Perché l’Europa si arrenderà alla Russia

Liam Halligan, Novorossia 24 ottobre 2014imageDopo mesi di crescenti tensioni sull’Ucraina e di discorsi su una nuova guerra fredda, la Russia e l’occidente potrebbero presto raggiungere un riavvicinamento sorprendente. L’economia della zona euro soffre molto e le sanzioni contro la Russia ne sono in parte da biasimare. L’inverno è anche qui da noi, e come ricorda a tutti, Vladimir Putin detiene ancora le carte quando si tratta di fornitura di gas. Ma l’argomento decisivo, però, è l’Ucraina che va verso il tracollo finanziario. A meno di un enorme piano di salvataggio da attuare subito, ci sarà il default che urterà sull’economia globale. Questo è un rischio che nessuno vuole prendersi, e meno di tutti Washington, Londra e Berlino. Le sanzioni contro la Russia colpiranno duro sempre l’Europa occidentale. La zona euro ha avuto un rapporto commerciale con la Russia 12 volte superiore a quello con gli Stati Uniti, l’anno scorso, motivo d’entusiasmo di Washington nel recintare l’economia della Russia. La maggior parte delle grandi economie europee, in particolare della Germania, hanno solo eseguito esplicitamente le sanzioni occidentali dopo che il volo MH17 è stato abbattuto nello spazio aereo ucraino a luglio, uccidendo 298 persone. Dopo quella tragedia, immediatamente attribuita a Mosca, era politicamente impossibile suggerire che le sanzioni potessero essere controproducenti. Il risultato è stato il più grande giro di vite sul commercio russo dall’epoca sovietica, mirato principalmente su energia, aziende della difesa e servizi finanziari, deteriorando le relazioni Est-Ovest al minimo dalla fine della Guerra Fredda.
L’economia occidentale che ne soffre di più, e di gran lunga, è la più grande della zona euro. I purosangue della produzione tedesca hanno investito decine di miliardi di euro in impianti di produzione russi, negli ultimi anni. Volkswagen ha diversi impianti a ciclo completo russi ed è il marchio scelto dalla classe media in ciò che presto sarà il mercato automobilistico più grande d’Europa. Siemens è fondamentale per il potenziamento della vasta rete ferroviaria russa e il fornitore specializzato Liebherr ha anch’esso una grande presenza. Numerose aziende “Mittelstand”, imprese di medie dimensioni che rappresentano oltre la metà dell’economia tedesca, hanno anche costruito legami commerciali lucrosi da quando la Russia s’è aperta 20 anni fa, vendendo di tutto, dal cartongesso alle macchine utensili. Oltre 6000 aziende operano nel paese, con 350000 posti di lavoro tedeschi direttamente dipendenti dal commercio russo. E accusano il colpo. Ciò aiuta a spiegare perché, essendo cresciuto dello 0,8 per cento nei primi tre mesi del 2014, il PIL tedesco s’è ridotto dello 0,2 per cento nel secondo trimestre. La potenza della zona euro è ormai sull’orlo della recessione. La produzione industriale è scesa del 4 per cento ad agosto, il maggiore calo mensile dall’inizio del 2009. Le esportazioni sono diminuite del 5,8 per cento, il calo più rapido dal crollo di Lehman Brothers nel 2008. Se gli industriali tedeschi sono decisamente arrabbiati per “le sanzioni americane”, gli agricoltori francesi sono furiosi. L’embargo di un anno di Mosca all’importazione di cibo occidentale, a mala pena colpisce gli agricoltori degli Stati Uniti, ma causa le urla di protesta galliche. Un terzo delle esportazioni di frutta e verdura dell’Unione europea è stato venduto alla Russia lo scorso anno, ed oltre un quarto di carni bovine vi era esportato. Il motivo principale, però, con cui le sanzioni potrebbero essere smantellate molto rapidamente è che l’economia ucraina implode, sollevando lo spettro del “contagio” finanziario. A giugno, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo prevede che il PIL ucraino si ridurrà del 7 per cento quest’anno. Il mese scorso la previsione veniva declassata a un enorme meno 9 per cento, con l’avvertenza della BERS di “difficoltà formidabili” se le forniture energetiche dalla Russia non saranno pienamente ripristinate prima dell’inverno. I 17 miliardi di dollari del programma di sostegno ucraino del FMI, si basano sulla contrazione economica del 5 per cento quest’anno e un rimbalzo nel 2015. In base a tale scenario, il debito dell’Ucraina, sostiene il FMI, rimane quasi gestibile. Ma tali cifre, risalenti a prima del culmine dei combattimenti in Ucraina orientale, non considerano la distruzione di fabbriche e infrastrutture a Donetsk e Lugansk, che insieme rappresentano un sesto della produzione dell’Ucraina. Anche se l’attuale fragile cessate il fuoco tiene, i danni a strade, ferrovie, servizi pubblici e aeroporti richiederanno anni per essere riparati.
Le previsioni non realistiche del FMI si sono svelate in Grecia, con la conseguente assai dirompente ristrutturazione del debito da 200 miliardi di euro, peggiorata da ritardi e negazioni. Ecco perché il capo supremo del FMI Christine Lagarde ha appena ammesso che un “finanziamento aggiuntivo” è necessario per l’Ucraina, aggiungendo che sarebbe “piuttosto inverosimile” che sia il FMI a sborsarlo. Il che ci porta al nocciolo della questione. USA ed Europa in particolare, hanno pochi soldi e non certo la volontà politica di aiutare l’Ucraina. Gli elettori tedeschi non avranno nemmeno lo stomaco per accogliere altri membri nella zona euro. Il congresso voleva pagare per armare Kiev contro Mosca, ma la Casa Bianca ha rifiutato. Ma ciò che ha reso i politici statunitensi ancora meno propensi a pagare, più di qualsiasi altra cosa, è la Russia che detiene enormi quantità di obbligazioni ucraine, in modo che fondi non militari finiscano direttamente a Mosca. Il prossimo pacchetto di salvataggio, per altri 20/25 miliardi di dollari, ha bisogno del sostegno (sussurrato) cinese e russo. Ciò non accadrà fin quando l’occidente non toglierà le sanzioni o darà chiaro impegno in tal senso, permettendo a Mosca di fare lo stesso. La Russia ha finora evitato la recessione. Il rublo è caduto, ma ciò aiuta i produttori ed aumenta i proventi del petrolio (in dollari). Mosca ha un avanzo di bilancio, un debito pubblico minuscolo e un grande fondo sovrano. E gli indici di gradimento del Presidente Putin rimangono alle stelle.
Il segretario di Stato USA John Kerry, ha avuto colloqui con il suo omologo russo Sergej Lavrov, prima dell’incontro tra il presidente ucraino Poroshenko e Vladimir Putin a Milano. Così ci si può aspettare meno belligeranza tra Russia e occidente. L’economia globale è sul filo del rasoio, e la riduzione dell’animosità Est-Ovest sarebbe la buona notizia tanto necessaria.

Vladimir PutinTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina integra la ‘Missione di Pace’ meccanizzata

