Fine dei giochi in Siria: scenario strategico nella guerra segreta del Pentagono contro l’Iran

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 7 gennaio 2013

525968Dall’avvio del conflitto in Siria nel 2011, è stato riconosciuto, da amici e nemici, che gli eventi in quel paese sono legati a un piano che prende di mira, in ultima analisi, l’Iran, il primo alleato della Siria. [1] Scollegare la Siria dall’Iran e scardinare il Blocco della Resistenza che Damasco e Teheran hanno formato, è uno degli obiettivi della politica estera supportata dalle milizie anti-governative in Siria. Tale divisione tra Damasco e Teheran cambierebbe l’equilibrio strategico del Medio Oriente a favore degli Stati Uniti e di Israele. Se ciò non può essere realizzato, però, si paralizzerà la Siria  evitando che possa fornire all’Iran una qualsiasi forma effettiva di sostegno politico, economico, diplomatico e militare di fronte alle minacce comuni, di cui sono obiettivo primario. Impedire una qualsiasi continua cooperazione tra le due repubbliche è l’obiettivo strategico. Questo include impedire il terminale energetico Iran-Iraq-Siria in fase di costruzione e la conclusione del patto militare tra i due partner.

Tutte le opzioni sono finalizzate a neutralizzare la Siria
Il cambio di regime a Damasco non è l’unico o il principale modo, per gli Stati Uniti ed i loro alleati, di evitare che la Siria resti al fianco dell’Iran. Destabilizzare la Siria e neutralizzarla come  Stato fallito e diviso, ne è la chiave. Le lotte settarie non sono un risultato casuale dell’instabilità in Siria, ma un progetto alimentato dagli Stati Uniti e dai loro alleati, che hanno costantemente fomentato con il chiaro intento di balcanizzare la Repubblica araba siriana. A livello regionale, soprattutto Israele, tra tutti gli altri stati, ha la partecipazione più importante nel garantire tale risultato. Gli israeliani, in realtà, hanno delineato in diversi documenti a disposizione del pubblico, tra cui il Piano Yinon, la distruzione della Siria in una serie di piccoli Stati confessionali; uno dei loro obiettivi strategici. E questo lo prevedono i pianificatori militari statunitensi.
Come il vicino  Iraq, la Siria non ha bisogno di essere formalmente divisa. A tutti gli effetti, il paese può essere diviso come il vicino Libano, in vari feudi e tratti di territorio controllati da diversi gruppi, durante la guerra civile libanese. L’obiettivo è degradare la Siria in un ruolo esterno. Dalla sconfitta israeliana in Libano nel 2006, vi è stata una rinnovata attenzione verso l’alleanza strategica tra l’Iran e la Siria. Entrambi i paesi si oppongono decisamente ai progetti statunitensi nella regione. Insieme sono stati protagonisti nell’influenzare gli eventi in Medio Oriente, dal Mediterraneo orientale al Golfo Persico. La loro alleanza strategica ha indubbiamente svolto un ruolo importante nel plasmare il paesaggio geopolitico in Medio Oriente.
Anche se i critici di Damasco dicono che ha fatto molto poco riguardo un’azione sostanziale contro gli israeliani, i siriani sono stati i partner di questa alleanza che hanno sopportato il maggior peso nel confronto con  Israele, ed è stato grazie alla Siria che Hezbollah e i palestinesi hanno avuto santuari, logistica e una profondità strategica iniziale contro Israele. Fin dall’inizio i leader dell’opposizione estera supportata dagli stranieri, hanno reso chiara la loro politica estera, che può essere fortemente indicata come un riflesso degli interessi che servono. Le forze antigovernative e i loro leader hanno anche dichiarato che allineeranno la Siria contro l’Iran.  Usando perciò un linguaggio settario per farla rientrare “nell’orbita naturale degli arabi sunniti“. Questa è una mossa chiaramente favorevole agli Stati Uniti e ad Israele.
Rompere l’asse tra Damasco e Teheran è fin dagli anni ’80 anche uno degli obiettivi principali di Arabia Saudita, Giordania e petro-sceiccati arabi, nell’ambito del piano per isolare l’Iran durante la guerra Iran-Iraq. [2] Inoltre, il linguaggio settario usato fa parte di un costrutto che non è un riflesso della realtà, ma un riflesso di congetture e desideri orientalisti che, falsamente, prevedono che i musulmani che si percepiscono sciiti o sunniti, siano di per sé in opposizione gli uni agli altri come nemici.
