Il Generale al-Sisi e il corretto percorso democratico dell’Egitto

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 12 gennaio 2014
Abdel-Fatah-el-SissiIl Generale Abdel Fatah al-Sisi ha suggerito fortemente che concorrerebbe per la presidenza dell’Egitto su “richiesta del popolo”. Certo, al-Sisi è al vertice grazie a molti egiziani che numerosi guardano alla situazione in Iraq, Libia e Siria, e sanno bene che un caos notevolmente maggiore avrebbero lacerato l’Egitto. Pertanto, con una strada ancora irta di pericoli per via dei militanti della Fratellanza musulmana, è essenziale che tutte le grandi istituzioni si rafforzino in Egitto. Infatti, al-Sisi ha dichiarato, sul prossimo referendum per la Costituzione modificata, che il risultato “correggerà la via democratica per costruire uno Stato moderno, democratico a vantaggio di tutti gli egiziani”. In altre parole, al-Sisi si concentra sulla stabilizzazione dell’Egitto e sulle forze armate che devono schiacciare il terrorismo islamista nel Sinai e in altre parti del Paese, affrontando la grave questione dei Fratelli musulmani. Allo stesso tempo, al-Sisi vuole “costruire uno Stato moderno democratico“, mentre affronta molte questioni complesse che rischiano di riportare indietro l’orologio. Anche certi ultra-liberali mettendo in pericolo lo Stato, perché le loro richieste non sono realistiche nelle condizioni vigenti. Infatti, gli estremisti di tutto lo spettro politico devono rientrare nel quadro giuridico dell’Egitto. Naturalmente, gli ultra-liberali non sono una minaccia diretta alle forze armate dell’Egitto. Nonostante ciò, la nazione non può essere in ostaggio delle dimostrazioni di massa perenni che sfidano l’autorità centrale, lo stesso vale per gli obiettivi  politici contestati. Pertanto, al-Sisi cerca di porre le basi di un forte Stato centrale, mentre a poco a poco costruisce i meccanismi che porteranno ad una forte società civile basata sulla democrazia.
Al fine di raggiungere questo importante obiettivo, tutte le forze militanti terroriste e islamiste devono essere schiacciate. Accanto a ciò, gli intrighi di nazioni estere come Qatar e Turchia devono essere sventati e lo stesso vale per le bizzarre politiche degli USA. L’Egitto non vuole rapporti negativi con nessuna nazione, ma al-Sisi non può tollerare ingerenze dall’estero. Inoltre, il ruolo di Hamas deve essere affrontato perché chiaramente molte ratlines partono dalla Striscia di Gaza dirette verso il Sinai. Inoltre, Qatar e Turchia fanno sempre più leva sul campo dei Fratelli musulmani di Gaza e altrove. Ancora una volta, al-Sisi comprende pienamente che le forze della Fratellanza musulmana e forze esterne all’Egitto cercano di destabilizzare lo Stato-nazione. Tuttavia, quando le masse in Egitto si sono rivoltate contro la Fratellanza musulmana all’unisono con persone attente come al-Sisi, un futuro da incubo è stato evitato. Tale futuro da incubo veniva gradualmente introdotto in tutte le principali istituzioni dai Fratelli musulmani, che vogliono riportare indietro l’orologio. Allo stesso tempo, le forze interne ed esterne avevano programmato anche la distruzione dell’economia dell’Egitto, diffondendo settarismo, seminando divisioni nell’Egitto e innumerevoli attacchi terroristici, se non avessero raggiunto i loro obiettivi politici. Fortunatamente per l’Egitto, l’enorme caos che continua a incombere su Libia, Iraq, Siria e Yemen è stato evitato. Le ragioni per contenere tali forze sinistre si basano sulle difficili decisioni prese da al-Sisi e da altri dirigenti del corpo politico di questa nazione. Naturalmente, l’Egitto è ancora minacciato all’interno dai militanti dei Fratelli musulmani, e da una serie di gruppi terroristici e intrighi esteri. Eppure, chiaramente, l’Egitto ha evitato di divenire un altro Stato fallito grazie alle azioni delle masse e al ruolo fondamentale di persone come al-Sisi.
Ora, al-Sisi vuole “correggere il percorso democratico“, ma sa bene che può farlo solo proteggendo l’economia dal caos previsto dai Fratelli musulmani. Allo stesso modo, affinché una società civile  emerga in uno Stato democratico, tutti i movimenti pericolosi che si oppongono a un moderno Egitto devono essere schiacciati. Sempre, lo Stato nazione ha bisogno di preservare l’indipendenza dell’Egitto poiché Iraq, Libia, Siria e Yemen sono stati destabilizzati da forze estere. Al-Sisi ha detto: “Se concorro alla presidenza, sarà su richiesta del popolo e con mandato del mio esercito, lavorando in democrazia.” Ciò è a un milione di miglia di distanza dal tradimento dei Fratelli musulmani, perché tale movimento voleva usurpare lo Stato. Solo il tempo dirà ciò che gli egiziani decideranno per il loro futuro, ma chiaramente con al-Sisi numerosissimi egiziani sanno di avere una persona pronta a salvaguardare il futuro dell’Egitto. Dopo tutto, se al-Sisi non avesse protetto i desideri delle masse oggi, l’Egitto scivolerebbe in un oscuro periodo della storia grazie alla “politica da Anno Zero dei Fratelli musulmani.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto adotta le misure per perseverare l’unità e rafforzare lo Stato

