Il ruolo della Russia e la nuova intesa India – Cina

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 24 luglio 2014

BsiBzNACcAANr_fIl primo ministro indiano Narendra Modi incontrava il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice BRICS in Brasile, attirando notevole attenzione, di sicuro positivamente. L’incontro fornisce indizi sulla direzione delle relazioni tra i due confinanti, rapporti che smentiscono un modello costante. La Russia ha a lungo puntato a rinsaldare i legami tra i due giganti asiatici. L’invito di Xi a Modi a partecipare all’APEC, primo ente economico Asia-Pacifico, ha portato a notevoli speculazioni sulle motivazioni reali della Cina. Xi ha anche invitato l’India ad essere membro fondatore della Infrastrutture Asian Investment Bank. Quanto sono supportati gli inviti dall’autentico potere politico della Cina? L’invito cinese è una mossa astuta per moderare alcune posizioni dell’India? E’ una mossa per un accordo?
Si ipotizza che la Cina possa aver offerto alcune concessioni all’India per l’accordo chiave che istituisce la banca di Shanghai. Ma uno scambio Cina-India non è così facile essendo vincolato da procedure ed ostacoli politici. Tutti i membri dell’APEC devono approvare i nuovi membro del gruppo. Gli ostacoli politici possono essere più difficili da superare. Gli Stati Uniti, che  recentemente sempre più si affermano nella regione Asia-Pacifico, possono far sembrare l’offerta cinese all’India come una pedina nella scacchiera strategica antitetica ai propri interessi. La rivalità USA-Cina, piuttosto che le differenze tra Stati Uniti e India, o tra India e Cina, può influire sulla mossa. Anche le intenzioni cinesi, e le manovre politiche in questo contesto, devono ancora essere pesate approfonditamente dai politici indiani. Forse la Russia è più adatta a svolgere un ruolo bilanciante in questo caso. Vicina a India e Cina, e attore chiave di APEC e BRICS ed organizzazioni regionali come SCO, la Russia potrà non solo trasmettere gli interessi dell’India, ma anche aiutare a mediare un accordo tra India e Cina. La Russia ha sostenuto la candidatura dell’India a molte organizzazioni internazionali e regionali, tra cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la Shanghai Cooperation Organization, anche con la contrarietà della Cina. In particolare nel caso della SCO, si ritiene che l’adesione dell’India sia trattenuta dalla prevaricazione cinese. Xi durante l’incontro con Modi ha chiesto un ruolo attivo dell’India nell’organizzazione regionale. Ma non è ancora chiaro se Xi sosterrà l’adesione dell’India alla SCO. Il ruolo della Russia nella realizzazione di relazioni simmetriche India-Cina sarà cruciale. Mentre operano in tandem, i tre Paesi non solo possono siperare efficacemente le rispettive differenze, ma anche contribuire ad affrontare le questioni internazionali. Mentre la Russia può convincere la Cina ad adottare un approccio più morbido verso l’integrazione dell’India a SCO ed APEC, India e Cina possono sostenere la Russia nella crisi in Ucraina o ad superare gli effetti delle sanzioni. Non è una sorpresa che i Paesi BRICS al vertice in Brasile abbiano espresso profonda preoccupazione per la crisi in Ucraina e chiesto un “dialogo globale, de-escalation del conflitto e moderazione da tutti gli attori coinvolti, al fine di trovare una soluzione politica pacifica“. Putin ha espresso soddisfazione per gli sviluppi del vertice e ha sostenuto che gli sforzi congiunti aiuteranno ad impedire difficoltà economiche.
Un accordo tra l’India e la Cina non sarà così facile. La reciproca diffidenza s’insinua nel profondo delle relazioni bilaterali. Come custodi degli interessi nazionali, Xi e Modi potrebbero trovare difficoltà a superare interessi nazionali guidati dalla sfiducia. Ma non è impossibile. I pragmatisti seri possono trovare il modo per superare le differenze. Modi ha chiesto, e Xi concordato, un vertice sereno e tranquillo. Modi ha invitato la Cina ad investire nei progetti infrastrutturali in India. Xi può apparire meno imperscrutabile del suo predecessore, Hu Jintao, il cui aspetto stoico confuse molti dirigenti e osservatori internazionali. Xi appare più lungimirante, e la sua simpatia può essere un vantaggio per la Cina. Ma nella diplomazia internazionale è difficile basarsi sull’apparenza. Per decifrare le cose, si deve andare in profondità e leggere tra le righe. Il vantaggio per Modi e Xi è che sono al comando dei loro Paesi. Sono pro-business, giovani e dinamici. Ognuno è consapevole dei propri interessi nazionali fondamentali e dei vincoli nella loro realizzazione. Un accordo paritario tra India e Cina non sarà l’alba di una nuova intesa delle relazioni bilaterali, ma inaugurerà una nuova fase delle relazioni internazionali. Un nuovo rapporto India-Cina rafforzerà ulteriormente  le relazioni Russia-India-Cina (RIC), così come con BRICS, SCO e altre organizzazioni importanti come G-20. Con la visita di Xi in India per settembre, si spera che alcune differenze saranno risolte.
Quale ruolo può svolgere la Russia in questo nuovo ambiente? Oltre ad incontrare Xi, Modi ha incontrato anche il presidente russo Vladimir Putin. La Russia è un noto partner strategico dell’India e della Cina, ed è coerente nel sostenere le ambizioni politiche indiane. Aggiungendovi la disponibilità della Cina a sostenere l’India nella sua adesione a APEC e SCO, la politica internazionale si completerà con una possibile avanzata del nuovo ordine. Una delle motivazioni  reali della debolezza del BRICS è la differenza India-Cina, e una volta che ciò sarà sistemato con un accordo tra India e Cina, il gruppo emergerà come nuovo centro gravitazionale nel mondo post-guerra fredda, con implicazioni bilaterali e internazionali su pace e sicurezza.

