Siria: l’opposizione in rotta

Pjotr Lvov (Russia) New Oriental Outlook 7 giugno 2013 – Oriental Review

237633-a-syrian-soldier-displays-a-poster-of-president-bashar-al-assad-as-he-Con il sostegno finanziario di Qatar e Arabia Saudita in prosciugamento e il flusso di armi da Turchia e Libano in rallentamento, ciò che accade ora è che i ribelli iniziano a sbandarsi sotto l’assalto dell’esercito siriano. Ciò avviene sullo sfondo dei crimini commessi dai ribelli: Riyadh è chiaramente stanca di gettare soldi agli islamisti, sempre più dominati da Doha, piuttosto che dai sauditi; ci potrebbe essere un giro di vite nel governo del Qatar in qualsiasi momento, a causa della malattia dell’emiro, per il quale al momento è più importante risolvere il problema di nominare il principe ereditario capo dello Stato, mentre la Turchia è alle prese con la sua “primavera rivoluzionaria”. Il 4 giugno, le forze armate siriane sono riuscite a spazzare via i ribelli dalla città  strategicamente importante di al-Qusayr, che si trova nella Siria centrale presso il confine libanese.  I ribelli e le forze governative hanno combattuto per il controllo della città per circa sei mesi. Hama è stata quasi completamente liberata il 5 giugno. Secondo i rapporti le truppe fedeli al governo legittimo, comprese le unità speciali della Guardia, si preparano ad avviare nei prossimi giorni un’operazione per debellare i ribelli trinceratisi in alcuni quartieri. Se ciò accade, Damasco avrà il pieno controllo di tutte le principali città della Siria. Qualche sacca di resistenza può persistere per qualche tempo naturalmente, ma gli islamisti sono agli sgoccioli. Rendendosi conto della situazione disperata, dunque, alcuni estremisti hanno deciso di attaccare il centro della capitale con i mortai, ma senza ottenere il risultato desiderato. Inoltre, le truppe siriane hanno avviato le operazioni nella periferia di Damasco, dove l’esercito libero siriano è ancora presente.
Percependo ciò, i Paesi che avevano cercato il rovesciamento di Bashar al-Assad, in particolare la Francia, hanno deciso ancora una volta di giocare la “carta chimica.” Così, mentre il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius era a New York per firmare un accordo internazionale che disciplina la vendita delle armi convenzionali, consegnava un rapporto alle Nazioni Unite sulla base delle recenti “rivelazioni” del giornale Le Monde sul presunto uso, da parte dell’esercito siriano, di sostanze chimiche tossiche contro i combattenti dell’opposizione. Alcune oscure “analisi” sulla composizione di questi agenti tossici, compiuti in laboratori francesi, vi compaiono. Una cosa non è affatto chiara, chi ha usato le armi chimiche: le forze del governo o i ribelli? Dopo tutto, le prove ufficiali sono carenti. C’è solo da ipotizzare che qualcosa sta succedendo: mercenari estremisti con  fiale di Sarin arrestati recentemente in Turchia mentre tentavano di entrare in Siria, sono stati liberati quasi subito su pressione britannica. Non sembra strano che degli estremisti catturati con un tale carico mortale vengano trattati in questo modo? No, se si considera che Londra, ovviamente, non voleva che fossero arrestati, ma che entrassero in Siria dalla Turchia con il loro “carico” tossico e, quindi, creare un “caso” per poter accusare Damasco di utilizzare agenti tossici!