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 19 dicembre 2013

article_0f7885b343398ffe_1372690302_9j-4aaqskL’Egitto è a un bivio molto difficile perché le forze estreme dell’intero spettro politico chiedono cambiamenti epocali. Da un lato, si ha il sinistro movimento dei Fratelli musulmani che cerca di riportare indietro l’orologio e di schiacciare la popolazione cristiana. Mentre dall’altra parte gli ultra-liberali temono l’attuale governo e la “mentalità islamista da anno zero” della Fratellanza musulmana. Tuttavia gli attuali leader dell’Egitto cercano una transizione per stabilizzare lo Stato-nazione contro varie forze oscure. Va sottolineato che gli ultra-liberali hanno chiaramente buone intenzioni perché cercano un sistema in Egitto basato su democrazia, trasparenza, laicità e altre forme progressiste. Nonostante questo, è essenziale che gli ultra-liberali e tutte le forze progressiste siano pazienti e che il dialogo politico, sposando preoccupazioni reali e affrontando aspetti ritenuti autoritari, si svolga attraverso i canali della diplomazia. Se no, i resti dei Fratelli musulmani e altre forze islamiste cercheranno di usurpare lo Stato centrale diffondendo la sovversione.
La BBC ha recentemente pubblicato un articolo di Orla Guerin che sorvola su molto. Guerin ha dichiarato che “C’è la crescente preoccupazione sul ritorno all’autoritarismo in Egitto, dove le autorità militari usano la mano pesante contro la libertà di espressione, soffocando proteste e arrestando attivisti“. Se Guerin e molti altri vogliono incentrarsi sull’autoritarismo e la moderazione dei Fratelli musulmani, devono riflettere su come questo partito islamista volesse imporre il dhimmi ai cristiani, un giro di vite sul ruolo delle donne nella società e la serie di progetti draconiani visti. Allo stesso modo, se certuni vogliono conoscere i “veri” Fratelli musulmani, allora ciò è testimoniato dalla distruzione di un gran numero di chiese cristiane, dal massacro di agenti di polizia, dal linciaggio degli oppositori alla loro realtà brutale. Allo stesso tempo, molti elementi delle forze di sicurezza egiziane sono stati uccisi, quest’anno, nel Sinai e in altre parti d’Egitto, a causa degli intrighi dei militanti dei vari gruppi islamisti. Ovviamente, molte ‘ratlines’ nascono da Gaza seguendo gli obiettivi della politica estera del Qatar e del collegamento evidente tra i Fratelli musulmani in Egitto e Hamas a Gaza. Allo stesso modo, altre nazioni, come la Turchia, cercano d’intromettersi e gruppi terroristici come al-Qaida invocano la jihad contro le forze centrali dell’Egitto.
Nessuno che sostenga la democrazia vuole un giro di vite nei confronti di manifestazioni o l’imposizione di controlli politici. Eppure, durante i periodi di grande instabilità in cui alcune forze cercano d’imporre la loro volontà contro la società, basandosi sul fanatismo, allora chiaramente restrizioni politici a breve termine devono essere imposte. Se il Generale Abdal Fatah al-Sisi avesse ignorato le masse che si opponevano ai draconiani Fratelli musulmani e all’usurpazione dell’apparato statale da parte di tale movimento militante, allora è chiaro che gli eventi sarebbero ulteriormente andati fuori controllo e l’economia sarebbe stata messa a dura prova. Allo stesso tempo, l’Egitto sarebbe stato costretto a riportare indietro l’orologio, seguendo le teorie dei Fratelli musulmani. In altre parole, l’Egitto oggi sarebbe potuto già essere uno Stato fallito trascinato nel caos incontrollabile, o lo Stato-nazione avrebbe potuto essere stato occupato dall’autoritarismo religioso perseguito dai Fratelli musulmani.
Il Generale al-Sisi, le masse e molti politici sono intervenuti perché sapevano che il futuro dell’Egitto era in gioco. Nessuno afferma che i nuovi mediatori del potere debbano avere carta bianca, sarebbe pericoloso per qualsiasi nazione, ma è chiaro che l’Egitto ha bisogno di spazio per respirare in molti campi. Questo vale in particolare per l’economia, la ricostruzione delle istituzioni centrali per preservare l’integrità dello Stato-nazione, l’attuazione di una costituzione giusta che protegga tutti gli egiziani a prescindere dalla fede o dall’assenza di fede, impedendo la sovversione politica e religiosa, sradicando le forze settarie e altre azioni importanti. Pertanto, il generale al-Sisi e altri intermediari del potere in Egitto hanno bisogno di respirare per risolvere molti dei problemi complessi che occupano questa nazione.
Le nazioni occidentali e del Golfo hanno destabilizzato e infiltrato Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. I cui effetti arrivano in Mali, Pakistan (auto-indotto), Tunisia ed altrove, in altre parole, il caos, la riduzione dei diritti umani, la militanza religiosa, il terrorismo, le crisi economiche, il settarismo e il fallimento degli Stati nazionali. L’Egitto avrebbe potuto facilmente finire in questa lista, ma per fortuna i potenti e le masse si sono mossi per evitarlo. Naturalmente, l’Egitto deve ancora affrontare molte minacce interne ed esterne in economia, intrighi politici, fanatismo religioso e altri aspetti importanti. Tuttavia, l’Egitto ora è attualmente molto più stabile di sei mesi fa, quindi, mentre molto deve ancora essere fatto, è essenziale che gli ultra-liberali, le masse e la società egiziana tutta si uniscano per salvaguardare il futuro dell’Egitto, perché solo i militanti islamici trarranno vantaggio dalla loro divisione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mahmud Abbas conferma l’alleanza tra Mursi, Obama e Netanyahu sul Sinai

Karim Zmerli, Tunisie-secret 24 novembre 2013

Quasi la metà del Sinai sarebbe stato utilizzato per ospitare i “profughi” palestinesi di Gaza. È il presidente dell’autorità palestinese che l’ha confermato in un’intervista alla televisione egiziana CBC. Mahmud Abbas racconta la discussione avuta con Muhamad Mursi, dicendo di aver categoricamente rifiutato tale patto musulmano-sionista approvato dai due rinnegati e schiavi del Qatar, Qalid Mishal e Haniyah. L’importo dell’operazione, 8 miliardi dollari, sarebbe stato pagato dal contribuente statunitense e intascato dai Fratelli musulmani egiziani e palestinesi. Ecco perché Barack Hussein Obama ha sostenuto fino all’ultimo secondo Muhammad Mursi, la Fratellanza musulmana aveva venduto 25000 Kmq del Sinai per governare l’Egitto.