6th BRICS SummitDr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano. Le sue aree di interesse sono conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, e aspetti strategici della politica eurasiatica.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I militari salveranno l’Ucraina?

Dmitrij Minin Strategic Culture Foundation 21/07/2014
Subject is Porky PoroshenkoGli eventi in Ucraina si svolgono in modo tale che molti iniziano pensare che l’unico via per tenere unito il Paese sia un duro regime militare appena possibile. Molti credono che l’economia stia collassando creando disordini sociali. I flussi finanziari occidentali prolungano la crisi esistente. Ma i flussi di denaro estero sono sempre più sottili per via degli enormi sprechi e dell’appropriazione indebita. Secondo diverse stime, quest’anno il Paese avrà bisogno di altri 30-50 miliardi di dollari. Una somma che l’occidente non è pronto a consegnare. Il primo ministro Arsenij Jatsenjuk ha capito la situazione disperata e s’è dimesso, anche se ciò non è ancora stato accettato dal parlamento. Forse accettarlo sarebbe suicida, ma ogni cosa ha i suoi limiti. Il presidente Poroshenko sembra sicuro di sé, ma perde credito. Deve spendere tempo e fatica per respingere le pugnalate alla schiena politiche di Julija Timoshenko, capo dell’ancora abbastanza forte partito Batkivshina, e degli altri oligarchi, prima di tutto Igor Kolomojskij, governatore di Dnepropetrovsk. La crescente militarizzazione della vita economica e sociale, fa dei pistoleri figure di spicco. La pistola può essere puntata in molte direzioni. Ci sono tanti aspiranti al ruolo di capo. Ciascuno appartiene a un certo gruppo d’interessi. L’idea del pugno di ferro è supportata dagli abusi finanziari ampiamente diffusi nella spedizione punitiva nel Donbas. “Il problema di uno è l’occasione di un altro”. Come si dice in tempo di guerra “Per alcune persone la guerra è guerra, per altri, una manna”, il che significa che certuni soffrono in guerra; altri fanno fortuna. Aleksandr Kuzmuk, parlamentare ed ex-ministro della Difesa, ha detto al parlamento che 11,5 miliardi di Grivne sono state stanziate per la difesa. La somma è svanita. Premi in denaro vanno soprattutto a coloro che operano negli stati maggiori. Secondo Kuzmuk, la situazione è inusuale. Gli effettivi coinvolti nei combattimenti sono sostenuti soprattutto dai parenti che inviano denaro e derrate alimentari. I volontari hanno bisogno di molto aiuto, abbisognano di acqua come di visori agli infrarossi. Un’inchiesta presso lo stabilimento di Zhitomir ha illuminato sulla scomparsa dei componenti di 78 veicoli revisionati. Centraline elettriche, torrette ed altro di 225 veicoli corazzati sono scomparse in una fabbrica di Kiev; quattro carri armati da 6 milioni di Grivne mancano. L’ufficio del pubblico ministero è stordito dalla portata dei furti.
Aleksandr Zhilin, il capo del centro per lo studio dei problemi pubblici applicati, ha detto che durante l’operazione “anti-terrorismo” cinque generali ucraini sono diventati milionari, in dollari, in particolare quelli coinvolti nelle azioni punitive. Vi sono altri esempi di furti e appropriazione indebita. I soldati morti restano sul libro paga riempiendo le tasche dei superiori a Kiev. Secondo l’esperto, se tali enormi fondi continueranno ad essere sottratti, la guerra non finirà mai. Per evitare la coscrizione si deve pagare una tangente di 500 dollari nei centri di reclutamento. Non tanto, può sembrare a prima vista, ma il numero dei renitenti è di centinaia di migliaia, comportando un buon profitto. Una volta in prima linea, solo una tangente consente a un soldato di avere il permesso per andare a casa. L’euforia dopo la cattura di Slavjansk ed alcune altre zone delle repubbliche popolari, evapora. S’inizia a capire che non è una vera vittoria, ma piuttosto un serio fallimento della leadership responsabile dell’operazione. Un osservatore su hvylya.org ne parla criticamente. Secondo lui, Slavjansk non è stata presa in battaglia, è stata solo lasciata dagli insorti senza sparare un colpo. Le forze nemiche hanno lasciato la città senza perdite. E’ una cortina fumogena. E’ impossibile eliminare un gruppo di diverse migliaia con armi pesanti nella città di Donetsk, che ha una popolazione di oltre un milione di abitanti, anche se venissero utilizzate tattiche da guerra network-centrica. Ma le forze ucraine usano la tattica degli anni ’30, ancor più obsoleta dell’arte della guerra dei tempi della seconda guerra mondiale. Un altro autore ucraino ha scritto su Ukraine on Verge of Chaos che il peggio deve accadere ad autunno, quando il