformato la Libia dallo Stato più prospero, pacifico e sviluppato dell’Africa, in uno che tortura e lincia persone di colore e patrioti, distruggendo la pace tra le tribù, sotto Gheddafi, con una folla di 400 milizie. Sappiamo tutti che le SAS cooperavano con i ribelli fin dai primi giorni della ribellione, puntando a un piano da molto tempo studiato per il cambiamento di regime. L’estratto seguente mostra come le conquiste storiche della rivoluzione di Gheddafi di al-Fatah, del  1 settembre, sono state completamente sovvertite. Speriamo che i nordafricani e i libici rivedano l’esperienza della Rivoluzione, vedano i molti vantaggi avuti dal popolo libico e dai popoli oppressi che resistono in tutto il Mondo, e perseguano la via della riconquista di tale strategia, in nuove circostanze e sfide.
Oggi la città di Bani Walid resiste affrontando l’assalto totale di questi squadroni della morte e dei loro padroni della NATO, dimostrando al Mondo come un popolo fiero si opponga a testa alta in difesa delle proprie tribù, terra, famiglie e dignità. Coloro che scelgono di giustificare ciò che sta accadendo a loro e al popolo libico sono nemici dei popoli, nemici di Omar al-Muqtar. Dio e gli antenati faranno giustizia di loro.

‘La cacciata delle basi’
La Libia di Gheddafi, Jonathan Bearman, 1986, Zed Books, pagine 76-79

Per i clienti strategici della Libia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, il discorso anti-coloniale intrapreso dalle nuove autorità ebbe un impatto immediato e devastante nell’eliminazione delle loro basi militari. Queste non erano di scarsa importanza. Le strutture militari inglesi e statunitensi in Libia aggiungevano un’ulteriore dimensione agli occidentali, alla NATO in particolare, riguardo possibili interventi nella regione. I campi di Wheelus e al-Adem non avevano rivali nell’offrire spazio per le esercitazioni militari. Mentre la RAF e l’USAF beneficiavano di condizioni quasi perfette per volare a bassa quota, usando proiettili veri, la Cirenaica concedeva ai britannici l’accesso a un terreno ideale per le grandi manovre. L’opposizione britannica e statunitense alle intenzioni dichiarate dal nuovo regime di espellere la presenza militare straniera, era prevista. Per gli Stati Uniti, in particolare, la chiusura della base Wheelus sarebbe stata una perdita strategica,  colpendone le capacità militare nella regione, in un momento in cui la presenza sovietica in Egitto stava crescendo.
La minaccia alle basi era la preoccupazione principale di Londra e Washington, dopo l’improvvisa  deposizione della monarchia. In effetti, inglesi e statunitensi, evitando un’azione precipitosa a sostegno del regime di Idris, avevano sperato di salvaguardare il futuro dei loro impianti con un nuovo accordo con le nuove autorità. Non c’era nessuna garanzia, la posizione ufficiale del RCC era chiara: nessuno dei due Paesi avrebbe avuto soddisfazione, senza ricorrere alla forza. Nonostante le smentite pro-forma del Foreign Office britannico, era noto nel mondo arabo che gli inglesi avevano un piano di emergenza per intervenire in Libia. Nell’ambito del trattato anglo-libico del 1953, un protocollo segreto prevedeva l’invasione della Libia in caso di emergenza. I dettagli del piano, nome in codice Operazione Radford, furono ottenuti dagli egiziani nel 1965 da un archivista del ministero della difesa britannico. Pubblicato su al-Ahram, il piano richiedeva lo spostamento di truppe britanniche da Germania, Malta e Cipro per difendere il re e ristabilire l’ordine. Secondo Mohammed Heikal, caporedattore di al-Ahram, il regime di emergenza era destinato proprio alla situazione che si era verificata in Libia. Ciò che scoraggiò gli inglesi fu la velocità e la decisione con cui i Liberi Ufficiali agirono. Se fosse seguita una lunga lotta, Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero inventato un pretesto per l’intervento.
Con Gheddafi, gli inglesi e gli statunitensi dovettero affrontare un nuovo leader che avrebbe agito  senza compromessi. Nel suo discorso a Tripoli del 16 ottobre, Gheddafi promise coraggiosamente che avrebbe trasformato il paese in un ‘campo di battaglia’ se gli inglesi e gli statunitensi non se ne fossero andati in “modo ragionevole”. Due settimane dopo, il 29 ottobre, l’RCC fece il suo approccio formale alla Gran Bretagna, a riguardo, chiedendo l’evacuazione rapida delle forze britanniche dal territorio libico. Gli inglesi, con il ministro della difesa Denis Healey, valutarono la situazione con attenzione. La perdita dei campi di addestramento in Cirenaica era considerata grave, ma non sembrava esserci alternativa all’accettazione. L’esperienza di Suez e della guerra civile algerina metteva in guardia contro ulteriori avventure coloniali. Il governo Wilson rispose con una richiesta di colloqui che durarono due sessioni, per un totale di sei ore. Al primo incontro, l’8 dicembre, l’ambasciatore britannico Donald Maitland fu incaricato di ammettere il principio di recesso. Dopo di che, fu semplicemente una questione di dettagli. Nella seconda sessione, una settimana più tardi, Maitland annunciava il termine della partenza per il 31 marzo 1970. Anche prima che i colloqui fossero iniziati, gli inglesi avevano ridotto la loro presenza ad al-Adem e Tobruk da 2.000 a 1.000 effettivi, tra ottobre e dicembre. Nel forzare la questione, i libici avevano abilmente disposto una serie di potenti scambi.
Più importante fu la loro capacità, particolarmente pregiudizievole per una potenza petrolifera in ascesa, di minacciare il ritiro dei loro depositi, intorno a 384 milioni di sterline. Se questo si fosse rivelato insufficiente, avrebbero potuto anche avviare l’annullamento dei contratti non indispensabili, e nazionalizzare gli interessi britannici della BP ed altri, in Libia. Gli inglesi, invece, si trovavano in una situazione di relativa debolezza, non potevano contrastare la Libia con la minaccia di sospendere il contratto per la fornitura di 200 carri armati Chieftain, ordinati dal regime precedente per aumentare la capacità terrestre delle forze armate libiche. Sarebbe stato un gesto di sfida inefficace. A quel tempo, l’impegno oltremare britannico veniva ampiamente rivisto, mentre il governo laburista iniziava il ritiro inglese da est di Suez. Gli inglesi erano semplicemente inclini ad accordarsi con un altro governo nazionalista. La missione di Maitland, per quanto riguardava Whitehall, doveva incitare i libici a un comunicato congiunto che sottolineava i vantaggi reciproci da una ulteriore cooperazione anglo-libica. Per Londra si trattava di limitare i danni, soprattutto per proteggere i vasti interessi economici britannici.
In seguito a tale successo, l’RCC rivolse la sua attenzione verso l’evacuazione della base aerea statunitense di Wheelus. I colloqui iniziarono a dicembre, subito dopo che gli inglesi avevano iniziato ad andarsene, ma non senza una grande inquietudine sulla prospettiva della gestione della sofisticata base, sede regionale dell’USAF, da parte di un ‘regime radicale arabo’. In effetti,  sembrando probabile che i libici consegnassero le strutture all’Unione Sovietica, l’amministrazione Nixon non avrebbe concesso il ritiro. Ma Gheddafi insisteva che i libici non avrebbero aperto le strutture ad altre potenze straniere. ‘La Libia rivoluzionaria non potrà mai sostituire uno straniero con un altro straniero o un intruso con un altro intruso’, avrebbe detto secondo il Lybian Mail del maggio 1970. In ogni caso, la decisione della Gran Bretagna di ritirarsi aveva già spiazzato gli statunitensi, così Washington accettò. Il 24 dicembre, il giorno dopo che i britannici avevano annunciato il loro ritiro, una dichiarazione congiunta libico-statunitense annunciava laconicamente che gli Stati Uniti avrebbero seguito l’esempio il 30 giugno. In effetti, l’evacuazione degli statunitensi, come degli inglesi, venne finalmente effettuato prima della scadenza, e con un minimo sforzo.
Gli inglesi finalmente lasciarono la Libia il 28 marzo, e gli statunitensi completarono il loro ritiro l’11 giugno. Fu un risultato storico. Celebrando la ‘vittoria contro l’imperialismo’, le autorità rivoluzionarie ridenominarono l’al-Adam Airbase, Gamal Abdul Nasser Airbase, e Field Wheelus, Okba bin Nafi Airbase, da un conquistatore arabo della Libia. Qualsiasi speranza che uno dei due Paesi avesse di mantenere una certa influenza militare in Libia, attraverso accordi di fornitura e addestramento, fu presto dissipata. Il 29 dicembre, dopo il suo successo iniziale, il RCC annullò il contratto del vecchio regime con la British Aircraft Corporation. A novembre, un primo tentativo di riavvicinamento venne fatto dal governo francese, come rifornitore alternativo di armi [...] I francesi vi videro un mezzo per estendere la loro influenza in Africa del Nord, a spese degli inglesi e degli statunitensi. Nel gennaio 1970, la conclusione della transazione fu annunciata: la Francia vendeva alla Libia i primi 50 aerei Mirage V, 15 da consegnare nel 1971. I libici volevano questi aerei da guerra francesi, molto ambiti, per ricostruire l’arsenale arabo dopo il confronto con Israele.
Nasser vide nella Libia una via di rifornimento di quelle armi che sarebbero state, invece, bloccate dall’embargo occidentale. Mentre la trattativa era ancora in corso, Gheddafi disse: “Se sarà possibile ottenere Phantoms o Mirages, si avrebbe una colossale  forza araba“. [L'accordo finale dei francesu con la Libia] del 31 gennaio, riguardava 110 aerei da guerra [...] Non vi erano condizioni allegate sul loro uso nel conflitto in Medio Oriente, tranne che essere ‘basati’ e ‘gestiti’ solo in Libia. Le uniche limitazioni reali applicate al loro uso, era evitare lo scontro con Stati clienti della Francia in Africa. L’accordo fu un altro trionfo delle autorità rivoluzionarie. Non solo l’RCC espulse le basi straniere, ma aveva drasticamente posto fine alla sua dipendenza militare da Gran Bretagna e Stati Uniti; la Gran Bretagna aveva perso la posizione di principale fornitore dell’esercito e della marina libici, e gli Stati Uniti vennero spodestati dal ruolo di primo contraente dell’aviazione libica. Avviando l’acquisto di armi dalla Francia, il RCC aveva un maggiore margine di manovra nel perseguire i propri obiettivi nazionalisti [...] Le autorità rivoluzionarie riuscirono nel loro obiettivo più importante: spezzare la morsa militare britannica e statunitense sulla Libia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il ruolo contro-rivoluzionario della pseudo-sinistra egiziana

Alex Lantier e Johannes Stern WSWS 10 dicembre 2011

Questo autunno, i ripetuti scioperi dei lavoratori in Egitto contro il Consiglio Supremo delle Forze Armate (AFSC) della giunta militare, sottolineano l’urgenza politica di fare il punto della rivoluzione egiziana. Nove mesi dopo la caduta di Hosni Mubarak, l’Egitto rimane una dittatura in cui i lavoratori affrontano bassi salari e la repressione politica. 
 