198339_508081765877888_1230558253_nDalla sua nascita in Egitto nel 1928, la Fratellanza musulmana ha offerto i propri servizi all’intelligence inglese in cambio del potere. Ha potuto ridurre il Corano a un volgare manuale politico, affiancare la causa inglese contro il nazionalismo arabo, scatenare il wahhabismo saudita contro il nasserismo… perché non vendere metà del Sinai? Vende terra, padri, madri, fratelli e figli per soldi o per potere. Tuttavia, quando la questione fu rivelata dalla stampa egiziana, dopo la rivolta patriottica egiziana, molti non volevano crederci. E’ vero che il caso sembrava così incredibilmente scandaloso e spregevole. Questa è disinformazione per screditare gli islamisti, dissero alcuni. Questa è manipolazione per legittimare il “golpe” del Generale al-Sisi, pensarono altri. Maestri dell’arte della dissimulazione e della disinformazione, gli islamisti hanno anche tentato di gettare la propria infamia sui loro avversari, affermando che sarebbe stati gli statunitensi a rovesciare Mursi in favore di al-Sisi, la cui madre, aggiunse la propaganda antisemita e islamista, sarebbe ebrea! Un vecchio riflesso antisemita che gli islamisti hanno usato contro Nasser, Burguiba e Gheddafi.
Rivelato nel luglio 2013, il caso del Sinai eppure sembrava ancora più evidente da quando Barack Hussein Obama aveva riconosciuto i fatti davanti a una forte interrogazione della Commissione d’inchiesta del Senato, il 12 settembre 2013. I senatori degli USA volevano sapere il costo finanziario del fallimento statunitense in Egitto. 28 miliardi dollari, secondo l’ammissione del presidente degli Stati Uniti. 20 miliardi di dollari pagati agli islamisti egiziani, tunisini e libici prima delle “elezioni” in questi tre Paesi, e 8 miliardi destinati ai Fratelli musulmani egiziani e ai loro accoliti di Hamas, per la porzione di territorio preso dal Sinai. Il 17 agosto 2013, l’intellettuale egiziano Henri Bulad scrisse: “Gli accordi segreti di Mursi per vendere ai suoi vicini l’Egitto, pezzo per pezzo: 40% del Sinai ad Hamas e ai palestinesi, la Nubia ad Omar al-Bashir e la porzione occidentale del territorio alla Libia…” Il giornalista algerino Mohsen Abdelmumen rivelò già nel luglio 2013 che “il presidente islamista egiziano ha concluso un contratto sconcertante per vendere il 40% del territorio del Sinai ai rifugiati palestinesi. Non è certo una dimostrazione di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, ma piuttosto di una transazione pagata dal Tesoro degli Stati Uniti, dove la Fratellanza musulmana ha intascato 8000 milioni di dollari. Il documento della transazione firmato dal deposto presidente Mursi, dal leader supremo della Fratellanza musulmana Muhammad Badie e da Qairat al-Shatir, il miliardario islamista dell’import-import, fu inviato dal generale al-Sisi al senato degli Stati Uniti. Un membro del precedente governo Mursi non aveva paura di dichiarare che tale operazione era redditizia per i Fratelli musulmani, Obama, Israele e Hamas… Intervistato nei giorni scorsi dal senato degli Stati Uniti, Obama ha tentato disperatamente di salvarsi invocando un simulacro di ragion di Stato e la presunta intenzione di voler “risolvere” il conflitto israelo-palestinese, optando per la soluzione della sostituzione della patria del popolo palestinese” (Algérie Patriotique, 20 luglio 2013).
A fine luglio 2013, il pensatore egiziano Samir Amin dichiarava che “Sì, queste informazioni sono accurate. Ci fu un accordo tra Mursi, gli statunitensi, gli israeliani e i ricchi compari dei Fratelli musulmani di Hamas a Gaza (…) Il piano di Mursi era vendere il 40% del Sinai a un prezzo insignificante non al popolo di Gaza, ma ai ricchissimi del territorio palestinese, che vi avrebbero portato dei lavoratori. Era un piano israeliano per facilitargli il compito di espellere i palestinesi, a cominciare da quelli di Gaza, nel Sinai in Egitto in modo che potessero più facilmente colonizzare il resto della Palestina, ancora araba per via della popolazione. Il piano israeliano fu approvato dagli Stati Uniti e quindi anche da Mursi. Quando la sua attuazione era iniziata, l’esercito entrò in gioco e reagì patriotticamente, cosa che va a suo onore, e disse: “Non si può vendere il Sinai a nessuno, siano anche i palestinesi e per facilitare un piano israeliano.” Fu a questo punto che l’esercito entrò in conflitto con gli statunitensi e Mursi. (Algérie Patriotique, 26 luglio 2013). Si ricordi qui che la metà del Sinai che gli islamisti si stavano preparando a vendere, fu conquistata in guerra e dopo amari negoziati con gli israeliani. Il Sinai, penisola egiziana di circa 60000 kmq, si trova tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il suo confine terrestre è il Canale di Suez ad ovest e il confine israelo-egiziano a nord-est. Il Sinai è in gran parte popolato da beduini della penisola arabica, tribù con filiazioni in Giordania e Palestina. Perso nel 1967, il Sinai fu riscattato da Sadat con la guerra dello Yom Kippur (1973) e gli accordi di pace tra Israele ed Egitto (1979), che previdero per l’Egitto la piena sovranità sul Sinai. Le sue due principali città, Sharm al-Shaiq e Taba, Hosni Mubaraq ne fece la vetrina turistica dell’Egitto.
Qui ora per i nostri lettori la traduzione delle recenti osservazioni del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmud Abbas:
Ho parlato apertamente con il Presidente Mursi e gli ho detto che non avremmo potuto mai accettare tale piano.”

Avete discusso con lui del piano? Chiede la giornalista
Sì, certo, sono stato molto chiaro con lui. Gli ho detto che Israele vuole trasferire Gaza in Egitto, che avrebbe distrutto il progetto nazionale palestinese. Gliel’ho detto con franchezza.”

Che vi ha risposto? Domanda la giornalista della CBC
Mi ha detto altre cose di cui non voglio parlare qui. Spero che lo faccia lui stesso un giorno. Ma, francamente, mi ha notevolmente sconvolto.”

La giornalista della CBC: non l’ha detto, ma quanti sono 1 milione, 1 milione e mezzo!
Sì, ha detto OK, lo faranno a Shubra. Ma la questione non era quanti erano e dove li avremmo messi. Il problema era politico, nazionalista e arabo. Il suo discorso non mi è piaciuto e mi fece capire che non avremmo potuto mai accettarlo. Francamente, abbiamo respinto categoricamente il piano.

