Hamas si allinea con l’imperialismo degli Stati Uniti contro la Siria e l’Iran

Sahand Avedis WSWS 1 marzo 2012

Il leader di Hamas, Ismail Haniya, ha pronunciato un discorso venerdì scorso presso la moschea di al-Azhar del Cairo, dove appoggiava l’opposizione filo-occidentale in Siria e confermando così le speculazioni degli ultimi mesi, secondo cui il movimento islamista palestinese ha trovato nuovi mecenati tra i regimi più reazionari del Medio Oriente. Tra cui, a quanto pare, vi sono la giunta militare in Egitto, le monarchie arabe del Golfo Persico e la Turchia.
Il riorientamento di Hamas indica, in ultima analisi, una rottura totale con l’Iran e la Siria e il riavvicinamento con l’imperialismo degli Stati Uniti. Questo giustamente definito spostamento “sismico”, si era già espresso nell’ultima posizione della leadership del gruppo verso la riconciliazione con Fatah, in Cisgiordania, e la sua volontà di abbandonare la lotta armata contro Israele e, infine, di approvare la soluzione dei due stati.
Saluto tutte le nazioni della primavera araba e saluto l’eroico popolo di Siria, che lotta per la libertà, la democrazia e le riforme“, ha dichiarato Haniya. Gli risposero i fedeli, molti dei quali sostenitori dei Fratelli musulmani e dei salafiti, scandendo slogan contro l’Iran e Hezbollah, che si sono schierati con il regime di Bashar al-Assad e contro opposizione in Siria, sostenuta dall’Occidente .
Lo stesso giorno a Gaza, un membro di Hamas, Salah al-Bardaweel, ha detto a migliaia di fedeli palestinesi, “Non ci sono considerazioni politiche che ci faranno chiudere un occhio su ciò che sta accadendo in Siria“.
Come riportato con soddisfazione evidente dai media occidentali, queste considerazioni dovrebbero essere considerate alla luce dei  nuovi accordi tra Hamas, da un lato, e la giunta militare dell’Egitto e il regime del Qatar, e dall’altro come parte delle macchinazioni degli Stati Uniti per isolare l’Iran.  The Telegraph aveva commentato le osservazioni di Haniya: “La scelta di fare questo annuncio a Cairo è una forte indicazione che Hamas è disposta a rompere le sue vecchie alleanze e a subirne il taglio inevitabile dei finanziamenti da Teheran, per legarsi al potere crescente del mondo arabo – la Fratellanza Musulmana in Egitto.” Allo stesso modo un articolo del Global Post del 26 febbraio afferma che “il fatto che Haniya sia stato in grado di fare questo discorso da una delle moschee più importanti e influenti dell’Egitto, è notevole di per se stesso. Suggerisce che il leader di Hamas ha avuto garanzie di assistenza e la promessa forse di un futuro diplomatico in Egitto, se si rivolge contro i suoi benefattori“.
Impegni simili sono stati fatti da Qatar e Turchia, e vi è l’idea che l’Egitto o la Giordania o il Qatar ospiteranno il quartier generale di Hamas, una volta che si è allontanato dalla Siria in modo permanente. Proprio questa settimana, il Qatar ha promesso un pacchetto di aiuti di 250 milioni di dollari per la ricostruzione di Gaza.
La presenza di Hamas in Siria risale al 1999, quando la monarchia giordana l’aveva espulso nel tentativo di rafforzare la posizione della sua rivale, la leadership di Fatah dell’OLP, nel cosiddetto processo di pace. La Siria, che era storicamente contraria a qualsiasi accordo tra i gruppi palestinesi e Israele, sulla base della soluzione dei due Stati, forniva al gruppo supporto logistico e finanziario. Aveva fatto lo stesso con le altre tendenze del campo del “rifiuto” nell’OLP nel 1988, l’anno in cui Yasser Arafat aveva riconosciuto lo stato di Israele.
I media israeliani hanno seguito strettamente le osservazioni di Haniya. Haaretz, in un articolo intitolato “Hamas affossa Assad, appoggiando la rivolta in Siria“, ha salutato il riorientamento di Hamas dalla Siria [e dall'Iran], come un indebolimento dell’”asse anti-israeliano.”
Ancor prima di questi commenti, vi erano chiare indicazioni che Hamas era disposta ad abbandonare i suoi ex alleati, così come la sua postura apparentemente più militante nei confronti di Israele, in cambio del riconoscimento da parte dell’Occidente. Il leader di Hamas, Khaled Meshaal, in un incontro in novembre con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, aveva dichiarato che Hamas avrebbe sospeso la lotta armata e perseguito una politica di resistenza non-violenta. Il quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, The National, aveva scritto a questo proposito, “Anche se il leader uscente di Hamas, Khaled Meshaal, ha attenuato la posizione del gruppo nei confronti di Israele, è ancora tutt’altro che certo che Hamas verrebbe accettata da Washington e dall’Occidente.  Questi richiederebbe probabilmente ad Hamas di riconoscere il diritto di Israele ad esistere.”
In uno sviluppo correlato, la leadership di Hamas ha iniziato i negoziati con Fatah per un governo di unità nazionale. L’accordo è stato negoziato il 5 febbraio dal Qatar, che ha stretti legami diplomatici ed economici con Israele. La carica di premier in un governo è riservato ad Abbas, che svolgerebbe anche la sua attuale funzione di presidente. Vi sono stati dissensi iniziali tra la leadership di Hamas in esilio e l’amministrazione Haniya a Gaza, che ha visto l’accordo come troppo compromettente da Meshaal. Ma, come è emerso la settimana scorsa a Cairo, tutti i principali leader di Hamas ora sono a bordo.
Contemporaneamente, Haniya ha visitato le monarchie arabe implorando aiuto. The Boston Globe aveva riferito: “Anche se il Qatar ha mediato l’accordo di unità [fra Meshaal e Abbas], il primo ministro di Hamas di Gaza, Ismail Haniya, seguiva un suo giro di visite nei ricchi stati del Golfo, Qatar, Bahrain e Kuwait. Il suo tono era molto più quello di un CEO che di un agitatore anti-Israele, mentre ha incontrato i governanti e i gruppi d’investimento del Golfo, per far pompare denaro per la lotta di Gaza.”
Un altro aspetto significativo del viaggio di Haniya fu il suo cordiale incontro con il re del Bahrain Hamad, di cui Haniya ha tacitamente approvato la brutale repressione contro la rivolta della popolazione prevalentemente sciita contro il suo regime monarchico sunnita. Haniya ha affermato che “Il Bahrain è una linea rossa che non può essere compromessa, perché è uno Stato arabo-islamico“.
Ad Haniya era stato chiesto a Doha di saltare l’ultima tappa nel suo viaggio nel Golfo Persico, cioè Teheran, nel tentativo di minare l’influenza dell’Iran sulla questione palestinese. Alla fine si è incontrato con l’Ayatollah Khamenei a Teheran, il 12 febbraio.
La visita Haniya negli sceiccati reazionari del Golfo Persico ha suscitato commenti rabbiosi nei media iraniani. Hasan Hanizadeh, un analista degli affari medio-orientali, che compare spesso su canali arabi, ha definito la visita di Haniya la “fine di Hamas.” Ha chiarito, “Hamas sta seguendo lo stesso percorso che Yasser Arafat aveva fatto, e che è la via della riconciliazione“.
Il Jerusalem Post ha riferito a dicembre, in un articolo intitolato “l’avanzata della Jihad islamica a Gaza sfida il dominio di Hamas” che l’Iran “con Hamas fuori dalla sua orbita, ha aumentato il suo sostegno alla Jihad islamica, che, secondo alcune stime, ha un arsenale che compete in quantità e qualità a quello nei depositi di Hamas“.
La Jihad islamica è l’unico grande gruppo a Gaza che si  è apertamente schierato con la Siria. Il suo leader, Abdollah Ramazan, si è recato in Iran e si è incontrato con l’Ayatollah Khamenei a febbraio, e ha condannato gli eventi in Siria come un complotto degli Stati Uniti.
Allo stesso modo, la Siria sta lanciando il suo appoggio al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale (FPLP-CG), che ha un certo seguito nei campi profughi palestinesi in Libano e Siria, per compensare la perdita di Hamas.
In ultima analisi, Hamas rappresenta una fazione rivale della borghesia palestinese. Il suo programma reazionario per uno Stato capitalista islamico si è dimostrato incapace di soddisfare le esigenze e le aspirazioni delle masse palestinesi rispetto alle politiche della leadership dell’OLP, i cui tradimenti hanno portato alla crescita del gruppo islamista. Sotto le condizioni con cui Washington appoggia gruppi simili in Libia e Siria, mentre si approccia alla Fratellanza Musulmana in Egitto, Hamas, come prima Fatah, vede il riallineamento con l’imperialismo e i suoi alleati arabi come un mezzo per meglio garantirne gli interessi contro la minaccia di una rivolta delle masse palestinesi.
Come per le altre organizzazioni verso cui l’Iran e la Siria apparentemente spostano il loro sostegno, a parte la limitata influenza di cui godono tra i milioni di palestinesi nella Palestina occupata e nei campi profughi in tutto il Medio Oriente, non sono neanche sulla strada di un programma politico di lotta contro gli intrighi imperialisti nella regione, di quanto lo siano i regimi borghesi di Teheran e Damasco stessi.
Questa lotta può essere condotta solo sulla base di un programma socialista per unire la classe operaia attraverso i confini nazionali e tutte le divisioni religiose ed etniche, per la sconfitta dell’imperialismo e la creazione dei governi dei lavoratori in tutta la regione.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza blasfema tra i mercenari della Blackwater e i governanti degli Emirati Arabi Uniti

Habib Siddiqui Mediamonitors 23 maggio 2011

“… Non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi per evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tanti volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.”

