Novorossija, Kiev in difficoltà tra ambasciate e gasdotti

Alessandro Lattanzio, 19/6/2014
10308748Il 14 giugno, la milizia della Repubblica Popolare di Lugansk lanciava una controffensiva per liberare la città di Shastie occupata dai golpisti. Le truppe ucraine vi persero 11 soldati della 128.ma Brigata di fanteria di Mukachevo e dell’80.mo Reggimento aeroportato di Lvov, ma i miliziani dovettero ritirarsi per l’assalto di veicoli blindati ed elicotteri delle guardie nazionali ucraine. A Izjum, la milizia di autodifesa tendeva un agguato a un convoglio golpista diretto a Slavjansk, distruggendo 4 autoveicoli e un BTR. 2 gruppi da ricognizione della guardia nazionale venivano respinti presso Slavjansk, tra Artem e l’insediamento Severnij, con l’eliminazione di almeno 4-5 miliziani majdanisti. A Krasnij Liman, un posto di blocco majdanista presso Kirovsk veniva colpito da mortai e lanciagranate, distruggendo 1 blindato ucraino. Secondo l’ONU, almeno 356 persone, di cui 257 civili, sono morte dall’inizio delle operazioni majdaniste contro Lugansk e Donetsk. Dal 2 maggio al 14 giugno le forze golpiste hanno subito 2670 effettivi tra morti, feriti e prigionieri; 1240 di Pravyji Sektor nella Guardia nazionale, tra cui il comandante della Guardia nazionale maggior-generale Sergej Kulchitskij; 770 mercenari di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbass e Azov; 100 agenti del Servizio di sicurezza dell’Ucraina; 150 mercenari stranieri; 21 dell’ASBS Othago, 29 statunitensi della Greystone e 95 statunitensi di Academi, 5 cecchini donne; 90 della 95.ma Brigata aeromobile di Zhitomir; 90 della 25.ma Brigata aeromobile di Dnepropetrovsk; 50 della 79.ma Brigata aeromobile di Nikolaev; 10 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd; 30 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij; 50 guardie confinarie a Lugansk distacco confine; 30 della 16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij; 20 della 831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod; 5 della 114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk; 5 militari sull’aereo da ricognizione An-30 abbattuto il 6 giugno, di Kharkov; 25 agenti di CIA ed FBI (13 morti, 12 feriti); 35 agenti del MUP (Ministero degli Interni ucraino). Riguardo l’equipaggiamento militare, la junta di Kiev ha perso 7 carri armati T-64; 35 BTR; 16 BMD/BMP; 16 elicotteri Mi-8/17 e Mi-24; 1 cacciabombardiere Su-24; 2 velivoli d’attacco al suolo Su-25; 1 velivolo da trasporto militare Il-76; 1 velivolo da ricognizione An-30; 1 UAV; 3 autoveicoli Gaz-66; 3 Hummer; 6 autocarri Ural e 6 Kamaz; 2 MLRS (lanciarazzi multipli) Uragan e 3 Grad; 2 obici semoventi Nona e 3 obici D-30.
Composizione della spedizione punitiva contro il Donbas:
26000 effettivi, composti da:
14000 della Guardia nazionale ucraina;
5000 mercenari ucraini di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbas e Azov;
400 delle unità del Servizio di sicurezza dell’Ucraina di Kiev, Poltava, Ternopol, Ivano-Frankovsk,
Lvov, Rovno, Lutsk, Volin, Vinnitsa, Zhitomir;
670 mercenari stranieri della polacca ASBS Othago, e delle statunitensi Greystone e Academi.
1000 della 95.ma Brigata aeroportata di Zhitomir;
1000 della 25.ma Brigata aeroportata di Dnepropetrovsk;
1000 della 79.ma Brigata aeroportata di Nikolaev;
1000 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij;
200 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd;
16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij, regione di Lvov;
831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod, regione di Poltava;
114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk;
500 delle forze speciali.
Tutte le unità militari tra Lugansk e il confine con la Russia sono passate alla Repubblica Popolare, dichiarava Valerij Bolotov, “Attualmente tutte le unità militari da Lugansk all’est della città sono passate con la RPL, tranne quella all’aeroporto, con cui negoziamo“. Si tratta di una brigata di paracadutisti di Dnepropetrovsk trincerata presso il Lugansk International Airport. Il comandante del controspionaggio della RPL, Vladimir Gromov, dichiarava la formazione di un’unità per la lotta contro i sabotatori. Infatti, nella regione di Sverdlovsk la milizia e i cosacchi intercettavano e arrestavano 8 sabotatori majdanisti. Aspri combattimenti a Semjonovka e Daekovo; bombardamenti su Gorlovka, Kramatorsk e Slavjansk causavano 10 morti e 42 feriti.
Il 18 giugno, a Odessa gli uffici della banca Privat dell’oligarca Kolomojskij e l’ufficio del servizio stampa del ministero degli Interni dell’Ucraina sono stati incendiati. A Lugansk, la milizia catturava 3 blindati ucraini e ne distrugge altri 3, mentre eliminava 11 soldati e ne catturava altri 18 del battaglione speciale Ajdar della guardia nazionale, distrutto nei pressi del villaggio Metalist in un agguato della milizia popolare. Ajdar era formato da circa 100 volontari neofascisti di Volin, Kharkov, Uzhgorod, Lugansk, Kiev e Donetsk. Altri 5 miliziani majdanisti venivano arrestati, tra cui 3 cecchini donne, di cui una baltica.
10462499In relazione all’assalto all’ambasciata russa a Kiev e al consolato russo di Odessa del 14 giugno, il Presidente del Comitato internazionale della Duma di Stato Aleksej Pushkov affermava che “gli attacchi sono stati premeditati. Non si tratta di azioni spontanee, ma accuratamente pianificate”, mentre il Ministro degli Estri russo Lavrov dichiarava “Il ruolo di primo piano nell’attentato all’ambasciata era svolto dai combattenti del battaglione Azov, istituito e finanziato da Kolomojskij, che le attuali autorità di Kiev hanno nominato governatore di Dnepropetrovsk“. All’incidente aveva partecipato il ‘ministro degli Esteri’ golpista Andrej Deshitsa che mentre scagliava una pietra contro  l’ambasciata russa, gridava “fottiti Putin! Vorrei stare qui con voi per dire Russia fuori dall’Ucraina!” alla teppaglia che vandalizzava le auto del personale dell’ambasciata, profanava la bandiera russa e danneggiava l’edificio con petardi e vernice. Deshitsa è stato perciò destituito dal suo ufficio. Il vicepremier golpista ucraino Vitalij Jarema ha detto che, “Alla seduta del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa il presidente dell’Ucraina ha nettamente proibito qualsiasi cooperazione nel settore militar-industriale con la Federazione russa“, mentre il servizio delle guardie di confine e il ministero della Difesa dell’Ucraina rafforzavano i posti di blocco al confine tra la regione di Kherson e la Crimea russa. Il checkpoint Chongar veniva circondato da filo spinato e lastre di cemento e un carro armato T-64 e diversi blindati BMP-2 vi sono stati posizionati. A Kharkov, migliaia di manifestanti si riunivano davanti al consolato russo per esprimere sostegno alla Russia dopo l’attacco all’ambasciata a Kiev.
Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu partecipava a una riunione riservata presso la Duma di Stato. “Una domanda è stata posta se il nostro esercito sia pronto a difendere la Patria in circostanze internazionali complesse. Abbiamo ricevuto una risposta positiva. Tutti sono pronti e l’efficienza è al massimo“, dichiarava Mikhail Emeljanov, primo vicecapogrupppo parlamentare di Russia Giusta. Un altro parlamentare, Vadim Solovev, ha osservato che “sulla preoccupante situazione in Ucraina  siamo pronti ad eventuali sviluppi e tutto dipende dalla posizione dei nostri partner occidentali; e l’esercito è pronto a svolgere qualsiasi compito assegnatogli dal governo e dal Comandante in capo“. Nelle aree di confine russe con l’Ucraina, venivano infatti trasferiti quattro gruppi tattici russi: i 7.mo e 76.mo battaglioni della Divisione d’assalto anfibio, la 56.ma Brigata d’assalto aereo e la 19.ma Brigata fucilieri motorizzati, nell’ambito dell’operazione “per la sicurezza delle frontiere dalle forze militari ucraine“. Aerei da combattimento ed elicotteri d’attacco dell’aeronautica russa iniziavano i pattugliamenti della zona. Le guardie di frontiera ucraine avrebbero riferito della presenza anche di aerei russi per la guerra elettronica. Infine, il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza di gruppo (CSTO) dichiarava necessari l’abbandono del dialogo con la NATO e il rafforzamento dei legami con la Cina e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuzha ha affermato, “Il Consiglio dei Ministri degli Esteri ritiene necessario sospendere i tentativi di riavviare il dialogo con la NATO (…) Il Consiglio ha inoltre raccomandato di promuovere la cooperazione con l’OSCE. E’ anche necessario allargare il sostegno politico della CSTO alle organizzazioni internazionali di America Latina e Caraibi. Particolare attenzione sarà rivolta allo sviluppo delle relazioni con l’Iran, che esercita un’influenza innegabile nella regione, soprattutto in considerazione del fattore afghano. I cosiddetti due pesi e due misure, e la tendenza imperdonabile a barare sui fatti, sono ampiamente usati per manipolare l’opinione pubblica sui fatti nel mondo“.
La Repubblica dell’Ossezia del Sud riconosce l’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk, “Rispettando l’espressione della volontà del popolo della RPL, la nostra repubblica riconosce i risultati del referendum“, dichiarava il presidente dell’Ossezia del Sud Leonid Tibilov, “l’Ossezia del Sud è pronta a prendere una decisione costruttiva secondo le norme universali del diritto internazionale”. Il gruppo comunista alla Duma ha chiesto a sua volta di riconoscere ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk e di aiutarle militarmente.
Non avendo pagato la bolletta del gas, l’Ucraina dal 16 giugno dovrà pagare in anticipo le forniture di gas dalla Russia. Gazprom dichiarava “Questa decisione è stata presa a causa della sistematica incapacità di Naftogaz Ucraina di pagare. Il debito ammonta a 4,458 miliardi di dollari“. “Hanno pagato zero. Corrispondentemente forniamo zero“, dichiarava Sergej Kuprjanov, portavoce di Gazprom. Subito dopo, nella regione di Poltava esplodeva il gasdotto Urengoj-Pomarij-Uzhgorod, che rifornisce di gas russo l’Europa.

