I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Indagine sulle nuove reti terroristiche in Siria e in Europa

Sylvain Henri, Global Research, 4 aprile 2013

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Come uscire dal pantano siriano? Questa è la domanda che dà fastidio, due anni dopo lo scoppio della crisi siriana, non solo ai politici occidentali, ma anche ai servizi d’informazione e di sicurezza europei e statunitensi, che sono ora nel buio più totale. All’euforia dei primi mesi, quando tutti i politici occidentali, probabilmente accecati da alcuni analisti frettolosi di spacciare il capo di Stato siriano e non sapendo nulla dei siriani, si è passati al dubbio e alla confusione. La domanda che ora si pongono questi strateghi dilettanti, auto-avvelenatisi con i precedenti tunisini, libici, yemeniti ed egiziani, non è sapere quando il regime di Bashar al-Assad cadrà, ma come uscire illesi da questo pasticcio. Intanto, i servizi d’intelligence, in particolare quelli incaricati della lotta al terrorismo, avevano dato l’allarme e sono stati ostacolati, spesso apertamente, da una politica miope e suicida che alcuni tardi neoconservatori occidentali vogliono applicare in Siria, con il sostegno mediatico e finanziario delle monarchie del Golfo, della Giordania e della Turchia.
Questa disillusione è stata recentemente descritta da un diplomatico francese, citato da Le Monde (edizione di 31 marzo – 1 aprile 2013) circa la politica sconnessa seguita da Hollande verso la Siria, fin dall’assunzione della presidenza… Per il diplomatico vi è “incertezza” e “confusione al vertice dello Stato su questo tema.” Stava commentando la rinuncia della Francia nell’armare l’opposizione siriana, dopo aver sostenuto con foga e pianti la revoca dell’embargo UE all’invio di armi sia al governo siriano che all’opposizione; embargo imposto, si ricordi, da Parigi e Londra. Gli europei guidati da Francia e Regno Unito, hanno trascinato anche gli altri Stati membri dell’Unione europea ad imporre una serie di sanzioni economiche, finanziarie e diplomatiche contro, dicono, il regime siriano, ma in realtà colpendo le fasce più vulnerabili della società. Questa è la stessa logica assassina che ha portato questi Paesi ad imporre un embargo criminale contro l’Iraq nel 1991, causando la morte di un milione e mezzo di iracheni. Tali sanzioni comprendono sia quelle volte personalmente non solo a tutta la nomenklatura politica ed economica, ma anche ai capi dell’intelligence dell’antiterrorismo, anche quelli con i quali avevano stabilito, in passato, i migliori rapporti nella lotta comune contro gruppi terroristici e reti criminali. Prendendo di mira i leader  dell’unità di intelligence siriana che monitorava le reti dormienti della nebulosa jiadista di al-Qaida, non solo in Siria ma anche in Europa e in Maghreb, la Francia si è sparata sui piedi.
Il diplomatico in questione, citato da Le Monde, ha riconosciuto questo errore suggerendo: “Da quando abbiamo chiuso l’ambasciata a Damasco, dice, la nostra comprensione delle realtà sul terreno è diminuita in modo significativo. Nessuno può garantire che ciò che si dice abbia un fondamento. I tre attori principali della nostra diplomazia, difesa, esteri e presidenza, non hanno una visione comune. Da qui la sensazione d’incertezza.” Molte persone della comunità d’intelligence francese, che hanno una certa idea della politica estera della Francia, avevano rimproverato la cecità dei politici francesi, prima sotto Sarkozy e ora con Hollande. Molti, soprattutto tra gli ex amministratori dell’intelligence, l’hanno detto pubblicamente, come nel caso di Yves Bonnet o di Alain Chouet. Altri, ancora operativi, condividono perfettamente la posizione dei loro ex capi, ma non commentano pubblicamente, per giusti motivi di riservatezza. Ciò non ha impedito al testardo magistrato dell’anti-terrorismo francese Marc Trevidic, di ribellarsi al cinismo dei funzionari occidentali, in un’intervista con JDD (1). Sono probabilmente le posizioni di queste personalità pragmatiche, competenti e coraggiose, secondo cui gli interessi dello Stato hanno la precedenza sugli interessi delle diverse lobby politiche e mediatiche, che bilanciano l’incertezza della politica francese e impediscono il suicidio portando avanti questa politica. E non è ancora finita, l’ultima incredibile svolta di Francois Hollande sull’invio di armi sofisticate ai gruppi armati siriani, è un passo nella giusta direzione.
