Ritratto dei padri della ‘rivoluzione siriana’

Armin Akopjan (Armenia), N-Idea 26 gennaio 2013
Tradotto dal russo da Oriental Review

2742955150Durante tutta la “primavera araba”, e la guerra siriana in particolare, la stampa araba ha tenuto sotto tiro le azioni dell’emiro del Qatar, della famiglia reale dell’Arabia Saudita e dei leader di Israele e Turchia. Di fronte alle notizie pubblicate, è possibile credere che non uno solo di questi attori agisca da solo, ma che siano uniti da obiettivi e interessi comuni e dal loro raggiungimento, e che il popolo del Medio Oriente stia pagando con il proprio sangue e il proprio futuro.
In riferimento a fonti d’informazione siriane, il Times of Islam riferisce delle attività di un gruppo di agenti stranieri in Siria. Questo gruppo è al servizio degli interessi di Arabia Saudita, Qatar, Israele e Turchia ed è composto da 16 membri, tutti i cittadini di Israele, Turchia, Qatar o Arabia Saudita. Agenti stranieri hanno operato travestiti da militanti terroristi e dell’esercito libero siriano, rapendo e assassinando scienziati ed esperti in vari campi, sia siriani così come palestinesi. L’esercito siriano ha recentemente annunciato che sette membri di questa banda sono stati arrestati ed interrogati. Una seconda banda di predoni ha contrabbandato rari reperti da un museo dalla Siria sul mercato nero internazionale. Naturalmente, tutto questo è stato fatto attraverso la Turchia. Le fabbriche vengono smantellate e inviate in territorio turco. Un commercio di organi umani è stato stabilito in Turchia, come lo era stato in Kosovo all’inizio degli anni 2000. I donatori sono riluttanti profughi siriani, senza mezzi per mantenere le famiglie nei campi profughi turchi.
Il capo dell’agenzia d’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, insieme con il leader del partito di opposizione libanese e membro della coalizione anti-siriana “14 marzo”, Samir Farid Geagea, gioca un ruolo importante nella destabilizzazione e nell’inasprimento della situazione in Siria e nel vicino Libano. Invia gruppi armati di terroristi per combattere in Siria e, una volta che la Siria cadesse, sarebbe il turno degli sciiti libanesi. Inoltre, la pubblicazione online araba Islam Times cita anche altre attività del principe Bandar bin Sultan come ambasciatore saudita negli Stati Uniti nel 1983-2005, che è riuscito a farsi nominare capo dell’agenzia di intelligence saudita dopo aver organizzato diversi mortali attentati terroristici nei confronti di alti ufficiali siriani. Il principe  ora sogna di ascendere al trono regale nel suo paese, e potrà riuscirci soltanto se il Presidente siriano Bashar Assad venisse assassinato.
L’oppositore libanese Samir Geagea punta anche lui a una posta più alta, la poltrona presidenziale, e il solo modo con cui potrà arrivarci è rimuovere la sciita Hezbollah. Perciò la pubblicazione sottolinea che Israele e gli Stati Uniti spingono alla “collaborazione reciproca” di entrambi. L’unico modo efficace per ottenere se non l’assassinio di Assad ma almeno la sua rovina, è il terrorismo. Al-Qaida e la sua filiazione Jabhat an-Nusra, sono proprio il tipo di strumenti utili che possono aiutare le parti interessate a rovesciare un sistema statale, prima o poi. E’ stato riportato che due istruttori di Jabhat an-Nusra hanno conseguito l’addestramento in Israele. Il piano è che in futuro non combatteranno solo contro Hezbollah, ma anche contro i salafiti libanesi. Tra i militanti vi sono anche dei curdi, che sono sotto il comando del leader curdo di al-Qaida. Samir Geagea vede un vantaggio in più per se stesso nella guerra siriana: la concentrazione di profughi cristiani siriani in Libano potrebbe portare a un cambiamento politico in termini religiosi, e preparare la propria strada  alla presidenza.
Dal 2010, gli statunitensi e il Qatar acquistarono delle armi da tribù nel sud dell’Afghanistan. Questo fu segnalato alla stampa iraniana dall’intermediario afghano Habibullah Kandahari e soci, gli statunitensi avevano anche ordinato armi da sette altri afgani. Kandahari riferisce che lui personalmente aveva fornito 4.000 pezzi in sei mesi. Tra questi, pistole e altri tipi di armi da fuoco, per le quali i precedenti proprietari erano stati pagati con grandi somme di denaro. Gli intermediari afgani consegnarono le armi acquistate per gli statunitensi all’aeroporto di Kandahar e non gli dissero nulla sulla destinazione di esse. Per non suscitare alcuna curiosità o sospetto inutile, gli statunitensi dissero che le armi venivano acquistate per garantire la sicurezza dei propri soldati nei confronti della popolazione locale. Secondo Habibullah Kandahari, egli aveva notato in privato che gli statunitensi non erano mai stati attaccati da civili, ma solo da gruppi armati. Le armi dall’Afghanistan furono caricate su aerei del Qatar e quindi inviate attraverso la Giordania in Siria, dove finirono nelle mani dei terroristi.
Gli aerei del Qatar, come gli aerei statunitensi, poterono  atterrare negli aeroporti in Afghanistan senza difficoltà e anche senza che le autorità locali ne sapessero nulla. Durante una delle riunioni del Consiglio di sicurezza nazionale, il presidente del Paese aveva anche ordinato che la totale mancanza di autorità verso gli statunitensi dovesse essere esaminata e chiarì che si doveva dare il consenso agli aerei qatarioti e statunitensi che atterravano in Afghanistan senza previo accordo, e come questo doveva essere fatto. Un esperto di sicurezza afghana osserva che, nel 2010 nessuno aveva apertamente acquistato grandi quantitativi di armi, spedendole in Giordania, ma dopo le prime proteste e manifestazioni pacifiche in Siria nel 2011, le armi vennero apertamente acquistate.
Le elezioni per la 19.ma Knesset si sono svolte in Israele il 21 gennaio e sono state vinte dal partito dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Il politico israeliano, per la sua campagna elettorale è stato finanziato dall’emiro del Qatar. La leader del partito di opposizione Kadima ed ex ministra degli esteri nel gabinetto di Ehud Olmert, Tzipi Livni, ha detto ai giornalisti che aveva ricevuto circa 3 milioni di dollari. Ha anche aggiunto che era molto amico della moglie dell’emiro.
Sbarazzandosi di leader e scienziati palestinesi ritenuti indesiderabili sia nella stessa Palestina che in Siria, e adesso pagando la campagna elettorale di un politico israeliano di estrema destra, il Qatar cerca una volta per tutte di chiudere la questione palestinese, agli occhi di tutti gli arabi, sottoponendola al controllo vigile dei Fratelli musulmani o del governo egiziano, in altre parole. Affronterà anche la questione della Giordania, in futuro, se il regime monarchico potrà essere rovesciato e il potere trasferito alla Fratellanza. Ciò vorrebbe dire che la questione palestinese sarà sepolta per sempre, in quanto in futuro, parte della popolazione palestinese sarà reinsediata in Giordania e una parte nel Sinai. Cosa in realtà su cui gli USA cercano di accordasi con Israele.
La coalizione libanese del “14 Marzo” ha ancora una volta dimostrato che non persegue gli interessi del Libano, e neanche gli interessi dei cristiani, ma di quelli di centri completamente estranei e alieni al Libano. Le attività della coalizione sono particolarmente dannose, sullo sfondo della guerra siriana, dove il sentimento anti-siriano di una parte della popolazione libanese si sta aggravando a un tale livello che potrebbe passare dalla scena politica al conflitto armato e alla guerra civile.
Per quanto riguarda tutto ciò che è stato detto in questa sede, si ricordi una citazione di Yitzak Rabin: “Vorrei che Gaza affondi in mare, ma questo non accadrà, e una soluzione deve essere trovata”. Sembra che l’emiro del Qatar e Netanyahu siano giunti alla stessa soluzione. E non solo per la Palestina…