10358744Fonti:
Alawata
Big Rostov
Global Research
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
LifeNews
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Reseau International
RIAN
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
StopNATO
Vineyard Saker
Vineyard Saker

Perché gli USA temono il South Stream?

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 13/06/2014
Uzsny-potok10L’occidente continua a minacciare i partner della Russia nel gasdotto South Stream. Seguendo il governo bulgaro, la Serbia ha annunciato che i lavori saranno sospesi. Entrambi i Paesi hanno citato la posizione della Commissione europea. Ma il commissario UE dell’energia Gunther Oettinger si rifiuta di discutere la costruzione di South Stream nell’ambito di una consultazione con la Russia,  principale azionista del progetto… Mentre il primo ministro bulgaro Plamen Oresharskij spiega che la sospensione dei lavori sul South Stream con la richiesta della Commissione europea e la necessità di “ulteriori consultazioni con Bruxelles”, la vicepremier e ministra dell’Energia serbo Zorana Mihajlovic ha tentato di incolpare la rivale storica del suo Paese nei Balcani, Sofia. Tuttavia, non ha evitato speculazioni politiche. “Fin quando i negoziati tra Bulgaria e Bruxelles e tra UE e Russia termineranno, resteremo inattivi. O finché la Russia non cambia posizione. In ogni caso i lavori nel nostro Paese saranno ritardati”. Ma la ministra serba non ha menzionato che “la posizione della Russia” sul South Stream risale ai primi mesi del 2008 nell’ambito degli accordi intergovernativi russo-serbi nella cooperazione energetica. Gli obblighi delle parti sul South Stream furono l’argomento principale di tali documenti, successivamente ratificati dal Parlamento della Serbia e confermati dai successivi governi nazionali. Inoltre l’accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica, un accordo in cui Gazprom Neft acquista una partecipazione di controllo del monopolio petrolifero della Serbia Naftna Industrija Srbije (NIS) per 400 milioni di euro e discute di 500 milioni di euro d’investimento. Non sorprende che il primo ministro serbo Aleksandar Vucic abbia dovuto correggere la sua ministra; ha dichiarato che il governo serbo non ha deciso la sospensione del progetto South Stream. L’accordo russo-bulgaro per la partecipazione della Bulgaria al South Stream e la creazione di una società mista a tal fine, è stato ratificato dal parlamento bulgaro nel luglio 2008. E nel maggio 2009 a Mosca le aziende del gas di Russia, Italia, Bulgaria, Serbia e Grecia firmarono un documento sulla costruzione del gasdotto South Stream. Nell’agosto 2009 tale documento fu integrato da un protocollo firmato dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul transito del gasdotto South Stream nelle acque territoriali turche. Non molto tempo dopo, la società francese Electricité de France entrò nel progetto. Tale serie di eventi testimonia l’infondatezza di una presunta incompatibilità tra il progetto South Stream e gli interessi nazionali di Bulgaria e Serbia, o pratiche legali internazionali comparse solo ora. E anche la Commissione europea sapeva delle disposizioni degli accordi del 2008. Dobbiamo cercare altrove i motivi degli inaspettati discorsi antirussi di Sofia e riecheggiati a Belgrado.
Il fatto che il primo ministro Plamen Oresharskij abbia fatto tale dichiarazione sul South Stream, dopo un incontro con tre rappresentanti degli Stati Uniti guidati dal senatore John McCain, non è sfuggito all’attenzione del pubblico bulgaro. McCain non s’è nemmeno preso la briga di nascondere le richieste degli statunitensi a Sofia e altri partner della Russia: “Sappiamo che ci sono alcuni problemi riguardanti il gasdotto South Stream… ovviamente vogliamo ridurre al massimo il coinvolgimento russo”. Secondo le informazioni disponibili, Washington ha deciso di infliggere un nuovo duro colpo a South Stream, alla cui costruzione partecipano imprese tedesche e francesi, dopo aver ricevuto notizie allarmanti da Baku. Una fonte della società azera SOCAR ha indicato che la società francese Total e quella tedesca E.ON potrebbero vendere le loro azioni del progetto per la costruzione della Pipeline Trans-Adriatica (TAP): “Il complesso tedesco E.ON ha già annunciato l’intenzione di vendere la sua partecipazione al TAP. La francese Total ha anche annunciato l’intenzione di vendere la sua quota del progetto”. Considerando che TAP era destinata a sostituire il fallito Nabucco, che Unione europea e Stati Uniti sostenevano attivamente, ha reso comprensibile il panico a Washington e Bruxelles. C’è una cosa che innervosisce gli statunitensi, ed collegata al cambio della situazione del mercato mondiale dell’energia. Il rapporto recentemente pubblicato dall’International Energy Agency, World Energy Investment Outlook 2014, prevede un crollo della “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti e soprattutto l’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di gas quando la capacità di esportazione di Arabia Saudita e Iran sarà diminuita. In tale situazione, Washington ha deciso che sia necessario ed urgente prendere il controllo delle principali rotte commerciali energetiche che collegano Russia ed Europa. E Washington vede nel ricatto della Russia, di cui Bruxelles, Sofia e Belgrado sono strumenti, il mezzo adatto per servire i propri interessi.