Pochi mesi fa, il sito francese Afrique-asie (2) ha pubblicato un articolo ben informato, dal titolo “Quando la comunità d’intelligence si è ribellata alla strategia suicida della Francia in Siria“. Ma davanti l’ascesa della minaccia terroristica, soprattutto dall’impegno militare della Francia nel Sahel e dalla proliferazione dei gruppi jihadisti in Libia e Tunisia, anche in Europa, alcuni ex dipendenti dei servizi francesi, presumibilmente con l’approvazione dei loro superiori, hanno cercato di riprendere il filo della cooperazione contro il terrorismo tra i due Paesi. Secondo diversi siti web e media arabi, Parigi avrebbe addirittura chiesto alla Giordania d’intercedere presso Damasco affinché la cooperazione venga ripresa informalmente. La richiesta è giunta dopo che le autorità siriane avevano sventato un tentativo di assassinare il capo dello Stato siriano, sponsorizzato dai servizi segreti francesi e turchi. Il rifiuto siriano all’offerta di cooperazione francese è totale. Ciò si spiega probabilmente per l’innegabile successo dei servizi anti-terrorismo di Damasco registrato sul campo. Avendo in effetti demolito il formicaio jihadista, infliggendo una serie di stoccate alle reti terroristiche vicine ad al-Qaida, che prevedeva d’avviare decine di attentati spettacolari, anche con l’uso di autobombe. Come risultato di questi raid, hanno raccolto informazioni preziose sulle cellule dormienti, non solo in Siria ma anche in Giordania. Subito trasmesse ai colleghi giordani, queste informazioni hanno permesso di sventare una serie di attentati simili nel regno hashemita. Comprendiamo perché la Giordania abbia improvvisamente chiuso i suoi confini con la Siria e proibito ai gruppi jihadisti di attraversarli.
Abbiamo anche assistito alla svolta drammatica compiuta da re Abdullah II, realizzando che dopo la caduta del regime siriano, deciso dall’azione combinata dei Fratelli musulmani e dei gruppi radicali salafiti, sarebbe stato il successivo nella lista. Da qui la sua rabbia improvvisa contro la nuova “mezzaluna sunnita” guidata da Turchia, Egitto e Qatar, i tre pilastri dei Fratelli musulmani. Provenendo ciò da un re vicino all’intelligence inglese, statunitense e israeliana, che per primo aveva parlato di una “mezzaluna sciita” qualche anno fa, il mutamento, l’ammetto, è enorme! Questa svolta del re è dovuta più a una tattica per la difesa personale che a un vero cambiamento strategico. E’ questa nuova realtà che ha probabilmente raffreddato l’ardore anti-siriano dei giordani, portando alcune fonti vicine ai servizi segreti di sua maestà hashemita a confidarsi con l’agenzia on line araba AsiaNews (3): “Abbiamo presentato ai siriani tutti i dati relativi alle indagini sulle cellule terroristiche che stavano progettando di compiere attentati con le autobombe, ha detto la fonte della sicurezza giordana. Queste indagini hanno dimostrato che le cellule terroristiche, attive o dormienti, che operano in Siria e in Giordania, e anche in Francia, sono gestite da un comando centrale a pianta aperta, rappresentato da un personaggio centrale, il “facilitatore”. Costui dirigerebbe le cellule sul campo, senza che i membri di queste cellule sappiano nulla. Ma questo personaggio chiave è caduto nelle mani dei siriani, che hanno potuto ricostruire, con il supporto di confessioni e documenti, l’intera filiera le cui azioni si estendono dalla Siria all’Europa attraverso la Giordania e il Libano“. Sempre secondo le confidenze ad AsiaNews,grazie alle informazioni fornite da Damasco, abbiamo identificato le persone che erano in contatto con il facilitatore. E’ stato dopo il suo arresto che le autorità francesi hanno voluto rinnovare quei contatti che Damasco ha categoricamente rifiutato. E per una buona ragione: l’alto ufficiale incaricato di questo caso non era altri che il colonnello Hafiz Maqluf, che fa parte del gruppo di funzionari siriani i cui nomi compaiono negli elenchi delle sanzioni francesi ed europee“.
Come promemoria, il sondaggio pubblicato dal sito Afrique-asie, sopra menzionato, segnala il malcontento dei vertici della DGSE verso la politica del loro Paese riguardo la Siria. Una politica che costerà caro in termini di collaborazione nell’anti-terrorismo. “I siriani, afferma questa indagine, hanno salvato la vita a centinaia di cittadini francesi grazie alla loro collaborazione con i francesi e le loro controparti occidentali, nella lotta contro il terrorismo e contro la criminalità organizzata (tra cui la mafia dei farmaci contraffatti).” La folle politica fermamente anti-siriana, intrapresa dall’ex presidente Nicolas Sakozy e proseguita con dogmatismo e acrimonia dal suo successore socialista François Hollande, in particolare sostenendo un’opposizione eterogenea e coordinata sul terreno da gruppi terroristici, il cui unico obiettivo è il rovesciamento del regime laico del Ba’ath e la sua sostituzione con un “emirato wahhabita” o un regime islamico, ha spinto Damasco, sottolineano i vertici della comunità di intelligence francese, “a