tenore di vita cadrà con il collasso economico, il freddo e l’impoverimento, e la gente sarà esasperata e stanca della guerra, le cui perdite incessanti faranno diffondere la sindrome di Donetsk (in stile afgano) tra i militari veterani delle operazioni di combattimento nella regione di Donetsk. I politici populisti sfrutteranno la situazione a proprio vantaggio; i media versano benzina sui sentimenti sciovinisti e militaristi. I tumulti esploderanno attaccando uffici statali e con pubblico linciaggio di parlamentari e funzionari di tutte le forze politiche. Già oggi i parenti dei soldati protestano di fronte alla residenza presidenziale. Vengono informati via cellulari delle cose scioccanti che accadono sul campo, dei comandanti che abbandonano i loro subordinati sul campo di battaglia. Una prima prova di colpo di Stato c’è stata a fine giugno. 300 soldati dei battaglioni organizzati e finanziati dal magnate Igor Kolomojskij, Donbass, Azov e Ajdar, mascherati e in tenuta da combattimento si riunivano a piazza Majdan, a Kiev. Volevano la fine del cessate il fuoco, l’instaurazione del regime militare, armi migliori per i volontari e il permesso di utilizzare ogni mezzo per eliminare le unità di autodifesa del Donbas. Sembrava essere un colpo di Stato militare. Nazionalisti estremisti ben armati della Guardia Nazionale lasciavano il fronte per riunirsi a Kiev con Pravij Sektor e le unità di autodifesa Majdan, chiedendo il cambio di potere dell’esistente regime corrotto. Secondo Sergej Juldashev, il capo dell’ufficio del procuratore di Kiev, 12 edifici amministrativi, tra cui il Palazzo di ottobre e la Casa ucraina, sono ancora occupati dai volontari. Ci potrebbero essere molte armi all’interno. Ad oggi, le unità di autodifesa non hanno alcun desiderio di lasciare gli edifici. Senza dubbio Igor Kolomojskij sarà il primo beneficiario nel caso in cui gli eventi procedano in questo modo.
I media nazionalisti avvertono Poroshenko. Dicono che l’esercito è l’unico attributo del potere legittimo dello Stato. Tutto il resto è degradato. Ma Petro Poroshenko respinge l’esercito. Cioè rifiuta il popolo. Allora chi è il suo alleato? Sembra che presto non avrà nessuno su cui contare. Perde la fiducia della gente. I militari iniziano ad odiarlo. Polizia e servizi di sicurezza sono demoralizzati e corrotti da tempo. Nel modo in cui procede la situazione, non durerà tre anni come Janukovich. C’è sempre il tramonto dopo l’alba. In generale, un possibile modello ucraino va emergendo. Secondo Jurij Romanenko, “il regime autoritario avrà caratteristiche da democrazia militare su base popolare. Senza base sociale solida, il regime semplicemente non resisterà a un nemico potente. Mosca ha fatto di tutto per convincere i russi che la giunta a Kiev governa. Questo è il momento per la giunta di resistere e mostrare quanto sia efficace”. Poroshenko comincia a rendersi conto di essere in pericolo e prende misure preventive. La fretta degli appuntamenti con i vertici militari e della sicurezza indica che si prepara ad affrontare un nemico interno piuttosto che esterno. Valerij Geletej è il neo-ministro della Difesa personalmente fedele al presidente. E’ stato a capo dell’Amministrazione della Sicurezza dello Stato (UDO) specializzata nella protezione dei funzionari governativi. La prima cosa che h fatto assumendo il nuovo ufficio, fu metter fine alla distribuzione di armi ai volontari (mercenari dei magnati) presso i depositi militari. Kolomojskij voleva queste armi per le sue formazioni, ma il ministro della Difesa gli ha detto di rivolgersi direttamente al Comandante Supremo, istigando i radicali disposti a prendere il potere. Poroshenko capisce che continuando la guerra nel Donbas, sprona sentimenti militaristi e ambizioni personali nel Paese, segnando la data del suo rovesciamento, che verrebbe accompagnato da spargimenti di sangue.
Le riforme economiche sono impossibili, date le circostanze. Il presidente ucraino è minacciato; vi sono forze che esigono la guerra fino a una fine vittoriosa. Ma è impossibile vincere una guerra contro il proprio popolo. Le divisioni non sono limitate ai campi di battaglia; esistono nelle menti e nei cuori della popolazione. Non importa quante azioni di combattimento si compiranno, le divisioni rimarranno. Ma chi chiede di continuare la guerra fino alla vittoria, guadagnerà forza diventando sempre più pericoloso. Il presidente Poroshenko ha l’istinto dell’autoconservazione e cercherà una tregua e un compromesso con i connazionali? Nel suo caso è l’unica possibilità di rimanere al potere. La gente lo sosterrebbe se scegliesse di agire di questo modo.

