Sfruttare l’autonomia strategica dell’India

M. K. Bhadrakumar RIR 1 novembre 2013

IN06_MANMOHAN_1575776fIl sipario scende sull’era politica di Manmohan Singh in India. La visita in Cina segna l’ultima grande avventura in politica estera del primo ministro, ciò un mese dopo la visita a Washington. Le priorità gemelle in politica estera del dottor Singh sono state le relazioni dell’India con gli Stati Uniti e con la Cina, in gran parte anche collegate tra esse. Il culmine della politica estera del dottor Singh fu la firma dell’accordo di cooperazione nucleare civile USA-India nel 2008. Questa fu l’unica occasione in cui il dottor Singh mostrò un ferreo coraggio, facendo approvare una cosa che voleva davvero venisse fatta sulla scena della politica estera. Il dottor Singh puntò sulla sopravvivenza del suo governo di coalizione e rielaborò gli allineamenti nella politica interna dell’India. Per un leader pubblicizzato quale “politico accidentale”, fu straordinariamente audace. In altre parole, il dottor Singh non si è mai curato di nascondere che la sua priorità numero uno, in politica estera, era costruire una solida partnership strategica con gli Stati Uniti, come ancora di salvezza dell’”emergente India.” In realtà, però, le circostanze frustrarono i suoi sforzi. L’accordo nucleare, che avrebbe dovuto essere la bandiera del partenariato strategico, non riuscì a portare l’attesa manna della produzione di energia elettrica o a facilitare l’ammissione dell’India nel regime di controllo della tecnologia.
Una serie di fattori andarono contro, in primo luogo l’accento del presidente Barack Obama sulla non proliferazione e il disarmo nucleare; la crisi economica negli Stati Uniti; il dissiparsi della “storia sulla crescita” dell’India; l’ammaccata credibilità del governo indiano per via di scandali sulla corruzione e le incertezze elettorali per il 2014, e così via. In ogni caso, vi è stato un ridimensionamento delle aspettative, evidente durante la visita del dottor Singh negli Stati Uniti. Nel frattempo, l’iniziativa della difesa, svelata durante la visita del dottor Singh, ristagnava. Si basava sulla costante curva ascendente della cooperazione militare fin dal 2005, diventata poi abbastanza pesante. L’iniziativa sulla difesa sarà l’eredità del dottor Singh, avendo l’amministrazione Obama infine avviato la modifica della legislazione nazionale per attuare la cooperazione high-tech con l’India. In effetti, l’iniziativa della difesa è fondamentale per ricalibrare i legami dell’India con la Cina. L’India segna un certo distacco studiato dalla strategia del riequilibrio dagli Stati Uniti, ma non l’ha rifiutata. L’ambivalenza verso la creazione di basi militari statunitensi in Afghanistan è sintomatica. Il punto è che ci sono dei risvolti. In tutto il mondo la Cina ha superato l’India e l’asimmetria del potere aumenta. La Cina costruisce così drammaticamente le sue relazioni con la regione dell’ASEAN, mentre la politica “che guarda ad oriente” dell’India comincia ad apparire provinciale. Le incertezze sul ruolo degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, aiutano la Cina, dato su cui gli Stati regionali puntano, mentre d’altro canto l’India non ha semplicemente la capacità di promuovere i propri partenariati regionali.
Il cuore della questione è che la diplomazia indiana verso la Cina s’è ridotta alla gestione di rapporti volatili. L’accordo nucleare USA-India ha contribuito a tale volatilità, poiché la dichiarazione sulla transazione strategica e l’idea estremamente scorretta che New Delhi contemporaneamente sondasse, su un binario parallelo, l’”alleanza quadripartita” con Stati Uniti, Giappone, Australia e l’India, ha fatto retrocedere la Cina. Certamente, se si dovesse puntare il dito laddove le cose iniziarono ad andare male, si dovrebbe indicare il periodo 2005-2008, dopo la firma della relazione decennale sulla difesa tra India e Stati Uniti (nota come “Nuovo quadro della relazione sulla difesa USA-India”) e l’avvio dei negoziati per l’accordo sul nucleare. Wikileaks ha rivelato che l’amministrazione di George W. Bush faceva grandi calcoli militari e strategici, in base al Quadro della difesa 2005, sulle dimensioni del mercato indiano o la sua importazione di armamenti (stimata dai diplomatici statunitensi superiore ai 27 miliardi di dollari, nel solo “breve termine”) e sulla prospettiva di una più stretta cooperazione (“interoperabilità”) con le forze armate indiane, nella regione asiatica. Pertanto, non si può esagerare l’esito della visita del dottor Singh a Pechino, la scorsa settimana. Le due idee brillanti sul piano economico, la creazione di un parco industriale cinese in India ed esaminare la fattibilità di un corridoio economico Bangladesh-Cina-India-Myanmar, hanno un certo periodo di gestazione e non possono affrontare l’enorme squilibrio commerciale nel prossimo futuro. Riguardo l’accordo di cooperazione per la difesa dei confini, il ministro della Difesa A. K. Antony ha fatto la cosa giusta, introducendo del realismo dicendo: “Il fatto che ci siamo accordati su una serie di procedure e meccanismi, non significa che non accadrà nulla ai confini. Ma con l’accordo di oggi, se succedesse qualcosa, fornisce dei meccanismi per intervenire immediatamente e trovare una soluzione… non ci saranno più contatti tra le due forze armate… L’idea è far avere maggiore fiducia tra le due forze armate”, affrettandosi ad aggiungere, tuttavia, che non è un “profeta o un astrologo” dicendo che non ci sarebbero più stati confronti tra i due eserciti. La probabilità di “incidenti” è piuttosto elevata, mentre l’India procede nella costruzione di nuove infrastrutture militari e al dispiegamento di altre truppe sulla linea di controllo effettivo. Oggi appare evidente che la centralità attribuita alla partnership strategica con gli Stati Uniti, nella politica estera indiana, non ha contribuito ad allentare le tensioni tra India e Cina. Naturalmente, l’India avrebbe potuto e dovuto prestare maggiore attenzione nell’impedire il deterioramento della sua posizione regionale, che avrebbe dovuto essere il vero punto centrale della politica estera, in un momento di grande fluidità nella politica mondiale.
Su un altro piano, la storia del rapporto Russia-Cina fornisce lezioni importanti per la relazione tra India e Cina. Le trentennali ed improduttive trattative sulla frontiera tra l’ex Unione Sovietica e la Cina, infine, furono concluse con un accordo proficuo e reciprocamente soddisfacente solo dopo la comparsa della fiducia nel complesso dei rapporti. La traiettoria del rapporto avviato, oggi, scala vette strategiche ad un livello inaudito. E’ qui che l’India dovrebbe saper sfruttare il forum RIC (Russia-India-Cina) per dare verve ai rapporti con la Cina. Perché ciò avvenga, indubbiamente, un maggiore contenuto dovrebbe essere integrato nella tradizionale comprensione strategica India-Russia. Basti dire che l’eredità pesante di puntare sulla scelta strategica di Washington per influenzare le dinamiche della regione, non ha permesso all’India di sfruttare lo spazio diplomatico a sua disposizione, in un ambiente internazionale in rapida evoluzione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le origini naziste della NATO: gli obiettivi di Hitler implementati dall’occidente

