La “Battaglia per l’Europa” infuria. Come gli USA minano le relazioni franco-russe

Umberto Pascali, Global Research, 2 luglio 2014
1926738Il 1° luglio, durante un incontro con gli ambasciatori e i rappresentanti permanenti russi, il Presidente Vladimir Putin ha rivelato i dettagli di un palese ricatto alla Francia. L’amministrazione statunitense ha utilizzato le sue unilaterali (e illegali) sanzioni contro Cuba, Iran e Sudan per punire la Francia e in particolare la Banque Nationale de Paris – Paribas. La Banca è stata taglieggiata con 8,97 miliardi di dollari per non sottomettersi al malefico diktat della potenze egemone, ubriaca ma indebolita, anche se le sanzioni non sono una decisione concordata con la Francia. In uno sviluppo che impatta direttamente sulla sovranità nazionale, il terzo esecutivo di BNP, Dominique Remy, s’è dimesso a metà maggio dopo che il regolatore bancario della Stato di New York, Benjamin Lawsky (leggi Wall Street), l’ha indicato come uno dei 12 funzionari che dovrebbe dimettersi per il suo ruolo nello “scandalo”. Putin ha rivelato pubblicamente qualcosa di peggio. La causa contro la BNP francese è stata istruita da Washington per ricattare la Francia e costringerla a non consegnare alla Russia delle due portaelicotteri classe Mistral, di produzione francese e del valore di 1,6 miliardi di dollari. Francia e Russia, però, non possono ritirarsi dall’accordo sulle Mistral: in questo momento 400 marinai russi si addestrano sulla prima Mistral in un porto francese. Lungi dal rappresentare una dimostrazione di potenza egemone, il ricatto degradante rafforza i legami tra la Russia e i principali Paesi dell’Unione europea: Francia, Germania e Italia.
Putin ha detto agli ambasciatori russi: “...Ciò che accade alle banche francesi non può che suscitare  indignazione in Europa e anche qui. Sappiamo della pressione dei nostri partner statunitensi sulla Francia per costringerla a non fornire le Mistral alla Russia. Sappiamo anche che hanno fatto capire che se la Francia non consegna le Mistral, le sanzioni alle loro banche saranno tranquillamente tolte, o almeno ridotte in modo significativo. Cos’è questo se non ricattare? E’ questo il modo giusto di agire sulla scena internazionale? Inoltre, quando si parla di sanzioni, presumiamo sempre che le sanzioni siano applicate ai sensi dell’articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite. In caso contrario, non sono sanzioni nel senso giuridico del termine, ma qualcosa di diverso, un altro strumento di politica unilaterale…
La politica estera degli Stati Uniti, sempre più irrazionale e proditoria raggiunge il culmine, caratterizzata da una vasta gamma di strumenti di pressione e intimidazione. Ora la politica prepotente degli Stati Uniti del “con me o contro di me” spinge sempre più Paesi a cercare un’alternativa razionale. La Russia di Putin, contrariamente ai disperati media di Wall Street, splende come un faro di razionalità e umanità, come l’unico adulto e persona di fiducia nel saloon globale in cui l’ubriaco cowboy statunitense spara le sue ultime cartucce. La crisi Ucraina, la creazione del grottesco SIIL in Iraq e Siria, la pressione frenetica su Romania, Serbia, Italia e altri nel denunciare l’accordo con la Russia sul gasdotto South Stream e impedire alla Russia di esportare le sue materie prime, questi sembrano essere gli ultimi proiettili sparati in aria.
L’Italia, per esempio, ha risposto con una dichiarazione netta del segretario di Stato per gli affari europei Sandro Gozi: “Il progetto South Stream è sempre stato e rimane il più importante per l’Italia”. L’intervista è stata pubblicata il 30 giugno, il giorno prima che l’Italia assumesse la presidenza del Consiglio dell’Unione europea. “Mentre l’Italia assume la presidenza dell’Unione Europea, diamo priorità assoluta all’integrazione politica ed economica con Kiev, mentre la ripresa del partenariato strategico tra l’UE e la Russia, … le relazioni con Mosca non possono essere né tagliate né sospese; al contrario siamo convinti della necessità di rafforzarle ulteriormente“. Uno dei primi inviti della ministra degli Esteri italiana Federica Mogherini, avanzati all’inizio del semestre di presidenza italiana, era al suo omologo russo Sergej Lavrov, annunciando una visita a Mosca a luglio. Anche la Serbia, dopo un dibattito per valutare la forza delle minacce degli Stati Uniti, ha deciso di andare avanti con il South Stream, e naturalmente così ha fatto l’Austria durante la visita ufficiale di Putin a Vienna, il 24 giugno. L’agenzia tedesca Deutsche Welle ha scritto, permettendosi stranamente un accenno di polemica: “L’Austria sfida USA e UE sul South Stream durante la visita di Putin; l’austriaca OMV e la russa Gazprom hanno firmato un accordo sulla sezione austriaca del controverso gasdotto South Stream che bypassa l’Ucraina. Il presidente austriaco Heinz Fischer ha respinto le critiche di USA e UE“. La Germania è felicemente alimentata dal gas russo via North Stream. Molti in Europa si aspettano ora una nuova linea dall’Unione europea, nonostante la politica antieuropea della City di Londra, controllata dalla burocrazia di Bruxelles. Dietro la facciata, la “Battaglia per l’Europa” infuria.
Gli ultimata feroci e disperati di Washington appaiono sempre più impotenti. Ed è sempre più chiaro il motivo per cui l’assistente del segretario di Stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, Victoria Nuland, nella sua infame conversazione con l’ambasciatore Geoffrey Pyatt in preparazione del colpo di Stato a Kiev, pronunciò il suo immortale: “Fuck the EU“. La destabilizzazione sanguinaria dell’Ucraina è un mezzo per mantenere l’Europa sotto controllo. Ma non funziona.

