PanzerGirls, Streghe Ucroniche e Ragazze Celesti

GIRLS-und-PANZER_2Davanti allo strapotere mediatico hollywoodiano-disneyano non vi sono forze abbastanza potenti che possano confrontarvisi. Non la Cina, che ha un potente cinema, ma che sul piano internazionale è inesistente nella produzione video. L’URSS e Paesi del Blocco socialista, che avevano oltre a un cinema dalle grandissimi tradizioni una cinema d’animazione all’avanguardia e sviluppato, sono stati emarginati e nullificati con la democratizzazione, (Chi se la ricorda la famiglia Mézil?), mentre autori come Csupo e Tatarkovsky sono emigrati negli USA per rivivificare un’industria d’animazione preda della famiglia Simpson. L’Unione Europea ha una cinematografia piatta e squallida, incentrata sulla contemplazione di orifizi corporali (esclusa qualche eccezione come il film ‘The International’); non citiamo i prodotti TV, quasi sempre grottesche scimmiottature della produzione statunitense… degli anni ’80 (Squadra Speciale Cobra 11 e paccottiglia simile). La produzione europea di animazioni è sottovalutata e confinata alle fasce d’età dei più piccoli, sostanzialmente si segue una politica commerciale vile, superata e volta a non disturbare le gozzoviglie mercantili della famiglia Simpson e del tracotante imperialismo della Disney.
Nel campo dell’animazione, quindi, solo Canada e Giappone dimostrano di avere la volontà e i mezzi per affrontare l’impero hollywoodiano-disneyano e la sua egemonia culturale o pseudo-tale. Un piccolo studio di animazione grafica di Toronto è riuscito a colonizzare il colosso televisivo mondiale statunitense Cartoon Network in pochi anni; la maggior parte dei prodotti che trasmette provengono dal Canada, altro segno del declino dell’egemonia statunitense. A sua volta, il Giappone con la sua sterminata produzione di ‘anime‘ è riuscito a far concorrenza a Hollywood-Disney perfino sul piano dell’influenza culturale, imponendo all’attenzione di un pubblico giovanile sempre più ampio i modelli propri della storico-culturali giapponesi, quindi non solo una grafica e dei modelli artistici e mediatici (anche musicali) della produzione nipponica, ma perfino un’attenzione verso la lingua e la letteratura giapponese (che non si limita certo a Banana Yoshimoto o a Yukio Mishima). La produzione di film e serie televisive dell’animazione giapponese risale ai primi anni ’60. Il primo cartone animato TV prodotto in serie fu ‘Astroboy‘, nel 1962, e dall’allora furono creati più di 6000 serie animate, di cui ne arrivò in occidente e in Italia specificatamente, solo una esigua percentuale, soprattutto prodotti orientati alle fasce infantili e pre-adolescenziali, anche se l’ignoranza sulla sterminata produzione di anime giapponese comportò degli errori; come l’acquisto e la trasmissione di prodotti mirato a giovani quasi adulti ritenendo, in Italia, che i cartoni animati, come insegna la Disney, siano roba da bambini e basta, e come se tutta l’industria dell’animazione si risolvesse nel riprodurre infinite varianti di Topolino & Pluto, o peggio, del tristissimo draghetto Grisù o peggio l’orrore grafico di Peppa Pig, volto a limitare la visione del mondo ai bambini, presentandogli dei personaggi graficamente squallidi: sfoggio di un’ideologia dell’appiattimento e del miserismo. In compenso, gli anime nella TV italiana subirono la censura, per via di del suaccennato errore di interpretazione sui prodotti scelti dalle TV italiane, così giungendo al blocco quasi totale del loro acquisto tra gli anni ’80 e ’90. (Ecco perché Canale 5 riprodusse come miniserie TV il già brutto cartone animato ‘Kiss Me Lycia‘, partorendo un prodotto ancor più abominevole dell’originale).
La crisi che colpì il Giappone nel 1990, rallentò anche la produzione animata fino alla metà degli anni ’90. Ma la crisi fu salutare per quel settore industriale; infatti si decise di riorganizzarsi, non più produzioni chilometriche, come i 245 episodi di Astroboy o i 195 di Urusei Yatsura, ma di produrre serie da 12/25 episodi ciascuna, con ampio ricorso agli OVA, gli ‘Original Video Anime‘ pubblicati esclusivamente per il mercato delle cassette video. Ciò permise di produrre, dal 1995, oltre la metà degli anime pubblicati in Giappone dal 1962.

Miporin, la protagonista di Girls und Panzer, e la 'fascista' Anchovy.

Miho, la protagonista di Girls und Panzer, e la ‘fascista’ Anchovy.

Come detto, gli anime giapponesi, come i loro corrispettivi su carta, i manga, non si limitano a un pubblico infantile, ma coprono gli interessi di un pubblico di tutte le fasce di età, quindi esistono vari tipi di soggetti e varie formule narrative; i cosiddetti generi e sottogeneri suddivisi per età, sesso, interessi. Non si può affrontare qui l’insieme di queste varianti, anche perché aldilà di ciò che può sembrare, il mondo degli anime/manga è estremamente complesso, riflettendo la complessità della cultura giapponese; quindi si ci concentrerà sulla produzione che più interessa in questo testo, gli anime di carattere storico e ucronico, un genere apparso piuttosto recentemente in connessione con la sempre diffusa passione dei giapponesi con il modellismo, ma anche con la recente esplosione dell’interesse verso la storia contemporanea, trattata spesso, per motivi anche narrativi, tramite la lente performante dell’Ucronia, ovvero della Storia dei ‘se’, del ‘Come sarebbe stato se…’. I soggetti trattati in questi particolari tipi di anime sono sovente di carattere tecnico-militare, argomento saliente delle narrazioni qui affrontate. Affrontate, perché spesso è anche oggettivamente difficile descrivere tali tipo di anime, trattandosi di storie e narrazioni abbastanza peculiari e sui generis.

