Una storia di occasioni mancate

Aram Ter-Ghazarjan, RIR, 26 settembre 2014

L’industria del computer in URSS ebbe un rapido sviluppo fino all’inizio degli anni ’70, quando il governo effettivamente ridusse le innovazioni. Alcune di queste conoscenze sono ancora così preziose che rimangono classificate.

Il supeecomputer russo SKIF - Aurora.

Il supercomputer russo SKIF – Aurora

Subito dopo la seconda guerra mondiale il governo di Stalin cominciò a riconoscere la necessità di realizzare una svolta tecnica nel settore industriale e scientifico mentre iniziava la guerra fredda, che richiese la mobilitazione delle risorse intellettuali della nazione. Dai primi anni ’50 l’URSS aveva creato un’industria informatica moderna. Tuttavia, all’inizio degli anni ’70 il governo sovietico decise di porre fine a questi sviluppi unici e di piratare i sistemi occidentali. Di conseguenza, il progresso di un intero settore fu interrotto.

Primi passi: dall’URSS al futuro
Sergej Lebedev I primi passi verso la creazione di una piccola calcolatrice elettronica (MESM) avvennero nel 1948 in un laboratorio segreto di Feofanija, nei pressi di Kiev. Il lavoro era supervisionato da Sergej Lebedev, al tempo direttore dell’Istituto di Ingegneria Elettrica. Propose ed attuò i principi di una macchina per calcoli elettronici con un programma di archiviazione. Nel 1953 Lebedev guidò il team che creò la prima grande calcolatrice elettronica, nota come BESM-1. Fu assemblata a Mosca presso l’Istituto di meccanica di precisione ed ingegneria informatica. I personal computer furono prodotti dall’Istituto di Cibernetica di Kiev negli anni ’60 nella serie che comprese i computer Mir-1, Mir-2 e Mir-3. Questi erano personal computer con tutte le caratteristiche necessarie, memoria e capacità per l’impiego nelle industrie dell’epoca. I sistemi informatici originali in URSS non furono unificati sotto uno standard comune, neanche entro la singola serie. I computer moderni non potevano “capire” i predecessori. Le macchine erano incompatibili per i criteri su capacità digitali e periferiche. Per via dell’assenza di norme unificate e per una strategia di sviluppo sbagliata, l’industria dei computer sovietica cominciò ad seriamente a rallentare all’inizio degli anni ’70. Andrej Ershov, uno dei fondatori dell’informatica in Unione Sovietica, dichiarò apertamente che se Viktor Glushkov non avesse cessato di sviluppare la serie Mir, i migliori personal computer al mondo sarebbero stati creati in URSS.

BESM-6

BESM-6

L’errore fatale: piratare IBM
pentkovskiy Nel 1969 le autorità sovietiche decisero di chiudere tali sviluppi e iniziare a creare computer basato sulla piattaforma IBM/360. In altre parole, decisero di piratare i sistemi occidentali. “Fu la peggiore decisione possibile“, dice Jurij Revich, storico e programmatore. “Il governo sovietico e in parte i costruttori erano da biasimare per il fatto che l’industria avesse cessato di svilupparsi autonomamente. Ogni gruppo rimase isolato e il regime di segretezza facilitò le diverse soluzioni tecnologiche, prese in prestito dalle riviste scientifiche occidentali“. A parere di Revich, ciò fece rallentare l’industria dei computer sovietica. Quando l’Unione Sovietica lanciò il suo primo mainframe ESEVM nel 1971, gli Stati Uniti erano già passati alla successiva generazione di IBM/370. “Gli sviluppatori dovettero compiere una quantità importante di lavoro, non inferiore a quello per creare un computer da zero, come tradurre i programmi e molto altro“, spiega Revich. “Ma il risultato fu del tutto inadeguato. La scienza mondiale perse molto a causa di tale decisione“. Negli anni ’80 l’industria dei computer ristagnava. “Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, c’erano due o tre tipi di computer nel Paese“, ricorda Maksim Moshkov, fondatore di Lib.ru, prima biblioteca elettronica della Russia. “Al lavoro c’erano due scatole delle dimensioni di una scrivania, alta 1,5 metri, che gestiva i calcoli salariali ordinari dei dipendenti“. Ha spiegato che le scatole contenevano 16 megabyte di RAM ed erano controllate da un team di 15 programmatori, amministratori e tecnici. “I calcolatori stranieri lavoravano in modo simile“, aggiunge Moshkov. Molte menti dell’informatica sovietica si trasferirono all’estero. Vladimir Pentkovskij, che lavorava presso l’Istituto Lebedev di meccanica di precisione ed ingegneria informatica, è diventato lo sviluppatore leader del microprocessore Intel e fu sotto la sua guida che l’azienda creò il processore Pentium, nel 1993. Pentkovski utilizzò le conoscenze acquisite in URSS per sviluppare l’Intel. Nel 1995, Intel lanciò il più moderno processore Pentium Pro, che in termini di capacità era vicino al microprocessore russo El-90 del 1990.

I supercomputer russi
sm.aspxNel 2007-2010, quando il governo ha iniziato a finanziare attivamente le scienze, dopo una pausa di 15 anni, gli scienziati russi e bielorussi hanno creato congiuntamente la serie di supercomputer SKIF (SKIF è l’acronimo russo per SuperComputer Iniziativa Feniks). Un altro supercomputer, AL-100, è stato avviato nel 2008, la cui massima produttività raggiunge i 14,3 Tflops. AL-100 comprende 336 processori Intel Xeon 5355 e ha 1344 GB di RAM. Il supercomputer Lomonosov è stato creato nel 2009. Questa macchina è composta da tre tipi di nodi e processori con diverse architetture computazionali. Il supercomputer è utilizzato per risolvere intensivi problemi di scienza computazionale sviluppando algoritmi e software per potenti sistemi di calcolo. Lomonosov è tra i primi 500 più potenti supercomputer del mondo.

Il supecomputer Lomossonov

Il supercomputer Lomonosov

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

“L’esperienza cinese è utile alla Russia”

Articolo di Zjuganov per il Quotidiano del Popolo e la Pravda
Histoire et Societé – 26 settembre 2014

Il 25 settembre è iniziata la visita ufficiale in Cina, su invito del Comitato centrale del Partito comunista cinese, della delegazione del Partito comunista (della Federazione Russa) guidata dal Segretario Zjuganov. Lo stesso giorno, il giornale ufficiale del Comitato centrale del PCC, “Quotidiano del Popolo”, ha pubblicato un articolo di Zjuganov. Oggi presentiamo ai lettori la traduzione dalla Pravda.

