La Quinta Colonna islamista di Gaza diretta da Golfo e occidente: Egitto e Siria

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 14 aprile 2014

331724_US-Saudi-ArabiaSe si vuole vedere il vicolo cieco del radicalismo taqfirista, allora basta osservare il mantra di odio e discordia a Gaza, perché questa realtà estraniata dice tutto sulla realtà internazionale di tale forma d’Islam. L’islamismo taqfirista non si preoccupa dell’identità nazionale, pertanto uccidere connazionali fa parte dell’attuale distruzione delle rispettive civiltà. Tale realtà significa che nazioni come USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito possono dirigerli manipolando vari ordini del giorno. Il risultato è che i “jihadisti internazionali” possono essere manipolati subito, mentre i “jihadisti interni” diventano la quinta colonna, come si vede in Afghanistan, Egitto, Iraq, Libia, Nigeria, Pakistan e Siria. In Egitto e in Siria i militanti islamici interni uccidono egiziani e siriani con gioia, perché la loro visione del mondo schizofrenica segue l’indottrinamento taqfirista e dei fratelli musulmani. Sarebbe stato impensabile, in passato, che i palestinesi desiderassero la jihad contro Egitto e Siria, piuttosto che occuparsi della questione palestinese. Tuttavia, i petrodollari del Golfo e la diffusione dell’ideologia salafita hanno modificato il panorama religioso e politico. Naturalmente, gli islamisti di Gaza non sono abbastanza potenti da cambiare gli eventi in Egitto e Siria. Nonostante ciò, è chiaro che gli islamisti di Gaza possono provocare caos nel Sinai e in Siria grazie ai rifornimenti di armi e partecipando al terrorismo. Allo stesso modo, se gli islamisti rispettano la melodia dei nuovi pifferai magici, continueranno a seminare altre divisioni. Ahimè, nella moderna Siria vari gruppi terroristici islamici taqfiristi, nel 2014 si massacrano a vicenda e ciò viene replicato in Afghanistan e in altre nazioni dove tale virus è libero. I petrodollari del Golfo seminano la frantumazione dei sunniti autoctoni, creando destabilizzazione, diffondendo settarismo, suscitando il terrorismo contro le minoranze non musulmane. USA, Francia, Israele, Turchia e Regno Unito “cavalcano tale tigre islamista” destabilizzando le nazioni che vogliono schiacciare. Naturalmente, l’Afghanistan fu il trampolino di lancio negli anni ’80 e primi anni ’90, ma l’evoluzione e la diffusione del salafismo è molto più potente oggi.
In Libia era necessaria la forza della NATO per bombardare e, naturalmente, agenti segreti erano  sul terreno alleati delle varie milizie e gruppi affiliati di al-Qaida. Allo stesso modo, in Siria è chiaro che gli affiliati di al-Qaida, i vari gruppi terroristici salafiti, collaborano con le potenze del Golfo e della NATO. Pertanto, in Libia e Siria sono principalmente i fratelli mussulmani, assieme ai jihadisti internazionali, che lavorano per USA, Francia, Israele, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito. Il colonnello Gheddafi in Libia non poteva mai prevedere che i libici avrebbero apertamente collaborato con le forze della NATO e che i jihadisti internazionali l’avrebbero ritenuto  un apostata. Eppure, la Libia è stata schiacciata tramite la manipolazione del malcontento interno  da parte di nazioni estere, le potenze della NATO e del Golfo e dalla terza trinità, da jihadisti internazionali e predicatori salafiti che istigano all’odio. La Siria affronta la stessa trinità, nonostante gli eventi sul campo siano assai diversi grazie alla persistenza delle Forze Armate della Siria ed altri fattori importanti. E’ interessante notare che mentre il caos abbonda in molte nazioni della cosiddetta “primavera araba”, che in realtà dovrebbe essere chiamata “cooperazione occidentale e del Golfo”, Israele e Arabia Saudita ne sono uscite indenni, mentre i jihadisti internazionali e militanti in Siria sono impegnati a combattere e uccidere in nome di Allah; è evidente che non si preoccupano d’Israele a sud e di Turchia e NATO a nord. Infatti, in più occasioni Israele ha bombardato la Siria e ciò non ha suscitati vere manifestazioni di massa, né convulsioni politiche in Medio Oriente. Allo stesso modo, è evidente che i gruppi affiliati ad al-Qaida siano notevolmente forti nel nord della Siria, potendo utilizzare la NATO in Turchia per i rifornimenti di armi.
In un video diretto ai militanti di Gaza, l’islamista shayq Ahmad Uwayda istiga all’odio verso la Siria, affermando che “è il momento del sangue e della distruzione, dell’invasione e delle battaglie“. Altre osservazioni nel video, durante la manifestazione a Gaza, sono dirette contro Egitto e Siria. Improvvisamente, il ruolo di NATO e Israele appare assai distante e chiaramente per gli intermediari delle potenze del Golfo ed occidentali, ciò è un risultato notevole. Dopo tutto, indica che l’Islam militante può essere usato come “cavallo di Troia” nella destabilizzazione interna. Pertanto, al momento giusto i jihadisti internazionali lavorano per le potenze del Golfo e occidentali. Uwayda ha dichiarato che in Egitto la “lancia dell’Islam punta al petto della spregevole laicità… Sei la nostra speranza che la shariah ritorni a ciò che era prima“.