congelare ogni cooperazione con i nostri servizi, a danno della sicurezza dei nostri cittadini.” Lo stesso articolo ha anche sottolineato le lettere di ringraziamento scritte e inviate dagli ufficiali francesi ai loro omologhi siriani, per aver contribuito a smantellare molte reti terroristiche e criminali, e a sventare numerosi attentati. Oltre al suo sostegno ai terroristi in Siria, l’ingratitudine di Parigi ha portato alla stesura della lista nera europea, inserendovi la maggior parte degli agenti, tra cui il più famoso, il colonnello Hafiz Maqluf, il cui nome prima di apprire sulla lista nera, figurava nell’intestazione delle lettere di ringraziamento e di gratitudine rivoltegli dai suoi omologhi francesi.
Bassam Tayyarah, giornalista libanese residente a Parigi, riporta nel suo sito d’informazione in arabo Akhbarboom, la stessa analisi della comunità d’intelligence francese. “Se vi è piaciuto Claude Gueant (l’ex ministro degli interni di Sarkozy), vi innamorerete di Manuel Valls (l’attuale detentore della carica)“, ha scritto. Si riferiva alla politica di la lotta al terrorismo dell’attuale ministro degli interni, che segue le orme del suo predecessore di destra. Per entrambi, la lotta al terrorismo è una “priorità assoluta”. Soprattutto dall’inizio della guerra contro il Mali e dalle minacce da parte degli islamisti contro coloro che chiamano “nuovi crociati francesi.” Claude Gueant aveva ottimi rapporti con i servizi segreti del Medio Oriente, quando era ancora l’uomo ombra di Sarkozy, anche prima di diventare ministro degli Interni. Una delle sue relazioni, e non meno importante, era con i servizi di sicurezza siriani noti come i migliori, secondo un collaboratore di Gueant. La Francia ha beneficiato ampiamente della sua cooperazione nella sicurezza con la Siria, il cui aiuto è stato prezioso in operazioni come lo smantellamento di reti terroristiche o la prevenzione di attentati contro interessi francesi o addirittura contro la metropolitana di Parigi. Sempre secondo Tayyarah, i servizi segreti siriani hanno informato i loro omologhi francesi sui movimenti dei jihadisti francesi che attraversano i suoi confini per raggiungere l’Iraq. La cooperazione della Siria era così popolare che ha contribuito, al momento, all’apertura di Sarkozy verso Damasco. Ma le cose sono cambiate in due anni, vale a dire dall’inizio della “rivoluzione” siriana, perché la Francia ha scelto di essere in prima linea nel sostenere l’opposizione armata, portando logicamente a rompere tutti i ponti tra i due Paesi. L’ufficio sulla sicurezza e la lotta al terrorismo, che coordinava la collaborazione, è stato trasferito da Damasco ad Amman.
Di fronte ai crescenti pericoli terroristici, una fonte vicina ai servizi francesi era ancora ottimista.  “Non perdiamo la speranza, dice, perché adesso è nell’interesse di entrambe le parti por fine al  blocco e riprendere la cooperazione bilaterale nella sicurezza, a condizione che Parigi comprenda che l’idea della guerra segreta contro Damasco non porta da nessuna parte ed è perdente.” Fino a questo ipotetico ritorno alla ragione e al pragmatismo, il regime siriano non si arrenderà e continuerà a condurre una caccia spietata contro le reti terroristiche e jihadiste rifornite dall’estero. Secondo un osservatore libanese citato dal sito d’informazione Arabi Press, “Damasco sa che un numero significativo di forze speciali francesi aiuta l’Esercito libero siriano. La Francia agevola l’invio di armi dal mercato nero. I servizi siriani sono ben consapevoli della presenza di militari francesi, inglesi e statunitensi che operano attraverso i confini con Libano, Giordania e Turchia.  Questa presenza non è ancora di tipo combattente. È ancora nella fase dell’addestramento, della logistica e del controllo dei centri di comando e del rifornimento di armi e apparecchiature di comunicazione. Per non parlare del loro ruolo nel monitoraggio dei gruppi jhiadisti e delle armi che possono procurarsi.”
Questi sono gli agenti francesi che, operando ai confini della Siria, hanno avvisato il capo dello Stato e l’hanno convinto a rinunciare a voler fornire armi sofisticate all’opposizione, senza dubbio.  È questo l’inizio della revisione francese della drammatica offensiva politica nei confronti della Siria? In questo caso, la Francia avrà ancora una volta bisogno della cooperazione nella sicurezza con Damasco, per arrestare il flusso costante di jihadisti stranieri e far smettere il finanziamento di queste filiere da parte dei Paesi del Golfo. Ma ancora non ci siamo, e lo spettro di un ritorno in Europa dei jihadisti che hanno combattuto (e ancora combattono) in Siria, ne fa tremare le capitali, e Parigi avvierà un capovolgimento radicale, come al solito.