MAIN201409270824000105867568431Nel giugno 1997, i nostri partiti firmarono un memorandum per la cooperazione, che divenne la base per lo sviluppo delle relazioni multilaterali tra il Partito comunista e il PCC. Il Partito comunista in quel momento, dopo esser stato bandito e un lungo processo presso la Corte Costituzionale, e dopo aver superato la difficile strada per il recupero e la rigenerazione, aveva ripreso forza con fiducia e conquistato l’appoggio delle masse. Per noi, la firma di quel protocollo fu un importante sostegno morale. Lo scambio delle delegazioni consentì ai membri del nostro gruppo di conoscere le conquiste del popolo cinese, le attività del PCC. In Cina hanno soggiornato diversi gruppi militanti degli uffici regionali del partito comunista. Tra di loro c’erano speciali delegazioni di giovani, futuri leader del partito. Per loro, questi viaggi sono diventati una sorta di tirocinio. Molti giovani talenti si uniscono al nostro partito. Acquisire familiarità con le conquiste del Paese nel costruire il socialismo con caratteristiche cinesi, è un incentivo per il loro lavoro quotidiano. Anche i giornalisti del partito visitano la Cina. Dopo le loro visite, hanno pubblicato decine di materiali. Un aspetto importante del rapporto tra i partiti è la partecipazione dei rappresentanti del Partito Comunista in vari seminari e conferenze organizzati dalle organizzazioni scientifiche del PCC. I rappresentanti del Partito comunista cinese frequentano regolarmente i congressi del Partito comunista, così come quelli internazionali organizzati a Mosca su iniziativa del Partito Comunista. Ho visitato il vostro bel Paese sette volte. Questa visita sarà l’ottava. Ho avuto l’opportunità di incontrare molti leader del PCC. Il compagno Xi Jinping ha sostenuto attivamente lo sviluppo delle relazioni tra il Partito comunista russo e il PCC, chiedendone l’espansione. Penso che questi incontri siano un importante contributo alle relazioni tra il partito comunista e il PCC.
Sono grato ai compagni cinesi, perché hanno tradotto e pubblicato in cinese una serie di mie opere che riflettono i processi che avvengono in Russia, e le attività del nostro partito. Il mio libro “La globalizzazione e il destino dell’umanità”, contiene un’analisi delle relazioni internazionali contemporanee. Mi è stato detto che ha suscitato grande interesse tra i lettori cinesi. Generalmente, durante i nostri viaggi in Cina, abbiamo avuto l’opportunità di familiarizzare con i processi su riforme, sviluppo della scienza, produzione industriale moderna. I cinesi hanno ottenuto un notevole successo. Ero a Pechino quando avevano appena iniziato i preparativi per le Olimpiadi. Poi ho visitato Pechino alla vigilia della celebrazione globale dello sport e ho visto con i miei occhi ciò che è stato costruito: stadi, centri sportivi, nuove infrastrutture. Tutto questo mi ha fatto impressione. E’ con grande cura che seguiamo l’attuazione delle riforme previste nella RPC da parte del partito. La Cina detiene ancora il primo posto nel mondo per crescita economica, nonostante la crisi globale: una media del 9-10% all’anno negli ultimi 30 anni. C’è stato un aumento costante dei redditi nelle aree urbane e rurali. Sappiamo che la politica interna in Cina è determinata dall’adesione al sistema socialista. Tuttavia, la scelta socialista non impedisce di sviluppare relazioni nell’economia di mercato. La stabilità politica e il progresso dell’economia nazionale incitano la popolazione della Grande Cina a sperare in un futuro migliore.
Per noi, comunisti russi, l’esperienza della cooperazione con i partiti democratici del PCC in Cina è di grande interesse. Ci siamo incontrati più volte con i rappresentanti del Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo della Cina. Credo che questa esperienza possa essere utile per la Russia. Le relazioni russo-cinesi sono caratterizzate da elevate dinamiche di sviluppo, basandosi sul trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra Russia e Cina del 16 luglio 2001. Queste relazioni sono ora caratterizzate da un partenariato basato su fiducia e interazione strategica. Dietro queste formulazioni ufficiali vi sono centinaia di contratti e accordi specifici. Recentemente sono venuto a conoscenza del piano d’azione 2013-2016. Esso dimostra che oltre 300 trattati ed accordi intergovernativi sono stati firmati, coprendo quasi tutti i settori della cooperazione. I parlamentari contribuiscono all’approfondimento delle relazioni tra i nostri due Paesi. Le commissioni parlamentari istituite operano con successo secondo la cooperazione tra Consiglio della Federazione, Consiglio di Stato e Congresso nazionale del popolo. Il Primo Vicepresidente del Partito Comunista, Primo Vicepresidente della Duma Ivan Melnikov, è responsabile per lo sviluppo delle relazioni tra la Duma di Stato e il Comitato Nazionale della Conferenza Consultiva Politica del Popolo della Cina. Un membro del nostro gruppo, l’Ambasciatore Vassilij Likhachjov, è il coordinatore del gruppo di cooperazione tra la Duma di Stato e la CCPPC. Un posto importante nelle relazioni russo-cinesi prendono le relazioni interregionali. Oggi, più di 60 soggetti della Federazione Russa hanno contatti con le province della RPC. Hanno firmato più di un centinaio di accordi di cooperazione. I deputati comunisti degli organi di rappresentanza di questi soggetti, sostengono pienamente lo sviluppo dei contatti interregionali. L’Anno della Russia in Cina e l’Anno della Cina in Russia, delle lingue cinese e russa, hanno avuto molto successo. La mia famiglia contribuisce anche a questa partnership: un mio nipote studia cinese al liceo e ha fatto uno stage a Shanghai. I nostri Paesi hanno buone prospettive nell’approfondire la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. La cosa importante è che gli accordi siano carichi di contenuti concreti.
Assistiamo all’improvviso peggioramento della situazione internazionale. In varie parti del mondo imperversano la guerra e il terrorismo, e le minacce alla pace e alla stabilità si inaspriscono. La guerra ha raggiunto i confini della Russia, in Ucraina c’è la guerra civile. Nei documenti diplomatici avrebbero scritto probabilmente che gli approcci di Russia e Cina ai problemi fondamentali della politica mondiale e alle questioni internazionali sono vicini o coincidono. In pratica, ciò significa che i nostri Paesi hanno sventato l’aggressione alla Siria. I marinai dei nostri Paesi hanno garantito le regolari operazioni per distruggere le armi chimiche siriane. Nel vocabolario internazionale vi sono concetti ben affermati come BRICS e SCO, nella cui formazione sono coinvolte attivamente Russia e Cina. Sono convinto che queste strutture internazionali emergenti avranno sempre più importanza e influenzeranno il corso degli eventi mondiali.
Oggi abbiamo tutte le ragioni per dire che Russia e Cina sono cruciali nel mondo moderno, e senza cui non può essere risolto alcun problema internazionale.