Richard Fisher, Jr., Aviation Week & Space Technology, 13 ottobre 2014 – Strategy Center
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I 7000 soldati, dell’esercitazione militare Missione di Pace 2014 della Shanghai Cooperation Organization (SCO) non sono molti, militarmente. Ma la loro importanza geopolitica è notevole: E’ stata la maggiore esercitazione fino ad oggi dell’alleanza antidemocratica che include due potenze nucleari e potrebbe presto comprenderne altre tre. Le esercitazioni militari annuali “Missione di pace” di solito mettono in evidenza l’incremento della cooperazione antiterrorismo della SCO. Ma Missione di Pace 2014 di fine agosto ha permesso all’ospite cinese d’illustrare due decenni di investimenti nella guerra meccanizzata interforze più appropriate per un’invasione. Ciò è stato probabilmente incoraggiato dallo scenario dell’esercitazione contro “un’organizzazione separatista, sostenuta da un’organizzazione terroristica internazionale, riportando episodi di terrorismo e un piano golpista per dividere il Paese”*, secondo il quotidiano cinese Xinhua.
Missione di Pace 2014 includeva 5000 truppe dell’Esercito di Liberazione Popolare (EPL) della Cina, 900 della Russia, 500 del Kirghizistan, 300 del Kazakistan e 200 del Tagikistan. La Russia ha inviato una forza più grande: 13 carri armati T-72, 40 blindati BMP-2, 4 aerei d’attacco Su-25, 8 elicotteri Mi-8 e 2 Il-76 da trasporto. Il Kazakistan ha inviato caccia Su-27 e una piccola unità di paracadutisti che ha operato con un gruppo aeroportato dell’EPL. Ma è stata la Cina che “ha vinto” la dimostrazione di forza, in primo luogo con la sua prima unità dell’esercito, il 38.mo Gruppo di Armate (GA) della Regione Militare di Pechino, ed ospitando Missione di Pace 2014 in una delle sue più moderne basi per l’addestramento meccanizzato e la simulazione a Zhurihe, Mongolia Interna. La Cina ha inviato 50 aerei e 440 mezzi delle forze di terra nell’esercitazione ed istituito due centri di comando congiunti digitali e un centro per la condivisione dell’intelligence. Forse la cosa più degna di nota è stata la dimostrazione di una moderna formazione corazzata cinese sostenuta dall’aviazione dell’esercito e dall’aeronautica dell’EPL (PLAAF). Per la prima volta, la Cina mostrava il nuovo carro armato T99A, o T-99A3, terza generazione della serie T-99, armato di un cannone da 125 mm stabilizzato capace di sparare missili, e con corazzatura e sistema di puntamento migliori. Questi erano supportati dal nuovo Veicolo da combattimento per la fanteria (IFV) ZBD04A armato con un cannone da 100mm e dall’IFV 8×8 ZBD-09, armato con un cannone da 30mm. Il supporto dell’artiglieria era fornito dal nuovo semovente da 155mm PLZ-05 e dai lanciarazzi multipli da 122mm dell’EPL. Mostrato pubblicamente per la prima fu anche il sistema cingolato di artiglieria antiaerea binata da 35mm PGZ-07, che utilizza una versione cinese del proiettile di prossimità dell’Oerlikon Advanced Hit Efficiency and Destruction (AHEAD).
Un’altra novità dell’esercitazione sono stati i due elicotteri d’attacco dedicati dell’EPL, lo Z-10 da 7 tonnellate e lo Z-19 da 4,5 tonnellate. Entrambi hanno sparato razzi, ma possono essere armati con il missile anticarro HJ-10, equivalente all’Hellfire. La PLAAF ha utilizzato i caccia multiruolo Su-27SK e Chengdu J-10 e il caccia d’attacco Xian JH-7A. Il JH-7A ha impiegato bombe a guida laser da 500 kg LT-2. La PLAAF ha schierato per la prima volta pubblicamente il Chengdu/Guizhou Pterodactyl, un velivolo da combattimento senza pilota pari al Predator-1, per distruggere bersagli fissi. Un velivolo di preallarme e controllo a turboelica KJ-200 ha partecipato alle operazioni per la prima volta nelle esercitazioni Missione di Pace. È stato anche svelato l’AFT-10, un nuovo missile anticarro a guida a fibra ottica dalla gittata di 10 km. In fase di sviluppo dalla fine degli anni ’90, è simile al missile israeliano ad autoguida Rafael Spike. La stampa cinese ha riferito, ma non mostrato le immagini, del nuovo proiettile da 155 mm da “ricognizione” utilizzato per valutare i danni di un attacco dell’artiglieria russa.
Dal giugno 2001, i membri della SCO comprendono Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. Ma con l’attuale presidenza russa, l’adesione può essere estesa a India, e forse Pakistan e Iran, aumentando probabilmente l’interesse per le future esercitazioni Missione di Pace che definiscono la SCO come blocco militare in continuo sviluppo. La Cina vorrebbe che la cooperazione militare aumentasse. Durante l’esercitazione, il generale Liu Zhenli, comandante del 38.mo GdA, ha detto: “Dobbiamo sviluppare ulteriormente la cooperazione delle forze armate della Shanghai Cooperation Organization… su scambio di idee, comando congiunto e metodi di combattimento nelle operazioni antiterrorismo“. Ma la SCO è anche un blocco instabile, con Mosca che teme i piani cinesi verso l’estremo oriente sottopopolato (il wishful thinking degli esperti statunitensi, eternamente illusi dalla propaganda hollywoodiana, emerge in continuazione. Rito di scongiuri contro la paura a ‘stelle e strisce’ che emerge da tale pezzo. NdT). Anche se il revanscismo russo e cinese in Ucraina e Pacifico occidentale, rispettivamente, li ha avvicinati. A fine settembre Mosca ha condotto l’esercitazione Vostok-2014 nell’Estremo Oriente russo, coinvolgendo 100000 soldati, 1500 carri armati e 120 aerei.

126938310_14094879427751n* A quanto pare i cinesi già sapevano della tentata rivoluzione colorata in preparazione a Hong Kong. NdT.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Artico, “questione di sicurezza nazionale” della Russia

Romaric Thomas Agoravox 7 ottobre 2014

Da oltre un anno, gli annunci delle autorità russe sulla politica verso la regione artica hanno una cadenza di tre o quattro al mese. Nodo energetico dai primi anni 2000, l’Artico nel 2013 è diventato un priorità per la sicurezza nazionale della Federazione russa, ripristinando d’urgenza il confronto al confine settentrionale verso l’interferenza della NATO nella regione. Data l’importanza di sforzi e ambizioni, il Nord è oggi la priorità assoluta della geopolitica russa. La situazione strategica russa in una zona che minaccia la guerra.

2013-20-fig1-eI. Artico pilastro energetico della Russia
Una regione straordinariamente ricca di risorse naturali
L’Artico è di nuovo d’interesse strategico dalla fine degli anni ’90, principalmente per lo scioglimento dei ghiacci che apre nuove rotte marittime e un maggiore sfruttamento delle risorse. Secondo alcune stime, gli idrocarburi situati oltre il Circolo Polare Artico rappresentano un quarto delle riserve mondiali, 90 miliardi di barili di petrolio e il 30% del gas da scoprire nel mondo. Il 27 settembre, la compagnia petrolifera russa Rosneft ha annunciato la scoperta di un giacimento di petrolio nel Mare di Kara che potrebbe contenere 87 miliardi di barili, parte di una zona che potrebbe avere riserve equivalenti a quelle saudite. Eccezionali giacimenti di gas sono stati scoperti anche nel Barents e Kara. I giacimenti di nichel, cobalto, rame, platino, barite e apatite sono notevoli. Infine, quasi il 15% delle risorse ittiche mondiali proviene dall’Artico. Se la ricchezza delle risorse naturali dell’Artico è ambita da tutti i Paesi rivieraschi, così come da molti Paesi non rivieraschi, la regione per la Russia rappresenta molto più di un aumento delle entrate. Riguarda direttamente gli interessi vitali della Federazione russa, dato che solo l’Artico garantisce il 60% della produzione di petrolio, il 95% del gas, oltre il 90% di nichel e cobalto, il 60% del rame, il 96% dei metalli del gruppo del platino, il 100% di barite e apatite, quasi un quarto delle esportazioni e il 12-15% del PIL. Indipendentemente dalle rivendicazioni territoriali della Russia e dalle risorse aggiuntive che potrebbero essere tratte, l’Artico è già il primo pilastro energetico del Paese. Oltre che per le risorse energetiche e minerarie, l’Artico è di grande interesse commerciale per la Russia. La Rotta del Nord potrebbe diventare, in pochi anni, una grande alternativa ai canali di Suez e Panama per il traffico marittimo tra i porti europei e dell’Estremo Oriente. Quasi due volte più breve della rotta che attraversa Canale di Suez e Oceano Indiano, ma con il vantaggio di essere completamente privo di pirateria, una delle principali minacce globali odierne ai trasporti marittimi, e di non aver limiti su numero e stazza delle navi che possono prendere tale rotta. Anche se è navigabile solo in estate, potrebbe dare notevoli benefici alla Russia che, garantendone la sicurezza, offre alla comunità internazionale un rotta libera dal controllo statunitense. La Cina partecipa attivamente allo sviluppo di questa rotta ed ha recentemente condotto la prima spedizione commerciale da Dalian a Rotterdam attraverso l’Oceano Artico. Islanda e Scozia hanno già previsto la creazione di porti dedicati.
Numerose spedizioni scientifiche del governo russo nell’Artico riflettono il forte interesse per la regione. Tutte coinvolte, in un modo o nell’altro, al consolidamento del Paese nella regione artica tramite quattro missioni principali:
• giustificare scientificamente le rivendicazioni territoriali della regione artica russa presso le Nazioni Unite, fornendo prove scientifiche sull’estensione della piattaforma continentale russa nel Mar Glaciale Artico.
• valutare e individuare le risorse naturali del Mar Glaciale Artico, principalmente idrocarburi e minerali.
• lavorare per il progresso delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche.
• contribuire alla reputazione tecnico-scientifica russa e, più in generale, al prestigio internazionale del Paese.
Nel 2007, due batiscafi Mir raggiunsero le profondità del Polo Nord. I principali obiettivi della spedizione erano definire i limiti della piattaforma continentale russa nella zona che si estende dalle isole della Nuova Siberia al Polo Nord, prelevare campioni dai fondali e piantare una bandiera russa sul fondo del mare. L’evento scatenò le proteste di altri Paesi rivieraschi, in primo luogo gli Stati Uniti, lamentandosi che ci si potesse appropriare simbolicamente del Polo. Si potrebbe pensare che tali proteste, da un Paese che aveva chiesto ai suoi astronauti di piantare la bandiera statunitense sulla Luna, siano effettivamente motivate da assai più gravi preoccupazioni: la prova che le dorsali Lomonosov e Mendeleev, che raggiungono la Groenlandia, siano un’estensione geologica della piattaforma continentale russa permetterebbe alla Russia “di rivendicare diritti di esplorazione su ulteriori 1,2 milioni di chilometri quadrati nella regione artica, evidenziando gli enormi giacimenti di petrolio e gas nel triangolo Chukotka-Murmansk-Polo Nord”. (RIA Novosti, 3 agosto 2007)