Robert S. Rodvik, Rete Voltaire 21 giugno 2012

Chi ha dato alla NATO il diritto di governare il mondo? L’autore chiarisce come le élite occidentali, molte delle quali furono sostenitrici di Hitler, salvarono numerosi gerarchi nazisti e li misero nella condizione di continuare l’ultradecennale lotta contro la Russia. L’uno per cento dell’epoca e l’uno per cento di oggi, condannarono a morte milioni di persone per attuare quello che nel 1918 Winston Churchill indicò come “strangolare nella culla” la minaccia bolscevica. Il controllo totale dei cosiddetti media mainstream favorì tale azione odiosa.

143053448_01c0320dcd_zMolti scrittori hanno documentato come le élite inglesi e statunitensi finanziarono l’ascesa al potere di Hitler e come, finché non rivolse le sue forze verso ovest, non intrapresero azioni difensive contro il Terzo Reich. In Gran Bretagna, i membri dell’élite del Right Club, spesso con la complicità del governo, sostennero segretamente le azioni di Hitler contro gli ebrei, i comunisti e i socialisti. Il duca di Wellington era un noto antisemita e membro del Right Club. Edoardo VIII, noto come “il re traditore” era un grande amico di Adolf Hitler e fu costretto a rinunciare al trono non a causa di Wallis Simpson, ma perché si scoprì che passava documenti sulle operazioni belliche inglesi ai nazisti. L’aristocrazia, dopo tutto, non ha mai aspirato alla condivisione delle ricchezze con le classi inferiori, e Adolf perseguiva ugualmente tali obiettivi, come la distruzione degli untermenschen. prevista nel piano A della sua strategia di conquista dell’Europa e della Russia.
La Banca dei Regolamenti Internazionali fu una creazione congiunta degli anni ’30 tra le banche centrali del mondo occidentale, compresa la Federal Reserve Bank di New York. Montagu Norman, governatore della Banca d’Inghilterra, era un sostenitore totale di Hitler e quando i nazisti invasero l’Austria nel 1938, la maggior parte dell’oro del Paese fu imballato e caricato nel caveau controllato dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, la principale banca centrale del mondo occidentale. In seguito i nazisti entrarono a Praga, presero i dirigenti della Banca nazionale ceca in ostaggio e  chiesero di cedere il controllo delle riserve auree del Paese, qualcosa come circa 48 milioni di dollari. Informati che l’oro era già stato trasferito nei caveau di Londra, cercarono di contattare Montagu Norman, che trasferì immediatamente i soldi ai tedeschi per alimentarne la macchina da guerra. Un vero amico. Gli Stati Uniti d’America non erano ancora al vertice del potere imperialista mondiale, ma molte loro élite erano allineate ai sentimenti delle élite britanniche. Uno dei protagonisti favorevoli  all’ascesa di Adolf Hitler e del partito nazista non fu altri che Prescott Bush, padre di George Herbert Walker Bush e nonno di G. W, Bush, i futuri presidenti, e del G. W. H. Bush capo della CIA. Questi criminali di guerra mantennero la loro popolarità tra la destra statunitense grazie al  supporto dei media compiacenti che oscurarono presso la popolazione le loro relazioni da amanti dei nazisti.
Nel loro libro George Bush: The Unauthorized Biography, Webster G. Tarpley e Anton Chaitkin scrivono quanto segue: “Nell’ottobre del 1942… Prescott Bush era Managing Partner della Brown Brothers Harriman. Suo figlio 18,enne George, futuro presidente degli Stati Uniti, aveva appena iniziato l’addestramento da pilota della marina. Il 20 ottobre 1942 il governo degli Stati Uniti  ordinò il sequestro delle operazioni bancarie dei nazisti tedeschi a New York, che venivano gestite da Prescott Bush. Sotto il Trading with the Enemy Act, il governo sequestrò l’Union Banking Corporation, di cui Bush era direttore. L’US Property Custodian sequestrò le quote azionarie dell’Union Banking Corp., di proprietà di Prescott Bush, E. Roland “Bunny” Harriman, tre dirigenti nazisti e altri due collaboratori di Bush”. [1]  Tarpley e Chaitkin aggiungono: “La famiglia del presidente Bush aveva già svolto un ruolo centrale nel finanziamento e armamento di Adolf Hitler nell’ascesa in Germania… decidendo che Prescott Bush e altri dirigenti dell’Union Banking Corp. fossero legalmente i prestanome dei nazisti, il governo evitò un più importante problema storico: in che modo i nazisti di Hitler furono arruolati, armati e istruiti dalle cricche di New York e Londra, di cui Prescott Bush era un direttore esecutivo?” [2] Tra coloro che sostennero l’ascesa al potere di Adolf Hitler vi fu l’industriale Henry Ford, un noto giudeofobo. Tra i suoi altri crimini, Ford… “ha rifiutato di costruire motori per aerei per l’Inghilterra e invece fornì e costruì i camion militari da 5 tonnellate che furono la spina dorsale della logistica  dell’esercito tedesco.” [3] L’elenco degli industriali statunitensi legati al nazismo è troppo lungo da spiegare qui, ma si può vederlo nell’eccellente libro di Charles Higham, “Trading With The Enemy: the Nazi-american plot 1933 – 1949”. [4]
Chiaramente importanti finanzieri occidentali erano al fianco di Hitler, occupati a fornirgli i fondi per il riarmo militare finché non li tradì attaccando l’Inghilterra, unendo gli alleati per sconfiggere le forze naziste. In questo sforzo venne formata una diabolica alleanza, quella tra le potenze occidentali e l’Unione Sovietica, la principale forza che sconfisse le legioni hitleriane. Eppure, molto prima della fine della guerra, inglesi e statunitensi complottarono per reindirizzare le proprie energie contro i sovietici, un déjà vu del 1918, quando gli occidentali attuarono l’invasione contro i bolscevichi, certamente l’evento principale meno noto della storia moderna. A tal fine inglesi e statunitensi salvarono i più sanguinari criminali di guerra nazisti, ricercati dai loro stessi governi, e li inserirono negli apparati terroristici inglese e statunitense.