Il Programma di studio sul terrorismo riferisce che “Post sulle bacheche jihadiste suggeriscono che ora è il momento per i jihadisti di attaccare l’Egitto per vendicarsi dell’esercito egiziano“. “Non è più possibile chiudere un occhio sul fatto ovvio che laici e miscredenti idolatri siano ostili all’Islam e gli  muovano guerra e odio“, ha detto Abdullah Muhammad Mahmud del gruppo jihadista Fondazione per gli studi e la ricerca Dawat al-Haq, scrivendo in un forum jihadista, come ha riportato il Long War Journal. “Se la jihad non viene dichiarata oggi per difendere la religione, quando lo sarà?” continuava: “I musulmani aspetteranno fin quando non verrà vietateo pregare nelle moschee?! Potranno attendere fino a quando la barba diventerà un’accusa punita con la reclusione?! Potranno aspettare fin quando i loro figli saranno nelle carceri a decine di migliaia, torturati, passandovi decine di anni della loro vita?” “O musulmani d’Egitto, se non fate la jihad oggi, allora è solo colpa vostra“. L’Egitto è molto più complesso, perché mentre Golfo e potenze occidentali hanno tutti governi anti-siriani, non succede lo stesso per questa nazione. Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo (tranne il Qatar pro-fratelli musulmani e terrorismo) sostengono finanziariamente l’Egitto perché temono di perdere la loro base di potere interna. Infatti, l’Arabia Saudita è contro l’ordine del giorno pro-fratelli musulmani dell’amministrazione Obama che ha provocato lo scontro tra Riyadh e Washington. Tuttavia, la questione della diffusione del salafismo è un problema reale per l’Egitto e altri Paesi come la Tunisia. Pertanto, i petrodollari del Golfo non devono poter diffondere l’ideologia islamista. In altre parole, i religiosi musulmani indigeni devono tendere allo spirito. Le questioni relative ai fratelli Musulmani devono essere risolte, perché tale movimento islamico vuole imporre la sua ideologia al popolo d’Egitto. Al-Ahram Weekly ha riferito nel periodo cruciale dell’anno scorso che: “Muhammad Guma, specialista di questioni palestinesi del Centro di studi politici e strategici al-Ahram, dice che mentre il “rapporto organico” tra Hamas e Fratellanza musulmana è da tempo noto, Hamas rischia di perdere quei legami mentre la brigata al-Qasam attraversa Gaza. Vi sono, dice Guma, differenze all’interno di Hamas su come rispondere agli sviluppi in Egitto. Alcuni nel movimento sollecitano moderazione ed evitano una retorica che possa essere vista come provocazione dall’esercito egiziano. La comparsa di un convoglio di al-Qasam, sostiene, suggerisce che tali voci perdono davanti allo zelo pro-fratellanza musulmana del contingente. Il governo di Hamas vede il Sinai come suo cortile di casa“, dice Guma, “un corridoio di sicurezza per armi e altre esigenze strategiche. Questo è il motivo per cui il movimento sostiene gli attacchi contro le forze di sicurezza egiziane nel Sinai. E spiega perché così tanti elementi palestinesi siano apertamente per le operazioni contro l’esercito“.
Il governo siriano nel frattempo lotta per la sua sopravvivenza contro la trinità blasfema contro questa nazione. Allo stesso modo, l’Egitto affronta convulsioni politiche interne e la minaccia terroristica nel Sinai e in altre parti del Paese. La Libia ha ceduto alla trinità e chiaramente la Siria affronta la stessa combinazione di forze, nonostante le situazioni interne siano molto diverse. Dopo tutto la Libia è stata solo “abbandonata ai lupi”, ma diverse potenti nazioni sostengono la Siria, nonostante il loro sostegno sia insufficiente rispetto a quello dei nemici della Siria. In altre parole, se le potenze del Golfo e occidentali decidono collettivamente la destabilizzazione, chiaramente le nazioni di Nord Africa e Medio Oriente vi sono assai vulnerabili. La grazia salvifica dell’Egitto è che la maggior parte delle nazioni del Golfo si oppone all’amministrazione di Obama, quando si tratta di essa. Tuttavia, la Siria non è così fortunata perché questa nazione affronta la manipolazione estera e la trinità brutale che rifiuta di andarsene. Gli islamisti di Gaza apertamente celebrano l’assassinio dei siriani e istigano all’odio contro questa nazione laica. In nessun punto mostrano la stessa volontà di morire contro Israele o la NATO in Turchia. Allo stesso modo, i jihadisti palestinesi taqfiristi sono coinvolti nella diffusione di terrorismo e caos nel Sinai, e più recentemente gli sciiti in Libano sono aggrediti dalle stesse forze che hanno abbandonato la causa palestinese. Pertanto, la schizofrenia islamista salafita è un ottimo strumento di USA, Francia, Israele, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Regno Unito nel breve termine, nazioni che condividono la stessa visione.
Gli islamisti a Gaza ora esprimono odio principalmente contro la Siria, ma anche contro l’Egitto. Il Long War Journal ha riportato, lo scorso anno: “nel mercato aperto della jihad in Siria, i giovani islamci arrivano da ogni dove per combattere” contro il regime di Assad. L’autore stesso s’è vantato che “convogli di mujahidin” di Gaza si recano in Siria per combattere e che alcuni vi sono morti“. In altre parole, l’Islam militante è uno comodo strumento della manipolazione delle nazioni estere che desiderano cambiare il panorama politico e militare. Naturalmente, se l’Afghanistan e la Libia vengono visti nel lungo termine, proprio come la destabilizzazione dell’Iraq e le politiche autodistruttive del Pakistan, allora il lungo termine sarà molto diverso, a meno che non si sostengano Stati falliti, terrorismo, settarismo, misoginia e frantumazione religiosa e culturale.
Gli islamisti di Gaza sono solo un pezzo di un puzzle molto complesso. Tuttavia, se possono abbandonare la loro patria per uccidere altri musulmani e arabi, perseguitare minoranze religiose e partecipare alle politiche antisciite in Siria, allora ciò evidenzia la nuova forza sostenuta dal Golfo e dai circoli occidentali. Infatti, le nazioni estere non hanno bisogno di una presenza sul terreno come in Afghanistan e in Iraq. Invece, la trinità può fare tutto da lontano e, se è necessario un sostegno extra, allora si potenzieranno le ratlines assieme all’ulteriore indottrinamento salafita.

