L’incubo di Washington diventa realtà: Il partenariato strategico russo-cinese diventa globale

Andrew Korybko (USA) Oriental Review. 21 agosto 2014

La partnership strategica russo-cinese (RCSP), ideata nel 1996, è l’ancora geopolitica dell’Eurasia del 21° secolo, plasmandone evoluzione ed ingresso nel mondo multipolare. Nessun altro rapporto politico tra attori dei due continenti vi si avvicina, facendo della RCSP l’unico formidabile rivale degli Stati Uniti con le loro alleanze militari privilegiate con NATO, regni del Golfo e Giappone. Nella lotta di questo secolo per il supercontinente, l’interazione tra RCSP e Stati Uniti definirà la politica mondiale.

??????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Detrattori o distrattori?
Molto rumore proviene dai media occidentali sulla RCSP, con qualche illuminazione dell’importanza sfida al Washington Consensus, e altro, presentata come null’altro che l’aggravarsi  della dipendenza di Mosca da Pechino. Tali vedute vengono spesso strombazzate sia per spaventare gli statunitensi e giustificare l’aggressione del loro governo a Russia e Cina, che per alimentare la disinformazione volta a dividere Russia e Cina. Solo raramente la RCSP viene citata come avvertimento agli Stati Uniti nel moderare le proprie politiche, modo più competente di presentare tali fatti all’elettore occidentale. L’intento dell’articolo è sostenere provocatoriamente che la RCSP è già una realtà nel mondo in divenire, manifestazione dell’incubo di Washington che si estende dall’Eurasia al Nord Africa e America Latina, sfidando l’ordine occidentale, ma solo per guidarne la transizione al mondo multipolare, obiettivo di entrambi i Paesi nella loro solidarietà dal 1997. La riluttanza degli Stati Uniti nel riconoscere i cambiamenti radicali verificatisi nel mondo, da allora, e l’insistenza nel prolungare il momento unipolare in dissoluzione, sono le maggiori cause della destabilizzazione globale attuale. Nonostante i detrattori che cercano di suscitare paure e le tattiche divisive dei distrattori, la RCSP è solida, difensiva e più unita che mai. Esplorando le convergenze della politica russo-cinese nei settori chiave dell’Eurasia e altrove, l’articolo dimostrerà che la RCSP è viva e in crescita, e che attivamente avvicina il mondo al multipolarismo.

Parte I: Struttura
Prima di passare ai dettagli geopolitici della RCSP, occorrerà identificarne le basi strutturali: il ruolo di Russia e Cina, le basi della loro cooperazione e le azioni istituzionali per la ristrutturazione dell’ordine internazionale.

Contrappeso russo e porta cinese
Ci sono ruoli definiti che entrambi i partner svolgono nella loro interazione. La Russia agisce come equilibratore militar-politico in Eurasia, divenendo un’alternativa (che siano Stati Uniti o Cina) per  grandi potenze, Stati emergenti ed entità interessate. Verrà mostrato come funziona la stretta collaborazione della Russia con la Cina nell’assicurarsi che questo equilibrio raggiunga gli obiettivi strategici di entrambi, a volte riproducendo la dinamica del ‘poliziotto buono, poliziotto cattivo’. La Cina, da parte sua, è sulla via del sorpasso degli Stati Uniti quale prima economia mondiale in termini di PIL, quest’anno, ed è la potenza economica predominante nel mondo in via di sviluppo. I suoi profondi e privilegiati legami nei mercati in via di sviluppo dell’agricoltura e delle materie prime di Africa, America Latina e Stati del filo di perle ne fa la porta economica della Russia, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi. Così, ciò che la Russia può fornire alla Cina in termini di equilibrio militar-politico nelle regioni chiave, la Cina lo ricambia con opportunità economiche e agevolazioni negli scambi tramite i suoi contatti e reti di elitarie. Naturalmente, il tandem tra Russia e Cina è ben lungi dall’essere perfetto, come lo è l’applicazione strategica nel mondo, ma questa è la teoria generale dell’approccio cauto: la Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più agiscono  assieme, per esempio in Medio Oriente e America Latina, più se ne intravedono gli obiettivi multipolari puri e lo stretto coordinamento; allo stesso modo, più si avvicinano questi due nuclei eurasiatici, più il rapporto appare complesso e difficile da comprendere.

La culla della cooperazione
La Shanghai Cooperation Organization (SCO) è la culla in cui la RCSP è nata e cresciuta.  Originariamente fondata come i Cinque di Shanghai nel 1996, fu riformata come SCO nel 2001 con l’inclusione dell’Uzbekistan. Da allora, ha stabilito la cooperazione con osservatori come Mongolia, India, Pakistan, Afghanistan e Iran, così come il dialogo per la collaborazione con Sri Lanka, Turchia e  Bielorussia. Questi Paesi rientrano direttamente nella sfera immediata della RCSP, in cui  Russia e Cina esercitano un certo grado d’importante influenza su vari livelli. Inoltre, la SCO fonda  le basi della RCSP, indicando la lotta contro “terrorismo, separatismo ed estremismo in tutte le loro manifestazioni” (quindi anche le rivoluzioni colorate), in quanto nemici principali. Si dà il caso che gli Stati Uniti siano impegnati in tali attività nella campagna per il caos e il controllo in Eurasia, mettendosi così in contrasto esistenziale con Russia e Cina, così come con gli altri aderenti. Non va dimenticato che la SCO conduce anche regolarmente esercitazioni militari congiunte.

Il bastione dei BRICS
Nella forma più visibile della RCSP, i due Paesi cooperano come forza nell’ambito dei BRICS. A  maggio Putin aveva dichiarato che con la Cina “abbiamo priorità comuni, sia globali che regionali… Abbiamo deciso di coordinare più strettamente la nostra politica estera, anche in seno a Nazioni Unite, BRICS e APEC… Non abbiamo divergenze. Al contrario, abbiamo grandi piani che siamo  determinati a tradurre in realtà”. Questa innovativa dichiarazione d’intenti globale s’è tradotta nel passaggio indispensabile all’azione al vertice BRICS di luglio in Brasile, in cui i cinque membri hanno fondato la nuova Banca di Sviluppo confrontandosi direttamente con il predominio economico istituzionale occidentale. Memorandum importanti sulla comprensione multipolare e la creazione di una riserva di valuta hanno conformato gli altri importanti risultati del vertice. Si può dunque vedere che i BRICS sono divenuti il baluardo istituzionale del coordinamento mondiale russo-cinese.

Sintesi strutturale
Russia e Cina hanno ruoli distinti nel loro tandem del potere, e ancora ne perfezionano l’interazione reciproca. La SCO, pur essendo un quadro multilaterale, opera essenzialmente come ente bilaterale della grande cooperazione russo-cinese, con l’Asia centrale come campo di attuazione di future applicazioni esterne. La continua collaborazione istituzionale tra Russia e Cina appare chiaramente nei BRICS, in particolare nell’ultimo vertice. Una volta analizzati unitariamente, entrambi i Paesi uniscono le forze nelle istituzioni appropriate, perseguendo l’obiettivo comune della multipolarità.

Parte II: Applicazione geopolitica
Ora è il momento di seguire le applicazioni geopolitiche della RCSP.  Questa sezione inizierà con l’Asia nordorientale e poi procederà in senso antiorario esplorando il doppio approccio verso Asia centrale, Asia meridionale e sud-est asiatico. Poi passerà all’Europa prima di guardare a Medio Oriente/Nord Africa (MENA) e America Latina. Solo in Africa la RCSP deve ancora maturare, anche se ci sono sicuramente possibilità per la Cina di bilanciare l’influenza della Russia nel continente, in futuro, e d’influenzare i leader regionali espandendone i legami commerciali con Mosca. Infine, la conclusione unificherà l’articolo dimostrando che la RCSP è veramente il rapporto più importante del 21° secolo e veicolo definitivo del multipolarismo. Al lettore si consiglia di tenere a mente quanto segue durante la lettura di questa sezione: ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte nelle regioni/Stati in cui sarebbe in svantaggio rispetto al partner, con lo scopo finale di stabilire un vero multipolarismo globale. Con ciò premesso, l’esame della geopolitica della RCSP inizia.