La folla in piazza Tahrir
Il motivo per cui la classe operaia non ha combattuto abbastanza. L’ondata di scioperi  scoppiati dopo la festa del Ramadan, a partire da settembre, è solo l’ultimo di una serie di lotte operaie che seguirono gli scioperi di massa rivoluzionario che rovesciarono Mubarak a febbraio. L’esercito egiziano è stato capace di mantenere il potere solo perché i partiti che sostengono di essere di sinistra hanno sistematicamente lavorato per difendere la giunta sanguinaria e bloccare la lotta politica della classe operaia per il suo rovesciamento.
Queste forze comprendono partiti che risalgono alla politica della vecchio dirigente militare egiziano, il generale Gamal Abdel Nasser, come i partiti Tagammu e Karama, diversi gruppi stalinisti, compreso il Partito Comunista d’Egitto (PCE) che è ampiamente integrato nel Tagammu, le direzioni dei movimenti giovanili come il Movimento Giovanile del 6 aprile e i cosiddetti gruppi di “estrema sinistra” come i socialisti rivoluzionari (SR) e Tagdid (Rinnovamento socialista).
I socialisti rivoluzionari sono affiliati internazionalmente ai partiti della Tendenza Socialista Internazionale, che comprende il Socialist Workers Party (SWP) della Gran Bretagna, e informalmente l’International Socialist Organization (ISO) negli Stati Uniti.
Questi partiti si sono opposti alla mobilitazione indipendente della classe operaia contro la giunta. Politicamente, difendono l’eredità del regime militare in Egitto e il sostegno nazionalista degli stalinisti in suo favore, anche dopo che la classe operaia si è rivoltato contro Mubarak e, successivamente, contro la CSFA. Sociologicamente, questi partiti sono composti da membri provenienti da settori svantaggiati della classe media, strato sociale finanziariamente e politicamente legato all’imperialismo occidentale che cerca di tenere i lavoratori sotto il controllo dello stato e della burocrazia sindacale.
Collaborano con le forze borghesi come i Fratelli Musulmani (MB) di destra e l’Alleanza Nazionale per il cambiamento della ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Mohammed ElBaradei, che lavorano dietro le quinte con Washington.
Questi partiti non sono forze che lottano per l’uguaglianza, fondamento storico di una politica di sinistra. Essi non presentano, come i partiti borghesi di sinistra tipici, che concetti che siano compatibili con  l’imperialismo e il capitalismo. I loro nomi di partito li presentano come comunisti, socialisti e rivoluzionari, ma sono determinati a impedire che la classe operaia prenda il potere o lotti per il socialismo. Tale politica è basata su una miscela di verbosità e disonestà politica, in effetti delle forze non realmente di sinistra, ma di pseudo-sinistra.
Solo prendendo il potere in Egitto, come parte della lotta per il socialismo in tutto il Medio Oriente e a livello internazionale, la classe operaia può sconfiggere l’aristocrazia finanziaria d’Egitto e i suoi seguaci dell’imperialismo occidentale, stabilendo la democrazia ed aumentare il livello di vita delle persone. E’ l’unica base per l’uso democratico delle risorse del paese, della regione e del mondo, nell’interesse delle masse lavoratrici.
Il primo passo in questa lotta è una lotta politica per smascherare il ruolo controrivoluzionario della pseudo-sinistra per costruire invece un partito rivoluzionario della classe operaia. Il fatto di armare i lavoratori, gli intellettuali e i giovani di questi partiti, con l’analisi trotskista, contribuirà a gettare le basi per una nuova direzione della classe operaia.

La pseudo-sinistra nella rivoluzione egiziana
La posizione di tutta l’opposizione egiziana ufficiale rispetto alla rivoluzione egiziana è stata riassunta in una dichiarazione al-Baradei, pubblicata poco dopo il rovesciamento del presidente tunisino Zine al-Abidine Ben Ali in risposta alle proteste di massa di gennaio. Auspicando che “il cambiamento avvenga in modo ordinato e non secondo il modello tunisino“, ha detto, “Le cose devono essere organizzate e adeguatamente pianificate. Vorrei utilizzare i mezzi disponibili all’interno del sistema per apportare il cambiamento.”
Appena una settimana dopo, un confronto avvenne tra gli operai rivoluzionari e il “sistema” Egizino – cioè, il grosso braccio della polizia e dell’esercito Mubarak. 
 
“Prima la Tunisia ed ora l’Egitto”
La risposta schiacciante alle proteste organizzate il 25 gennaio, e che hanno stupito l’establishment della politica e la polizia, ha prodotto il 28 gennaio battaglie di strada e la sconfitta della polizia al Cairo. Il giorno dopo, Mubarak ha ordinato all’esercito di circondare i manifestanti nel centro del Cairo. Dopo aver rifiutato di rassegnare le dimissioni il 1° febbraio, ha inviato teppisti montati su cavalli e cammelli, a sgattaiolare attraverso le linee dell’esercito per attaccare Tahrir Square. I manifestanti avevano respinto questi delinquenti.
Il regime di Mubarak – e i funzionari statunitensi, compreso il segretario alla Difesa Robert Gates e l’ex ambasciatore e lobbista imprenditoriali, Frank Wisner, con il quale aveva avuto colloqui durante il tentativo di schiacciare gli eventi – non osò mandare l’esercito contro i manifestanti. Il rischio era che i soldati si rifiutassero di sparare e che si unissero alla rivolta ora troppo grande. Invece, ha preparato il 6 febbraio un incontro con i Fratelli Musulmani, i sostenitori di al-Baradei e del Tagammu, sperando di organizzare una sorta di accordo politico per stabilizzare la situazione e limitare l’impatto delle proteste.
Tutte la pseudo-sinistra, compreso i segmenti dell’”estrema sinistra“, hanno fatto una campagna a sostegno di questo incontro. Il giorno prima della riunione, i socialisti rivoluzionari (SR) avevano rilasciato una dichiarazione chiedendo alla Fratellanza Musulmana una “tavola rotonda” con il regime e sollecitando partiti politici ad includere “tutte le forze politiche e nazionali nella tavola rotonda.” I SR avevano rilasciato una dichiarazione separata, chiedendo la “formazione di una direzione indicata dalle forze nazionali.”
Mentre stavano promuovendo “le forze nazionali”, come la Fratellanza Musulmana, i SR lanciavano un’offensiva per privare della leadership politica i comitati popolari che i lavoratori avevano spontaneamente costituito, per difendere i loro quartieri contro gli attacchi dei teppisti di Mubarak. Avevano proclamato che c’era un “alternativa” a questi comitati come i “consigli supremi democraticamente eletti.“ 
 
28 gennaio – Venerdì di rabbia
Questo circo delle parole nascondeva il tentativo di acquisire i comitati popolari da parte delle “forze nazionali” dei Fratelli Musulmani e della pseudo-sinistra. Come spiegato dai socialisti rivoluzionari, un “supremo consiglio è composto dalle persone di cui vi fidate, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche, che sono in grado di difendere adeguatamente gli interessi dei loro consigli.” Avevano insistito dicendo che “era meglio parlare con i manifestanti che avevano una direzione” – vale a dire gli esperti Fratelli Musulmani e la pseudo-sinistra.
Ancora una volta, la classe operaia ostacola i progetti dell ‘”opposizione”. Una massiccia ondata di scioperi paralizzava l’Egitto sviluppandosi pochi giorni prima delle dimissioni di Mubarak. Resoconti degli scioperi di massa dei lavoratori tessili di Mahalla e Kafr al-Dawwar, dei lavoratori del canale di Suez, dei siderurgici di Suez e Porto Said, come pure dei lavoratori del settore farmaceutico di Quesna, avevano raggiunto o media internazionali. Durante gli ultimi giorni prima della cacciata di Mubarak, gli scioperi si erano propagate nei settori finanziari e governativi.
L’11 febbraio, Omar Suleiman – Vice Presidente dell’Egitto, capo dell’intelligence e ufficiale di collegamento della CIA – aveva annunciato che Mubarak “rinunciava” alla sua carica e si dimetteva.
L’esercito egiziano era giunto a questa decisione attraverso discussioni tra il capo di stato maggiore Sami Annan, il Capo di Stato Maggiore della Difesa degli Stati Uniti, l’ammiraglio Mike Mullen, il maresciallo Mohammed Hussein Tantawi e il Segretario della Difesa Robert Gates.
Mubarak venne sostituito dalla giunta dell’AFSC, guidata da Tantawi, che sciolse il parlamento il 13 febbraio annunciando la sospensione della costituzione e dando poteri dittatoriali alla giunta. Il giorno dopo, cercando a tutti i costi di riprendere il controllo della situazione e porre fine agli scioperi, la giunta aveva insistito che se gli scioperi e le proteste continuavano, minacciava di invocare la legge marziale.
La principale bugia politica su cui la giunta stabilì il suo regno fu l’affermazione che avrebbe supervisionato la transizione verso un regime democratico e civile, sotto pressione do Washington e dell’”opposizione” ufficiale in Egitto. Progettò per il 19 marzo un referendum su una nuova costituzione che si stava elaborando.
Il principale alleato della giunta nella promozione delle illusioni, suggerendo che si potesse stabilire un regime democratico, fu la pseudo-sinistra. Aveva  mantenuto un dialogo costante con i partiti di destra, promuovendo nel contempo una prospettiva nazionalista, secondo cui la rivoluzione egiziana era una campagna per le riforme democratiche all’interno dell’esercito e dello stato-nazione egiziano. Questa prospettiva nazionalista piccolo-borghese era ostile a qualsiasi strategia in base alla natura oggettiva delle lotte rivoluzionarie che si erano scatenate in Medio Oriente che, in sostanza, erano le lotte della classe operaia internazionale contro l’imperialismo. 
 