10458649La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina sorveglia le esercitazioni dell’US Navy

Tyler Durden Zerohedge 21/07/2014
Beijixing 851La Cina ne ha abbastanza della diplomazia. Poco dopo che il presidente cinese Xi Jinping ha avvertito che “un conflitto tra Cina e Stati Uniti sarebbe sicuramente un disastro per i due Paesi e il mondo“, gli apparentemente stonati USA hanno risposto scatenando ancor più forze militari nel cortile della Cina, annunciando lo sviluppo di nuove tattiche militari per scoraggiare l’avanzata  lenta, ma costante, della Cina nel Mar Cinese Meridionale, anche con l’uso più aggressivo degli aerei di sorveglianza e delle operazioni navali nei pressi di aree contese. Il messaggio è chiaro: i convenevoli sono grandi, ma sospendete immediatamente le eventuali ambizioni territoriali che influenzano gli alleati regionali degli statunitensi. Beh, la Cina ha risposto, ma non nel modo con cui gli Stati Uniti avrebbero voluto. Secondo Bloomberg, la Cina ha inviato una nave per sorveglianza al largo delle Hawaii, anche se il Paese partecipa per la prima volta alla più grande esercitazione navale internazionale del mondo guidata dagli Stati Uniti. La nave opera a sud dell’isola hawaiana di Oahu, nei pressi del gruppo d’attacco (CSG) della portaerei USS Ronald Reagan (CVN-76) e del grosso di 50 navi che partecipano all’esercitazione, diverse fonti confermano all’USNI News. La nave d’intelligence si trova presso le acque territoriali degli Stati Uniti, entro le 200 miglia nautiche della zona economica esclusiva, ha detto in una e-mail il capitano Darryn James, portavoce della flotta del Pacifico degli Stati Uniti. La nave non è associata all’esercitazione Rim del Pacifico, o RIMPAC, attualmente in corso, ha detto. “Le forze navali statunitensi controllano costantemente tutte le attività marittime nel Pacifico, e ci aspettiamo che questa nave resti al di fuori delle acque territoriali statunitensi e non operi per sconvolgere l’esercitazione marittima Rim del Pacifico“, ha detto James. L’ironia, naturalmente, è che questa volta sono gli statunitensi ad essere concilianti con la Cina, invitandola a partecipare a RIMPAC per la prima volta. La Cina ha risposto inviando il secondo maggiore contingente di RIMPAC, quest’anno. “Programmata per favorire la cooperazione internazionale marittima, la Cina espande le sue capacità e la presenza della nave di sorveglianza solleva dubbi tra alcuni Paesi partecipanti“. Mentre la Cina partecipa a RIMPAC, le sue forze sono escluse dalla maggior parte delle principali esercitazioni al combattimento. Il Paese ha inviato quattro navi, il cacciatorpediniere lanciamissili Haikou, la fregata Yueyang, la nave rifornimento Qiandaohu e la nave ospedale Peace Ark. Inutile dire che gli Stati Uniti ne sono dispiaciuti: “Invia un pessimo segnale“, ha detto Ben Schreer, analista per la strategia della difesa presso l’Istituto di pianificazione strategica australiano di Canberra. “C’era molta buona volontà da parte statunitense, che afferma ‘nonostante ciò che avete fatto nei Mar Cinese Orientale e Meridionale di recente, vi abbiamo invitato a queste prestigiose esercitazioni, e avete palesemente inviato questa nave spia nella zona.’
La Cina ha preso posizioni più decise sulle questioni territoriali con il Giappone nel Mar Cinese orientale e le Filippine e il Vietnam nel Mar Cinese Meridionale, aumentando le tensioni regionali. “Non è la prima volta che siamo sorvegliati mentre operiamo o ci esercitiamo“, ha detto Per Rostad, ufficiale del nave della marina norvegese Fridtjof Nansen. “Tuttavia, si potrebbe dire che si fa del romanzo quando si partecipa a un’esercitazione con delle unità“, ha detto Rostad che ha cooperato con la marina cinese nel trasporto delle armi chimiche dalla Siria. USNI News aggiunge: “La Cina è un’ospite non invitata nella maggiore esercitazione navale del mondo. Gli Stati Uniti hanno invitato quattro navi della Marina dell’Esercito di Liberazione della Cina popolare (PLAN) all’esercitazione Rim del Pacifico 2014, una mossa salutata come segno di miglioramento delle relazioni militari tra i due Paesi. Ma la Cina ha inviato anche una nave da sorveglianza elettronica per monitorare i segnali navali nell’esercitazione. La flotta del Pacifico degli Stati Uniti ha seguito la nave da sorveglianza della marina cinese che opera in prossimità delle Hawaii, presso le acque territoriali degli Stati Uniti“, ha detto il capitano Darryn James, portavoce dell’US Pacific Fleet, ad USNI News. “Ci aspettiamo che questa nave resti al di fuori delle acque territoriali statunitensi e non operi in modo da sconvolgere l’esercitazione marittima Rim del Pacifico“. James ha detto che la nave non fa parte dell’esercitazione e non specula sulla finalità della nave, ma ha detto che è apparsa nei pressi delle Hawaii una settimana prima. “Tutte le domande sulle intenzioni o capacità della nave dovranno essere affrontate Marina dell’Esercito di Liberazione della Cina popolare“, ha detto.  La nave è una nave ausiliaria d’intelligenza generale (AGI) classe Dongdiao, una classe di tre navi progettata per raccogliere dati elettronici e di comunicazione da navi e aerei circostanti, fonti hanno confermato ad USNI News.
Lo spione sulla Cina Andrew Erikson ha detto che la nave probabilmente è la più esperta della PLAN, in un’intervista ad USNI News. “Questa AGI è probabilmente il vascello per l’intelligence Beijixing (codice 851) Tipo 815 della classe Dongdiao, assegnato alla Flotta del Mar Orientale“, ha detto Erickson, professore associato presso il Naval War College. “Beijixing è il migliore vascello della classe di AGI più avanzate della PLAN. Sulla base delle foto su internet e dei resoconti dei media e del governo giapponese, Beijixing è l’AGI cinese che più ha navigato, avendo operato frequentemente nei pressi e nella zona economica esclusiva (ZEE) del Giappone“. La classe Dongdiao al largo delle Hawaii opera nella ZEE degli Stati Uniti, ma non in acque territoriali, ha detto James. “La presenza della nave AGI della marina cinese è conforme al diritto internazionale in materia di libertà di navigazione“, ha detto. “L’US Navy opera al largo delle acque territoriali delle nazioni costiere di tutto il mondo, nel rispetto del diritto internazionale e delle norme, e all’AGI della Cina è permesso fare lo stesso”. In altre parole, la Cina fa ciò che sa fare meglio: rispondere a modo richiamando le varie nazioni alla loro ipocrisia: il ministero della Difesa della Cina ha detto che i movimenti della nave cinese in acque internazionali sono conformi al diritto internazionale, ha riferito Global Times. “La Cina rispetta i diritti di tutti gli Stati costieri interessati al diritto internazionale, e auspica che i Paesi interessati rispettino i diritti delle navi cinesi secondo la legge“, avrebbe affermato un funzionario del dipartimento stampa del ministero.

