Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’occidente batte in ritirata dall’Ucraina

MK Bhadrakumar - 24 settembre 2014putinrussiaskoreaConsiderando l’enorme pubblicità che la Casa Bianca ha dato la scorsa settimana alla visita del presidente ucraino Petro Poroshenko, con il ‘raro onore’ di presenziare una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, ed altro, si sarebbe pensato che l’amministrazione Barack Obama avesse un elevato umore bellicoso verso la Russia. Ma una lettura attenta delle osservazioni del presidente Obama dopo l’incontro con Poroshenko a Washington, fa sorgere dubbi. Obama è un politico intelligente che può fare apparire una ritirata come una vittoria. L’ha fatto in Afghanistan, lo fa in Ucraina? Si consideri ciò, Obama che ha disprezzato l’accordo di Minsk ne è ormai devoto. Sostiene anche che l’Ucraina dovrebbe avere “buone relazioni con tutti i suoi vicini, ad est e ad ovest”, e raccomanda che l’Ucraina perpetui i suoi forti rapporti economici e popolari con la Russia. Questo è il vecchio Obama. Si nota Obama consigliare Poroshenko risolvere i problemi direttamente con Mosca? Sembra così. Al ritorno a Kiev, Poroshenko ha svelato che l’Ucraina riceverà solo articoli militari “non letali”, ovviamente ben lungi dalla sua lista dei desideri. E come assistenza economica, la Casa Bianca ha accettato di concedere la somma principesca di 50 milioni di dollari di aiuti a Poroshenko, per tutto il 2015. Piuttosto tragicomico, in un momento in cui, secondo il FMI, l’Ucraina ha bisogno di 19 miliardi per l’anno prossimo, se la guerra civile continua, e solo come assistenza finanziaria per sopravvivere al prossimo anno, al culmine del programma di salvataggio globale dell’Ucraina. Nel frattempo, il FMI ha rivisto la stima di sei mesi prima e ora dice che per l’impressionante piano di salvataggio da 55 miliardi di dollari è necessario altro finanziamento estero per l’Ucraina. Gli esperti prevedono che tale cifra potrebbe alla fine avvicinarsi ai 100 miliardi piuttosto che ai 55 miliardi di dollari. E’ uno scherzo macabro dare la misera di 50 milioni dopo aver trascinato l’Ucraina nella guerra con la Russia. Dove prendere i restanti 18,45 miliardi di dollari per far sopravvivere l’Ucraina fino al prossimo anno? Beh, dall’Europa, dov’altro? E chi pagherà in Europa? Non Polonia, Lituania, l’Estonia, ma la vecchia ‘Vecchia Europa’. In sostanza, la Germania allenterà i cordoni della borsa. La cancelliera Angela Merkel deve saltellare pazzamente.
7dce79c77897e37de3d60b004dd738ff_ls Contrariamente alle stime precedenti, la contrazione economica dell’Ucraina quest’anno potrebbe rivelarsi a due cifre. Tutto ciò potrebbe spiegare alcuni passaggi interessanti relativi all’Ucraina nelle ultime settimane: a) la rapida decisione dell’Unione europea di congelare l’accordo di associazione frettolosamente firmato con l’Ucraina, almeno fino alla fine del 2015; b) il robusto appoggio dell’UE all’accordo di Minsk tra Kiev e i separatisti nel sud-est dell’Ucraina; c) l’incontro top secret tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Russia a margine della recente conferenza internazionale di Parigi sullo Stato islamico; d) il riconoscimento tardivo della NATO che la Russia ha ritirato le truppe dal confine con l’Ucraina; ed e) l’incontro tra i ministri degli Esteri di Russia e Stati Uniti a New York. Basti dire che il presidente russo Vladimir Putin ha ottenuto una grande vittoria diplomatica quando l’occidente ha riconosciuto che Mosca ha interessi legittimi in Ucraina. L’occidente non ha altra scelta che accettare il fatto che l’economia ucraina è legata a Mosca da un cordone ombelicale, e senza un’ampia cooperazione russa non potrà riprendersi.
Col senno di poi, Mosca ha fatto bene ad ignorare le sanzioni annunciate tre settimane fa dall’UE. Già si vede Poroshenko guardare Putin come, forse, suo interlocutore più consequenziale. Allo stesso tempo, Washington dovrebbe cominciare a rendersi conto che coinvolgere Mosca è necessria per mobilitare efficacemente la campagna internazionale contro lo Stato islamico. Potrebbe essere il segnale che il vento muta direzione, l’ex-segretario della Difesa e deputato conservatore inglese, Liam Fox, avvertire oggi esplicitamente Europa ed Stati Uniti sulle minacce alla Russia per l’Ucraina. Fox ha detto, “Penso che sia molto importante evitare di credere che l’occidente possa o debba fare ciò che chiaramente non potrà fare. Le false minacce, credo, sono un grosso problema. Dobbiamo guardare ad altri modi di affrontare la situazione ucraina“. Bravo! Non stupitevi, quindi, se uno di questi giorni Putin aiuti Obama, ancora una volta, sulla Siria. La Russia può aiutare Obama a legittimare la campagna internazionale contro lo Stato islamico, ottenendo un mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; la Russia può essere utile per un accordo degli Stati Uniti (o mancanza di esso) con il presidente siriano Bashar al-Assad. Nessun errore, la posizione della Russia (qui, qui e qui) sulla minaccia dello Stato islamico è inequivocabile ed ampiamente favorevole alla campagna internazionale guidata dagli Stati Uniti. Unica avvertenza della Russia è che le operazioni degli Stati Uniti in Siria debbano avere il concorso del governo siriano ed avere il mandato delle Nazioni Unite, ma ciò che frena Obama dal cercare il mandato delle Nazioni Unite è anche il timore che Mosca non collabori. Molto probabilmente, il ghiaccio sarà rotto oggi, nella riunione tra Sergej Lavrov e John Kerry a New York. La nuova guerra fredda, iniziata con il botto, potrebbe finire con un gemito.

1977175Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Ucraina non si riprenderà mai la Crimea

