Turchia contro Siria: ultimo sussulto della NATO?

Tony Cartalucci New Oriental Outlook 26/03/2014

1379912Le tensioni sono aumentate ancora una volta lungo il confine siriano-turco con mentre la Turchia abbatte un aereo da guerra siriano e terroristi appoggiati dalle truppe turche oltrepassano il confine verso la costa occidentale della Siria, nella provincia di Lataqia. Il rinnovato vigore della Turchia sembra essere in parte il risultato della pressione esercitata sul primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan la folla sostenuta dagli USA che occupa le piazze da mesi cercandone l’estromissione. Citando Reuters e riportando AFP, l’articolo di RT, “La Turchia abbatte un jet siriano vicino al confine ‘per la violazione dello spazio aereo‘”, osserva che: “Il jet dall’aeronautica siriana è stato abbattuto nei pressi del valico di Qasab, nella provincia di Lataqia, dove aspri combattimenti tra le forze siriane e i ribelli armati si svolgono da tre giorni, secondo la Reuters”. E che: “La dichiarazione (dello Stato Maggiore Generale delle Forze Armate turche) nota che il jet è stato abbattuto a “1200 metri a sud del confine in territorio siriano nella regione di Qasab“, aggiungendo che le guardie di frontiera turche “hanno osservato la sua caduta“. L’aereo abbattuto durante lo svolgimento di raid aerei contro i militanti che attraversano il confine turco-siriano e persino rientrano in territorio siriano, suggerisce che non solo la Turchia ha ingiustificatamente colpito un aereo da guerra siriano sapendo che non era una minaccia, ma l’ha fatto fornendo supporto antiaereo ai terroristi riconosciuti tali a livello internazionale e che ospita sul proprio territorio. Inoltre, è stato riportato che il cugino del presidente siriano Bashar al-Assad, Hilal al-Assad, è stato ucciso negli scontri a Lataqia insieme a molti altri combattenti della milizia di difesa, mentre combatteva contro i terroristi di al-Qaida, al-Nusra. Reuters, nell’articolo “il cugino di Assad ucciso a Lataqia nello scontro con i ribelli siriani“, afferma: “…Hilal al-Assad, capo locale della Forza di Difesa Nazionale, e sette dei suoi combattenti, sono stati uccisi negli scontri con il Fronte al-Nusra e altre brigate islamiste”. Mentre la notizia della morte di Hilal al-Assad sarà sfruttata dall’occidente per il suo valore propagandistico, si deve ricordare che la guerra per procura dell’occidente è contro la nazione della Siria, non contro una particolare famiglia o anche il governo della Siria. La Siria ha  istituzioni e quando i leader vengono rimossi, nuovi leader ne prendono il posto, proprio come fu  illustrato dall’assassinio/attentato a Damasco del luglio 2012. La morte di Hilal al-Assad temprerà ulteriormente la volontà dei siriani nella lotta contro le violenze sostenute dall’estero.

L’offensiva di Lataqia è l’”ultimo sussulto” della grande campagna terroristica
La battaglia presso Lataqia rientra in ciò che sembra essere una grande manovra a tenaglia filo-occidentale sulla Siria. L’altro fronte, chiamato “Fronte del Sud” dall’occidente, comprende presumibilmente 49 fazioni terroristiche che operano lungo il confine siriano-giordano vicino alla città di Dara. L’operazione include il supporto materiale continuo da Arabia Saudita e Stati Uniti, e dispone di una campagna di PR per ritrarre gli estremisti settari come “laici” e “pro-democrazia”. Sulla creazione del “Fronte del Sud”, la Carnegie Endowment for International Peace ha persino dichiarato sul suo articolo: “Il ‘Fronte del Sud’ esiste?” che: “Piuttosto che un’iniziativa dei ribelli stessi, sono gli ufficiali stranieri che hanno sollecitato i comandanti ribelli a firmare una dichiarazione attestante la loro opposizione all’estremismo, dicendo che è precondizione per avere altri armi e denaro. Dato che i mendicanti non possono essere schizzinosi, i comandanti hanno scrollato le spalle e firmato, senza dichiarare una nuova alleanza ma aiutando i funzionari statunitensi a spuntare tutte le caselle giuste nei loro rapporti, sperando che ciò apra un’altra cassa di fucili”. Tuttavia, nonostante il rinnovato vigore retorico, l’occidente ha diretto un torrente di denaro, armi, attrezzature e anche combattenti stranieri oltre i confini della Siria fin dal 2011, ma senza alcun risultato. L’avanzata irreversibile delle forze di sicurezza siriane contro questo torrente, indica che la strategia occidentale ha fallito l’obiettivo ultimo del cambio di regime, e avrebbe fallito anche nell’indebolire sufficientemente la Siria in vista di un attacco sempre più improbabile all’Iran. I tentativi per tutto il 2013 di giustificare l’intervento militare occidentale diretto sono falliti, ma il fatto che siano state tentate, in primo luogo indica il fallimento delle forze legate all’occidente nel sopraffare militarmente la Siria o anche di controllare territorio abbastanza a lungo per ritagliarsi le tanto desiderate “zone cuscinetto” della NATO, con cui sperava di proiettare un supporto militare ancor più profondo in Siria.

L’ipocrisia della Turchia ne espone la disperazione
L’abbattimento di un aereo siriano che si sapeva colpiva i terroristi, intenzionalmente ricoverati nel territorio della Turchia, è problematico per diversi motivi. In primo luogo, questi militanti che s’infiltrano in Siria dalla Turchia sono apertamente identificati come Fronte al-Nusra di al-Qaida dal suddetto articolo di Reuters; al-Nusra è un’organizzazione terroristica denunciata dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti, rendendo così il governo turco colpevole di violazione delle leggi degli Stati Uniti e del diritto internazionale. In secondo luogo, in quanto membro della NATO da decenni, il ruolo della Turchia in favore dei terroristi di al-Qaida, ospitandoli nel suo territorio, fornendogli supporto materiale e coordinandone le attività militari anche con la sua forza aerea, durante quest’ultima incursione nella vicina Siria, il tutto mentre la NATO presumibilmente combatte “al-Qaida” in Afghanistan, illustra ulteriormente la profonda ipocrisia turca non solo in politica estera, ma mina profondamente la legittimità della NATO e della politica estera di ogni suo membro. Inoltre, l’insistenza della Turchia, secondo cui la Siria non ha il diritto di inseguire i terroristi vicino od oltre i suoi confini, ne compromette la vecchia politica di perseguire i curdi vicino e oltre i suoi confini. Di recente, nel 2011, proprio mentre rimproverava la Siria che combatte i terroristi, la Turchia inviava truppe e aerei da guerra oltre la frontiera con l’Iraq, alla “ricerca” di “ribelli curdi”. McClatchy ha riportato nell’articolo, “La Turchia invade l’Iraq dopo che i ribelli curdi hanno ucciso 26 soldati turchi”, che: “La Turchia ha inviato truppe e aerei da combattimento in Iraq, “inseguendo” i ribelli curdi che hanno ucciso più di 25 soldati turchi in diversi attacchi nel sud della provincia turca di Hakkari. E’ stata la prima violenza transfrontaliera in cinque anni, tra le truppe turche e i guerriglieri curdi che secondo la Turchia si rifugiano nel nord dell’Iraq”. Per saperne di più.
La recente opposizione turca alla lotta della Siria contro i gruppi terroristici dentro e lungo i suoi confini, darà ai nemici di Ankara la possibilità di sfruttare ulteriormente la lotta per l’indipendenza curda contro gli interessi turchi. Su un altro livello internazionale, il comportamento della Turchia, in particolare da membro della NATO, potrebbe essere citato da nazioni come il Pakistan riguardo le incursioni transfrontaliere della NATO dall’Afghanistan. Se la Turchia può abbattere aerei militari siriani che combattono i terroristi di al-Qaida che apertamente dilagano dal suo territorio, perché il Pakistan non potrebbe fare pressione sulla NATO che compie attacchi assai più ambigui contro obiettivi nel territorio pakistano?

