Sanzioni contro la Russia: il loro impatto negativo sulla sicurezza energetica globale

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc
baltic_pipelineDopo una serie di dichiarazioni da testata sulla possibilità di “orientare” i consumatori europei verso il gas statunitense, i media degli USA si sono affrettati ad annunciare l’offensiva del petrolio e del gas di Obama contro la Russia. In realtà l’UE non è attualmente disposta, né tecnicamente né in termini di prezzi, ad acquistare risorse energetiche dagli Stati Uniti. Ci vorrebbero almeno dieci anni per adeguare anche il tecnicamente avanzato sistema energetico tedesco all’uso del gas statunitense. Nelle crisi, quando è particolarmente urgente avere un rapido ritorno degli investimenti, tali progetti sono irrealistici.
Se l’industria tedesca sia pronta a pagare di più il gas estero solo per il dubbio piacere di “punire” qualcuno, è una grande domanda. A differenza dei funzionari dell’UE, il governo tedesco non mette pubblicamente in discussione i suoi contratti a lungo termine con la Russia o il futuro del gasdotto South Stream. Il 13 marzo 2014, il presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, Aleksej Miller, ha partecipato a un incontro con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Energia della Germania Sigmar Gabriel. “La Germania è il primo partner della Russia nel mercato del gas e dell’energia in Europa“, ha dichiarato Miller. “Il gas russo rappresenta il 40% di tutte le importazioni tedesche. E persino si nota l’aumento delle forniture di gas dalla Russia. Lo scorso anno, le esportazioni ammontavano ad oltre 40 miliardi di metri cubi, con un aumento annuale del 20%“. Guardando queste statistiche, è chiaro che tutte le chiacchiere sulla solidarietà atlantica non hanno alcun effetto sul razionale processo decisionale del governo tedesco. “Non abbiamo bisogno di un’escalation del conflitto“, ha affermato Sigmar Gabriel nella tavola rotonda degli esperti in politica energetica di fine marzo. “La Russia ha rispettato gli obblighi previsti dai contratti sul gas anche negli anni più bui della guerra fredda“. Sigmar Gabriel sa di cosa parla. Per l’Europa poter utilizzare pienamente le forniture di gas dagli Stati Uniti, sarà necessario costruire impianti costosi per decomprimere e immagazzinare il gas. Inoltre, al fine d’integrare il gas “americano” nei sistemi energetici locali, i Paesi europei avrebbero bisogno di costruire nuove stazioni di pompaggio.  L’infrastruttura associata ne aumenterà il prezzo al consumatore. Né i padroni dell’industria tedesca, né i leader politici responsabili, sosterranno tale politica.

Quindi chi c’è dietro la pretesa di punire la Russia?
Barack Obama continua a guardare all’Europa per fare pressione su Mosca. Non è un caso che le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in politica energetica coincidano con la sua visita in Arabia Saudita. Il presidente Obama è venuto a Riyadh per abbattere i prezzi, in cambio dello sviluppo delle strutture saudite per estrarre e liquefare il gas da inviare in Europa. E’ improbabile che anche lo stesso Charles Maurice de Talleyrand possa convincere i sauditi a riversare la maggior quantità di risorse possibile sul mercato e solo in cambio della nebulosa  promessa di un aiuto statunitense nell’avere nuovi impianti gasiferi, in un imprecisato futuro. Anche la posizione del Qatar deve essere considerata. Vi sono gravi disaccordi tra i sauditi e l’ex-emiro del Qatar, ipersensibile come nessuno in Medio Oriente sul bisogno di un nuovo concorrente nel settore del gas. Il tentativo di Obama di ripetere il trucco petrolifero di Ronald Reagan in Medio Oriente “abbattendo” i prezzi globali, dovrà affrontare molti ostacoli. L’abbattimento del prezzo del petrolio a 80 dollari susciterebbe un altro problema, la vera polemica nella campagna per la rielezione di Obama, e cioè cosa fare dell’Iraq. Anche un calo del 10% del prezzo del petrolio potrebbe eliminare l’economia irachena, ancora scossa dall’invasione degli Stati Uniti. E Israele osserva i tentativi della Casa Bianca di avviare il riavvicinamento con l’Iran. Se lo Zio Sam tenta d’imporre sanzioni energetiche contro la Russia per le sue posizioni politiche in Medio Oriente, presto scoprirà di aver caricato la pistola solo per spararsi ai piedi.
Il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Ernest Moniz, incaricato da Obama e appassionato di scisto, s’è esaltato nel dibattito su come “punire” la Russia. Ha promesso di prendere in considerazione nuovi sforzi per le navi metaniere dagli Stati Uniti all’Europa. In questo caso particolare, il suo intervento difficilmente rifletterebbe la posizione dei CEO delle major petrolifere.  Sanno molto bene che un vera svolta dei prezzi nel settore non si avvicina a quella di 30 anni fa, per via dell’inflazione e dei costi operativi sempre più elevati. Solo il terminale Sabine Pass da 10 miliardi di dollari, una struttura della Cheniere di Cameron Parish, ha l’approvazione necessaria dal dipartimento dell’Energia e dalla Regulatory Commission della Federal Energy statunitensi. Ai primi di marzo, l’economista statunitense Philip Verleger, che ha lavorato alla Casa Bianca e al Tesoro degli Stati Uniti negli anni ’70, ha parlato da esperto sulla questione di come usare l’energia per “punire” la Russia. Nella newsletter del 3 marzo 2014 che pubblica per i suoi clienti, Verleger ha scritto che gli Stati Uniti dispongono di uno strumento per influenzare la Russia, la sua Strategic Petroleum Reserve (SPR). La riserva statunitense attualmente è pari a circa 700 milioni di barili di petrolio, cinque milioni dei quali sono stati immessi sul mercato durante la visita a Washington del primo ministro ad interim ucraino Arsenij Jatsenjuk. “E’ quasi una sfida alla logica pensare non ci sia un legame“, ha osservato John Kingston, direttore della divisione notizie della Platts. Toccare l’SPR per manipolare il mercato globale sarebbe una decisione assai straordinaria. L’unico modo per esercitare una reale pressione sui prezzi mondiali del petrolio sarebbe cedere almeno il 50% di tutta la SPR e concedere licenze di esportazione a chiunque lo volesse. Il DoE statunitense non è ovviamente pronto a tali misure draconiane. Guardando il Rapporto 2014 scritto dagli analisti del DoE, noti per la loro fede quasi religiosa nelle energie alternative, il prezzo minimo per il petrolio nel 2015 sarà di 89,75 dollari/barile. Il bilancio nazionale russo, nel 2014, gravato dalle spese per le Olimpiadi, è stato redatto sulla base di un prezzo medio di 93 dollari al barile. Ergo, anche 80-90 dollari non sarebbero affatto un disastro per Mosca, tanto meno 100 dollari al barile. Inoltre, la pressione “non di mercato” dagli Stati Uniti potrebbe essere bilanciata dalle nazioni esportatrici. Ad esempio, con l’idea della “moneta energetica”, a lungo tema caldo presso l’OPEC e il Gas Exporting Countries Forum (GECF).
Per la prima volta nella storia delle relazioni USA-Russia, assistiamo a un dibattito pubblico sulla minaccia di sanzioni economiche che può avere ampi effetti negativi sulla sicurezza energetica globale. L’amministrazione Obama si comporta come se seguisse un vecchio libro di testo di economia politica sovietico. Al momento, a quanto pare, il dogma sacro del libero mercato, da Samuelson a Friedman, può essere comodamente trascurato solo per punire una nazione sovrana. Quando il capo dello Stato più influente del mondo parla di manipolazione dei prezzi di mercato per punire attori recalcitranti, di che tipo di “libero mercato globale” e fair play parla per davvero?