Carla del Ponte ha dato una buona risposta alle accuse di Fabius secondo cui Damasco ha usato armi chimiche. Ha detto che la prova è ancora carente riguardo chi abbia usato le armi chimiche, che hanno ucciso alcune persone, quando le armi convenzionali ne hanno uccise decine di migliaia. Mentre parlava domenica scorsa in qualità di membro della commissione d’indagine su eventuali violazioni dei diritti umani in Siria delle Nazioni Unite, gli esperti sospettano fortemente che siano i ribelli contrari al Presidente Assad ad aver usato armi chimiche. In un’intervista a una rete televisiva svizzera, ha detto che secondo le testimonianze delle vittime e dei medici, probabilmente furono i ribelli ad aver usato l’agente nervino Sarin. Ha anche sottolineato che gli esperti non hanno ancora prove concrete e ha ricordato che l’inchiesta è tutt’altro che completa.
Londra e Parigi chiaramente esaltano la storia delle armi chimiche solo per provocare un intervento militare straniero in Siria e spingere Stati Uniti e Israele a usare la forza militare contro Damasco. Dal momento che ciò non funziona, promuovono attivamente un tema diverso, l’intervento da parte di Hezbollah e dell’Iran, che presumibilmente combattono dalla parte delle forze di governo, come ad al-Qusayr. L’opposizione l’ha principalmente utilizzato come pretesto per evitare di partecipare alla conferenza di Ginevra 2, anche se è già stato accertato che non c’erano combattenti di Hezbollah ad al-Qusayr. Al contrario, il gruppo sciita ha contrastato i tentativi dei ribelli siriani di entrare in Libano dalla regione di al-Qusayr. Prostrarsi alla propaganda è l’arma principale usata da Gran Bretagna, Francia e Qatar, laddove al-Jazeera diffonde storie cui, a quanto pare, neanche i sostenitori dell’opposizione credono. Ma mi chiedo, che bisogno avrebbe Damasco della conferenza di Ginevra 2 se i ribelli subissero una grave sconfitta, prima che si svolga? Dopo tutto, il vincitore non ha bisogno di negoziare con il perdente. In cima a tutto il resto, la Francia ha detto tramite il suo ministro degli Esteri, che sarebbe meglio tenere la riunione a luglio invece che a giugno, perché dovrebbe essere una “conferenza di ultima istanza”. Poi è giunto un rapporto da Ginevra, la sera del 5 giugno, dopo un altro giro di consultazioni russo-statunitensi su Ginevra 2, dicendo che la riunione preparatoria potrebbe avvenire a fine giugno, e il vertice a luglio. In altre parole, la data viene spostata nuovamente. Evidentemente per evitare che non si svolga affatto. Infatti, prima delle vittorie del governo, molti in occidente speravano che al-Qusayr, Hezbollah, l’Iran e la questione delle armi chimiche divenissero pedine di scambio che avrebbero permesso all’opposizione e ai suoi sponsor di dettare condizioni. Sembrano abbiano sbagliato i calcolati ancora una volta. Dopo tutto, se le forze siriane continuano ad raccogliere successi e Damasco a riprendere il controllo sulle regioni dove i ribelli in precedenza erano forti, la conferenza non sarà più necessaria per altri motivi. Non ci sarà una vera e propria opposizione che possa prendere parte ai negoziati, perché potrebbe essere seppellita entro luglio, lasciando solo piccole sacche di terroristi a portare avanti la lotta contro Damasco, e i suoi leader potranno solo controllare la loro sede di Istanbul e le camere  nei due costosi hotel di Doha dove i ribelli vengono pagati e istruiti.
Per ora, tuttavia, i leader della Siria hanno intenzioni costruttive. Sono disposti a sedersi al tavolo delle trattative per elaborare un accordo riguardante il futuro del Paese sulla base di una soluzione politica. I ribelli dovrebbero essere dei pazzi a non approfittare del quadro pacifico che Damasco prospetta. In realtà, non possono esprimere le proprie condizioni, considerando l’attuale stato di cose in cui sono chiaramente in svantaggio. Inoltre, l’amministrazione Obama è ovviamente sempre meno desiderosa di vedere un regime islamista radicale in Siria. Come Israele. E senza  Washington, nessuno sponsor dell’opposizione deciderà d’intervenire militarmente in Siria, soprattutto dal momento che è sempre più difficile per la Turchia farlo.