L’attacco a piazza Tahrir del 12 aprile dell’esercito
Anche se la classe operaia si trovava in aperta rivolta contro i militari che governavano l’Egitto sotto Mubarak, i SR glorificavano il cosiddetto esercito egiziano come “esercito popolare.”
In una dichiarazione rilasciata il 1 febbraio, hanno scritto: “Tutti si chiedono, ‘L’esercito è con o contro il popolo?’ L’esercito non è un blocco unico. Gli interessi dei soldati e sottufficiali sono le stesse degli interessi delle masse. Ma gli alti ufficiali sono uomini di Mubarak, scelti con cura per proteggere il suo regime di corruzione, ricchezza e tirannia. Costituisce parte integrante del sistema. L’esercito non è più un esercito popolare. Questo non è l’esercito che aveva sconfitto il nemico sionista nell’ottobre 1973.”
Questa dichiarazione non spiegava come l’esercito egiziano fosse passato da cosiddetto “esercito popolare” a forza motrice dietro la dittatura di Mubarak, e contro la quale la classe operaia stava lottando. Ciò corrisponde ad una richiesta del nazionalismo egiziano, un appello all’esercito, per così dire, che torna ai tempi del generale Gamal Abdul Nasser e del suo successore, Anwar Sadat, che era il capo dello Stato nel 1973 durante la guerra dello Yom Kippur contro Israele. Il suggerimento era che questo sarebbe stato fatto respingendo dal vertice della gerarchia alcuni “uomini di Mubarak” – vale a dire gli ufficiali che gli SR non hanno il coraggio di difendere pubblicamente. 
 
L’esercito di guardia al mercato azionario
Le opinioni espresse nel comunicato degli SR – che “gli interessi di quei soldati e sottufficiali sono gli stessi interessi delle masse” sono totalmente false. Soldati e ufficiali di grado inferiore provengono da settori della popolazione, come ad esempio la classe media e la popolazione rurale, a cui la classe operaia può fare un appello rivoluzionario. Tuttavia, gli SR trascurano le condizioni più evidenti che i soldati devono affrontare: sono sottoposti a disciplina militare degli alti ufficiali, che formano la spina dorsale del capitalismo egiziani e dei collegamenti che l’Egitto ha con l’imperialismo degli Stati Uniti.
Il compito fondamentale di fronte al proletariato rivoluzionario è quello di frantumare la disciplina dell’esercito e quindi il controllo sui soldati da parte dei generali. Il comunicato dei socialisti rivoluzionari  adotta una linea diametralmente opposta. Se il compito fondamentale è far svolgere all’esercito il ruolo che aveva sotto Nasser e Sadat, non si può parlare di rottura disciplina e chiamare a raccolta i soldati egiziani nella rivoluzione della classe operaia.
Gli SR e l’opposizione non-islamista, appellano ufficialmente a votare no al progetto di Costituzione dell’esercito, che propone modifiche o nuova costituzione elaborata dalla opposizione. Ma l’opposizione degli SR alla costituzione dell’esercito è vana perché allo stesso tempo rafforza i legami con gruppi islamici, sostenendo la creazione della giunta.
Il 25 febbraio, hanno rilasciato una dichiarazione, “Verso la costituzione di una Coalizione dei Lavoratori della Rivoluzione del 25 gennaio“. Questo documento è stato firmato dai membri di SR, ECP, Tagdid e dei Fratelli Musulmani. E’ stato pubblicato dal sito International Viewpoint, l’organo internazionale del Segretariato unificato Pablista della Quarta Internazionale, che include gruppi come il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) in Francia.
La proposta di invitare i Fratelli musulmani – un gruppo di destra le azioni storicamente associato al crumiraggio e al terrorismo islamico – di far parte di una coalizione apparentemente associata con la classe operaia, era profondamente reazionaria.
La pseudo-sinistra si era prodigata per promuovere le illusioni circa la giunta e il vecchio regime. Quando le proteste costrinsero il 3 marzo il primo ministro Ahmed Shafiq a dimettersi e ad essere sostituito da Essam Sharaf – ex ministro dei Trasporti sotto Mubarak, che aveva brevemente frequentato la protesta in piazza Tahrir – i SR salutarono con entusiasmo Sharaf. Sottolineando che “aveva partecipato alle proteste della liberazione“, gli SR  aggiunsero: “Per calmare l’ira dei manifestanti, il nuovo primo ministro ha subito sostituito la maggior parte dei ministri impopolari del precedente governo.
In tal modo, il referendum sulla Costituzione è stata approvata 19 marzo col 77 per cento dei voti, ma con una bassa affluenza. La stabilizzazione della giunta egiziana, con l’assistenza della pseudo-sinistra, ha contribuito a dare alla controrivoluzione il tempo di riorganizzarsi e di lanciare attacchi in tutto il Medio Oriente.
Lo stesso giorno, le forze statunitensi, britanniche e francesi iniziavano il bombardamento della Libia.
Iniziava pochi giorni prima, con l’aiuto dell’Arabia Saudita e il tacito appoggio degli Stati Uniti, una sanguinosa repressione contro i manifestanti nel Bahrain. Il 23 marzo, la giunta dell’AFSC vietava scioperi e proteste. Questo non ha impedito le manifestazioni, ma migliaia di lavoratori e di giovani egiziani furono incarcerati e torturati, o portati davanti a tribunali militari, a causa della loro opposizione alla giunta.
 
L’esercito egiziano entra a Cairo
Il referendum non mise fine alle proteste contro la giunta AFSC, a continuava l’1 e l’8 aprile. Tuttavia, la giunta reagiva più ferocemente schiacciando il sit-in in piazza Tahrir, dopo che 20 giovani ufficiali dell’esercito si erano apparentemente uniti ai manifestanti e avevano chiesto il rovesciamento dell’AFSC.
Nei mesi che seguirono, il malcontento tra la popolazione egiziana è cresciuto per la mancanza dell’effettiva punizione dei funzionari responsabili dell’uccisione di manifestanti durante la rivoluzione, per il mantenimento dei tribunali militari e per le condizioni di vita deplorevoli. Le richieste si cristallizzarono attorno alla richiesta di una “seconda rivoluzione” e a un appello a una manifestazione il 27 maggio per una “seconda rivoluzione”.
Gli SR si opposero a questa manifestazione, affermando che era contro la giunta che presentavano come una “forza pro-democrazia“. Il 31 maggio, Mostafa Omar, membro degli SR, pubblicava sull’organo dell’ISO statunitense, Socialist Worker, un articolo intitolato “Le nuove forme di lotta in Egitto“. Scriveva: “Nonostante le sue misure repressive, il Consiglio supremo riconosce che la rivolta del 25 gennaio ha, in qualche modo, cambiato l’Egitto una volta per tutte … Il Consiglio si propone di riformare il sistema politico ed economico per poter diventare più democratico e meno repressivo.”
Come a dimostrare che non aveva imparato nulla dalle recenti proteste e dagli spargimenti di sangue, al-Hamalawy, durante un’intervista con Reuters il 22 giugno, ripete i suoi commenti sulla giunta di febbraio. Disse: “Credo che loro (i generali dell’AFSC) suano sinceri riguardo il trasferimento del potere a un governo civile. Ma questo non significa che abbandonano il loro ruolo nella scena politica egiziana.”
Questo commento è cinico e assurdo. Gli ufficiali  sono stati la spina dorsale politica ed economica del regime di Mubarak. Da un punto di vista giuridico,  esercitano il potere dittatoriale sotto l’attuale CSFAF. Se un governo civile sarà istituito e l’esercito non rinuncerà al suo “ruolo nella scena politica egiziana“, non si tratterà di un governo civile, ma di una facciata per la continuazione della dittatura militare.
In tal modo, la lotta di classe non ha più considerato le fantasie di al-Hamalawy sulle tendenze democratiche della giunta che un pio desiderio di al-Baradei di “cambio degli ordini“. La manifestazione di massa del 27 giugno era stato attaccato dalla giunta, provocando una grande battaglia con decine di persone uccise e ferendone più di mille manifestanti. Scioperi e proteste si ampliarono in eventi che coinvolgevano l’8 luglio, milioni di lavoratori in tutto l’Egitto e im sit-in di protesta in molti luoghi pubblici, tra cui un sit-in delle famiglie dei martiri della rivoluzione a Tahrir Square al Cairo.
Questa eruzione della lotta di classe precipitò i gruppi di pseudo-sinistra ancor più apertamente nelle braccia della controrivoluzione. Il 27 luglio, si unirono a un “Fronte Popolare Unito” che comprendeva quasi tutte le forze dello spettro politico egiziano – la “sinistra”, i liberali e gli islamisti. Esso includeva gli SR, la Coalizione della gioventù della rivoluzione e (“in modo incredibile“, nelle parole del quotidiano al-Ahram), il partito islamista fascista, Gama’a Islamiya. I partiti del “Fronte Popolare Unito” giunsero ad un accordo per non discutere le “questioni controverse.”
Il 29 luglio, il Fronte Popolare Unito aveva indetto una dimostrazione a Tahrir Square. Gama’a Islamiya, dopo aver raccolto i suoi sostenitori da ogni angolo d’Egitto, aveva dominato la manifestazione, urlando slogan che apertamente promuovevano la giunta, “Tantawi, ci senti, noi siamo la voce dei tuoi figli a Tahrir bambini!
Fingendo sorpresa e rabbia nel vedere i fascisti sostenere la giunta, la pseudo-sinistra aveva annunciato il 31 luglio che avrebbe sospeso la sua partecipazione al sit-in. Non dissero il motivo del perché sperassero che Gama’a Islamiya mantenesse la sua parola e non sollevasse “questioni controverse”, e perché pensavano che avrebbe fatto qualcosa di diverso da quello che aveva fatto. Non hanno ripudiato la loro alleanza con un partito fascista.
Il 1° agosto, l’esercito aveva attaccato e massacrato le famiglie dei martiri – le ultime forze che rimanevano sulla Piazza Tahrir – ponendo fine al sit-in. Questa sconfitta, insieme con l’inizio della festa del Ramadan, sospesero temporaneamente la lotta politica fino a quando riesplosero, all’inizio dell’anno scolastico, le lotte in corso.