southstream1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E se Putin vince in Ucraina?

L’accordo della CNPC apre alla Russia il mercato asiatico del gas
Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

images_russia_pipeline_china_domain-bIl recente accordo tra la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la compagnia energetica russa Gazprom può controbilanciare le sanzioni statunitensi ed ampliare le opzioni energetiche della Russia in Eurasia. Le parti hanno stipulato il contratto per la costruzione del nuovo gasdotto “Power of Siberia” nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è fornire alla Cina 82 miliardi di metri cubi di gas, una media di 16,4 miliardi di metri cubi all’anno. Inoltre, il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha detto che la parte cinese ha espresso il desiderio di arrivare a 25 miliardi di dollari e di abolire i dazi sulle importazioni di gas russo. Secondo Vedomosti, il The Wall Street Journal russo, il contratto tra Gazprom e CNPC ha un valore complessivo di 400 miliardi di dollari e riguarda 1032 miliardi di metri cubi di gas. Il prezzo del contratto si basa sul volume minimo e comprende una clausola “take or pay”. Il contratto è pienamente in linea con la strategia aziendale di Gazprom volta a diversificare le forniture di carburante. In sostanza, non è diverso da accordi analoghi conclusi con i consumatori dell’Europa occidentale e il prezzo è competitivo (superiore a 350 dollari per mille mc, secondo diverse fonti). Lo Stato cinese ha incaricato CNPC di costruire gasdotti e impianti di stoccaggio in Cina per l’accordo. Entro la fine del 2014, un accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica supplementare verrebbe firmato a livello statale. Parlando della fattibilità del progetto, Aleksej Uljukaev, ministro russo dello Sviluppo economico, ha sostenuto al recente St. Petersburg International Economic Forum che “il progetto sarà al 100 per cento redditizio“. Mosca valuta l’introduzione di un trattamento fiscale preferenziale per rendere l’accordo ancora più redditizio. Un nuovo regime di sgravi fiscali sarà introdotto sui giacimenti che alimenteranno il mercato del gas cinese.
Su scala più ampia, la rapida realizzazione del contratto sarà conseguenza diretta della politica degli Stati Uniti in Europa orientale. Dopo il fiasco siriano, l’amministrazione Obama ha fatto ogni sforzo istituendo un regime fantoccio in Ucraina. L’esportazione del caos nel cuore dell’Europa serve a sabotare il dialogo energetico tra Est e Ovest. Secondo lo scenario di Washington, i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia dimenticano l’antico principio ‘pacta sunt servanda‘ e violano il trattato con l’allora legittimo presidente dell’Ucraina. Ciò di fatto ha sancito la guerra civile e le violenze brutali in Novorossija. L’insediamento di un governo radicale a Kiev mette a rischio l’intero sistema di approvvigionamento energetico dell’Europa. Per ora sembra che nessuno in Europa dia una spiegazione intelligibile del perché sia successo. Bruxelles ha sacrificato decenni di stabilità energetica al mito della solidarietà transatlantica UE-USA (l’afflizione dei negoziati TTIP n’è un’ottima indicazione). Ora la minaccia incombente del debito non garantito sul gas dell’Ucraina è un problema di alta priorità per l’Europa. Chi raccoglie i benefici della dubbia “vittoria” occidentale a Kiev? Basta seguire il denaro. Mentre il vicepresidente statunitense Joe Biden testa la fedeltà dei satelliti USA dell’Europa orientale in Romania, suo figlio Hunter Biden entra sfacciatamente nel consiglio di amministrazione della società del gas ucraina Burisma. Il riorientamento della politica energetica della Russia in Asia difficilmente porterà a un drastico cambio nel breve termine. L’Europa è e rimarrà un importante partner commerciale per gli esportatori di gas della Russia. Anche se l’invio previsto di 38 miliardi di metri cubi di gas in Cina è impressionante, è pari solo al 20 per cento di quello attualmente fornito all’Europa. Tuttavia, in prospettiva nel 2020-2025 l’accordo sul gas Russia-Cina farà della Cina il mercato del gas. I numeri assoluti non sono importanti quanto l’impatto economico complessivo della cooperazione a lungo termine. Ad esempio la Cheljabinsk Tube Rolling Plant (ChelPipe) e la controllata della CNPC China Petroleum Pipeline Material and Equipment Corporation (CPPMEC) hanno firmato un accordo biennale per la partecipazione congiunta a progetti di gasdotti internazionali. I giacimenti siberiani orientali potranno rifornire anche il previsto impianto di gas naturale liquefatto di Vladivostok, che potrebbe diventare la via per gli altri Paesi asiatici energivori come Giappone, Corea e Taiwan. Tutto sommato, l’agenzia di rating Fitch ritiene che l’accordo CNPC-Gazprom rappresenti una significativa opportunità di crescita per l’industria del gas russa. Un mercato alternativo in Oriente è una positiva prospettiva di medio-lungo termine per Gazprom, nonostante tutti i tentativi d’imporre sanzioni economiche contro la Russia.

