Sanzioni contro la Russia: il loro impatto negativo sulla sicurezza energetica globale

Igor Alekseev, Route MagazineNsnbc
baltic_pipelineDopo una serie di dichiarazioni da testata sulla possibilità di “orientare” i consumatori europei verso il gas statunitense, i media degli USA si sono affrettati ad annunciare l’offensiva del petrolio e del gas di Obama contro la Russia. In realtà l’UE non è attualmente disposta, né tecnicamente né in termini di prezzi, ad acquistare risorse energetiche dagli Stati Uniti. Ci vorrebbero almeno dieci anni per adeguare anche il tecnicamente avanzato sistema energetico tedesco all’uso del gas statunitense. Nelle crisi, quando è particolarmente urgente avere un rapido ritorno degli investimenti, tali progetti sono irrealistici.
Se l’industria tedesca sia pronta a pagare di più il gas estero solo per il dubbio piacere di “punire” qualcuno, è una grande domanda. A differenza dei funzionari dell’UE, il governo tedesco non mette pubblicamente in discussione i suoi contratti a lungo termine con la Russia o il futuro del gasdotto South Stream. Il 13 marzo 2014, il presidente del consiglio di amministrazione di Gazprom, Aleksej Miller, ha partecipato a un incontro con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Energia della Germania Sigmar Gabriel. “La Germania è il primo partner della Russia nel mercato del gas e dell’energia in Europa“, ha dichiarato Miller. “Il gas russo rappresenta il 40% di tutte le importazioni tedesche. E persino si nota l’aumento delle forniture di gas dalla Russia. Lo scorso anno, le esportazioni ammontavano ad oltre 40 miliardi di metri cubi, con un aumento annuale del 20%“. Guardando queste statistiche, è chiaro che tutte le chiacchiere sulla solidarietà atlantica non hanno alcun effetto sul razionale processo decisionale del governo tedesco. “Non abbiamo bisogno di un’escalation del conflitto“, ha affermato Sigmar Gabriel nella tavola rotonda degli esperti in politica energetica di fine marzo. “La Russia ha rispettato gli obblighi previsti dai contratti sul gas anche negli anni più bui della guerra fredda“. Sigmar Gabriel sa di cosa parla. Per l’Europa poter utilizzare pienamente le forniture di gas dagli Stati Uniti, sarà necessario costruire impianti costosi per decomprimere e immagazzinare il gas. Inoltre, al fine d’integrare il gas “americano” nei sistemi energetici locali, i Paesi europei avrebbero bisogno di costruire nuove stazioni di pompaggio.  L’infrastruttura associata ne aumenterà il prezzo al consumatore. Né i padroni dell’industria tedesca, né i leader politici responsabili, sosterranno tale politica.

Quindi chi c’è dietro la pretesa di punire la Russia?
Barack Obama continua a guardare all’Europa per fare pressione su Mosca. Non è un caso che le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti in politica energetica coincidano con la sua visita in Arabia Saudita. Il presidente Obama è venuto a Riyadh per abbattere i prezzi, in cambio dello sviluppo delle strutture saudite per estrarre e liquefare il gas da inviare in Europa. E’ improbabile che anche lo stesso Charles Maurice de Talleyrand possa convincere i sauditi a riversare la maggior quantità di risorse possibile sul mercato e solo in cambio della nebulosa  promessa di un aiuto statunitense nell’avere nuovi impianti gasiferi, in un imprecisato futuro. Anche la posizione del Qatar deve essere considerata. Vi sono gravi disaccordi tra i sauditi e l’ex-emiro del Qatar, ipersensibile come nessuno in Medio Oriente sul bisogno di un nuovo concorrente nel settore del gas. Il tentativo di Obama di ripetere il trucco petrolifero di Ronald Reagan in Medio Oriente “abbattendo” i prezzi globali, dovrà affrontare molti ostacoli. L’abbattimento del prezzo del petrolio a 80 dollari susciterebbe un altro problema, la vera polemica nella campagna per la rielezione di Obama, e cioè cosa fare dell’Iraq. Anche un calo del 10% del prezzo del petrolio potrebbe eliminare l’economia irachena, ancora scossa dall’invasione degli Stati Uniti. E Israele osserva i tentativi della Casa Bianca di avviare il riavvicinamento con l’Iran. Se lo Zio Sam tenta d’imporre sanzioni energetiche contro la Russia per le sue posizioni politiche in Medio Oriente, presto scoprirà di aver caricato la pistola solo per spararsi ai piedi.
Il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Ernest Moniz, incaricato da Obama e appassionato di scisto, s’è esaltato nel dibattito su come “punire” la Russia. Ha promesso di prendere in considerazione nuovi sforzi per le navi metaniere dagli Stati Uniti all’Europa. In questo caso particolare, il suo intervento difficilmente rifletterebbe la posizione dei CEO delle major petrolifere.  Sanno molto bene che un vera svolta dei prezzi nel settore non si avvicina a quella di 30 anni fa, per via dell’inflazione e dei costi operativi sempre più elevati. Solo il terminale Sabine Pass da 10 miliardi di dollari, una struttura della Cheniere di Cameron Parish, ha l’approvazione necessaria dal dipartimento dell’Energia e dalla Regulatory Commission della Federal Energy statunitensi. Ai primi di marzo, l’economista statunitense Philip Verleger, che ha lavorato alla Casa Bianca e al Tesoro degli Stati Uniti negli anni ’70, ha parlato da esperto sulla questione di come usare l’energia per “punire” la Russia. Nella newsletter del 3 marzo 2014 che pubblica per i suoi clienti, Verleger ha scritto che gli Stati Uniti dispongono di uno strumento per influenzare la Russia, la sua Strategic Petroleum Reserve (SPR). La riserva statunitense attualmente è pari a circa 700 milioni di barili di petrolio, cinque milioni dei quali sono stati immessi sul mercato durante la visita a Washington del primo ministro ad interim ucraino Arsenij Jatsenjuk. “E’ quasi una sfida alla logica pensare non ci sia un legame“, ha osservato John Kingston, direttore della divisione notizie della Platts. Toccare l’SPR per manipolare il mercato globale sarebbe una decisione assai straordinaria. L’unico modo per esercitare una reale pressione sui prezzi mondiali del petrolio sarebbe cedere almeno il 50% di tutta la SPR e concedere licenze di esportazione a chiunque lo volesse. Il DoE statunitense non è ovviamente pronto a tali misure draconiane. Guardando il Rapporto 2014 scritto dagli analisti del DoE, noti per la loro fede quasi religiosa nelle energie alternative, il prezzo minimo per il petrolio nel 2015 sarà di 89,75 dollari/barile. Il bilancio nazionale russo, nel 2014, gravato dalle spese per le Olimpiadi, è stato redatto sulla base di un prezzo medio di 93 dollari al barile. Ergo, anche 80-90 dollari non sarebbero affatto un disastro per Mosca, tanto meno 100 dollari al barile. Inoltre, la pressione “non di mercato” dagli Stati Uniti potrebbe essere bilanciata dalle nazioni esportatrici. Ad esempio, con l’idea della “moneta energetica”, a lungo tema caldo presso l’OPEC e il Gas Exporting Countries Forum (GECF).
Per la prima volta nella storia delle relazioni USA-Russia, assistiamo a un dibattito pubblico sulla minaccia di sanzioni economiche che può avere ampi effetti negativi sulla sicurezza energetica globale. L’amministrazione Obama si comporta come se seguisse un vecchio libro di testo di economia politica sovietico. Al momento, a quanto pare, il dogma sacro del libero mercato, da Samuelson a Friedman, può essere comodamente trascurato solo per punire una nazione sovrana. Quando il capo dello Stato più influente del mondo parla di manipolazione dei prezzi di mercato per punire attori recalcitranti, di che tipo di “libero mercato globale” e fair play parla per davvero?

