Cina e Russia costruiranno uno scudo antimissile congiunto

Dedefensa 15 ottobre 20141338471173_swalker.ru_don-2n-28Conosciamo l’importanza strategico-comunicativa che lo sviluppo della rete antimissili balistici statunitense (BMD e BMDE per l’Europa) ha acquisita nel 2002-2003, divenuto importante punto di disaccordo strategico tra Stati Uniti e Russia dal 2006-2007, e da allora ha continuato ad aggravarsi. Resta inteso che, nelle condizioni attuali, tale dinamica antagonistica tra le due potenze crescerà in modo esponenziale. Ma… ecco apparire un nuovo elemento. Ci sono voci e informazioni sempre più corroborate che la Russia stia sviluppando un sistema diversificato e sofisticato completamente orientato sui missili, a livello strategico, naturalmente, ma anche tattico. Inoltre, secondo Vasilij Kashin di Voce della Russia, vi è convergenza tra Cina e Russia sulla necessità strategica di sistemi di difesa missilistici, e dello sviluppo embrionale di un tale sistema da parte cinese, con la possibilità molto seria, secondo Kashin, dello sviluppo di un sistema antimissile congiunto russo-cinese. Sarebbe una vera e propria inversione delle tendenze strategiche, politiche e comunicative con il passaggio dalla dialettica offensiva e perentoria degli Stati Uniti, con il proprio sistema antimissile, al panico istigato dal progetto russo, in particolare se tale progetto diventa un progetto russo-cinese con una cooperazione che, apparendo assai seria, indubbiamente va considerata nelle dinamiche in accelerazione…. Il testo di Voce della Russia (13 ottobre 2014), presenta informazioni più precise su questa situazione russa e russo-cinese. “Il ministro della Difesa della Russia Sergej Shojgu ha recentemente dichiarato la creazione di un Sistema Unificato Spaziale (SUS), il nuovo sistema di allarme missilistico e priorità per lo sviluppo delle forze missilistiche strategiche. Secondo il parere degli esperti, nelle condizioni attuali del sistema di allarme missilistico, si tratta di uno dei più promettenti assi di cooperazione tecnico-militare tra Russia e Cina. Il sistema russo comprenderà satelliti di nuova generazione e una rete di posti di comando protetti per l’elaborazione delle informazioni ricevute dallo spazio orbitale. Questo gruppo di satelliti sostituirà il recente sistema di Oko-1 dalle caratteristiche insoddisfacenti. (…) Il SUS può rilevare non solo i lanci dei missili balistici intercontinentali, ma anche dei missili tattici. Il SUS sarà quindi un fattore della sicurezza strategica e fornirà dati preziosi per la ricognizione dei conflitti locali. Il satelliti di allarme saranno più duraturi della precedente generazione. (…) La Cina ha bisogno anch’essa di un sistema di allarme affidabile. La sua importanza cresce a poco a poco costruendo le nuove forze nucleari strategiche, mobili ed efficienti capaci, se necessario, del colpo preventivo. La Cina deve prendere in considerazione non solo la minaccia dagli Stati Uniti, ma anche i moderni missili a medio raggio dei Paesi vicini. Pechino cerca di creare un potente sistema di difesa missilistica strategica e ha testato sistemi di difesa antimissile in grado di intercettare obiettivi balistici nella fase centrale e finale della loro traiettoria. Inoltre ha prodotto diversi programmi per lo sviluppo di armi antisatellite. E’ chiaro che la capacità del sistema di allarme cinese non riflette lo sviluppo delle forze nucleari strategiche nazionali e quello dei sistemi antimissili e antisatellite. Nel frattempo, la Russia non solo costruisce attivamente il suo sistema di allarme missilistico, ma anche le stazioni radar avanzate terrestri come il radar Voronezh. Così nelle attuali circostanze il sistema di allarme missilistico avanzato è una delle mutue aree più promettenti della cooperazione tecnico-militare. Non si tratta solo di fornire equipaggiamenti e tecnologia russa alla Cina. La creazione di un sistema comune può anche testimoniare la nuova fase del partenariato strategico bilaterale“. Questo orientamento è ovviamente d’importanza ben superiore all’aspetto strategico, di massima politica e si può anche dire che sia la “prima politica”. Questa osservazione deriva dal fatto che il sistema antimissile con maggiore operatività riguarda naturalmente il campo strategico-nucleare, ma anche e forse soprattutto riguarda il fatto che il sistema statunitense, con le sue varie intenzioni per uno schieramento aggressivo intorno la Russia, ha suscitato un fenomeno molto importante che riguarda la comunicazione delle interpretazioni politiche. Vi sono tre punti di riflessione sulla dimensione dell'”alta politica” nello sviluppo del sistema missilistico russo, la possibilità di svilupparne uno russo-cinese e le trattative già avviate in questa direzione…
• Il primo è il fatto che la crisi ucraina e il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia hanno effettivamente spinto la Russia ad avviare un programma degli armamenti volto a contrastare il potere militare degli Stati Uniti in tutti i campi, senza eccezioni. Quello della difesa missilistica è particolarmente significativo, paradossalmente allo stato attuale delle forze strategiche, è un elemento della difesa che accentua in modo significativo la capacità offensiva delle forze nucleari strategiche. I russi hanno scelto un percorso che sembrerebbe più efficiente e più completo rispetto al sistema statunitense: il sistema SUS è un sistema autonomo di rilevamento, comunicazione e leadership che abbraccia diversi tipi di minacce (da quelle strategiche a quelle tattiche), cui è asservita la rete di difesa antimissile (S-300, S-400 e S-500) in cui i russi eccellono e sono i primi al mondo. Ciò conferma che i russi ricercano la superiorità strategica sugli USA (vedi 6 ottobre 2014), e non semplicemente di bilanciare la minaccia. Il significato politico di questo approccio è evidente ed estremamente importante perché riconosce che la Russia è spinta, certamente contro la sua volontà volendo che le relazioni di potere responsabili con gli Stati Uniti permangano, considerare lo sviluppo del suo potere da un punto di vista unilaterale, essendo necessario per la propria sicurezza, e non uno sforzo concertato al bilanciamento, come avvenuto durante la Guerra Fredda tra URSS e USA.
• La cooperazione tra Russia e Cina in tale campo, con intesa la leadership russa, è un evento politico della massima importanza. Si tratta di un inasprimento assolutamente decisivo dei legami strategici, quindi un evento di grande potere politico per i due, che ne suggella l’alleanza strategica al massimo livello. Entrambi i Paesi trarranno beneficio nel rafforzare la loro alleanza: la Cina ottenendo una garanzia strategica operativa di grande importanza, rafforzandone la posizione di potenza nucleare significativa verso le due più grandi; la Russia rafforzando la propria posizione con un’alleanza strategica che si sviluppa molto rapidamente per via degli eventi (Ucraina e politica del blocco BAO), ma con una dinamica che mette la Cina in posizione di forza verso la Russia, per via della sua superiorità finanziaria e patrimoniale. Infatti, un tale progetto mostrerebbe la potenza tecnologica e militare della Russia bilanciando nell’alleanza la forza finanziaria e capitale della Cina.
• Dal punto di vista del sistema di comunicazione, possiamo essere sicuri, se il progetto di cooperazione prende forma e quando commentatori ed esperti statunitensi cominceranno a capire cosa succede, allarme e panico prevarranno immediatamente nelle sue reazioni. Esperienza e isterismo in tal senso sono inconfondibili. Ciò porterà ad ulteriori tensioni, un ulteriore radicalizzazione degli Stati Uniti nel rafforzare bilancio e programmi di sviluppo del Pentagono (tra cui il programma missilistico, certamente). Ciò sarebbe eccellente perché riguardo al blocco tecnologico e all’esaurimento burocratico e di gestione in cui sguazza l’apparato della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con una tale spinta supplementare rafforzerebbe confusione e disordine dell’iper-comunicazione nel cuore di tale sistema. Quindi ci si aggrapperebbe all’isterismo e alla resurrezione di progetti di comunicazione come la superiorità nucleare strategica dell’attacco preventivo del primo colpo, come discusso in particolare nel 2006 e recentemente ricordato (31 marzo 2006 e 9 giugno 2014). (Il primo colpo diventa assai problematico se c’è una seria rete antimissile). Ancora una volta, la confusione e l’iperdisordine, questa volta intellettuale dalla psicologia isterica dominante, renderanno ancora più incomprensibile, incontrollabile, terrorizzata e imprevedibile la politica strategica degli USA… Tale reazione sarà “terrorizza” soprattutto per la misera Europa, impantanata nel suo osceno vassallaggio, trovandosi ad affrontare una escalation esplosiva che dovrà seguire mentre confina con la Russia ed è priva di capacità strategiche per la propria sicurezza.
In generale, un tale progetto dovrebbe ulteriormente migliorare significativamente la rinascita della potenza militare della Russia, insieme alla seria costruzione strutturale dell’alleanza strategica tra Cina e Russia. In un certo senso, potremmo dire, che il progetto giunga a termine o meno, non c’è che d’aspettare la conclusione per ottenerne l’essenza. Infatti, l’effetto principale d’aspettarsi è la pura comunicazione nel diluvio e scontro delle varie narrative che ingombrano le menti delle élite del Sistema del blocco BAO; e tale effetto accrescerà dubbi e isteria nelle menti dell’élite del Sistema del blocco BAO… Non nascondiamo a nostro avviso che tale estensione è il modo migliore per innescare reazioni che promuovano uno stretto processo causa-effetto tra superpotenza del Sistema ed accelerazione della trasmutazione della superpotenza in distruzione. Ne scriviamo secondo l’osservazione, ormai data a nostro avviso, che la superpotenza del Sistema in accelerazione costante è divenuta una dinamica che gira a vuoto perché avviene nel declino causato da impoverimento e confusione degli strumenti utilizzati. Quindi, sì, superpotenza immediatamente entrata operativamente nel processo di auto-distruzione.

oknofacilityatnurekTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I sauditi gettano petrolio per fare leva sugli Stati Uniti

Moon of Alabama 13 ottobre 2014obamaL’anno scorso il presidente degli Stati Uniti Obama ha parlato molto riguardo l’indipendenza energetica: “Al suo quinto discorso sullo Stato dell’Unione, il presidente Barack Obama ha celebrato gli sforzi della sua amministrazione per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, e anche lodato il recente aumento della produzione interna di petrolio e di gas. Obama ha detto all’inizio del discorso che ora “produciamo più petrolio di quanto ne compriamo dal resto del mondo”, per la prima volta in vent’anni”. Obama non ha detto che l’aumento della produzione statunitense di combustibili fossili è possibile solo perché i prezzi di petrolio e gas sono aumentati oltre la soglia magica dei 100 dollari al barile. Quindi il prezzo per l’estrazione di gas di scisto e la produzione di petrolio dalle sabbie bituminose è solo marginalmente redditizio o per nulla redditizio. Ma parlare di “indipendenza energetica” consente a vari esperti di sostenere che gli Stati Uniti potrebbero ora ignorare il Medio Oriente: “Chiaramente, il boom delle compagnie petrolifere e gasifere statunitensi non è esente da problemi, ma i vantaggi economici, geopolitici e ambientali di tale imminente indipendenza energetica superano di gran lunga gli svantaggi. I giorni in cui le dittature dei produttori di petrolio mediorientali e dei loro amici dell’OPEC potevano così facilmente imporre il loro potere su un tremolante ed assetato occidente stanno per divenire reliquia del passato”.
Essendovi una nuova strisciante recessione mondiale, il consumo di combustibili fossili è diminuito. Tipicamente, un tale declino potrebbe essere seguito dal calo della produzione dei principali produttori, per mantenere i prezzi e il loro reddito alquanto stabili. Ma ciò non accade.
I sauditi e gli altri governanti del Golfo non amano parlare molto dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti, dovendo mantenere una certa influenza sulla politica degli Stati Uniti. Ora hanno deciso di porre fine alle chiacchiere sull'”indipendenza energetica” degli Stati Uniti e costringere gli Stati Uniti a rivolgersi di nuovo a loro. Il metodo semplice adottato è mantenere la produzione di petrolio abbastanza alta, in un periodo di cali dei consumi, accettando prezzi più bassi e far sì che la nuova produzione nazionale degli Stati Uniti sia in perdita: “Il regno (saudita), il maggiore produttore dell’OPEC, è pronto ad accettare prezzi sul petrolio al di sotto dei 90 dollari al barile, forse a 80, per un anno o due, secondo persone informate sui recenti colloqui. Le discussioni, alcune delle quali hanno avuto luogo a New York la scorsa settimana, indicano il chiaramente che il regno abbandona la vecchia strategia di tenere i prezzi a circa 100 dollari al barile per il Brent, a favore del controllo di quote di mercato in futuro”.
Lo scopo è chiaro. Espellere dal mercato i produttori dai maggiori costi dell’OPEC e quindi mantenere la quota di mercato globale, così come la leva necessaria per perseguire gli obiettivi politici dei Paesi del Golfo: “Il ministro del petrolio del Quwayt Ali al-Omayr avrebbe detto all’agenzia KUNA che l’OPEC difficilmente ridurrà la produzione di petrolio puntellandone i prezzi, perché una tale mossa non sarebbe efficace. Omayr ha detto che 76-77 dollari al barile potrebbe essere il livello ultimo della discesa del prezzo del petrolio, dato che si tratta del costo di produzione negli Stati Uniti e in Russia“. I sauditi e gli altri produttori del Golfo hanno tutti bilanci positivi (Fig 3). Possono facilmente permettersi dei prezzi più bassi. I costi della produzione di gas di scisto e sabbie bituminose degli USA sono superiori ai costi di produzione saudita o russo. Saranno i primi a chiudere se i prezzi restano bassi: “Permettere che il Brent scenda a meno di 85 dollari potrebbe rallentare il boom dello scisto negli Stati Uniti, perché alcuni produttori potrebbero perdevi a quel prezzo, ha detto Francisco Blanch, responsabile della ricerca sulle materie prime della Bank of America, in un rapporto del 9 settembre. … Limitare il boom shale negli USA ne assicurerebbe la continua dipendenza dall’energia mediorientale, ha detto Blanch. … “Per l’Arabia Saudita, non vedo il motivo per cui portino e mantengano i prezzi a meno di 90 dollari”, ha detto Torbjoern Kjus, analista della DNB di Oslo, il 10 settembre, “Va a vantaggio dei sauditi testare il limite del gas di scisto degli Stati Uniti”. Il leader de facto dell’OPEC ha la “potenza di fuoco fiscale” per tollerare prezzi a 70 dollari per due anni e senza difficoltà economiche, secondo la consulente londinese Energy Aspects Ltd. Il regno aveva riserve valutate per 741,6 miliardi dollari a luglio, quasi il doppio di cinque anni prima, secondo la Saudi Arabia Monetary Agency.
Tale strategia non solo permetterà ai dittatori del Golfo di conservare la loro quota di mercato, ma i sauditi e gli altri l’useranno per rallentare, se non fermare, le aperture statunitensi all’Iran, nonché per premere per il cambio di regime in Siria.