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI.mo secolo

Recinzioni israeliane e chiacchiere egiziane

Ahmed Bensaada Reporters 13 gennaio 2013

West-Bank-WallSe la tendenza continua, Israele, in un futuro molto prossimo, sarà l’unico territorio al mondo completamente protetto da barriere artificiali. La recinzione costruita dallo Stato ebraico è comunemente chiamata “muro dell’apartheid”, ma è definita “barriera di sicurezza israeliana” dal “politicamente corretto”. Lunga più di 700 chilometri, si snoda attraverso le terre per separare fisicamente i palestinesi dagli israeliani. Si stima che solo il 20% della barriera segua il percorso della Linea Verde tra la Palestina e lo Stato ebraico, il confine di prima del 1967. La costruzione di questo recinto segregazionista, dal costo stimato di oltre 2,5 milioni di euro al chilometro, ha permesso ad Israele di erodere inesorabilmente territorio palestinese, e apertamente davanti alla comunità internazionale. Così, con il pretesto della sicurezza, il “Muro” ha favorito l’annessione di nuovi territori, oltre a complicare notevolmente la vita dei palestinesi.
Il 2 gennaio, Israele ha completato la costruzione della sezione principale della recinzione che corre lungo il confine con l’Egitto, nel Sinai. Alta cinque metri e lunga 230 chilometri, questa barriera è costituita da un recinto di filo spinato, un terrapieno di sabbia e da sofisticate infrastrutture per la raccolta di informazioni. Dopo il completamento del tratto finale di 14 km, previsto entro tre mesi, il recinto si estenderà dal porto di Eilat (sul Mar Rosso) alla Striscia di Gaza. Approfittando di questo evento per la campagna sulla sicurezza, Netanyahu, il leader israeliano, si è recato ad inaugurare l’opera che ha richiesto 45.000 tonnellate di acciaio e circa 430 milioni di dollari. “Credo che questo successo ci incoraggi ad intraprendere il nostro lavoro su altre frontiere. In futuro, chiuderemo tutti i confini di Israele“, ha detto. [1] Così, in tutto il suo splendore, ecco il sogno di “Bibi” di circondare Israele e i suoi insediamenti con il filo spinato! Ci vorrà un duro lavoro per la sua realizzazione. In effetti, il 6 gennaio 2013, veniva annunciata la costruzione di una barriera fortificata sulle alture del Golan, per una lunghezza di 70 km, lungo il confine tra Israele e Siria.
Stesso tipo di costruzione del Sinai, la recinzione dovrebbe proteggere lo Stato ebraico da possibili incursioni da parte di gruppi terroristici della regione, e da un coinvolgimento nel conflitto in Siria. Può anche (e soprattutto) garantire la tranquillità dei coloni che vivono in decine di insediamenti nella regione siriana, completandone la giudaizzazione. Per soddisfare i desideri di Netanyahu e quindi rinchiudere lo stato ebraico in una “gabbia”, non rimane a Israele che occuparsi delle frontiere siriane e giordane. Questo è ciò che il primo ministro israeliano aveva annunciato, il 1° gennaio 2012. Verrà costruito un muro lungo il confine occidentale con la Giordania, un tratto di 240 km (al costo stimato di 360 milioni di dollari).
Su un articolo sul tema, “Monitoraggio delle attività colonizzatrici israeliane nella Cisgiordania palestinese e a Gaza“, un progetto finanziato dall’Unione Europea, si è osservato che: “La decisione di Israele di installare una barriera di sicurezza lungo il confine giordano, contiene una dimensione ancora più grave del degrado delle condizioni di vita dei palestinesi. Il Giordano è considerato un confine naturale riconosciuto internazionalmente. La diplomazia dei muri israeliana, in realtà, ha lo scopo di espandere il territorio israeliano dal Mar Mediterraneo a ovest, alle rive del Giordano ad est, trascurando così il popolo palestinese e il suo diritto ad uno Stato, essendo il confine con la Giordania la porta principale verso il mondo. Così, la barriera di sicurezza al confine giordano avvia uno scenario peggiore: la deportazione forzata di tutti i palestinesi verso la Giordania, scenario considerato da alcuni gruppi israeliani e leader politici come plausibile, dato che l’esistenza del popolo palestinese viene vista come una minaccia continua all’esistenza dello Stato ebraico“. [2]
A nord, al confine israelo-libanese, la costruzione di un muro di due chilometri di lunghezza e di diversi metri di altezza, è iniziata il 30 aprile 2012. La sua utilità: separare l’insediamento israeliano di Metula dal villaggio libanese di Kafr Kila [3]. Da questo isterico auto-confinamento, l’analista israeliano Alex Fishman ha tratto una conclusione sferzante: “Siamo diventati una nazione che s’imprigiona dietro le recinzioni e si rannicchia, terrorizzata dietro scudi difensivi.” E’ diventata, dice, “una patologia mentale nazionale“. [4] Vedasi l’intervista ad Alex Fishman.
Così Israele sta costruendo barriere di sicurezza per “proteggersi” dai pericoli del suo vicinato, la “primavera” araba continua la sua opera nei paesi vicini. A Sud, dove la recinzione è quasi completa, il governo islamista guida l’Egitto con la presidenza di Mohamed Morsi. Membro dei Fratelli musulmani e primo presidente civile della repubblica, Morsi ha già fatto notizia utilizzando espressioni un po’ troppo “affettuose”, durante uno scambio epistolare con il suo omologo israeliano Shimon Peres [5].

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La lettera molto affettuosa a Peres di Morsi

Si deve riconoscere che il vocabolario di Morsi verso gli israeliani è cambiato, da quanto un soffio di primavera l’ha portato alla presidenza. Così, pochi mesi prima che la rivolta ponesse fine al regime di Mubaraq, aveva chiesto di “rompere qualsiasi rapporto con questa entità criminale (cioè Israele)”, e aveva anche detto, tra le altre cose, che “gli ebrei sono sanguisughe, discendenti dai maiali e dalle scimmie“. [6]

Dichiarazioni del presidente Morsi nel 2010

E non è tutto. Un’altra personalità della fratellanza ha scatenato una tempesta mediatica, offrendo agli ebrei egiziani che hanno fatto la loro “aliyah”, di ritornare in Egitto e recuperare i propri beni.[7] Si tratta di Issam al-Arian, vicepresidente del partito “Giustizia e Libertà” (vetrina politica dei Fratelli musulmani) e consigliere del presidente Morsi.

Dichiarazione Issam al-Arian (27 dicembre 2012)

Questa strana uscita mediatica ha sorpreso molti, soprattutto perché si è verificata appena cinque settimane dopo la fine dell’operazione omicida “Pilastro della difesa” contro Gaza, che ha causato almeno 163 morti e 1235 feriti tra i palestinesi. Inoltre, al-Arian ha accusato l’ex presidente Nasser di aver espulso gli ebrei dall’Egitto. Questa animosità “fratellesca” contro Nasser non è nuova e riemerge ogni volta che se ne presenta l’occasione. [8] Ma questa dichiarazione è stata anticipata da Kamal al-Qadi che ha fatto un’analisi dello star system dell’era del presidente Nasser. Ha mostrato, dopo una panoramica storica di quel periodo tumultuoso, che molte celebrità ebraiche egiziane (come Leila Mourad) erano venerate e rispettate dal pubblico e che Nasser aveva decorato alcuni di loro con medaglie durante cerimonie nazionali. E ha concluso: “Tutti questi segni e prove confermano che Nasser e il suo regime non sono mai stati contro la comunità ebraica [egiziana] e non hanno costretto nessuno a lasciare l’Egitto per motivi religiosi o etnici” [9]. La presidenza si è subito dissociata da Issam al-Arian, affermando che “parla a suo nome anche se fa parte dei consiglieri del presidente Mohamed Morsi” (sic) [10].
Ma in Egitto non ci sono solo gli islamisti a fare gli occhi dolci oltre il Sinai e le recinzioni elettrificate di un metro e mezzo di altezza. Maikel Nabil, un cyberattivista per la democrazia egiziano di origine copta, ha visitato Israele nel dicembre 2012. Finanziato da UN Watch, un’organizzazione affiliata al Congresso Ebraico degli USA, il viaggio è stato molto pubblicizzato dalla stampa israeliana, che l’ha definito “eroe” della rivoluzione egiziana. Maikel Nabil è divenuto famoso per la sua prigionia per opera  delle autorità militari nell’aprile 2011, cioè dopo la caduta di Mubaraq. Condannato a tre anni di carcere per aver insultato i militari sul suo blog, è stato rilasciato dopo dieci mesi di reclusione. Tale rilascio era dovuto ad una mobilitazione internazionale della blogosfera, e il perdono gli è stato accordato in occasione del primo anniversario della rivolta in Egitto. In Israele, il programma della visita ha incluso l’organizzazione di diverse conferenze. In una di esse, presso l’Università ebraica di Gerusalemme, è stato insultato dagli studenti palestinesi [11].

Maikel Nabil insultato dagli studenti palestinesi (23 dicembre 2012)

Va detto che il dissidente ha attirato l’attenzione fin dall’inizio per le sue posizioni politiche molto singolari. Anche se di origine copta, si è definito ateo, laico e filo-israeliano. Pochi giorni prima della caduta di Mubaraq, ha pubblicato un video in cui chiedeva ad Israele di mostrare solidarietà verso la “rivoluzione” in Egitto, affermando che “Mubaraq non è mai stato amico di Israele” e che “la democrazia e i diritti umani sono valori israeliani“[12].

Il messaggio video di Maikel Nabil (4 febbraio 2011)

Per giustificare il suo viaggio in Israele, Maikel Nabil ha scritto su Times of Israel: “Dopo anni di appelli per la pace, mi sono reso conto che praticare la pace è più importante che parlarne. La mia visita è un messaggio di pace della comunità egiziana, per dire che ne abbiamo avuto abbastanza di violenze e di contrasti, e vogliamo finirla. Vogliamo vivere insieme come esseri umani, senza violenza, razzismo o muri“[13]. Non poteva dirlo. Mentre lui e Issam al-Arian continuano a chiacchierare sul ritorno degli ebrei egiziani e sulle virtù della democrazia israeliana, lo Stato ebraico continua a costruire sofisticati muri che l’isolano dal mondo arabo e gli lasciano annettere altro territorio. Queste terre che ricoprono i corpi di palestinesi ancora caldi. Queste terre intrise di sangue palestinese, che non hanno ancora avuto il tempo di asciugarsi.

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Gaza, 15 novembre 2012: I membri della protezione civile scavano per recuperare i feriti sepolti sotto la sabbia (vittima dell’operazione “Pilastro della difesa”)

Riferimenti
1. Herb Keinon, La barrière sud: objectifs accomplis” Jerusalem Post, 9 gennaio 2013
2. POICA.org “La Diplomatie des Murs” Diplomazia 3 febbraio, 2012
3. Laura Stephan, “A la frontière avec le Liban, Israël érige un mur“, Le Monde, 2 maggio
4. Harriet Sherwood , “Israel extends new border fence but critics say it is a sign of weakness” The Guardian, 27 marzo 2012,
5. Ahmed Bensaada, “La tragedia di Gaza in termini della “primavera araba”“, Reporters, 10-11 dicembre 2012
6. Roger Astier, “Vidéo: Morsi: “Les juifs sont des suceurs de sang, les descendants des porcs et des singes!”", JSSNews, 5 gennaio 2013
7. Said Ali, “Avec vidéo…El-Erian demande au juifs égyptiens de retourner d’Israël“, al-Youm al-Masry, 28 dicembre 2012
8. Ahmed Bensaada, “Egitto: Fratelli e il Grande Muto” Reporters 29 dicembre 2012
9. Kamal el-Kadi, “Les stars juives sur la terre d’Égypte“, al-Quds al-Arabi, 11 gennaio 2013
10. Al-Arabiya, “La présidence égyptienne: nous ne sommes pas responsables des déclarations d’El-Erian sur les juifs“, 1 gennaio 2013
11. Robert Mackey, “Protesters Disrupt Egyptian Blogger’s Speech in Israel“, The New York Times, 24 dicembre 2012
12. Maikel Nabil, “Message to Israel Calling for solidarity with the Egyptian Revolution“, Youtube, 4 febbraio 2011
13. Maikel Nabil, “Making peace by going to Israel“, The Times di Israele, 10 dicembre 2012

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dal quotidiano algerino Reporters, 15 gennaio 2013 (pp. 12-13)

Ahmed Bensaada

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

La tragedia di Gaza ai tempi della “primavera araba”

Ahmed Bensaada, Global Research, 10 dicembre 2012

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Si tratta di un nuovo rito israeliano. Tra “il giorno delle elezioni” e il “giorno dell’inaugurazione”, date chiave della democrazia statunitense, Israele segna questo periodo e prepara le proprie elezioni bombardando spudoratamente Gaza e i suoi abitanti. Come un cacciatore che spara con un fucile dar caccia grossa contro qualsiasi cosa che si muove in una voliera, con la motivazione che il volatile l’ha inavvertitamente beccato, lo Stato ebraico stermina uomini, donne e bambini a Gaza, dopo aver volontariamente trasformato la terra palestinese in una prigione a cielo aperto. E questo non gli preclude di battersi il petto e di vantarsi delle proprie “gesta” sotto lo sguardo compiacente dei paesi occidentali, che non vedono, nell’uso di questi fuciloni, che l’equivalente dei colpi di becco.
Tuttavia, tra la mortale operazione israeliana “Piombo Fuso” (fine 2008-inizio 2009) e quella stranamente denominata “Pilastro della difesa” che ha avuto luogo di recente, il mondo arabo ha vissuto la sua “primavera”. E una domanda fondamentale si pone: questo sconvolgimento politico visto da alcuni come fondamentale, quale impatto ha avuto sulla situazione degli abitanti di Gaza, in particolare, e sulla causa palestinese in generale? Nell’elencare i protagonisti arabi o musulmani che hanno monopolizzato la scena mediatica e si sono impegnati a una possibile mediazione tra Hamas e Israele, è possibile avere una risposta. Da questo punto di vista, lo scompiglio nel cortiletto di Cairo registratosi il 17 novembre, è molto rivelatore. Quel giorno, il presidente egiziano Mohamed Morsi, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifa al-Thani e il leader di Hamas Khaled Meshaal si trovavano tutti insieme nella capitale egiziana. E quest’”allineamento dei pianeti” era tutt’altro che accidentale.

