Artico, “questione di sicurezza nazionale” della Russia

Romaric Thomas Agoravox 7 ottobre 2014

Da oltre un anno, gli annunci delle autorità russe sulla politica verso la regione artica hanno una cadenza di tre o quattro al mese. Nodo energetico dai primi anni 2000, l’Artico nel 2013 è diventato un priorità per la sicurezza nazionale della Federazione russa, ripristinando d’urgenza il confronto al confine settentrionale verso l’interferenza della NATO nella regione. Data l’importanza di sforzi e ambizioni, il Nord è oggi la priorità assoluta della geopolitica russa. La situazione strategica russa in una zona che minaccia la guerra.

2013-20-fig1-eI. Artico pilastro energetico della Russia
Una regione straordinariamente ricca di risorse naturali
L’Artico è di nuovo d’interesse strategico dalla fine degli anni ’90, principalmente per lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte marittime e un maggiore sfruttamento delle risorse. Secondo alcune stime, gli idrocarburi situati oltre il Circolo Polare Artico rappresentano un quarto delle riserve mondiali, 90 miliardi di barili di petrolio e il 30% del gas da scoprire nel mondo. Il 27 settembre, la compagnia petrolifera russa Rosneft ha annunciato la scoperta di un giacimento di petrolio nel Mare di Kara che potrebbe contenere 87 miliardi di barili, parte di una zona che potrebbe avere riserve equivalenti a quelle saudite. Eccezionali giacimenti di gas sono stati scoperti anche nel Barents e Kara. I giacimenti di nichel, cobalto, rame, platino, barite e apatite sono notevoli. Infine, quasi il 15% delle risorse ittiche mondiali proviene dall’Artico. Se la ricchezza delle risorse naturali dell’Artico è ambita da tutti i Paesi rivieraschi, così come da molti Paesi non rivieraschi, la regione per la Russia rappresenta molto più di un aumento delle entrate. Riguarda direttamente gli interessi vitali della Federazione russa, dato che solo l’Artico garantisce il 60% della produzione di petrolio, il 95% del gas, oltre il 90% di nichel e cobalto, il 60% del rame, il 96% dei metalli del gruppo del platino, il 100% di barite e apatite, quasi un quarto delle esportazioni e il 12-15% del PIL. Indipendentemente dalle rivendicazioni territoriali della Russia e dalle risorse aggiuntive che potrebbero essere tratte, l’Artico è già il primo pilastro energetico del Paese. Oltre che per le risorse energetiche e minerarie, l’Artico è di grande interesse commerciale per la Russia. La Rotta del Nord potrebbe diventare, in pochi anni, una grande alternativa ai canali di Suez e Panama per il traffico marittimo tra i porti europei e dell’Estremo Oriente. Quasi due volte più breve della rotta che attraversa Canale di Suez e Oceano Indiano, ma con il vantaggio di essere completamente privo di pirateria, una delle principali minacce globali odierne ai trasporti marittimi, e di non aver limiti su numero e stazza delle navi che possono prendere tale rotta. Anche se è navigabile solo in estate, potrebbe dare notevoli benefici alla Russia che, garantendone la sicurezza, offre alla comunità internazionale un rotta libera dal controllo statunitense. La Cina partecipa attivamente allo sviluppo di questa rotta ed ha recentemente condotto la prima spedizione commerciale da Dalian a Rotterdam attraverso l’Oceano Artico. Islanda e Scozia hanno già previsto la creazione di porti dedicati.
Numerose spedizioni scientifiche del governo russo nell’Artico riflettono il forte interesse per la regione. Tutte coinvolte, in un modo o nell’altro, al consolidamento del Paese nella regione artica tramite quattro missioni principali:
• giustificare scientificamente le rivendicazioni territoriali della regione artica russa presso le Nazioni Unite, fornendo prove scientifiche sull’estensione della piattaforma continentale russa nel Mar Glaciale Artico.
• valutare e individuare le risorse naturali del Mar Glaciale Artico, principalmente idrocarburi e minerali.
• lavorare per il progresso delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche.
• contribuire alla reputazione tecnico-scientifica russa e, più in generale, al prestigio internazionale del Paese.
Nel 2007, due batiscafi Mir raggiunsero le profondità del Polo Nord. I principali obiettivi della spedizione erano definire i limiti della piattaforma continentale russa nella zona che si estende dalle isole della Nuova Siberia al Polo Nord, prelevare campioni dai fondali e piantare una bandiera russa sul fondo del mare. L’evento scatenò le proteste di altri Paesi rivieraschi, in primo luogo gli Stati Uniti, lamentandosi che ci si potesse appropriare simbolicamente del Polo. Si potrebbe pensare che tali proteste, da un Paese che aveva chiesto ai suoi astronauti di piantare la bandiera statunitense sulla Luna, siano effettivamente motivate da assai più gravi preoccupazioni: la prova che le dorsali Lomonosov e Mendeleev, che raggiungono la Groenlandia, siano un’estensione geologica della piattaforma continentale russa permetterebbe alla Russia “di rivendicare diritti di esplorazione su ulteriori 1,2 milioni di chilometri quadrati nella regione artica, evidenziando gli enormi giacimenti di petrolio e gas nel triangolo Chukotka-Murmansk-Polo Nord”. (RIA Novosti, 3 agosto 2007)

Rivendicazioni territoriali della Russia nell’Artico
Artur Chilingarov Nel 2001 la Russia sorprese i Paesi rivieraschi presentando una richiesta alle Nazioni Unite per l’impostazione dei confini esterni della sua piattaforma continentale nell’Artico, Bering e Okhotsk, sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata nel 1997. Secondo tale accordo:
• la piattaforma continentale comprende il fondo marino e il sottosuolo “al bordo esterno del margine continentale”, la sua estensione minima è di 200 miglia nautiche dalla costa (articolo 76).
• la piattaforma continentale fa parte del territorio di uno Stato, ma gli Stati costieri hanno diritti sovrani sulla piattaforma continentale a scopo di esplorazione e sfruttamento delle risorse naturali (articolo 77).
• “Lo Stato costiero ha diritto esclusivo di autorizzare e regolamentare le perforazioni nella piattaforma continentale a tutti gli effetti” (articolo 81).
• i diritti degli Stati costieri non pregiudicano il regime giuridico delle acque sovrastanti o dello spazio aereo su tali acque e non devono in alcun modo sminuire la navigazione aerea e marittima, o l’installazione di cavi e condutture sottomarine (sezioni 78 e 79).
• raccomandazioni su questioni relative alla definizione dei limiti esterni della piattaforma continentale sono emesse da una commissione sui limiti della piattaforma continentale.
• lo Stato costiero deve presentare domanda entro dieci anni a decorrere dall’entrata in vigore della Convenzione nei suoi confronti (o termine stabilito nel 2009 per la Russia, nel 2013 per il Canada e nel 2014 per la Danimarca).
• Infine, i limiti fissati da uno Stato costiero sulla base di tali raccomandazioni, sono definitivi e vincolanti.
La richiesta da parte russa è stata considerata ricevibile dalla Commissione sui limiti della piattaforma continentale. Tuttavia, considerando che i dati avanzati non erano sufficienti per prendere in considerazione le aree indicate nel Mar Glaciale Artico, nell’ambito della piattaforma continentale russa, ha raccomandato ulteriori studi. Le rivendicazioni sull’Artico russo, per quanto siano importanti, non sono nulla di speciale e sono perfettamente ammissibili ai sensi del diritto internazionale. Con decisione del 14 marzo 2014, la Commissione sui limiti della piattaforma continentale delle Nazioni Unite ha già avuto successo parziale, nel Mare di Okhotsk, riconoscendo 52000 kmq di estensione della piattaforma continentale russa. Queste affermazioni hanno avuto l’effetto di un terremoto negli Stati Uniti, e ancora di più in Canada. Grazie a basi giuridiche, minaccia seriamente l’egemonia statunitense dall’esclusiva presenza nell’Artico dal crollo dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando che le acque costiere si estendono fino a 600 miglia (965 km) dall’Alaska, basandosi in particolare sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata ma non ratificata dal Paese. Il Canada sceglie di rispondere con scherno e disprezzo facendo dire al suo ministro degli Esteri che la Russia fa ricorso a metodi medievali nel fissare i limiti della piattaforma continentale e che nulla, “nulla” sarebbe la Russia, minaccia la sovranità dell’Artico canadese.
La politica diplomatica e mediatica occidentale da tempo non è altro che uno sprezzante blocco atlantico sicuro della sua forza contro le pretese territoriali di una Russia sicura dei propri diritti. Il discorso ha cominciato a cambiare quando la possibilità che la Russia abbia successo presso le Nazioni Unite è divenuta sempre più probabile. Nel 2003, il Canada decise di ratificare la Convenzione, seguita dalla Danimarca l’anno dopo. Il 27 novembre 2006 la Norvegia, che fa parte della Convenzione dal 1996, presentava la sua richiesta alla Commissione. Lo stesso anno, Canada e Danimarca condussero insieme una spedizione denominata “Determinazione della composizione della Dorsale Lomonosov”, seguita da altre tre spedizioni congiunte tra il 2007 e il 2009. Il 15 maggio 2007, George Bush esortò inutilmente il Senato a ratificare la Convenzione, firmata nel 1994 e mai ratificata. Nell’agosto 2007, un rompighiaccio statunitense arrivò nell’Artico per mappare i fondali al largo delle coste dell’Alaska. Il 9 gennaio 2009, George W. Bush disse chiaramente che l’Artico era una priorità del suo secondo mandato: “Gli Stati Uniti hanno interessi ampi e fondamentali sulla sicurezza nella regione artica e sono pronti ad agire individualmente o in cooperazione con altri Stati per tutelare questi interessi”, (nota inviata agli altri Paesi per proteggere gli interessi statunitensi, senza reciprocità). Il 15 settembre 2010, Norvegia e Russia concordavano il confine marittimo nel Mare di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Nel giugno 2012, la Danimarca presentava domanda sulla piattaforma continentale a sud della Groenlandia, la domanda sarà probabilmente ampliata verso nord entro la fine del 2014. Il 10 dicembre 2013 fu finalmente il turno del Canada a presentare una domanda preliminare.