Il tradimento della pseudo-sinistra e della sua visione piccolo-borghese
I risultati della pseudo-sinistra in Egitto è un record del flagrante tradimento. Mentre aveva la pretesa di essere da sinistra o addirittura socialista, ha cercato di fornire credibilità da sinistra alla giunta sostenuta dagli Stati Uniti, in alleanza con le forze di destra e fasciste. Si è opposta alla lotta politica per screditare il AFSC e armare la classe operaia e con un programma rivoluzionario internazionalista, invece di unire le forze apertamente pro-esercito contro la minaccia di un rovesciamento della giunta da parte della classe operaia.
Questa politica di destra riflette la prospettiva dei borghesi benestanti che vedono la rivolta dei lavoratori con malcelato timore. Ciò emerge più chiaramente dagli articoli di Anne Alexander, che scrive sul Medio Oriente per il SWP della Gran Bretagna, affiliato agli SR. Nel suo articolo “L’anima sociale in crescita della rivoluzione democratica in Egitto“, si pone il problema di come “proteggere e diffondere le conquiste della democrazia politica prodotte durante la rivolta.” Raccomandava in particolare i metodi che la pseudo-sinistra ha effettivamente impiegato in Egitto – alleanze con i partiti di destra e la burocrazia sindacale.
Alexander ritiene che il compito della classe operaia sia quello di mantenere la pressione politica sulla giunta, per proiettare una democrazia di facciata.  Scrive: “Non è appropriato qui esplorare la questione di sapere come la leadership militare e i suoi alleati civili, consolideranno una facciata di democrazia borghese e di come questo sarà uno spazio democratico ampliato, rispetto alla situazione pre-rivoluzionaria. Certamente, se i principali architetti di questo nuovo ordine politico sono i generali… è probabile che i limiti do  questo sistema ‘democratico’ saranno stabilizzati determinati con precisione dal grado di controllo e di organizzazione delle masse che lottano per tenerla aperta.”
Ciò solleva più domande che risposte. Perché i lavoratori dovrebbero essere soddisfatti di una “facciata di democrazia borghese?” Se i lavoratori avevano davvero “la volontà e l’organizzazione per combattere” – che non è la prospettiva di Alexander – perché il SWP non desiderava che rovesciassero la giunta e stabilissero uno Stato dei lavoratori e mettessero in atto politiche socialiste?
Tali proposte non sarebbero venute in mente ad Alexander o dei suoi compari. Questi si sono concentrati sulla prospettiva di uno “esteso spazio democratico“, dono della giunta. Qualunque sia il significato di questa vaga formulazione, non rappresenta la soddisfazione delle rivendicazioni per le quali i lavoratori erano entrati nella rivoluzione. Anche se i lavoratori hanno fornito un esempio di lotta eroica, sono ancora molto chiaramente sottopagati e sfruttati, e corrono ancora il rischio di essere picchiati e portati davanti a tribunali militari, se protestano contro la politica reazionaria della giunta.
Un “esteso spazio democratico” sotto la dittatura dell’AFSC o di qualsiasi altro regime repressivo borghese in Egitto, non è un passo avanti per la classe operaia in Egitto e all’estero. Tuttavia, questo rappresenta un evidente vantaggio per gli strati sociali più agiati per i quali i partiti della pseudo-sinistra si esprimono. La direzione degli SR viene invitata alle riunioni dei partiti di destra, ha fatto dichiarazioni alla stampa egiziana e dell’estero, e ha accesso ad entrate e pubblicità senza precedenti.
Al-Hamalawy pubblica regolarmente i suoi articoli sul Guardian e appare alla BBC. In un’intervista sulla rete televisiva degli Stati Uniti Comedy Central – casualmente – è stato premuroso nel presentare Gigi Ibrahim come “volto della rivoluzione”, e lei si è unita ora ad Hamalawy nei notiziari che riguardano  l’Egitto. Il loro ruolo gli concede ricompense finché non fanno nulla per fare  infuriare i boss del governo del Regno Unito della BBC o della Viacom, proprietaria di Comedy Central, negli Stati Uniti.
L’”esteso spazio democratico” è in realtà l’apertura che offre la classe dirigente, in tempi di crisi politica, agli elementi do pseudo-sinistra della classe media – quando questi servizi sono essenziali per reprimere la lotta del proletariato. Questo è ciò che Alexander vuole proteggere.
Lei insiste che i lavoratori siano controllati per mezzo delle alleanze con la burocrazia statale e le forze di destra, e siano vaccinati contro la critica marxista contro tali alleanze.
Ha elogiato i sindacati egiziani che hanno servito il regime di Mubarak, in cui dei burocrati occupavano delle cariche. La capacità dei sindacati di combattere, scrive: “… non dipende dalla natura della loro leadership o dalle loro disposizioni organizzative interne, ma dal loro rapporto con le lotte dei lavoratori e l’equilibrio generale delle forze della rivoluzione. Anche senza essere democratica, la burocrazia sindacale può essere un trampolino di lancio per le lotte per  rivendicazioni limitate, e che sono in grado di estendersi rapidamente oltre i limiti del corporativismo.”
Questa dichiarazione falsifica gli eventi che hanno avuto luogo durante la rivoluzione. A gennaio, la stragrande maggioranza dei sindacati industriali egiziani era controllata dalla centrale sindacale gialla ETUF. Il proletariato non ha combattuto con ma contro l’ETUF. Infatti, durante le prime proteste , il presidente dell’ETUF, Mogawer Hussein, aveva chiesto che i funzionari sindacali “impedissero ai lavoratori di partecipare a tutte le manifestazioni del momento“, e informassero 24 ore su 24 sui tentativi dei lavoratori di unirsi alle proteste.
Gran parte della tesi reazionaria di Alexander è che le organizzazioni, anche se “antidemocratiche e burocratiche”, siano accettabili per la classe operaia.  Questo significa, come spiega, che gli stessi SR e partiti identici, non devono limitarsi a “organizzazioni che sono in qualche misura delle iniziative della sinistra.” E continua dicendo, “Invece, [ciò] significa soprattutto essere dove sono le masse.
La conclusione inevitabile è che gli SR possono e devono lavorare con (o all’interno) dei gruppi di destra, come i Fratelli Musulmani o Gama’a Islamiya. Alexander insiste anche sul fatto che tali alleanze devono essere protette dalla critica marxista contro il loro carattere di destra. Chiede che gli SR  “evitino che il virus del settarismo infetti il movimento operaio e ne mini l’unità necessaria, ad esempio, per sconfiggere i padroni.”
Questa è un appena velato appello alla censura e ai divieti. La critica politica non implica rompere l’unità delle lotte e degli scioperi o delle manifestazioni di piazza. Offre una prospettiva per superare Tantawi, per rovesciare la giunta e per lottare per il socialismo in Egitto e all’estero. Questo richiede una offensiva politica per screditare le alleanze destrorse dei partiti di pseudo-sinistra – ed è quello che l’attacco preventivo di Alexander contro il cosiddetto “settarismo”, cerca di evitare.
La pseudo-sinistra egiziana ha all’unanimità respinto la prospettiva di costruire un partito che lotti per il socialismo e il marxismo nella classe operaia. Gli SR hanno formato il Partito Democratico dei Lavoratori (PDL) attraverso il quale sperano di reclutare membri su una base pro-capitalista. Il leader degli SR, Kamal Khalil, insiste sul fatto che il PDL non è un partito socialista, perché i lavoratori non sono “pronti a sostenere il socialismo.”
Per quanto riguarda Tagdid, il gruppo insiste allo stesso modo, dicendo che “la maggior parte dei lavoratori radicalizzati e dei militanti di sinistra, non vorrebbero essere parte di un gruppuscolo leninista rivoluzionario socialista.
Quando gli attivisti di pseudo-sinistra, come i leader di Tagdid, dicono che non vogliono partecipare a un partito marxista, dicono la verità. Le loro asserzioni che i lavoratori non vogliono far parte di un movimento socialista, perché ciò sarebbe una piccola organizzazione e non un partito di massa è, al contrario, un tentativo d’inganno per provocare una demoralizzazione politica.
Rovesciando Mubarak, la classe operaia ha dimostrato la sua volontà di adottare misure rivoluzionarie e si è dimostrato come il pessimismo inveterato dell’”estrema sinistra”, sottovaluta la sua volontà d’impegnarsi in una lotta politica. In ogni caso, la logica oggettiva dei fatti spinge la classe operaia al socialismo. Fornisce alla classe operaia l’unica base per la sua opposizione alla dittatura e alla povertà, trasformando in una lotta consapevole per superare la pressione dal capitalismo all’austerità sociale e alla guerra.
Riguardo alle affermazioni che un partito rivoluzionario non è praticabile perché sarebbe piccolo in un primo momento, è semplicemente un argomento per non fare nulla o un argomento a favore dell’opportunismo più sfrenato. Nessun partito egiziano, tra cui la pseudo-sinistra, gode attualmente di un grande numero di aderenti, soprattutto dalla classe operaia. Un partito di massa è ancora da costruire, e le dichiarazioni di Tagdid e SR indicano soltanto la loro opposizione alla costruzione di un partito di massa dei lavoratori su base socialista.
I commenti di Alexander manda in frantumi le affermazioni della pseudo-sinistra secondo cui pretende di lottare per la democrazia. Per SR e PDL, le organizzazioni “non democratiche e burocratiche” sono accettabili per i lavoratori. Queste organizzazioni ritengono che una dittatura militare potrebbe essere appropriata per l’Egitto. L’unico scopo che difendono è un lucroso “spazio democratico allargato” che il regime della giunta offre alle classi medie superiori.