Note
[1] LeJDD
[2] Afrique-Asie
[3] AsiaNews

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ritratto dei padri della ‘rivoluzione siriana’

Armin Akopjan (Armenia), N-Idea 26 gennaio 2013
Tradotto dal russo da Oriental Review

2742955150Durante tutta la “primavera araba”, e la guerra siriana in particolare, la stampa araba ha tenuto sotto tiro le azioni dell’emiro del Qatar, della famiglia reale dell’Arabia Saudita e dei leader di Israele e Turchia. Di fronte alle notizie pubblicate, è possibile credere che non uno solo di questi attori agisca da solo, ma che siano uniti da obiettivi e interessi comuni e dal loro raggiungimento, e che il popolo del Medio Oriente stia pagando con il proprio sangue e il proprio futuro.
In riferimento a fonti d’informazione siriane, il Times of Islam riferisce delle attività di un gruppo di agenti stranieri in Siria. Questo gruppo è al servizio degli interessi di Arabia Saudita, Qatar, Israele e Turchia ed è composto da 16 membri, tutti i cittadini di Israele, Turchia, Qatar o Arabia Saudita. Agenti stranieri hanno operato travestiti da militanti terroristi e dell’esercito libero siriano, rapendo e assassinando scienziati ed esperti in vari campi, sia siriani così come palestinesi. L’esercito siriano ha recentemente annunciato che sette membri di questa banda sono stati arrestati ed interrogati. Una seconda banda di predoni ha contrabbandato rari reperti da un museo dalla Siria sul mercato nero internazionale. Naturalmente, tutto questo è stato fatto attraverso la Turchia. Le fabbriche vengono smantellate e inviate in territorio turco. Un commercio di organi umani è stato stabilito in Turchia, come lo era stato in Kosovo all’inizio degli anni 2000. I donatori sono riluttanti profughi siriani, senza mezzi per mantenere le famiglie nei campi profughi turchi.
Il capo dell’agenzia d’intelligence saudita, principe Bandar bin Sultan, insieme con il leader del partito di opposizione libanese e membro della coalizione anti-siriana “14 marzo”, Samir Farid Geagea, gioca un ruolo importante nella destabilizzazione e nell’inasprimento della situazione in Siria e nel vicino Libano. Invia gruppi armati di terroristi per combattere in Siria e, una volta che la Siria cadesse, sarebbe il turno degli sciiti libanesi. Inoltre, la pubblicazione online araba Islam Times cita anche altre attività del principe Bandar bin Sultan come ambasciatore saudita negli Stati Uniti nel 1983-2005, che è riuscito a farsi nominare capo dell’agenzia di intelligence saudita dopo aver organizzato diversi mortali attentati terroristici nei confronti di alti ufficiali siriani. Il principe  ora sogna di ascendere al trono regale nel suo paese, e potrà riuscirci soltanto se il Presidente siriano Bashar Assad venisse assassinato.
L’oppositore libanese Samir Geagea punta anche lui a una posta più alta, la poltrona presidenziale, e il solo modo con cui potrà arrivarci è rimuovere la sciita Hezbollah. Perciò la pubblicazione sottolinea che Israele e gli Stati Uniti spingono alla “collaborazione reciproca” di entrambi. L’unico modo efficace per ottenere se non l’assassinio di Assad ma almeno la sua rovina, è il terrorismo. Al-Qaida e la sua filiazione Jabhat an-Nusra, sono proprio il tipo di strumenti utili che possono aiutare le parti interessate a rovesciare un sistema statale, prima o poi. E’ stato riportato che due istruttori di Jabhat an-Nusra hanno conseguito l’addestramento in Israele. Il piano è che in futuro non combatteranno solo contro Hezbollah, ma anche contro i salafiti libanesi. Tra i militanti vi sono anche dei curdi, che sono sotto il comando del leader curdo di al-Qaida. Samir Geagea vede un vantaggio in più per se stesso nella guerra siriana: la concentrazione di profughi cristiani siriani in Libano potrebbe portare a un cambiamento politico in termini religiosi, e preparare la propria strada  alla presidenza.
