L’accordo sulle armi Russia-Egitto: importante passo avanti mentre gli USA arretrano in Medio oriente

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 21/09/2014putin-sisi2Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi nella località del Mar Nero di Sochi, in Russia, il 12 agosto 2014. Era la sua prima visita ufficiale nella Federazione Russa in qualità di presidente. E Vladimir Putin è stato il primo leader ad invitarlo al di fuori del mondo arabo, dopo il suo giuramento come capo di Stato. L’ordine del giorno prevedeva la presentazione di materiale militare russo da vendere. (1) I due leader decisero di ampliare la cooperazione nelle esportazioni di armi all’Egitto oltre a studiare l’istituzione di un centro logistico a Masri, sulle coste del Mar Nero. Gli Stati Uniti hanno sospeso parte delle forniture di armi alla caduta dell’ex-presidente egiziano Muhammad Mursi, nel luglio 2013, seguita dalla repressione di Sisi del precedente governo islamico. Il 17 settembre Russia ed Egitto raggiungevano un accordo preliminare per l’acquisto di armi da parte di Cairo del valore di 3,5 miliardi dollari. Aleksandr Fomin, capo del Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare, ha detto che l’accordo è stato raggiunto nel corso di una mostra sulle armi in Sud Africa. (2)

Sanzioni occidentali: nessun impatto sull’industria militare russa
La Russia è il secondo maggiore esportatore di armi al mondo dopo gli Stati Uniti. Il direttore di Rosoboronexport, ente statale che si occupa dell’esportazione di armi, ha detto che il valore degli ordini dell’agenzia era alto nonostante le sanzioni occidentali contro Mosca per l’Ucraina. “Oggi il nostro portafoglio ordini è di 38,7 miliardi di dollari. Uno dei dati più forti di Rosoboronexport negli ultimi anni“, ha detto Anatolij Isajkin a una conferenza stampa all’expo sulle armi. L’azienda aveva firmato 1202 ordini l’anno scorso con 60 Paesi. Tra i maggiori importatori di armi e attrezzature militari russe vi sono India, Cina, Vietnam, Indonesia, Venezuela, Algeria e Malaysia. V’è grande interesse da parte degli acquirenti stranieri per i sistemi di difesa aerea, il MiG-29 o il nuovo caccia Su-35, così come per l’aereo da addestramento Jak-130, gli elicotteri da trasporto e da combattimento e i missili anticarro. Stati Uniti ed Unione europea hanno preso di mira l’industria degli armamenti della Russia nel quadro delle sanzioni contro Mosca, accusandola di aver avuto un ruolo nel fomentare i disordini separatisti in Ucraina. Ma la Russia è uno dei pochi Paesi al mondo quasi autosufficiente nella produzione per la difesa, secondo l’esperto di IHS Jane, Guy Anderson. (3) Nel breve termine, il divieto sulle armi non dovrebbe avere un impatto significativo sulla potenza militare della Russia. “L’embargo di per sé non cambia nulla delle capacità militari russe al momento“, ha detto Siemon Wezeman, ricercatore del SIPRI. (4) Le nuove sanzioni dell’Unione europea contro la Russia non avranno alcun impatto serio sulle esportazioni di armi russe, ha detto il 12 settembre un alto funzionario della società high-tech statale Rostec. (5) “Secondo le nostre previsioni e conclusioni, nonché i nostri compiti nel quadro (del programma) di sostituzione delle importazioni, non ci aspettiamo un impatto serio dalle nuove sanzioni”, ha detto Sergej Goreslavskij Vicedirettore generale di Rostec. Rostec è una società industriale russa composta da 663 organizzazioni di 60 regioni della Federazione Russa. I prodotti dell’azienda arrivano ai mercati di oltre 70 Paesi.

Russia-Egitto: grandi prospettive per la cooperazione militare
Dal 1979, gli Stati Uniti hanno fornito all’Egitto quasi 70 miliardi di dollari in finanziamenti, più della metà dei quali per l’acquisto di attrezzature militari statunitensi. Gli aiuti da 1,3 miliardi di dollari l’anno per l’assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti, rappresentavano l’80 per cento del bilancio annuale militare egiziano. Oltre a standardizzare l’arsenale di Cairo e accrescerne l’interoperabilità con le forze statunitensi, le vendite di armi diedero a Washington una significativa leva politica. Nell’ottobre 2013, Washington prese una decisione importante. In un drammatico cambio verso l’importante alleato arabo, l’amministrazione Obama annunciava la sospensione di una parte rilevante degli aiuti militari all’Egitto, per via della repressione sanguinosa dei Fratelli musulmani, elementi assai vicini ai militanti dello Stato islamico che gli USA combattono in Iraq oggi. La mossa, che interessa centinaia di milioni in aiuti degli Stati Uniti all’esercito egiziano, si ebbe al culmine di mesi di dibattito nell’amministrazione su come rispondere alla cacciata dell’ex-presidente Muhammad Mursi, capo per la prima volta eletto in Egitto ed incline a un regime autoritario. L’Egitto da tempo cerca di diversificare i fornitori di armamenti per non dipendere da Washington. Cerca nuovi aerei da combattimento da un altro fornitore che non gli Stati Uniti, per sostituire i sistemi sovietici e cinesi obsoleti. In particolare, ha urgente bisogno di elicotteri d’attacco per combattere la crescente insurrezione islamista nel Sinai. Gli Apaches statunitensi sono un problema. I programmi di manutenzione ordinaria in genere occupano più di un terzo dei 35 velivoli esistenti. A complicare le cose, le fonti della difesa egiziana notano che gli avvisi sui viaggio del dipartimento di Stato e l’evacuazione temporanea di personale statunitense “non essenziale” dall’Egitto, negli ultimi tre anni, hanno interrotto la manutenzione cruciale fornita dagli appaltatori statunitensi. Gli elicotteri d’attacco Mi-35 e/o gli elicotteri multiruolo Mi-17 russi farebbero parte dell’accordo concluso. L’Egitto ha già quasi 100 di questi velivoli ad ala rotante e di vecchi elicotteri Mi-8 dell’epoca sovietica, nelle versioni trasporto truppe, cargo, intelligence elettronica e attacco, quest’ultima attrezzata con cannoni da 23mm e 500 kg di bombe o missili anticarro. Alcuni di questi sistemi operano nel Sinai. Gli Stati Uniti inoltre affrontano un altro problema. L’Arabia Saudita è disposta ad essere generosa per colpire Washington. Insieme con gli Emirati Arabi Uniti, Riyadh sottoscrive l’acquisto dell’Egitto di armi russe. Questo contributo segue l’annuncio di dicembre secondo cui il regno avrebbe fornito alle Forze Armate libanesi, la maggior parte del cui budget era già finanziato da Washington, 3 miliardi di dollari per acquistare armi francesi. La decisione di Riyadh di finanziare con 5 miliardi di dollari l’acquisto di armi russe e francesi da clienti tradizionali degli Stati Uniti, è un segno inequivocabile del malcontento saudita verso la politica degli Stati Uniti su questioni regionali sensibili, in particolare Iran, Siria ed Egitto. Inoltre, il finanziamento saudita delle armi egiziane annulla la politica di Washington nel vincolare gli aiuti militari a riforme politiche. In ogni caso, dato che la leadership attuale dell’Egitto vede il conflitto con i Fratelli musulmani e l’insurrezione jihadista nel Sinai come minacce esistenziali, gli sforzi degli Stati Uniti per sfruttare le vendite di armi a favore di un governo inclusivo hanno scarse probabilità di successo.
L’ex-ambasciatore egiziano in Russia ed onnipresente figura mediatica, Rauf Sad, ha sostenuto che i due governi condividono una visione comune del terrorismo e che la stretta relazione di Mosca con l’Etiopia aiuterà Cairo a gestire le preoccupazioni nella costruzione della diga della Rinascita sul Nilo. (6) Gli ufficiali egiziani hanno anche osservato che l’assenza da parte della Russia di condizioni sulle vendite di armi, ne fa un partner più affidabile di Washington, che ha trattenuto le armi in attesa della riforma politica. Egitto e Russia furono alleati strategici. Il rapporto che emerge ricorda l’era del Presidente Gamal Abdal Nasser, il grande leader egiziano che guidò il Paese dopo che l’esercito rovesciò la monarchia nel 1952. Nasser forgiò stretti legami con l’Unione Sovietica fino al 1970. La cooperazione militare era molto stretta in quei giorni, consentendo al Paese di difendere l’indipendenza nella politica mondiale.
L’accordo concluso tra Russia ed Egitto il 17 settembre, presagisce la progressiva riduzione della capacità di Washington nel controllare qualità e quantità delle armi che Cairo riceve e mantenere il vantaggio regionale militare qualitativo d’Israele. Stretti legami commerciali agricoli e militari fra Cairo e Mosca difficilmente aiuteranno Washington nel congelare efficacemente le relazioni Est-Ovest sulla crisi ucraina. La Russia ha risposto all’isolamento diplomatico degli Stati Uniti e dei loro alleati europei stipulando il massiccio accordo sul gas con la Cina e invitando i Paesi latino-americani a vendere i loro prodotti agricoli alla Russia a condizioni preferenziali. L’accordo con Cairo illustra come le sanzioni occidentali contro il complesso militare industriale russo siano inefficaci. L’accordo in questione è un importante passo avanti della Russia in Medio Oriente e un chiaro successo della politica russa.

