Turchia in crisi: Erdogan nei guai, ma gli Intrighi di Gulen e della CIA devono essere contenuti

Nuray Lydia Oglu e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 15 gennaio 2014

-Le grandi ambizioni di Recep Tayyip Erdogan si sciogliono in varie direzioni, perché il Primo ministro della Turchia subisce le tante convulsioni interne che scuotono la nazione. Da diversi anniè emerso che Erdogan può continuare ad abusare della posizione di forza del Partito Giustizia e Sviluppo (AKP). Pertanto, il sogno islamista e lo “specchio ottomano” di Erdogan avevano una potente spavalderia, percependosi come il “nuovo padre della Turchia” fornendo ai seguaci un’agenda conservatrice e islamista. Ma ora l’AKP comincia a sembrare fragile e sempre più autoritario sotto Erdogan. Dicendo ciò è chiaro che Fethullah Gulen non sia più saggio di Erdogan nel volere anch’egli tirare le fila. Altrettanto importante, entrambi condividono il sogno islamista di schiacciare le forze progressiste in Turchia. Infatti, in passato Erdogan e Gulen suonavano la stessa melodia. A livello regionale, i grandi piani di Erdogan hanno letteralmente morso la polvere dell’ingerenza turca. Dopo tutto, solo Erdogan poteva disilludere Egitto, Iraq, Iran, Israele, Siria e altri Paesi. Inoltre, essendo Erdogan determinato a rovesciare il governo della Siria, non solo ha chiuso un occhio nei confronti di jihadisti internazionali e agenti segreti ma, più allarmante, tollera e incoraggia avidamente le brutali forze settarie e terroristiche contro la Siria laica. Pertanto, l’immagine della Turchia soffre enormemente in tutta la regione poiché Erdogan non può smettere d’ingerirsi e di sconvolgere le nazioni della regione.
Ri-concentrandosi sullo scandalo attuale in Turchia, appare chiaro che la barca di Erdogan oscilla. Baha Gungor di Deutsche Welle dice: “Erdogan ha commesso gli stessi errori di molti autocrati prima di lui. Si vede infallibile, sempre meno tollerante alla critica della sua politica. Giornalisti,  intellettuali e politici che vedono le cose in modo diverso sono stati rinchiusi. Vasti settori della dirigenza dell’esercito sono stati condannati a dure pene detentive con l’accusa di pianificare un colpo di Stato.” Infatti è chiaro che il 2013 ha visto molti fallimenti del leader turco Erdogan, continuando ad accumulare sempre più errori di giudizi. Ciò è stato evidente durante la crisi di Piazza Taksim, perché Erdogan ha rilasciato dure dichiarazioni sui manifestanti. Inoltre, l’eccessivo uso della forza contro i manifestanti e il suo atteggiamento impertinente hanno fatto sì che la Turchia sia sempre più divisa. Le gravi accuse alla fine del 2013 su riciclaggio di denaro, contrabbando di oro, grandi tangenti e altre forme di corruzione, corrispondono all’enorme calo della fortuna di Erdogan. Non solo, le conseguenze economiche ora si fanno sentire. Ciò è evidente perché la lira turca è miseramente apprezzata rispetto a dollaro statunitense ed euro. Eppure, l’attuale lotta interna tra i potentati islamici di Erdogan e Gulen è allarmante. Dopo tutto, sotto l’amministrazione Obama negli USA è chiaro che un ordine del giorno filo-Fratellanza musulmana esisteva, dove l’Egitto sarebbe stato il grande esperimento. Per fortuna, le masse in Egitto insorsero contro il putsch dei Fratelli musulmani che avevano usurpato le istituzioni statali, al fine di riportare indietro l’orologio. Tuttavia, il sogno è ancora vivo e vegeto e non sorprende che Gulen sia ospitato negli USA proprio come i capi islamisti in Tunisia risiedettero nel Regno Unito prima di tornare. Pertanto, il comportamento irregolare di Erdogan dovrebbe far suonare certi campanelli d’allarme a Washington, e sembrerebbe che Gulen venga ora preparato per la fase successiva dello smantellamento della laicità in Turchia.
Va ricordato che l’Afghanistan e l’Iraq avevano governi secolari, prima che USA e Regno Unito s’ingerissero nei rispettivi affari interni. Infatti, gli USA salutarono la sharia in Sudan nei primi anni ’80, nonostante l’esito di questa politica fosse dannoso per animisti e cristiani in Sudan. Allo stesso modo, la legge della Sharia e la minaccia jihadista hanno seguito i passi di USA, Francia, Regno Unito e diverse potenze del Golfo in Libia. In altre parole, appare una ovvia realtà che le potenze occidentali si schierino con l’agenda islamista. Ciò si vede anche in Siria, in cui i soliti attori del Golfo e occidentali si sono schierati con le forze settarie e terroristiche. L’effetto a catena è anche la frantumazione del cristianesimo in Siria, proprio come è successo in Iraq e in Kosovo. Allo stesso modo, i cristiani copti erano sacrificabili in Egitto per gli intrighi di Washington e Londra. Tuttavia, proprio come la crisi in Iraq, è chiaro che l’Arabia Saudita non vuole che i Fratelli musulmani si avvicinino troppo, proprio come tale nazione non accetta la fine del potere sunnita in Iraq.
Family Security Matters dice: “Osman Nori, l’ex-capo dell’intelligence turca, ha recentemente affermato che il movimento di Gulen è una facciata dell’intelligence degli Stati Uniti che ospitava 130 agenti della CIA nelle sue scuole in Kirghizistan e Uzbekistan. Tale affermazione si accorda alla testimonianza di Sibel Edmonds, ex-traduttrice dell’FBI e nota rivelatrice. Edmonds dice che Gulen e il suo movimento iniziarono a ricevere ingenti somme di denaro dalla CIA dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando agenti statunitensi si resero conto che non potevano controllare le enormi risorse energetiche nelle neonate repubbliche ex-sovietiche, a causa della profonda diffidenza verso le motivazioni statunitensi. La CIA, sostiene Edmonds, vedeva la Turchia come un perfetto “ascaro” degli interessi degli Stati Uniti, essendo un alleato della NATO che condivideva lingua, cultura e religione degli altri Paesi dell’Asia centrale. Ma il controllo centralizzato di queste repubbliche, sottolinea, potrebbe essere attuato solo creando un nazionalismo e una religione pan-turchi concepiti da Gulen e dai suoi seguaci. E così, secondo Edmonds, la CIA è divenuta partner di Gulen nella creazione del Nuovo Ordine Mondiale Islamico. I soldi per le scuole e gli insediamenti del Pascià, dice, non provengono dal finanziamento approvato dal Congresso ma piuttosto da operazioni segrete della CIA, tra cui traffico di stupefacenti, mercato nero nucleare, traffico di armi e attività terroristiche.
In altre parole, se la Turchia è lasciata ai capricci geopolitici di USA e Regno Unito assieme ai sogni islamisti di Gulen, allora la Turchia perderà il suo approccio laico e modernista. Naturalmente, lo stesso vale per la prima mossa iniziale di USA, Regno Unito e Gulen utilizzando Erdogan e gli altri islamisti in Turchia, prima dell’attuale lotta interna tra Erdogan e Gulen. dopo che la bilancia ha iniziato a cambiare. Pertanto, è essenziale che le forze laiche turche si sveglino, e lo stesso vale per tutte le forze indipendenti dagli intrighi occidentali e islamici. Erdogan mina la laicità in Turchia, quindi la sua natura autoritaria preoccupa numerosi cittadini turchi. Eppure gli intrighi di Gulen non sono la risposta e lo stesso vale per le ombre della CIA e il solito ruolo del Regno Unito. La Federazione russa deve anche concentrarsi sugli eventi in Turchia, perché gli islamisti ceceni ed altri nel Caucaso hanno un santuario in Turchia e anche in Georgia. Allo stesso modo, il governo Erdogan mina la laica Siria sostenendo forze settarie e terroristiche contro il popolo di questa nazione.
La Turchia come l’Egitto affronta uno scontro di civiltà interno ed attualmente gli intrighi di USA e Regno Unito favoriscono l’agenda islamista. Ironia della sorte, in Turchia il gioco di potere tra Erdogan e Gulen è tra due individui che condividono molto. Si spera che le forze negative si divorino reciprocamente in modo che le forze politiche laiche ed altre in Turchia riportino la nazione sul percorso della modernizzazione. Pertanto, i partiti politici che si oppongono a Erdogan non dovrebbero correre tra le braccia dell’“ombra di Gulen”.