E se Putin vince in Ucraina?
Andrew  Sullivan 5 giugno 2014

521750Stephen Walt la pensa così: “In primo luogo, ha fatto archiviare l’idea di una ulteriore espansione della NATO per un lungo tempo, forse per sempre. La Russia s’è opposta alla marcia della NATO verso est da quando iniziò a metà degli anni ’90, ma la Russia non poteva fare molto. La breve guerra del 2008 tra Russia e Georgia è stato il primo tentativo di Putin di tracciare una linea rossa, e la scaramuccia smorzò considerevolmente l’entusiasmo per l’espansione. Questa volta, Putin ha chiarito  nettamente che qualsiasi futuro tentativo di portare l’Ucraina nella NATO o anche di aderire all’UE incontrerà la ferma opposizione russa e probabilmente comporterà lo smembramento del Paese. In secondo luogo, Putin ha ristabilito il controllo russo sulla Crimea, un atto popolare per la maggioranza dei residenti della Crimea e dei russi. L’acquisizione ha comportato alcuni costi a breve termine (alcune sanzioni economiche piuttosto miti), ma ha anche consolidato il controllo russo sulla base navale di Sebastopoli consentendo alla Russia di rivendicare i giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero, del valore stimato in migliaia di miliardi di dollari. … Terzo, Putin ha ricordato ai capi ucraini che ha molti modi per rendergli la vita difficile. Non importa quali siano le proprie inclinazioni, pertanto è nel loro interesse mantenere almeno rapporti cordiali con Mosca. E il nuovo presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha ricevuto il messaggio”.
Posner contesta anche la teoria, avanzata da Tom Friedman, che Putin “tremi” dopo aver valutato i costi dell’avventura ucraina contro i benefici, per il suo regime: “L’economia russa non è stata indebolita, il mercato azionario era scambiato a 1400 prima della crisi e viene scambiato a 1400  oggi. Il rublo è sostanzialmente invariato, un pelo più basso. Nessuno sa se veramente la Cina ha fatto un affare oppure no; troppo dipende da contingenze sconosciute. Ma è chiaro che la Russia  beneficia da più strette relazioni con la Cina. La NATO difficilmente sembra rivivere, i Paesi europei sono in subbuglio e divisi nella risposta alla Russia, dipendendo dal suo gas come sempre. Le spese per la difesa non aumenteranno, ma anche accadesse la Russia difficilmente se ne curerebbe, dato che non ha intenzione d’invadere Polonia o Germania, e sa che non hanno alcuna intenzione di liberare la Crimea o aiutare militarmente l’Ucraina. Contro tali costi banali, se questi sono, si considerino i vantaggi della Russia. … Dire che Putin “trema” è come dire che il ragazzo che ruba un biscotto trema perché ha preso solo un biscotto piuttosto che tutti”.
Nel frattempo, il conflitto continua a ritmo sostenuto, e il coinvolgimento russo non è affatto finito. Anna Nemtsova riferisce che i ribelli nella parte orientale dell’Ucraina hanno il sopravvento nelle città di confine, aprendo un corridoio dei rifornimenti dalla Russia: “Ciò significa che anche se il presidente russo Vladimir Putin incontra i capi europei, e lui e il presidente USA Barack Obama si osserveranno con circospezione durante la commemorazione del D-Day in Normandia, la guerra nella parte orientale dell’Ucraina potrebbe accelerare. Anche se Putin ha ritirato la maggior parte delle truppe russe presenti frontiera, minacciando un’invasione convenzionale, la strada è aperta ora ai volontari e operatori di vario tipo che insieme ai rifornimenti si muoveranno liberamente nel Paese. Un paio di colleghi giornalisti ed io abbiamo sentito parlare dei tentativi di aprire questo corridoio per diversi giorni, quando viaggiammo in Ucraina orientale. Il ministero degli Esteri russo, parlamentari e volontari russi in Ucraina con cui abbiamo parlato, ci hanno tutti detto di creare ciò che chiamavano “corridoio umanitario”. Stavamo cercando la breccia sul confine, e l’abbiamo trovata vicino alla città di Sverdlovsk nella regione di Lugansk”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Geopolitica dell’Unione economica eurasiatica

Eric Draitser Global Research, 3 giugno 2014

3747040L’accordo firmato la settimana scorsa da Russia, Bielorussia e Kazakistan per creare l’Unione economica eurasiatica è un’altra contromisura contro i tentativi statunitensi ed europei d’isolare la Russia. Avanzando verso una più stretta cooperazione economica, la Russia spera di costruire, di passo in passo se necessario, uno spazio economico eurasiatico comune per affrontare, in ultima analisi, Stati Uniti ed Europa sul piano dell’influenza economica. Tuttavia, l’obiettivo ultimo di questo tipo di cooperazione va ben oltre la semplice potenza economica. Piuttosto, la Russia è l’elemento chiave di una serie di accordi multilaterali con cui negli ultimi quindici anni Putin (e gran parte del mondo) spera, in ultima analisi, di portare il mondo verso un ordine mondiale multipolare. Mentre questo è senza dubbio all’ordine del giorno per la Russia e l’alleata Bielorussia, il Kazakistan è un partner complicato in quanto profondamente legato all’occidente su business, investimenti, istruzione e una serie di altre aree critiche. L’Unione economica eurasiatica (UEE) presenta una serie di possibilità nella cooperazione economica e nello sviluppo. Dai giacimenti di energia agli importanti gasdotti, il nuovo accordo col tempo avrà un sempre maggiore impatto sulle esportazioni e i consumi energetici in Europa e in Asia, a cui la Cina guarda per proteggere il suo futuro energetico. Inoltre, l’UEE avrà un impatto sulle vitali rotte commerciali e le opzioni sui trasporti privati, oltre a promuovere la cooperazione politica, militare e di sicurezza tra i membri e nella regione. In sostanza quindi l’UEE va intesa come un altro duro colpo all’egemonia statunitense in Asia e nello spazio ex-sovietico.