Ricordate la Blackwater USA, il gruppo militare privato che ha lavorato come contractor per il Dipartimento di Stato USA? Dal giugno 2004, è stata pagata più di 320milioni di dollari dal budget del Dipartimento di Stato per il suo servizio mondiale di protezione individuale, proteggendo funzionari degli Stati Uniti e alcuni funzionari stranieri, nelle zone di conflitto. Solo in Iraq, in una sola volta, impiegava non meno di 20.000 forze di sicurezza armate. Nell’Iraq post-Saddam, avevano tratto molta notorietà per il loro grilletto facile, dall’atteggiamento da Gung Ho. Tra il 2005 e il settembre 2007, il personale di sicurezza della Blackwater è stato coinvolto in 195 scontri a fuoco, in 163 di questi casi, il personale della Blackwater ha sparato per primo.
Nel 31 marzo 2004, gli insorti iracheni a Falluja attaccarono un convoglio con quattro contractor della Blackwater. Secondo i resoconti iracheni, gli uomini fecero irruzione in una casa e violentarono alcune donne. I quattro contractor furono attaccati e uccisi con granate e armi leggere. Più tardi i loro corpi vennero appesi a un ponte che attraversa l’Eufrate. Nell’aprile del 2005, sei contractor indipendenti della Blackwater furono uccisi in Iraq quando il loro elicottero Mi-8 venne abbattuto.
Il 16 febbraio 2005, quattro guardie della Blackwater di scorta ad un convoglio del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti in Iraq, spararono 70 colpi su un’auto. Una ricerca condotta dal servizio di sicurezza diplomatica del Dipartimento di Stato concluse che la sparatoria non era giustificata e che i dipendenti della Blackwater fornirono dichiarazioni false agli investigatori. Le false dichiarazioni sostenevano che uno dei veicoli della Blackwater era stato colpito dagli spari dei ribelli, ma l’indagine aveva rivelato che una delle guardie della Blackwater aveva effettivamente sparato al proprio veicolo per sbaglio. Tuttavia, John Frese, alto funzionario della sicurezza dell’ambasciata degli Stati Uniti in Iraq, non volle punire la Blackwater o le guardie di sicurezza, perché credeva che eventuali azioni disciplinari abbassassero il morale del gruppo di mercenari.
Il 6 febbraio 2006, un cecchino impiegato dalla Blackwater Worldwide aveva aperto il fuoco dal tetto del ministero della giustizia iracheno, uccidendo tre guardie che lavoravano per l’Iraqi Media Network statale. Molti iracheni presenti alla scena dissero che le guardie non avevano sparato contro il ministero della giustizia. La vigilia di Natale 2006, una guardia di sicurezza del vicepresidente iracheno venne uccisa, mentre era in servizio all’esterno del compound del primo ministro iracheno, da un dipendente della Blackwater USA. Cinque contractor della Blackwater furono uccisi il 23 gennaio 2007, quando il loro elicottero venne abbattuto sull’Haifa Street di Baghdad. Alla fine di maggio del 2007, i contractor della Blackwater aprirono il fuoco per le strade di Baghdad, per due volte in due giorni, uno degli incidenti provocò una  situazione di stallo tra i contractor della sicurezza e i commando del ministero dell’interno iracheno. Il 30 maggio 2007, i dipendenti della Blackwater uccisero un civile iracheno di cui fu detto che stesse “guidando troppo vicino” ad un convoglio del Dipartimento di Stato che veniva scortato dai contractor della Blackwater.
Il governo iracheno revocò la licenza di operare in Iraq alla Blackwater, il 17 settembre 2007, a causa della morte di diciassette iracheni. Gli infortuni mortali si verificarono mentre una Blackwater Security Detail (PSD) privata stava scortando un convoglio di veicoli del Dipartimento di Stato statunitense, in viaggio per una riunione, nella parte occidentale di Baghdad, con dei funzionari dell’USAID. Come in molti altri casi precedenti, anche in questo si era riscontrato che le guardie della Blackwater avevano aperto il fuoco senza provocazione e con un uso eccessivo della forza. L’incidente aveva causato almeno cinque indagini, e una inchiesta della FBI aveva rilevato che i dipendenti della Blackwater usarono incautamente una forza letale. La licenza venne ripristinata dal governo statunitense nell’aprile 2008, ma all’inizio del 2009 gli iracheni annunciarono di aver rifiutato di estendere tale licenza.
I documenti ottenuti dalla fuga di informazioni sulla guerra in Iraq, sostengono che i contractor della Blackwater hanno commesso gravi abusi in Iraq, uccidendo anche dei civili. Nell’autunno del 2007, un rapporto del Comitato di Vigilanza della Camera del Congresso, aveva rilevato che la Blackwater aveva intenzionalmente “ritardato e ostacolato” le indagini sulla morte dei contractor (del 31 marzo 2004).
Così negativa era la percezione pubblica del gruppo di mercenari, che ha dovuto cambiare il suo nome due volte – prima nell’ottobre 2007 come Blackwater Worldwide e poi come Xe Services LLC, nel febbraio del 2009.
Dopo tutti questi incidenti gravi di non provocate orge omicide di civili inermi in Iraq, da parte dei mercenari dal grilletto facile che lavoravano come contractor per il Dipartimento di Stato USA, nel periodo post-Saddam, abbiamo pensato che avremmo visto per l’ultima la Blackwater e il suo CEO Erik Prince. Ma ci sbagliavamo. Assolutamente sbagliato! Ci siamo dimenticati che il male si vende alla grande! Un brutto mostro è tanto più preferibile di un Don della mafia quanto un affascinante uomo dall’animo candido.
Erik Prince si è stabilito ad Abu Dhabi e vi ha aperto una filiale dei mercenari. Ha preso il nome di Reflex Responses. La società, spesso chiamata R2, è stata autorizzata nel marzo scorso (2011). Oltre a statunitensi, inglesi, francesi e alcuni colombiani, R2 ha reclutato un plotone di mercenari sudafricani, inclusi alcuni veterani di Executive Outcomes, una società sudafricana nota per avere preparato dei tentativi di golpe o la soppressione di ribellioni contro dittatori africani negli anni ’90.
La scorsa settimana il New York Times (NYT) ha avuto un rapporto dettagliato su questo gruppo di mercenari, che viene impiegato – da chi altri questa volta se non – il principe Sheik Mohamed bin Zayed al-Nahyan di Abu Dhabi, emirato zuppo di petrolio, per proteggere la sceiccato dalle minacce. L’affare redditizio vale 529 milioni dollari. R2 spende circa 9 milioni di dollari al mese per mantenere il battaglione, comprendendo tra le spese gli stipendi dei dipendenti, per le munizioni e i salari per decine di lavoratori domestici che cucinano i pasti, lavano i panni e puliscono il campo.
Le legge degli emirati vieta la divulgazione dei documenti riguardanti le imprese, che tipicamente indicano le cariche sociali, ma richiede di pubblicare i nomi delle società sugli uffici e le vetrine. Nell’ultimo anno, il cartello fuori la suite è cambiato almeno due volte – ora dice Management Consulting Assurance.
Ci viene detto che la forza militare straniera era prevista mesi prima delle cosiddette rivolte della primavera araba, che molti esperti ritengono improbabile che si diffonda tra il popolo degli Emirati Arabi Uniti; funzionari statunitensi di R2 e coinvolti nel progetto, hanno detto ai giornalisti del NYT che gli emirati erano interessati allo schieramento del battaglione R2 per rispondere agli attacchi terroristici e per reprimere le insurrezioni all’interno dei campi di lavoro presenti in ogni angolo del paese, che ospitano pakistani, filippini e altri stranieri che costituiscono il grosso della forza lavoro del paese.
Vale la pena sottolineare che gli Emirati Arabi Uniti sono il fondo abissale della democrazia nel mondo arabo di oggi. Attraverso la loro infinita ricchezza si sono trasformati in una nuova federazione high-tech popolata da due comunità dal basso profilo – un corpo di modernisti capitalisti arabi (21% della popolazione) e occidentali (8% in totale), che hanno ben pochi contatti con il grande corpo dell’Islam, e una massa di lavoratori stranieri immigrati (per un totale del 71%) – 27% indiani, 20% pakistani, 8% bengalesi e 16% di altri asiatici – non pagati o sottopagati, senza documenti o passaporti (confiscati), che lavorano tutto il giorno, in ogni condizione, senza assistenza medica o supervisione. Come gli schiavi egizi dei tempi biblici che hanno costruito le piramidi, i lavoratori migranti – negatigli i fondamentali diritti umani – sono gli schiavi moderni che hanno costruito il Burj Khalifah (l’edificio più alto del mondo) e continuano a costruire il parco giochi per l’elite capitalista del mondo – una zona senza regole e senza timore di ricorso alla legge. Come sottolineato recentemente da Shaykh Abdal Qadir as-Sufi, “Non ci sono kamikaze negli Emirati Arabi Uniti, solo il suicidio settimanale di un lavoratore in preda alla disperazione per il suo stipendio, le sue condizioni di lavoro, il suo squallido dormitorio e il suo futuro.”
Gli Emirati Arabi Uniti, come molti dei Paesi del Golfo, hanno una scala dei redditi altamente discriminatoria, che si basa sulla nazionalità. Ad esempio, i salariati più pagati sono i bianchi occidentali (da Stati Uniti, Europa, Australia e Nuova Zelanda), seguiti dai cittadini del GCC, asiatici orientali (da Giappone, Corea), Sud-est asiatici (da Singapore, Filippine, Thailandia), sud-asiatici (da India, Pakistan, Sri Lanka, Bangladesh) e altri paesi africani (in questo ordine).
Mentre principi e sceicchi corrotti vivono una opulenta vita da parassiti, beneficiando delle prestazioni del dono di Dio alla nazione – la risorse in petrolio e gas naturale – e del frutto del lavoro dei loro lavoratori schiavi, che lavorano in quei giacimenti di petrolio e di gas naturale, nell’industria delle costruzioni e nei negozi o centri commerciali; questi lavoratori sono pagati con dei salari tra i più bassi immaginabili. Gli operai edili lavorano 12 ore al giorno, 7 giorni alla settimana, e sono pagati circa 370 AED (100 dollari USA) al mese. I ‘lavoratori’ sono vincolati dal sistema Kafala a non spostarsi dal loro lavoro ad un altro e vengono ‘legati’ al datore di lavoro. I lavoratori sono ospitati dai datori di lavoro nei dormitori conosciuti come campi di lavoro, di solito ai margini delle zone urbane. Ad al-Quoz e a Sonopar, a Dubai, la tipica abitazione di un operaio edile medio è una piccola sala (40 mq) che deve ospitare fino a otto lavoratori. Al-Quoz Camp ospita 7.500 lavoratori migranti che condividono 1.248 camere. La ritenuta dei salari, in totale disprezzo delle regole islamiche, è un luogo comune. Agli avidi datori di lavoro non piace che i loro lavoratori musulmani digiunino durante il Ramadhan, temendo che la loro efficienza sul lavoro ne risenta.
Nel maggio 2010, centinaia di lavoratori hanno marciato dal loro campo di lavoro a Sharjah al Ministero di Dubai, chiedendo di essere rimandati a casa. Avevano affermato che erano rimasti senza assegni per oltre sei mesi ed erano stati mantenuti nello squallore. Le autorità finalmente ne mandarono a casa 700 dei bloccati nel campo di lavoro Sharjah al-Sajar.
Quindi, non ci vuole uno scienziato per capire la logica dietro la diffusione di R2 negli Emirati Arabi. Le autorità hanno paura di questi lavoratori a basso reddito e dei loro diritti legittimi di cui vengono derubati. La diabolica alleanza con un odiato gruppo di omicidi dal grilletto facile, come la Blackwater, ha molto a che fare con il contenere le potenziali agitazioni dei lavoratori, e quindi evitare catastrofi come quelli occorsi all’ex Shah nell’Iran, a Zine Ben Ali in Tunisia e a Hosni Mubarak in Egitto. Ma come la storia ha mostrato, per tante volte è arrivato il momento in cui nessun gruppo di mercenari è in grado di proteggere un regime impopolare.
Negli ultimi anni, il governo degli emirati ha inondato le aziende della difesa statunitensi, con miliardi di dollari per contribuire a rafforzare la sicurezza del paese. Una società gestita da Richard A. Clarke, ex consigliere dell’antiterrorismo durante la amministrazioni Clinton e Bush, ha vinto diversi contratti lucrativi di consulenza, negli Emirati Arabi Uniti, su come proteggere le loro infrastrutture.
Gli ufficiali degli emirati avevano promesso che se il primo battaglione R2 di Erik Prince fosse stato un successo, sarebbe stata acquisita una brigata intera di diverse migliaia di uomini. I nuovi contratti sarebbero miliardari, e avrebbero aiutato il prossimo grande progetto di Prince: un complesso di addestramento nel deserto per le truppe straniere, modellato sul compound della Blackwater di Moyock, Carolina del Nord
In una notte della scorsa primavera, dopo mesi di stanza nel deserto, i mercenari della R2 salirono su un autobus non marcato e furono inviati in un hotel nel centro di Dubai. Lì, alcuni dirigenti della R2 avevano organizzato il loro passatempo serale con le prostitute. In quale altro luogo nel mondo arabo se non negli Emirati Arabi Uniti, si può trovare tale esposizione di immoralità?
In un noto hadith, Muhammad (S), il Profeta dell’Islam, ha detto: “Allah l’Altissimo dice: ‘Ci saranno tre persone contro cui mi batterò nel Giorno del Giudizio: (1) la persona che fa una promessa con un giuramento nel mio nome e poi lo rompe, (2) la persona che vende un uomo libero come schiavo e si appropria dei proventi della vendita, e (3) la persona che impiega un operaio e dopo aver beneficiato appieno del suo lavoro, non riesce a pagargli i suoi debiti.” [Bukhari: Abu Hurayrah (RA)].
Muhammad (S) disse anche: “Date il suo salario al lavoratore prima che il suo sudore si asciughi.” [Ibn Majah: Abdullah b. Umar (RA)] Umar (RA)]
Qualcosa è profondamente sbagliato nel mondo arabo. Una una volta dotati di cammelli e di tenda-dimora, ed ora che volano su jet e hanno ricche abitazioni moderne, gli arabi del deserto sono così occupati a godere delle modalità e dei valori delle moderne tecno-società che hanno completamente perso il cuore di tutta la loro identità civica e spirituale. Hanno dimenticato che la migliore sicurezza non viene dai mercenari, ma da una forza lavoro soddisfatta che sia trattata equamente e umanamente.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’alleanza sino-russa: una sfida alle ambizioni statunitensi in Eurasia