Dal 2010, gli statunitensi e il Qatar acquistarono delle armi da tribù nel sud dell’Afghanistan. Questo fu segnalato alla stampa iraniana dall’intermediario afghano Habibullah Kandahari e soci, gli statunitensi avevano anche ordinato armi da sette altri afgani. Kandahari riferisce che lui personalmente aveva fornito 4.000 pezzi in sei mesi. Tra questi, pistole e altri tipi di armi da fuoco, per le quali i precedenti proprietari erano stati pagati con grandi somme di denaro. Gli intermediari afgani consegnarono le armi acquistate per gli statunitensi all’aeroporto di Kandahar e non gli dissero nulla sulla destinazione di esse. Per non suscitare alcuna curiosità o sospetto inutile, gli statunitensi dissero che le armi venivano acquistate per garantire la sicurezza dei propri soldati nei confronti della popolazione locale. Secondo Habibullah Kandahari, egli aveva notato in privato che gli statunitensi non erano mai stati attaccati da civili, ma solo da gruppi armati. Le armi dall’Afghanistan furono caricate su aerei del Qatar e quindi inviate attraverso la Giordania in Siria, dove finirono nelle mani dei terroristi.
Gli aerei del Qatar, come gli aerei statunitensi, poterono  atterrare negli aeroporti in Afghanistan senza difficoltà e anche senza che le autorità locali ne sapessero nulla. Durante una delle riunioni del Consiglio di sicurezza nazionale, il presidente del Paese aveva anche ordinato che la totale mancanza di autorità verso gli statunitensi dovesse essere esaminata e chiarì che si doveva dare il consenso agli aerei qatarioti e statunitensi che atterravano in Afghanistan senza previo accordo, e come questo doveva essere fatto. Un esperto di sicurezza afghana osserva che, nel 2010 nessuno aveva apertamente acquistato grandi quantitativi di armi, spedendole in Giordania, ma dopo le prime proteste e manifestazioni pacifiche in Siria nel 2011, le armi vennero apertamente acquistate.
Le elezioni per la 19.ma Knesset si sono svolte in Israele il 21 gennaio e sono state vinte dal partito dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Il politico israeliano, per la sua campagna elettorale è stato finanziato dall’emiro del Qatar. La leader del partito di opposizione Kadima ed ex ministra degli esteri nel gabinetto di Ehud Olmert, Tzipi Livni, ha detto ai giornalisti che aveva ricevuto circa 3 milioni di dollari. Ha anche aggiunto che era molto amico della moglie dell’emiro.
Sbarazzandosi di leader e scienziati palestinesi ritenuti indesiderabili sia nella stessa Palestina che in Siria, e adesso pagando la campagna elettorale di un politico israeliano di estrema destra, il Qatar cerca una volta per tutte di chiudere la questione palestinese, agli occhi di tutti gli arabi, sottoponendola al controllo vigile dei Fratelli musulmani o del governo egiziano, in altre parole. Affronterà anche la questione della Giordania, in futuro, se il regime monarchico potrà essere rovesciato e il potere trasferito alla Fratellanza. Ciò vorrebbe dire che la questione palestinese sarà sepolta per sempre, in quanto in futuro, parte della popolazione palestinese sarà reinsediata in Giordania e una parte nel Sinai. Cosa in realtà su cui gli USA cercano di accordasi con Israele.
La coalizione libanese del “14 Marzo” ha ancora una volta dimostrato che non persegue gli interessi del Libano, e neanche gli interessi dei cristiani, ma di quelli di centri completamente estranei e alieni al Libano. Le attività della coalizione sono particolarmente dannose, sullo sfondo della guerra siriana, dove il sentimento anti-siriano di una parte della popolazione libanese si sta aggravando a un tale livello che potrebbe passare dalla scena politica al conflitto armato e alla guerra civile.
Per quanto riguarda tutto ciò che è stato detto in questa sede, si ricordi una citazione di Yitzak Rabin: “Vorrei che Gaza affondi in mare, ma questo non accadrà, e una soluzione deve essere trovata”. Sembra che l’emiro del Qatar e Netanyahu siano giunti alla stessa soluzione. E non solo per la Palestina…