Un esempio è l’anime della serie Upotte! (rovescio della parola Teppu, arma da fuoco), i cui personaggi sono dei fucili d’assalto antropomorfizzati in studentesse liceali. Un argomento apparentemente astruso, eppure nella cultura giapponese, shintoista e quindi dalla radice animista, all’oggetto inanimato viene attribuito un carattere umano (e in fondo, come insegna Marx, non è nella produzione, nel controllo del proprio lavoro, che l’uomo si auto-forma e si auto-realizza?) una proiezione sostantivante del lavoro umano, una soggettivazione dell’oggetto prodotto dal soggetto, l’uomo stesso che si riflette nel risultato del proprio lavoro. E l’animismo non può essere una forma di filosofia del primo comunismo? Un modo che certe società hanno trovato, come appunto quella giapponese, di scacciare il fantasma dell’alienazione.
Comunque, il filone di Upotte, non proprio ucronico, anzi ben saldo nella contemporaneità della storia e della tecnologia, è di più recente affermazione, in parallelo con il processo di rielaborazione della storia contemporanea e anche della diplomazia del Giappone in quanto Stato-nazione. Le tematiche internazionali, l’ascesa della Cina, la dinamicizzazione dei rapporti con le potenze USA e Russia, il riaccendersi delle dispute storiche, mai sopite, con le due Coree, influenzano, e non poteva essere altrimenti, anche un settore, un sottogenere degli anime; evento inevitabile apparsa con la realizzazione dell’anime sciovinistico ‘Itsuki Koizumi‘, che vede come protagonista l’ex-premier neoconservatore nipponico Junichiro Koizumi duellare con le prime figure della scena internazionale: i Bush, Kim padre e figlio, Putin, Timoshenko, Hu Jintao e Li Peng. Un’ulteriore evoluzione in tale direzione, è la riuscitissima serie Girls und Panzer, dove con un ulteriore passo verso l’universo ucronico, le ragazze liceali studiano, tra le altre cose, anche l”arte’ del saper combattere battaglie tra veicoli corazzati, specialità eminentemente femminile in questo universo para-ucronico, dove i licei sono ospitati a bordo di gigantesche portaerei, “costruite per salvare dalla crisi finanziaria le industrie pesanti, le acciaierie e i cantieri navali” e in cui si insegnano materie come storia, geografia (geopolitica?), matematica, scienze, ingegneria, arte della navigazione e altre bazzecole da far trasecolare i benemeriti professorucoli che anche negli asili vogliono istituire i corsi per omosessualità indotta.

Questi licei per panzergirls si distinguono tra loro richiamandosi a modelli, simboli e divise di un determinato esercito protagonista della Seconda Guerra Mondiale (ad esempio, il liceo Gloriana riprende l’esercito inglese, il liceo Kuromorimine la Wehrmacht, il liceo Saunders l’US Army e il liceo Pravda ovviamente l’Armata Rossa, e non mancherà il liceo ‘Anzio’, le cui studentesse non si vergognano di esibire orbace, camice nere e saluti romani). E proprio qui scatta l’interesse storico-tecnico tipico di quegli sfegatati appassionati di modellismo quali sono i giapponesi medi. Infatti, non solo nell’anime i mezzi corazzati vengono riprodotti con fedeltà fotografica, ma le protagoniste sfoggiano una competenza tecnica e storica da far accapponare la pelle a qualsiasi bonzo dell’ARCI, professorucolo arcobalenico o studente militante di sinistra, perfino se svizzero. Ogni liceo presenta una sua squadra ‘artistica‘, ovvero un battaglione corazzato che partecipa a giochi di guerra la cui posta in palio è un premio: il finanziamento extra per il liceo rappresentato. Negli episodi vengono spiegati le modalità e le tecniche dei combattimenti tra carri, anche con notevoli citazioni storiche. Una visione altamente sconsigliabile agli smidollati che galleggiano nella melensa ipocrisia degli interventi ‘umanitari’ e degli spot del pacifinto hollywoodiano Clouney.

Spostandosi verso un piano più prossimo alla fantascienza che all’ucronia, ci si imbatte in alcune animazioni notevoli come Stratos 4, Sky Girls e Infinite Stratos. Sul piano tecnico vi è il serioso ‘Stratos 4‘, dove i mezzi utilizzati dalle protagoniste, delle pilotesse, sono una collezione di mezzi aerospaziali realmente esistiti ed esistenti, come i caccia-intercettori MiG-31 e Jak-28, per l’addestramento, accanto a velivoli mai prodotti in serie, come il cacciabombardiere inglese TSR o il bombardiere supersonico statunitense XB-70 Valkirye. Tutti mezzi utilizzati per distruggere i frammenti dei meteoriti disintegrati nello spazio da un primo anello difensivo anti-meteoriti, costituito anche qui da mezzi aerospaziali realmente esistiti o progettati. In sostanza, il più ‘filosovietico’ degli anime finora visti, dalla narrazione e sceneggiatura tutt’altro che banali, anche se lasciate in sospeso, probabilmente nella versione manga vi è un prosieguo, ma la serie anime termina senza concludersi. ‘Sky Girls‘ è un bella serie, che in Italia non è stata neanche sottotitolata in italiano, si trova solo in francese o inglese (Gli anime qui indicati sono tutti sottotitolati, poiché come detto, fortunatamente non sono stati acquistati da alcun network in Italia, quindi non c’è possibilità, per ora, di vederle sul digitale terrestre, ma su internet sì; e questo proprio grazie all’assenza di diritti di distribuzione). Tra ucronia e fantascienza, le eroine difendono un mondo devastato e in via di lenta ripresa. Il nemico è un’eredità del progresso umano, un virus informatico che è riuscito ad autoriprodursi per poter perseguire gli obiettivi degenerati rientranti nel programma nel proprio software: trattare gli agenti inquinanti, come gli idrocarburi, arrivando a scatenare l’assalto mondiale contro i centri di produzione energetici come raffinerie e centrali elettronucleari, facendo detonare una guerra globale devastante. Le eroine, in questo mondo post-bellico, operano eliminando le ultime tracce del micidiale virus ecologico. Un virus che sarebbe oggetto di brama dei sostenitori della burla del ‘picco del petrolio’ e dello scherzo macabro sulla ‘riduzione della popolazione mondiale’. Ma siamo ancora nel campo della fantascienza, forse.
Infinite Stratos in realtà è abbastanza leggero come soggetto che riprende vari aspetti, stilemmi e moduli apparsi nelle serie anzidette. La grafico e l’animazione sono di qualità elevata, e di certo il contesto, un’enorme scuola militare femminile che vede le avventure del protagonista, l’unico maschile nell’harem di guerriere-fidanzatine, rende abbastanza gradevole la serie. Consigliabile la visione agli alunni sottoposti ai corsi di omosessualità indotti dai suddetti professorucoli arcobalenici, onde evitargli danni permanenti.