Villano, lo zio Sam Vi sospenderà i rifornimenti di armi

Villano, lo zio Sam Vi sospenderà gli aiuti militari

Note di chiusura:
1. Youtube
2. RG
3. Youtube
4. Siemon Wezeman
5. ITAR-TASS
6. Washington Institute

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia ed Egitto rilanciano la cooperazione strategica

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 19/08/2014
Bu1_rbPIIAEhjXL.jpg largeAbdelfatah Said Husayn Qalil al-Sisi, Presidente dell’Egitto, ha visitato la Russia il 12 agosto. Il vertice è un importante passo dal forte impulso allo sviluppo delle relazioni bilaterali. I presidenti hanno raggiunto accordi per creare una zona di libero scambio con i Paesi eurasiatici e una zona industriale russa in Egitto nell’ambito dell’Asse del Canale di Suez Axis. Il nuovo segmento del canale sarà lungo 45 miglia, diramandosi dal canale attuale di 120 chilometri. L’estensione è necessaria per ridurre i tempi di attesa delle navi da una media di 11 ore a 3. Il rapporto tra Egitto ed Unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakhstan si stringe. La cooperazione militare continuerà con l’invio di corazzati e sistemi di difesa aerea in Egitto. I due Paesi uniscono gli sforzi nella ricerca spaziale. Nell’aprile 2014 un missile russo ha posto in orbita un satellite egiziano. L’Egitto aumenterà le esportazioni verso la Russia. Il turismo avrà nuovo impulso. L’agenda internazionale dei colloqui include problemi scottanti come la crisi in Siria, Iraq, Libia e l’aggravamento dello scontro nella Striscia di Gaza tra Israele e Palestina. L’Islam radicale esercita un’influenza crescente utilizzando il terrore come strumento di lotta politica. Egitto e Russia hanno una ricca esperienza nella lotta ai radicali islamici. La maggior parte degli egiziani percepisce al-Sisi come il leader che ha salvato il Paese dal pantano della guerra civile. Un conflitto interno si stava preparando durante la permanenza in carica del presidente islamista Muhammad Mursi. Al-Sisi era ministro della Difesa nel luglio 2013, quando ebbe supporto da forze politiche sinistra e liberali, dal partito salafita al-Nur, da Corte Costituzionale, Ministero degli Interni, Gran Mufti d’Egitto, università musulmana al-Azhar e dal patriarca della Chiesa copta ortodossa. Con questo ampio sostegno al-Sisi depose l’allora presidente Mursi che rappresentava i Fratelli musulmani. Quegli eventi appaiono nella storia dell’Egitto come la “Rivoluzione del 30 giugno” (il 30 giugno 2013 l’esercito inviò un ultimatum a Mursi).
Al-Sisi ha vinto le elezioni presidenziali del maggio 2014. I Fratelli musulmani furono esclusi dalla vita politica del Paese in quanto organizzazione terroristica, secondo la nuova costituzione approvata dal 98% dei votanti nel referendum del gennaio 2014. Abdelfatah al-Sisi, ministro della Difesa e capo dei servizi di sicurezza ebbe oltre il 96% dei voti. La vittoria fu senza precedenti nei 60 anni di storia dell’Egitto repubblicano, da quando il Paese divenne una repubblica nel 1953. Mosca fu la meta del suo primo viaggio all’estero come ministro della Difesa, incontrando il Presidente Putin nel febbraio 2014. Da parte del suo popolo il Presidente russo sosteneva il “successo” dell’alto ufficiale egiziano nella corsa presidenziale della nazione. Il rapporto tra i due Paesi ha radici storiche. Abdelfatah al-Sisi gode di un forte sostegno tra coloro gli eredi dell’ex-Presidente Gamal Abdel Nasser, per esempio il Fronte di salvezza nazionale, tra cui al-Wafd (partito della delegazione), uno dei più antichi ed influenti partiti democratici liberali, il Partito arabo nasseriano e il movimento Tamarod (Ribellione) che rappresentano le forze di sinistra e liberaldemocratiche. In Egitto, al-Sisi viene spesso paragonato a Gamal Abdel Nasser che governò nel 1954-1970.
La politica filo-socialista di Nasser aveva lo scopo di mantenere la leadership dell’Egitto nel mondo arabo, e per contrastare la pressione neo-coloniale occidentale, si alleò all’Unione Sovietica. Luminosi esempi di cooperazione bilaterale sono la costruzione della diga di Assuan e il sostegno all’Egitto dall’URSS quando Gran Bretagna, Francia e Israele intervennero contro questo Paese nel 1956. L’attacco fu fermato dall’Unione Sovietica che sottolineò il diritto d’intervenire e colpire gli aggressori. Il popolo egiziano ricorda il sostegno dell’URSS in quei giorni. Molto spesso i manifestanti di Cairo portano insieme le tre immagini di al-Sisi, Nasser e Putin. Il mondo è assai cambiato dai tempi di Nasser, ma il neo-colonialismo è ancora vivo. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti finanziari e militari all’Egitto dopo che Mursi fu rovesciato, l’ex-presidente attuava una politica estera filo-occidentale, in particolare verso la Siria. La caduta di Mursi non ha soddisfatto gli interessi degli Stati Uniti, quindi ne hanno etichettato la deposizione come “violazione della democrazia e golpe militare”. L’Unione africana pose fine all’adesione dell’Egitto all’organizzazione. Ma l’Egitto fu irremovibile nel ripristinare la propria posizione di leader del mondo arabo e centro di potere regionale.
Dopo gli eventi in Crimea e Ucraina, la Russia affronta lo stallo con l’occidente. Gli eventi internazionali fanno presumere che non sia l’ultimo confronto. Per contrastare tale sfida, la Russia ha bisogno di alleati esterni al mondo occidentale, in Asia, America Latina e Africa. Con la sua lunga storia di legami con la Russia, l’Egitto, nazione araba leader, può divenire un alleato dei russi.