2009_7_7_uMbXWCQ2HmhL6p9n96UzJ3Lo sfruttamento delle risorse naturali
Dato il clima e l’abbondanza, lo sfruttamento delle risorse del Grande Nord pone una duplice sfida alla Russia che dovrà condividere un massiccio investimento nel settore delle infrastrutture e dei mezzi di produzione e trasporto, sviluppando le tecnologie essenziali per lo sfruttamento di idrocarburi. Per quanto riguarda gli investimenti necessari, le autorità russe hanno ripetutamente detto di farne una priorità, soprattutto riguardo la costruzione di un’ampia flotta navale per trasportare idrocarburi. Il 20 dicembre, il viceprimo ministro russo incaricato della difesa e dell’industria, Dmitrij Rogozin, è stato particolarmente esplicito in proposito: “Ogni battaglia, per quanto virtuale, coinvolge attori seri (ha luogo in questa regione) dal valore inestimabile e la Russia può finire in un vicolo cieco se perde le sue ambizioni e non riesce a potenziare la cantieristica contemporaneamente. (…) Questo compito non è economico, ma politico e geopolitico. È una questione di sicurezza nazionale per il nostro Paese“. Secondo il governo russo, sarà necessario costruire 2000 navi, l’80% solo per il trasporto di idrocarburi. Il 30 aprile s’è appreso che i cantieri navali di Crimea potrebbero essere interessati principalmente alla costruzione di gigantesche navi cisterne per petrolio e GNL dell’Artico. La sola compagnia petrolifera Rosneft investirà 400 miliardi di dollari in 20 anni per le operazioni sulla piattaforma continentale artica. L’altra sfida che la Russia deve affrontare è il controllo delle tecnologie specifiche per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi e minerali del Mar Glaciale Artico. Fino a poco prima la Russia, che non ha tutte queste tecnologie, aveva una stretta cooperazione con gli Stati Uniti nella produzione di petrolio regionale. si prevede che la situazione cambi in maniera significativa per via delle nuove “sanzioni” adottate unilateralmente dall’occidente il 12 settembre. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni alla fornitura di prodotti, servizi e tecnologie a cinque società russe (Rosneft, Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil e Surgutneftegaz). Tali misure si concentrano su progetti di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti petroliferi di difficile accesso. L’Unione europea è naturalmente allineata al padrone, vietando alle imprese europee di collaborare con società russe nell’esplorazione e produzione di petrolio in acque profonde e sulla piattaforma artica della Russia. Nel breve e medio termine, tali misure colpiranno senza dubbio la Russia e ritarderanno l’attuazione del programma di sviluppo regionale che dovrebbe iniziare nel 2017. Secondo Gennadij Shmal, presidente dell’Unione dei produttori di petrolio e gas russi, le società russe sostituiranno le attrezzature per la perforazione e produzione di petrolio in parte con apparecchiature simili provenienti dall’Asia, in particolare dalla Cina, e in parte con apparecchiature di fabbricazione russa. Ciò viene anche suggerito che Dmitrij Medvedev, che il 18 settembre affermava: “il rafforzamento della cooperazione economica e commerciale (nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization) è la migliore risposta a tali misure restrittive“. Possiamo già supporre che la Cina, che ha lo status di osservatore al Consiglio artico e la cui prima compagnia petrolifera (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica creata con la Rosneft, Oriente, coglierà l’occasione per rafforzare la cooperazione con la Russia nella zona artica divenendo il maggiore investitore estero nelle infrastrutture russe.

icebreakerxuelongsnowdrIl rompighiaccio cinese “Xue Long” (nave commerciale ucraina modernizzata), salpava per la sesta spedizione nella zona artica a luglio. La Cina è il più grande dei molti Paesi non rivieraschi che desiderano le risorse del Nord. Ha lo status di osservatore nel Consiglio artico dall’estate, e una base sull’isola Spitsbergen, dove affitta un terreno dalla Norvegia. La prima compagnia petrolifera della Cina (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica Oriente con la Rosneft, il 20% di Jamal LNG e potrebbe fare il suo ingresso nel capitale della società petrolchimica Oriente con il 25-30%. Secondo Rosneft, la Cina importerà 270 miliardi di dollari di petrolio russo nei prossimi 25 anni. Ha già investito decine di miliardi di dollari nei progetti infrastrutturali nell’Artico russo.

Arctic Route from Dalien China to RotterdamII. L’Artico al centro della strategia della Difesa russa
La regione artica è di fatti il confine marittimo tra Stati Uniti e Russia. Degli altri sei Paesi rivieraschi, quattro sono membri della NATO (Canada, Danimarca, Islanda e Norvegia) e due hanno frontiere terrestri e marittime con la Russia (Finlandia e Norvegia). Solo la Svezia non è membro della NATO o confina con la Russia (tranne che per la breve frontiera marittima nella regione di Kaliningrad). Ciò dimostra l’importanza strategica della regione artica per la Russia.

I motivi militari del rinnovato impegno russo nell’Artico
I leader russi hanno ripetutamente espresso la necessità di ripristinare le strutture militari nella regione del Grande Nord, che ha diverse basi NATO ma dove tutte le strutture militari ex-sovietiche erano finora abbandonate. Le loro successive dichiarazioni sono globalmente convergenti e indicano la necessità di tutelare gli interessi del Paese nella regione. Questo, in sostanza, è ciò che ha detto Vladimir Putin il 10 dicembre 2013: “La Russia è attivamente alla scoperta di questa regione, ristabilendo la sua presenza e avendovi le leve necessarie per difendere la sicurezza e gli interessi nazionali“. Questi commenti riflettono la crescente preoccupazione del governo russo verso le mire di Stati Uniti e NATO sull’Artico. Il primo fattore fu l’avviso della pretesa della NATO d’interessarsi al regolamento delle rivendicazioni territoriali nella regione. Secondo una tattica illustrata oggi in Ucraina, i Paesi rivieraschi membri della NATO pretendono di avere diritto ai regolamenti, mentre l’Alleanza nega sistematicamente di avere delle mire sulla regione artica. Le autorità russe hanno fatto sapere, a più riprese, di avere informazioni secondo cui era netta la volontà della NATO d’interferire nella regione, ma di essere disposte a non militarizzare il confine settentrionale se l’alleanza rinuncia ai suoi piani:
• il 27 marzo 2009, l’ambasciatore presso la NATO Dmitrij Rogozin disse che la NATO non aveva “nulla a che fare” con i Paesi costieri dell’Artico, che possono risolvere i loro problemi.
• lo stesso giorno, il governo russo pensava a una risposta proporzionata lasciando che il portavoce del Consiglio di Sicurezza della Federazione dichiarasse che la Russia ha in programma di creare entro il 2020 un gruppo militare nella regione artica per proteggere gli interessi economici e politici nella regione. Il portavoce è stato attento, però, a ventilare la possibilità di un accordo, affermando che non vi è “alcun motivo di militarizzare l’Artico“.
• il 16 settembre, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ribadiva la posizione russa ricordando alla controparte canadese che non c’era bisogno che la NATO sia il poliziotto nella regione artica.
• il 15 settembre 2010, il Presidente Dmitrij Medvedev disse a una conferenza stampa che il suo Paese seguiva con preoccupazione le attività della NATO nell’Artico e che era a favore della cooperazione non militare nella regione.
• l’8 febbraio 2011, il governo russo rinnovava la proposta a non militarizzare l’Artico, per voce della portavoce del Ministero della Difesa russo Irina Kovalchuk, che disse: “La Russia si oppone alla militarizzazione del Grande Nord e non crede che una qualsiasi presenza militare sia ora necessaria nella regione“.
• Il 6 luglio 2011, l’Ammiraglio Vladimir Visotskij, comandante in capo della marina russa, prese atto del persistente rifiuto della NATO, dicendo: “abbiamo rapporti secondo cui l’Alleanza atlantica considera (sottinteso: sempre) l’Artico come sua area d’interesse“.
Un secondo fattore di preoccupazione, ancora più importante, fu la decisione degli Stati Uniti di rafforzare lo scudo missilistico nell’Artide e in Europa orientale per neutralizzare le capacità di deterrenza nucleare della Russia. L’Artico è al centro di tale dispositivo che minaccia la Russia con un attacco preventivo nucleare:
• Groenlandia, la base di Thule è parte vitale del sistema di difesa antimissile e dell’arco strategico che collega i centri di comando della California ai sistemi marittimi dell’Oceano Pacifico e del Sud-Est asiatico.
• Alaska, il radar Cobra Dane, costruito durante la Guerra Fredda sull’isola Shemya, fa parte dello scudo missilistico. Tra luglio e novembre 2004, i sei primi missili intercettori a lungo raggio furono schierati a Fort Greely, cui si aggiunsero nel 2005 altri 14 e i missili Patriot. Nel 2012 vi erano 26 missili intercettori a lungo raggio schierati in Alaska.
• Canada, il primo ministro del momento, Paul Martin, che l’aveva rifiutava nel 2005, evocava l’adesione allo scudo missilistico degli Stati Uniti: questa era la posizione del primo ministro Stephen Harper, nel 2006.
• La Finlandia, nonostante i suoi impegni internazionali per la neutralità si avvicina alla NATO negli ultimi anni. L’adesione, respinta dalla maggioranza dei finlandesi ma predisposta dal Governo, darebbe agli Stati Uniti un nuovo territorio al confine della Russia per implementare il loro sistema di difesa missilistica.
• sul mare, 26 navi con il sistema di combattimento Aegis sono state schierate nel 2012, di cui 23 possono essere presenti sulle frontiere marittime della Russia (8 della 2.da Flotta, 8 della 3.za Flotta, 2 della 6.ta Flotta e 5 della 7.ma Flotta).