09670350-8cd2-45af-ac1c-2ea3331d3383Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Casa Bianca mente all’UE sulle forniture di gas dagli USA

William Engdahl New Oriental Outlook 04/07/2014

shale-gas-rigs-in-british-columbia-source-flickr-nexen-400pxLa Casa Bianca e il dipartimento di Stato con faccia di bronzo hanno fatto promesse ai governi dell’UE sulla capacità degli Stati Uniti di fornire abbastanza gas da sostituire quello fornito dai russi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Obama e del segretario di Stato John Kerry sono così palesemente false da tradire una disperazione incredibile a Washington sulla situazione in Ucraina contro Mosca. O suggerisce che Washington è così al di fuori da qualsiasi realtà fattuale, che semplicemente ignora ciò che dice. In entrambi i casi, si dimostra un partner diplomatico inaffidabile per l’UE. Dopo il suo recente incontro con i capi dell’UE, Obama ha fatto una dichiarazione incredibile sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP)  segretamente negoziato, a porte chiuse, dalle grandi multinazionali per facilitare agli Stati Uniti l’esportazione di gas in Europa contribuendo a ridurne la dipendenza dall’energia russa: “Una volta attuato l’accordo commerciale, i titoli dei progetti d’esportazione del gas naturale liquefatto per l’Europa saranno molto più semplici, qualcosa di ovviamente rilevante nel contesto geopolitico attuale“, ha dichiarato Obama. Quel po’ di opportunismo politico per cercare di sostenere i colloqui in stallo sul TTIP, giocando sui timori europei di perdere il gas russo dopo il colpo di Stato orchestrato in Ucraina il 22 febbraio, ignora il fatto che il problema d’inviare il gas di scisto dagli Stati Uniti all’UE non riguarda l’alleggerimento delle procedure di autorizzazione del GNL negli USA e nell’UE. In altre recenti dichiarazioni, riferendosi al recente boom del gas di scisto non convenzionale negli Stati Uniti, Obama e Kerry hanno affermato che gli Stati Uniti potrebbero sostituire tutto il gas russo per l’UE, una bugia irrealistica. Alla riunione di Bruxelles, Obama ha detto ai capi europei che dovrebbero importare gas di scisto dagli Stati Uniti sostituendo quello russo. Ma qui c’è un problema enorme.

La fallimentare rivoluzione del gas di scisto
Numero uno, la “rivoluzione dello shale gas” negli Stati Uniti è fallito. Il drammatico aumento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti con il “fracking” o l’estrazione del gas dalle formazioni di roccia di scisto è stato abbandonato dalle maggiori compagnie energetiche come Shell e BP, essendo antieconomico. Shell ha appena annunciato una forte riduzione della sua esposizione nello sviluppo del gas di scisto negli Stati Uniti. Shell vende i suoi contratti di locazione su circa 700000 ettari di terre di gas di scisto, nelle principali aree di gas di scisto di Texas, Pennsylvania, Colorado e Kansas, e dice che può sbarazzarsene di altri per fermare le perdite dovute al gas di scisto. Il CEO di Shell, Ben van Beurden, ha dichiarato: “La gestione finanziaria non è francamente accettabile… alcune delle nostre puntate esplorative non hanno semplicemente prodotto nulla“. Una sintesi utile dell’illusione sul gas di scisto viene da una recente analisi dei risultati di diversi anni di estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti da parte dell’analista David Hughes, che osserva, “la produzione di gas di scisto è cresciuta in modo esplosivo arrivando a quasi il 40 per cento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti. Tuttavia, la produzione è stagnante dal dicembre 2011; l’ottanta per cento della produzione di gas di scisto proviene da cinque campi, molti dei quali in declino. I tassi molto elevati del declino dei pozzi di gas di scisto richiedono input continui di capitale stimati in 42 miliardi dollari all’anno per perforare più di 7000 pozzi, solo per mantenere la produzione. In confronto, il valore del gas di scisto prodotto nel 2012 è stato di appena 32,5 miliardi di dollari“. Quindi Obama è stato ingannato dai suoi consiglieri sul vero stato delle forniture di gas di scisto negli Stati Uniti, o mente volontariamente. Il primo è più probabile.
Il secondo problema con l’”offerta” degli Stati Uniti di gas all’UE per sostituire il gas russo, è il fatto che richiede una enorme e costosa infrastruttura costruendo nuovi terminali per il gas naturale liquefatto, in grado di gestire le enormi supercisterne di GNL per portarlo negli altrettanto enormi terminali GNL nei porti dell’UE. Il problema è che a causa di varie leggi statunitensi sull’esportazione di beni energetici e l’approvvigionamento nazionale, non esistono terminali di liquefazione di GNL operativi negli Stati Uniti. L’unico attualmente in costruzione è il terminale ricevente Sabine Pass GNL, a Cameron Parish in Louisiana, di proprietà della Cheniere Energy, dove John Deutch, ex-capo della CIA, siede nel CdA. Il problema con il terminale Sabine Pass GNL è che la maggior parte del gas è stato pre-contrattato da coreani, indiani ed altri clienti asiatici, non dall’UE. Il secondo problema è che anche vi fosse un’enorme capacità nei porti da poter sostituire le forniture russe di gas all’UE, ciò aumenterebbe i prezzi sul mercato interno del gas naturale superiore, riducendo il mini-boom produttivo alimentato dall’abbondante gas di scisto a buon mercato. Il costo finale per i consumatori europei del GNL degli Stati Uniti sarà molto più elevato del gas russo inviato tramite la pipeline Nord Stream o l’Ucraina. Il problema successivo è che non ci sono le supercisterne specializzate in GNL per rifornire il mercato comunitario. Tutto ciò richiederà, compresi autorizzazioni ambientali e tempi di costruzione, circa sette anni in media e nelle migliori condizioni.
L’UE oggi riceve circa il 30% del suo gas, la fonte energetica in più rapida crescita, dalla Russia. Nel 2007 la russa Gazprom ne ha fornito il 14 per cento alla Francia, il 27 per cento all’Italia, il 36 per cento alla Germania. Finlandia e Stati baltici ricevono il 100 per cento di gas importato dalla Russia. L’Unione europea non ha alcuna alternativa realistica al gas russo. La Germania, la maggiore economia, ha stupidamente deciso di eliminare gradualmente l’energia nucleare e la sua “energia alternativa” eolica e solare è un disastro economico e politico dai costi dell’elettricità per i consumatori che esplodono, anche se quelle alternative sono una parte minuscola del mercato totale. In breve, l’idea chimerica di chiudere il gas russo e aprire invece il gas degli Stati Uniti, è priva di senso economico, energetico e politico.