Tra i leader della prostrata opposizione siriana che perseguirebbero gli obiettivi strategici degli Stati Uniti vi è Burhan Ghalioun, l’ex presidente del Consiglio nazionale siriano di Istanbul patrocinato dall’estero, che aveva detto al Wall Street Journal, nel 2011, che Damasco avrebbe posto fine alla sua alleanza strategica con l’Iran e al suo sostegno a Hezbollah e ai palestinesi, non appena le forze antigovernative avessero occupato la Siria. [3] Questi esponenti dell’opposizione sponsorizzata dall’estero, sono anche stati usati per convalidare, in un modo o nell’altro, le varie narrazioni che pretendono che sunniti e sciiti si odino a vicenda.
I media mainstream nei paesi che operano in sincronia per un cambiamento di regime a Damasco, come gli Stati Uniti e la Francia, hanno sempre presentato il regime in Siria come un regime alawita, alleato con l’Iran perché gli alawiti sono un ramo dello sciismo. Anche questo è falso, perché la Siria e l’Iran non condividono una comune ideologia, ma sono alleati a causa della comune minaccia e condividono obiettivi politici e strategici. Né la Siria è diretta da un regime alawita, essendo la composizione del governo riflettere la diversità etnica e religiosa della società siriana.

Il ruolo di Israele in Siria
La Siria è tutto per l’Iran secondo Israele. Come se Tel Aviv non avesse nulla a che fare con gli eventi in Siria, i commentatori e gli analisti israeliani ora insistono pubblicamente sul fatto che Israele ha bisogno di colpire l’Iran, intervenendo in Siria. Il coinvolgimento di Israele in Siria, insieme agli Stati Uniti e alla NATO, si è cristallizzato nel 2012. E’ chiaro che Israele sta cooperando con un conglomerato composto da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Turchia, NATO, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, minoranza dell’Alleanza del 14 Marzo in Libano, e dagli usurpatori filo-NATO che hanno conquistato e distrutto la Jamahiriya Araba di Libia.
Anche se dovrebbe essere letta con cautela, si segnala la corrispondenza piratata di Reva Bhalla della Strategic Forecast Incorporated al suo capo, George Friedman, su una riunione del dicembre 2011 al Pentagono tra lei (che rappresentava Stratfor) e funzionari inglesi, statunitensi e francesi sulla Siria. [4] La corrispondenza di Stratfor sosteneva che gli Stati Uniti e i loro alleati nel 2011 avevano inviato forze militari speciali per destabilizzare la Siria, e che in realtà non c’erano molti siriani tra le forze antigovernative sul terreno o, come scrive Bhalla, “non c’è molto da prendere dell’esercito libero siriano per l’addestramento”. [5]
The Daily Star, di proprietà della famiglia libanese Hariri, coinvolta nelle operazioni di cambio di regime contro la Siria, subito dopo aveva riferito che tredici agenti segreti francesi erano stati catturati dai siriani nelle operazioni ad Homs. [6] Invece di un no categorico alle informazioni relative agli ufficiali francesi catturati, la risposta  pubblica del ministero degli esteri francese era di non poter confermare nulla, cosa che può essere indicata come un’ammissione di colpa. [7] Giorni prima, al-Manar di Hezbollah aveva rivelato che armi ed equipaggiamenti di fabbricazione israeliane, dalle granate e binocoli notturni ai dispositivi di comunicazione, erano stati catturati insieme ad agenti del Qatar nella roccaforte degli insorti di Bab Amr a Homs, verso la fine di marzo e l’inizio di aprile. [8] Un anonimo funzionario degli Stati Uniti avrebbe poi confermato, nel luglio 2012, che il Mossad affianca la CIA in Siria. [9]
Appena un mese prima, a giugno, il governo israeliano aveva iniziato a chiedere pubblicamente un intervento militare in Siria, presumibilmente degli Stati Uniti e del conglomerato dei governi che lavorano con Israele per destabilizzare la Siria. [10] I media israeliani ha anche cominciato a segnalare, casualmente, che dei cittadini israeliani, anche se uno era stato identificato come arabo-israeliano (vale a dire un palestinese con cittadinanza israeliana) erano entrati in Siria per combattere contro l’esercito siriano. [11]
In genere qualsiasi israeliano, in particolare quelli arabi, che entrano in Libano e/o Siria, vengono processati e condannati dai tribunali delle autorità israeliane, e le notizie israeliane si concentrano su questo aspetto delle storie. Tuttavia, non è stato così in tale caso. Va inoltre ricordato che gli oppositori palestinesi ad Israele che vivono in Siria, sono presi di mira proprio come i palestinesi che vivevano in Iraq venivano presi di mira dopo che gli Stati Uniti e il Regno Unito l’invasero nel 2003.