L’Egitto di Morsi
Dopo la sua elezione post-primaverile Mohamed Morsi, presidente islamista di “recupero” dopo l’ineleggibilità di Khairat al-Chater (eminenza grigia dei Fratelli musulmani), sa perfettamente che la sistemazione del dossier di Gaza è per lui di fondamentale importanza sotto diversi aspetti. In primo luogo, gli permetterebbe di guadagnare credibilità nella questione palestinese, credibilità colpita dalle ricorrenti chiusure del valico di Rafah, distruzione dei tunnel per il contrabbando tra i due Paesi (provocando l’ira dei palestinesi per la prima volta da quanto Morsi è al potere) e soprattutto dalla divulgazione delle lettere assai “amare” tra Morsi e il presidente israeliano Shimon Peres. In effetti, questo scambio di lettere apparentemente aneddotico ha scioccato gli egiziani che votano verso ciò che chiamano “entità sionista” un odio viscerale. E’ vero che frasi come “mio caro e grande amico” e “tuo amico fedele” [1] rivolte a Peres da Morsi hanno qualcosa di stupido, soprattutto quando si sa che sono scritte da un membro dei Fratelli musulmani, che ha sempre sostenuto la lotta contro l’occupante sionista. La reazione della strada egiziana è stata così forte che la presidenza ha sostenuto che si trattava di un falso [2], prima di riconoscere che le espressioni usate erano “formali” (sic) [3]. Le cortesie tra i due presidenti sono continuate in questi giorni: il presidente Peres ha detto di aver accolto con favore gli “sforzi” del Presidente Morsi “d’introdurre un cessate-il-fuoco” nel conflitto di Gaza [4].
Va notato che queste confidenze tra presidenti sono in netto contrasto con il comportamento naturale di certi personaggi egiziani incstrati, allo stesso tempo, in un programma tipo “candid camera” in cui gli viene fatto credere di essere intervistati da una rete israeliana. [5] Le reazioni degli ospiti erano sempre al di sopra delle righe, nervose e assai violentemente anti-israeliane, facendo infuriare la stampa dello Stato ebraico e suscitando accuse di antisemitismo inondanti la blogosfera. [6] Per quanto riguarda la distruzione, da parte dell’esercito egiziano, dei tunnel per il contrabbando al confine tra Egitto e Gaza, è stata decisa dal governo Morsi a seguito degli attentati mortali del 5 agosto 2012 da parte di un commando definito dalle autorità jihadista [7]. Tuttavia, i Fratelli musulmani del presidente Morsi hanno accusato il Mossad di essere dietro questi attacchi, a tale affermazione ha fatto eco ad Ismail Haniyeh, capo del governo di Hamas a Gaza. [8] Ciò è molto plausibile, in quanto la demolizione di tunnel è stata attuata principalmente per la sicurezza dello Stato d’Israele. Lo strano in questo caso, è la velocità con cui è stata presa la decisione di distruggere i tunnel. Da qui a pensare che ci fosse una collusione, non è difficile. Tanto più che le autorità israeliane hanno curiosamente accettato la presenza di truppe egiziane nella zona “C” del Sinai, solitamente autorizzata solo alla polizia egiziana, ma del tutto vietata all’esercito egiziano, secondo gli accordi di Camp David. [9] Ricordate che questa zona è una striscia di terra nella penisola del Sinai, lungo il confine israelo-egiziano fino al Golfo di Aqaba, che si estende da Rafah a Sharm el-Sheikh.
In secondo luogo, Morsi sa che un ben orchestrato atteggiamento nel conflitto israelo-palestinese lo libererebbe dall’immagine negativa di Presidente “ruota di scorta”, senza scopo e con poco carisma. [10] Per questo motivo, ad esempio, ha richiamato l’ambasciatore egiziano in Israele e inviato il suo primo ministro a Gaza, all’inizio dell’aggressione contro Gaza. Queste decisioni presentate come “eroiche” non spiegano perché ci sia voluto il bombardamento per inviare un dirigente egiziano nell’enclave palestinese. In effetti, data la vicinanza e l’affinità ideologica tra Hamas e la Fratellanza musulmana egiziana, e l’esultanza di Gaza per l’annuncio dell’elezione alla presidenza di Morsi, ci si sarebbe aspettati che il presidente egiziano si recasse a Gaza subito dopo la sua elezione. Ma Morsi non l’ha mai fatto, mentre l’emiro del Qatar vi ha recentemente compiuto una visita ufficiale. Tuttavia, dopo lo scontro di Hamas con i funzionari siriani, il governo egiziano ha autorizzato l’organizzazione palestinese a trasferire la sua sede principale da Damasco a Cairo. Questa disputa è dovuta al riconoscimento, da parte di Hamas, della coalizione ribelle siriana costituita prevalentemente da combattenti islamici. Anche se la decisione egiziana di offrire un ufficio a Hamas fa rabbrividire molti osservatori, è stata accolta con favore dalla Fratellanza musulmana egiziana. [11] Questi osservatori hanno visto un cambiamento importante nella politica egiziana, che riteneva l’OLP, (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) unico rappresentante legittimo dei palestinesi. Ovviamente, non poteva essere altrimenti per la fratellanza. Non è utile ricordare che nella sua prima visita ufficiale da primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh si era recato dai Fratelli musulmani egiziani? E che questo stesso capo di governo aveva dichiarato che Hamas è un “movimento jihadista della Fratellanza dal volto palestinese” [12]?
Dobbiamo renderci conto che, nel contesto della “primavera” araba, la decisione di ospitare Hamas a Cairo è al tempo stesso, sia il desiderio di Morsi d’isolare il presidente Bashar al-Assad, sia il desiderio egiziano d’influenzare la futura strategia del governo del movimento islamico palestinese di Gaza, insieme ad altri attori influenti come il Qatar. In terzo luogo, il rais egiziano è ben consapevole che ottenendo un cessate il fuoco nel conflitto israelo-palestinese, otterrebbe anche l’effetto di ridare un ruolo centrale all’Egitto nella questione palestinese. Inoltre, permetterebbe alla sua diplomazia nel mondo arabo di migliorare la propria immagine dopo essere stata pesantemente emarginata negli ultimi anni, in favore di certe  monarchie del Golfo. Così, oltre al problema di Gaza, la riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia aveva certamente un altro punto all’ordine del giorno: la Siria. Infatti, due giorni dopo la riunione di Cairo si apprendeva che la nuova coalizione della rivolta siriana, a Doha, si sarebbe basata a Cairo [13], mentre il vecchio Consiglio nazionale siriano (CNS) aveva sede a Istanbul. Quattro giorni dopo, il Qatar ha annunciato la nomina di un suo ambasciatore presso la coalizione siriana, un’organizzazione composta da diversi gruppi di ribelli costretti, sotto la pressione degli Stati Uniti, ad unirsi [14]. Tra l’altro, con la notevole assenza all’incontro di Cairo, dell’Arabia Saudita, uno dei principali protagonisti dalla “primaverizzazione” della Siria. E questa assenza è tutt’altro che una coincidenza, se si considerano le differenza nella copertura mediatica dell’assalto israeliano a Gaza, tra il canale del Qatar al-Jazeera e quello saudita al-Arabiya, che implicitamente riflettono le differenze politiche tra i due paesi su Gaza. [15]
Mentre aveva più volte annunciato l’intenzione di rivedere gli accordi di Camp David, Morsi ha cambiato idea quando Israele ha sollevato un’eccezione di irricevibilità dell’idea. [16] Questo apparente “successo” di Morsi nella cessazione delle ostilità tra Israele e Hamas però, gli permette di giustificare il suo cambiamento di rotta, rafforzando così l’idea della necessità dell’Egitto d’essere l’”interlocutore ufficiale” credibile dello stato ebraico, grazie agli accordi sottoscritti tra i due Paesi. In questa campo, Morsi non è poi così diverso dal suo predecessore Mubaraq, spazzato via dalla sommossa. Ma questa mancanza di audacia politica del presidente islamista, non ha cambiato l’ardore di alcuni attivisti pro-democrazia, che hanno presentato al tribunale amministrativo di Cairo una richiesta di annullamento del trattato di Camp David, in modo che il loro paese possa godere della piena sovranità politica e militare sulla penisola del Sinai. Il 30 ottobre, il ricorso è stato respinto per motivi di “incompetenza in materia” del giudice, sostenendo che i campi della politica internazionale e della sovranità del paese sono di responsabilità del presidente della repubblica. [17] Morsi si degnerà uno giorno di mantenere la promessa, che è anche quella della confraternita da cui proviene? Nell’attuale contesto geopolitico, è dubbio.