163028282Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Ucraina e la battaglia per il South Stream

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 27/06/2014

534985Il conflitto in Ucraina, certamente è un tentativo di espandere NATO ed Unione Europea (UE), viene ingigantito dal dominio dei mercati energetici europei. I tentativi di fermare la costruzione  del gasdotto South Stream della Russia sembrano diretti a danneggiare ulteriormente la Russia per il suo ruolo nella difesa degli ucraini attualmente assediati da aerei, artiglieria, blindati e truppe irregolari.

Verso un’Europa “unita e libera” come il suo mercato dell’energia
Verso un’Europa unita e libera” è il titolo dell’evento del maggio 2014 quando il Consiglio Atlantico della NATO celebrava la continua espansione della NATO dalla caduta dell’Unione Sovietica e l’aspirazione ad integrare i confini della Russia e la stessa Russia, nel suo ordine geopolitico-socio-economico. Il sito del programma ufficiale dell’evento del Consiglio Atlantico dichiara: “Questa conferenza onorerà le tappe storiche che hanno forgiato una comunità atlantica forte e prospera ed esplorerà le sfide più urgenti del completamento dell’Europa unita e libera. Questa visione, implementata con successo da due decenni di strategia bipartisan e transatlantica, è stata chiamata in causa sia dagli attuali membri della NATO e dell’Unione europea che dalle azioni aggressive della Russia. Capi ed esperti si riuniranno presso la sede del Consiglio per discutere opportunità e sfide nell’Europa dell’est e del sud con l’obiettivo di esplorare un rinnovato approccio transatlantico comune”. Essenzialmente una celebrazione dell’espansionismo, aggressione militare e sovversione politica extraterritoriale, all’evento erano presenti molti dei principali protagonisti della crisi attuale in Ucraina. Tra costoro il segretario di Stato USA John Kerry e il vicepresidente USA Joseph Biden, insieme ai comandanti della NATO e degli Stati Uniti e ai politici al soldo delle aziende corporativo-finanziarie che parlano da decenni di “eccezionalismo” degli USA, compreso il senatore statunitense John McCain, volato a Kiev durante le proteste “Euromaidan” condividendo il palco con il capo del partito neo-nazista Svoboda. Secondo loro, i partecipanti alla riunione del Consiglio Atlantico descrivono la battaglia per l’Ucraina come “completamento” del consolidamento socioeconomico dell’Europa, includendovi “l’integrazione della Russia”. Il segretario John Kerry avrebbe detto: “I nostri alleati europei hanno speso più di 20 anni con noi per integrare la Russia nella comunità euro-atlantica”. “Integrare” la Russia, naturalmente, per Kerry significa rovesciare qualsiasi ordine politico nazionale indipendente a Mosca e sostituirlo con uno agli ordini di Wall Street, Londra e Bruxelles. Ciò si vede chiaramente nel tentativo occidentale di replicare il suo modello di “rivoluzione colorata” nel territorio russo. Ma Kerry e il resto di UE-NATO, riconoscendo che gli sforzi per sovvertire e rovesciare l’ordine politico indipendente in Russia sono falliti, fanno ricorso alla politica di accerchiamento, contenimento e confronto in Ucraina, essendo solo uno dei tanti campi di battaglia in cui l’occidente combatte. Kerry avrebbe indicato il mercato energetico europeo uno di essi. Ha dichiarato: “…Se vogliamo un’Europa unita e libera, dobbiamo fare di più subito, con urgenza, per garantirci che le nazioni europee non dipendano soprattutto dalla Russia per l’energia. In questa epoca di nuovi mercati energetici, di preoccupazione per il cambiamento climatico globale e sovraccarico di carbonio, dovremmo poter renderne l’Europa meno dipendente. E se lo facciamo, sarà una dei più grandi vantaggi strategici che si possano avere. Possiamo avere una maggiore indipendenza energetica e contribuire a diversificare le fonti energetiche disponibili per i mercati europei, ed espandere l’infrastruttura energetica in Europa costruendo capacità di stoccaggio energetico nel continente“. E subito hanno agito. Dopo aver resistito alla pressione dell’UE sul gasdotto South Stream della Russia, la Bulgaria è stata costretta a sospenderne la costruzione, mettendo a repentaglio gli interessi e le opportunità non solo della Russia, ma delle nazioni in cui il gasdotto deve passare.