In Turchia, le indagini sul terrorismo fanno infuriare il primo ministro
Abigail R. Esman Speciale IPT Notizie
Modern Tokyo Times

fethullah_gulen-acikladi1Due alti dirigenti di al-Qaida sono stati arrestati nella provincia di Kilis, in Turchia, durante una grande operazione antiterrorismo della polizia turca. Gli arresti, effettuati in un raid contro gli uffici della provincia di Van dell’Humanitarian Relief Foundation (nota come IHH), hanno avuto luogo meno di sei mesi dopo che la Turchia aveva collaborato con gli Stati Uniti nel sviluppare un programma antiterrorismo volto a ridurre il radicalismo islamico in Medio Oriente. Ben fatto, dite? Non così in fretta. Alcune ore dopo gli arresti, il governo ha sommariamente dimesso i due capi della polizia che avevano supervisionato l’operazione e riassegnato molti altri. Inoltre, secondo il quotidiano turco Hurriyet, “Le guardie del corpo degli otto procuratori che hanno lanciato le operazioni anti-al-Qaida” sono stati sostituiti. Il Viceprimo ministro Bülent Arinc ha particolarmente criticato il raid negli uffici dell’IHH, negando qualsiasi connessione tra l’organizzazione e al-Qaida.L’IHH è un’organizzazione legale che lavora per scopi umanitari”, ha detto in un comunicato stampa. È vero, l’IHH, una ONG fondata in Turchia nel 1992, si presenta come organizzazione umanitaria che porta cibo, medicine e altri aiuti ai Paesi del Medio Oriente in guerra, soprattutto in Siria. Ma non è tutta la storia.
Si presume abbia preso parte al complotto per bombardare l’aeroporto internazionale di Los Angeles nel Capodanno 1999, e l’IHH era spesso legata ad Hamas e al-Qaida. Le autorità turche avviarono un’indagine su questo aspetto solo due anni fa. Molti sanno anche del coinvolgimento dell’IHH nell’incidente sulla Mavi Marmara nel 2010, diretta a Gaza, su cui la “relazione del gruppo Gaza Flotilla” delle Nazioni Unite dichiara: “La maggior parte dei partecipanti della flottiglia non aveva intenzioni violente, ma esistono seri interrogativi sulla condotta, vera natura e obiettivi degli organizzatori della flottiglia, in particolare l’IHH.” E l’anno scorso, la Germania ha bandito l’IHH per via dei suoi legami terroristici. Dato l’apparente rinnovato impegno della Turchia nella lotta al terrorismo, si potrebbe pensare che il governo elogiasse la polizia che aveva fatto irruzione negli uffici dell’IHH, per non parlare di coloro che avevano catturato un leader di al-Qaida in Turchia.  Allora perché non l’ha fatto? E se il governo turco si impegna a proteggere gruppi come l’IHH, nonostante i suoi noti collegamenti terroristici, perché gli Stati Uniti collaborano con esso nelle operazioni antiterrorismo? Parte di ciò può essere spiegato dalla recente spaccatura nel governo turco. Fino a poche settimane fa il governo islamico dell’AKP del primo ministro Recep Tayyip Erdogan collaborava tacitamente con il chierico islamico Fethullah Gulen, leader turco che vive in auto-esilio negli Stati Uniti. Gulen e i suoi seguaci, chiamati “gulenisti” o membri del movimento Hizmet, sono agenti segreti che agiscono nei ministeri della Giustizia e degli Interni della Turchia e di conseguenza erano dietro le forze di polizia del Paese. Ma il mese scorso, quando una serie di indagini della polizia hanno portato all’arresto di imprenditori di primo piano e parlamentari per corruzione, riciclaggio di denaro e traffico oro-per-petrolio con l’Iran, la partnership tra Erdogan e Gulen s’è tramutata in una guerra a tutto campo. Erdogan ha accusato Gulen d’istigare indagini e false accuse, e di rendere tutto ciò pubblico. Gulen ha negato di avervi nulla a che fare.
Mentre la crisi attuale si dipana, Erdogan ha licenziato centinaia di alti funzionari della polizia e magistrati. Inoltre, ha proposto una nuova controversa legislazione per affidare al ministro la vigilanza sulla magistratura, distruggendo la separazione dei poteri che in larga misura definisce uno Stato democratico. Non sorprende che in tutto ciò, i funzionari dell’IHH accusino apertamente i gulenisti d’istigare il raid e calunniare il buon nome dell’IHH. L’impressione generale è che il successivo licenziamento dei capi della polizia responsabili del raid sia un tentativo di colpire di nuovo Gulen. Ma cosa vuol dire che Erdogan, a prescindere dei suoi problemi personali con il chierico statunitense, faccia dimettere gli ufficiali che hanno catturato membri di spicco di al-Qaida? Perché Erdogan e i suoi compari non vogliono che gli investigatori indaghino sui membri e le attività della Humanitarian Relief Foundation? Ciò, se non altro, ha a che fare con la recente scoperta di un camion pieno di armi diretto in Siria al confine turco, presumibilmente su incarico dell’IHH?
Dato che la Turchia aggira le sanzioni statunitensi sul traffico di miliardi di dollari in oro con l’Iran in cambio di petrolio, e che ora ostacola le indagini su un’organizzazione terroristica sul proprio suolo, non sembra proprio il Paese giusto con cui gli USA possano collaborare nelle iniziative antiterrorismo. Al contrario, potrebbe essere il momento per gli USA di osservare meglio i leader della Turchia, soprattutto quelli che chiama “amici”.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