Infine, si arriva sul piano propriamente ucronico con le serie Strike Witches e Sora no Woto. Le Strike Witches, o streghe combattenti, sono delle unità d’élites delle aviazioni delle varie potenze di un pianeta che non ha vissuto la prima guerra mondiale e ciò che ne è conseguito, a causa dell’invasione di torme di droni cosmici, avvenuta nel 1914. Le eroine sono giovani streghe che utilizzano le loro capacità sovrannaturali per poter usare motori aeronautici e armamenti per contrastare l’invasione delle oscure entità spaziali. Forti i richiami storici, poiché le varie protagoniste si richiamano, nel nome e nella nazionalità, ai maggiori assi delle aeronautiche militari della seconda guerra mondiale, oltre a un certo gusto anche per la storia navale della seconda guerra mondiale, che nella serie ha un suo posto d’onore. Anche qui l’aspetto storico-tecnico della vicenda narrata ha una forte rilevanza, combinandosi in modo fluente con gli aspetti sovrannaturali tipici della favola folklorica o della leggenda popolare. In questa anime, come in Girls und Panzer, il recupero delle vicende storiche, attraverso l’analisi, la rappresentazione e la raffigurazione soprattutto dei mezzi bellici usati nella seconda guerra mondiale, indicano il ritorno dell’interesse, a livello sociale e di opinione pubblica, a condizioni storico-politiche-internazionali del passato che però ricordano quelle attuali: la frattura del quadro internazionale tra varie e diverse grandi potenze, parzialmente composte entro gigantesche alleanze. Un indiretto riconoscimento, a livello mediatico-narrativo, della fine dell’egemonia statunitense e del suo mondo unipolare. E negli anime giapponesi traspare un certo sollievo in ciò, espresso anche tramite una certa dose di filo-sovietismo (si, proprio filo-URSS), soprattutto in alcune scene di Stratos 4 e di Girls und Panzer, dove il liceo Pravda appare il vero concorrente delle eroine in questione, sebbene il liceo di carriste più forte sia quello del ‘Picco della foresta nera’ (Kuromorimine), ovvero la trasposizione in minigonna della Wehrmacht.

Terminiamo l’excursus tutt’altro che risolutivo con l’anime Saro no Woto (Canto del Cielo), uno dei più belli e profondi, realizzato con estrema cura e attenzione nei particolari. Anime ucronico puro, si basa chiaramente sul racconto di Buzzati “Il Deserto dei Tartari”, dove il deserto vegliato con ansia dalle soldatine del regno ispano-nippo-francese Helvetia, è un immenso territorio devastato e reso radioattivo da una guerra che ha fatto fare all’umanità un balzo all’indietro di 100 anni, riportandola alla tecnologia da piena era industriale, pre-seconda guerra mondiale, senza computer e senza televisione. L’incombente ombra di Hiroshima e Nagasaki sull’animo giapponese.

Tutte questi anime hanno in comune vari aspetti, ad esempio sul piano tecnico, oltre a un’ottima animazione, inarrivabile in confronto alle animazioni stilizzate e scarne della produzione statunitense, (altro segno del declino tecnico-culturale degli USA); un supporto sonoro sempre originale, le tracklist utilizzate per queste sono sempre opere originali e specificamente prodotte per ogni determinato anime, senza ricorrere all’orrida pratica di sovvenzionare con le royalties le major pseudo-musicali anglosassoni, che ogni giorno sfornano crimini incisi su cd/dvd. Sovranità musicale del Giappone. Infine, la presenza di una narrativa che riesce a tenere un discorso anche complesso e prolungato senza ricorrere allo splatterismo diffuso, pervasivo e maniacale tipico della produzione televisiva statunitense. Gli USA non riescono più raccontarsi senza autorappresentarsi come una specie di immenso obitorio, non che sia sbagliato affrontare la tematica della violenza nella società, ma roba come NCIS e CSI sono l’apoteosi del sado-masochismo più efferato. Non c’è altro negli USA oltre a tribunali e sale per autopsia? Nei prodotti nipponici, anche quelli per un pubblico adulto, la violenza è rara. Questione di civiltà, che apparirà paradossalmente noiosa per quel ceto semi-incolto, sinistro e pacifinto, occidentale in generale e italiano in particolare, per cui la produzione hollywoodiana resta la summa artistico-culturale dell’umanità. Nulla di più lontano dalla verità.
Infine, il messaggio unico supportato e trasmesso da tali realizzazioni. Come indica la consapevolezza della Storia che emerge, questa tipologia di produzioni è dettata dal riconoscimento del mutamento storico e geopolitico a cui il mondo assiste, trattandosi forse perfino di un capovolgimento epocale, del passaggio del motore degli eventi dall’occidente all’oriente, dall’Atlantico all’Eurasia e all’Asia; un mutamento sentito dai giapponesi, nonostante occupino l’idealtipo del Rimland, il margine eurasiatico affacciato sull’immenso vuoto oceanico del Pacifico. Di fronte a tali mutamenti, e al timore che essi suscitano, emerge il sentimento della solidarietà, intima, quella che inizia dalla propria famiglia, comunità, popolo, nazione nel senso più nobile, che i giapponesi sentono ancora in profondità e con forza, aldilà delle schizofrenie e delle bizzarie che luccicano sulla superficie della società contemporanea del Giappone. E ciò si riflette in questi anime, profondamente ottimisti nonostante gli argomenti a volte apocalittici narrati, trasmettendo un messaggio preciso; davanti l’incombenza del pericolo, delle necessità e degli ostacoli, bisogna rispondere con dedizione e serietà, integrità, rispetto e solidarietà tra simili, perché è così che si affrontano le intemperie degli eventi, si abbattono i pericoli e si superano le tragedie. Aspetti derisi e denunciati come fascistoidi o soffocanti da un certo culturame (sì culturame) di stampo libertino, non libertario, ed edonista, non anarchico, costruitosi in occidente negli ultimi decenni, e ben espresso dalla figura massmediaticamente proposta in occidente dell’opportunista massimalista convertitosi nello yuppies arrivista prima e poi nell’ameba sociale vigente, dalla violenza amorfa e camaleontica e sempre pronta ad adattarsi e mai ad affrontare. Ciò si riflette nell’anomia dell’attuale produzione massmediatica occidentale. Violenta se statunitense, tediosa se europea, vacua se italiana.
Al suo confronto, sebbene sempre prodotto capitalistico, l’anime giapponese cerca ancora di rappresentare al meglio le intelligenze che li esprime. La loro narrazione resta legata alla consapevolezza del mondo, perché è anche consapevolezza delle proprie radici.