26cnd-hamas.600Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Generale al-Sisi e il corretto percorso democratico dell’Egitto

Boutros Hussein e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 12 gennaio 2014
Abdel-Fatah-el-SissiIl Generale Abdel Fatah al-Sisi ha suggerito fortemente che concorrerebbe per la presidenza dell’Egitto su “richiesta del popolo”. Certo, al-Sisi è al vertice grazie a molti egiziani che numerosi guardano alla situazione in Iraq, Libia e Siria, e sanno bene che un caos notevolmente maggiore avrebbero lacerato l’Egitto. Pertanto, con una strada ancora irta di pericoli per via dei militanti della Fratellanza musulmana, è essenziale che tutte le grandi istituzioni si rafforzino in Egitto. Infatti, al-Sisi ha dichiarato, sul prossimo referendum per la Costituzione modificata, che il risultato “correggerà la via democratica per costruire uno Stato moderno, democratico a vantaggio di tutti gli egiziani”. In altre parole, al-Sisi si concentra sulla stabilizzazione dell’Egitto e sulle forze armate che devono schiacciare il terrorismo islamista nel Sinai e in altre parti del Paese, affrontando la grave questione dei Fratelli musulmani. Allo stesso tempo, al-Sisi vuole “costruire uno Stato moderno democratico“, mentre affronta molte questioni complesse che rischiano di riportare indietro l’orologio. Anche certi ultra-liberali mettendo in pericolo lo Stato, perché le loro richieste non sono realistiche nelle condizioni vigenti. Infatti, gli estremisti di tutto lo spettro politico devono rientrare nel quadro giuridico dell’Egitto. Naturalmente, gli ultra-liberali non sono una minaccia diretta alle forze armate dell’Egitto. Nonostante ciò, la nazione non può essere in ostaggio delle dimostrazioni di massa perenni che sfidano l’autorità centrale, lo stesso vale per gli obiettivi  politici contestati. Pertanto, al-Sisi cerca di porre le basi di un forte Stato centrale, mentre a poco a poco costruisce i meccanismi che porteranno ad una forte società civile basata sulla democrazia.
Al fine di raggiungere questo importante obiettivo, tutte le forze militanti terroriste e islamiste devono essere schiacciate. Accanto a ciò, gli intrighi di nazioni estere come Qatar e Turchia devono essere sventati e lo stesso vale per le bizzarre politiche degli USA. L’Egitto non vuole rapporti negativi con nessuna nazione, ma al-Sisi non può tollerare ingerenze dall’estero. Inoltre, il ruolo di Hamas deve essere affrontato perché chiaramente molte ratlines partono dalla Striscia di Gaza dirette verso il Sinai. Inoltre, Qatar e Turchia fanno sempre più leva sul campo dei Fratelli musulmani di Gaza e altrove. Ancora una volta, al-Sisi comprende pienamente che le forze della Fratellanza musulmana e forze esterne all’Egitto cercano di destabilizzare lo Stato-nazione. Tuttavia, quando le masse in Egitto si sono rivoltate contro la Fratellanza musulmana all’unisono con persone attente come al-Sisi, un futuro da incubo è stato evitato. Tale futuro da incubo veniva gradualmente introdotto in tutte le principali istituzioni dai Fratelli musulmani, che vogliono riportare indietro l’orologio. Allo stesso tempo, le forze interne ed esterne avevano programmato anche la distruzione dell’economia dell’Egitto, diffondendo settarismo, seminando divisioni nell’Egitto e innumerevoli attacchi terroristici, se non avessero raggiunto i loro obiettivi politici. Fortunatamente per l’Egitto, l’enorme caos che continua a incombere su Libia, Iraq, Siria e Yemen è stato evitato. Le ragioni per contenere tali forze sinistre si basano sulle difficili decisioni prese da al-Sisi e da altri dirigenti del corpo politico di questa nazione. Naturalmente, l’Egitto è ancora minacciato all’interno dai militanti dei Fratelli musulmani, e da una serie di gruppi terroristici e intrighi esteri. Eppure, chiaramente, l’Egitto ha evitato di divenire un altro Stato fallito grazie alle azioni delle masse e al ruolo fondamentale di persone come al-Sisi.
Ora, al-Sisi vuole “correggere il percorso democratico“, ma sa bene che può farlo solo proteggendo l’economia dal caos previsto dai Fratelli musulmani. Allo stesso modo, affinché una società civile  emerga in uno Stato democratico, tutti i movimenti pericolosi che si oppongono a un moderno Egitto devono essere schiacciati. Sempre, lo Stato nazione ha bisogno di preservare l’indipendenza dell’Egitto poiché Iraq, Libia, Siria e Yemen sono stati destabilizzati da forze estere. Al-Sisi ha detto: “Se concorro alla presidenza, sarà su richiesta del popolo e con mandato del mio esercito, lavorando in democrazia.” Ciò è a un milione di miglia di distanza dal tradimento dei Fratelli musulmani, perché tale movimento voleva usurpare lo Stato. Solo il tempo dirà ciò che gli egiziani decideranno per il loro futuro, ma chiaramente con al-Sisi numerosissimi egiziani sanno di avere una persona pronta a salvaguardare il futuro dell’Egitto. Dopo tutto, se al-Sisi non avesse protetto i desideri delle masse oggi, l’Egitto scivolerebbe in un oscuro periodo della storia grazie alla “politica da Anno Zero dei Fratelli musulmani.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Egitto adotta le misure per perseverare l’unità e rafforzare lo Stato