nyhed_16-10-13b_storIl programma di riarmo convenzionale sul confine settentrionale
Alla fine del 2012, il piano per creare un gruppo di truppe nella regione artica per il 2020 fu annunciato il 27 marzo 2009, non era avanzato. Il 27 febbraio 2013, Vladimir Putin chiese ancora la cooperazione non militare, denunciando il rischio inequivocabile della militarizzazione dell’Artico per l’espansione della NATO e il dispiegamento della difesa missilistica: “sistematici tentativi vengono fatti per distruggere, in un modo o nell’altro, l’equilibrio strategico. In realtà, gli Stati Uniti hanno iniziato la seconda fase di attuazione del sistema di difesa missilistico globale, con l’opportunità di un ulteriore allargamento della NATO ad est. Esiste il rischio di militarizzazione dell’Artico”. L’ultimo avvertimento del comandante delle forze navali, diceva il 20 marzo che il suo Paese “prende in considerazione” l’incremento della capacità di deterrenza nucleare e convenzionale nella regione artica. Fu solo nell’autunno del 2013, quando non era più possibile rinviare ulteriormente. Che si ebbe l’introduzione del sistema di difesa che la Russia è determinata a recuperare. Dai primi di ottobre, un mese dopo il caso dei missili statunitensi intercettati dalla flotta russa al largo della Siria, vari comunicati delle autorità russe annunciarono l’intenzione del governo di riarmare il confine settentrionale, e nell’arco di tempo estremamente breve di un anno, fissato da Vladimir Putin al Collegio del Ministero della Difesa, il 10 dicembre: “Dobbiamo completare la formazione di nuovi gruppi e unità militari nel 2014. Vi invito a prestare particolare attenzione allo schieramento di infrastrutture e unità nell’Artico“. Questo termine è sostanzialmente più vicino del 2020 previsto dal programma di modernizzazione delle forze convenzionali russe, e che era anche la data di creazione del gruppo di truppe artiche annunciata nel 2009. La fretta è dovuta principalmente alla minaccia del dispiegamento della difesa missilistica degli Stati Uniti: secondo il Capo di Stato Maggiore russo, potrà influenzare negativamente la capacità di deterrenza nucleare della Russia nel 2015. Tale programma di riarmo, completato a tempo di record, è modesto rispetto alle forze della NATO dispiegate nella regione artica, ma è comunque sufficientemente completo per costituire un dispositivo credibile di protezione dei confini e siti militari nucleari del nord. Tale dispositivo comprende:
1) Una rete di basi e siti militari per garantire la presenza di tutte le armi;
• basi navali, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino delle basi navali della Terra di Francesco Giuseppe e delle isole della Nuova Siberia. Il 22 aprile Vladimir Putin annunciava la creazione di un sistema unificato di basi navali nell’Artico. Un gruppo tattico della Flotta del Nord russa in autunno sarà schierato permanentemente nelle isole della Nuova Siberia.
• basi aeree, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino degli aeroporti militari della Terra di Francesco Giuseppe, delle isole della Nuova Siberia, di Tiksi, Narjan-Mar, Alykel, Amderma, Anadyr, Rogachevo e Nagurskaja. L’aeroporto dell’arcipelago della Novaja Zemlja può accogliere velivoli da combattimento da pochi giorni.
• basi della fanteria: il 1 ottobre 2014, il comandante delle truppe di terra Oleg Saljukov annunciava la creazione, nel 2017, del gruppo artico Nord e di due brigate artiche: una di fanteria motorizzata schierata nella regione di Murmansk e una seconda brigata da creare nel 2016 nel distretto autonomo di Jamal-Nenets.
• basi d’intelligence: il reggimento da guerra elettronica della Flotta del Nord è stato schierato a marzo nel villaggio di Alakurtti (regione di Murmansk).
• centri radar fissi: cinque erano in fase di completamento nel luglio 2014 (isola Sredni, Terra di Alessandra, isola Wrangel, isola Juzhnij e Chukotka).
• siti della Difesa aerea: l’infrastruttura della Difesa aerea della zona sarà ripristinata entro ottobre 2015. All’inizio dell’anno, la necessità di adeguare il sistema di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1 al clima artico fu sollevata dal viceprimo ministro Dmitrij Rogozin; prove sono state eseguite con successo a giugno.
2) Un comando strategico unificato tra Flotta del Nord, brigate artiche, unità dell’aeronautica, difesa aerea e centri di controllo sarà operativo entro la fine dell’anno.
3) Una serie di risorse e strutture per rafforzare le truppe operative:
• addestramento: esercitazioni regolari e, spesso improvvise, per integrare i componenti delle forze armate russe, continuano a svolgersi. Il 14 marzo, le truppe aeroportate hanno effettuato il primo lancio di mezzi nella regione artica; l’8 aprile un distaccamento di cinquanta paracadutisti si lanciava sul ghiaccio alla deriva, nell’ambito di un’esercitazione di salvataggio. Dalla fine dell’estate, le esercitazioni si moltiplicano: 15 settembre, la Marina conduceva esercitazioni nella regione artica; il 23, le esercitazioni strategiche Vostok-2014 impegnavano 155000 uomini, di cui una parte conduceva missioni di combattimento nella regione artica (tra cui il tiro dal vivo dei sistemi missilistici Iskander-M e Pantsir-S); il 30, navi e truppe costiere della Flotta del Nord russa si esercitavano nel Mare di Laptev.
• addestramento, una scuola militare per l’istruzione operativa delle truppe nella regione artica, veniva annunciata dal ministro della Difesa Sergej Shojgu, il 22 maggio.
• ricerca tecnologica: attrezzature specializzate sono programmate, come un diesel speciale operante a -65°C, attivo da febbraio, la progettazione di un elicottero specializzato, annunciato il 22 maggio, l’adattamento dei sottomarini previsto entro il 2015 e l’adozione di navi dallo scafo rinforzato dalla fine del 2013.

181215Conclusioni
Se l’Artico è una questione energetica fondamentale per le grandi potenze e i Paesi vicini, è molto più per la Russia, le principali riserve di idrocarburi e minerali note e da scoprire si trovano oltre il circolo polare. L’Artico è l’assicurazione per la Russia quale potenza energetica mondiale di questo secolo, spiegando i notevoli sforzi compiuti per sviluppare la regione. La questione militare è ancora più significativa, dato che Artico subisce la crescente interferenza della NATO ed è parte essenziale del sistema di difesa missilistico statunitense che potrebbe indebolire nel breve termine il deterrente nucleare russo e spezzare l’equilibrio strategico tra le prime due potenze nucleari. Il confine settentrionale della Russia emerge quale settore in cui la pressione della NATO sarà tale, nei prossimi tre-cinque anni, da minacciare direttamente e più efficacemente di altrove, gli interessi vitali del Paese. La stessa politica occidentale di pressione sulla Russia è in corso nel Nord, anche se molto più discreta che in Europa e nel Caucaso. Senza i mezzi per una eversione o destabilizzazione della regione sotto-popolata, l’arroganza occidentale non può che esprimersi ponendo una minaccia militare diretta alla Russia. Il programma di riarmo russo nell’Estremo Nord è già integrato: il ghiaccio si scioglie e l’estensione dei diritti degli Stati costieri sulla piattaforma continentale, a poco a poco, trasformano l’Artico una zona di potenziale guerra convenzionale, come gli altri oceani.

econ_arctic35__01__630x420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Destabilizzazione, arma degli USA nella guerra energetica in Ucraina e Medio Oriente

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 9 ottobre 2014

Gli Stati Uniti fanno del loro meglio per allontanare l’Unione europea dalla Russia, avere il sopravvento nell’accordo di libero scambio e anche manipolare i Paesi europei per acquistare il più costoso gas naturale degli USA.

Shale-Gas-in-Poland-and-Ukraine

TTIP e Ucraina
Il partenariato transatlantico per gli scambi e gli investimenti (TTIP) è un accordo euro-atlantico di libero scambio oggetto dei negoziati tra Stati Uniti ed Unione europea. Il termine ultimo per finalizzare l’accordo TTIP è nel 2015. Il suo obiettivo è creare ciò che viene definito Zona di libero scambio transatlantica (TAFTA) cementando l’Unione europea con gli Stati Uniti quale unico blocco commerciale sovranazionale. Tali negoziati commerciali sono ignorati dal pubblico, perché hanno avuto luogo assai discretamente a porte chiuse. Il nome stesso di TTIP è volto a nascondere ciò, scelto da bonzi politici e commerciali per timore che la reazione pubblica possa scoppiare contro i negoziati, come nel caso della zona di libero scambio delle Americhe (ALCA) e come nel 2001 con l’accordo economico e commerciale globale (CETA) firmato a Ottawa tra Canada ed Unione europea il 26 settembre. Le parole attentamente scelte per denominare il TTIP vogliono nascondere il fatto che si tratta di un accordo di libero scambio. Washington fa del suo meglio per distruggere i legami commerciali tra l’Unione europea e la Federazione russa per avere una maggiore leva nei negoziati sul TTIP. La strategia è indebolire economicamente i partner europei inducendoli a tagliare i legami con Mosca attraverso le sanzioni antirusse, colpendo direttamente anche le loro economie. Washington ritiene che ciò costringerà l’UE indebolita a massimizzare le concessioni economiche agli Stati Uniti nei colloqui sul TTIP. Geopoliticamente, ciò rientra nel processo euro-atlantico (Europa-USA) d’integrazione rispetto a quello eurasiatico. Si cerca di ridurre l’influenza russa sull’UE ed eventuali rischi del rafforzamento dei legami commerciali tra Russia e UE, cercando di emarginare i russi dall’Europa. I negoziati sul TTIP si sono intensificati perché gli Stati Uniti vogliono fondere l’UE con il Nord America, temendo che Paesi come la Germania possano considerare l’alternativa eurasiatica di Russia e Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) nello spazio post-sovietico. La crisi in Ucraina serve al duplice scopo degli USA d’indebolire UE e Russia. Non solo cercano di espandere la NATO e circondare la Russia, ma anche di danneggiare i legami UE-Russia. L’Ucraina è sfruttata e usata dagli Stati Uniti per creare una frattura tra Mosca e UE e ritrarre la Russia come minaccia alla sicurezza europea.

Petro-politica: LNG degli USA contro Gazprom
Gli Stati Uniti combattono anche la guerra energetica sul controllo delle riserve energetiche, le condutture e i corridoi strategici. Il coinvolgimento degli Stati Uniti, gli impegni e le preoccupazioni nei Balcani, Caucaso, Asia centrale, Iraq, Levante, Golfo Persico e Ucraina sono parte di tale guerra per l’energia. Lo shale gas e la fratturazione idraulica rientrano in tale equazione. La fratturazione trasforma gli Stati Uniti, la quarta maggiore riserva di gas shale del mondo, in esportatori di gas. Washington prevede d’iniziare l’esportazione del gas dal Nord America nel 2015 e 2016. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti utilizzano l’integrazione nordamericana rafforzando la presa sulle risorse energetiche canadesi. Il Canada è uno dei maggiori produttori di gas naturale, detentori di riserve petrolifere accertate, produttori di greggio e possiede le maggiori riserve di gas di scisto; nel complesso, è uno dei maggiori produttori di energia al mondo. Nel contesto delle esportazioni statunitensi di energia, Washington vuole competere contro e addirittura emarginare la Russia nel mercato del gas naturale. Perciò gli Stati Uniti fanno pressioni su UE e Turchia per fermare l’acquisto di gas dal gigante energetico russo Gazprom ed invece cominciare ad importarlo dagli Stati Uniti. L’obiettivo d’escludere la Russia dai mercati energetici rientra nella strategia di lungo termine degli Stati Uniti assai discussa nella Washington Beltway prima che gli Stati Uniti invadessero l’Iraq nel 2003. Il gas statunitense, tuttavia, è molto più costoso di quello russo, poiché deve essere estratto, liquefatto e trasportato a costi molto più elevati. Il gas naturale liquefatto (GNL) degli USA non ha alcuna possibilità di competere con l’esportazione di gas russo in Europa a pari condizioni e in un mercato veramente libero. Il cosiddetto libero mercato, tuttavia, non lo è così tanto. C’è sempre stata manipolazione politica nel fornire vantaggi ad aziende e conglomerati che certi governi sostengono. Invece di competere lealmente sul mercato energetico dell’UE, gli Stati Uniti operano accanitamente per eliminare la concorrenza della Russia facendo tagliare semplicemente a Bruxelles i suoi legami energetici con Gazprom e l’industria energetica russa. Ciò è il motivo per cui gli Stati Uniti spingono gli Stati dell’UE ad imporre sanzioni contro la Russia e imporre restrizioni legali e barriere all’acquisto di gas russo.