C95FA882-1E5B-4D41-9DF0-8265588995CD_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Storia rivoluzionaria dell’Iraq

Dean Henderson 20 maggio 2014

Ieri è stato annunciato che la coalizione guidata dal partito della Legge di Stato del Primo ministro Nuri al-Maliqi è emerso vittorioso nelle tormentate elezioni parlamentari del mese scorso in Iraq. Mentre militanti sauditi dello Stato islamico in Iraq e Levante (SIIL) controllano Falluja e parte di Ramadi, oltre 3500 persone sono già state uccise nelle violenze settarie quest’anno. L’occupazione statunitense dell’Iraq ha portato con sé l’insediamento di una classe dirigente esiliata da decenni. Questa cricca monarchica tenta di trasformare il Paese da Stato arabo egualitario a bastione del capitalismo selvaggio occidentale. Anni di lotta rivoluzionaria avevano liberato l’Iraq dall’egemonia bancaria internazionale guidata dai Rothschild. Tale lotta non sarà abbandonata senza combattere.

iraqNel 1776 la British East India Company stabilì il quartier generale in quello che oggi è il Quwayt. Quando i membri del clan quwaitiano al-Sabah aiutò i turchi ottomani a sedare le rivolte nel sud dell’Iraq, lo shayq della tribù dei Muntafiq diede agli al-Sabah boschetti di datteri presso Fao e Sufiyah nel sud dell’Iraq. Il Quwayt fu considerato altamente strategico dagli inglesi nella protezione delle rotte marittime dell’Oceano Indiano. Nel 1900 gli inglesi siglarono un accordo con Mubaraq al-Sabah, separando il Quwayt dall’Iraq e facendone un protettorato inglese. La stragrande maggioranza delle persone che vi abitava s’oppose al piano britannico, volendo continuare a far parte dell’Iraq da sempre considerando il Quwayt parte della provincia di Bassora dell’Iraq. [1] Per decenni i leader iracheni contestarono la legittimità dell’accordo Sykes-Picot del 1920, attraverso cui francesi e inglesi fecero del Quwayt un protettorato inglese. Gli iracheni non furono mai  consultati quando fu firmato il “gentlemans agreement”. Il Quwayt divenne un importante fornitore di petrolio per l’occidente e di petrodollari per i banchieri dell’economia mondiale. L’ex-ministro degli Esteri inglese Selwyn Lloyd dichiarò che i soldi del petrolio kuwaitiano puntellano la sterlina inglese. Una battuta di Wall Street dice: “Perché gli Stati Uniti e il Quwayt hanno bisogno l’uno dell’altro?” La risposta “Il Quwayt è un sistema bancario senza patria. Gli Stati Uniti un Paese senza sistema bancario“.
Nel 1937 e di nuovo nel 1946 il Partito Comunista Iracheno indisse scioperi presso l’Iraq Petroleum Company (IPC), a Kirkuk. Da quando la BP divenne l’importante proprietario dell’IPC, gli inglesi  inviarono truppe per sedare gli scioperi. Mezzo milione di acri di terra nella provincia di Qut fu rilevato dai fratelli al-Yasin, lacchè degli inglesi. Nel 1958, l’1% dei proprietari terrieri in Iraq controllava il 55% dei terreni. [2] Nel 1950 l’IPC fu al centro del boom del petrolio in Iraq. I suoi numerosi tentacoli includevano Bassora Petroleum e Mosul Petroleum. Chevron, Texaco, Exxon, Mobil, Gulf e RD/Shell furono esclusi dall’IPC dopo che tali predecessori dei Quattro Cavalieri firmarono l’accordo della Linea Rossa. La rivoluzione in Egitto del 1952, che depose la monarchia di Faruq e portò al potere il leader nazionalista Gamal Abdal Nasser, ispirò una serie di rivolte in Iraq contro l’IPC e la monarchia irachena. Nel 1958 re Faysal fu assassinato insieme a numerosi membri della famiglia reale. La monarchia irachena, da tempo marionetta dell’impero inglese, fu deposta. Gli Stati Uniti e gli inglesi agirono rapidamente per garantirsi l’installazione di un altro burattino nel generale Nuri al-Sayd. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna convinsero al-Sayd a firmare il Patto di Baghdad, di cui una parte chiedeva il riconoscimento ufficiale del Quwayt. Un’altra parte dell’accordo autorizzava l’invio di forze irachene in Libano per sostenere il governo filo-occidentale e impopolare di Camille Chamoun. [3] Nel 1958 al-Sayd fu deposto da un colpo di Stato guidato da ufficiali nazionalisti dell’esercito fedeli a Abdul Qarim Qasim. Il settimanale parigino L’Express riferì, “Il colpo di Stato iracheno è stato ispirato dalla CIA per placare i nazionalisti. La CIA ha visto Qasim come contenibile e preferibile agli elementi più radicali che rapidamente guadagnano consensi tra il popolo iracheno“. Inizialmente i membri del Partito comunista furono banditi dal governo Qasim. Ma sotto la pressione della potente sinistra irachena, Qasim subito sciolse la monarchia irachena e coltivò legami con l’Unione Sovietica e la Cina. Si ritirò dal Patto di Baghdad e chiese l’annessione del Quwayt alla provincia di Bassora. Tolse il divieto del Partito Comunista Iracheno che divenne una forza importante nel suo governo. Creò l‘Iraqi National Oil Company statale (INOC), facendo dell’Iraq il primo Paese del Medio Oriente a nazionalizzare le attività dei Quattro Cavalieri. Nel 1961 Qasim approvò la legge 80 che recuperava il 99,5% dei terreni inesplorati dell’IPC e chiese l’annessione del Quwayt. Big Oil e le sue otto famiglie proprietarie ne ebbero abbastanza. Nel 1960 Sydney Gottlieb della Divisione Servizi Tecnici della CIA ordì un piano per assassinare il Presidente Qasim. [4] Una campagna terroristica a bassa intensità fu organizzata dalla CIA con i partiti nazionalista e baathista che attaccavano il Partito Comunista Iracheno, il partito di sinistra più formidabile della regione. La CIA diede ai suoi sgherri gli elenchi dei leader di sinistra da colpire. Nel 1961 il Quwayt dichiarò l’indipendenza, prendendosi lo sbocco del solo porto dell’Iraq, Bassora. Le truppe statunitensi sbarcarono in Libano e quelle inglesi in Giordania. [5]