Rivendicazioni territoriali della Russia nell’Artico
Artur Chilingarov Nel 2001 la Russia sorprese i Paesi rivieraschi presentando una richiesta alle Nazioni Unite per l’impostazione dei confini esterni della sua piattaforma continentale nell’Artico, Bering e Okhotsk, sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata nel 1997. Secondo tale accordo:
• la piattaforma continentale comprende il fondo marino e il sottosuolo “al bordo esterno del margine continentale”, la sua estensione minima è di 200 miglia nautiche dalla costa (articolo 76).
• la piattaforma continentale fa parte del territorio di uno Stato, ma gli Stati costieri hanno diritti sovrani sulla piattaforma continentale a scopo di esplorazione e sfruttamento delle risorse naturali (articolo 77).
• “Lo Stato costiero ha diritto esclusivo di autorizzare e regolamentare le perforazioni nella piattaforma continentale a tutti gli effetti” (articolo 81).
• i diritti degli Stati costieri non pregiudicano il regime giuridico delle acque sovrastanti o dello spazio aereo su tali acque e non devono in alcun modo sminuire la navigazione aerea e marittima, o l’installazione di cavi e condutture sottomarine (sezioni 78 e 79).
• raccomandazioni su questioni relative alla definizione dei limiti esterni della piattaforma continentale sono emesse da una commissione sui limiti della piattaforma continentale.
• lo Stato costiero deve presentare domanda entro dieci anni a decorrere dall’entrata in vigore della Convenzione nei suoi confronti (o termine stabilito nel 2009 per la Russia, nel 2013 per il Canada e nel 2014 per la Danimarca).
• Infine, i limiti fissati da uno Stato costiero sulla base di tali raccomandazioni, sono definitivi e vincolanti.
La richiesta da parte russa è stata considerata ricevibile dalla Commissione sui limiti della piattaforma continentale. Tuttavia, considerando che i dati avanzati non erano sufficienti per prendere in considerazione le aree indicate nel Mar Glaciale Artico, nell’ambito della piattaforma continentale russa, ha raccomandato ulteriori studi. Le rivendicazioni sull’Artico russo, per quanto siano importanti, non sono nulla di speciale e sono perfettamente ammissibili ai sensi del diritto internazionale. Con decisione del 14 marzo 2014, la Commissione sui limiti della piattaforma continentale delle Nazioni Unite ha già avuto successo parziale, nel Mare di Okhotsk, riconoscendo 52000 kmq di estensione della piattaforma continentale russa. Queste affermazioni hanno avuto l’effetto di un terremoto negli Stati Uniti, e ancora di più in Canada. Grazie a basi giuridiche, minaccia seriamente l’egemonia statunitense dall’esclusiva presenza nell’Artico dal crollo dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti hanno risposto affermando che le acque costiere si estendono fino a 600 miglia (965 km) dall’Alaska, basandosi in particolare sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata ma non ratificata dal Paese. Il Canada sceglie di rispondere con scherno e disprezzo facendo dire al suo ministro degli Esteri che la Russia fa ricorso a metodi medievali nel fissare i limiti della piattaforma continentale e che nulla, “nulla” sarebbe la Russia, minaccia la sovranità dell’Artico canadese.
La politica diplomatica e mediatica occidentale da tempo non è altro che uno sprezzante blocco atlantico sicuro della sua forza contro le pretese territoriali di una Russia sicura dei propri diritti. Il discorso ha cominciato a cambiare quando la possibilità che la Russia abbia successo presso le Nazioni Unite è divenuta sempre più probabile. Nel 2003, il Canada decise di ratificare la Convenzione, seguita dalla Danimarca l’anno dopo. Il 27 novembre 2006 la Norvegia, che fa parte della Convenzione dal 1996, presentava la sua richiesta alla Commissione. Lo stesso anno, Canada e Danimarca condussero insieme una spedizione denominata “Determinazione della composizione della Dorsale Lomonosov”, seguita da altre tre spedizioni congiunte tra il 2007 e il 2009. Il 15 maggio 2007, George Bush esortò inutilmente il Senato a ratificare la Convenzione, firmata nel 1994 e mai ratificata. Nell’agosto 2007, un rompighiaccio statunitense arrivò nell’Artico per mappare i fondali al largo delle coste dell’Alaska. Il 9 gennaio 2009, George W. Bush disse chiaramente che l’Artico era una priorità del suo secondo mandato: “Gli Stati Uniti hanno interessi ampi e fondamentali sulla sicurezza nella regione artica e sono pronti ad agire individualmente o in cooperazione con altri Stati per tutelare questi interessi”, (nota inviata agli altri Paesi per proteggere gli interessi statunitensi, senza reciprocità). Il 15 settembre 2010, Norvegia e Russia concordavano il confine marittimo nel Mare di Barents e nel Mar Glaciale Artico. Nel giugno 2012, la Danimarca presentava domanda sulla piattaforma continentale a sud della Groenlandia, la domanda sarà probabilmente ampliata verso nord entro la fine del 2014. Il 10 dicembre 2013 fu finalmente il turno del Canada a presentare una domanda preliminare.