09670350-8cd2-45af-ac1c-2ea3331d3383Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Casa Bianca mente all’UE sulle forniture di gas dagli USA

William Engdahl New Oriental Outlook 04/07/2014

shale-gas-rigs-in-british-columbia-source-flickr-nexen-400pxLa Casa Bianca e il dipartimento di Stato con faccia di bronzo hanno fatto promesse ai governi dell’UE sulla capacità degli Stati Uniti di fornire abbastanza gas da sostituire quello fornito dai russi. Le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Obama e del segretario di Stato John Kerry sono così palesemente false da tradire una disperazione incredibile a Washington sulla situazione in Ucraina contro Mosca. O suggerisce che Washington è così al di fuori da qualsiasi realtà fattuale, che semplicemente ignora ciò che dice. In entrambi i casi, si dimostra un partner diplomatico inaffidabile per l’UE. Dopo il suo recente incontro con i capi dell’UE, Obama ha fatto una dichiarazione incredibile sul Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP)  segretamente negoziato, a porte chiuse, dalle grandi multinazionali per facilitare agli Stati Uniti l’esportazione di gas in Europa contribuendo a ridurne la dipendenza dall’energia russa: “Una volta attuato l’accordo commerciale, i titoli dei progetti d’esportazione del gas naturale liquefatto per l’Europa saranno molto più semplici, qualcosa di ovviamente rilevante nel contesto geopolitico attuale“, ha dichiarato Obama. Quel po’ di opportunismo politico per cercare di sostenere i colloqui in stallo sul TTIP, giocando sui timori europei di perdere il gas russo dopo il colpo di Stato orchestrato in Ucraina il 22 febbraio, ignora il fatto che il problema d’inviare il gas di scisto dagli Stati Uniti all’UE non riguarda l’alleggerimento delle procedure di autorizzazione del GNL negli USA e nell’UE. In altre recenti dichiarazioni, riferendosi al recente boom del gas di scisto non convenzionale negli Stati Uniti, Obama e Kerry hanno affermato che gli Stati Uniti potrebbero sostituire tutto il gas russo per l’UE, una bugia irrealistica. Alla riunione di Bruxelles, Obama ha detto ai capi europei che dovrebbero importare gas di scisto dagli Stati Uniti sostituendo quello russo. Ma qui c’è un problema enorme.