abdul_karim_kassemNel 1963 l’agente della CIA Bruce Odell organizzò un ponte aereo per armare la cellula di destra del partito Baath di Baghdad. Gli operatori del Baath scatenarono un’ondata di terrorismo segnata da innumerevoli massacri di civili. L’uomo di punta della CIA, la cui fazione di destra nel Baath emerse vittoriosa dopo l’assassinio Qasim nel 1963, fu Sadam Husayn. [6] Secondo un articolo del 17 aprile 2003 dell’Indo-Asian News Service, la CIA fece uscire Sadam dall’Iraq dopo l’assassinio e lo piazzò in un hotel di Cairo per qualche notte. Adb al-Salam al-Arif fu nominato presidente. Il suo primo decreto abrogò la legge 80. I Quattro Cavalieri erano di nuovo in sella all’IPC. Nel 1967 l’IPC perforò diversi pozzi con un potenziale di 50000 barili al giorno. Si nascosero questi risultati al governo iracheno. Quando la notizia trapelò il popolo iracheno ne fu indignato. Arif ne seguì l’esempio. Nazionalizzò banche e compagnie di assicurazione, insieme a trentadue altre grandi imprese. L’Iraq approvò le leggi 97 e 123 che diedero all’INOC statale un ruolo maggiore nell’industria petrolifera irachena, tra cui il diritto esclusivo di sviluppare il giacimento petrolifero di Rumayla Nord, presso il Quwayt. La Brown & Root di Houston aveva costruito il terminal petrolifero dell’IPC di Fao che serviva Rumayla Nord, mentre la società tedesca Mannesman costruì la pipeline Kirkuk-Dortyol dell’IPC. [7] Ora le multinazionali corsero ai ripari mentre un Iraq irritato ruppe le relazioni con gli Stati Uniti. L’anno dopo il presidente di sinistra Hasan al-Baqr combatteva l’Unione Patriottica del Kurdistan sostenuta dalla CIA e guidata da Jalal Talabani, mentre le truppe lealiste curde di Mustafa Barzani attaccarono le strutture del’IPC nei pressi di Kirkuk. Il decreto del governo iracheno dell’11 marzo 1970 premiò i curdi di Barzani con l’autonomia delle province settentrionali di Kirkuk e Dohuk. Nel 1971 l’Iraq ruppe i rapporti con l’Iran dopo che lo Shah fu scoperto aiutare la fazione di Talabani per conto della CIA. Nel 1972 al-Baqr nazionalizzò l’IPC. Nel 1973 la Bassora Petroleum fu nazionalizzata. Entro dicembre 1975 tutte le aziende straniere in Iraq erano state nazionalizzate. [8] Non dovrebbe sorprendere che il flessibile Jalal Talabani sia il presidente dell’Iraq occupato dagli USA.
La Siria guidava i Paesi della regione seguendo l’esempio iracheno. La nazionalizzazione dell’IPC fu molto popolare e fu sostenuta dal governo di al-Baqr, che costituì l’Iraqi Company for Oil Operations (ICOO) per commercializzare all’estero il petrolio dell’INOC. ICOO siglò accordi di fornitura con Giappone, India, Brasile, Grecia e molte nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1973-1978 i proventi del petrolio iracheno passarono da 1,8 miliardi di dollari a 23,6 miliardi dollari all’anno. [9] L’Iraq implementò controlli valutari rigorosi per evitare che i banchieri internazionali sabotassero il dinaro. Introdussero restrizioni alle importazioni di valuta estera, affinché non venisse sprecata in beni di lusso frivoli. L’Iraq divenne un leader rispettato della fazione dei falchi dei prezzi dell’OPEC. Fu un esempio mondiale del tentativo di liberarsi dalla schiavitù della otto famiglie della mafia bancaria che voleva la testa di al-Baqr. Dopo un fallito tentativo di colpo di stato nel 1975 contro al-Baqr, la polizia irachena scoprì i dollari in possesso dei golpisti. [10]
Nel corso di quattro decenni, i Quattro Cavalieri e i loro scagnozzi della CIA cercarono di sedare il  nazionalismo del popolo iracheno. Il successo fu minimo e i loro regimi fantoccio di breve durata. Il regime di Sadam Husayn sembrava promettente ai banchieri internazionali. Un giro di vite sui partiti nazionalisti uccise e deportò gli elementi più radicali. Invase l’Iran rivoluzionario con una gomitata del tirapiedi dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski. Aprì l’economia irachena alle multinazionali occidentali. Ma quando sauditi e kuwaitiani iniziarono a pretendere da Sadam il rimborso di 120 miliardi di dollari in prestiti per la guerra all’Iran, che avevano originariamente chiamato “sovvenzioni”, Sadam esplose. Gli Stati Uniti dissero ai monarchi al-Sabah d’insistere, spingendo Sadam sulla nota via socialista del popolo iracheno. Presto si trovò nel mirino dei suoi ex-sponsor. Una volta ritiratisi completamente gli Stati Uniti dall’attuale multimiliardario incubo neo-coloniale, gli iracheni sembrano destinati a continuare sul familiare percorso rivoluzionario socialista. Non è facile abrogare la storia di un popolo, a dispetto dell’arroganza e della ricchezza del propagandista.