Dr. Pjotr Lvov ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I piani segreti della guerra alla Siria

Le relazioni russo-statunitensi si deteriorano mentre un rivelatore quwaitiano svela i piani segreti della guerra alla Siria
Christof Lehmann, Nsnbc 12 marzo 2013

68934Il portavoce del ministero degli Esteri russo Aleksandr Lukashevich ha criticato gli Stati Uniti per la loro interpretazione di parte del comunicato di Ginevra sulla Siria, e per la dichiarazione della portavoce del dipartimento di Stato Victoria Nuland, secondo cui gli Stati Uniti continueranno a favorire la Coalizione Nazionale rivoluzionaria e le forze di opposizione siriane. Le relazioni tra USA e Russia sono state congelate dal segretario di Stato USA John Kerry, che ha concesso ulteriori 60 milioni di dollari alla sovversione. La recente rivelazione, di un membro del Segretariato generale del Partito Nazionale del Kuwait, secondo cui Stati Uniti e Qatar hanno in programma di dividere la Siria in piccoli Stati, è probabile che raffreddi ulteriormente i rapporti Est-Ovest.
Nelle interviste ai media internazionali, Lukashevich ha detto: “Le dichiarazioni pubbliche dei rappresentanti del governo degli Stati Uniti a sostegno della Coalizione Nazionale rivoluzionaria e alle forze di opposizione siriane, sono infatti una interpretazione unilaterale del Comunicato Ginevra“. Lukashevich ha continuato, “Questo complica ovviamente la ricerca dei modi per porre fine al confronto armato in Siria e di spostarsi dal conflitto al dialogo pan-Siriano“. Lukashevich ha affermato la posizione della Russia dichiarando: “Il consenso di Ginevra non lascia spazio a una qualsiasi interpretazione“. La portavoce del dipartimento di Stato USA, Victoria Nuland, d’altra parte ha dichiarato che gli Stati Uniti rimangono impegnati nel cercare di supportare sia la coalizione dell’opposizione siriana che coloro che in Siria credono a Ginevra e cercano di attuarla ora, aggiungendo che gli Stati Uniti pensano che sia il modo migliore per porre fine alle violenze. Continuando il discorso statunitense del “cambiamento di regime”, Nuland ha dichiarato: “Dal nostro punto di vista, non c’è modo che un consenso sia mai fornito ad Assad o ai membri del regime dalle mani insanguinate“. Nuland ha criticato la Russia per non far valere la sua influenza sul governo siriano e il Presidente Assad, per spingerli a dimettersi, accusando implicitamente la Russia per il fatto che già più di 70.000 persone siano morte nel conflitto. La Russia d’altra parte ribadisce che non ha particolare interesse a vedere il Presidente Assad rimanere al governo, ma che la Russia è preoccupata per un eventuale vuoto di potere nel caso in cui dovesse dimettersi, e la Russia si oppone alla politica degli Stati Uniti del cambio di regime e alla loro abitudine d’interferire negli affari sovrani delle nazioni a vantaggio della propria agenda.
I tentativi russi, della scorsa settimana, per disinnescare la situazione prendendo parte a un dialogo con gli “Amici della Siria”, non sembrano aver avuto successo. Una recente dichiarazione di un membro della Segreteria generale del Partito Nazionale del Kuwait, Faisal al-Hamad, afferma che accordi segreti sono stati fatti a margine della conferenza degli Amici della Siria in Qatar, la settimana scorsa, difatti aggravando ulteriormente la situazione, anche se la geo-strategia politica dietro il presunto “accordo segreto”, è nota dal 1990. Faisal al-Hamad, secondo il media indipendente tedesco Die Evidenz, ha dichiarato che un accordo separato e segreto è stato firmato a margine della riunione degli Amici della Siria a Doha. In alcuni blog e social media, come Die Evidenz, al-Hamad ha dichiarato che un accordo separato è stato firmato tra il ministro