Saker Russia InsiderVineyard Saker

z15530994Q,Mapa_KrymuIl ministro della Difesa ucraino Valerij Geletej difficilmente è una persona credibile. Non solo recentemente ha detto che la Russia aveva minacciato l’Ucraina di attacchi nucleari, ma ha anche detto a un giornalista ucraino che la Russia aveva già compiuto due attacchi nucleari tattici sulla città di Lugansk (chiaramente per spiegare la ritirata delle forze ucraine da lì). La junta poi ha negato la storia e incolpato il giornalista che per primo l’ha resa pubblica. Nonostante tali buffonate, Geletej ha comunque catturato l’attenzione del mondo quando ha promesso alla Rada che l’Ucraina avrebbe ripreso la Crimea ed organizzato la parata della vittoria a Sebastopoli. La Rada (il parlamento ucraino) ha salutato la promessa con una standing ovation. La verità è che non accadrà mai. Ecco perché:
Entro il 2020 la Russia avrà completato il seguente piano di difesa:
•86,7 miliardi di rubli saranno spesi per modernizzare la Flotta del Mar Nero. I piani di modernizzazione comprendono il dispiegamento delle ultra-moderne fregate Projekt 11.356 e degli avanzati sottomarini d’attacco diesel-elettrici Projekt 636.3.
• Un gruppo distaccato dell’esercito, come a Kaliningrad, sarà formato e verrà creata una base per bombardieri. La componente delle forze terrestri comprende una brigata d’assalto aerea, una brigata Spetsnaz, una brigata di fanteria di marina e una brigata di fucilieri motorizzati. In precedenza, altre fonti hanno parlato di uno o due brigate aeroportate, due o tre brigate di fucilieri motorizzati e una brigata carri.
• L’aeronautica russa prevede d’implementare in Crimea i bombardieri Tupolev Tu-22M3 Backfire, che potranno difenderla non solo da qualsiasi minaccia navale, ma anche distruggere le componenti chiave del sistema antimissili balistici USA/NATO ora schierato in Europa meridionale.
• Infine, la Crimea sarà difesa da missili della difesa costiera, sistemi di difesa aerea e missili da crociera antinave.
In altre parole, la Crimea diventerà una formidabile piazzaforte, una portaerei inaffondabile se si vuole, posizione ideale per la proiezione di potenza delle forze militari russe su Europa meridionale, Balcani, Mediterraneo, Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale. Nessuna meraviglia che USA/NATO ci siano rimasti così male.
Parlando di Stati Uniti e NATO, molto è detto sulla presenza di navi dell’US Navy nel Mar Nero. In realtà, l’US Navy non costituisce una minaccia per la Russia, almeno non nel Mar Nero. Il Mar Nero è un mare piccolo, almeno per gli standard dell’US Navy, dove una sua nave, sott’acqua o in superficie, sarà bersaglio delle forze russe, in particolare degli attacchi missilistici. L’US Navy sa che tali suoi vascelli fanno nel Mar Nero ciò che si chiama “mostrare bandiera”. Questo non ha nulla a che fare con minacciare la Russia o la Crimea. Se gli Stati Uniti davvero volessero minacciare la Russia, l’ultima cosa che l’US Navy farebbe è entrare nel Mar Nero. L’US Navy è un marina oceanica, una “blue water navy” che combatte a lunga distanza e non sui mari litoranei delle “acque verdi”, tanto meno nelle “acque marroni” dei mari costieri. Infine, la storia ha dimostrato che la Crimea è ideale per la difesa ed assai difficile da occupare. Via terra, la Crimea è accessibile solo da poche strade aperte e indifese a nord. Secoli di guerra l’hanno trasformata in una groviera di strutture come gallerie, bunker e fortificazioni sotterranee.
Ultimo ma non meno importante, la Crimea è ormai già completamente integrata nel Distretto Militare meridionale dell’esercito russo (con base a Rostov sul Don) e come tale avrà il pieno sostegno di tutte le forze armate russe.