Perché?
La Cina da tempo lamenta la sorveglianza degli Stati Uniti al largo delle coste cinese, all’interno della zona economica esclusiva del Paese. Nel 2009, la Cina disse che una nave di sorveglianza dell’US Navy era attiva nella zona economica esclusiva del Paese, sul Mar Giallo, violando le leggi internazionali e cinesi. L’USNS Victorious non chiese il permesso della Cina, disse allora la portavoce del ministero degli Esteri Ma Zhaoxu.

In sintesi:
1. La Cina avverte gli USA di non provocarla, minacciando un nuovo “conflitto globale”.
2. Gli USA provocano inviando prontamente navi da sorveglianza nel Mar Cinese meridionale.
3. La Cina risponde alla provocazione degli USA inviando la propria nave da sorveglianza nelle Hawaii, durante ciò che dovrebbero essere esercitazioni navali amichevoli.
4. ???

203_65051_894134Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele cerca solo di guadagnare tempo!

Nasser Kandil Global Research, 16 luglio 2014

GazaBigWar1. Secondo lei, signor Kandil, fino a che punto Israele potrebbe spingere il suo assalto a Gaza?
Penso che Israele sia in difficoltà perché non può permettersi la pace che legittimerebbe la sua esistenza, come non può permettersi una guerra che gli consenta di tornare al “periodo delle iniziative”. Questo è il motivo per tale ennesima aggressione a Gaza, distruggendo tutto ciò che può colpire, armi, capi, combattenti e infrastrutture, ritenendo che ciò gli darebbe notevoli benefici nella prossima fase del conflitto. Guadagnare tempo sembra essere “l’unica strategia del momento” di fronte alla nuova mappa regionale che si delinea, dove non è più un fattore decisivo. Questo è anche il motivo per cui retrocede sulla creazione dello Stato curdo, che all’inizio ha incoraggiato [1], il clima internazionale e regionale è dominato da avvertimenti contro i pericoli delle partizione dell’Iraq.

2. Altre guerre d’Israele sono dunque in vista?
Quello che posso assicurare è che se Israele decide di impegnarsi in una guerra aperta e totale, troverà una Resistenza pronta ad andare fino in fondo e senza alcuna intenzione di lasciare porte aperte agli “aggiustamenti” che continua a pretendere ogni giorno [...]

3. Dice che Israele non ha una strategia chiara e che cerca solo di guadagnare tempo. Perché?
Penso che tutto ciò che la nostra regione ha vissuto dalla guerra d’Israele contro il Libano, nel luglio 2006, sia il risultato del rapporto intitolato “Baker-Hamilton” presentato al presidente George W. Bush il 6 dicembre 2006 [2] [3]. In realtà, sono passati otto anni, il Libano era sull’orlo di una guerra memorabile che ha imposto una nuova equazione regionale dopo “l’erosione della deterrenza israeliana“. Per cui è nato il nuovo approccio statunitense, presentato in tale famosa relazione firmata e supervisionata dai due pilastri democratico e repubblicano alla guida dei servizi segreti e degli Esteri, e Consiglieri della Sicurezza Nazionale… In breve, la relazione invita gli Stati Uniti a fare tutto il possibile per risolvere il conflitto israelo-palestinese, implicitamente riconoscendo:
• la sconfitta del progetto statunitense in Iraq e in Afghanistan,
• il fallimento del ruolo regionale d’Israele,
• l’emergere di potenze regionali concordi con gli Stati Uniti nel salvare l’Iraq e stabilizzare la regione.
Ciò sulla base del ritiro statunitense da Afghanistan e Iraq, con:
• l’accettazione di una partnership USA-Russia per gestire la stabilizzazione della regione,
• il riconoscimento del ruolo centrale dell’Iran, Stato nucleare, su Afghanistan, Iraq e Stati del Golfo,
• riconoscimento del ruolo influente della Siria nel Levante.
Ma la cosa più importante di tale relazione è spingere Israele ad attuare le risoluzioni delle Nazioni Unite sul conflitto arabo-israeliano, tra cui:
• uno Stato palestinese nei territori occupati nel 1967 con capitale Gerusalemme est
• una giusta soluzione al problema dei profughi sulla base della “risoluzione 194″ garantendo il diritto al ritorno e al risarcimento,
• la restituzione del Golan siriano occupato alla linea del 4 giugno,
• il ritorno ai libanesi delle fattorie Shaba.
Dal dicembre 2006 viviamo le conseguenze della denigrazione del rapporto Baker-Hamilton con  una serie di guerre per procura e conflitti che insanguinano l’asse della Resistenza. Nessuno conosce la portata della cooperazione tra Israele e Stati del Golfo, come Arabia Saudita e Qatar, per contrastare le raccomandazioni della relazione strategica degli Stati Uniti, o trovare alternative e quindi ignorare la Roadmap che raccomanda di garantire la necessaria stabilità regionale. Tali imbrogli si sono complicati passo passo. Per iniziare, c’erano le elezioni iraniane del 2008 con il piano di rovesciare il Presidente Ahmadinejad ed imporre Muhammad Khatami al potere con la promessa di permettere all’“Impero iraniano il suo dossier nucleare” contro l’abbandono della causa palestinese. All’epoca, Martin Indyk aveva parlato di “rovesciare l’Iran in Palestina”. Tale scommessa fallì, e la prima guerra contro Gaza ebbe luogo, ancora con lo stesso slogan di Indyk: “rovesciare l’Iran in Palestina”. Consacrata la sconfitta d’Israele, la ripresa del percorso di pace fu ridotta ad imporre all’Autorità palestinese ulteriore obbedienza. Quindi nel 2010 il piano di Hillary Clinton per una pace israelo-palestinese “parziale” fatta di concessioni minime degli israeliani. Ma l’estremismo israeliano è responsabile della distruzione del piano di Clinton, il piano d’Israele è una pace che si traduca nell'”alleanza arabo-israeliana contro l’Iran“. In altre parole, i sionisti hanno scelto di costruire tale alleanza invece di accettare il basso costo che avrebbe rappresentato lo smantellamento del 10% degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, per garantire la continuità territoriale tra le parti del residuale mini-Stato palestinese.