Ultimo sussulto
Legittimità e reputazione dell’occidente soffrono direttamente dell’ipocrisia sistematica e sempre più palese che ostenta. Incapace di rispettare le norme che ha stabilito nell’assai presunto ordine globale che guida, scuotendo la fiducia di coloro che si aspettano di trovarci il loro posto. Mentre tale ipocrisia si manifesta con invasioni, occupazioni, terrorismo, cambio di regime, destabilizzazione politica ed economica, nonché propaganda sfacciata delle enormi società mediatiche dell’Occidente, il mondo cercherà un ordine totalmente diverso. L’insistenza occidentale nella sua campagna ad oltranza siriana, invece di riconoscere la sconfitta e cambiare passo, assicura che questa sia una delle sue ultime avventure. Mentre manda truppe e ascari ovunque ad immischiarsi in nome dei suoi interessi particolari, l’occidente dovrà fare a meno di supporto autorevole, legittimità o giustificazione morale o altrimenti. I fatti sul terreno combinato con la concessione occidentale ai trucchi propagandistici piuttosto che a un successo effettivo in Siria, indica che quest’ultima spinta a Lataqia nel nord, e a Dara nel sud, finirà come tutte le altre spinte, nella sconfitta dei fantocci dell’occidente e con l’esercito siriano che si avvicina sempre più alla vittoria totale.

1514615Tony Cartalucci, ricercatore di geopolitica e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Oriental Outlook

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: Nuovo piano di attacco contro Damasco?

Rafiq Nasrallah TV al-Itijah 19/02/2014 – Reseau International
Trascrizione e traduzione di Muna Alno-Naqal
1174903Con il titolo “I capi spioni si riuniscono per discutere della Siria” per la penna di David Ignatius [1], sul Washington Post del 19 febbraio, apprendiamo che i capi dei servizi segreti arabi e occidentali si sono incontrati a Washington, per due giorni di conclave la scorsa settimana, parallelamente alla convocazione della seconda sessione della Conferenza di Ginevra 2 per la pace in Siria… Non c’era che il bel mondo da Turchia, Qatar, Giordania e altre potenze regionali “che sostiene” i terroristi che massacrano la Siria e i siriani, ma che descrive, come si deve, quali “ribelli”! Ciò sotto i buoni auspici del principe Muhammad bin Nayaf, ministro degli Interni saudita, destinato a sostituire il principe Bandar bin Sultan nel coordinare “la politica contro il terrorismo nel regno“, operazione in stretto collegamento con la CIA ed altri servizi segreti occidentali. In breve, è il tentativo di rafforzare la debolezza della cosiddetta “opposizione moderata“, che perde terreno rispetto le forze lealiste e i “combattenti jihadisti vicini ad al-Qaida“. Di qui la necessità di un serio dibattito sull’opportunità di fornire altre armi moderne, come missili antiaerei, che i sauditi possiedono e sarebbero disposti ad inviare, con l’unica condizione di essere sostenuti dall’amministrazione Obama, che sarebbe riluttante…! Secondo Ignatius, è troppo presto per dire se le decisioni del conclave siano puramente “estetiche” o presagiscano cambiamenti reali sul campo di battaglia. In ogni caso, la CIA cerca di organizzare l’addestramento di tali cosiddetti combattenti “moderati”. Così nei campi di addestramento, principalmente in Giordania, da cui escono circa 250 combattenti al mese, più di 1000 combattenti hanno già beneficiato di tale programma… il Paese arabo ha esortato gli Stati Uniti a raddoppiare il numero di reclute, ma le autorità statunitensi vogliono assicurarsi che le “forze ribelli” possano assorbire ulteriori combattenti… Queste le informazioni fornite da Ignatius come “opinioni”. Ma si tratta di una semplice opinione o di certezza? Infatti, fonti attendibili continuano a dire che i Paesi della NATO e loro alleati, in preda alla disperazione, considerano la “soluzione militare”, nonostante ciò che dice John Kerry [2]. Qui riportiamo un’informazione divulgata direttamente da Rafiq Nasrallah, eminente giornalista e direttore del Media Training Center di Beirut, che ha più volte definito la Siria, dall’inizio della cosiddetta primavera araba, “ultimo baluardo contro il caos“[3]. Questo, in un programma televisivo dedicato all’odioso doppio attentato che ha insanguinato, quello stesso giorno, la regione di Bir Hassan [4] di Beirut. [NdT].

[...]
Rafiq Nasrallah: Vorrei cominciare da informazioni di estrema importanza sulla situazione in Siria. Se permettete, vorrei leggere i miei appunti. Spero che i fratelli siriani che mi ascoltano non credano che teorizzo, ed è probabile che le mie informazioni siano già in loro possesso. Comunque, sono molto precise e ruotano intorno a ciò che dovrebbe accadere dal nord della Giordania verso Damasco, argomento di cui ho parlato quasi ogni giorno per tre mesi!

Tawfiq Shuman: a chi interessa la cosa
Rafiq Nasrallah: Per chi è interessato all’argomento.

Tawfiq Shuman: Vada avanti, per favore
Rafiq Nasrallah: RM = Rihab Massud. Attualmente è il vicecapo dell’intelligence saudita dopo esser stato assegnato all’ambasciata (saudita) a Washington. Fu lui che ha seguito l’addestramento di 7000 mercenari che hanno raggiunto gli altri 5000 nel nord della Giordania, dopo essere stati muniti di blindati, già decorati con slogan delle varie brigate d’”opposizione”, per entrare a Damasco!