tu-22m3-backfire64f3f612de72f1ce8f1df964283ca6953d12ebe50428Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA provocano l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 21/09/201424dcd34b-6e5d-46db-ac81-eda73e1b37eb_RTX13JW3 L’Iran e sei potenze mondiali (Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno iniziato un vertice tra esperti sul programma nucleare di Teheran il 19 settembre, nell’ambito degli sforzi per giungere a un accordo dalla fine di luglio su come risolvere la decennale controversia che ha suscitato timori di una guerra in Medio Oriente. Seyed Abbas Araghchi, Viceministro degli Esteri iraniano, ha detto che prima che i colloqui iniziassero tali gravi divergenze rimanevano, ma l’Iran spera di avere risultati positivi con il gruppo 5+1 e soprattutto con Stati Uniti, Russia e Cina. Vi sono chiari segnali che l’Iran non sia disposto a pagare qualsiasi prezzo. Il rispetto dei diritti e delle conquiste degli scienziati iraniani è per l’Iran la linea rossa da non superare. Il 24 novembre 2013, l’accordo interinale di Ginevra, ufficialmente intitolato piano d’azione comune, è un patto firmato tra Iran e i Paesi P5+1 a Ginevra, Svizzera. Si tratta del congelamento a breve termine di parte del programma nucleare iraniano in cambio della riduzione delle sanzioni economiche contro l’Iran, mentre si lavora a un accordo a lungo termine. Rappresenta il primo accordo formale tra Stati Uniti ed Iran in 34 anni. L’attuazione dell’accordo ebbe inizio il 20 gennaio 2014. In un primo momento i colloqui furono programmati per entro il 20 luglio 2014, poi la data fu spostata a novembre. L’accordo interinale di Ginevra è in vigore da un anno, alla data della firma, quindi un nuovo accordo dovrebbe vedere la luce prima del 24 novembre. C’è poco tempo e la situazione è critica. Gli Stati Uniti lo sanno e non importa quale politica speciale attui il dipartimento di Stato. Il segretario di Stato John Kerry dice di voler giungere a un accordo d’importanza universale ma, come prima, insiste su concessioni dall’Iran. Spera che l’Iran mostri un ingegnoso e ben pensato approccio per dimostrare che è pronto alla cooperazione. La posizione degli Stati Uniti prevede che compromessi e revoca delle sanzioni debbano essere collegati alle concessioni dall’Iran senza legami con il programma nucleare.
Incontrando il ministro degli Esteri della Finlandia a Teheran, Ruhani ha condannato tale politica dicendo: “Oggi anche noi siamo pronti a continuare i colloqui per giungere a un accordo definitivo, ma non se il G5+1 ha intenzione di fare pressione ai colloqui sull’Iran per impedirne il progresso scientifico e tecnologico, la strada per un accordo è aperta“. Ha osservato che l’Iran non accetterà un qualsiasi approccio discriminatorio contrario alle leggi internazionali e che vuole avere gli stessi diritti degli altri membri dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Pur sottolineando che i colloqui di Ginevra hanno deciso l’accordo a breve termine, successivamente prorogato, il Presidente ha detto, “La nostra linea rossa è i nostri sviluppo scientifico e ricerca nucleare, e l’Iran in alcun modo negozierà la sua Difesa, come il programma missilistico“. Ovviamente, le richieste di Washington sono inaccettabili. Ad esempio, la Casa Bianca insiste sulla riduzione del programma missilistico iraniano. La delegazione russa è guidata dal Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov che ha detto nell’intervista a RIA Novosti del 16 settembre, che la posizione degli Stati Uniti sulla questione nucleare iraniana è controproducente e affligge le prospettive per giungere a un accordo nei colloqui a New York. Secondo lui, non ci dovrebbero essere restrizioni al programma missilistico iraniano. La Russia non ha mai sostenuto tale approccio e non lo farà mai. Ecco dove le parti si bloccano. Foreign Policy scrive che la politica occidentale in Iran è sbagliata. Se la politica non viene rettificata sarà estremamente difficile aspettarsi un risultato positivo nel vertice Iran-Sestetto. Il nocciolo del problema è se Stati Uniti e NATO vogliono veramente chiudere il dossier iraniano. Con pretese inammissibili vogliono il pretesto per continuare ad imporre sanzioni e fare leva sull’Iran. Ma l’Iran è irremovibile nel non cedere alle pressioni. Ad esempio, l’Iran ha rifiutato di cooperare con gli Stati Uniti sullo Stato islamico. Il 15 settembre, l’Iran respinse la richiesta statunitense di cooperare nella lotta contro i militanti dello Stato islamico, ma gli Stati Uniti hanno detto che la porta rimane aperta all’opportunità di fare causa comune con il principale avversario in Medio Oriente. Il rifiuto dell’Iran è giunto mentre le potenze mondiali s’incontravano nella capitale francese accettando di usare “tutti i mezzi necessari” per combattere i militanti in avanzata in Iraq e Siria. L’Iran ritiene che gli statunitensi formino la coalizione contro lo Stato islamico per giustificare la loro presenza in Medio Oriente. Questo punto di vista è espresso dal leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khameney, che ha twittato il suo rigetto dell’impegno internazionale e ha rivelato un’offerta di collaborazione sottobanco, non specificata, degli statunitensi contro i militanti. Khameney ha detto che l’Iran ha respinto la richiesta degli Stati Uniti per via delle “cattive intenzioni” di Washington, ha riferito l’agenzia della Repubblica islamica. L’agenzia Reuters ha citato Khameney dire alla televisione iraniana che la richiesta degli Stati Uniti è “vuota e strumentale”, facendo eco alle affermazioni iraniane secondo cui le nazioni occidentali cercano di espandere la propria influenza nella regione, nell’ambito della campagna contro lo Stato islamico. “Ho rifiutato le offerte all’Iran sull’IS poiché gli Stati Uniti sono corrotti nella questione. Anche Zarif ha respinto l’offerta del segretario di Stato USA” ha detto. È la prima volta che il tentativo degli Stati Uniti di accordarsi con l’Iran sulla questione dello Stato islamico diventa pubblico. Il fatto che l’Iran abbia reso pubblico il rifiuto di compromettersi con gli Stati Uniti a scapito dei propri interessi nazionali, è il chiaro segnale che Teheran ha tracciato la linea rossa verso Washington.
Gli statunitensi cercano di accordarsi con l’Iran a danno di Mosca. L’idea è sostituire il petrolio russo sul mercato mondiale con forniture iraniane in cambio dell’eliminazione delle sanzioni. I media occidentali diffondono voci circa l’intenzione dell’Iran di approfittare della crisi ucraina ed iniziare le esportazioni di petrolio verso l’Europa. Storie vengono fatte circolare su Teheran che accetta di lasciare che le forze della NATO attraversino il suo territorio. Si sente in giro che l’Iran è pronto a sospendere il suo sostegno al governo siriano in cambio della fine delle sanzioni. Tutte queste voci non hanno nulla a che fare con la realtà. Non è null’altro che aria fritta. Il vero rapporto nel quadro Iran-USA-Russia è molto diverso. Gli iraniani sono un popolo sobrio che considera le offerte di Washington con attenzione; è l’atteggiamento giusto. Tutti i tentativi degli Stati Uniti di inserire un cuneo tra Russia e Iran sono andati in malora, essendo condannati fin dall’inizio. L’Iran ritiene che gli Stati Uniti non abbiano abbandonato il vecchio desiderio di cambiare il sistema politico in Iran. Quindi non vi è alcun motivo di aspettarsi che i colloqui abbiano successo entro la data assegnata dall’accordo di Ginevra, il 24 novembre. Inoltre, poche settimane prima dei prossimi colloqui, gli Stati Uniti hanno preso nuove misure per complicare i rapporti con Teheran. Il 29 agosto, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a più di 25 imprese, banche ed individui che sospettano lavorare al programma nucleare iraniano, sostenere il terrorismo e aiutare l’Iran ad eludere le sanzioni. Le misure statunitensi impediscono le transazioni con le parti designate, congelandone i beni e bloccandoli nella giurisdizione degli Stati Uniti. Washington ha detto che le sue azioni sono in linea con l’impegno ad alleggerire le sanzioni in cambio della sospensione del programma. In una dichiarazione, il sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria David Cohen ha detto che l’azione di Washington nell’imporre le nuove sanzioni “riflette la nostra volontà di continuare ad agire contro chiunque ovunque violi le nostre sanzioni”. Alti funzionari dell’amministrazione hanno detto che le ultime sanzioni includono il ricorso contro la Banca Asia della Russia, che secondo Washington è coinvolta nella conversione ed invio di dollari USA al governo iraniano. Inoltre le imprese colpite hanno aiutato l’Iran a sostenere il governo del Presidente Bashar Assad in Siria. Non c’è dubbio che la mossa influenzerà negativamente l’esito dei colloqui.
Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran recentemente inflitte ostacoleranno i colloqui sul programma nucleare del Paese, ha avvertito il ministero degli Esteri iraniano. I commenti del presidente iraniano Hassan Ruhani affermano che il Paese dovrebbe “resistere” alle misure. La portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che le nuove sanzioni potrebbero compromettere l’accordo nucleare tra Iran e potenze mondiali, ha riferito il 30 agosto l’agenzia di stampa ufficiale IRNA. “Tali azioni hanno un impatto negativo e non costruttivo sull’andamento dei colloqui. La Repubblica islamica dell’Iran rifiuta ogni interpretazione unilaterale e strumentale dell’accordo di Ginevra dello scorso anno“, ha detto aggiungendo che “l’Iran è fermamente convinto che le sanzioni siano contrarie agli impegni assunti dagli Stati Uniti in virtù dell’accordo di Ginevra”. Anche Ruhani ha attaccato le sanzioni, dicendo che sono un'”invasione della nazione iraniana”. “Dobbiamo resistere all’invasione e mettere gli invasori al loro posto. Non dovremmo permettere la continuazione e ripetizione dell’invasione“. La televisione di Stato iraniana ha anche detto che la mossa viola l’accordo provvisorio raggiunto con le potenze mondiali secondo cui le nazioni occidentali accettano di alleggerire le sanzioni in cambio del rallentamento delle attività nucleari dell’Iran. Gli Stati Uniti prestano poca attenzione a ciò che dice Teheran. I funzionari sottolineano che l’azione non costituisce un ampliamento delle sanzioni, ma piuttosto applica le sanzioni esistenti. Sembra che Iran, Russia e Cina dovranno adottare nuove iniziative nel caso in cui l’occidente violi gli accordi di Ginevra. Geografia, ricchezza energetica, potenziale umano e militare potranno fare dell’Iran un potente e stabile Stato mediorientale, un fatto indiscutibile. L’idea dell’isolamento internazionale di Teheran proposto da Washington è arcaica ed obsoleta da tempo. Isolare l’Iran quando i terroristi occupano un terzo del territorio iracheno, minaccia seriamente gli sforzi internazionali per la pace. Il Medio Oriente ha urgente bisogno di un Iran potente ed indipendente, immune agli sforzi degli Stati Uniti per fare pressione sul suo processo decisionale. Date le circostanze, la prima cosa che Russia e Cina dovrebbero fare è ignorare le sanzioni, sostenute in passato dai due membri al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Togliere il divieto di cooperazione militare con Teheran è una decisione tempestiva e motivata.
Le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti sono sempre stati illegali, ed ora sono strumento di ricatto contro le Nazioni Unite che, di fatto, ha ceduto la questione ai “Big Six”. L’organizzazione si tiene lontana dalla questione. La partecipazione al processo di negoziazione di Catherine Ashton, l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea, è illegale; la commissaria non ha alcuna giustificazione per partecipare ai colloqui. Quando si parla dell’Iran, i negoziatori occidentali danzano in sintonia di Washington, come quando definiscono la loro politica verso l’Ucraina.