Boutros Hussein e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 19 dicembre 2013

article_0f7885b343398ffe_1372690302_9j-4aaqskL’Egitto è a un bivio molto difficile perché le forze estreme dell’intero spettro politico chiedono cambiamenti epocali. Da un lato, si ha il sinistro movimento dei Fratelli musulmani che cerca di riportare indietro l’orologio e di schiacciare la popolazione cristiana. Mentre dall’altra parte gli ultra-liberali temono l’attuale governo e la “mentalità islamista da anno zero” della Fratellanza musulmana. Tuttavia gli attuali leader dell’Egitto cercano una transizione per stabilizzare lo Stato-nazione contro varie forze oscure. Va sottolineato che gli ultra-liberali hanno chiaramente buone intenzioni perché cercano un sistema in Egitto basato su democrazia, trasparenza, laicità e altre forme progressiste. Nonostante questo, è essenziale che gli ultra-liberali e tutte le forze progressiste siano pazienti e che il dialogo politico, sposando preoccupazioni reali e affrontando aspetti ritenuti autoritari, si svolga attraverso i canali della diplomazia. Se no, i resti dei Fratelli musulmani e altre forze islamiste cercheranno di usurpare lo Stato centrale diffondendo la sovversione.
La BBC ha recentemente pubblicato un articolo di Orla Guerin che sorvola su molto. Guerin ha dichiarato che “C’è la crescente preoccupazione sul ritorno all’autoritarismo in Egitto, dove le autorità militari usano la mano pesante contro la libertà di espressione, soffocando proteste e arrestando attivisti“. Se Guerin e molti altri vogliono incentrarsi sull’autoritarismo e la moderazione dei Fratelli musulmani, devono riflettere su come questo partito islamista volesse imporre il dhimmi ai cristiani, un giro di vite sul ruolo delle donne nella società e la serie di progetti draconiani visti. Allo stesso modo, se certuni vogliono conoscere i “veri” Fratelli musulmani, allora ciò è testimoniato dalla distruzione di un gran numero di chiese cristiane, dal massacro di agenti di polizia, dal linciaggio degli oppositori alla loro realtà brutale. Allo stesso tempo, molti elementi delle forze di sicurezza egiziane sono stati uccisi, quest’anno, nel Sinai e in altre parti d’Egitto, a causa degli intrighi dei militanti dei vari gruppi islamisti. Ovviamente, molte ‘ratlines’ nascono da Gaza seguendo gli obiettivi della politica estera del Qatar e del collegamento evidente tra i Fratelli musulmani in Egitto e Hamas a Gaza. Allo stesso modo, altre nazioni, come la Turchia, cercano d’intromettersi e gruppi terroristici come al-Qaida invocano la jihad contro le forze centrali dell’Egitto.
Nessuno che sostenga la democrazia vuole un giro di vite nei confronti di manifestazioni o l’imposizione di controlli politici. Eppure, durante i periodi di grande instabilità in cui alcune forze cercano d’imporre la loro volontà contro la società, basandosi sul fanatismo, allora chiaramente restrizioni politici a breve termine devono essere imposte. Se il Generale Abdal Fatah al-Sisi avesse ignorato le masse che si opponevano ai draconiani Fratelli musulmani e all’usurpazione dell’apparato statale da parte di tale movimento militante, allora è chiaro che gli eventi sarebbero ulteriormente andati fuori controllo e l’economia sarebbe stata messa a dura prova. Allo stesso tempo, l’Egitto sarebbe stato costretto a riportare indietro l’orologio, seguendo le teorie dei Fratelli musulmani. In altre parole, l’Egitto oggi sarebbe potuto già essere uno Stato fallito trascinato nel caos incontrollabile, o lo Stato-nazione avrebbe potuto essere stato occupato dall’autoritarismo religioso perseguito dai Fratelli musulmani.
Il Generale al-Sisi, le masse e molti politici sono intervenuti perché sapevano che il futuro dell’Egitto era in gioco. Nessuno afferma che i nuovi mediatori del potere debbano avere carta bianca, sarebbe pericoloso per qualsiasi nazione, ma è chiaro che l’Egitto ha bisogno di spazio per respirare in molti campi. Questo vale in particolare per l’economia, la ricostruzione delle istituzioni centrali per preservare l’integrità dello Stato-nazione, l’attuazione di una costituzione giusta che protegga tutti gli egiziani a prescindere dalla fede o dall’assenza di fede, impedendo la sovversione politica e religiosa, sradicando le forze settarie e altre azioni importanti. Pertanto, il generale al-Sisi e altri intermediari del potere in Egitto hanno bisogno di respirare per risolvere molti dei problemi complessi che occupano questa nazione.
Le nazioni occidentali e del Golfo hanno destabilizzato e infiltrato Afghanistan, Iraq, Libia e Siria. I cui effetti arrivano in Mali, Pakistan (auto-indotto), Tunisia ed altrove, in altre parole, il caos, la riduzione dei diritti umani, la militanza religiosa, il terrorismo, le crisi economiche, il settarismo e il fallimento degli Stati nazionali. L’Egitto avrebbe potuto facilmente finire in questa lista, ma per fortuna i potenti e le masse si sono mossi per evitarlo. Naturalmente, l’Egitto deve ancora affrontare molte minacce interne ed esterne in economia, intrighi politici, fanatismo religioso e altri aspetti importanti. Tuttavia, l’Egitto ora è attualmente molto più stabile di sei mesi fa, quindi, mentre molto deve ancora essere fatto, è essenziale che gli ultra-liberali, le masse e la società egiziana tutta si uniscano per salvaguardare il futuro dell’Egitto, perché solo i militanti islamici trarranno vantaggio dalla loro divisione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mahmud Abbas conferma l’alleanza tra Mursi, Obama e Netanyahu sul Sinai