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

QATAR. L’assolutismo del XXI.mo secolo

Hamas ha assassinato il capo del programma missilistico siriano?

Uprooted Palestinians 28 novembre 2012


“La Siria ha abbracciato Mishaal come un orfano in cerca di rifugio, dopo che gli altri paesi gli chiusero la porta in faccia.”

“Il giorno in cui hanno cercato di ucciderlo è stato il giorno in cui Mishal è ridiventato un leader”,  ha detto a McGeough un giornalista giordano. “L’uomo che morì quel giorno fu Abu Marzook. Nessuno voleva parlare con il moderato Abu Marzook” (conosciuto come Mr. CIA), dopodiché,  Mishal, Mishal, Mishal”. Era solo fortuna come dice McGeough?

Poche settimane fa ho scritto: “Non sono sorpreso di sapere che il giorno in cui hanno cercato di uccidere Mishaal (Mr. Mossad), il leader fu fatto partorire da due ostetriche, Netanyahu e re Hussain.  Il re Hussain morì nel 1999, e Mishaal fu espulso in Siria lo stesso anno. Fu una coincidenza o il momento giusto per impiantare Mr. Mossad in Siria”.
Oggi, dopo la lettura e la traduzione della lettera aperta di Amr Nassef a Mishaal, ho scritto: “Comunque, Imad Mughniyeh ha incontrato il figlio ingrato di Hamas, il ‘martire vivente’, 5 ore prima del suo assassinio da parte del Mossad. Pochi giorni dopo la ‘storica’ visita dell’emiro del Qatar a Gaza, Israele ha assassinato al-Jaabari, il ‘Mughniyeh palestinese’.” Comunque, secondo al-Quds al-Arabi, al-Jaabari supportava l’accordo di Doha tra Mishaal e Abbas. “Nove mesi fa, fonti informate di Hamas avevano detto ad al-Quds della controversia tra i ranghi di Hamas sull’accordo di Doha… Le fonti hanno detto che c’è una spaccatura sull’accordo di Doha  all’interno della leadership di al-Qassam, la spina dorsale delle agenzie di sicurezza che operano nella Striscia di Gaza. Secondo tali fonti, Mohammed Deif, che è il padrino del braccio armato del movimento, sosteneva la posizione del Dr. Mahmoud al-Zahar, che si oppone apertamente a Khaled Mishaal.”
Ora leggete questo: “Hamas ha colpito Tel Aviv con missili ideati dal Generale Nabil Zughaib e consegnati attraverso i tunnel a Gaza da Imad Mughniyeh, e l’ingrata Hamas ha ucciso entrambi.”
Leggasi la seguente storia: “Durante colloqui informali con il ministro degli esteri egiziano Mohamed Kamel Amr…  Clinton espresse la sua ‘indignazione perché Israele aveva assassinato il comandante militare di Hamas Ahmed Jaabari, portando all’escalation del confronto… così come Jaabari era il migliore ufficiale in grado di controllare la sicurezza della Striscia di Gaza e di comprendere una qualsiasi possibilità di raggiungere una tregua.’
La fonte citava un dirigente palestinese, che per caso era vicino ai colloquianti, che diceva di aver sentito con le sue orecchie la Clinton dire al suo omologo egiziano: “Chi ha ucciso il Generale Nabil Zughaib non avrebbe dovuto essere premiato uccidendogli il comandante militare. Questo è quello che ho detto gli israeliani.” Il leader palestinese, utilizzando il motore di ricerca su Internet, ha scoperto che Clinton stava parlando del Maggior Generale Dr. Nabil Zugheib assassinato a Damasco il 21 luglio con tutti i membri della sua famiglia, mentre stavano andando nella loro nuova casa ‘segreta’, a  Masaken Barzeh, “dopo che le bande dell’ELS avevano trovato la sua casa nel quartiere di Bab Touma e iniziato a sorvegliarlo.”
Scioccato e stordito, il leader palestinese chiamò un amico nell’ufficio dell’OLP a Damasco, e una figura palestinese indipendente che vive in Siria e Libano, per raccogliere maggiori informazioni. Alla fine, e dopo un controllo incrociato, ha concluso che il generale Zugheib, responsabile del programma missilistico siriano, era stato assassinato dalla rete di Hamas a Damasco, gestita da Kamal Ghannajah, capo della sua sicurezza in Siria, che fu assassinato a giugno nella sua abitazione, nel quartiere Qudsaya, a ovest di Damasco.
Ecco alcune citazioni estratte da un post precedente: “Secondo fonti affidabili, SyriaTruth ha affermato che Ghannajah era coinvolto in operazioni terroristiche condotte dai gruppi armati siriani e non siriani contro le istituzioni, le personalità siriane e palestinesi vicine al regime, tra cui l’”Esercito di liberazione palestinese”, i cui depositi di armi nei sobborghi di Damasco sono stati saccheggiati dai gruppi armati sotto la supervisione personale di Ghanajah”. Un’altra fonte ha detto che “è confermato che Ghanajah aveva previsto un’infrastruttura per i gruppi armati islamisti nei sobborghi di Damasco, e in particolare per quelli connessi con i Fratelli musulmani, tra cui nascondigli, magazzini di armi, auto fuoristrada, mitragliatrici Dushka, mezzi di comunicazione, ecc”. Secondo la fonte, le indagini siriane hanno rivelato che Ghannajah, in virtù delle sue forti relazioni con i funzionari di sicurezza siriani, imposte dalla natura del suo lavoro, gli diedero “le chiavi della sicurezza e delle strutture” che ha messo al servizio dei gruppi armati siriani, permettendogli in seguito di assassinare alti ufficiali dell’esercito e dei servizi di intelligence siriani e dell’”Esercito di Liberazione palestinese”, e di rapinare a mano armata i depositi di armi e di far saltare in aria un certo numero di importanti centri di sicurezza militari dentro e fuori Damasco. Ha anche usato le strutture di sicurezza affidategli dalle autorità siriane a favore dell’opposizione armata siriana, da e per il Libano. La fonte afferma che… gli assassini di Hamas hanno la residenza nel quartiere Masaken Barzeh di Damasco, e non nel campo profughi di Yarmouk o nella zona della pietra nera, dove la maggior parte dei membri di Hamas viveva; centinaia di loro si sono uniti all’ELS nel corso degli ultimi sei mesi.”
Secondo la fonte, il gruppo di Hamas implicato nell’assassinio del Maggiore Generale Zugheib, ha legami con un gruppo vicino ai servizi speciali della sicurezza interna di Khaled Mishaal, che almeno uno di esso è coinvolto nell’assassinio di Imad Mughniyeh, il comandante militare di Hezbollah, nel febbraio 2008. E’ importante notare che l’indagine sull’assassinio di Mughniyeh, condotta dalle competenti autorità siriane e da Hezbollah, ha stabilito nel 2009 che un compagno di Khaled Mishaal, che era incaricato di preparare gli incontri di Mishaal con Imad Mughniyeh e del trasferimento di armi a Gaza e del trasferimento di combattenti in Libano per l’addestramento, era stato reclutato dai servizi segreti giordani durante il suo soggiorno in Giordania, dopo il suo rilascio dalle carceri israeliane. Non è improbabile che l’intelligence israeliana lo abbia reclutato durante la sua detenzione.
A causa dell’imbarazzo, sia Hezbollah che la Siria hanno annullato una dichiarazione sui risultati delle indagini. Se questa storia è vera, sarebbe uno dei più strani paradossi della decadenza morale della storia. Hamas ha colpito Tel Aviv con missili ideati dal generale Nabil Zughaib e consegnati attraverso i tunnel a Gaza da Imad Mughniyeh, e l’ingrata Hamas ha ucciso entrambi.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Colonna di Nubi. Perché una nuova guerra contro Gaza?