La battaglia per il South Stream
L’arresto della costruzione dopo la visita da parte dei senatori USA John McCain, Christopher Murphy e Ron Johnson; con McCain che in particolare sostenne direttamente il rovesciamento armato del governo ucraino all’inizio di quest’anno. In un articolo del Washington Post intitolato “La Bulgaria ferma i lavori sul gasdotto South Stream“, si afferma: “Il primo ministro della Bulgaria ha ordinato la sospensione dei lavori di costruzione del gasdotto South Stream della Gazprom volto a bypassare l’Ucraina e consolidare la presa della Russia sull’energia europea. Plamen Oresharskij ha detto, dopo l’incontro con John McCain, Christopher Murphy e Ron Johnson, di aver ordinato di proseguire i lavori sul controverso progetto solo dopo consultazioni con Bruxelles”. Mosca ha risposto sottolineando la natura evidente di ciò dovuta alle sanzioni contro la Russia. The Moscow Times in un articolo intitolato “La Russia vede le sanzioni nella subdola sospensione della Bulgaria del South Stream“, afferma che: “La decisione della Bulgaria di sospendere la costruzione del  gasdotto della Russia South Stream sul suo territorio, minando gli sforzi della Russia di diversificare dall’Ucraina le infrastrutture di trasporto del gas verso l’Europa, è una subdola spinta occidentale delle sanzioni economiche alla Russia, hanno detto un alto diplomatico russo e analisti del settore russi”. L’articolo sottolinea inoltre che una volta che il gasdotto South Stream sarà completato ridurrà l’importanza dell’Ucraina quale punto di transito del gas russo per l’Europa occidentale. Sembra che le azioni contro South Stream siano volte almeno a ritardare  il più a lungo possibile questo risultato inevitabile, mantenendo una leva finanziaria mentre l’occidente fatica a consolidare il potere del suo vacillante regime-fantoccio a Kiev. Da parte della Bulgaria, non solo ha violato le sanzioni degli Stati Uniti alla Russia scegliendo una società russa per la costruzione del gasdotto, ma sembra desiderosa di risolvere gli ostacoli giuridici opportunamente fissati durante la crisi ucraina, per completare il gasdotto al più presto possibile.

Sfruttare il ritardo di South Stream
I piani occidentali sono sfruttare il ritardo di South Stream per estorcere concessioni dalla Russia e da coloro che vi lavorano. Inoltre, il ritardo aiuterà a preservare i vantaggi dei monopoli attuali ucraini sul trasporto del gas naturale russo verso l’Europa occidentale. Per garantire la massima leva finanziaria, l’occidente pone suo personale chiave nel settore energetico dell’Ucraina, oltre a puntellare il regime di Kiev. Forse più indicativo dell’illegittimità globale e della natura criminale dell’attuale azione di UE-NATO è la nomina di Hunter Biden, figlio del vicepresidente Joseph Biden, a membro del consiglio di amministrazione del colosso energetico ucraino Barisma. La nomina nepotistica di Biden Jr. non si pone laddove il conflitto di interessi inizia o termina. Biden Jr. è stato anche direttore del Fondo Nazionale per la Democrazia (NED), controllata da National Democratic Institute (NDI) del dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Il NED/NDI ha svolto un ruolo noto nella costruzione dei partiti di opposizione in Ucraina prima delle cosiddette proteste “Euromaidan” e certamente ha costruito la cosiddetta “rivoluzione arancione” in Ucraina nel 2004. Ultimamente è stata “osservatore elettorale” che ha approvato i seggi in Ucraina, dove intere province non votarono, ad est, e i partiti di opposizione non hanno potuto fare una campagna ad ovest, mentre i bombardamenti aerei delle città del Paese erano in corso. In effetti, il NDI di Biden Jr. ha rovesciato un governo prima di farsi nominare direttore della più grande società energetica della nazione colpita; un conflitto di interessi da capogiro. Assieme all’agenda statunitense volta a ridurre l’influenza della Russia nel mercato energetico europeo, tale conflitto di interessi diventa di una scorrettezza evidente e componente dell’agenda occidentale volta ad accerchiamento e contenimento della Russia. Resta da vedere quanto sarà il ritardo South Stream e quant’altro faranno UE, NATO e un’Ucraina apertamente eterodiretta da regimi e industrie stranieri, perseguendo l’obiettivo dichiarato dal segretario Kerry di affrontare la Russia. Per nazioni come la Bulgaria, il prezzo della propria sovranità entrando nell’Unione europea può ora essere acutamente sentito. La Bulgaria non può perseguire i propri interessi a causa del diktat di Bruxelles, in nome di interessi particolari che operano oltre i confini e in disprezzo assoluto di pace e prosperità del popolo bulgaro. Si tratta di un monito alle altre nazioni che cercano di entrare in simili “comunità” sovranazionali, in particolare l’ASEAN/AEC del Sud-Est asiatico.
Il chiaro intento di NATO ed Unione europea d’”integrare” tutta l’Europa, compresa la Russia, nel loro ordine geopolitico, anche con la forza se necessario, il loro abuso del quadro giuridico dell’UE imponendo sanzioni alla Russia e nepotismo palese, così come ostacolare il completamento di progetti chiaramente vantaggiosi per gli Stati membri, rivela un ordine politico di grave criminalità slegato dal diritto e un netto ed attuale pericolo per la stabilità globale. Per coloro che nell’Ucraina orientale subiscono raid aerei, sbarramenti di artiglieria e l’assalto della “guardia nazionale” meccanizzata composta da neo-nazisti, l’instabilità è già una mortale realtà quotidiana.