Tawfiq Shuman: Dalla provincia di Dara?
Rafiq Nasrallah: Sì … Quest’uomo è andato a Riyadh ieri ed ha informato le autorità competenti del momento (dell’attacco)… dell’ora H! Poi si decise che l’attacco avrebbe avuto luogo durante la seconda sessione di Ginevra 2, per porre la delegazione (della Repubblica araba) siriana davanti al fatto compiuto… Attacco che non si è verificato per motivi logistici. Non voglio dire l’ora esatta, anche se le mie informazioni sono molto accurate. Ma devo dire che tale attacco è imminente (termine esatto: l’ora è sul palmo della mano).

Tawfiq Shuman: infatti, ieri o il giorno prima, abbiamo sentito che l’”opposizione” era pronta ad assaltare Damasco.
Rafiq Nasrallah: Attenzione! L’attacco sarà effettuato dal confine sud-occidentale della regione: da Dara, al-Qunaytra e poi dal confine… Più precisamente da Sahm al-Julan e al-Nafia verso la provincia di Qunaytra e, da lì, una deviazione ad est per convergere sul punto dell’”avanzata terrestre” partita da sud-est, da al-Samad e Maniya. Non so se questi nomi siano corretti, perché non conosco la zona.

Tawfiq Shuman: Coloro che sono interessati, lo sapranno!
Rafiq Nasrallah: Sì… questo fino al “corso d’acqua” a est di Damasco, per poi tentare di irrompere nella capitale! In questa fase, chi li attenderà sul terreno? Quali cellule (dormienti)? Che sfrutteranno le riconciliazioni che hanno avuto luogo? Come? Non posso parlarne. Ma tale è la situazione. (I mercenari) hanno veicoli blindati, nuove armi, missili antiaerei, artiglieria, logistica e soprattutto l’”interferenza israeliana”. Infatti, l’apertura dei valichi tra il Golan occupato e la Siria dovrebbe far entrare i feriti da curare (in Israele), e il resto… beh abbiamo assistito al “test” di ieri! [5?]. E’ attraverso queste informazioni che ho voluto affrontare la questione, solo per la storia e la geografia!

Tawfiq Shuman: L’informazione certamente è arrivata… a chi è interessato! Ha detto Rihab Massud?
Rafiq Nasrallah: Sì… Rihab Massud. Non ho avuto queste informazioni da un qualsiasi servizio d’intelligence, ma da fonti specifiche dei Paesi del Golfo. Questo è l’ultimo attacco pianificato su Damasco. Dopo di che, la crisi siriana prenderà una direzione diversa (se l’attacco ha successo o fallisce). Se l’attacco fallisce, ci saranno le elezioni presidenziali… Ora è chiaro che i russi sono consapevoli di ciò, e dovreste puntare il vostro obiettivo sul “perché della tempistica” degli eventi in Ucraina, per distrarli e anche sulle riconciliazioni verificatesi ieri [6]. Si tratta di tempistica!  “Riconciliazioni trappole” di cui ci parlano i media in modo piuttosto ingenuo: un barbuto accanto ad un ufficiale dell’Esercito nazionale siriano! Certo, la riconciliazione è desiderabile per fermare il sangue che scorre, dato che prima o poi, gli inviati ritorneranno al tavolo (delle trattative) e trepideranno prima di apporre le loro firme sui documenti, mentre i martiri saranno morti… come in tutte le guerre!

Tawfiq Shuman: Le riconciliazioni di Babila… infatti, con una barba fino al petto!
Rafiq Nasrallah: Sì… Il tizio è lì come se nulla fosse accaduto, come se tutto fosse normale!

Tawfiq Shuman: E una foto dell’Agence France Presse…
Rafiq Nasrallah: ho detto che la riconciliazione deve avvenire, ma senza offendere i parenti delle vittime il cui sangue non si è ancora asciugato, o il cui corpo non è stato identificato… So che alcuni (siriani) saranno arrabbiati nel sentirmelo dire così. Ma lo dico perché ci tengo a loro!

Note:
[1] Spymasters gather to discuss Syria
[2] John Kerry sur la Syrie: “Il n’y a pas de solution militaire, nous sommes tous d’accord là-dessus”
[3] Syrie: Dernier rempart face au chaos?
[4] Beyrouth: Double attentat suicide contre le Centre culturel iranien
[5]PM Netanyahu Visits IDF Base Treating Wounded from Syria
[6] Photos de la réconciliation à Babillah en banlieue de Damas

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Siria: cos’altro dopo il fallimento degli Stati Uniti a Ginevra 2?

Dottor Amin Hotayt al-Thawra 17 febbraio 2014
Articolo tradotto dall’arabo da Muna Alno-Naqal Reseau International