000_was3227957.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le stupide sanzioni di Obama lasciano a Putin un nuovo premio petrolifero

William Engdahl New Eastern Outlook 13/10/2014167182064Il presidente degli USA Barack Obama, o almeno i falchi neocon guerrafondai nel mondo, vengono colpiti dal boomerang delle stupide sanzioni economiche contro la Russia di Putin. Pochi giorni fa, la maggiore società petrolifera russa statale, OAO Rosneft, guidata da un alleato di Putin, Igor Sechin, annunciava la scoperta di un nuovo gigantesco giacimento nell’Artico russo a nord di Murmansk. La stupidità della decisione di Obama è dovuta all’imposizione di sanzioni a Sechin e alla sua compagnia, e a vietare alle aziende statunitensi di farvi affari. Il 27 settembre, in un comunicato congiunto, Rosneft e il gigante petrolifero statunitense ExxonMobil annunciarono la scoperta di un nuovo enorme giacimento di petrolio con il pozzo Universitetskaja-1 nel Mare di Kara. Per più di due decenni le compagnie petrolifere russe avevano sognato di raggiungere ciò che ritenevano essere gli enormi giacimenti di petrolio nell’Artico. Nel 2011, il CEO di ExxonMobil, la maggiore megacompagnia petrolifera statunitense e cuore del gruppo petrolifero Rockefeller, firmava un accordo di joint venture con la Rosneft di Sechin per perforazioni nell’Artico russo. I dati di Universitetskaja-1 suggeriscono la scoperta di 750 milioni/1 miliardo di barili di petrolio greggio leggero e di alta qualità, per un valore di 7,5-10 miliardi di dollari ai prezzi attuali. La scoperta del mare di Kara è solo la prima in una regione che gli esperti ritengono possa divenire una delle più importanti aree di produzione di greggio nel mondo, più grande del Golfo del Messico. Le stime indicano che la regione d’esplorazione della Rosneft nel Mare di Kara, Universitetskaja, la cui struttura geologica è stata perforata, ha le dimensioni della città di Mosca ed è abbastanza grande da contenere oltre 9 miliardi di barili di petrolio. Il primo pozzo è stato il più costoso nella storia di ExxonMobil; 600 milioni di dollari per la perforazione. Con grande eufemismo, Sechin ha detto alla stampa “Supera le nostre aspettative. Questa scoperta è d’importanza eccezionale mostrando la presenza di idrocarburi nella regione artica“.
La scoperta di enormi giacimenti di petrolio in Russia, nel Mare di Kara, a nord est di Murmansk é una grande spinta alla geopolitica energetica di Putin e una grave sconfitta per Washington e ExxonMobil. Sechin ha detto che la produzione di petrolio dal giacimento Mare di Kara potrebbe iniziare entro cinque-sette anni. Il giacimento scoperto sarà chiamato “Vittoria”. C’è molta ironia in questo nome. A causa delle sanzioni del sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria del dipartimento del Tesoro USA, David S. Cohen, il 10 ottobre ExxonMobil sarà costretta a ritirarsi dal progetto russo incorrendo ad ingenti perdite o violando le sanzioni del governo statunitense, per cui affronterebbe severe sanzioni. L’amministrazione Obama ha appena segnato un autogol (Eigentor?) con la nuova brillante decisione dell’unità di guerra finanziaria ed economica del dipartimento del Tesoro. Bravo, Washington! Avete inflitto gravi danni a una delle più grandi aziende degli Stati Uniti. Quando ExxonMobil si accordò con Rosneft, scommise che la regione artica, la regione petrolifera inesplorata dal maggiore potenziale del mondo, potesse essere la salvezza della società assicurandosi le forniture di greggio a lungo termine. La scommessa si è rivelata corretta e l’ha fatto proprio mentre gli stupidi burocrati dell’amministrazione Obama impongono sanzioni a Sechin e al progetto sull’Artico con l’intenzione di danneggiare la Russia.

Rosneft ora guarda alla Cina
Ora con ExxonMobil e molto probabilmente MorganStanley come agenzia finanziaria che organizzava i miliardi per incrementare le perforazioni la prossima primavera, bloccate dalle sanzioni statunitensi, Sechin si volge ad est verso la Cina. Convenientemente per Rosneft, ExxonMobil è stata espulsa appena dopo aver terminato la parte più complessa e difficile del progetto. Il 1° settembre, il Presidente Putin ha detto personalmente ai cinesi che approvava la partecipazione finanziaria delle compagnie petrolifere statali cinesi nella grande società onshore controllata da Rosneft, Vankor. Sarà il più grande accordo azionario cinese con una compagnia petrolifera russa, ad oggi. Fino alla crisi Ucraina e alle sanzioni, la Russia aveva gelosamente limitato lo share-holding estero nelle proprie compagnie petrolifere e gasifere statali. L’accordo approfondisce i crescenti legami energetici tra Cina e Russia, ironia della sorte, è un risultato opposto a quello perseguito dalla strategia geopolitica in Eurasia di Washington. Come lo stratega statunitense Zbigniew Brzezinski scrisse nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera, la geopolitica degli Stati Uniti deve evitare a tutti i costi la sfida economica di un’Eurasia unificata all’egemonia globale statunitense. Oops, Obama avrebbe fatto l’opposto. Ecco cos’è abbastanza stupido, non riuscire a prevedere le conseguenze e i collegamenti delle proprie azioni.