E la giornalista della CBC commentava: “il concetto di nazione non è chiaro in patria. Né della nazione egiziana, né della nazione palestinese“.
Con o senza il consenso di Mahmud Abbas, Muhammad Mursi stava per concludere questo “affare” tanto più che 8 miliardi dollari li aveva già incassati. Guidati dal satrapo del Qatar, Qalid Mishal e Haniyah concordavano e avevano già preso la loro parte. Fortunatamente per l’Egitto, il Generale Abdelfatah al-Sisi, grazie a 30 milioni di manifestanti egiziani, poté sabotare questo piano diabolico che avrebbe consentito a Barack Hussein Obama di apparire nella storia come il presidente statunitense che avrebbe risolto il conflitto israelo-palestinese… al prezzo più basso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria ed Egitto svelano l’”agenda occulta neo-ottomana” di Erdogan

Nicola Nasser, Global Research, 20 novembre 2013
EdroganL’eruzione del conflitto siriano, all’inizio del 2011, ha segnato la fine della strategia turca ufficialmente detta “zero problemi con i vicini”, ma ancora più importante, ha rivelato l’”agenda occulta” della politica estera turca del governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Sreeram Chaulia, preside della Scuola di Affari Internazionali Jindal di Sonipat, India, l’ha descritta come “strisciante agenda nascosta” (RT.com 15 settembre 2013), ideologicamente spacciata per “islamista”. Ma una visione più profonda di ciò, disvela come il neo-ottomanismo utilizza  pragmaticamente sia l’”islamizzazione” che l’eredità di Mustafa Kemal Ataturk in politica interna e regionale della Turchia, quali strumenti per far rivivere il fu impero ottomano. Invocando l’ex grandezza imperiale del suo Paese, il ministro degli Esteri Ahmet Davotoglu scrisse: “Come nel XVI secolo… ci saranno ancora una volta i Balcani, il Caucaso e il Medio Oriente, insieme alla Turchia, al centro della politica mondiale futura. Questo è l’obiettivo della politica estera turca e noi lo realizzeremo.”
Citato da Hillel Fradkin e Lewis Libby che scrivono sull’edizione di marzo/aprile 2013 di Worldaffairsjournal, che l’obiettivo del governo del partito AKP di Erdogan per il 2023, come proclamato nel recente IV Congresso Generale, è: “Una grande nazione, una grande potenza“. Erdogan ha esortato i giovani turchi a guardare non solo al 2023, ma anche al 2071, quando la Turchia “raggiungerà il livello dei nostri antenati ottomani e selgiuchidi, entro il 2071“, come ha detto a dicembre dello scorso anno. Il “2071 segnerà i 1000 anni dalla battaglia di Manzikert“, quando i turchi selgiuchidi sconfissero l’impero bizantino, segnando l’avvento di quello ottomano, secondo Fradkin e Libby. Circa sei mesi fa, Davotoglu si sentiva così fiducioso e ottimista da valutare che “era ora finalmente possibile rivedere l’ordine imposto” dall’accordo anglo-francese Sykes-Picot del 1916 per dividersi l’eredità araba dell’impero ottomano. Davotoglu sa molto bene che i panarabi lottarono senza successo, finora, per unirsi come nazione e rigettare l’eredità dell’accordo Sykes-Picot, e non per tornare allo status quo ante ottomano, ma sa anche che i movimenti politici islamisti, come i Fratelli musulmani internazionali (MBI) e l’Hizb ut-Tahrir al-Islami (Partito islamico della liberazione) furono originariamente fondati in Egitto e in Palestina, rispettivamente, in risposta al crollo del califfato ottomano. Tuttavia, le credenziali islamiste di Erdogan non possono essere rigettate semplicemente come farsa; la sua origine e le sue azioni dal 2002, così come le sue politiche regionali dallo scoppio del conflitto siriano, meno di tre anni fa, dimostrano che crede alla sua versione di Islam quale strumento adatto a perseguire la sua non così “occulta agenda” ottomana.
Erdogan, ovviamente, cerca di reclutare musulmani come “soldati” semplici che si battono non per l’Islam, ma per le sue ambizioni neo-ottomaniste. Già prima, nel dicembre 1997, fu condannato a 10 mesi per una poesia che diceva: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati“, la poesia fu considerata un violazione del kemalismo dalla magistratura laica.

Ingannando la ‘finestra di opportunità’
Tuttavia, il machiavellismo di Erdogan non trova alcuna contraddizione tra la divulgazione islamista e la promozione del “modello turco”, che spaccia ciò che definisce Islam sunnita “moderato”, nel contesto dello Stato laico e liberale di Ataturk, sia come alternativa agli Stati tribal-conservatori-religiosi della penisola arabica che alla rivale settaria teocrazia conservatrice sciita in Iran. Percepisce l’ultimo passaggio del perno statunitense dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico come conseguente vuoto di potere regionale, fornendogli la storica finestra d’opportunità per colmare il vuoto così percepito. “L’indebolimento dell’Europa e l’influenza calante degli Stati Uniti in Medio Oriente“, sono visti dai vertici del governo del partito di Erdogan, “come la nuova possibilità di fare della Turchia un giocatore dall’influenza regionale“, ha scritto Günter Seufert sul Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) lo scorso 14 ottobre.
Gli Stati Uniti e Israele, hanno reclutato realmente la Turchia contro l’Iran, nutrendo l’illusione di Erdogan sulla leadership regionale. Si illuse con la convinzione irrealistica che la Turchia potesse arrivare a eludere le stelle nascenti del risorgente polo internazionale russo, dell’emergente polo regionale iraniano e i tradizionali attori regionali Egitto e Arabia Saudita, per non parlare di Iraq e Siria che dovrebbero sopravvivere alle loro attuali lotte interne. Di sicuro, i suoi alleati della Fratellanza musulmana internazionale (MBI) e il suo velato machiavellico appoggio logistico ad al-Qaida e ad organizzazioni terroristiche collegate, non sono e non saranno un contrappeso.
In primo luogo, s’è concentrato nella promozione del “modello turco” presso gli arabi, soprattutto durante i primi mesi della cosiddetta “primavera araba”, come esempio che sperava fosse seguito dalle masse in rivolta, posizionandolo nel ruolo di tutore e leader regionale. Ma mentre l’eruzione del conflitto siriano lo costrinse a rivelare la sua “agenda nascosta” islamista e la sua alleanza con la MBI, la rimozione dal potere in Egitto della MBI, lo scorso luglio, con tutto il suo peso geopolitico, supportata dall’altro attore regionale Arabia Saudita, l’ha colto alla sprovvista, dissipando le sue ambizioni alla leadership regionale, ma soprattutto ha rivelato la sua “agenda nascosta” neo-ottomana spingendolo ad abbandonare tutte le pretese laiche e liberali della sua retorica sul “modello turco”.