2009_7_7_uMbXWCQ2HmhL6p9n96UzJ3Lo sfruttamento delle risorse naturali
Dato il clima e l’abbondanza, lo sfruttamento delle risorse del Grande Nord pone una duplice sfida alla Russia che dovrà condividere un massiccio investimento nel settore delle infrastrutture e dei mezzi di produzione e trasporto, sviluppando le tecnologie essenziali per lo sfruttamento di idrocarburi. Per quanto riguarda gli investimenti necessari, le autorità russe hanno ripetutamente detto di farne una priorità, soprattutto riguardo la costruzione di un’ampia flotta navale per trasportare idrocarburi. Il 20 dicembre, il viceprimo ministro russo incaricato della difesa e dell’industria, Dmitrij Rogozin, è stato particolarmente esplicito in proposito: “Ogni battaglia, per quanto virtuale, coinvolge attori seri (ha luogo in questa regione) dal valore inestimabile e la Russia può finire in un vicolo cieco se perde le sue ambizioni e non riesce a potenziare la cantieristica contemporaneamente. (…) Questo compito non è economico, ma politico e geopolitico. È una questione di sicurezza nazionale per il nostro Paese“. Secondo il governo russo, sarà necessario costruire 2000 navi, l’80% solo per il trasporto di idrocarburi. Il 30 aprile s’è appreso che i cantieri navali di Crimea potrebbero essere interessati principalmente alla costruzione di gigantesche navi cisterne per petrolio e GNL dell’Artico. La sola compagnia petrolifera Rosneft investirà 400 miliardi di dollari in 20 anni per le operazioni sulla piattaforma continentale artica. L’altra sfida che la Russia deve affrontare è il controllo delle tecnologie specifiche per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi e minerali del Mar Glaciale Artico. Fino a poco prima la Russia, che non ha tutte queste tecnologie, aveva una stretta cooperazione con gli Stati Uniti nella produzione di petrolio regionale. si prevede che la situazione cambi in maniera significativa per via delle nuove “sanzioni” adottate unilateralmente dall’occidente il 12 settembre. Gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni alla fornitura di prodotti, servizi e tecnologie a cinque società russe (Rosneft, Gazprom, Gazprom Neft, Lukoil e Surgutneftegaz). Tali misure si concentrano su progetti di esplorazione e sfruttamento dei giacimenti petroliferi di difficile accesso. L’Unione europea è naturalmente allineata al padrone, vietando alle imprese europee di collaborare con società russe nell’esplorazione e produzione di petrolio in acque profonde e sulla piattaforma artica della Russia. Nel breve e medio termine, tali misure colpiranno senza dubbio la Russia e ritarderanno l’attuazione del programma di sviluppo regionale che dovrebbe iniziare nel 2017. Secondo Gennadij Shmal, presidente dell’Unione dei produttori di petrolio e gas russi, le società russe sostituiranno le attrezzature per la perforazione e produzione di petrolio in parte con apparecchiature simili provenienti dall’Asia, in particolare dalla Cina, e in parte con apparecchiature di fabbricazione russa. Ciò viene anche suggerito che Dmitrij Medvedev, che il 18 settembre affermava: “il rafforzamento della cooperazione economica e commerciale (nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization) è la migliore risposta a tali misure restrittive“. Possiamo già supporre che la Cina, che ha lo status di osservatore al Consiglio artico e la cui prima compagnia petrolifera (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica creata con la Rosneft, Oriente, coglierà l’occasione per rafforzare la cooperazione con la Russia nella zona artica divenendo il maggiore investitore estero nelle infrastrutture russe.

icebreakerxuelongsnowdrIl rompighiaccio cinese “Xue Long” (nave commerciale ucraina modernizzata), salpava per la sesta spedizione nella zona artica a luglio. La Cina è il più grande dei molti Paesi non rivieraschi che desiderano le risorse del Nord. Ha lo status di osservatore nel Consiglio artico dall’estate, e una base sull’isola Spitsbergen, dove affitta un terreno dalla Norvegia. La prima compagnia petrolifera della Cina (CNPC) detiene il 51% della joint venture petrolchimica Oriente con la Rosneft, il 20% di Jamal LNG e potrebbe fare il suo ingresso nel capitale della società petrolchimica Oriente con il 25-30%. Secondo Rosneft, la Cina importerà 270 miliardi di dollari di petrolio russo nei prossimi 25 anni. Ha già investito decine di miliardi di dollari nei progetti infrastrutturali nell’Artico russo.

Arctic Route from Dalien China to RotterdamII. L’Artico al centro della strategia della Difesa russa
La regione artica è di fatti il confine marittimo tra Stati Uniti e Russia. Degli altri sei Paesi rivieraschi, quattro sono membri della NATO (Canada, Danimarca, Islanda e Norvegia) e due hanno frontiere terrestri e marittime con la Russia (Finlandia e Norvegia). Solo la Svezia non è membro della NATO o confina con la Russia (tranne che per la breve frontiera marittima nella regione di Kaliningrad). Ciò dimostra l’importanza strategica della regione artica per la Russia.

I motivi militari del rinnovato impegno russo nell’Artico
I leader russi hanno ripetutamente espresso la necessità di ripristinare le strutture militari nella regione del Grande Nord, che ha diverse basi NATO ma dove tutte le strutture militari ex-sovietiche erano finora abbandonate. Le loro successive dichiarazioni sono globalmente convergenti e indicano la necessità di tutelare gli interessi del Paese nella regione. Questo, in sostanza, è ciò che ha detto Vladimir Putin il 10 dicembre 2013: “La Russia è attivamente alla scoperta di questa regione, ristabilendo la sua presenza e avendovi le leve necessarie per difendere la sicurezza e gli interessi nazionali“. Questi commenti riflettono la crescente preoccupazione del governo russo verso le mire di Stati Uniti e NATO sull’Artico. Il primo fattore fu l’avviso della pretesa della NATO d’interessarsi al regolamento delle rivendicazioni territoriali nella regione. Secondo una tattica illustrata oggi in Ucraina, i Paesi rivieraschi membri della NATO pretendono di avere diritto ai regolamenti, mentre l’Alleanza nega sistematicamente di avere delle mire sulla regione artica. Le autorità russe hanno fatto sapere, a più riprese, di avere informazioni secondo cui era netta la volontà della NATO d’interferire nella regione, ma di essere disposte a non militarizzare il confine settentrionale se l’alleanza rinuncia ai suoi piani:
• il 27 marzo 2009, l’ambasciatore presso la NATO Dmitrij Rogozin disse che la NATO non aveva “nulla a che fare” con i Paesi costieri dell’Artico, che possono risolvere i loro problemi.
• lo stesso giorno, il governo russo pensava a una risposta proporzionata lasciando che il portavoce del Consiglio di Sicurezza della Federazione dichiarasse che la Russia ha in programma di creare entro il 2020 un gruppo militare nella regione artica per proteggere gli interessi economici e politici nella regione. Il portavoce è stato attento, però, a ventilare la possibilità di un accordo, affermando che non vi è “alcun motivo di militarizzare l’Artico“.
• il 16 settembre, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ribadiva la posizione russa ricordando alla controparte canadese che non c’era bisogno che la NATO sia il poliziotto nella regione artica.
• il 15 settembre 2010, il Presidente Dmitrij Medvedev disse a una conferenza stampa che il suo Paese seguiva con preoccupazione le attività della NATO nell’Artico e che era a favore della cooperazione non militare nella regione.
• l’8 febbraio 2011, il governo russo rinnovava la proposta a non militarizzare l’Artico, per voce della portavoce del Ministero della Difesa russo Irina Kovalchuk, che disse: “La Russia si oppone alla militarizzazione del Grande Nord e non crede che una qualsiasi presenza militare sia ora necessaria nella regione“.
• Il 6 luglio 2011, l’Ammiraglio Vladimir Visotskij, comandante in capo della marina russa, prese atto del persistente rifiuto della NATO, dicendo: “abbiamo rapporti secondo cui l’Alleanza atlantica considera (sottinteso: sempre) l’Artico come sua area d’interesse“.
Un secondo fattore di preoccupazione, ancora più importante, fu la decisione degli Stati Uniti di rafforzare lo scudo missilistico nell’Artide e in Europa orientale per neutralizzare le capacità di deterrenza nucleare della Russia. L’Artico è al centro di tale dispositivo che minaccia la Russia con un attacco preventivo nucleare:
• Groenlandia, la base di Thule è parte vitale del sistema di difesa antimissile e dell’arco strategico che collega i centri di comando della California ai sistemi marittimi dell’Oceano Pacifico e del Sud-Est asiatico.
• Alaska, il radar Cobra Dane, costruito durante la Guerra Fredda sull’isola Shemya, fa parte dello scudo missilistico. Tra luglio e novembre 2004, i sei primi missili intercettori a lungo raggio furono schierati a Fort Greely, cui si aggiunsero nel 2005 altri 14 e i missili Patriot. Nel 2012 vi erano 26 missili intercettori a lungo raggio schierati in Alaska.
• Canada, il primo ministro del momento, Paul Martin, che l’aveva rifiutava nel 2005, evocava l’adesione allo scudo missilistico degli Stati Uniti: questa era la posizione del primo ministro Stephen Harper, nel 2006.
• La Finlandia, nonostante i suoi impegni internazionali per la neutralità si avvicina alla NATO negli ultimi anni. L’adesione, respinta dalla maggioranza dei finlandesi ma predisposta dal Governo, darebbe agli Stati Uniti un nuovo territorio al confine della Russia per implementare il loro sistema di difesa missilistica.
• sul mare, 26 navi con il sistema di combattimento Aegis sono state schierate nel 2012, di cui 23 possono essere presenti sulle frontiere marittime della Russia (8 della 2.da Flotta, 8 della 3.za Flotta, 2 della 6.ta Flotta e 5 della 7.ma Flotta).