L’imperialismo occidentale e l’”opposizione” della classe media egiziana
La celebrità nuova dei giornalisti degli SR è solo la punta di un iceberg, in termini di opportunità offerte al ceto medio egiziano con lo “spazio democratico allargato“. Mentre la pseudo-sinistra assume un ruolo maggiore nel reprimere politicamente la classe operaia, le potenze occidentali, ansiose di fermare la rivoluzione in Medio Oriente, hanno pompato fondi a questo strato sociale. Queste forze a loro volta si sono precipitare sulla zuppa del finanziamento occidentali, soprattutto degli Stati Uniti.
Questa alleanza è costruita su interessi di classe condivisi tra l’imperialismo occidentale e l’ “opposizione” della classe media egiziana. Entrambi cercano di sopprimere e smobilitare politicamente la classe operaia, diffondendo l’illusione che la giunta creerà la democrazia. L’imperialismo ha generosamente premiato – o, per parlare più francamente, corrotto – gli strati della classe media.
Così, ad aprile, la neonominata ambasciatrice statunitense al Cairo, Ann Patterson, ha annunciato che Washington aveva stanziato 105 milioni per le “aiutare le organizzazioni non governative [ONG] a partecipare alla vita politica del paese.” Il Jerusalem Post ha citato dei testimoni secondo cui le autorità statunitensi hanno ricevuto un migliaio di richieste di finanziamenti da parte delle organizzazioni egiziane.
Tale finanziamento esiste da tempo per le ONG pro-Stati Uniti. Al-Ahram ha citato il professor Gamal Zahran della Suez Canal University, che aveva detto che durante il secondo mandato dell’amministrazione Bush (2005-2009), Washington aveva distolto il suo finanziamento ai progetti per le infrastrutture civili Egitto, all’intervento per il “rafforzamento delle organizzazioni della società civile che lavorano nel campo del monitoraggio elettorale e del controllo della situazione dei diritti umani diritti.”
Non è ormai un segreto per nessuno che l’esercito egiziano – che ha un finanziamento annuale di 1,3 miliardi di dollari – abbia cinicamente tentato di giustificare la repressione menzionando il finanziamento degli Stati Uniti alle ONG, per dire che la rivoluzione egiziana è una cospirazione dall’estero.
Questo è ovviamente assurdo. Il punto di forza principale della rivoluzione è stata la lotta di milioni di lavoratori e giovani, non le migliaia di membri dei partiti di pseudo-sinistra. Tuttavia, il rapporto tra l’imperialismo occidentale e gruppi della classe media egiziani erano troppo evidenti per essere negati e, il 12 agosto, Jim Bever, capo dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) in Egitto, fu costretto a dimettersi.
E’ chiaro che esistono collegamenti importanti – finanziari e operativi – tra le potenze occidentali ed elementi della pseudo-sinistra egiziana. E così, secondo il New York Times, alcuni membri del Movimento del 6 aprile erano stati istruiti dall’organizzazione serba Otpor. Gruppo che ha contribuito, nel 2000, a guidare il colpo di stato, appoggiato dalla NATO, contro il presidente serbo Slobodan Milosevic. Otpor ha addestrato gli organizzatori delle “rivoluzioni colorate” in Europa orientale – putsch politici che hanno istituito regimi filo-occidentali, in particolare in Georgia (2003) e Ucraina (2004).
Un cablo segreto degli Stati Uniti del dicembre 2008 e pubblicato da Wikileaks, hanno confermato che esistono collegamenti diretti tra i leader del Movimento del 6 aprile e funzionari degli Stati Uniti. Il cablo indicava che i diplomatici degli Stati Uniti al Cairo avevano ricevuto informazioni da un membro apparentemente ben inserito nel Movimento 6 aprile e che aveva fornito report dettagliati sull’”opposizione” in Egitto. Questo individuo, il cui nome è stato cancellato, era tornato da Washington, dove il vertice dell’”Alleanza dei movimenti giovanili” aveva avuto dei colloqui con diversi membri del Congresso.
Secondo il rapporto, “[nome cancellato] ha dichiarato che le diverse forze di opposizione – tra cui il Wafd, i nasseristi e i partiti Karama e Tagammu, i Fratelli musulmani, Kifaya e i rivoluzionari socialisti – hanno accettato di sostenere un progetto non scritto, per una transizione prima delle elezioni presidenziali del 2011, per una democrazia parlamentare che implica una presidenza indebolita e la responsabilità del Primo Ministro e il Parlamento. Secondo [nome cancellato], l’opposizione è interessata al sostegno dell’esercito e della polizia a un governo di transizione prima delle elezioni del 2011. [Nome cancellato] ha dichiarato che questo progetto è così sensibile, che non può essere messo per iscritto.”
Se fosse vero, sembra che la pseudo-sinistra sia nel processo di sviluppo dell’alleanza con settori dell’esercito egiziano che, secondo molti diplomatici statunitensi, al momento, disapprovava il piano di Mubarak di nominare suo figlio suo successore come capo di stato. Gli SR, Tagammu e gli altri partiti, del cablo di Wikileaks, non hanno commentato queste rivelazioni.
Un’altra iniziativa pseudo-sinistra – progettata per l creazione di un cosiddetto “sindacato indipendente” esterno all’ETUF – è supportata anche dall’imperialismo occidentale. Nel corso di una conferenza stampa del 23 febbraio, la segretaria di Stato Hillary Clinton ha pubblicamente confermato: “Come molti sanno, gli Stati Uniti sostengono la società civile in Egitto. Abbiamo fornito finanziamenti, cosa che al governo non piaceva, per sostenere l’organizzazione sindacale, per sostenere le organizzazioni dell’opposizione politica al regime. Questo risale a molti anni fa.”
Lo scorso maggio, i funzionari del sindacato SUD (Solidari Unitari Democratici), che è influenzato dal Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) si recò in Egitto. Promossero i sindacati  “indipendenti” e si incontrarono con i gruppi, in Egitto, che cercavano di costruirli.
SUD ha spiegato che il Centro Servizi per i sindacati e i lavoratori (CTUWS) – l’ONG principale che stava cercando di costruire i sindacati “indipendenti” in Egitto – è finanziato da Oxfam, dall’Euro-Maghreb Union Alliance (tra cui SUD, e i sindacati spagnolo CGT e algerino SNAPAP), dalla Confederazione europea dei sindacati (CES) e dal sindacato statunitense AFL-CIO.
Scoprirono che i lavoratori egiziani mostravano poco entusiasmo verso i progetti per creare dei nuovi sindacati. Il rapporto cita un ispettore di SUD e membro del Tagdid, Fatma Ramadan, che stava cercando di costruirli: “Non abbiamo eredità su cui possiamo costruire o, quel che è peggio, ciò che abbiamo è una pessima eredità che ci fa dubitare dell’interesse dei lavoratori ad avere sindacati. Non riescono a vedere come i nuovi sindacati possano differire da quelli vecchi.
I lavoratori egiziani conoscono la realtà sociale molto meglio dei burocrati della pseudo-sinistra e di SUD che spacciano i piani di Washington.
Mentre la classe operaia è governata dalla giunta – e controllata sul posto di lavoro dai sindacati gialli della giunta o da quelli “indipendenti” finanziati dai sostenitori della giunta a Washington – le “nuove” le condizioni per i lavoratori non differiscono da quelle vecchie. Il compito principale che spetta ai lavoratori non è la creazione di nuovi sindacati per negoziare con la giunta, ma il rovesciamento della giunta e la presa del potere. Solo mettendo le risorse dell’economia egiziana e del mondo sotto il controllo dei lavoratori, sarà possibile ottenere le risorse per porre fine alla miseria sociale sorvegliata da Mubarak e da Washington.