4. Israele continuerà a guadagnare tempo iniziando altre guerre di logoramento, senza esaurirsi?
Dalla sconfitta d’Israele nella sua guerra contro il Libano, nel luglio 2006, riteniamo che non sia più questione di guerra aperta israeliana o statunitense. Ma la negazione di nuove realtà sul terreno  riempirebbe il vuoto strategico dopo il ritiro degli Stati Uniti da Iraq e Afghanistan. Pertanto, dal dicembre 2006, cioè negli ultimi otto anni, Israele cerca di evitare di pagare il conto della Baker-Hamilton, creando ogni sorta di problema per paralizzare l’Asse della Resistenza formato da Iran, Siria, Hezbollah e anche Hamas. Opportunamente, l’esplosione della cosiddetta “primavera araba” certamente nata dalla rabbia popolare contro i loro governanti, è stata l’occasione per Stati Uniti, Turchia e Qatar d’ adottare la loro idea di affidare il potere regionale ai Fratelli nusulmani, con l’idea che l”impero ottomano’ avrebbe ereditato il potere in Tunisia ed Egitto, con alla sola condizione di abbandonare la Siria. La guerra “universale” contro la Siria ha avuto quindi luogo, ma è fallita, mentre la strategia del caos ha creato un ambiente favorevole al terrorismo e al suo radicamento, con il rischio che il califfato del SIIL divida l’Iraq ed altre entità della regione…
Nel frattempo, Hamas ha perso l’illusione che l’identità condivisa con i Fratelli musulmani prevalesse sull’appartenenza alla resistenza palestinese. Ma dopo il fallimento delle vittorie in Egitto e Siria, ha rivisto i conti. I neo-ottomani sono stati sconfitti e il “Fronte del Rifiuto” si avvicina alla vittoria, Hamas non riesce a trovare il suo posto che rientrando nella trincea della resistenza all’occupazione israeliana. Israele ha fallito nonostante i ripetuti tentativi di minare la Resistenza.  Indipendentemente dalle posizioni assunte da certi capi di Hamas, qualsiasi siano i disaccordi con Fatah. Ciò che conta è che le Brigate al-Qasam (ramo militare di Hamas) operino e siano pienamente impegnate nella lotta contro l’aggressione israeliana a Gaza. Israele ha scommesso sulla sconfitta della Siria, e sulla sconfitta di Hezbollah in Siria, sostenendo i vari rami di al-Qaida con i suoi raid aerei [4] su Jamraya [Centro di ricerca scientifica a nord ovest di Damasco], nella speranza che vincessero la guerra ad al-Qusayr [maggio 2013], i raid su Janta affinché vincessero a Yabrud, e i raid su al-Qunaytra per imporre la cintura di sicurezza alla cosiddetta opposizione siriana complice. Ma tutti questi piani sono falliti, uno dopo l’altro. Israele oggi è in ansia perché incapace di scatenare una guerra ma anche di aspettare. Questo mentre il mondo assiste alla cristallizzazione di due campi, uno che rappresenta le crescenti forze di Russia, Cina, Brasile e altri Paesi BRICS, l’altro guidato da Washington, sconfitto in Ucraina e Siria e che si prepara ad altre sconfitte in Yemen e Iraq…
Israele si trova ad affrontare una nuova equazione basata sulla previsione di ciò che potrebbe derivare dal ritiro statunitense dall’Afghanistan, alla fine dell’anno, ora che l’Iraq è alleato di Siria e Iran, con un accordo tra occidente ed Iran si profila all’orizzonte e segnali indicanti la vittoria siriana che appaiono, mentre l’opposizione a uno Stato curdo nato dalla partizione dell’Iraq è quasi unanime, nonostante il suo dichiarato sostegno. Sa che le condizioni per una nuova guerra saranno diverse da quelle della guerra del 1973, come previsto da una relazione del Shabak [servizio di sicurezza interna d'Israele] nel 2010… Israele non potrà vincere una nuova guerra contro una resistenza che si prepara ad ogni evenienza, soffrendo dello stesso deficit strutturale che ha causato le sue sconfitte precedenti. Tutto ciò che ottiene da tale nuovo assalto su Gaza, è reindirizzare la bussola sulla “causa prima”: la lotta contro l’occupazione e la colonizzazione della Palestina.