FF2 – Freedom Flotilla o False Flag? (II Parte)

L’estrema sinistra occidentale, collusioni tra socialcolonialismo e liberal-islamismo

Solo conoscendo le connessioni esistenti nella rete delle ONG facenti capo all’Ikhwan (i Fratelli Mussulmani), si comprende meglio il comportamento di Egitto, Turchia, Qatar e Regno Unito, riguardo l’aggressione alla Libia. Così come si comprende l’apparentemente ‘bizzarro’ comportamento dell’estrema sinistra europea ocidentale, ma che è invece dettato da ferree alleanze, createsi sicuramente negli anni ’80, in occasione della guerra sovietico-afgana, e che spiega concretamente il posizionamento strategico pro-atlantista e filo-imperialista del grosso delle sinistre occidentali. Non è un caso che Olivier Besancenot, leader del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) francese, partecipi alla FreedomFlotilla2, organizzata e finanziata dalle petro-monarchie del Golfo Persico e dagli strati compradores del mondo arabo. L’NPA, come la maggior parte delle decadenti sinistre estreme, o antagoniste, italiana e francese, ha fin dal primo giorno applaudito e invocato il pieno sostegno alla ‘rivoluzione’ libica; arrivando apertamente a rivendicare l’intervento della NATO in Libia. Così si sono viste delle vecchie mummie, che fanno parte dell”album di famiglia’ delle sinistre radicali occidentali, arrivare a paragonare i mercenari neo-coloniali e i tagliagole afgansy dei Saud, alle Brigate Internazionali. In Francia, l’NPA di Besancenot e di Alain Krivine ha predicato presso Sarkozy, assieme al cialtrone parigino BH Levy, la causa del riconoscimento del CNT golpista islamo-monarchico di Bengasi a unico ‘legittimo’ rappresentante della Libia. Una volta accontentata, la sinistra ‘antagonista’ ha predicato anche l’intervento armato della NATO e degli USA contro la Jamahiriya, con tanto di deputati del PCF che invocavano apertamente la ‘distruzione di Gheddafi’. Una posizione apparentemente incomprensibile, di primo acchito, ma una volta studiati e conosciuti gli organizzatori del viaggio-premio a Gaza dei leader e liderini della decadente sinistra estrema euro-occidentale, tante domande trovano una risposta.