F. William Engdahl è consulente sul rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra delle sanzioni: Washington minaccia la Russia sull’”accordo anti-petrodollari”

Mosca si vendica, accordi commerciali bilaterali con “il Gold Standard dei Petro-Rubli”
Tyler Durden Global Research, 5 aprile 2014

Russia100rubles04frontSulla scia del possibile “Santo Graal” dell’accordo gasifero tra Russia e Cina (2) e dell’accordo Russia-Iran sul “baratto” petrolifero (3), sembra che gli Stati Uniti siano molto preoccupati per l’onnipotenza del loro petrodollaro.
- Gli USA avvertono Russia e Iran contro il possibile accordo petrolifero
- Gli USA dicono che tale accordo innescherebbe delle sanzioni
- Gli USA hanno espresso preoccupazioni al governo iraniano tramite ogni canale
Abbiamo il sospetto che le sanzioni avranno più denti di pochi divieti di visto, ma come abbiamo notato in precedenza, è altrettanto probabile che sarà un’altra epica debacle geopolitica dovuta a ciò che originariamente doveva essere una dimostrazione di forza, che invece si trasforma rapidamente nella definitiva conferma della debolezza. Come abbiamo spiegato all’inizio della settimana, la Russia sembra perfettamente felice di far capire di essere disposta ad utilizzare il baratto (e “il cielo non voglia” l’oro) e prossimamente altre valute “regionali”, al posto del dollaro statunitense, a scorno invece di quanto previsto dal blocco occidentale, che sembra essere fallito danneggiando perciò l’intoccabilità del Petrodollaro…
Se Washington non fermerà questo accordo, sarà il segnale per gli altri Paesi che gli Stati Uniti non rischieranno ulteriori dispute diplomatiche a spese delle sanzioni“. Ed ecco Voce della Russia, “la Russia si prepara ad attaccare il petrodollaro”: “ La posizione del dollaro come valuta di base del commercio globale dell’energia fornisce agli Stati Uniti una serie di vantaggi sleali. Sembra che Mosca sia pronta ad evitare tali vantaggi”. (4) I “petrodollari” sono uno dei pilastri della potenza economica degli USA perché creano la forte domanda estera di banconote statunitensi, permettendo agli Stati Uniti di accumulare impunemente enormi debiti. Se un acquirente giapponese compra un barile di petrolio saudita, deve pagarlo in dollari anche se nessuna compagnia petrolifera statunitense tocca quel barile. Il dollaro da tempo ha una posizione dominante nel commercio globale, tanto che anche i contratti sul gas della Gazprom con l’Europa hanno prezzi e sono pagati in dollari statunitensi. Fino a poco prima, una parte significativa degli scambi UE-Cina avveniva in dollari. Ultimamente, la Cina ha tentato, presso i BRICS, di sloggiare il dollaro dalla posizione di prima valuta globale, ma la “guerra delle sanzioni” tra Washington e Mosca ha dato impulso al tanto atteso lancio del petrorublo sottraendo le esportazioni energetiche russe alla valuta statunitense. I principali sostenitori di questo piano sono Sergej Glazev, consigliere economico del presidente russo, e Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa e stretto alleato di Vladimir Putin. Entrambi assai decisi nel tentativo di sostituire il dollaro con il rublo russo. Ora, alcuni alti funzionari russi portano avanti il piano.
In primo luogo, è stato il ministro dell’Economia Aleksej Uljukaev a dire al notiziario Russia 24 che le compagnie energetiche russe dovrebbero abbandonare il dollaro. “Devono essere più coraggiose firmando contratti in rubli e valute dei Paesi partner“, ha detto. Poi il 2 marzo, Andrej Kostin, amministratore delegato della statale VTB Bank, ha dichiarato alla stampa che Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport, azienda statale specializzata nelle esportazioni di armi, inizieranno ad operare in rubli. “Ho parlato con le direzioni di Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport e non sono preoccupate di passare al rublo per l’esportazione. Hanno solo bisogno di un meccanismo per farlo“, ha detto Kostin ai partecipanti della riunione annuale dell’Associazione delle banche russe. A giudicare dalla dichiarazione fatta nella stessa riunione da Valentina Matvenko, speaker della Camera alta del Parlamento russo, è lecito ritenere che nessuna risorsa verrà risparmiata per creare tale meccanismo. “Alcuni decisori ‘teste calde’ hanno già dimenticato che la crisi economica globale del 2008, che colpisce ancora il mondo, ha avviato il crollo di alcuni istituti di credito di Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi. Questo è il motivo per cui riteniamo che eventuali azioni finanziarie ostili siano una lama a doppio taglio e anche il minimo errore gli tornerà contro come il boomerang degli aborigeni“, ha detto. Sembra che Mosca abbia deciso il responsabile del “boomerang”. Igor Sechin, l’amministratore delegato di Rosneft, nominato a presiedere il consiglio di amministrazione della Borsa di San Pietroburgo, una borsa specializzata. Nell’ottobre 2013, intervenendo al World Energy Congress in Corea, Sechin ha chiesto un “meccanismo globale per il commercio del gas naturale” e suggerito che “era opportuno creare una borsa internazionale tra i Paesi partecipanti, in cui le operazioni possano essere registrate in valute regionali“. Ora, uno dei leader più influenti della comunità di commercio energetico globale ha lo strumento perfetto per realizzare questo piano. Una borsa in cui i prezzi di riferimento del petrolio e del gas naturale russi saranno fissati in rubli anziché in dollari, infliggendo un forte colpo ai petrodollari. Rosneft ha recentemente firmato una serie di grandi contratti per le esportazioni di petrolio in Cina ed è prossima a firmare un “accordo jumbo” con le aziende indiane. In entrambe le occasioni non si parla in dollari. Reuters riferisce che la Russia è prossima a una transazione beni-per-petrolio con l’Iran che darà a Rosneft circa 500000 barili di petrolio iraniano al giorno da vendere sul mercato globale. Casa Bianca e russofobi del Senato sono lividi e cercano di bloccare la transazione perché apre certi serissimi scenari sgradevoli per i petrodollari. Se Sechin decide di vendere il petrolio iraniano in rubli attraverso la borsa russa, tale mossa aumenterà le possibilità del “petrorublo” di danneggiare i petrodollari.
Si può dire che le sanzioni statunitensi hanno aperto il vaso di Pandora dei problemi per la banconota statunitense. La rappresaglia russa sarà sicuramente spiacevole per Washington, ma cosa succederà se altri produttori e consumatori del petrolio decidessero di seguire l’esempio della Russia? Il mese scorso la Cina ha aperto due centri per elaborare i flussi commerciali in yuan, a Londra e a Francoforte. I cinesi preparano una mossa simile contro il biglietto verde? Lo scopriremo presto. Infine, chi è curioso di ciò che può succedere, non solo in Iran, ma in Russia, è invitato a leggere “Dal petrodollaro al petro-oro: Gli Stati Uniti cercano di tagliare l’accesso dell’Iran all’oro“. (5)