0,,17488968_303,00Tony Cartalucci ricercatore e scrittore di di geopolitica di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, Kiev in difficoltà tra ambasciate e gasdotti

Alessandro Lattanzio, 19/6/2014
10308748Il 14 giugno, la milizia della Repubblica Popolare di Lugansk lanciava una controffensiva per liberare la città di Shastie occupata dai golpisti. Le truppe ucraine vi persero 11 soldati della 128.ma Brigata di fanteria di Mukachevo e dell’80.mo Reggimento aeroportato di Lvov, ma i miliziani dovettero ritirarsi per l’assalto di veicoli blindati ed elicotteri delle guardie nazionali ucraine. A Izjum, la milizia di autodifesa tendeva un agguato a un convoglio golpista diretto a Slavjansk, distruggendo 4 autoveicoli e un BTR. 2 gruppi da ricognizione della guardia nazionale venivano respinti presso Slavjansk, tra Artem e l’insediamento Severnij, con l’eliminazione di almeno 4-5 miliziani majdanisti. A Krasnij Liman, un posto di blocco majdanista presso Kirovsk veniva colpito da mortai e lanciagranate, distruggendo 1 blindato ucraino. Secondo l’ONU, almeno 356 persone, di cui 257 civili, sono morte dall’inizio delle operazioni majdaniste contro Lugansk e Donetsk. Dal 2 maggio al 14 giugno le forze golpiste hanno subito 2670 effettivi tra morti, feriti e prigionieri; 1240 di Pravyji Sektor nella Guardia nazionale, tra cui il comandante della Guardia nazionale maggior-generale Sergej Kulchitskij; 770 mercenari di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbass e Azov; 100 agenti del Servizio di sicurezza dell’Ucraina; 150 mercenari stranieri; 21 dell’ASBS Othago, 29 statunitensi della Greystone e 95 statunitensi di Academi, 5 cecchini donne; 90 della 95.ma Brigata aeromobile di Zhitomir; 90 della 25.ma Brigata aeromobile di Dnepropetrovsk; 50 della 79.ma Brigata aeromobile di Nikolaev; 10 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd; 30 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij; 50 guardie confinarie a Lugansk distacco confine; 30 della 16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij; 20 della 831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod; 5 della 114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk; 5 militari sull’aereo da ricognizione An-30 abbattuto il 6 giugno, di Kharkov; 25 agenti di CIA ed FBI (13 morti, 12 feriti); 35 agenti del MUP (Ministero degli Interni ucraino). Riguardo l’equipaggiamento militare, la junta di Kiev ha perso 7 carri armati T-64; 35 BTR; 16 BMD/BMP; 16 elicotteri Mi-8/17 e Mi-24; 1 cacciabombardiere Su-24; 2 velivoli d’attacco al suolo Su-25; 1 velivolo da trasporto militare Il-76; 1 velivolo da ricognizione An-30; 1 UAV; 3 autoveicoli Gaz-66; 3 Hummer; 6 autocarri Ural e 6 Kamaz; 2 MLRS (lanciarazzi multipli) Uragan e 3 Grad; 2 obici semoventi Nona e 3 obici D-30.
Composizione della spedizione punitiva contro il Donbas:
26000 effettivi, composti da:
14000 della Guardia nazionale ucraina;
5000 mercenari ucraini di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbas e Azov;
400 delle unità del Servizio di sicurezza dell’Ucraina di Kiev, Poltava, Ternopol, Ivano-Frankovsk,
Lvov, Rovno, Lutsk, Volin, Vinnitsa, Zhitomir;
670 mercenari stranieri della polacca ASBS Othago, e delle statunitensi Greystone e Academi.
1000 della 95.ma Brigata aeroportata di Zhitomir;
1000 della 25.ma Brigata aeroportata di Dnepropetrovsk;
1000 della 79.ma Brigata aeroportata di Nikolaev;
1000 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij;
200 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd;
16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij, regione di Lvov;
831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod, regione di Poltava;
114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk;
500 delle forze speciali.
Tutte le unità militari tra Lugansk e il confine con la Russia sono passate alla Repubblica Popolare, dichiarava Valerij Bolotov, “Attualmente tutte le unità militari da Lugansk all’est della città sono passate con la RPL, tranne quella all’aeroporto, con cui negoziamo“. Si tratta di una brigata di paracadutisti di Dnepropetrovsk trincerata presso il Lugansk International Airport. Il comandante del controspionaggio della RPL, Vladimir Gromov, dichiarava la formazione di un’unità per la lotta contro i sabotatori. Infatti, nella regione di Sverdlovsk la milizia e i cosacchi intercettavano e arrestavano 8 sabotatori majdanisti. Aspri combattimenti a Semjonovka e Daekovo; bombardamenti su Gorlovka, Kramatorsk e Slavjansk causavano 10 morti e 42 feriti.
Il 18 giugno, a Odessa gli uffici della banca Privat dell’oligarca Kolomojskij e l’ufficio del servizio stampa del ministero degli Interni dell’Ucraina sono stati incendiati. A Lugansk, la milizia catturava 3 blindati ucraini e ne distrugge altri 3, mentre eliminava 11 soldati e ne catturava altri 18 del battaglione speciale Ajdar della guardia nazionale, distrutto nei pressi del villaggio Metalist in un agguato della milizia popolare. Ajdar era formato da circa 100 volontari neofascisti di Volin, Kharkov, Uzhgorod, Lugansk, Kiev e Donetsk. Altri 5 miliziani majdanisti venivano arrestati, tra cui 3 cecchini donne, di cui una baltica.