Asia orientale
L’essenza della RCSP in Asia nordorientale è affrontare con attenzione la “portaerei inaffondabile” degli Stati Uniti e neutralizzarne la letalità. Russia e Cina avevano già dispute territoriali con il Giappone, prima dell’avvio della RCSP, ma il Giappone non ha aggravato tali tensioni che nei primi anni 2010. Il problema giapponese potrebbe più accuratamente essere visto come un problema statunitense, a causa dell’occupazione e della mutua sicurezza reciproca con il Paese, quindi tramite un delegato, la RCSP effettivamente affronta l’ostruzione statunitense al processo di pacificazione del Nordest asiatico. Tokyo ha sempre la ‘clausola per optare’ per la normalizzazione dei rapporti con Mosca (nell’interesse nazionale di entrambi gli attori), ma ciò non sembra apparire nell’orizzonte dell’amministrazione Abe. L’occupazione statunitense è troppo forte e influente perché il Paese se ne liberi nel prossimo futuro; sarebbe un colpo di fortuna una sua frattura e l’avvio di una vera politica estera indipendente, permettendo a Mosca di svolgere un ruolo positivo nel moderare le azioni di Tokyo verso Pechino. Nel contesto attuale, tuttavia, Russia e Cina sanno che il Giappone, e non la Corea democratica (entrambi i Paesi s’impegnano ai colloqui multilaterali per la denuclearizzazione), pone il forte rischio della destabilizzazione del nord-est asiatico, per via dell’aggressività delle rivendicazioni territoriali, in ciò aiutato e spalleggiato dagli Stati Uniti al fine di avere un partner regionale eterodiretto volto a sabotare la prospettiva della cooperazione pan-regionale. Così, per quanto improbabile possa sembrare al momento, nel caso in cui scoppiasse una guerra, Russia e Cina potrebbero cooperare militarmente o userebbero i più forti strumenti diplomatici e politici a disposizione per spingere il Giappone a fare marcia indietro e fermare le ostilità al più presto possibile.

Asia centrale
Molto è stato scritto su una presunta rivalità russo-cinese in Asia centrale, ma in realtà non è così, e non è altro che un pio desiderio di coloro che intendono dividere la RCSP e vedere Russia e Cina scornarsi sulla regione. La Russia guida il processo d’integrazione politica ed economica con  Kazakistan e Kirghizistan sotto gli auspici dell’Unione eurasiatica, ed ha accordi di mutua sicurezza con Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e nella CSTO (anche partecipando regolarmente alle esercitazioni militari). La Cina, d’altra parte, è più di un leader dal basso profilo in Asia centrale, dopo aver stipulato lucrosi contatti commerciali in questi anni ed accordi energetici estremamente strategici con la maggior parte degli Stati della regione, in primo luogo il Turkmenistan. La situazione in Asia centrale è la seguente: la Russia consolida l’influenza sulla sfera ex-sovietica, con gli Stati con cui già coltivava rapporti profondi, mentre la Cina colma il vuoto in alcuni aspetti economici. E’ della massima importanza per la Cina poter diversificare le rotte d’importazione delle risorse, al fine di evitare lo stretto di Malacca, occupato e controllato dagli USA, da cui l’interesse per l’energia dell’Asia centrale. Tramite l’accettazione implicita della Russia del coinvolgimento della Cina, la RCSP procede senza intoppi, essendo nell’interesse della Russia avere un forte partner in una Cina il più possibile energeticamente indipendente. L’espansione fulminea dell’influenza energetica della Cina in Asia centrale è anche utile alla Russia, comunque. I legami che ha favorito con l’Uzbekistan, che negli ultimi anni s’era allontanato dalla Russia (lasciando la CSTO nel 2012 e programmando di acquistare molte avanzate attrezzature militari della NATO in Afghanistan) e  prossimo a divenire il socio eterodiretto degli Stati Uniti dopo la ritirata afghana, potrebbe temperarne le politiche regionali. Non è detto che la Cina possa convincerlo ad astenersi da una maggiore cooperazione militare con gli Stati Uniti, ma potrebbe esercitare l’influenza economica e il forte impatto energetico sull’Uzbekistan cercando di evitare un catastrofico confronto militare con il Tagikistan, che probabilmente coinvolgerebbe la Russia attraverso le sue responsabilità nella CSTO.

Asia meridionale
Questa è una regione in cui la RCSP assume una natura molto complessa, estremamente difficile discernere, fatta eccezione per i più attenti osservatori. Tracciando accordi politici, la Russia è il più stretto alleato dell’India, con il nuovo Primo ministro Nahrendra Modi che ha recentemente proclamato che “Se chiedete a qualcuno tra l’oltre miliardo di persone che vive in India, chi sia il più grande amico del nostro Paese, ogni persona, ogni bambino dirà la Russia. Tutti sanno che la Russia è sempre stata a fianco dell’India nei momenti più difficili, e senza chiedere nulla in cambio”. Questo è un rapporto politico di per sé intriso di titaniche implicazioni globali, ma nel contesto della RCSP, permette alla Russia di esercitare una forte influenza sull’India, mantenendo la pace con la Cina, tanto più che quest’ultima ha aumentato drasticamente la retorica sulla disputa di confine, negli ultimi due anni, con uno stile ironicamente simile a quello che il Giappone usa con la Cina. A differenza del Giappone, però, la Cina ha indicato due mesi fa di essere disposta a risolvere finalmente tale disputa, dando così alla Russia il ruolo di stabilizzatore da svolgere da dietro le quinte, in modo che nessuna delle parti agisca incautamente e metta in pericolo i colloqui. Sempre in tale senso, la Cina ha un rapporto strategico assai stretto con il Pakistan, rivale mortale dell’India, e i due Paesi interagiscono su base militare ed economica. La Cina è interessata a un corridoio energetico verso l’Oceano Indiano, saldamente sotto il suo controllo, e il Pakistan ha bisogno del suo grande vicino per coprirsi contro la minaccia indiana. Questo rapporto minaccia ovviamente l’India, trovandosi in cima alle considerazioni della politica estera dell’élite diplomatica della nazione, così come la strategia navale della collana di perle della Cina nell’Oceano Indiano. Questo è il nome dato alla politica cinese volta a stabilire rapporti navali preferenziali con Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh e Myanmar, aumentando l’azione nel cortile dell’India e assicurandosi le rotte energetiche che attraversano la regione. Con tale rivalità geopolitica tra India e Cina, il ruolo della Russia verso entrambi gli attori assume un’importanza fondamentale nel garantire pace e stabilità e, a differenza dell’Asia nord-orientale con il Giappone, in Asia del Sud la Russia ha l’alta probabilità di poter influenzare gli eventi in misura più incisiva. Proseguendo nella strategia della collana di perle della Cina, si aprono anche le porte alle opportunità della Russia. Grazie al rapporto di Pechino con Islamabad e la sensibilità politica sull’invio di armi al suo partner, la Russia può agire per delega e vendere elicotteri da combattimento con la pretesa della lotta antidroga del Pakistan. Anche se irrita l’India, ciò rappresenta un “cambio di paradigma” in più di un senso: non solo Russia e Pakistan snobbano l’occidente, ma la Russia può utilizzare la fiducia dell’India per fare accettare (o comunque sopportare) agli indiani questa nuova relazione militare. La vendita aiuta il Pakistan a bilanciare la Cina in quanto delegato verso l’India (non importa quanto sia secondario), e aiuta indirettamente la Russia sulla situazione in Afghanistan nel dopo 2014. Tale sviluppo monumentale è interamente attribuibile all’intercessione della Russia, in quanto se la Cina avesse venduto apparecchiature simili al Pakistan, avrebbe potuto creare una crisi nelle relazioni bilaterali con l’India e affondato i possibili colloqui sulla definizione della disputa sui confini. Inoltre, tangenzialmente, la Russia potrebbe in futuro utilizzare i legami commerciali preferenziali della Cina con i suoi partner della collana di perle, per la diversificazione economica dei prodotti agricoli, obiettivo intrapreso da quando le contro-sanzioni sono state emanate ai primi di agosto. Ciò sarebbe soltanto un ricambio per quanto la Russia ha permesso alla Cina in Asia centrale, con la diversificazione energetica, per esempio; quindi ha un senso nella struttura della RCSP che la Cina aiuti la Russia nel fare questo per la sua agricoltura e la bassa diversificazione commerciale verso l’Asia meridionale. Come è stato sottolineato all’inizio della seconda parte dell’articolo, Russia e Cina sono complementari in tutti i modi possibili, essendo ciò la spina dorsale del partenariato strategico. Se uno apre la porta alla cooperazione con un certo Stato o regione a proprio vantaggio, poi permette all’altro di entrarvi, se non anche dal retro, lontano dal controllo pubblico.