CHINA-CICA-DIPLOMACYLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I veri eroi del cessate il fuoco di Kiev

F. William Engdahl New Eastern Outlook 23/09/201410469740Il governo di Kiev del presidente Petro Poroshenko ha improvvisamente accettato, tra tutte le cose, una proposta di cessate il fuoco quasi identica alla proposta presentata dal presidente russo Vladimir Putin. Il cessate il fuoco, che sembra essere più o meno tenere da diversi giorni, ha colto di sorpresa Washington e costretto i falchi dell’amministrazione Obama a fare pressione sull’UE nell’ultimo vertice concordando nuove sanzioni contro la Russia in ogni caso. Tutto sottolinea la natura ipocrita della guerra in Ucraina, una mossa dei falchi di Washington per dividere la Russia dall’Unione europea, in particolare dalla Germania, e imporre una nuova guerra fredda con la Russia, ancora una volta “Impero del Male”. Ma non funziona come previsto, comunque. Alcune settimane prima Poroshenko e il regime di Kiev annunciarono con grande spavalderia il lancio della loro “operazione anti-terrorista” per schiacciare la rivolta armata in varie parti dell’Ucraina orientale che esigevano autonomia e diritti, compreso il diritto a continuare a parlare e scrivere in russo. Ora, circa quattro mesi dopo ciò che è divenuta una guerra civile, un blogger ben informato afferma: “L'(esercito ucraino) non si ritira da uno, due o tre direzioni, si ritira da ovunque (tranne a nord di Lugansk). Interi battaglioni lasciano il fronte agli ordini dei loro comandanti di battaglione e senza l’approvazione dei capi della junta. Almeno un comandante di battaglione è già stato condannato per diserzione. L’intera leadership ucraina sembra preda del panico, soprattutto Jatsenjuk e Kolomojskij, mentre i nazisti sono incazzati neri verso l’amministrazione Poroshenko. Vi sono voci di un colpo di Stato anti-Poroshenko degli indignati nazisti… Al 4 settembre, secondo fonti ucraine, le seguenti unità delle Forze Armate dell’Ucraina erano state distrutte:
1.ma Brigata corazzata con 50 carri armati T-64 Bulat e altri veicoli blindati. L’unica unità ucraina dotata della versione modernizzata T-64BM “Bulat”. (76 unità dall’ottobre 2011). Era sul fronte settentrionale di Lugansk.
24.ma Brigata meccanizzata Javorov, oblast di Lvov. Un battaglione distrutto nella sacca meridionale. Gli altri due battaglioni distrutti il 12-14 agosto nelle battaglie per Saur-Mogila. I resti della brigata sono stati dichiarati “disertori” e processati a Melitopol.
30.ma Brigata meccanizzata Novograd-Volinskij, oblast di Zhitomir. 1° e 3° battaglione distrutti nella regione di Krasnij Lutz, nella prima metà di agosto. Il 2° battaglione distrutto a Stepanovka il 12-14 agosto. Di 4000 soldati solo 83 ne sopravvivono. Altre unità si ritirarono dal territorio il 27 agosto.
51.ma Brigata meccanizzata Vladimir-Volin, regione di Volin. Parzialmente distrutta nella sacca meridionale all’inizio di agosto. Il terzo battaglione distrutto a Ilovajsk alla fine di agosto. I resti, 500 uomini, hanno collaborato con la 92.ma Brigata, ma sono stati distrutti nella sacca di Amvrosievka il 30 agosto.
72.ma Brigata meccanizzata Bila Tserkva, regione di Kiev. Distrutta completamente nella sacca meridionale all’inizio di agosto. I circa 400 superstiti dichiarati “disertori” e dispersi in luoghi diversi.
79.ma Brigata aeromobile Nikolaev e Belgorod, regione di Odessa. Distrutta nella sacca meridionale ad inizio agosto. I restanti 400 uomini sono rientrati nella loro base.
92.ma Brigata meccanizzata Klugie-Maskirovka, regione di Kharkov, fronte di Lugansk. Un battaglione nella zona di Kharkov. Un convoglio di rifornimenti subì un’imboscata dei partigiani il 29 agosto, che distrussero diversi veicoli e uccisero due soldati. Un gruppo tattico di 2500 uomini, 16 carri armati, artiglierie semoventi, corazzati da trasporto truppa e camion, circa un centinaio di mezzi in totale, fu inviato sul fronte di Ilovajsk il 23 agosto. Tutti distrutti nella sacca di Amvrosievka il 30 agosto.
Poi le seguenti unità hanno subito gravi perdite nelle ultime battaglie:
25.ma Brigata aeroportata, regione di Dnepropetrovsk. Ad aprile sei blindati BMD con gli equipaggi disertavano a Slavjansk. L’unità fu “sciolta” su ordine del presidente ad interim Aleksandr Turchinov. Un Il-76 fu abbattuto sull’aeroporto di Lugansk, con conseguenti 49 decessi. Un battaglione distrutto nella battaglia di Shakhtjorsk all’inizio di agosto. Un altro battaglione distrutto un paio di giorni fa nella zona Marinovka-Kozhevnij.
95.ma Brigata aeromobile Zhitomir. Partecipò alle battaglie fin dall’inizio, attualmente l’unità dell’esercito ucraino più esperta ed efficiente. Intrappolata nella sacca di Amvrosievka dal 24 agosto.
17.ma Brigata corazzata Krivoj Rog. Numerosi carri armati distrutti o catturati. Alcune unità eliminate ad Ilovajsk.
128.ma Brigata meccanizzata Mukachevo, regione di Zakarpazia (fanteria di montagna). Sul fronte di Lugansk. Ha perso tutto l’equipaggiamento nella sacca meridionale. Un battaglione è stato trasferito di nuovo in Transcarpazia per sedarvi la rivolta. Più morta che viva.
Questo elenco chiarisce il motivo per cui l’oligarca Poroshenko, presidente dell’Ucraina, ha accettato il cessate il fuoco. Qualunque cosa il deposto Presidente Janukovich possa aver fatto con la sua polizia all’inizio di Piazza Majdan e delle altre proteste antiregime nel novembre 2013, non ha mai ordinato a una forza militare così massiccia di schiacciare l’occupazione da parte di cittadini degli edifici governativi. Gli edifici governativi furono occupati, è importante ricordare, subito dopo che il regime golpista a Kiev s’era installato, con dei neo-nazisti apertamente dichiarati in posti chiave come i ministeri degli Interni e della Difesa, e un Primo ministro scelto dagli USA, Jatsenjuk, capo del governo che discuteva come vietare la lingua russa e altre misure restrittive contro l’etnia russa nell’est. Una volta che i cittadini di Crimea hanno votato il referendum del 16 marzo, con più del 93% di approvazione all’adesione alla Federazione russa e l’approvazione del Parlamento russo, i russi e altri timorosi del nuovo regime a Kiev iniziarono a protestare chiedendo un sistema federale ucraino che garantisse la libertà di lingua e altri diritti. La risposta del regime gangsteristico di Jatsenjuk a Kiev, appoggiato dagli USA, fu la bruta forza militare.