Non più ‘idolo arabo’
Erdogan e l’autore della sua politica estera Davotoglu hanno cercato così di sfruttare l’adozione araba e musulmana della questione della Palestina, come elemento centrale della loro agenda in politica estera. Dall’incontro di Erdogan con il presidente israeliano Shimon Peres, in occasione del vertice economico mondiale di Davos nel gennaio 2009, l’attacco israeliano alla nave turca di aiuti umanitari per Gaza, la Mavi Marmara e, l’anno successivo, il corteggiamento del Movimento di resistenza islamica Hamas, i governanti de facto della Striscia di Gaza palestinese assediata dagli israeliani, mentre allo stesso tempo Gaza fu colpita dall’operazione israeliana Piombo Fuso nel 2008-2009 e poi colpita nuovamente nell’operazione israeliana Colonna della difesa nel 2012, il premier turco divenne l’idolo arabo invitato a partecipare ai summit della Lega araba e a riunioni ministeriali. Tuttavia, nelle interviste a ResearchTurkey, CNN Turk e altri media, Abdullatif Sener, uno dei fondatori del partito AKP di Erdogan ed ex-viceprimo ministro e ministro delle finanze nei governi dell’AKP per circa sette anni, prima che rompesse con Erdogan nel 2008, evidenziava il machiavellismo di Erdogan mettendone in dubbio la sincerità e la credibilità del suo atteggiamento pubblico verso l’Islam, la Palestina e gli arabi.
Erdogan agisce senza considerare la religione neanche in alcune questioni di base, ma riprende taglienti messaggi religiosi… considero il partito AK non un partito islamico, ma un partito che raccoglie voti tramite discorsi islamici“, ha detto Sener aggiungendo che “il ruolo in Medio Oriente che gli è stato assegnato” è “un maggiore supporto logistico” agli islamisti che “effettuano azioni terroristiche” in Siria “con il supporto della Turchia” di Erdogan. In un’intervista alla CNN Turk, Sener sganciò una bomba quando sottolineò che il battibecco dell’AKP con Israele era “controllato”. Durante il boicottaggio diplomatico d’Israele molti appalti furono concessi ad aziende israeliane e la Turchia accettò di concedere lo status di partner della NATO ad Israele: “Se la preoccupazione dell’AKP è confrontarsi con Israele, allora perché hanno dato tale a vantaggio ad Israele?” In un’altra intervista disse che i sistemi radar della NATO installati a Malatya, servono a proteggere Israele contro l’Iran. Sener ha sostenuto che il maggiore profittatore di un crollo del governo siriano del Presidente Bashar al-Assad sarebbe Israele, perché indebolirà Hezbollah in Libano e l’Iran, ma la Turchia di Erdogan è il più ardente sostenitore di un cambiamento di regime in Siria, ha detto.
La politica siriana di Erdogan è la campana a morte della sua strategia dei “zero problemi con i vicini”, la sanguinosa palude terroristica del conflitto siriano l’ha annegata nelle sue sabbie mobili. L’articolo di Liz Sly sul Washington Post del 17 novembre evidenzia come la sua politica siriana “sia andata storta” e sia controproducente “piazzando per la prima volta al-Qaida ai confini (turchi) della NATO.” Con la sua alleanza con la MBI s’è alienato Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oltre a Siria, Iraq e Algeria, rimanendo con “zero amici” nella regione. Secondo Günter Seufert, la politica estera generale della Turchia, non solo verso la Siria, “ha fatto sbattere su un muro” la leadership del partito del governo Erdogan, “che ha visto i cambiamenti politici globali attraverso una lente ideologicamente (cioè islamica) colorata.”

Un retromarcia assai tardiva
Ora sembra che “la Turchia di Erdogan faccia già accuratamente marcia indietro in politica estera“, ha detto Seufert. E “vuole riconnettersi” con l’Iran e “la richiesta di Washington di por termine al supporto ai gruppi radicali in Siria non ha trovato orecchie sorde tra i turchi.” La “riconnessione” con l’Iran e i suoi fratelli settari iracheni allontanerà ulteriormente i sauditi che non possono tollerare una riconnessione simile del loro storico e strategico alleato degli Stati Uniti, già furiosi per l’alleanza di Erdogan con i Fratelli musulmani finanziati dal Qatar e sponsorizzati dagli Stati Uniti, non esitando a rischiare pubblicamente una frattura con gli alleati Stati Uniti sulla rimozione dal potere in Egitto della MBI, cinque mesi fa. In tale contesto s’è avuta la recente visita di Davotoglu a Baghdad, che “ha evidenziato la necessità di una grande cooperazione tra la Turchia e l’Iraq sul conflitto tra sunniti e sciiti“, secondo Turkishweekly del 13 novembre. Inoltre, ha “personalmente” voluto “trascorrere il mese di muharram di quest’anno (nei luoghi santi sciiti iracheni) di Qarbala e Najaf con i nostri fratelli (sciiti).
Nello stesso contesto della “marcia indietro”, Erdogan ha svolto il ruolo di ospite, la scorsa settimana, del presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno Massud Barzani, non ad Ankara ma a Diyarbakir, che i turchi curdi ritengono la loro capitale, come allo stesso modo i curdi iracheni amano Kirkuk. Tuttavia, lo stesso giorno della visita di Barzani, Erdogan ha escluso la possibilità di concedere ai curdi turchi il diritto universale all’autodeterminazione, annunciando la “fratellanza islamica” quale soluzione al conflitto etnico curdo in Turchia, mentre il suo vice, Bulent Arinc, annunciava che “un’amnistia generale” per i detenuti curdi “non è all’ordine del giorno.” Tre giorni prima, 15 novembre, il presidente turco Abdullah Gul ha detto, “la Turchia non può permettere il fatto compiuto” dichiarando un autogoverno curdo provvisorio ai confini meridionali con la Siria, che la politica controproducente del suo primo ministro ha installato insieme alla striscia nel nordest del territorio siriano dominata da al-Qaida. Il neo-ottomanesimo di Erdogan accusato di avere nella sua ideologia settaria islamista uno strumento, ha fallito alienandosi l’ambiente regionale sunnita e sciita, siriani, iracheni, egiziani, emirati, sauditi, libanesi, arabi, curdi, armeni, israeliani, iraniani nonché turchi, liberali e laici regionali. La sua politica estera è nel caos, pagando un prezzo economico pesante, come dimostra la recente svalutazione del 13,2% della lira turca nei confronti del dollaro.
La “marcia indietro” potrebbe essere troppo tardiva per salvare Erdogan e il suo partito alle prossime elezioni amministrative di marzo e alle elezioni presidenziali di agosto del prossimo anno.