La fallimentare rivoluzione del gas di scisto
Numero uno, la “rivoluzione dello shale gas” negli Stati Uniti è fallito. Il drammatico aumento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti con il “fracking” o l’estrazione del gas dalle formazioni di roccia di scisto è stato abbandonato dalle maggiori compagnie energetiche come Shell e BP, essendo antieconomico. Shell ha appena annunciato una forte riduzione della sua esposizione nello sviluppo del gas di scisto negli Stati Uniti. Shell vende i suoi contratti di locazione su circa 700000 ettari di terre di gas di scisto, nelle principali aree di gas di scisto di Texas, Pennsylvania, Colorado e Kansas, e dice che può sbarazzarsene di altri per fermare le perdite dovute al gas di scisto. Il CEO di Shell, Ben van Beurden, ha dichiarato: “La gestione finanziaria non è francamente accettabile… alcune delle nostre puntate esplorative non hanno semplicemente prodotto nulla“. Una sintesi utile dell’illusione sul gas di scisto viene da una recente analisi dei risultati di diversi anni di estrazione di gas di scisto negli Stati Uniti da parte dell’analista David Hughes, che osserva, “la produzione di gas di scisto è cresciuta in modo esplosivo arrivando a quasi il 40 per cento della produzione di gas naturale degli Stati Uniti. Tuttavia, la produzione è stagnante dal dicembre 2011; l’ottanta per cento della produzione di gas di scisto proviene da cinque campi, molti dei quali in declino. I tassi molto elevati del declino dei pozzi di gas di scisto richiedono input continui di capitale stimati in 42 miliardi dollari all’anno per perforare più di 7000 pozzi, solo per mantenere la produzione. In confronto, il valore del gas di scisto prodotto nel 2012 è stato di appena 32,5 miliardi di dollari“. Quindi Obama è stato ingannato dai suoi consiglieri sul vero stato delle forniture di gas di scisto negli Stati Uniti, o mente volontariamente. Il primo è più probabile.
Il secondo problema con l’”offerta” degli Stati Uniti di gas all’UE per sostituire il gas russo, è il fatto che richiede una enorme e costosa infrastruttura costruendo nuovi terminali per il gas naturale liquefatto, in grado di gestire le enormi supercisterne di GNL per portarlo negli altrettanto enormi terminali GNL nei porti dell’UE. Il problema è che a causa di varie leggi statunitensi sull’esportazione di beni energetici e l’approvvigionamento nazionale, non esistono terminali di liquefazione di GNL operativi negli Stati Uniti. L’unico attualmente in costruzione è il terminale ricevente Sabine Pass GNL, a Cameron Parish in Louisiana, di proprietà della Cheniere Energy, dove John Deutch, ex-capo della CIA, siede nel CdA. Il problema con il terminale Sabine Pass GNL è che la maggior parte del gas è stato pre-contrattato da coreani, indiani ed altri clienti asiatici, non dall’UE. Il secondo problema è che anche vi fosse un’enorme capacità nei porti da poter sostituire le forniture russe di gas all’UE, ciò aumenterebbe i prezzi sul mercato interno del gas naturale superiore, riducendo il mini-boom produttivo alimentato dall’abbondante gas di scisto a buon mercato. Il costo finale per i consumatori europei del GNL degli Stati Uniti sarà molto più elevato del gas russo inviato tramite la pipeline Nord Stream o l’Ucraina. Il problema successivo è che non ci sono le supercisterne specializzate in GNL per rifornire il mercato comunitario. Tutto ciò richiederà, compresi autorizzazioni ambientali e tempi di costruzione, circa sette anni in media e nelle migliori condizioni.
L’UE oggi riceve circa il 30% del suo gas, la fonte energetica in più rapida crescita, dalla Russia. Nel 2007 la russa Gazprom ne ha fornito il 14 per cento alla Francia, il 27 per cento all’Italia, il 36 per cento alla Germania. Finlandia e Stati baltici ricevono il 100 per cento di gas importato dalla Russia. L’Unione europea non ha alcuna alternativa realistica al gas russo. La Germania, la maggiore economia, ha stupidamente deciso di eliminare gradualmente l’energia nucleare e la sua “energia alternativa” eolica e solare è un disastro economico e politico dai costi dell’elettricità per i consumatori che esplodono, anche se quelle alternative sono una parte minuscola del mercato totale. In breve, l’idea chimerica di chiudere il gas russo e aprire invece il gas degli Stati Uniti, è priva di senso economico, energetico e politico.

F. William Engdahl è consulente sul rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra delle sanzioni: Washington minaccia la Russia sull’”accordo anti-petrodollari”

Mosca si vendica, accordi commerciali bilaterali con “il Gold Standard dei Petro-Rubli”
Tyler Durden Global Research, 5 aprile 2014