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research 23 settembre 2007

Ma se lo spazio intermedio [la Russia e l'ex Unione Sovietica] respinge l’Occidente [l'Unione europea e l'America], diventa una singola entità assertiva ed o ottiene il controllo sul Sud [Medio Oriente] o si allea con il principale attore orientale [Cina], il primato dell’America in Eurasia si restringe drammaticamente. Lo stesso accadrebbe nel caso i due principali attori orientali in qualche modo si uniscano. Infine, ogni espulsione dell’America da parte dei suoi partner occidentali [l'intesa franco-tedesca] dalla sua posizione alla periferia occidentale [Europa] segnerebbe automaticamente la fine della partecipazione degli Stati Uniti nel gioco sulla scacchiera eurasiatica, anche se questo comporterebbe la subordinazione dell’estremità occidentale ad un redivivo giocatore che occupa lo spazio intermedio [per esempio la Russia] “.
-Zbigniew Brzezinski (La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici, 1997)

La terza legge del Moto di Sir Isaac Newton afferma che “per ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.” Questi precetti della fisica possono essere utilizzati anche nelle scienze sociali, con particolare riferimento alle relazioni sociali e geo-politiche.
Stati Uniti d’America e Gran Bretagna, l’alleanza anglo-statunitense, si sono impegnate in un progetto ambizioso per controllare le risorse energetiche globali. Le loro azioni hanno portato a una serie di reazioni complesse, che hanno creato una coalizione eurasiatica che si appresta a sfidare l’asse anglo-statunitense.

Circondare la Russia e la Cina: il ritorno di fiamma delle ambizioni globali anglo-statunitensi
Oggi stiamo assistendo ad un iper-uso, praticamente incontrollato, della forza – forza militare – nelle relazioni internazionali, forza che sta spingendo il mondo nell’abisso dei conflitti permanenti. E di conseguenza non abbiamo la forza sufficiente per trovare una soluzione completa a uno di questi conflitti. Trovare un accordo politico diventa altrettanto impossibile. Stiamo assistendo al sempre maggiore disprezzo verso i principi fondamentali del diritto internazionale. E le norme legali indipendenti diventano, infatti, sempre più vicine al sistema legale di uno Stato. Uno Stato, naturalmente in primo luogo gli Stati Uniti, che ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo.”
-Vladimir Putin alla Conferenza di Monaco sulla politica di sicurezza in Germania (11 febbraio 2007)

Ciò che i leader e o funzionari statunitensi chiamato “Nuovo Ordine Mondiale” è ciò che i cinesi e i russi considerano un “mondo unipolare.” Questa è la visione o l’allucinazione, a seconda della prospettiva, che ha colmato il divario tra Pechino e Mosca.
Cina e Russia sono ben consapevoli del fatto che sono obiettivi della alleanza anglo-statunitense. Il comune timore dell’accerchiamento le ha unite. Non è un caso che, nello stesso anno in cui la NATO bombardava la Jugoslavia, il presidente cinese Jiang Zemin e il presidente della Russia Boris Eltsin. in una dichiarazione congiunta anticipata al vertice storico del dicembre 1999, rivelavano che la Cina e la Federazione Russa si avrebbero lavorato assieme per resistere al “Nuovo Ordine Mondiale.” I semi di questa dichiarazione sino-russa erano stati, infatti, previsti nel 1996, quando entrambe le parti dichiararono che si opponevano all’imposizione globale dell’egemonia di solo Stato.
Sia Jiang Zemin che Boris Eltsin dichiararono che tutti gli stati-nazione dovrebbero essere trattati allo stesso modo, godere della sicurezza, del reciproco rispetto della sovranità, e assai importante, della non interferenza negli affari interni da parte di altri stati-nazione. Queste affermazioni erano rivolte al governo degli Stati Uniti e ai suoi partner.
I cinesi e russi inoltre chiesero l’istituzione di un più equo ordine economico e politico globale. Entrambe le nazioni avevano anche indicato che gli USA erano dietro ai movimenti separatisti nei rispettivi paesi. Inoltre sottolinearono le ambizioni statunitensi nel voler balcanizzare e finlandizzare gli stati-nazione dell’Eurasia. Gli statunitensi più influenti come Zbigniew Brzezinski, avevano già auspicato la de-centralizzazione e infine la frammentazione della Federazione russa.
Sia i cinesi che i russi avvertirono con una dichiarazione che la creazione di uno scudo missilistico internazionale e la violazione del Trattato Anti-Missile Balistico (trattato ABM ) avrebbe destabilizzato l’ambiente internazionale e polarizzato il mondo. Nel 1999, i cinesi e i russi erano consapevoli di ciò che stava per avvenire e della direzione che gli USA stavano prendendo. Nel giugno 2002, meno di un anno prima dello scatenarsi della “Guerra Globale al Terrore“, George W. Bush Jr. annunciava che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal trattato ABM.
Il 24 luglio 2001, meno di due mesi prima dell’11 settembre 2001, la Cina e la Russia firmarono il Trattato di cooperazione amichevole e buon vicinato. Quest’ultimo è un ben formulato patto di mutua difesa contro gli Stati Uniti, la NATO e la rete militare asiatica statunitense che circondava la Cina. [1]
Il patto militare del trattato Shanghai Organization (SCO) segue lo stesso formato di cauta  formulazione. E’ anche interessante notare che l’articolo 12 della dichiarazione congiunta sino-russa del trattato bilaterale del 2001, prevede che la Cina e la Russia lavorino insieme per mantenere l’equilibrio strategico globale, “l’osservazione degli accordi basilari relativi alla salvaguardia e al mantenimento della stabilità strategica” e “promuovere il processo di disarmo nucleare”. [2] Questo sembra alludere alla minaccia nucleare rappresentata dagli Stati Uniti.