P201003242150341005320083Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Giappone guarda ancora all’Oceano Indiano

Vladimir Terehov New Eastern Outlook 20/09/2014

Modi-AbeUno dei segnali che indicano la continua evoluzione nel processo di “normalizzazione” del Giappone è l’espansione delle proprie aree d’interesse politico. La geografia di tale spazio è determinata dalla necessità di risolvere due problemi sostanzialmente interconnessi e vitali per il Giappone. Il primo è garantirsi l’accesso alle risorse energetiche del Golfo Persico, così come il loro transito sicuro ai porti giapponesi. Il secondo, non ufficializzato ma abbastanza evidente, deriva dalla trasformazione della Cina in potenza globale, percepita come principale minaccia agli interessi nazionali e alla sicurezza del Giappone. Poiché la Cina “ricambia” con la propria valutazione del processo di “normalizzazione” giapponese, le relazioni tra questi due importanti Paesi asiatici sullo spazio politico globale sembrano sempre più seguire la “marcatura” tra due calciatori avversari durante la partita. La strategia attuata da entrambe le “squadre” inizia a svilupparsi in tutte le regioni del mondo, ma è particolarmente evidente nell’area della rotta che si estende attraverso Oceano Indiano, Stretto di Malacca e Mar Cinese Meridionale, terminando nei porti di Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone.
Da quando è salito al potere alla fine del 2012, l’attenzione del primo ministro giapponese Shinzo Abe si è concentrata sulla crescente presenza giapponese nel Mar Cinese Meridionale e nello Stretto di Malacca. Il premier e i suoi ministri chiave hanno compiuto il maggior numero di visite nei Paesi del sud-est asiatico che circondano lo stretto. E’ importante notare che nelle visite e trattative con gli omologhi di questi Paesi, assieme all’uso del tradizionale strumento economico della politica estera del Giappone, l’aspetto militare e tecnico della cooperazione del Paese diventa sempre più importante. Ciò è fortemente incoraggiato dai Paesi del sudest asiatico per ragioni abbastanza ovvie. Va notato che i segnali che indicano il rinnovato interesse del Giappone per la regione dell’Oceano Indiano, ben evidente nelle due guerre mondiali, s’è già manifestato nel primo mandato di Shinzo Abe, nel 2006-2007, con la sua visita in India nel 2007, formulando il concetto di “arco d’instabilità”. Come notato dagli analisti, “con strana coincidenza”, l’arco si sovrappone alla suddetta vitale rotta per il Giappone. Nell’estate 2011, il Giappone aprì la sua prima base militare estera dal dopoguerra, dopo aver affittato dei terreni a Gibuti, nell’estremità occidentale della rotta di fondamentale importanza, per combattere i “pirati somali”, che sarebbero stati creati se non esistessero. Per inciso, per sopprimere la “minaccia dei pirati”, anche la Cina ha firmato un accordo con Gibuti per costruire una propria base militare all’inizio del 2013. Tuttavia, navi e aerei militari dei principali attori regionali da tempo pattugliano l’acceso al Golfo Persico.
La prova della nuova fase della politica attiva del Giappone nella regione dell’Oceano Indiano s’è avuta con i negoziati tra Shinzo Abe e il nuovo premier indiano Narendra Modi, durante la visita di quest’ultimo in Giappone all’inizio di settembre e il successivo tour asiatico del premier giapponese con soste in Bangladesh e Sri Lanka. Tuttavia, la nuova fase dei rinnovati interessi giapponesi nell’Oceano Indiano, forse iniziò nel maggio 2013 quando, in un altro tour nei Paesi del sudest asiatico, il premier giapponese si fermò anche in Myanmar. È un fatto che il Myanmar colleghi geograficamente le regioni dell’Oceano Indiano e del Sud-Est asiatico. Perciò la lotta per il controllo del suo territorio accelera nel gioco che si dispiega tra i protagonisti dello spazio circostante i bacini degli oceani Indiano e Pacifico. Nel viaggio in Giappone di Modi, gli analisti notarono subito che era il primo Paese visitato nei suoi tanti viaggi all’estero. La ragione principale di ciò è il consolidato rispetto di Modi per il Giappone e personalmente il suo attuale premier. Sebbene le foto delle agenzie di stampa delle riunioni bilaterali dimostrano tali sentimenti meglio di ogni parola. Il nuovo premier indiano prosegue sulla via di più stretti legami politici con il Giappone, come deciso dai suoi predecessori. Anche se il volume commerciale indiano con la Cina è di un ordine di grandezza maggiore di quello con il Giappone, la Cina è sempre più vista come un avversario geopolitico, mentre il Giappone come principale potenziale alleato politico dell’India. Quindi, sembra che con “gelosia” evidente la Cina abbia visto il viaggio di Modi in Giappone. I commenti della stampa cinese possono essere riassunti: “è meglio per l’India essere nostra amica” (vedasi: Modi sa che le relazioni con la Cina sono più importanti nel lungo periodo, di Liu Zongyi, Global Times). La stessa argomentazione “cinese” era presente nei commenti sulla visita di Abe in Bangladesh e Sri Lanka. Avviando le discussioni sulla proverbiale strategia del “filo di perle” che si suppone perseguita dalla Cina nel sud-est asiatico in generale e in India in particolare. Vi è anche l’ipotesi secondo cui il Giappone intende creare un proprio “filo di perle” nel sud-est asiatico, una rete di basi militari nello spazio tra Gibuti e lo Stretto di Malacca. Tuttavia, queste sono attualmente solo speculazioni e si può solo attendere per vedere come il gioco tra le nazioni leader regionali si svolge.
I prossimi eventi che meritano particolare attenzione saranno la visita del presidente cinese Xi Jinping in India e il successivo viaggio di Modi per la sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove ha in programma d’incontrare il presidente degli USA Barack Obama. Il secondo evento è particolarmente interessante perché, fino alla fine dello scorso anno, quando il Bharatiya Janata Party vinse le elezioni parlamentari, Modi era bandito dal suolo statunitense. Tuttavia, ora Modi è praticamente l’ospite più atteso dell’amministrazione statunitense, ed è abbastanza evidente perché.

l2014083056190Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro per gli studi asiatici e del Medio Oriente dell’Istituto di ricerca strategica russo, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’occidente batte in ritirata dall’Ucraina