La guerra etnica di Kiev
Il regime golpista di Kiev ha proceduto dal 22 febbraio 2014 a scatenare una guerra di sterminio e pulizia etnica in Ucraina orientale, supportato ampiamente dall’esercito privato dei neo-nazisti di Pravij Sektor, che gestiva la sicurezza in piazza Maidan e imposto il terrore contro gli ucraini russofoni. I battaglioni sono formati da neo-nazisti e altri mercenari che hanno ricevuto lo status di soldati della “Guardia Nazionale ucraina” dallo Stato, e finanziamenti dal boss mafioso e miliardario oligarca ucraino Igor Kolomojskij, in parte dal miliardario oligarca Rinat Akhmetov e da Oleg Ljashko, truffatore e politico di Kiev. Tali mercenari hanno intrapreso una guerra selvaggia in Ucraina da marzo 2014, uccidendo indiscriminatamente, bombardando i villaggi per scacciarne la popolazione, e in ultima analisi, cercare di provocare fino alla fine l’invasione militare russa, per permettere a Washington di utilizzarlo come pretesto per mobilitare la NATO trasformando la mappa politica di Europa, Russia, Cina e del mondo. Dall’inizio di ciò che Kiev chiama provocatoriamente “operazione anti-terrorsimo” (ATO), contro i ribelli dell’Ucraina orientale, nell’aprile 2014, 2593 persone sono morte negli scontri, mentre oltre 6033 sono state ferite. Secondo le Nazioni Unite, il numero di ucraini sfollati ha raggiunto i 260000, e altri 814000 si sono rifugiati in Russia. La guerra ha imperversato nelle roccaforti ribelli di Lugansk, Slavjansk, Donetsk e Marjupol sul Mar d’Azov.

La NATO è il vero problema
Il problema più profondo di questa guerra viene sistematicamente oscurato da tutti i principali media in Germania, UE e Stati Uniti. Il vero problema è la minaccia dell’espansione verso est della NATO, l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti che, secondo tutte le norme, avrebbe dovuto essersi dissolta venti anni fa, dopo che l’Unione Sovietica chiuse il Patto di Varsavia. Invece di ridurre il profilo della NATO, in violazione degli impegni solenni di Washington verso la Russia, i falchi neo-conservatori statunitensi, durante gli anni di Clinton, iniziarono l’espansione della NATO verso est in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e oltre. Nel 2004 Washington avviò con successo la rivoluzione colorata per i cambi di regime in Ucraina e nella vicina Georgia, installando presidenti impegnati a trascinare nella NATO questi due Stati ai confini russi. Le crescenti minacce dell’espansione della NATO alla sovranità russa, andarono oltre la ragione, come si è visto a Mosca, quando all’inizio del 2007 l’amministrazione del presidente George W. Bush annunciò che gli Stati Uniti, in effetti, volevano ciò che il Pentagono chiama supremazia nucleare, la capacità di lanciare impunemente un primo attacco nucleare contro la Russia. Bush aveva ordinato l’installazione di basi per missili antibalistici e speciali stazioni radar phased-array statunitensi in Polonia e Repubblica ceca, permettendo agli Stati Uniti di distruggere qualsiasi risposta nucleare russa al primo attacco nucleare contro silos missilistici e basi della difesa russi. Funzionari di Bush mentirono apertamente affermando che miravano a un inesistente attacco missilistico dall’Iran “canaglia”. Miravano esattamente alla Russia. Già nel febbraio 2007, il presidente russo Vladimir Putin ne parlò all’annuale Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco in Germania, già Conferenza Wehrkunde. Con un discorso straordinario sotto qualsiasi aspetto, Putin dichiarò:
La NATO ha piazzato le sue forze di prima linea ai nostri confini… E’ ovvio che l’espansione della NATO non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’alleanza o con la sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce la fiducia reciproca. Abbiamo il diritto di chiederci: contro chi viene intesa tale espansione? E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia?
Parlando al quartier generale della NATO nel marzo 2007, il capo dell’US Ballistic Missile Defense, generale Henry Obering, disse che Washington voleva creare un sistema radar antimissile nel Caucaso, molto probabilmente nelle repubbliche ex-sovietiche di Georgia e Ucraina. In particolare, uno dei pochi capi occidentali al momento espresse allarme per l’annuncio degli Stati Uniti dei piani per costruire le difese missilistiche in Polonia e Repubblica Ceca, fu l’ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Schroeder s’era guadagnato lo status di ‘nemico’ de facto dell’amministrazione Bush per la sua decisa opposizione alla guerra in Iraq nel 2003. Parlando a Dresda l’11 marzo del 2007, alcuni giorni dopo le osservazioni a Monaco di Baviera del Presidente Putin, Schroeder dichiarò che gli sforzi degli USA per piazzare il proprio sistema antimissile in Europa orientale rientravano nel perseguimento “della folle politica di accerchiamento della Russia“. Schroeder avvertì che si rischiava una nuova corsa agli armamenti mondiale. La preoccupazioni di Schroeder erano fin troppo precise, come gli eventi successivi hanno ormai dimostrato. Fallito il primo tentativo di rivoluzione colorata per trascinare Ucraina e Georgia nella NATO, Washington segretamente preparò la “rivoluzione” di piazza Majdan del febbraio 2014, installando un regime di psicopatici dichiarati. La loro guerra spietata al proprio popolo, lungo i confini con la Russia in Ucraina orientale, così come le minacce di tagliare i gasdotti russi per l’Europa occidentale, sono stati accuratamente progettati per trascinare la Russia in un errore che potesse dare alla NATO il pretesto per agire. Noi tutti dovremmo ringraziare Dio che ciò non sia avvenuto, e che la Russia abbia agito con notevole moderazione. Invece, la milizia dei cittadini dell’Ucraina orientale combatte per le proprie case, terre, famiglie e amici, in parte aiutata dai russi, combattendo una battaglia incredibile; una battaglia per fermare la follia messa al potere a Kiev dai neoconservatori del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, come l’assistente del segretario Victoria “Fuck the EU” Nuland e il direttore della CIA John Brennan, e altri dell’amministrazione Obama. L’obiettivo della fazione guerrafondaia di Washington era ed è ancora perpetuare la nuova agenda bellica neo-conservatrice, dividendo Russia e Eurasia dall’UE, in particolare dalla Germania, accerchiare ed infine distruggere la minaccia emergente dell’alleanza Russia-Cina, l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e l’organizzazione correlata BRICS. Infine, con la dichiarazione di Poroshenko di un cessate il fuoco in Ucraina, è il momento di riconoscere il debito di gratitudine che tutti gli amanti della pace e i popoli civili nel mondo devono ai cittadini dell’Ucraina orientale, il cui rifiuto di consentire la distruzione delle loro vite per mano di una banda di barbari criminali finanziati dagli USA a Kiev, ha contribuito ad evitare la guerra mondiale.
L’aspetto più allarmante della crisi in Ucraina oggi è l’ignoranza totale nella stampa dell’Europa occidentale, a causa della censura de facto della NATO, sulla vera posta in gioco nella guerra in Ucraina. Niente di meno che la possibile dissoluzione termonucleare, non di Washington, i cui falchi hanno avviato l’espansione della NATO e la minaccia del primo colpo nucleare, ma dell’Europa occidentale. Tale guerra trasformerebbe l’Europa occidentale, dalla Polonia e Repubblica Ceca ad oltre, nel campo di battaglia nucleare di quel che alla fine sarebbe una nuova guerra mondiale. Ciò almeno dovrebbe meritare un dibattito sobrio e aperto sui media mainstream.