Si vince partendo solo dalla verità!
Charles de Gaulle

971748L’amministrazione statunitense s’è sognata che le sue macchinazioni, ordite nel cortile di Ginevra 2, avrebbero inevitabilmente intrappolato il governo siriano e l’Asse della Resistenza, raggiungendo gli obiettivi prefissatosi quando aggredì la Siria quasi tre anni fa. Infatti, se la Siria accettava il diktat, si sarebbe piegata all’aggressione, se le rifiutava, la delegazione siriana sarebbe stata costretta a sospendere i negoziati e lasciare Ginevra. La sospensione unilaterale avrebbe permesso agli Stati Uniti di accusarla di “fallimento programmato dei negoziati“(1), tagliando corto con il dialogo, dimostratosi inutile per una soluzione pacifica, e soprattutto imponendo al Consiglio di sicurezza la risoluzione ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Risoluzione che gli Stati Uniti cercano da due anni, nonostante l’ostacolo del triplo doppio veto russo-cinese. Tale era la scena immaginata dal governo statunitense che non ha mai voluto riconoscere l’impegno e la capacità della diplomazia siriana a trasformare tale sfida in un’opportunità del dialogo nazionale e della soluzione politica, difesa fino alla fine senza mai cadere in trappola. Trappola fin dall’inizio accuratamente goffamente simulata, soprattutto riguardo gli invitati o meno a Ginevra 2… trappola cui la delegazione siriana ha semplicemente risposto: “Non abbandoniamo questi negoziati neanche se Brahimi decidesse di ritirarsi…” o “Siamo pronti a negoziare fin quando la porta rimane aperta…” La delegazione della Repubblica araba siriana è così rimasta fedele alla costante logica nazionale della sovranità dello Stato e dei diritti inalienabili del popolo siriano. Qualunque siano le equazioni regionali e internazionali del momento, ha rifiutato le imposizioni che Stati Uniti e loro alleati non sono riusciti ad avere con la guerra… sventando il piano degli USA per giustificare il loro presunto sostegno a Ginevra 2.
Ora che le luci sono spente e, come ha dichiarato Laqdar Brahimi, ogni delegazione rientra, indicando chiaramente che la delegazione della Repubblica araba siriana tornava a Damasco, in Siria, mentre la delegazione della coalizione d’opposizione ritornava nelle capitali straniere dei suoi padroni occidentali e regionali… E ora che lo stesso Laqdar Brahimi s’è scusato con il popolo siriano per aver non avere ottenuto nulla di utile (2)… La grande domanda è: quale sarà il comportamento degli Stati Uniti dopo il loro fallimento? Non hanno espresso con tutte le sfumature dell’arroganza che avrebbero inasprito la pressione sulla Siria per costringerla ad arrendersi? In altre parole, non hanno suggerito che persevereranno con la loro aggressività? Prima di rispondere, diremo che se gli Stati Uniti hanno effettivamente fallito a Ginevra 2, la delegazione siriana invece ha vinto. Con la sua tenacia ha smascherato i nemici, costringendoli a sospendere le loro presunte trattative, oltre ad averli bloccati fin quando troveranno una via…
Ma torniamo alla nostra domanda: gli Stati Uniti inaspriranno la pressione dopo il loro fallimento a Ginevra 2? Dato il contesto regionale e internazionale, vediamo tre possibilità:
1. Estensione delle operazioni militari, preceduta dall’addestramento all’estero di ulteriori gruppi armati prima di inviarli in Siria. Ciò nella speranza di penetrare le linee difensive siriane con l’obiettivo dichiarato di “riequilibrare le forze sul terreno“… A questo punto, sembra che gli Stati Uniti abbiano scelto di concentrare i loro sforzi sul fronte meridionale lanciando il loro attacco dal territorio giordano; creando campi di addestramento per i terroristi con la partecipazione di Stati europei, del Golfo e Israele, già operativi. Una serie di informazioni parlano di circa 2500 uomini dotati di moderne armi antiaeree e anticarro. Nelle prossime due settimane, questo numero potrebbe salire a 4000 uomini. Avanzeranno verso Nord, per raggiungere la periferia di Damasco e incontrare i 5000 combattenti presenti nel territorio siriano, pronti per un’operazione militare coordinata dal comando occidentale; l’operazione presuppone una pressione sul governo di Damasco sufficiente a farlo cedere! Questo è il piano che gli Stati Uniti cercano di attuare, in un modo o nell’altro, nel contesto della guerra psicologica adottata dall’inizio dell’aggressione. Ma quali sono le possibilità di successo di tale piano? In tutta onestà, crediamo che sia destinato a fallire per motivi politici, strategici e popolari, tra cui la sicura capacità delle forze di difesa di assorbire l’invasione siriana e distruggerla; l’immunità dello Stato siriano contro ogni forma di pressione di tale tipo; la volontà del popolo siriano che ha un’alta coscienza e rifiuta la presenza di combattenti stranieri sul proprio suolo…
2. Tornare all’Assemblea per un voto su un progetto di risoluzione in riferimento al capitolo VII, autorizzando l’uso della forza come nello scenario libico. Tale tentativo non è una mera ipotesi, ma è una vera determinante, tenuto conto delle posizioni adottate da burattini arabi e marionette europee, che ballano al ritmo delle orchestrazioni degli Stati Uniti. Infatti, una volta registrato il fallimento degli Stati Uniti alla Conferenza di Ginevra 2, l’Assemblea delle Nazioni Unite si trasforma nell’arena di proiezione dei piani USA verso tale obiettivo, nonostante l’eterno mimetismo dell’intervento umanitario. A nostro parere, l’ennesimo tentativo, ancora una volta, sarà contrastato dal doppio veto russo-cinese al Consiglio di Sicurezza… Tanto più che, come tutti sanno, le decisioni delle Nazioni Unite non sono vincolanti e rientrano, in questo caso, nel “wishful thinking” che non cambia la realtà di ciò che accade sul campo!
3. Utilizzare ogni forma di pressione militare, politica, economica e psicologica. Tali pressioni composite dovrebbero porre l’accento sulla responsabilità del governo siriano per il fallimento dei negoziati di Ginevra 2, una presunta responsabilità che inviterebbe il popolo siriano e le nazioni del mondo a condannarlo moralmente, economicamente e politicamente. E’ chiaro che l’amministrazione Obama ha iniziato a lavorare attivamente su tale opzione fin dalle prime ore dalla sospensione dei negoziati di Ginevra 2. Ma ancora una volta crediamo che tale opzione, tentata più volte negli ultimi tre anni, abbia ancor meno probabilità di successo rispetto al passato. Infine, con  tutte queste condizioni per l’aggressione contro la Siria fossero reali, e anche se siamo convinti che non si tradurranno nella realizzazione dei desideri degli Stati Uniti, riteniamo che il mese prossimo si avrà un passaggio difficile su più livelli. Tutti i mezzi sono buoni per un’ampia escalation della pressione economica, militare, politica e psicologica. La Siria dovrà essere massimamente vigile contro tale guerra, che entrerà nel suo ultimo e definitivo stadio, sapendo dei suoi tanti e diversi successi che gli offrono la possibilità di vincere nella sua “guerra difensiva”!

Note:
[1] Genève 2: Fabius accuse les autorités syriennes de l’échec… (Hague aussi!) – TF1.
[2] Syrie : échec total des négociations de “Genève II”, Brahimi “désolé”… (etc. etc.)

Il dottor Amin Hotayt è analista politico libanese, esperto di strategia militare e generale di brigata in pensione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Israele è pronto a ripensare la propria strategia in Siria?

