Forze paramilitari occidentali compiono omicidi in Ucraina

Jim W. Dean, New Oriental Outlook 22 febbraio 2014

“Sapremo che il nostro programma di disinformazione è riuscito quando tutto il pubblico americano crederà sia falso”. William Casey, direttore della CIA (prima riunione del personale, 1981)

1661295E’ stata una giornata intensa spulciando tra le notizie e il flusso costante dalle fonti sui gruppi filo- occidentali che hanno ripreso le proteste degenerandole in violenze. Questo ha dato all’UE ciò di cui aveva bisogno per innescare, in sicurezza, le prime sanzioni a certi membri del governo. Ma perché? Fonti indipendenti confermano che, quando sembrava che la tregua si preparasse e la  protesta s’indebolisse, i rivoltosi estremisti e i loro mandanti decisero di provocare la ripresa degli scontri, per ritornare sui titoli dei giornali. Anche l’AP ha parzialmente ragione. “Temendo che l’invito alla tregua fosse uno stratagemma, i manifestanti hanno lanciato bombe incendiarie avanzando verso la polizia, nella capitale occupata dell’Ucraina.” Solo in fondo, alla fine dell’articolo accenna alla situazione di stallo tra governo e opposizione, che ha permesso ai rivoltosi estremisti di controllare la piazza. Ma, “Sì, questo è il problema”, come dice l’Amleto di Shakespeare. Chi sono davvero i rivoltosi estremisti e chi li manovra? I media occidentali propagandano un quadro interno del conflitto civile… Ucraina occidentale contro Ucraina orientale. Ma ciò mostra solo chi partecipa all’aggressione. L’occidente, la NATO e in particolare gli Stati Uniti, hanno costruito le forze di destabilizzazione in Ucraina da tempo. Certamente tutti quei giornalisti occidentali ben pagati non l’avrebbero ignorato. Non manca Gladio, la forza di resistenza e sabotaggio nelle retrovie addestrata durante la guerra fredda e creata nel caso in cui l’Unione Sovietica prendesse tutta l’Europa. Erano troppo spaventati per riferirlo. I mandanti di Gladio sono inaciditi, quando dopo anni di inattività qualcuno ha ritenuto che fossero sprecati. In Italia furono più spietati perché c’era una forte presenza comunista che avrebbe potuto controllare grandi città. Quando sembrava che fossero quasi pronti a vincere di nuovo, Gladio venne dispiegata per condurre attentati terroristici “casuali” contro persone nei supermercati o sparando su gruppi di civili. Le bande terroristiche di sinistra furono formate per tali attentati, naturalmente, il pubblico rispose di conseguenza e il partito comunista perse le elezioni. Alcuni procuratori italiani molto coraggiosi studiarono per anni per condannare i responsabili, ma furono bloccati non solo dalla  struttura d’intelligence italiana ma anche della NATO e degli Stati Uniti. Perché?… Perché così si dimostrava che compiendo attentati attribuendoli all’opposizione, si colpiva in modo subdolo la loro immagine pubblica… bene… tale tipo di colpi è uno strumento popolare. Lo vediamo all’opera in questa Neo-Guerra Fredda dell’occidente. Si rispolverano le vecchie Psyops di destabilizzazione dell’intelligence della prima guerra fredda, mettendogli un po’ di nuovo rossetto e mandandole in passerella a sgambettare. Ma naturalmente hanno l’immunità diplomatica negli omicidi e nel caos, qualcosa che subiremo un giorno, se non se la prendono con noi prima.
Il nocciolo duro dell’attuale opposizione ucraina sono i resti del primo tentativo occidentale d’installare governi fantoccio nella repubblica ex-sovietica. Ma c’è sempre bisogno di giovani teppisti per i disordini, e anche di pagarli. Così abbiamo lavorato sulle nostre fonti per sapere qual è… il rossetto. Naturalmente sullo sfondo ci sono i vostri soliti sospetti teppisti della Fondazione per la Difesa delle Democrazie, considerato un brutto scherzo nella comunità d’intelligence, esistendo soprattutto per rovesciare Paesi e installarvi corrotti governi filo-statunitensi. Hanno fatto cose che meriterebbero il processo di Norimberga… e l’appuntamento con un boia. E allora c’è un guazzabuglio di gruppi, bande di George Soros, le infinite ONG quasi sempre facciate dell’intelligence, e alla fine ufficialmente i paramilitari addestrati dalla NATO e dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, da cui proviene gran parte dei finanziamenti, per non sporcare le mani di Pentagono e CIA. Le nostre fonti ci dicono dell’invio via Lufthansa di merci pesantemente sorvegliate dal personale di sicurezza assai ben armato dell’ambasciata degli Stati Uniti, tipi che sembravano SEALS, ma probabilmente della sicurezza del dipartimento di Stato, un piccolo esercito di cui non si parla molto. Il profilo della sicurezza era simile a ciò che si vede quando tanto denaro viene spostato, come i pallet di banconote da 100 dollari che volavano in Iraq. Victoria Nuland del dipartimento di Stato si vantava dicendoci che i contribuenti statunitensi hanno gettato 5 miliardi di dollari di cui c’è disperatamente bisogno qui, per rovesciare il governo ucraino. Quanto costa la democrazia? Una fraccata di denaro presa dai diversi bilanci pubblici e una fraccata riciclata con le ONG. Non so perché certuni li lascino nel loro Paese, in maggioranza sono cavalli di Troia. Com’è successo in Siria, nei tuguri del Nord Africa furono reclutati miserabili criminali ed adolescenti annoiati, sfaccendati e senza prospettiva di un matrimonio. Gli assalti contro prigioni selezionate fornirono l’esperta leadership combattente necessaria ad inondare la Siria di squadroni di assassini e carne da cannone, gente che quando viene ammazzata, non importa a nessuno.
In Ucraina abbiamo visto un tocco diverso, europeo, rappattumando gruppi di nazionalisti, skinhead  e neo-nazisti, anche quelli finti… un vecchio trucco dell’intelligence. Ma abbiamo visto bandiere con la svastica slave, che possono essere vere o potrebbero anche essere oggetti di scena. Nessuno vuole perdersi il grande party delle rivolte di piazza, quindi gruppi come Narodni Otpor (CZ), e Combat-18 erano tutti presenti a Kiev. Si fanno chiamare macchina del terrore, dopo essersi addestrati nei tumulti calcistici. Ma questi sono solo carne da cannone di strada. C’erano i teppisti di Otpor di Gene Sharp, uno dei tanti gruppi di squadristi creati dalla Fondazione per la Difesa delle Democrazie, alla fine degli anni ’90, per deporre Slobodan Milosevic. Dietro i teppisti e i gangster di Otpor c’è la gente seria, i paramilitari che lavorano direttamente per le agenzie d’intelligence… la CIA ovviamente, e il BND tedesco, con entrambi i piedi nella NATO e nei vari rami militari speciali che li addestrano. Tutte queste persone “addestrate” sono pagate, hanno visti garantiti e vengono fatte sparire se le cose vanno male. Queste persone sono i cecchini che sparano sulla polizia ucraina al momento giusto, quando la folla avanza su di lei come è successo oggi. Loro sanno già come spingere la polizia a sparare per difendersi, così fanno in modo che una tale situazione si affermi. La storia di AP menziona cecchini della polizia, ma sarebbero usati solo contro chi spara. Ho visto un bel po’ di video stasera della polizia di Kiev sotto tiro. Un ottimo modo per spingere la polizia ad uccidere dei rivoltosi.
I manifestanti pagati sono rimasti per le strade, perché gli è stato detto di rovesciare il  governo e far uccidere abbastanza carne da cannone, affinché l’occidente possa imporre al governo delle sanzioni, con un passo alla volta. Anche gli ucraini occidentali vengono usati come carne da cannone, ma sono troppo stupidi per capirlo. Di solito non vogliono. E infine sono rimasto sorpreso nel vedere che nessun media ha menzionato che tale attacco occidentale in Ucraina sia la risposta a Putin per avergli impedito l’importante intervento militare in Siria. Gli insorti filo-occidentali collassano mentre scrivo, con la CIA che si agita per integrarli con una nuova carne da cannone dei campi profughi. E mentre gli Stati Uniti fingono preoccupazione per avere a che fare con gli estremisti jihadisti, alla fine non s’è vista alcuna mossa per soffocarne i rifornimenti dai Paesi del Golfo. Così, si tratta di una preoccupazione falsa quanto una banconota da tre dollari. Temo che le cose  peggioreranno prima di migliorare. Spendere 5 miliardi di dollari per dei teppisti, è una cosa che di solito non induce a voler perdere. E come abbiamo visto, uccidere la gente non è un loro problema morale. Il mondo ha bisogno di trovare un modo per difendersi da tali gangster del cambio di regime. Sono una minaccia per tutti. Le istituzioni giudiziarie hanno fallito. Verrà creato qualcosa di nuovo. Quindi cerchiamo di rimboccarci le maniche e di fare ciò che deve essere fatto. Dobbiamo  cambiare il loro regime.