Ps. Non dimentichiamo il lavoraccio svolto dagli anonimi traduttori che passano ore e ore a sottotitolare decine di serie di anime resi disponibili online. So cosa significhi sottotitolare già due minuti di video. Un lavoro senza il quale la fruizione di anime in Italia sarebbe prossima allo zero.

Qualche sito:
Anime-ultime (francese)
Bleach Anime-Manga
Animehere (inglese)
Animestreamingita
Animetube – Guerra e politica

Alessandro Lattanzio

La rivoluzione in Egitto oltre la cortina di fumo

Shamus Cooke, Workers CompassNsnbc

--2013~1In tempi di crisi le persone si sforzano di avere facili risposte a situazioni complesse. In Egitto ciò  ha portato a insulsaggini assurdamente digeribili, in cui un lato viene etichettato “buono” (Fratelli musulmani) e l’altro “cattivo” (l’esercito), e la rivoluzione nel suo complesso condannata come un’atrocità. Ma la situazione in Egitto è particolarmente contraddittoria, e sciogliere i nodi politico-sociali della rivoluzione richiede di evitare slogan preconfezionati.
Contrariamente a quanto sostenuto da molti, la notizie sulla morte della rivoluzione sono assai esagerate. Coloro che prevedono che l’Egitto inevitabilmente entrerà in un lungo periodo di dittatura militare dimenticano che la rivoluzione egiziana ha distrutto una tale dittatura, nel 2011, e ha contribuito a rovesciare il governo autoritario di Mursi a luglio. Il popolo in Egitto non è intimidito fino alla sottomissione, è ancora per le strade, senza paura, consapevole del proprio potere. L’esercito egiziano è assai consapevole di questo fatto, come testimoniano le sue azioni. Anche se è  una tragedia che persone innocenti siano state uccise, è anche vero che i Fratelli musulmani non rappresentano la rivoluzione, ma il suo contrario. Soprattutto c’è confusione, poiché un altro oppositore della rivoluzione, i generali, attaccano la Fratellanza sollevando la domanda: perché mai un nemico della rivoluzione ne attacca un altro?
L’attuale situazione apparentemente bizzarra in Egitto, è in realtà comune nella storia delle rivoluzioni, iniziate in epoca moderna con Napoleone Bonaparte che, durante la Rivoluzione francese, consolidò il suo potere allineandosi con alcune classi sociali contro le rivali, e  commutando le alleanze quando necessario, compensando la potenza dei suoi ex alleati, fino a quando tutti i rivali politici furono indeboliti, permettendo a lui e al suo esercito di agire da arbitri. Questa caratteristica comune delle rivoluzioni viene spesso definita “bonapartismo”, in onore del suo fondatore, ed è un riflesso della società rivoluzionaria, in cui le diverse classi sociali si affermano fortemente, anche se sono incapaci di abbattere i loro avversari, permettendo ai militari di agire come “arbitro” bonapartista. Il bonapartismo è anche un segno della debolezza politica dei militari, che non sono in grado di governare senza allinearsi con alcuni segmenti della popolazione (è per questo che i generali egiziani hanno recentemente chiesto alle mobilitazioni il “permesso” di reprimere la disobbedienza civile della Fratellanza, in sostanza utilizzando la sinistra politica egiziana contro la destra politica). Il bonapartismo è praticato dalle dittature militari dai tempi di Napoleone. In realtà, il popolare presidente militare egiziano Gamal Abdul Nasser, che avviò molte misure progressive in Egitto, era un classico bonapartista, anche se uno stranamente tendente verso sinistra. Ad esempio, dopo essere sopravvissuto a un attentato dei Fratelli musulmani, Nasser usò l’esercito per distruggere la Fratellanza, mentre godeva del sostegno della sinistra politica in Egitto per via delle sue politiche progressiste. Dopo aver trattato con la Fratellanza, Nasser consolidò il potere contro la crescente sinistra rivoluzionaria, attaccando sia il partito comunista che i sindacati. Questo atto di bilanciamento politico tra sinistra e destra è il segno distintivo del bonapartismo.
Anche il successore di Nasser, Sadat, usò una strategia bonapartista quando invitò i Fratelli musulmani a ritornare in Egitto, per utilizzarli quale ariete di destra contro la sinistra egiziana.  Sadat aveva bisogno della Fratellanza come sostegno politico, per aiutarlo ad invertire le politiche progressiste attuate da Nasser. Mubaraq usò la Fratellanza in questo modo, per gli stessi motivi di Sadat. E’ vero che Mubaraq e Sadat presero misure aggressive contro la Fratellanza, a volte, ma entrambi permisero al gruppo maggiore libertà di organizzazione politica rispetto a qualsiasi altro gruppo, dal momento che la Fratellanza era un complemento di destra politicamente perfetto verso le politiche neoliberiste del presidente. Questo favoritismo pro-Fratellanza portò alla situazione in cui, dopo la caduta di Mubaraq, la Fratellanza era praticamente l’unica forza politica organizzata in Egitto. Dopo essere stata trascinata nella rivoluzione dalla sua scalciante e urlante ala giovanile, la Fratellanza opportunisticamente prese il potere pur non condividendo nessuno degli obiettivi o della visione dei rivoluzionari. Un modo comune con cui i commentatori confondono la situazione in Egitto è ritrarre i Fratelli musulmani come dei rivoluzionari gandhiani che si sforzano di ripristinare la democrazia. Ma