Russia100rubles04frontSulla scia del possibile “Santo Graal” dell’accordo gasifero tra Russia e Cina (2) e dell’accordo Russia-Iran sul “baratto” petrolifero (3), sembra che gli Stati Uniti siano molto preoccupati per l’onnipotenza del loro petrodollaro.
- Gli USA avvertono Russia e Iran contro il possibile accordo petrolifero
- Gli USA dicono che tale accordo innescherebbe delle sanzioni
- Gli USA hanno espresso preoccupazioni al governo iraniano tramite ogni canale
Abbiamo il sospetto che le sanzioni avranno più denti di pochi divieti di visto, ma come abbiamo notato in precedenza, è altrettanto probabile che sarà un’altra epica debacle geopolitica dovuta a ciò che originariamente doveva essere una dimostrazione di forza, che invece si trasforma rapidamente nella definitiva conferma della debolezza. Come abbiamo spiegato all’inizio della settimana, la Russia sembra perfettamente felice di far capire di essere disposta ad utilizzare il baratto (e “il cielo non voglia” l’oro) e prossimamente altre valute “regionali”, al posto del dollaro statunitense, a scorno invece di quanto previsto dal blocco occidentale, che sembra essere fallito danneggiando perciò l’intoccabilità del Petrodollaro…
Se Washington non fermerà questo accordo, sarà il segnale per gli altri Paesi che gli Stati Uniti non rischieranno ulteriori dispute diplomatiche a spese delle sanzioni“. Ed ecco Voce della Russia, “la Russia si prepara ad attaccare il petrodollaro”: “ La posizione del dollaro come valuta di base del commercio globale dell’energia fornisce agli Stati Uniti una serie di vantaggi sleali. Sembra che Mosca sia pronta ad evitare tali vantaggi”. (4) I “petrodollari” sono uno dei pilastri della potenza economica degli USA perché creano la forte domanda estera di banconote statunitensi, permettendo agli Stati Uniti di accumulare impunemente enormi debiti. Se un acquirente giapponese compra un barile di petrolio saudita, deve pagarlo in dollari anche se nessuna compagnia petrolifera statunitense tocca quel barile. Il dollaro da tempo ha una posizione dominante nel commercio globale, tanto che anche i contratti sul gas della Gazprom con l’Europa hanno prezzi e sono pagati in dollari statunitensi. Fino a poco prima, una parte significativa degli scambi UE-Cina avveniva in dollari. Ultimamente, la Cina ha tentato, presso i BRICS, di sloggiare il dollaro dalla posizione di prima valuta globale, ma la “guerra delle sanzioni” tra Washington e Mosca ha dato impulso al tanto atteso lancio del petrorublo sottraendo le esportazioni energetiche russe alla valuta statunitense. I principali sostenitori di questo piano sono Sergej Glazev, consigliere economico del presidente russo, e Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, la maggiore compagnia petrolifera russa e stretto alleato di Vladimir Putin. Entrambi assai decisi nel tentativo di sostituire il dollaro con il rublo russo. Ora, alcuni alti funzionari russi portano avanti il piano.
In primo luogo, è stato il ministro dell’Economia Aleksej Uljukaev a dire al notiziario Russia 24 che le compagnie energetiche russe dovrebbero abbandonare il dollaro. “Devono essere più coraggiose firmando contratti in rubli e valute dei Paesi partner“, ha detto. Poi il 2 marzo, Andrej Kostin, amministratore delegato della statale VTB Bank, ha dichiarato alla stampa che Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport, azienda statale specializzata nelle esportazioni di armi, inizieranno ad operare in rubli. “Ho parlato con le direzioni di Gazprom, Rosneft e Rosoboronexport e non sono preoccupate di passare al rublo per l’esportazione. Hanno solo bisogno di un meccanismo per farlo“, ha detto Kostin ai partecipanti della riunione annuale dell’Associazione delle banche russe. A giudicare dalla dichiarazione fatta nella stessa riunione da Valentina Matvenko, speaker della Camera alta del Parlamento russo, è lecito ritenere che nessuna risorsa verrà risparmiata per creare tale meccanismo. “Alcuni decisori ‘teste calde’ hanno già dimenticato che la crisi economica globale del 2008, che colpisce ancora il mondo, ha avviato il crollo di alcuni istituti di credito di Stati Uniti, Gran Bretagna e altri Paesi. Questo è il motivo per cui riteniamo che eventuali azioni finanziarie ostili siano una lama a doppio taglio e anche il minimo errore gli tornerà contro come il boomerang degli aborigeni“, ha detto. Sembra che Mosca abbia deciso il responsabile del “boomerang”. Igor Sechin, l’amministratore delegato di Rosneft, nominato a presiedere il consiglio di amministrazione della Borsa di San Pietroburgo, una borsa specializzata. Nell’ottobre 2013, intervenendo al World Energy Congress in Corea, Sechin ha chiesto un “meccanismo globale per il commercio del gas naturale” e suggerito che “era opportuno creare una borsa internazionale tra i Paesi partecipanti, in cui le operazioni possano essere registrate in valute regionali“. Ora, uno dei leader più influenti della comunità di commercio energetico globale ha lo strumento perfetto per realizzare questo piano. Una borsa in cui i prezzi di riferimento del petrolio e del gas naturale russi saranno fissati in rubli anziché in dollari, infliggendo un forte colpo ai petrodollari. Rosneft ha recentemente firmato una serie di grandi contratti per le esportazioni di petrolio in Cina ed è prossima a firmare un “accordo jumbo” con le aziende indiane. In entrambe le occasioni non si parla in dollari. Reuters riferisce che la Russia è prossima a una transazione beni-per-petrolio con l’Iran che darà a Rosneft circa 500000 barili di petrolio iraniano al giorno da vendere sul mercato globale. Casa Bianca e russofobi del Senato sono lividi e cercano di bloccare la transazione perché apre certi serissimi scenari sgradevoli per i petrodollari. Se Sechin decide di vendere il petrolio iraniano in rubli attraverso la borsa russa, tale mossa aumenterà le possibilità del “petrorublo” di danneggiare i petrodollari.
Si può dire che le sanzioni statunitensi hanno aperto il vaso di Pandora dei problemi per la banconota statunitense. La rappresaglia russa sarà sicuramente spiacevole per Washington, ma cosa succederà se altri produttori e consumatori del petrolio decidessero di seguire l’esempio della Russia? Il mese scorso la Cina ha aperto due centri per elaborare i flussi commerciali in yuan, a Londra e a Francoforte. I cinesi preparano una mossa simile contro il biglietto verde? Lo scopriremo presto. Infine, chi è curioso di ciò che può succedere, non solo in Iran, ma in Russia, è invitato a leggere “Dal petrodollaro al petro-oro: Gli Stati Uniti cercano di tagliare l’accesso dell’Iran all’oro“. (5)

gasmap2_960Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“Rivoluzioni Colorate” in Ucraina: al crocevia della politica di potenza euroatlantica ed eurasiatica

Leon Rozmarin, Global Research, 6 febbraio 2014

602px-Map_of_Ukraine_en.svgAd oltre vent’anni dall’indipendenza, l’Ucraina è scossa dal tentativo di una seconda “rivoluzione colorata”, mentre i suoi problemi abbracciano un ampio spettro politico, economico e culturale, e la “posizione strategica” pone il Paese al centro della politica di potenza euro-atlantica ed eurasiatica.  Se l’occidente vuole aiutare l’Ucraina, dovrebbe invertire rotta e adottare un approccio utile.