La Siria e l’obiettivo di isolare l’Iran
Il giornalista Rafael D. Frankel ha scritto un articolo per Washington Quarterly, rivelando ciò che i politici statunitensi e i loro partner pensano della Siria. Nel suo articolo Frankel ha sostenuto che a causa della cosiddetta primavera araba, un attacco contro l’Iran di Stati Uniti e Israele non innescherebbe più una risposta coordinata regionale dell’Iran e dei suoi alleati. [12] Frankel ha sostenuto che a causa degli eventi in Siria, vi era l’occasione per Stati Uniti e Israele di attaccare l’Iran senza innescare una guerra regionale che coinvolgesse Siria, Hezbollah e Hamas. [13] La linea di pensiero di Frankel non è andata persa nei circoli della NATO o d’Israele. In realtà la sua linea di pensiero scaturisce dai punti di vista e dai piani di questi circoli stessi. Come rafforzamento psicologico delle loro idee, il testo è effettivamente arrivato nella sede della NATO di Bruxelles, nel 2012, come materiale di documentazione. Mentre Israele ha pubblicato il rapporto della sua intelligence su questo argomento.
Secondo il quotidiano israeliano Maariv, il rapporto dell’intelligence al ministero degli esteri israeliano concludeva che la Siria e Hezbollah non saranno più in grado di aprire un secondo fronte contro Israele se dovesse entrare in guerra con l’Iran. [14] Nella pubblicazione del rapporto israeliano, un alto funzionario israeliano avrebbe detto: “la capacità dell’Iran di danneggiare Israele in risposta a un nostro attacco, è diminuita drasticamente“. [15] Molti giornali, documenti e scrittori su posizioni ostili verso la Siria e l’Iran, come The Daily Telegraph, hanno immediatamente replicato i risultati del rapporto di Israele sull’Iran e i suoi alleati regionali. Due delle prime persone a riprodurre le conclusioni della relazione israeliana, Robert Tait (reporter dalla Striscia di Gaza) e Damien McElroy (espulso dalla Libia nel 2011 dalle autorità del paese durante la guerra con la NATO), riassumono in modo significativo i risultati della relazione, precisando effettivamente come gli alleati chiave dell’Iran nel Levante siano stati neutralizzati. [16]
Il rapporto israeliano ha trionfalmente dichiarato che la Siria è ripiegata ed è troppo occupata per sostenere il suo alleato strategico iraniano contro Tel Aviv, in una guerra futura. [17] Le conseguenze della crisi siriana hanno anche posto gli alleati libanesi dell’Iran, Hezbollah in particolare, in una posizione instabile, dove le loro linee di rifornimento sono a rischio, e sono politicamente danneggiati per il loro sostegno a Damasco. Se qualcuno in Libano dovesse fiancheggiare l’Iran in una futura guerra, gli israeliani hanno detto che l’invaderanno attraverso massicce operazioni militari terrestri. [18]
Il ruolo del nuovo governo egiziano nel favorire gli obiettivi degli Stati Uniti sotto la presidenza di Morsi, diventa anch’esso chiaro, secondo quanto afferma il rapporto israeliano circa il suo ruolo di sostegno: “La relazione del ministero degli esteri ha anche previsto che l’Egitto avrebbe impedito ad Hamas, il movimento islamista palestinese, di aiutare l’Iran con il lancio di razzi dalla Striscia di Gaza“. [19] Ciò porta credito all’idea che Morsi abbia avuto il permesso dagli Stati Uniti e da Israele per mediare una pace tra la Striscia di Gaza e Tel Aviv, che impedirebbe ai palestinesi di appoggiare l’Iran durante una guerra. In altre parole, la tregua egiziana è stata posta per legare le mani di Hamas. I recenti annunci del governo Morsi di impegnarsi politicamente con Hezbollah, può anche essere indicato come un prolungamento della stessa strategia applicata a Gaza, ma in questo caso per distaccare l’Iran dai suoi alleati libanesi. [20]
Inoltre si chiede a gran voce una procedura per scollegare Hezbollah, l’Iran e, per estensione, i loro alleati cristiani in Libano. Il German Marshall Fund ha presentato un testo che sostanzialmente dice che ai cristiani libanesi alleati di Hezbollah, Siria e Iran, deve essere presentata una narrazione politica alternativa, che sostituisca quella in cui si crede che l’Iran sia una grande potenza del Medio Oriente. [21] Anche ciò è teso ad erodere ulteriormente il sistema di alleanze iraniano.