Come scrive Michael McClintock: “fu subito dopo la creazione delle Nazioni Unite che i leader statunitensi trovarono necessario, come questione d’interesse, violare le nuove regole che pubblicamente lodavano. Così facendo, crearono nuovi sistemi con cui eludere la responsabilità nel violare la legge, tra cui un enorme apparato per le azioni segrete e, tramite uno sforzo straordinario, presentare le azioni degli Stati Uniti, di qualunque natura, come fossero in accordo con il diritto internazionale”. [5] Allo stesso tempo, mentre l’occidente progettava le sue azioni segrete contro il suo alleato della seconda guerra mondiale, creò anche il club terroristico noto come NATO, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord. Quasi ogni sua parte fu un’impresa nazista. Il generale nazista Reinhard Gehlen, per esempio, che aveva guidato l’ufficio Russia del Oberkommando der Wermacht (OKW – Quartier generale supremo di Hitler) e che fu consulente della Soluzione Finale, venne segretamente trasferito negli Stati Uniti dove avrebbe consegnato il suo vasto archivio segreto sull’Unione Sovietica, e quindi creato l’ufficio Russia della neonata CIA. [6] Gehlen sarebbe poi tornato in Germania del dopoguerra, dove fu messo a capo del nuovo Bundesnachrichtendienst (BND) della Germania, il servizio segreto tedesco. In sostanza, due uffici sulla Russia (almeno) operarono invece di uno solo, entrambi con lo stesso fine ultimo: distruggere l’Unione Sovietica e il comunismo.
Centinaia se non migliaia di ex-nazisti trovarono nuova vita lavorando per conto di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada mentre la guerra fredda iniziava, ed ora gli stragisti fecero politica grazie agli stessi Lord of the Manor che avevano sostenuto Hitler all’inizio. E con gli stessi ex-nazisti rimessi in attività, ogni crimine fu impiegato contro i sovietici per evitare qualsiasi sfida al diritto del capitale globale di dettare le condizioni della schiavitù. La Germania Ovest, ora diretta da ex-nazisti sotto il cancelliere Konrad Adenauer, aderì alla NATO nel 1954 e Gehlen mantenne i contatti con il suo mentore filo-nazista Allen Dulles, che sarebbe diventato capo della CIA, e con il fratello John Foster Segretario di Stato. Presto la NATO iniziò a mettere solidi e veri nazisti ai vertici dell’organizzazione. Il generale Hans Speidel, per esempio, divenne comandante in capo nel 1957 di AFCENT (Allied Forces Central Europe). L’ammiraglio nazista Friedrich Guggenberger entrò nel potente comitato militare della NATO di Washington e il generale Adolf Heusinger (vecchio capo di Gehlen all’OKW di Hitler), ne divenne il presidente. Al Quartier generale supremo delle potenze alleate in Europa (SHAPE), Gehlen riuscì a piazzare diversi collaborazionisti dei nazisti in posizioni vitali [7]. Tra questi il colonnello Hennig Strumpell, che divenne vice del Maggior-Generale inglese Charles Traver, assistente del Capo di Stato Maggiore (Intelligence) presso lo SHAPE. Il colonnello Heinz Koller-Kraus divenne responsabile della logistica presso l’AFCENT di Speidel. Molti altri uomini di Gehlen presto entrarono nella NATO per definirne la politica. [8] Con gli stessi nazisti ben integrati nella NATO e la CIA diventata un’estensione della vecchia agenzia d’intelligence nazista di Gehlen, la Neue Weltordnung in sostanza fu trasferita dal Reichstag di Berlino al Pentagono e alla CIA di Langley, in Virginia.
In aggiunta ai piani di guerra antisovietici, le élite degli USA riconobbero il valore del ministero della Verità di Goebbels e applicarono le lezioni apprese nella più sofisticata rete di propaganda del mondo mai creata. Tutte le guerre occidentali avrebbero ora avuto titoli illusori, come ad esempio: “guerre per la democrazia”, “guerre per la pace”, “guerre per la giustizia”, “guerre umanitarie” e così via. Le élite finanziarie aziendali che gestiscono il Regno Unito e il Canada si affrettarono ad adottare gli stessi elementi essenziali. Due componenti delle guerre di propaganda di Stati Uniti/Regno Unito/Neue Weltordnung nazista furono Radio Free Europe e Radio Liberty, create con personale ex-nazista di Gehlen e finanziate dalla CIA. [9] Questi stragisti nazisti istituirono l’ufficio ungherese, affinché armassero e assistessero gli elementi clandestini filo-nazisti in Ungheria che, insieme alla CIA, istigarono la rivolta ungherese che i sovietici repressero brutalmente [10]. Lo scopo principale di questo episodio, però, non aveva a che fare con i morti e i moribondi, ma piuttosto diffondere propaganda ritraendo l’”Impero del Male” che doveva essere distrutto. [11]
Il dr. Eberhardt Taubert aderì al partito nazista nel 1931 e fu presto promosso al rango di Sturmführer al ministero della Propaganda di Goebbels. Dopo la guerra, Taubert scappò in Sud Africa dove trovò conforto tra i neo-nazisti al potere a Johannesburg, occupati a progettare il sistema dell’apartheid. Negli anni ’50 tornò in Germania e si unì al vecchio amico nazista Reinhard Gehlen, diventando membro del BND. Nel suo nuovo ruolo al BND/CIA, Taubert divenne presidente dell’”Associazione Nazionale per la Pace e la Libertà” della CIA, diventando anche consigliere del ministro della Difesa tedesco, l’ex-nazista Franz Josef Strauss; fu poi assegnato da Strauss alla NATO come consulente del “Dipartimento guerra psicologica”. Il ministero della Verità di Goebbels viene riciclato per alimentare racconti fondamentalisti cristiani di nuovo conio, ma familiarmente vecchi e sordidi, ma dal nuovo confezionamento. [12]
La NATO fu anche strettamente collegata ad una serie di attentati terroristici in Italia negli anni ’70-’80, al fine di creare la “strategia della tensione” volta a consentire alla destra fascista di andare al potere e, quindi dare “stabilità” al Paese. Questo piano usò numerosi terroristi di estrema destra, come Stefano Delle Chiaie di Ordine Nuovo ed altre anime dementi che piazzarono bombe in luoghi pubblici, uccidendo centinaia di persone e sostenuti dai terroristi nazisti di Gehlen e della NATO. Anche se ben nascosta in Europa, grazie alla complicità dei media, la narrazione fallì in questo caso. In sostanza costoro e i loro seguaci gestiscono la NATO che oggi uccide in giro nel mondo grazie a fantocci come Barack Obama, Steve Harper e altri satrapi occidentali che posano da difensori dell’umanità. E’ troppo da accettare senza perdere l’appetito più e più volte.