degli Esteri del Qatar, Hamad bin Jassim al-Thani, il ministro degli Esteri turco Ahmad Dauvutoglu, Abdullah bin Zayid al-Nahyan, l’ambasciatore statunitense Robert Ford, il membro dell’opposizione Riyad Saif e il rappresentante del consiglio di Istanbul dell’organizzazione dei Fratelli musulmani Mohammed Riad Shaqfeh. L’accordo, secondo al-Hamad, contiene diversi punti, come ad esempio la spartizione della Siria in diversi piccoli stati governati dai cosiddetti moderati islamici, l’annessione permanente della contestata regione di Hatay da parte della Turchia, la riduzione delle forze militari siriane a un massimo di 50.000 soldati e altro, coincidendo con la recente analisi del Dottor Perencik e del Maggiore Agha H. Amin. (1)
Finora Nsnbc non è stata in grado di confermare in modo indipendente le dichiarazioni di al-Hamad. I dettagli del presunto accordo segreto separato, però, coincidono con una valutazione del consulente per la sicurezza del Pakistan ed ex Maggiore delle Forze Armate del Pakistan, Agha H. Amin, secondo le cui analisi la guerra in Siria è parte di un grande piano degli Stati Uniti e della NATO per realizzazione un corridoio curdo e della NATO dal Mediterraneo all’India, commentato in una recente intervista con l’autore. Secondo il Maggiore Agha H. Amin, la Turchia sarà inizialmente utilizzata come base per dividere la Siria, dopo di che la Turchia stessa verrà divisa in Stati più piccoli, per creare un corridoio curdo. La fase successiva, secondo Amin, sarà l’instaurazione di un corridoio della NATO lungo il sottosuolo ricco di petrolio della Russia e della Cina, dal Mediterraneo al Baluchistan, Pakistan. (2) Le dichiarazioni di al-Hamad sono inoltre coerenti con il progetto del Grande Medio Oriente, sviluppato dalla RAND Corporation per il dipartimento della Difesa statunitense nel 1996. Il Presidente del Partito dei Lavoratori di Turchia e avvocato, Dr. Dogun Perencik, in diversi articoli e dichiarazioni ha sottolineato che la guerra alla Siria mira a dividere la Siria in Staterelli, in primo luogo, e poi dividere la Turchia in Stati più piccoli. (3)
Anche se le dichiarazioni del membro del Segretariato generale del Partito Nazionale del Kuwait, Faisal al-Hamad, non rivelano che i dettagli di strategie conosciute da anni, ci sono due punti che le rendono degni di nota e che possono ulteriormente aggravare la controversia tra gli Stati Uniti e la Russia. Se le dichiarazioni di al-Hamad saranno confermate, costituiranno la prova diretta che il ruolo della Siria nel piano degli Stati Uniti sul Grande Medio Oriente è in corso di attuazione, precisamente da chi e in base a quali obiettivi. Inoltre, se le affermazioni di al-Hamad saranno confermate, cosa non improbabile, vi sarà anche la prova diretta che gli Stati Uniti sono impegnati a condurre una serie di conflitti a bassa intensità lungo il ventre molle, ricco di petrolio, di Russia e Cina, dal Mediterraneo al Baluchistan, in preparazione di una guerra finale contro la Russia e la Cina.
Le recenti dichiarazioni del governo degli Stati Uniti, di ridurre significativamente il numero di truppe schierate all’estero e la spesa per la difesa, sono inoltre coerenti con il piano di guerra che si basa sulla conduzione di conflitti a bassa intensità impiegando truppe irregolari e mercenarie, e delegata ad organizzazioni terroristiche sponsorizzate dagli Stati sotto l’egida dello scudo missilistico USA/NATO, dal Nord Europa all’India. Da questo punto di vista, le dichiarazioni di al-Hamad non sono solo un coraggioso atto di informazione, ma sono anche equivalenti alla divulgazione di una segreta e implicita dichiarazione di guerra alla Russia, esplicitando il continuo deterioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti.