nello stesso tempo, dicono correttamente questi analisti, “Dio non voglia” che alla Fratellanza sia permesso realizzare la loro visione di Stato islamico fondamentalista in Egitto, poiché così facendo ridurrebbero automaticamente le libertà delle donne, dei musulmani non fondamentalisti e delle minoranze religiose. Un altro errore comune nel valutare la sitauzione dell’Egitto è presentarlo come un conflitto tra laicisti e musulmani. I Fratelli musulmani non hanno il monopolio dell’Islam in Egitto. Dei milioni di persone che chiedevano la cacciata di Mursi, il 30 giugno, la stragrande maggioranza era musulmana sunnita, proprio come i Fratelli musulmani. Ma la versione fondamentalista dell’Islam sunnita della Fratellanza rimane il parere di una minoranza nella maggioranza sunnita dell’Egitto.
Un ulteriore errore di analisi degli eventi in corso in Egitto é dimenticare gli sviluppi della situazione, che richiede un approfondimento nel passato non troppo lontano del 30 giugno, quando milioni di egiziani chiesero la dipartita dell’allora presidente Mursi. Queste manifestazioni di massa erano ovviamente almeno grandi quanto quelle che rovesciarono Mubaraq, eppure i Fratelli musulmani non riuscivano a cogliere il messaggio, e tentarono di utilizzare la disobbedienza civile militante al fine di ripristinare un Mursi indubbiamente impopolare. L’esercito si mosse contro la Fratellanza perché credeva, correttamente, che la maggioranza della popolazione lo sostenga e sia contraria alla Fratellanza, come testimoniano le manifestazioni molto più grandi in risposta all’appello dei militari, per non parlare della grande serie di altre prove che documentano tale parere presso la classe lavoratrice di Cairo, un settore ribellatosi ai Fratelli musulmani. E anche se ci sono molti che si limitano a dipingere la manifestazione di milioni di persone del 30 giugno come una “cospirazione”, è impossibile costringere il popolo a frequentarle sotto una sola richiesta, “Mursi deve andarsene”, se non vuole parteciparvi. Molti analisti “pro-complotto” sembrano semplicemente non capire il profondo significato politico di manifestazioni di quelle dimensioni, come se fossero qualcosa di comune e non i sintomi di una potente rivoluzione. E’ vero che i generali egiziani, per non parlare del complotto di Paesi stranieri, cercano di implementare la propria agenda in ogni crisi, così comportando sempre una qualche manovra cospirativa, ma le esigenze del 30 giugno hanno chiarito nettamente quale fosse la questione per gli egiziani: parlare con la propria voce.
Anche se la maggior parte degli egiziani è ormai anti-Fratellanza musulmana, le recenti azioni dei militari creano nuovi problemi per i rivoluzionari egiziani. Il potere della Fratellanza sarà frantumato, ma il potere dei militari sarà rafforzato. Per evitare che i generali abusino del loro potere contro la classe operaia egiziana, i rivoluzionari hanno bisogno di pianificare rapidamente un modo per proteggersi pur perseguendo le esigenze della rivoluzione. Perché la sinistra egiziana rimanga sufficientemente organizzata, deve utilizzare la strategia politica del Fronte Unito, riunendo ampi strati della popolazione sotto un numero limitato di richieste popolari. In questo modo, i generali saranno impotenti di fronte a un movimento di massa unitario che avanza un programma positivo, in contrasto con l’attuale dinamica incentrata su ciò che gli egiziani rifiutano. Un movimento di fronte unito di massa vincerà i cuori e le menti dei soldati egiziani, evitando anche che il fondamentalismo dei Fratelli arruoli altre nuove reclute. In Egitto i bisogni più immediati della popolazione, pane, lavoro, servizi sociali, ecc., sono le richieste che continuano ad alimentare la rivoluzione e ad unirla. Se la sinistra politica stende un piano per realizzare queste richieste con metodi rivoluzionari, invertendo le privatizzazioni, alzando le aliquote fiscali sui ricchi, lavori pubblici per l’occupazione, ecc., allora tutta la classe operaia egiziana si unirà per ottenere questi obiettivi, alcuni dei quali furono realizzati sotto la presidenza di Nasser e poi abbandonati da Sadat e Mubaraq.
La rivoluzione egiziana non ha a disposizione anni per risolvere questi problemi, l’economia dell’Egitto affronta la catastrofe, e una drastica azione deve essere presa immediatamente. Questo è uno dei motivi per cui Mursi è stato scacciato dal potere: pensava di poter continuare la linea di Mubaraq, non fare nulla di sostanziale per la maggior parte della popolazione, di cui una metà vive in condizioni di estrema povertà e l’altra annaspa follemente per evitare un simile destino. Le maggiori aspettative e le nuove speranze ispirate dalla rivoluzione devono essere accompagnate da azioni rivoluzionarie audaci in grado di soddisfare queste nuove aspettative. La politica come al solito è una cosa del passato in Egitto. La rivoluzione può evitare il destino di un bonapartismo radicato, solo se sarà inequivocabilmente diretta ad affrontare le pressanti necessità economiche fondamentali della stragrande maggioranza della popolazione egiziana.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Putin non vuole solo un esercito potente, ma anche un esercito pronto a combattere