Sud-Est asiatico
Questa regione è una delle più deboli per la RCSP, ma è ancora un’opportunità per entrambi gli Stati. La Cina è coinvolta nell’aspro battibecco con i vicini sui reclami nel Mar Cinese Meridionale, in particolare con il Vietnam. E’ qui che si presenta l’occasione per la Russia di svolgere il ruolo di bilanciamento strategico e di adoperarsi per promuovere la grande partnership con la Cina. Russia e Vietnam hanno un rapporto lungo e cordiale risalente all’epoca sovietica, Mosca fornisce ad Hanoi sottomarini dandogli una relativa tranquillità verso la Cina.  Anche se la rivalità cino-vietnamita nel sud-est asiatico non è strutturalmente feroce come quella indiano-pakistana in Asia meridionale, in entrambi i casi la Russia può fungere da mediatore tra i due grazie alla sua posizione unica. E’ ironico che il rapporto russo-vietnamita, costruito durante la guerra fredda per contrastare la Cina, possa ora essere utilizzato per aiutare Pechino in modo contorto. Russia e Cina, come già accennato, hanno bisogno l’uno dell’altro per restare forti e stabili, raggiungendo l’obiettivo a lungo termine del multipolarismo globale, quindi l’invio di armi della Russia al Vietnam non dovrebbe essere visto come un tentativo d’indebolire la Cina, ma piuttosto di ancorare l’influenza di Mosca in un Paese che s’è già dimostrato problematico per Pechino. Attraverso questa profonda presenza, la Russia può quindi influenzare le decisioni dell’élite politica vietnamita operando verso una soluzione costruttiva (o almeno non militare), anche se ciò si traduce in un ‘conflitto congelato’ o prolungamento dell’attuale stallo. Naturalmente, vi sono altri attori che influenzano il Vietnam (in particolare gli USA), ma l’influenza russa ad Hanoi non va sottovalutata, in quanto entrambi i Paesi parlano anche di maggiore cooperazione economica nell’ambito dell’Unione Eurasiatica, mostrando così che il fattore Russia ancora ha un peso nella capitale vietnamita.

Europa
Alla luce dell’attuale spirale nelle relazioni Russia-UE, non c’è praticamente nulla che la Russia possa fare nella RCSP per aiutare la Cina, ma la Cina può offrire un’opportunità alla Russia. Così, uno dei grandi disegni strategici della Cina è facilitare il commercio accelerato con l’UE attraverso un triplice approccio: Nuova Via della Seta (con componenti terrestri e marittime), Ponte Eurasiatico e Rotta Artica. Gli ultimi due passano direttamente sul territorio russo, marittimo o terrestre, aumentando così la prominenza geopolitica della Russia tra Europa e Cina, che piaccia o no all’UE. Non importa se l’Europa ricambia trasportando i propri prodotti attraverso il territorio russo o meno, dato che la Cina ancora prevede nettamente di farlo, consegnando ancora alla Russia una posizione economica più forte e guadagni più tangibili rispetto a prima.

Medio Oriente e Nord Africa (MENA)
Dalla rivoluzione colorata della Primavera araba del 2011, il MENA è il punto focale dell’intenso coordinamento politico russo-cinese. Sergej Lavrov aveva dichiarato nel maggio 2011, dopo un incontro con il ministro degli Esteri cinese, che “Abbiamo deciso di coordinare le nostre azioni utilizzando le capacità di entrambi gli Stati per facilitare una prima stabilizzazione e impedire ulteriori conseguenze negative imprevedibili”. Fu la risposta ovvia alla violazione occidentale della UNSC 1973, quando la risoluzione del Consiglio di Sicurezza fu palesemente violata per giustificare la guerra della NATO alla Libia e il successivo cambio di regime. Chiaramente, Russia e Cina compresero che tale violazione potrà un giorno verificarsi anche più vicino ai loro confini, se non perfino affrontare destabilizzazione interna e relativo indebolimento dello Stato, e quindi anche nei loro stessi Paesi. Nel Medio Oriente si può anche facilmente vedere che entrambi i Paesi adempiono ai loro ruoli specifici nel partenariato. L’interazione della Russia con Siria e Iran, e più recentemente Egitto, visibilmente ne illustra il ruolo di equilibratore militare e politico. La Cina è profondamente coinvolta nel commercio energetico dal MENA, con il 60% del petrolio proveniente da qui. Entra anche nell’economia non-energetica della regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti. Così, oltre al coordinamento politico generale e l’assoluto accordo tra Russia e Cina nel MENA, la regione ne definisce i rispettivi ruoli.

America Latina
Questa regione, più del MENA, mostra senza dubbio che la RCSP è attiva in condizioni di quasi-laboratorio. L’America Latina è lontana dagli intrighi geopolitici dell’Eurasia, rendendo in tal modo la cooperazione tra Russia e Cina comprensibile anche per l’occhio inabituato ad osservare. Negli ultimi dieci anni la Russia è tornata in America Latina, sia nello stile che nella sostanza. Le sue navi hanno visitato porti ed attuato esercitazioni congiunte con il Venezuela, bombardieri russi l’hanno sorvolato e vi si sono riforniti. Il Nicaragua ospiterà una base russa a guardia del canale finanziato dai cinesi, ora in costruzione nel Paese. Gazprom ha iniziato ad investire in Bolivia e Argentina, e Rosneft è attiva in Venezuela. Medvedev e Putin hanno anche visitato la regione, ed è stato ipotizzato che la Russia abbia accettato di riaprire la base spionistica sovietica a Cuba, nella visita di quest’ultimo a luglio. Si può quindi affermare che la Russia è più influente in America Latina oggi di quanto lo sia mai stata durante la Guerra Fredda. La Cina, essendo la porta economica, è l’investitore in più rapida crescita in America Latina, ed è destinata a diventarne il secondo maggiore partner commerciale. Come già accennato, finanzia il rivoluzionario canale del Nicaragua, diversificando la rotta trans-oceanica dal cliente panamense degli Stati Uniti, invitando ulteriori investimenti e commerci non-statunitensi nella zona. Questo in realtà già accade anche senza il canale. La Russia capitalizza un decennio di contatti ristabiliti con l’America Latina, diversificando il commercio agricolo dall’occidente per via delle recenti contro-sanzioni. Ciò rivela l’ampia strategia della Russia, spezzando il predominio occidentale su taluni mercati agricoli e fornendo ai produttori un’opzione alternativa. La Russia vuole anche migliorare la propria sovranità statale e quindi diminuire l’influenza economica occidentale sulla sua economia interna, da cui l’espansione commerciale verso i mercati non-occidentali delle ultime settimane. Complessivamente, l’America Latina è la base più adatta nel far progredire il mondo multipolare nel cortile del gigante unipolare in dissoluzione. Russia e Cina non hanno assolutamente alcun interesse a una qualche competizione in questo teatro, senza dubbio dimostrando così i grandi obiettivi strategici generali della RCSP. Il coinvolgimento russo e cinese nella regione avanza a ritmo spettacolare e multiforme, aprendo così la possibilità di una drammatica trasformazione geopolitica proprio sulla porta di casa degli Stati Uniti. L’America Latina è in molti sensi per gli Stati Uniti ciò che è l’Europa dell’Est per la Russia, una regione dall’intensa antipatia verso il suo grande vicino e quindi da gestire in modo flessibile partecipando anche ad azioni dannose per il suo ex-egemone.

Pensieri conclusivi
Il partenariato strategico Russia-Cina (RCSP) è veramente di portata globale, comprendendo il mondo intero su vari livelli. Gli assiomi presentati devono essere riesposti al fine di ricordarne al lettore l’essenza: Ogni mano della RCSP è destinata a lavare l’altra e a completare la controparte in regioni/Stati in cui può essere in svantaggio rispetto al partner, allo scopo di stabilire vero multipolarismo globale. La Russia è il contrappeso e la Cina la porta. Più cooperano per esempio in Medio Oriente e America Latina, più si possono vederne i puri obiettivi multipolari e lo stretto coordinamento tra questi Stati; allo stesso modo, più questi due nuclei eurasiatici si avvicinano, più appare complesso il rapporto e più sarebbe difficile capirlo.
Con ciò in mente, la RCSP è più facile da comprendere, e le sue ambizioni multipolari appaiono evidenti. Tornando all’inizio del testo, dove sono citati detrattori e distrattori, è ormai dimostrato che i distrattori gettano fumo cercando di nascondere l’ovvio, la RCSP è una forza reale e tangibile nel mondo. I detrattori a loro volta, avevano torto quando affermavano che questa partnership è aggressiva. Sicuramente sfida il Washington Consensus, ma lo fa con mezzi pacifici e politici, soprattutto con un approccio che combina contatti militari-diplomatici e contrappeso politico della Russia al ruolo di porta economica della Cina. Così è indiscutibile che, nel 21° secolo, la RCSP sarà il partenariato più dinamico nella costruzione della multipolarità mondiale, respingendo i disperati tentativi degli Stati Uniti di preservarsi l’anacronismo unipolare.

xi_putin3Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Inizio della fine in Ucraina