Missione compiuta?
Il conflitto in Siria non è solo un affare israeliano. La lenta erosione della Siria interessa altre parti che vogliono distruggere il paese e la sua società. Gli Stati Uniti sono al primo posto tra le parti interessate, seguiti dai dittatori arabi dei petro-sceiccati. La NATO inoltre vi è sempre stata segretamente coinvolta. Il coinvolgimento della NATO in Siria rientra nella strategia degli Stati Uniti, che utilizza l’alleanza militare per dominare il Medio Oriente. Per questo motivo si è deciso di istituire una componente dello scudo missilistico in Turchia. Questo è anche il motivo per cui i missili Patriot sono stati dispiegati sul confine turco con la Siria.
L’Istanbul Cooperation Initiative (ICI) e il Dialogo Mediterraneo della NATO sono anch’essi componenti di questi piani. Inoltre, la Turchia ha tolto il suo veto contro l’ulteriore integrazione di Israele nella NATO. [22] La NATO si riorienta verso la guerra asimmetrica e una maggiore enfasi viene ora posta nelle operazioni di intelligence. Gli strateghi della NATO hanno sempre studiato i curdi, l’Iraq, Hezbollah, la Siria, l’Iran e i palestinesi. Nello scenario di una guerra totale, la NATO si è preparata per evidenti ruoli militari in Siria e Iran.
Anche l’Iraq è stato destabilizzato ulteriormente. Mentre gli alleati dell’Iran a Damasco sono stati colpiti, i suoi alleati a Baghdad non lo sono. Dopo la Siria, lo stesso conglomerato di paesi che opera contro Damasco rivolgerà le sue attenzioni all’Iraq. Ha già iniziato ad operare in Iraq per galvanizzare ulteriormente le sue linee di frattura settarie e politiche. Turchia, Qatar e Arabia Saudita stanno giocando un ruolo di primo piano, con questo obiettivo. Ciò che sta diventando evidente è che le differenze tra musulmani sciiti e sunniti, che Washington ha coltivato dall’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, sono inasprite dal settarismo curdo. Sembra che molti della dirigenza politica israeliana ora credano di esser riusciti a spezzare il Blocco della Resistenza. Che sia giusto o sbagliato è una questione dibattuta.
La Siria è ferma, la Jihad islamica palestinese (che era di gran lunga il gruppo palestinese più attivo nel combattere Israele a Gaza, nel 2012) e altri palestinesi si schiereranno con l’Iran, anche se Hamas avrà le mani legate dall’Egitto, ma vi sono sempre degli alleati di Teheran in Iraq, e la Siria non è la sola linea di rifornimento dell’Iran per armare il suo alleato Hezbollah. Ma è anche molto chiaro che l’assedio contro la Siria è un fronte della guerra occulta multidimensionale contro l’Iran. Solo questo dovrebbe far riconsiderare le dichiarazioni dei funzionari degli Stati Uniti e dei loro alleati, di preoccuparsi del popolo siriano soltanto per motivi umanitari e democratici.

Note
[1] Mahdi Darius Nazemroaya, “Obama’s Secret Letter to Tehran: Is the War against Iran On Hold? ‘The Road to Tehran Goes through Damascus,’” Global Research, 20 gennaio 2012.
[2] Jubin M. Goodarzi, Syria and Iran: Diplomatic Alliance and Power Politics in the Middle East (London, UK: I.B. Tauris, 2009), pp.217-228.
[3] Nour Malas and Jay Solomon, “Syria Would Cut Iran Military Tie, Opposition Head Says,” Wall Street Journal, 2 dicembre 2011.
[4] WikiLeaks, “Re: INSIGHT – military intervention in Syria, post withdrawal status of forces,” 19 ottobre 2012.