Il Qatar e la “primaverizzazione” degli arabi
Il 23 ottobre 2012, esattamente tre settimane prima della selvaggia aggressione israeliana denominata “Pilastro della difesa,” l’emiro del Qatar effettuava una visita a Gaza. Questa breve visita, descritta “storica” da alcuni osservatori, essendo la prima di un capo di Stato dal 2007, anno della presa (democratica) del potere di Hamas a Gaza, non sarebbe mai stata possibile senza l’approvazione di Egitto e Israele in particolare. Ovviamente, questo viaggio dell’emiro è stato accompagnato dalla generosa distribuzione di petrodollari, ma è chiaro che il suo obiettivo non è solo la filantropia. Come spiegare altrimenti che la generosità del Qatar ha avvantaggiato solo il governo islamico di Hamas, ma non l’intera popolazione palestinese? E perché l’emiro del Qatar non ha colto l’occasione per visitare la Cisgiordania dell’autorità palestinese?
In effetti, su questo punto, il Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) non ha apprezzato la visita. “I paesi arabi non dovrebbero perseguire la politica volta a creare un’entità separata nella Striscia di Gaza, che favorisce fondamentalmente i piani israeliani”, aveva dichiarato [18]. Infatti, il comportamento del Qatar verso la Palestina è in perfetta armonia con la volontà d’onnipresenza di questo emirato nella “primaverizzazione” del mondo arabo, un’azione che si basa sul sostegno incrollabile degli islamisti nel mondo arabo e in particolare dei Fratelli musulmani. Questa politica si è vista in Egitto, Tunisia, Libia, Siria e ora a Gaza. D’altra parte, il Qatar ha strette relazioni con Stati Uniti e molti paesi occidentali (relazioni che non ha mai cercato di nascondere, anzi tutto il contrario), è ragionevole pensare che questa visita abbia un significato politico che potrebbe anche servire interessi diversi da quelli della Palestina. In tale ottica, Jean-Pierre Béjot pone le seguenti domande: “Gli statunitensi, che danno l’idea di gestire il Qatar, hanno dato il via libera a questa visita? Questa visita era volta ad isolare la Siria e l’Iran che fino ad oggi erano i principali partner di Hamas?”[19].
Rashid Barnat va anche oltre: “A meno che il suo ‘gioco’ [del Qatar] non rientri nella strategia degli Stati Uniti: 1 – neutralizzare gli estremisti ‘da dentro’, sottraendoli da un probabile recupero iraniano sciita! Cosa che ha fatto  l’emiro del Qatar recandosi nella Striscia di Gaza di Hamas, che ha flirtato con il regime degli ayatollah e ha sostenuto Assad, un altro “amico” dell’Iran. E 2 – consentire una ripresa del dialogo tra palestinesi e israeliani, affinché Obama [...] attui il suo bel programma del discorso d’insediamento: eliminare un problema che affligge le relazioni internazionali da oltre 60 anni!“[20]. A questo proposito, alcune fonti hanno riferito di una discussione estremamente interessante tra Hamad bin Khalifa al-Thani e Ismail Haniyeh, durante la visita dell’emiro a Gaza. Secondo esse, l’incontro si è concluso con un disaccordo  evidente perché il Qatar ha posto specifiche condizioni: a) rompere l’alleanza con l’Iran, b) l’apertura di negoziati con l’entità sionista senza precondizioni, c) il riconoscimento di Israele, d) il riconoscimento di Gerusalemme a capitale di Israele e abbandono del recupero della sua orientale, ed e) l’annuncio della fine della resistenza armata e l’avvio di negoziati quali unica soluzione [21].
In definitiva, sembra che la presenza del Qatar a Cairo come importante mediatore nella questione palestinese, sia collegato ad un doppio piano. Il primo riguarda la “primaverizzazione” della causa palestinese, promuovendo il predominio di Hamas rispetto ad altri gruppi rivali e marginalizzando de facto a Gaza l’Autorità palestinese di Cisgiordania. L’obiettivo finale sarebbe la creazione di un unico governo islamico guidato da Hamas in tutti i territori palestinesi? Il secondo è legato all’abbandono dell’ala militare di Hamas e il suo allontanamento dall’”Iran sciita”, che forniva le armi. Alla luce di tutto ciò, tutto sembra suggerire che i retroscena di queste manovre siano la negoziazione di una “pace” con lo Stato ebraico d’Israele con la benedizione degli USA. E l’emiro del Qatar detiene una carta importante per il successo del progetto: Khaled Meshaal, il leader di Hamas, che apertamente si è allineato  con la politica del Qatar nel riconoscere la ribellione siriana, rompendo con Bashar al-Assad (che l’ha sostenuto e finanziato per anni) e lasciando Damasco, dove ha vissuto, trasferendosi al Four Seasons Hotel di Doha, “sotto la protezione dei suoi ospiti del Qatar” [22].
L’emiro del Qatar non possiede l’arte di sedurre coloro che alla fine diventano i suoi scagnozzi? Meno di una settimana dopo la fine dell’operazione “pilastro della difesa”, il desiderio di Hamas di allontanarsi dall’Iran veniva confermato da Moussa Abu Marzouk, vicecapo dell’ufficio politico di Hamas. Dalla sua nuova sede di Cairo, ha dichiarato che “l’Iran dovrebbe riconsiderare il suo sostegno al regime siriano”. [23] Questo desiderio di emancipazione dall’Iran è stato formulato, con cautela, da Ziad Nakhal, il vicesegretario generale della Jihad islamica palestinese. Pur riconoscendo che “senza il sostegno militare dell’Iran, la resistenza palestinese non avrebbe combattuto da molti anni“, aggiunge che “se gli arabi vogliono sostituire l’Iran, saranno i benvenuti e ringrazeremo Iran“. [24] Questo invito è volto particolarmente al Qatar. Infatti, come è possibile che il ricco emirato del Golfo, che arma i ribelli islamici in tutti i paesi arabi in cerca di una possibile “primavera” e ne sostiene la lotta contro i governi arabi, una volta amici, possa chiedere agli attivisti di Hamas d’abbandonare la lotta armata contro lo Stato di Israele, uno stato canaglia, xenofobo e assassino? Perché, al contrario, non armare i combattenti di una giusta e sacra causa come quella della Palestina, anche per acquistare un effetto dissuasivo che gli permetterebbe di negoziare da una posizione di forza, come fa apertamente in Siria? Bashar al-Assad sarebbe un nemico e Netanyahu un amico? La risposta dell’emiro del Qatar è inequivocabile: durante la conferenza stampa tenutasi il 19 novembre 2012 (quando Israele bombardava Gaza), in occasione della visita a Doha di Mario Monti, primo ministro italiano, ha affermato che “il sostegno del Qatar a Gaza si limita agli aiuti umanitari e alla ricostruzione, ma esclude le armi” [25].

Le armi di Hamas e l’industria sudanese
La notte dopo la visita dell’emiro del Qatar a Gaza (23-24 Ottobre 2012), l’aviazione israeliana bombardava il complesso militare Yarmouk, in Sudan, a sud di Khartoum. L’attacco era durato solo pochi minuti, ma le esplosioni che seguirono durarono diverse ore, indicando che lo stock di munizioni che conteneva era considerevole. Foto satellitari scattate prima e dopo l’attacco israeliano mostrano la distruzione totale del sito [26]. Il ministro dell’informazione sudanese, Ahmed Bilal Osman, ha detto che quattro aerei erano  coinvolti nell’attacco e che prove fisiche (armi che non sono esplose) accusano direttamente Israele [27]. Anche se ha assicurato che il complesso produceva solo “armi convenzionali”, molti rapporti dicono che serviva da magazzino per i missili iraniani Shehab, ed era molto probabile che esperti iraniani fornissero l’assistenza tecnica per la fabbricazione di altri tipi di armi. Israele non ha mai riconosciuto l’attacco, ma i funzionari israeliani hanno accusato il Sudan di essere un punto di transito per l’invio di armi iraniane destinate ai combattenti di Hamas. [28] I missili iraniani, come il “Fajr-5″ che ha raggiunto Gerusalemme durante l’ultimo conflitto israelo-gazawi, vennero certamente inviati dall’Iran a Gaza attraverso il Sudan inizialmente, e successivamente introdotti nell’enclave palestinese attraverso i tunnel del Sinai. [29]
Così è facile capire l’interesse d’Israele nel coinvolgere l’Egitto nella chiusura dei passaggi illegali. Ma ciò che attira maggiormente l’attenzione in questo caso, è il fatto che gli aerei israeliani hanno volato in questa missione, per circa 3600 km (andata e ritorno), senza essere individuati dal Sudan o da paesi “amici” come il vicino Egitto, la Giordania e l’Arabia Saudita. In un articolo dettagliato sull’attacco al complesso sudanese pubblicato dal Sunday Times, Uzi Mahmaini e Flora Bagenal spiegano che gli aerei israeliani avevano volato lungo il Mar Rosso, bypassando il sistema di difesa aerea dell’Egitto [30]. Alcuni giornalisti egiziani hanno persino messo in dubbio che gli aerei abbiano attraversato lo spazio aereo del loro paese.
Nella sua rubrica intitolata “Morsi ha paura d’Israele“, Mohamed Dassouki Rashdi ha scritto: “Non metto in dubbio le capacità egiziana e non lo faccio, ma semplicemente affermo il diritto del popolo di sapere se il suo territorio o spazio aereo sono stati utilizzati per un attacco a un paese vicino, o no.” Aggiungendo: “Com’è possibile che Israele sia riuscito ad attuare la distruzione del complesso sudanese con tale precisione e silenzio, senza che l’Egitto se ne accorgesse o che vi fosse alcuna reazione delle autorità egiziane? Come è possibile che gli aerei potessero volare per quattro ore, per distruggere una parte di un paese fratello, senza che il sonno degli ufficiali egiziani venisse disturbato?“[31].  E’ la Presidenza della Repubblica che si è assunta la responsabilità di rispondere (rivelando la gravità del sospetto), negando l’uso dello spazio aereo egiziano agli aerei israeliani, ma senza smentire le informazioni relative al sorvolo suggerite dal Sunday Times. [32]
Se l’ipotesi avanzata dal quotidiano britannico è vera, è legittimo porsi dei seri interrogativi sulle capacità della difesa aerea egiziana, a meno che la terra dei faraoni sia stata volontariamente cieca di fronte al bombardamento del Sudan, per garantirsi che le armi accumulate in Sudan venissero distrutte e i nuovi missili iraniani non passassero i tunnel del Sinai. Un’altra ipotesi riguardante la rotta seguita dagli aerei israeliani è stata avanzata da Ali Akbar Salehi, il ministro degli esteri iraniano. Secondo le sue informazioni, la squadriglia ha sorvolato la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Eritrea prima di bombardare il bersaglio sudanese, il che spiegherebbe il fatto che i testimoni sudanesi abbiano notato che gli aerei nemici provenissero da est [33]. Qualunque sia l’ipotesi, vi sono seri dubbi sul coinvolgimento di diversi paesi arabi nell’aggressione del Sudan, un paese “fratello” che è, inoltre, membro della Lega Araba. A meno che Israele abbia utilizzato direttamente le sue basi nell’arcipelago delle Dahlak eritree [34], ma questa possibilità non è stata avanzata da nessun osservatore.