reinhard_gehlen_1945Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente quelle di Réseau Voltaire.

Note
[1] Office of Alien Property Custodian, Vesting Order No. 248. L’ordine fu firmato da Leo T. Crowley, Alien Property Custodian, executed October 20, 1942; F.R. Doc. 42-11568; Filed, November 6, 1942, 11:31 A.M.; 7 Fed. Reg. 9097 (Nov. 7, 1942). Vedasi anche New York City Directory of Directors (presso la Library of Congress). I volumi degli anni ’30 e ’40 indicano Prescott Bush direttore dell’Union Banking Corporation dal 1934 al 1943.
[2] Webster Tarpley e Anton Chaitkin, George Bush: The Unauthorized Biography.
[3] Charles Higham, Trading With The Enemy, A Dell Book, 1983, p.23.
[4] Ibidem, p.177.
[5] Michael McClintock, Instruments of Statecraft, Pantheon Books, New York 1992, p.24.
[6] E. H. Cookridge, Gehlen, Gehlen, Spy of the Century, Random House, NY, 1972.
[7] Ibidem, p. 301.
[8] Ibid.
[9] Ibid.
[10] Ibid.
[11] The Progressive, “Turn it Off” settembre 1993, p.10.
[12] Ibidem, pp.10-11.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’inevitabilità della frattura USA – Arabia Saudita