MK Bhadrakumar - 24 settembre 2014putinrussiaskoreaConsiderando l’enorme pubblicità che la Casa Bianca ha dato la scorsa settimana alla visita del presidente ucraino Petro Poroshenko, con il ‘raro onore’ di presenziare una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, ed altro, si sarebbe pensato che l’amministrazione Barack Obama avesse un elevato umore bellicoso verso la Russia. Ma una lettura attenta delle osservazioni del presidente Obama dopo l’incontro con Poroshenko a Washington, fa sorgere dubbi. Obama è un politico intelligente che può fare apparire una ritirata come una vittoria. L’ha fatto in Afghanistan, lo fa in Ucraina? Si consideri ciò, Obama che ha disprezzato l’accordo di Minsk ne è ormai devoto. Sostiene anche che l’Ucraina dovrebbe avere “buone relazioni con tutti i suoi vicini, ad est e ad ovest”, e raccomanda che l’Ucraina perpetui i suoi forti rapporti economici e popolari con la Russia. Questo è il vecchio Obama. Si nota Obama consigliare Poroshenko risolvere i problemi direttamente con Mosca? Sembra così. Al ritorno a Kiev, Poroshenko ha svelato che l’Ucraina riceverà solo articoli militari “non letali”, ovviamente ben lungi dalla sua lista dei desideri. E come assistenza economica, la Casa Bianca ha accettato di concedere la somma principesca di 50 milioni di dollari di aiuti a Poroshenko, per tutto il 2015. Piuttosto tragicomico, in un momento in cui, secondo il FMI, l’Ucraina ha bisogno di 19 miliardi per l’anno prossimo, se la guerra civile continua, e solo come assistenza finanziaria per sopravvivere al prossimo anno, al culmine del programma di salvataggio globale dell’Ucraina. Nel frattempo, il FMI ha rivisto la stima di sei mesi prima e ora dice che per l’impressionante piano di salvataggio da 55 miliardi di dollari è necessario altro finanziamento estero per l’Ucraina. Gli esperti prevedono che tale cifra potrebbe alla fine avvicinarsi ai 100 miliardi piuttosto che ai 55 miliardi di dollari. E’ uno scherzo macabro dare la misera di 50 milioni dopo aver trascinato l’Ucraina nella guerra con la Russia. Dove prendere i restanti 18,45 miliardi di dollari per far sopravvivere l’Ucraina fino al prossimo anno? Beh, dall’Europa, dov’altro? E chi pagherà in Europa? Non Polonia, Lituania, l’Estonia, ma la vecchia ‘Vecchia Europa’. In sostanza, la Germania allenterà i cordoni della borsa. La cancelliera Angela Merkel deve saltellare pazzamente.
7dce79c77897e37de3d60b004dd738ff_ls Contrariamente alle stime precedenti, la contrazione economica dell’Ucraina quest’anno potrebbe rivelarsi a due cifre. Tutto ciò potrebbe spiegare alcuni passaggi interessanti relativi all’Ucraina nelle ultime settimane: a) la rapida decisione dell’Unione europea di congelare l’accordo di associazione frettolosamente firmato con l’Ucraina, almeno fino alla fine del 2015; b) il robusto appoggio dell’UE all’accordo di Minsk tra Kiev e i separatisti nel sud-est dell’Ucraina; c) l’incontro top secret tra i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Russia a margine della recente conferenza internazionale di Parigi sullo Stato islamico; d) il riconoscimento tardivo della NATO che la Russia ha ritirato le truppe dal confine con l’Ucraina; ed e) l’incontro tra i ministri degli Esteri di Russia e Stati Uniti a New York. Basti dire che il presidente russo Vladimir Putin ha ottenuto una grande vittoria diplomatica quando l’occidente ha riconosciuto che Mosca ha interessi legittimi in Ucraina. L’occidente non ha altra scelta che accettare il fatto che l’economia ucraina è legata a Mosca da un cordone ombelicale, e senza un’ampia cooperazione russa non potrà riprendersi.
Col senno di poi, Mosca ha fatto bene ad ignorare le sanzioni annunciate tre settimane fa dall’UE. Già si vede Poroshenko guardare Putin come, forse, suo interlocutore più consequenziale. Allo stesso tempo, Washington dovrebbe cominciare a rendersi conto che coinvolgere Mosca è necessria per mobilitare efficacemente la campagna internazionale contro lo Stato islamico. Potrebbe essere il segnale che il vento muta direzione, l’ex-segretario della Difesa e deputato conservatore inglese, Liam Fox, avvertire oggi esplicitamente Europa ed Stati Uniti sulle minacce alla Russia per l’Ucraina. Fox ha detto, “Penso che sia molto importante evitare di credere che l’occidente possa o debba fare ciò che chiaramente non potrà fare. Le false minacce, credo, sono un grosso problema. Dobbiamo guardare ad altri modi di affrontare la situazione ucraina“. Bravo! Non stupitevi, quindi, se uno di questi giorni Putin aiuti Obama, ancora una volta, sulla Siria. La Russia può aiutare Obama a legittimare la campagna internazionale contro lo Stato islamico, ottenendo un mandato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; la Russia può essere utile per un accordo degli Stati Uniti (o mancanza di esso) con il presidente siriano Bashar al-Assad. Nessun errore, la posizione della Russia (qui, qui e qui) sulla minaccia dello Stato islamico è inequivocabile ed ampiamente favorevole alla campagna internazionale guidata dagli Stati Uniti. Unica avvertenza della Russia è che le operazioni degli Stati Uniti in Siria debbano avere il concorso del governo siriano ed avere il mandato delle Nazioni Unite, ma ciò che frena Obama dal cercare il mandato delle Nazioni Unite è anche il timore che Mosca non collabori. Molto probabilmente, il ghiaccio sarà rotto oggi, nella riunione tra Sergej Lavrov e John Kerry a New York. La nuova guerra fredda, iniziata con il botto, potrebbe finire con un gemito.

1977175Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’Ucraina non si riprenderà mai la Crimea

Saker Russia InsiderVineyard Saker

z15530994Q,Mapa_KrymuIl ministro della Difesa ucraino Valerij Geletej difficilmente è una persona credibile. Non solo recentemente ha detto che la Russia aveva minacciato l’Ucraina di attacchi nucleari, ma ha anche detto a un giornalista ucraino che la Russia aveva già compiuto due attacchi nucleari tattici sulla città di Lugansk (chiaramente per spiegare la ritirata delle forze ucraine da lì). La junta poi ha negato la storia e incolpato il giornalista che per primo l’ha resa pubblica. Nonostante tali buffonate, Geletej ha comunque catturato l’attenzione del mondo quando ha promesso alla Rada che l’Ucraina avrebbe ripreso la Crimea ed organizzato la parata della vittoria a Sebastopoli. La Rada (il parlamento ucraino) ha salutato la promessa con una standing ovation. La verità è che non accadrà mai. Ecco perché:
Entro il 2020 la Russia avrà completato il seguente piano di difesa:
•86,7 miliardi di rubli saranno spesi per modernizzare la Flotta del Mar Nero. I piani di modernizzazione comprendono il dispiegamento delle ultra-moderne fregate Projekt 11.356 e degli avanzati sottomarini d’attacco diesel-elettrici Projekt 636.3.
• Un gruppo distaccato dell’esercito, come a Kaliningrad, sarà formato e verrà creata una base per bombardieri. La componente delle forze terrestri comprende una brigata d’assalto aerea, una brigata Spetsnaz, una brigata di fanteria di marina e una brigata di fucilieri motorizzati. In precedenza, altre fonti hanno parlato di uno o due brigate aeroportate, due o tre brigate di fucilieri motorizzati e una brigata carri.
• L’aeronautica russa prevede d’implementare in Crimea i bombardieri Tupolev Tu-22M3 Backfire, che potranno difenderla non solo da qualsiasi minaccia navale, ma anche distruggere le componenti chiave del sistema antimissili balistici USA/NATO ora schierato in Europa meridionale.
• Infine, la Crimea sarà difesa da missili della difesa costiera, sistemi di difesa aerea e missili da crociera antinave.
In altre parole, la Crimea diventerà una formidabile piazzaforte, una portaerei inaffondabile se si vuole, posizione ideale per la proiezione di potenza delle forze militari russe su Europa meridionale, Balcani, Mediterraneo, Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale. Nessuna meraviglia che USA/NATO ci siano rimasti così male.
Parlando di Stati Uniti e NATO, molto è detto sulla presenza di navi dell’US Navy nel Mar Nero. In realtà, l’US Navy non costituisce una minaccia per la Russia, almeno non nel Mar Nero. Il Mar Nero è un mare piccolo, almeno per gli standard dell’US Navy, dove una sua nave, sott’acqua o in superficie, sarà bersaglio delle forze russe, in particolare degli attacchi missilistici. L’US Navy sa che tali suoi vascelli fanno nel Mar Nero ciò che si chiama “mostrare bandiera”. Questo non ha nulla a che fare con minacciare la Russia o la Crimea. Se gli Stati Uniti davvero volessero minacciare la Russia, l’ultima cosa che l’US Navy farebbe è entrare nel Mar Nero. L’US Navy è un marina oceanica, una “blue water navy” che combatte a lunga distanza e non sui mari litoranei delle “acque verdi”, tanto meno nelle “acque marroni” dei mari costieri. Infine, la storia ha dimostrato che la Crimea è ideale per la difesa ed assai difficile da occupare. Via terra, la Crimea è accessibile solo da poche strade aperte e indifese a nord. Secoli di guerra l’hanno trasformata in una groviera di strutture come gallerie, bunker e fortificazioni sotterranee.
Ultimo ma non meno importante, la Crimea è ormai già completamente integrata nel Distretto Militare meridionale dell’esercito russo (con base a Rostov sul Don) e come tale avrà il pieno sostegno di tutte le forze armate russe.