Thierry Meyssan, Rete Voltaire Damasco (Siria) 17 novembre 2012

Ancora una volta Israele ha attaccato Gaza e i media internazionali trasmettono immagini di distruzione. Tuttavia la desolazione che ci provoca l’orrore quotidiano di questa nuova guerra, non deve impedirci di analizzarne e comprenderne gli obiettivi. Thierry Meyssan risponde a questa domanda.

Il 14 novembre 2012, le forze israeliane hanno lanciato l’operazione “Colonna di nubi” contro le strutture militari e amministrative di Hamas nella Striscia di Gaza. Il primo giorno hanno ucciso Ahmed Jaabari, numero due del ramo armato dell’organizzazione palestinese. Ed hanno anche distrutto i lanciarazzi sotterranei per i missili superficie-superficie Fajr-5.Colonna di Nubi” si è rapidamente ingrandita, con l’aviazione israeliana che moltiplica i bombardamenti. Lo Stato maggiore generale israeliano ha richiamato 30.000 riservisti, arrivando rapidamente a 75.000 uomini, col rischio di distruggere l’economia. In questo modo, Israele ha la capacità di invadere Gaza con truppe terrestri. Questa situazione richiede ulteriori spiegazioni.

Perché proprio adesso?
Tel Aviv prende il comando, mentre il potere a Washington è parzialmente vacante. Si attendono la nomina dei nuovi segretari di Stato e della Difesa. Forse, saranno l’ambasciatrice Susan Rice e il senatore John Kerry. Tuttavia, un’aspra lotta, attraverso i media, cerca di screditare la signora Rice. In ogni caso, i segretari di Stato e della Difesa uscenti sono indeboliti ed i loro successori non sono stati ancora nominati. Nello stesso identico modo, Tel Aviv aveva preso una simile iniziativa, l’”Operazione Piombo Fuso“, durante il periodo di transizione tra i presidenti Bush jr e Obama. Alcuni commentatori citano anche l’imminenza delle elezioni israeliane e suggeriscono che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman cercano di migliorare la loro immagine di falchi intransigenti. Ciò è improbabile. In realtà, hanno lanciato l’attacco senza conoscerne in anticipo i risultati. Tuttavia, nel 2008-2009, il fallimento di “Piombo fuso” fu fatale per il governo di Ehud Olmert.