Wayne Madsen, Strategic Culture Foundation 29.10.2013

20110531_SaudiArabiaMapUn certo numero di osservatori ed esperti di questioni mediorientali è d’accordo a che le relazioni USA – Arabia Saudita siano al minimo da quando il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt stabilì il “rapporto speciale” degli USA con la monarchia saudita, il 14 febbraio del 1945, pochi mesi prima della morte di Roosevelt. Dopo la Conferenza di Jalta, Roosevelt incontrò il re saudita Ibn Saud a bordo dell’USS Quincy sul Grande Lago Amaro nel Canale di Suez in Egitto. Roosevelt e Saud firmarono l’“accordo del Quincy”, con cui gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Arabia Saudita attrezzature e addestramento militare, in cambio di una base militare da installare a Dahran nel Golfo Persico, e della garanzia del flusso costante di petrolio saudita. Fatta eccezione dell’embargo petrolifero arabo avviato contro l’occidente negli anni ’70, l’accordo del Quincy è sopravvissuto a sei re sauditi. Tuttavia, l’accordo del Quincy è in difficoltà. C’è una serie di motivi per cui le relazioni USA-saudite si fratturano. Tra cui:
• La decisione della amministrazione di Barack Obama di annullare l’attacco degli Stati Uniti contro la Siria, in cambio di un concordato USA-Russia per supervisionare la rimozione e la definitiva distruzione delle armi chimiche della Siria.
• La decisione dell’amministrazione Obama di coinvolgere l’Iran in negoziati diplomatici diretti.
• La crescente consapevolezza nell’intelligence degli Stati Uniti dei collegamenti sauditi con al-Qaida e i suoi terroristi che operano in tutto il mondo.
• La riduzione della dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio saudita, risultato dall’aumento della produzione statunitense di idrocarburi con il fracking nelle riserve di scisto negli Stati Uniti.
• La vicinanza del capo della Riasat al-Istiqbarat al-Ama, l’agenzia d’intelligence generale saudita, il principe Bandar bin Sultan, alla famiglia Bush e ad altri leader repubblicani, tra cui l’ex-vicepresidente Dick Cheney.
• La preoccupazione saudita che gli Stati Uniti usino i loro agenti della ‘primavera araba’ contro l’Arabia Saudita, con modalità di basso profilo, attraverso la “rivoluzione della chiave dell’automobile”, la diffusa protesta delle donne saudite in violazione della legge saudita sulla guida delle automobili.
Dopo che gli Stati Uniti hanno sostenuto la primavera araba della ‘rivoluzione dei gelsomini’ in Tunisia, rovesciando il vecchio uomo forte, il presidente Zin al-Abidin Bin Ali, rifugiatosi in Arabia Saudita, e la ‘rivoluzione del loto’ che ha spodestato il presidente egiziano Hosni Mubaraq, Riyadh è sempre più preoccupata che le manifestazioni di massa contro i regimi impopolari dilaghino nel ‘regno’. Infatti, le forze saudite hanno represso rapidamente alcune manifestazioni in Arabia Saudita e inviato reparti militari per reprimere spietatamente la rivolta pro-democrazia nel vicino Bahrain. I sauditi non sono mai stati a loro agio con l’ascesa al potere, nelle elezioni egiziane, dei Fratelli musulmani, in particolare della presidenza di Muhammad Mursi. I sauditi, quindi, avevano incaricato il partito filo-saudita Nur, in Egitto, a sostenere il colpo di Stato che ha rovesciato Mursi  sostituendolo con il Generale Abdel Fatah Said Husain Qalil al-Sisi. Sebbene Sisi abbia simpatie nasseriane, i sauditi gli sono molto più favorevoli che non verso i Fratelli musulmani. Mursi ha stabilito relazioni più strette con l’Iran, visto quale minaccia al regime saudita e alla ripartizione del potere saldamente instaurato nella regione. La decisione di Obama di ridurre i rifornimenti di armamenti ai militari egiziani dopo la cacciata di Mursi, ha ulteriormente infiammato le relazioni fra Riyad e Washington. Per compensare il taglio dell’assistenza degli Stati Uniti a Cairo, l’Arabia Saudita, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti hanno impegnato 12 miliardi di dollari di aiuti a Cairo, nel luglio di quest’anno. I sauditi si sono uniti ad Israele nell’opporsi alla riduzione dell’assistenza militare statunitense a Cairo, prova del crescente rapporto tra l’Arabia Saudita e la nazione che il re saudita Faisal, una volta indicò come “regime sionista”, presentando ai dignitari in visita copie splendidamente rilegate dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion”.
Dopo aver prestato servizio come ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti, nel 1983-2005, diventando il decano del corpo diplomatico di Washington, e aver fumato sigari alla Casa Bianca con George W. Bush, mentre fumavano ancora i resti del World Trade Center e del Pentagono, “Bandar Bush”, come era noto alla famiglia Bush, era certo che gli USA avrebbero colpito la Siria per assestare un duro colpo al governo del Presidente Bashar al-Assad. Dopo tutto, l’influenza di Bandar su Bush e Cheney li convinse ad attaccare l’Iraq, rovesciando Saddam Hussein. Bandar  concluse che lo stesso complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti che aveva invaso l’Iraq, poteva certamente aggredire il solo regime baathista socialista rimasto in Medio Oriente, la Siria. Bandar si sbagliava. Il segretario di Stato John Kerry, anche se sorpreso non poté resistere all’estensione da parte del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov di un accordo che vedeva la Siria disarmare il proprio arsenale chimico, in cambio della rinuncia dell’attacco statunitense.  