MK Bhadrakumar - 22 agosto 2014

putin-merkelQuando ho scritto sul blog in precedenza, qui, che Russia e Unione europea si scambiavano occhiate, francamente non immaginavo che il flirt sarebbe cominciato così presto. Ma l’atteso incontro a Minsk tra i presidenti di Russia e Ucraina Vladimir Putin e Petro Poroshenko, e la responsabile della politica estera Catherine Ashton dell’UE, significa che s’avvia la corsa per la ricerca della pace in Ucraina. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Russia e Ucraina s’erano già incontrati a Berlino, una settimana prima, in cui “tutti gli aspetti della crisi in Ucraina” furono discussi e i vertici diplomatici quasi “riuscirono a raggiungere una sorta d’interpretazione comune sulla carta”, come il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha riassunto nel briefing ai media. Chiaramente lo sfondo di tutto ciò sarebbero le consultazioni dirette tra Putin e la cancelliera tedesca Angela Merkel.
Ricapitolando, l’articolo esclusivo del quotidiano inglese Independent del 31 luglio, sulla comprensione russo-tedesca in Ucraina e l’accordo su un “piano segreto”, bloccato dal trambusto sul (misterioso) abbattimento del velivolo malese sull’Ucraina orientale, sembra aver avuto qualche base solida. (È interessante notare che l’articolo non è stato smentito finora). E’ una supposizione ragionevole che, spentasi la guerra di propaganda anti-russa sulla tragedia del velivolo malese, Mosca e Berlino decisamente sarebbero tornati ai piani in studio. Merkel ha fatto un importante discorso a Riga, il 18 agosto, dove ha sostanzialmente chiesto il bilanciamento degli interessi occidentali e della Russia in Ucraina ed escluso la presenza permanente della NATO nella regione ai confini della Russia. Si tratta di questioni d’interesse fondamentali per la Russia nello scacchiere ucraino, che l’occidente ha cercato timidamente di non riconoscere finora. Merkel andrà a Kiev (per una strana coincidenza, in occasione del 75° anniversario del famoso patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939), e vi potrebbe essere del simbolismo politico. Da oggi, non è chiaro se Merkel piloti un’iniziativa tedesca (o nella migliore delle ipotesi franco-tedesca) in Ucraina, o se abbia l’appoggio tacito dell’amministrazione Obama. Infatti, l’opinione pubblica di destra statunitense sembra sconvolta da Merkel. L’AP ha causticamente osservato che gli sforzi di Merkel per risolvere la crisi ucraina “sottolinea la grande ambizione della Germania di trasformarsi da potenza economica a peso massimo diplomatico… mentre molte nazioni europee (leggi Gran Bretagna) si concentrano su problemi nazionali e gli Stati Uniti sono impegnati in altre crisi” (qui).
Probabilmente, le nuove preoccupazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente (dopo l’uccisione del fotoreporter statunitense James Foley per mano dello Stato Islamico dell’Iraq e Levante) potrebbe significare che l’Ucraina, nella strategia del perno in Asia degli Stati Uniti, verrebbe sorpassata dalle priorità nella politica estera di Obama. Forse è un mio pio desiderio, essendo un ottimista incorreggibile, o forse no. In ogni caso, la  destra necocon invoca un serio intervento degli Stati Uniti in Iraq e Siria. Vedasi l’articolo di Zalmay Khalilzad intitolato ‘Un piano in cinque fasi per  distruggere lo Stato islamico‘. Ora, supponendo che Obama non cada nella trappola neocon, inizierebbe a percepire che a un certo punto, abbastanza presto, i rapporti USA-Russia devono riprendere se la cooperazione di Mosca venisse sollecitata per l’imminente nuova guerra al terrorismo,  indubbiamente è irta di gravi pericoli per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, contro il SIIL (che lo stesso Obama ha appena descritto come un “cancro” che minaccia l’intero Medio Oriente e non ha un posto nel 21° secolo). Basti dire che un momento decisivo appare nella dinamica del potere globale. L’esito del vertice in Bielorussia darà un fiero indizio sul verso cui i grandi venti soffiano, modulando il rapporto di forze nella politica globale.
Allora, cosa c’è sull’incudine ucraino? E’ ovvio che la Russia cercherà l’immediata sospensione della repressione militare dei separatisti dell’Ucraina orientale. Finora Washington ha istigato Kiev a continuare le operazioni, ma ciò potrebbe cambiare. Questa è una cosa. Se ciò accadesse, Russia e Germania avrebbero l’occasione per iniziare il percorso per la pace, che Putin e Merkel starebbero mettendo a punto. Finora Washington ha fatto di tutto per minare sistematicamente ogni tentativo volto al dialogo intra-ucraino, ma tale sorta di ‘negazionismo’ non può più essere sostenibile, mentre la Germania mette il suo peso sul processo per il dialogo. Insomma, se ascoltiamo attentamente, possiamo sentire i deboli suoni dei passi in ritirata dello Zio Sam. Il noto pensatore strategico russo Boris Kagarlitskij scrive, nel suo stile tipicamente provocatorio, qui, facendo comprendere le incredibilmente complesse manovre in Ucraina orientale e come avrebbero creato la gravitas per l’imminente vertice di Minsk. Dopo tutto, il Cremlino ha le carte vincenti.

Putin-Merkel2Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ucraina, tra disastro economico e confusione al vertice

Dedefensa 20 agosto 2014
_74298143__74243059_donetsk_clashes_624Un interessante articolo pubblicato il 18 agosto 2014 su OilPrice.com e ripreso il 19 agosto 2014 da RussiaList.com, è stato scritto dall’industriale statunitense Robert Bensh della Pelicourt LLC, specializzata nell’energia ed attualmente attiva in Ucraina. Sappiamo che uno degli argomenti preferiti dell’attivismo statunitense nell’innescare la crisi ucraina è appropriarsi della maggior parte delle risorse energetiche del Paese. Bensh riferisce notizie particolarmente preoccupanti da tale punto di vista, tanto per la situazione ucraina quanto per le prospettive dell’utilizzo del gas nel  Paese.
• Dal punto di vista della situazione economica, Bensh predice l’imminente disastro economico, perché le ostilità nel Donbas comprometteranno seriamente l’economia del Paese. Si nota una prospettiva ciclica, oltre al punto di vista strutturale, assai pessimista, dovuta alle varie misure di austerità da parte di FMI e UE. “La prova di forza militare ucraina con i separatisti nella parte orientale industriale, ha costretto le miniere di carbone a seri tagli della produzione o a chiudere, causando la crisi elettrica che potrebbe solo ridurre la produzione interna e quindi aumentare le esportazioni da Europa, Crimea e Bielorussia, o peggio dalla Russia. Nei centri carboniferi di Lugansk e Donetsk, i combattimenti nella zona industriale dell’Ucraina hanno costretto a chiudere circa il 50 per cento delle miniere di carbone, mentre la produzione complessiva di carbone è scesa del 22 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le principali fonti del settore dicono che potenzialmente il carbone scarseggerà tra meno di tre settimane. Per l’Ucraina, il secondo maggiore produttore di carbone dell’Europa, ciò avrà un impatto devastante sul settore energetico, già in stato d’emergenza, non potendo fornire carbone alle centrali termiche che producono circa il 40 per cento dell’energia elettrica del Paese. Nella quadro energetico complessivo, il blocco della produzione di carbone impone all’Ucraina il regresso di un decennio. Il piano era di affidarsi maggiormente al carbone, per ridurne la dipendenza dal gas russo. … Ora l’Ucraina dovrà aumentare le importazioni di combustibile per compensare tale perdita. Ma anche così, la distruzione delle vie di approvvigionamento rende ciò difficile. Non solo le via di approvvigionamento del carbone sono state distrutte dal conflitto, ma altre infrastrutture critiche sono state danneggiate, minacciando altre industrie. In tutto, il cuore industriale dell’Ucraina è scosso dal taglio delle linee di approvvigionamento minacciando di distruggere oltre il 5 per cento del prodotto interno lordo dell’Ucraina, nella seconda metà di quest’anno”.
• Un’altra particolare preoccupazione per gli “investitori” stranieri, e in particolare statunitensi, è il comportamento della dirigenza ucraina, in particolare sulle leggi dell’esecutivo votate alla Rada. Le nuove imposte approvate sono viste come estremamente problematiche (Bensh osserva nel suo testo: “Insomma: la mia azienda, Pelicourt LLC, è l’azionista di maggioranza del terzo maggiore produttore di gas dell’Ucraina, Cub Energia, ed ho avvisato i governi di Stati Uniti e Canada sul danno potenziale che la nuova imposta provocherà”). Ciò che è davvero notevole nella descrizione di Bensh è l’atteggiamento incoerente dei legislatori ucraini che approvano leggi in contraddizione, annullandosi a vicenda. La parola d’ordine in Ucraina, e in questo caso a Kiev, sembra essere: disordine, disordine, disordine… “Ma la nuova realtà interna chiede che l’Ucraina produca più gas naturale, dopo l’attuazione all’inizio del mese del codice fiscale modificato che colpisce i produttori di gas privati con una tassa così alta che ne ridurrà significativamente la produzione entro l’anno, e il resto è solo congettura per chiunque. … gli osservatori possono essere perdonati per la confusione sulle diverse misure che Kiev ha preso dall’intensificarsi del conflitto. Infatti, i segnali provenienti da Kiev sono confusi, nella migliore delle ipotesi. Mentre il parlamento ha approvato una legge che consente le sanzioni contro la Russia, la Naftogaz statale non ha tardato a sottolineare che probabilmente non dovremmo aspettarci sanzioni contro il gigante del gas russo Gazprom, e il nuovo disegno di legge non applicherà sanzioni di alcun tipo, legalizzando semplicemente le sanzioni a singoli russi su cui Kiev dovrebbe decidere. Un’altra tigre di carta. Il parlamento ha inoltre adottato un disegno di legge che approva le joint-venture su impianti di trasporto del gas tra l’Ucraina e imprese occidentali. Allo stesso tempo, però, Kiev ha approvato una nuova modifica al codice fiscale che raddoppia le tasse ai produttori di gas privati e promette di allontanare gli investitori occidentali dall’Ucraina per quanto possibile. Ogni mossa è volta a negare l’altra. L’economia è distrutta, ma Kiev distrugge ogni possibilità di sostenere gli investimenti occidentali. Le aziende occidentali sono invitate a investire in Ucraina, mentre allo stesso tempo l’Ucraina si fa beffe della trasparenza e assicura che il clima sugli investimenti sia improvvisamente ancor meno attraente rispetto a due settimane prima. Nuovi servizi vengono pagati per sviluppare maggiori risorse volte a costruire l’indipendenza energetica, ma la nuova tassa raddoppia i costi per i produttori privati che smetteranno di produrre e se ne andranno.”
Lo spettacolo è edificane, visto da una cosiddetta fonte sul “campo” interessata alla realtà ucraina più che alla narrazione della guerra e al trionfalismo ideologico. L’Ucraina di Kiev, ovviamente, appare discendere nel disordine della già visibilmente sconvolta e accelerata radicale liquidazione aziendale e dell’assalto alle regioni russofone, secondo un tattica evidentemente ispirata dall’americanismo qualificato nel bombardamento a tappeto, versione terrestre del bombardamento a tappeto aereo, come ci si potrebbe aspettare. Non è chiaro se la “guerra del Donbas” dia i risultati politici ed etnici attesi, ma nel frattempo causa la distruzione di infrastrutture ed attività economiche, con conseguenze per tutto il Paese. La ciliegina sulla torta è la “direzione” della politica dei capi cooptati dalla CIA, dagli iperliberali ai neonazisti interessati ai loro vantaggi, gli oligarchi dalle ambizioni politiche che inviano battaglioni nel Donbass e infine la Rada, così glorificata dopo il trionfo di Majdan, luogo in cui le scazzottate portano ad adottare leggi a cascata che si annullano e contraddicono. Se si vuole, si tratta di una nuova versione dell’avventura libica, più strutturata da innumerevoli intrighi e varie manipolazioni di gruppi da parte di agenzie americaniste e della NATO, e tale struttura produrrà ancora più disordine. L’incompetenza mostrata dalla leadership politica ucraina, la cui corruzione viene dopata dal virtualismo americanista-occidentalista, dovrebbe essere un nuovo punto di riferimento sul campo, confermando perfettamente l’analisi di Dmitrij Orlov.
Ed ecco una grande teoria confrontarsi con la realtà del disordine. La tesi prevalente che spiega l’intervento americanista in Ucraina era e rimane probabilmente il saccheggio energetico, anche attraverso le prospettive bizzarre sul gas di scisto ed altro, il tutto in un quadro iperliberale. La realtà che Bensh ci presenta, si può riassumere nel termine tigre di carta… La tigre ruggente del liberalismo, come prometteva essere l’Ucraina secondo il racconto del sistema, non sarebbe che una “tigre di carta”. Mao sorriderà dalla tomba, aveva indovinato… Per quasi un quarto di secolo, lo slogan del “disordine creativo” continua a risuonare nelle analisi e negli editoriali dei guerrieri dell’iper-liberalismo. Forse potremmo considerare la semplice variante che ha il merito della semplicità, se non dell’evidenza: il disordine distruttivo. Dimostrata da Kiev, chiudendo la questione.