Jim W. Dean, redattore di VeteranToday.com, produttore/ospite di Heritage TV Atlanta, appositamente per “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Verdoni per dei secchi blu: il supporto dell’USAID all’instabilità in Russia

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 13/01/2014

usaidUna “rivoluzione a tema”, per le quali l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e i suoi alleati del National Endowment for Democracy (NED) e dell’Istituto Open Society di George Soros sono famigerati, è praticamente passata inosservata nei media occidentali anglofoni. Nel 2010, provocatori antigovernativi russi, finanziati da organizzazioni non governative occidentali (ONG), organizzarono una serie di proteste caratterizzate da secchi di plastica blu. I secchi dovevano simboleggiare le luci lampeggianti blu portatili, note in russo come migalkij, utilizzati su molti veicoli dei vip russi, tra cui funzionari governativi e imprenditori privati. Il tema della protesta dei secchi blu era direttamente collegato alle attività “pro-democrazia” dell’USAID in Russia. I provocatori filo-americani misero dei secchi blu sul tetto delle loro automobili per deridere l’uso delle luci blu da parte dei funzionari. In risposta, tre partiti rappresentati nella Duma di Stato, Russia Unita, Russia Giusta e Partito Liberal-Democratico, proposero un disegno di legge per reprimere l’uso dei secchi blu dei manifestanti intenti a causare problemi di traffico, a volte con conseguenti incidenti stradali. Il sostegno delle ONG degli Stati Uniti alla rivoluzione dei “secchi blu” precedeva di un anno la nomina da parte del presidente Barack Obama dell’attivista anti-russo Michael McFaul ad ambasciatore degli Stati Uniti in Russia. McFaul iniziò il suo mandato a Mosca aprendo l’ambasciata degli Stati Uniti a ogni sorta di attivista, provocatore e disturbatore anti-russo. Questi provocatori, tra cui il leader del Partito della Libertà e popolare blogger Aleksej Navalnij, del “Fronte di sinistra” Sergej Udaltsov, la celebrità degli scacchi Garry Kasparov, la “ragazza copertina” russa Ksenija Sobchak, i co-leader di “solidarietà” Ilja Jashin e Boris Nemtsov, il capo neo-fascista del partito nazionalbolscevico Eduard Limonov, i capi del partito Jabloko Sergej Mitrokhin, e Lev Ponomarev, furono ben istruiti all’uso di vari dispositivi e accorgimenti per attrarre l’attenzione dei media sulle loro cause e proteste. Le proteste a tema di piazza furono usate dagli attivisti addestrati da Gene Sharp in diverse avanzate operazioni della CIA-Soros. Il primo di questi gruppi a cacciare con successo un governo fu OTPOR, che guidò le proteste che abbatterono Slobodan Milosevic da presidente della Serbia. Altri gruppi sostenuti da attivisti addestrati dagli USA furono Kmara in Georgia, Pora in Ucraina, Kelkel in Kirghizistan e Zubr in Bielorussia.
L’arte di usare simboli come il pugno e trucchi come il secchio blu fu sviluppata dal “guru” della disobbedienza civile Gene Sharp dell’Albert Einstein Institution e di Harvard. Il lavoro di Sharp sulle azioni “non violente” per abbattere i governi fu adottato dalla CIA per fomentare rivolte nei Paesi dello spazio post-sovietico. Sharp nega che la sua opera sia collegata ai servizi segreti degli Stati Uniti, tuttavia, fu finanziato dai maggiori pensatoi utilizzati dalla CIA per operare nel mondo accademico. Sharp fu direttamente finanziato da RAND Corporation, Ford Foundation e NED. Il suo lavoro fu finanziato dall’International Republican Institute, ramo del Partito Repubblicano degli Stati Uniti. L’idea di Sharp di usare icone culturali, religiose e storiche da ridicolizzare in piccole e grandi proteste di massa, ha spesso comportato reazioni violente, smentendo la tesi di Sharp che il suo piano per il cambiamento politico sia “non violento”.
McFaul fu reclutato dai neo-conservatori dell’Hoover Institution presso la Stanford University, per agire da inviato di Obama in Russia. McFaul lavorò presso la direzione di numerose ONG orientate alla Guerra Fredda, tra cui Freedom House, l’Eurasia Foundation di Soros e la NED finanziata dall’USAID. Il coordinatore della “campagna dei secchi blu” era Peter Shkumatov. Le attività di Shkumatov e dei suoi sabotatori del traffico videro i frequenti ospiti dell’ambasciata di McFaul, in particolare Nemtsov e Udaltsov. Un manifestante con il secchio e che indossa una t-shirt con Obama appare in un video caricato su YouTube il 5 maggio 2010. Il video fu prodotto da Nikita Tatarskij, un russo al servizio di Radio Free Europe/Radio Liberty controllata da CIA e Soros. Altri manifestanti dei secchi blu confusero la polizia mettendo i secchi sul tetto dei loro veicoli, causando un ingorgo nel centro di Mosca. Se si scoprisse che l’ambasciata russa a Washington organizza  manifestanti da infiltrare nell’apparato governativo tramite finti veicoli ufficiali, vi sarebbero due reazioni immediate: l’incriminazione per travisamento da agenti delle forze dell’ordine e una forte protesta diplomatica contro il governo russo.
Fu nel settembre 2012, oltre due anni dopo i secchi blu dell’USAID, che il Presidente Vladimir Putin ordinò l’espulsione dell’USAID dalla Russia. 57 ONG in Russia ricevevano ufficialmente finanziamenti dall’USAID, senza contare il supporto non ufficiale dell’USAID ad altri gruppi, alcuni strettamente legati ai terroristi nel Caucaso russo, particolarmente Cecenia e Daghestan. In linea con la formula del gruppo di protesta di Sharp, la campagna dei secchi blu venne suddivisa in “colombe” e “falchi” sotto un organismo ufficiale con il sito web RU-verderko.ru, che in inglese si si traduce “ru-pail.ru”. Per non chiamare il sito “secchio blu”, i provocatori lasciarono aperta la possibilità di cambiare i loro bersagli con gli altri colori dei migalkij, tra cui il rosso usato dai veicoli di emergenza e della polizia, nel caso i manifestanti avessero deciso di alzare la posta delle loro attività anti-governative. L’organizzazione dei secchi blu fu attenta ad informare di essere finanziata da quote e donazioni in modo da non essere collegata a McFaul e all’ambasciata degli Stati Uniti. Tuttavia, un certo numero di organizzazioni rivoluzionarie russe ricevette “donazioni” da entità legate direttamente a Soros, USAID e NED. I “secchi blu” furono registrati dal governo russo come organizzazione pubblica, pagando la tariffa standard di 35.000 rubli, poco più di 1000 dollari. I manifestanti dei secchi blu ostacolarono i veicoli ufficiali con i “migalkij” anche sulla Piazza Rossa. Comparativamente, se dei manifestanti assaltassero veicoli dell’US Secret Service presso la Casa Bianca, vi sarebbe la probabilità che vengano uccisi dalle forze dell’ordine. Le autorità russe hanno mostrato moderazione nel trattare i secchi blu.
Il gruppo anti-cristiano e anti-musulmano delle FEMEN, creato in Ucraina da finanzieri sionisti statunitensi, adottò la causa dei secchi blu. Le manifestanti in topless delle Femen furono viste in varie manifestazioni dei secchi blu a Mosca, facendo gesti osceni con i secchi. L’uso di chincaglieria come i secchi blu, in Russia, e di fogli bianchi e bende per occhi in Cina sono esempi dei sotterfugi di Sharp/Soros/NED per manipolare l’opinione pubblica. In Indonesia, sandali di gomma e plastica furono il simbolo di un movimento popolare antigovernativo abortito. Nel 2012, un ragazzo di 15 anni su condannato a una pena detentiva di cinque anni con l’accusa di aver rubato i vecchi sandali logori di un agente di polizia presso una stazione di polizia di Palu, nel Sulawesi centrale. La sentenza provocò una grande protesta dove la gente lasciava sandali e infradito davanti le stazioni di polizia in tutta l’Indonesia. Il movimento, legato ai manipolatori di USAID, Soros e NED, non decollò e il presidente Susilo Bambang Yudhoyono non fu abbattuto.
Mentre i manipolatori della democrazia vantano i loro successi, non hanno mai voglia di scrivere o parlare dei loro fallimenti, che sono molti. Le rivoluzioni dei secchi blu, bianca, dei sandali, loto, gelsomino, cedro, verde, arancione 2 e dei capperi in Russia, Cina, Indonesia, Egitto, Tunisia, Libano, Iran e Ucraina, sono stati tutti errori miserabili… Finché Obama, Soros, McFaul e compagnia cercheranno di tornare alla Guerra Fredda, i loro agenti provocatori continueranno a subire fallimenti dopo fallimenti finché la “borsa dei trucchi”, con secchi blu, fogli bianchi, sandali, vagabonde in topless, non avrà più l’attenzione del pubblico…