10462499In relazione all’assalto all’ambasciata russa a Kiev e al consolato russo di Odessa del 14 giugno, il Presidente del Comitato internazionale della Duma di Stato Aleksej Pushkov affermava che “gli attacchi sono stati premeditati. Non si tratta di azioni spontanee, ma accuratamente pianificate”, mentre il Ministro degli Estri russo Lavrov dichiarava “Il ruolo di primo piano nell’attentato all’ambasciata era svolto dai combattenti del battaglione Azov, istituito e finanziato da Kolomojskij, che le attuali autorità di Kiev hanno nominato governatore di Dnepropetrovsk“. All’incidente aveva partecipato il ‘ministro degli Esteri’ golpista Andrej Deshitsa che mentre scagliava una pietra contro  l’ambasciata russa, gridava “fottiti Putin! Vorrei stare qui con voi per dire Russia fuori dall’Ucraina!” alla teppaglia che vandalizzava le auto del personale dell’ambasciata, profanava la bandiera russa e danneggiava l’edificio con petardi e vernice. Deshitsa è stato perciò destituito dal suo ufficio. Il vicepremier golpista ucraino Vitalij Jarema ha detto che, “Alla seduta del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa il presidente dell’Ucraina ha nettamente proibito qualsiasi cooperazione nel settore militar-industriale con la Federazione russa“, mentre il servizio delle guardie di confine e il ministero della Difesa dell’Ucraina rafforzavano i posti di blocco al confine tra la regione di Kherson e la Crimea russa. Il checkpoint Chongar veniva circondato da filo spinato e lastre di cemento e un carro armato T-64 e diversi blindati BMP-2 vi sono stati posizionati. A Kharkov, migliaia di manifestanti si riunivano davanti al consolato russo per esprimere sostegno alla Russia dopo l’attacco all’ambasciata a Kiev.
Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu partecipava a una riunione riservata presso la Duma di Stato. “Una domanda è stata posta se il nostro esercito sia pronto a difendere la Patria in circostanze internazionali complesse. Abbiamo ricevuto una risposta positiva. Tutti sono pronti e l’efficienza è al massimo“, dichiarava Mikhail Emeljanov, primo vicecapogrupppo parlamentare di Russia Giusta. Un altro parlamentare, Vadim Solovev, ha osservato che “sulla preoccupante situazione in Ucraina  siamo pronti ad eventuali sviluppi e tutto dipende dalla posizione dei nostri partner occidentali; e l’esercito è pronto a svolgere qualsiasi compito assegnatogli dal governo e dal Comandante in capo“. Nelle aree di confine russe con l’Ucraina, venivano infatti trasferiti quattro gruppi tattici russi: i 7.mo e 76.mo battaglioni della Divisione d’assalto anfibio, la 56.ma Brigata d’assalto aereo e la 19.ma Brigata fucilieri motorizzati, nell’ambito dell’operazione “per la sicurezza delle frontiere dalle forze militari ucraine“. Aerei da combattimento ed elicotteri d’attacco dell’aeronautica russa iniziavano i pattugliamenti della zona. Le guardie di frontiera ucraine avrebbero riferito della presenza anche di aerei russi per la guerra elettronica. Infine, il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza di gruppo (CSTO) dichiarava necessari l’abbandono del dialogo con la NATO e il rafforzamento dei legami con la Cina e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuzha ha affermato, “Il Consiglio dei Ministri degli Esteri ritiene necessario sospendere i tentativi di riavviare il dialogo con la NATO (…) Il Consiglio ha inoltre raccomandato di promuovere la cooperazione con l’OSCE. E’ anche necessario allargare il sostegno politico della CSTO alle organizzazioni internazionali di America Latina e Caraibi. Particolare attenzione sarà rivolta allo sviluppo delle relazioni con l’Iran, che esercita un’influenza innegabile nella regione, soprattutto in considerazione del fattore afghano. I cosiddetti due pesi e due misure, e la tendenza imperdonabile a barare sui fatti, sono ampiamente usati per manipolare l’opinione pubblica sui fatti nel mondo“.
La Repubblica dell’Ossezia del Sud riconosce l’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk, “Rispettando l’espressione della volontà del popolo della RPL, la nostra repubblica riconosce i risultati del referendum“, dichiarava il presidente dell’Ossezia del Sud Leonid Tibilov, “l’Ossezia del Sud è pronta a prendere una decisione costruttiva secondo le norme universali del diritto internazionale”. Il gruppo comunista alla Duma ha chiesto a sua volta di riconoscere ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk e di aiutarle militarmente.
Non avendo pagato la bolletta del gas, l’Ucraina dal 16 giugno dovrà pagare in anticipo le forniture di gas dalla Russia. Gazprom dichiarava “Questa decisione è stata presa a causa della sistematica incapacità di Naftogaz Ucraina di pagare. Il debito ammonta a 4,458 miliardi di dollari“. “Hanno pagato zero. Corrispondentemente forniamo zero“, dichiarava Sergej Kuprjanov, portavoce di Gazprom. Subito dopo, nella regione di Poltava esplodeva il gasdotto Urengoj-Pomarij-Uzhgorod, che rifornisce di gas russo l’Europa.