Impatto economico regionale
L’istituzione dell’UEE avrà indubbiamente un notevole impatto regionale, e molto probabilmente globale. Poiché i legami economici tra Russia e Cina continuano a svilupparsi, come dimostra l’ultimo grande accordo energetico firmato dai due Paesi che avrà un’influenza di crescente importanza. Russia e Kazakistan saranno importanti fornitori energetici della Cina, primo consumatore mondiale di energia. In realtà, all’inizio dell’anno il governo cinese aveva annunciato che le importazioni di petrolio attraverso l’oleodotto Cina-Kazakistan avevano raggiunto livelli record nel 2013, aumentando del 14 per cento dal 2012. Inoltre, il recente accordo sul gas russo-cinese crea la prospettiva di realizzare un ancora più grande oleodotto consolidando il ruolo della Russia nel futuro strategico economico della Cina. Non solo vi sarà probabilmente un nuovo gasdotto che collegherà l’Estremo Oriente russo alla regione nord-est della Cina, ma sono già avviati i preparativi iniziali per la costruzione della Pipeline Altaj che porterà il gas russo nella provincia cinese dello Xinjiang, nella parte occidentale del Paese. In sostanza quindi, la geografia dei trasporti è tale che Russia e Cina saranno fisicamente collegate da est e da ovest, creando una relazione simbiotica in cui altre forme di cooperazione fioriranno. Naturalmente, il Kazakistan potrà avere un ruolo importante da svolgere in questo scenario, essendo convenientemente situato al confine della regione dell’Altai della Russia. Tuttavia, considerando lo status del Kazakistan d’esportatore netto d’energia, sembra improbabile che la Russia sia interessata a promuovere lo sviluppo energetico del potenziale rivale nel mercato cinese. Detto questo, il Kazakistan può trarre grandi vantaggi dal riavviarsi del progetto cinese della Nuova Via della Seta.
L’agenzia cinese Xinhua ha recentemente pubblicato uno articolo rivelatore della visione di Pechino sul progetto New Silk Road. Gli autori notano che il progetto porterà “nuove opportunità e nuovo futuro alla Cina e a tutti i Paesi lungo la strada che cerca di sviluppare“, con l’obiettivo finale di essere un'”area di cooperazione economica”. Mentre questo audace piano di vasta portata richiede ancora un imponente lavoro preparatorio, l’istituzione dell’UEE può solo aiutare il progetto. La visione di Pechino della Nuova Via della Seta quale spazio per “una maggiore convergenza di capitali e d’integrazione valutaria” si adatta bene al tentativo d’utilizzare l’UEE appena fondata per avvicinarsi all’integrazione economica regionale dell’Asia centrale. Con il Kazakistan parte centrale della New Silk Road e dell’UEE, sembra probabile che ognuno trarrà benefici dallo sviluppo degli altri. Di particolare rilievo è il fatto che Russia e Cina abbiano recentemente firmato l’accordo per bypassare il dollaro USA nella sistemazione dei debiti e nei pagamenti bilaterali. L'”accordo di cooperazione” firmato tra VTB russa e Bank of China è la salva di apertura del fiorente rapporto di cooperazione valutaria tra i due Paesi, che alla fine porterà a una maggiore indipendenza economica e finanziaria dall’occidente. Con l’istituzione dell’UEE, il rublo diventa rapidamente una valuta importante in Asia centrale, mentre lo yuan continua a crescere d’importanza regionale e globale. In particolare, Pechino prevede che lo yuan sarà la valuta dominante nella Nuova Via della Seta. Con la convergenza di questi due accordi multilaterali, la cooperazione su questioni valutarie diventa di centrale importanza. Naturalmente, ciò va inteso come un colpo significativo al dominio del dollaro e di conseguenza all’egemonia degli Stati Uniti sulla massa terrestre eurasiatica. Un ulteriore settore della cooperazione che assume un significato geopolitico è l’esplorazione spaziale. In particolare, il programma spaziale russo da tempo utilizza il centro spaziale di Bajkonur in Kazakistan come hub dei lanci nello spazio. Nel 2013, i negoziati tra i Paesi hanno stabilito una roadmap triennale sull’uso cooperativo della struttura. Con i cinesi dai sempre più ambiziosi programmi spaziali e la recente decisione della NASA di por termine alla cooperazione con Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, sembrerebbe una scelta naturale per Russia e Cina rafforzare la cooperazione mentre Russia e Kazakistan continuano ad essere partner. Con UEE e Via della Seta che forniscono il quadro, un nuovo allineamento strategico emerge nell’esplorazione spaziale. Naturalmente, gli Stati Uniti, dipendenti come sono dalla Russia per il lanci spaziali, ne escono perdenti.
Da non dimenticare, nel contesto dell’UEE, la Bielorussia, repubblica ex-sovietica da tempo stretta alleata della Russia. Anche se la Bielorussia è in qualche modo un attore trascurato in questo calcolo geopolitico, il Paese effettivamente ha una notevole importanza strategica per la Russia. Forse ancor più la Bielorussia rappresenta l’anello fondamentale nella rete di approvvigionamento energetico russo per l’Europa. Il gasdotto Jamal-Europa, che invia circa il 20 per cento delle esportazioni europee gasifere della Russia, è stato acquistato da Gazprom nel 2011. Visto quale  mezzo per diversificare la propria infrastruttura energetica europea dalla dipendenza totale dai gasdotti ucraini, la mossa ha fisicamente legato Russia e Bielorussia che, dal punto di vista della Bielorussia, ne fa il principale mercato e alleato strategico della Russia. Inoltre, la Bielorussia è un importante esportatore di macchinari pesanti, soprattutto movimento terra, trattori e altre macchine utili nella produzione industriale e nelle costruzioni. Con la Russia come suo principale cliente, la Bielorussia potrebbe trarre enormi benefici da una maggiore collaborazione economica nell’UEE. In particolare, restrizioni commerciali, questioni monetarie, regolamento dei debiti e altri ostacoli significativi potrebbero essere eliminati o notevolmente ridotti in modo tale che Minsk s’avvantaggi enormemente dal nuovo accordo. Dato il suo status di paria nello spazio economico dell’Unione europea, il presidente bielorusso Lukashenko probabilmente vede l’UEE come un passo positivo verso la stabilità economica e come leva in Europa nei negoziati e sanzioni.

NewsilkroadLa questione del Kazakistan
Con l’istituzione dell’UEE, il Kazakistan è destinato a diventare un attore ancora più importante sulla scena mondiale. A parte i suoi già noti giacimenti energetici e minerari strategici, la geografia del Kazakistan ne fa un legame fondamentale per la Cina e la Russia in Asia centrale. Quindi, sembrerebbe che il Paese abbia una chiara strada per la prosperità economica, lastricata da Russia e Cina. Tuttavia, un esame più approfondito dell’allineamento geopolitico e finanziario del Paese rivela che, piuttosto che un partner economico a pieno titolo “incondizionato”, il Kazakistan sia un amico che un nemico possibile. Mentre sembra che il Kazakistan sia un alleato naturale di Russia e Cina, con un futuro economico brillante nel contesto dello sviluppo eurasiatico, la realtà è che il regime di Nazarbaev è profondamente legato all’occidente grazie a vari istituzioni e organi finanziari. L’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e la Camera di Commercio degli Stati Uniti sono ben presenti nel Paese con solidi rapporti con figure chiave governative del Kazakistan. In realtà, l’USAID ha agevolato la creazione dell’Iniziativa del partenariato economico pubblico-privato USA-Kazakistan (PPEPI). Come la relazione del PPEPI nota, “Il Programma PPEPI fu sviluppato come iniziativa di riforma politica al fine di promuovere il dialogo tra alti funzionari governativi e leader nel mondo degli affari… il PPEPI ha favorito la discussione e fornito consigli su molte importanti sfide che il Kazakistan deve affrontare rafforzando e diversificando la propria economia“. Un primo esame del PPEPI, insieme con le attività “pro-business” e la presenza della Camera di commercio americana in Kazakistan, illustra chiaramente il fatto che il capitale finanziario occidentale è profondamente radicato nel Paese, con influenza e connessioni sino ai vertici del governo. Forse nulla dimostra meglio tali legami concreti della recente nomina di Azamat Oinarov a capo del Kazakhstan Public-Private Partnership Center. Da ex-Viceministro della Difesa per l’Economia e le Finanze, Oinarov rappresenta ciò che potrebbe essere considerato come “agente di collegamento” tra il governo del Kazakistan e istituzioni ed organi del capitale finanziario occidentale. Essendo essenzialmente un tramite tra interessi economici occidentali e il governo di Nazarbaev, Oinarov è solo uno dei tanti burocrati la cui funzione principale è permettere presenza e redditività delle società occidentali nel Paese.  L’influenza del capitale finanziario occidentale in Kazakistan non si ferma alla comunità imprenditoriale. In effetti, uno degli aspetti più critici della presenza USA-occidentale nel Paese è ampiamente acclamato dalla Nazarbaev University, fondata a coronamento della nuova capitale Astana. L’università è stata concepita, progettata, finanziata, diretta e avviata sotto la guida di numerose importanti università statunitensi, tra cui Carnegie Mellon University, Cambridge, Harvard University (Kennedy School of Government) e molte altre. Tuttavia, la leadership e la dirigenza provengono dalla Banca Mondiale, che realmente hanno costruito l’Università Nazarbaev.
Come il giornalista investigativo Steve Horn scrisse per CounterPunch alla fine del 2012: “La Banca Mondiale alla fine del 2007 propose piani per l’aggiornamento e “commercializzare” le ricerche (del Kazakistan). Il progetto della Banca richiede la creazione di una rete di centri di ricerca e sviluppo universitari orientata al mercato e principalmente basata sui modelli statunitensi. Le successive proposte della Banca Mondiale per rinnovare la formazione tecnica e professionale del Paese seguiva tale esempio… la NU è nata attraverso una serie di iniziative dirette e strettamente coordinate dalla Banca mondiale, oggi nuovamente bollata come ”Banca del sapere” votata alla missione di eliminare la povertà globale attraverso la “riforma dell’istruzione” mercatocentrica, simile a quelle degli Stati Uniti“. Il ruolo della Banca Mondiale, insieme ad alcune delle università più prestigiose e delle più potenti multinazionali occidentali, nel creare e dirigere la Nazarbaev University, è un’indicazione evidente dell’enorme influenza che tali istituzioni esercitano in Kazakhstan. Inoltre, le implicazioni per il futuro del Paese sono piuttosto inquietanti. Con un’intera generazione dall’educazione “occidentalizzata” presso la Nazarbaev University, la logica conseguenza sarà un’intera generazione di giovani leader le cui professionalità e connessioni accademiche saranno radicate nelle istituzioni occidentali. Questo non fa ben sperare sul concetto del Kazakistan partner affidabile per l’UEE e la Silk Road della Cina.