Crimean-energy-assetsLa guerra energetica e l’Ucraina: l’impero del frack e shale sas
Nel contesto della guerra dell’energia, un terminale GNL polacco è stato impostato nel porto baltico di Swinoujscie per ricevere le prime forniture di gas naturale dal Nord America entro giugno 2015. Polonia e Ucraina sono entrambe considerate risorse importanti per gli Stati Uniti nel tentativo di dominare il commercio del gas. I due Paesi hanno il secondo e quarto maggiore giacimente di gas di scisto in Europa, ed esclusa la Russia le riserve sono prima e terza in Europa. Gli Stati Uniti intendono controllare le grandi riserve di gas di scisto non sfruttato nei due Paesi. Le principali compagnie petrolifere degli USA Chevron, ConocoPhillips, ExxonMobil e Marathon Oil, che opera nel Kurdistan iracheno ed è azionista della Waha Oil Company post-Jamahiriya Libia, hanno tutti enormi piani di esplorazione e sviluppo del gas di scisto polacco. Il governo del presidente ucraino Viktor Janukovich aveva firmato un accordo con il gigante anglo-olandese Royal Dutch Shell per esplorare ed estrarre gas naturale nell’oriente ucraino nel gennaio 2013, a zero tasse. Un altro accordo fu firmato nel novembre 2013 tra il governo Janukovich e Chevron per esplorare e sviluppare anche le riserve energetiche in Ucraina occidentale. Solo un anno prima, nel 2012, Kiev aggiudicò un contratto sul gas al largo della Crimea a un consorzio guidato da ExxonMobil e Royal Dutch Shell per lo sviluppo del giacimento di gas di Skifska. Il giacimento di Skifska non è l’unico al largo della Crimea cui le società petrolifere e gasifere degli Stati Uniti erano interessate. Accanto a Skifska si trovano i campi Foroska, Prikerchenska e Tavrija. Mentre Prikerchenska fu assegnato alla società off-shore statunitense Vanco Prykerchenska Ltd. e Foroska alla Chornomornaftogaz, i campi Foroska e Tavrija sono oggetti di discussioni continue. In parte, l’ostilità degli Stati Uniti verso i ribelli in Ucraina orientale è legata alla protezione delle concessioni gas di scisto che le società energetiche statunitensi hanno ricevuto da Kiev. Andrej Purgin, Viceprimo ministro della Repubblica Popolare di Donetsk ha anche affermato che le stesse tattiche degli Stati Uniti furono utilizzate in Iraq, come la distruzione calcolata di infrastrutture civili, come nell’oriente ucraino. Tali operazioni degli Stati Uniti sono gestite d “soldati di ventura” o mercenari. Secondo una relazione del maggio 2014 sul giornale tedesco Bild am Sonntag, la famigerata società di sicurezza privata statunitense Academi, nuovo nome di Blackwater e Xe Services nota per i suoi crimini in Iraq, si è scatenata su Donetsk e Lugansk.

La guerra energetica e la Siria: blocco sul Mediterraneo?
La situazione in Siria, dove gli Stati Uniti deliberatamente distruggono infrastrutture energetiche con la scusa di combattere il SIIL, può essere vista con lo stesso prisma della petro-politica. I giacimenti di gas naturale al largo della costa levantina tra Siria, Libano, Israele e Gaza detengono immense riserve di gas naturale. Anche in questo caso gli Stati Uniti operano per espellere la Russia e controllare le riserve di gas nel Mediterraneo orientale. Dal 2000, la società di costruzioni russa Strojtransgaz è attiva in Siria con contratti per la costruzione di due raffinerie di gas nella zona di Homs e per costruire la parte siriana dell’Arab Gas Pipeline tra Libano, Siria, Giordania ed Egitto. Un’altra società energetica russa, Sojuzneftegaz, ha ottenuto un appalto da Damasco per operare sul confine orientale con l’Iraq, nel 2004. Nel 2007, la Syria Gas Company (SGC) e la Strojtransgaz decisero di cooperare per sviluppare le riserve di gas naturale scoperte nel campo di Homs. Durante la crisi in Siria, Sojuzneftegaz ha siglato un importante accordo di esplorazione off-shore con Damasco, il 25 dicembre 2013. Inoltre, la crisi in Siria è scoppiata durante i negoziati tra Siria, Iraq e Iran per costruire il gasdotto dal più grande giacimento di gas naturale del mondo alle coste siriane. Damasco ha firmato l’accordo con l’Iraq e l’Iran il 25 giugno 2011. Fin quando il contratto fu annullato nel 2009, Strojtransgaz avrebbe dovuto collegare un gasdotto tra la città petrolifera di Kirkuk e il porto siriano di Baniyas. Qatar e Turchia sono ostili all’accordo sul gasdotto Iran-Iraq-Siria, in quanto li emargina come esportatori di gas e corridoio energetico. La possibilità che il gasdotto Iran-Iraq-Siria possa esportare gas nell’UE abbassando i prezzi rispetto al GNL degli USA viene anche vista negativamente a Washington. I combattimenti in Siria e Iraq hanno sospeso il progetto, mentre il cambio di regime doveva annullarlo.

LevantineEnergyCorridorLa destabilizzazione come tattica della contrattazione degli USA?
Mentre gli Stati Uniti fomentano tensioni in Europa per sostenere i negoziati sul TTIP con Bruxelles, il Pentagono si schiera in Medio Oriente. La presenza del Pentagono nella regione non ha nulla a che fare con la lotta al SIIL. In parte, può essere legato ai negoziati nucleari con l’Iran. In cima ad altri obiettivi, il rafforzamento militare degli Stati Uniti potrebbe essere volto a dare Washington una leva supplementare contro Teheran nei colloqui sul nucleare. Creare instabilità sembra parte dell’approccio ideato. Comunque, la sua creazione appare strumentale nel sostenere trattative e contrattazioni degli USA. Ciò è molto chiaro riguardo le tensioni in Ucraina, dove Washington usa la crisi a proprio vantaggio nelle trattative sul TTIP e le sanzioni contro il gas russo per spacciare il suo GNL all’UE.

Articolo originariamente pubblicato su RussiaToday (RT) 8 ottobre il 2014.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dollaro KO per accerchiamento? I cinesi campioni del mondo nel GO

Caro Reseau International 5 luglio 2014

Bank-of-China_2556148bSun Tzu: vincere la guerra senza combattere
Dall’inizio di luglio, le notizie dalla Cina sono strettamente collegate… e tutte importanti. In primo luogo, per la Cina stessa.

1) La Banca centrale della Cina ha ratificato un accordo con Londra per la conversione yuan/sterlina
Il London Stock Exchange Group (LSEG) ha firmato accordi con due banche statali cinesi per incrementare il commercio off-shore in yuan nel Regno Unito. Una partnership con Bank of China (BoC) consente a LSEG e agenzie del credito di valutare e stabilire le regole di compensazione comuni e il processo di finanziamento dei futuri prodotti denominati in yuan, afferma una dichiarazione pubblicata sul sito del LSEG. La Bank of China, il terzo maggiore istituto di credito in Cina per attività, mira a diventare membro del LSEG. “La Cina potrà abbreviare il processo d’internazionalizzazione della sua moneta di almeno 10 anni, se potrà attingere al mercato europeo“, ha detto Dai. “Londra è un buon punto di partenza, perché la città ha esperienza nel trading di valute estere e perché i risultati dei suoi mercati finanziari hanno un forte impatto sui Paesi dell’eurozona“.

2) La Cina contatta e firma convenzioni con due banche centrali europee:
• La Banca centrale del Lussemburgo
• La Banque de France
La banca centrale ciense ha firmato due protocolli d’intesa con le banche centrali europee. Il contenuto dell’accordo è molto importante perché indica che la firma di questo protocollo d’intesa è il primo passo verso la creazione di un’infrastruttura per la compensazione e il regolamento delle operazioni in renminbi a Parigi. Ciò significa che ora i flussi di capitale non saranno più controllati dai due istituti di compensazione europei Euroclear e Clearstream, anche se Clearstream è di proprietà di Deutsche Boerse sulla carta, dato che sembra che gli azionisti siano statunitensi, ed Euroclear appartiene a JP Morgan. Perché il Lussemburgo? Perché questo Paese è il primo per detenzione di capitale, indispensabile per effettuare quei trasferimenti, che di solito avvenivano nei paradisi fiscali statunitensi o inglesi, avvengano in Asia in modo discreto. Firmando separatamente con le banche centrali nazionali, la Cina neutralizza qualsiasi opposizione di Draghi a riguardo.

3) La Cina crea una banca mondiale concorrente
Finora 22 Paesi hanno partecipato al progetto volto a creare una nuova “Via della Seta”, l’antica rete commerciale tra Asia ed Europa che collega la città di Xian in Cina alla città di Antiochia in Turchia. L’istituto per lo sviluppo dovrebbe portare il nome d’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) e coprire un’area che si estende dalla Cina al Medio Oriente. Il finanziamento dovrebbe essere utilizzato per sviluppare tali infrastrutture nella regione, tra cui una colossale linea ferroviaria che colleghi Pechino a Baghdad, secondo fonti citate dal Financial Times.

4) La Cina ha i mezzi per le sue ambizioni, dato che le banche cinesi raccolgono oggi un terzo dei profitti globali
I tre principali investitori mondiali, nel 2013, erano la cinese PetroChina con 50,2 miliardi dollari, la russa Gazprom (44,5 miliardi) e la brasiliana Petrobras (41,5 miliardi). Total è il settimo maggiore investitore con 30,8 miliardi, davanti EDF (17.mo con 18,4 miliardi) e GDF Suez (43.mo con 10,4 miliardi). Questi Paesi non hanno abbandonato il potere sovrano di creare moneta, in cui lo Stato ha il controllo delle società, avendo cinesi, russi e brasiliani capito che la liberalizzazione dei servizi energetici non favorisce gli investimenti.