Come la pseudo-sinistra attacca il marxismo per opporsi alla rivoluzione
Un fattore importante nella capacità della pseudo-sinistra di presentarsi come una tendenza a sinistra, è il suo uso della retorica socialista. Ma, tuttavia, lo fa per meglio ripudiare i principi storici e i contenuti rivoluzionari del marxismo. E’ proprio perché il marxismo è la guida per l’azione del proletariato nella lotta rivoluzionaria, una guida sviluppata storicamente, che la pseudo-sinistra è costretta a falsificarla, contraddirla e attaccarla in ogni occasione.
I tentativi della pseudo-sinistra di nascondere il suo appoggio alla giunta attraverso delle frasi dal lessico marxista, riflettono semplicemente la sua ignoranza e malafede. Così, Fatma Ramadan di Tagdid, rivolgendosi ai burocrati di SUD, aveva citato da Fathallah Mahrous del Partito socialista egiziano: “Gli piaceva dire che siamo in una situazione di doppio potere, da un lato la strada e dall’altro esercito.”
In realtà, la dualità del potere – come termine usato dai marxisti – non esiste in Egitto. La responsabilità è, in primo luogo, di Tagdid, degli SR e di gruppi simili. Sono intervenuti per smantellare i comitati popolari e per prevenire lo sviluppo degli organi del potere popolare che può essere la base di una nuova lotta per il potere dello stato il rovesciamento della giunta militare egiziana.
Il tentativo del Tagdid di nascondere questo fatto, definendo le manifestazioni di piazza “potere duale” è una politica cinica. Nella Storia della rivoluzione russa, Lev Trotzkij aveva sottolineato che l’inevitabile conflitto tra i desideri delle masse oppresse e la politica dello stato capitalista non sarebbe stato un potere duale. Dice: “Le classi antagoniste esistono sempre nelle società e la classe senza potere, inevitabilmente punta a fare piegare questo o quel corso dello stato dalla sua parte. Questo non significa, tuttavia, che nella società, regni una dualità o pluralità di poteri.
Trotzkij spiega nel modo seguente la dualità del potere: “La preparazione storica di una rivolta, in un periodo pre-rivoluzionario, porta la classe destinata a creare il nuovo sistema sociale, mentre non è ancora diventata la padrone del paese, a concentrare efficacemente una quota significativa del potere statale nelle proprie mani, mentre l’apparato ufficiale è ancora nelle mani dei precedenti proprietari. Questo è il punto di partenza del potere duale in ogni rivoluzione.
Ci si deve chiedere: in Egitto i lavoratori “[stanno] concentrando nelle [loro] mani una quota significativa del potere statale”, o si può addirittura parlare di una qualsiasi parte del potere? Hanno creato istituzioni come i soviet (consigli) del proletariato rivoluzionario russo nel 1917, che ha costituito un centro di potere rivale al governo provvisorio borghese, che alla fine ha portato al suo rovesciamento da parte del partito bolscevico? Purtroppo la risposta è no.
I comitati popolari di quartiere, formatisi spontaneamente durante la lotta contro Mubarak e i suoi scagnozzi, aveva il potenziale di svilupparsi in tali istituzioni. Tuttavia, come abbiamo visto, i gruppi della pseudo-sinistra hanno lottato per spezzare questi comitati, insistendo sul fatto che essi verranno sostituiti da consigli composti da membri dei Fratelli Musulmani e dai loro stessi quadri.
Il doppio potere non esiste in Egitto – non perché i lavoratori non fossero pronti a ciò, ma perché le organizzazioni politiche egiziane (soprattutto della pseudo-sinistra) l’hanno combattuto. Invece, hanno insistito sul fatto che i lavoratori si limitassero all’”ampio spazio democratico” che avrebbe fornito la dittatura militare egiziana.
La rivoluzione egiziana, come tutte le altre, pone la questione dell’esercito con straordinaria chiarezza. I generali che governano lo stato, hanno una larga fetta dell’economia, cospirano con Washington ed esercitano il controllo su un grande esercito di leva che, alla fine, in Egitto, è l’unica forza abbastanza grande da annegare nel sangue una rivolta popolare. In Egitto, il compito di ogni seria lotta per la democrazia sarebbe aggregare le truppe alla lottare per la rivoluzione socialista e spezzare l’autorità del corpo degli ufficiali.
La ragione fondamentale che spiega il fatto che la pseudo-sinistra si sia opposta a una tale visione è chiara, se si considerano le osservazioni formulate da al-Hamalawy e dagli altri membri del CS: considerano la giunta e il suo corpo ufficiali come la pietra angolare della transizione democratica. Da questo punto di vista, una lotta per distruggere l’autorità degli ufficiali sulle truppe è pericolosa. Rischia di alienarsi i tiranni militari che secondo la pseudo-sinistra, devono guidare la cosiddetta transizione verso la democrazia!
Gli scritti dei grandi marxisti sono chiare come il cristallo, riguardo l’atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso l’esercito e lo stato. In Stato e rivoluzione, Lenin cita con approvazione “l’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la ‘macchina statale esistente’ e non limitarsi a prenderne possesso.”
Per quanto riguarda l’esercito, Friedrich Engels scrisse, il 26 settembre 1851 in una lettera a Karl Marx: “E’ chiaro che la disorganizzazione dell’esercito e il rilassamento assoluto della disciplina sono stati necessari, finora, affinché una rivoluzione giungesse a trionfare.”
Il sostegno della pseudo-sinistra alla giunta e al corpo degli ufficiali egiziano, riflette non solo il suo rapporto con la classe dirigente egiziana e l’imperialismo mondiale, ma la sua profonda ostilità all’enfasi marxista sul ruolo rivoluzionario della classe operaia. Come Anne Alexander chiarisce nel suo articolo del 2006, “Suez e l’alta marea del nazionalismo arabo“, l’SWP e la pseudo-sinistra pensano che l’insistenza del marxismo sul ruolo primario della classe operaia nella rivoluzione non sia corretta.
Cita, concentrandosi sulla crisi di Suez del 1956, il ruolo di Nasser quando  salì al potere nel 1952, dopo un colpo di stato contro re Faruk, che pose fine al dominio della Gran Bretagna. A quel tempo, Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez e l’Egitto avevano combattuto un tentativo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele, di riprendersi con la forza il Canale. Nasser usò il Partito comunista stalinista d’Egitto per organizzare la resistenza popolare nel porto di Suez e oltre, sapendo che gli stalinisti non avrebbero formulato un’opposizione rivoluzionaria contro il suo regime. L’opposizione popolare e la minaccia di intervento sovietico, e la decisione degli Stati Uniti di ritirare l’appoggio alla sterlina inglese come segno di disapprovazione, fermarono l’invasione franco-britannica.
Per Alexander, il fatto che Nasser abbia mantenuto il potere invalida la prospettiva della rivoluzione socialista nei paesi coloniali, formulata da Leon Trotsky sottolineando il ruolo guida della classe operaia.
Trotzkij, scrive, “era d’accordo con Lenin che la classe operaia fosse l’unica classe in grado di portare al successo la rivoluzione democratica, ma ha sostenuto che una volta al potere, la classe operaia non potesse semplicemente limitarsi a costruire uno stato democratico borghese. Invece di questo, ha detto, ‘la rivoluzione democratica si trasforma subito in una rivoluzione socialista e diventa così una rivoluzione permanente.’ … Le Previsioni di Trotsky non furono confermate dall’ondata di rivoluzioni nazionali che seguirono la Seconda Guerra Mondiale. Un paese dopo l’altro, i vecchi regimi filo-coloniali non furono rovesciati dalla classe operaia o contadina. Al contrario, sezioni di intellettuali o fazioni dell’esercito presero il controllo dello stato.”
Questo commento è una perfetta illustrazione della prospettiva nazionalista, specifica della classe media, del SWP e dei suoi colleghi internazionali. Considerano gli ufficiali e fli intellettuali come le forze motrici della storia. Secondo il SWP, il fatto che Nasser sia salito al potere in Egitto nel 1952, è la prova che una prospettiva socialista era un errore ed è una legittimazione del loro orientamento verso la giunta della CSFA, lo stato nazione dell’Egitto, e dietro di essi, all’imperialismo occidentale.
Alexander non spiega perché, se la rivoluzione democratica era stata effettivamente effettuata da Nasser, come lei dice, la classe operaia sia ora in prima linea in una lotta rivoluzionaria contro la dittatura corrotta guidata dagli eredi politici di Nasser. Infatti, la repressione della classe operaia in Egitto, negli anni ’50, significò il fallimento di ogni lotta per la democrazia. Tuttavia, Alexander non pone queste domande perché la sua prospettiva piccolo-borghese la conduce a una critica senza principi di Trotsky e ad adattarsi politicamente al nasserismo e allo stalinismo.
In termini di politica estera, Nasser fece affidamento inizialmente sull’ostilità di Washington verso i tentativi dell’imperialismo britannico di mantenere il suo dominio sull’Egitto, e all’alleanza con la burocrazia sovietica per limitare la minaccia di un intervento imperialista. In termini di politica interna, aveva contato sul ruolo reazionario del Partito comunista egiziano che, in conformità alla politica del Cremlino, era contro una rivoluzione socialista nel mondo arabo. Il sostegno politico venne incoraggiato dalle concessioni sociali offerte ai lavoratori del regime post-coloniale.
Allo stesso tempo, il regime di Nasser schiacciò brutalmente le lotte indipendenti dei lavoratori. Fece giustiziare due lavoratori, Mustafa al-Kahm e Muhammad Baqri per il loro ruolo nel famoso sciopero del 1952 nella fabbrica tessile Misr. Nonostante questo, il Partito comunista egiziano supportò Nasser. Il Partito Comunista Egiziano ha cercato di limitare l’opposizione della classe operaia a Nasser, giustificando il sua auto-scioglimento nel 1956 con l’affermazione che Nasser stava per costruire il socialismo.
Il periodo storico durante il quale il regime nasseriano fu in grado di reprimere le lotte indipendente della classe operaia, e potersi bilanciare tra l’imperialismo e l’Unione Sovietica, non durò a lungo. Dopo la guerra dello Yom Kippur – 22 anni dopo l’avvento al potere di Nasser – il suo successore, Anwar Saddat, iniziò la politica dell’infidah (apertura) al capitale straniero e all’allineamento diplomatico all’imperialismo statunitense. Ciò incluse la firma di Saddat degli Accordi di Camp David nel 1978, la pace con Israele basata sulla repressione di un eventuale concorso dei lavoratori egiziani, col proletariato israeliano, a una lotta comune contro l’imperialismo e il sionismo.
L’integrazione dell’Egitto nell’economia capitalista globale, sotto l’egida di Washington, ha portato a una crescita ulteriore sia del potere sociale che dell’oppressione economica della classe operaia. Queste contraddizioni di classe che si sono accumulate sotto la superficie della vita politica egiziana, sono eruttate nelle lotte rivoluzionarie che hanno un impatto su tutto il mondo.
Alexander, l’SWP e i loro compagni internazionalisti, tacciono sulle questioni dell’imperialismo e dello stalinismo, a causa della loro prospettiva da classe media. Politicamente ipnotizzati da Nasser e dall’esercito egiziano, lottano per subordinare la classe operaia all’esercito, come fece il Partito comunista egiziano all’epoca di Nasser, anche se in questi giorni, il regime egiziano opera come un agenzia diretta dell’imperialismo.
Un duro colpo è stato inferto a questo orientamento della rivoluzione egiziana del 2011, ed ha confermato l’insistenza di Trotzkij sul ruolo della classe operaia nella lotta rivoluzionaria. La classe operaia ha spodestato Mubarak, il cui regime era assolutamente contrario a qualsiasi tipo di riforme democratiche ed era totalmente soggetto all’imperialismo.
La teoria della rivoluzione permanente, dichiara che la classe capitalista non può condurre la lotta per la democrazia, come ha fatto nelle rivoluzioni borghesi del diciottesimo secolo negli Stati Uniti e in Francia. Temendo il proletariato e, nei paesi ex coloniali come l’Egitto, essendo dipendenti dall’imperialismo straniero, i capitalisti si oppongono alla democrazia nel proprio paese. La democrazia può essere raggiunta solo dalla classe operaia e come parte della sua lotta per la rivoluzione socialista mondiale, per mettere tutte le risorse dell’economia nazionale e internazionale sotto il controllo dei lavoratori e delle masse oppresse.
E’ una caratteristica del tradimento della pseudo-sinistra cercare di screditare la teoria della rivoluzione permanente della classe operaia presentandola come una teoria in contrasto con la lotta politica. Mentre le rivendicazioni della classe operaia si moltiplicano questa estate, a favore di una seconda rivoluzione, i famigerati SR hanno emesso un comunicato dal titolo “Nessuna seconda rivoluzione, ma una rivoluzione permanente fino alla caduta del regime.”
Cercare di presentare le richieste dei lavoratori ‘per una seconda rivoluzione’ come contrarie al trotskismo e alla teoria della rivoluzione permanente, è fondamentalmente disonesto. La lotta per la realizzazione della rivoluzione permanente può adottare la forma di una rinnovata offensiva della classe operaia per rovesciare la giunta – che è precisamente ciò che i lavoratori chiedevano sostenendo una “seconda rivoluzione.” In questa lotta, i lavoratori notano che la pseudo-sinistra è un avversario determinato: di destra, piccolo-borghese e anti-marxista.

La classe operaia ha bisogno di una nuova leadership politica
I primi mesi della rivoluzione egiziana hanno dimostrato l’enorme potere sociale della classe operaia e la sua capacità di abbattere dittatori, paralizzare interi paesi e di organizzarsi per una lotta contro la repressione dello Stato.
La rivoluzione, però, ha anche rivelato i limiti dell’azione spontanea. Privi di una leadership politica, i comitati di sciopero e di autodifesa di base sono stati smantellati o abbandonati. L’iniziativa politica è stata lasciata alla giunta e ai suoi co-cospiratori imperialisti che sempre controllano i militari, le banche e l’apparato statale.
La rivoluzione non poteva trionfare, e nemmeno andare avanti con i partiti politici esistenti, che sono fondamentalmente ostili. Il supporto allo stato e alla burocrazia sindacale ha permesso alla classe dirigente egiziana di tramare la repressione controrivoluzionaria – assieme agli emissari dell’imperialismo occidentale, che hanno avviato una guerra neo-coloniale per un cambiamento di regime in Libia, e ora minacciano di iniziare una guerra in Siria, Iran e altrove.
I lavoratori egiziani hanno bisogno di un nuovo partito rivoluzionario per rovesciare la giunta AFSC, impostare uno stato operaio e guidare la lotta per porre fine al regime imperialista nel Medio Oriente, come parte della lotta per il socialismo internazionale.
Il capitalismo globale è impantanato nella più profonda recessione economica dalla Grande Depressione, soprattutto nei centri imperialisti in America e in Europa, creando una crisi sociale globale e una crescente resistenza da parte della classe operaia internazionale. Le condizioni oggettive necessarie per una lotta per la rivoluzione socialista mondiale, che Trotzkij e altri marxisti influenti avevano previsto e spiegato nella teoria della rivoluzione permanente, stanno per essere riuniti.
Il problema principale rimane l’irrisolta crisi della leadership della classe operaia. I primi mesi della lotta rivoluzionaria in Egitto hanno smascherato in modo devastante la pseudo-sinistra. Non sono la base per la costruzione di un tale direzione, ma un ostacolo la cui politica deve essere criticata spietatamente per riarmare la classe operaia con una prospettiva rivoluzionaria.
Questi partiti, legati a forze profondamente ostili al proletariato – l’imperialismo occidentale, i movimenti islamisti e la stessa giunta – stanno perseguendo e promuovendo una prospettiva politica ferocemente contraria alla lotta per il socialismo. Nella misura in cui mantengono l’influenza sulle lotte della classe operaia, genereranno sconfitte e demoralizzazione, così come il pericolo di vedere la controrivoluzione trionfare.
Il primo compito affrontato da operai, intellettuali e giovani dell’Egitto e del Medio Oriente nello spirito socialista, è spezzare l’influenza di questi partiti, e con gli strati dei lavoratori politicamente più coscienti, costruire di un partito rivoluzionario al fine di condurre la lotta della classe operaia.
La base politica di questa prospettiva è la teoria della rivoluzione permanente e la lotta del Comitato Internazionale della Quarta Internazionale (ICFI) per difendere la continuità rivoluzionaria del trotskismo e le fondamenta storiche e programmatiche del marxismo.
L’ICFI è convinto che la rivoluzione egiziana sia la prima esperienza di un nuovo periodo di lotta rivoluzionaria internazionale. Ha creato il World Socialist Web Site come organo politico per spiegare, unificare e fornire la leadership politica alle lotte della classe operaia in tutto il mondo. Chiama i suoi lettori in Egitto, Medio Oriente e internazionali, a lottare per la prospettiva della rivoluzione permanente e a partecipare alla ICFI.