nyhed_16-10-13b_storIl programma di riarmo convenzionale sul confine settentrionale
Alla fine del 2012, il piano per creare un gruppo di truppe nella regione artica per il 2020 fu annunciato il 27 marzo 2009, non era avanzato. Il 27 febbraio 2013, Vladimir Putin chiese ancora la cooperazione non militare, denunciando il rischio inequivocabile della militarizzazione dell’Artico per l’espansione della NATO e il dispiegamento della difesa missilistica: “sistematici tentativi vengono fatti per distruggere, in un modo o nell’altro, l’equilibrio strategico. In realtà, gli Stati Uniti hanno iniziato la seconda fase di attuazione del sistema di difesa missilistico globale, con l’opportunità di un ulteriore allargamento della NATO ad est. Esiste il rischio di militarizzazione dell’Artico”. L’ultimo avvertimento del comandante delle forze navali, diceva il 20 marzo che il suo Paese “prende in considerazione” l’incremento della capacità di deterrenza nucleare e convenzionale nella regione artica. Fu solo nell’autunno del 2013, quando non era più possibile rinviare ulteriormente. Che si ebbe l’introduzione del sistema di difesa che la Russia è determinata a recuperare. Dai primi di ottobre, un mese dopo il caso dei missili statunitensi intercettati dalla flotta russa al largo della Siria, vari comunicati delle autorità russe annunciarono l’intenzione del governo di riarmare il confine settentrionale, e nell’arco di tempo estremamente breve di un anno, fissato da Vladimir Putin al Collegio del Ministero della Difesa, il 10 dicembre: “Dobbiamo completare la formazione di nuovi gruppi e unità militari nel 2014. Vi invito a prestare particolare attenzione allo schieramento di infrastrutture e unità nell’Artico“. Questo termine è sostanzialmente più vicino del 2020 previsto dal programma di modernizzazione delle forze convenzionali russe, e che era anche la data di creazione del gruppo di truppe artiche annunciata nel 2009. La fretta è dovuta principalmente alla minaccia del dispiegamento della difesa missilistica degli Stati Uniti: secondo il Capo di Stato Maggiore russo, potrà influenzare negativamente la capacità di deterrenza nucleare della Russia nel 2015. Tale programma di riarmo, completato a tempo di record, è modesto rispetto alle forze della NATO dispiegate nella regione artica, ma è comunque sufficientemente completo per costituire un dispositivo credibile di protezione dei confini e siti militari nucleari del nord. Tale dispositivo comprende:
1) Una rete di basi e siti militari per garantire la presenza di tutte le armi;
• basi navali, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino delle basi navali della Terra di Francesco Giuseppe e delle isole della Nuova Siberia. Il 22 aprile Vladimir Putin annunciava la creazione di un sistema unificato di basi navali nell’Artico. Un gruppo tattico della Flotta del Nord russa in autunno sarà schierato permanentemente nelle isole della Nuova Siberia.
• basi aeree, il 10 dicembre 2013, il ministro della Difesa Sergej Shojgu annunciava il ripristino degli aeroporti militari della Terra di Francesco Giuseppe, delle isole della Nuova Siberia, di Tiksi, Narjan-Mar, Alykel, Amderma, Anadyr, Rogachevo e Nagurskaja. L’aeroporto dell’arcipelago della Novaja Zemlja può accogliere velivoli da combattimento da pochi giorni.
• basi della fanteria: il 1 ottobre 2014, il comandante delle truppe di terra Oleg Saljukov annunciava la creazione, nel 2017, del gruppo artico Nord e di due brigate artiche: una di fanteria motorizzata schierata nella regione di Murmansk e una seconda brigata da creare nel 2016 nel distretto autonomo di Jamal-Nenets.
• basi d’intelligence: il reggimento da guerra elettronica della Flotta del Nord è stato schierato a marzo nel villaggio di Alakurtti (regione di Murmansk).
• centri radar fissi: cinque erano in fase di completamento nel luglio 2014 (isola Sredni, Terra di Alessandra, isola Wrangel, isola Juzhnij e Chukotka).
• siti della Difesa aerea: l’infrastruttura della Difesa aerea della zona sarà ripristinata entro ottobre 2015. All’inizio dell’anno, la necessità di adeguare il sistema di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1 al clima artico fu sollevata dal viceprimo ministro Dmitrij Rogozin; prove sono state eseguite con successo a giugno.
2) Un comando strategico unificato tra Flotta del Nord, brigate artiche, unità dell’aeronautica, difesa aerea e centri di controllo sarà operativo entro la fine dell’anno.
3) Una serie di risorse e strutture per rafforzare le truppe operative:
• addestramento: esercitazioni regolari e, spesso improvvise, per integrare i componenti delle forze armate russe, continuano a svolgersi. Il 14 marzo, le truppe aeroportate hanno effettuato il primo lancio di mezzi nella regione artica; l’8 aprile un distaccamento di cinquanta paracadutisti si lanciava sul ghiaccio alla deriva, nell’ambito di un’esercitazione di salvataggio. Dalla fine dell’estate, le esercitazioni si moltiplicano: 15 settembre, la Marina conduceva esercitazioni nella regione artica; il 23, le esercitazioni strategiche Vostok-2014 impegnavano 155000 uomini, di cui una parte conduceva missioni di combattimento nella regione artica (tra cui il tiro dal vivo dei sistemi missilistici Iskander-M e Pantsir-S); il 30, navi e truppe costiere della Flotta del Nord russa si esercitavano nel Mare di Laptev.
• addestramento, una scuola militare per l’istruzione operativa delle truppe nella regione artica, veniva annunciata dal ministro della Difesa Sergej Shojgu, il 22 maggio.
• ricerca tecnologica: attrezzature specializzate sono programmate, come un diesel speciale operante a -65°C, attivo da febbraio, la progettazione di un elicottero specializzato, annunciato il 22 maggio, l’adattamento dei sottomarini previsto entro il 2015 e l’adozione di navi dallo scafo rinforzato dalla fine del 2013.

181215Conclusioni
Se l’Artico è una questione energetica fondamentale per le grandi potenze e i Paesi vicini, è molto più per la Russia, le principali riserve di idrocarburi e minerali note e da scoprire si trovano oltre il circolo polare. L’Artico è l’assicurazione per la Russia quale potenza energetica mondiale di questo secolo, spiegando i notevoli sforzi compiuti per sviluppare la regione. La questione militare è ancora più significativa, dato che Artico subisce la crescente interferenza della NATO ed è parte essenziale del sistema di difesa missilistico statunitense che potrebbe indebolire nel breve termine il deterrente nucleare russo e spezzare l’equilibrio strategico tra le prime due potenze nucleari. Il confine settentrionale della Russia emerge quale settore in cui la pressione della NATO sarà tale, nei prossimi tre-cinque anni, da minacciare direttamente e più efficacemente di altrove, gli interessi vitali del Paese. La stessa politica occidentale di pressione sulla Russia è in corso nel Nord, anche se molto più discreta che in Europa e nel Caucaso. Senza i mezzi per una eversione o destabilizzazione della regione sotto-popolata, l’arroganza occidentale non può che esprimersi ponendo una minaccia militare diretta alla Russia. Il programma di riarmo russo nell’Estremo Nord è già integrato: il ghiaccio si scioglie e l’estensione dei diritti degli Stati costieri sulla piattaforma continentale, a poco a poco, trasformano l’Artico una zona di potenziale guerra convenzionale, come gli altri oceani.

econ_arctic35__01__630x420Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le manipolazioni politiche del prezzo del petrolio