Nell’agosto del 2008, tre navi del Free Gaza Movement, ebbero da Israele il permesso di partire per Gaza, mentre a una nave libica venne rifiutato lo stesso “privilegio“… Due milioni di dollari di farmaci erano a bordo, dono della Charity Qatar. Mentre Israele dichiarava la Libia “stato nemico“, il Qatar ospitava gli israeliani, guidati dall’allora ministra degli esteri sionista Tzipi Livni, a Doha, già nell’aprile 2008. Il Free Gaza Movement aveva annunciato, il 4 dicembre 2008, una missione congiunta con la Charity Qatar, per trasportare a Gaza 2 milioni di dollari in medicine oncologiche. Con questo viaggio, Charity Qatar era la prima organizzazione araba a rompere il blocco israeliano di Gaza. Il Free Gaza Movement l’aveva già sfidato con successo in tre occasioni, quell’anno, ad agosto, ottobre e novembre. Caoimhe Butterly, Coordinatore del viaggio per Gaza dichiarava: “… Speriamo che la missione del Qatar ispirerà i vicini della Palestina a creare missioni simili, costituendo la base per una politica diretta e una azione continua nel mondo arabo“.
I passeggeri a bordo della Dignity, il natante del FGM, erano: 5 funzionari di Charity Qatar e 2 rappresentanti governativi del Qatar, guidati dallo sceicco Ayed al-Qahtani; militanti australiani, statunitensi, britannici e italiani per i diritti umani; un chirurgo britannico e giornalisti di al-Jazeera (la corrispondente Katia Nasser) e di McClatchy.
Nel 2009, in seguito all’operazione israeliana Piombo Fuso, l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti promisero miliardi di dollari in aiuti ai palestinesi. Ma dopo che le loro promesse avevano ottenuto parecchia pubblicità, questi paesi si sottrassero alle loro stesse promesse. Per esempio, nell’ottobre 2010 “l’emiro del Qatar, lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Thani, si era impegnato a versare 30 milioni di dollari per le operazioni umanitarie delle Nazioni Unite a Gaza … ma i soldi non arrivarono mai.”
L’8 luglio 2010, Huwaida Arraf, dirigente del Free Gaza Movement, aveva detto che il gruppo stava raccogliendo fondi per organizzare la nuova flottiglia per Gaza. “Mi piacerebbe vedere una barca degli Emirati Arabi Uniti. Vogliamo davvero vedere il Golfo, e mi piacerebbe vedere gli Emirati più coinvolti“.
Avvocatessa americana di origine palestinese, Arraf ha partecipato ai sette tentativi di sfida al blocco navale israeliano della striscia di Gaza. Free Gaza aveva lanciato il primo tentativo di sfida al blocco nell’agosto del 2008. Il gruppo da allora ha compiuto diversi viaggi riusciti. Altri tentativi sono stati bloccati da Israele, tra cui il più recente tentativo del Maggio 2010 che si è concluso con la morte di nove persone. Sara Yousef, 23 anni, una designer d’interni degli Emirati, è stata una delle tante persone negli Emirati Arabi Uniti e in tutto il mondo colpiti dall’attacco israeliano alla Freedom Flotilla. Una nave pagata dal Kuwait era tra le barche che salparono nel maggio 2010. Nel corso degli anni, il governo e i gruppi degli Emirati Arabi Uniti hanno fornito ai palestinesi miliardi di dirham in assistenza umanitaria e sviluppo. “Penso che gli Emirati partecipano alla causa facendo donazioni attraverso associazioni come la Mezzaluna Rossa“, ha detto Sultan al-Suwaidi, membro del Consiglio Federale Nazionale di Dubai. “Penso che sia meglio se gli individui contribuiscano attraverso organizzazioni ufficiali, invece di farlo da soli, perché ci sono persone specializzate che possono inviare i contributi alle persone giuste“.
Il 20 maggio 2011, il Qatar aveva proposto di effettuare lavori a Gaza e di riaprire le relazioni diplomatiche con Israele, in cambio del riconoscimento da Israele dell’importanza del Qatar come mediatore per la pace in Medio Oriente:
Israele ha respinto la proposta del Qatar di effettuare lavori di riabilitazione della Striscia di Gaza, in cambio di rinnovate relazioni diplomatiche, dopo che l’Egitto ha chiarito che avrebbe trovato un accordo del genere “difficile da digerire“. Secondo fonti egiziane, Israele ha fornito al presidente egiziano Hosni Mubarak, con uno schema di proposta del Qatar, che le consentirebbe di portare materiali da costruzione e altri beni nella Striscia. Il Qatar avrebbe intrapreso la ricostruzione delle infrastrutture ed ha ottenuto una dichiarazione israeliana che riconosce l’importanza del Qatar nel Medio Oriente. In cambio, la missione diplomatica israeliana in Qatar, chiusa durante l’operazione Piombo Fuso, riaprirebbe. I rapporti tra Qatar ed Egitto sono tesi, in parte a causa delle aspre critiche espresse su al-Jazeera sull’Egitto e la sua politica verso Gaza. La stazione televisiva è di proprietà della famiglia regnante dell’emirato. Qatar persegue una propria politica estera indipendente.