(Articolo originale pubblicato 21 novembre 2011)

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Il nuovo strumento della politica israeliana

L’Impero ammette: senza al-Jazeera, non potevano bombardare la Libia
Come ha fatto al-Jazeera, un tempo soprannominata la ‘rete del terrore’ da parte di alcuni e il cui personale è stato martoriato dalle bombe USA in Iraq e in Afghanistan, finire per diventare il propagandista mediatico  per un’altra guerra occidentale contro un piccolo stato del Sud del mondo, la Libia? Non sapremo tutti i dettagli per qualche tempo, forse qualche wikileaks ci aiuterà a capire, in seguito. Ma una cosa è già certa: la stazione ha tradito un grave pregiudizio politico contro il suo pubblico anti-imperialista pan-arabo e pan-islamica, riflette la sua copertura discriminatoria nei confronti della regione, sulla base degli interessi del Qatar e dei suoi collegamenti e servizi con l’Occidente.

Al-Jazeera spezza l’egemonia occidentale nei media
Alla fine degli anni ’90, al-Jazeera ha inflitto un colpo storico all’egemonia occidentale dei media finora esercitato attraverso Sky, CNN e BBC. L’emergere di al-Jazeera è stata una parte del processo di crescita della multi-polarità nel Mondo – l’inizio della fine della fase dell’egemonia statunitense del ‘Nuovo Ordine Mondiale’. Nel mondo arabo, la regione del Golfo ha iniziato a vedere grandi sconvolgimenti politici negli anni ’90, quando i popoli della regione si resero conto che la loro principale risorsa nazionale – il petrolio – non era destinato a durare per sempre e che, se non usavano questo petrolio per sviluppare i propri paesi, allora sarebbero rimasti senza null’altro che le dune di sabbia. Furono questi i fattori che hanno portato alla nascita di un vivace movimento pro-democrazia nel Golfo, in particolare in Arabia ‘Saudita’.
Tutti i media cercano di apparire indipendenti, ma i grandi media non lo sono mai, al-Jazeera compresa. Ha svolto un fondamentale ruolo di agit-prop nel primi anni del 2000, durante le intense battaglie tra l’Impero e le lotte dei popoli oppressi in Libano, Palestina, Afghanistan e Iraq. Avendo io stesso intrapreso un lavoro internazionale di solidarietà con il personale medico, durante il culmine dell’assedio di Ramallah, nell’aprile del 2002, posso attestare che, per coloro che erano sotto il coprifuoco militare dello Stato sionista e l’occupazione della Palestina, al-Jazeera è stata quasi gli occhi e le orecchie del persone di Ramallah, tenendoci informati sulle proteste di solidarietà in tutta la regione e internazionali, e anche a tenerci informati segnalando la resistenza in Afghanistan, la battaglia di Tora Bora all’epoca, per essere precisi.
C’erano sempre contraddizioni politiche all’interno della stazione, il patrono della stazione è la monarchia del Golfo del Qatar, che ospita il Comando regionale Centrale dell’esercito degli Stati Uniti – Centcom. Nonostante le contraddizioni nella stazione, appare chiaro che le potenze occidentali non avrebbero consentito ad al-Jazeera in Arabo di lanciare una stazione in lingua inglese, con la stessa assertiva, anzi militante, posizione nei confronti della politica estera occidentale. Al-Jazeera in inglese (AJE), venne lanciata nel novembre 2006, ha dovuto procedere con cautela, non attraversare le invisibili linee ideologiche tirate dagli Stati Uniti e anche, ma non solo, dalla classe dirigente del Qatar. La programmazione di AJE dal 2006 ha coperto la regione nei limiti dell’opposizione liberale all’Occidente (qualsiasi flirt con il radicalismo era limitato a ciò che è tollerato dalle calde relazioni del Qatar con Hezbollah e Hamas), non favorendo l’unità africana (no al pan-africanismo nella sua linea editoriale), e nell’essere costantemente negativa nei confronti della Cina. (Al contrario, i reportage di AJE sull’America Latina è stato più vario, anche se chiaramente più positivo verso la ‘Sinistra Buona’ del Brasile che verso la ‘Sinistra Cattiva’ del Venezuela).
Recentemente, AJE è stato determinante nella pubblicazione dei documenti sulla Palestina, che non hanno detto nulla di nuovo circa il fallimento del processo di pace, ma il cui effetto è stato un approfondimento della divisione tra Fatah e Hamas. Pochissimo tempo dopo, in Tunisia ed Egitto sono scoppiate le insurrezioni popolari, e le successive turbolenze nella regione hanno avuto inizio.

I reportage di al-Jazeera sulla regione e l’egemonia occidentale
AJE ha iniziato a perdere la sua pretesa di “ogni angolatura, ogni parte” durante la copertura di Tahrir Square. Milioni hanno guardato con orgoglio, ispirazione e nervosismo la battaglia delle masse a Tahrir con l’AJE che giocava il ruolo dell’agit-prop nella lotta. Tuttavia, c’erano due campi, in cui i reportage dell’AJE divennero sospetti. In primo luogo, alcuni dei suoi ospiti, analisti e opinion-maker sono andati oltre il programma liberale. Molti degli ospiti erano di Ong e think tank occidentali, nessuno dei quali ha mai dato alcun contributo significativo alla liberazione di un qualsiasi paese del Sud del mondo. AJE ha fatto in modo che non ci fosse alcuna analisi radicale anti-imperialista nella sua stazione. Era così difficile che ci fossero nasseriani, islamisti anti-imperialisti, o rivoluzionari di sinistra in Egitto? Certo che no, l’Egitto è ricco di esperienze e pensiero rivoluzionaria, come lo è in generale il mondo arabo, ciò  conduce alla conclusione che esistesse una chiara decisione di censurare queste voci dalla stazione.
Magari guardare l’ultima rivoluzione riuscita in Egitto è illustrativo su questo punto. La rivoluzione guidata dal presidente egiziano Gamal Abdel Nasser dichiarava apertamente che l’obiettivo centrale della lotta era  combattere l’imperialismo e il sionismo e sviluppare una politica estera non-allineata, per la distribuzione della ricchezza e la riforma agraria nel paese di orientamento socialista. Tutti questi problemi sono stati spogliati dai reportage dell’AJE dall’Egitto, e gestiti dai liberali.
In secondo luogo,  i reportage da Tahrir sono stati ancora più interessanti, avendo avuto l’opportunità di confrontare la copertura di AJE con quella di Press TV dell’Iran in lingua inglese,  entrambe presenti nello stesso posto, nello stesso momento e tra le stesse persone. Mentre AJE censurava quasi tutti gli slogan anti-imperialisti e pro-Palestina/anti-sionisti e i sentimenti delle masse a Tahrir, Press TV ha accentuato queste voci da Tahrir, voci che erano molto forti e massicce nei loro numeri. Una cosa è certa, nonostante il cambiamento della situazione nella regione, l’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, vuole assicurarsi che le rivolte in Tunisia ed Egitto non diventino anti-imperialiste, e AJE è parte integrante nel mantenere queste lotte entro i limiti fissati dall’Occidente.
E’ stato, tuttavia, sulla copertura della Libia e del Golfo, dove AJE ha completamente esposto la sua agenda, che è un’agenda filo-Golfo e filo-occidentale assai reazionaria. Sempre cavalcando la buona volontà nei reportage in Tunisia ed Egitto, nei primi giorni della rivolta libica, AJE ha rivolto tutta la sua attenzione e l’agit-prop alla ribellione libica e non ha detto nulla negativo della concomitante visita del primo ministro britannico Cameron in un viaggio da piazzista di armi nel Golfo – lungi da ciò, AJE ha effettivamente regalato ore di trasmissione a Cameron per indirizzare la propaganda di guerra contro la Libia. Era chiaro da quel momento AJE avrebbe fatto qualsiasi cosa per proteggere l’area del Golfo dalle insurrezioni, e concentrarsi su quei regimi che l’Occidente ha messo nel mirino del cambio di regime: la Libia e la Siria (e in misura minore, per il momento almeno, Algeria). E proteggere i regimi del Golfo è ciò che AJE ha esattamente fatto. AJE ha minimizzato i disordini in Arabia, mentre le proteste di livelli simili in Libia, sono state spacciate quali sollevazione in massa di tutto il popolo libico, e oggi appare sempre più chiaro che la rivolta in Libia ha scarso sostegno al di fuori di Bengasi, e anche lì non è propriamente totale. AJE ha appena accennato alle grandi proteste in Marocco o in Bahrain, spesso respingendo quelle del Bahrein come un problema della setta sciita collegata con l’Iran. Forse la copertura di AJE è comprensibile, se si considera che il Bahrein ospita la più grande flotta degli Stati Uniti nella regione; AJE non vuole mettere a repentaglio i suoi amici dei governi degli Stati Uniti e del Bahrein. AJE ha anche censurato il discorso di Nasrallah di pochi giorni fa, probabilmente ciò è dovuto al fatto che Nasrallah ha parlato troppo della giusta lotta del popolo del Bahrein.
E’ diventato chiaro che i ribelli libici sono agganciati e appiattiti sugli interessi occidentali in Libia, ma sono stati descritti come patriottici ed eroici rivoluzionari da AJE. Dal sostenere la resistenza in Afghanistan, Iraq, Libano e Palestina, al sostenere di un movimento che balla letteralmente sui teschi dei libici che sono stati inceneriti dalle bombe statunitensi, francesi e inglesi, si può parlare piuttosto di una svolta.
Il Financial Times inglese è il giornale che rappresenta la voce intelligente delle élite britanniche, più di ogni altro, e il 20 marzo ha pubblicato un articolo a pagina tre, sotto la voce “il sostegno di al-Jazeera è centrale per la Coalizione“:
Nel disperato tentativo di distinguere tra la Libia e gli altri interventi occidentali nel mondo musulmano, che hanno acuito i sentimenti anti-occidentali, le tre principali potenze nella campagna di Libia stanno disegnando la legittimità delle proprie azioni, sottolineando che ciò deriva dalle richieste arabe. Mentre qualcuno si chiede dove siano i jet arabi, la coalizione internazionale – almeno per ora – ha un’arma più potente al suo fianco: il canale televisivo al-Jazeera. … I proprietari al-Jazeera, la famiglia reale del Qatar, sono tra coloro che sostengono lo sforzo internazionale. … Infatti, la crisi in Libia rappresenta un raro momento di unità tra i popoli ed i loro capi nel mondo arabo, con al-Arabiya, il canale saudita, anch’esso dalla parte dei ribelli.
Un raro momento di unità tra le masse arabe e i più reazionari governanti filo-occidentali della regione? AJE è stato fondamentale nella conduzione di una guerra dell’Occidente per il cambiamento di regime contro un vecchio nemico?  Questi sviluppi di AJE possono eventualmente portare il canale al centro di una forte ed estesa critica araba, e forse anche proteste aperte e visibili. Già un numero crescente di analisti e commentatori sta iniziando a mettere in discussione l’agenda di AJE. Dopo tutto, le mosse di Qatar e AJE sono tutt’altro che sottili, per non dire altro:
Anche se Doha ha spesso usato al-Jazeera per sviare le critiche delle precedenti collaborazioni con gli Stati Uniti, i suoi governanti sono stati più aperti riguardo al loro sostegno ai ribelli libici, anche se il ruolo specifico del Qatar è ancora incerto. “Il Qatar parteciperà all’azione militare perché crediamo che devono essere gli stati arabi ad intraprendere questa azione, perché la situazione è intollerabile”, ha detto Sabato ad al-Jazeera lo sceicco Hamid bin Jassem, il primo ministro. (Financial Times, 20 marzo 2010)
Il coinvolgimento dei militari del Qatar in Bahrain e Libia non è certo un atto amichevole di unità e di lotta pan-araba, ma piuttosto si tratta di una azione sfacciatamente contro-rivoluzionaria, svolgendo un ruolo minore nell’aggressione occidentale. Purtroppo le cose si fanno da abissali a peggiori.