10421602Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia ed Egitto rilanciano la cooperazione strategica

Boris Dolgov Strategic Culture Foundation 19/08/2014
Bu1_rbPIIAEhjXL.jpg largeAbdelfatah Said Husayn Qalil al-Sisi, Presidente dell’Egitto, ha visitato la Russia il 12 agosto. Il vertice è un importante passo dal forte impulso allo sviluppo delle relazioni bilaterali. I presidenti hanno raggiunto accordi per creare una zona di libero scambio con i Paesi eurasiatici e una zona industriale russa in Egitto nell’ambito dell’Asse del Canale di Suez Axis. Il nuovo segmento del canale sarà lungo 45 miglia, diramandosi dal canale attuale di 120 chilometri. L’estensione è necessaria per ridurre i tempi di attesa delle navi da una media di 11 ore a 3. Il rapporto tra Egitto ed Unione doganale di Russia, Bielorussia e Kazakhstan si stringe. La cooperazione militare continuerà con l’invio di corazzati e sistemi di difesa aerea in Egitto. I due Paesi uniscono gli sforzi nella ricerca spaziale. Nell’aprile 2014 un missile russo ha posto in orbita un satellite egiziano. L’Egitto aumenterà le esportazioni verso la Russia. Il turismo avrà nuovo impulso. L’agenda internazionale dei colloqui include problemi scottanti come la crisi in Siria, Iraq, Libia e l’aggravamento dello scontro nella Striscia di Gaza tra Israele e Palestina. L’Islam radicale esercita un’influenza crescente utilizzando il terrore come strumento di lotta politica. Egitto e Russia hanno una ricca esperienza nella lotta ai radicali islamici. La maggior parte degli egiziani percepisce al-Sisi come il leader che ha salvato il Paese dal pantano della guerra civile. Un conflitto interno si stava preparando durante la permanenza in carica del presidente islamista Muhammad Mursi. Al-Sisi era ministro della Difesa nel luglio 2013, quando ebbe supporto da forze politiche sinistra e liberali, dal partito salafita al-Nur, da Corte Costituzionale, Ministero degli Interni, Gran Mufti d’Egitto, università musulmana al-Azhar e dal patriarca della Chiesa copta ortodossa. Con questo ampio sostegno al-Sisi depose l’allora presidente Mursi che rappresentava i Fratelli musulmani. Quegli eventi appaiono nella storia dell’Egitto come la “Rivoluzione del 30 giugno” (il 30 giugno 2013 l’esercito inviò un ultimatum a Mursi).
Al-Sisi ha vinto le elezioni presidenziali del maggio 2014. I Fratelli musulmani furono esclusi dalla vita politica del Paese in quanto organizzazione terroristica, secondo la nuova costituzione approvata dal 98% dei votanti nel referendum del gennaio 2014. Abdelfatah al-Sisi, ministro della Difesa e capo dei servizi di sicurezza ebbe oltre il 96% dei voti. La vittoria fu senza precedenti nei 60 anni di storia dell’Egitto repubblicano, da quando il Paese divenne una repubblica nel 1953. Mosca fu la meta del suo primo viaggio all’estero come ministro della Difesa, incontrando il Presidente Putin nel febbraio 2014. Da parte del suo popolo il Presidente russo sosteneva il “successo” dell’alto ufficiale egiziano nella corsa presidenziale della nazione. Il rapporto tra i due Paesi ha radici storiche. Abdelfatah al-Sisi gode di un forte sostegno tra coloro gli eredi dell’ex-Presidente Gamal Abdel Nasser, per esempio il Fronte di salvezza nazionale, tra cui al-Wafd (partito della delegazione), uno dei più antichi ed influenti partiti democratici liberali, il Partito arabo nasseriano e il movimento Tamarod (Ribellione) che rappresentano le forze di sinistra e liberaldemocratiche. In Egitto, al-Sisi viene spesso paragonato a Gamal Abdel Nasser che governò nel 1954-1970.
La politica filo-socialista di Nasser aveva lo scopo di mantenere la leadership dell’Egitto nel mondo arabo, e per contrastare la pressione neo-coloniale occidentale, si alleò all’Unione Sovietica. Luminosi esempi di cooperazione bilaterale sono la costruzione della diga di Assuan e il sostegno all’Egitto dall’URSS quando Gran Bretagna, Francia e Israele intervennero contro questo Paese nel 1956. L’attacco fu fermato dall’Unione Sovietica che sottolineò il diritto d’intervenire e colpire gli aggressori. Il popolo egiziano ricorda il sostegno dell’URSS in quei giorni. Molto spesso i manifestanti di Cairo portano insieme le tre immagini di al-Sisi, Nasser e Putin. Il mondo è assai cambiato dai tempi di Nasser, ma il neo-colonialismo è ancora vivo. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti finanziari e militari all’Egitto dopo che Mursi fu rovesciato, l’ex-presidente attuava una politica estera filo-occidentale, in particolare verso la Siria. La caduta di Mursi non ha soddisfatto gli interessi degli Stati Uniti, quindi ne hanno etichettato la deposizione come “violazione della democrazia e golpe militare”. L’Unione africana pose fine all’adesione dell’Egitto all’organizzazione. Ma l’Egitto fu irremovibile nel ripristinare la propria posizione di leader del mondo arabo e centro di potere regionale.
Dopo gli eventi in Crimea e Ucraina, la Russia affronta lo stallo con l’occidente. Gli eventi internazionali fanno presumere che non sia l’ultimo confronto. Per contrastare tale sfida, la Russia ha bisogno di alleati esterni al mondo occidentale, in Asia, America Latina e Africa. Con la sua lunga storia di legami con la Russia, l’Egitto, nazione araba leader, può divenire un alleato dei russi.