gasmap2_960Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mosca è pronta per un riavvicinamento strategico con Teheran

Nikolaj Bobkin, Strategic Culture Foundation 26/03/2014
amiri20130917114154510L’espansione militare degli Stati Uniti di solito è accompagnata da un appuntamento fisso nella politica estera statunitense: la pressione delle sanzioni contro la Russia. Gli USA ora agiscono senza riguardo per il diritto internazionale, costruendo la propria coalizione contro la Russia e l’Iran. Ma adesso Mosca e Teheran agiscono in comune per costringere gli statunitensi a prendere in considerazione e rispettare gli interessi nazionali dei nostri Stati. Esemplificativo a tal proposito, è il serio aggiustamento della posizione della Russia sull’Iran, in particolare nei negoziati sul programma nucleare iraniano e la situazione della Siria. Recentemente, il segretario di Stato John Kerry ha detto che sulla questione della crisi in Ucraina contro la Russia, Stati Uniti considerano “tutte le opzioni”. Dopo il ritorno della Crimea alla Federazione russa, alcuni funzionari degli Stati Uniti hanno esortato l’adesione nella NATO di Ucraina, Georgia e Moldova, nonché a schierare truppe e aerei statunitensi in Polonia e nei Paesi baltici. Una rappresaglia degli Stati Uniti contro la Russia e l’occidente presumibilmente dovrebbe giusto adottare altre misure dannose per gli interessi russi. Sull’Iran gli USA rimangono fedeli alle stesse “opzioni”. Nonostante gli sforzi di Teheran, il presidente Obama afferma che l’opzione militare è ancora in vigore, e l’Iran non ha fornito agli statunitensi assicurazioni convincenti sul non impegno nella creazione di armi nucleari. Come la Russia, l’Iran è circondato basi militari. Gli Stati Uniti hanno lasciato l’Iraq per il potente gruppo del Golfo, hanno un grande contingente in Afghanistan e minacciano l’espansione della NATO nei Paesi del Caucaso meridionale, in realtà minacciando di trasformare l’Azerbaigian in un trampolino di lancio per la guerra contro la Repubblica islamica.