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina: la posta orientale della NATO

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation, 16.12.2013

george_soros_4_13_2012Da quando gli sforzi per manipolare la democrazia internazionale del brigante degli hedge fund George Soros si sono uniti alla tattica della rivoluzione di piazza artificiale del tattico della CIA Gene Sharp, formando la strategia fondamentale dell’obiettivo dei neo-conservatori degli Stati Uniti d’imporre un “Nuovo Secolo Americano” sul mondo intero, l’Ucraina è la posta della politica estera interventista statunitense. E i neocon sono vivi e attivi più che mai, nel dipartimento del segretario di Stato John Kerry. Sulla scia di ciò che vien chiamata “II rivoluzione arancione” in Ucraina, l’assistente del segretario di Stato Kerry per gli affari europei ed euroasiatici, Victoria Nuland, che in precedenza fu portavoce del dipartimento di Stato di Hillary Clinton, ha minacciato sanzioni contro il governo ucraino del Presidente Viktor Janukovich. Osservando i manifestanti al centro di Kiev dalla sua finestra dell’hotel, il fanatico senatore repubblicano dell’Arizona John McCain si leccava i baffi alla prospettiva di una Ucraina anti-russa imminente. McCain fa un tuffo nella Guerra Fredda, essendo rimasto mentalmente in bilico tra i flashback del prigioniero di guerra in una cella di Hanoi e la realtà quotidiana.
L’Ucraina, che resiste ai tentativi dell’Unione europea d’integrarla nella federazione europea dell’austerità e della povertà voluta dai banchieri, è nel mirino dell’UE per aver abbandonato l’“accordo di associazione” con l’UE. Invece, Kiev opta per la più redditizia unione economica con la Russia. Questa mossa ha innescato la sollevazione di massa in piazza Maidan (Indipendenza) a Kiev, chiedendo le dimissioni del presidente e del governo dell’Ucraina democraticamente eletti. I legami tra la rivolta a Kiev e i manipolatori esterni dell’UE sono così evidenti che la piazza di Kiev è diventata la “piazza Tahrir” d’Ucraina, venendo battezzata “Euromaidan”. L’iniziale rivolta di piazza Tahrir di Cairo, che rovesciò il presidente egiziano Hosni Mubaraq, fu parte delle manipolazioni dei manifestanti finanziati da Soros e influenzati da Sharp, istigati da agitatori politici professionali frettolosamente spediti in Egitto da Stati Uniti ed Europa. L’ultimo spettacolo professionalmente agitato di Kiev, guidato dall’idra Soros/Sharp/National Endowment for Democracy/CIA, vide il rovesciamento del governo dell’Ucraina nel 2004 con la cosiddetta rivoluzione arancione. Questa volta, non solo il presidente ucraino Janukovich, ma in ultima analisi il presidente russo Vladimir Putin, ne sono gli obiettivi…
Nuland, sposa del sanguinario arcangelo neocon Robert Kagan, consegnava spuntini ai manifestanti di piazza Maidan. Immaginate la reazione degli Stati Uniti se un funzionario di secondo livello del ministero degli esteri russo o cinese consegnasse cibo ai manifestanti di Occupy Wall Street a Washington, esortandoli a rovesciare con la forza, se necessario, il presidente Obama. Eppure, questo è esattamente lo scenario che vede Nuland sostenere i manifestanti di Maidan. Inoltre, ha rimproverato Janokovich per la pesante presenza di forze della sicurezza a Maidan. Nuland e Kerry, che ha anche lui rimproverato Janukovich, dimenticano gli atti di brutalità commessi dai poliziotti statunitensi contro i manifestanti di Occupy, così come il piano dell’FBI di usare cecchini per assassinare i leader del gruppo. E Nuland e Kerry rimasero tranquilli quando il governo turco usò la polizia antisommossa contro i manifestanti pacifici di piazza Taksim, a Istanbul, all’inizio di quest’anno. Dopo tutto, la Turchia è un membro della NATO e l’Ucraina, per il momento, no. Gene Sharp e le sue due ONG OTPOR e il Center for Applied Nonviolent Action and Strategies (CANVAS), organizzazioni di punta nel preparare “sommosse in affitto” per le proteste antigovernative nelle nazioni che nel mondo resistono al “Nuovo Ordine Mondiale” di Wall Street e Pentagono, usando denaro contante, opuscoli, i-Pad e i-Phones, snack, cartelli e striscioni dal “tema rivoluzionario”, bandiere nazionali dei tempi passati, e altre forme di  propaganda. Recentemente, si è scoperto tramite fughe di e-mail, che il fondatore di CANVAS, Srdja Popovic collabora con l’agenzia d’intelligence legata a CIA e Pentagono STRATFOR, fondata da George Friedman, i cui legami con il sistema militare e spionistico di USA e Israele sono ben noti.