10489922F. William Engdahl è consulente di rischi strategici e docente, è laureato in politica presso la Princeton University ed autore di best-seller su petrolio e geopolitica, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Novorossija, da Washington a Minsk

Alessandro Lattanzio, 22/9/2014

tjPISeaCXVoIl 14 settembre si svolgevano pesanti scontri presso l’aeroporto di Donetsk, dove i rinforzi majdanisti per le truppe accerchiate furono bloccati e distrutti. Combattimenti a Debaltsevo, mentre Gorlovka-Pantelejmonovka veniva liberata. Bombardamenti su Zhdanovka. A nord di Pervomajsk, una colonna di majdanisti veniva distrutta presso il villaggio Novotoshovskij. Nella settimana precedente, presso Marjupol, i majdanisti persero in due imboscate tese dai federalisti 24 carri armati T-64 (6 catturati), 4 BTR e 14 autoveicoli. Nel tentativo di occupare Telmanovo a 45 km a nord-est di Marjupol, gli ucraini persero 9 blindati KrAZ Cugar, catturati dai federalisti. Le FAN consolidavano le difese con fortificazioni e fossati anticarro presso Makeevka, Marinka, Peski, Karlovka, Kharzysk, Zugres e Stepano-Krinka, inoltre fondavano vari di centri di addestramento per sminatori, genieri, artiglieri, squadre speciali e per le manovre rapide di contrattacco, ed infine riparavano circa 220 mezzi blindati. Presso l’aeroporto di Donetsk, il 1.mo Battaglione d’Artiglieria Kalmjus delle FAN bombardava i majdanisti, eliminando 9 nazisti del battaglione Dnepr, la metà dei membri del Corpo Volontari di Pravij Sektor e del battaglione banderista dell’OUN, e 20 soldati dei resti della 93.ma brigata ucraina.
Il 15 settembre, a Donetsk oltre 20 civili venivano uccisi dai bombardamenti dei majdanisti. Gli ucraini bombardavano anche il villaggio di Petrovskoe, uccidendo un civile. Tra Gorlovka e Makeevka, le FAN accerchiavano un gruppo dell’esercito ucraino. A Stakhanov, l’assalto di forze blindate majdaniste veniva respinto con la totale distruzione dei mezzi corazzati ucraini. Bombardate Kirovskoe, Elenovka, Makeevka, Shakhtjorsk, Khartsyzsk e Dokuchaevsk.
Il 16 settembre, le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk avrebbero istituito formalmente le Forze Armate di Novorossija, con a capo il presunto Tenente-Generale Ivan Anatolevich Korsun. A Donetsk venivano eliminati tre gruppi di sabotatori ucraini.
Il 17 settembre, a nord di Lugansk, continuavano gli scontri presso Shastie, Stanitsa Luganskaja, Slavjanoserbsk e Veselaja Gora. I neonazisti danneggiavano la centrale elettrica di Lugansk, lasciando senza elettricità la maggior parte della regione. La junta naziatlantista di Kiev continuava a distruggere le infrastrutture locali del Donbas. Infine, i nazisti ucraini, gli ‘ucrofascisti’, assassinarono 55-60 civili, tra il 6 e il 17 settembre, con i loro bombardamenti su Donestk. Scontri a Trojtskoe, Debaltsevo, Peski, aeroporto di Donetsk, Spartak, Oktjabrsk, Shakhtjorsk, Marinka, Enakievo, Zhdanovka, Zuevka, Pervomajsk, Komissarovka, Chernukhino, Komunar e Antratsit. A Novotrojtskoe, Fashevka e Redkodub la milizia scacciava gli ucraini. A Novojadar, un gruppo di cecchini majdanisti giungeva a bordo di un elicottero. L’esercito di Novorossija (FAN) respingeva i majdanisti da Makeevka e Jasinovataja. Parte delle unità ucraine finiva nella sacca di Debaltsevo, un’altra parte si ritirava a nord.
A Peski, l’assalto dei majdanisti circondati presso l’aeroporto di Donetsk veniva respinto infliggendo 9 perdite tra gli effettivi ucraini.
Il 18 settembre, le FAN accerchiavano circa 2500 soldati ucraini presso Debaltsevo, nella zona Pantelejmonovka – Krinishna. Granitnoe, Novolapsa e Starolapsa, presso Marjupol, venivano liberate dalle FAN.
Il 19 settembre, i majdanisti bombardavano Donetsk, Marinka, Zuevka, Zhdanovka, Uglegorsk, Rozovka, Enakievo, Debaltsevo, Kirovskoe, Novoorlovskoe, Marjupol e Kharzyzsk, mentre Dokuchaevsk veniva liberata dalla milizia federalista. A Donetsk arrivava il terzo convoglio umanitario russo.
Il 20 settembre Zhdanovka veniva liberata dalle FAN. 2 missili Tochka-U sparati dai majdanisti colpivano un deposito di sostanze chimiche a Krasnogorovka, presso Donetsk. Le truppe majdaniste, nelle operazioni contro Lugansk e Donestk, avevano lanciato 74 missili 9M79 e 9M79M (Tochka-U), di cui 28 solo contro la città di Donetsk, sul totale di circa 90 di cui disponevano. A Stakhanovets, le milizie distruggevano dei blindati ucrofascisti. Pervomajsk veniva bombardata dai majdanisti, uccidendo tre civili. A Nizhnjaja Krinka, la milizia catturava equipaggiamenti dell’esercito ucraino e liberava il villaggio Monakhovo. I majdanisti, infine, si ritiravano da Komunar. I majdanisti bombardavano Kanzhenkovo, Gornjak, Novozaovsk, Marjupol e Petrovskij.
Il 21 settembre, a Vostochnij e Mirnij, presso Marjupol, si svolgevano dei combattimenti dove i majdanisti subivano perdite in effettivi e blindati. I neonazisti ucraini abbandonavano Juzhnokomunarsk, Verkhnjaja e Nizhnjaja Krinka, Rozovka e Uglegorsk, per ricongiungersi con le altre unità ucrofasciste accerchiate a Debaltsevo.
hvPcrDEmnz0L’assistente del ministro della Difesa ucraino Aleksandr Daniljuk confermava ufficialmente che la NATO inviava armi a Kiev, mentre Valerij Geletej, ‘ministro’ della Difesa del regime golpista di Kiev, si vantava presso la Reuters: “I Paesi della NATO ci consegnano armi per la lotta contro i separatisti filo-russi e “fermare” il presidente russo Vladimir Putin”. Una delegazione ucraina aveva visitato Israele per acquisire materiale bellico, tra cui droni da usare contro i federalisti. Il ministero della Difesa sionista aveva dato il via libera, ma quello degli Esteri pose il veto, temendo la che Mosca reagisse vendendo altre armi a Siria e Iran. In un’intervista dopo l’incontro con Obama, il 18 settembre, Poroshenko dichiarava che Obama “ha detto no” alla sua richiesta di assegnare uno status “speciale” all’Ucraina presso la NATO. La junta di Kiev non riusciva più ad accumulare forze militari presso i confini di Novorossija, potendo solo rafforzare le unità superstiti delle operazioni precedenti, reintegrandole parzialmente. Infatti il valore operativo di tali unità era fortemente degradato riguardo personale e materiale. In sostanza, la 4.ta mobilitazione era fallita e quindi la junta non poteva portare avanti la riorganizzazione dell’attacco alla Novorossija, essendo afflitta da gravi difficoltà nel racimolare i mezzi militari necessari. La junta di Kiev, infatti, aveva perso il 70% dei mezzi militari pesanti utilizzati contro il Donbas, e di cui oltre 220 blindati e carri armati catturati venivano integrati dalle FAN.
Il 19 settembre, veniva firmato il memorandum di Minsk, che chiedeva:
1. Il cessate il fuoco.
2. La sospensione dei movimenti di unità e formazioni militari.
3. Divieto d’impiego di un qualsiasi tipo di arma e delle operazioni offensive.
4. Ritirare entro 24ore l’artiglieria di calibro superiore a 100mm a distanze comprese tra i 9 e i 120km:
• cannoni MT-12 da 100mm: 9km;
• mortai da 120mm: 8km;
• obici D-30 e 2S1 Gvozdika da 122mm: 16km;
• obici da 152mm e sistemi d’artiglieria semoventi 2S5 Giatsint-S, 2S3 Akatsija, 2S19 Msta-S e 2S65 Msta-B: 33km;
• MLRS 9K51 Grad: 21km;
• MLRS 9K57 Uragan: 36km;
• MLRS 9K58 Smerch: 70km;
• MLRS Tornado-G: 40km;
• MLRS Tornado-U: 70km;
• MLRS Tornado-S: 120km;
• sistemi missilistici tattici (Tockha): 120km.
5. Divieto di piazzare armi pesanti e materiale militare nella zona di sicurezza tra Komsomolskoe, Kumachevo, Novoazovsk e Sakhanka, sotto il controllo dell’OSCE.
6. Divieto di piazzare campi minati entro i confini della zona di sicurezza e obbligo di rimuovere i campi minati ivi già posizionati.
7. Divieto dei sorvoli di aerei da combattimento e droni ad eccezione dei droni utilizzati dalla missione OSCE.
8. Dispiegamento nell’area del cessate il fuoco, ampia 30 kam, della missione OSCE composta da gruppi di osservatori entro 24ore dall’adozione del memorandum.
9. Ritiro dei gruppi armati, materiale militare, militanti e mercenari stranieri dal territorio dell’Ucraina.
Il 19 settembre, il primo ministro russo Dmitrij Medvedev firmava il decreto che introduceva i dazi all’importazione di beni ucraini.
Il 16 settembre, le unità russe delle 29.ma, 36.ma, 35.ma e 5.ta Armata dell’esercito russo, per un totale di 100000 militari, si spostavano dal Distretto Militare Orientale di Trans-Bajkal, Kamchatka, Primorskij, Sakhalin e Chukotka a quello Meridionale russo. Le truppe si spostavano via rotaia (20 convogli ferroviari) e aerea per oltre 4000 chilometri. “Circa 100 aerei da guerra ed elicotteri da combattimento si erano trasferiti a una distanza di 4000 chilometri“, dichiaravano il Comando delle Forze Aeree e delle Truppe della Difesa aerea del Distretto Militare orientale e il Comando dell’Aeronautica Militare russa. La Flotta del Baltico russa conduceva esercitazioni tattiche nella Regione di Kaliningrad, con oltre 1000 soldati della Fanteria motorizzata e della Fanteria di marina della Flotta, assieme a 250 mezzi militari tra veicoli da combattimento della fanteria BMP-2, veicoli da trasporto truppa BTR-82A, carri armati T-72, obici d’artiglieria semoventi Akatsija, Gvozdika e Nona, sistemi di artiglieria contraerea Shilka e sistemi lanciarazzi multipli Grad. “Dopo aver marciato per molti chilometri dai luoghi di schieramento permanente fino al sito, le truppe costiere hanno condotto una serie di azioni di difesa e offesa, migliorando l’abilità nell’impiego di armi ed equipaggiamenti, spostandosi sul campo di battaglia e creando fortificazioni“. Le truppe furono attivate il 16 settembre. Le esercitazioni si componevano di operazioni offensive e difensive in risposta ad attacchi e incursioni aeree e di artiglieria, ed effettuando tiri reali.