tu-22m3-backfire64f3f612de72f1ce8f1df964283ca6953d12ebe50428Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA provocano l’Iran

Nikolaj Bobkin Strategic Culture Foundation 21/09/201424dcd34b-6e5d-46db-ac81-eda73e1b37eb_RTX13JW3 L’Iran e sei potenze mondiali (Russia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno iniziato un vertice tra esperti sul programma nucleare di Teheran il 19 settembre, nell’ambito degli sforzi per giungere a un accordo dalla fine di luglio su come risolvere la decennale controversia che ha suscitato timori di una guerra in Medio Oriente. Seyed Abbas Araghchi, Viceministro degli Esteri iraniano, ha detto che prima che i colloqui iniziassero tali gravi divergenze rimanevano, ma l’Iran spera di avere risultati positivi con il gruppo 5+1 e soprattutto con Stati Uniti, Russia e Cina. Vi sono chiari segnali che l’Iran non sia disposto a pagare qualsiasi prezzo. Il rispetto dei diritti e delle conquiste degli scienziati iraniani è per l’Iran la linea rossa da non superare. Il 24 novembre 2013, l’accordo interinale di Ginevra, ufficialmente intitolato piano d’azione comune, è un patto firmato tra Iran e i Paesi P5+1 a Ginevra, Svizzera. Si tratta del congelamento a breve termine di parte del programma nucleare iraniano in cambio della riduzione delle sanzioni economiche contro l’Iran, mentre si lavora a un accordo a lungo termine. Rappresenta il primo accordo formale tra Stati Uniti ed Iran in 34 anni. L’attuazione dell’accordo ebbe inizio il 20 gennaio 2014. In un primo momento i colloqui furono programmati per entro il 20 luglio 2014, poi la data fu spostata a novembre. L’accordo interinale di Ginevra è in vigore da un anno, alla data della firma, quindi un nuovo accordo dovrebbe vedere la luce prima del 24 novembre. C’è poco tempo e la situazione è critica. Gli Stati Uniti lo sanno e non importa quale politica speciale attui il dipartimento di Stato. Il segretario di Stato John Kerry dice di voler giungere a un accordo d’importanza universale ma, come prima, insiste su concessioni dall’Iran. Spera che l’Iran mostri un ingegnoso e ben pensato approccio per dimostrare che è pronto alla cooperazione. La posizione degli Stati Uniti prevede che compromessi e revoca delle sanzioni debbano essere collegati alle concessioni dall’Iran senza legami con il programma nucleare.
Incontrando il ministro degli Esteri della Finlandia a Teheran, Ruhani ha condannato tale politica dicendo: “Oggi anche noi siamo pronti a continuare i colloqui per giungere a un accordo definitivo, ma non se il G5+1 ha intenzione di fare pressione ai colloqui sull’Iran per impedirne il progresso scientifico e tecnologico, la strada per un accordo è aperta“. Ha osservato che l’Iran non accetterà un qualsiasi approccio discriminatorio contrario alle leggi internazionali e che vuole avere gli stessi diritti degli altri membri dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Pur sottolineando che i colloqui di Ginevra hanno deciso l’accordo a breve termine, successivamente prorogato, il Presidente ha detto, “La nostra linea rossa è i nostri sviluppo scientifico e ricerca nucleare, e l’Iran in alcun modo negozierà la sua Difesa, come il programma missilistico“. Ovviamente, le richieste di Washington sono inaccettabili. Ad esempio, la Casa Bianca insiste sulla riduzione del programma missilistico iraniano. La delegazione russa è guidata dal Viceministro degli Esteri Sergej Rjabkov che ha detto nell’intervista a RIA Novosti del 16 settembre, che la posizione degli Stati Uniti sulla questione nucleare iraniana è controproducente e affligge le prospettive per giungere a un accordo nei colloqui a New York. Secondo lui, non ci dovrebbero essere restrizioni al programma missilistico iraniano. La Russia non ha mai sostenuto tale approccio e non lo farà mai. Ecco dove le parti si bloccano. Foreign Policy scrive che la politica occidentale in Iran è sbagliata. Se la politica non viene rettificata sarà estremamente difficile aspettarsi un risultato positivo nel vertice Iran-Sestetto. Il nocciolo del problema è se Stati Uniti e NATO vogliono veramente chiudere il dossier iraniano. Con pretese inammissibili vogliono il pretesto per continuare ad imporre sanzioni e fare leva sull’Iran. Ma l’Iran è irremovibile nel non cedere alle pressioni. Ad esempio, l’Iran ha rifiutato di cooperare con gli Stati Uniti sullo Stato islamico. Il 15 settembre, l’Iran respinse la richiesta statunitense di cooperare nella lotta contro i militanti dello Stato islamico, ma gli Stati Uniti hanno detto che la porta rimane aperta all’opportunità di fare causa comune con il principale avversario in Medio Oriente. Il rifiuto dell’Iran è giunto mentre le potenze mondiali s’incontravano nella capitale francese accettando di usare “tutti i mezzi necessari” per combattere i militanti in avanzata in Iraq e Siria. L’Iran ritiene che gli statunitensi formino la coalizione contro lo Stato islamico per giustificare la loro presenza in Medio Oriente. Questo punto di vista è espresso dal leader supremo iraniano Ayatollah Ali Khameney, che ha twittato il suo rigetto dell’impegno internazionale e ha rivelato un’offerta di collaborazione sottobanco, non specificata, degli statunitensi contro i militanti. Khameney ha detto che l’Iran ha respinto la richiesta degli Stati Uniti per via delle “cattive intenzioni” di Washington, ha riferito l’agenzia della Repubblica islamica. L’agenzia Reuters ha citato Khameney dire alla televisione iraniana che la richiesta degli Stati Uniti è “vuota e strumentale”, facendo eco alle affermazioni iraniane secondo cui le nazioni occidentali cercano di espandere la propria influenza nella regione, nell’ambito della campagna contro lo Stato islamico. “Ho rifiutato le offerte all’Iran sull’IS poiché gli Stati Uniti sono corrotti nella questione. Anche Zarif ha respinto l’offerta del segretario di Stato USA” ha detto. È la prima volta che il tentativo degli Stati Uniti di accordarsi con l’Iran sulla questione dello Stato islamico diventa pubblico. Il fatto che l’Iran abbia reso pubblico il rifiuto di compromettersi con gli Stati Uniti a scapito dei propri interessi nazionali, è il chiaro segnale che Teheran ha tracciato la linea rossa verso Washington.