La “II rivoluzione arancione” a Kiev ha anche ricevuto accoglienza favorevole in Europa centrale e orientale e in altre parti del mondo, grazie all’egida delle varie entità mediatiche di Soros, tra cui il Center for Advanced Media di Praga, un ente finanziato dal Media Development Fund, un programma dell’Open Society Institute di Soros. E come ogni falsa “rivoluzione”, un “martire” è necessario per radunare e attivare la “piazza in affitto”. Per il dimostrante ucraino, la “Fanciulla di Maidan” è Julija Tymoshenko, l’ex-primo ministro imprigionato per corruzione. Tymoshenko, ora  in una clinica di Kharkov, è diventata l’“Aung San Suu Kyi” dell’Ucraina. Ma per molti ucraini, l’ex primo ministro cerca spudoratamente attenzione con la sua simbolica crocchia di capelli derisa da molti ucraini come “tarallo” in testa.
Per la II rivoluzione arancione, i nuovi ‘eroi’ sono l’ex-pugile e leader dell’opposizione dell’Udar Vitalij Klitschko e il nazionalista di estrema destra Oleh Tjahnybok. I loro playbook sono stilati nelle officine di Soros a Praga, Londra, Washington e New York, e non a Kiev. Troppi attivisti politici dell’Europa centrale e orientale sono stati “arruolati” nei “movimenti democratici” fasulli finanziati da Soros. Inutile dire che Soros non è qualcuno che farebbe il portavoce, figuriamoci il finanziatore, di ciò che sarebbero cause pro-democrazia e pro-lavoro. Soros iniziò la carriera di sordido venditore di hedge fund (una combinazione di scommesse e schemi Ponzi) alla fine degli anni ’60 sotto Georges Coulon Karlweis, vicepresidente della Banque Privée di Edmond Rothschild a Ginevra, Svizzera. Alla fine degli anni ’60, Karlweis finanziò con fondi dei Rothschild gli hedge fund Quota e Quantum di Soros. Karlweis era il gran maestro degli imbrogli e dei cavilli finanziari globali, essendo legato agli schemi degli International Overseas Services (IOS) di Bernard Cornfeld, la ditta che Robert Vesco saccheggiò prima di darsi alla latitanza. Karlweis lasciò le sue impronte digitali sulle buffonate di Michael Milken, del racket dei titoli spazzatura di Drexel Burnham Lambert.
Soros si spaccia da munifico profeta delle cause liberali, ma ha eliminato i veri progressisti, usando i suoi profitti illeciti creando varie organizzazioni di facciata. L’Open Society Institute di Soros ha sostenuto varie organizzazioni filo-democratiche di facciata, ma questi gruppi sono utili agli interessi oscuri di società finanziarie globali, come il Gruppo Blackstone. L’ex-direttore della Blackstone era Lord Jacob Rothschild, vecchio amico e collega di Soros. Soros, acquistando entità mediatiche “progressiste” è riuscito a soffocare qualsiasi notizia che facesse luce sulle sue attività antidemocratiche e antiprogressiste in Europa e in tutto il mondo. Nel primo giro di rivoluzioni a tema sponsorizzate da Soros e dai suoi collaboratori nel governo degli Stati Uniti aderenti al playbook di Gene Sharp, governi formato Nuovo Ordine Mondiale furono installati in Ucraina e Georgia. Guidati da Viktor Jushenko e dal primo ministro Tymoshenko in Ucraina e in Georgia da Mikheil Saakashvili, i governi filo-NATO e UE, installati tra le fanfare “pro-democrazia”, crearono dei regimi corrotti e clientelari. Tymoshenko e Saakashvili vennero subito associati alla mafia e a potentati affaristici corrotti. Una volta socio di Tymoshenko, l’ex-primo ministro ucraino Pavlo Lazarenko sconta una condanna in California per riciclaggio, corruzione e frode. Nel frattempo, Saakashvili s’impelagava nel misterioso fondo di beneficenza “Golden Fleece” di Cipro.
I neo-con non si sono mai ripresi dalla fine del regime Jushenko-Tymoshenko, perché Soros e gli agitatori delle rivoluzioni a tema avevano investito tanto nel governo, in previsione della sua adesione alla NATO e all’UE. La moglie di Jushenko, Kateryna Jushenko Shumachenko, lavorò alla Casa Bianca di Ronald Reagan. Shumachenko lavorò al Public Liaison Office della Casa Bianca, dove guidò l’unificazione di vari gruppi di destra ed anticomunisti in esilio negli Stati Uniti, tra cui anche il bastione dei neo-con Heritage Foundation. Ora, gli interventisti della “responsabilità di proteggere” dell’amministrazione Obama cercano di ritornare al 2004 e di estromettere in modo non democratico il governo legittimo dell’Ucraina. Attraverso Ucraina, Moldavia, Russia, Bielorussia, Romania e altri Paesi dell’Europa centrale e orientale, la nuova generazione di agitatori e provocatori di Soros cerca di lanciare un’altra serie di “rivoluzioni a tema”. Questa volta l’obiettivo è, ancora una volta, allontanare l’Ucraina dalla Russia verso l’UE e la NATO.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Violenza: nuovo modus operandi della contestazione “rivoluzionaria” in Egitto