10358744Fonti:
Alawata
Big Rostov
Global Research
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
LifeNews
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Reseau International
RIAN
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
StopNATO
Vineyard Saker
Vineyard Saker

Perché gli USA temono il South Stream?

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 13/06/2014
Uzsny-potok10L’occidente continua a minacciare i partner della Russia nel gasdotto South Stream. Seguendo il governo bulgaro, la Serbia ha annunciato che i lavori saranno sospesi. Entrambi i Paesi hanno citato la posizione della Commissione europea. Ma il commissario UE dell’energia Gunther Oettinger si rifiuta di discutere la costruzione di South Stream nell’ambito di una consultazione con la Russia,  principale azionista del progetto… Mentre il primo ministro bulgaro Plamen Oresharskij spiega che la sospensione dei lavori sul South Stream con la richiesta della Commissione europea e la necessità di “ulteriori consultazioni con Bruxelles”, la vicepremier e ministra dell’Energia serbo Zorana Mihajlovic ha tentato di incolpare la rivale storica del suo Paese nei Balcani, Sofia. Tuttavia, non ha evitato speculazioni politiche. “Fin quando i negoziati tra Bulgaria e Bruxelles e tra UE e Russia termineranno, resteremo inattivi. O finché la Russia non cambia posizione. In ogni caso i lavori nel nostro Paese saranno ritardati”. Ma la ministra serba non ha menzionato che “la posizione della Russia” sul South Stream risale ai primi mesi del 2008 nell’ambito degli accordi intergovernativi russo-serbi nella cooperazione energetica. Gli obblighi delle parti sul South Stream furono l’argomento principale di tali documenti, successivamente ratificati dal Parlamento della Serbia e confermati dai successivi governi nazionali. Inoltre l’accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica, un accordo in cui Gazprom Neft acquista una partecipazione di controllo del monopolio petrolifero della Serbia Naftna Industrija Srbije (NIS) per 400 milioni di euro e discute di 500 milioni di euro d’investimento. Non sorprende che il primo ministro serbo Aleksandar Vucic abbia dovuto correggere la sua ministra; ha dichiarato che il governo serbo non ha deciso la sospensione del progetto South Stream. L’accordo russo-bulgaro per la partecipazione della Bulgaria al South Stream e la creazione di una società mista a tal fine, è stato ratificato dal parlamento bulgaro nel luglio 2008. E nel maggio 2009 a Mosca le aziende del gas di Russia, Italia, Bulgaria, Serbia e Grecia firmarono un documento sulla costruzione del gasdotto South Stream. Nell’agosto 2009 tale documento fu integrato da un protocollo firmato dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul transito del gasdotto South Stream nelle acque territoriali turche. Non molto tempo dopo, la società francese Electricité de France entrò nel progetto. Tale serie di eventi testimonia l’infondatezza di una presunta incompatibilità tra il progetto South Stream e gli interessi nazionali di Bulgaria e Serbia, o pratiche legali internazionali comparse solo ora. E anche la Commissione europea sapeva delle disposizioni degli accordi del 2008. Dobbiamo cercare altrove i motivi degli inaspettati discorsi antirussi di Sofia e riecheggiati a Belgrado.
Il fatto che il primo ministro Plamen Oresharskij abbia fatto tale dichiarazione sul South Stream, dopo un incontro con tre rappresentanti degli Stati Uniti guidati dal senatore John McCain, non è sfuggito all’attenzione del pubblico bulgaro. McCain non s’è nemmeno preso la briga di nascondere le richieste degli statunitensi a Sofia e altri partner della Russia: “Sappiamo che ci sono alcuni problemi riguardanti il gasdotto South Stream… ovviamente vogliamo ridurre al massimo il coinvolgimento russo”. Secondo le informazioni disponibili, Washington ha deciso di infliggere un nuovo duro colpo a South Stream, alla cui costruzione partecipano imprese tedesche e francesi, dopo aver ricevuto notizie allarmanti da Baku. Una fonte della società azera SOCAR ha indicato che la società francese Total e quella tedesca E.ON potrebbero vendere le loro azioni del progetto per la costruzione della Pipeline Trans-Adriatica (TAP): “Il complesso tedesco E.ON ha già annunciato l’intenzione di vendere la sua partecipazione al TAP. La francese Total ha anche annunciato l’intenzione di vendere la sua quota del progetto”. Considerando che TAP era destinata a sostituire il fallito Nabucco, che Unione europea e Stati Uniti sostenevano attivamente, ha reso comprensibile il panico a Washington e Bruxelles. C’è una cosa che innervosisce gli statunitensi, ed collegata al cambio della situazione del mercato mondiale dell’energia. Il rapporto recentemente pubblicato dall’International Energy Agency, World Energy Investment Outlook 2014, prevede un crollo della “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti e soprattutto l’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di gas quando la capacità di esportazione di Arabia Saudita e Iran sarà diminuita. In tale situazione, Washington ha deciso che sia necessario ed urgente prendere il controllo delle principali rotte commerciali energetiche che collegano Russia ed Europa. E Washington vede nel ricatto della Russia, di cui Bruxelles, Sofia e Belgrado sono strumenti, il mezzo adatto per servire i propri interessi.