Nel frattempo la Turchia ha condotto trattative segrete con Israele per convincere congiuntamente le Nazioni Unite ad ammorbidire il rapporto che critica i due paesi per il raid israeliano contro la flottiglia di Gaza. Tali colloqui sono l’ultimo segnale di una possibile ripresa dei rapporti tra Israele e quello che una volta era il suo più stretto alleato musulmano. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, aveva inviato una lettera al suo omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, congratulandosi con lui per la rielezione all’inizio di giugno. I media hanno riferito che il vice primo ministro israeliano, Moshe Yaalon, aveva incontrato segretamente Feridun Sinirlioglu, sottosegretario del ministero degli Esteri turco, a Ginevra a metà giugno, per migliorare le relazioni legami. I contatti rinnovati possono esser messi a repentaglio dal nuovo convoglio di aiuti per Gaza. Anche se l’Egitto ha recentemente aperto le sue frontiere e Israele ha allentato alcune restrizioni, gli attivisti sostengono che Gaza soffre ancora degli effetti del blocco. La flotta ha subito un duro colpo il 17 giugno quando il gruppo turco che era visto come la forza trainante del piano, la ong IHH collegata con l’Ikhwan, ha annunciato che la Mavi Marmara, la nave turca in cui sono stati uccisi nove attivisti lo scorso anno, non avrebbe partecipato. Il documento dell’ONU raccomanda a Israele di pagare un risarcimento alle famiglie di coloro che sono stati uccisi o feriti nell’attacco. Israele ha già accettato di farlo. La Turchia insiste sul fatto che le relazioni con Israele non saranno riabilitate, a meno che Israele non si scusa pubblicamente per l’attacco. Ozdem Sanberk, rappresentante della Turchia alle Nazioni Unite, ha dichiarato al quotidiano turco Hurriyet che la Turchia potrebbe anche accettare se Israele ammette di aver “fallito l’operazione“, ed ha aggiunto che la Turchia potrebbe perdere la sua influenza nella regione, se la crisi non viene risolta. Netanyahu ha respinto la richiesta turca, dicendo: Israele è disposto solo ad esprimere rammarico per la perdita di vite umane.
La Campagna Europea per Porre Fine all’Assedio di Gaza (ECESG) aveva promosso la FF1 insieme ad una coalizione di quattro altre organizzazioni guidate dall’IHH turca. Da allora la ECESG e altri membri della coalizione hanno intensamente promosso nuovi programmi come la Freedom Flotilla 2 e l’invio di un aereo nella Striscia di Gaza. La ECESG è stata fondata nel 2007 dal PRC (Centro per il Ritorno Palestinese) e dalla Federazione delle organizzazioni islamiche in Europa (FIO), un organismo dell’Ikhwan. La ECESG ha contribuito a coordinare la Freedom Flotilla del 2010 assieme alla turca IHH, anch’essa collegata all’Ikhwan e all’Unione del Bene di al-Qardawi. Dal punto di vista organizzativo, ECESG è un’organizzazione ombrello che collega più di 30 organizzazioni pro-palestinesi nei vari paesi europei. Alcuni di essi hanno  proprie reti, altri hanno solo un piccolo numero di attivisti o, addirittura, non esistono affatto (non hanno neanche una presenza su Internet e nessuna informazione su di essi è accertata). La ECESG coopera spesso con altre organizzazioni come Viva Palestina e il Free Gaza Movement, ed ha ufficialmente sede a Bruxelles, ma la maggior parte della sua attività si svolge in Gran Bretagna (un punto focale per le attività europee dei Fratelli Musulmani); infatti la ECESG è diretta da attivisti palestinesi che vivono e operano a Londra. Inoltre vi sono due sudditi britannici, un portavoce dell’organizzazione e Clare Short, una deputata del partito laburista britannico, è stata ministra nel governo di Tony Blair. Era a bordo della Dignity nel novembre 2008. Rappresenta la ECESG negli incontri con i leader mondiali. Partecipa inoltre a conferenze e altri eventi organizzati dal Centro per il Ritorno Palestinese (PRC). Oltre alle organizzazioni interne, la ECESG è supportata da più di 40 singoli attivisti (“VIP”, secondo il suo sito web) che non appartengono a nessuna organizzazione in particolare. Ci sono membri del Parlamento, in particolare quelli del partito laburista e dei partiti di sinistra di Gran Bretagna, Scozia e Irlanda, così come dei partiti verdi e degli ambientalisti. Ideologicamente, la ECESG è eterogenea, con attivisti islamisti, di sinistra (soprattutto dalla estrema sinistra), attivisti dei diritti umani, membri del sindacato e anche ecologisti.
L’Unione del Bene è diretta da Yussuf al-Qardawi, un religioso musulmano egiziano e uno dei capi della Fratellanza Musulmana (Ikhwan), risiede in Qatar, dove è la starlette di al-Jazeera; infatti, in quella rete TV satellitare, al-Qardawi ha invocato a più riprese, negli ultimi mesi, l’assassinio di Muammar Gheddafi e di Bashar al-Assad. È noto per le sue idee politiche estremiste ed ha una notevole influenza su Hamas. Nel 1977, con il sostegno del regime del Qatar, ha fondato il Dipartimento della legge islamica (Shari’a) all’università del Qatar, e al tempo stesso fondato un istituto per lo studio della Sunnah. Fino ad oggi le sue istituzioni sono un importante centro della sua attività religiosa. Inoltre, si oppone alla linea prudente adottata dall’università di al-Azhar; opera senza interferenze da parte delle autorità del Qatar. In virtù della sua autorità, al-Qardawi gestisce dei fondi di beneficenza per la Palestina. E’ stato anche nominato membro del consiglio di amministrazione della Banca al-Taqwa. Come detto, al-Qardawi sa usare i mass media per diffondere la sua dottrina: ha un suo proprio programma su al-Jazeera e un sito Internet: Islam-Online. Come presidente del Consiglio europeo sulla ricerca della Fatwa, da lui fondata nel 1997, è anche coinvolto negli affari musulmani nei paesi europei e  nel luglio 2004 era stato ufficialmente invitato dall’ex sindaco di Londra, Ken Livingstone, in Gran Bretagna per accelerare la