531655_Note
[1] Beyond the Storm: A Gulf Crisis Reader. Phyllis Bennis and Michel Monshabeck. Olive Branch Press. Brooklyn, NY. 1991. p.39
[2] Iraq Since 1958: From Revolution to Dictatorship. Marion Farouk-Sluglett and Peter Sluglett. I.B. Tauros & Company, Ltd. New York. 1990.
[3] Diplomacy in the Near and Middle East: A Documentary Record: 1914-1956. J.C. Hurewitz. D. Van Nostrand Company, Inc. Princeton, NJ. 1956. p.236
[4] Iraq and Kuwait: A History Suppressed. Ralph Schoenman. Veritas Press. Santa Barbara, CA. 1990. p.14
[5] Ibid
[6] Ibid. p.14
[7] Ibid
[8] Sluglett and Sluglett. p.120
[9] Bennis and Monshabeck. p.31
[10] Schoenman. p.20

Dean Henderson è autore di: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel.  Potete seguirlo su Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché Washington protegge i Fratelli musulmani?

Vladimir Odintsov New Oriental Outlook 31.12.2013

untitled2L’attentato del 24 dicembre 2013 contro una stazione di polizia nella città egiziana di Mansura, ha lasciato 14 morti e oltre 200 feriti. Il primo ministro egiziano Hazim al-Bablawi non ha semplicemente attribuito l’attentato ai Fratelli musulmani, gli ha anche definiti organizzazione terroristica. Tale passo è stato immediatamente seguito da una conversazione telefonica tra il segretario di Stato statunitense e il ministro degli Esteri egiziano, voluta dal primo. John Kerry ha detto al suo omologo Nabil Fahmy che Washington è “seriamente preoccupata” per la definizione dei Fratelli musulmani quale organizzazione terroristica. Ma chi erano i “Fratelli musulmani” in primo luogo? Oggi i Fratelli musulmani operano nella stragrande maggioranza dei Paesi musulmani, tra cui Arabia Saudita, Quwayt, Sudan, Siria, Tunisia, Qatar, Giordania, Bahrain, Emirati Arabi Uniti (gli “uffici” negli ultimi quattro Paesi sono quelli più radicali) insieme a una serie di “uffici di rappresentanza” del mondo occidentale: Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia e Stati Uniti. I “Fratelli musulmani” (Jamat al-Iqwan al-Muslimin), sono un’associazione  religioso-politica internazionale fondata in Egitto alla fine degli anni ’20. L’associazione ha l’obiettivo di islamizzare la società e creare uno Stato islamico. Questa organizzazione riunisce i caratteri di ordini sufi, moderni partiti politici e gruppi armati organizzati. La struttura di tale associazione iniziò a penetrare nei processi politici che si svolgevano nel mondo arabo e altrove. A un certo punto è emerso un nucleo radicale guidato da Sayid Qutb. Poi, nella seconda metà degli anni ’40 la confraternita divenne un’organizzazione estremista che ricorse al terrorismo nella grave lotta per l’influenza. Per tutto gli anni ’50 il gruppo compì assassini politici e nel 1954 attentò per tre volte alla vita del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. A poco a poco, una serie di “gruppi segreti” iniziò a formarsi nelle associazioni nazionali dei Fratelli musulmani in Egitto, Siria, ecc. L’uso di misure estreme sembrò la scelta dei Fratelli musulmani che scatenò la persecuzione di tale organizzazione in numerosi Paesi. Ciò comportò l’introduzione di elementi da “società segreta” nella Fratellanza musulmana e di un sistema di dura subordinazione lineare. L’unità di base della Fratellanza musulmana è una “famiglia” di 5-10 membri che si chiamano “fratelli” e sono governati da un leader, un “grande fratello”. Un certo numero di unità forma una “grande famiglia”, guidata da un “padre”. Il “grande concilio dei padri” elegge lo “sceicco”.
Nel settembre 1981, ex-membri dei Fratelli musulmani egiziani uccisero Anwar al-Sadat. Nello stesso periodo i Fratelli musulmani sostennero attivamente i gruppi islamisti inviando propri  reclutatori per trovare nuove reclute da poter spedire in Afghanistan e in altri Paesi. Dalla metà degli anni ’90, la “Fratellanza musulmana” compì una serie attentati contro il presidente egiziano Hosni Mubaraq, fu responsabile di una serie di attentati terroristici contro i turisti e combatterono anche al fianco dei ribelli in Cecenia e Daghestan. Nel 2003, la “Fratellanza musulmana” svolse un ruolo importante nella destabilizzazione del Caucaso. Nel settembre di quest’anno hanno “finanziato” diversi gruppi ribelli con 3 milioni di dollari, per boicottare le elezioni presidenziali in Cecenia e sabotarne la stabilità. Il 28 giugno 2005 il leader della “Fratellanza musulmana” chiese alla popolazione irachena di allinearsi con i palestinesi e il mondo musulmano dichiarando guerra a Stati Uniti e Israele. Nel 2011, i “Fratelli musulmani” rivendicarono il doppio attentato terroristico a Damasco del 23 dicembre. Ai primi di dicembre 2012, come riportato da al-Jazeera, il leader di al-Qaida ebbe un incontro segreto con i rappresentanti dei Fratelli musulmani. L’incontro avvenne nella città pakistana di Peshawar, dove ha sede al-Qaida. In tale riunione la Guida suprema della “Fratellanza musulmana” Muhammad Badie e il capo di al-Qaida Ayman al-Zawahiri firmarono un patto storico che ingiunge alle due organizzazioni di fondersi. Si deve notare che non fu il primo incontro tra Badie e al-Zawahiri, essendosi incontrati spesso a Cairo dopo le elezioni di Muhammad Mursi.
A quanto pare, anche queste briciole d’informazione mostrano che quasi sempre i “Fratelli musulmani” si sono opposti ai regimi al potere, anche se ciò significava l’uso della violenza e del terrorismo. Non c’è da meravigliarsi che la “Fratellanza musulmana” sia stata riconosciuta gruppo terroristico nella Federazione russa, Tagikistan e Uzbekistan. Nel frattempo, Stati Uniti ed alcuni Paesi europei (ad esempio il Regno Unito), ritengono che i “Fratelli musulmani” non siano coinvolti in attività terroristiche e che quindi il gruppo sia assolutamente legale. Inoltre, la “Fratellanza musulmana” è stata ampiamente utilizzata dai servizi segreti di alcuni Paesi occidentali. Ad esempio, l’intelligence inglese mostrò interesse per tale organizzazione fin da quando la “Fratellanza musulmana” fu creata, in quanto permise al Regno Unito di controllare le colonie e di contestare la crescente influenza tedesca in Egitto. Riguardo gli Stati Uniti, è curioso notare che dopo l’11 settembre, la “Fratellanza musulmana” fu accusata di favoreggiamento dei terroristi. Ciò, tuttavia, non ha impedito alle agenzie d’intelligence degli Stati Uniti di utilizzare i “Fratelli musulmani” per attuare i propri piani sul Medio Oriente e il Nord Africa. Basti semplicemente ricordare gli eventi rivoluzionari della “Primavera araba”. Questi fatti furono svelati da una serie di indagini dei media. In particolare, nel 2012 il quotidiano libanese al-Diyar chiaramente sottolineò che, secondo un piano redatto nel novembre 2011, la “Fratellanza musulmana” aveva firmato un accordo con la CIA. Secondo questo accordo, la “Fratellanza musulmana” s’impegnava a prendere parte attiva nella distruzione di “al-Qaida” in cambio del controllo congiunto su tutto il Medio Oriente. Questo “accordo”, o chiamiamolo “cooperazione pragmatica” tra i “Fratelli Musulmani” e l’amministrazione della Casa Bianca, fu confermato da numerosi dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks.
Ciò che sorprende della reazione critica di Washington, sono le parole espresse il 26 dicembre 2013. Gli Stati Uniti fingono di combattere i gruppi terroristici nel mondo quando, in realtà, collaborano con essi da anni.

Vladimir Odintsov, commentatore politico e collaboratore speciale della rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia – Egitto: la prima volta nella storia