Per quale scopo?
Tradizionalmente le forze armate israeliane adeguano i loro obiettivi militari alle opportunità che si presentano. Come minimo si tratta d’indebolire la resistenza palestinese, distruggendo le infrastrutture e l’amministrazione della Striscia di Gaza, come hanno sempre fatto in più o meno regolarmente. Tuttavia, l’indebolimento di Hamas va automaticamente a vantaggio di Fatah in Cisgiordania, che non mancherà di ripresentare la sua richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite. Al massimo la “Colonna di nubi” potrà aprire la porta a un vecchio piano sionista: la proclamazione della Giordania a stato palestinese, il trasferimento della popolazione di Gaza (cfr. anche della West Bank) in Giordania e l’annessione dei territori svuotati. In questo caso, i militari non dovrebbero colpire indiscriminatamente i leader di Hamas, ma solo coloro che si oppongono all’ex leader politico dell’organizzazione, Khaled Meshaal. Quest’ultimo diventerà il primo presidente di uno stato palestinese in Giordania.

I disordini in Giordania sono collegati?
La guerra alla Siria ha soffocato l’economia giordana. Il regno si è rapidamente indebitato. Il governo ha annunciato, il 13 novembre (cioè alla vigilia dell’avvio di “Colonna di nubi“) l’aumento dei prezzi dell’energia, dall’11% per il trasporto pubblico al 53% per il gas nazionale. Questa notizia ha alimentato le proteste che imperversano nello stato fin dall’inizio dell’anno. Immediatamente, circa la metà degli insegnanti della scuola pubblica, 120 mila, è scesa in sciopero. Venerdì 16, più di 10000 persone hanno marciato nel centro di Amman, gridando: “La libertà viene da Dio”, “Abdallah il tuo tempo è finito!”, “Il popolo vuole la caduta del regime“. Il corteo ha lasciato la moschea Husseini ed era inquadrata dai Fratelli musulmani. I Fratelli musulmani, che hanno concluso un accordo con il Dipartimento di Stato degli USA e il Consiglio di cooperazione del Golfo Persico, sono già al potere in Marocco, Tunisia, Libia, Egitto e Gaza. Inoltre, controllano la nuova Coalizione nazionale siriana. Aspirano a governare con o senza il re di Giordania Abdullah II. Il più famoso dei Fratelli musulmani in Giordania è Khaled Meshal, ex capo dell’ala politica di Hamas. Meshaal ha vissuto in esilio dal 2001-2012 a Damasco, sotto la protezione dello Stato siriano. Nel febbraio del 2012 ha improvvisamente accusato il governo di Bashar al-Assad di reprimere il suo popolo ed ha scelto di trasferirsi in Qatar, dove l’emiro Hamad al-Thani è stato particolarmente generoso con lui.

I disordini in Siria sono collegati?
A giugno, un accordo di pace è stato firmato a Ginevra dalle grandi potenze. Tuttavia, è stato subito sabotato da una fazione degli Stati Uniti che ha organizzato le fughe di notizie sul coinvolgimento occidentale nell’evento, costringendo il mediatore Kofi Annan a dimettersi. Questa stessa fazione poi, per due volte ha cercato di finirla militarmente organizzando due massicci attentati a Damasco, il 18 luglio e il 26 settembre. Alla luce di questi fallimenti, l’amministrazione Obama è tornata all’accordo iniziale che si è impegnata ad attuare dopo le elezioni presidenziali e il cambiamento del governo. L’accordo prevede il dispiegamento di una forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composta prevalentemente da contingenti dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). Questa forza avrebbe il compito di separare i belligeranti e di arrestare i jihadisti stranieri introdottisi in Siria. Lasciando la Russia reinstallarsi in Medio Oriente, Washington spera di alleviare l’onere della sicurezza d’Israele. La Russia farebbe in modo che lo stato sionista non sia più attaccato e che non attacchi nessuno. La ritirata militare degli Stati Uniti dal Medio Oriente potrebbe quindi continuare, e Washington recupererebbe la flessibilità perduta a causa del suo  permanente confronto con Tel Aviv. In questa prospettiva, i sostenitori dell’espansionismo israeliano devono agire a Gaza ed eventualmente in Giordania, prima della missione russa.

Quali sono i risultati preliminari della guerra in corso?
La guerra testa la difesa aerea di Israele. Lo stato sionista ha investito centinaia di milioni di dollari nella creazione di “Iron Dome“, un sistema in grado di intercettare tutti i razzi e missili lanciati da Gaza e dal sud del Libano. Questo dispositivo è diventato inutilizzabile quando Hezbollah ha inviato un drone su Dimona o quando ha testato i missili superficie-superficie Fajr-5. Durante i primi tre giorni della “Colonna di nubi“, Hamas e la Jihad islamica hanno risposto al bombardamento israeliano con salve di razzi e missili. L’”Iron Dome” avrebbe intercettato 210 colpi su poco più di 800. Tuttavia, questa statistica non significa molto: il dispositivo sembra in grado di intercettare solo i primitivi razzi Qassam, e di essere inadeguato verso tutte le armi un po’ più sofisticate.

Thierry Meyssan

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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