Note:
1) Geheinabmachung regelt die Ausrüstung der Arme und ….. (Die Evidenz)
2) The volatility of Gas, Geo-Politics and the Greater Middle East. An Interview with Major Agha H. Amin
3) A ‘Kurdish Corridor’ to be set up by the US & Israel

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ginevra 2013, le carte cambiano

Louis Denghien, InfoSyrie 11 gennaio 2013

481829Ginevra ospita oggi, ancora una volta, un vertice diplomatico sulla Siria. Rispetto a quello tenutosi alla fine di giugno 2012, il contesto e l’atmosfera sono molto più favorevoli alla Siria e al suo presidente.

Il trionfo della linea russa
Il vertice è più modesto rispetto al precedente: non vi partecipano che i russi, gli statunitensi e l’inviato delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi. E’ un livello più modesto, in quanto anche i due paesi sono rappresentati, da parte russa dal viceministro degli esteri Mikhail Bogdanov, e da parte degli Stati Uniti dal vicesegretario di Stato William Burns, rispetto a quando Sergej Lavrov e Hillary Clinton si incontrarono a Ginevra a giugno. Questa relativa “modestia” attesta il fatto che l’ordine del giorno degli Stati Uniti sulla questione siriana è meno importante o urgente di prima. In ogni caso, l’amministrazione Obama 2 in questi giorni ha cambiato vertici e probabilmente linea  diplomatica.
Usciti gli interventisti (e ultra-sionisti) Hillary Clinton (politica estera) e Leon Panetta (difesa), sono stati sostituiti rispettivamente da John Kerry e Chuck Hagel, il primo noto per la sua conoscenza della zona e di Bashar al-Assad, il secondo per la sua critica contro la guerra e la posizione di allineamento sistematico degli interessi nazionali a quelli israeliani. Da parte russa la linea è immutata: il portavoce del ministero degli esteri, Aleksandr Lukashevich, ha ribadito il 10 gennaio che “solo i siriani possono decidere il modello di sviluppo a lungo termine del loro paese“, e quindi scegliere i loro governanti. In una chiara allusione al primo di essi, Lukashevich ha anche affermato la necessità di creare le condizioni per un dialogo tra le autorità e l’opposizione “senza condizioni preliminari, secondo il comunicato di Ginevra“, adottato dopo il summit internazionale del 30 giugno 2012, che non chiedeva più l’allontanamento dal potere del presidente Bashar come condizione sine qua non per l’apertura dei negoziati inter-siriani. Nel dire ciò, il portavoce della diplomazia russa rispondeva nettamente alla sua controparte statunitense Victoria Nuland, che aveva detto il giorno prima ai giornalisti che Washington intende rinnovare a Ginevra le pressioni diplomatiche per allontanare Bashar: un obiettivo che sembra oggi ancora meno raggiungibile rispetto al 30 giugno. E che in ogni caso non è più la preoccupazione principale degli Stati Uniti nella regione.
La posizione russa è stata sostenuta, sempre il 10 gennaio, da una dichiarazione congiunta dei paesi BRICS, organizzazione della cooperazione tra Russia, Cina, India, Brasile e Sud Africa, presentata dal consigliere per la sicurezza nazionale indiana Shivshankar Menon. Una dichiarazione che sembra essere una replica di quella di Lukashevich: “I siriani soltanto possono decidere il loro futuro. Gli altri paesi non possono intervenire nei negoziati“. Menon stava parlando, si deve rilevare, alla fine dei colloqui sulle questioni internazionali con il suo omologo del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrushev. E questo fronte comune dei BRICS si basa su posizioni definite da mesi, riecevendo anche il sostegno di Iran ed Egitto: in una visita a Cairo, il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi ha firmato con il suo collega egiziano Mohamed Kamel Amr la dichiarazione sulla Siria in favore di una soluzione politica e senza ingerenze esterne. Salehi ha anche inviato al presidente Morsi un formale invito di Mahmoud Ahamadinejab per visitare l’Iran, nel corso del riavvicinamento in via di definizione tra l’Egitto, paese sunnita diretto dai Fratelli musulmani e quindi ostile al governo siriano, e l’Iran, uno dei più saldi sostenitori regionali di Bashar al-Assad; ciò dopo la spettacolare presenza, lo scorso agosto, di Morsi al vertice dei Non Allineati a Teheran. È piuttosto l’Egitto che si avvicina alla posizione iraniana, in un cambiamento dalle ampie conseguenze in tutto il mondo arabo, e nella Lega araba.
Ma questa linea generale di sostegno a una soluzione politica negoziata tra i siriani, promossa da Mosca da mesi, è ovviamente una condanna implicita dell’opposizione radicale e dei suoi sostenitori occidentali e monarchici arabi. Perché è da questo lato che è stato chiesto più volte l’intervento straniero, mentre nel frattempo armavano apertamente i ribelli. L’interventismo è chiaramente dalla parte dell’opposizione in esilio ed islamista; per convincersene bisogna leggere le ultime dichiarazioni del ministro degli esteri britannico William Hague, che parla di nuovo di armare i suoi cari ribelli, rifiutandosi di contrattare, assieme al presidente della Coalizione nazionale dell’opposizione, lo sceicco al-Khatib, suo “ambasciatore” a Parigi, che ha detto al Nouvel Observateur che la soluzione in Siria può essere solo militare. E proprio queste posizioni estreme non sono più sostenute dal più potente degli sponsor dell’opposizione radicale siriana: Washington è preoccupata dall’avanzata politica, se non militare, dei salafiti filo-al-Qaida, nell’insurrezione che ha avviato le ostilità contro il regime baathista, alleato dell’Iran.
I nuovi vertici di Obama 2 dovrebbero promuovere una nuova linea sulla Siria, meno offensiva. E se gli statunitensi dovessero ritirarsi dalla partita, Qatar e Turchia si troveranno molto isolati. Una parola su Lakhdar Brahimi, molto attaccato dai media siriani dopo la sua ultima affermazione abbastanza sprezzante nei confronti di Bashar al-Assad. Si è scusato per le parole che ha usato verso il presidente siriano. Ma non ha ceduto sul fondo del suo intervento, che Bashar deve dimettersi. In ogni caso, questa posizione, tardiva e “qataro-compatibile”, avrà poco peso verso la determinazione russa (e il “passaggio” statunitense): ovviamente, Brahimi dovrebbe essere questo venerdì a Ginevra. Il prestigio di una pura comparsata.