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 19/11/2013

NasserIl 13 novembre il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il ministro della Difesa Sergej Shojgu sono arrivati a Cairo per due giorni di colloqui con il presidente ad interim dell’Egitto Adli Mansur e i loro omologhi egiziani, il ministro della Difesa Abdel Fatah al-Sisi e il ministro degli Esteri Nabil Fahmy. Il formato “2 + 2” è un fenomeno nuovo nelle relazioni russo-egiziane. Il vertice ha portato ad accordi sull’espansione della cooperazione economica, politica, militare e culturale. Un accordo sulle armi è la questione all’ordine del giorno. Il pacchetto sarà pari a 2 miliardi di dollari US includendo caccia MiG-29, sistemi di difesa aerea, sistemi anticarro Kornet ed elicotteri da combattimento… Secondo fonti israeliane, qualche tempo prima dell’evento una delegazione militare russa era giunta in Egitto per affrontare il problema dell’aggiornamento delle strutture portuali per le navi della marina russa. Allo stesso tempo, due navi da guerra russe si sono ancorate in Egitto per una visita amichevole. L’Egitto ha avviato dei mutamenti nella sua politica estera, con il riavvicinamento alla Russia dopo che l’ex presidente Mursi è stato spodestato nel luglio 2013. Alleato ai Fratelli musulmani, aveva sbloccato la politica d’islamizzazione della vita pubblica dell’Egitto. Con il suo appoggio si formarono unità della milizia islamica per scontrarsi con la sinistra e i partiti democratici. I radicali islamici attaccarono i luoghi santi cristiani. Mursi recise i rapporti con la Siria e incoraggiò gli islamisti ad unirsi alle formazioni armate antigovernative siriane. Aderì alla politica estera filo-USA, a sua volta gli Stati Uniti supportarono l’Islam politico in Egitto.
Il rovesciamento di Mursi è la logica conseguenza del malcontento e delle protesta manifestata da numerosi egiziani contro le politiche particolaristiche dei Fratelli musulmani, che non riuscirono a diventare una forza unificante la società egiziana. Guidati dal ministro della Difesa Abdel Fatah al-Sisi, i militari rovesciarono Mursi. Aderendo alla volontà del popolo, più di 20 milioni di firme furono raccolte per chiedere le dimissioni del presidente, al momento. Il cambio di potere fu sostenuto da Corte Costituzionale, Mufti dell’Egitto, leadership di al-Azhar (l’università  musulmana più rispettata) e Patriarcato copto. La sconfitta fu una debacle dell’intera politica statunitense in Medio Oriente. Naturalmente, Washington definisce gli eventi in Egitto un “colpo di Stato” militare ed ha esercitato pressioni sulla nuova leadership egiziana. Gli Stati Uniti hanno sospeso i rifornimenti di armi e gli annuali aiuti economici. Il governo appena installatosi in Egitto fa sapere che non cederà alle pressioni statunitensi. Cairo ha scelto il riavvicinamento con la Russia in alternativa. Non si tratta di merce di scambio nel contesto del raffreddamento delle relazioni USA-Egitto. Riflette il fatto che le forze che sostengono l’ideologia e i valori propugnati da Giamal Abdel Nasser sono tornati a dominare la politica del Paese. Un blocco politico si forma con il partito nasseriano, il Partito del fronte democratico, al-Qarama (Partito della dignità), ecc.
Giamal Abdel Nasser nel 1952 guidò il rovesciamento della monarchia. Fu il presidente dell’Egitto nel 1956-1970. Nasser è noto quale personaggio politico eccezionale del suo tempo e attore influente sulla scena internazionale. La sua piattaforma politica antimperialista si ispirava al nazionalismo con elementi di socialismo e Islam. Durante la sua permanenza in Egitto, ottenne risultati impressionanti nello sviluppo sociale ed economico, diventano leader riconosciuto del mondo arabo e del movimento dei non allineati, godendo di una buona visibilità negli affari internazionali, in quei giorni. Nell’era Nasser la cooperazione tra l’Egitto e l’Unione Sovietica  raggiunse il picco in tutti i campi. Migliaia di specialisti egiziani si laurearono nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, nuove industrie furono create da zero con l’aiuto sovietico. Gli esempi più vividi della cooperazione bilaterale di quei giorni fu la costruzione della diga di Assuan. L’URSS sostenne l’Egitto nei giorni dell’aggressione anglo-franco-israeliana del 1956. Solo un avvertimento dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu sufficiente a porre fine all’aggressione e a fare ritirare gli invasori dal suolo egiziano. Questo periodo della storia è ben ricordato oggi in Egitto. Fu ancora una volta confermato, durante la visita di novembre in Russia dalla delegazione egiziana del leader del Partito nasseriano Ahmed Hassan, del capo del Partito del movimento nazionale egiziano Yahya al-Qadri e di Qamadi al-Fahrani a capo del Fronte democratico.
Molti egiziani vedono nel ministro della Difesa Generale Abdel Fatah al-Sisi il successore di Nasser. Non c’è dubbio che gli diano fiducia per aver liberato l’Egitto dal dominio islamista e rovesciato Mursi questo luglio. Non fu un caso che al-Sisi abbia scelto il 23 luglio, data della rivoluzione egiziana guidata da Nasser, per un discorso dedicato ai cambiamenti del potere nel Paese. I membri della delegazione egiziana che aveva recentemente visitato Mosca, mi dissero che molto spesso i sostenitori di al-Sisi scendono in piazza recando insieme i ritratti del Generale al-Sisi, di Nasser e del presidente russo Putin. Ciò simboleggia la realtà. Il successo dell’iniziativa russa sulle armi chimiche della Siria e la sua crescente presenza ai colloqui sul programma nucleare iraniano, sono segnali del ritorno in Medio Oriente della Russia come grande potenza…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Turchia e Israele: di nuovo in sella contro la Siria