Bandar e il regime saudita erano furiosi. Cheney, che apparve nello show radiofonico di estrema destra del commentatore Hugh Hewitt, si lamentava del fatto che i sauditi non potessero più fidarsi del loro “rapporto storico” con gli Stati Uniti. Cheney condannò  Obama per aver cancellato la “linea rossa” sull’uso da parte di Assad di armi chimiche, che Obama aveva in precedenza imposta alla Siria. Cheney affermò che l’amministrazione Obama aveva deluso gli alleati degli USA, che fecero la guerra contro l’Iraq assieme agli Stati Uniti nell’operazione Desert Storm, ma ignorò il fatto che tra quegli alleati c’era il padre di Assad, Hafiz al-Assad. Neoconservatori come Cheney e Hewitt alterano la storia non solo scientemente, ma anche artisticamente.
L’accordo USA-Russia sulla Siria ha anche leggermente migliorato il rapporto complessivo degli Stati Uniti con Mosca. Questo è particolarmente vero sul piano dell’anti-terrorismo. Dopo che Bandar avrebbe offerto al presidente russo Vladimir Putin un lucroso accordo con il regno saudita per l’acquisto di armi russe e l’ordine alle sue unità di al-Qaida d’osservare la tregua negli attacchi terroristici contro le Olimpiadi invernali di Sochi, in cambio dell’abbandono di Assad, apparve chiaro che i gruppi terroristici salafiti e wahabiti in Russia siano finanziati dai sauditi. In effetti, la rete di sostegno del terrorismo saudita in Cecenia e Daghestan è la stessa che ha colpito la maratona di Boston. L’offerta di Bandar a Mosca ignorava un aspetto importante della storia russa. La Russia è nota per sostenere i suoi alleati, dagli Stati Uniti durante la guerra civile contro la Confederazione, al governo dell’Afghanistan che combatteva i mujahidin islamici. La Siria non fa eccezione. Nella preparazione delle Olimpiadi di Sochi, i servizi segreti russi e statunitensi hanno iniziato a condividere l’intelligence su al-Qaida e i piani dei suoi alleati. Gli stessi flussi di denaro e rapporti identificati prima dell’11/9 tra le fonti saudite e le cellule di al-Qaida, forniscono informazioni sul suo sistema finanziario. La consapevolezza che USA e Russia abbiano un nemico comune nell’Arabia Saudita, suscita un certo interesse negli ex-membri della comunità di intelligence degli Stati Uniti, espandendo il regolare dialogo con i loro omologhi russi, avviatosi nei primi anni ’90 dopo il crollo dell’Unione Sovietica e, più recentemente, attraverso il “Gruppo Elba”, concentratosi principalmente sulle questioni di contro-proliferazione nucleare. I sauditi e i loro sostenitori nei circoli neo-conservatori di Washington, hanno risposto a tale iniziativa seminando la storia sui media secondo cui l’FBI indaga su crescenti tentativi dello spionaggio russo negli Stati Uniti, in particolare sulle attività del Centro per la Scienza e la Cultura russo di Washington. I sauditi e i loro amici neo-con statunitensi si rendono conto che il centro russo, che sponsorizza le visite di scambio professionale in Russia, sarebbe una potenziale via per un dialogo di basso profilo di ex, ma influenti, funzionari dell’intelligence degli Stati Uniti e della Russia. Ogni sforzo doveva essere fatto per affossare tali incontri, e il modo migliore era accusare il centro russo di essere una facciata dello spionaggio.
La decisione di Obama di chiamare il presidente iraniano Hasan Ruhani a New York, prima che partisse dal John F. Kennedy International Airport dopo il suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato considerato un altro affronto dai sauditi. Fu il primo contatto diretto tra un presidente statunitense e un presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Ulteriori incontri tra Kerry e il suo omologo iraniano e tra altri funzionari statunitensi e iraniani, dopo la notizia della volontà iraniana di fare ispezionare i suoi impianti nucleari e di limitarne l’attività, hanno fatto sperare nella distensione USA-Iran. Con la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio straniero che si riduce dal 60 al 40 per cento, e con la previsione che gli Stati Uniti potranno presto, con il fracking di scisto e lo sfruttamento offshore, avere l’autosufficienza petrolifera, la leva finanziaria del petrolio saudita non sarà più un’arma da utilizzare per influenzare la politica statunitense in Medio Oriente. Avendo maggior margine di manovra nei rapporti con Riyadh, l’amministrazione Obama, soprattutto attraverso la Consigliera alla Sicurezza Nazionale Susan Rice e l’ambasciatrice USA alle Nazioni Unite Samantha Power, potrà tranquillamente sostenere George Soros nella sua classica “rivoluzione tematica” in Arabia Saudita. La decisione delle donne saudite, che non possono guidare nel regno, di violare la legge con una protesta nazionale è stata accolta con alcuni permessi di guida emessi dalla polizia saudita. Ma la decisione della Casa Bianca di sostenere tranquillamente la “rivoluzione della chiave dell’automobile” è la prima indicazione, anche se di basso profilo, che Washington è pronta a strappare l’accordo del Quincy. Ma una cosa è certa per Bandar e i suoi alleati neocon di Washington e Israele. Quando saranno con le spalle al muro, colpiranno come aspidi del deserto. USA, Russia e altre nazioni dovranno rimanere in allerta.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti avvertono il Qatar