Karim Zmerli, Tunisie-secret 24 novembre 2013

Quasi la metà del Sinai sarebbe stato utilizzato per ospitare i “profughi” palestinesi di Gaza. È il presidente dell’autorità palestinese che l’ha confermato in un’intervista alla televisione egiziana CBC. Mahmud Abbas racconta la discussione avuta con Muhamad Mursi, dicendo di aver categoricamente rifiutato tale patto musulmano-sionista approvato dai due rinnegati e schiavi del Qatar, Qalid Mishal e Haniyah. L’importo dell’operazione, 8 miliardi dollari, sarebbe stato pagato dal contribuente statunitense e intascato dai Fratelli musulmani egiziani e palestinesi. Ecco perché Barack Hussein Obama ha sostenuto fino all’ultimo secondo Muhammad Mursi, la Fratellanza musulmana aveva venduto 25000 Kmq del Sinai per governare l’Egitto.

198339_508081765877888_1230558253_nDalla sua nascita in Egitto nel 1928, la Fratellanza musulmana ha offerto i propri servizi all’intelligence inglese in cambio del potere. Ha potuto ridurre il Corano a un volgare manuale politico, affiancare la causa inglese contro il nazionalismo arabo, scatenare il wahhabismo saudita contro il nasserismo… perché non vendere metà del Sinai? Vende terra, padri, madri, fratelli e figli per soldi o per potere. Tuttavia, quando la questione fu rivelata dalla stampa egiziana, dopo la rivolta patriottica egiziana, molti non volevano crederci. E’ vero che il caso sembrava così incredibilmente scandaloso e spregevole. Questa è disinformazione per screditare gli islamisti, dissero alcuni. Questa è manipolazione per legittimare il “golpe” del Generale al-Sisi, pensarono altri. Maestri dell’arte della dissimulazione e della disinformazione, gli islamisti hanno anche tentato di gettare la propria infamia sui loro avversari, affermando che sarebbe stati gli statunitensi a rovesciare Mursi in favore di al-Sisi, la cui madre, aggiunse la propaganda antisemita e islamista, sarebbe ebrea! Un vecchio riflesso antisemita che gli islamisti hanno usato contro Nasser, Burguiba e Gheddafi.
Rivelato nel luglio 2013, il caso del Sinai eppure sembrava ancora più evidente da quando Barack Hussein Obama aveva riconosciuto i fatti davanti a una forte interrogazione della Commissione d’inchiesta del Senato, il 12 settembre 2013. I senatori degli USA volevano sapere il costo finanziario del fallimento statunitense in Egitto. 28 miliardi dollari, secondo l’ammissione del presidente degli Stati Uniti. 20 miliardi di dollari pagati agli islamisti egiziani, tunisini e libici prima delle “elezioni” in questi tre Paesi, e 8 miliardi destinati ai Fratelli musulmani egiziani e ai loro accoliti di Hamas, per la porzione di territorio preso dal Sinai. Il 17 agosto 2013, l’intellettuale egiziano Henri Bulad scrisse: “Gli accordi segreti di Mursi per vendere ai suoi vicini l’Egitto, pezzo per pezzo: 40% del Sinai ad Hamas e ai palestinesi, la Nubia ad Omar al-Bashir e la porzione occidentale del territorio alla Libia…” Il giornalista algerino Mohsen Abdelmumen rivelò già nel luglio 2013 che “il presidente islamista egiziano ha concluso un contratto sconcertante per vendere il 40% del territorio del Sinai ai rifugiati palestinesi. Non è certo una dimostrazione di solidarietà nei confronti del popolo palestinese, ma piuttosto di una transazione pagata dal Tesoro degli Stati Uniti, dove la Fratellanza musulmana ha intascato 8000 milioni di dollari. Il documento della transazione firmato dal deposto presidente Mursi, dal leader supremo della Fratellanza musulmana Muhammad Badie e da Qairat al-Shatir, il miliardario islamista dell’import-import, fu inviato dal generale al-Sisi al senato degli Stati Uniti. Un membro del precedente governo Mursi non aveva paura di dichiarare che tale operazione era redditizia per i Fratelli musulmani, Obama, Israele e Hamas… Intervistato nei giorni scorsi dal senato degli Stati Uniti, Obama ha tentato disperatamente di salvarsi invocando un simulacro di ragion di Stato e la presunta intenzione di voler “risolvere” il conflitto israelo-palestinese, optando per la soluzione della sostituzione della patria del popolo palestinese” (Algérie Patriotique, 20 luglio 2013).
A fine luglio 2013, il pensatore egiziano Samir Amin dichiarava che “Sì, queste informazioni sono accurate. Ci fu un accordo tra Mursi, gli statunitensi, gli israeliani e i ricchi compari dei Fratelli musulmani di Hamas a Gaza (…) Il piano di Mursi era vendere il 40% del Sinai a un prezzo insignificante non al popolo di Gaza, ma ai ricchissimi del territorio palestinese, che vi avrebbero portato dei lavoratori. Era un piano israeliano per facilitargli il compito di espellere i palestinesi, a cominciare da quelli di Gaza, nel Sinai in Egitto in modo che potessero più facilmente colonizzare il resto della Palestina, ancora araba per via della popolazione. Il piano israeliano fu approvato dagli Stati Uniti e quindi anche da Mursi. Quando la sua attuazione era iniziata, l’esercito entrò in gioco e reagì patriotticamente, cosa che va a suo onore, e disse: “Non si può vendere il Sinai a nessuno, siano anche i palestinesi e per facilitare un piano israeliano.” Fu a questo punto che l’esercito entrò in conflitto con gli statunitensi e Mursi. (Algérie Patriotique, 26 luglio 2013). Si ricordi qui che la metà del Sinai che gli islamisti si stavano preparando a vendere, fu conquistata in guerra e dopo amari negoziati con gli israeliani. Il Sinai, penisola egiziana di circa 60000 kmq, si trova tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il suo confine terrestre è il Canale di Suez ad ovest e il confine israelo-egiziano a nord-est. Il Sinai è in gran parte popolato da beduini della penisola arabica, tribù con filiazioni in Giordania e Palestina. Perso nel 1967, il Sinai fu riscattato da Sadat con la guerra dello Yom Kippur (1973) e gli accordi di pace tra Israele ed Egitto (1979), che previdero per l’Egitto la piena sovranità sul Sinai. Le sue due principali città, Sharm al-Shaiq e Taba, Hosni Mubaraq ne fece la vetrina turistica dell’Egitto.
Qui ora per i nostri lettori la traduzione delle recenti osservazioni del presidente dell’Autorità palestinese, Mahmud Abbas:
Ho parlato apertamente con il Presidente Mursi e gli ho detto che non avremmo potuto mai accettare tale piano.”