Il sostegno orientale dell’Ucraina
Alla sua indipendenza dopo la disgregazione dell’URSS, le aspettative dell’Ucraina erano alte: aveva ereditato una congrua parte delle industrie sovietiche, ricchi terreni agricoli, milioni di lavoratori qualificati e professionisti istruiti, e il più alto PIL pro capite nell’ex-Unione Sovietica, superiore alla Russia. Queste aspettative devono ancora essere corrisposte. Nello spazio post-sovietico, il PIL dell’Ucraina pro capite è ora il 6°, dopo il Turkmenistan e 2,5 volte inferiore al potere d’acquisto in Russia. Simbolicamente, l’incrociatore lanciamissili Progetto 1164 Ukraina, lascito dalla Russia durante la suddivisione della Flotta del Mar Nero, si trova ancora incompiuto e arrugginito nei moli di Nikolaev. In una certa misura, l’Ucraina dipende dai sussidi energetici russi,  dal rinvio del debito e dal mercato del lavoro per sopportare il peso socio-economico dell’indipendenza. Per oltre un decennio (1992-2005) l’Ucraina ha ricevuto il gas russo a un quarto o a un terzo del prezzo di mercato europeo, acquistandone quantitativi supplementari per riesportarli con ricavi aggiuntivi, risparmiando e facendo miliardi di dollari ogni anno. L’industria e le famiglie in Ucraina si affidano su tali sconti per sopravvivere nel lungo e difficile periodo di transizione e di ridislocazione socioeconomica. Quando il presidente Jushenko (2005-2009) iniziò a tagliare i legami con la Russia e avvicinava l’Ucraina alla NATO, la Russia cominciò a ridurre gli sconti sull’energia, ma vendeva il gas con il 20%-30% di sconto rispetto ai prezzi europei. La Russia è  anche un’importante fonte delle rimesse per l’economia ucraina, con 3,7 milioni di cittadini ucraini che vi risiedono nel 2013, più di un milione dei quali clandestini [1], con i miliardi di dollari di rimesse annuali, consegnate non come aiuti ufficiali ad intermediari governativi, ma direttamente ai bilanci familiari. Inoltre, le industrie dell’Ucraina continuano ad affidarsi alla Russia per l’esportazione di vari manufatti industriali. Mentre l’economia e le finanze del Paese entrano in un’altra crisi, il Presidente Janukovich s’è volto sia ad est che ad ovest. La risposta immediata e tangibile è venuta dalla Russia.

Un altro vicolo cieco finanziario
L’iniziale prestito di 3 miliardi di dollari dalla Russia era urgentemente necessario per pagare le pensioni e altre prestazioni sociali, e il debito pubblico. La leadership ucraina brontolava per la difficoltà di ottenere una misero prestito di 600 milioni di euro dall’UE e il pacchetto multi-miliardario del FMI. Quest’ultimo ha avanzato le note condizioni: congelamento delle pensioni e delle altre prestazioni sociali, licenziamento dei lavoratori pubblici, aumento dei prezzi dell’energia alle famiglie e all’industria, precursore di esplosioni sociali e politiche che qualsiasi leader  eviterebbe. A quanto pare il FMI pensa che la gente possa permettersi di stringere la cinghia per sempre. Negli ultimi anni, la leadership ucraina si era rivolta a russi e cinesi per avere 20 miliardi di prestiti per il settore statale e bancario. L’ultimo sconto sul gas dalla Russia ne abbassa il prezzo a 268,5 dollari per 1000 mc, 100 dollari meno dei prezzi europei, rallentando l’esaurimento costante delle riserve di valuta estera dell’Ucraina. Inoltre, il colosso energetico russo Gazprom ha prepagato diversi anni di tasse di transito del gas all’Ucraina. Eppure l’importanza del prezzo del gas scontato diventa più ampia e profonda nel bilancio nazionale, in quanto i prezzi energetici toccano i costi di produzione delle esportazioni industriali dell’Ucraina. In questo momento, bolletta del gas sospesa dell’Ucraina, per il 2013 e il 2014, arriva a quasi 3,5 miliardi di dollari, mentre la leadership chiede un differimento anche per il 2014. Se Kiev mai ottenesse un dignitoso pacchetto di aiuti finanziari dall’Unione europea, dovrebbe riconsegnarne una gran parte a Gazprom. A tutto ciò, si aggiunge la quantità decrescente di gas russo transitante nel sistema dei gasdotti dell’Ucraina. Ai primi del 2000 Gazprom inviava una media di 100-120 miliardi di mc all’anno tramite la rete sovietica dell’Ucraina, portando oltre un miliardo di dollari. Negli ultimi due anni, tuttavia, i volumi di transito sono diminuiti a 80 miliardi di mc, mentre la Russia avvia nuovi gasdotti la cui capacità combinata supera le esportazioni europee. Bypassando l’Ucraina, questi oleodotti permettono a Gazprom di rifornire costantemente i consumatori europei. Sollevano inoltre dubbi i piani di ammodernamento della rete gasifera dell’Ucraina che, senza volumi di transito garantiti, perdono la ragione del finanziamento multi-miliardario che tali progetti richiedono. Eppure questa modernizzazione è necessaria se il sistema deve continuare a funzionare in modo affidabile e conservare all’Ucraina uno dei vantaggi ereditati dall’URSS. Ora la rete di gasdotti sembra essere troppo costosa da modernizzare e troppo rischiosa per ricevere somme considerevoli, dato il pericolo dei tubi vuoti. La chiave di questo dilemma, come per altri, è il miglioramento delle relazioni con la Russia che conserva una notevole influenza economica sull’Ucraina.