Il programma nucleare dell’Iran, oggetto di particolare attenzione
Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif sottolinea che “il suo Paese e la Russia hanno interessi comuni e Teheran conta sull’aiuto di Mosca nel raggiungere un accordo definitivo“. Il Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov, che dirige la delegazione russa ai colloqui dei “Sei”, dice che “la Russia risponderà “alzando la posta” dei negoziati sul programma nucleare iraniano, tenendo conto degli sviluppi in Ucraina“. Teheran ha il diritto di aspettarsi che Mosca risponda ponendo severi requisiti nel far rispettare all’occidente le disposizioni per il ritiro graduale delle sanzioni all’Iran. Attualmente vi sono quattro risoluzioni per le sanzioni contro l’Iran, oltre a quelle che violano il diritto internazionale: le sanzioni unilaterali di Stati Uniti ed Unione europea, che la Russia vede come una riduzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e ritiene che illegittimamente danneggino i negoziati. Ciò è dovuto agli Stati Uniti che seguono una politica non dettata dal diritto internazionale ma dalla legge della forza. Perché l’ONU ancora non risponde? Ad esempio, nelle ultime tre settimane, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha tenuto otto riunioni sulla crisi in Ucraina, il cui elemento chiave è il desiderio d’isolare diplomaticamente la Russia. Gli Stati Uniti non comprendono l’inutilità di tali sforzi, perché Mosca da membro permanente del Consiglio può porre il veto su qualsiasi decisione di tale organismo. Come per tutte le ultime risoluzioni anti-Iran che la Russia non ha supportato. Ora il Cremlino ha una reale ragione nel considerare le azioni statunitensi mettere a repentaglio la positiva conclusione dei negoziati a “sei” con l’Iran sul suo programma nucleare. Infatti, fino a poco tempo fa, anche il disaccordo sulla questione siriana non ha impedito alla Russia e ai membri occidentali dei “sei” di avere una posizione consolidata sull’Iran. La situazione in Ucraina ha portato alla peggiore crisi da “guerra fredda” nelle relazioni tra Russia e occidente. Washington teme che la Russia non sarà più incline al compromesso, e Teheran potrebbe avere la possibilità di “stare con noi”, cioè di uscirsene da tale situazione senza concessioni importanti. Parliamo delle sanzioni che l’occidente usa quale principale strumento di pressione su Teheran. Recentemente, durante un viaggio negli Stati Uniti, Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione congiunta al Comitato dell’American Israel Public Affairs (AIPAC) e alla Federazione ebraica del Nord America (JFNA) sulla disponibilità ad appoggiare nuove sanzioni contro l’Iran. Sostituendo l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA), Tel Aviv si è nominato ispettore capo dell’accordo con Teheran dei “sei”, e gli statunitensi l’aiutano su ciò.
Negli Stati Uniti le sanzioni antiraniane sono diventate una follia nazionale. Il professore di psicologia statunitense Joy Gordon, nel suo recente articolo “Il costo umano delle sanzioni contro l’Iran“, ha citato un caso negli Stati Uniti di studenti iraniani cui fu negato in un negozio Apple, nello Stato della Georgia, di comprare iPad. Questa è pura discriminazione etnica, perché negli USA non esiste una legge che vieta alle aziende statunitensi di vendere ai cittadini di origine iraniana beni elettronici di consumo. I cittadini di origine iraniana non riescono a trovare una banca per inviare denaro ai genitori. Le aziende farmaceutiche con contratti legali con partner iraniani, non possono effettuare i pagamenti ed inviare medicine in Iran. Ha ragione il Presidente Ruhani quando valuta le sanzioni degli Stati Uniti come violazione inaudita dei diritti degli iraniani. Le decisioni delle Nazioni Unite non hanno alcun regione per tale cinismo statunitense, la posizione dell’Iran deve essere sostenuta dalla Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove è logico discutere le decisioni della comunità internazionale e degli obblighi previsti dagli accordi di Ginevra sul programma nucleare iraniano. A quanto pare, è necessario porre la questione degli accordi USA-UE sulla revoca delle sanzioni. E gli statunitensi hanno sempre bisogno di chiedere il più spesso possibile all’arbitro a capo della comunità internazionale, relazioni sul “lavoro svolto”. Ciò che definiscono bianco oggi, agli occhi della comunità mondiale ha un aspetto molto nero. Non c’è alcun dubbio sul fatto che per il Consiglio di Sicurezza, tale pratica è svantaggiosa, perché molte decisioni recenti degradano le azioni del Consiglio nel mondo con la scusa delle pressioni statunitensi. Così è stato, ad esempio, rivedendo l’invito all’Iran per la conferenza internazionale sulla Siria di “Ginevra-2″.

Nella questione siriana, spalla a spalla con l’Iran
Ricordiamo che non c’è alcun disgelo nelle relazioni tra Washington e Teheran, alcuna concessione diplomatica iraniana nei negoziati sul programma nucleare iraniano cambierà la posizione degli Stati Uniti nel respingere la presenza dell’Iran nella riconciliazione siriana. Supportando l’invito all’Iran del segretario generale Ban Ki-moon, la Russia non ha convinto l”amministrazione statunitense sulla fattibilità della partecipazione iraniana. Il Cremlino procedeva dal fatto che il successo di “Ginevra-2″ fosse possibile solo se la rappresentanza di tutti, compreso l’Iran, avrebbe soprattutto influenzato la crisi in Siria. Tuttavia, rimanendo agli eventi principali in Siria, Teheran fu spinta dagli sforzi internazionali per risolvere il conflitto. Washington voleva provocare l’Iran e infastidire Mosca, che ha dimostrato correttezza politica, o meglio non ha mostrato sufficiente durezza. L’Iran non poteva non notarlo, molti esperti hanno ritenuto che l’indecisione del Ministero degli Esteri russo, nel contesto delle aspirazioni condivise dalla Russia, era dovuta al fatto che non volesse aggravare i rapporti con gli Stati Uniti. Secondo gli iraniani, la ricerca di una partnership paritaria con l’occidente non ha senso. Stati Uniti e NATO non hanno abbandonato l’introduzione violenta di norme contrarie a politica estera, interessi nazionali o tradizioni, religione e cultura di altre nazioni. Le azioni di Stati Uniti e occidentali in Siria, Libia, Iraq, Afghanistan sono la conferma visiva di tale posizione. Sorprendentemente, anche il capo della diplomazia dell’Unione europea Catherine Ashton che, senza il consenso di Londra non berrebbe nemmeno un sorso d’acqua, sempre sullo sfondo della crisi ucraina, ritiene assai importante il ruolo della Russia nella risoluzione del conflitto siriano. Parlando ad un forum internazionale a Bruxelles, ha notato che quando si parla di politica estera, “la Russia ha un ruolo”. L’UE ha bisogno di Mosca per risolvere il problema con la Siria e l’Iran, ma la solidarietà della Russia con l’occidente è ora necessaria su questi temi? La situazione attuale dell’Ucraina è dovuta a Stati Uniti, Germania e Francia. Contavano sul denaro di Arabia Saudita, Qatar e monarchie del Golfo, sul coinvolgimento attivo dei servizi speciali d’Israele, dal 2004, quando iniziarono ad interferire grossolanamente negli affari interni dell’Ucraina, organizzando, lanciando e sostenendo il piano “Majdan”, inasprendo il conflitto tra Janukovich e l’opposizione mentre la Russia chiedeva un atteggiamento sobrio e il consolidamento del popolo ucraino. Il “ruolo” russo qui non gli era necessario, Ashton non cercava di cambiare in qualche modo la posizione dell’Unione europea, attivamente coinvolta nelle vicende ucraine. Sembra che un esempio di risposta diplomatica russa possa essere un azione del ministro degli Esteri iraniano. Una settimana fa, prima dell’inizio del successivo round di colloqui a Vienna, era prevista una cena tra Ashton e Zarif durante la visita a Teheran, tuttavia gli iraniani l’hanno pubblicamente annullata in segno di protesta contro il programmato incontro della baronessa con l’opposizione iraniana. L’incontro con l’opposizione iraniana fu preparata con speciale segretezza da esperti dell’Unione Europea e si tenne presso l’ambasciata austriaca. L’ambasciatore austriaco fu convocato urgentemente al Ministero degli Esteri e la leadership iraniana protestò ufficialmente con l’Austria, avendo ragione di ritenere le azioni di Ashton una provocazione. Infatti, perché per la prima visita di uno dei capi dell’Unione europea in Iran in sei anni, e dopo le riunioni ufficiali con esponenti politici iraniani, tra cui il Presidente Hassan Rouhani, Ashton aveva bisogno di tale incontro? Soprattutto il tema chiave della sua visita era discutere il programma nucleare iraniano con una superficiale e discutibile irrilevante opposizione iraniana. Gli iraniani hanno ragione a reagire bruscamente agli occidentali che trascurano la loro sovranità nazionale, quando non rispettano le loro tradizioni e abusano della loro ospitalità. La diffidenza iraniana verso l’occidente può essere assunta dalla Russia non solo sulla Siria, ma anche sul problema afghano.