erdogan_hollandeNicola Nasser è un giornalista arabo che vive a Birzeit, Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati da Israele.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’Egitto ha sventato il complotto di Ayman Zawahiri, Muhammad Mursi e Rashid Ghannuchi

Karim Zmerli, Tunisie-Secret, 3 novembre 2013

Le telefonate intercettate dai servizi egiziani mostrano l’estensione della congiura dei Fratelli musulmani e del loro braccio terroristico al-Qaida nella cosiddetta “primavera araba”. L’alleanza strategica tra Muhammad Mursi e Ayman Zawahiri è esattamente la stessa che il capo di al-Qaida ha stabilito con Rashid Ghannuchi, via Ansar al-Sharia. Ciò che succedeva in Egitto spiega cosa accadrà in Tunisia. Le rivelazioni dei quotidiani al-Ahram e al-Nahar.

obama-is-a-terrorist-Secondo i due principali quotidiani egiziani, al-Ahram e al-Nahar, le accuse contro Muhammad Mursi, che il governo non osa rivelare, sono molto più gravi di ciò di cui è stato accusato finora. Vi sono quattro telefonate che Mursi ebbe, direttamente o indirettamente, con il leader di al-Qaida, l’infame Ayman Zawahiri. Questo caso ci permette di capire il grado di coinvolgimento di al-Qaida nella “primavera araba” e di dedurre, dal caso egiziano, ciò che accade in Tunisia. Ayman Zawahiri è il successore del capo di al-Qaida Usama bin Ladin. Da giovanissimo attivista, il medico aderì alla setta dei Fratelli musulmani nel 1966. Nel 1979 fondò Jihad Islamica, l’organizzazione terrorista responsabile dell’assassinio di Sadat, il 6 ottobre 1981. Condannato e rilasciato dopo tre anni di prigione, si recò in Sudan e poi si unì ai jihadisti in Afghanistan per “colpire l’Armata Rossa sovietica.” Secondo l’Imam Sayad, ex-leader spirituale di Jihad islamica, nel suo libro “La vergogna della deroga” (2008), Ayman Zawahiri ha lavorato per un servizio estero attuando operazioni contro l’Egitto. Sul suo conto, vi è il tentato assassinio del primo ministro egiziano Atif Sidqi (1993) e il massacro di Luxor (62 morti), che gli valsero la pena di morte nel 1999. Nel suo libro, scritto insieme a bin Ladin, il “Fronte islamico mondiale contro ebrei e crociati” (1998), sostiene la jihad globale e la distruzione dei regimi arabi. È da quella data che la Jihad islamica si fuse ufficialmente con al-Qaida. Dopo la ben pianificata liquidazione di bin Ladin, Ayman Zawahiri divenne il n°1 di al-Qaida, nel giugno 2011. Per gli anglo-statunitensi era necessario un nuovo “partner” in questa nuova fase della “primavera araba”! Dalla sua nomina, intervenne per due volte via video per congratularsi con i tunisini per la loro “rivoluzione divina”.
Assicuratosi che il potere fosse irreversibile e che nessuno osasse sfidare il supporto degli Stati Uniti al loro progetto teocratico, Muhammad Mursi non ebbe paura di discutere con Ayman Zawahiri e Rashid Ghannuchi non nascose più la sua appartenenza alla Fratellanza musulmana islamista internazionale. Questi due lacchè dell’imperialismo si sentirono più invulnerabili del loro fratellino Barack Hussein Obama, dato il supporto finanziario del Qatar, che concesse al primo (Muhammad Mursi) 8 miliardi di dollari, e al secondo (Rashid Ghannuchi) 3 miliardi di dollari, affinché questi due Fratelli musulmani usurpassero ‘democraticamente’ il potere in Egitto e Tunisia. Con questo accordo tra gentiluomini, Muhammad Mursi dovette concedere quasi la metà del Sinai alle autorità islamiste di Gaza, in particolare ai terroristi di Hamas, a vantaggio d’Israele, e Rashid Ghannuchi dovrebbe concedere agli statunitensi una grande base nel sud della Tunisia, di cui abbiamo rivelato l’esistenza e la cui costruzione è quasi completata. Questa base sarà operativa all’inizio del gennaio 2014.
La prima telefonata registrata dai servizi egiziani indica l’accordo sulla collaborazione tra i Fratelli musulmani e al-Qaida, attraverso Muhammad Qairat al-Shatir, ricco camorrista e prima viceguida suprema dei Fratelli musulmani, Muhammad Zawahiri, fratello di Ayman Zawahiri, il terrorista islamico n°1 del mondo. La seconda telefonata tra Muhammad Mursi e Muhammad Zawahiri parla dell’avvio della collaborazione tra la presidenza egiziana e i Fratelli musulmani, da un lato, e dei Fratelli musulmani con al-Qaida, dall’altro, “per creare cellule nel Paese al fine di proteggere il nuovo governo“. In cambio, Mursi s’impegnava ad “attuare la sharia affermando che la Fratellanza musulmana, dovendo ancora prendere il potere, aveva bisogno del sostegno di tutti, non potendo attuare immediatamente il modello afgano” e che “procederà in modo progressivo” (si pensi alle confidenze di Rashid Ghannuchi ai salafiti di Ansar al-Sharia). Si scopre anche che, su richiesta di Ayman Zawahiri, Muhammad Mursi aveva liberato dei membri di al-Qaida imprigionati ai tempi di Mubaraq. La lista da amnistiare fu preparata da Muhammad Zawahiri e dal fratello Ayman, e poi presentata al Presidente della Repubblica d’Egitto che l’aveva convalidata. La stessa cosa è successa in Tunisia. I terroristi che compirono l’attentato contro la Griba di Djerba nel 2002 e portato all’operazione Sulaiman nel 2006, furono graziati da Monsif Marzuqi su richiesta di Rashid Ghannuchi, sotto il comando di Ayman Zawahiri.
Nella terza telefonata, Muhammad Mursi prometteva che sotto il suo governo non avrebbe mai incarcerato dei membri di al-Qaida. I due partiti dei Fratelli musulmani e di al-Qaida decisero di creare campi di addestramento per jihadisti nel Sinai, una pretesa “obbligatoria” di Ayman Zawahiri. Muhammad Mursi disse che era possibile soprattutto perché “non aveva alcun modo di costituire forze paramilitari per far fronte a qualsiasi tentativo di colpo di Stato.” Mursi effettivamente fornì quattro campi di addestramento ai jihadisti nel Sinai. La stessa cosa in Tunisia, con il pretesto che i jihadisti sono volontari per la guerra in Siria. La quarta telefonata fu registrata il 30 giugno 2013, il giorno del suo insediamento alla presidenza egiziana. Si svolse alla presenza di Shaiqa Assad e di Rafaa Tahtawi. Mursi chiese a Zawahiri d’”iniziare a colpire l’esercito nel Sinai, a difendere la propria legittimità perché ha già elementi che vogliono rovesciare il regime“. Nel pomeriggio, Muhammad Qairat al-Shatir incontrò una delegazione di jihadisti in presenza di Muhammad Zawahiri, chiedendogli di proteggere i musulmani e la presidenza dei fratelli da eventuali golpisti. Sappiamo il resto.
Tunisie-Secret non ha aspettato la nota analitica di Aaron Y.  Zellin dell’”Istituto di Washington per la Politica del Vicino Oriente”, pubblicata il 25 ottobre, per svelare all’opinione pubblica tunisina i legami strutturali fra al-Nahda e Ansar al-Sharia, e le relazioni “fraterne” tra Rashid Ghannuchi e Saifallah bin Hassin, il mercenario di al-Qaida in Tunisia. Ma Aaron Y.  Zllin, la cui pubblicazione della nota non è casuale (!), dimenticava di dire che Muhammad Zawahiri ha visitato la Tunisia per incontrare, nella massima segretezza, Rashid Ghannuchi nel gennaio 2012, con una falsa identità e un passaporto sudanese. L’incontrò nuovamente a Doha, ai primi di giugno dello stesso anno, in presenza di Yusif Qaradawi. Ciò che è vero per l’Egitto è vero per la Tunisia. Su richiesta della CIA, i lacchè dell’imperialismo e del sionismo, Muhammad Mursi e Muhammad Badie in Egitto, e Rashid Ghannuchi e Monsif Marzuqi in Tunisia, volevano integrare al-Qaida nel gioco “democratico” post-rivoluzionario. Da un lato, questa strategia li ha affiancati a degli alleati temibili  e ingombranti, e in secondo luogo, gli statunitensi hanno dato un contributo capitale ad al-Qaida, divenendo un prezioso ed efficace esecutore dei loro piani in Siria, Iraq e Iran. Fu il generale Abdelfattah al-Sisi che ha sventato questo piano diabolico. Da qui la fobia di Ghannuchi e Marzuqi nel vedere lo scenario egiziano riprodursi in Tunisia.