Sogni e incubi
Dopo diversi anni di pubbliche relazioni costanti a favore dell’”Euro-integrazione” quasi la metà dei cittadini dell’Ucraina crede di avvicinarsi al miracolo economico, contribuendo a sfuggire al sogno trasformatosi in incubo della transizione al capitalismo. Le attuali aspettative prevedono pensioni più alte, stipendi migliori, accesso aperto al mercato del lavoro dell’UE, strade appena riasfaltate e legge e ordine. Come un mio conoscente italiano ha affermato, “i nuovi Stati membri dell’UE vogliono affibbiarci i loro problemi pensando che glieli risolveremo.” Forse se l’adesione all’UE sia  in realtà nei piani dell’Ucraina, tali aspettative non sarebbero infondate. Nel frattempo, la Russia ha usato la sua influenza per promuovere i propri interessi e certamente continua a farlo oggi, offrendo incentivi e facendo pressione per l’integrazione orientale, ossessionata dall’incubo di un’ulteriore espansione della NATO, delle basi militari e dell’ABM statunitensi in Europa orientale, come simbolo della “partnership” post-guerra fredda. Come ha osservato lo studioso statunitense K. Waltz, i leader degli Stati Uniti “in modo sconcertante pensano in termini di Est od Ovest, piuttosto che alla loro interazione” e l’espansione della NATO “è destinata a creare un nuovo equilibrio di potere… a congelare il processo storico (e) tenersi un mondo unipolare“, ma questo “aliena la Russia”.[2] Più minacciosamente, nel 2007 l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina, W. Taylor,  respinse la neutralità come valida opzione dell’Ucraina e promise che “la NATO non utilizzerà l’adesione dell’Ucraina contro la Russia… ci sono molti esempi di Paesi dell’ex Patto di Varsavia e di repubbliche sovietiche ora nella NATO, ma non vediamo che vengono utilizzati contro la Russia“.  [3] Oggi, Polonia, Romania e Bulgaria sono state scelte come nuovi basi per il dispiegamento di forze e siti ABM statunitensi. Pochi anni dopo, il sottosegretario alla Difesa A. Vershbow rivelò che gli Stati Uniti e funzionari ucraini discutevano dell’uso di ex-radar sovietici e russi in Ucraina per conto del sistema ABM statunitense, affermazione confermata dall’ambasciatore dell’Ucraina in Washington. [4] Poco dopo, il segretario generale della NATO Fogh Rassmussen promise che “in nessun modo (ciò) compromette le questioni principali (con Mosca)” [5] e che la NATO continuerà a promuovere l’adesione dell’Ucraina. [6] La neutralità è infatti diventata molto difficile per l’Ucraina nel contesto della geopolitica ovest-est. Osservando dall’altra parte dell’Eurasia, la cinese Xinhua dichiarava che “l’Ucraina è divenuta popolare per la Russia e la NATO” e si trova in una “posizione delicata … importante per la Russia (come) ultimo baluardo contro la NATO“. [7]
La competizione in potenza e sicurezza è accompagnata dalla geopolitica dell’integrazione. Nel 2011, il commissario dell’UE Barroso avvertì l’Ucraina che “è impossibile integrarsi nell’Unione doganale (con Russia, Bielorussia e Kazakhstan) essendo nella zona di libero scambio con l’UE.” [8] mentre la segretaria di Stato degli Stati Uniti Clinton aveva apertamente dichiarato che “lavoreremo sui modi per rallentare o impedire la reintegrazione” di tutta la regione. [9] Il ministro degli Esteri russo Lavrov tentò di attenuare la retorica e respinse “le scelte artificiali tra vettori ‘occidentali’ e ‘orientali’ dello sviluppo… questi non dovrebbero opporsi… (il nostro) approccio prevede l’integrazione eurasiatica come contributo alla creazione di un unico spazio economico e umano dall’Atlantico al Pacifico.” [10], un tema ribadito dal Presidente Putin durante il Vertice UE-Russia del gennaio 2014. Naturalmente, se mai avverrà, la sequenza di questa integrazione e l’eventuale posizione dell’Ucraina in essa, sono questioni conflittuali per entrambe le parti.

Il lato giusto della storia?
Una ricca UE, dotata di risorse finanziarie ed economiche sostanzialmente più grandi della Russia, potrebbe aprire le frontiere a milioni di lavoratori migranti ucraini che vanno in Russia, sovvenzionare il consumo di gas dell’Ucraina e offrire grandi prestiti a basso interesse. Non ha fatto nulla di ciò. Ha invece utilizzato le sue leve nella politica interna, fragile e in difficoltà, dell’Ucraina per fare pressione e dare lezioni alla leadership. In occidente fascismo e terrorismo sono giustamente considerati dei mali e, in ultima analisi, movimenti ottusi. Sorprendentemente, oggi si  osservano gli USA e i loro alleati della NATO dilettarsi sul lato sbagliato della storia, ben disposti a sfruttare le fazioni estremiste ed arretrate per scopi geopolitici in Siria e ora in Ucraina. Inoltre, come fecero nell’Iran di Mosaddegh e nel Cile di Allende, gli Stati Uniti sembrano ancora una volta voler sovvertire un leader democraticamente eletto, in un’era in cui la democrazia sarebbe determinante. Mentre Maidan, a Kiev, in gran parte è costituita da gruppi organizzati della società civile e da individui benintenzionati, gli occupanti apertamente razzisti ed ultra-nazionalisti hanno una forte presenza e sono l’ala armata nella divisione del lavoro a Maidan. I politici occidentali usano eufemismi come “attivisti” per gruppi ispirati dai marci resti dell’ideologia hitleriana,  abbandonandosi a  una demagogia anti-governativa davanti alle folle a Kiev, intromettendosi nella politica interna dell’Ucraina e rovinandone il fragile consenso. Anche supponendo le migliori intenzioni, si tratta di una politica irresponsabile e dannosa. Hanno inoltre costantemente ignorato le regioni orientali e meridionali dell’Ucraina e non sembrano includere nel “popolo dell’Ucraina” quei milioni di silenziosi che hanno eletto Janukovich alla presidenza e reso il suo Partito delle Regioni il primo in Parlamento. Queste stesse regioni meridionali e orientali guidano l’economia del Paese e ne riempiono il bilancio. I politici occidentali sbagliano di aspettarsi che le meno sviluppate e avvantaggiate regioni dell’Ucraina decidano unilateralmente la politica nazionale al posto delle più numerose e industrializzate regioni finanziatrici dell’est e del sud, le regioni che hanno eletto due degli ultimi tre presidenti dell’Ucraina.