Dmitrij Minin, Strategic Culture Foundation, 02/02/2014
US_buffer_Zones_01_14Il 24 gennaio, un alto ufficiale dell’intelligence militare israeliana ha tenuto una conferenza speciale, in cui ha riferito che vi è la “possibilità” che Israele ripensi la propria strategia sul conflitto siriano. Motivo? Il forte aumento dei militanti di al-Qaida in Siria, che non fanno compromessi quando si tratta d’Israele. Solo due anni fa erano 2000, ma oggi sono arrivati a 30000. Si recano in Siria da Medio Oriente, Europa, America… Israele inizia a comprendere che se Bashar Assad viene rovesciato e l’obiettivo immediato dei militanti realizzato, la creazione di un grande Stato islamico dalla Siria all’Iraq, allora tali forze li attaccheranno duramente. Da qui la necessità d’Israele di cercare di concludere le proprie operazioni su larga scala in Siria, a quanto pare. Secondo gli israeliani, i gruppi islamici in Siria che costituiscono una minaccia per il loro Paese sono:
1. Jabhat al-Nusra. Il 22 gennaio, l’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet ha riferito di aver sventato tre attentati pianificati da tale organizzazione, tra cui far saltare in aria l’ambasciata statunitense a Tel-Aviv e il Centro Congressi di Gerusalemme. I presunti colpevoli erano immigrati provenienti da Turchia e repubbliche del Nord Caucaso.
2. Stato islamico dell’Iraq e del Levante.
3. Ahrar al-Sham. Tale gruppo è alla base del neocostituito Fronte islamico (IF), che gli USA hanno dichiarato gruppo “moderato”. Fonti dell’intelligence israeliane contestano tale valutazione, sottolineando che il leader di Ahrar al-Sham, Abu Qalid al-Suri (vero nome Muhammad Bahayah), ha ammesso di essere membro di al-Qaida. Esperti francesi sono d’accordo osservando che Muhammad Bahayah è coordinatore capo di al-Qaida in Siria, con legami con bin Ladin e stretta conoscenza di al-Zawahiri.
4. Jaysh al-Islam. Tale organizzazione domina la regione di Damasco ed è nota per gli stretti legami con i servizi segreti sauditi e pakistani.
L’esercito israeliano (IDF) valuta diverse opzioni su come affrontare tali gruppi:
a) creare zone-cuscinetto sul lato siriano del confine;
b) attacchi aerei e terrestri contro le concentrazioni di jihadisti alla frontiera;
c) profonde puntate in Siria e Iraq per bloccare l’avanzata delle forze di al-Qaida in Giordania;
d) omicidi mirati dei comandanti di al-Qaida;
e) impedire che le forze jihadiste occupino aree in Siria che potrebbero essere utilizzate come trampolini per attaccare Israele.
Allo stesso tempo però gli strateghi israeliani prevedono di considerare con attenzione tutti i “pro e i contro” nel combattere al-Qaida in Siria, tenendo presente che una tale campagna militare  allenterebbe la pressione sul regime di Assad e i suoi alleati Iran e Hezbollah, cosa che Israele ovviamente non vuole che accada. Ma a un certo punto sarà costretto a scegliere cosa sia più importante, la vera sicurezza o i miti della propria propaganda. Parlando alla conferenza annuale dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale, “Le sfide alla sicurezza del 21° secolo”, il ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha dichiarato che gli Stati Uniti incontrano molti ostacoli nella regione cercando di ridurre presenza e intervento. Allo stesso tempo, crede che la partizione della Siria in più parti sia una realtà incombente, il che significa che Israele ha bisogno di prepararsi a una situazione in cui le “linee rosse” saranno attraversate, come “un attacco contro Israele o il trasferimento/uso di armi chimiche” che, secondo Yaalon, potrebbero alterare la posizione d’Israele riguardo al “non intervento” in ciò che accade in Siria. Il notevole concentramento militare d’Israele al confine con la Siria è stato già dichiarato. L’ufficio stampa delle IDF ha annunciato ufficialmente l’attivazione di una nuova divisione territoriale conosciuta come divisione Basan, dal nome antico del Golan, in cui la divisione sarà di stanza. La divisione sarà guidata dal generale di brigata Ofek Buchris, ex-comandante della brigata Golani e della 366.ma divisione della riserva, conosciuta come divisione Netiv Ha-Esh. La 36.ma divisione corazzata Gaash delle IDF, che oltre a svolgere missioni di combattimento è una divisione territoriale del Golan, rimarrà nello stesso luogo, ma diverrà una riserva dello Stato Maggiore Generale. Tale divisione include la brigata di fanteria Golan”, le brigate corazzate Saar me-Golan e Barak, e il reggimento d’artiglieria “olan.
Il 28 gennaio, commentando la notizia sul rinnovo delle forniture di armi USA ai ribelli siriani, il sito d’intelligence militare israeliano DEBKAfile riferiva, questa volta, l’intenzione di realizzare il piano concordato con Tel-Aviv per creare due zone cuscinetto al confine tra Israele e Siria. Gli Stati Uniti inoltre sono presumibilmente convinti dell’inutilità di cercare di alterare l’equilibrio delle forze nel conflitto siriano in proprio favore, e sono pronti a limitarsi a proteggere gli ultimi alleati affidabili nella regione. Il piano prevede di creare le zone in Siria, sufficientemente vicino Damasco. Secondo quanto riferito da Reuters, alti ufficiali delle agenzie d’intelligence statunitensi ed europee hanno confermato che un piano approvato dal Congresso degli Stati Uniti per il finanziamento delle forniture di armi ai gruppi ribelli in Siria, contiene articoli segreti che non tutti i membri del Congresso conoscono. Armi e munizioni, tra cui missili e granate anticarro, arriveranno  in Siria dalla Giordania. Inoltre, gli Stati Uniti hanno anche intenzione di fornire alla cosiddetta opposizione moderata varie attrezzature, tra cui attrezzature moderne per la visione notturna e le comunicazioni. Di fronte a ciò, tuttavia, vi sono seri dubbi sulle possibilità della “nuova strategia” di USA e Israele. Per cominciare, è sbagliata la falsa speranza che ci siano forze leali all’occidente che possano  posizionarsi al confine tra Israele e Giordania, come Esercito del Libano meridionale maronita del 20.mo secolo. Trovare “guardie di frontiera” del genere in Siria è estremamente difficile. L’intera regione delle alture del Golan, sul lato siriano, è dominata dai jihadisti anti-israeliani di Jabhat al-Nusra. Per molti aspetti, questi sono stati sostenuti da Israele stesso, da tempo ossessionato dall’idea di rovesciare Bashar Assad a qualunque costo. Va notato che dall’inizio della crisi siriana, più di 800 militanti, di cui 28 capi, sono stati curati negli ospedali israeliani, tra cui il Rambam Medical Center di Haifa, dove i vertici venivano curati. Quanto siano esattamente “democratici” coloro che provengono da tali ambiti al-qaidasti, tuttavia non è chiaro. Il quadro è più variegato sul lato giordano, ma è anche qui difficile che i ribelli vogliano divenire per sempre dei “coloni militari”. Tutti ricordano il destino dell’esercito fantoccio del sud libanese, i cui soldati furono costretti ad abbandonare la Patria con le loro famiglie per vegetare in Israele senza diritti. Infatti, se gli islamisti conquistassero il resto della Siria, sacche come queste verrebbero schiacciate in poche ore.
Adesso s’è capito che nessuna delle varie strategie in Siria può risolversi senza il coinvolgimento di Bashar Assad quale maggiore figura di Damaso e presidente del Paese. Il governo siriano non ha bisogno di alcuna intrusione esterna contro i suoi nemici, supportati dagli “improvvisamente illuminati” stessi strateghi occidentali ed israeliani. È necessario qualcos’altro, e cioè che gli Stati Uniti e i loro alleati smettano qualsiasi inferenza negli affari della Siria. Damasco si occuperà della ribellione con una sola mano. Così sarà più conveniente e ne risulteranno meno vittime.