Mettersi di traverso agli USA e alla Gran Bretagna: la coalizione “cinese-russo-iraniana”
Come risposta alla corsa all’accerchiamento anglo-statunitense e, infine, al smantellamento della Cina e della Russia, Mosca e Pechino hanno serrato i ranghi e la SCO si è lentamente evoluta, emergendo nel cuore dell’Eurasia come una potente entità internazionale.
Gli obiettivi principali della SCO sono di natura difensiva. Gli obiettivi economici della SCO devono integrare e unificare le economie eurasiatiche contro l’attacco economico-finanziario e la manipolazione della “Trilateral” Nord America, Europa occidentale e Giappone, che controlla porzioni significative dell’economia globale.
Lo Statuto della SCO è stato anche creato, utilizzando il gergo occidentale della sicurezza nazionale, per combattere “il terrorismo, il separatismo e l’estremismo“. Attività terroristiche, movimenti separatisti e movimenti estremisti in Russia, Cina e Asia Centrale sono tutte forze tradizionalmente segretamente nutrite, finanziate, armate e appoggiate dai governi inglesi e degli Stati Uniti. Diversi gruppi separatisti ed estremisti che hanno destabilizzato i membri della SCO, hanno uffici anche a Londra.
Iran, India, Pakistan e Mongolia sono tutti membri della SCO. Lo status di osservatore nella SCO dell’Iran è fuorviante. L’Iran ne è un membro de facto. Lo status di osservatore ha lo scopo di nascondere la natura della cooperazione trilaterale tra Iran, Russia e Cina, in modo che la SCO non possa essere etichettata e demonizzata come gruppo militare anti-statunitense o anti-occidentale.
Gli interessi dichiarati di Cina e Russia sono volti a garantire la continuità del “Mondo Multi-Polare” prefigurato da Zbigniew Brzezinski nel suo libro del 1997, ‘La Grande Scacchiera: Primato e imperativi geostrategici dell’America’ e messo in guardia contro la creazione o la “nascita di una ostile coalizione [Eurasiatica] che in futuro potrebbe cercare di sfidare il primato degli Stati Uniti.”[3] Inoltre, ha definito questa potenziale coalizione eurasiatica un’”alleanza anti-egemonica“, che sarebbe formata da una coalizione “cinese-russo-iraniana” con la Cina come suo fulcro. [4] Si tratta della SCO e dei gruppi diversi eurasiatici che sono collegati alla SCO.
Nel 1993, Brzezinski aveva scritto: “Nel valutare le future opzioni della Cina, si deve considerare anche la possibilità che una Cina  economicamente prospera e politicamente sicura di sé – ma che si sente escluso dal sistema globale e che ha deciso di diventare sia il promotore che il leader degli stati svantaggiati del mondo – può decidere di costituire non solo un articolato dottrinale, ma anche una potente sfida geopolitica al mondo dominato dalla Trilateral [un riferimento al fronte economico formato da Nord America, Europa Occidentale e Giappone].” [5]
Brzezinski avvertiva che la risposta di Pechino alla sfida allo status quo globale sarebbe stata la creazione di una coalizione  cinese-russo-iraniana: “Per gli strateghi cinesi, affrontare la coalizione trilaterale di America e  Europa e Giappone, il gioco geopolitico più efficace potrebbe essere cercare e formare una propria triplice alleanza, che collegasse la Cina con l’Iran nel Golfo Persico /Medio Oriente e la Russia alla zona dell’ex Unione Sovietica [e europeo orientale]“. [6] Brzezinski continuava dicendo che la coalizione cinese-russo-iraniana, che chiamava anche coalizione “anti-establishmentarian” [anti-sistema] potrebbe “essere una potente calamita per altri stati [ad esempio, il Venezuela] insoddisfatti dallo status quo [globale]“. [7]
Inoltre, Brzezinski nel 1997 ammoniva che “Il compito più immediato [per gli Stati Uniti] è rendere sicuro che nessuno Stato o combinazione di stati, acquisisca la capacità di espellere gli Stati Uniti dall’Eurasia o anche di diminuire in modo significativo il suo ruolo di arbitro decisivo.” [8] Può darsi che i suoi avvertimenti siano stati dimenticati, perché gli Stati Uniti sono stati espulsi dall’Asia centrale e le forze statunitensi sono state sfrattate da Uzbekistan e Tagikistan.

Il ritorno di fiamma delle “Rivoluzioni di Velluto” in Asia centrale
L’Asia Centrale è stata teatro di numerosi tentativi, sponsorizzati dai britannici e dagli statunitensi, di cambio di regime. Questi ultimi sono stati caratterizzati dalle rivoluzioni di velluto simili alla Rivoluzione Arancione in Ucraina e alla Rivoluzione delle Rose in Georgia.
Queste rivoluzioni di velluto in Asia centrale finanziate dagli Stati Uniti, fallirono, a parte in Kirghizistan, dove c’era stato un parziale successo con la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani.
Perciò, il governo degli Stati Uniti ha subito importanti battute d’arresto geo-strategiche in Asia centrale. Tutti i leader dell’Asia centrale hanno preso le distanze dagli USA.
Russia e Iran si sono anche assicurati gli accordi energetici nella regione. Gli sforzi degli USA, da parecchi decenni, di esercitare un ruolo egemonico in Asia centrale sembrano essere stati rovesciati in una notte. Le rivoluzioni di velluto finanziate dagli statunitensi hanno fallito. I rapporti tra Uzbekistan e Stati Uniti sono stati particolarmente colpiti.
L’Uzbekistan è sotto il governo autoritario del presidente Islam Karimov. A partire dalla seconda metà degli anni ’90 il presidente Karimov fu portato a trascinare l’Uzbekistan nell’alleanza anglo-statunitense e nella NATO. Quando ci fu un attentato alla vita del presidente Karimov, aveva sospettato il Cremlino a causa della sua posizione politicamente indipendente. Questo è ciò che ha portato l’Uzbekistan a lasciare CSTO. Ma Islam Karimov, anni dopo, ha cambiato idea su chi stesse cercando di sbarazzarsi di lui.
Secondo Zbigniew Brzezinski, l’Uzbekistan rappresentava un grave ostacolo al ristabilimento del controllo russo e nell’Asia centrale, ed era praticamente invulnerabile alle pressioni russe; questo è il motivo per cui era importante assicurarsi che l’Uzbekistan come protettorato statunitense in Asia centrale.
L’Uzbekistan è anche la più grande forza militare in Asia centrale. Nel 1998, l’Uzbekistan compì delle esercitazioni con le truppe della NATO in Uzbekistan. L’Uzbekistan si stava pesantemente militarizzando, come la Georgia nel Caucaso. Gli Stati Uniti diedero all’Uzbekistan enormi quantità di aiuti finanziari per sfidare il Cremlino in Asia centrale, e fornirono anche l’addestramento delle forze usbeche.
Con il lancio della “Guerra globale al terrore” nel 2001, l’Uzbekistan, un alleato degli anglo-statunitensi, offrì immediatamente basi e installazioni militari agli Stati Uniti, a Karshi-Khanabad.
Il governo dell’Uzbekistan sapeva già quale direzione avrebbe preso la “Guerra globale al terrore“. Irritando Bush Jr., il presidente uzbeco formulò una politica di autonomia. La luna di miele tra l’Uzbekistan e l’alleanza anglo-statunitense finì quando Washington DC e Londra contemplarono la rimozione dal potere di Islam Karimov. Era un po’ troppo indipendente per i loro comodi e gusti. I loro tentativi di rimuovere il Presidente Uzbek fallirono, causando uno spostamento delle alleanze geo-politiche.
I tragici eventi di Andijan del 13 maggio 2005, furono il punto di rottura tra l’Uzbekistan e l’alleanza anglo-statunitense. Gli abitanti di Andijan furono incitati allo scontro con le autorità usbeche, portando a un pesante giro di vite di della sicurezza sui manifestanti e alla perdita di vite umane.
Gruppi armati furono indicati come coinvolti. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e nell’UE, i resoconti dei media si concentrarono soprattutto sulle violazioni dei diritti umani, senza citare il ruolo occulto dell’alleanza anglo-statunitense. L’Uzbekistan accusò la Gran Bretagna e Stati Uniti si essere i responsabili, accusandoli di incitare alla ribellione.
MK Bhadrakumar, l’ex ambasciatore indiano in Uzbekistan (1995-1998), ha rivelato che l’Hezbut Tahrir (HT) è stato uno dei partiti accusati delle agitazioni ad Andijan dal governo uzbeco. [9] Il gruppo stava già destabilizzando l’Uzbekistan utilizzando tattiche violente. La sede di questo gruppo sembra essere a Londra e gode del sostegno del governo britannico. Londra è un hub di molte organizzazioni simili che sostengono i vari interessi anglo-statunitensi nei vari paesi, compresi l’Iran e il Sudan, attraverso le campagne di destabilizzazione. L’Uzbekistan aveva perfino avviato la repressione delle organizzazioni non governative (ONG) straniere, a causa dei tragici eventi di Andijan.
L’alleanza anglo-statunitense aveva giocato male le proprie carte in Asia centrale. L’Uzbekistan  aveva lasciato ufficialmente  il gruppo GUUAM, una entità promossa da NATO-USA in funzione anti-russa. Il GUUAM divenne ancora una volta il GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldavia), il 24 maggio 2005.
Il 29 luglio 2005, le truppe statunitensi ebbero l’ordine di lasciare l’Uzbekistan entro sei mesi. [10] Letteralmente, agli statunitensi dissero che non erano più i benvenuti in Uzbekistan e in Asia centrale.
Russia, Cina, e la SCO aggiunsero le loro voci alle richieste. Gli Stati Uniti eliminarono la loro base aerea in Uzbekistan nel  novembre 2005.
L’Uzbekistan è rientrato nella CSTO il 26 giugno 2006 e si è riallineata, ancora una volta, con Mosca. Il Presidente uzbeco è diventato anche un veemente fautore, insieme all’Iran, della totale espulsione degli Stati Uniti dall’Asia centrale. [11] A differenza dell’Uzbekistan, il Kirghizistan ha continuato a permettere agli Stati Uniti di utilizzare la base aerea di Manas, ma con restrizioni e in un clima di incertezza. Il governo kirghizo mise anche in chiaro che nessuna attività negli Stati Uniti avrebbe dovuto colpire l’Iran partendo dal Kirghizistan.