creazione di una unione mondiale degli studiosi islamici, il cui obiettivo sarebbe quello di divenire la massima autorità dell’intero mondo musulmano. Nell’agosto del 2004, in una conferenza tenutasi al Cairo sotto l’egida del sindacato dei giornalisti egiziani, al-Qardawi, l’attuale alleato degli USA e della NATO nell’aggressione alla Libia, presentò una fatwa che consentiva il sequestro e l’assassinio di cittadini americani in Iraq; un mezzo per fare pressione agli USA. “Tutti gli americani in Iraq sono soldati, non vi è alcuna differenza tra soldati e civili, e devono essere combattuti, perché i cittadini americani sono venuti in Iraq per servire l’occupazione. Il rapimento e l’uccisione di americani in Iraq è un obbligo [religioso] per costringerli a lasciare il Paese immediatamente.” Dieci giorni dopo, per le reazioni che seguirono, al-Qardawi scrisse al quotidiano arabo al-Hayat, negando tutto ciò che la stampa gli aveva attribuito.
Il direttore esecutivo dell’Unione è Essam Salih Mustafa Yussuf, ex capo d’Interpal (Palestinians Relief and Development Fund) in Gran Bretagna e attualmente suo vice-presidente. Gli altri membri del consiglio di amministrazione sono figure islamiche di rilievo internazionale, tra cui sceicco Ikrimah Sabri, Mufti di Palestina e Sheikh Ra’ed Salah, leader del movimento islamico in Israele, ex-sindaco della città arabo-israeliana di Umm el-Fahem.
I coniugi Adam Shapiro e Huwaida Arraf sono gli organizzatori del Free Gaza Movement, Arraf ne è la presidente ed è membro del comitato direttivo della FF2. Quelli che seguono sono a bordo della The Audacity of Hope: Ray McGovern, Robert Naiman, Kate Gould, Yonatan Shapira, Kathy Kelly, Alice Walker, Hedy Epstein, Greta Berlin, Ann Wright. McGovern, un ex analista della CIA, Naiman, direttore di Just Foreign Policy, Shapira è un ex pilota dell’aviazione israeliana e refusnik. Walker è vincitore del Premio Pulitzer e autore de “Il colore viola“, Kelly è co-coordinatore di Voices for Creative Nonviolence, Epstein è una sopravvissuta all’Olocausto, Berlin è una co-fondatrice di Free Gaza Movement, Wright è una ex colonnello dell’US Army e diplomatica statunitense, che si era dimessa nel 2003 durante l’invasione dell’Iraq. La piccola barca francese Dignité/el-Karameh, che annovera tra i propri passeggeri, Olivier Besancenot, leader del NPA, Nicole Kiil-Nilsen membro del Parlamento europeo, e altre personalità francesi ben note, il 5 luglio è salpata per Gaza dalla Corsica, secondo un giornalista di al-Jazeera, presente a bordo della barca. Finora l’unica imbarcazione della flottiglia organizzata da attivisti filo-palestinesi, a navigare con successo verso Gaza, mentre la maggior parte della flottiglia è confinata nei porti della Grecia. Lo yacht a vela da crociera francese Louise Michel, con 24 passeggeri a bordo, è stata bloccata dalla guardia costiera greca, mentre John Klusme, il capitano della Audacity of Hope, è stato temporaneamente arrestato. Quentin Girard, giornalista del quotidiano Liberation a bordo della Dignité, aveva detto ad al-Jazeera: “Siamo a circa 20 minuti dalle acque internazionali, e quando vi arriveremo, gli organizzatori decideranno il da farsi“. Girard ha dichiarato che gli attivisti vogliono andare a Gaza, ma lo decideranno una volta arrivati in acque internazionali. “Penso che andranno se il comitato internazionale della flottiglia li incoraggia ad andare”.
La proprietaria della barca canadese Tahrir* è Sandra Ruch, ma  ci viene detto dagli attivisti lei è solo il “proprietario sulla carta” della barca. E chi è il capitano di questa barca? Quando la Tahrir, con 50 attivisti a bordo, ha tentato di prendere il mare a Creta, in violazione degli ordini del governo, è stata ripresa circa 15 minuti dopo l’uscita dal porto, ma nessuno era presente nella timoneria. Interrogati, passeggeri ed equipaggio hanno affermato “siamo tutti capitani” e identificato il capitano nel “sig. Northstar“, in riferimento al pilota automatico Northstar (Stella Polare). Il capitano non si era identificato. Trainata in porto la Tahrir, molti degli attivisti sono stati arrestati e poi rilasciati. Jesse Rosenfeld si descrive come un “giornalista in missione in Grecia per coprire la FreedomFlotilla2“. È anche un attivista. La Tahrir ha una seria “perdita di gasolio per un impatto subito in porto.” I “veri proprietari” e il “capitano fantasma“, sapendo che si tratta di un viaggio di sola andata, non hanno affrontato i problemi preesistenti della loro barca, forse perché acquistata in fretta? La perdita è così grave da generare fumi nella “cabina” (Rosenfeld parla probabilmente della timoneria). Oltre ad un generatore difettoso che causa la perdita intermittente di energia elettrica.
Una perdita di carburante di grandi dimensioni è una situazione rara, ma molto pericolosa per qualsiasi imbarcazione. Unitamente alla mancanza di energia elettrica, vi è l’impossibilità di essere in grado di evacuare completamente il carburante dalle sentine della barca, e così di ventilare la barca e la sala macchine, poiché anche se il gasolio è meno esplosivo, è altamente tossico. Niente elettricità significa anche niente radio per comunicazioni, niente RADAR, niente scandaglio, niente navigazione elettronica e niente “aria condizionata“, la cosa principale ci cui gli attivisti si lamentano.