La ripubblicazione è gradita in riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra dei Saud contro la Siria

Bahar Kimyongür, Global Research, 23 gennaio 2014

524578Qualsiasi osservatore del conflitto siriano desideroso di saperne di più sulla rivolta anti-regime avrà qualche difficoltà a poterlo fare, data l’inflazione di gruppi armati, oramai oltre un migliaio. La guerra fratricida in cui sono sprofondate le principali milizie jihadiste dall’inizio dell’anno, evidenzia la confusione particolare su ruolo ed evoluzione di al-Qaida nel conflitto. Eppure, al di là delle rivalità economiche e territoriali, la stessa ideologia e la stessa strategia le uniscono e le collegano a un attore chiave nella guerra siriana: il regno dell’Arabia Saudita.

Il wahhabismo siriano prima della guerra
Il movimento religioso fu fondato circa 250 anni dal predicatore estremista Muhammad bin Abdul Wahhab nel Najd in Arabia Saudita, non è una moda apparsa improvvisamente in Siria e favorevole alla primavera araba. Il wahhabismo ha una forte base sociale nei siriani che da diversi anni vivono in Arabia Saudita e altre teocrazie della penisola araba. In Siria, gli immigrati del Golfo sono singolarmente chiamati “sauditi” perché al loro ritorno a casa vengono confusi con i veri sauditi. La maggior parte di tali emigranti di ritorno, infatti, sono impregnati di puritanesimo rituale, di costume, familiare e sociale che caratterizza i regni wahhabiti (1). Ma il wahabismo siriano è anche  composto da predicatori salafiti espulsi dal regime di Damasco e ospitati dai regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi esuli poterono mantenere le reti d’influenza salafite nelle loro regioni e tribù originali. La proliferazione dei canali satellitari wahhabiti in Siria ha rafforzato la popolarità di alcuni esuli siriani convertitisi al “tele-coranismo”. Il più rappresentativo di questi è probabilmente Adnan Arur. Esiliato in Arabia Saudita, lo sceicco della discordia (fitna) com’è soprannominato, anima diversi programmi su Wasal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i discorsi anti-sciiti e anti-alawiti, tra cui quello in cui chiede di “macellare gli alawiti e gettarne la carne ai cani.” Nella regione di Hama da cui proviene, Arur ha mantenuto un’influenza notevole, al punto che il suo nome è stato scandito nelle prime manifestazioni anti-regime nel 2011.
Dal punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione dilagante tra le popolazioni rurali in Siria, ha sopraffatto l’istituzionale sunnismo siriano Hanafi dal presunto orientamento tollerante. Dopo la svolta liberale adottata dal partito Baath nel 2005, il wahabismo ebbe una significativa ripresa nei sobborghi poveri delle città siriane o in piccole città come Duma o Daraya, facendo rivivere lo spettro della discordia tra le comunità. Molti siriani arricchitisi in Arabia Saudita lanciarono campagne di beneficenza nel Paese d’origine, aumentando così la loro influenza tra i siriani svantaggiati. Ogni vuoto dello Stato fu presto riempito dalle reti caritative collegate ad ambiziosi sceicchi esuli. Uno dei più noti è Muhammad Surur Zayn al-Abidin. È il capo di una corrente di un proselitismo a metà strada tra il movimento della Fratellanza musulmana siriana e il wahhabismo (2). Nel frattempo, i siriani nel Golfo sono diventati i maggiori sponsor privati della jihad in Siria, presto aiutati nel loro “sacro” compito da ricchi donatori sauditi, come anche quwaytiani, bahrayni e giordani, quasi sempre di osservanza wahhabita (3). Nonostante la relativa calma, che dava reputazione al regime di sicurezza di Damasco prima dei disordini e della guerra che vediamo da tre anni, il Paese subì diversi casi di scaramucce e provocazioni confessionali. (4) Un nativo della città a maggioranza sunnita di Tal Qalaq, nel governatorato di Homs, mi disse di un  tentato pogrom anti-alawita più di un anno prima delle prime manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri siriani hanno confermato l’instaurarsi nel decennio precedente di un’atmosfera velenosa di risentimento delle comunità dei quartieri poveri di Damasco e Idlib e in alcuni villaggi. Le autorità siriane preferirono sopprimere tali incidenti per evitarne il contagio. Nel marzo 2011, gli slogan contro gli sciiti di Hezbollah ed Iran urlati alle porte della moschea Abu Baqr Sadiq di Jablah, sulle coste siriane, presto lasciò il posto ad appelli alla guerra contro le minoranze. Mentre i siriani protestavano contro ingiustizia, tirannia, corruzione e povertà, alcune forze conservatrici cercarono deliberatamente di deviare la rabbia popolare su obiettivi inermi, il cui unico crimine era quello di esistere. Così, prima ancora che le truppe di al-Qaida sparassero il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahabiti stavano già manovrando.

La wahhabizzazione della ribellione siriana
Se all’inizio della rivolta siriana, tra la stragrande maggioranza dei combattenti sunniti si potevano trovare alcuni ribelli drusi, cristiani, sciiti e alawiti, sotto la pressione di agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione rapidamente si omogeneizzò sul piano confessionale e si radicalizzò, costringendo alcuni combattenti delle minoranze a smobilitare ed esiliarsi. Nella loro propaganda, i gruppi di ribelli siriani adottarono gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud. Sciiti, ma anche alawiti, drusi e ismailiti vennero sempre più accusati dai ribelli di essere miscredenti (qufar), negazionisti (rafidha), zoroastriani (majus), trasgressori (tawaghit, plurale di taghut), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mushriqin), satanisti, invasori persiani cripto-iraniani, safavidi o cripto-giudei (5). Nel frattempo, battaglioni dalle connotazioni confessionali si formarono anche nell’Esercito libero siriano: battaglioni Muawiya, Yazid, Abu Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyah, Ibn Qatir, la brigata turkmena Yavuz Sultan Selim dal nome del sultano-califfo ottomano che nel XVI.mo secolo massacrò aleviti, alawiti e sciiti… Tra questi gruppi di insorti a connotazione religiosa c’è la famosa brigata Faruq, la spina dorsale dell’esercito libero siriano. Nessun media occidentale s’è nemmeno chiesto il significato di Faruq. (6) Era il soprannome del califfo Omar Ibn Qatab, considerato un usurpatore dagli sciiti. Nessuno si può dimenticare Qalid al-Hamad, l’uomo che squartò un soldato dell’esercito governativo prima di morderne il cuore e il fegato, prima gridò: “Oh, eroe! Uccidere gli alawiti e tagliare i loro cuori per mangiarli!” Ma se ci ricordiamo che questo individuo non era un membro di al-Qaida o un semplice miliziano, ma un comandante della famosa brigata al-Faruq dell’Esercito libero siriano (ELS) apparentemente moderato ed oggi guidato da Salim Idris. Il predicatore Adnan Arur che invocava lo sterminio nelle sue comparsate televisive fa parte dell’esercito libero siriano (ELS) e non della cosiddetta ribellione “estremista”.
Questi esempi dimostrano che la presentazione dell’Esercito libero siriano (ELS) come ribellione democratica, laica e plurale sia un puro prodotto del marketing presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi, i nostri media indicano il Fronte islamico (FI), la principale coalizione jihadista che riunisce circa 80000 combattenti, quale possibile alternativa ad al-Qaida. Il leader del Fronte islamico è Zahran al-Lush. È il figlio di Muhammad al-Lush, predicatore ultra-conservatore ed esule siriano in Arabia Saudita. Zahran al-Lush che invano ha resistito al ramo siriano di al-Qaida, cioè al-Nusra e Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), o Desh, ha la stessa retorica settaria dei suoi concorrenti. In un discorso al castello omayade di Qasr al-Hayr al-Sharqi nei pressi di al-Suqna, nel luglio 2013, ecco cosa dichiarò urbi et orbi Zahran al-Lush: “I figli degli omayadi sono tornati nel Levante malgrado voi. I mujahidin del Levante elimineranno le brutture dei rafidha purificando il Levante… gli sciiti rimarranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono stati nella storia. E l’Islam ha sempre distrutto il loro Paese… La dinastia degli omayadi ha sempre distrutto il loro Stato“. (7) All’inizio dell’ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti con diverse migliaia di combattenti indipendenti da al-Qaida annunciarono la creazione nella Siria orientale dell’Esercito siriano della comunità della Sunnah (Jaysh al-Sunna wal Jama’a). Non solo questa nuova coalizione sfoggia un nome chiaramente settario anti-sciita, ma in aggiunta accusa i suoi nemici di essere safavidi, il nome di una dinastia sciita che governò l’Iran nel 1501-1736. Inoltre, il nuovo esercito settario proclama la volontà di combattere le “sette” fino al giorno del giudizio. (8) Pertanto, non sarebbe realistico considerare la ribellione armata contro al-Qaida un segno della rispettabilità e della tolleranza di tali gruppi. Infatti, tutti i movimenti ribelli attivi in Siria sono taqfîri, cioè conducono la guerra contro gli “increduli”, prima contro le correnti dell’Islam considerate eretiche e non-credenti, poi contro le minoranze cristiane e, infine, contro i sunniti. La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è abusiva. Tra al-Qaida, Fronte islamico ed Esercito libero siriano c’è la distinzione tra Pinco Panco e Panco Pinco.