Divorzio Qatar-Arabia Saudita?
Doha e Ankara rischiano di essere “ancora più isolati”, secondo un articolo pubblicato l’11 gennaio dal quotidiano libanese anti-Bashar L’Orient Le Jour, ci sarebbe acqua nel gas (o petrolio) tra il Qatar e il regno finora fratello dell’Arabia Saudita, in particolare sulla Siria. Infatti, secondo la giornalista Scarlett Haddad (che lavora anche per il quotidiano francofono libanese L’Express),  basandosi su confidenze dei “circoli diplomatici libanesi”, il regime siriano sfrutta non solo i vantaggi dei recenti successi militari a Damasco, Aleppo, Homs e Idlib, ma della “congiuntura in evoluzione nel mondo arabo”. E la congiuntura sarebbe la seguente: si è riallineato anche il capo della diplomazia saudita, il principe Saud al-Faisal, dopo un incontro con il suo omologo egiziano Amr (decisamente attivo) per una soluzione politica in Siria; abbandonando così la linea di armare le bande adottata in precedenza da Riyadh. Ma c’è di più, ha annunciato Scarlett Haddad: il figlio di re Abdullah, il principe ereditario Abdel Aziz ha incontrato “recentemente” ufficiali siriani in Giordania. Funzionari debitamente autorizzati da Damasco che hanno chiesto la fine degli aiuti sauditi all’opposizione armata. Scarlett Haddad ha detto che dopo questo incontro riservato, gli aiuti sauditi sono diminuiti drasticamente, ma senza fermarsi del tutto.
I diplomatici libanesi intervistatati dalla giornalista, notavano a questo proposito che, nel corso del suo recente intervento pubblico, Bashar non ha attaccato l’Arabia Saudita, finora uno dei suoi nemici regionali più aggressivi. Scarlett Haddad ha aggiunto che si sono avuti incontri tra funzionari dei servizi segreti militari siriani ed egiziani. E altri Stati del Golfo, come il Kuwait, l’Oman, gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania hanno parlato, in modo piuttosto pacato, a favore di una soluzione politica, e non militare-rivoluzionaria, in Siria. La ragione di questo cambiamento che lascia solo il Qatar? Beh, è la stessa ragione che spiega la nuova cautela statunitense: “Il Regno hashemita (Giordania) e gli Emirati Arabi Uniti, ha scritto Scarlett Haddad, hanno ancor più paura dell’ascesa degli islamisti e dei Fratelli musulmani, in particolare, che cominciano a metterli sotto pressione in patria.”

Chi è più isolato oggi? Bashar o l’emiro del Qatar?
Ciò è particolarmente vero in Giordania, dove i Fratelli sono la principale opposizione al regime filo-occidentale di re Abdullah. Si noti che se tutte le teste coronate arabe sono inquietate dai Fratelli musulmani, cosa penseranno dei jihadisti-salafiti che operano in Siria! In breve, i seminatori di vento fondamentalista si preoccupano ora della tempesta che stanno raccogliendo. Ancora una volta, è un giornale importante del Medio Oriente, che non è noto per la sua gentilezza verso la Siria di Bashar, che pubblica tali informazioni; sarebbe interessante sapere cosa ne pensano, per esempio, Le Monde o Libération.
A questo proposito, va ricordato che uno dei jingle dei nostri media, da un anno e mezzo, è che Bashar al-Assad è “sempre più isolato”. Da allora diciamo che si sono sbagliati o che hanno mentito. Lo ripetiamo ancora con forza maggiore, alla luce dei recenti sviluppi. E Scarlett Haddad lo dice per noi, ciò “suggerisce che la situazione attuale del presidente siriano sarebbe molto più favorevole rispetto a un paio di mesi fa”. “Questa è anche la ragione, dice, per  cui ha scelto di parlare in questo momento“. Anche se la giornalista conclude il suo articolo dicendo che, per ragioni di prestigio, in qualche modo, “la comunità occidentale, gli Stati Uniti in testa, non possono in nessun caso accettare di vedere Assad vincere lo scontro con l’opposizione“. Solo che, come abbiamo già detto in precedenza, gli Stati Uniti del 2013 non sono proprio quelli del 2012. E anche in circostanze obiettivamente più favorevoli, la coalizione occidentale non è riuscita a minacciare seriamente il governo siriano.
Così, oggi, Bashar è “sempre più isolato”? Non proprio. Al contrario, lo sono l’emiro del Qatar e François Hollande…

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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