Alessandro Lattanzio, 11/7/2011

*Nome indicativo, di certo non poteva chiamarsi Pearl’s Square.

FF2 – Freedom Flotilla o False Flag?

‘Il Mediterraneo non è proprietà di Israele’ (ma della NATO sì!)

Il logo riprenderebbe i colori della Palestina, ma se si osserva bene la scritta, sembra riprendere invece i colori del vessillo monarchico libico usato dai golpisti di Bengasi.

Il quotidiano arabo al-Hayat, di Londra, il 30 aprile 2011, aveva riferito che Khaled Mashaal e altri alti funzionari di Hamas, avrebbero progettato di trasferirsi dalla Siria al Qatar, mentre l’ala militare si sarebbe installata nella Striscia di Gaza e un ufficio d’interesse di Hamas sarebbe stato aperto a Cairo. Ma un funzionario di Hamas, secondo la radio militare israeliana, avrebbe smentito tutto ciò, dicendo che la direzione del partito non aveva intenzione di lasciare Damasco, ed ha anche negato la notizia che l’Egitto avesse accettato di aprire una sede di Hamas. Secondo al-Hayat, il Qatar aveva accettato di ospitare la leadership di Hamas, dopo che l’Egitto e la Giordania avevano respinto la richiesta, ma avrebbe rifiutato di ospitare i capi militari. Tali notizie sono state pubblicate subito dopo che Fatah e Hamas avevano accettato di firmare un accordo di riconciliazione. Gli Stati Uniti, nel frattempo, tramite il direttore della pianificazione politica del Dipartimento di Stato, Jacob Sullivan, facevano sapere che: “se un nuovo governo palestinese nascerà, lo valuteremo in base alla sua politica e ne determineremo, quindi, le implicazioni per la nostra assistenza“. Sullivan aveva sottolineato che qualsiasi nuovo governo palestinese dovrebbe accettare i principi fissati dal quartetto diplomatico di Stati Uniti, ONU, UE e Russia, per la cosiddetta roadmap per la pace. Questi tre principi sono: rinunciare alla violenza, accettare gli accordi passati e riconoscere il diritto di Israele ad esistere. L’accordo, annunciato al Cairo, ha visto Fatah che domina la Cisgiordania e i governanti islamici di Gaza, essere d’accordo nel formare un governo di transizione prima delle elezioni, entro un anno. “Sosteniamo la riconciliazione palestinese a condizioni che promuova la causa della pace“, ha sottolineato Sullivan. “I termini di questo accordo, le specifiche di esso e come sarà attuato, sono aspetti che stiamo continuando a studiare.”
Qualche mese prima a Doha, capitale del Qatar, il 25 ottobre 2010, legali e avvocati  internazionali che rappresentavano le vittime della Gaza Freedom Flotilla (la prima ovviamente) avevano annunciato la costituzione del “Gruppo Giustizia per la Gaza Freedom Flotilla.” L’annuncio si ebbe dopo la conclusione di un incontro di due giorni tenutosi il 23 e 24 ottobre, volto a coordinare le azioni legali per far ritenere Israele responsabile dell’attacco alla Freedom Flotilla del 31 maggio 2010. L’incontro era ospitato da al-Fakhoora*, una iniziativa basata a Doha (Qatar) che riunisce 70 rappresentanti di 20 paesi. I gruppi di pressione internazionale, gli esperti legali e dei media, e gli avvocati presenti si incontrarono in una serie di workshop per elaborare una strategia globale per le azioni legali nazionali, regionali e internazionali, un coordinamento inter-organizzativo e la mobilitazione dei media. Il Gruppo Giustizia per la Gaza Freedom Flottiglia è il centro del coordinamento, volto a facilitare la comunicazione e lo scambio di informazioni tra gli avvocati che lavorano per conto delle vittime della prima flottiglia.
Bettahar Boudjellal, esperto internazionale dei diritti umani del Qatar, aveva detto, “l’attacco di Israele contro la Freedom Flotilla ha violato il diritto internazionale e i diritti umani. I nostri sforzi per unificare le azioni legali tramite un apparato di coordinamento, ci permetteranno di portare collettivamente lo stato di Israele davanti alla giustizia. Ancora più importante, servirà come base per rispondere alle future violazioni di Israele“.
I workshop della conferenza sono stati guidati da personalità di spicco del movimento contro lo strangolamento israeliano di Gaza e le violazioni dei diritti umani in tutto il territorio palestinese occupato. I partecipanti provenivano da: Bahrain, Belgio, Bosnia Erzegovina, Canada, Egitto, Francia, Grecia, Indonesia, Italia, Giordania, Kuwait, Macedonia, Olanda, Pakistan, Palestina, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti e Yemen.
Le organizzazioni che partecipavano alla conferenza erano la turca Insan Hak ve Hurriyetleri (IHH), il Free Gaza Movement, la Campagna Europea contro l’Assedio di Gaza (ECESG), il Consiglio per la Intesa Arabo-Britannica (CAABU), lo Studio Legale Elmadag della Turchia, Mazlumdar – associazione turca per i diritti umani, lo studio legale inglese Hickman and Rose, Ship to Gaza – Grecia, Ship to Gaza – Svezia, dei team di avvocati musulmani indonesiani e del Sud Africa, ed altri.
Nel frattempo, il Qatar avviava delle iniziative mirate su Gaza: il ministro dell’Awqaf e degli Affari Religiosi e Presidente della Commissione sugli Aiuti del Qatar, il Dr. Mahmoud al-Habash, annunciava la donazione da parte del Qatar di 10 milioni di dollari a sostegno del settore della pesca di Gaza; nell’ambito dei progetti di sviluppo e delle attività umanitarie svolte dalla Fondazione Carità per la Palestina – Qatar, in coordinamento e collaborazione con il comitato di assistenza presso l’ufficio del presidente al-Habash, che ha spiegato che il progetto mira a mitigare l’impatto negativo dell’assedio israeliano, e a migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei pescatori.
Il ministro dell’Awqaf ha indicato l’importo della sovvenzione, ringraziando il governo del Qatar e l’amministrazione in Palestina della Qatar Foundation Charity per il loro impegno nel sostenere il popolo palestinese. Il direttore della Qatar Foundation Charity in Palestina, Ramadan Assi, ha detto che “questo progetto mira a sostenere le famiglie dei pescatori, a dargli pari opportunità nello sviluppo sostenibile, e aumentare il sostentamento di Gaza tramite l’incremento della produzione, distribuzione e commercializzazione del pesce, così come nella creazione di posti di lavoro, così migliorando la situazione delle famiglie dei pescatori, riducendone il tasso di povertà e sviluppando e migliorando i servizi offerti ai pescatori.”
Il continuo assedio di Gaza ha provocato una perdita economica stimata in 10 miliardi di dollari, con 700 istituti danneggiati, mentre le perdite nel settore privato sono state stimate a circa 140 milioni di dollari. Il numero di lavoratori licenziati è circa 35.000. Il tasso di povertà a Gaza è l’80% e con un tasso di disoccupazione del 60%. Tutto ciò rende estremamente facile la diffusione dell’influenza delle petromonarchie del Golfo Persico, sottraendo terreno ai loro avversari regionali, che non sono Israele o la NATO, ma l’Iran, la Siria, Hezbollah e l’Algeria.
La costituzione della FF2 ha richiesto diverso tempo, notevoli investimenti in capitali, e l’impatto mediatico della missione è uno dei terreni per cui si muovono, dietro le quinte, i vari sponsor. Aspetti ignoti, perché trascurati dagli avversari della missione umanitaria, per via della loro ottusità; ma anche a causa del silenzio, quasi omertoso, riguardo tali aspetti della missione, mantenuto dai vari partecipanti alla FF2. I quali hanno goduto di una copertura non solo finanziaria, ma anche mediatica, assai più cospicua rispetto al 2010.
Fin dalla sua nascita, gli organizzatori della FF2 hanno incontrato una vasta serie di difficoltà tecniche, legali, burocratiche e politiche. La flottiglia che doveva essere composta da 15-20 navi con a bordo 1.500 passeggeri provenienti da 100 paesi, al momento di salpare era già ridotta a 327 passeggeri (oltre il 10% dei quali giornalisti) di 20 paesi e a 9 piccole imbarcazioni. Un ruolo in ciò può averlo giocato senza dubbio l’improvviso e inaspettato dietro front dei turchi.