Il regno wahhabita attacca la fortezza siriana
In tre anni di conflitto in Siria, il regime dei Saud non ha potuto semplicemente esportare la sua ideologia. Fin dall’inizio della crisi incombente, in effetti, Riyadh si poneva come l’avanguardia nella guerra contro il regime siriano. S’è distinto come il primo Paese a rompere le relazioni diplomatiche con Damasco. Quando vi fu l’insurrezione armata in Siria, il regno wahhabita tentò immediatamente di prenderne il controllo. Incaricò i suoi agenti locali d’inviare risorse finanziarie, logistiche e militari ai gruppi di insorti più affidabili. In Libano, Turchia e soprattutto Giordania, l’intelligence saudita ha organizzato campi di addestramento per i ribelli siriani. Nella Terra dei Cedri, l’Arabia Saudita mobilita il Movimento del Futuro di Hariri, una potente famiglia politica libanese-saudita asservita alla dinastia wahhabita, nonché le cellule terroristiche nel Nord di questo Paese. I gruppi terroristici nel nord del Libano sono la forza di riserva tradizionale del regime di Riyadh nella guerra contro il partito Hezbollah ben radicato tra la popolazione sciita del Libano meridionale. Dall’inizio della “primavera siriana” (marzo 2011), lo stesso nord del Libano è sempre servito da base d’attacco dell’Arabia Saudita contro la Siria. Mercenari pro-sauditi di ogni origine, ma inizialmente siriani, accorsero nelle province di Homs e Damasco dal territorio libanese.
Il capo delle operazioni anti-siriane non è altri che il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della sicurezza saudita. Il principe è anche soprannominato “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con l’ex-presidente degli Stati Uniti. Aduso alle operazioni segrete, il principe Bandar fece dell’eliminazione del presidente siriano una questione personale. Giunse ad arrivare a Tripoli, capitale del nord del Libano, per incoraggiare pagandoli i volontari della jihad anti-sciita, anti-Hezbollah e anti-siriana (9). A volte incarica i suoi migliori agenti hariristi, come il deputato Oqab Saqr, di assicurarsene la logistica. Secondo un’indagine del quotidiano Time, Oqab Saqr alla fine dell’agosto 2013 era ad Antiochia, città turca che funge da retroguardia dei jihadisti anti-siriani del fronte settentrionale, per rifornire diverse unità dell’esercito siriano libero (FSA) a Idlib e Homs. (10) Il 25 febbraio 2013, il New York Times rivelò che le armi provenienti dalle scorte segrete dell’esercito croato furono acquistate dall’Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani dalla Giordania. Si è parlato di “diversi aerei carichi di armi” e di una “ignota quantità di munizioni.” (11) Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, Reuters disse che l’Arabia Saudita fornì ai ribelli siriani missili antiaerei acquistati in Francia e Belgio. L’inviato afferma che il trasporto delle armi fu finanziato dalla Francia. (12) In Libano, Turchia e Giordania, l’Arabia Saudita muove le sue pedine mentre gli altri mandanti della ribellione, come il regime di Ankara e l’emiro del Qatar, si toglievano dai piedi. Oggi la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra d’invasione e conquista dell’Arabia Saudita.

Le legioni saudite sferzano la Siria
Vedendo che gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare truppe per combattere il regime di Damasco, dopo l’attacco chimico avvenuto il 21 agosto 2013, il regime di Riyadh ha deciso di raddoppiare gli sforzi per aumentare sensibilmente la spesa militare e il numero di mercenari sauditi nella guerra contro la Siria. Nel frattempo, centinaia di sauditi, soldati attivi e riservisti, sono andati in Siria a rafforzare i gruppi terroristici più radicali come al-Nusra e Desh. Nelle ultime settimane, il quotidiano libanese al-Safir e i media di Stato siriani hanno scoperto il maggiore coinvolgimento della monarchia wahabita, indicando che alcuni membri dell’esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall’Esercito siriano ad Aleppo, mentre un generale capo di stato maggiore dell’esercito saudita, Nayaf Adil al-Shumarim, era stato ucciso in un attacco suicida a Dayr Atiyah. I media siriani ne hanno pubblicato la foto in uniforme dell’esercito saudita. Al-Shumari era il figlio del capo della guardia reale saudita. Un’altra personalità saudita, Mutlaq al-Mutlaq, figlio del generale saudita Abdullah Mutlaq Sudayri, è stato ucciso ad Aleppo. Alla sua morte, le autorità saudite hanno cercato di dissociarsi dal suo ingaggio in Siria, affermando che era latitante nel Paese in guerra. Le osservazioni del giornale al-Safir, tuttavia, indicano che lo zio paterno di Mutlaq al-Mutlaq è anch’egli in Siria tra i jihadisti. (13) Tra le migliaia di sauditi attualmente presenti in Siria, ci sono anche sceicchi influenti come Abdullah al-Muhaysany. In un video pubblicato su Youtube, si vede con un’arma in mano decantare il fronte al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), entrambi filiali di al-Qaida in Siria e maledire shiiti e alawiti (14). L’inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla presenza di figure pubbliche come al-Muhaysany solleva interrogativi. All’inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro cittadini lontani dalla guerra in Siria. Nel settembre 2012, diversi religiosi appartenenti ad un ente governativo avevano anche sconsigliato i loro cittadini dal recarsi a combattere in Siria. (15) Oggi, Riyadh sembra invece predicare con veemenza la guerra totale nel Paese. Alla fine di novembre 2013, l’Esercito arabo siriano annunciava di aver catturato non meno di 80 combattenti sauditi a Dayr Atiyah, durante la battaglia del Qalamun. Il 15 gennaio 2014, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari ha detto che il 15% dei combattenti stranieri in Siria è saudita. Nei suoi ultimi due interventi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato la minaccia del wahhabismo all’Islam e al mondo, aggiungendo: “(…) tutti devono contribuire alla lotta contro il wahabismo e alla sua eradicazione.” Il presidente siriano ha confermato che la guerra siriana è diventata una guerra dell’Arabia Saudita contro la Siria.