[5] Ibid.
[6] Lauren Williams, “13 French officers being held in Syria,” The Daily Star, 5 marzo 2012.
[7] Ibid.
[8] Israa Al-Fass, “Mossad, Blackwater, CIA Led Operations in Homs,” trans. Sara Taha Moughnieh, Al-Manar, 3 marzo 2012.
[9] David Ignatius, “Looking for a Syrian endgame,” The Washington Post, 18 luglio 2012.
[10] Dan Williams, “Israel accuses Syria of genocide, urges intervention,” Andrew Heavens ed., Reuters, 10 giugno 2012.
[11] Hassan Shaalan, “Israeli fighting Assad ‘can’t go home,’” Yedioth Ahronoth, 3 gennaio 2013.
[12] Rafael D. Frankel, “Keeping Hamas and Hezbollah Out of a War with Iran,” Washington Quarterly, vol. 35, no. 4 (Fall 2012): pp.53-65.
[13] Ibid.
[14] “Weakened Syria unlikely to join Iran in war against Israel: report,” The Daily Star, 4 gennaio 2013.
[15] Ibid.
[16] Damien McElroy and Robert Tait, “Syria ‘would not join Iran in war against Israel,’” The Daily Telegraph, 3 gennaio 2013.
[17] “Weakened Syria,” The Daily Star, op. cit.
[18] “Syria and Hezbollah won’t join the fight if Israel strikes Iran, top-level report predicts,” Times of Israel, 3 gennaio 2013.
[19] McElroy and Tait, “Syria would not,” op. cit.
[20] Lauren Williams, “New Egypt warms up to Hezbollah: ambassador,” The Daily Star, 29 dicembre 2011.
[21] Hassan Mneimneh, “Lebanon – The Christians of Hezbollah: A Foray into a Disconnected Political Narrative,” The German Marshall Fund of the United States, 16 novembre 2012.
[22] Hilary Leila Krieger, “Israel to join NATO activities amidst Turkey tension,” Jerusalem Post, 23 dicembre 2012; Jonathon Burch and Gulsen Solaker, “Turkey lifts objection to NATO cooperation with Israel,” Mark Heinrich ed., Reuters, 24 dicembre 2012; “Turkey: Israel’s participation in NATO not related to Patriots,” Today’s Zaman, 28 dicembre 2012.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria, Stati Uniti d’America, la guerra e l’umore furioso di Erdogan

Dedefensa 25 ottobre 2012

Non c’è carenza di ipotesi, calcoli, descrizioni anche sulla “marcia verso la guerra“, in particolare della Turchia (contro) la Siria. Questo è un tema ricorrente e ridondante da diversi mesi, intervallato da episodi di scontri di frontiera, sequestro di velivoli in volo, provocazioni, false flag varie, ecc. Inoltre, la guerra non scoppia. Ciò spinge a classificare il progetto, in attesa di ipotetici estensioni, sotto la voce “trattenetemi o faccio qualcosa” che sembra caratterizzare l’insistenza aggressiva e bellicosa la patologia psicologica della nebulosa formata dal blocco BAO o intorno al blocco BAO, di cui uno dei più zelanti araldi è il ministro francese Fabius. (In questa sezione, abbiamo posto come archetipo l’attacco a sorpresa contro l’Iran annunciato con gran chiasso come imminente e devastante, dal febbraio 2005, quando un GW Bush appena rieletto disse a Bruxelles, il 21 febbraio 2005, che “tutte le opzioni sono sul tavolo“, anche e soprattutto l’attacco, perché Israele e gli Stati Uniti si fondono fraternamente. Ci è stato detto oggi, da Fabius in modo categorico e finalmente definitivo, che è previsto, praticamente assicurato, per il 2013. L’epoca attuale è quella del cambiamento esponenziale e brutale delle situazioni.)