Come l’occidente risponderà?
Indubbiamente, Washington e i suoi alleati europei vedono l’istituzione dell’UEE come un evento preoccupante. E così, la regione e il mondo devono prepararsi a una sorta di contromisura a questa crescente indipendenza. In particolare, gli Stati Uniti possono utilizzare tutte le armi del soft power a disposizione per sabotare o ostacolare l’UEE e il progetto eurasiatico in generale. Una risposta probabilmente avrà la forma della destabilizzazione del territorio occidentale cinese del Xinjiang.  Popolata prevalentemente dal popolo uiguro (musulmani appartenenti al gruppo etnico turco), la regione ha subito violenze intermittenti da decenni, con il terrorismo divenuto maggiore forza destabilizzante negli ultimi anni. In particolare, l’organizzazione nota come Movimento islamico del Turkestan dell’Est (ETIM) è responsabile di decine di atti di terrorismo negli ultimi due decenni.  Tuttavia, il terrorismo è soltanto una parte fondamentale del più ampio tentativo degli Stati Uniti di togliere il Xinjiang ai cinesi o per lo meno renderlo troppo instabile e pericoloso per essere sviluppato economicamente secondo Pechino. Xinjiang figura avanti nei piani di sviluppo di Pechino. In primo luogo, Xinjiang, con la sua capitale regionale Urumqi, è un ponte importantissimo per il progetto New Silk Road. Collegando il confinante Kazakistan e infine la Turchia, la regione assume una grande importanza sia come hub di transito che punto di partenza per le esportazioni cinesi verso l’occidente. Inoltre, la capitale del Xinjiang Urumqi è la probabile candidata al terminale cinese della Pipeline Altaj. Come centro industriale geograficamente vicino ai partner della Cina confinanti ad occidente, Urumqi diventa un perno strategico cinese sempre più importante. Con l’ovvia importanza di Xinjiang nei piani a lungo termine della Cina, la presenza statunitense nella regione assume un significato ulteriore. In particolare, gli Stati Uniti hanno un formidabile “soft power” nella regione tramite il lungo sostegno finanziario a numerose ONG e altre organizzazioni anticinesi. In particolare, gli Stati Uniti hanno speso milioni di dollari sullo Xinjiang tramite il National Endowment for Democracy (NED), sostenendo ostentatamente organizzazioni per i “diritti umani” come l’International Uyghur Human Rights and Democracy Foundation, International Uyghur PEN Club, Uyghur American Association e World Uyghur Congress. Ciascuna di tali organizzazioni, dipendenti dal finanziamento degli Stati Uniti, è fanaticamente anticinese e propaganda secessione e “autodeterminazione”. Furono l’epicentro delle tensioni sociali nella regione, con un rappresentante del World Uyghur Congress che arrivò a giustificare il recente attentato terroristico a Kunming, che ha ucciso 33 persone, dicendo che “le politiche (della Cina) provocarono ‘misure estreme’ in reazione”.
Con Kazakistan e Cina che si avvicinano tramite la Shanghai Cooperation Organization (SCO) e il Kazakistan nell’ambito dell’UEE, sembrerebbe molto probabile che un nuovo focolaio di violenze nello Xinjiang possa essere proprio ciò che il medico imperiale ordina. Inoltre, si potrebbe facilmente immaginare una rapida proliferazione della minaccia dell’ETIM nella regione, in quanto riceve un sostegno politico tacito dalle organizzazioni uigure finanziate dagli USA. Una tale mossa effettivamente bloccherebbe qualsiasi tentativo di costruire gasdotti, ferrovie ed altre infrastrutture necessarie a New Silk Road e gasdotti Russia-Cina. Dall’altra parte del confine del Xinjiang v’è il  Kazakistan profondamente infiltrato dagli organi del soft power statunitense. Il NED vi finanzia una vasta gamma di organizzazioni non governative, tra cui i famigerati International Republican Institute e National Democratic Institute, insieme ad altre organizzazioni dai nomi innocui come Ufficio internazionale dei diritti umani e stato di diritto del Kazakistan. Dato che tali organizzazioni sono profondamente radicate nel Paese, gli Stati Uniti possono esercitare un’enorme influenza nella società civile kazaka, rendendola in caso di necessità un’arma contro il governo. Ciò naturalmente fa parte della strategia di lunga data del “soft power” che gli Stati Uniti hanno abilmente impiegato in tutto il mondo, dall’America Latina all’Europa orientale. Il famoso autore e giornalista Pepe Escobar ha recentemente pubblicato un pezzo dal titolo “Nascita del secolo eurasiatico?“, in cui esamina il punto di svolta storico mondiale della partnership sino-russa che va ben oltre i soli gas e gasdotti. Escobar ha scritto: “L’alleanza strategica tra Cina e Russia ora simbiotica, con la possibilità di estendersi all’Iran, è il fatto fondamentale sul campo del giovane 21° secolo. Sarà estrapolata da BRICS, Shanghai Cooperation Organization, Organizzazione Trattato di Sicurezza Collettivo e Movimento dei Paesi Non Allineati“. Questa trasformazione, una volta pensata come tendenza futura, è ormai diventata una realtà geopolitica inevitabile. La creazione dell’Unione economica eurasiatica è semplicemente un’altra manifestazione del nuovo ordine globale. Tuttavia, Russia e Cina, con i loro alleati e partner, farebbero bene a notare che l’occidente non ha intenzione di cedere la sua posizione egemonica senza combattere. Cosa sarà esattamente tale lotta, resta da vedere.