5) La Cina ha firmato un accordo di libero scambio totale con la Svizzera
Il primo trattato di questo tipo del Regno di Mezzo con un Paese europeo. Gli svizzeri si mettono al riparo da deliri e diktat dell’Unione europea, spesso dettati da Washington.

6) Il prossimo vertice dei BRICS sarà cruciale: la nuova architettura finanziaria
In particolare un fondo di riserva monetaria chiamato Accordo sui Fondi di Riserva (Contingent Reserve Arrangement – CRA) e una banca di sviluppo, chiamata Banca BRICS, avranno funzioni di sostegno multilaterale nella bilancia dei pagamenti e nei fondi per il finanziamento degli investimenti. De facto, i BRICS si allontanano da Fondo monetario internazionale (FMI) e Banca Mondiale (BM), istituzioni insediate 70 anni fa nell’orbita del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti d’America. In piena crisi, le due iniziative aprono spazi alla cooperazione finanziaria, a fronte della volatilità del dollaro, e al finanziamento alternativo di Paesi in crisi, senza sottoporli alle condizioni dei programmi di adeguamento strutturale e ristrutturazione economica. Il nuovo vertice dei BRICS mette il FMI sottochiave… Inoltre, contrariamente al “Chiang Mai Initiative” (che include Cina, Giappone, Corea del Sud e le 10 economie dell’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico), il CRA dei BRICS può fare a meno del supporto del FMI nei suoi prestiti, assicurandosi una maggiore autonomia da Washington. La guerra valutaria delle economie centrali capitaliste contro le economie della periferia ne richiede l’attuazione in tempi brevi.

7) L’Argentina è invitata al vertice
In questo contesto, è chiaro che la dedollarizzazione accelera in modo inedito. Il potere degli Stati Uniti deriva anche dal fatto che il dollaro è la valuta globale standard. Se perde tale ruolo, gli Stati Uniti non avranno più potere o controllo, saranno un Paese come tutti gli altri. Ed è la de-dollarizzazione che probabilmente causa la massiccia fuga di capitali dagli Stati Uniti, il primo Stato in pericolo di fallimento, incapace di finanziarsi. Così cercano d’immaginare soluzioni deliranti come tassare la rivendita delle obbligazioni del tesoro. Ma quale investitore sarebbe abbastanza sciocco da comprare attività finanziarie che non può vendere senza rischiare gravi perdite finanziarie? O decidono di estendere unilateralmente le scadenze obbligazionarie. O, come appena annunciato da Lagarde, arraffare le assicurazioni, avendo il doppio vantaggio di causare panico in Europa facendo rientrare i capitali negli USA. Ma tali decisioni sono totalmente inefficaci, peggio ancora, aggravano la situazione, come indubbiamente dimostra l’ammenda alla BNP, ricattata politicamente per la consegna di armi alla Russia, probabilmente in obbedienza anche  alla logica di provare con tutti i mezzi a rimpatriare i capitali negli Stati Uniti. Perché ci vorrebbe una vera e propria strategia politica per imporre una politica economica e sociale alla finanza che la rifiuta, una strategia possibile solo se lo Stato mantiene l’autorità suprema di creare denaro… Come nel caso dei Paesi BRICS, perciò la loro strategia è coerente, efficiente e utile all’interesse generale dei popoli che rappresentano. Gli interessi dei finanzieri che gestiscono gli Stati Uniti (azionisti della FED) oggi sono contraddittori, non hanno strategia e sono antagonisti ai loro clienti, così come ai popoli statunitense e dei vassalli europei. In Europa, più che negli Stati Uniti, non vi sono più piloti… e il dollaro sta per essere messo KO dalla strategia coerente della Cina e dei Paesi BRICS, promettendo qualche turbolenza in estate dall’enorme impatto economico e sociale.

Avvertenza
PS: Tutti i calcoli degli articoli citati, in particolare sulle nuove banche di sviluppo e mondiali in via di creazione, sono in dollari per semplicità semantica e facilità giornalistica. Non penso che nel contesto attuale, in particolare nel caso della BNP, queste banche conservino gran parte delle loro attività in dollari.YuanFonti:
China
Xinhua
Agence Ecofin
Contrepoints
Romandie
Swissinfo
Reseau International
Reseau International
Zerohedge
Zerohedge

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, Kiev in difficoltà tra ambasciate e gasdotti

Alessandro Lattanzio, 19/6/2014
10308748Il 14 giugno, la milizia della Repubblica Popolare di Lugansk lanciava una controffensiva per liberare la città di Shastie occupata dai golpisti. Le truppe ucraine vi persero 11 soldati della 128.ma Brigata di fanteria di Mukachevo e dell’80.mo Reggimento aeroportato di Lvov, ma i miliziani dovettero ritirarsi per l’assalto di veicoli blindati ed elicotteri delle guardie nazionali ucraine. A Izjum, la milizia di autodifesa tendeva un agguato a un convoglio golpista diretto a Slavjansk, distruggendo 4 autoveicoli e un BTR. 2 gruppi da ricognizione della guardia nazionale venivano respinti presso Slavjansk, tra Artem e l’insediamento Severnij, con l’eliminazione di almeno 4-5 miliziani majdanisti. A Krasnij Liman, un posto di blocco majdanista presso Kirovsk veniva colpito da mortai e lanciagranate, distruggendo 1 blindato ucraino. Secondo l’ONU, almeno 356 persone, di cui 257 civili, sono morte dall’inizio delle operazioni majdaniste contro Lugansk e Donetsk. Dal 2 maggio al 14 giugno le forze golpiste hanno subito 2670 effettivi tra morti, feriti e prigionieri; 1240 di Pravyji Sektor nella Guardia nazionale, tra cui il comandante della Guardia nazionale maggior-generale Sergej Kulchitskij; 770 mercenari di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbass e Azov; 100 agenti del Servizio di sicurezza dell’Ucraina; 150 mercenari stranieri; 21 dell’ASBS Othago, 29 statunitensi della Greystone e 95 statunitensi di Academi, 5 cecchini donne; 90 della 95.ma Brigata aeromobile di Zhitomir; 90 della 25.ma Brigata aeromobile di Dnepropetrovsk; 50 della 79.ma Brigata aeromobile di Nikolaev; 10 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd; 30 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij; 50 guardie confinarie a Lugansk distacco confine; 30 della 16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij; 20 della 831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod; 5 della 114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk; 5 militari sull’aereo da ricognizione An-30 abbattuto il 6 giugno, di Kharkov; 25 agenti di CIA ed FBI (13 morti, 12 feriti); 35 agenti del MUP (Ministero degli Interni ucraino). Riguardo l’equipaggiamento militare, la junta di Kiev ha perso 7 carri armati T-64; 35 BTR; 16 BMD/BMP; 16 elicotteri Mi-8/17 e Mi-24; 1 cacciabombardiere Su-24; 2 velivoli d’attacco al suolo Su-25; 1 velivolo da trasporto militare Il-76; 1 velivolo da ricognizione An-30; 1 UAV; 3 autoveicoli Gaz-66; 3 Hummer; 6 autocarri Ural e 6 Kamaz; 2 MLRS (lanciarazzi multipli) Uragan e 3 Grad; 2 obici semoventi Nona e 3 obici D-30.
Composizione della spedizione punitiva contro il Donbas:
26000 effettivi, composti da:
14000 della Guardia nazionale ucraina;
5000 mercenari ucraini di Kolomojskij dei battaglioni Dnepr, Donbas e Azov;
400 delle unità del Servizio di sicurezza dell’Ucraina di Kiev, Poltava, Ternopol, Ivano-Frankovsk,
Lvov, Rovno, Lutsk, Volin, Vinnitsa, Zhitomir;
670 mercenari stranieri della polacca ASBS Othago, e delle statunitensi Greystone e Academi.
1000 della 95.ma Brigata aeroportata di Zhitomir;
1000 della 25.ma Brigata aeroportata di Dnepropetrovsk;
1000 della 79.ma Brigata aeroportata di Nikolaev;
1000 della 93.ma Brigata meccanizzata di Cherkassij;
200 del 3.zo Reggimento Forze speciali di Kirovograd;
16.ma Brigata aviazione dell’esercito di Brodij, regione di Lvov;
831.ma Brigata da combattimento aereo di Mirgorod, regione di Poltava;
114.ma Brigata da combattimento aereo di Ivano-Frankovsk;
500 delle forze speciali.
Tutte le unità militari tra Lugansk e il confine con la Russia sono passate alla Repubblica Popolare, dichiarava Valerij Bolotov, “Attualmente tutte le unità militari da Lugansk all’est della città sono passate con la RPL, tranne quella all’aeroporto, con cui negoziamo“. Si tratta di una brigata di paracadutisti di Dnepropetrovsk trincerata presso il Lugansk International Airport. Il comandante del controspionaggio della RPL, Vladimir Gromov, dichiarava la formazione di un’unità per la lotta contro i sabotatori. Infatti, nella regione di Sverdlovsk la milizia e i cosacchi intercettavano e arrestavano 8 sabotatori majdanisti. Aspri combattimenti a Semjonovka e Daekovo; bombardamenti su Gorlovka, Kramatorsk e Slavjansk causavano 10 morti e 42 feriti.
Il 18 giugno, a Odessa gli uffici della banca Privat dell’oligarca Kolomojskij e l’ufficio del servizio stampa del ministero degli Interni dell’Ucraina sono stati incendiati. A Lugansk, la milizia catturava 3 blindati ucraini e ne distrugge altri 3, mentre eliminava 11 soldati e ne catturava altri 18 del battaglione speciale Ajdar della guardia nazionale, distrutto nei pressi del villaggio Metalist in un agguato della milizia popolare. Ajdar era formato da circa 100 volontari neofascisti di Volin, Kharkov, Uzhgorod, Lugansk, Kiev e Donetsk. Altri 5 miliziani majdanisti venivano arrestati, tra cui 3 cecchini donne, di cui una baltica.
10462499In relazione all’assalto all’ambasciata russa a Kiev e al consolato russo di Odessa del 14 giugno, il Presidente del Comitato internazionale della Duma di Stato Aleksej Pushkov affermava che “gli attacchi sono stati premeditati. Non si tratta di azioni spontanee, ma accuratamente pianificate”, mentre il Ministro degli Estri russo Lavrov dichiarava “Il ruolo di primo piano nell’attentato all’ambasciata era svolto dai combattenti del battaglione Azov, istituito e finanziato da Kolomojskij, che le attuali autorità di Kiev hanno nominato governatore di Dnepropetrovsk“. All’incidente aveva partecipato il ‘ministro degli Esteri’ golpista Andrej Deshitsa che mentre scagliava una pietra contro  l’ambasciata russa, gridava “fottiti Putin! Vorrei stare qui con voi per dire Russia fuori dall’Ucraina!” alla teppaglia che vandalizzava le auto del personale dell’ambasciata, profanava la bandiera russa e danneggiava l’edificio con petardi e vernice. Deshitsa è stato perciò destituito dal suo ufficio. Il vicepremier golpista ucraino Vitalij Jarema ha detto che, “Alla seduta del Consiglio Nazionale di Sicurezza e Difesa il presidente dell’Ucraina ha nettamente proibito qualsiasi cooperazione nel settore militar-industriale con la Federazione russa“, mentre il servizio delle guardie di confine e il ministero della Difesa dell’Ucraina rafforzavano i posti di blocco al confine tra la regione di Kherson e la Crimea russa. Il checkpoint Chongar veniva circondato da filo spinato e lastre di cemento e un carro armato T-64 e diversi blindati BMP-2 vi sono stati posizionati. A Kharkov, migliaia di manifestanti si riunivano davanti al consolato russo per esprimere sostegno alla Russia dopo l’attacco all’ambasciata a Kiev.
Il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu partecipava a una riunione riservata presso la Duma di Stato. “Una domanda è stata posta se il nostro esercito sia pronto a difendere la Patria in circostanze internazionali complesse. Abbiamo ricevuto una risposta positiva. Tutti sono pronti e l’efficienza è al massimo“, dichiarava Mikhail Emeljanov, primo vicecapogrupppo parlamentare di Russia Giusta. Un altro parlamentare, Vadim Solovev, ha osservato che “sulla preoccupante situazione in Ucraina  siamo pronti ad eventuali sviluppi e tutto dipende dalla posizione dei nostri partner occidentali; e l’esercito è pronto a svolgere qualsiasi compito assegnatogli dal governo e dal Comandante in capo“. Nelle aree di confine russe con l’Ucraina, venivano infatti trasferiti quattro gruppi tattici russi: i 7.mo e 76.mo battaglioni della Divisione d’assalto anfibio, la 56.ma Brigata d’assalto aereo e la 19.ma Brigata fucilieri motorizzati, nell’ambito dell’operazione “per la sicurezza delle frontiere dalle forze militari ucraine“. Aerei da combattimento ed elicotteri d’attacco dell’aeronautica russa iniziavano i pattugliamenti della zona. Le guardie di frontiera ucraine avrebbero riferito della presenza anche di aerei russi per la guerra elettronica. Infine, il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza di gruppo (CSTO) dichiarava necessari l’abbandono del dialogo con la NATO e il rafforzamento dei legami con la Cina e la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il segretario generale della CSTO Nikolaj Bordjuzha ha affermato, “Il Consiglio dei Ministri degli Esteri ritiene necessario sospendere i tentativi di riavviare il dialogo con la NATO (…) Il Consiglio ha inoltre raccomandato di promuovere la cooperazione con l’OSCE. E’ anche necessario allargare il sostegno politico della CSTO alle organizzazioni internazionali di America Latina e Caraibi. Particolare attenzione sarà rivolta allo sviluppo delle relazioni con l’Iran, che esercita un’influenza innegabile nella regione, soprattutto in considerazione del fattore afghano. I cosiddetti due pesi e due misure, e la tendenza imperdonabile a barare sui fatti, sono ampiamente usati per manipolare l’opinione pubblica sui fatti nel mondo“.
La Repubblica dell’Ossezia del Sud riconosce l’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk, “Rispettando l’espressione della volontà del popolo della RPL, la nostra repubblica riconosce i risultati del referendum“, dichiarava il presidente dell’Ossezia del Sud Leonid Tibilov, “l’Ossezia del Sud è pronta a prendere una decisione costruttiva secondo le norme universali del diritto internazionale”. Il gruppo comunista alla Duma ha chiesto a sua volta di riconoscere ufficialmente le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk e di aiutarle militarmente.
Non avendo pagato la bolletta del gas, l’Ucraina dal 16 giugno dovrà pagare in anticipo le forniture di gas dalla Russia. Gazprom dichiarava “Questa decisione è stata presa a causa della sistematica incapacità di Naftogaz Ucraina di pagare. Il debito ammonta a 4,458 miliardi di dollari“. “Hanno pagato zero. Corrispondentemente forniamo zero“, dichiarava Sergej Kuprjanov, portavoce di Gazprom. Subito dopo, nella regione di Poltava esplodeva il gasdotto Urengoj-Pomarij-Uzhgorod, che rifornisce di gas russo l’Europa.