1043039210383679Fonti:
Cassad
Cassad
Cassad
Bertrand du Donbas
Bertrand du Donbas
Israel National News
ITAR-TASS
ITAR-TASS
Novorossia
Novorossia
Novorossia
Novorossia
RIAN
RIAN
Vineyard Saker
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Voice of Sevastopol
Zerohedge

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L’accordo sulle armi Russia-Egitto: importante passo avanti mentre gli USA arretrano in Medio oriente

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 21/09/2014putin-sisi2Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi nella località del Mar Nero di Sochi, in Russia, il 12 agosto 2014. Era la sua prima visita ufficiale nella Federazione Russa in qualità di presidente. E Vladimir Putin è stato il primo leader ad invitarlo al di fuori del mondo arabo, dopo il suo giuramento come capo di Stato. L’ordine del giorno prevedeva la presentazione di materiale militare russo da vendere. (1) I due leader decisero di ampliare la cooperazione nelle esportazioni di armi all’Egitto oltre a studiare l’istituzione di un centro logistico a Masri, sulle coste del Mar Nero. Gli Stati Uniti hanno sospeso parte delle forniture di armi alla caduta dell’ex-presidente egiziano Muhammad Mursi, nel luglio 2013, seguita dalla repressione di Sisi del precedente governo islamico. Il 17 settembre Russia ed Egitto raggiungevano un accordo preliminare per l’acquisto di armi da parte di Cairo del valore di 3,5 miliardi dollari. Aleksandr Fomin, capo del Servizio federale per la cooperazione tecnico-militare, ha detto che l’accordo è stato raggiunto nel corso di una mostra sulle armi in Sud Africa. (2)

Sanzioni occidentali: nessun impatto sull’industria militare russa
La Russia è il secondo maggiore esportatore di armi al mondo dopo gli Stati Uniti. Il direttore di Rosoboronexport, ente statale che si occupa dell’esportazione di armi, ha detto che il valore degli ordini dell’agenzia era alto nonostante le sanzioni occidentali contro Mosca per l’Ucraina. “Oggi il nostro portafoglio ordini è di 38,7 miliardi di dollari. Uno dei dati più forti di Rosoboronexport negli ultimi anni“, ha detto Anatolij Isajkin a una conferenza stampa all’expo sulle armi. L’azienda aveva firmato 1202 ordini l’anno scorso con 60 Paesi. Tra i maggiori importatori di armi e attrezzature militari russe vi sono India, Cina, Vietnam, Indonesia, Venezuela, Algeria e Malaysia. V’è grande interesse da parte degli acquirenti stranieri per i sistemi di difesa aerea, il MiG-29 o il nuovo caccia Su-35, così come per l’aereo da addestramento Jak-130, gli elicotteri da trasporto e da combattimento e i missili anticarro. Stati Uniti ed Unione europea hanno preso di mira l’industria degli armamenti della Russia nel quadro delle sanzioni contro Mosca, accusandola di aver avuto un ruolo nel fomentare i disordini separatisti in Ucraina. Ma la Russia è uno dei pochi Paesi al mondo quasi autosufficiente nella produzione per la difesa, secondo l’esperto di IHS Jane, Guy Anderson. (3) Nel breve termine, il divieto sulle armi non dovrebbe avere un impatto significativo sulla potenza militare della Russia. “L’embargo di per sé non cambia nulla delle capacità militari russe al momento“, ha detto Siemon Wezeman, ricercatore del SIPRI. (4) Le nuove sanzioni dell’Unione europea contro la Russia non avranno alcun impatto serio sulle esportazioni di armi russe, ha detto il 12 settembre un alto funzionario della società high-tech statale Rostec. (5) “Secondo le nostre previsioni e conclusioni, nonché i nostri compiti nel quadro (del programma) di sostituzione delle importazioni, non ci aspettiamo un impatto serio dalle nuove sanzioni”, ha detto Sergej Goreslavskij Vicedirettore generale di Rostec. Rostec è una società industriale russa composta da 663 organizzazioni di 60 regioni della Federazione Russa. I prodotti dell’azienda arrivano ai mercati di oltre 70 Paesi.