Avic – Réseau International 27 luglio 2013

182282004Il 2013 non è ancora finito e già la seconda grande esercitazione dell’esercito russo si è appena conclusa.  L’orso si sveglia e vuole che si sappia. Queste manovre possono essere considerate esercitazioni di routine, come accade in tutti gli eserciti. Ma il modo con cui la Russia le conduce rivela ben altro, soprattutto nelle ultime manovre. Le modalità di avvio, innanzitutto. Come a febbraio, queste sono esercitazioni a sorpresa. Il loro svolgimento è quindi stato molto pubblicizzato. Ciò che sembra essere un’informazione o la copertura di un evento importante (e lo è), si svela essere una trovata attentamente calcolata. Infine, la grandezza di queste manovre improvvise, incuneate tra le due esercitazioni congiunte con la Cina, devono far riflettere.
Alle prime ore del 13 luglio, iniziava l’esercitazione militare a sorpresa ordinata da Vladimir Putin, dopo una riunione il giorno prima con il Ministro della Difesa Generale Sergej Shojgu. Questo ordine riguardava le unità da combattimento nelle regioni orientali del Paese, rappresentando le più grandi esercitazioni militare nella storia post-sovietica. Secondo il ministero della Difesa russo, alle 01:00 del 13 luglio, il comandante del distretto militare (MD) Orientale, Ammiraglio Konstantin Sidenko, apre un documento segreto dello Stato Maggiore che contiene le istruzioni per le sue forze. Il compito riguarda, secondo il Ministero della Difesa: “Un totale di oltre 80.000 uomini, circa 1.000 carri armati e veicoli corazzati da combattimento, 130 aerei ed elicotteri e 70 navi da guerra e ausiliarie della Marina russa.” Ma dopo tre giorni di esercitazioni, il 16 luglio, il servizio stampa dello stesso ministero annunciava che 160.000 soldati erano coinvolti nell’esercitazione. Quello stesso giorno, v’è anche il segnale ai posti di combattimento per i giornalisti nel monitorare l’arrivo del Presidente Putin in una postazione d’osservazione a Sakhalin, per assistere ad una delle esercitazioni. Era accompagnato da Shojgu e dal Capo di Stato Maggiore Generale dell’Esercito, Generale Valerij Gerasimov. La portata dell’esercitazione si estendeva a tutte le formazioni inter-arma del DM Orientale e ad alcuni elementi del DM Centrale. In seguito, il Ministero della Difesa pubblicherà una dichiarazione rivista sugli effettivi reali: “Il numero totale di truppe coinvolte nel controllo della prontezza operativa al combattimento è di oltre 160.000 soldati” (Mil.ru 16 luglio).
Nel corso delle esercitazioni, la stampa seguiva e faceva regolari aggiornamenti della situazione, secondo le informazioni fornite dal Ministero della Difesa. Appare chiaro che l’obiettivo era  coordinare tutte le armate, tutte le divisioni, tutti i componenti del distretto al fine di arrivare allo stato di ”prontezza al combattimento”. Il rapporto di Gerasimov a Shojgu, in teleconferenza il 13 luglio, elencava tutti i componenti delle forze armate in ordine di combattimento. Ciò sembrava essere l’obiettivo. Quale che siano le armi e la missione, Putin vuole un esercito funzionale e coordinato. Non siamo solo nell’ambito di scenari difensivi. La presenza di brigate di fucilieri motorizzate e di brigate d’assalto addestrate ad occupare un territorio, suggerisce che la politica militare russa potrebbe cambiare. Soprattutto se si aggiunge che il 17 luglio, l’aviazione a lungo raggio ha compiuto quattro sortite lungo i confini della Russia. Il ministero della Difesa ha osservato che le aree coperte erano “aree interne del Mar del Giappone e del Mare di Okhotsk, acque neutrali del Pacifico, a nord dell’arcipelago giapponese.” Tre bombardieri Tu-95MS volando hanno testato i sistemi di difesa aerea della 3° Armata Aerea del DM Orientale e del Comando di difesa aerea di Sakhalin e del Mar del Giappone. Questi velivoli sono adatti per le missioni di sorveglianza (Interfax 13-17 luglio, RIA Novosti, 17 luglio).
Come si è visto, l’esercitazione non era così inaspettata. La sua ampiezza, la preparazione dell’appoggio logistico e i trasporti svoltisi soprattutto per ferrovia su enormi distanze, la cancellazione del congedo per il personale militare e i test di mobilità, tutti indicano che una notevole pianificazione strategica è stata svolta. La cosa importante è il modo con cui sono stati utilizzati i media. Malgrado loro (o forse no), hanno partecipato ad esercitazioni nel ruolo che abbiamo visto con le forze della NATO, il ruolo dei media embedded. Hanno informato (forse), e  confuso (molto), in ogni caso ci hanno presentato quello che volevano vedessimo.
Queste manovre eccezionali sono responsabili del nuovo Libro Bianco della Difesa russa? Nel contesto noto, è difficile vedere queste esercitazioni cosi come vi vengono presentate. Per esempio, è difficile vedere le esercitazioni congiunte sino-russe attualmente in corso quali semplici esercitazioni nel contesto delle ‘missioni di pace’, considerando le forze impegnate nelle manovre. Sicuramente si muove molto in questo angolo di mondo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La lezione libica e la Jihad in Medio Oriente