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 09.07.2013

9014Gli osservatori della politica mediorientale hanno spesso detto che le alleanze regionali mutano  velocemente come le sabbie del deserto. E nulla sostanzia questa metafora quanto il rapporto tra Israele e Turchia, che andava dal caldo al freddo polare ad un attuale tiepido ‘matrimonio di convenienza’. I due amici di una volta ora collaborano in una difficile alleanza per rovesciare il governo del presidente siriano Bashar al-Assad. Per molti aspetti, il rinnovo dell’alleanza Ankara-TelAviv non dovrebbe essere una grande shock. Dopo tutto, il premier turco Recep Tayyip Erdogan del filo-islamista Giustizia e Sviluppo (AKP), è tutt’uno con i wahabiti di Arabia Saudita e Qatar quando si tratta della Siria. L’ascesa dell’AKP in Turchia a spese del secolare Partito del Popolo Repubblicano (CHP) che supporta la dottrina del califfato anti-musulmano del fondatore della Turchia moderna, Kemal Ataturk, ha portato all’alleanza di fatto tra Ankara e i regimi fondamentalisti radicali dei salafiti di Riyadh e della Fratellanza musulmana di Doha.
I problemi del presidente egiziano Muhammad Mursi con l’esercito egiziano sono sorti quando Mursi ha cominciato a radunare radicali salafiti e Fratelli musulmani, tra cui elementi di al-Qaida, per la causa jihadista in Siria. La causa comune di Mursi con i jihadisti che combattono in Siria ha attraversato la linea sulla sabbia degli ufficiali egiziani, che ricordano i giorni di gloria del panarabo socialista secolare Gamal Abdel Nasser e della Repubblica Araba Unita con la Siria. La mossa dell’esercito egiziano contro Mursi e il partito Libertà e Giustizia dominato dalla Fratellanza musulmana, modellato sull’AKP della Turchia, ha fatto venire i brividi a Erdogan. Il Primo ministro turco è ben consapevole del fatto che un precedente governo filo-islamista di Ankara, del partito Refah, fu estromesso dai militari laici turchi con un colpo di Stato costituzionale, nel 1997. Dopo il giro di vite sulle proteste di Erdogan, innescate dal suo desiderio di ristabilire una caserma di epoca ottomana in un famoso parco d’Istanbul, i militari turchi guardano con attenzione la reazione dell’opinione pubblica. Nonostante la popolarità di Erdogan sia rimasta forte nell’entroterra della Turchia, i laicisti dell’opposizione sono stati incoraggiati dalle grandi folle di manifestanti scese nelle piazze di Istanbul, Ankara, Antalya e di altre città. Non ci vorrebbe molto ai generali turchi mostrare la porta all’islamista Erdogan, come i generali egiziani che hanno detto a Mursi di dimettersi.
Erdogan rompe il ghiaccio con gli israeliani, dopo che le relazioni si erano raffreddate a temperature sottozero dopo l’attacco israeliano alla nave turca per gli aiuti a Gaza Mavi Marmara, in cui nove passeggeri, tra cui un cittadino turco-statunitense, furono uccisi; ed ha aperto un nuovo capitolo della saga politica del Medio Oriente post-‘Primavera araba’. Una delegazione turca è stata inviata in Israele per discutere le richieste di risarcimento delle vittime dell’attacco alla Mavi Marmara.  Anche se il governo Erdogan ha insistito che la delegazione fosse in Israele solo per discutere delle compensazioni, gli osservatori ritengono che l’oggetto delle discussioni turco-israeliane comprendesse anche l’adozione di una strategia comune per cacciare Assad. E’ chiaro che non  soltanto l’intervento del presidente Barack Obama ha incoraggiato Erdogan e il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ad iniziare a parlarsi di nuovo, ma la lunga alleanza segreta e sostanziale tra Israele, i sauditi e il Qatar, ha convinto Ankara che dovrebbe cooperare con Israele per rovesciare Assad a Damasco. Turchia e Israele collaborano strettamente nella propaganda contro la Siria. Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu ha condannato il leader del CHP turco Kemal Kilicdaroglu per aver suggerito che i ribelli siriani hanno utilizzato armi chimiche in Siria per un’operazione ‘falsa bandiera’ da attribuire alle forze di Assad. Gli israeliani, naturalmente, sono maestri nelle campagne di raggiri, tra cui il lancio di attentati terroristici falsa bandiera per far avanzare la loro agenda. Kilicadroglu, come Assad, è un alawita, membro di una setta legata alla minoranza islamica sciita, considerata eretica dai sunniti di tutti i colori, tra cui Erdogan; il nuovo emiro dei Fratelli musulmani del Qatar sheikh Tamim bin Hamad al-Thani e la dirigenza dell’esercito libero siriano armato dagli USA.
Obama, che ha mediato i rinnovati colloqui tra Turchia e Israele, non è un giocatore inattivo nell’alleanza appena restaurata tra Ankara e TelAviv sulla Siria. L’ex consigliere di Obama per la sicurezza nazionale e attuale direttore della CIA, John O. Brennan, avrebbe visitato la Mecca, mentre era il capo della stazione CIA a Riyadh ed è un ammiratore servile del regime saudita e dei suoi orpelli wahabiti; lavora dietro le quinte per coordinare l’assistenza di Stati Uniti, Turchia e Israele ai ribelli siriani. I ribelli sono costituiti principalmente da veterani jihadisti delle guerriglie in Libia, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Cecenia e Yemen, e molti hanno il sangue dei soldati statunitensi  e dei civili libici, africani, afgani, pakistani e russi sulle loro mani. Israele sarà lieto di occuparsi di tali elementi di al-Qaida, al fine di schiacciare Hezbollah libanese che ha radunato le sue forze per difendere Assad e le popolazioni cristiane, sciite e alawite in Siria. Solo nelle mobili sabbie del Medio Oriente lo Stato ebraico, di destra e militarista, potrebbe fare causa comune con i jihadisti wahabiti e salafiti sostenuti da USA, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, attaccando e massacrando sciiti, alawiti e cristiani siriani al fine di avvertire il governo dell’Iran sciita. Nel frattempo, le azioni di Israele vengono applaudite dai fondamentalisti cristiani, i noti ‘cristiano-sionisti’ che difendono le guerre di aggressione statunitensi contro i popoli musulmani, mentre sostengono una politica da taliban che colpisce le donne, l’istruzione pubblica, la separazione Stato-Chiesa e la libertà di espressione negli USA.
Il Sunday Times di Londra ha riferito che un anonimo funzionario israeliano ha detto al quotidiano che l’obiettivo a lungo termine di Washington e Tel Aviv è la creazione di un blocco sunnita in Medio Oriente composto da Turchia, Arabia Saudita, Qatar e uno Stato islamico sunnita in Siria, che avrebbe Israele quale membro de facto. Il governo a guida sciita dell’Iraq verrebbe controllato dal nord curdo autonomo che aderirebbe al blocco sunnita, in quanto i rapporti tra la regione curda autonoma dell’Iraq e la Turchia sono relativamente buoni. Le azioni dell’amministrazione Obama, che ha deciso per la prima volta nella storia statunitense di schierarsi in una guerra di religione tra sunniti e sciiti, puntano alla creazione di una nuova versione della vecchia Central Treaty Organization (CENTO) della Guerra Fredda… Gli Stati Uniti erano solo un osservatore della CENTO, il suo principale membro occidentale era la Gran Bretagna. Si può prevedere che gli Stati Uniti, come Israele, saranno membri osservatori del nuovo blocco sunnita mediorientale, ma con maggiore influenza di quanto il loro status di osservatore suggerirebbe. Mentre la CENTO era un luogo d’incontro dei funzionari del governo laicista/kemalista della Turchia, del governo dello Scià dell’Iran, dei ministri anglofili del governo del Regno dell’Iraq e del governo del Pakistan, il nuovo blocco sunnita sarà composto da Fratelli musulmani, salafiti, wahhabiti e anche elementi di al-Qaida che collaborando tutti mano nella mano con statunitensi, turchi e israeliani guideranno il Medio Oriente arabo verso un nuovo 13° secolo. E’ dubbio che il Regno hashemita di Giordania possa sopravvivere a una tale blocco. La Libia, sempre più sotto il controllo dei salafiti, probabilmente si unirà diffondendo il salafismo in tutto il Nord Africa e la regione del Sahel.  Ancora più importante è il ruolo che i turchi giocano nel promuovere il radicalismo sunnita nel Caucaso, nel bacino del Volga, nelle steppe dell’Asia centrale e in Cina occidentale.
Il blocco emergente intorno la rinnovata alleanza Ankara-TelAviv predice un possibile disastro per i popoli di Medio Oriente, Africa, Europa, Asia Centrale ed Orientale.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In Egitto sostenete il colpo di Stato militare?

Thierry Meyssan  Rete Voltaire 8 luglio 2013

Thierry Meyssan risponde ai nostri lettori preoccupati per il suo sostegno al colpo di Stato militare in Egitto. Per lui, il golpe non ha messo fine alla democrazia, ma alla presa del potere da parte della setta dei Fratelli musulmani. Il golpe è quindi legittimo, ed è sostenuto da tutti gli altri partiti politici e leader religiosi, prima di essere celebrato per le piazze. Il problema non è l’intervento dell’esercito, ma la sua capacità di seguire la rotta verso la democrazia che ha negoziato con i leader politici e religiosi.