ExxonRussiaJay_snallF. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, s’è laureato in politica alla Princeton University ed è un autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Germania: motore dell’Europa e cinghia di trasmissione della Russia

Valentin Vasilescu Reseau International 9 ottobre 2014putinschroederTra le principali aziende tedesche e quelle francesi, statunitensi, italiane e olandesi esiste una forte concorrenza per la supremazia sul mercato russo. Finora, la percentuale è del 65% a favore della Germania. Invece d’importare, la Russia ha preferito incoraggiare le imprese statali a formare joint venture con società straniere per convincerle a trasferire la produzione in Russia. Con queste condizioni, nel breve e medio termine, le sanzioni economiche imposte alla Russia dall’UE saranno nulle, perché non riguardano le aziende occidentali che producono in Russia. Da parte loro, i russi hanno fatto abbastanza “doni” alle società occidentali, in particolare quelle specializzate nella produzione militare, che potrebbero facilmente subire contraccolpi.
Non è un segreto che l’aereo M-346 Master prodotto da Alenia Aermacchi italiana ed esportato in Israele (30 esemplari), Singapore e Polonia (12 esemplari ciascuno) sia in realtà l’aereo russo Jakovlev Jak-130. Il gruppo francese Thales (ex-Thomson CFS) è specializzato nell’optoelettronica per Gazprom, controllandone la sicurezza di tutti gli obiettivi in Russia con la tecnologia più avanzata. E’ sempre Thales a proteggere gli obiettivi della Lukoil nel mondo. Tuttavia, non bisogna dimenticare che la Germania, riunificatasi nel 1989, ha voluto stabilire un partenariato con la Russia, motivo per cui la Russia ha combattuto per la riunificazione. Non si dimentichi che prima del 1989, il Tenente-Colonnello Vladimir Putin era a capo del KGB in Germania Est, e che ha aumentato il partenariato con la Russia contribuendo a modernizzare i settori economici russi e dando alla Germania il principale mercato europeo: la Russia. La Siemens è entrata nel mercato russo vincendo la gara per la costruzione delle stazioni di liquefazione del gas naturale delle compagnie russe Gazprom e Transneft. Joseph Kaiser, responsabile di Siemens è legato da lunga amicizia con l’ex-cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, membro del consiglio di amministrazione di Gazprom. Siemens è uno dei collegamenti più importanti che rendono possibile l’esportazione in tutto il mondo del gas liquefatto russo estratto in Artico a bordo di metaniere.
La Russia è l’unico Paese al mondo con una flotta di rompighiaccio nucleari (costruita dal 1985) per l’Artico, che mantiene costantemente aperte le rotte per il trasporto di prodotti petroliferi. Siemens fabbrica i silenziosi motori elettrici della Russia Permasyn, celle per generatori di energia (detta anche sistema di propulsione indipendente anaerobico – AIP), utilizzati in immersione dai moderni sottomarini d’attacco della Russia, come dalle ultime versioni di sottomarini tedeschi prodotti dalla ThyssenKrupp Marine Systems. Siemens, che ha più di 10000 dipendenti nei propri stabilimenti nei monti Urali in Russia, l’anno scorso ha registrato un fatturato di 2,17 miliardi di euro. La marmitta catalitica è un dispositivo contenente palladio, utilizzato per ridurre la tossicità delle emissioni dei motori a combustione interna, obbligatoria con le norme automobilistiche europee e americane. Dal 1980 ad oggi, il prezzo del palladio è aumentato esponenzialmente, raggiungendo un valore pari a 4 volte l’oro. I principali produttori di palladio nel mondo sono Russia (50-60%) e Sud Africa (27%), due Stati membri dei BRICS. Un blocco delle esportazioni della Russia creerebbe gravi problemi per le case automobilistiche. La Russia è un mercato enorme per l’automobile. Ad esempio, lo scorso anno, 2,78 milioni di veicoli sono stati venduti in Russia, quanto in Germania, maggiore mercato europeo. Dopo l’acquisto di un pacchetto di azioni della Renault-Nissan da parte di RT-Auto (una divisione del consorzio statale Rostekh), i russi hanno compiuto maggiori investimenti sul gruppo tedesco Daimler, da parte dell’OAO KamAZ, nonostante i vantaggi offerti da altri produttori. Uno dei motivi è la divisione autocarri della Daimler, la più grande del mondo. Dal 2011 ad oggi, i camion russi KamAZ sono sempre stati sui tre podi della Parigi-Dakar, godendo delle stesse innovazioni di Mercedes-Benz Daimler. Un altro frutto della collaborazione con Daimler è l’emergere della controllata ZAO Mercedes-Benz RUS. Da sette anni produce o assembla in Russia limousine, furgoni Mercedes-Benz Sprinter (27% delle vendite in questa categoria della Daimler) e autoveicoli di progettazione russa, utilizzando robot, servizi e soluzioni ideati dagli ingegneri tedeschi della Daimler. Sempre da qui provengono anche i nuovi prodotti militari: GAZ-2975 Tigr (simile al HMMWV statunitense), VPK-3927 Volk e URAL- 63099 MRAP.
Oltre 6000 altre aziende tedesche operano in Russia fornendo almeno 300000 posti di lavoro all’indotto in Germania. Le grandi aziende tedesche, rifornite di gas russo con il gasdotto Nord Stream e quelle dipendenti dalle risorse minerarie della Russia, ritengono che la decisione di Washington di costringere l’Europa ad attuare il blocco economico globale contro la Russia sia volto ad eliminare la concorrenza della Germania. Gli Stati Uniti sperano che gli investimenti tedeschi in Russia, lo scorso anno del valore di 20 miliardi di euro rivelatisi proficui, vengano compromessi e che il Cremlino li abbandoni. Ma sono speranze vane.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’F-35 è un bersaglio dei Flanker

Rakesh Krishnan Simha RIR 12 ottobre 2014

Superato in potenza dalla famiglia degli aerei Su-30 e soffrendo difetti di progettazione critici, l’F-35 statunitense è sulla via dell’obsolescenza creando dei vuoti nelle difese aeree occidentali.

3056Costruito per essere il più letale degli aerei da caccia di tutti i tempi, l’F-35 è letteralmente diventato una preda. In ogni scenario dei giochi di guerra tra l’F-35 e il Su-30 Flanker, l’aereo russo esce vincitore. L’ultimo aereo stealth degli Stati Uniti, da 191 milioni dollari al pezzo, è così gravido di seri difetti di progettazione che probabilmente verrebbe spazzato via in uno scontro con i supermaneggevoli Sukhoj. Ali tozze (che riducono ascensionalità e manovrabilità), fusoliera a bulbo (che lo rende poco aerodinamico), scarsa velocità e un motore incandescente (tanto che anche un radar può rilevarlo) sono solo alcuni dei principali difetti che ne svelano la vulnerabilità nel combattimento aereo. Con più di 600 Flanker (Sukhoi-27 e successive varianti come Su-30, Su-34 e Su-35 Super Flanker) nelle forze aeree di tutto il mondo, il destino dell’F-35 sembra decisamente incerto. Esperti aerospaziali di tutto il mondo sempre più ritengono che il caccia dal programma di sviluppo più costoso degli USA (sui 1500 miliardi di dollari) sarà un facile bersaglio per i Flanker.
E’ un tacchino“, dichiara l’ingegnere aerospaziale Pierre Sprey in un’intervista alla televisione olandese. Poche persone sono qualificate nel parlare di aerei da caccia come Sprey. È il co-progettista dell’F-16 Fighting Falcon e del cacciacarri A-10 Warthog, due degli aerei di maggior successo dell’US Air Force (USAF). Winslow T. Wheeler, direttore dell’US Straus Military Reform Project del Centre for Defense Information è d’accordo. “L’F-35 è troppo pesante e lento per avere successo come caccia” dice. “Se mai affrontasse un nemico con una seria aeronautica, saremo nei guai“. Finora gli Stati Uniti hanno avuto la fortuna di non incontrare mai una forza militare “seria”. Nei cieli dell’esaurito Iraq, della minuscola Libia e dell’assolutamente indifeso Afghanistan, gli aerei statunitensi hanno operato impunemente. Ma la fortuna cambia, e se mai si scontrassero con le forze aeree di Russia, Cina o India, il risultato non sarebbe così unilaterale. In particolare, l’Indian Air Force ha battuto i caccia di quarta generazione dell’USAF utilizzando jet di terza e quarta generazione. Il problema più grande dell’F-35 è che i suoi progettisti statunitensi scommettono sul radar a lungo raggio e lo stealth per compensare scarsa velocità e manovrabilità. Ma la furtività non è davvero tutto ciò su cui puntare; non è il mantello dell’invisibilità. Inoltre, già eccellenti radar russi migliorano. Secondo il Defense Industry Daily (DID): “Nel frattempo, i radar più avanzati sono già schierati sui sistemi missilistici superficie-aria russi ed avanzati sistemi IRST (scansione e inseguimento a raggi infrarossi) sui caccia russi ed europei estendono il raggio di rilevamento degli aerei stealth. Entro il 2020 i radar dei caccia potranno rilevare (a 46 km) anche gli aerei ultra-furtivi come l’F-22, assieme alla capacità IRST d’identificare (a 92 km) lanci di missili aria-aria a medio-lungo raggio e aeromobili meno furtivi“. Nel frattempo, non c’è di meglio del radar in una guerra. “Vi sono molti radar“, spiega Sprey. “E non si può sfuggire a tutti i radar sul campo. Ci sarà sempre un radar che sbircia (dal basso) od osserva dall’alto. Tutti possono vederti“.