L’Afghanistan senza gli statunitensi, il nostro obiettivo comune
Le speranze degli Stati Uniti di concludere un accordo con l’Afghanistan sul rischio per la sicurezza non sono reali. Nonostante le intimidazioni alla leadership afgane per le implicazioni sul ritiro completo delle truppe statunitensi, il presidente Hamid Karzai sembra aver finalmente deciso di non firmare l’accordo presentatogli. L’amministrazione Obama, su tale questione, appare esplicitamente nel panico e, come sempre, ne accusa numerosi rivali geopolitici. Il sostegno dell’accordo è favorito da India, Pakistan, Turchia, in Asia Centrale l’unico Paese che si oppone è l’Iran. Teheran crede che la presenza militare di Stati Uniti e NATO avrebbe conseguenze negative per l’Afghanistan e  l’intera regione. Le preoccupazioni degli iraniani sull’Afghanistan che potrebbe diventare una leva con cui gli Stati Uniti sfrutterebbero le minacce al confine con l’Afghanistan, sembrano pienamente giustificate. Riguardo la Russia, il ministero degli Esteri russo ha negato la notizia secondo cui il Presidente Vladimir Putin ha esortato l’Afghanistan a firmare l’accordo (tali messaggi provenivano dagli statunitensi). Contro l’accordo Mosca ha agito pubblicamente, anche se in questo caso la nostra diffidenza non era chiara agli iraniani. Gli statunitensi, nel calore anti-russo per il loro fallimento in Afghanistan, vi vedono la “mano del Cremlino” che cerca di ripristinare l’”occupazione sovietica”. La Casa Bianca ha detto che ora che la guerra in Afghanistan giunge al termine, la Russia “rafforza la sua posizione” in Ucraina e Medio Oriente. La posizione inaspettata del presidente afghano Hamid Karzai, con cui il suo Paese rispetta la decisione della Repubblica autonoma di Crimea di aderire alla Russia come espressione della propria libera volontà, non è accettata dagli USA. Ignorano la leadership dell’Afghanistan e il suo tentativo di abbandonare la  “democrazia” statunitense. In oltre 12 anni di occupazione NATO dell’Afghanistan, sono morti più di duemila soldati statunitensi e circa un migliaio di altri Paesi della NATO. Il numero esatto di vittime tra la popolazione civile dell’Afghanistan non può essere contato. Secondo varie fonti, vanno da 18 a 23mila civili. Molte le vittime di azioni errate o inette delle truppe NATO. Gli Stati Uniti hanno speso più di 100 miliardi dollari in assistenza non militare, ma gli afghani credono che il denaro stanziato da Washington sia finito ai loro burattini. E’ triste, ma la vera crescita è evidente solo nell’economia della droga, una conquista davvero sconcertante per gli Stati Uniti. L’Afghanistan è diventato il maggiore produttore mondiale di droga, il cui transito è combattuto  con maggior successo proprio dall’Iran, sulla via della morte bianca per l’Europa. Si noti che la droga, importante, ma non principale fonte di finanziamento dei taliban, passa principalmente dagli alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico. Non c’è nulla di sorprendente nel fatto che Teheran si opponga all’intervento dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo in Afghanistan, e ciò non contrasta gli interessi della Russia. E in questo senso il potenziale non usato dei nostri Paesi è elevato, abbiamo bisogno di soluzioni innovative in Medio Oriente e di passi coraggiosi senza riguardo per gli statunitensi, e soprattutto dei loro amici implacabili che seminano guerra e sangue.