Mikhail Aghanjanjan Strategic Culture Foundation 23/10/2014

102528646zIl calo del prezzo del petrolio, iniziato quando lo Stato islamico (SI) ha attaccato Iraq e Siria, non può essere spiegato con fattori economici. Il mondo sa da tempo che il mercato reagisce ad ogni guerra in Medio Oriente, dove il 47 per cento delle riserve di oro nero mondiali si concentra, con un deciso balzo dei prezzi del petrolio. Questo è ciò che è accaduto nelle due guerre nel Golfo Persico, ed anche ciò che è successo quando gli statunitensi iniziarono la ‘missione per ripristinare la democrazia’ in Afghanistan. E la speculazione su un possibile conflitto militare tra Stati Uniti ed Iran fu accompagnata dalla previsione di un aumento dei prezzi del petrolio fino a 200 dollari al barile e oltre. Allo stato attuale, tutto s’è capovolto, ma per quanto? Quando fu invaso l’Iraq a giugno, le quotazioni di borsa del petrolio inizialmente salirono, passando da 109 a 115 dollari al barile tra il 10 e il 19 giugno, ma poi la mano invisibile del mercato sembrò improvvisamente perdere forza. I successi militari dello Stato islamico nei teatri di guerra siriano ed iracheno furono caratterizzati dal calo dei prezzi del petrolio al minimo dal novembre 2010, ed ulteriori riduzioni del prezzo si sono registrati ad ogni nuova attività militare in Medio Oriente. L’aumento degli attacchi aerei contro obiettivi in Siria e Iraq da parte della rappattumata coalizione degli USA e l’afflusso di informazioni sui piani dello SI per invadere Libano e Giordania hanno comportato il calo del prezzo dell”oro nero’. E al momento dei più intensi attacchi aerei statunitensi sulle posizioni presso la città siriana di Kobani (più di 50 attacchi aerei effettuati in 48 ore il 15-16 ottobre), il prezzo di un barile è anche sceso sotto il livello degli 85 dollari. La nuova teoria del ‘complotto’ petrolifero tra Stati Uniti ed Arabia Saudita contro la Russia (e forse anche l’Iran) ha forte presa su molti analisti. Per il momento si tratta prevalentemente di congetture. Ma poi il punto delle cospirazioni è che sono difficili da scoprire, se la cospirazione in effetti c’è. Nel complesso, la messa a fuoco antirussa delle possibili speculazioni saudita-statunitensi sul calo delle quotazioni del petrolio è evidente. Va anche ricordato, però, che in questo momento la squadra del premio Nobel per la pace Barack Obama non solo rappattuma una nuova coalizione militare fornendo ordini al complesso militare-industriale statunitense, ma anche si prepara alle elezioni di medio termine al Congresso del 4 novembre, i cui risultati potrebbero chiarire la possibilità di un ‘cambio della guardia’ alla Casa Bianca, nell’autunno del 2016. Le teorie della cospirazione statunitense-saudita portano anche l’idea che i prezzi del petrolio crollarono nelle ultime elezioni negli Stati Uniti, ed anche questa volta non vi sono ragioni economiche.
Sembra che la storia si ripeta. Obama e i suoi avversari repubblicani cercano di conquistare la simpatia degli elettori. Per gli statunitensi, i prezzi bassi della benzina sono molto più importanti della politica estera del governo. L’accessibilità dei prezzi dei prodotti petroliferi deve sedurre non solo le famiglie statunitensi, ma anche stimolare gli affari. La posta in gioco per i democratici e Obama personalmente, nelle elezioni di medio termine, é relativamente elevata. Se i repubblicani prendono il controllo del Congresso, l’attuale inquilino della Casa Bianca sarà un’anatra zoppa nei due anni fino alle prossime elezioni presidenziali. Il campanello d’allarme per i democratici suonava quattro anni fa, alle precedenti elezioni di medio termine del Congresso, quando i membri del partito di Obama, che fino a quel momento controllava la fiducia delle camere del Congresso, persero il vantaggio nella Camera dei Rappresentanti dopo avervi perso 63 seggi, assieme a 6 seggi al Senato. Fu la peggiore perdita di voti, per un partito di governo alle elezioni di medio termine, dal 1938. Un’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita sulla regolamentazione dei prezzi del petrolio utilizzando leve non economiche è assai probabile. Tuttavia, Washington sa che non dovrebbe allargarsi troppo, non solo per motivi economici, quando il petrolio di scisto viene estratto dai giacimenti nordamericani rovinando le aziende interessate per l’alto costo della sua produzione. Per gli Stati Uniti è più importante che la Cina sia uno dei principali beneficiari del ribasso del mercato petrolifero. Gli statunitensi vogliono davvero accelerare da sé l’arrivo del momento in cui la Cina sarà l’economia globale leader, con tutte le conseguenze geopolitiche che ciò implica? Oppure sono così ossessionati dall’idea di punire la Russia che la loro politica del contenimento della Cina ha perso ogni urgenza? Né l’uno, né l’altro. Sembra che dopo le elezioni del Congresso, l’amministrazione di Obama perderà gran parte della motivazione a giocare sul ribasso dei prezzi nel mercato del petrolio. Tanto più che con l’avvicinarsi della stagione invernale, supportare tale speculazione sarebbe eccessivamente costoso.
A lungo termine, le manipolazioni politiche dei prezzi del petrolio potrebbero anche causare gravi problemi al secondo presunto cospiratore. L’Arabia Saudita ha sulle spalle la maggior parte della spesa per la lotta allo Stato islamico. Finanzia l’addestramento della cosiddetta opposizione moderata siriana nella speranza che, col tempo, riesca a rovesciare il regime di Bashar Assad con la forza. Riyadh finanzia anche l’importazione di armi nella regione (contratti con Francia e Libano per 3 miliardi di dollari). La prima monarchia del Golfo Persico ha anche l’onere dei propri problemi interni dovuti alla necessità di controllare la crescita del radicalismo tra i sauditi tramite programmi sociali miliardari. Tutto ciò richiede denaro. Ma non vi è alcuna garanzia che la petromonarchia riceva quanto è necessario dai prezzi recentemente istituiti nel mercato petrolifero.

oil_1806906bLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina respinge il perno in Asia degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar, 24 ottobre 2014