Karim Zmerli, Tunisie Secret, 1 ottobre 2013

Il sostituto emiro Tamim continua nella politica islamo-terrorista del padre rimosso e, a priori, comincia ad irritare l’amministrazione statunitense. Sacrificando i suoi due servitori, Hamad bin Qalifa e Hamad bin Jassim, Obama, che voleva salvarsi la pelle di fronte a un Senato che l’accusa di sostenere il terrorismo islamista, voleva servirsi di Tamim per la sua nuova tabella di marcia: disimpegno totale dal conflitto in Siria a favore dell’Arabia Saudita, la neutralità nel processo “democratico” in Tunisia, Egitto e Libia, sospensione di tutti gli aiuti agli islamisti e soprattutto ai jihadisti. Ma è nella natura dei beduini non capire l’ordine del padrone una prima volta. Buon fratello musulmano, Tamim, già coinvolto nella destabilizzazione della Tunisia e nell’invasione della Libia, ha continuato la stessa politica criminale del padre, ma più discretamente. Questo è troppo per Obama, che ha appena mandato al Qatar un severo avvertimento.

547752Con la “primavera araba”, Barack Hussein Obama ha voluto cancellare i danni della politica del suo predecessore, George W. Bush. Vale a dire l’inasprirsi del sentimento anti-americano che la guerra contro l’Iraq e l’Afghanistan ha creato nella coscienza islamica. Lo stratagemma ha funzionato bene nei primi mesi dopo la caduta dei regimi autoritari arabi. Obama era al suo zenit e gli USA più popolari di quanto non lo siano mai stati. Ma ora non più. Il popolo arabo rimpiange l’era di Bush e accusa Obama di tutti i peccati d’Israele. Perché gli statunitensi sono accusati di “usurpare” ai popoli la “primavera araba”, la loro “rivoluzione” e di avergli imposto l’islamismo. Con poche eccezioni, tutti i Paesi occidentali credevano che l’islamismo fosse popolare nel mondo arabo, e che non ci fosse alternativa ai regimi autoritari, quindi, questa ideologia neofascista presentata come “Islam moderato”, aveva la necessità di essere sostenuta. Ma sorpresa e una graffiante confutazione arrivarono dall’Egitto. Non tanto perché il generale Abdelfatah al-Sisi aveva osato, ma perché la stragrande maggioranza del popolo egiziano aveva accolto la sua azione come una seconda “rivoluzione”, come la vera liberazione dall’incubo islamo-fascista. Il principale quotidiano al-Ahram ha poi titolato: “I tunisini ci hanno esportato una rivoluzione falsa, gli diamo una vera rivoluzione!
Come abbiamo scritto a giugno, il risveglio nazionalista egiziano era la conseguenza immediata o l’effetto collaterale del licenziamento dei due Hamad del Qatar. Ma prima vi fu la pulizia dei fascio-islamisti in Mali, sostenuti e sponsorizzati dall’emiro e dal suo visir, come tutti i movimenti islamo-terroristici che imperversano in Africa, tra cui i Shabab che hanno commesso un massacro in Kenya. Per sbarazzarsi dei due Hamad, Obama ha voluto togliere due scomodi testimoni della sua politica filo-islamista. Alcuni ex-diplomatici e militari sono anche convinti che l’alleanza tra al-Qaida e al-Qatar sia provata e che sia una bomba a orologeria che può danneggiare l’immagine della “prima democrazia” del mondo, e dei suoi interessi vitali. Ma il sostituto emiro, Tamim, non sembra capire l’avvertimento degli Stati Uniti. A un mese dal suo insediamento, ha iniziato ad armare Jabhat al-Nusra e al-Qaida in Siria, e la sua rete propagandistica, al-Jazeera, continua la disinformazione sugli eventi in Egitto e in Siria. Da qui il severo avvertimento da uno stretto collaboratore di Obama, un musulmano, cui è bastato contattare Tamim, a casa sua a Doha. Secondo un giornalista del Kuwait, l’inviato di Obama in Qatar s’è rivolto all’emiro come il padrone si rivolge al proprio cane. Già ad agosto, Jeremy Shapiro, vicedirettore del Centro degli Stati Uniti e dell’Europa (CUSE) della Brookings Institution e consigliere dell’ex-segretario di Stato degli USA, ha pubblicato un articolo al vetriolo contro l’emirato. In questo articolo, pubblicato su Foreign Policy (FP) il 28 agosto 2013, Jeremy Shapiro ha scritto: “In Libia, gli sforzi degli Stati Uniti per sostenere la formazione di un governo di transizione moderato e in grado di governare efficacemente la Libia, sono stati costantemente disattesi e minati dalla politica autonoma del Qatar… Non va meglio in Siria. Il Qatar è emerso dal 2011 probabilmente come il più importante supporto estero dell’opposizione siriana al regime di Assad. Il Qatar ha speso, secondo la stampa, più di 3 miliardi dollari in aiuti all’opposizione… come in Libia, il Qatar ha usato la sua influenza per ostacolare gli sforzi degli Stati Uniti e degli altri nel promuovere l’unità nell’opposizione siriana, un prerequisito per una soluzione negoziata della guerra…
Secondo Jeremy Shapiro, il Qatar non è né un amico, né un nemico. Ma la sua politica va sempre contro gli interessi degli Stati Uniti. E per scagionare il capo della Casa Bianca, ha detto che il Qatar ha preso l’iniziativa di sostenere i Fratelli musulmani in Egitto, Libia e Tunisia, e supporta gli estremisti in Siria e in Iraq. Ha aggiunto che “prevede che la nuova leadership politica del Qatar  cambi rotta, come sembra faccia la Turchia.” E allora? Jeremy Shapiro propone cinque misure contro il Qatar. Pensa di spingere l’Arabia Saudita a svolgere un ruolo di primo piano nella pacificazione della situazione siriana. Intende giocare sulla vecchia disputa tra il Qatar e l’Arabia Saudita, e prevede di ospitare l’opposizione del Qatar e di dare voce alla televisione al-Arabiya. E, se necessario, chiudere la base di al-Udaid. Propone inoltre di denunciare le condizioni dei lavoratori stranieri in Qatar per condurre una campagna mediatica contro la Coppa del Mondo nel 2022. L’ultima raccomandazione sembra già avviata, con la stampa statunitense, inglese e francese che scopre improvvisamente che il Qatar maltratta i lavoratori immigrati!
Il cambiamento nella politica degli Stati Uniti verso l’islamismo sembra essere più strategico che tattico. L’accettazione del piano russo per la risoluzione del conflitto in Siria, la ripresa del dialogo diplomatico con l’Iran, la stabilizzazione dei rapporti con l’Egitto, sono tutte indicazioni che il governo degli Stati Uniti non sia più sotto l’influenza della setta dei Fratelli musulmani, in generale, e in particolare del Qatar. Alla luce di tale cambiamento è necessario leggere l’ultima “pressione” di Jacob Walles sul capo dei Fratelli musulmani in Tunisia, Rashid Ghanuchi! Secondo il Middle East Online, una fonte diplomatica degli Stati Uniti ha detto che il governo statunitense ha avvertito al-Nahda di un possibile scenario egiziano, se i fratelli musulmani tunisini non accettano la roadmap che la prima potenza “capitalista” ha ispirato al “proletariato” dell’UGTT!