La Turchia e il neo-ottomanesimo
La politica estera del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan e del suo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è più opportunismo che realpolitik. Originatasi dalla dottrina di “problemi zero” con i vicini, questa politica si è gradualmente evoluta dalla non ingerenza all’interferenza attiva mentre la “primavera” araba continuava a dilagare, da Cairo a Damasco. Così, anche se inizialmente dichiarava “che non ho intenzione di interferire negli affari interni dei paesi arabi” [35] Erdogan s’impegnava a favore del Consiglio nazionale di transizione (CNT) dei ribelli in Libia, dimenticando che solo pochi mesi prima aveva ricevuto, a Tripoli, il Premio Gheddafi 2010 per i diritti umani dal colonnello Gheddafi. [36] Ma la campana a morto della politica dei “zero problemi”, che dopo tutto era effimera, suonò quando è scoppiato il conflitto siriano.
Sotto la guida degli Stati Uniti, Erdogan ha tradito il presidente siriano, lo stesso che un tempo considerava un “amico”, dando alla Turchia un ruolo di primo piano nella sanguinosa guerra civile. Questa posizione aggressiva nei confronti di un paese con il quale la Turchia ha firmato accordi di libero scambio nel 2004, e abolito i visti nel 2009 (l’ultima volta Erdogan l’ha visitata il 17 gennaio 2011, su invito del suo “amico” Bashar Assad), non ha nulla a che fare con i principi morali dettati dall’introduzione di una qualsiasi democrazia in Siria. Il precedente libico è illuminante a tale proposito. La Turchia vuole piuttosto cavalcare l’onda dilagante dei governi islamici che hanno preso il potere nei paesi arabi “primaverizzati”, e vuole fare dell’AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi o Partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdogan, un modello. Il neo-ottomanismo avanzato da Erdogan e Davutoglu viene definito come la volontà di reinventare, a livello diplomatico ed economico turchi, la sfera d’influenza ottomana. [37] Pertanto, l’attuazione di questa politica di conquista sfrutta l’ascesa al potere del sunnismo politico in molte repubbliche arabe, presentando la Turchia quale modello del successo economico ottenuto da un governo islamico. Insieme a ciò la Turchia ha costruito un notevole capitale di simpatia, presso il mondo arabo, optando per un profilo filo-palestinese e molto populista. Lo scontro suscitato da Erdogan a Davos, il 29 gennaio 2009, è un esempio molto esplicito [38] e la sua presenza alla riunione tripartita Egitto-Qatar-Turchia del 17 novembre 2012 a Cairo, rientra certamente in tale ambito. Ma va sottolineato che la Turchia, sebbene filo-palestinese, non s’impedisce in ogni caso di non essere anti-israeliana. E anche se le relazioni politiche tra la Turchia e Israele si sono raffreddate in modo significativo dall’”Operazione Piombo Fuso” e dal caso della Freedom Flotilla, nel campo militare o economico tutto continua secondo il “business as usual”. Ecco alcuni esempi.
Quasi un anno dopo l’incidente di Davos, Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, venne ricevuto ad Ankara con tutta la sua delegazione. Al termine della visita, il ministro della difesa turco dichiarò che: “Fino a quando avremo gli stessi interessi, lavoreremo insieme per risolvere i problemi comuni. Inoltre, siamo alleati, siamo alleati strategici, come i nostri interessi ci obbligano ad essere.” Da parte loro, i funzionari israeliani hanno commentato la visita affermando che “nonostante le tensioni diplomatiche [...], la loro impressione era che la visita sia stata un successo, e che i turchi sono interessati a mantenere buoni rapporti” [39]. Nel giugno 2011, il quotidiano israeliano Haaretz riportava di “colloqui diretti segreti Israele e Turchia per ridurre la frattura diplomatica.” Veniamo a sapere che “i funzionari turchi e israeliani hanno avuto colloqui diretti segreti per cercare di risolvere la crisi diplomatica tra i due paesi” e che “i negoziati hanno il sostegno statunitense” [40]. In un articolo significativamente intitolato “riparazioni d’Israele e consegna di quattro droni alla Turchia come possibile segno di riapertura delle relazioni“, pubblicato il 19 maggio 2012 dal “Times of Israel”, si leggeva che Erdogan avrebbe detto che “chi qui potesse avere problemi con persone e risentimenti, può astenersi dal meeting. Tutto questo è possibile, ma quando si tratta di accordi internazionali, vi è un’etica del commercio internazionale“. [41] Quindi, è chiaro che il neo-ottomanesimo della Turchia di Erdogan e Davutoglu non danneggia le relazioni turco-israeliane, anche se le apparenze mostrano un discorso rivendicativo contro lo stato ebraico, discorso destinato ai popoli arabi, per i quali la causa palestinese è un argomento molto delicato.

Obama e i suoi piccoli piaceri asiatici
L’aggressione israeliana contro Gaza è coincisa con un breve ma piacevole tour in Asia del presidente Obama. E tra alcuni sguardi e posture d’intesa dell’attraente premier thailandese Yingluck Shinawatra, e alcuni baci “rubati” con Aung San Suu Kyi dell’opposizione birmana [42], il presidente degli Stati Uniti ha apprezzato il suo soggiorno mentre le bombe israeliane distruggevano Gaza e gli abitanti di Gaza. Dobbiamo affrontare il fatto che i Nobel per la Pace non valgono molto di questi tempi. Come spiegare altrimenti la mancanza di compassione dei due vincitori di questo prestigioso premio, in questo caso Obama (2009) e Aung San Suu Kyi (1991), per le vittime di Gaza; nessun appello per la pace è stato lanciato di concerto da questa coppia di premi Nobel in cima ai gradini della residenza di Rangoon dell’ex dissidente birmana? Al contrario, Obama ha costantemente riaffermato “il diritto d’Israele a difendersi”, vale a dire bombardare con armi pesanti un popolo sotto assedio.
Devo ammettere che il sostegno incondizionato del presidente degli Stati Uniti allo stato ebraico è in completa contraddizione con il suo famoso discorso di Cairo, dove ha affermato che “per più di sessant’anni, [il popolo palestinese] ha sopportato il dolore dell’esilio. Molti attendono nei campi profughi della Cisgiordania, di Gaza, dei Paesi vicini, una vita di pace e sicurezza che non hanno mai avuto il diritto di godersi. Sopportano umiliazioni quotidiane […], la situazione del popolo palestinese è intollerabile. L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione del popolo palestinese alla dignità, all’opportunità e a uno Stato proprio.” A proposito del famoso “diritto all’auto-difesa” di Israele, la giornalista israeliana Amira Hass la chiama la “grande vittoria della propaganda”, aggiungendo che “sostenendo l’offensiva israeliana su Gaza, i leader occidentali hanno dato carta bianca agli israeliani per fare quello che sanno fare meglio: sguazzare nel loro status di vittima e ignorare le sofferenze dei palestinesi”. [43]
Una settimana dopo il conflitto, Hillary Clinton si recava in Israele e in Egitto per discutere con i protagonisti. Il cessate il fuoco tra Hamas e Israele era stato proclamato il giorno del suo arrivo a Cairo e credito venne concesso al presidente Morsi. Strana consacrazione del presidente egiziano che aveva invano annunciato la fine delle ostilità, quel giorno, sebbene non fosse nemmeno stato in grado di fermare i bombardamenti di Gaza (anche se solo temporaneamente, e nonostante le promesse di Israele), mentre il suo primo ministro Hisham Kandil era in visita nell’enclave palestinese. [44] Il giorno dopo l’annuncio del cessate il fuoco, il New York Times pubblicava un articolo sui motivi reali dell’operazione “Pilastro della difesa.” Gli autori, David E. Sanger e Thom Shanker, spiegavano che “Il conflitto di Gaza è un test d’Israele rivolto contro l’Iran.” In effetti, secondo alcuni funzionari statunitensi e israeliani, l’operazione militare di una settimana è stata l’esercitazione per un possibile confronto futuro con l’Iran. [45] Queste esercitazioni servivano ad analizzare l’efficacia dei nuovi missili di fabbricazione iraniana in grado di raggiungere Gerusalemme, e testare l’affidabilità del sistema di difesa antimissile “Iron Dome“, messo a punto da Israele. Elemento molto interessante, l’articolo riporta anche che il bombardamento israeliano del complesso Yarmouk in Sudan, fosse solo la prima parte di un più generale indebolimento dell’Iran, proseguito con il conflitto di Gaza.
E’ chiaro che per Israele, i due attacchi hanno simili obiettivi strategici: i) la distruzione delle scorte di armi dei nemici, ii) l’addestramento delle truppe israeliane a un possibile conflitto armato diretto contro l’Iran. In effetti, la precisione e l’abilità con cui è stata condotta l’operazione contro il sito del Sudan (distanza, rifornimento di carburante, disturbo delle comunicazioni nemiche, attacchi chirurgici) dimostrano che lo Stato ebraico ha i mezzi tecnici per un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, che si trovano a distanze minori o uguali a quelle tra Israele e Yarmouk. D’altra parte, la distruzione delle armi destinate o utilizzate (rispettivamente in Sudan e Gaza), dalla resistenza palestinese, riduceva al minimo il rischio di aprire ulteriori fronti di lotta, se la decisione di attaccare l’Iran dovesse essere presa. Se a ciò si aggiunge la partecipazione attiva dell’Egitto alla chiusura dei tunnel in Sinai e il coinvolgimento del Qatar nel convincere Hamas ad accettare un cambiamento del paradigma rivoluzionario, le condizioni di un attacco israeliano contro obiettivi iraniani diventano più favorevoli per Israele e, naturalmente, per gli Stati Uniti, il loro fedele alleato in questa “crociata”. Infatti, commentando l’articolo di David E. Sanger e Thom Shanker, Lucio Manisco ha scritto che “l’inchiesta del New York Times illumina la stretta collaborazione tra Washington e Gerusalemme nei preparativi per l’offensiva contro Gaza, e di quelli di più ampia portata previsti nei prossimi mesi contro l’Iran“. [46] C’è, invece, la forte evidenza della collaborazione tra i due paesi nell’attacco al complesso di Yarmouk. Così, il quotidiano arabo al-Hayat ha citato ufficiali sudanesi dire che gli Stati Uniti sapevano dell’attacco, avendo subito chiuso la loro ambasciata a Khartoum, per paura delle rappresaglie. [47]
Se si considera tutto questo, è facile la disinvoltura e la flemma del presidente Obama durante  il suo viaggio in Asia: ha aspettato pazientemente che la prevista esercitazione delle forze israelo-statunitense terminasse, per mandare la sua segretaria di Stato a chiedere un cessate il fuoco tra i belligeranti. Capiamo perché Israele, contrariamente al solito, non ha reagito all’attacco del 21 novembre 2012 a un autobus di Tel Aviv, né posticipato la data della fine delle ostilità.