10358744Fonti:
Alawata
Big Rostov
Global Research
ITAR-TASS
ITAR-TASS
ITAR-TASS
LifeNews
Moon of Alabama
Moon of Alabama
Reseau International
RIAN
RussiaToday
RussiaToday
RussiaToday
StopNATO
Vineyard Saker
Vineyard Saker

Perché gli USA temono il South Stream?

Pjotr Iskenderov Strategic Culture Foundation 13/06/2014
Uzsny-potok10L’occidente continua a minacciare i partner della Russia nel gasdotto South Stream. Seguendo il governo bulgaro, la Serbia ha annunciato che i lavori saranno sospesi. Entrambi i Paesi hanno citato la posizione della Commissione europea. Ma il commissario UE dell’energia Gunther Oettinger si rifiuta di discutere la costruzione di South Stream nell’ambito di una consultazione con la Russia,  principale azionista del progetto… Mentre il primo ministro bulgaro Plamen Oresharskij spiega che la sospensione dei lavori sul South Stream con la richiesta della Commissione europea e la necessità di “ulteriori consultazioni con Bruxelles”, la vicepremier e ministra dell’Energia serbo Zorana Mihajlovic ha tentato di incolpare la rivale storica del suo Paese nei Balcani, Sofia. Tuttavia, non ha evitato speculazioni politiche. “Fin quando i negoziati tra Bulgaria e Bruxelles e tra UE e Russia termineranno, resteremo inattivi. O finché la Russia non cambia posizione. In ogni caso i lavori nel nostro Paese saranno ritardati”. Ma la ministra serba non ha menzionato che “la posizione della Russia” sul South Stream risale ai primi mesi del 2008 nell’ambito degli accordi intergovernativi russo-serbi nella cooperazione energetica. Gli obblighi delle parti sul South Stream furono l’argomento principale di tali documenti, successivamente ratificati dal Parlamento della Serbia e confermati dai successivi governi nazionali. Inoltre l’accordo intergovernativo sulla cooperazione energetica, un accordo in cui Gazprom Neft acquista una partecipazione di controllo del monopolio petrolifero della Serbia Naftna Industrija Srbije (NIS) per 400 milioni di euro e discute di 500 milioni di euro d’investimento. Non sorprende che il primo ministro serbo Aleksandar Vucic abbia dovuto correggere la sua ministra; ha dichiarato che il governo serbo non ha deciso la sospensione del progetto South Stream. L’accordo russo-bulgaro per la partecipazione della Bulgaria al South Stream e la creazione di una società mista a tal fine, è stato ratificato dal parlamento bulgaro nel luglio 2008. E nel maggio 2009 a Mosca le aziende del gas di Russia, Italia, Bulgaria, Serbia e Grecia firmarono un documento sulla costruzione del gasdotto South Stream. Nell’agosto 2009 tale documento fu integrato da un protocollo firmato dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan sul transito del gasdotto South Stream nelle acque territoriali turche. Non molto tempo dopo, la società francese Electricité de France entrò nel progetto. Tale serie di eventi testimonia l’infondatezza di una presunta incompatibilità tra il progetto South Stream e gli interessi nazionali di Bulgaria e Serbia, o pratiche legali internazionali comparse solo ora. E anche la Commissione europea sapeva delle disposizioni degli accordi del 2008. Dobbiamo cercare altrove i motivi degli inaspettati discorsi antirussi di Sofia e riecheggiati a Belgrado.
Il fatto che il primo ministro Plamen Oresharskij abbia fatto tale dichiarazione sul South Stream, dopo un incontro con tre rappresentanti degli Stati Uniti guidati dal senatore John McCain, non è sfuggito all’attenzione del pubblico bulgaro. McCain non s’è nemmeno preso la briga di nascondere le richieste degli statunitensi a Sofia e altri partner della Russia: “Sappiamo che ci sono alcuni problemi riguardanti il gasdotto South Stream… ovviamente vogliamo ridurre al massimo il coinvolgimento russo”. Secondo le informazioni disponibili, Washington ha deciso di infliggere un nuovo duro colpo a South Stream, alla cui costruzione partecipano imprese tedesche e francesi, dopo aver ricevuto notizie allarmanti da Baku. Una fonte della società azera SOCAR ha indicato che la società francese Total e quella tedesca E.ON potrebbero vendere le loro azioni del progetto per la costruzione della Pipeline Trans-Adriatica (TAP): “Il complesso tedesco E.ON ha già annunciato l’intenzione di vendere la sua partecipazione al TAP. La francese Total ha anche annunciato l’intenzione di vendere la sua quota del progetto”. Considerando che TAP era destinata a sostituire il fallito Nabucco, che Unione europea e Stati Uniti sostenevano attivamente, ha reso comprensibile il panico a Washington e Bruxelles. C’è una cosa che innervosisce gli statunitensi, ed collegata al cambio della situazione del mercato mondiale dell’energia. Il rapporto recentemente pubblicato dall’International Energy Agency, World Energy Investment Outlook 2014, prevede un crollo della “rivoluzione dello shale” negli Stati Uniti e soprattutto l’aumento della dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni di gas quando la capacità di esportazione di Arabia Saudita e Iran sarà diminuita. In tale situazione, Washington ha deciso che sia necessario ed urgente prendere il controllo delle principali rotte commerciali energetiche che collegano Russia ed Europa. E Washington vede nel ricatto della Russia, di cui Bruxelles, Sofia e Belgrado sono strumenti, il mezzo adatto per servire i propri interessi.

southstream1La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Grande progetto geopolitico: Gazprom firma l’accordo per abbandonare il dollaro