B5C9305F-D415-44D2-9B39-FEA79EEDC316_mw1024_s_nEric Draitser è fondatore di StopImperialism.com, ed è un analista geopolitico indipendente di New York City.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’accordo sino-russo sul gas: guerra psicologica sui mercati finanziari

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 1 giugno 2014
1-s2.0-S030142150900593X-gr6L’accordo sul gas naturale tra la Russia e la Cina era in cantiere da molto tempo, quindi perché tutto questo trambusto alla sua inaugurazione? Si deve guardare oltre i titoli dei giornali quando si considerano gli eventi del mondo. Il clamore su molti di questi eventi è politichese gravemente slegato da interpretazioni lungimiranti. L’annuncio del mega-accordo sull’energia da poco più di 36,8 miliardi di metri cubi di gas naturale, raggiunto tra la Federazione russa e la Repubblica popolare cinese il 21 maggio, ne è solo un esempio. L’accordo sul gas tra Pechino e Mosca non segnala nulla di nuovo né un cambio politico e dei rapporti economici russi con la Cina, ma è stato propagandato come tale. In un modo o nell’altro, la maggior parte delle notizie sull’accordo sull’energia sino-russo ne distorcono la natura ed evidenzino questo particolare accordo in termini puramente politici. L’accordo sul gas era effettivamente in cantiere da parecchio tempo, Pechino e Mosca hanno parlato e negoziato una sorta di formula di export-import a lungo termine del gas da circa 10 anni. Chi ha seguito questi importanti negoziati lo sa e riconosce immediatamente la natura sensazionalistica e distorta delle notizie attuali sull’accordo. Esperti e media ostili a Mosca spacciano l’accordo come indicazione che la Russia prevede di stringere il controllo sul flusso di energia per l’Unione europea. Usano tale congettura per discutere della diversificazione delle fonti energetiche dell’UE, incoraggiando i leader europei a ridurre i legami economici con Mosca e promuovere l’avvio della “rivoluzione fracking” supportata dagli USA per sfruttare le riserve di gas e petrolio con il processo di fratturazione idraulica. D’altra parte, esperti e media apertamente favorevoli a Mosca ritraggono l’accordo tra Gazprom e China National Petroleum Corporation, o CNPC, come una mossa del Cremlino per ridurre al minimo le perdite economiche e volgere gli affari a Est, da quando affronta senza rispettarle le sanzioni economiche e diplomatiche del cosiddetto occidente per l’Ucraina e la Crimea.

Rinominare una tendenza esistente
Senza mezzi termini, l’accordo sul gas sino-russo non segna per nulla l’inizio di una una politica “volta a Oriente” o una politica di “de-dollarizzazione”. Né l’alleanza strategica tra la Russia e la Cina nasce per le ricadute della crisi ucraina. Tutto ciò che indica il contrario è sensazionalismo di media ed esperti disinformati sui fatti reali riguardo Russia e Cina. Invece, da parte di tali media  ed esperti vi è un deficit nella visione globale nelle loro notizie e analisi sugli eventi che plasmano il mondo, o cercano di inquadrarli attraverso una lente che si adatta solo agli attuali interessi politici. In ogni caso, non c’è nulla di nuovo, nulla. In primo luogo, nulla di nuovo viene segnalato dall’accordo tra Gazprom e CNPC. In secondo luogo, Russia e Cina sono partner strategici da quando i loro leader annunciarono l’opposizione ai sogni di Washington per un mondo unipolare, dopo che Stati Uniti e NATO attaccarono la Repubblica federale di Jugoslavia nel 1999. L’accordo sul gas naturale è di per sé parte di un trend esistente e di un processo avviato da diversi anni. In realtà, la Federazione russa ha intrapreso un percorso per aumentare gli scambi commerciali con l’Asia da oltre un decennio, e Mosca e i suoi partner cinesi hanno annunciato la decisione di imbarcarsi sulla via della de-dollarizzazione commerciando in valute locali, quasi un decennio fa. Nel 2007, i governi di Cina e Russia avviarono il quadro per la creazione di un gruppo di lavoro per la de-dollarizzazione del commercio nelle loro transazioni commerciali bilaterali, attraverso un accordo formale. Nel 2008, quando Vladimir Putin era primo ministro della Russia, lui e il suo omologo cinese, l’allora premier Wen Jiabao, furono impegnati nel processo. Pechino e Mosca hanno anche accordi analoghi con altri partner eurasiatici. L’accordo sul gas naturale annunciato a Shanghai fu studiato dai negoziatori tecnocrati. E’ il lavoro di anni di robusti negoziati, non un accordo concluso nel giro di pochi mesi. Né l’accordo sino-russo è stato avviato come tentativo dei russi di aggirare le sanzioni economiche continuamente attuate contro la loro economia da Washington e dalle sue coorti. Indipendentemente dalle tensioni tra Mosca e Washington sulla crisi latente in Ucraina, l’accordo da 400 miliardi di dollari sarebbe stato firmato, in un modo o nell’altro. Per via delle sanzioni economiche contro la Federazione russa, l’avvio del contratto la scorsa settimana, durante la Conferenza  per la costruzione di misure sull’interazione e la fiducia in Asia nel vertice di Shanghai, è stato politicamente gestito ed evidenziato, con particolare attenzione alle conseguenze del suo annuncio. Mentre l’accordo è soprattutto tecnocratico, c’è la forte possibilità che i russi abbiano potuto modificarne i prezzi come chiedevano i cinesi, ed entrambe le parti abbiano potuto accelerare la finalizzazione del contratto sulla base di considerazioni politiche. In altre parole, la guerra economica scatenata contro la Federazione russa potrebbe aver accelerato la trattativa e introdotto variabili od obiettivi politici da entrambe le parti su questo accordo in gran parte tecnocratico.