Il maggiore errore geo-strategico
Sembra che un riavvicinamento strategico tra Iran e gli USA fosse in opera dal 2001 al 2002. All’inizio della guerra globale al terrorismo, Hezbollah e Hamas, due organizzazioni arabe appoggiate da Iran e Siria, furono tenute fuori dalla lista delle organizzazioni terroristiche del Dipartimento di Stato statunitense. L’Iran e la Siria erano anche vagamente ritratte come potenziali partner nella “guerra globale al terrore“.
Dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, l’Iran aveva espresso il suo sostegno al governo iracheno post-Saddam Hussein. Durante l’invasione dell’Iraq, i militari statunitensi attaccarono la milizia dell’opposizione iraniana basata in Iraq, i Mujahedin-e Khalq Organization (MEK/MOK/MKO). I jet iraniani attaccarono le basi irachene del MEK, all’incirca nella stessa finestra temporale.
Iran, Gran Bretagna e Stati Uniti cooperarono contro i taliban in Afghanistan. Vale la pena ricordare che i taliban non sono mai stati alleati dell’Iran. Fino al 2000, i taliban erano sostenuti dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che lavoravano a braccetto dell’esercito e dell’intelligence pakistani.
I taliban rimasero scioccati e sconcertati per ciò che videro come un tradimento degli statunitensi e dei britannici nel 2001 – questo alla luce del fatto che nell’ottobre 2001, avevano dichiarato che avrebbero consegnato Usama bin Ladin agli Stati Uniti, dietro la presentazione delle prove del suo presunto coinvolgimento negli attentati dell’11/9.
Zbigniew Brzezinski aveva avvertito, anni prima del 2001, che “una coalizione che allea Russia, Cina e Iran può nascere solo se gli Stati Uniti sono così miopi da contrapporsi alla Cina e all’Iran allo stesso tempo“. [12] L’arroganza di Bush Jr. ha portato a questa politica miope.
Secondo il Washington Post, “Subito dopo la caduta lampo di Baghdad da parte delle forze degli Stati Uniti, tre anni fa [nel 2003], un insolito documento di due pagine venne sparato fuori dal fax dell’Ufficio per il Vicino Oriente del Dipartimento di Stato. Era una proposta dell’Iran per un ampio dialogo con gli Stati Uniti, e il fax suggeriva che tutto era sul tavolo, compresa la piena cooperazione sui programmi nucleari, l’accettazione di Israele e la cessazione del sostegno iraniano ai gruppi militanti palestinesi“. [13]
La Casa Bianca fu impressionata da ciò, credendo che ciò fosse dovuto alle grandi “vittorie” in Iraq e in Afghanistan, semplicemente ignorò la lettera inviata attraverso i canali diplomatici del governo svizzero, per conto di Teheran.
Tuttavia, non fu a causa di ciò che era stato erroneamente percepito come una rapida vittoria in Iraq, che l’amministrazione Bush ha respinto l’Iran. Il 29 gennaio 2002, in un importante discorso, il presidente Bush Jr. confermava che gli Stati Uniti avrebbero inoltre preso di mira l’Iran, che era stato aggiunto al cosiddetto “Asse del Male” insieme all’Iraq e alla Corea del Nord. Gli Stati Uniti e Gran Bretagna intendevano attaccare l’Iran, la Siria e il Libano, dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003. Infatti, subito dopo l’invasione, nel luglio 2003, il Pentagono aveva formulato uno scenario di guerra inizialmente chiamato “Theater Iran Near Term (TIRANNT).”
A partire dal 2002, l’amministrazione Bush aveva deviato dalla loro originaria tesi geo-strategica script. Francia e Germania furono escluse dalla spartizione del bottino della guerra in Iraq.
L’intenzione era quella di agire contro l’Iran e la Siria proprio come gli USA e la Gran Bretagna usarono e tradirono i loro alleati taliban in Afghanistan. Gli Stati Uniti erano anche decisi a colpire Hezbollah e Hamas. Nel gennaio del 2001, secondo Daniel Sobelman, corrispondente di Haaretz, il governo statunitense aveva avvertito il Libano che gli Stati Uniti avrebbero attaccato Hezbollah. Queste minacce dirette al Libano furono fatte all’inizio del mandato presidenziale di George W. Bush Jr., otto mesi prima degli eventi dell’11 settembre 2001.
Il conflitto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tra la alleanza anglo-statunitense e l’intesa franco-tedesca, sostenuta da Russia e Cina, è stato un segno di questa deviazione.
Gli geo-strateghi statunitensi, anni dopo la guerra fredda, avevano programmato che l’intesa franco-tedesca fosse un partner nei loro piani di supremazia globale. A questo proposito, Zbigniew Brzezinski aveva riconosciuto che l’intesa franco-tedesca, alla fine, avrebbe dovuto avere uno status più elevato e che il bottino di guerra avrebbe dovuto essere diviso con gli alleati europei di Washington.
Entro la fine del 2004, l’alleanza anglo-statunitense aveva cominciato a correggere il proprio atteggiamento verso la Francia e la Germania. Washington era tornato al suo originario copione geo-strategico con la NATO che aveva un ruolo più esteso nel Mediterraneo orientale. A sua volta, la Francia ha ottenuto concessioni petrolifere in Iraq.
I piani di guerra del 2006 per il Libano e il Mediterraneo orientale, puntavano anche a un importante cambio di direzione, un ruolo di partnership per l’intesa franco-tedesca, con la Francia e la Germania a svolgere un ruolo militare di primo piano nella regione.
Vale la pena notare che un importante cambiamento si era verificato nei primi mesi del 2007, riguardo l’Iran. A seguito delle battute d’arresto degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan (così come in Libano, Palestina, Somalia, e nell’Asia centrale ex sovietica), la Casa Bianca aveva avviato dei negoziati segreti con l’Iran e la Siria. Tuttavia, il dado era  tratto e sembrerebbe che gli USA non fossero in grado di spezzare un’alleanza militare che includeva Russia, Iran e Cina come suo nucleo.

La Commissione Baker-Hamilton: cooperazione occulta anglo-statunitense con l’Iran e la Siria?
L’America dovrebbe anche appoggiare decisamente le aspirazioni turche a un oleodotto da Baku nella [Repubblica di] Azerbaijan, a Ceyhan sulla costa turca del Mediterraneo, che servirebbe da importante sbocco per le fonti energetiche dal bacino del Mar Caspio. Inoltre, non è nell’interesse dell’America a perpetuare le ostilità irano-americane. Una qualsiasi riconciliazione dovrebbe basarsi sul riconoscimento del reciproco interesse strategico nella stabilizzazione di quello che attualmente è un ambiente regionale molto volatile per l’Iran [ad esempio, Iraq e Afghanistan]. Certo, una tale riconciliazione deve essere perseguita da entrambe le parti e non è un favore concesso da uno all’altro. Un forte, anche religiosamente motivato ma non fanaticamente anti-occidentale, Iran è nell’interesse degli Stati Uniti, e perfino la dirigenza politico iraniana può riconoscere questa realtà. Nel frattempo, gli interessi a lungo raggio degli statunitensi in Eurasia sarebbero meglio serviti da abbandonando le attuali obiezioni statunitensi a una più stretta cooperazione economica turco-iraniana, soprattutto nella costruzione di nuovi gasdotti…
-Zbigniew Brzezinski (La Grande Scacchiera: la supremazia americana ei suoi imperativi geostrategici, 1997)