Due estratti dai giornali turchi ci forniscono alcune indicazioni sulla situazione, almeno psicologica, molto prossima alla guerra contro la Siria. Altri vi aggiungono alcune informazioni aggiuntive, che vanno in altre direzioni. Ne consegue che l’osservazione di una situazione di grande disordine non ci rende soddisfatti di alcuna ipotesi politica, geopolitica e militare dalla connotazione escatologica, e ci rivolgiamo ancora una volta all’ipotesi della depressione maniacale dei nostri leader politici. Perché dobbiamo riconoscere che l’ipotesi della depressione maniacale continua più che mai a conservare il nostro favore, quando un evento mediatico (una dichiarazione, un’ipotesi suggerita, un roboante anatema, ecc.), sembra costituire di per sé un adeguato atto politico, geopolitico e militare dalla sola connotazione escatologica decisiva. Non negheremo che non vi sia certamente dell’escatologia nell’aria, ma il contrario, dal momento che si tratta di una tesi a cui attribuiamo la massima attenzione, e una consistenza significativa. Semplicemente e con decisione, l’escatologia non sembra essere affatto legata ai sapiens coinvolti, che sembrano piuttosto dei pietosi giocattoli. Tutto questo è deciso, vale a dire gli eventi sono ordinati da forze superiori e sostenuti dai sapiens coinvolti (i nostri leader politici), senza che ne capiscano nulla, immaginandosi di agire in modo decisivo (escatologico), per il semplice fatto di avere la parola facile e di farsi guidare dallo stato d’animo…
• L’umore, soprattutto quello di Erdogan. Da quanto emerge da questo articolo di Mehmet Ali Birand, corrispondente del grande quotidiano turco Hurriyet presso le Nazioni Unite, del 23 ottobre 2012, scrive che sembrano esserci due mondi diversi, quello della Turchia, dove si parla febbrilmente di guerra imminente tutti i giorni, e le Nazioni Unite dove l’idea di una guerra con la Siria sembra provenire proprio da un altro pianeta. Il giornalista turco raccoglie spunti interessanti anche da un diplomatico degli Stati Uniti che si lamenta degli stati d’animo e delle esplosioni del primo ministro Erdogan, il cui comportamento descrive come quello di un uomo psicologicamente instabile, a volte facendo temere a Washington di essere trascinata in una guerra che nessuno, proprio nessuno, vuole… “Analizzando quello che è successo tra noi e la Siria, e dopo il controllo dei nostri media, vieni qui e resti stupito da ciò che si sente e si legge. E’ come se vivessimo su un altro pianeta e le persone qui vivono in un pianeta completamente diverso. Secondo quanto riportato nel nostro pianeta, la Turchia è un fantoccio degli Stati Uniti e agisce secondo gli ordini provenienti da Washington. Possiamo aspettarci che uno scontro armato scoppia lungo il confine, in qualsiasi momento. Quando si guarda la situazione da qui, nessuno cita un intervento armato come soluzione della questione siriana. Risolvere il problema con le armi, più precisamente l’idea del rovesciamento di Bashar al-Assad attraverso un intervento esterno, è una questione chiusa da molto tempo. Sotto lo stretto controllo di Washington, ad Ankara vi è la preoccupazione di non parlare troppo apertamente: “Il primo ministro, di volta in volta, diventa così arrabbiato e così eccitato che anche noi, qui, abbiamo paura di un intervento militare della Turchia”, ha detto un diplomatico statunitense. “In realtà sappiamo bene che la Turchia non vuole un intervento armato. Ci hanno detto questo molto chiaramente. Tuttavia, d’altra parte, ci fanno nuovamente pressione affinché al-Assad se ne vada al più presto possibile. Capiamo anche che un intervento militare sarebbe disastroso non solo per voi, ma per tutta la regione. Il nostro timore è che una manovra di al-Assad riceva una reazione da [primo ministro Recep Tayyip] Erdogan, facendoci ritrovare tutti insieme in una guerra.” Ciò che il diplomatico diceva era molto chiaro. Dimenticatevi che Ankara segua gli ordini di Washington: Washington sta apertamente cercando di calmare Ankara ed ha paura di entrare in guerra a causa di un incidente. La ragione di ciò è evidente: Washington non ha, minimamente, alcuna intenzione di intervenire in Siria. Quando si ascolta l’opinione pubblica statunitense, se ne capisce subito il motivo…”
L’articolo prosegue con una tirata abbastanza standard della frase “L’opinione pubblica statunitense è stanca degli interventi internazionali“… Conosciamo la musica e sappiamo proprio che quella sensazione può essere ulteriormente migliorata dal coro di esperti e di coloro che pretendono di definire la politica degli Stati Uniti, e che quando lo fanno, infine, fanno ciò che il Cielo l’induce a fare. (“Il Cielo”?! Diciamo piuttosto quelle “forze impersonali” individuate dal saggio ed esperto geopolitico George Friedman: vedasi 15 ottobre 2012.)