Una nuova “partnership”?
Oltre alla dimostrazione di scortesia diplomatica verso Kiev, il tenore delle istruzioni occidentali in Ucraina è indicativo. Anche senza la firma dell’accordo di associazione con l’UE, la leadership del Paese ha ricevuto la richiesta di cambiare le leggi nazionali, creare nuove coalizioni e divieti perentori contro l’uso delle forze di polizia dal governo per tutto il periodo in cui i suoi uffici sono stati occupati, le strade e le barricate di Kiev presidiate e i poliziotti aggrediti. In tale luce, quasi si ammira l’effettiva soppressione del movimento Occupy negli Stati Uniti, con migliaia di arresti contro manifestanti incommensurabilmente più tranquilli di quelli di Kiev, o l’indulgenza dell’UE nei confronti della polizia greca durante le rivolte di massa antieuropee e anti-Merkel ad Atene. Avere obblighi senza pari partecipazione o diritti, di fronte a richieste e forti suggerimenti invece del dialogo, definiscono una persona, e un Paese, come assoggettato. I dominanti hanno solo sudditi; le democrazie hanno i cittadini. Se l’occidente ha veramente le migliori intenzioni verso l’Ucraina, dovrebbe adottare metodi diversi e più costruttivi, essere sensibile sulla situazione di tutti i cittadini e gruppi in Ucraina, non solo con quelli che trova attualmente utili, ed abbinare l’aiuto finanziario alla sua iperattività politica.

Note
[1] “В. Мунтиян: В России находятся 18 млн украинцев и выходцев из этой страны“, RBC NEWS, 23/11/2013
[2] Kenneth Waltz, “Realismo strutturale dopo la guerra fredda” International Security, Vol. 25, No. 1 (estate 2000), p. 36-38
[3] “L’integrazione con la NATO non sarà usata contro la Russia – Taylor” RIA Novosti, 07/04/2007
[4] “Gli USA considerano i radar ucraini per lo scudo antimissile” RIA Novosti, 15/10/2009, e “I Radar ucraini possono trovare posto nello scudo missilistico statunitense“, Russia Today, 15/10/2009
[5] “La NATO non si comprometterà con la Russia in Georgia“, RIA Novosti, 17/12/2009
[6] “La NATO non potrà mai attaccare la Russia“, RIA Novosti, 17/12/2009
[7] “L’Ucraina diventa popolare per la Russia e la NATO“, Xinhua News Agency, 15/04/2004.
[8] “L‘integrazione dell’Ucraina nella UD l’escluderebbe dal libera commercio con l’UE” RIA Novosti, 18/04/2011
[9] “Gli USA si opporranno ai processi d’integrazione nello spazio post-sovietico” ITAR TASS, 07/12/2012
[10] “I vicini della Russia non dovrebbe essere costretti alla scelta artificiale tra vettori di sviluppo’occidentali’ e ‘orientali’, pensa Lavrov“. ITAR TASS, 14/01/2013

Leon Rozmarin è nato a Odessa e ha studiato Storia e Scienze Politiche negli Stati Uniti. Attualmente vive in Massachusetts, USA.
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché lo shale stagnerà e non si avranno bassi prezzi del petrolio

Rakesh Krishnan Simha RIR 1 dicembre 2013

53369petroleo7Gli Stati Uniti detronizzeranno l’Arabia Saudita e la Russia da pesi massimi del mercato energetico mondiale? L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel suo World Energy Outlook 2013 pubblicato a novembre, dice che gli Stati Uniti sorpasseranno la Russia quale primo Paese produttore di petrolio nel mondo, entro il 2015. Il rapporto ha fatto esplodere un pozzo di commenti nei media statunitensi, promettendo la nuova indipendenza energetica agli Stati Uniti. Inoltre,  presentano un profluvio di previsioni sull’economia russa, fortemente dipendente dal petrolio e dal gas, secondo cui probabilmente crollerà. E’ vero che vi è stato un balzo enorme nella produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti. La nuova parola con la F negli USA è fracking o fratturazione idraulica, basata sul pompaggio di un cocktail di acqua e sostanze chimiche nelle formazioni rocciose di scisto, spezzandolo e rilasciando petrolio e gas intrappolati nella roccia. Inoltre, gli Stati Uniti si gettano nella perforazione orizzontale, che permette a un pozzo verticale di attingere  ampiamente petrolio e gas da un intero strato.
Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama spera che il fracking trasformi gli USA nell’”Arabia Saudita del gas”. Altri sono più diretti. I repubblicani, presentando un disegno di legge che permetta l’esportazione di gas dagli Stati Uniti, credono che la nuova normativa “promuova la sicurezza energetica dei principali alleati degli Stati Uniti, aiutando a ridurne la dipendenza da petrolio e gas di Paesi come Russia e Iran“. Ma quando qualcosa è troppo bello per essere vero, probabilmentenon lo è. Vi sono due problemi. Uno, i prodotti chimici utilizzati nel fracking sono estremamente pericolosi e possono filtrare nelle riserve idriche nel terreno. I residenti nelle zone in cui fracking dilaga scoprono che le fonti d’acqua sono ormai imbevibili. Resta da vedere per quanto il pubblico statunitense tollererà la distruzione del proprio habitat. In secondo luogo, la perforazione orizzontale e la fratturazione idraulica hanno breve durata. Secondo Route Magazine, vi saranno picchi di produzione per uno o due anni, ma poi il flusso iniziale si esaurirà. “La durata complessiva dei pozzi di scisto in Texas è di circa otto anni“, dice. “Le aziende di perforazione devono investire continuamente in nuovi pozzi o riaprire quelli vecchi. In confronto i convenzionali pozzi perforati verticalmente dimostrano una durata di 20-30 anni“.