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 29.06.2013

WestPoint_1_LibyaAQvsASNel 2011, sotto l’egida della NATO, l’occidente aggredì la Libia, portando alla caduta di Muammar Gheddafi, all’abolizione dello Stato e alla diffusione della jihad in Africa del Nord. Nonostante l’assassinio dell’ambasciatore statunitense a Bengasi, un certo numero di politici dell’UE e degli Stati Uniti continuano a insistere ad aiutare i ribelli siriani, suscitando la possibile creazione di una grande zona per la jihad e un boomerang contro gli interessi dell’occidente stesso. Solo i più perspicaci centri analitici occidentali hanno notato il rischio per l’UE e gli Stati Uniti studiando le conseguenze della guerra in Libia. Ne citiamo due. Il primo è il Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP), un istituto tedesco su questioni internazionali e di sicurezza che sviluppa l’agenda per il Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca in materia di politica estera. Il secondo è il noto centro di intelligence degli Stati Uniti Stratfor.
Circa un mese fa SWP ha pubblicato un report denominato Fault Lines of the Revolution. Political Actors, Camps and Conflicts in the New Libya (1), che analizza una vasta serie di questioni, dal ruolo dei mufti dei jihadisti radicali alle minoranze etniche. L’opinione generale espressa nel documento è che in Libia si può vedere il ritorno al sistema che enfatizza l’identità e la politica locali rispetto al controllo centralizzato del governo legittimo di Tripoli. Mentre l’influenza dei musulmani radicali nel Congresso Nazionale è notevole, oltre ai Fratelli nusulmani e ai salafiti non vi sono altri gruppi ideologici, tanto che il resto dello spettro è rappresentato dagli interessi di clan e famiglie. La figura più influente nello spettro politico islamico è il mufti Sadiq al-Garyani, che nel 2012 fu nominato direttore della nuova agenzia Dar al-Ifta, responsabile dell’interpretazione della legge islamica. Nei primi mesi ha emesso una fatwa che vieta la demolizione di moschee sufi e l’uccisione di ex dipendenti della difesa e della polizia di Gheddafi. Tuttavia, in seguito ha improvvisamente iniziato a giocare con gli islamisti, il giorno prima delle elezioni ha annunciato che i musulmani non dovrebbero votare per i partiti che limitano la sfera della sharia, ha giustificato il massacro di Bani Walid nell’ottobre 2012 e ha sostenuto il divieto degli ex funzionari d’impegnarsi in politica. Al-Garyani s’è legato agli sceicchi del Qatar, indicando il sistema di controllo sulla Libia tramite l’identità religiosa.
Tuttavia, la situazione rimane fuori controllo, anche da parte degli islamisti. La relazione rileva che  grandi aree nel centro del Paese non sono controllate da Tripoli o Bengasi, e che diversi gruppi armati cercheranno di approfittare della situazione. Inoltre, anche le grandi città, tra cui Tripoli, Misurata e Bengasi, centri regionali dell’autorità, non sono in grado di stabilire e mantenere una sicurezza efficace e di cooperare con la capitale per pattugliare i confini. Di conseguenza, i vari gruppi dei consigli militari locali impongono il proprio controllo sulle province. La gerarchia di questi consigli spesso coincide con le complesse strutture tribali ed etno-sociali della Libia, aggravando il problema del controllo geografico del governo centrale. E ciascuno di questi consigli militari si considera il difensore della rivoluzione, il che significa che Tripoli non riesce a collaborare con essi e a stabilire un dialogo. La rivalità tra i soggetti locali non solo ha luogo lungo la linea di faglia della guerra civile. I gruppi armati delle tribù tubu e di quelle arabe a Sabha e Qufra sono legati alla concorrenza nella distribuzione delle risorse, prima di tutto del profitto dal contrabbando nei territori di confine. E’ stato notato molte volte che il contrabbando di armi e droga è bruscamente aumentato, e i tentativi delle autorità di fermarlo hanno incontrato la resistenza armata dei contrabbandieri (2). Inoltre, le conseguenze del crollo del sistema giuridico si fanno sentire, e a questo si aggiunge il problema di perseguire i rappresentanti del governo di Gheddafi.  Secondo i dati dell’International Crisis Group, settemila ex dipendenti della difesa e delle forze dell’ordine di Gheddafi sono in prigione, e meno della metà di loro sono in luoghi sotto un  controllo statale nominale. Cittadini di altri Paesi accusati senza prove reali di collusione con Gheddafi in quanto mercenari, sono stati imprigionati insieme ad ex-cittadini libici. Nel caso dell’omicidio del generale Abdel Fattah Yunis, le successive indagini e i tentativi del clan Yunis di uccidere i sospetti (uno dei quali lo è stato) (3) ha dimostrato il problema della vendetta del sangue, l’unico strumento rimasto alla giustizia in Libia.
L’abolizione dello Stato libico non si limita al territorio e ai problemi della Libia stessa. Robert Kaplan di Stratfor giustamente ha osservato che la caduta del regime di Gheddafi ha portato a “effetti  secondari”: la guerra e l’anarchia nel vicino Mali. “I tuareg maliani che avevano sostenuto Gheddafi sono fuggiti in massa dalla Libia, portando con se grandi quantità di armi dopo la morte del leader libico. I tuareg sono tornati in Mali dove hanno strappato il controllo del nord desertico del Paese a un governo che si trova molto più a sud, nella capitale Bamako. In seguito la ribellione tuareg è stata cooptata dai jihadisti… il governo francese è successivamente intervenuto con le sue truppe… la Libia, del resto, è ormai uno spazio ingovernabile, in parti significative del Paese al-Qaida può  molto probabilmente trovare rifugio” (4). Kaplan osserva, inoltre, che anche la presenza di 100.000 soldati statunitensi in Iraq non ha aiutato a creare una democrazia in quel Paese, così non ci si deve aspettare qualcosa del genere in Libia, dove una società civile semplicemente non è mai esistita. L’esperto di geopolitica statunitense suggerisce che questa analisi venga presa come avvertimento contro gli appelli ad intervenire in Siria, sottolineando che in Libia l’espansione dell’intervento militare estero è stata abbastanza moderata, ma non può essere prevedibile nel caso della Siria.
Il caso del Mali, collegato alla diffusione della jihad, può essere applicato anche al conflitto siriano.  A questo proposito Stratfor ha osservato che al-Qaida in Iraq tenta di utilizzare il conflitto siriano al fine di iniziare una guerra di religione in Iraq e in tal modo creare una zona di guerra continua che si estenda dall’Iraq al Libano. Le centinaia di persone che sono state uccise in Iraq da attentatori suicidi sono la testimonianza dei tentativi dei jihadisti di approfondire le animosità religiose tra sunniti e sciiti. E’ stato anche osservato che sia Riyadh che al-Qaida in Iraq cercano di approfittare dei crescenti sentimenti anti-sciiti e anti-iraniani nella regione, causati dalla morte di sunniti in Siria. Anche se i sauditi utilizzano i jihadisti per indebolire l’Iran, i jihadisti sperano di diventare una grande potenza politica in Siria e in Iraq a seguito del conflitto (5). Tuttavia, c’è una serie di ostacoli che impedisce che questi piani diventino realtà, comprese le limitate possibilità dei wahhabiti, le vittorie delle forze governative in Siria e il profilo politico dell’Iraq, in cui vi è una netta divisione tra curdi, sunniti e sciiti che impedisce ai jihadisti di coinvolgere tutta la popolazione del Paese. Nonostante il fatto che ci sia un collegamento evidente tra l’origine della lotta per il potere in Libia e la situazione dell’opposizione siriana, né a Bruxelles né a Washington e neanche i liberali dell’opposizione siriana vogliono vedere a cosa porteranno ulteriori tentativi di rovesciare il governo di al-Assad in Siria. E se nessun modello per controllare (dal punto di vista sociale, economico, politico, geografico ed etnico) l’attuale grande conflitto in Libia è ancora stato elaborato attraverso la mediazione dell’UE o delle Nazioni Unite, che senso ha continuare a molestare la Siria? Sembra che le decisioni dei leader europei e statunitensi sulla Siria vadano oltre i limiti della convenienza politica.

Note
(1) Wolfram Lacher. Fault Lines of the Revolution. Political Actors, Camps and Conflicts in the New Libya. SWP Research Paper. Berlin, Maggio 2013
(2) “Commander of Border Guard Visits Those Injured in Attack on Tamanhant Base”, Quryna, 2 aprile 2013
(3) “Abdel Fattah Younes’ Family: Criminal Prosecution – or Revenge”, Quryna, 5 dicembre 2012
(4) Robert D. Kaplan. Libyan Report Card
(5) Jihadists Seek a New Base in Syria and Iraq. Stratfor, 28 maggio 2013

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Vedasi anche: LIBIA: CAMPO DI BATTAGLIA TRA OCCIDENTE E EURASIA