Rached Ghannouchi, leader of the Islamist Ennahda movement, Tunisia's main Islamist political party, delivers a speech during a meeting regarding International Women's Day in Tunis
Butefliqa conferma i piani per una base militare statunitense in Tunisia
Karim Zmerli, Tunisie-Secret,  6 settembre 2013

Il presidente algerino ha confermato ciò che abbiamo rivelato meno di una settimana prima. Vale a dire l’idea di una base militare statunitense nella regione di Ramada. Oltre a due coraggiosi siti d’informazione, i media tunisini hanno trattato le nostre informazioni con omertà, o accusando Tunisie-Secret di disinformazione! Oggi, trasmettono la dichiarazione esplosiva del Presidente Butefliqa, senza spiegare ai loro lettori i pro e i contro di questo caso. Ecco la nostra risposta ai nostri “colleghi” in Tunisia, così come all”ambasciatore degli Stati Uniti in Tunisia, che lo stesso giorno e sul nostro sito, aveva smentito la nostra informazione.

5807993-8658592In tutti i casi si è dimostrato, per quasi due anni (intervista a Ben Ali, omicidi politici di Tariq Maqi e Shuqri Belaid, il ruolo del Qatar nella destabilizzazione della Tunisia, il rientro in Tunisia del terrorista binladiano Tariq Marufi, il tradimento del generale Amar, il progetto islamico-fascista di al-Nahda, la spedizione jihadista in Siria, uomini d’affari disonesti, la frode elettorale dell’ottobre 2011…), non abbiamo mai cercato si disinformarvi o manipolarvi. A differenza di molti altri siti d’informazione tunisini, non siamo legati ad alcun partito politico, racket, camarilla di un qualsiasi Paese. Siamo completamente liberi e decisamente indipendenti. La base militare degli USA a Ramada non è né un sogno né disinformazione o manipolazione, o una cospirazione. E’ un fatto provato che abbiamo segnalato come tale perché la nostra fonte è indiscutibilmente affidabile. Non abbiamo pubblicato alcuna immagine satellitare e nessuna immagine topografica. Altri siti che hanno ripreso la nostra notizia, hanno fatto questo tipo di presentazione. Ma è pur vero che la base esiste. L’ambasciata degli Stati Uniti in Tunisia lo nega bellamente (vedasi la figura seguente), l’agente di Freedom House, Nureddin Bhiri, ha avuto l’ardire di dichiarare che “Queste voci sono destinate a minare la stabilità dello Stato” (TAP 4 settembre 2013). Ma questa base esiste. Questione di buon senso comune per le menti acute, se questa informazione era falsa, perché l’ambasciata degli Stati Uniti s’è presa il fastidio di negarlo lo stesso giorno e sulla pagina facebook di Tunisie-Secret? Perché Nureddin Bhiri, alias Mr. “Negazione”, che corrompe la giustizia salendo sulle spalle dei familiari dei prigionieri politici, ha tenuto una conferenza in cui si sentiva in dovere di smentire la “voce”? Tunisia, enorme base militare degli USA a Ramada