138031A corto di potenza di fuoco
Un altro problema è la forma complessiva del velivolo statunitense. “La maggior parte dei grandi aerei è bella perché cerca di ridurre la resistenza“, dice Sprey. “Ma qui, per la furtività, lo devono rendere assai bulboso e grande dovendo trasportare le armi all’interno perché le armi trasportate all’esterno riflettono le onde radar. Quindi c’è l’enorme penalità per le prestazioni del velivolo che ora è grande e goffo come un bombardiere“. Il basso carico interno indica che i progettisti della Lockheed-Martin hanno firmato la condanna a morte dell’F-35. L’aereo trasporta solo due grosse bombe e quattro piccole, e un massimo di quattro missili aria-aria (AAM) a puntamento oltre l’orizzonte (BVR). L’USAF afferma che il radar avanzato dell’F-35 vedrà gli aerei nemici prima e potrà abbatterli con i suoi quattro AAM a lungo raggio. Ma i centri con il BVR sono ancora un sogno per i piloti da caccia e sono piuttosto rari. In realtà, la dipendenza dall’acquisizione radar e dagli AAM può rivelarsi suicida, come in effetti fu una volta. Durante la guerra del Vietnam l’USAF era così innamorata del concetto di combattimento BVR che i primi caccia F-4 erano armati solo di missili. Ma dopo che i piloti dell’Aeronautica Vietnamita li abbatterono con l’artiglieria, gli statunitensi reintrodussero i cannoni sull’F-4. In realtà, la Russia, che ha la gamma più avanzata e variegata di missili BVR al mondo, arma i suoi Flanker con almeno otto missili per la semplice ragione che ci vogliono diversi colpi per centrare un bersaglio in rapido movimento. Gli statunitensi ignorano la lezione fondamentale che il combattimento aereo è confuso. In teoria, i piloti statunitensi giocherebbero ai “videogiochi” colpendo aerei nemici a 1000 km. In pratica, il combattimento aereo è come una lotta al coltello. Secondo DID, l’F-35 molto più probabilmente affronterà avversari più “immediati e diretti” di quanto i suoi sostenitori suggeriscono, mentre utilizzare efficacemente i missili BVR a guida ad infrarossi sarà una complicazione. A differenza dell’F-22, l’F-35 è descritto come “doppiamente inferiore” ai moderni caccia della famiglia Su-30 nei combattimenti ravvicinati. L’arsenale molto più grande e variegato di missili in combinazione con la super-manovrabilità, quindi, conferiscono ai Flanker un vantaggio senza precedenti nel moderno combattimento aereo.

F-35B-and-CScarsa disponibilità
Secondo la nuova filosofia del combattimento aereo definita dagli arrivisti di USAF-Lockheed-Martin, l’F-35 pigliatutto sostituirà tutti gli altri caccia ed aerei di supporto a terra. Ma qui sta il problema. Poiché l’F-35 è un aereo costoso, le forze aeree ne compreranno di meno. Per esempio, il Giappone ha attualmente 100 F-15, ma li sostituirà con soli 70 F-35. Inoltre, poiché l’F-35 è anche costoso da far volare e conservare, le forze aeree ne limiteranno le ore di volo. (Già i tagli alla spesa hanno costretto l’USAF ad eliminare più di 44000 ore di volo mettendo a terra 17 squadroni da combattimento). Ancora, lo ‘Stealth’ ha un prezzo. Sull’F-35 la maggior parte delle operazioni di manutenzione riguarda il rivestimento stealth. “E’ un ostacolo assurdo al combattimento”, dice Sprey. “Siete a terra per 50 ore a giocherellare sul velivolo cercando di renderlo furtivo quando non lo è comunque“. Inoltre, una disponibilità della flotta al 100 per cento è un’impossibilità logistica. La media USAF è circa 75 per cento, abbastanza decente, ma quando si tratta di aerei stealth i dati crollano. Il super-segreto bombardiere stealth USAF B-2A ha un tasso di disponibilità di appena il 46,7 per cento. E il caccia più costoso degli Stati Uniti, l’F-22, nonostante il prezzo di 350 milioni di dollari, ha un tasso di disponibilità del solo 69 per cento. Quindi, se siete per esempio l’aeronautica australiana, solo 48 dei previsti 70 F-35 della vostra flotta saranno pronti al combattimento in qualsiasi momento. Le vostre probabilità contro i cinesi, che hanno 400 Flanker, sono sempre più scarse. Potete scommettere che gli australiani non si uniranno alla lotta al coltello se non scortati dal grande fratello USA.
Wheeler, che si occupa di questioni della sicurezza nazionale degli Stati Uniti da oltre trent’anni, delinea le implicazioni per le forze aeree occidentali che intendono adottare l’F-35: “I piloti andranno peggio ricevendo assai meno addestramento, cosa più importante di qualsiasi problema tecnico. Ci saranno assai meno piloti mentre l’intera forza dovrà ridursi, e fondamentalmente si avrà un aereo che sarà un fiore all’occhiello inutile. Un vero monumento inutile che rovinerà qualsiasi aviazione che l’adottasse“. Il dogfight non è ancora iniziato e i Flanker già segnano 1-0.