Il vergognoso reportage di al-Jazeera sulla Palestina
Mentre l’Occidente si garantisce nel miglior modo possibile che l’attuale crisi nella regione non si orienti verso l’anti-imperialismo e l’anti-sionismo, gli atti aggressivi  dello stato sionista possono ancora diventare il catalizzatore che radicalizzi i movimenti dei popoli nella regione, esattamente in quella direzione. Pertanto, l’Occidente deve gestire con molta attenzione la percezione dello stato sionista, le sue aggressioni selvagge nella regione. A sua vergogna, AJE ha iniziato ad allinearsi con l’Occidente anche su questa gestione d’immagine: ha grossolanamente sottovalutato i reportage del recente raid aereo sionista contro i palestinesi a Gaza, che ha causato la morte di otto persone tra cui diversi bambini, dando una copertura relativamente più ampia possibile all’attacco della resistenza palestinese a Gerusalemme, che ha provocato la morte di una persona. Il rispettato commentatore di politica arabo As’ad AbuKhalil, affronta tale questione:
Il ruolo nefasto di al-Jazeera (in arabo) è peggiorata – è molto peggio. Ieri ribollivo tutto il giorno perché non smetteva la sua fastidiosa, ossessiva copertura non-stop della vicenda libica, per poter riferire ampiamente sull’omicidio israeliano di bambini palestinesi. Al-Jazeera e Al-Arabiyyah (la stazione del cognato, re Fahd) a malapena ha coperto la storia ed entrambi coprono ampiamente le storie in Libia e i “successi” del bombardamento della Libia occidentale. Peggio ancora, oggi, mentre la notizia dell’esplosione a Gerusalemme arrivava, al-Jazeera ha posto fine alla sua copertura sulla Libia (anche se temporaneamente) e ha fornito una diretta non-stop alla notizia dell’esplosione. Sembra che al-Jazeera ora operi secondo gli standard occidentali, secondo cui le vittime israeliane sono più preziose delle vittime palestinesi.
Il fatto che AJE, avendo contribuito ad un approfondimento della spaccatura all’interno della famiglia politica palestinese attraverso la pubblicazione dei documenti sulla Palestina, è sceso a questo livello nel riferire sulla Palestina, lasciando la sensazione che AJE non ha più gli interessi dei palestinesi nella sua linea editoriale.
La regione araba vede lo sviluppo dei movimenti popolari, che incorpora molte influenze politiche, anche se inficiati dall’inevitabile intromissione contro-rivoluzionaria delle intelligence occidentali e delle forze influenzate dalle intelligence occidentali. Il potenziale per la giustizia, lo sviluppo e l’indipendenza potrebbe ora diventare un po’ più grande, se un nuovo movimento anti-imperialista e anti-sionista potesse svilupparsi. Ma qui abbiamo di fronte AJE e al-Jazeera in arabo (che promuovono  esattamente la stessa narrazione), rendendosi utili al riuscito svolgimento di una guerra di aggressione occidentale contro la Libia, un piccola nazione islamica, terzomondista, araba e africana. Entrambi coprono le vendite di armi della potenze occidentali nella regione, sminuiscono i movimenti popolari del Golfo (anche usando la carta settaria attraverso le parole con la ‘I’ e la ‘S’: Iran e sciiti), cioè nella zona strategica più importante per l’Occidente, ed ora giocano anche insieme all’Occidente nella loro copertura della rivoluzione palestinese. AJE e al-Jazeera in arabo, nei mesi scorsi, e ancora di più nelle ultime settimane, si sono mostrati come poco più che una versione leggermente più liberale dell’egemonia neo-colonialista occidentale sulla regione, uno strumento prezioso per uno stato del Golfo fedele all’Occidente; e che stanno sprofondando con esso, anche se soprattutto si stanno ancora crogiolando nella gloria riflessa dei sacrifici e delle lotte degli altri popoli della regione.

Un cruciale media multipolare
Prima dell’arrivo di al-Jazeera, e soprattutto di AJE, i media satellitari in lingua inglese erano dominati da un Occidente ostile nei suoi reportage sui diritti del nostro popolo. I media occidentali, che riflettono la politica estera occidentale, sono sempre stati e rimangono generalmente ostili alla lotta del Sud del mondo per l’indipendenza, il diritto ad esercitare il potere e di usare le nostre ricchezze naturali e dell’ambiente, per lo sviluppo della cooperazione reciproca e dell’amicizia mondiale, cioè, un mondo multipolare, lo sviluppo più importante della democratizzazione nelle relazioni internazionali, mai visto nella storia dell’umanità.
Con questa crescente multi-polarità, stiamo assistendo all’emergere di un gran numero di stazioni satellitari delle potenze emergenti: AJE rappresenta il mondo arabo e islamico (nonostante l’analisi critica qui), Press TV dell’Iran, Russia Today della Russia; NDTV dell’India; CCTV-9 della Cina, e così via. Sulla crisi libica, Russia Today è stata l’unica voce critica fin dall’inizio, verso la ribellione pro-occidentale. La posizione della Cina contraria all’aggressione della Libia. è stata probabilmente la più importante di tutte le potenze mondiali emergenti dei paesi BRIC (che sono contro l’aggressione alla Libia), e CCTV-9 naturalmente trasportato la posizione cinese. Così come abbiamo bisogno di sviluppare un mondo multipolare, abbiamo anche bisogno di più mezzi di comunicazione multi-polari. Guardando avanti, l’Unione Africana o l’ASEAN avranno un proprio canale. Ci sono stati mormorii tra lo stato venezuelano e il Movimento dei Paesi Non Allineati, nell’avviare un canale in lingua inglese. Forse il Venezuela, con l’Alleanza progressista Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), potrebbe promuovere una assai sentita programmazione mondiale in lingua inglese, internazionalista, pro-lavoratori e pro-Sud, creativo e professionale. Questo è qualcosa che è sempre più importante, in quanto non stiamo ancora vincendo la battaglia dei media in linea con i profondi cambiamenti antimperialisti che si verificano nel mondo. Nel frattempo, il potere di Sky, Hollywood, con videogiochi, film e musica profondamente misogini, violenti e razzisti, sta plasmando la mente di ogni adulto, giovane o bambino che ha un telefono portatile o uno smartphone, in tutto il mondo. In altre parole, è ancora l’Occidente che sta utilizzando i media a suo vantaggio, interferendo maliziosamente negli affari degli altri popoli, con AJE che, ora, ha aderito a questa agenda.

Conclusioni
La vigilanza è importante per comprendere la vera agenda dietro la TV, ma soprattutto nel caso di AJE, in cui l’evidenza politica è sorprendente nella sua audacia. Ogni nazione nel Sud del mondo ha la sua agenda, e il Qatar, lo stato dietro AJE, ha la sua. Qatar non ha sempre sostenuto la resistenza regionale; negli ultimi dieci anni ha avuto rapporti amichevoli con Hezbollah e Hamas, ma ha anche sostenuto gli attacchi ad Afghanistan ed Iraq. Si deve rimanere consapevoli del grande pericolo rappresentato dalla vicinanza del Qatar all’egemonia occidentale e anche dalle sue relazioni con gli stati più reazionari, antidemocratici e brutali della penisola arabica. Questo è un fatto ineludibile. La vera sfida consiste nella capacità degli spettatori di riflettere criticamente su AJE, nonostante la sua reputazione per aver introdotto un discorso più approfondito e intelligente nel mainstream.
AJE ha attraversato diverse linee rosse dell’anti-imperialismo, e l’anti-imperialismo è assolutamente centrale per la riuscita di ogni lotta araba, dalle battaglie del Saladino, secoli fa, al più recente Nasser e al nostro contemporaneo Sayyid Hassan Nasrallah. Resta da vedere come il personale dei diversi livelli di AJE, così come le diverse sezioni superiori della monarchia del Qatar, si comporteranno nell’inevitabile reazione contro di loro. AJE può districarsi dai regimi arabi e del Golfo neo-coloniali e dispotici, filo-occidentali e filo-sionisti? Come risponderanno i popoli quando AJE gli dice che, nonostante tutti i movimenti popolari che si oppongano fermamente ai regimi filo-occidentali di Marocco, Giordania, Yemen, Bahrain, Kuwait, Qatar e in generale nella penisola arabica, in realtà la vera ‘rivoluzione’ sta accadendo solo nei nemici ufficiali dell’Occidente, contro i regimi della Libia e della Siria? Nell’ultimo decennio, la storia ha cominciato a muoversi più velocemente, quindi dovremo conoscere le risposte a queste domande e a molte altre, prima di quanto si possa pensare.

Sukant Chandan è un analista politico e cineasta di Londra, e gestisce il blog SonsofMalcolm.com.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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