Le raccomandazioni della Commissione Baker-Hamilton o Iraq Study Group (ISG) non sono un reindirizzamento riguardo al coinvolgimento dell’Iran, ma un ritorno alla pista da cui l’amministrazione Bush aveva deviato, in conseguenza dei deliri per le sue frettolosamente annunciate vittorie in Afghanistan e in Iraq. In altre parole, la Commissione Baker-Hamilton cercava di controllare i danni e reindirizzare il percorso geo-strategico degli USA, originariamente previsto dai pianificatori militari da cui l’amministrazione Bush sembrava aver deviato.
Il rapporto ISG fece anche sottilmente intendere che l’adozione del cosiddette riforme economiche per il “libero mercato“,  potrebbe agire sull’Iran (e per estensione sulla Siria) al posto del cambio di regime. L’ISG ha anche favorito l’adesione della Siria e dell’Iran all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). [14] Va inoltre osservato, in proposito, che l’Iran ha già avviato un programma di privatizzazione di massa che coinvolge tutti i settori, dalle banche all’energia e all’agricoltura.
La relazione dell’ISG raccomanda inoltre, la fine al conflitto arabo-israeliano e l’instaurazione della pace tra Israele e Siria. [15]
anche gli interessi comuni di Iran e Stati Uniti furono analizzati dalla Commissione Baker-Hamilton. L’ISG aveva raccomandato che gli Stati Uniti non rafforzassero nuovamente i taliban in Afghanistan (contro l’Iran). [16] Va inoltre notato che Imad Moustapha, l’ambasciatore siriano negli Stati Uniti, il ministro degli Esteri siriano e Javad Zarif, il rappresentante iraniano alle Nazioni Unite, furono tutti consultati dalla Commissione Baker-Hamilton. [17] L’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite, Javad Zarif, è stato anche per anni un uomo di tramite tra gli Stati Uniti e i governi iraniani.
Vale la pena ricordare anche che l’amministrazione Clinton fu coinvolta nel percorso di riavvicinamento con l’Iran, tentando al contempo di tenere sotto controllo l’Iran nel quadro della politica del “doppio contenimento” nei confronti di Iraq e Iran. Questa politica era legata anche al documento ’1992 Draft Defence Guidance’ scritto da persone delle  amministrazioni Bush Sr. e Bush Jr.
Vale la pena notare che Zbigniew Brzezinski aveva affermato, già nel 1979 e nel 1997, che l’Iran sotto il suo sistema politico post-rivoluzionario avrebbe potuto essere cooptato dagli USA. [18] Anche la Gran Bretagna aveva assicurato la Siria e l’Iran, nel 2002 e 2003, che non sarebbero stati presi di mirati e li aveva incoraggiati nella loro cooperazione con la Casa Bianca.
Va notato che la Turchia ha di recente firmato un accordo con l’Iran su una  pipeline che trasporterà gas verso l’Europa occidentale. Questo progetto prevede la partecipazione del Turkmenistan. [19]  Sembrerebbe che questo accordo di cooperazione tra Teheran e Ankara indichi una riconciliazione, piuttosto che lo scontro con l’Iran e la Siria. Ciò è in linea con quello che Brzezinski nel 1997 sosteneva essere nell’interesse degli USA.
Inoltre, il governo iracheno sponsorizzato dagli anglo-statunitensi ha recentemente firmato accordi per una pipeline con l’Iran.
Ancora una volta, gli interessi degli USA in questo affare avrebbero dovuti essere messi in discussione, come lo diedero sull’Iran gli alti pareri dei leader fantoccio di Iraq e Afghanistan.
Qualcosa non va …
L’attenzione dei media in Nord America e in Gran Bretagna ai commenti positivi su Teheran, espressi dai clienti anglo-statunitensi a Baghdad e a Kabul, era sinistra.
Nonostante questi commenti da Baghdad e Kabul circa il ruolo positivo assunto dall’Iran in Iraq e in Afghanistan non fossero nuovi, l’attenzione dei media lo era. Il presidente George W. Bush Jr. e la Casa Bianca criticarono il primo ministro iracheno per aver detto che l’Iran giocava un ruolo costruttivo in Iraq, ai primi di agosto del 2007. La Casa Bianca e la stampa inglese o nordamericana di solito avrebbero solo ignorano o rifiutano questi commenti. Tuttavia, questo non fu il caso nell’agosto 2007.
Il presidente afghano, Hamid Karzai, nel corso di una conferenza stampa congiunta con George W. Bush Jr. aveva dichiarato che l’Iran era una forza positiva nel suo paese. Non era strano sentir dire che l’Iran era una forza positiva in Afghanistan, perché la stabilità dell’Afghanistan è nei migliori interessi dell’Iran. Ciò che si presentava come strano erano “quando” e “dove” le osservazioni erano state fatte. Le conferenze stampa della Casa Bianca sono coreografate e il luogo e il tempo delle osservazioni del presidente afghano dovrebbe essere messi in discussione. Successe anche poco dopo i commenti del presidente afghano, quando il presidente iraniano giunse a Kabul per una visita senza precedenti, che doveva essere stato approvata dalla Casa Bianca.

L’influenza politica dell’Iran
Per quanto riguarda l’Iran e gli Stati Uniti, l’immagine è sfocata e le linee tra cooperazione e la rivalità sono poco chiare. La Reuters e l’agenzia stampa degli studenti iraniani (ISNA) avevano entrambe riferito che il presidente iraniano poteva visitare Baghdad dall’agosto 2007. Queste notizie emersero proprio poco prima che il governo degli Stati Uniti iniziasse a minacciare di dichiarare il Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana come organizzazione terroristica internazionale. Senza insinuare nulla, va anche rilevato che la Guardia Rivoluzionaria e le forze armate USA hanno avuto anche una storia di cooperazione di basso profilo dalla Bosnia-Erzegovina all’Afghanistan controllato dai taliban.
Il presidente iraniano aveva anche invitato i presidenti degli altri quattro paesi del Caspio, per un vertice sul Mar Caspio a Teheran. [20] Aveva invitato il presidente turkmeno, mentre era in Turkmenistan, e anche i presidenti russo e kazako nell’agosto del 2007, al vertice della SCO in Kirghizistan. Il Presidente Aliyev, a capo della Repubblica di Azerbaigian (Azarbaijan) era stato invitato personalmente durante un viaggio del presidente iraniano a Baku. Il vertice previsto sul Mar Caspio poreva essere simile a quello di Port Turkmenbashi, nel Turkmenistan, tra i presidenti kazako, russo e turkmeno, e dove fu annunciato che la Russia non sarebbe stata esclusa dagli accordi sulle pipeline in Asia centrale.
L’influenza iraniana era chiaramente sempre più forte. I funzionari di Baku avevano anche affermato che avrebbero ampliato la cooperazione energetica con l’Iran e inseriti nell’accordo sul  gasdotto tra Iran, Turchia e Turkmenistan, che fornirà i mercati europei di gas. [21] Questo accordo, per rifornire l’Europa, era simile all’accordo russo per trasportare energia, firmato tra la Grecia, la Bulgaria e la Federazione russa. [22]
In Oriente, la Siria era coinvolta nei negoziati connessi all’energia con Ankara e Baku, e colloqui importanti erano stati avviati tra funzionari statunitensi e Teheran e Damasco. [23]
L’Iran aveva anche preso parte agli scambi diplomatici con Siria, Libano, Turchia, e  Repubblica di Azerbaigian. Inoltre, a partire dall’agosto 2007, la Siria aveva accettato di riaprire gli oleodotti iracheni per il Mediterraneo orientale, che attraversano il territorio siriano. [24]
La recente visita ufficiale del Primo Ministro iracheno al-Maliki in Siria è stata descritta come storica da notiziari come la British Broadcasting Corporation (BBC). Inoltre, la Siria e l’Iraq hanno deciso di costruire un gasdotto dall’Iraq alla Siria, dove il gas iracheno sarà trattato in impianti  siriani. [25] Tali accordi vengono presentati come le fonti delle tensioni tra Baghdad e la Casa Bianca, ma ciò è dubbio. [26]
L’Iran e il Gulf Cooperation Council (GCC) stanno anche programmando di avviare il processo per la creazione di una zona di libero scambio iraniana-GCC nel Golfo Persico. Nei bazar di Teheran e nel circolo politico di Rafsanjani, vi sono anche discussioni sulla eventuale creazione di un mercato unico tra Iran, Tagikistan, Armenia, Iraq, Afghanistan e Siria. Il ruolo statunitense in questi processi. per quanto riguarda Afghanistan, Iraq e il GCC, dovrebbero essere esplorato.
Sotto il presidente Nicholas Sarkozy, la Francia ha indicato che è disposta ad impegnarsi pienamente se i siriani daranno garanzie specifiche per quanto riguarda il Libano. Queste garanzie sono connesse agli interessi economici e geo-strategico francesi.
Nello stesso periodo di tempo delle dichiarazioni francesi sulla Siria, Gordon Brown aveva indicato che la Gran Bretagna era anch’essa disposta a impegnarsi in scambi diplomatici con Siria e Iran. Heidemarie Wieczorek-Zeul, ministro tedesco per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, fu  anche coinvolta nei colloqui con Damasco su progetti comuni, riforma economica e per avvicinare l’Unione Europea alla Siria. Questi colloqui, tuttavia, tendono a camuffarsi dietro le discussioni tra la Siria e la Germania per quanto riguarda l’esodo di massa dei rifugiati iracheni, derivante dall’occupazione anglo-statunitense del loro paese. Il ministro degli esteri francese era atteso a Teheran per colloqui su Libano, Palestina e Iraq. Nonostante i guerrafondai degli Stati Uniti e più recentemente della Francia, questo ha portato tutti a fare speculazioni su una possibile inversione di tendenza per quanto riguarda l’Iran e la Siria. [27]
Poi di nuovo, questo fa parte del duplice approccio degli Stati Uniti nel prepararsi al peggio (la guerra), mentre sollecitano la capitolazione diplomatica di Siria e Iran come stati clienti o partner. Quando accordi su petrolio e armi sono stati firmati tra la Libia e la Gran Bretagna, Londra ha detto che l’Iran dovrebbe seguire l’esempio libico, così come ha detto la Commissione Baker-Hamilton.