• Un altro interessante articolo sulla stampa turca, di Soli Ozel, del quotidiano Haberturk del 22 ottobre 2012, proviene da un diverso orizzonte (da una conferenza stampa dell’ambasciatore statunitense ad Ankara); le osservazioni che vi si leggono sembrano fatte per rafforzare l’idea che gli amici americanisti siano un po’ stanchi di sentire Erdogan vituperare gli “amici” americanisti e i loro alleati del BAO, perché lasciano sola la Turchia nel fare il lavoro sporco contro la Siria e, in particolare, gli Stati Uniti non fanno assolutamente nulla per aiutare la Turchia su questa spaventosa faccenda. Non abbiamo un particolare affetto per i diplomatici degli Stati Uniti di stanza all’estero, con tutti i loro imbrogli, ma dobbiamo riconoscere che l’argomento di Ricciardone, basato sulla rivelazione di una proposta degli Stati Uniti che nessuno ha smentito, ha un certo peso e anche l’accento di una verità rivelatrice, e si può immaginare quanto gli amici americanisti debbano essere sopraffatti dallo stato d’animo turco, pubblicando questo pezzo. (“Che altro vi aspettate da noi? Offriamo la massima collaborazione con i migliori mezzi tecnici a nostra disposizione. Inoltre, il nostro obiettivo è il comandante supremo del PKK, ma voi non volete.”)
L’ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia Francis Ricciardone, ha sganciato una bomba nel suo incontro con i giornalisti ad Ankara, la scorsa settimana. Ha detto che gli Stati Uniti hanno proposto un’operazione congiunta con la Turchia contro i leader del partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), nella catena montuosa di Kandil, sulla falsariga della caccia e uccisione di Usama bin Ladin da parte degli Stati Uniti. Secondo il primo ministro Recip Tayyip Erdogan, la Turchia ha rifiutato l’offerta a causa delle differenze delle condizioni topografiche. Ovviamente, Ricciardone ha inteso la rivelazione come una risposta decisa ai dubbi dell’opinione pubblica turca. Ricordiamo come il Capo di Stato Maggiore, Generale Necdet Ozel, abbia lamentato di non avere intelligence sufficiente e tempestiva dagli Stati Uniti. L’opinione pubblica ha visto l’osservazione del Gen. Ozel come la riaffermazione della sua apprensione per gli Stati Uniti. L’ambasciatore degli Stati Uniti, in un certo senso, ha cercato di cancellare la diffidenza turca verso il suo paese, dicendo: “Che altro vi aspettate che facciamo? Abbiamo proposto la cooperazione ai più alti livelli con i nostri migliori mezzi tecnici. Inoltre, il nostro obiettivo era il comando superiore del PKK, ma voi non lo volete”. Ricciardone ha anche colto l’occasione per rinfrescare l’idea su come Washington vede la politica della Turchia in Siria. Il messaggio era che, sebbene gli Stati Uniti siano in stretta collaborazione con la Turchia sulla crisi siriana, si preoccupano di qualsiasi sviluppo che potrebbe elevare la crisi a una guerra. Gli Stati Uniti ritengono inoltre che la prosecuzione della crisi siriana stia mettendo in pericolo la stabilità della regione, in particolare in Giordania, Iraq e Libano. Washington non favorisce una prolungata crisi come alcuni sostengono, ma vuole che gli scontri finiscano al più presto possibile.”
Secondo queste osservazioni, tutti ci dicono che sembrano averne abbastanza delle voci di una guerra contro la Siria, e persino dei rumori di una guerra in Siria a breve; le spedizioni di armi cominciano a sembrare scarseggianti; ci dicono che dei piani di pace potrebbero essere tracciati (ennesimo tentativo, ma questa volta buona), come il tentativo di cessate il fuoco temporaneo lanciato per una festa religiosa musulmana e che probabilmente, naturalmente, molto difficilmente supererà la prova del caos installatosi in Siria… Tutto ciò non influisce sugli eventi in Siria, essendo soprattutto prigioniero del caos prevalente nel paese. Tutto ciò non fa altro che dimostrare la stanchezza psicologica crescente tra loro, perfino tra i mandanti del blocco BAO (tranne Fabius, accordiamolo), davanti alla cosa che hanno creato, e che dura e dura…
• Inoltre, non si dimentichi l’iniziativa di Erdogan, una tappa importante verso la “regionalizzazione” del tentativo di risolvere il conflitto, senza guerra e senza gli Stati Uniti, ma con la Russia e l’Iran. Si tratta, dice l’editorialista Semih Idiz, sul Milliyet del 22 ottobre 2012, di una “nuova visione” (di Erdogan)… Mentre leggete queste poche osservazioni, sembra che questo caso evolva parallelamente agli altri casi di cui alimenta spudoratamente le contraddizioni, poggiando ancora sui ricorrenti problemi psicologici (l’”allergia” della Turchia di cui Idiz parla è, ovviamente, psicologica).