5823615-8684312Già nell’agosto 2012, durante il suo primo contatto con la stampa tunisina, il proconsole Jacob Walles aveva detto che “gli Stati Uniti non hanno basi militari in Tunisia e non hanno intenzione di andare in questa direzione,” aggiungendo che il suo Paese era disposto ad aiutare la Tunisia a “proteggere i suoi confini, affrontando il pericolo del terrorismo.” Aiutarla “supportando l’addestramento e la logistica in campo militare e nelle istituzioni della sicurezza“! Ora, questo potrebbe essere letto sul sito molto politicamente corretto di Leaders, del 28 marzo 2013: “Non c’è mai stata una questione per installare una base militare statunitense in Tunisia. Si tratta di “voci infondate”, ha detto il colonnello-maggiore Muqtar bin Nasr, portavoce del dipartimento della Difesa nazionale, reagendo alle false informazioni diffuse da alcuni media e social network. Il portavoce aveva detto alla TAP che l’incontro tra il generale Carter Ham, comandante dell’US Africa Command (AFRICOM), e il generale Rashid Amar, Capo di Stato Maggiore della Difesa, fu “una cortesia e un addio” per l’imminente pensionamento del generale statunitense (…) Gli Stati Uniti  chiesero il rafforzamento del coordinamento della sicurezza regionale tra Tunisia, Libia e Algeria per meglio affrontare le minacce sul territorio. Conservando al Nord Africa l’ultima visita nel continente africano prima del suo ritiro, il generale Carter Ham, comandante delle forze USA in Africa (Africom), ebbe una serie di colloqui a Tunisi con il capo del governo, Ali Larayadah, il nuovo ministro degli interni, Lutfi bin Jeddu e il Capo di Stato Maggiore congiunto, generale Rashid Amar. “Ci siamo concentrati, ha detto ai giornalisti, sulle sfide alla sicurezza evocando il tipo di assistenza che può essere fornita, in particolare in rapporto alle minacce di AQIM, nota non solo per la violenza e l’estremismo del gruppo che imperversa nella regione, tra i più potenti per  equipaggiamenti e risorse finanziarie. E’ chiaro che avendo un’organizzazione in molti Paesi, cerchi di affermarsi in Tunisia”. Il giornalista di Leaders concludeva: “Il comandante di AFRICOM ha detto che i suoi colloqui a Tunisi esplorarono alcune forme di cooperazione bilaterale e che l’incontro tra i funzionari dei due Paesi sviluppa la strategia in questo senso, seguendo le esigenze di Tunisia e gli interessi reciproci. Con il capo del governo, in particolare, ha osservato “un’attenzione molto alta” sulle questioni di sicurezza che mette in primo piano nelle sue preoccupazioni“.
Fu il 5 settembre 2013 che lo schiaffo svegliò gli scettici, i mercenari dei “liberatori” statunitensi e i cortigiani di al-Nahda. Il Presidente Abdelaziz Butefliqa disse che “l’Algeria non accetterà alcuna base militare ai suoi confini, anche se in nome della lotta contro il terrorismo.” Tutta la stampa algerina ne aveva parlato, e secondo al-Jajr,questa replica della presidenza algerina segue la richiesta statunitense agli algerini di creare una base militare, dopo il consenso e la predisposizione all’installazione di questa base dei tunisini”. Non si poteva essere più chiari. Il Presidente Butefliqa infatti dedicò la riunione del 2 settembre 2013, alla presenza del Capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, Generale Ahmad Qaid Salah, alla situazione della sicurezza nei confini orientali di Algeria, condivisi con la Tunisia e la Libia. In questa riunione si discusse delle decisione di Ghannuchi e Marzuqi di dichiarare zona militare chiusa i confini meridionali. In tale occasione il presidente algerino ribadiva il rifiuto di qualsiasi presenza straniera ai confini del proprio Paese, una risposta diretta alla richiesta degli Stati Uniti che il governo fantoccio e venduto della Tunisia aveva già approvato.
Ai manipolatori, giornalisti corrotti, scettici o creduloni, si ricorda che il progetto di questa base militare degli Stati Uniti risale a qualche anno fa. Ecco la prova, ciò che scrisse la serissima rivista Jeune Afrique il 12 gennaio 2004, “Si ritiene che un recente studio condotto da James Carafano e Nile Gardine per conto della Fondazione Heritage, un think-tank vicino al partito Repubblicano (“L’assistenza militare degli Stati Uniti all’Africa: la soluzione migliore”), gli Stati Uniti erano pronti a riconsiderare la loro presenza militare nel continente. Il Nord Africa ora dipende dal Comando centrale (Centcom), di Doha, in Qatar, e l’Africa sub-sahariana dal Comando europeo (Eucom). Lo studio raccomanda la creazione di due basi militari statunitensi in Marocco e Tunisia, per preposizionare truppe ed attrezzature. Questo permetterebbe alle forze statunitensi di rispondere rapidamente, se necessario, in qualsiasi punto del continente”. Ecco testualmente quanto scritto da Jeune Afrique nelle sue note confidenziali, nove anni fa. Ecco il risultato di questo accordo. Alla fine del 2006, la base statunitense in Marocco è stata attivata, il che probabilmente spiega perché l’oligarchia di sua maestà non è stata spazzata via dal fango della “primavera araba”! Come abbiamo detto nel nostro precedente articolo, al momento Ben Ali, Muammar Gheddafi, Hosni Mubaraq e Butefliqa dissero di no a George W. Bush. Se le vere intenzioni degli Stati Uniti fossero state di combattere gli islamo-terroristi nel Maghreb, avrebbero cominciano liberando la Tunisia da Rashid Ghannuchi e dalla sua setta, che hanno messo al potere. Se tali erano le loro intenzioni, “avrebbero ripulito il bagno” (la frase è di Putin sui terroristi ceceni), dal libico Abdelhakim Belhadj, ex-servo di bin Ladin e mercenario dei servizi inglesi e statunitensi. Se tali erano le loro intenzioni, avrebbero cessato di sostenere finanziariamente e logisticamente la barbarie islamofascista in Siria. Se tali erano le loro intenzioni, l’avrebbero ordinato ai ratti di Arabia Saudita e Qatar, i principali finanziatori e ideologi degli islamo-terroristi in Africa del Nord, Medio Oriente, Africa ed Europa. Ma dal 2003 in Iraq, la strategia degli Stati Uniti è perfettamente chiara: usare la feccia di al-Qaida come burattino per infiltrasi nel mondo arabo con pretesti fasulli, che non ingannano più nessuno, sulla lotta contro il terrorismo da loro stessi creato. Questa obiettiva e machiavellica alleanza permette agli statunitensi di limitare l’espansione della Cina nel mondo arabo e di tenere fuori i russi, che riescono ancora a tenere la Siria e l’Algeria.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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