13764801380674s_ablogin_su-30sm_57_1500Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Golfo Arabo sbircia nel mondo multipolare

MK Bhadrakumar - 11 ottobre 2014
635302-01-08Il tradizionale sistema di alleanze prevalente nella regione del Golfo da quando l’allora presidente degli Stati Uniti Franklin Roosevelt lasciò il vertice di Jalta (1945) con Winston Churchill e Josif Stalin e si diresse senza preavviso in Egitto per un appuntamento segreto con re Abdul Aziz ibn Saud dell’Arabia Saudita, a bordo del cacciatorpediniere statunitense USS Murphy, nelle acque dei Grandi Laghi Amari, si sta inesorabilmente indebolendo. L’ultimo segno di tale processo è l’annuncio del Cremlino della visita del re del Bahrayn Hamad ibn Isa al-Qalifa, che lascia il resort della città russa di Sochi per incontrare il Presidente Vladimir Putin e di partecipare al capitolo russo della Campionato mondiale di Formula Uno. Il sovrano del Bahrayn è un compare della famiglia reale saudita e fu solo il brutale intervento militare saudita che l’ha finora aiutato a frenare la rivolta per la democrazia e i diritti umani della maggioranza sciita del Paese.
L’importanza di ciò che oggi accade nel cortile dell’occidente, è che sembra quasi che la Russia sia il centro di pellegrinaggio dei governanti del Golfo Arabo scontenti dei modi del presidente Barack Obama e della politica degli Stati Uniti in Medio Oriente per la promozione di democrazia e diritti umani. Se va indicato il momento decisivo di tale crescente tendenza degli arabi del Golfo a disilludersi verso l’amministrazione Obama, è quando Hillary Clinton svelò drammaticamente e con molto clamore il Secolo del Pacifico Americano, la strategia del “pivot”in Asia degli Stati Uniti.
I Clinton affiancano la famiglia Bush del Texas per devozione ai regimi del Golfo Arabo e la segretaria di Stato Clinton non anticipava l’effetto devastante che la sua brillante strategia del “pivot” avrà sul morale degli alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Gli autocrati arabi del Golfo sono travolti dall’angoscia che gli Stati Uniti taglino la corda per l’Asia-Pacifico, lasciandoli ai lupi della regione e che Washington non si adopererà per la sopravvivenza dei loro regimi arcaici. La primavera araba e gli eventi catastrofici che portarono alla caduta di Hosni Mubaraq in Egitto, momento cruciale delle strategie statunitensi in Medio Oriente, hanno scosso la fede degli autocrati arabi del Golfo nella fedeltà degli Stati Uniti come pretoriani dei loro regimi, soprattutto con le prova accumulatesi su Washington che si mette dalla “parte giusta della storia” e tranquillamente s’impegna con i Fratelli musulmani, che allora sembravano l’emergente “forza vitale” in Medio Oriente. Inoltre, rapporti hanno cominciato a circolare sulla dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio dal Golfo in drastica diminuzione con la vertiginosa produzione di shale gas negli USA, che a sua volta si tradurrebbe in geopolitica nel disinteresse di Washington nella sopravvivenza delle oligarchie dei petrodollari regionali. La tesi in sé è falsa perché il coinvolgimento degli Stati Uniti verso gli Stati dei petrodollari non è solo in termini di consumo di petrolio, ma anche di traffico nel mercato energetico mondiale ed esportazione di tecnologia del petrolio, nonché di processo di riciclaggio dei petrodollari, pilastro fondamentale del sistema bancario-economico occidentale. Ma avanzò comunque la tesi della strategia del “pivot” in Asia di Clinton, guadagnandosi credibilità.
Se la caduta di Mubaraq fu un campanello d’allarme, la riluttanza degli Stati Uniti a farsi trascinare nel “cambio di regime” in Siria degli Stati arabi del Golfo, trasmise ulteriormente l’impressione che la presa statunitense in Medio Oriente sia in declino continuo. E poi venne l’impegno diretto degli Stati Uniti con l’Iran (sciita). Spargendo sale sulle ferite, Washington s’impegnava con l’Oman, Stato del GCC, ad agire da intermediario per discutere i termini dell’impegno, mantenendo l’Arabia Saudita all’oscuro di ciò che che si svolgeva. Sembra, infine, che i peggiori timori sauditi si avverino, Stati Uniti e Iran normalizzano le relazioni e Riyad perde lo status di alleato chiave di Washington in Medio Oriente. Naturalmente, lo scenario post-Guerra Fredda contro il quale tutto ciò viene dispiegato è importante da notare: l’illusione sfuggente degli Stati Uniti del “momento unipolare” e l’emergere del mondo multipolare. Gli arabi del Golfo iniziano ad intuire la possibilità che l’ordine mondiale multipolare possa salvaguardare i loro interessi fondamentali. In poche parole, per loro gli USA sono ancora il miglior spettacolo in città, ma non più l’unico.
Arriva la Russia. La guerra civile siriana è stata una rivelazione per gli arabi del Golfo, la cartina di tornasole di quanto Mosca avrebbe fatto a sostegno di un vecchio amico e alleato (anche se la Russia ha i suoi interessi, anche). In netto contrasto con il malcelato disinteresse o la riluttanza degli Stati Uniti nel salvare il regime di Mubaraq. In secondo luogo, Mosca ha sempre ridimensionato la primavera araba, senza mezzi termini fredda verso la ragion d’essere della trasformazione democratica del Medio Oriente. Al contrario, è stata abbastanza accomodante con l’idea di fare affari con regimi autoritari. In realtà, Mosca ridicolizza apertamente e ovunque il piano di democratizzazione degli Stati Uniti. In terzo luogo, la Russia continua a considerare i fratelli “terroristi” e la Fratellanza musulmana resta un gruppo radicale proscritto nella “watch list” russa. Gli autocrati arabi del Golfo sono immensamente soddisfatti di come la Russia chiaramente bolli l’islam politico come anatema nel mondo moderno. In quarto luogo, la Russia non ha perso tempo ad abbracciare senza esitazione la giunta militare che ha preso il potere a Cairo con il colpo di Stato sponsorizzato dai sauditi in Egitto, nel luglio 2013. Avendo davvero impressionato i sauditi che, nel momento cruciale, gli statunitensi ancora predichino la virtù della democrazia sulle rive del Nilo. (Probabilmente, i russi sono anche costretti a ripensare all’approccio statunitense verso la giunta di Cairo, qualcosa che i sauditi non hanno potuto compreso da soli). In quinto luogo, la crisi Ucraina ha convinto gli arabi del Golfo che il DNA russo non è cambiato e che Mosca persegue i propri interessi vitali in gioco, non importa cosa comporti. In altre parole, gli arabi del Golfo hanno iniziato a giocare con l’idea di fare della Russia attore del loro benessere e della sopravvivenza dell’attuale sistema oligarchico arcaico regionale. In sesto luogo, la fredda profonda spaccatura USA-Russia attrae gli arabi del Golfo. Se la frattura si approfondisce, sarà ancora meglio. In poche parole, gli statunitensi saranno costretti a pensare alle ombre russe nella regione del Golfo, a sua volta costringendo Washington a rinnovare l’interesse per il vecchio sistema di alleanze costruito intorno alla serie impressionante di basi militari statunitensi nella regione. Infine, nonostante tutti i protagonismi sulla comprensione strategica tra la Russia e Iran, che entrambi i Paesi si sforzano costantemente di pianificare, gli arabi del Golfo sanno essere un rapporto incredibilmente complesso radicato su animosità, sospetti reciproci e tradimenti sordidi tra le due potenze regionali, risalenti al lungo cammino nella storia moderna.