Ahmed Bensaada, Reporters, 19 febbraio 2013 – Mondialisation.ca

mueren-policias-manifestantes-port-said_ediima20130126_0061_4-580x32625 gennaio 2013. Seconda repubblica egiziana. Anno 2. Si torna al punto di partenza. “Irhal” (Vattene) è riapparso, ma con una differenza: lo slogan della rivolta è: “Il popolo vuole la caduta dei Fratelli“. Neanche le mura del palazzo presidenziale sono state risparmiate dai graffiti anti-islamisti. E questo cambiamento non è uno slogan banale, tutt’altro. Certo fa parte di un “continuum” delle proteste che non sono mai cessate dal gennaio 2011, ma è soprattutto l’espressione di un profondo mutamento della rivolta, così come dell’identità dei soggetti e dei suoi metodi di azione. Si ricordi che la “primavera” egiziana anti-Mubaraq è stata avviata e organizzata da giovani informatici (in particolare, da quelli appartenenti al Movimento del 6 aprile), i cui leader avevano ricevuto una formazione finanziata da varie agenzie statunitensi per l'”esportazione” della democrazia. Alcuni di loro sono stati formati, dai serbi di CANVAS, all’ideologia della resistenza non-violenta individuale, teorizzata dal filosofo statunitense Gene Sharp. [1]
Questa non-violenza sostenuta dai cyberdissidenti contro uno Stato di polizia noto per i suoi metodi brutali, era una caratteristica della “primavera” dell’Egitto, ed è sicuramente il segreto della sua efficacia. A un certo punto, lo stesso Gene Sharp in persona si è detto particolarmente orgoglioso del lavoro svolto dai giovani egiziani. [2] Insieme ai giovani discepoli della scuola sharpiana, gruppi dei movimenti di hooligan hanno, fin dall’inizio, partecipato alla rivolta egiziana. Dopo aver subito la repressione poliziesca dell’era Mubaraq, fin dalla loro creazione alla metà degli anni 2000, gli “Ultras” di sostenitori incondizionati di alcune squadre di calcio egiziane hanno sviluppato competenza nel confronto con la polizia. Considerati teppisti e delinquenti, prima della “rivoluzione”, si sono guadagnati i loro galloni per il “know-how” acquisito durante gli anni della ribellione contro la brutalità delle forze di sicurezza. Descritti dalla stampa come “temerari”, sono noti per essere sempre in prima linea negli scontri contro la polizia, durante le varie manifestazioni della “primavera” in Egitto.
Più di recente, un nuovo movimento di protesta è entrato nel paesaggio dell’insurrezione violenta egiziana. I “Black Bloc”, un’organizzazione ispiratasi alle fazioni anarchiche europee. Mascherati e vestiti di nero, hanno investito le piazze, non esitando a usare la forza per combattere il governo islamico del presidente Morsi. Con la violenza come strumento di contestazione, gli ultras e il black bloc sono attualmente la punta di diamante della protesta popolare in Egitto. Appena due anni dopo l’inizio della “primavera” araba, la teoria di Gene Sharp è stata completamente messa da parte.

Gli ultras: “All cops are bastards
Quattro lettere sono il leitmotiv degli ultras: ACAB, acronimo di “Tutti i poliziotti sono bastardi” (All cops are bastards). Ben prima delle rivolte della primavera araba, gli ultras avevano dichiarato guerra a tutto ciò che rappresentasse l’autorità. Gli eventi dei primi mesi del 2011 hanno offerto loro l’opportunità di mostrarne le capacità al di fuori degli stadi. Secondo alcuni esperti, gli ultras non hanno un chiaro profilo sociale. Si tratta di giovani “uniti per età e codici d’onore,  segnati dalla fedeltà alla propria squadra e dalla loro ostilità alle forze di sicurezza“. [3]
Anche se di ambienti ben diversi di quelli degli hacktivisti, la loro azione è considerata di primaria importanza. Gli è stato riconosciuto un ruolo importante, in particolare contro i “baltaguia” nella famosa “battaglia dei cammelli” del 2 febbraio 2011 [4], nonché nella lunga e sanguinosa battaglia contro la polizia alla Mohamed Mahmoud Street, nel novembre 2011 [5]. Ogni grande squadra di calcio egiziana ha i suoi ultras. Ad esempio, gli Ahlawy della al-Ahly, i Cavalieri Bianchi della Zamaleq, le Aquile Verdi della Port Said, la Magia Verde dell’Alessandria e i Dragoni Gialli dell’Ismailia. Gli ultras hanno un grande potere di mobilitazione che suscita l’invidia dei partiti politici. “I Cavalieri Bianchi da soli possono portare 25.000 persone pronte a combattere per strada, in pochi minuti”, dice un membro di questo gruppo [6].
Anche se diversi gruppi ultras si odiano in “periodo di pace”, la “primavera” araba è riuscita a conciliarli attorno ad un progetto comune: molestare le forze di sicurezza e proteggere i manifestanti. Così abbiamo visto i Cavalieri bianchi e gli Ahlawy unire le forze in piazza Tahrir e nelle piazze “calde” di Cairo.
Secondo James Dorsey, autore del blog “Il mondo turbolento del calcio in Medio Oriente“, “gli [ultras] rappresentano una delle forze più importanti del Paese, se non la seconda, dopo la Fratellanza musulmana” [7]. Questa collusione degli ultras nei confronti delle autorità egiziane è stata seriamente compromessa da ciò che viene comunemente chiamata “la tragedia di Port Said“, dove almeno 74 persone sono morte e centinaia sono rimaste ferite. La partita, che si è svolta il 1 febbraio 2012 a Port Said tra l’Ahly di Cairo contro la squadra locale, si trasformò in una battaglia campale. Il massacro si svolse sotto lo sguardo compiacente delle forze dell’ordine, che non mossero un dito per fermarlo, e in cui un gran numero di tifosi dell‘Ahly vi persero la vita.
Il motivo? Secondo i sostenitori del club di Cairo, tutto venne progettato per vendetta dagli ultras Ahlawy, per il loro ruolo nella rivolta primaverile e lo spirito aggressivo che l’esercito e la polizia subiscono regolarmente. Gli ultras del Club di Port Said sono stati accusati di complicità con la polizia, rilevando che, a differenza degli Ahlawy e delle Aquile Verdi, hanno intonato slogan pro-militari durante la partita. Da parte loro, gli ultras di Port Said hanno negato qualsiasi coinvolgimento negli omicidi. In un articolo sul tema pubblicato dal quotidiano “Egitto Independente“, si legge che “la violenza di Port Said è stata opera di agenti infiltrati e non degli ultras” [8].
Il fatto è che questa tragedia non solo ha creato notevole risentimento, ma per lo più ha diviso le fila degli ultras, un risultato cercato dalla polizia, secondo alcuni. Gli ultras Ahlawy hanno minacciato il governo di ritorsioni se i responsabili della morte dei loro sostenitori non venissero puniti severamente. Pochi giorni prima del processo, hanno manifestato a gran voce bloccando il traffico e una stazione della metropolitana. Il loro motto: “La giustizia o il caos“. La prima sentenza sulla “tragedia di Port Said” ha avuto luogo il 26 gennaio 2013. Ventuno persone sospettate di essere coinvolte nel massacro sono state condannate a morte. Gli ululati dei familiari delle vittime risuonarono nell’aula del tribunale e gli Ahlawy hanno celebrato il verdetto.
Le famiglie dei detenuti, a loro volta, non hanno accettato il verdetto. Va detto che nessun funzionario di polizia è stato incluso nella lista dei 21 condannati a morte. [9] Le rivolte seguite alla sentenza, hanno fatto quasi tante vittime quanto “la tragedia di Port Said.” Cinque giorni dopo il verdetto, vi furono 56 morti, la maggior parte nella città di Port Said, ribattezzata “Port-Shahid” (Porto del Martire. NdT) dagli attivisti della città. Dobbiamo anche dire che il governo Morsi ha compiuto un vero e proprio errore di interpretazione del concetto di tempo. Far quasi coincidere, (il giorno prima) una sentenza così sensibile con il secondo anniversario dell’inizio della rivolta contro Mubaraq, mentre il clima sociale è esplosivo, è vera e propria incoscienza. Il presidente Morsi non ha trovato un’idea migliore che twitterare le condoglianze alle famiglie delle vittime, atto pochissimo gradito dai destinatari. Mentre i tentativi di riconciliazione tra Ahlawy e le Aquile Verdi sono falliti [10], il prosieguo del processo sulla “tragedia di Port Said” è previsto per il 9 marzo. Anche le manifestazioni e gli scontri.