xi-jinpingVenti Paesi hanno raggiunto la Cina quali “fondatori” dell’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) in via di realizzazione da parte di Pechino. Il memorandum d’intesa intergovernativo è stato firmato a Pechino oggi. I 20 paesi includono i 10 Paesi dell’ASEAN, altri 5 dell’Asia del Sud come India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal e 2 dell’Asia centrale (Kazakistan e Uzbekistan) e 3 Paesi del GCC (Qatar, Quwayt e Oman). Dell’Asia, gli assenti importanti sono tre, Australia, Indonesia e Corea del Sud, che appaiono incapaci di resistere alle forti pressioni statunitensi affinché non aderiscano all’iniziativa cinese. Pechino era entusiasta di avervi la Corea del Sud e spera di convincerla, ma pare indifferente verso l’Australia. C’è ancora tempo per Corea del Sud e Indonesia ad aderire all’AIIB prima che venga formalmente istituita entro la fine del 2015. I Presidenti Park Geun-hye e Xi Jinping s’incontreranno a margine del vertice APEC a Pechino il 10-11 novembre (dove si prevede che Xi annunci la costituzione dell’AIIB). A dire il vero, la Cina ha segnato una grande vittoria diplomatica. Inoltre, ciò è successo a dispetto dell’opposizione degli Stati Uniti (e del Giappone). Un modo di vedere come l’economia s’inventa la geopolitica, ma poi nell’economia non è mai del tutto assente la politica. Cioè i Paesi asiatici, tra cui Vietnam, Filippine e India, possono avere dispute territoriali con la Cina ma danno priorità allo sviluppo della loro politica regionale e comprendono l’importanza della Cina come motore della crescita. In altre parole, la strategia del ‘perno’ degli Stati Uniti volta al contenimento della Cina è fallita. D’altro canto, l’opposizione USA non era solo basata sulla strategia del contenimento della Cina. Il nucleo della questione è che l’AIIB colpisce al cuore le istituzioni finanziarie internazionali formatesi nell’ambito del sistema di Bretton Woods. Il regolamento interno di governo e gestione dell’AIIB sarà attentamente osservato. Vi è la grande probabilità che l’AIIB non seguirà le orme di FMI e Banca Mondiale nel prescrivere condizioni (volute da Washington di volta in volta) per motivi quali diritti umani, lavoro minorile, ambiente e così via, ai mutuatari.
eco Come l’indignato segretario al Tesoro degli USA Jacob Law ha detto a una conferenza all’inizio di questo mese a Washington, “Le domanda critica è, ‘l'(AIIB) segue le stesse pratiche usate per aiutare le economie a crescere e mantenersi forte e stabili?’” Ciò che la Cina persegue con la manovra a tenaglia che sfida il sistema finanziario globale dominato dagli Stati Uniti, l’avrà quando Pechino ospiterà l’AIIB, mentre la banca di sviluppo dei BRICS, come deciso a luglio, sarà a Shanghai. Infatti, ciò a cui la Cina punta è una matrice molto complessa, senza silurare l’architettura economica internazionale esistente, ma introducendo nuove regole di governance in sintonia con l’economia globale in trasformazione. Così l’AIIB coopererà e competerà con le banche di sviluppo esistenti. Sarà “più snella e più veloce” e sarà in sana concorrenza con le banche esistenti. Citando David Dollar, ex-rappresentante del Tesoro degli Stati Uniti e della Banca mondiale in Cina, “speriamo che il successo della banca (AIIB) favorisca la rapida riforma delle istituzioni più vecchie. Sarebbe il miglior risultato globale” (qui). Senza dubbio Tokyo ribolle di rabbia. L’AIIB inizia con 50 miliardi di dollari di capitale, in gran parte provenienti dalla Cina, ma mira chiaramente ad aumentare tale importo nel tempo. Considerando che, dopo decenni di esistenza, la Banca asiatica di sviluppo che Stati Uniti e Giappone controllano, aveva 175 miliardi di dollari di capitale alla fine del 2013 e 67 membri. Chiaramente, l’AIIB sarà in concorrenza con l’ADB dato che l’Asia ha bisogno di circa 8 miliardi di dollari di investimenti entro il 2020, per migliorare le infrastrutture martoriate della regione e affrontare il rallentamento della crescita economica, oltre a costringere il radicato cartello FMI-Banca Mondiale-ADB a ridurre la burocrazia e i lacci politici nei prestiti.
Il ministro delle Finanze della Cina Lou Jiwei ha detto a Pechino, dopo il vertice dei ministri delle Finanze dell’APEC, che l’AIIB farà “investimenti commerciali” sulle infrastrutture, piuttosto che legare i prestiti alle “preoccupazioni per alleviare la povertà nei richiedenti”. Detto ciò, naturalmente resta il fatto che la costituzione dell’AIIB è pur sempre una “necessità strategica”della Cina per più di una ragione convincente: fornisce una piattaforma per influenzare l’Asia; va assai oltre l’economia di produzione ad alta intensità di lavoro; migliora le prospettive del renminbi come valuta di scambio internazionale; crea un nuovo canale per diversificare la massiccia riserva in valuta estera da 3000 miliardi di renminbi della Cina; controbilancia il potere del Giappone e la presenza degli Stati Uniti nella regione asiatica (per cominciare) e così via. A mio avviso, però, in tale meraviglia svoltasi questa mattina, lo spettacolo più affascinante è stata la signora con gli occhiali indiana, in rappresentanza del ministero delle Finanze, presentarsi a Pechino questa mattina dietro la bandiera indiana, al tavolo della conferenza, per firmare il memorandum d’intesa sull’AIIB. Come mai l’India non ha seguito Giappone e Australia? Non prima che il governo di Narendra Modi entrasse in carica a maggio, il viceministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi, visitava Delhi e l’AIIB era un punto all’ordine del giorno nei colloqui con la nuova leadership indiana. Al vertice BRICS di luglio, Xi ha invitato Modi a fare dell’India un ‘socio fondatore’. Modi aveva chiaro da quel momento che l’India doveva far parte dell’AIIB e vide l’evoluzione di questa idea esclusivamente col prisma degli interessi nazionali. Le considerazioni dell’India possono essere riassunte come segue: a) l’India condivide l’apatia della Cina verso le ingiustizie dell’architettura finanziaria globale; b) l’India respinge le pratiche sui prestiti delle banche esistenti, legate a questioni non economiche quali diritti umani, l’ambiente, ecc; c) il partenariato nell’AIIB consente all’India di accedere a una nuova (anche se piccola) fonte di finanziamenti infrastrutturali; d) In poche parole, l’India s’interessa all’offerta della Cina dal valore geopolitico, laddove Pechino considera Delhi un partner nella rete politico-economica intessuta tra i Paesi vicini. In ultima analisi, l’India segue una politica estera indipendente.

Lou JiweiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le economie di UE e Stati Uniti vicine al punto di non ritorno

Igor Kalinovskij, ExpertReseau International 22 ottobre 2014

fedBuilding-grassLe economie di Europa e Stati Uniti hanno urgente bisogno di nuovi incentivi e liquidità, o scivoleranno in una spirale deflazionistica. La sempre più debole domanda dei consumatori evidenzia i sospetti sugli investitori che avevano previsto un futuro fin troppo positivamente. Il crollo del mercato del petrolio crea problemi non solo per i Paesi le cui economie dipendono da questo prodotto, dicono gli esperti. La situazione nei mercati di Europa e Stati Uniti è peggiorata notevolmente e ora le speranze non si fondano sulla ripresa economica, ma su azioni rapide e decisive delle autorità monetarie. Se ci si attarda ancora, il punto di non ritorno sarà superato, queste sono le stime pubblicate dalla revisione analitica della società d’investimento IT Invest.

La BCE senza risorse
Il 22 ottobre, i mercati azionari europei hanno registrato un significativo calo di circa il 3%. Il mercato azionario greco s’è particolarmente distinto, con un calo del 6,25%. “Vedendo che tutti gli indici azionari in Europa sono scesi a un nuovo minimo annuale, ci si domanda: dov’é la ripresa moderata di cui il capo della Banca Centrale europea Mario Draghi parla negli ultimi tre trimestri? Il rallentamento economico nella zona euro continua ad aggravarsi e la deflazione resta imbattuta“, ha detto Vasilij Olejnik, analista della società IT Invest. I dati pubblicati ieri hanno sottolineato la debolezza della ripresa economica dell’UE e mostrano che l’inflazione in Germania non è aumentata a settembre. L’indice delle aspettative economiche in Germania è sceso inaspettatamente. L’istituto di ricerca ZEW ha detto che non esclude la possibilità di una recessione della maggiore economia europea nel terzo quadrimestre. Gli indicatori dell’inflazione in Francia, Italia e Spagna sono al di sotto delle aspettative dimostrando anche la debole crescita dei prezzi al consumo. I dati del Regno Unito suggeriscono una situazione simile, il mese scorso il tasso d’inflazione annuale è sceso inaspettatamente all’1,2%. La sterlina è scesa dello 0,7%, a 1,6 dollari, vicino al minimo in 11 mesi rispetto al biglietto verde. Tutti i mercati azionari europei sembrano aspettarsi il lancio del promesso programma di acquisto di asset, simile al QE della Federal Reserve degli Stati Uniti, ma non ha ancora risolto la questione dei poteri del regolatore, afferma Vasilij Olejnik. “Mentre la corte decide se la BCE abbia il diritto di acquistare grandi asset con il suo bilancio, gli investitori diventano nervosi. Considerando che i tedeschi erano fortemente contrari all’introduzione di un tale programma, la situazione sembra ammorbarsi. Draghi non ha più assi nella manica, e il tasso più basso e la distribuzione di crediti a buon mercato non possono salvare le banche. Possiamo solo aspettare, sperare e credere. Il lancio del programma di riacquisto è stato deciso per la seconda metà di ottobre, ma finora nessuno ne conosce i parametri. Se il volume del programma è trascurabile, si riesce a smorzare il panico provvisoriamente e, prima o poi, la BCE dovrà ancora seguire il percorso della FED. La situazione si riscalda assai rapidamente, quindi è probabile che le autorità della zona euro non abbiano tempo“, ha detto.