Gli statunitensi cercano di accordarsi con l’Iran a danno di Mosca. L’idea è sostituire il petrolio russo sul mercato mondiale con forniture iraniane in cambio dell’eliminazione delle sanzioni. I media occidentali diffondono voci circa l’intenzione dell’Iran di approfittare della crisi ucraina ed iniziare le esportazioni di petrolio verso l’Europa. Storie vengono fatte circolare su Teheran che accetta di lasciare che le forze della NATO attraversino il suo territorio. Si sente in giro che l’Iran è pronto a sospendere il suo sostegno al governo siriano in cambio della fine delle sanzioni. Tutte queste voci non hanno nulla a che fare con la realtà. Non è null’altro che aria fritta. Il vero rapporto nel quadro Iran-USA-Russia è molto diverso. Gli iraniani sono un popolo sobrio che considera le offerte di Washington con attenzione; è l’atteggiamento giusto. Tutti i tentativi degli Stati Uniti di inserire un cuneo tra Russia e Iran sono andati in malora, essendo condannati fin dall’inizio. L’Iran ritiene che gli Stati Uniti non abbiano abbandonato il vecchio desiderio di cambiare il sistema politico in Iran. Quindi non vi è alcun motivo di aspettarsi che i colloqui abbiano successo entro la data assegnata dall’accordo di Ginevra, il 24 novembre. Inoltre, poche settimane prima dei prossimi colloqui, gli Stati Uniti hanno preso nuove misure per complicare i rapporti con Teheran. Il 29 agosto, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a più di 25 imprese, banche ed individui che sospettano lavorare al programma nucleare iraniano, sostenere il terrorismo e aiutare l’Iran ad eludere le sanzioni. Le misure statunitensi impediscono le transazioni con le parti designate, congelandone i beni e bloccandoli nella giurisdizione degli Stati Uniti. Washington ha detto che le sue azioni sono in linea con l’impegno ad alleggerire le sanzioni in cambio della sospensione del programma. In una dichiarazione, il sottosegretario per il terrorismo e l’intelligence finanziaria David Cohen ha detto che l’azione di Washington nell’imporre le nuove sanzioni “riflette la nostra volontà di continuare ad agire contro chiunque ovunque violi le nostre sanzioni”. Alti funzionari dell’amministrazione hanno detto che le ultime sanzioni includono il ricorso contro la Banca Asia della Russia, che secondo Washington è coinvolta nella conversione ed invio di dollari USA al governo iraniano. Inoltre le imprese colpite hanno aiutato l’Iran a sostenere il governo del Presidente Bashar Assad in Siria. Non c’è dubbio che la mossa influenzerà negativamente l’esito dei colloqui.
Le sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran recentemente inflitte ostacoleranno i colloqui sul programma nucleare del Paese, ha avvertito il ministero degli Esteri iraniano. I commenti del presidente iraniano Hassan Ruhani affermano che il Paese dovrebbe “resistere” alle misure. La portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ha detto che le nuove sanzioni potrebbero compromettere l’accordo nucleare tra Iran e potenze mondiali, ha riferito il 30 agosto l’agenzia di stampa ufficiale IRNA. “Tali azioni hanno un impatto negativo e non costruttivo sull’andamento dei colloqui. La Repubblica islamica dell’Iran rifiuta ogni interpretazione unilaterale e strumentale dell’accordo di Ginevra dello scorso anno“, ha detto aggiungendo che “l’Iran è fermamente convinto che le sanzioni siano contrarie agli impegni assunti dagli Stati Uniti in virtù dell’accordo di Ginevra”. Anche Ruhani ha attaccato le sanzioni, dicendo che sono un'”invasione della nazione iraniana”. “Dobbiamo resistere all’invasione e mettere gli invasori al loro posto. Non dovremmo permettere la continuazione e ripetizione dell’invasione“. La televisione di Stato iraniana ha anche detto che la mossa viola l’accordo provvisorio raggiunto con le potenze mondiali secondo cui le nazioni occidentali accettano di alleggerire le sanzioni in cambio del rallentamento delle attività nucleari dell’Iran. Gli Stati Uniti prestano poca attenzione a ciò che dice Teheran. I funzionari sottolineano che l’azione non costituisce un ampliamento delle sanzioni, ma piuttosto applica le sanzioni esistenti. Sembra che Iran, Russia e Cina dovranno adottare nuove iniziative nel caso in cui l’occidente violi gli accordi di Ginevra. Geografia, ricchezza energetica, potenziale umano e militare potranno fare dell’Iran un potente e stabile Stato mediorientale, un fatto indiscutibile. L’idea dell’isolamento internazionale di Teheran proposto da Washington è arcaica ed obsoleta da tempo. Isolare l’Iran quando i terroristi occupano un terzo del territorio iracheno, minaccia seriamente gli sforzi internazionali per la pace. Il Medio Oriente ha urgente bisogno di un Iran potente ed indipendente, immune agli sforzi degli Stati Uniti per fare pressione sul suo processo decisionale. Date le circostanze, la prima cosa che Russia e Cina dovrebbero fare è ignorare le sanzioni, sostenute in passato dai due membri al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Togliere il divieto di cooperazione militare con Teheran è una decisione tempestiva e motivata.
Le sanzioni unilaterali degli Stati Uniti sono sempre stati illegali, ed ora sono strumento di ricatto contro le Nazioni Unite che, di fatto, ha ceduto la questione ai “Big Six”. L’organizzazione si tiene lontana dalla questione. La partecipazione al processo di negoziazione di Catherine Ashton, l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione europea, è illegale; la commissaria non ha alcuna giustificazione per partecipare ai colloqui. Quando si parla dell’Iran, i negoziatori occidentali danzano in sintonia di Washington, come quando definiscono la loro politica verso l’Ucraina.