La collaborazione della Russia nella strategia del contenimento degli Stati Uniti verso l’Iran, negli ultimi anni, sul problema nucleare; la conformità della Russia con le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran; l’avversione dell’élite russa verso l’Iran; gli interessi sovrapposti di Russia e Iran nel Caspio, Caucaso e Asia centrale, tutto ciò sottolinea la complessità del rapporto. Più importante, l’emergere della leadership filo-occidentale in Iran e l’accelerazione dell’impegno tra Stati Uniti e Iran preoccuperebbero la Russia. Lo spettro che si aggira in Russia è naturalmente un Iran potenziale strumento chiave del piano USA per ridurre la forte dipendenza dell’Europa dalle forniture energetiche russe (dalle gravi implicazioni per la leadership transatlantica degli Stati Uniti). Infatti, l’Iran è l’opzione migliore per l’Europa nel ricercare la diversificare delle fonti di energia, tramite l’hub energetico della Turchia. D’altra parte, qualsiasi riduzione della dipendenza energetica dell’Europa dall’energia russa è molto più questione di reddito drasticamente ridotto per la Russia, privandola del suo “strumento geopolitico” per sfruttare le politiche europee. Il punto è che un Iran integrato nella “comunità internazionale” cessa di avere qualsiasi convergenza di interessi con la Russia nel contestare le politiche regionali degli Stati Uniti. Sempre più spesso, Iran e Stati Uniti potranno anche trovarsi sullo stesso lato riguardo sicurezza e stabilità dell’Iraq (e forse della Siria pure). Tale tendenza potrebbe isolare la Russia e costringerla a cercare nuovi partenariati regionali per prepararsi ad ogni evenienza con la vicinanza strategica USA-Iran. Basti dire che le relazioni russo-iraniane sono a un bivio oggi. È vero, non vi è alcuna prospettiva imminente di un asse statunitense-iraniano, dato che il problema nucleare iraniano deve ancora essere risolto e non ci sono segni dagli Stati Uniti di un “salto di fede” verso l’Iran. Le lobby saudite e israeliane lavorano duramente a Washington per lo stallo sull’accordo nucleare, e gli interessi degli Stati Uniti inoltre sono troppo profondi ed estesi negli Stati arabi del Golfo, rendendo estremamente difficile all’amministrazione in carica alla Casa Bianca di cooptare apertamente l’Iran come alleato in Medio Oriente nel prossimo futuro. Detto questo, Mosca non perde alcuna possibilità, neanche. E ha fatto aperture verso gli Stati arabi del Golfo sperando che questi ultimi siano attratti dalle possibilità presentate dall’ordine mondiale multipolare; Mosca è riuscita ad avere un interlocutore costante nel re di Giordania Abdullah. L’anno scorso Abdullah ha visitato Mosca e quest’anno è già stato in Russia due volte (come il 2 ottobre) e ci sono altri due mesi ancora per una terza visita. Nel frattempo, Abdullah ha anche ospitato ad Amman un visitatore russo di eccezione, il leader ceceno Ramzan Kadyrov. È interessante notare che Mosca sa perfettamente bene che non cessa la partecipazione della Giordania al “cambio di regime” saudita in Siria e che la Giordania è un pesce piccolo per una grande potenza come la Russia, ma rimane un Paese interessante data la possibilità di Abdullah di essere un tramite per i contatti con la leadership saudita e l’occidente. Così, un dialogo fitto si sviluppa tra Abdullah e Putin sulla base della realpolitik e di una corrispondenza d’interessi dallo spirito pragmatico. Più che altro, la Giordania ha stretti legami con Israele e visti i crescenti contatti saudita-israeliani, Mosca vedrebbe la possibilità di una base comune da sviluppare, ad un certo punto, dalla comune antipatia/disillusione dei quattro i protagonisti verso la politica regionale degli Stati Uniti.
L’ Egitto, senza dubbio, s’inserisce anche in questo paradigma. I legami russo-egiziani si sviluppano velocemente e la visita del Presidente Abdelfatah al-Sisi a Mosca ad agosto è stata interpretata come il messaggio agli Stati Uniti che Cairo ha opzioni strategiche nel contesto multipolare. Dal punto di vista russo, però, il pesce grosso è l’Arabia Saudita. Mosca non ha lasciato nulla d’intentato negli ultimi anni, anche a fronte degli sgarbi diplomatici di Riyadh, per sviluppare il rapporto e trasformarlo in una partnership, ma i sauditi erano pesanti e lenti, almeno finora. La guerra civile in Siria pone una contraddizione acuta. Ma il nocciolo della questione è che i sauditi sono lungi dall’aver rinunciato all’alleanza strategica con gli Stati Uniti. I sauditi ancora sperano che l’amministrazione di Barack Obama possa fermarsi dal cercare un accordo con l’Iran entro novembre. Se nessun accordo nucleare fruttifica e se nel frattempo il Senato degli Stati Uniti cambia di mano finendo sotto il controllo dei repubblicani, l’impegno di Stati Uniti e Iran nato sotto cattive stelle, non andrebbe avanti per molto e, infatti, ci potrebbe anche essere una recrudescenza delle tensioni tra i due vecchi avversari. La strategia saudita, in breve, è sedersi e aspettare in qualche modo la fine della presidenza Obama nel 2016. Ma le cose possono cambiare drasticamente se ci sarà un accordo USA-Iran sulla questione nucleare. Mosca e Riyad avrebbero molto da perdere se l’integrazione dell’Iran con l’occidente iniziasse realmente. (E così in effetti anche Israele). In tale eventualità, il Medio Oriente probabilmente entrerà nel mondo multipolare. Ma poi ci sono tanti “se” e ‘ma’ impliciti in tale scenario. Molto dipenderà da come la guerra di Obama contro lo Stato islamico finirà. La grande questione è, cosa succede se lo Stato islamico prevale e arriva in Arabia Saudita? Dopo tutto, da movimento “neo-wahhabita”, l’obiettivo chiave dello SI è l’Arabia Saudita e non l’occidente. La sua strategia è provocare gli Stati Uniti ad intervenire militarmente in modo che possa cavalcare l’onda dei diffusi sentimenti antiamericani in Medio Oriente, che a loro volta apporterebbe alla causa nuove reclute e altri finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo.