Avete discusso con lui del piano? Chiede la giornalista
Sì, certo, sono stato molto chiaro con lui. Gli ho detto che Israele vuole trasferire Gaza in Egitto, che avrebbe distrutto il progetto nazionale palestinese. Gliel’ho detto con franchezza.”

Che vi ha risposto? Domanda la giornalista della CBC
Mi ha detto altre cose di cui non voglio parlare qui. Spero che lo faccia lui stesso un giorno. Ma, francamente, mi ha notevolmente sconvolto.”

La giornalista della CBC: non l’ha detto, ma quanti sono 1 milione, 1 milione e mezzo!
Sì, ha detto OK, lo faranno a Shubra. Ma la questione non era quanti erano e dove li avremmo messi. Il problema era politico, nazionalista e arabo. Il suo discorso non mi è piaciuto e mi fece capire che non avremmo potuto mai accettarlo. Francamente, abbiamo respinto categoricamente il piano.

E la giornalista della CBC commentava: “il concetto di nazione non è chiaro in patria. Né della nazione egiziana, né della nazione palestinese“.
Con o senza il consenso di Mahmud Abbas, Muhammad Mursi stava per concludere questo “affare” tanto più che 8 miliardi dollari li aveva già incassati. Guidati dal satrapo del Qatar, Qalid Mishal e Haniyah concordavano e avevano già preso la loro parte. Fortunatamente per l’Egitto, il Generale Abdelfatah al-Sisi, grazie a 30 milioni di manifestanti egiziani, poté sabotare questo piano diabolico che avrebbe consentito a Barack Hussein Obama di apparire nella storia come il presidente statunitense che avrebbe risolto il conflitto israelo-palestinese… al prezzo più basso.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria ed Egitto svelano l’”agenda occulta neo-ottomana” di Erdogan

Nicola Nasser, Global Research, 20 novembre 2013
EdroganL’eruzione del conflitto siriano, all’inizio del 2011, ha segnato la fine della strategia turca ufficialmente detta “zero problemi con i vicini”, ma ancora più importante, ha rivelato l’”agenda occulta” della politica estera turca del governo del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. Sreeram Chaulia, preside della Scuola di Affari Internazionali Jindal di Sonipat, India, l’ha descritta come “strisciante agenda nascosta” (RT.com 15 settembre 2013), ideologicamente spacciata per “islamista”. Ma una visione più profonda di ciò, disvela come il neo-ottomanismo utilizza  pragmaticamente sia l’”islamizzazione” che l’eredità di Mustafa Kemal Ataturk in politica interna e regionale della Turchia, quali strumenti per far rivivere il fu impero ottomano. Invocando l’ex grandezza imperiale del suo Paese, il ministro degli Esteri Ahmet Davotoglu scrisse: “Come nel XVI secolo… ci saranno ancora una volta i Balcani, il Caucaso e il Medio Oriente, insieme alla Turchia, al centro della politica mondiale futura. Questo è l’obiettivo della politica estera turca e noi lo realizzeremo.”
Citato da Hillel Fradkin e Lewis Libby che scrivono sull’edizione di marzo/aprile 2013 di Worldaffairsjournal, che l’obiettivo del governo del partito AKP di Erdogan per il 2023, come proclamato nel recente IV Congresso Generale, è: “Una grande nazione, una grande potenza“. Erdogan ha esortato i giovani turchi a guardare non solo al 2023, ma anche al 2071, quando la Turchia “raggiungerà il livello dei nostri antenati ottomani e selgiuchidi, entro il 2071“, come ha detto a dicembre dello scorso anno. Il “2071 segnerà i 1000 anni dalla battaglia di Manzikert“, quando i turchi selgiuchidi sconfissero l’impero bizantino, segnando l’avvento di quello ottomano, secondo Fradkin e Libby. Circa sei mesi fa, Davotoglu si sentiva così fiducioso e ottimista da valutare che “era ora finalmente possibile rivedere l’ordine imposto” dall’accordo anglo-francese Sykes-Picot del 1916 per dividersi l’eredità araba dell’impero ottomano. Davotoglu sa molto bene che i panarabi lottarono senza successo, finora, per unirsi come nazione e rigettare l’eredità dell’accordo Sykes-Picot, e non per tornare allo status quo ante ottomano, ma sa anche che i movimenti politici islamisti, come i Fratelli musulmani internazionali (MBI) e l’Hizb ut-Tahrir al-Islami (Partito islamico della liberazione) furono originariamente fondati in Egitto e in Palestina, rispettivamente, in risposta al crollo del califfato ottomano. Tuttavia, le credenziali islamiste di Erdogan non possono essere rigettate semplicemente come farsa; la sua origine e le sue azioni dal 2002, così come le sue politiche regionali dallo scoppio del conflitto siriano, meno di tre anni fa, dimostrano che crede alla sua versione di Islam quale strumento adatto a perseguire la sua non così “occulta agenda” ottomana.
Erdogan, ovviamente, cerca di reclutare musulmani come “soldati” semplici che si battono non per l’Islam, ma per le sue ambizioni neo-ottomaniste. Già prima, nel dicembre 1997, fu condannato a 10 mesi per una poesia che diceva: “Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati“, la poesia fu considerata un violazione del kemalismo dalla magistratura laica.