C95FA882-1E5B-4D41-9DF0-8265588995CD_mw1024_s_nLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sveglia, i cinesi arrivano!

MK Bhadrakumar - 18 agosto 2014  modi-12C’è molta lavorio per la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, il mese prossimo. E’ difficile ricordare un tale traffico per un vertice India-Cina. Dev’essere l’effetto ‘Modi’, basti dire che Pechino si appresta alla visita di Xi con grandi aspettative sulla svolta storica nelle relazioni con l’India. Cruciali nei colloqui preparatori tra Delhi e Pechino, saranno le consultazioni a Pechino del ministro del Commercio Nirmala Sitharaman, ai primi di settembre, poco prima della visita di Xi. Seetharaman è stato a Pechino di recente, accompagnato dal Vicepresidente MH Ansari. La seconda visita così ravvicinata, suggerisce che questioni commerciali e d’investimento domineranno l’agenda di Xi nei colloqui con il Primo ministro Modi. La visita di Xi offre la grande opportunità all’India d’attrarre investimenti cinesi in volumi molto più grandi di quanto è stato finora. L’espansione all’estero degli investimenti della Cina è iniziata solo circa un decennio fa, ma la media annuale che si attestava a quasi 3 miliardi di dollari nel 2005, è aumentata in modo esponenziale toccando i 90 miliardi già l’anno scorso. In effetti, questa ondata contrasta con i livelli decrescenti degli FDI globali. La Cina è oggi uno dei principali esportatori mondiali di investimenti diretti. Lo spread è semplicemente da mozzafiato, come l’Heritage Foundation Investment Tracker Map presenta qui. Le tendenze sono abbastanza chiare. La Cina traduce seriamente la sua ricchezza, accumulatasi negli ultimi decenni da maggiore potenza commerciale mondiale, in potenza economica globale. La quota dell’India è gracile, nemmeno mezzo miliardo di dollari. Dovrebbe avvertire il fatto che gli Stati Uniti, nonostante la tanto declamata strategia del ‘perno’ bla bla, abbiano attirato 15 dei 90 miliardi di dollari, l’anno scorso, divenendo di gran lunga la prima destinazione degli investimenti cinesi globali. Gli esperti indiani avrebbero qualcosa su cui rimuginare seriamente. L’aumento degli investimenti cinesi è destinato a continuare. Xi intende liberalizzare i flussi finanziari, e gli Stati Uniti sperano di attirare i liberalizzati flussi di investimenti esteri cinesi prestandovi maggiore attenzione e tenendo in considerazione il potenziale d’investimento quale acceleratore di forti relazioni USA-Cina. (qui).
Il governo UPA, al contrario, fu nervoso. Ora le recenti dichiarazioni di Sitharaman suggeriscono che il governo Modi è fiducioso nel compiere quest’atto di fede. Naturalmente è necessario un occhio più esigente, sempre in materia di investimenti stranieri nella nostra economia, non importa da dove provengano. Senza dubbio, i supremi interessi della sicurezza nazionale prevarranno. Ma detto ciò, un bilanciamento sagace è necessario, anche perché non c’è Paese che abbia un surplus investimenti come la Cina; è disposta a concedere finanziamenti e, innegabilmente, gli investimenti cinesi potrebbero rilanciare crescita ed occupazione, divenendo un0importante fonte dell’occupazione in India. Gli investimenti riguarderanno anche il problema dello squilibrio commerciale bilaterale. Lo spin-off politico è evidentemente svolto dagli investimenti cinesi, che non infondono più paura, ma cominciano a sembrare ‘normali’ e banali azioni di mercato. L”ordinarietà’ degli investimenti cinesi in India è certamente una prospettiva futura, ma in termini immediati vi sono grandi decisioni da prendere. Xi ha esteso l’invito alle Maldive ad aderire al progetto di Via della Seta Marittima, nella riunione con il Presidente Abdulla Yameen, a Nanchino. La Cina ha già invitato l’India a partecipare al progetto, ma il governo UPA non poteva prendere tale grande decisione prima di essere sostituito. Pechino ha mostrato interesse nell’adesione dell’India al progetto della Via della Seta Marittima. Un modo di guardare all’iniziativa cinese è considerarla (con disposizione predeterminata, forse) la conferma dell’ambizione del Paese d’emergere come grande nazione marittima. Se questo è l’obiettivo della Cina, è naturale. Ma un grave problema sorge se si dovesse caricarlo anche del gioco delle grandi rivalità. In secondo luogo, vi è una nozione fantasiosa tra i nostri esperti, incoraggiata senza dubbio dagli analisti occidentali, che il progetto cinese sfiderebbe le ambizioni indiane come supremo signore dell’Oceano Indiano. In realtà, però, l’iniziativa cinese della Via della Seta Marittima deve essere vista sullo sfondo del ‘perno in Asia’ degli Stati Uniti, che Pechino ritiene una malcelata strategia del contenimento contro la Cina. La spinta strategica dell’iniziativa della Via della Seta Marittima si basa sulla costruzione di una serie di accordi tra la Cina e i Paesi di Asia sud-orientale, Asia meridionale, Asia centrale, Eurasia, Golfo Persico e Asia occidentale, al fine di ‘neutralizzarli’, se non coltivarne amicizia, oltre ovviamente a sviluppare scambi e legami economici reciprocamente vantaggiosi, evitando l’emersione di una falange regionale guidata dagli Stati Uniti schierata contro la Cina.
Non ci vuole molto per capire che la spinta del progetto è nel contenuto economico, perché in tale ambito i fattori del vantaggio Cinese si ritrovano nel ‘sedurre’ i Paesi di queste regioni dalle diverse culture, sistemi politici e storia, affinché passino alla piattaforma comune della Cina. Pechino calcola giustamente che apporterebbe una certa ‘addizionalità’ che Stati Uniti ed Europa semplicemente non possono corrispondere, nel commercio e negli investimenti, integrandosi bene con gli obiettivi nazionali di sviluppo dei questi Paesi (come Turchia, Qatar, Iran, Mongolia, Uzbekistan, Pakistan, Maldive, Sri Lanka e Malaysia). La Cina non è così stupida da sperare di esercitare un’egemonia da ‘Grande Fratello’ su clienti difficili come Turchia, Iran, Uzbekistan, Sri Lanka e Malaysia, noti per il loro nazionalismo convinto e senso d’indipendenza. Né è nel DNA della Cina formare alleanze militari. Pertanto, fare un parallelo con le potenze coloniali dei secoli 17° e 18° significa travisare la storia moderna. La grande ondata di nazionalismo e liberazione del 20° secolo continua a modulare la politica mondiale e Pechino non può che esserne a conoscenza. D’altra parte, se l’India dovesse rimanere fuori dalla Via della Seta Marittima, rischia di perdervi notevolmente. Oltre a un possibile totale isolamento nella regione dell’Asia meridionale, è al cento per cento sicuro che Bangladesh, Nepal, Myanmar, Sri Lanka, Maldive, Pakistan saranno attratti dalle lusinghe dello sviluppo delle infrastrutture finanziato dai cinesi; l’India deve anche prevedere che l’iniziativa cinese sarà l’unico spettacolo in città per molto tempo. USA e Unione europea non avranno l’interesse (o la capacità) di entrare in una tale intensa cooperazione economica con i Paesi asiatici (che non sono d’importanza vitale quanto i collegamenti lo sono per la Cina). L’India può corrispondere alla Via della Seta Marittima cinese con un’iniziativa altrettanto seducente? Beh, no.
A mio avviso, la vera sfida dei responsabili politici indiani fu la lunga assenza di una visione sana della cooperazione regionale, come invece ha la Cina. Non si può negare il fatto che l’India abbia trascurato il SAARC. SAARC e SCO sono casi da manuale di come il formidabile ritardo storico e il lavoro incompiuto attuali possano  essere superati dal solo senso delle priorità politiche regionali con un ‘quadro generale’ sullo sfondo. Fortunatamente, però, l’India rientra oggi nella nuova alba della politica regionale. Tutto indica che l’adesione dell’India alla SCO probabilmente si materializzerà a settembre. Sempre a settembre, Xi potrebbe rinnovare l’invito a Modi di aderire all’Asian Investment Development Bank e al progetto della Via della Seta Marittima. La sfida di Sitharaman da ministro con doppio incarico, nel commercio e nella finanza, con un ruolo centrale nella preparazione della visita di Xi, sarà capire come i suddetti piani a settembre possano effettivamente correlarsi e divenire un vantaggio strategico dell’India tramite una complementarità con le priorità dello sviluppo nazionale del governo Modi.