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Svolta in Egitto

Vladimir Simonov (Russia) Oriental Review 4 luglio 2013 – New Oriental Outlook

1000480Come previsto, l’esercito egiziano ha saputo evitare uno scontro feroce tra i sostenitori del presidente Morsi e l’opposizione, chiedendogli di andarsene. I militari hanno presentato a Morsi l’ultimatum di lasciare la carica entro 48 ore, rispondendo alla volontà di milioni di persone nelle piazze. L’ufficio del presidente svanisce di ora in ora, mentre sempre più persone lo mollano. Nel frattempo, il rappresentante della forze armate Ahmed Ali ha dichiarato che quest’ultimatum non può essere considerato un tentativo di colpo di Stato. Ha sottolineato che “l’ideologia e la cultura delle forze armate egiziane non permette un colpo di Stato militare“. Il rifiuto ad obbedire di Mohamed Morsi è arrivato subito. È stato reso pubblico dal rappresentante del suo ufficio. La dichiarazione proclama che uno Stato egiziano democratico è il valore massimo. Il governo ha già preso misure per promuovere la riconciliazione nazionale, presentate al pubblico dallo stesso presidente, in occasione del suo primo anno da capo di Stato. L’ufficio del presidente ha dichiarato che Morsi sapeva dell’ultimatum che l’esercito stava per avanzare, prima che lo facesse effettivamente. La dichiarazione, originariamente trasmessa da al-Jazeera, terminava con: “non possiamo ritirarci, in quanto il popolo egiziano ha sacrificato il proprio sangue per creare un nuovo Paese“. E’ simbolico che la risposta di Morsi all’esercito sia stata trasmessa dallo stesso canale del Qatar, che fece di tutto per inasprire il conflitto in Egitto nel maggio 2011. Da quando le cose vanno di male in peggio, al-Jazeera ha iniziato a difendere i “Fratelli musulmani”, accusando l’opposizione di essere composta da agenti del passato regime di Mubaraq o spie che lavorano per le alcune vaghe “forze straniere“.
La situazione in Egitto rimane abbastanza complicata, dal momento che l’opposizione insiste che o Morsi se ne va volontariamente oppure aumenterà la disobbedienza civile e il Paese porterà avanti lo sciopero nazionale. Il governo ha già perso dieci ministri e un certo numero di governatori ha deciso di dimettersi per buona volontà, prima che sia troppo tardi. L’attuale regime è sull’orlo del collasso ma Morsi rifiuta di cedere. Nella tarda notte del 1° luglio si è tenuta una riunione con i capi dei partiti islamici e i gruppi simpatizzanti dei “Fratelli musulmani”, il che significa che non ha intenzione di lasciare senza combattere. È pronto a scendere in guerra con l’opposizione, e anche con l’esercito, se decide di dichiarare la legge marziale. Khalid Dawud, portavoce del Fronte di salvezza nazionale che raduna politici liberali e di sinistra sotto la stessa bandiera, ha dichiarato che non ci possono essere trattative con Morsi dato che “non ha più legittimità“. Dawud ha detto che il fronte ha concordato il 1° luglio di delegare Mohamed al-Baradei, ex candidato alla presidenza egiziana, a rappresentarlo in tutte le trattative con l’esercito: “Le nostre richieste, che saranno proposte all’esercito, sono principalmente che il presidente Morsi si dimetta e il bisogno di un governo forte e di un presidente temporaneo, che suggeriamo debba essere il capo della Corte costituzionale”. E’ chiaro che è già troppo tardi per trattative di pace, dal momento che le due parti  sono “sui materassi” e la lotta difficilmente potrà essere evitata. Nessuno vuole cedere, quindi è solo questione di tempo, prima che le armi parlino. La coalizione islamica è pronta ad affrontare l’esercito, per non parlare dello scontro con l’opposizione. Ciò significa che gli islamisti sono pronti a darsi alla macchia e a condurre la guerriglia in ogni grande città egiziana. Ritengono che la resistenza armata sia possibile grazie ai gruppi armati creati dalla struttura dei Fratelli musulmani, insieme a simili altri gruppi nelle organizzazioni simpatizzanti dei Fratelli musulmani. Questi gruppi sono generalmente composti da jihadisti che non hanno altra scelta che combattere ferocemente fino alla fine. Una cosa che i Fratelli musulmani capiscono meglio di altro è che una volta che avranno perso il potere in Egitto, non potranno mai più ritornarvi. Non hanno quasi nessuna possibilità di sconfiggere le forze armate regolari dell’Egitto, ma sono ancora perfettamente in grado provocare migliaia e migliaia di vittime. Se questo scenario si avvererà, ne vedremo uno che ricorda la guerra tra l’esercito algerino e il Fronte di salvezza islamico, che durò per 12 anni, o a  ciò che è accaduto in Libia. L’unica differenza è che l’esercito egiziano è una forza di gran lunga più efficiente di quanto lo era l’esercito libico, anche se ci fosse un manipolo di soldati e sottufficiali egiziani simpatizzanti del movimento islamico. Ma la tragedia della situazione è che le vittime di questo confronto potrebbero non essere solo egiziane, potrebbero anche esservi vittime tra i turisti provenienti da diversi Paesi. Il turismo è il tallone di Achille dell’economia egiziana, già  gravemente compromessa.
È troppo presto per delle previsioni, lo scenario peggiore sembra essere il più probabile, ma non l’unico. Gli avversari possono anche bluffare, cercando di spaventarsi a vicenda con ultimatum e minacce, una pratica comune in Egitto. In cima a tutto non si possono dimenticare i fattori esterni, come ad esempio gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita. Quest’ultima è chiaramente contro il possibile cambio di potere, quando nel precedente era ancora esitante. Morsi ha telefonato alla Casa Bianca il 1° luglio, cercando sostegno dal presidente Obama, ma nessuno sa se lo ha ottenuto. Ma l’opposizione egiziana, proprio come l’esercito, ha molti amici nei vertici dell’amministrazione statunitensi, amici che non sembrano simpatizzare molto per la “Fratellanza musulmana”. Ma ai primi segni di una transizione verso la guerra civile, l’esercito non attenderà un secondo l’approvazione statunitense per avviare le operazioni. Questo è il motivo principale per cui è pronto a nuove proteste o a tentativi di colpo di Stato fin dal 3 giugno. I prossimi giorni dovrebbero essere decisivi, dal momento che il destino dell’Egitto è ora nelle mani delle forze armate. Il mondo intero trattiene il respiro in attesa del momento culminante del conflitto. Esploderà la guerra civile o la rivoluzione si diffonderà in tutto il territorio egiziano? L’esercito imporrà la legge marziale e sopprimerà la resistenza armata degli islamisti? Se l’opposizione dovesse prevalere, o se l’esercito dovesse prendere le redini del potere, gli islamisti saranno soppressi, l’era della “rivoluzione colorata” finirà in Egitto, e per sempre. Questo darà il segnale al governo siriano di sterminare i jihadisti, cambiando i rapporti di forza in tutta la regione. L’eventuale sconfitta degli islamisti in Egitto sarà il trionfo delle forze arabe che si basano sui principi secolari, sulla modernizzazione dell’economia e sui valori europei. Le monarchie conservatrici cederanno ai Paesi arabi moderni la guida dell’intera regione.
L’attesa è finita, l’Egitto è di fronte al mondo, il futuro è in procinto di nascere.

1013907Vladimir Simonov è un esperto russo sul Medio Oriente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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