3126fb7674e98090fe6701f5905ceea603d7cf74Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La debacle militare della junta in Ucraina orientale

Alexander Mercouris (UK),  Oriental Review 9 ottobre 2014c9d5381e6d05d6ca4d58591cc7058e36Seguendo le stime pubbliche secondo cui il vero tasso di mortalità nell’esercito della junta nell'”operazione antiterrorismo” (ATO) potrebbe essere stato di 8000-12000 caduti, numerose osservazioni possono essere avanzate:
1. Tali cifre non sono certo verificate. Tuttavia non sembrano irragionevoli vista l’ammissione di Poroshenko che l’Ucraina ha perso nell’ATO qualcosa come il 65% dei blindati. Sembra anche che l’aviazione ucraina sia stata sostanzialmente annientata. Certamente ha cessato di essere presente nelle ultime settimane.
2. Supponendo che le cifre siano vere, allora l’Ucraina è stata testimone di un massacro inaudito in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Vale la pena dire che i combattimenti hanno raggiunto la massima intensità dopo la caduta di Slavjansk, il 5 luglio 2014, I combattimenti intorno Slavjansk a maggio e giugno furono d’intensità minore. Sicuramente quindi la maggior parte delle perdite ucraine sia dovuta ai combattimenti dopo la caduta di Slavjansk il 5 luglio 2014. In altre parole, è probabile che 8000-12000 soldati ucraini siano stati uccisi nei 2 mesi dal 5 luglio 2014 al cessate il fuoco del 5 settembre 2014. Se è così ciò significherebbe che l’Ucraina ha perso in tale periodo uomini a un tasso di 129-190 al giorno. Niente di paragonabile è accaduto in Europa dalla resa tedesca del 9 maggio del 1945.
3. Un altro modo di osservare la dimensione di tali perdite sarebbe considerare la proporzione che avevano nelle forze ucraine coinvolte nell’ATO. La maggior parte dei dati ricevuti indicano che la dimensione della forza nella regione fosse di 60-80000 uomini. Se la stima dei morti è 8000-12000, è quantomeno vero che tra un decimo (10%) e un quinto (20% ) di tale forza può ora essere morto. La realtà sarebbe sicuramente peggiore essendovi la certezza che una quota sproporzionata dei morti sarebbe composta dai soldati di prima linea, che rappresentano solo una parte della forza coinvolta nell’ATO. Una buona parte dei 60-80000 uomini nella forza ATO erano truppe di supporto e logistiche, che ci si aspetterebbe uscirsene con meno perdite. Una volta ho letto che il tasso di perdita di oltre il 5% in un’azione di combattimento è più di quanto un’unità possa ragionevolmente sopportare, e che qualsiasi dato oltre tale cifra renderebbe l’unità inutilizzabile. Se i dati di 8000- 12000 sono vicini alla verità, allora tale cifra del 5% è stata superata, nel qual caso l’esercito ucraino ha cessato di esistere come forza efficace.
4. Vorrei solo anche dire che è chiaro che il grosso delle perdite ucraine sono soldati dell’esercito regolare. E’ ovvio che nei combattimenti, le varie unità paramilitari di destra raramente fossero in prima linea, ma che siano state usate per terrorizzare la popolazione nelle retrovie.
5. La domanda è come sia successo una tale debacle? Anche se i dati di 8000-12000 perdite sono un’esagerazione, ci si deve ancora spiegare la perdita del 65% dei blindati ucraini. Le dichiarazioni secondo cui gli ucraini hanno combattuto contro l’esercito regolare russo chiaramente non sono vere, quindi non spiegano la debacle.
6. In primo luogo va detto che non vediamo assenza di coraggio o determinazione nelle truppe ucraine. Non c’è il crollo subito dall’esercito iracheno nei combattimenti con il SIIL, in cui i soldati guidati dai loro ufficiali semplicemente fuggirono. Piuttosto si tratta di un esercito dissanguato in settimane di logoramento terribile nei mesi estivi. Il fatto che le vittime possano essere così tante, non suggerisce mancanza di disciplina o coraggio delle truppe. Al contrario, suggerisce straordinaria disciplina e coraggio nelle truppe inviate nel tritacarne dai loro comandanti, con modalità che a un inglese come me suscitano i brutti ricordi della Somme. Le rivendicazioni di febbraio e marzo secondo cui l’esercito ucraino era così malridotto da Janukovich che praticamente aveva cessato di esistere, si dimostrano alla luce di ciò che è accaduto a luglio e agosto semplicemente false. Dubito fortemente della possibilità dei soldati occidentali, oggi, di poter combattere per così tanto tempo subendo perdite su tale scala.
7. Penso che la spiegazione della debacle sia semplicemente la disastrosa leadership della junta.
8. E’ chiaro che da quando la junta ha preso il potere a febbraio, la leadership militare professionale ucraina non sia affidabile. Il comando operativo dell’ATO sembra sia stato dato a psicopatici dilettanti come Parubij, Jarosh, Avakov e Ljashko. Dopo la riunione del Consiglio di Sicurezza del 30 giugno 2014, che decise di riprendere l’offensiva, il generale Kovalov (“Koval”), poi ministro della Difesa della junta, che era almeno un soldato professionista, si dimise o più probabilmente fu dimesso (presumibilmente trasferito, dopo di che sembra scomparso). Probabilmente ha contestato la ripresa dell’offensiva. Andato via, il comando dell’esercito passò a persone come Parubij, Avakov ecc. che non hanno alcuna idea della guerra. Furono raggiunti da Geletej, nuovo ministro della Difesa, un agente della sicurezza piuttosto che soldato. Non avendo alcuna comprensione della guerra o conoscenza del comando militare, costoro poi hanno trascorso il resto dell’estate a scagliare l’esercito ucraino fino a distruggerlo attaccando ripetutamente le posizioni delle FAN, mentre bombardavano indiscriminatamente zone residenziali e scagliavano i loro criminali nazisti a uccidere e terrorizzare i civili. A peggiorare le cose, e a ulteriore dimostrazione della loro ignoranza e arroganza, scelsero di combattere la guerra seguendo il calendario, fissando la scadenza arbitraria del giorno dell’indipendenza ucraina del 24 agosto 2014, per la vittoria.
9. Per contro, le FAN ad un certo punto hanno chiaramente acquisito una corretta leadership militare professionale con personale adeguato e un comando generale composto da ufficiali di Stato maggiore in pensione di Mosca che hanno istituito il comando nella città orientale di Krasnodon, al confine russo. Sappiamo molto poco di queste persone, ma Strelkov ha indirettamente ammesso che uno dei motivi del suo licenziamento era far posto a una leadership militare più professionale, cosa che non possiede non essendo un soldato professionista. Potrebbe riferirsi al personale di Krasnodon, che da parte sua sembra aver combattuto una battaglia difensiva nel classico stile sovietico, incentrato su città come Donetsk e Lugansk per avere uno sbarramento dietro cui costituire una riserva corazzata per la controffensiva. Un fiero parallelo (anche se ovviamente combattuta su scala incommensurabilmente più grande) potrebbe essere la battaglia di Kursk.
Questo almeno è la mia interpretazione del disastro dell’ATO. Naturalmente non avrebbe mai dovuto essere lanciata. E chi l’ha fatto è un criminale. Però la mia lettura riguarda il comportamento verso i civili, massacrati indiscriminatamente, e verso gli sventurati soldati ucraini inviati al macello. Chi si pretende vero patriota ucraino dovrebbe oggi condannare non Putin e i russi, ma coloro che tra grida inane “Gloria all’Ucraina”, sono responsabili di aver mandato a morte tanti figli dell’Ucraina.

10569075Alexander Mercouris è un ex-avvocato inglese, esperto di diritto internazionale.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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