southstream1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

E se Putin vince in Ucraina?

L’accordo della CNPC apre alla Russia il mercato asiatico del gas
Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc

images_russia_pipeline_china_domain-bIl recente accordo tra la China National Petroleum Corporation (CNPC) e la compagnia energetica russa Gazprom può controbilanciare le sanzioni statunitensi ed ampliare le opzioni energetiche della Russia in Eurasia. Le parti hanno stipulato il contratto per la costruzione del nuovo gasdotto “Power of Siberia” nei prossimi cinque anni. L’obiettivo è fornire alla Cina 82 miliardi di metri cubi di gas, una media di 16,4 miliardi di metri cubi all’anno. Inoltre, il ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak ha detto che la parte cinese ha espresso il desiderio di arrivare a 25 miliardi di dollari e di abolire i dazi sulle importazioni di gas russo. Secondo Vedomosti, il The Wall Street Journal russo, il contratto tra Gazprom e CNPC ha un valore complessivo di 400 miliardi di dollari e riguarda 1032 miliardi di metri cubi di gas. Il prezzo del contratto si basa sul volume minimo e comprende una clausola “take or pay”. Il contratto è pienamente in linea con la strategia aziendale di Gazprom volta a diversificare le forniture di carburante. In sostanza, non è diverso da accordi analoghi conclusi con i consumatori dell’Europa occidentale e il prezzo è competitivo (superiore a 350 dollari per mille mc, secondo diverse fonti). Lo Stato cinese ha incaricato CNPC di costruire gasdotti e impianti di stoccaggio in Cina per l’accordo. Entro la fine del 2014, un accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica supplementare verrebbe firmato a livello statale. Parlando della fattibilità del progetto, Aleksej Uljukaev, ministro russo dello Sviluppo economico, ha sostenuto al recente St. Petersburg International Economic Forum che “il progetto sarà al 100 per cento redditizio“. Mosca valuta l’introduzione di un trattamento fiscale preferenziale per rendere l’accordo ancora più redditizio. Un nuovo regime di sgravi fiscali sarà introdotto sui giacimenti che alimenteranno il mercato del gas cinese.
Su scala più ampia, la rapida realizzazione del contratto sarà conseguenza diretta della politica degli Stati Uniti in Europa orientale. Dopo il fiasco siriano, l’amministrazione Obama ha fatto ogni sforzo istituendo un regime fantoccio in Ucraina. L’esportazione del caos nel cuore dell’Europa serve a sabotare il dialogo energetico tra Est e Ovest. Secondo lo scenario di Washington, i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Polonia dimenticano l’antico principio ‘pacta sunt servanda‘ e violano il trattato con l’allora legittimo presidente dell’Ucraina. Ciò di fatto ha sancito la guerra civile e le violenze brutali in Novorossija. L’insediamento di un governo radicale a Kiev mette a rischio l’intero sistema di approvvigionamento energetico dell’Europa. Per ora sembra che nessuno in Europa dia una spiegazione intelligibile del perché sia successo. Bruxelles ha sacrificato decenni di stabilità energetica al mito della solidarietà transatlantica UE-USA (l’afflizione dei negoziati TTIP n’è un’ottima indicazione). Ora la minaccia incombente del debito non garantito sul gas dell’Ucraina è un problema di alta priorità per l’Europa. Chi raccoglie i benefici della dubbia “vittoria” occidentale a Kiev? Basta seguire il denaro. Mentre il vicepresidente statunitense Joe Biden testa la fedeltà dei satelliti USA dell’Europa orientale in Romania, suo figlio Hunter Biden entra sfacciatamente nel consiglio di amministrazione della società del gas ucraina Burisma. Il riorientamento della politica energetica della Russia in Asia difficilmente porterà a un drastico cambio nel breve termine. L’Europa è e rimarrà un importante partner commerciale per gli esportatori di gas della Russia. Anche se l’invio previsto di 38 miliardi di metri cubi di gas in Cina è impressionante, è pari solo al 20 per cento di quello attualmente fornito all’Europa. Tuttavia, in prospettiva nel 2020-2025 l’accordo sul gas Russia-Cina farà della Cina il mercato del gas. I numeri assoluti non sono importanti quanto l’impatto economico complessivo della cooperazione a lungo termine. Ad esempio la Cheljabinsk Tube Rolling Plant (ChelPipe) e la controllata della CNPC China Petroleum Pipeline Material and Equipment Corporation (CPPMEC) hanno firmato un accordo biennale per la partecipazione congiunta a progetti di gasdotti internazionali. I giacimenti siberiani orientali potranno rifornire anche il previsto impianto di gas naturale liquefatto di Vladivostok, che potrebbe diventare la via per gli altri Paesi asiatici energivori come Giappone, Corea e Taiwan. Tutto sommato, l’agenzia di rating Fitch ritiene che l’accordo CNPC-Gazprom rappresenti una significativa opportunità di crescita per l’industria del gas russa. Un mercato alternativo in Oriente è una positiva prospettiva di medio-lungo termine per Gazprom, nonostante tutti i tentativi d’imporre sanzioni economiche contro la Russia.