Si è fermata la corsa alla guerra?
Nonostante i colloqui a porte chiuse con Damasco e Teheran, Washington sta comunque armando i propri clienti in Medio Oriente. Israele è in un avanzato stato d  preparazione militare per una guerra contro la Siria.
A differenza di Francia e Germania, le ambizioni degli anglo-statunitensi verso Iran e Siria non sono la cooperazione. L’obiettivo ultimo è la subordinazione politica ed economica.
Inoltre, sia come amico o come nemico, gli USA non possono tollerare l’Iran entro i suoi confini attuali. La balcanizzazione dell’Iran, come quella dell’Iraq e della Russia, è un’importante obiettivo a lungo termine anglo-statunitense.
Che cosa ci aspetta non si sa. Mentre non vi è fumo all’orizzonte, l’agenda militare di US-NATO-Israele non necessariamente comporta l’attuazione della guerra come previsto.
Una “coalizione cinese-russo-iraniana” – che costituisce la base di una contro-alleanza globale – sta emergendo. USA e Gran Bretagna piuttosto che optare per una guerra diretta, potrebbero scegliere di cooptare Iran e Siria attraverso una manipolazione macro-economico e le rivoluzioni di velluto.
La guerra contro l’Iran e la Siria, tuttavia, non può essere esclusa. Ci sono preparativi di guerra reali sul terreno in Medio Oriente e nell’Asia centrale. Una guerra contro l’Iran e la Siria avrebbe conseguenze di vasta portata in tutto il mondo.

Mahdi Darius Nazemroaya è uno scrittore indipendente di Ottawa specializzato sul Medio Oriente e l’Asia centrale. È ricercatore associato del Centre for Research on Globalization (CRG).

NOTE
[1] Trattato di buon vicinato e amichevole cooperazione tra la Repubblica popolare cinese e la Federazione russa, firmato ed entrato in vigore il 16 luglio 2001, RP della Cina, Federazione Russa, Ministero degli Affari Esteri della Repubblica popolare cinese.
Di seguito gli articoli del trattato che sono rilevanti per la mutua difesa di Cina e Russia contro l’accerchiamento e gli sforzi per smantellare entrambe le nazioni degli statunitensi;

ARTICOLO 4
La parte cinese sostiene la parte russa nelle sue politiche sulla questione della difesa dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale della Federazione russa.
La parte russa appoggia la parte cinese nelle sue politiche sulla questione della difesa dell’unità nazionale e dell’integrità territoriale della Repubblica popolare cinese.

ARTICOLO 5
La parte russa ribadisce che la posizione di principio sulla questione di Taiwan, come esposto nei documenti politici firmati e adottati dai capi di Stato dei due paesi dal 1992 al 2000 rimangono invariati. La parte russa riconosce che c’è una sola Cina nel mondo, che la Repubblica popolare cinese è l’unico governo legale che rappresenta tutta la Cina e che Taiwan è parte inalienabile della Cina. La parte russa si oppone a qualsiasi forma di indipendenza di Taiwan.

ARTICOLO 8
Le parti contraenti non entrano in nessuna alleanza o fanno parte di alcun blocco né devono intraprendere tale azione, compresa la conclusione di trattati con un paese terzo che compromette la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’altra Parte contraente. Nessuna delle due parti contraenti deve consentire che il suo territorio venga utilizzato da un paese terzo per compromettere la sovranità nazionale, la sicurezza e l’integrità territoriale della parte contraente.
Nessuna delle due parti contraenti deve consentire la creazione di organizzazioni o bande sul proprio suolo che possano danneggiare la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’altra parte contraente e tali attività dovrebbero essere vietate.

ARTICOLO 9
Quando si verifica una situazione in cui una delle parti contraenti ritiene che la pace sia minacciata e minata o dei suoi interessi di sicurezza siano coinvolti o quando si confronta con la minaccia di aggressione, le parti contraenti avviano immediatamente i contatti e le consultazioni al fine di eliminare tale minacce.

ARTICOLO 12
Le parti contraenti devono lavorare insieme per il mantenimento di equilibrio strategico globale e la stabilità e fare grandi sforzi per promuovere l’osservazione degli accordi di base relativi alla salvaguardia e al mantenimento della stabilità strategica.
Le parti contraenti promuoveranno attivamente il processo di disarmo nucleare e la riduzione delle armi chimiche, promuovono e rafforzano i regimi sul divieto delle armi biologiche e adottano misure volte a prevenire la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i loro vettori e la loro relativa tecnologia .
[2] Ibid.
[3] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (NYC, New York: HarperCollins Publishers , 1997), p.198.
[4] Ibid.  pp. 115-116, 170, 205-206.
Nota: Brzezinski si riferisce alla coalizione cinese-russo-iraniana anche come una “controalleanza” (p.116).
[5] Zbigniew Brzezinski, Out of Control: Global Turmoil on the Eve of the 21st Century (NYC, New York: Charles Scribner’s Sons Macmillan Publishing Company , 1993), p.198.
[6] Ibid.
[7] Ibid.
[8] Brzezinski, The Grand Chessboard , Op. cit. , p.198.
[9] MK Bhadrakumar, The lessons from Ferghana, Asia Times, 18 maggio 2005.
[10] Nick Paton Walsh, Uzbekistan kicks US out of military base, The Guardian (UK), 1 agosto 2005.
[11] Vladimir Radyuhin, Uzbekistan rejoins defence pact, The Hindu, 26 giugno 2006.
[12] Brzezinski, The Grand Chessboard , op. cit., p.116.
[13] Glenn Kessler, In 2003, US Spurned Iran’s Offer of Dialogue, The Washington Post, 18 giugno 2006, p.A16.
[14] James A. Baker III et al. , The Iraq Study Group Report: The Way Forward — A New Approach Authroized ed. (NYC, New York: Random House Inc. , 2006), p.51.
[15] Ibid. , pp.51, 54-57.
[16] Ibid. , pp.50-53, 58.
[17] Ibid. , p.114.
[18] Brzezinski, The Grand Chessboard, op. cit., p.204.
[19] Iran, Turkey sign energy cooperation deal, agree to develop Iran’s gas fields, Associated Press, 14 luglio 2007.
[20] Tehran to host summit of Caspian nations Oct.18, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 22 agosto 2007.
[21] Azerbaijan, Iran reinforce energy deals, United Press International (UPI), 22 agosto 2007.
[22] Mahdi Darius Nazemroaya, The March to War: Détente in the Middle East or “Calm before the Storm?,” Centre for Research on Globalization (CRG), 10 luglio 2007.
[23] Ibid. Vale la pena notare che l’Iran è stato coinvolto nelle operazioni condotte con la Turchia e nei negoziati tra Siria, Libano, Turchia e la Repubblica di Azerbaigian sull’eventuale creazione di un corridoio energetico nel Mediterraneo orientale. Le offerte si sono verificate nello stesso lasso di tempo in cui Siria e Iran hanno iniziato i colloqui con gli Stati Uniti, dopo la relazione della Commissione Baker-Hamilton.
[24] Syria and Iraq to reopen oil pipeline link, Agence France-Presse (AFP), 22 agosto 2007.
[25] Ibid.
[26] Roger Hardy, Why the US is unhappy with Maliki, British Broadcasting Corporation (BBC),  22 agosto 2007.
27] Hassan Nafaa, About-face on Iran coming?, Al-Ahram (Egypt), no. 859, 23-29 Agosto, 2007.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il GCC e la NATO stanno perdendo la loro leadership

Il doppio veto che impedisce la guerra imperiale contro la Siria
Thierry Meyssan Réseau Voltaire Damasco (Siria) 5 febbraio 2012

Contrariamente a quello che era successo durante l’attacco contro l’Iraq, la Francia non ha difeso i principi del diritto internazionale nel caso della Siria, ma si è unita al campo imperiale e alle sue menzogne. Con il Regno Unito e Stati Uniti, ha subito una storica sconfitta diplomatica, mentre la Russia e la Cina sono diventate i campioni della sovranità dei popoli e della pace. Il nuovo equilibrio del potere internazionale non è solo una conseguenza del declino delle forze armate statunitensi, ma sanziona anche il declino del loro prestigio. In definitiva, gli occidentali hanno perso la leadership che hanno condiviso per tutto il ventesimo secolo, perché hanno abbandonato ogni legittimità, tradendo i propri valori.