Nonostante il scisto, i prezzi aumentano
Il singolo fattore più importante che nega il boom di scisto e mantiene elevati i prezzi è l’insaziabile domanda di energia dai Paesi emergenti. Con il commercio globale di energia già ri-orientato dall’Atlantico alla regione Asia-Pacifico, la Cina è destinata a diventare il più grande Paese importatore di petrolio al mondo. E dal 2020, l’India dovrebbe diventare la principale fonte della crescita della domanda mondiale di petrolio, dice l’IEA. Ed è anche sulla buona strada per diventare il più grande importatore di carbone dal 2020. Uno sviluppo interessante è il Medio Oriente che si  afferma quale importante centro di consumo, emergendo come secondo più grande consumatore di gas entro il 2020 e terzo più grande consumatore di petrolio entro il 2030. L’AIE dice che il centro di gravità della domanda globale di energia si passa decisamente verso le economie emergenti. Entro il 2035 rappresenteranno oltre il 90 per cento della crescita netta della domanda di energia. Quindi, anche se gli Stati Uniti potranno inondare il mercato con nuovo petrolio, Cina e India l’assorbiranno.

Il fattore saudita
Anche se non più dominante come negli anni passati, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) guidata dall’Arabia Saudita è ancora un elemento chiave nel business del petrolio. L’Arabia Saudita per decenni ha subito i termini dettati dagli Stati Uniti, in cambio dell’ombrello della sicurezza. E’ un fatto che la famiglia reale al-Saud non durerebbe una settimana senza la protezione statunitense. Negli anni ’80, gli Stati Uniti fecero pressione sull’Arabia Saudita per spalancare le fonti petrolifere del regno e inondare i mercati mondiali con greggio a buon mercato, deprimendo i prezzi. Ciò allo scopo di danneggiare l’economia sovietica, a cui i sauditi felicemente adempirono. Con la fine dei “senza Dio” dell’Unione Sovietica e di fronte all’enorme buco nel bilancio, i sauditi non furono più così desiderosi di ridurre il prezzo del petrolio.

La rivoluzione russa
La grande novità sul fronte russo è lo scatto avutosi, soprattutto con la Gazprom, nella produzione  petrolifera della Russia, con un nuovo record post-sovietico di 10,59 milioni di barili al giorno nell’ottobre 2013. Il balzo russo è arrivato contro ogni proiezione disperante emessa dagli analisti occidentali. Anche se non si sviluppano nuovi giacimenti da tempo, la Russia prevede di sbloccarne di ulteriori cercando investimenti cinesi per perforare altri pozzi. Con il padre di tutte le offerte del giugno 2013, Rosneft, il più grande produttore di petrolio del mondo, accettava di fornire alla China National Petroleum Corp. 300000 barili di greggio al giorno per un periodo di 25 anni, un accordo pari a 270 miliardi di dollari. Molte altre offerte stipulate dai relativamente piccoli rivali russi della Gazprom con le raffinerie cinesi vedranno petrolio e gas, originariamente destinati al”Europa, finire ad est, verso la Cina.

Lo Shale non è un punto di svolta
L’AIE potrebbe screditare la crescita della produzione statunitense sul boom dello scisto, ma osserva che la produzione stagna ed infine diminuirà quando i principali giacimenti petroliferi in Texas e North Dakota avranno superato il primo momento. Inoltre, l’aumento della produzione statunitense non significherà prezzi bassi, perché tutto ciò che produce viene consumato internamente. Si tratta semplicemente di sostituire petrolio canadese e venezuelano importato con quello prodotto internamente. E poiché il petrolio è un bene internazionale, non vi sarà alcun impatto significativo sui prezzi. Quindi, a meno che gli Stati Uniti diventino un grande esportatore di energia, scenario improbabile, il petrolio di scisto non sarà il punto di svolta. Route Magazine riporta che a causa del forte movimento popolare anti-fracking in Europa, molti Paesi hanno accantonato gli irrealistici progetti sul scisto, nonostante il fatto che i prezzi energetici europei siano il doppio di quelli degli Stati Uniti. La Germania ha fissato forti barriere contro il fracking e il presidente francese Hollande ha bloccato le iniziative relative. “L’unico apologeta del fracking nell’Unione europea è la Gran Bretagna, fortemente influenzata dalle aziende statunitensi che cercano di vendere attrezzature di perforazione“, dice la rivista. La Polonia, un altro fedele alleato, ha consentito il fracking sul suo territorio, ma anche lì la gente protesta.

Lo shale non è del tutto un male
Il fracking può essere rischioso per l’ambiente e causare terremoti, ma se gli Stati Uniti perseveranno nel programma di esplorazione del scisto, qualcosa di buono potrebbe venirne. Se il più grande importatore mondiale diventasse autosufficiente, finirà l’era in cui l’Arabia Saudita poteva influenzare i prezzi sul mercato mondiale del petrolio. Insieme a ciò, finirà la capacità del regno di esportare il suo altro grande bene, il fondamentalismo wahabita.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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