5. Cosa ne pensate della nomina di Staffan de Mistura a successore di Laqdar al-Brahimi[5]?
Ad ogni fase della guerra contro la Siria, corrisponde un inviato con una specifica missione. Kofi Annan alla fine si dissociò con dimissioni storiche. Laqdar Brahimi, la cui unica missione era condurre colloqui politici, fece ciò che poteva. Qui siamo nella fase della scelta di De Mistura, probabilmente per le sue competenze tecniche e diplomatiche. Tecnicamente curò la prima missione dell’ONU di lancio di aiuti alimentari [Ciad – 1973], fu vicedirettore del Programma alimentare mondiale [2009-2010]. Diplomaticamente, ha ricoperto vari incarichi presso le Nazioni Unite [6], in particolare come rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan [2010-2011], Iraq [2007-2009] e Libano [2001 - 2004]. Pertanto, la sua nomina suggerisce l’esistenza di una nuova mappa regionale dall’Afghanistan al Libano, dove per anni ha gestito il conflitto tra Hezbollah e Israele e lo Stato libanese. In altre parole, ha le chiavi del conflitto arabo-israeliano. Probabilmente  non controlla sufficientemente il dossier siriano, ma può essere compensato dalle sue numerose relazioni con personalità regionali, che si precipiteranno, come dovrebbero, per renderlo edotto dei più piccoli dettagli.

6. Secondo Voi, qual è la missione di De Mistura?
Preparare il tavolo per la nuova mappa regionale. Come mediatore delle Nazioni Unite nel conflitto siriano, può passare dalla Siria a Iraq, Afghanistan e Libano. Penso che sarà il partner principale del presidente egiziano al-Sisi.

7. Tale nuova carta regionale richiede la partizione dell’Iraq?
Non credo assolutamente.

8. Eppure molti dicono il contrario, prevedendone la partizione in tre Stati: sunnita, sciita e curdo.  Alcuni parlano anche di uno “Stato del SIIL!”
In sostanza, l’idea di partizione, non solo dell’Iraq, si basa sulla tesi di Bernard Lewis, il famoso storico statunitense [7], la cui tesi venne discussa sotto l’egida della NATO a Francoforte nel novembre 2012. La domanda era: “Dovremmo mantenere i confini tracciati da Sykes-Picot, o dovremmo riprogettarli sulla base dei dati demografici regionali?“, cioè in base alle popolazioni sunnita, sciita, curda, alawita, ecc… tale partizione in linea di principio sarebbe più facile in Iraq che altrove. Se dovesse avvenire, il secondo passo dovrebbe portare alla partizione della Turchia, creando uno Stato curdo nei suoi territori orientali, e non dell’Iran, al 90% dalla stessa confessione. Ciò spiega l’immediata ritirata dei capi turchi che iniziano a rendersi conto che pagheranno per l’aggressione alla Siria, soprattutto per Qasab e Aleppo. Da parte loro, i sauditi hanno finalmente capito che rischiano grosso vedendo gli Houthi alla periferia di Sana, e la minaccia della creazione di uno Stato sciita sulle coste petrolifere orientali del loro regno. Ecco perché credo che la decisione sarà altra che non la partizione, ed è per questo motivo che quattro dichiarazioni dicono NO ad uno Stato curdo in Iraq! Di Ban ki Moon [8], del Presidente al-Sisi [9], dal comunicato congiunto Stati Uniti e Russia, del numero due della sicurezza nazionale alla Casa Bianca, Tony Blinken, che ha dichiarato che “l’unità dell’Iraq è l’obiettivo da difendere“. E quando si dice ciò, s’intende NO alla partizione dell’Iraq!

Nasser Kandil 11/07/2014, sintesi di due interventi:
Video di al-Mayadin, MN Kandil è intervistato da Diya Sham e articolo su al-Bina;
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-Nakhal per Mondialisation.ca

ISIS TerritoryNote:
[1] Il premier israeliano è a favore di un Kurdistan indipendente
[2] Baker-Hamilton Report 2006
[3] Baker-Hamilton/Wikipedia
[4] VIDEO. Raid israeliano in Siria uccide almeno 42 soldati, bilancio incerto
[5] Staffan de Mistura successore di Brahimi come mediatore
[6] Staffan de Mistura/Wikipedia
[7] Bernard Lewis/Wikipedia
[8] L’Iraq deve avere uno Stato unito, secondo Ban Ki-moon
[9] Egitto: Sisi, un referendum nel Kurdistan iracheno sarebbe una “catastrofe”

Nasser Kandil è un ex-deputato libanese ed direttore di TopNews-Nasser-Kandil e del quotidiano libanese al-Bina
Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il cinese J-31 contro l’F-35 statunitense