Ingannando la ‘finestra di opportunità’
Tuttavia, il machiavellismo di Erdogan non trova alcuna contraddizione tra la divulgazione islamista e la promozione del “modello turco”, che spaccia ciò che definisce Islam sunnita “moderato”, nel contesto dello Stato laico e liberale di Ataturk, sia come alternativa agli Stati tribal-conservatori-religiosi della penisola arabica che alla rivale settaria teocrazia conservatrice sciita in Iran. Percepisce l’ultimo passaggio del perno statunitense dal Medio Oriente all’Oceano Pacifico come conseguente vuoto di potere regionale, fornendogli la storica finestra d’opportunità per colmare il vuoto così percepito. “L’indebolimento dell’Europa e l’influenza calante degli Stati Uniti in Medio Oriente“, sono visti dai vertici del governo del partito di Erdogan, “come la nuova possibilità di fare della Turchia un giocatore dall’influenza regionale“, ha scritto Günter Seufert sul Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) lo scorso 14 ottobre.
Gli Stati Uniti e Israele, hanno reclutato realmente la Turchia contro l’Iran, nutrendo l’illusione di Erdogan sulla leadership regionale. Si illuse con la convinzione irrealistica che la Turchia potesse arrivare a eludere le stelle nascenti del risorgente polo internazionale russo, dell’emergente polo regionale iraniano e i tradizionali attori regionali Egitto e Arabia Saudita, per non parlare di Iraq e Siria che dovrebbero sopravvivere alle loro attuali lotte interne. Di sicuro, i suoi alleati della Fratellanza musulmana internazionale (MBI) e il suo velato machiavellico appoggio logistico ad al-Qaida e ad organizzazioni terroristiche collegate, non sono e non saranno un contrappeso.
In primo luogo, s’è concentrato nella promozione del “modello turco” presso gli arabi, soprattutto durante i primi mesi della cosiddetta “primavera araba”, come esempio che sperava fosse seguito dalle masse in rivolta, posizionandolo nel ruolo di tutore e leader regionale. Ma mentre l’eruzione del conflitto siriano lo costrinse a rivelare la sua “agenda nascosta” islamista e la sua alleanza con la MBI, la rimozione dal potere in Egitto della MBI, lo scorso luglio, con tutto il suo peso geopolitico, supportata dall’altro attore regionale Arabia Saudita, l’ha colto alla sprovvista, dissipando le sue ambizioni alla leadership regionale, ma soprattutto ha rivelato la sua “agenda nascosta” neo-ottomana spingendolo ad abbandonare tutte le pretese laiche e liberali della sua retorica sul “modello turco”.