E se Putin vince in Ucraina?
Andrew  Sullivan 5 giugno 2014

521750Stephen Walt la pensa così: “In primo luogo, ha fatto archiviare l’idea di una ulteriore espansione della NATO per un lungo tempo, forse per sempre. La Russia s’è opposta alla marcia della NATO verso est da quando iniziò a metà degli anni ’90, ma la Russia non poteva fare molto. La breve guerra del 2008 tra Russia e Georgia è stato il primo tentativo di Putin di tracciare una linea rossa, e la scaramuccia smorzò considerevolmente l’entusiasmo per l’espansione. Questa volta, Putin ha chiarito  nettamente che qualsiasi futuro tentativo di portare l’Ucraina nella NATO o anche di aderire all’UE incontrerà la ferma opposizione russa e probabilmente comporterà lo smembramento del Paese. In secondo luogo, Putin ha ristabilito il controllo russo sulla Crimea, un atto popolare per la maggioranza dei residenti della Crimea e dei russi. L’acquisizione ha comportato alcuni costi a breve termine (alcune sanzioni economiche piuttosto miti), ma ha anche consolidato il controllo russo sulla base navale di Sebastopoli consentendo alla Russia di rivendicare i giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero, del valore stimato in migliaia di miliardi di dollari. … Terzo, Putin ha ricordato ai capi ucraini che ha molti modi per rendergli la vita difficile. Non importa quali siano le proprie inclinazioni, pertanto è nel loro interesse mantenere almeno rapporti cordiali con Mosca. E il nuovo presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha ricevuto il messaggio”.
Posner contesta anche la teoria, avanzata da Tom Friedman, che Putin “tremi” dopo aver valutato i costi dell’avventura ucraina contro i benefici, per il suo regime: “L’economia russa non è stata indebolita, il mercato azionario era scambiato a 1400 prima della crisi e viene scambiato a 1400  oggi. Il rublo è sostanzialmente invariato, un pelo più basso. Nessuno sa se veramente la Cina ha fatto un affare oppure no; troppo dipende da contingenze sconosciute. Ma è chiaro che la Russia  beneficia da più strette relazioni con la Cina. La NATO difficilmente sembra rivivere, i Paesi europei sono in subbuglio e divisi nella risposta alla Russia, dipendendo dal suo gas come sempre. Le spese per la difesa non aumenteranno, ma anche accadesse la Russia difficilmente se ne curerebbe, dato che non ha intenzione d’invadere Polonia o Germania, e sa che non hanno alcuna intenzione di liberare la Crimea o aiutare militarmente l’Ucraina. Contro tali costi banali, se questi sono, si considerino i vantaggi della Russia. … Dire che Putin “trema” è come dire che il ragazzo che ruba un biscotto trema perché ha preso solo un biscotto piuttosto che tutti”.
Nel frattempo, il conflitto continua a ritmo sostenuto, e il coinvolgimento russo non è affatto finito. Anna Nemtsova riferisce che i ribelli nella parte orientale dell’Ucraina hanno il sopravvento nelle città di confine, aprendo un corridoio dei rifornimenti dalla Russia: “Ciò significa che anche se il presidente russo Vladimir Putin incontra i capi europei, e lui e il presidente USA Barack Obama si osserveranno con circospezione durante la commemorazione del D-Day in Normandia, la guerra nella parte orientale dell’Ucraina potrebbe accelerare. Anche se Putin ha ritirato la maggior parte delle truppe russe presenti frontiera, minacciando un’invasione convenzionale, la strada è aperta ora ai volontari e operatori di vario tipo che insieme ai rifornimenti si muoveranno liberamente nel Paese. Un paio di colleghi giornalisti ed io abbiamo sentito parlare dei tentativi di aprire questo corridoio per diversi giorni, quando viaggiammo in Ucraina orientale. Il ministero degli Esteri russo, parlamentari e volontari russi in Ucraina con cui abbiamo parlato, ci hanno tutti detto di creare ciò che chiamavano “corridoio umanitario”. Stavamo cercando la breccia sul confine, e l’abbiamo trovata vicino alla città di Sverdlovsk nella regione di Lugansk”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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