L’accordo sul gas e la guerra psicologica
“La fiducia degli investitori” è la frase chiave. Ciò che l’accordo indica sicuramente è che la Cina appoggia la Russia nella guerra psicologica sulla fiducia degli investitori. L’annuncio dell’accordo a Shanghai è in gran parte una reazione sino-russa agli Stati Uniti e ai loro alleati che cercano di minare la fiducia strategica degli investitori nell’economia russa. Nella sua testimonianza alla commissione per gli affari esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, l’8 maggio, Victoria Nuland, assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici, ha affermato in una dichiarazione: “L’economia russa è già sotto la pressione delle sanzioni internazionali. Il suo rating è in bilico sullo status di ‘junk’. 51 miliardi dollari di capitale sono fuggiti dalla Russia dall’inizio dell’anno, avvicinandosi ai 60 miliardi di dollari di tutto il 2013. Obbligazioni russe sono scambiate con rendimenti più elevati rispetto a qualsiasi debito in Europa. Mentre il rublo è caduto, la Banca Centrale ha alzato i tassi d’interesse due volte e ha speso quasi 30 miliardi di dollari (USA) dalle sue riserve dall’inizio di marzo, per stabilizzarlo“. Anche se Nuland ha fatto di tutto per concludere che il popolo russo non era l’obiettivo, ma un danno collaterale delle sanzioni, era assai chiaro all’udienza che il principale obiettivo delle sanzioni è, infatti, il popolo russo. Durante l’udienza, il deputato Albio Sires ha candidamente chiarito che il popolo russo “deve sentire” le sanzioni e ha chiesto prove dall’amministrazione Obama che il popolo russo subisce danni dalle sanzioni economiche. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e i rappresentanti del Tesoro all’udienza, a loro volta, hanno chiarito a Sires che il popolo russo “inizierà a sentire” le sanzioni economiche con il danneggiamento commerciale tra Russia e UE, l’aumento dei costi dell’indebitamento e l’inflazione in espansione. I sentimenti di Nuland sono stati ripresi da Daniel Glaser, assistente segretario per il finanziamento del terrorismo del dipartimento del Tesoro, all’udienza a Capitol Hill. Ha chiarito che il governo degli Stati Uniti lavora per imporre gradualmente costi economici ai russi. Glaser ha inoltre chiarito che ci vuole tempo affinché i danni economici si riflettano in politica, il che significa creare una recessione economica in Russia volta ad impoverire il popolo russo in modo da chiedere al Cremlino di cedere alle richieste di Washington. Glaser ha testimoniato: “Le sanzioni e l’incertezza che hanno creato nel mercato, hanno un impatto, direttamente e indirettamente, sulla debole economia della Russia. E inasprendo le sanzioni, i costi non solo aumentano, ma la capacità della Russia di ridurre i costi diminuirà. Già gli analisti del mercato prevedono significativi deflussi sia di capitali esteri che nazionali e un ulteriore indebolimento delle prospettive di crescita per quest’anno. Il FMI ha declassato le prospettive di crescita della Russia del 0,2 per cento quest’anno, e ha suggerito che la recessione non è fuori questione“. Ha indicato anche i seguenti punti:
– dall’inizio del 2014, il mercato azionario della Federazione russa è diminuito di oltre il 13 per cento;
– i deflussi di capitali pesanti hanno iniziato a danneggiare l’economia russa e portando Standard and Poor a declassare il credito sovrano della Russia a BBB–, un livello superiore a quello che S&P definisce “junk”;
– gli investitori ora vogliono maggiori rendimenti dalle obbligazioni russe per via dei maggiori rischi connessi con l’investimento in Russia;
– la Banca Centrale della Federazione Russa ha speso quasi 50 miliardi di dollari, ovvero il 10 per cento delle sue riserve in valuta estera, per difendere il valore della moneta nazionale della Russia nella guerra finanziaria che Washington ha scatenato;
– nonostante i notevoli interventi sul mercato dalla Banca centrale russa e il rialzo dei tassi di interesse, la moneta nazionale russa s’è deprezzata di quasi l’8 per cento dall’inizio del 2014.
Ciò che Glaser non ha detto è che il presunto pessimo stato BBB- di S&P a cui l’economia della Federazione russa è stata ridotta, è la stessa valutazione di altri due partner nei BRICS della Russia, Brasile e India, che non sembrano esserne per nulla terrorizzati. Né ha menzionato che le analisi di S&P, come l’economia di per sé, non sono esenti da interessi politici e manipolazioni. L’enfasi sulla valutazione come “una tacca sopra junk” è teatralità pura volta a creare allarme e paura. La strategia di Washington contro Mosca comporta chiaramente strategie per creare incertezza generale nel mercato per destabilizzare la Russia o, come Nuland ha ammesso, “creare le condizioni di mercato che rendano la Russia sempre più vulnerabile all’assalto finanziario“. Una guerra psicologica per minare la fiducia nell’economia della Federazione Russa tramite manipolazione finanziaria, è stata lanciata e la tempistica dell’annuncio della dichiarazione congiunta sino-russa sul gas è legata a ciò.
Anche se l’accordo era già allo studio indipendentemente degli avvenimenti in Ucraina, e la Russia si volge alla Cina per il sostegno economico contro la guerra economica imminente, l’ampio annuncio pubblico dell’accordo energetico a Shanghai è una contro-mossa alle azioni di Washington contro la Russia. Non solo l’accordo sul gas sino-russo indica che la Russia dispone di alternative economiche, ma il suo annuncio è un colpo psicologico volto a compensare gli assalti finanziari del governo degli Stati Uniti alla Russia, che mirano a minare la fiducia degli investitori nell’economia russa. L’accordo sul gas dovrebbe quindi dare fiducia sulla sicurezza dell’economia russa, mostrando che avrà enormi ricavi nei prossimi 30 anni.

Copyright © 2014 Global Research

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Il prossimo è un accordo Russia-Giappone sul gasdotto?
Ankit Panda Global Research, 1 giu 2014

6bde6e45Dopo lo storico accordo da 400 miliardi di dollari sul gas naturale tra Russia e Cina la scorsa settimana, i legislatori giapponesi cercano di rilanciare gli sforzi per attingere dalle stesse forniture di gas russo. Un articolo di Bloomberg (1) mostra che un gruppo di 33 parlamentari giapponesi sostiene un gasdotto di 1350 km tra l’isola russa di Sakhalin e la prefettura giapponese di Ibaraki, a nord-est di Tokyo. Il progetto ha un costo stimato di 5,9 miliardi dollari e potrebbe fruttare fino a 20 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno (equivalenti a 15 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto). Il gasdotto accrescerebbe del 17 per cento le importazioni del Giappone. I legislatori giapponesi che sostengono la proposta appartengono soprattutto al Partito Liberaldemocratico e al Partito New Komeito. Il rinnovato interesse per la pipeline è dovuto principalmente alla carenze energetiche del Giappone dopo la chiusura dei 48 reattori nucleari del Giappone, a seguito del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo 2011 a Tohoku, causando il triplo collasso della centrale di Fukushima Daiichi. Il governo del Partito Democratico in Giappone al momento ha deciso di chiudere le centrali nucleari ed iniziare a staccare il Paese dalla dipendenza dall’energia nucleare, dopo la reazione pubblica alla crisi di Fukushima. Sulla base dei piani attuali, il gas di Sakhalin in Russia sarebbe trasportato attraverso il gasdotto Sakhalin-Khabarovsk-Vladivostok dove verrebbe trasformato in gas naturale liquefatto per l’esportazione in Giappone.(2) La Russia considera ulteriori gasdotti terrestri e sottomarini per rifornire di gas Cina, Corea democratica e Corea del Sud, tra cui una pipeline che trasporti gas in Corea del Sud attraverso la Corea democratica.
Per la Russia, un accordo sulla pipeline con il Giappone sarebbe particolarmente interessante. Il Giappone è il maggiore importatore di GNL nel mondo, dopo aver acquistato 87,49 milioni di tonnellate di GNL nel 2013, secondo il ministero delle Finanze giapponese. Pur essendo il primo importatore mondiale e la vicinanza alla Russia, il Giappone importa solo il 9,8 per cento del suo GNL dalla Russia. Il gasdotto proposto accrescerebbe notevolmente tale cifra, in parte perché il Giappone potrebbe importare gas naturale invece che GNL. Il GNL è più costoso da trasportare.  Naokazu Takemoto (3), parlamentare giapponese a capo del gruppo favorevole al gasdotto, stima che “il prezzo del gas naturale sarà due volte inferiore rispetto al gas naturale liquefatto”. Politicamente, dato l’attuale isolamento della Russia dall’occidente per le sue azioni in Ucraina, un accordo sul gasdotto farebbe anche guadagnare a Vladimir Putin qualche moneta politica di vitale necessità. Infatti, il recente accordo della Russia con la Cina è stato probabilmente motivato dalle preoccupazioni politiche del Cremlino. La Cina sembra aver stipulato l’accordo ad un prezzo molto favorevole. Se Giappone e Russia iniziano ufficialmente i negoziati sul gasdotto, Tokyo probabilmente ne trarrà un prezzo anch’esso favorevole. Mentre l’Europa cerca di ridurre la sua dipendenza dal gas naturale russo, la Russia perderà una certa leva nei negoziati. Il gruppo di legislatori giapponesi proporrà l’accordo al primo ministro Shinzo Abe, che studierà la fattibilità della transazione a giugno. E’ probabile che Abe proporrà l’accordo a Vladimir Putin durante la sua visita a Tokyo quest’anno.

Note
(1) Bloomberg
(2) Vladivostok Times
(3) Voice of Russia

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japan-russia-treatyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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