Valentin Vasilescu Reseau International 18 luglio 2014
27_179326_c3e3e77cfa6c1c2_zps811c938fLa Russia è interessata a favorire l’esportazione dei caccia cinesi J-31, in modo che diventi, assieme al Sukhoj T-50, un concorrente al costoso aereo statunitense F-35. La Cina ha 580 velivoli per  garantirsi la supremazia aerea, con velivoli di 4° generazione derivati da Su-27SK e Su-30MKK (J-11, J-16) e J-10, mentre Corea del Sud e Giappone hanno assieme 590 aerei, superiori in termini di avionica e armamenti ai cinesi, cui aggiungere il contingente di 260 aeromobili degli Stati Uniti schierato nei due Paesi o sulle portaerei assegnate alla VII Flotta degli Stati Uniti. Inoltre, Corea del Sud e Giappone hanno già ordinato 40-50 aerei stealth statunitensi F-35. Da parte sua, l’industria aerospaziale indiana acquisisce la tecnologia del caccia stealth russo Sukhoj T-50, che sarà prodotto come HAL FGFA (250-280 aeromobili). Questo è il motivo per cui, negli ultimi mesi, un’assistenza discreta è stata fornita dai russi ai cinesi trasferendo tecnologia russa per ulteriori test, e procedere immediatamente alla produzione in serie del prototipo del velivolo stealth J-31. Nei prossimi anni, almeno 500 aeromobili J-31 doteranno la forza aerea cinese.
Per compensare l’elevata potenza del singolo motore F-35 (Pratt&Whitney F135 da 19000 kg/s), il J-31 è attualmente dotato di due motori WS-13 da 8700 kg/s copiati dal motore russo RD-93 del MiG-29K/MiG-35. Per competere con l’F-35 sul mercato mondiale, ai cinesi è necessario che i russi gli consentano di fabbricare su licenza il motore Saturn S-117 del Su-35, con una spinta molto più potente di 15800 kg/s. Il megacontratto da 400 miliardi di dollari firmato con la Russia all’inizio di maggio, ha mostrato da quale lato si trova la Cina dall’imposizione delle sanzioni occidentali alla Russia. Le due superpotenze hanno deciso di non essere rivali sul mercato del trasporto aereo.
Il J-31 è un’alternativa più modesta sul piano dell’avionica, ma il prezzo è pari al 60% di quello dello statunitense F-35. I due velivoli hanno due vani per trasportare due missili aria-aria a medio raggio o bombe. Ed entrambi hanno 6 piloni esterni da 6-8 tonnellate. La strategia della Cina per la commercializzazione del velivolo J-31 è interessante. Oltre ai 500 aeromobili dell’aeronautica cinese, altri 120 J-31 sono destinati alle tre portaerei cinesi. La portaerei cinese Liaoning, ex-Varjag,  attualmente ha 30 aerei J-15 (simile al Su-33) e viene utilizzata come nave scuola per l’addestramento dei piloti delle portaerei. Una copia modificata della Liaoning è in costruzione avanzata nei cantieri Dalian, mentre la terza portaerei, molto più grande, è in costruzione nei cantieri navali di Shanghai. La Cina diverrà, alla fine dell’anno, l’economia mondiale pronta ad investire tanto denaro quanto gli statunitensi sui programmi sulla furtività e nell’industria aerospaziale, prevedendo di esportare almeno 600 aerei J-31. Il prezzo di un F-35 è superiore ai 120 milioni di dollari. A tale prezzo, al di fuori degli Stati Uniti, solo Paesi ricchi della NATO come Italia, Inghilterra, Paesi Bassi, Norvegia e Turchia possono permettersi di acquistarlo. Spagna, Portogallo e Grecia, che affrontano una profonda crisi finanziaria, non intendono acquistare gli F-35. I Paesi ex-comunisti confinanti con la Russia e membri della NATO non possono sognare una cosa del genere, od ottenere l’approvazione degli Stati Uniti per acquistare i simili velivoli cinesi. Dal prossimo anno la Russia svilupperà la sua massiccia flotta di aerei stealth Su T-50, equivalenti agli F-22 degli Stati Uniti, che saranno esportati nei Paesi della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti). Ucraina, Georgia e Moldavia hanno recentemente aderito all’UE. Pertanto, a differenza dei Paesi ex-comunisti, i Paesi non allineati hanno libertà di scelta e sono obiettivo del velivolo cinese.
Il Pakistan, il partner più vicino alla Cina, ha recentemente rinunciato all’acquisto di 36-70 aerei J-10, riorientandosi sul J-31. Mentre Israele ha già ordinato 75 F-35 dagli Stati Uniti, l’Iran sembra molto interessato ad acquistare lo stesso numero di aerei J-31. Tra i potenziali acquirenti potrebbero esserci il Sud Africa (membro dei BRICS come la Cina), che ha rinunciato allo svedese JAS-39 Gripen. L’Angola, lo Stato con il più alto tasso di crescita economica nell’ultimo decennio (20% nel 2005-2007), grazie a petrolio, gas e diamanti, ha comprato le azioni della banca portoghese per salvare la vecchia madrepatria, il Portogallo, dallo spettro del fallimento. L’Angola ha avviato un piano di acquisto per 12 aerei Su-30MKI, 7 Su-27SM, 15 Su-25, mettendo da parte i fondi per il J-31. Con questo piano di acquisto, l’equilibrio di potere in Africa del Sud-Ovest muta a scapito delle vecchie potenze occidentali. L’Egitto, a cui gli Stati Uniti hanno tagliato gli aiuti militari annuali consistenti nella consegna di aerei F-16, e l’Azerbaigian, che negli ultimi anni ha un surplus dall’esportazione di gas nella regione del Mar Caspio, ha stretti rapporti con il Pakistan e sarebbe interessato a questo velivolo. Il Venezuela e il Brasile (altro Stato dei BRICS, produttore di diversi tipi di Embraer) non solo vogliono comprare, ma anche produrre su licenza il velivolo, per competere con i prodotti militari statunitensi sul mercato dell’America Latina.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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