I Black Bloc: “Caos contro l’ingiustizia
La recente comparsa dei Black Bloc nelle manifestazioni egiziane è stata molto pubblicizzata, sia a livello locale che internazionale. Anche un giornale titolava: “In Egitto, i Black Bloc detronizzano i rivoluzionari“. [11] Questo non significa molto. Tutti gli sforzi fatti dal campo dei “rivoluzionari” della prima ora per fare della loro “rivoluzione” un modello di non-violenza, che avrebbe fatto trepidare di piacere il loro maestro Gene Sharp, furono vani. La modalità di azione dei Black Bloc  è l’opposto di ciò che viene insegnato dai serbi del CANVAS. Mascherati, vestiti di nero, armati di bastoni e molotov, hanno la fama di essere “teppisti”, anche se lo negano. Eppure il “caos contro l’ingiustizia” è il loro slogan.
I membri del Black Bloc “Siamo chiamati “generazione perduta”, siamo trattati da teppisti. Ma ciò che è importante è  salvare l’onore dei martiri”, ha detto uno di loro in posa da co-fondatore del movimento. [12] Come gli ultras, sono contro gli “agenti di polizia che erano stati processati per aver ucciso manifestanti ed erano stati tutti assolti, [devono essere] riprocessati. Abbiamo i loro nomi. Li abbiamo trasmessi al Procuratore Generale“. [13] Ma nel loro primo comunicato postato su Youtube, il loro obiettivo principale è il governo del presidente Morsi e la Fratellanza musulmana da cui proviene. I membri del Black Bloc appaiono nel video sventolando bandiere anarchiche e una banda a scorrimento  recita: “Siamo il gruppo dei Black Bloc, parte di un tutto nel mondo. Facciamo campagna da anni per la liberazione dell’essere umano, la demolizione della corruzione e per rovesciare il tiranno. Per farlo, abbiamo dovuto apparire in modo ufficiale per affrontare il tiranno fascista (i Fratelli musulmani) e il loro braccio armato [...] Gloria ai martiri. Vittoria alla rivoluzione“. [14]
Mentre i membri dei Black Bloc egiziani rivendicano che il loro movimento non è né politico, né religioso, o sportivo (un confronto con gli ultras), Issam al-Haddad, Consigliere per gli affari esteri del Presidente Morsi, li accusa di “violenza sistematica e criminalità organizzata nel Paese“, mentre criminalizza l’opposizione per sostenere il movimento. Queste accuse sono state riprese dai Fratelli musulmani che li hanno definiti “gruppo di teppisti” che attaccano le istituzioni statali, la polizia e la proprietà privata. [15] Il Procuratore Generale della Repubblica d’Egitto, Ibrahim Abdallah Talaat (recentemente nominato dal governo Morsi, suscitando una levata di scudi da parte dell’opposizione), ha ordinato l’arresto di chiunque sia sospettato di appartenere al Black Bloc, definendola una “organizzazione terroristica”. [16]
Dopo i primi arresti di presunti membri appartenenti al Black Bloc, l’ufficio del pubblico ministero ha detto che uno di loro verrà processato per il suo coinvolgimento in un “piano di sabotaggio israeliano”. [17] Alcuni giornalisti hanno osservato che i membri della milizia della Fratellanza musulmana che aveva attaccato i manifestanti durante gli scontri nei pressi del palazzo presidenziale, nel dicembre 2012, erano anch’essi incappucciati, senza che ciò suscitasse reazioni nella presidenza o nell’ufficio del pubblico ministero. Queste milizie hanno pubblicato un video in cui minacciano di uccidere “gli anarchici che puntano alla caduta del regime”. [18]
Un altro gruppo islamista, la Jamaa Islamiya, ha invocato la “crocifissione” dei membri del Black Bloc. [19] Per parte loro, i “rivoluzionari” della prima ora, pretendono che i Black Bloc siano Fratelli musulmani e che la loro azione tenda a minare la loro protesta. [20] Wail Ghonaim, una delle cyber-figure egiziane più pubblicizzate [21], ha partecipato a un incontro organizzato ad al-Azhar il 31 gennaio 2013, alla presenza di leader religiosi, membri dell’opposizione del Fronte di salvezza nazionale, della Fratellanza musulmana e un certo numero di attivisti. Al termine della riunione, Ghonaim ha detto: “Lo scopo di questo incontro non è politico, ma piuttosto volto ad avviare un’iniziativa per porre fine alle violenze. Si tratta di un’iniziativa morale per fermare lo spargimento di sangue. È per questo che i giovani del Movimento 6 aprile hanno chiesto ad al-Azhar di tenere questa riunione e portarvi tutte le forze politiche dell’Egitto” [22].
Piccolo problema: anche se i Fratelli musulmani erano presenti alla riunione, nessun membro ufficiale del governo aveva aderito all’iniziativa di pace. I cyber-attivisti della prima ora, riporteranno la loro “rivoluzione” nel suo paradigma iniziale non-violento? Senza una reale apertura del governo islamico attualmente al potere in Egitto, e la formazione di un governo di unità nazionale che coinvolga tutte le forze del Paese, non è certo.