Si spinge la FED alla flessibilità
La situazione negli USA peggiora. Il protocollo della riunione della FED di settembre, pubblicato la scorsa settimana, ha modificato l’atteggiamento degli investitori globali sul dollaro. L’accento si pone sul rallentamento dell’economia globale e il rafforzamento del dollaro è una potenziale minaccia per gli Stati Uniti. Gli investitori hanno concluso che la FED non ha fretta di restringere la politica monetaria. Ma vi è un grande vantaggio per gli investitori e il motore principale della crescita di tutti i mercati azionari, ha detto Vasilij Olejnik. “Il 22 ottobre scorso, la riduzione dei principali indici statunitensi ha raggiunto il 3%, il declino massimo giornaliero negli ultimi due anni. Al termine della sessione di contrattazione, gli indici riuscivano a riguadagnare la maggior parte delle perdite. La rapida caduta dei prezzi del petrolio e un dollaro più forte porterebbero immediatamente al calo dell’inflazione negli Stati Uniti. Con tale scenario, gli Stati Uniti rischiano di precipitare in una spirale deflazionistica, seguita dalla recessione, così come in Europa. La cosa buona è che presto spariranno tutti i timori di un aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, ed è probabile che la FED dovrà riflettere sulle nuove misure di stimolo che gli investitori salutano, visto che il rischio d’inflazione passa in secondo piano. Ora possiamo già scommettere che alla prossima riunione la retorica del regolatore cambierà divenendo più accomodante, e alcune sorprese e cenni positivi non sono esclusi. Anche se la FED riduce sicuramente il programma di acquisto attivo di asset, potrà ancora acquistare attivi con gli interessi sulle obbligazioni in bilancio per un ammontare di 10-15 miliardi di dollari“, dice.
La caduta di ieri nelle borse degli Stati Uniti è dovuta ai cattivi dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti, ha detto l’analista di VTB24 Stanislav Klechev. Le vendite, escluse le automobili, di settembre hanno mostrato un calo del 0,2%. Il primo calo da gennaio, quando il degrado era dovuto al freddo. “La domanda dei consumatori è inaspettatamente debole, motore principale dell’economia statunitense, scatenando la reazione naturale degli investitori già avvertiti dalla FED su un rischio significativo per l’economia nazionale, come il dollaro a buon mercato e il rallentamento dell’economia globale. Tuttavia, un rischio interno, le cui cause sono ancora da indagare, si aggiunge a tali rischi esterni“, ha detto. Nel frattempo la vendita nel mercato azionario passava alla rapida crescita del mercato del debito, e gli investitori iniziavano a comprare a colpo sicuro titoli del Tesoro come rifugio per i loro capitali. I rendimenti delle obbligazioni a 10 anni sono scesi al di sotto del 2% annuo. Ieri la sola diffusione dell’informazione della riunione a porte chiuse ha impedito il crollo del mercato azionario statunitense. La presidentessa della FED Janet Yellen ha apparentemente confermato la convinzione che l’economia statunitense raggiungerà l’obiettivo della crescita del PIL al 3%, mentre l’inflazione tornerà al livello voluto del 2%. “La menzione di quest’ultimo fatto, che non vi sia alcun rischio di deflazione, s’è rivelata molto importante in quanto i dati di ieri sull’indice dei prezzi alla produzione, al netto degli alimentari e dell’energia, hanno mostrato una crescita zero. E’ la prima volta dalla primavera dello scorso anno, generando un timore ben fondato su un crescente senso deflazionistico“, ha detto l’analista. A suo parere, non c’è nulla di nuovo nei propositi del capo della FED nella riunione riservata. Questo punto di vista appare nelle proiezioni ufficiali del regolatore. Ma il mercato aveva bisogno di emozioni positive, anche inventate, per fermare il panico. Tuttavia, la questione del completamento della correzione sul mercato statunitense resta aperta.

Tutti uguali davanti al petrolio
Il crollo del mercato del petrolio è un motivo in più per pensare ad ulteriori incentivi non solo per i Paesi le cui economie dipendono da questi prodotti, ma anche per gli USA, ha detto Vasilij Olejnik. La redditività della produzione di petrolio in molti pozzi negli Stati Uniti è ormai vicina agli 80 dollari al barile, per non parlare dello scisto bituminoso la cui produzione è più costosa. “Negli ultimi anni gli Stati Uniti aumentano la produzione di petrolio in vista di un’entrata nei mercati esteri come esportatori avendo una fonte di reddito supplementare nel bilancio, ma tutti questi piani potrebbero fallire. Resta per le autorità degli Stati Uniti una cosa: ancora una volta cominciano a sostenere l’economia stampando moneta, indebolendo il dollaro ed aumentando il costo delle materie prime. Più il petrolio rimarrà al livello attuale, più rapidamente l’eccesso di offerta sul mercato scomparirà e più il prezzo salirà. Si consiglia di acquistare “oro nero” vicino ai livelli attuali, attendendo un aumento di 10 dollari“, dice l’esperto di IT Invest. Nel frattempo, secondo il capo del dipartimento analisi della società Golden Hills Kapital AM, Natalja Samojlova, i prezzi del petrolio non saranno lontani dal minimo da diversi anni e possono continuare a scendere verso l’obiettivo degli 80 dollari al barile, nelle prossime settimane.

rtx12cgv.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia invia forze strategiche in Crimea

Washington protesta, Mosca se ne fotte
VPK - Le Monde Russe 22 ottobre 2014

1488933I congressisti degli Stati Uniti accusano le autorità russe di voler installare in Crimea vettori tattici nucleari, in particolare i bombardieri strategici Tu-22M3 e i missili balistici Iskander-M, dicendo che sarebbe “una flagrante violazione” degli accordi tra Russia e NATO. Mosca non vuole, però, rinunciare al dispiegamento di un gruppo strategico in Crimea. Secondo il quotidiano russo Kommersant, i membri del Congresso hanno scritto una lettera al presidente statunitense Barack Obama sui piani per lo schieramento di armi nucleari tattiche sul territorio della penisola. Il messaggio è firmato dal presidente della Camera dei Rappresentanti, responsabile delle forze armate, Howard MacKeon, dal presidente della sottocommissione forze strategiche Mike Rogers e dal presidente della sottocommissione forze tattiche aeroterrestri Michael Turner. I congressisti dicono che ai primi di agosto le autorità russe hanno deciso d’installare in Crimea i bombardieri Tupolev Tu-22M3 e i missili Iskander-M, in grado compiere attacchi ad alta precisione utilizzando i missili balistici P-500 con testate nucleari. Di conseguenza, per il membro del Comitato forze armate del Senato degli Stati Uniti, James Inhofe, si tratta della violazione diretta del trattato per l’eliminazione dei missili a medio raggio e corto, firmato dall’URSS nel 1987. La gittata del missile è 260 km, mentre l’accordo riguarda il divieto di produrre e testare armi terrestri con una gittata da 500 a 5500 km, secondo il giornale russo. I congressisti hanno chiesto al presidente degli Stati d’informare il Congresso, nel prossimo futuro, sulle ritorsioni da poter prendere a Washington. La prima, come dicono i membri della camera bassa, potrebbe essere la decisione di cessare ogni contatto tra l’alleanza militare e Mosca, così come l’espulsione del personale militare russo da “basi e navi della NATO”. Hanno inoltre proposto di vietare le ispezioni di sicurezza della Russia nell’ambito dell’accordo “cieli aperti”, nota il giornale.
La fonte di Kommersant, un Maggiore-Generale dell’esercito russo, afferma che la decisione di assegnare un reggimento di bombardieri strategici Tupolev Tu-22M3 è già stata presa, ma il processo sarà completato nel 2016 (quando sarà attuata una profonda modernizzazione delle infrastrutture della base aerea). Per contro i piani di dispiegamento dei missili Iskander in Crimea non sono stati discussi dal militare, ma il ministro della Difesa russo Sergej Shojgu ha già detto che questi sistemi missilistici possono essere posizionati assolutamente ovunque sul territorio della Federazione Russa.

000-Backfire-C-8SVictory Parade general rehearsal held on Red SquareTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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