E’ tempo di agire senza gli statunitensi
Il presidente russo Vladimir Putin ha detto che “la situazione in Ucraina, come uno specchio, riflette ora ciò che è accaduto negli ultimi decenni nel mondo. Dopo la scomparsa del sistema bipolare, il pianeta non ha più stabilità. La fede degli statunitensi nella loro esclusività, li ha autorizzati a decidere il destino del mondo“, gli Stati Uniti elemosinano una risposta adeguata. Parliamo di un errore grossolano degli Stati Uniti e dei suoi alleati europei. In tale situazione, l’Ucraina ne soffre  più di altri, però, con l’introduzione di sanzioni di ritorsione verso Mosca prive di motivi umanitari. Chiaramente gli Stati Uniti non aiuteranno il popolo ucraino, l’Ucraina non avrà la sponsorizzazione statunitense che ha lo Stato d’Israele. La strategia vaga e pericolosa del presidente Obama, dell’imprevedibile generazione dei “baby boomers“, potrà divenire assai sensibile alla “risposta iraniana” di Mosca. In primo luogo, dobbiamo ripristinare urgentemente la piena cooperazione tecnico-militare con l’Iran, senza badare agli Stati Uniti e alle sue limitazioni. La recente risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che vieta il PTS con Teheran può essere ignorata. La leadership iraniana s’è impegnata a stipulare a luglio di quest’anno l’accordo finale sul suo programma nucleare, che dovrebbe abolire le sanzioni internazionali con la formalità del protocollo delle Nazioni Unite. Qualsiasi speculazione a tale proposito del segretario generale Ban Ki-moon, i suoi tentativi di guadagnare tempo con falsi pretesti, l’isteria di Stati Uniti, Francia, Israele e altri Stati riluttanti a far uscire dalle sanzioni all’Iran, vanno semplicemente ignorati. La riluttanza dell’UNSC nel risolvere tale problema, inoltre, non deve fermare la Russia, l’elevata dipendenza dell’ente e del suo segretario generale dagli Stati Uniti, lo si nota quando si concentrano senza alcuna ragione sull’approvazione degli Stati Uniti.
Sulla via del ritorno alla cooperazione militare con l’Iran v’è una pietra posta sul sentiero, che non è un segreto per nessuno. La causa dell’Iran con la Russia in connessione con il fallimento del contratto per la fornitura dei sistemi missilistici di difesa aerea S-300 sarà revocata nel caso Teheran abbia serie garanzie russe. La causa sarà ritirata dagli iraniani e la perdita finanziaria compensata con nuovi contratti. Nel frattempo, l’avvio di negoziati non può essere impedito. Le grandi aziende occidentali, anche degli Stati Uniti, hanno già piazzato i loro manager nei migliori alberghi di Teheran in attesa dell’avvio del mercato energetico iraniano, senza attendere la revoca delle sanzioni delle Nazioni Unite. In secondo luogo, se l’Iran ha interesse nella mediazione della Russia nell’esportazione del petrolio, è possibile procedere senza esitazioni. Inoltre, anche se Teheran non adotta ora tale richiesta, ha senso dichiarare al mondo intero che l’embargo unilaterale sulle importazioni di petrolio iraniano di Stati Uniti e Unione europea, in elusione delle Nazioni Unite, non viene attuato dalla Russia. Commercia con chi vuole e l’Iran è pronto a farlo di nuovo, ricevendo un trattamento speciale. Dopo tutto, gli statunitensi sono sempre stati amici con qualcuno e nemici di qualcun altro. In terzo luogo, non si può ignorare il blocco finanziario dell’Iran. I problemi causati da ciò nell’ultimo anno, hanno ridotto il nostro fatturato a 1,5 miliardi di dollari. A causa delle sanzioni degli Stati Uniti e occidentali la Russia sul mercato iraniano ha perso oltre 10 miliardi, e la perdita di profitti nel corso degli anni ammonta a decine di miliardi di dollari. Per ciò per quale regione dobbiamo sopportare tali costi? I recenti tentativi da parte della Russia di attuare meccanismi di compensazione con l’Iran sono lenti per via della possibile reazione di Washington a un business bancario russo inattivo. Iran e India, per esempio, in questo caso hanno agito in un altro modo: hanno deciso di comprare petrolio con l’oro, rivelandosi molto più efficiente. Tuttavia, in definitiva sarebbe più affidabile allontanarsi del tutto dal dollaro USA. Russia e Cina ne parlano da tempo, hanno così accumulato enormi quantità di oro. Se Vladimir Putin dice che gli Stati Uniti mettono in pericolo l’economia mondiale con l’abuso del monopolio del dollaro, non solo afferma un fatto, ma senza dubbio rende ammissibile l’adozione di misure preparatorie. In questa ricerca, l’Iran sarà al 100 per cento un nostro aperto alleato contro il dollaro in declino, come pochi anni fa. Il petrolio iraniano venduto in euro, mentre il dollaro domina sul reale meccanismo direttamente dipendente da Washington, dagli iraniani viene visto come un simbolo del colonialismo. Infine, si segnala l’opportunità di tornare ai grandi progetti pubblici nelle relazioni economiche con l’Iran. L’imprenditoria privata russa ha bisogno di garanzie governative per avviare la ripresa economica dell’Iran, dove, non senza ragione, con l’abolizione delle sanzioni è prevista una rapida crescita economica. Iran e Russia hanno deciso di costruire nuovi reattori nucleari, negoziano sulla partecipazione della Russia allo sviluppo dell’industria del petrolio e del gas del Paese, e vi è una serie di altre proposte iraniane. Ad esempio, per lo sviluppo delle ferrovie, il governo iraniano prevede di raccogliere 35 miliardi di investimenti. In breve, ci sono prospettive di buon vicinato capaci di colpire l’immaginazione militante statunitense, volta a nuove guerre e caos per rafforzare i propri monopoli.
Si prepara la visita di Vladimir Putin in Iran, quest’anno. Tra l’altro, a causa dell’assenza degli altri membri del G-8 al vertice di giugno a Sochi, è apparsa una via e il presidente russo potrà pianificare con sicurezza la visita a Teheran nei giorni i cui il vertice si terrà a Bruxelles, senza la Russia. Entrambe le parti, oltre a un’ulteriore espansione ed approfondimento del partenariato regionale possono giungere alla firma del “Grande Trattato” sulla cooperazione nel quadro della nuova agenda bilaterale. L’Iran è interessato a una maggiore cooperazione con la Russia nell’energia nucleare, e alla svolta al massimo livello richiesta dalla preparazione della Convenzione sullo status giuridico del Mar Caspio, e vi è l’interesse reciproco ai progetti comuni su petrolio e gas, spazio, tecnologie innovative per lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti del’Iran. La Russia può ora abbandonare il principio della costruzione delle relazioni con gli altri Paesi badando alla reazione degli Stati Uniti. Il nostro motto deve essere altro. E qui ricordiamo il saggio proverbio persiano: “Il cane abbaia, ma la carovana passa“.

iran-and-russia-geostrategic-oil-and-gas12La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA usano l’Ucraina come pretesto per lanciare la guerra energetica contro la Russia