modi-jinping_650_072114094947Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Australia rimane un lacchè degli Stati Uniti, mentre il Brasile firma contratti enormi

Valentin Vasilescu, Reseau International, 16 agosto 2014
89d4f16c-1891-4721-959a-d858d8cc315fIn un’intervista pubblicata da The Telegraph, l’ex-primo ministro australiano John Malcolm Fraser ritiene che l’Australia debba tagliare i legami con gli USA ed essere completamente indipendente dagli Stati Uniti. Primo ministro nel 1975-1983, il liberale Fraser permise all’Australia di vivere il migliore periodo di prosperità. Così le opinioni di Fraser sono molto seguite dalla stampa australiana e inglese. Il paradosso è che il primo ministro Fraser era un sostenitore dell’espansione dell’alleanza militare con gli Stati Uniti. Introdusse l’Australia nell’alleanza segreta delle “cinque orecchie” (Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Canada e Australia). Ricordiamo che la NSA ha costruito una rete SIGINT in tutto il mondo assieme a Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, composta da stazioni riceventi dotate di decine di antenne paraboliche con diametro di 33 m. Tale rete, denominata ECHELON, era volta a intercettare, registrare e analizzare il traffico telefonico, fax, radio e dati raccolto dai satelliti spia statunitensi. Fraser spiega il suo atteggiamento sull’alleanza con gli Stati Uniti durante la guerra fredda, affermando che era una barriera all’espansionismo sovietico. Secondo il trattato ANZUS degli anni ’50, gli australiani furono costretti ad inviare truppe in Vietnam, Iraq e Afghanistan su richiesta degli Stati Uniti. Ma l’Unione Sovietica si disintegrò nel 1991, e con essa la minaccia globale scomparve. Tuttavia gli USA ampliarono Echelon modificandolo molto, divenendo esso stesso una minaccia. La differenza tra il periodo attuale e la guerra fredda, quando c’erano due superpotenze, è che oggi gli USA vogliono essere il capo militare ed economico e non hanno alcuna intenzione di lasciare tale posizione, a rischio di scatenare la terza guerra mondiale. Il coinvolgimento statunitense in Medio Oriente, con tutto ciò che accade in Siria e in Iraq, sembra essere il culmine del fallimento della politica statunitense. E’ tempo per l’Australia di evitare le guerre imperialiste statunitensi, ha detto Fraser.
Secondo l’ex-primo ministro John Malcolm Fraser l’alleanza con gli Stati Uniti non è più utile per il futuro dell’Australia e la dipendenza militare dagli Stati Uniti deve essere eliminata prima che l’Australia sia coinvolta in una guerra contro la Cina. Ciò non significa che l’alleanza con gli Stati Uniti debba essere sostituita da una con la Cina, ma che l’Australia deve garantirsi che australiani e cinesi non siano nemici, anche se gli USA lo volessero. Negli ultimi 25 anni, economicamente la Cina è riuscita a dimostrarsi l’alternativa più valida per l’Australia rispetto a Giappone, Unione europea e Stati Uniti. L’importazione massiccia di materie prime come minerale di ferro, carbone e gas liquefatto in Cina per 68 miliardi di dollari all’anno, aiuta l’economia australiana a non sentire gli effetti dolorosi della recessione globale e ad avere un tasso di crescita annuo del 4-5%. A differenza della Cina, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe preferenziali attraverso il trattato AUSFTA, all’importazione di cereali, ortaggi, frutta, carne, tabacco, cotone e tessuti australiani, per un valore di 9,2 miliardi di dollari USA all’anno. Washington ha cercato invano per anni d’imporre misure per eliminare, con la forza, l’Australia quale importante fonte di materie prime della Cina. L’amministrazione Obama usa il pretesto che il governo Abbott dovrebbe allinearsi alla politica statunitense sulle cosiddette misure per la riduzione del riscaldamento globale.
In occasione del sesto vertice dei BRICS tenutosi il 14-16 luglio 2014, la Presidentessa del Brasile ha proposto alla Cina un paio di progetti d’investimento di grandi dimensioni, a cui ha risposto immediatamente. Tra i 298 passeggeri morti nell’incidente aereo in Ucraina il 17 luglio, vi erano 28 australiani. Vero incidente o complotto degli statunitensi, il primo ministro australiano Tony Abbott ha accusato, con veemenza e senza prove, la Russia e le forze di auto-difesa di aver abbattuto il Volo MH17 con un missile antiaereo, con l’intenzione di inviare in Ucraina orientale truppe per operazioni speciali australiane, naturalmente dirette contro le forze di autodifesa fiancheggiando l’esercito ucraino. Ciò ha irritato la Cina, socio nei BRICS della vicina Russia e le conseguenze non tardano a comparire. La Cina, che acquista oltre il 60% del minerale di ferro venduto ogni anno in tutto il mondo, ha dato una risposta positiva alle proposte del Brasile e deciso di passare dalle importazioni dall’Australia a quelle dal Brasile. Il Brasile è un membro dei BRICS, seconda fonte di minerale di ferro nel mondo e sesta economia mondiale dal 2011, quando superò l’Inghilterra.  Pertanto, la società siderurgica cinese Wuhan sposta i suoi impianti siderurgici in Brasile acquistando azioni della seconda maggiore società mineraria brasiliana MMX (Mineracao & Metalicos). Wuhan ha investito nella costruzione del nuovo porto brasiliano di Acu, dalla superficie di 90 kmq e con l’acciaieria più moderna di tutte per la produzione dell’acciaio per costruzioni navali. Il gruppo cinese Baosteel ha investito a sua volta nelle azioni della Brasileira de Metalurgia e Mineracao (CBMM), il più grande produttore mondiale di niobio. Il Niobio è un metallo raro usato per avere acciai fortemente temprati. La logica cinese è elementare. Invece d’inviare 5 carichi di minerale di ferro, uno di carbone e uno di petrolio dall’Australia per produrre acciaio in Cina, è meglio usare minerale di ferro, petrolio, energia e lavoro brasiliani nel nuovo complesso siderurgico costruito dai cinesi in Brasile. Poi, solo una nave trasporterà i prodotti in acciaio in Cina, e il Brasile beneficerà anche della produzione d’acciaio per sviluppare la propria industria automobilistica.
Reagendo alla decisione della Cina, Tony Abbott ha cancellato i colloqui con gli omologhi cinesi sul rapido miglioramento delle relazioni bilaterali nella Difesa che permettesse una presenza militare cinese in Australia. La fregata australiana HMAS Warramunga era stata invitata per la prima volta a partecipare alle esercitazioni con navi della marina militare cinese. Queste manovre si sono svolte nel Mar Giallo, al largo delle coste nord-orientali della Cina, dove navi statunitensi, giapponesi e sudcoreani non furono mai invitate.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“L’inaffondabile portaerei” attraccherà mai nell’Estremo Oriente russo?

Andrew Korybko (USA)  Orientale Review 16 agosto 2014

42422Quando si pensa al nord-est asiatico e ai suoi attori politici, in genere non si pensa alla Russia nonostante il Paese occupi una quota enorme delle coste del Pacifico e confini con Cina, Corea democratico e Giappone (confine marittimo). Ciò è in gran parte attribuibile alla mancanza di attenzione ai vicini orientali dalla fine della Guerra Fredda. Tuttavia, ciò che è iniziato come  graduale svolta a Est, pochi anni fa, ora ha assunto nuovo slancio nel contesto della recente aggressione economica e politica dell’occidente alla Russia. Di conseguenza, le ultime mosse della Russia possono essere viste come perno sull’Asia. Anche se la relazione strategica dal 1996 con la Cina è alla base di tutto, non si dovrebbe presumerlo come intero pivot. Piuttosto, la Russia ha un forte interesse a collaborare con il Giappone (come il Giappone con la Russia), ma la controversia sulle Isole Curili, fabbricata dagli Stati Uniti, è stata strategicamente utilizzata per ritardare il riavvicinamento bilaterale dalla fine della Seconda guerra mondiale. Se il Giappone ha il coraggio di tranciare le catene politiche gli Stati Uniti e cedere le pretese sulle Curili del Sud, potrà liberarsi dall’ordine mondiale unipolare, anacronistico e soffocante, ed iniziare a inserirsi nella dinamica multipolare.