CHINA-CICA-DIPLOMACYLa ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I veri eroi del cessate il fuoco di Kiev

F. William Engdahl New Eastern Outlook 23/09/201410469740Il governo di Kiev del presidente Petro Poroshenko ha improvvisamente accettato, tra tutte le cose, una proposta di cessate il fuoco quasi identica alla proposta presentata dal presidente russo Vladimir Putin. Il cessate il fuoco, che sembra essere più o meno tenere da diversi giorni, ha colto di sorpresa Washington e costretto i falchi dell’amministrazione Obama a fare pressione sull’UE nell’ultimo vertice concordando nuove sanzioni contro la Russia in ogni caso. Tutto sottolinea la natura ipocrita della guerra in Ucraina, una mossa dei falchi di Washington per dividere la Russia dall’Unione europea, in particolare dalla Germania, e imporre una nuova guerra fredda con la Russia, ancora una volta “Impero del Male”. Ma non funziona come previsto, comunque. Alcune settimane prima Poroshenko e il regime di Kiev annunciarono con grande spavalderia il lancio della loro “operazione anti-terrorista” per schiacciare la rivolta armata in varie parti dell’Ucraina orientale che esigevano autonomia e diritti, compreso il diritto a continuare a parlare e scrivere in russo. Ora, circa quattro mesi dopo ciò che è divenuta una guerra civile, un blogger ben informato afferma: “L'(esercito ucraino) non si ritira da uno, due o tre direzioni, si ritira da ovunque (tranne a nord di Lugansk). Interi battaglioni lasciano il fronte agli ordini dei loro comandanti di battaglione e senza l’approvazione dei capi della junta. Almeno un comandante di battaglione è già stato condannato per diserzione. L’intera leadership ucraina sembra preda del panico, soprattutto Jatsenjuk e Kolomojskij, mentre i nazisti sono incazzati neri verso l’amministrazione Poroshenko. Vi sono voci di un colpo di Stato anti-Poroshenko degli indignati nazisti… Al 4 settembre, secondo fonti ucraine, le seguenti unità delle Forze Armate dell’Ucraina erano state distrutte:
1.ma Brigata corazzata con 50 carri armati T-64 Bulat e altri veicoli blindati. L’unica unità ucraina dotata della versione modernizzata T-64BM “Bulat”. (76 unità dall’ottobre 2011). Era sul fronte settentrionale di Lugansk.
24.ma Brigata meccanizzata Javorov, oblast di Lvov. Un battaglione distrutto nella sacca meridionale. Gli altri due battaglioni distrutti il 12-14 agosto nelle battaglie per Saur-Mogila. I resti della brigata sono stati dichiarati “disertori” e processati a Melitopol.
30.ma Brigata meccanizzata Novograd-Volinskij, oblast di Zhitomir. 1° e 3° battaglione distrutti nella regione di Krasnij Lutz, nella prima metà di agosto. Il 2° battaglione distrutto a Stepanovka il 12-14 agosto. Di 4000 soldati solo 83 ne sopravvivono. Altre unità si ritirarono dal territorio il 27 agosto.
51.ma Brigata meccanizzata Vladimir-Volin, regione di Volin. Parzialmente distrutta nella sacca meridionale all’inizio di agosto. Il terzo battaglione distrutto a Ilovajsk alla fine di agosto. I resti, 500 uomini, hanno collaborato con la 92.ma Brigata, ma sono stati distrutti nella sacca di Amvrosievka il 30 agosto.
72.ma Brigata meccanizzata Bila Tserkva, regione di Kiev. Distrutta completamente nella sacca meridionale all’inizio di agosto. I circa 400 superstiti dichiarati “disertori” e dispersi in luoghi diversi.
79.ma Brigata aeromobile Nikolaev e Belgorod, regione di Odessa. Distrutta nella sacca meridionale ad inizio agosto. I restanti 400 uomini sono rientrati nella loro base.
92.ma Brigata meccanizzata Klugie-Maskirovka, regione di Kharkov, fronte di Lugansk. Un battaglione nella zona di Kharkov. Un convoglio di rifornimenti subì un’imboscata dei partigiani il 29 agosto, che distrussero diversi veicoli e uccisero due soldati. Un gruppo tattico di 2500 uomini, 16 carri armati, artiglierie semoventi, corazzati da trasporto truppa e camion, circa un centinaio di mezzi in totale, fu inviato sul fronte di Ilovajsk il 23 agosto. Tutti distrutti nella sacca di Amvrosievka il 30 agosto.
Poi le seguenti unità hanno subito gravi perdite nelle ultime battaglie:
25.ma Brigata aeroportata, regione di Dnepropetrovsk. Ad aprile sei blindati BMD con gli equipaggi disertavano a Slavjansk. L’unità fu “sciolta” su ordine del presidente ad interim Aleksandr Turchinov. Un Il-76 fu abbattuto sull’aeroporto di Lugansk, con conseguenti 49 decessi. Un battaglione distrutto nella battaglia di Shakhtjorsk all’inizio di agosto. Un altro battaglione distrutto un paio di giorni fa nella zona Marinovka-Kozhevnij.
95.ma Brigata aeromobile Zhitomir. Partecipò alle battaglie fin dall’inizio, attualmente l’unità dell’esercito ucraino più esperta ed efficiente. Intrappolata nella sacca di Amvrosievka dal 24 agosto.
17.ma Brigata corazzata Krivoj Rog. Numerosi carri armati distrutti o catturati. Alcune unità eliminate ad Ilovajsk.
128.ma Brigata meccanizzata Mukachevo, regione di Zakarpazia (fanteria di montagna). Sul fronte di Lugansk. Ha perso tutto l’equipaggiamento nella sacca meridionale. Un battaglione è stato trasferito di nuovo in Transcarpazia per sedarvi la rivolta. Più morta che viva.
Questo elenco chiarisce il motivo per cui l’oligarca Poroshenko, presidente dell’Ucraina, ha accettato il cessate il fuoco. Qualunque cosa il deposto Presidente Janukovich possa aver fatto con la sua polizia all’inizio di Piazza Majdan e delle altre proteste antiregime nel novembre 2013, non ha mai ordinato a una forza militare così massiccia di schiacciare l’occupazione da parte di cittadini degli edifici governativi. Gli edifici governativi furono occupati, è importante ricordare, subito dopo che il regime golpista a Kiev s’era installato, con dei neo-nazisti apertamente dichiarati in posti chiave come i ministeri degli Interni e della Difesa, e un Primo ministro scelto dagli USA, Jatsenjuk, capo del governo che discuteva come vietare la lingua russa e altre misure restrittive contro l’etnia russa nell’est. Una volta che i cittadini di Crimea hanno votato il referendum del 16 marzo, con più del 93% di approvazione all’adesione alla Federazione russa e l’approvazione del Parlamento russo, i russi e altri timorosi del nuovo regime a Kiev iniziarono a protestare chiedendo un sistema federale ucraino che garantisse la libertà di lingua e altri diritti. La risposta del regime gangsteristico di Jatsenjuk a Kiev, appoggiato dagli USA, fu la bruta forza militare.