Non più ‘idolo arabo’
Erdogan e l’autore della sua politica estera Davotoglu hanno cercato così di sfruttare l’adozione araba e musulmana della questione della Palestina, come elemento centrale della loro agenda in politica estera. Dall’incontro di Erdogan con il presidente israeliano Shimon Peres, in occasione del vertice economico mondiale di Davos nel gennaio 2009, l’attacco israeliano alla nave turca di aiuti umanitari per Gaza, la Mavi Marmara e, l’anno successivo, il corteggiamento del Movimento di resistenza islamica Hamas, i governanti de facto della Striscia di Gaza palestinese assediata dagli israeliani, mentre allo stesso tempo Gaza fu colpita dall’operazione israeliana Piombo Fuso nel 2008-2009 e poi colpita nuovamente nell’operazione israeliana Colonna della difesa nel 2012, il premier turco divenne l’idolo arabo invitato a partecipare ai summit della Lega araba e a riunioni ministeriali. Tuttavia, nelle interviste a ResearchTurkey, CNN Turk e altri media, Abdullatif Sener, uno dei fondatori del partito AKP di Erdogan ed ex-viceprimo ministro e ministro delle finanze nei governi dell’AKP per circa sette anni, prima che rompesse con Erdogan nel 2008, evidenziava il machiavellismo di Erdogan mettendone in dubbio la sincerità e la credibilità del suo atteggiamento pubblico verso l’Islam, la Palestina e gli arabi.
Erdogan agisce senza considerare la religione neanche in alcune questioni di base, ma riprende taglienti messaggi religiosi… considero il partito AK non un partito islamico, ma un partito che raccoglie voti tramite discorsi islamici“, ha detto Sener aggiungendo che “il ruolo in Medio Oriente che gli è stato assegnato” è “un maggiore supporto logistico” agli islamisti che “effettuano azioni terroristiche” in Siria “con il supporto della Turchia” di Erdogan. In un’intervista alla CNN Turk, Sener sganciò una bomba quando sottolineò che il battibecco dell’AKP con Israele era “controllato”. Durante il boicottaggio diplomatico d’Israele molti appalti furono concessi ad aziende israeliane e la Turchia accettò di concedere lo status di partner della NATO ad Israele: “Se la preoccupazione dell’AKP è confrontarsi con Israele, allora perché hanno dato tale a vantaggio ad Israele?” In un’altra intervista disse che i sistemi radar della NATO installati a Malatya, servono a proteggere Israele contro l’Iran. Sener ha sostenuto che il maggiore profittatore di un crollo del governo siriano del Presidente Bashar al-Assad sarebbe Israele, perché indebolirà Hezbollah in Libano e l’Iran, ma la Turchia di Erdogan è il più ardente sostenitore di un cambiamento di regime in Siria, ha detto.
La politica siriana di Erdogan è la campana a morte della sua strategia dei “zero problemi con i vicini”, la sanguinosa palude terroristica del conflitto siriano l’ha annegata nelle sue sabbie mobili. L’articolo di Liz Sly sul Washington Post del 17 novembre evidenzia come la sua politica siriana “sia andata storta” e sia controproducente “piazzando per la prima volta al-Qaida ai confini (turchi) della NATO.” Con la sua alleanza con la MBI s’è alienato Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, oltre a Siria, Iraq e Algeria, rimanendo con “zero amici” nella regione. Secondo Günter Seufert, la politica estera generale della Turchia, non solo verso la Siria, “ha fatto sbattere su un muro” la leadership del partito del governo Erdogan, “che ha visto i cambiamenti politici globali attraverso una lente ideologicamente (cioè islamica) colorata.”

Un retromarcia assai tardiva
Ora sembra che “la Turchia di Erdogan faccia già accuratamente marcia indietro in politica estera“, ha detto Seufert. E “vuole riconnettersi” con l’Iran e “la richiesta di Washington di por termine al supporto ai gruppi radicali in Siria non ha trovato orecchie sorde tra i turchi.” La “riconnessione” con l’Iran e i suoi fratelli settari iracheni allontanerà ulteriormente i sauditi che non possono tollerare una riconnessione simile del loro storico e strategico alleato degli Stati Uniti, già furiosi per l’alleanza di Erdogan con i Fratelli musulmani finanziati dal Qatar e sponsorizzati dagli Stati Uniti, non esitando a rischiare pubblicamente una frattura con gli alleati Stati Uniti sulla rimozione dal potere in Egitto della MBI, cinque mesi fa. In tale contesto s’è avuta la recente visita di Davotoglu a Baghdad, che “ha evidenziato la necessità di una grande cooperazione tra la Turchia e l’Iraq sul conflitto tra sunniti e sciiti“, secondo Turkishweekly del 13 novembre. Inoltre, ha “personalmente” voluto “trascorrere il mese di muharram di quest’anno (nei luoghi santi sciiti iracheni) di Qarbala e Najaf con i nostri fratelli (sciiti).
Nello stesso contesto della “marcia indietro”, Erdogan ha svolto il ruolo di ospite, la scorsa settimana, del presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno Massud Barzani, non ad Ankara ma a Diyarbakir, che i turchi curdi ritengono la loro capitale, come allo stesso modo i curdi iracheni amano Kirkuk. Tuttavia, lo stesso giorno della visita di Barzani, Erdogan ha escluso la possibilità di concedere ai curdi turchi il diritto universale all’autodeterminazione, annunciando la “fratellanza islamica” quale soluzione al conflitto etnico curdo in Turchia, mentre il suo vice, Bulent Arinc, annunciava che “un’amnistia generale” per i detenuti curdi “non è all’ordine del giorno.” Tre giorni prima, 15 novembre, il presidente turco Abdullah Gul ha detto, “la Turchia non può permettere il fatto compiuto” dichiarando un autogoverno curdo provvisorio ai confini meridionali con la Siria, che la politica controproducente del suo primo ministro ha installato insieme alla striscia nel nordest del territorio siriano dominata da al-Qaida. Il neo-ottomanesimo di Erdogan accusato di avere nella sua ideologia settaria islamista uno strumento, ha fallito alienandosi l’ambiente regionale sunnita e sciita, siriani, iracheni, egiziani, emirati, sauditi, libanesi, arabi, curdi, armeni, israeliani, iraniani nonché turchi, liberali e laici regionali. La sua politica estera è nel caos, pagando un prezzo economico pesante, come dimostra la recente svalutazione del 13,2% della lira turca nei confronti del dollaro.
La “marcia indietro” potrebbe essere troppo tardiva per salvare Erdogan e il suo partito alle prossime elezioni amministrative di marzo e alle elezioni presidenziali di agosto del prossimo anno.

erdogan_hollandeNicola Nasser è un giornalista arabo che vive a Birzeit, Cisgiordania, nei territori palestinesi occupati da Israele.
Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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