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Vedasi: Qatar – L’assolutismo del XXI.mo secolo

“Bandar Bush” compra i voti per la guerra alla Siria

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 21.09.2013

1131Molteplici fonti d’intelligence a Washington, Londra, Beirut e Parigi sostengono che il capo dell’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, ha pagato membri chiave della leadership del Senato e della Camera degli Stati Uniti, così come i ministri chiave del governo francese, “incentivando con il denaro” il sostegno all’attacco militare “shock and awe” statunitense e francese non solo sulle posizioni siriane, ma anche contro Hezbollah in Libano. Prima dell’accordo sul “Quadro per l’eliminazione delle armi chimiche siriane” elaborato all’ultimo momento tra il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato John Kerry, a Ginevra, Kerry aveva ordinato a tutti i diplomatici degli Stati Uniti di lasciare il Libano, in vista di un attacco degli Stati Uniti su obiettivi principalmente nel sud di Beirut e nel sud del Libano. Questa mossa ha spinto intelligence libanese ad esaminare le attività lobbistiche di Bandar a Washington e a Parigi.
Bandar è il principale responsabile dei rifornimenti di armi ai ribelli siriani dagli arsenali sequestrati in Libia dai guerriglieri salafiti islamici e dei Fratelli musulmani alle forze di Muammar Gheddafi. Tale operazione, sventata da una serie di circostanze, tra cui la diffusione di un video antimusulmano su YouTube e un’operazione segreta, fallita, condotta sotto gli auspici di un ordine presidenziale classificato, firmato da Barack Obama e implementato dal consigliere per la sicurezza, e attuale direttore nazionale della CIA, John Brennan, aveva provocato il 12 settembre 2012 l’assalto alla legazione della Central Intelligence Agency di Bengasi. L’attacco aveva provocato la morte di quattro elementi del governo degli Stati Uniti, tra cui l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia Christopher Stevens. Gruppi libici rivali, fedeli all’Arabia Saudita e al Qatar rispettivamente, avevano contribuito al fallimento dell’operazione di acquisto di armi a Bengasi. I salafiti filo-sauditi erano sconvolti dal fatto che i ribelli pro-Fratellanza musulmana raccogliessero enormi quantità di denaro inviando armi libiche, tramite i voli cargo della Qatar Airways, da Bengasi alla Turchia per la successiva distribuzione ai ribelli in Siria. Veterani dell’Afghanistan del Gruppo combattente islamico libico, finanziato dai sauditi, che combatterono le forze di Gheddafi per diversi anni e che sono membri di al-Qaida, ebbero la loro vendetta sul Qatar e la CIA attaccando la sede “diplomatica” degli Stati Uniti a Bengasi. L’amministrazione Obama avviò un’operazione di occultamento, per tenere segreta la natura dell’operazione della CIA per trasferire armi dalla Libia alla Siria.
Bandar, affettuosamente conosciuto come “Bandar Bush” dai membri della famiglia Bush per via dei suoi stretti legami con gli ex-presidenti George H. W. e George W. Bush, non è estraneo alle tangenti. Gran parte del denaro che Bandar usa per comprare i membri del Congresso e dell’Assemblea nazionale francese, proviene dai 2 miliardi di dollari in fondi neri accumulati da Bandar con il pagamento di tangenti, a lui destinate dall’azienda della difesa inglese BAE Systems, nell’ambito della conclusione dell’accordo armi-per-petrolio tra i sauditi e gli inglesi, negli anni ’80.  Per più di due decenni, la Banca d’Inghilterra ha trasferito circa 2 miliardi di dollari sui conti di Bandar e di altri funzionari sauditi, per ‘ammorbidirli’ sull’affare. I Tornado e gli Eurofighter Typhoon inglesi furono forniti all’Arabia Saudita, assieme agli aggiornamenti e ai missili per i Tornado. L’accordo, noto come “patto al-Yamamah”, fruttò alla BAE 43 miliardi di dollari di entrate. I 2 miliardi di dollari intascati da Bandar rappresentavano circa il cinque per cento della “tassa dell’agente” standard o dell’”elemosina”, dilaganti negli accordi commerciali con i funzionari governativi sauditi e di altri Paesi del Golfo. Membri repubblicani e democratici del Senato e della Camera, tra cui i senatori Harry Reid, John McCain, Lindsey Graham, Barbara Boxer e Robert Menendez, nonché lo speaker della Camera John Boehner, la leader della minoranza Nancy Pelosi, il presidente del Comitato sull’intelligence della Camera Mike Rogers, Peter King di New York, e il portavoce della minoranza Steny Hoyer, ed altri ancora, hanno visto le loro casse elettorali crescere sensibilmente grazie alla generosità finanziaria di Bandar, secondo le nostre diverse fonti.
Bandar ha anche sollecitato il potente Israel Public Affairs Committee (AIPAC) a sostenere la legge per l’autorizzazione del Congresso all’uso della forza militare degli Stati Uniti in Siria. Tra le moine e le minacce politiche dei lobbisti dell’AIPAC e l’odore del denaro contante di Bandar, la leadership del Congresso di entrambi i partiti, democratico e repubblicano, si allineava nel sostenere l’iniziativa armata dell’amministrazione Obama. McCain è il secondo destinatario dei finanziamenti dell’AIPAC, battuto solo dal presidente della Commissione Relazioni Estere del Senato, Menendez.  McCain ha anche rapporti intimi con i gruppi islamisti in Libia, Siria, Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Qatar. In sostanza, i legami esteri di McCain rappresentano la rete degli interessi sionisti israeliani e wahabiti/salafiti sauditi attualmente in gioco in tutto il Medio Oriente. Ovunque, i governi socialisti pan-arabi e laici sono nel mirino degli Stati Uniti, dell’Arabia saudita e degli interessi israeliani, sostenuti dai provocatori delle organizzazioni non governative della “società civile”, finanziati dagli hedge fund del magnate George Soros, sempre in prima fila nel supportare raduni in favore dei ribelli islamisti.
Rispecchiando la sostanziale operazione d’influenza a Washington, dove Bandar fu ambasciatore saudita e avrebbe avuto un ruolo nel sostenere finanziariamente alcuni dei dirottatori sauditi accusati dell’11/9, le operazioni di lobby di Bandar si ampliano a Parigi, per garantire un voto parlamentare francese in supporto dell’attacco militare contro la Siria. Le somiglianze del lobbismo a Parigi con le operazioni a Washington sono più che evidenti. Come con l’AIPAC, la sua controparte di Bruxelles, il Congresso ebraico europeo (EJC), ha iniziato a fare pressioni sui membri dell’Assemblea nazionale francese, così come sui membri del Parlamento europeo, per sostenere l’attacco militare contro la Siria. Il principale sostenitore e istigatore nel parlamento francese dell’attacco contro la Siria è Jean-Marc Ayrault, il Primo ministro. Anche se la pronuncia di “Ayrault”, in arabo significa “pene”, il Primo ministro francese, insieme al presidente Francois Hollande, è diventato il principale alleato di Bandar a Parigi. La posizione di Ayrault è sostenuta dal ministro delle Finanze Pierre Moscovici, uno dei principali sostenitori d’Israele… Proprio come con l’”affare al-Yamamah,” Bandar è in grado di addolcire l’accordo sul sostegno francese ai ribelli siriani. Mentre Bandar e l’EJC ottengono il sostegno parlamentare francese ad un attacco militare alla Siria, veniva annunciato che l’Arabia Saudita aggiudicava un contratto da un miliardo di euro a tre società francesi, Thales, DCNS e MBDA, per ristrutturare cinque navi della marina saudita. Hollande deve visitare l’Arabia Saudita, in autunno, il suo secondo viaggio nel regno in un anno.
Contrario all’attacco alla Siria era il leader del partito della sinistra francese (Parti de Gauche), Jean-Luc Mélenchon. Tuttavia, come il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky e candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Mélenchon, ex e futuro candidato alla presidenza, è stato perseguitato da accuse false e non provate di “anti-semitismo” dalle lobbies israeliane di entrambi i Paesi. Si tratta di una tattica ben nota delle lobby israeliane, per confondere l’opposizione con l’antisemitismo per poter lanciare guerre contro i Paesi arabi. Eppure, sono le lobby israeliane di molte nazioni che hanno sostenuto l’assistenza militare ad al-Qaida e ai suoi alleati. Alti funzionari israeliani anonimi, citati dal quotidiano israeliano Israel Hayom, avrebbero detto: “Una Siria controllata da al-Qaida sarebbe preferibile alla vittoria di Assad sui ribelli.” E’ l’indicazione più chiara che, quando si tratta di sostenere al-Qaida, Bandar e i funzionari del governo di destra israeliano sono sulla stessa barricata. L’iniziativa saudita-israeliana per strappare il sostegno del Parlamento europeo all’attacco alla Siria non è riuscita, quando Arnaud Danjean, il capo della sottocommissione sulla Sicurezza e la Difesa del Parlamento ha detto che non vi erano prove sufficienti che Bashar Assad sia dietro l’attacco chimico a Ghuta del 21 agosto. In realtà, il fallimento al Congresso degli Stati Uniti e al Parlamento europeo, con la dura opposizione all’Assemblea nazionale francese, così come alla Camera dei Comuni inglese, contro l’autorizzazione dell’uso della forza contro la Siria, è visto come la prima grande sconfitta internazionale degli sforzi lobbistici sauditi e israeliani a Washington, Bruxelles, Parigi e Londra.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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