Sunniti e sciiti: uno scisma politico
La riconfigurazione geopolitica del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) a seguito della “primavera” araba, ha causato uno scisma politico sunnita-sciita. Questo scisma, che è diventato basilare nel conflitto siriano a causa della diversità dei culti in questo paese, ha un impatto diretto sulla causa palestinese. Due assi sono emersi nella regione: l’asse sunnita rappresentato, tra gli altri, da Egitto, Qatar e Turchia, e l’asse sciita formato da Iran, Siria e Hezbollah. Il primo asse ha ottimi rapporti con i paesi occidentali, mentre il secondo gruppo è attualmente l’”asse del male” per quei paesi. E’ chiaro che la riunione del 17 novembre a Cairo, costituito esclusivamente da paesi sunniti, e la presenza di Khaled Meshaal, fosse ovviamente destinato ad allontanare Hamas dagli sciiti (Iran in particolare), che la rifornivano di armi. E’ chiaro che statunitensi ed  europei giocano su questa divisione per isolare meglio e quindi indebolire l’asse sciita.
Lo scisma politico ha il suo contraltare religioso, meno insidioso ma altrettanto virulento. Così, la star televisiva di al-Jazeera, il telepredicatore del Qatar, lo sceicco al-Qaradawi, ha attaccato gli iraniani per il loro ruolo in Siria, dicendo che “hanno fallito nella loro missione e ora uccidono musulmani [cioè siriani sunniti] che non sono della loro stessa setta religiosa.” Ha poi chiamato tutti i pellegrini musulmani ad implorare Dio per punire l’Iran. [48] Si è ancora lontani dal momento in cui lo sceicco fustigava Israele, pregando Dio di dargli la possibilità, al tramonto della sua vita, “di sparare ai nemici di Allah, gli ebrei“. [49] La “primavera” araba è passata anche di lì, la sua alleanza con l’emiro del Qatar non gli permette di emettere condanne a morte che contro arabi o musulmani, in un allineamento esemplare tra politica e religione. È probabilmente per questa ragione, che non abbiamo quasi sentito alcuna condanna della selvaggia aggressione israeliana contro la popolazione di Gaza.
In conclusione, possiamo dire che la causa palestinese è senza dubbio influenzata dalla “primavera” araba. Il blocco sunnita rappresentato da Egitto, Qatar e Turchia (tutti e tre i paesi hanno ottimi rapporti con gli Stati Uniti), si prefigge di espellere Hamas dalla zona di influenza sciita iraniana, che la riforniva delle armi necessarie alla sua resistenza contro l’occupazione israeliana. La rottura di Khaled Meshaal con Bashar al-Assad, la sua alleanza con l’emiro del Qatar e il trasferimento della sede principale di Hamas da Damasco a Cairo, sono tutti segni che non ingannano. L’unica incognita in questo caso è la posizione della resistenza palestinese che opera a Gaza e che ha bisogno vitale delle armi per affermare la sua legittimità in conformità con l’ideologia del movimento. A meno che il Qatar non riesca a convincerli a rinunciare alle loro armi e ad optare per una via più pacifica, che potrebbe condurre a liberarsi della loro “organizzazione terroristica”, etichetta attribuitagli da molti paesi occidentali, e ad aderire al tavolo dei negoziati. Tuttavia, considerando gli scarsi risultati ottenuti dall’Autorità palestinese nell’adottare un tale approccio, ci si può aspettare che Hamas non avrà maggior  successo.
È sempre più chiara la dichiarazione di Leila Shahid, delegata generale dell’Autorità palestinese presso l’Unione europea: “La nostra strategia non violenta contro Israele è un fallimento [...] abbiamo fermato la lotta armata [...] e Israele ci ha dato uno schiaffo“. [50] Inoltre, e contrariamente alle apparenze i) il governo islamista di Morsi sembra mantenere rapporti privilegiati con lo Stato ebraico (corrispondenza affettuosa, la distruzione dei tunnel del Sinai, nessuna reazione all’attacco al complesso sudanese), ii) la politica neo-ottomanista della Turchia non danneggia le relazioni turco-israeliane che restano strategiche iii) le relazioni USA-Israele sono in buona forma e sulle questioni palestinese e iraniana, la collaborazione è esemplare. Mentre la Lega Araba, che un tempo aveva la questione palestinese al centro delle sue preoccupazioni, ora è completamente sottomessa agli interessi USA. Ciò che spinge alcuni a dire che questa istituzione non può davvero adottare che azioni che danneggino il mondo arabo! Infine, è interessante vedere l’oscillazione del pendolo che si svolge in Palestina: a Gaza, viene fatto di  tutto per rendere Hamas frequentabile per Israele e gli Stati Uniti, nella West Bank, l’Autorità palestinese provoca le ire di Tel Aviv e Washington, e nonostante le pressioni e le intimidazioni, ottiene lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Il che ci porta alla domanda esistenziale: prima di discutere del ruolo di paesi terzi, può esserci una soluzione al problema della Palestina senza una riunificazione politica dei due territori palestinesi?

Ahmed Bensaada, Montréal 6 dicembre 2012

Riferimenti
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2- Jonathan-Simon Sellem, “Égypte: “la lettre amicale de Morsi à Peres est une fausse””, JSSNews, 1 agosto 2012
3- al-Masry al-Youm, “Morsy’s letter to Peres not friendly, just protocol, say diplomats”, Egypt Independent, 18 ottobre 2012
4- L’Orient le jour, “Peres salue les “efforts” de Morsi pour une trêve”, 19 novembre 2012
5- E’ un programma televisivo egiziano intitolato “al-Hokm baad al-Moudawala”. È possibile vederne degli estratti delle puntate che hanno ottenuto un grande successo qui
6- Salma Abdelaziz, “Egyptian prank show exposes anti-Israeli sentiment”, CNN, 11 agosto 2012
7- Hélène Jaffiol, “Gaza: la fin des tunnels”, Slate.fr, 29 settembre 2012
8- AFP, “Égypte: selon les Frères musulmans, l’attaque du Sinaï peut être attribuée au Mossad”, Radio-Canada, 6 agosto 2012
9- Una eccellente carta interattiva del Sinai può essere consultata sul sito della FMO (Forza Multinazionale degli Osservatori in Sinai)
10- Ian Black, “Mohammed Morsi: Brotherhood’s backroom operator in the limelight”, The Guardian, 25 maggio 2012
11- Majdi Abou Eleil e Ahmed Tahar, “Le Hamas transfèrera au Caire son principal siège”, al-Watan News, 12 settembre 2012
12- Ramzy Baroud, “Hamas and the Brotherhood: Reanimating History”, Palestine Chronicle, 2 gennaio 2012
13- AFP, “La nouvelle Coalition syrienne basée en Égypte”, 24 Heures, 19 novembre 2012
14- Dedefensa.org, “Les dessous coquins de l’accord de Doha”, 14 novembre 2011
15- Amin Hamadé, “Comment Al-Jazira et sa rivale Al-Arabiya couvrent-elles la guerre à Gaza?”, Courrier International, 22 novembre 2012
16- Ria Novosti, “Égypte: aucune révision des accords de Camp David (officiel), 26 settembre 2012
17- Chimaa al-Karanchaoui, “Le tribunal administratif se déclare non compétent dans l’annulation ou la modification de “Camp David”, al-Masry al-Youm, 30 novembre 2012,
18- AFP, “Visite “historique” de l’émir du Qatar à Gaza”, Le Monde.fr, le 23 ottobre 2012
19- Jean-Pierre Bejot, “Qatar est-il le nouveau nom de “l’impérialisme”, de “la mondialisation”, de ”l’Internationale islamique”…? (3/4)”, La Dépêche diplomatique, 31 ottobre 2012
20- Rachid Barnat, “À quoi joue l’émir du Qatar?”, Kapitalis, 8 novembre 2012
21- al-Manar, “Hamad bin Khalifa à Haniyeh: rompez votre alliance avec l’Iran et…”, 17 novembre 2012
22- Georges Malbrunot, “L’émir du Qatar affiche son parti pris pro-Hamas à Gaza”, Le Figaro.fr, 23 ottobre 2012
23- AFP, “Hamas: L’Iran devrait reconsidérer sa position à l’égard du régime syrien”, al-Masry al-Youm, 26 novembre 2012,
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28- AFP, “Le Soudan nie tout rôle de l’Iran dans son usine d’armes de Yarmouk”, Courrier International, 29 ottobre 2012
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31- Mohamed Dassouki Rachdi, “Morsi at-il peur d’Israël?”, al-Youm al-Sabaa, 31 ottobre 2012
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33- Gérard Fredj, “Bombardement israélien au Soudan – Des pays arabes auraient ouvert leur espace aérien aux avions israéliens”, Israël Infos, 6 novembre 2012
34- Muhammed Salahuddin, “Israel’s second largest base is on Eritrea’s Dahlak Islands”, Arab News, 31 agosto 2006,
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40- Barak Ravid, “Israel and Turkey holding secret direct talks to mend diplomatic rift”, Haaretz, 21 giugno 2012
41- Yifa Yaakov, “Israel fixes, returns four aerial drones to Turkey in possible sign of warming ties”, The Times of Israel, 19 maggio 2012
42- AP e Daily Mail Reporter, “The charmer-in-chief: Obama gets flirty as he schmoozes with Thai prime minister on first stop of historic Asia visit”, Daily Mail, 18-19 novembre 2012
43- Amira Hass, “Israel’s ‘right to self-defense’ – a tremendous propaganda victory”, Haaretz, 19 novembre 2012
44- AFP, “Israël viole la trêve et bombarde Gaza lors de la visite de Kandil”, al-Youm al-Sabaa, 16 novembre 2012
45- David E. Sanger e Thom Shanker, “For Israel, Gaza Conflict Is Test for an Iran Confrontation”, The New York Times, 22 novembre 2012
46- Lucio Manisco, “Bombardements aéronavals sur Gaza pour essayer les nouvelles armes israéliennes en vue de l’imminente guerre contre l’Iran”, Global Research, 24 novembre
47- Jonathan Schanzer, “Israël et les États-Unis viennent-ils juste de coopérer pour un Galop d’essai, en vue d’une Intervention en Iran?”, Israël Magazine, 2 novembre 2012
48- al-Quds al-Arabi, “al-Qardaoui: l’Iran, la Russie et la Chine sont les ennemis de la Nation et les pèlerins doivent implorer Dieu pour les punir”, 13 ottobre 2012
49- Youtube, “al-Qaradawi praising Hitler’s antisemitism”, Video inserito il 10 febbraio 2009
50- Leïla Shahid, “Notre stratégie non-violente face à Israël est un échec”, RTBF, 18 novembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il balzo dell’ADM: Il governo siriano non userà le armi chimiche contro i suoi stessi cittadini