Alla vigilia della partenza si erano manifestate le prime frizioni. Ad esempio la turca IHH  ha ritirato la Mavi Marmara dalla partecipazione alla  “Freedom Flotilla 2“. I rappresentanti della IHH, il 17 giugno, avevano tenuto una conferenza stampa dove hanno affermato che le autorità portuali della Turchia non avevano fornito i permessi necessari per la Mavi Marmara, la nave che fu al centro delle polemiche tra Turchia e Israele nel 2010, quando un commando navale israeliano – il Shayetet-13 – abbordò la nave e uccise nove persone a bordo. Davutoglu, ministro degli esteri di Ankara, non ha spiegato perché la Turchia ha rifiutato di concedere la propria autorizzazione alla Mavi Marmara a partecipare alla flottiglia. Infatti, avendo appena vinto le elezioni parlamentari, il governo turco non avrebbe bisogno di provocare una nuova  crisi con Israele e di inimicarsi il governo degli Stati Uniti. Vi è ragione di credere che sia le pressioni diplomatiche e interne, sia le difficoltà nell’ottenere l’assicurazione per il viaggio, possano avere avuto un ruolo nella decisione. Nel frattempo, l’IDF ha tenuto una grande esercitazione, in vista della FF2. L’esercitazione coinvolgeva i commando della marina Shayatet-13 e altre unità navali e forze speciali che parteciparono al raid fallito alla nave passeggeri Mavi Marmara, nel maggio 2010.
Quattro giornalisti olandesi, pur dichiarandosi solidali con la causa, hanno abbandonato la flottiglia a causa di disaccordi, e a quanto pare anche per diffidenza verso gli organizzatori. “Ieri mattina ho avuto un incontro finale con i partecipanti. Ho detto agli attivisti che, dato tutto quello che era successo, non dovrebbero fidarsi dell’organizzazione alla guida di questa missione” aveva detto uno di loro. Poi si è scoperto che l’elica del battello ‘Juliano Mer’ era stata danneggiata. Il costo delle riparazioni è stimato a circa  17.000 dollari. Gli attivisti hanno incolpato presunti sommozzatori, israeliani o greci, per il sabotaggio, suscitando la psicosi dei ‘sub mozza-eliche’, degna di apparire nel cronicario delle ‘leggende metropolitane’, visto che è alquanto difficile che dei semplici sommozzatori possano segare l’asse portaelica di navi di una certa stazza, come quella delle imbarcazioni che partecipano alla FF2.
La situazione di crisi economica e politica interna in Grecia, dove la maggior parte delle imbarcazioni della flottiglia si è raggruppata, ha causato lo sciopero generale, contribuendo a bloccare per due settimane il viaggio della flottiglia, poiché i porti non funzionavano. Tale situazione ha spinto i giornalisti che seguono la flottiglia, a dichiarare l’intenzione di abbandonare il programma, piuttosto che aspettare ancora per chissà quanto tempo. Ciò probabilmente ha contribuito alla decisione presa dagli organizzatori flottiglia di salpare nel pomeriggio del 1° luglio sebbene l’imbarcazione statunitense ‘Audacity of Hope’ non avesse ottenuto il permesso di procedere. Ma il viaggio è stato sospeso quando la guardia costiera ellenica, aiutata da commando greci, ha dirottato la nave in un porto vicino al Pireo. Il comandante della nave è stato arrestato con l’accusa di aver messo in pericolo i passeggeri a bordo. Lo stesso giorno, il governo greco, dietro insistenza d’Israele, ha vietato a tutte le navi della flottiglia di lasciare i porti. A questo punto, parecchi giornalisti e reporter, insieme ad alcuni dei passeggeri, hanno deciso di abbandonare il viaggio.
Diversi sono anche i problemi legali che affliggono la flottiglia. In un’intervista con il ‘Jerusalem Post‘, l’attivista di ‘Free Gaza’ Ewa Jasiewicz** si è lamentata del fatto che alcune delle barche si sono viste ritirare la loro assicurazione. Inoltre, l’organizzazione sionista ‘Shurat Hadin‘, che aveva presentato la denuncia alla guardia costiera greca riguardante le sospette carenze sull’affidabilità di sette barche della flottiglia, ha anche tentato di impedire alla ‘Inmarsat’, la compagnia di comunicazioni marittime, di fornire i propri servizi alla flottiglia.
Nel frattempo, un articolo sul sito di ‘Le Monde’ mostra le immagini di una delle due barche francesi, la ‘Louise Michel’, un’imbarcazione ben attrezzata, che hanno suscitato delle domande su chi siano coloro che hanno contribuito al finanziamento della flottiglia. Visto che la navigazione, almeno per una parte della missione, assomiglia piuttosto a una crociera di vacanza nel Mediterraneo orientale, a tutto vantaggio di un gruppo selezionato di ‘progressisti’. Forse un modo per rilassarsi dai cattivi pensieri che potrebbero nascere nelle loro menti, se si guarda alla campagna di bombardamenti contro la Libia. La FF2 assomiglia sempre più a una operazione volta a distrarre una parte della cosiddetta società civile ‘impegnata’; uno spettacolo diretto a coprire i crimini commessi contro il popolo libico, a sostenere le mire delle petromonarchie del Golfo Persico, che stanno conducendo una guerra interaraba sotterranea, ma sempre più palese, contro i regimi più progressisti e nazionalisti, antimperialisti, del mondo arabo e islamico. In effetti, il Qatar investe parte delle sue ricchezze petrolifere finanziando una vasta campagna di influenza  ideologico-politica nel Medio Oriente. Un’operazione che si svolge in modo duplice, sia finanziando le opere caritatevoli in Palestina, massmediaticamente assai paganti rispetto alla spesa richiesta; sia cercando di controllare l’informazione in lingua araba, con al-Jazeera usata come randello per aprire la testa dell’opinione pubblica e riempirla di quella disinformazione strategica così utile agli interessi della famiglia-stato che serve. Vedasi il caso della Libia, e dei rapporti con i golpisti di Bengasi, cui il Qatar, grazie ad al-Jazeera, ha fornito non solo armi e mercenari, ma anche una stazione TV nuova di zecca, e con cui ha stipulato un primo contratto per smerciare il petrolio greggio libico estratto dalle zone controllate dai golpisti. E in effetti, il comitato organizzatore della FF2 non ha espresso alcuna dichiarazione ufficiale riguardo alla guerra in Libia, a parte alcune dichiarazioni di sostanziale sostegno all’aggressione a Tripoli, espresse a titolo personale da alcuni dirigenti della missione FF2. È inutile negarlo, anche tramite la missione della FF2 si assiste alla guerra indiretta che oppone l’occidente e le nuove potenze emergenti.
Finanziando la FF2, le petromonarchie cercano di supportare l’azione militare contro Tripoli, e il processo di emancipazione economico africano che esso rappresenta, condotta in modo coordinato con le potenze neocolonialiste Francia e Regno Unito e l’imperialismo USA, oggi in fase di rapido declino. Tale quadro suscita delle necessarie riflessioni sul mesto destino della cosiddetta ‘sinistra antagonista’ europea ed occidentale, che si è allegramente votata e arruolata a una simile bizzarra  pantomima. Poiché il popolo di Gaza, da tutto ciò, sia oggi, che nel futuro, non ricaverà nulla di utile. Soprattutto se dovesse impigliarsi nella rete tessuta dai padrini di un islamismo estremo-liberista e profondamente colluso con l’imperialismo.

* Al-Fakhoora è una campagna internazionale che mira ad assicurare la libertà di studio agli studenti palestinesi di Gaza e Cisgiordania. La campagna prende il nome dal liceo delle Nazioni Unite per ragazze, nel campo profughi di Jabaliya, a Gaza, che fu teatro di un attacco di carri armati israeliani il 6 gennaio 2009.
** Non sono pochi i cittadini di religione israelita che navigano verso Gaza a bordo di queste navi pagate, totalmente o in parte, dal Qatar e dalle altre petromonarchie; e che come si vede, vengono anche tranquillamente intervistati proprio dai media israeliani. Una strana intesa aleggia sulla FF2.

Alessandro Lattanzio, 4/7/2011

 

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