La guerra etnica di Kiev
Il regime golpista di Kiev ha proceduto dal 22 febbraio 2014 a scatenare una guerra di sterminio e pulizia etnica in Ucraina orientale, supportato ampiamente dall’esercito privato dei neo-nazisti di Pravij Sektor, che gestiva la sicurezza in piazza Maidan e imposto il terrore contro gli ucraini russofoni. I battaglioni sono formati da neo-nazisti e altri mercenari che hanno ricevuto lo status di soldati della “Guardia Nazionale ucraina” dallo Stato, e finanziamenti dal boss mafioso e miliardario oligarca ucraino Igor Kolomojskij, in parte dal miliardario oligarca Rinat Akhmetov e da Oleg Ljashko, truffatore e politico di Kiev. Tali mercenari hanno intrapreso una guerra selvaggia in Ucraina da marzo 2014, uccidendo indiscriminatamente, bombardando i villaggi per scacciarne la popolazione, e in ultima analisi, cercare di provocare fino alla fine l’invasione militare russa, per permettere a Washington di utilizzarlo come pretesto per mobilitare la NATO trasformando la mappa politica di Europa, Russia, Cina e del mondo. Dall’inizio di ciò che Kiev chiama provocatoriamente “operazione anti-terrorsimo” (ATO), contro i ribelli dell’Ucraina orientale, nell’aprile 2014, 2593 persone sono morte negli scontri, mentre oltre 6033 sono state ferite. Secondo le Nazioni Unite, il numero di ucraini sfollati ha raggiunto i 260000, e altri 814000 si sono rifugiati in Russia. La guerra ha imperversato nelle roccaforti ribelli di Lugansk, Slavjansk, Donetsk e Marjupol sul Mar d’Azov.

La NATO è il vero problema
Il problema più profondo di questa guerra viene sistematicamente oscurato da tutti i principali media in Germania, UE e Stati Uniti. Il vero problema è la minaccia dell’espansione verso est della NATO, l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti che, secondo tutte le norme, avrebbe dovuto essersi dissolta venti anni fa, dopo che l’Unione Sovietica chiuse il Patto di Varsavia. Invece di ridurre il profilo della NATO, in violazione degli impegni solenni di Washington verso la Russia, i falchi neo-conservatori statunitensi, durante gli anni di Clinton, iniziarono l’espansione della NATO verso est in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e oltre. Nel 2004 Washington avviò con successo la rivoluzione colorata per i cambi di regime in Ucraina e nella vicina Georgia, installando presidenti impegnati a trascinare nella NATO questi due Stati ai confini russi. Le crescenti minacce dell’espansione della NATO alla sovranità russa, andarono oltre la ragione, come si è visto a Mosca, quando all’inizio del 2007 l’amministrazione del presidente George W. Bush annunciò che gli Stati Uniti, in effetti, volevano ciò che il Pentagono chiama supremazia nucleare, la capacità di lanciare impunemente un primo attacco nucleare contro la Russia. Bush aveva ordinato l’installazione di basi per missili antibalistici e speciali stazioni radar phased-array statunitensi in Polonia e Repubblica ceca, permettendo agli Stati Uniti di distruggere qualsiasi risposta nucleare russa al primo attacco nucleare contro silos missilistici e basi della difesa russi. Funzionari di Bush mentirono apertamente affermando che miravano a un inesistente attacco missilistico dall’Iran “canaglia”. Miravano esattamente alla Russia. Già nel febbraio 2007, il presidente russo Vladimir Putin ne parlò all’annuale Conferenza internazionale sulla sicurezza di Monaco in Germania, già Conferenza Wehrkunde. Con un discorso straordinario sotto qualsiasi aspetto, Putin dichiarò:
La NATO ha piazzato le sue forze di prima linea ai nostri confini… E’ ovvio che l’espansione della NATO non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’alleanza o con la sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una seria provocazione che riduce la fiducia reciproca. Abbiamo il diritto di chiederci: contro chi viene intesa tale espansione? E cosa è successo alle assicurazioni dei nostri partner occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia?
Parlando al quartier generale della NATO nel marzo 2007, il capo dell’US Ballistic Missile Defense, generale Henry Obering, disse che Washington voleva creare un sistema radar antimissile nel Caucaso, molto probabilmente nelle repubbliche ex-sovietiche di Georgia e Ucraina. In particolare, uno dei pochi capi occidentali al momento espresse allarme per l’annuncio degli Stati Uniti dei piani per costruire le difese missilistiche in Polonia e Repubblica Ceca, fu l’ex-cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Schroeder s’era guadagnato lo status di ‘nemico’ de facto dell’amministrazione Bush per la sua decisa opposizione alla guerra in Iraq nel 2003. Parlando a Dresda l’11 marzo del 2007, alcuni giorni dopo le osservazioni a Monaco di Baviera del Presidente Putin, Schroeder dichiarò che gli sforzi degli USA per piazzare il proprio sistema antimissile in Europa orientale rientravano nel perseguimento “della folle politica di accerchiamento della Russia“. Schroeder avvertì che si rischiava una nuova corsa agli armamenti mondiale. La preoccupazioni di Schroeder erano fin troppo precise, come gli eventi successivi hanno ormai dimostrato. Fallito il primo tentativo di rivoluzione colorata per trascinare Ucraina e Georgia nella NATO, Washington segretamente preparò la “rivoluzione” di piazza Majdan del febbraio 2014, installando un regime di psicopatici dichiarati. La loro guerra spietata al proprio popolo, lungo i confini con la Russia in Ucraina orientale, così come le minacce di tagliare i gasdotti russi per l’Europa occidentale, sono stati accuratamente progettati per trascinare la Russia in un errore che potesse dare alla NATO il pretesto per agire. Noi tutti dovremmo ringraziare Dio che ciò non sia avvenuto, e che la Russia abbia agito con notevole moderazione. Invece, la milizia dei cittadini dell’Ucraina orientale combatte per le proprie case, terre, famiglie e amici, in parte aiutata dai russi, combattendo una battaglia incredibile; una battaglia per fermare la follia messa al potere a Kiev dai neoconservatori del dipartimento di Stato degli Stati Uniti, come l’assistente del segretario Victoria “Fuck the EU” Nuland e il direttore della CIA John Brennan, e altri dell’amministrazione Obama. L’obiettivo della fazione guerrafondaia di Washington era ed è ancora perpetuare la nuova agenda bellica neo-conservatrice, dividendo Russia e Eurasia dall’UE, in particolare dalla Germania, accerchiare ed infine distruggere la minaccia emergente dell’alleanza Russia-Cina, l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai e l’organizzazione correlata BRICS. Infine, con la dichiarazione di Poroshenko di un cessate il fuoco in Ucraina, è il momento di riconoscere il debito di gratitudine che tutti gli amanti della pace e i popoli civili nel mondo devono ai cittadini dell’Ucraina orientale, il cui rifiuto di consentire la distruzione delle loro vite per mano di una banda di barbari criminali finanziati dagli USA a Kiev, ha contribuito ad evitare la guerra mondiale.
L’aspetto più allarmante della crisi in Ucraina oggi è l’ignoranza totale nella stampa dell’Europa occidentale, a causa della censura de facto della NATO, sulla vera posta in gioco nella guerra in Ucraina. Niente di meno che la possibile dissoluzione termonucleare, non di Washington, i cui falchi hanno avviato l’espansione della NATO e la minaccia del primo colpo nucleare, ma dell’Europa occidentale. Tale guerra trasformerebbe l’Europa occidentale, dalla Polonia e Repubblica Ceca ad oltre, nel campo di battaglia nucleare di quel che alla fine sarebbe una nuova guerra mondiale. Ciò almeno dovrebbe meritare un dibattito sobrio e aperto sui media mainstream.

10489922F. William Engdahl è consulente di rischi strategici e docente, è laureato in politica presso la Princeton University ed autore di best-seller su petrolio e geopolitica, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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