Ahmed Bensaada

Questo articolo è stato originariamente pubblicato dal quotidiano algerino Reporters 19 febbraio 2013 (pp. 12-13)

Riferimenti
1. Ahmed Bensaada, «Arabesque américaine: Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe», Éditions Michel Brûlé, Montréal (2011); Éditons Synergie, Algeri (2012)
2. Aimée Kligmanm, «Why is Gene Sharp credited for Egypt‘s revolution?», Examiner.com, 5 marzo 2011
3. Lucie Ryzova, «The Battle of Muhammad Mahmud Street: Teargas, Hair Gel, and Tramadol», Jadaliyya, 28 novembre 2011
4. Les Inrocks, «Égypte: les Ultras d’Al-Ahly, gardiens de l’après-révolution à Tahrir», 10 dicembre 2012
5. Vedasi nota 3
6. Claire Talon, «Égypte: génération ultras», Le Monde, 17 ottobre 2011
7. So Foot, «En privé, les ultras égyptiens se préparaient aux manifestations», 3 dicembre 2012
8. Abdel-Rahman Hussein, «Port Said violence was work of infiltrators, not ultras, say locals», Egypt Independent, 2 febbraio 2012
9. Egypt Independent, «No police officers sentenced to death in Saturday Port Said ruling», 26 gennaio 2013
10. Ali Radi, «Les Ultras Green Eagles refusent la réconciliation avec les fans d’El-Ahly», Ahly Sport, 9 febbraio 2013
11. Marwan Chahine, «En Égypte, les Black Bloc détrônent les révolutionnaires», Le Nouvel Observateur, 29 gennaio 2013
12. RTS, «Le Black Bloc égyptien, une nouvelle race de révolutionnaires», 30 gennaio 2013
13. Hélène Sallon, «Les “Black bloc”, nouveau visage de la contestation égyptienne», Le Monde, 2 febbraio 2013
14. Youtube, «Premier communiqué. Black Bloc Égypte», 23 gennaio 2013
15. Maggie Michael, «Masked ‘Black Bloc’ a Mystery in Egypt Unrest», Time World, 28 gennaio 2013,
16. Arabic CNN, «Égypte: un mandat d’arrêt pour tous les membres du Black Block», 29 gennaio 2013
17. Taïeb Mahjoub, «Égypte: le Black Bloc, un groupe mystérieux dans le collimateur du pouvoir», AFP, 31 gennaio 2013
18. Aliaa Al-Korachi, «Contestations: Black Block, derrière les masques noirs, la violence», Al-Ahram Hebdo, 30 gennaio 2013
19. Peter Beaumont and Patrick Kingsley, «Violent tide of Salafism threatens the Arab spring», The Guardian, 10 febbraio 2013
20. Moïna Fauchier Delavigne, «Les Black bloc, ces nouveaux révolutionnaires égyptiens prêts à employer la force», France 24, 31 gennaio 2013
21. Ahmed Bensaada, «Le rôle des États-Unis dans les révoltes de la rue arabe: le cas de l’Égypte», Mondialisation, 24 febbraio 2011
22. Nancy Messieh et Tarek Radwan, «Egypt’s al-Azhar Talks», Atlantic Council, 1 febbraio 2013

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La “primavera araba” ha inventato la guerra “low cost”

Ahmed Bensaada 15 novembre 2012
Intervista condotta da Nordine Azzouz (“Reporter“)
Questa intervista è stata pubblicata nella rivista “Reporter” del 11 novembre 2012

Gli sconvolgimenti che caratterizzano da più di due anni molti paesi arabi vengono variamente analizzati. Per alcuni, queste “rivoluzioni” non sono né più né meno che il prodotto dei laboratori specializzati nella destabilizzazione degli Stati della regione, tra cui le politiche d’interferenza degli interessi delle potenze occidentali e degli Stati Uniti in particolare. Per altri, sono il risultato della fine dei regimi dittatoriali. Ahmed Bensaada, un ricercatore del Canada, sostiene la necessità di una lettura che sia una sintesi delle due teorie.

Un libro di prossima uscita sul tema della primavera araba. Di cosa tratta?
Il libro in questione è intitolato “Il lato oscuro delle rivoluzioni arabe” delle Edizioni Ellipses, sarà pubblicato a Parigi il 4 dicembre 2012. Questo libro, a cui ho contribuito, è un’opera collettiva diretta da Eric Denece, direttore del Centro francese per la Ricerca sull’Intelligence (CF2R). Non meno di 24 autori provenienti da ambienti diversi vi hanno partecipato, il che lo rende un libro molto ricco e ben documentato, che certamente contribuirà alla comprensione di ciò che viene comunemente chiamata “primavera araba”. Così, possiamo leggere testi scritti da ricercatori, giornalisti, filosofi e politici. Il libro è diviso in tre parti: a) Analisi e decostruzione delle rivoluzioni nazionali, b) Il ruolo degli attori stranieri e c) Le conseguenze internazionali della primavera araba. Questo lo rende uno dei primi lavori con una panoramica sui vari aspetti delle rivolte che hanno scosso le piazze arabe per quasi due anni.

Voi contribuite: quale tesi difendete?
La tesi che svolgo è il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle rivolte delle piazze arabe attraverso una rete di agenzie statunitensi specializzate nell'”esportazione” della democrazia. In quanto tali, si possono citare l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), il National Endowment for Democracy (NED), l’International Republican Institute (IRI), il National Democratic Institute for International Affairs (NDI), la Freedom House (FH) e l’Open Society Institute (OSI). Queste stesse organizzazioni hanno contribuito al successo delle rivoluzioni colorate che hanno avuto luogo in alcuni paesi dell’Europa orientale o ex repubbliche sovietiche: Serbia (2000), Georgia (2003), Ucraina (2004) e Kirghizistan (2005).  Il coinvolgimento degli Stati Uniti può essere diviso in due distinti aspetti ma complementari: un è il cyberspazio e l’altro è lo spazio reale. Il primo riguarda la formazione di cyberattivisti arabi (nell’ambito di ciò che viene comunemente chiamato la “Lega Araba della rete”) per controllare il cyberspazio. Il secondo riguarda le tecniche di controllo della lotta nonviolenta teorizzate dal filosofo statunitense Gene Sharp e praticate dal ‘Center for Applied Non Violent Action and Strategies’ (CANVAS), guidato da ex dissidenti serbi che parteciparono alle rivoluzioni colorate. Argomenti come questi, con decine di riferimenti, vengono presentati sia nel mio libro “Arabesco americano: il ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte di piazza arabe” (Edizioni Michel Brûlé, Montreal, 2011; Edizioni Synergy, Algeri, 2012) che in un capitolo intitolato “Il ruolo degli Stati Uniti nella primavera araba” del nuovo libro di prossima uscita “Il lato oscuro delle rivoluzioni arabe”. Si noti che in questo secondo libro, alcune informazioni sono state aggiornate, mentre altre riguardanti la Libia e la Siria sono state aggiunte. In effetti, all’uscita del primo libro, le rivolte in entrambi i paesi erano ancora all’inizio.