942150La pubblicazione di ieri sulla stampa e oggi sul nostro sito web, della mia cronaca di politica internazionale sulla crisi egiziana [1], ha lasciato alcuni dei miei lettori dubbiosi, come posso “sostenere il colpo di Stato militare contro un presidente democraticamente eletto?” mi scrivono. Ma dunque, dove avete visto questo presidente costituzionale “democraticamente eletto” che agiva in “modo democratico”? Le elezioni presidenziali del 17-18 giugno 2012 sono state caratterizzate dal record della bassa affluenza alle urne, il 65% degli elettori registrati, anche se a 2 milioni di egiziani, sotto le bandiere, viene negato il diritto di voto. In definitiva, Mohamed Morsi ha ricevuto meno di 12 milioni di voti su una popolazione, nell’età del diritto di voto, di 70 milioni di persone (tra cui i militari), cioè il 17% degli adulti egiziani. Dopo 80 anni di tentati colpi di Stato e di attività terroristiche in Egitto e altrove, per la prima volta i Fratelli musulmani andavano al potere legalmente.
Certo, la Costituzione non prevede un quorum per la validità delle elezioni, per cui non sono state contestate su questo aspetto, al momento. Tuttavia, resta che solo per poter apparire “democratico”, questo presidente doveva dimostrare un notevole talento nelle consultazioni e nel raggruppare. Doveva affermarsi come il presidente di tutti gli egiziani, non solo dei 12 milioni che lo hanno eletto. Tuttavia, è ovviamente avvenuto il contrario. Mohamed Morsi, semplice cinghia di trasmissione dei Fratelli musulmani, si è affrettato ad infiltrare l’amministrazione a loro vantaggio, fino alla nomina a governatore di Luxor del capo del commando che massacrò 60 persone nel 1997.  Ha lanciato un’ondata di privatizzazioni anche verso il Canale di Suez, simbolo dell’indipendenza nazionale per la vittoria di Gamal Abdel Nasser sulla coalizione imperialista anglo-franco-israeliana. Di fronte alle proteste nazionali, il presidente Morsi s’è permesso di sviluppare un fittizio movimento per l’indipendenza del Canale, completamente finanziato dal Qatar, che sembrava il “miglior candidato” all’acquisto del suddetto canale.
Invece di cercare un compromesso con l’esercito, che insisteva nel voler restare al di fuori del controllo dei civili, e il popolo che aveva boicottato le elezioni, il presidente Morsi si è presentato come l’uomo di una setta che serve interessi stranieri. In primo luogo, ovviamente, quelli del Qatar (che ha versato 8 miliardi di dollari in un anno a suo favore) e quelli della Turchia (che ne ha assicurato la comunicazione politica) e, infine, quelli degli anglo-sassoni (Stati Stati Uniti, Regno Unito e Israele). Se il popolo ha reagito al carattere settario e anti-nazionale dei Fratelli musulmani, l’esercito si è pronunciato sulle implicazioni militari di questa politica. Dal 15 giugno, i fratelli hanno cambiato i loro proclami chiamando “infedeli” i sostenitori del presidente siriano Bashar al-Assad, gli sciiti e i cristiani, circa il 15% della popolazione egiziana. In tal modo, la Fratellanza apriva la via alla guerra civile. In una conferenza stampa tenutasi lo stesso giorno, il presidente Mohamed Morsi, che non ha alcuna autorità sulle forze armate, ha fatto appello alla “jihad” contro gli “infedeli di Damasco.” Ricordiamo qui che l’Egitto e la Siria si unirono nel 1958-1961 nell’ambito  di un singolo Stato, la Repubblica Araba Unita. Anche se questo tentativo durò solo tre anni, i legami tra i due Paesi sono intensi.
Senza attendere, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Abdel Fatah al-Sisi, sollevò l’eccezione di irricevibilità, la funzione delle forze armate è difendere i confini del Paese, non la “guerra santa” ad altri Stati musulmani. Perciò, l’esercito ha permesso lo sviluppo del movimento Tamarod (“Ribellione”), che in pochi giorni ha raccolto 15 milioni di firme contro il presidente Morsi, preparandone la sua messa sotto accusa. La proposta presidenziale di andare in guerra contro la Siria si comprende come recupero delle posizioni turche. Dall’inizio di maggio, Ankara è parzialmente fuori gioco dal conflitto. I Fratelli musulmani hanno deciso che fratello Morsi avrebbe aiutato fratello Erdogan. Quando le manifestazioni anti-Morsi avevano raggiunto un livello critico, assai superiore ai voti ottenuti da Morsi (richiamando 17 milioni di manifestanti), l’esercito è intervenuto per mettere sotto accusa il presidente. Il generale al-Sisi s’è incontrato con il segretario alla Difesa degli Stati Uniti per assicurarsi che nulla sarebbe stato fatto dagli Stati Uniti per mantenerlo al potere, dato che Morsi è un cittadino degli Stati Uniti e un agente del Pentagono (che ha accesso al segretario dalla Difesa degli Stati Uniti). Sembra sia stato assicurato che l’iniziativa anti-siriana del presidente impegnasse i Fratelli musulmani e non Washington. Per precauzione, attese le 22.00 del 3 luglio per annunciare la decisione dei militari, ossia la chiusura delle attività a Washington (il 4 luglio è festa nazionale). L’annuncio è stato fatto in televisione dal generale al-Sisi, circondato dai principali leader civili e religiosi del Paese, ad eccezione dei Fratelli.
Vorrei sottolineare che non vi era altra soluzione possibile alla crisi egiziana che l’intervento dell’esercito, come dimostrano i 33 milioni di egiziani poi scesi in piazza per festeggiare il colpo di Stato. La scelta non è tra democrazia e golpe, ma tra un colpo di Stato e la guerra civile. Mi dispiace che l’esercito egiziano abbia concordato separatamente la pace con Israele a spese del popolo palestinese. Non sostengo la sua mossa perché si rifiutava d’impegnarsi in una guerra contro la Siria, ma perché cerca di salvare l’unità del Paese e la sua pace civile. La vivacità della mia reazione è certamente il risultato della mia esperienza: ho visto i crimini commessi dai Fratelli musulmani in Libia e Siria. Inoltre, lo scopo di questa mossa non è mettere l’esercito al potere, ma d’impedire la presa del potere da parte di una setta golpista. I leader dei partiti politici, il rettore di al-Azhar e il Papa copto, che circondavano il Capo di stato maggiore durante il suo annuncio, avevano precedentemente concordato una “road map” comune, specificando il tipo di regime che seguirà e i   passi per raggiungere questo obiettivo, un passo logico in un Paese dove da 4000 anni tutti i capi di stato, tranne Morsi, sono stati dei militari.
Tutti hanno accettato di riprendere l’esperienza democratica interrotta dai Fratelli musulmani, una volta che la minaccia della guerra civile sarà superata. Anzi, è il primo dovere di un governo, sia civile che militare, evitare la guerra civile, invece di causarla. È per questo che l’esercito ha organizzato l’arresto dei 300 leader chiave della Fratellanza, salvo il suo leader supremo. Poi hanno bloccato i tunnel dall’Egitto a Gaza. Si tratta, naturalmente, di evitare che i combattenti di Hamas, che hanno aderito alla strategia della Confraternita sotto la guida di Khalid Meshaal e il denaro del Qatar, di combattere in Siria, inquadrati dal Mossad, contro altri palestinesi, di giungere in aiuto ai loro fratelli egiziani. Tuttavia, la chiusura dei tunnel colpisce il popolo palestinese, mentre tiene a bada Hamas. Inoltre, il consiglio militare ha nominato e installato un presidente civile transitorio, Adly Mansour, presidente francofilo del Consiglio costituzionale. Così, sotto la pressione degli eventi, l’esercito ha violato l’ordine costituzionale per ripristinare una parte del potere nelle mani di colui che è responsabile di garantirla.
Agendo in emergenza, il Consiglio militare credeva di poter nominare come Primo ministro Mohamed al-Baradei, che ha la fiducia di Washington. Si trattava di garantirsi la continuazione dei sussidi statunitensi all’Egitto, circa 1,39 miliardi di dollari ogni anno. A fronte dell’opposizione del partito salafita al-Nur, l’esercito, fedele alla “tabella di marcia”, ha sospeso i tempi per una nuova trattativa. Il tempo ci dirà se il consiglio militare sarà in grado di mantenere l’unità nazionale contro la minaccia dei Fratelli musulmani, o se trascinato dal rumore delle armi, imporrà un’altra dittatura.

[1] “Le sort de Morsi préfigure t-il celui des Frères musulmans?“, Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 8 luglio 2013.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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