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 5 dicembre 2012

318767La Siria non userà armi chimiche o biologiche contro il proprio popolo. L’amministrazione Obama e compagnia stanno solo riciclando gli stessi pretesti utilizzati mesi prima contro Damasco. Queste dichiarazioni sono false e vacue. Possono facilmente essere smontate quale retorica. Tutto quello che dobbiamo fare è guardare ai fatti recenti. Nel 2011 non furono formulate accuse simili contro un altro paese arabo? Non sostenevano che Muammar Gheddafi avesse usato armi chimiche contro la sua stessa popolazione? Non affermavano prima anche che Gheddafi e l’esercito libico arruolavano mercenari africani neri per uccidere i cittadini libici? O che i jet libici uccidevano manifestanti libici? Cosa è successo del genocidio a Bengasi? Ora non c’è altro che silenzio e ricordi perduti. Furono fatte dichiarazioni, moralità e responsabilità furono invocate, e poi un paese arabo in ascesa è stato bombardato. Un motore del progresso economico dell’Africa è stato spento e in una notte un’intera società è stata saccheggiata.
C’è stato anche il caso da manuale dell’Iraq, prima ancora delle bugie sulla Jamahiriya libica. Non furono l’amministrazione Bush, Tony Blair e la loro cerchia di criminali di guerra al comando, a mentire a tutta la comunità internazionale dicendo che l’Iraq aveva un programma di armi nucleari e armi di distruzione di massa nel 2003? Che cosa è successo di quelle ADM? Non si tratta di qualcosa che possa essere facilmente derisa. Più di un milione di iracheni è morto a causa delle menzogne spacciate dalla coppia anglo-statunitense. Per non parlare del danno ecologico e del genocidio intellettuale perpetrato contro l’intellighenzia e le classi professionali dell’Iraq.
Cerchiamo di essere chiari, la Siria ha minacciato di usare armi chimiche contro qualsiasi forza d’invasione il 23 luglio 2012. In primo luogo, la dichiarazione è stata fatta in un contesto difensivo. In secondo luogo, era diretta contro minacce militari. È molto diverso dal pensare di usare armi chimiche contro i propri cittadini, in particolare i civili.

Obama e la NATO condividono la stessa sceneggiatura
Non è un caso che sia l’amministrazione Obama che la NATO cantino la stessa melodia minacciosa contro la Repubblica araba siriana. Sia il governo degli Stati Uniti che la NATO minacciano sugli stessi punti. Naturalmente c’è una ragione per ciò, e non è a causa di una qualche preoccupazione umanitaria per il popolo siriano. Le minacce arrivano in un momento in cui la NATO schiera missili Patriot al confine della Turchia con la Siria, con il pretesto orwelliano di proteggere i cieli della Turchia da un attacco siriano.
L’ultima cosa che il governo in Siria farà è attaccare la Turchia. Anche se Israele è l’eccezione, Damasco è troppo impegnata a cercare di ripulire casa per rappresentare una minaccia contro qualcuno dei suoi vicini. Inoltre, non è la Turchia che apertamente ospita le milizie antigovernative e le arma nel suo territorio? Allora, chi veramente minaccia chi? Retoricamente, le linee rosse vengono attualmente tracciate nelle sabbie mobili del Levante. Obama e la NATO hanno avvertito che non tollereranno o permetteranno al governo siriano di usare armi chimiche contro il proprio popolo. Hanno minacciato di ritenerne responsabile il governo di Damasco. Oh, davvero? Ebbene Signor Presidente, lei e la NATO dovreste iniziare arrestando i funzionari statunitensi, britannici ed israeliani che approvarono e usarono ADM contro i civili in Iraq, Libano e Gaza.
Ricordate il fosforo bianco a Falluja? Le forze militari degli Stati Uniti e britanniche attaccarono un’intera popolazione civile con il loro arsenale di armi chimiche, nel 2004. A differenza degli Stati Uniti e del Regno Unito, la Siria fa parte dei pochi paesi che non hanno firmato la Convenzione sulle armi chimiche. Che cosa è successo degli obblighi del trattato per gli Stati Uniti e il Regno Unito? E’ divertente sapere come la resistenza a Falluja sia stata chiamata anche rivolta, allora. Quindi gli Stati Uniti e il Regno Unito ritenevano che gli iracheni che combattevano due eserciti invasori fossero un’”insurrezione”, mentre ritengono le milizie straniere in Siria “ribelli” e “combattenti per la libertà.” Un Mondo orwelliano davvero.
Quanto a Israele è anche colpevole di crimini di guerra simili. Jacob Edery, un ministro del governo israeliano, ha anche ammesso nel 2006 che Tel Aviv aveva usato fosforo bianco dopo che Croce Rossa ed organizzazioni dei diritti umani accusarono Israele dell’uso di armi chimiche sui civili. Non è Damasco, ma Tel Aviv che ospita esperti e funzionari che spesso parlano di “armi dell’apocalisse” e dell’”Opzione Sansone” quando si parla delle loro armi nucleari. Sì signor Presidente, riteniamo responsabili coloro che usano armi chimiche contro i civili! Sono assolutamente d’accordo con voi. Qualcuno dei leader statunitensi, o britannici o israeliani coinvolti in questi crimini e nel disprezzo dei trattati giuridicamente vincolanti sottoscritti dagli Stati Uniti, “dovrà risponderne”? O “responsabilità” è una parola usata come una clava o un bastone di ferro per battere e punire gli eventuali governi che osino avere un parere o una politica estera diverse dalle vostre? Oppure lei, signor Presidente, applica il solito doppio standard, segno distintivo della politica estera degli Stati Uniti?

Una questione controversa su cui riflettere
I siriani stanno cercando di evitare che le armi chimiche cadano nelle mani delle milizie antigovernative sponsorizzate da GCC/NATO che minacciano la campagna siriana. Questo è ciò che l’esercito siriano sta attualmente facendo. Obama e la NATO lo sanno molto bene, proprio come  sapevano che la Libia non stava usando i suoi jet militari per uccidere i manifestanti libici. Il diritto internazionale è una questione di pura convenienza. Gli stessi paesi che si atteggiarono negativamente verso la Siria dal piedistallo della moralità, hanno perso le loro bussole morali. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e NATO non solo hanno rifiutato di impegnarsi in una politica del “non primo uso” delle proprie ADM, in particolare le bombe nucleari, ma si sono riservati il diritto di usare armi nucleari in qualsiasi guerra o conflitto come mezzo per assicurarsi delle vittorie. Ciò include anche un conflitto con un Stato non nucleare.
Gli Stati Uniti e i loro alleati ritengono anche il Trattato di non proliferazione (TNP) non conti nulla nello scenario di una grande guerra. Ciò significa che il TNP e il diritto internazionale si limitano ad essere una questione di convenienza per gli USA e i loro alleati della NATO. Non esiteranno ad usare armi nucleari nel momento in cui penseranno di averne bisogno. Eppure, si sentono in dovere  di imporre norme completamente diverse alla Siria. D’accordo o in disaccordo, la Siria si riserva il diritto di utilizzare armi chimiche nel caso di un’invasione. Si può incolpare Damasco per aver minacciato di usare armi chimiche per proteggersi da un intervento straniero? Soprattutto alla luce della posizione degli Stati Uniti, di usare armi nucleari per garantirsi vittorie favorevoli ad essi e ai loro alleati. Perché il doppio standard?

Le armi chimiche sono delle nuove scuse per l’aggressione contro la Siria
Chiunque pensa che il governo degli Stati Uniti abbia le migliori intenzioni verso il popolo siriano, ha bisogno di una lezione di storia. Meglio ancora, ha bisogno di vedere come i partner di Obama in Bahrain, Arabia Saudita e nei feudali petro-sceiccati arabi si prendono cura del proprio popolo. Queste dittature feudali desertiche rispondono ai loro manifestanti, che chiedono democrazia e  diritti civili fondamentali, con proiettili e il tiro dei carri armati. Barak Obama, il CEO della Democrazia Inc., vuole esportare la sua pessima favola democratica dalla Libia alla Siria. La sua amministrazione ci ha provato per più di un anno, senza riuscirci. Dimenticate i combattenti stranieri esportati in Siria dalla Libia. Dimenticate le forniture di armi che la CIA ha raccolto e inviato in Siria e Libano dalla sua base segreta di Bengasi, che funzionava sotto la copertura del Dipartimento di Stato degli USA.
Ora la Democrazia Inc. di Obama vuole far cadere la democrazia su tutta la Siria come una bomba, letteralmente. Vediamo una nuova scusa. Prima si trattava di un mix di democrazia e diritti umani. Poi è diventato impedire un genocidio. Ora si continua col tema del genocidio, ma aggiungendovi la dimensione delle ADM. Il cappio si stringe attorno alla Siria. Tutti i discorsi sulle armi chimiche sono utilizzati per giustificare il dispiegamento di missili della NATO ai confini della Siria. Il dispiegamento dei missili Patriot arriva nel momento in cui vi si parla di una nuova spinta aggressiva per riarmare le forze antigovernative in Siria. Una “no-fly zone” o, come viene chiamato ambiguamente negli Stati Uniti/NATO, “corridoio umanitario” intorno Aleppo e nei territori al confine settentrionale della Siria, è nella lista dei desideri dell’amministrazione Obama. Quindi, la trama si infittisce e la Democrazia Inc. si reinventa la propria merce con un nuovo marketing.