Umberto Pascali, Global Research, 7 giugno 2014

000_aph2002120120030.siE’ solo la punta dell’iceberg. Un grande progetto geopolitico inizia a concretizzarsi…” Il 6 giugno 2014, l’agenzia stampa russa ufficiale ITAR-TASS ha annunciato ciò che molti si aspettavano dall’inizio della crisi ucraina: la principale compagnia energetica russa, Gazprom Neft, ha finalmente “firmato l’accordo con i suoi clienti passando dai dollari all’euro” (in transizione verso il rublo) “nei pagamenti contrattuali“. L’annuncio che l’accordo è stato effettivamente firmato e non solo discusso, è stato fatto dall’amministratore delegato di Gazprom Aleksandr Djukov. Nonostante le pressioni di Wall Street, il suo esercito propagandistico e l’apparato politico, 9 su 10 consumatori di petrolio e gas di Gazprom accettano di pagare in euro. Naturalmente, il grande spartiacque è stato l’inedito accordo 30ennale da 400 miliardi di Gazprom per la fornitura di gas alla Cina firmato a Shanghai lo scorso 21 maggio, alla presenza del Presidente Putin e del Presidente Xi Jinping, durante la violenta destabilizzazione anglo-statunitense dell’Ucraina. In realtà è improprio parlare di 400 miliardi di dollari, perché questo “grande affare” non sarà in dollari, ma renminbi (o yuan) e  rublo russo, legando economicamente e strategicamente Cina e Russia per tre decenni, de facto (e forse poi anche de jure) e creando un’alleanza simbiotica incrollabile che necessariamente coinvolgerà l’aspetto militare.
L’accordo Russia-Cina è una chiara sconfitta degli ossessivi tentativi geopolitici di Wall Street di mantenere i due Paesi in una situazione di concorrenza o, idealmente, di confronto quasi bellico. Cambia la struttura delle alleanze, colpendo i fondamenti storici della geopolitica coloniale inglese (divide et impera). Sotto crescenti pressioni e minacce alla sicurezza nazionale, Russia e Cina hanno superato brillantemente le storiche differenze ideologico-culturali, istigate precedentemente dalle vecchie potenze coloniali (e dai loro eredi finanziari di Wall Street e City di Londra) nella loro strategia “dividi & conquista”. Inoltre, orrore di Londra e Washington, Cina e Russia hanno concluso un accordo con l’India (i BRICS!) spezzando l’altro principio sacro della geopolitica coloniale inglese: il segreto per controllare l’Asia e quindi l’Eurasia, è sempre stato suscitare la perenne rivalità tra India, Cina e Russia. Questa fu la formula del “Grande Gioco” del 19° secolo.  Questo è stato il motivo per cui Obama fu scelto a succedere a George W. Bush. L’allora candidato vicepresidenziale Joseph Biden annunciò chiaramente, il 27 agosto 2008 alla convention democratica di Denver, perché il duo Obama-Biden era stato scelto per occupare la Casa Bianca. Il maggiore errore dell’amministrazione Bush e dei repubblicani, disse, non fu l’atroce bellicismo che scatenarono, ma il loro fallimento nell'”affrontare le maggiori forze che modellano questo secolo: l’emergere di Russia, Cina e India a grandi potenze”. Pupillo di Zbigniew Brzezinski, Barack Obama doveva sconfiggere questa “minaccia”. Ovviamente non c’è riuscito! Ma ciò spiega l’ostinata, irrazionale, arroganza autodistruttiva da Re Canuto dell’attuale amministrazione.
Il significato di tali sviluppi va sottolineato in relazione all’economia reale e alle strutture finanziarie sottostanti. Questi sviluppi in Eurasia possono indebolire “le catene che legano l’Unione europea a Wall Street e City di Londra“. La fine del sistema dei pagamenti in dollari (petrodollari) non riguarda la valuta degli Stati Uniti o gli Stati Uniti in quanto tali. In realtà abbandonare tale sistema significherà restaurare un’economia razionale e prospera negli Stati Uniti. Ciò che è noto come “sistema del dollaro” è solo uno strumento dei centri finanziari feudali per saccheggiare l’economia mondiale. Tali centri sono pronti a qualsiasi cosa pur di salvare il loro diritto a saccheggiare. E’ noto che chi ha cercato, finora, di creare una alternativa al sistema dollaro, ha incontrato una reazione feroce. È giusto ricordare, in questo momento di grande speranza, le parole di uno dei pochissimi grandi strateghi in vita, il Generale Leonid Ivashov. Il 15 giugno 2011, riflettendo sulla distruzione selvaggia della Libia, il generale portavoce ufficiale delle forze armate russe ed ex-rappresentante della Russia nella NATO, ha scritto “I BRICS e la missione della riconfigurazione del Mondo“. Chi contesta l’egemonia del dollaro, ha spiegato Ivashov, diventa un bersaglio. Indicando esempi precisi: Iraq, Libia, Iran: “I Paesi che hanno sfidato il predominio del dollaro invariabilmente subivano gravi pressioni e in alcuni casi attacchi devastanti“. Ma gli “imperi finanziari costruiti da Rothschild e Rockefeller sono impotenti contro le cinque maggiori civilizzazioni rappresentate dai BRICS“.
Così, Ivashov è a favore di una strategia coordinata dei Paesi che rappresentano la metà della popolazione mondiale, che ne afferma l’indipendenza utilizzando la propria valuta. “Il passaggio alle monete nazionali nelle transazioni finanziarie tra i Paesi BRICS gli garantirà un livello inedito d’indipendenza...”
Dal crollo dell’Unione Sovietica, i Paesi che sfidarono il predominio del dollaro invariabilmente subivano forti pressioni e in alcuni casi attacchi devastanti. Sadam Husayn, che vietò la circolazione del dollaro in tutti i settori dell’economia irachena, anche nel commercio petrolifero, fu rovesciato e giustiziato e il suo Paese rovinato. Gheddafi iniziò a trasferire il commercio di petrolio e gas della Libia nelle valute arabe sostenute dall’oro, e i raid aerei contro il Paese seguirono quasi subito… Teheran dovette sospendere l’intenzione di abbandonare il dollaro per evitare di cadere vittima di un’aggressione. Eppure, anche godendo del supporto illimitato degli Stati Uniti, gli imperi finanziari  dei Rothschild e Rockefeller sono impotenti contro le cinque maggiori civilizzazioni rappresentate dai Paesi che ospitano quasi la metà della popolazione mondiale. I BRICS sono chiaramente immuni alle forti pressioni, i suoi Stati membri non sembrano vulnerabili alle rivoluzioni colorate, e la strategia di provocare ed esportare crisi finanziarie può facilmente ritorcersi contro chi la promuova. Al contrasto di Stati Uniti e Unione europea, i Paesi BRICS hanno sufficienti risorse naturali, non solo per mantenere l’economia a galla, contrattando idrocarburi, cibo, acqua ed energia elettrica, ma anche per sostenerne la vigorosa crescita economica. Il passaggio alle monete nazionali nelle transazioni finanziarie tra i Paesi BRICS garantirà un livello inedito d’indipendenza da Stati Uniti e occidente in generale, ma anche questo è solo la punta dell’iceberg. Un grande progetto geopolitico inizia a concretizzarsi
Ora è il momento per l’Europa di decidere il grande passo. La crisi ucraina è in realtà la battaglia per l’Europa. Le élite dell’Europa continentale, la Germania di Alfred Herrausen, la Francia di Charles De Gaulle, l’Italia di Enrico Mattei e Aldo Moro, dell’Europa che ha cercato la via a sovranità e indipendenza… sono state finora terrorizzate e minacciate esattamente nei termini spiegati dal Generale Ivashov. Ora la battaglia per l’Europa infuria. Ci occuperemo in un prossimo articolo delle grandi forze europee, dei partner silenziosi, ancora traumatizzati e spaventati, che guardano con trepidazione e ricordi dolorosi delle passate sconfitte, la ferma posizione della Russia.

TASS_772418_lCopyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Firmato il trattato istitutivo dell’Unione economica eurasiatica