Oggi si dice oggi che la “primavera araba” sia stata progettata nei laboratori senza la volontà del popolo, sebbene nei vari paesi della regione vi sia un vero problema di governance e di deficit democratico?
Certo, non sono gli Stati Uniti che hanno suscitato la “primavera” araba. Le rivolte che hanno spazzato la piazza araba sono una conseguenza della mancanza di democrazia, giustizia sociale e fiducia tra i leader e i loro popolo. Tutto ciò costituisce una destabilizzazione “fertile”. Il terreno è composto da uomini e donne che hanno perso fiducia nei loro leader, e la cui permanenza deleteria non lasciava alcuna speranza. Per loro, il fine giustifica i mezzi. Tuttavia, il coinvolgimento degli Stati Uniti in questo processo non è banale, tutt’altro. Gli importi investiti, la formazione offerta, l’impegno militare e l’atteggiamento diplomatico di alto livello lo confermano. Inoltre, la loro partecipazione non è iniziata con le rivolte di strada arabe, ma molto tempo prima. Ad esempio, si stima che tra il 2005 e il 2010 non meno di 10.000 egiziani siano stati formati dalle organizzazioni di cui sopra. Queste organizzazioni hanno speso quasi 20 milioni di dollari all’anno in Egitto, raddoppiando l’importo nel 2011. E’ per questo motivo che nel 2012, alcune di queste organizzazioni sono state perseguite dalla magistratura egiziana, che le ha accusate di “finanziamento illecito”. Ricordiamo a questo proposito che 19 statunitensi furono coinvolti nel caso, tra cui Sam LaHood, direttore dell’IRI in Egitto e figlio di Ray LaHood, Segretario ai Trasporti degli Stati Uniti.

Perché i “pacchetti” della stessa borsa di “primavera” non hanno funzionato nello stesso modo; in Egitto dove Mubarak e il suo regime sono stati abbattuti, ha funzionato bene, e la Siria invece rischia la frammentazione, oggi?
E’ vero che le rivolte hanno una loro dinamica. Quelle in Tunisia e Egitto sono molto simili. Per  contro, anche se sono iniziate in modo simile alle prime due, le rivolte libica e siriana si sono  rapidamente trasformate in guerre civili “classiche”, con la palese interferenza straniera. Va sottolineato che gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo centrale in tutti questi casi, anche se negli ultimi due la collaborazione di alcuni paesi della NATO (Francia, Gran Bretagna, Turchia) e arabi (Qatar e Arabia Saudita) è notevole. Dall’analisi delle rivolte della “primavera” araba, due lezioni si possono trarre. La prima è che i paesi occidentali (aiutati da collaboratori arabi) possono supportare il cambiamento dei regimi e dei governi arabi, con rischio quasi zero di perdere vite umane e con investimenti molto redditizi. In Libia, ad esempio, decine di migliaia di persone sono state uccise, mentre le perdite occidentali sono stati pari a zero, nonostante decine di migliaia di attacchi aerei della NATO. D’altra parte, il ministro della difesa francese ha detto che il costo totale delle operazioni in Libia, per la Francia, potrebbe essere stimato a 320 milioni al 30 settembre 2011. Inezie se confrontiamo queste cifre con, ad esempio, il costo di un intervento occidentale in Iraq e Afghanistan, dove le vittime della coalizione e gli investimenti erano molto più coerenti. Con la “primavera araba”, il concetto di guerra “low cost” viene inventata. Ovviamente, il costo è basso per l’occidente e non gli arabi. La seconda lezione da trarre è che i paesi occidentali possono passare, senza scrupoli, dall’approccio non violento di Gene Sharp alla guerra aperta (sotto l’egida delle Nazioni Unite o meno) con i mezzi militari della NATO, mentre brandiscono, di volta in volta, lo spettro della Corte penale internazionale (CPI).

Non siamo in linea con la tesi del ‘complotto dell’occidente’?
Lo sviluppo di una tesi sul ruolo degli Stati Uniti nelle rivolte arabe è tre volte problematico per uno scrittore. In primo luogo, può essere etichettato come cospirazionista paranoico ossessionato da visioni antiamericane. In secondo luogo, può farlo sembrare un protettore o un ammiratore di leader autocratici megalomani e tirannici, che hanno per troppo tempo usurpato il potere. In terzo luogo, non è impossibile farsi tacciare di nemico della “nobile e grande rivoluzione popolare.” Infatti, non appena vi è un discorso intellettuale diverso da quello dei media principali, si viene automaticamente indicati “flirtare con la teoria del complotto.” Nel caso specifico delle rivolte arabe, il complotto è tirato in ballo piuttosto dai media “mainstream” che vogliono farci credere nella spontaneità delle rivolte arabe. Mi ricordo di una citazione di FD Roosevelt: “In politica nulla accade per caso. Se succede qualcosa, potete scommettere che è stato progettato per questo.”
Le informazioni contenute nei due libri si basano su fatti i cui riferimenti sono stati tutti verificati. Vi ricordo che i principali media che creano e diffondono informazioni, provengono dai paesi maggiormente coinvolti nella “primaverizzazione” araba. Tutti presentano la stessa storia sollevando un belligerante al rango di eroe (colui che è contro l’attuale governo) e assegnando all’altro il ruolo di carnefice. La verità è molto più complessa e non può semplicemente essere ritratta in bianco e nero. Un lavoro giornalistico integro e onesto si proporrebbe piuttosto, di analizzare le diverse sfumature di grigio. Un’altra favola narrata dai media è che ciò che interessa agli occidentali è portare il Vangelo in questi paesi, sotto forma di democrazia. In tal caso, perché gli occidentali non aiutano i cittadini del Bahrain a godere, anche loro, della democrazia, mentre da mesi la rivolta scuote il regno? E paesi come il Qatar e l’Arabia Saudita che vogliono costruire la democrazia nei paesi arabi, perché non iniziano da essi stessi? Così, finché i giornalisti non faranno il loro lavoro, saremo noi, senza alcuna affinità con i belligeranti, ad avere il compito di svelare la verità.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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