Conclusione
Quando parliamo del ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o malafede, gli analisti occidentali spesso sono vaghi o semplicemente ripetono banalità sulla rivalità tra Iran e la dinastia Saud. Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono totalmente silenziosi sull’ossessione dei Saud nel confessionalizzare a tutti i costi un conflitto eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E’ vero che i “nostri” esperti collegano il discorso religioso e l’estremismo della ribellione, ma ne parlano come conseguenza e non come  causa principale del conflitto e della sua perpetuazione. Tuttavia, le forze del regime hanno sempre sottolineato la solidarietà interconfessionale e l’unità del Paese al centro della lotta (che i media mainstream continuano a menzionare, facendo passare le forze lealiste per i membri di una sola comunità) mentre i gruppi armati inaspriscono le loro differenze e purezza dalle comunità considerate devianti rispetto alla popolazione in generale. Qualora questi miliziani fanatici  prendessero il potere, si avranno caos e terrore. Nelle cosiddette zone “liberate”, il gioco pericoloso anti-sciita e anti-alawita offerto dalla propaganda saudita s’è rapidamente trasformato in una campagna per sterminare tutto ciò che non è sunnita, prima, e tutto ciò che è diverso, poi. Ciò è il fenomeno che vediamo oggi, con la liquidazione di oltre mille jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che sostengono la stessa fede e la stessa pratica teologica.
In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal ‘soft power‘ della wahhabizzazione rampante alla guerra diretta. I Saud hanno sabotato qualsiasi prospettiva di riforma, democratizzazione e riconciliazione in Siria. Poi hanno spinto i siriani a uccidersi a vicenda lanciando contro le forze lealiste i gruppi armati creati da zero a loro immagine. Vedendo fallire il loro piano per rovesciare il regime, hanno deciso di fare di tutto per ridurre in polvere la Siria con l’aiuto di al-Qaida. Mentre il regime teocratico di Riyadh è in guerra contro al-Qaida a livello interno, alcuni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyadh ai terroristi in Siria. Tuttavia, la manipolazione dei servizi sauditi dei gruppi di al-Qaida come al-Nusra e il SIIL non è solo una costante della politica estera saudita, ma in aggiunta le milizie del Fronte islamico (FI) e dell’Esercito libero siriano (ELS) che l’Arabia Saudita sostiene, hanno ufficialmente un’ideologia quasi identica a quella di al-Qaida. Così tutti, dal capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan al leader supremo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, dall’emiro di al-Nusra, Abu Muhammad al-Julani, al comandante dell’Esercito libero siriano Salim Idris, all’emiro di Desh Abu Baqr al-Baghdadi e al comandante del Fronte islamico (FI), Zahran al-Lush, sostengono lo stesso discorso, gli stessi metodi e gli stessi obiettivi in Siria. Il terrorismo di tali bande e del loro mandante saudita non lascia scelta alla Siria sovrana che resistere o sparire. Siamo sicuramente ancora lontani dalla pace.

Note
(1) Ho osservato tale fenomeno della wahhabizzazione nei miei numerosi viaggi in Siria tra il 1998 e il 2005. E’ stato osservato da Alper Birdal e Yigit Gunay, autori di un libro critico sulla primavera araba (Arap Bahari Aldatmacasi, ed. Yazilama, 2012). La figura dell’opposizione siriana Haytham Mana ha parlato perfino di una wahhabizzazione progressiva in Siria, durante una conferenza a Bruxelles del 3 novembre 2013.
(2) Muhammad Surur Zayn al-Abidin attualmente vive in Giordania.
(3) Secondo un articolo del 12 novembre del New York Times firmato da Ben Hubbard, dodici quwaytiani, tra cui un certo Ghanim al-Matayri, inviavano apertamente fondi per la jihad in Siria. Anche imam che vivono in Europa sono coinvolti nel traffico internazionale di armi in Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmah.
(4) A Qamashli, nella Siria nord-orientale, si ebbero sanguinosi disordini interetnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.
(5) La leggenda narra che un ebreo convertito all’Islam, Abdullah Ibn Saba, sia il fondatore dello sciismo. Alcune fonti sunnite indicano Ibn Saba come agente provocatore ebreo che aveva la missione di distruggere l’Islam dall’interno. Ma fino ad oggi le autorità sciite negano l’esistenza stessa di questo personaggio e accusano gli autori di tale “mito” di cercare di screditare la loro fede.
(6) Faruq significa che distingue il bene dal male.
(7) Vedi
(8) Vedi
(9) Per dettagli su Bandar bin Sultan, Bahar Kimyongür, Syriana, la conquista continua, Ed. Investig’Action e Couleur Livres, Charleroi, 2012
(10) Times, Ribelli laici e islamici della Siria: Chi armano i sauditi e il Qatar?, 18 settembre, 2012
(11) New York Times, I sauditi aumentano gli aiuti ai ribelli in Siria con armi croate, 25 febbraio 2013
(12) Reuters, L’Arabia saudita fornisce missili ai ribelli in Siria: fonte del Golfo, 17 giugno 2013
(13) al-Safir, Jihadisti sauditi fluiscono in Siria, 5 dicembre 2012
(14) Vedi, Lo slogan dello sceicco saudita mette nello stesso paniere sciiti e USA, un controsenso. Il regno di cui è cittadino non solo è un protettorato degli Stati Uniti, ma inoltre Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.
(15) Reuters, I sauditi scoraggiano i cittadini dalla “jihad” siriana, 12 settembre 2012

Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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