“…In breve, Mosca bloccando le mosse delle Nazioni Unite e l’atteggiamento dell’Iran che ha colpito le aspettative della Turchia nella regione, hanno spinto in un angolo Ankara che é costretta a modificare la propria politica inflessibile sulla Siria. Il “sistema di negoziazione tripla” di cui Erdogan ha parlato dopo il suo incontro con Ahmadinejad, è un segnale importante. Il “sistema di negoziazione triplo” riunirà la Turchia, l’Egitto e l’Iran; la Turchia, la Russia e l’Iran, e la Turchia, l’Egitto e l’Arabia Saudita per lavorare separatamente verso una soluzione in Siria. Come si può vedere dalla dichiarazione di Erdogan, l’iniziativa mira a superare l’ostacolo della mancanza della volontà saudita di sedersi nello stesso tavolo con l’Iran. La Turchia sembra essersi curata dell’allergia dal discutere della Siria con la Russia e l’Iran.”
• … e Ankara, inoltre, parallelamente veniamo a sapere che Israele, conquistato da ciò che considera come una svolta pro-BAO di Erdogan, sia probabilmente convinto che la Turchia sia ridiventata un “fantoccio” di Washington, avendo così l’opportunità di far prendere la mano alla Turchia, e proponendo perfino di seppellire, se non l’ascia di guerra, almeno il contenzioso che offusca le relazioni tra i due paesi dal 2009. Sembrava logico: i burattini delle mie marionette sono i miei burattini, dicono gli astuti strateghi israeliani… Come no! I pupazzi non sono più quelli di una volta, un Erdogan ancora una volta furioso ha detto a Israele che Israele non ha capito la situazione. Nessuna speranza di parlare, anche della Siria, poiché Israele non è venuto a Canossa umilmente, chiedendo di farsi perdonare per le azioni contro le “terribili flottiglie della pace” di fine primavera del 2010, che hanno spinto Erdogan a prendere in considerazione di assumersi il comando di una  di queste flottiglie… Ecco come Zaman ha riferito, il 22 ottobre 2012, il tentativo di riconciliazione israeliano e la irricevibilità, indiretta ma categorica, da un chiaramente arrabbiato e fumante Erdogan…
L’invito al dialogo è venuto da Pinhas Avivi, ex ambasciatore israeliano in Turchia, che attualmente è direttore politico del ministero degli esteri israeliano. Parlando ad un gruppo di giornalisti turchi, Avivi ha detto che Israele cerca di avere colloqui con la Turchia riguardo la crisi siriana, rilevando che la situazione in Siria avrà un impatto futuro su Turchia e Israele. “Dobbiamo lasciare da parte i problemi tra Israele e la Turchia, e guardare al futuro”, avrebbe detto secondo la NTV. Ad Ankara, invece, il portavoce del ministero degli esteri, Selçuk Unal, ha detto che Israele deve parlare con i fatti piuttosto che coi messaggi veicolati dei media. [...] Ankara chiede le scuse ufficiali e il risarcimento per le famiglie delle vittime, così come la revoca del blocco israeliano su Gaza, per normalizzare le relazioni. Israele ha respinto queste richieste, sostenendo che i suoi soldati hanno agito per legittima difesa. In segno di protesta per il rifiuto di Israele di soddisfare le richieste turche, Ankara aveva espulso l’ambasciatore israeliano e tagliato le relazioni militari con il paese. Unal ha detto che le condizioni poste dalla Turchia per la normalizzazione dei rapporti restano in vigore. “Non c’è alcun cambiamento nella posizione della Turchia. I funzionari israeliani dovrebbero adottare le misure previste, invece di inviare messaggi tramite dichiarazioni ai media,” ha detto.”

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 326 follower