Breve excursus
La saga delle Isole Curili inizia nel 1855 quando Russia e Giappone firmarono il trattato di Shimoda, che concesse il controllo al Giappone delle quattro isole attualmente contese, mentre la Russia legittimava il suo controllo sul resto. Si divisero anche l’isola di Sakhalin. Questa disposizione fu cambiata in base al trattato di San Pietroburgo del 1875, quando alla Russia fu concessa tutta Sakhalin in cambio della cessione delle Curili al Giappone. 30 anni dopo, il trattato di Portsmouth del 1905, che pose fine alla guerra russo-giapponese, ancora una volta concesse la metà meridionale di Sakhalin al Giappone, a cui rimase fino alla fine della Seconda guerra mondiale. Nei giorni crepuscolari della guerra, secondo l’accordo di Jalta raggiunto dai Tre Grandi nel febbraio 1945, l’Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone e inviò le sue forze a riprendersi l’intero arcipelago delle Curili. E qui è il pomo della discordia, il Giappone ha dichiarato che le quattro isole in questione non fanno parte delle Curili e che l’URSS non avrebbe dovuto prenderne il controllo. Gli Stati Uniti, essendo l’occupante nel dopoguerra del Giappone ed esercitandovi la sovranità, ovviamente influenzarono la posizione di Tokyo nel suo atteggiamento politico regionale nella Guerra Fredda. Il fallimento dell’URSS (e ora Russia) e del Giappone nel firmare un trattato di pace formale ne ostacola i rapporti e da allora ciò è d’ostacolo ad una maggiore interazione post-Guerra Fredda.

Piccole isole, grande importanza
Russia: Quelle che possono sembrare isolette per la maggioranza delle persone sono in realtà dei pezzi molto importanti per i geostrateghi. Per i sovietici, la Curili forniscono una posizione difensiva contro il partner della mutua sicurezza del Giappone, gli USA, così impedendo a tale banda di controllare l’accesso al Mare di Okhotsk. Dopo la Guerra Fredda, tuttavia, divenne importante parte integrante dello Stato russo, che ormai affrontava minacce all’integrità territoriale nel Caucaso settentrionale. Per via delle guerre secessioniste in Cecenia, lo Stato russo è irremovibile nel proteggere tutti i territori da esso amministrati, comprese le Curili. Nel caso in questione, Medvedev visitò Kunashir, una delle isole rivendicate dal Giappone, nel 2012 e disse che l’intero arcipelago delle Curili è “parte importante della regione di Sakhalin e del territorio russo“.
Giappone: vede ancora le quattro isole Curili del Sud come parte dei suoi ‘Territori del Nord’ illegalmente occupate dalla Russia, una visione che gli Stati Uniti appoggiano. Per un Giappone in cui si risveglia il latente sentimento nazionalista, la questione delle Isole Curili può galvanizzare il pubblico nazionale e distrarlo dall’amara realtà economica. Il Giappone promuove la ‘Giornata dei Territori del Nord’ e inoltre recentemente ha istituito l’Ufficio di Pianificazione e Coordinamento della sovranità territoriale, mostrando così l’importanza che l’élite politica giapponese assegna alle diverse dispute territoriali di Tokyo con i suoi vicini, anche con la Russia.

Due sono una coppia, tre una folla
Se lasciati da soli, senza l’ostruzione di terze parti, Russia e Giappone avrebbero probabilmente già risolto la questione, ma gli Stati Uniti hanno interesse affinché ciò non accada. Si capisce che più il Giappone si comporta da attore indipendente seguendo politiche basate sui propri interessi, tanto meno gli Stati Uniti potranno influenzare la loro “portaerei inaffondabile” e quindi la regione nel complesso. Il riavvicinamento tra Russia e Giappone e la paralizzante influenza statunitense in Asia orientale, è uno degli incubi della politica estera statunitense in Eurasia, quindi, usa la sua influenza per fare sì che l’élite politica filo-statunitense del Giappone continui, e occasionalmente infiammi, la questione delle Curili per evitarli.

Demis-kurils-russian_namesGas per gli investimenti
Russia e Giappone in realtà hanno condivisi interessi nazionali su crescenti relazioni, così da rendere ancora più innaturale la questione delle Curili che si trascina da tempo, dimostrando il forte grado d’influenza degli Stati Uniti nel processo. Il Giappone consuma enormi quantità di risorse naturali, quasi tutte importate dall’estero, ed è il primo importatore di GNL del mondo. La domanda globale di gas naturale dovrebbe aumentare più velocemente di qualsiasi altra risorsa naturale,  aumentando del 64% tra il 2010 e il 2040, e il Giappone sicuramente rimarrà tra i primi consumatori. Questo è ancor più vero ora che l’industria nucleare, già predominante, ha subito un’importante battuta d’arresto con il disastro di Fukushima, anche se il Giappone flirta con l’idea di riattivare i suoi reattori. La Russia, gigante mondiale del gas, può facilmente soddisfare il crescente fabbisogno energetico del Giappone senza grandi sforzi. Oltre ad inviare GNL, potrebbe più convenientemente costruire un oleodotto direttamente da Sakhalin a Hokkaido. In cambio di una tale manna gasifera dalla Russia, il Giappone potrebbe essere allettato nel sviluppare la stagnante economia nell’Estremo Oriente russo, la cui crescita tramite l’aiuto degli Stati dell’Asia orientale è una delle priorità nazionali russe. Visto attraverso questo prisma reciprocamente vantaggioso, aumentare i legami russo-giapponesu è vantaggioso per entrambe le parti ed è nell’interesse logico di ogni attore.

Etero-dirigere l’Asia nordorientale
La strategia primaria degli Stati Uniti per impedire che Russia e Giappone approfondiscano la loro cooperazione energetica è cooptare il Paese con fantocci eterodiretti (LFB). Si pretende che il Giappone prenda l’iniziativa di adempiere agli obiettivi geopolitici statunitensi, cui le sue élite sono indotte erroneamente a credere vantaggiose anche per esse. Parte integrante di tale approccio è creare una strategia della tensione tra Giappone, Russia e (soprattutto!) Cina, infiammata dalla recentemente rinnovata insistenza di Tokyo sulle rivendicazioni territoriali di entrambi gli Stati.  Non sono Russia e Cina a voler cambiare la mappa dell’Asia nordorientale, ma il Giappone, spinto dagli Stati Uniti al fine di compensare entrambi questi titani e impedirne legami costruttivi con la loro “portaerei inaffondabile”. Il Giappone condivide anche certe somiglianze con la Turchia, il modello degli Stati Uniti di partner eterodiretto. Turchia e Giappone sono potenze regionali dai pruriti egemonici e d’influenza sulle loro ex-sfere, e i loro leader hanno una visione specifica di come trasformare i loro Paesi. Mentre Erdogan spera di consolidare il potere cambiando la costituzione e promuovendo il neo-ottomanismo, Abe reinterpreta la costituzione per rimilitarizzare il Giappone ed s’è appassionato al controverso revisionismo storico del Giappone imperiale. Mentre apparentemente intraprendono delle trasformazioni per rafforzare l”indipendenza’ dei loro Paesi, in sostanza tutto ciò che fanno li rende vassalli dell’unipolarismo statunitense che incespica sul mondo multipolare, perseguendo il vantaggio dei loro patrocinatori.

Lo spauracchio russo
Gli Stati Uniti hanno cercato di spaventare il Giappone facendogli pensare che una maggiore cooperazione energetica con la Russia consentirebbe a Mosca d’influenzare le politiche di Tokyo. Non solo ciò è ipocrita, detto dagli Stati Uniti (che ancora è la guida ufficiosa degli affari esteri del Giappone), ma è anche palesemente falso. La guerra delle sanzioni dell’UE contro la Russia dimostra che i Paesi clienti possono ancora provare ad influenzare una politica contraria ai loro partner, a prescindere dalle conseguenze economiche, se ideologicamente motivati. In ogni caso, non è previsto che il Giappone nemmeno si muova in tale direzione e presto, perché ha già aderito al carro delle sanzioni contro la Russia, su istigazione degli Stati Uniti. Inoltre presumibilmente esigerebbe anche che la questione delle isole Curili sia risolta in suo favore, prima di perseguire qualsiasi approfondimento delle relazioni, cose che, come le recenti esercitazioni militari russe suggeriscono, non accadrà.

Conclusione
Gli Stati Uniti da tempo sabotano la possibilità di un riavvicinamento sovietico/russo-giapponese post-seconda guerra mondiale, fabbricando appositamente la controversia sulle Isole Curili, il primo e più lungo dei ‘conflitti congelati’ post-Seconda guerra mondiale, per respingere tale prospettiva.  Come si vede, cooptando il Giappone e la sua leadership nel quadro della LFB dispiegato in tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno ora incaricato i loro ascari d’attivare controversie destabilizzanti con Russia e Cina, anche se contrari agli interessi nazionali del Paese. Con un Abe filo-statunitense e revisionista a governare la “portaerei inaffondabile”, il Giappone non potrà mai raggiungere l’inevitabile destinazione multipolare, poiché per farlo per prima cosa dovrà rinunciare irrevocabilmente alle pretese sulle Curili senza precondizioni, e cooperare strategicamente, ad alto livello, con il motore dell’ordine mondiale in evoluzione, la Russia.

Vladimir Putin, Shinzo AbeAndrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, ed attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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