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundatione 31.03.2014

1544468Quando è diventato chiaro che le sanzioni economiche contro la Russia si ritorcono contro Stati Uniti ed Unione europea, l’occidente ha iniziato a studiare altri modi per “punire” la Russia, come abbatterne le quote di mercato dell’energia. Obama ha promesso d’iniziare le forniture di gas dagli Stati Uniti direttamente all’Europa. Molti lo vedono come l’inizio della guerra energia contro la Russia. Il 26 marzo la commissione Esteri della Camera degli Stati Uniti ha tenuto un’audizione su “il potenziale geopolitico del boom dell’energia degli Stati Uniti” per studiare i modi per accrescere la produzione di energia negli Stati Uniti da poter usare contro la Russia. I parlamentari vogliono farla finita con le restrizioni all’esportazione di energia per ridurre la presenza russa in Europa orientale, vista come minaccia geopolitica. Ed Royce (R-CA), presidente della Camera per gli Affari Esteri, ha detto che la dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche della Russia paralizza la politica degli USA in Ucraina. L’influenza degli Stati Uniti e l’autorità del presidente degli Stati Uniti sono diminuiti a livello globale. Secondo Royce, il modo per porre rimedio alla situazione è indebolire la Russia respingendola dai mercati tradizionali e abbassando i prezzi dell’energia… “In poche parole, aumentando la produzione di energia degli Stati Uniti si dovrebbe aumentare la nostra sicurezza economica e nazionale. Riducendo la nostra dipendenza dalle importazioni di energia dal cartello dell’OPEC, gli Stati Uniti sarebbero meno vulnerabili alle perturbazioni politiche e della sicurezza del nostro approvvigionamento energetico. E aumentando le nostre esportazioni di energia, avanzerebbero i nostri interessi geopolitici, anche minando la leva coercitiva della Russia e di altri”, ha detto.
La crisi dell’Ucraina è vista come evento che dà impulso all’elaborazione di una nuova strategia degli Stati Uniti, mentre la riunificazione della Crimea con la Russia è usata come pretesto per dichiarare la guerra energetica. Già nel 2007 il Congresso statunitense approvò l’Energy Independence and Security Act, conosciuta come legge sulla politica energetica degli Stati Uniti, che prevedeva l’adozione di misure volte a ridurre la dipendenza dell’Ucraina e della Georgia da petrolio e gas della Russia. Il documento comprendeva diversi scenari per intraprendere azioni contro Mosca fino al blocco economico e all’embargo sulle importazioni di petrolio e gas russo verso l’Europa. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un pretesto, qualcosa che hanno cercato per tutti questi anni. Come è noto, dalla dichiarazione dell’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, gli Stati Uniti hanno speso oltre 5 miliardi dollari per sottrarre l’Ucraina dalla sfera d’influenza della Russia. Non si preoccupano della sorte del popolo ucraino. Ma sanno che 40000 km di oleodotti passano sul territorio dell’Ucraina. Potrebbero essere tagliati tenendo l’Europa lontano dagli approvvigionamenti energetici. La questione della riduzione della dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche estere è stato un punto di riferimento per molti anni, dove più della metà della domanda europea dipende dalle importazioni. Il gas rappresenterà il 25% della domanda energetica europea fino al 2050, entro il 2030 l’Europa avrà speso circa 500 miliardi di euro per pagare le importazioni di energia. La Russia è il principale fornitore europeo di energia dal 2011, seguita da Norvegia, Algeria e altri Paesi. Lituania, Lettonia, Estonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria dipendono al 100% dalle forniture di gas dalla Russia. Non importa se la Germania ha cercato per molti anni di ridurre la dipendenza, ha ancora importato il 28% del suo gas dalla Russia lo scorso anno. Non si può trovare un modo per ridurre bruscamente le importazioni. Ci sono poche alternative, soprattutto da Stati Uniti, Qatar e Iran.
L’esportazione degli Stati Uniti verso l’Europa è una prospettiva inverosimile, non può avvenire in un periodo di tempo prevedibile. Il boom del gas shale statunitense non influenza l’Europa più di tanto. È vero, la produzione di gas di scisto ha permesso agli Stati Uniti di diminuire la domanda di carbone esportato in Europa. Secondo le stime, entro il 2015 la Germania chiuderà centrali elettriche a gas per una capacità totale di 10 gigawatt, mentre attiverà centrali a carbone pari a una capacità totale di 7 gigawatt. Ciò significa che l’Europa deve discostarsi dai propri standard o gli sforzi fatti in molti anni per ridurre le emissioni di gas a effetto serra andranno in malora. L’importazione di gas statunitense implica gravi perdite finanziarie. Al momento non ci sono infrastrutture per le importazioni marittime. Ad esempio, la Germania non ha alcuna infrastruttura che consenta di ricevere gas liquefatto da oltreoceano. I tedeschi spenderanno 5 miliardi di dollari per i terminali volti a soddisfare gli obiettivi indicati dalla strategia energetica degli Stati Uniti? Anche se viene presa tale decisione, le prime forniture via mare inizieranno ad arrivare non prima di 5-6 anni. Se le aziende statunitensi otterranno le licenze, la capacità raggiungerà 60-70 miliardi di metri cubi entro il 2020. Nel 2013 la domanda totale dell’Europa era dieci volte maggiore e le forniture della Russia rappresentavano circa il 30% di essa. Il 10 per cento proveniente dagli USA non risolverà il problema. Aumentare le quote di esportazione significa aumentare i prezzi nel Paese riducendo la capacità dell’economia statunitense di competere. Gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità contro Gazprom. Nuovi gasdotti potrebbero essere costruiti dall’Iran all’Europa. Ma c’è lo stallo tra Iran e Washington, sostenuta dai suoi alleati europei. Le sanzioni che vietano gli investimenti nell’industria del gas dell’Iran sono in vigore da molti anni. L’UE ha imposto un embargo sulle forniture di gas naturale iraniano, comprendenti importazione, acquisizione, trasporti, finanziamenti e assicurazioni. E’ insensato parlare dell’Iran quale fornitore di gas finché l’embargo è in vigore. Ed anche se vengono abolite, non sarà così facile come può sembrare. Non vi è alcun motivo per vedere l’Iran quale alleato nella guerra energetica che gli Stati Uniti vogliono scatenare contro la Russia. I tentativi dell’occidente di corteggiare l’Iran, perseguono l’obiettivo di fare maggiori concessioni sul suo dossier nucleare, smettere di sostenere Bashar Assad e cedere alle pressioni riguardanti altre questioni legate alla situazione nella regione. L’Iran lo sa. Teheran non sacrificherà i suoi rapporti di buon vicinato con Mosca in cambio delle promesse dell’occidente. Il ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh ha detto a Catherine Ashton, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, durante la sua recente visita in Iran, che ci sono tre condizioni per l’esportazione del gas verso l’Europa: l’annullamento di tutte le sanzioni economiche, finanziamenti per la costruzione dei gasdotti, il diritto di Teheran di prendere accordi con la Russia sulla politica dei prezzi. A differenza degli Stati Uniti, Mosca può collaborare con Teheran e accedere a un’ampia gamma di questioni.
Il Qatar rappresenta un quarto delle forniture di gas liquefatto per l’Europa, ma la sua importanza è spesso esagerata. È vero, riduce la competitività del gas russo in una certa misura. Ma il Qatar da tempo non vede l’Europa come una priorità. Proprio quest’anno ha ridotto le forniture al continente europeo a favore di Asia e America Latina. Ha bisogno di maggior gas per rispettare tali obblighi. Per incrementare le esportazioni, il Qatar ha bisogno di un oleodotto che passi attraverso Siria ed Iraq. Questi Stati sono in subbuglio ed è difficile immaginare come la sua costruzione potrebbe avvenire nelle condizioni attuali, e senza investimenti stranieri che potrebbero essere attratti per l’attuazione del progetto. Gli Stati Uniti dovranno rimandare i piani per trascinare il Qatar nella guerra energia prolungata contro la Russia.

1948172La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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