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La partita a scacchi geopolitica dietro l’attacco israeliano a Gaza

Mahdi Darius Nazemroaya Global Research, 1 dicembre 2012
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Le recenti ostilità tra la Striscia di Gaza e Israele devono essere considerate nel contesto del grande scacchiere geopolitico. Gli eventi di Gaza sono legati alla Siria e alle manovre regionali degli Stati Uniti contro l’Iran e il suo sistema di alleanze regionale. La Siria è stata compromessa come rifornitrice di armi di Gaza, a causa della sua instabilità interna. Israele ne ha capitalizzato politicamente e militarmente. Benjamin Netanyahu non solo ha cercato di garantirsi la propria vittoria elettorale alla Knesset attraverso l’attacco a Gaza, ma ha utilizzato l’instabilità  sponsorizzata in Siria come un’opportunità per cercare di colpire i depositi di armi dei palestinesi. Netanyahu ha calcolato che Gaza non sarà in grado di riarmarsi, mentre la Siria e i suoi alleati sono distratti. Il bombardamento della fabbrica d’armi Yarmouk in Sudan, che Israele dice essere di proprietà della Guardia Rivoluzionaria Iraniana, faceva probabilmente parte di questo piano ed era  un preludio all’attacco israeliano a Gaza.
In questa partita a scacchi, siedono i cosiddetti “moderati”, una etichetta fuorviante utilizzata congiuntamente da George W. Bush Jr. e Tony Blair per imbiancare la loro cabala regionale di tiranni e regimi arretrati, assieme all’amministrazione Obama e alla NATO. Questi cosiddetti moderati sono i dittatori del deserto del feudale Gulf Cooperation Council (GCC), la Giordania, Mahmoud Abbas e la Turchia. Nel 2011, le file dei moderati furono incrementate dal governo della Libia installato dalla NATO e supportata dalle milizie anti-governative che la GCC/NATO ha  scatenato in Siria. Dall’altro lato della scacchiera si contrappone il Blocco della Resistenza composto da Iran, Siria, Hezbollah (e dagli alleati di Hezbollah in Libano, come Amal e il Movimento patriottico libero), il cosiddetto fronte del rifiuto palestinese, e sempre più l’Iraq. I Fratelli musulmani, emersi quale nuova forza regionale, sono sempre più spinti nel campo moderato da Stati Uniti e CCG, nel tentativo di giocare, in ultima analisi, la carta settaria contro il Blocco della Resistenza.
Forti contrasti tra Gaza e Siria L’attacco israeliano a Gaza è stato un banco di prova. Tutte le voci che spingono continuamente per una McJihad degli USA contro il governo siriano, in nome della libertà, sono sparite dai loro pulpiti o si sono silenziate improvvisamente quando Israele ha attaccato Gaza. Il tele-predicatore di al-Jazeera Yusuf al-Qaradawi e il Gran Mufti Abdul Aziz, prescelto dal dittatore dell’Arabia Saudita, sono rimasti in silenzio. Adnan al-Arour, uno squinternato esiliato religioso siriano che risiede in Arabia Saudita, come i capi spirituali delle forze antigovernative siriane, ha minacciato di punire chiunque dica che al-Qaida è presente tra le loro fila, ed ha anche rimproverato Hamas e i palestinesi per voler combattere contro Israele. I combattimenti a Gaza li hanno veramente messi nei guai. Qui vediamo le contraddizioni della loro “primavera araba”. Vediamo veramente chi sostiene a parole la liberazione della Palestina e chi no. Inoltre, i sostenitori stranieri della Coalizione nazionale siriana, un rimaneggiamento del Consiglio nazionale siriano sono, ironicamente, tutti sostenitori di Israele. Questo è il motivo per cui ricordare che il sostegno che l’Iran, la Siria e Hezbollah hanno fornito a Gaza è diventato un tabù tra i sostenitori delle forze antigovernative in Siria. Tutto quello che possono dire è che, qualsiasi riconoscimento del sostegno che Teheran, Damasco e Hezbollah hanno fornito a Gaza, è un tentativo di “ripulire Bashar al-Assad e i suoi sostenitori.”

Iran, Siria ed Hezbollah hanno aiutato i palestinesi di Gaza
Il razzo iraniano Faijr-5 incarna simbolicamente il sostegno di Teheran alla Palestina. Nonostante il fatto che Israele e Gaza siano di gran lunga impari, sono state prevalentemente le armi e le tecnologie iraniane che hanno cambiato i rapporti di forza. Teheran è stato il principale alleato e sostenitore della resistenza palestinese. Stati Uniti, Israele, Hezbollah, Hamas, Jihad islamica palestinese, e lo stesso Iran hanno riconosciuto ciò in modi diversi. La Jihad islamica palestinese, che è nettamente filo-iraniana, ha apertamente dichiarato che tutto ciò che Gaza ha utilizzato nella lotta contro Israele, dai proiettili ai razzi, è stato generosamente fornito da Teheran. E’ stato anche riportato, durante i combattimenti, che Hezbollah, utilizzando una speciale unità dedicata all’armamento dei palestinesi, riforniva la Striscia di Gaza con alcuni dei propri razzi a lunga gittata. Tutto questo è avvenuto mentre i cialtroni di Arabia Saudita, Qatar e Turchia hanno invece armato le milizie antigovernative siriane. Egitto e Giordania continueranno ad essere dei partner importanti nell’impedire che le armi iraniane arrivino ai palestinesi. I combattenti palestinesi sono stati addestrati in Libano, Siria e Iran. Ironia della sorte, le forze antigovernative in Siria prendono di mira anche i membri dell’Esercito di Liberazione palestinese in Siria. Il sostegno che il Blocco della Resistenza ha dato ai palestinesi mette attori come la Turchia e il Qatar, contrari al governo siriano, in una situazione critica. Questi cosiddetti stati sunniti sono imbarazzati, non solo non riescono ad aiutare una popolazione prevalentemente sunnita, ma la loro mancanza di sincerità è palese. È per questo che vi è lo sforzo attivo di negare il sostegno che l’Iran e i suoi alleati hanno fornito a Gaza.

Scollegare Hamas dal Blocco della Resistenza e iniziare una guerra civile musulmana
Tornado alla storia su tutto questo, l’attacco israeliano a Gaza e il corteggiamento dei moderati verso Hamas non puntano solo alla neutralizzazione di Gaza. I leader di Hamas vengono tentati a scegliere tra il campo moderato e la Resistenza, e sempre più tra l’amministrazione o la resistenza attiva all’occupazione israeliana. Attraverso ciò, una qualche forma di accomodamento tra Stati Uniti e Israele viene ricercata da Hamas. Gli obiettivi sono svincolare i palestinesi, in particolare Hamas, dal Blocco della Resistenza, al fine di presentare l’Iran e i suoi alleati come ripiegati nell’alleanza sciita per dominare i sunniti. Se si è abbastanza stupidi da cadere in questa trappola, si entra nell’”American fitna” (scisma) in pieno dispiegamento, mirando ad innescare una guerra regionale civile musulmana tra sciiti e sunniti. L’amministrazione Obama sta cercando di costruire e allineare un asse sunnita contro gli sciiti della regione.
Si tratta della classica strategia del divide et impera che prevede che USA e Israele dominino la regione mentre i musulmani sono bloccati dal loro salasso interno. Gli sciiti sono sistematicamente vilipesi per gentile concessione della nuova guerra mediatica: Iran, Hezbollah, Bashar al-Assad (un Alawita sempre etichettato come sciita per favorire questo piano) e l’amministrazione di Nouri al-Maliqi in Iraq sono ritratti come i nuovi oppressori dei sunniti. Al loro posto la Turchia, con la sua quasi defunta politica estera del neo-ottomanesimo, e l’Egitto sotto i Fratelli musulmani vengono presentati come i campioni dei sunniti. Non importa che in Egitto, Mohamed Morsi abbia continuato il blocco di Gaza per conto d’Israele o che la Turchia di Erdogan abbia perso la voce quando Israele ha iniziato a bombardare Gaza. Gli Stati Uniti stanno cercando di utilizzare i Fratelli musulmani d’Egitto per controllare Hamas, poiché è Cairo che ha stabilito un cessate il fuoco tra Israele e Gaza. Mentre l’Iran offre tecnologia militare, supporto logistico e finanziario, gli egiziani si sono presentati a Gaza per stabilire una qualche forma di normalità e il GCC per dare finanziamenti alternativi. Questo è il motivo per cui l’emiro del Qatar al-Thani ha visitato Gaza, adescando Hamas con la sua declinante offerta di petrodollari.

La divisione tra sciiti e sunniti è un costrutto politico
All’interno di Hamas vi sono diverse differenze su questo. Mentre Damasco, Teheran e Hezbollah desiderano una qualche forma di riconoscimento pubblico della loro assistenza vitale ad Hamas e ai palestinesi, i funzionari di Hamas sono stati attenti nelle loro dichiarazioni. Quando Khaled Meshaal ha ringraziato Egitto, Qatar e Tunisia nel corso di una conferenza stampa importante, ha malapena menzionato l’Iran. Il fare politico di Meshaal non è sfuggito al segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah, che ha risposto poche ore dopo chiedendosi retoricamente chi abbia fornito e faticosamente trasferito i razzi Fajr-5 a Gaza?
Nasrallah ha chiesto alla gente di ignorare gli amici opportunisti di Gaza, come i qatarioti e i sauditi che pensano di poterli comprare per accedere nelle grazie dei palestinesi, ma a guardare verso gli amici di Gaza che le hanno permesso di resistere da sola. Poi il leader libanese ha ribadito il sostegno continuo del Blocco della Resistenza al popolo palestinese.
Nonostante la posizione del suo Politburo sulla Siria, Hamas fa ancora parte del Blocco della Resistenza. Ma con una nuova forma, ora. Se la Grecia e la Turchia erano in contrasto tra di loro, mentre erano alleati della NATO, allora Hamas può avere le sue differenze verso la Siria ed essere ancora alleata del Blocco della Resistenza contro Israele. La frattura in Medio Oriente non è settaria, tra sciiti e sunniti, ma è fondamentalmente politica. L’alleanza dei movimenti della resistenza palestinese, prevalentemente sunniti, e del Movimento Patriottico Libero, il più grande partito politico cristiano del Libano, con l’Iran ed Hezbollah a maggioranza sciita, deve disinnescare la percezione che gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di coltivare.

Mahdi Darius Nazemroaya è sociologo e ricercatore associato presso il Centre for Research on Globalization (CRG) di Montréal e autore di La globalizzazione della NATO (Clarity Press).
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