Viktoria Panfilova New Oriental Outlook 03/06/2014
4c6c789c2e48845259375e0779a0dc1aI Presidenti Vladimir Putin, Nursultan Nazarbaev e Aleksandr Lukashenko hanno firmato il trattato che istituisce la Comunità economica eurasiatica, ad Astana il 29 maggio. Tre Paesi sono al centro di questa alleanza economica: Russia, Kazakhstan e Bielorussia. Il documento storico segna una nuova fase dell’integrazione economica. Il nuovo accordo entrerà in vigore il 1° gennaio 2015, riunendo un territorio con una popolazione di 170 milioni di abitanti e un’economia da 1 trilione di dollari. Russia, Bielorussia e Kazakhstan gradualmente aprono le frontiere per consentire la libera circolazione di merci, capitali, lavoro e servizi, oltre a dare ai cittadini la parità di accesso a trasporti e infrastrutture energetiche, ognuno dei quali sarà regolato da dogane e disposizioni tariffarie comuni. Questa nuova unione dovrebbe essere integrata in futuro dall’adesione di Armenia e Kirghizistan. I politici occidentali percepiscono il progetto dell’Eurasec come ostile, creando seri ostacoli all’egemonia occidentale sia nell’ex-sfera d’influenza sovietica che nel mondo. La cerimonia ufficiale della firma ad Astana, in Kazakhstan, s’è svolta sullo sfondo delle accresciute tensioni nella regione, aggravate dalla crisi politica in Ucraina. Ciò non è affatto accidentale. Come la ricercatrice del MSU Natalija Kharitonova ha recentemente affermato: “La Russia cerca di mobilitare il sostegno all’integrazione eurasiatica e di utilizzarne i benefici, esistenti e previsti, per  fini propagandistici anche verso i Paesi ai suoi confini occidentali“.
Il presidente russo Vladimir Putin ha ammesso che “grazie allo spirito costruttivo generale e alla volontà e capacità di ognuno di raggiungere dei compromessi, abbiamo superato molte difficoltà lungo la strada e riuscito a firmare il documento entro il termine che avevamo stabilito (il 1 giugno). Il leader kazako Nursultan Nazarbaev è fiducioso sui risultati: “L’accordo è completo, competente e tiene conto degli interessi di tutti gli Stati coinvolti”. Ha sottolineato che le decisioni prese nell’Unione saranno consensuali: “ciascuna parte avrà un ruolo determinante“. Nazarbaev ha ancora una volta sottolineato che l’unione economica “in nessun modo mette in dubbio l’indipendenza o la sovranità politica degli Stati che partecipano al processo di integrazione“. Il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko ha cercato di “tranquillizzare” gli oppositori dell’integrazione economica di Russia, Bielorussia e Kazakhstan, osservando che nell’EurAsec tutte le voci saranno equamente ascoltate. “Insieme a Russia e Kazakhstan partecipiamo a un equo processo comune. E se dovremo far carico qualcuno di qualsiasi cosa, sarà anch’esso equo. Questa è la nostra alleanza amichevole“, ha detto Lukashenko. Il presidente della Bielorussia s’è indignato per le critiche infondate sentite mentre si preparava il trattato che istituisce l’EurAsec. “Abbiamo sentito accuse e rivendicazioni secondo cui l’integrazione è il ritorno dell’impero sovietico, una perdita di sovranità e che metterà a dura prova non Russia o Kazakistan, ma Bielorussia. Ma la Bielorussia  potrà anche ottenere di più di chiunque altro. Anche ora la stampa solleva un polverone su Lukashenko che chiede concessioni, negoziando dei bonus per Minsk, cito“, ha detto Lukashenko. Tuttavia Lukashenko ha stipulato un utile accordo per il suo Paese, sempre contestato dal giornalismo “irresponsabile”. Dopo le minacce del presidente bielorusso di bloccare la firma, una serie di domande di Minsk è stata risolta positivamente. Quindi, Mosca ha promesso di trasferire 2 miliardi di dollari in prestiti, per ricostituire rapidamente le riserve bielorusse in calo entro maggio 2014. La questione delle forniture petrolifere è stata risolta. Come notato da Lukashenko, “possiamo aumentarne la quantità richiesta, in caso di necessità”. Il leader bielorusso è anche riuscito a negoziare una promessa sulla questione chiave dell’abolizione dei dazi doganali sui prodotti petroliferi russi esportati dalla Bielorussia. Ciò equivale a circa 3-4 miliardi di dollari all’anno. La Bielorussia cesserà anche completamente tutti i pagamenti sui trasferimenti di petrolio dalla Russia nel 2016.
Astana, per non restare indietro, ha chiesto parità di accesso ai gasdotti e oleodotti russi. Il nuovo regime commerciale richiede che Mosca fornisca ad Astana e Minsk sovvenzioni pari a 30 miliardi di dollari l’anno, cinque volte superiore a quelle attuali. L’industria del petrolio e del gas russo  compenserà questi costi. Ma a parte Bielorussia e Kazakhstan, principali partecipanti dell’Unione, il Kirghizistan, candidato all’adesione, riceverà 1,2 miliardi di dollari da Mosca per il privilegio di un’entrata indolore nell’Euresac. Di questi, 1 miliardo sarà per il Fondo di sviluppo della Repubblica, e altri 200 milioni per la creazione della “tabella di marcia” per l’adesione della Repubblica all’Unione doganale. I relativi accordi sono già stati firmati dai due governi. Il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev che, a quanto pare non si aspettava tanta generosità da Mosca, ha detto che il Kirghizistan è disposto ad aderire all’EurAsec nel 2015. Ciò sembra  sorprendere Vladimir Putin. Il processo di adesione del Kirghizistan all’Unione sarà abbastanza lungo. Il Kirghizistan deve prima diventare membro dell’Unione doganale e dello spazio economico comune, e solo allora potrà entrare nell’EurAsec. Putin, riferendosi al suo omologo del Kirghizistan, ha dichiarato: “Sono lieto del vostro impegno personale nel progetto. Sappiamo che il percorso sarà difficile, che richiederà un duro lavoro degli esperti della Commissione eurasiatica e del governo.  Ma in ogni caso siamo pronti ad aiutarvi, a dare una mano e vedere quali ulteriori passi poter intraprendere per aiutare l’economia del Kirghizistan a prepararsi al nostro lavoro comune. Sul piano bilaterale, a mio parere, tutto va come ci aspettavamo. Mi auguro che tutti i nostri programmi saranno adempiuti“.
L’Armenia è pronta ad entrare nella nuova alleanza. Il Presidente Serzh Sargsjan s’è offerto di firmare il trattato di adesione dell’Armenia all’Unione economica eurasiatica entro il 15 giugno di quest’anno. Tuttavia, in risposta, il Presidente Nazarbaev ha proposto di prendere in considerazione questo problema il 1° luglio, sottolineando che l’Armenia dovrebbe rispettare tutti i requisiti di adesione all’Unione, cioè aderire all’Unione con i confini riconosciuti dalle Nazioni Unite. “Come nell’adesione al WTO”, ha detto Nazarbaev. (Nel 2003, l’Armenia ha aderito all’OMC con i confini internazionalmente riconosciuti, cioè senza il Nagorno-Karabakh e le sette regioni occupate). Tuttavia, dobbiamo considerare il fatto che l’EurAsac è un’unione per l’integrazione economica, e la questione del Nagorno-Karabakh è politica e che dovrebbe essere risolta nel quadro del Gruppo di Minsk dell’OSCE. “In cima all’ordine del giorno per l’Armenia restano i problemi militari e di sicurezza energetica, il principale e forse l’unico garante dei quali è la Russia. Difficilmente si può dubitare che Mosca tiri le fila per la velocità inaudita dell’integrazione, di cui Erevan cerca di beneficiare soprattutto con l’unione doganale e quindi con la piena adesione all’Unione Eurasiatica. Alcuni dicono che l’EurAsec sia esclusivamente economica. Beh, sì e no. Anche se questo è vero per il Kazakhstan, chiaramente non lo è per Armenia e Russia, dice Arkadij Dubnov, esperto diplomatico. Il trattato istitutivo dell’EurAsec dovrebbe essere ratificato dai parlamenti di Russia, Bielorussia e Kazakhstan entro la fine dell’anno, e l’Unione eurasiatica inizierà ad operare efficacemente dal 1° gennaio 2015. Ma gli esperti già dicono che l’Unione ha molti più vantaggi che svantaggi. Non dobbiamo escludere la prospettiva di un allargamento della cerchia dei Paesi che desiderano aderire all’unione. Secondo Putin, “le potenze economiche globali chiave” già mostrano interesse per la nuova alleanza. “Non è un caso che i principali attori economici del mondo già mostrano interesse per l’unione, vista come la più diretta ed immediata. Dovunque vado, con chiunque parlo, tutti vogliono sapere come avviare rapporti con la futura Unione eurasiatica“, ha detto il leader russo.
Ma vi sono anche pareri negativi. Certe élite politiche occidentali hanno un atteggiamento ostile verso l’EurAsec, vedendola come possibile serio ostacolo all’egemonia occidentale, sia nell’ex-sfera di influenza sovietica che nel mondo. Abbiamo visto quanto è stato fatto per impedire l’adesione dell’Ucraina al progetto eurasiatico. “Nonostante la situazione in Ucraina, l’istituzione dell’EurAsec e il rafforzamento della cooperazione tra Russia, Kazakhstan e Cina hanno inferto un duro colpo alle ambizioni occidentali di conservare un sistema mondiale unipolare. Possiamo quindi aspettarci tentativi nel prossimo futuro di destabilizzare la situazione, in particolare nella regione dell’Asia centrale. La situazione in Tagikistan e gli attentati terroristici ad Urumqi, mostrano i primi segni di di tale scenario in formazione. Mentre il business occidentale “da tempo segue il progetto eurasiatico con interesse ed è alla ricerca di nuovi quadri per la cooperazione e la comunicazione aziendale con i partner eurasiatici“, dice Julija Jakusheva, Direttore Esecutivo del Sever-Iug Political Science Centre. L’esperto in Asia centrale e Medio Oriente Aleksandr Knjazev ritiene inoltre che la firma dell’Unione economica eurasiatica pone anche domande sulle contromisure all’integrazione eurasiatica che potrebbero essere rilevate in futuro. Ciò è dimostrato da una serie di dichiarazioni dei politici e delle azioni del governo degli Stati Uniti. “Penso che l’Ucraina, come mezzo per contrastare l’integrazione sia solo il primo passo. L’elenco delle possibili misure future è piuttosto lungo, dato il numero di recenti eventi spiacevoli per gli Stati Uniti, oltre alla firma dell’accordo di oggi ad Astana, vi è il recentemente notevole riavvicinamento delle relazioni tra Russia e Cina. A ciò dobbiamo aggiungere il netto passo geopolitico del Kazakhstan verso l’Eurasia“, ha detto Knjazev.

Viktoria Panfilova, della redazione de “the Independent Newspaper“, per la rivista online “New Oriental Outlook“.

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Gazprom inizia la produzione nel giacimento Badrah dell’Iraq
ITAR-TASS 2 giugno 2014

gazpromneftGazprom Neft, il braccio petrolifero del colosso energetico russo Gazprom, ha detto di aver avviato la produzione del giacimento Badrah, nell’Iraq orientale. La quantità di petrolio necessaria per l’avvio della produzione commerciale sarà accumulata in tre mesi e “il campo Badrah sarà quindi pronto a raggiungere i livelli di produzione previsti di 15000 barili al giorno“, ha dichiarato Gazprom Neft. La produzione del giacimento Badrah, nella provincia orientale di Wasit, raggiungerà il suo picco di 170000 barili al giorno (circa 8,5 milioni di tonnellate all’anno) nel 2017 e quindi vi rimarrà per un periodo di 7 anni, secondo Gazprom Neft. Le riserve geologiche del campo Badrah sono stimate in 3 miliardi di barili di petrolio. Il contratto con il governo iracheno per lo sviluppo del giacimento Badrah è stato firmato nel gennaio 2010, dopo una gara d’appalto in cui un consorzio di imprese costituito da Gazprom Neft, Kogas della Corea del Sud, Petronas della Malesia e TPAO della Turchia è stato dichiarato vincitore. La quota di Gazprom Neft nel progetto è del 30%, mentre il 22,5% va a Kogas, 15% a Petronas e 7,5% a TPAO. La quota del governo iracheno rappresentata nel progetto iracheno dall’Oil Exploration Company (OEC), è del 25%. Il progetto di sviluppo di Badrah ha una durata prevista di 20 anni con una possibile proroga di cinque anni, secondo Gazprom Neft. Gli investimenti di capitale nel progetto sono stimati a 2 miliardi di dollari.
Alla fine di marzo 2014, il maggiore produttore indipendente di greggio russo LUKoil ha avviato la produzione del giacimento petrolifero West Qurna-2 nel sud dell’Iraq. LUKoil, che ha investito 4 miliardi di dollari nel progetto, produce 120000 barili al giorno a West Qurna-2 e progetta di passare a 400000 barili al giorno entro la fine anno. Il contratto ha una durata di 25 anni. West Qurna-2 è il secondo campo non sviluppato del mondo, con riserve recuperabili di circa 14 miliardi di barili. LUKoil detiene il 75% del progetto, mentre la North Oil Company statale dell’Iraq ha il 25%.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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