Russia-Egitto: grandi prospettive per la cooperazione militare
Dal 1979, gli Stati Uniti hanno fornito all’Egitto quasi 70 miliardi di dollari in finanziamenti, più della metà dei quali per l’acquisto di attrezzature militari statunitensi. Gli aiuti da 1,3 miliardi di dollari l’anno per l’assistenza alla sicurezza degli Stati Uniti, rappresentavano l’80 per cento del bilancio annuale militare egiziano. Oltre a standardizzare l’arsenale di Cairo e accrescerne l’interoperabilità con le forze statunitensi, le vendite di armi diedero a Washington una significativa leva politica. Nell’ottobre 2013, Washington prese una decisione importante. In un drammatico cambio verso l’importante alleato arabo, l’amministrazione Obama annunciava la sospensione di una parte rilevante degli aiuti militari all’Egitto, per via della repressione sanguinosa dei Fratelli musulmani, elementi assai vicini ai militanti dello Stato islamico che gli USA combattono in Iraq oggi. La mossa, che interessa centinaia di milioni in aiuti degli Stati Uniti all’esercito egiziano, si ebbe al culmine di mesi di dibattito nell’amministrazione su come rispondere alla cacciata dell’ex-presidente Muhammad Mursi, capo per la prima volta eletto in Egitto ed incline a un regime autoritario. L’Egitto da tempo cerca di diversificare i fornitori di armamenti per non dipendere da Washington. Cerca nuovi aerei da combattimento da un altro fornitore che non gli Stati Uniti, per sostituire i sistemi sovietici e cinesi obsoleti. In particolare, ha urgente bisogno di elicotteri d’attacco per combattere la crescente insurrezione islamista nel Sinai. Gli Apaches statunitensi sono un problema. I programmi di manutenzione ordinaria in genere occupano più di un terzo dei 35 velivoli esistenti. A complicare le cose, le fonti della difesa egiziana notano che gli avvisi sui viaggio del dipartimento di Stato e l’evacuazione temporanea di personale statunitense “non essenziale” dall’Egitto, negli ultimi tre anni, hanno interrotto la manutenzione cruciale fornita dagli appaltatori statunitensi. Gli elicotteri d’attacco Mi-35 e/o gli elicotteri multiruolo Mi-17 russi farebbero parte dell’accordo concluso. L’Egitto ha già quasi 100 di questi velivoli ad ala rotante e di vecchi elicotteri Mi-8 dell’epoca sovietica, nelle versioni trasporto truppe, cargo, intelligence elettronica e attacco, quest’ultima attrezzata con cannoni da 23mm e 500 kg di bombe o missili anticarro. Alcuni di questi sistemi operano nel Sinai. Gli Stati Uniti inoltre affrontano un altro problema. L’Arabia Saudita è disposta ad essere generosa per colpire Washington. Insieme con gli Emirati Arabi Uniti, Riyadh sottoscrive l’acquisto dell’Egitto di armi russe. Questo contributo segue l’annuncio di dicembre secondo cui il regno avrebbe fornito alle Forze Armate libanesi, la maggior parte del cui budget era già finanziato da Washington, 3 miliardi di dollari per acquistare armi francesi. La decisione di Riyadh di finanziare con 5 miliardi di dollari l’acquisto di armi russe e francesi da clienti tradizionali degli Stati Uniti, è un segno inequivocabile del malcontento saudita verso la politica degli Stati Uniti su questioni regionali sensibili, in particolare Iran, Siria ed Egitto. Inoltre, il finanziamento saudita delle armi egiziane annulla la politica di Washington nel vincolare gli aiuti militari a riforme politiche. In ogni caso, dato che la leadership attuale dell’Egitto vede il conflitto con i Fratelli musulmani e l’insurrezione jihadista nel Sinai come minacce esistenziali, gli sforzi degli Stati Uniti per sfruttare le vendite di armi a favore di un governo inclusivo hanno scarse probabilità di successo.
L’ex-ambasciatore egiziano in Russia ed onnipresente figura mediatica, Rauf Sad, ha sostenuto che i due governi condividono una visione comune del terrorismo e che la stretta relazione di Mosca con l’Etiopia aiuterà Cairo a gestire le preoccupazioni nella costruzione della diga della Rinascita sul Nilo. (6) Gli ufficiali egiziani hanno anche osservato che l’assenza da parte della Russia di condizioni sulle vendite di armi, ne fa un partner più affidabile di Washington, che ha trattenuto le armi in attesa della riforma politica. Egitto e Russia furono alleati strategici. Il rapporto che emerge ricorda l’era del Presidente Gamal Abdal Nasser, il grande leader egiziano che guidò il Paese dopo che l’esercito rovesciò la monarchia nel 1952. Nasser forgiò stretti legami con l’Unione Sovietica fino al 1970. La cooperazione militare era molto stretta in quei giorni, consentendo al Paese di difendere l’indipendenza nella politica mondiale.
L’accordo concluso tra Russia ed Egitto il 17 settembre, presagisce la progressiva riduzione della capacità di Washington nel controllare qualità e quantità delle armi che Cairo riceve e mantenere il vantaggio regionale militare qualitativo d’Israele. Stretti legami commerciali agricoli e militari fra Cairo e Mosca difficilmente aiuteranno Washington nel congelare efficacemente le relazioni Est-Ovest sulla crisi ucraina. La Russia ha risposto all’isolamento diplomatico degli Stati Uniti e dei loro alleati europei stipulando il massiccio accordo sul gas con la Cina e invitando i Paesi latino-americani a vendere i loro prodotti agricoli alla Russia a condizioni preferenziali. L’accordo con Cairo illustra come le sanzioni occidentali contro il complesso militare industriale russo siano inefficaci. L’accordo in questione è un importante passo avanti della Russia in Medio Oriente e un chiaro successo della politica russa.

Villano, lo zio Sam Vi sospenderà i rifornimenti di armi

Villano, lo zio Sam Vi sospenderà gli aiuti militari

Note di chiusura:
1. Youtube
2. RG
3. Youtube
4. Siemon Wezeman
5. ITAR-TASS
6. Washington Institute

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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