La fine del mondo unipolare
Questo quadruplo veto sigilla la fine di un periodo delle relazioni internazionali che ha avuto inizio con il crollo dell’Unione Sovietica, ed è stato marcato dal dominio completo degli Stati Uniti sul mondo. Ciò non significa un ritorno al precedente sistema bipolare, ma l’emergere di un nuovo modello i cui contorni restano indefiniti. Nessuno dei progetti del Nuovo Ordine Mondiale si è concretizzato. Washington e Tel Aviv non sono riusciti a istituzionalizzare l’operazione unipolare che volevano stabilire come paradigma intangibile, mentre il BRICS non è riuscito a creare un sistema multipolare che avrebbe permesso ai suoi membri di raggiungere un livello più alto.
Come anticipato giustamente dallo stratega siriano Imad Fawzi Shueibi, è la crisi siriana che ha cristallizzato un nuovo equilibrio di potere, e da lì, una ridistribuzione del potere che nessuno ha pensato o voluto, ma che ora è vincolante per tutti [1].
In retrospettiva, la dottrina do Hillary Clinton della “leadership da dietro” appare come un tentativo degli Stati Uniti di testare i limiti che non possono superare, facendo sopportare la responsabilità e le conseguenze ai loro alleati inglesi e soprattutto francesi. Sono questi ultimi che si sono messi in prima fila come leader politici e militari, durante il rovesciamento della Jamahiriya araba libica, e che aspiravano ad esservi di nuovo, nel rovesciare la Repubblica araba siriana, anche se agivano da vassalli e mercenari dell’impero statunitense. Sono quindi Londra e Parigi, più che Washington, che hanno subito una sconfitta diplomatica e ne sopporteranno le conseguenze in termini di perdita di influenza.
Gli Stati del Terzo Mondo non mancheranno di trarre le loro conclusioni dagli avvenimenti recenti: coloro che cercano di servire gli Stati Uniti, come Saddam Hussein, o  di negoziare con essi, come Muammar al-Gheddafi, possono essere eliminati dalle truppe imperiali e il loro paese potrà essere distrutto. Al contrario, coloro che resistono, come Assad e costruiscono alleanze con la Russia e la Cina sopravviveranno.

Trionfo nel mondo virtuale, sconfitta nel mondo reale.
Lo scacco del GCC e della NATO mostra un rapporto di potere che molti sospettavano, ma nessuno poteva verificare: l’Occidente ha vinto la guerra mediatica e ha dovuto rinunciare alla guerra militare. Parafrasando Mao Zedong: è diventata una tigre virtuale.
Durante questa crisi, e ancora oggi, i leader occidentali e i monarchi arabi sono riusciti ad avvelenare non solo i loro popoli, ma una gran parte dell’opinione pubblica internazionale. Sono riusciti a far credere che la popolazione siriana si fosse ribellata al loro governo e che questo reprimesse la protesta politica nel sangue. Le reti satellitari non solo hanno creato dei falsi per ingannare il pubblico, ma hanno anche ripreso immagini fabbricate negli studi, ai fini della loro propaganda. In definitiva, il GCC e la NATO hanno inventato e fatto vivere mediaticamente per dieci mesi una rivoluzione che esisteva solo nelle immagini, mentre sul terreno, la Siria si trovava ad affrontare solo una guerra a bassa intensità condotta dalla Legione wahhabita supportata dalla NATO.
Tuttavia, la Russia e la Cina avendo fatto uso, per la prima volta, del loro diritto di veto, e l’Iran avendo annunciato l’intenzione di combattere a fianco della Siria, se necessario, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno dovuto ammettere che se continuavano nel loro piano, sarebbero stati assorbiti in una guerra mondiale. Dopo mesi di estrema tensione, gli Stati Uniti hanno ammesso che stavano bluffando e che non avevano delle buone carte per il loro gioco
Nonostante un bilancio militare di oltre 800 miliardi di dollari, gli Stati Uniti sono un colosso dai piedi d’argilla. Infatti, se le forze armate sono in grado di distruggere gli Stati in via di sviluppo, sfiniti da guerre precedenti o da embarghi di lunga data, come Serbia, Iraq o Libia, non possono occuparne il territorio, né possono misurarsi con Stati in grado di reagirgli e di portare la guerra in America.
Nonostante le certezze del passato, gli Stati Uniti non sono mai stati una significativa potenza militare. Non sono che intervenuti un paio di settimane dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, contro un nemico già esaurito dall’Armata Rossa, e sono stati sconfitti in Corea del Nord e Vietnam, non sono stati in grado di controllare nulla in Afghanistan e sono stati costretti a fuggire dall’Iraq, per paura di esservi schiacciati.
Nel corso degli ultimi due decenni, l’impero statunitense ha cancellato la realtà umana delle sue guerre e ha comunicato equiparando la guerra ai videogiochi. Su questa base ha condotto campagne di reclutamento, e sempre su tale base ha addestrato i suoi soldati. Oggi, ha centinaia di migliaia di videogiocatori camuffati da soldati. Pertanto, al minimo contatto con la realtà, le loro forze armate vengono demoralizzate. Secondo le proprie statistiche, la maggior parte dei loro morti non cade in battaglia, ma si suicida, mentre un terzo del personale delle proprio forze armate, è affetto da disturbi psichiatrici che li rendono inadatti al combattimento. Lo smisurato bilancio militare del Pentagono non è in grado di compensare le risorse umane al collasso.

I nuovi valori: l’onestà e la sovranità
Il fallimento degli Stati del GCC e della NATO è anche quello dei loro valori. Si presentarono come i difensori dei diritti umani e della democrazia, mentre hanno fatto delle torture un sistema di governo, e la maggior parte di essi sono contrari al principio della sovranità popolare.
Anche se l’opinione pubblica in Occidente e nel Golfo è disinformata su questo argomento, gli Stati Uniti e i loro vassalli hanno avviato dal 2001 una vasta rete di prigioni e centri di tortura segreti, anche sul territorio dell’Unione europea. Con il pretesto della guerra contro il terrorismo, hanno diffuso terrore sequestrando e torturando più di 80.000 persone. Nello stesso periodo, hanno creato unità per operazioni speciali dotate di un budget di quasi 10 miliardi dollari ogni anno, compiendo omicidi politici in almeno 75 paesi, secondo i propri rapporti.
Per quanto riguarda la democrazia, gli Stati Uniti di oggi non fanno mistero di ciò che non significa ai loro occhi “governo del popolo, dal popolo, per il popolo” nelle parole di Abraham Lincoln, ma solo la soggezione dei popoli alla loro volontà, come dimostrano le parole e le guerre del presidente Bush. Inoltre, la loro costituzione respinge il principio della sovranità popolare e hanno sospeso le libertà costituzionali fondamentali nella creazione di uno stato permanente di emergenza con il Patriot Act. Quanto ai loro vassalli del Golfo, non è necessario ricordare che si tratta di monarchie assolute.
Questo modello, che combina sfacciatamente crimini di massa e discorso umanitario, è stato sconfitto dalla Russia e dalla Cina; gli Stati, il cui bilancio sui diritti umani e la democrazia, per quanto sia molto discutibile, è comunque infinitamente superiore a quelli del GCC e della NATO.
Facendo uso del loro diritto di veto, Mosca e Pechino hanno difeso due principi: il rispetto per la verità, senza la quale la giustizia e la pace sono impossibili, e il rispetto per la sovranità dei popoli e degli stati, senza cui nessuna democrazia è possibile.
E’ tempo di lottare per ricostruire la società umana dopo il periodo di barbarie.

[1] “Russia and China in the Balance of the Middle East: Syria and other countries“, Imad Fawzi Shueibi, Voltaire Network, 27 gennaio 2012. 
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ascesa della potenza iraniana e i nuovi equilibri

Wassim Raad New Orient News (Libano) 10 Gennaio 2012 – Voltairenet

Le manovre iraniane in corso nella regione del Golfo e nei dintorni sul fronte della disputa tra Teheran e Washington, porta una serie di segni importanti che indicano la natura dei cambiamenti che si verificano nella bilancia delle potenze internazionali e delle equazioni mutanti in tutto l’oriente islamico, soprattutto dopo le sconfitte che hanno colpito l’avventura dell’impero statunitense nel corso degli ultimi dieci anni, e le particolarità nella successiva fuga statunitense dall’Iraq.
In primo luogo, durante queste manovre, l’Iran ha mostrato le sue avanzate capacità militari, ha confermato la solidità della formazione strategica militare iraniana e la sua superiorità nelle forze di terra, mare e aria. Ciò che gli iraniani hanno mostrato, ha costituito un modello per la superpotenza militare globale, come hanno concluso gli esperti militari negli Stati Uniti, Europa e Israele. Sotto la copertura della propaganda che ha minimizzato l’importanza delle attrezzature militari iraniane viste nelle manovre, circoli occidentali e israeliani hanno espresso un serio timore sulla natura del messaggio strategico e qualitativi portato da queste manovre, in tutti i loro dettagli, in termini di gittata dei missili, qualità delle navi da guerra e  competenza della forza aerea iraniana.
In secondo luogo, il successo più evidente e importante che è stato registrato da queste manovre e che hanno consacrato l’Iran come una superpotenza mondiale e regionale, si è visto nell’elevata competenza tecnica del comando iraniano, nonostante le superiori capacità di cui godono il Pentagono e la NATO. Inoltre, nonostante la presenza della 5° flotta statunitense e la mobilitazione dei satelliti spia negli Stati del Golfo, l’Occidente non può ostacolare il lancio di uno dei missili iraniani che erano presenti nelle manovre, o ostacolare le manovre che si hanno avuto successo al 100%. A questo livello, il dirottamento dell’aereo da ricognizione statunitense ha dimostrato la capacità di infiltrare il Pentagono e intercettarne i codici da parte degli iraniani, mentre gli statunitensi non sono in grado di fare la stessa cosa verso i codici iraniani e il sistema di comunicazione utilizzato da tutte le sue forze e armi.
In terzo luogo, i risultati politici dati dallo spettacolo della potenza iraniana nella regione, hanno iniziato ad emergere e a materializzarsi consecutivamente, mentre gli statunitensi assegnavano al loro uomo in Turchia, cioè Ahmet Davutoglu, il compito di mediare con la Repubblica islamica dell’Iran, per riprendere i negoziati. Ma ciò che non è stato annunciato, è il contenuto dei colloqui durante i quali gli iraniani hanno rilasciato dichiarazioni forti, che riflettono i nuovi equilibri, sia nella loro risposta alle richieste e alle condizioni sui negoziati, sia per quanto riguarda la severa posizione nei confronti del coinvolgimento turco nella cospirazione contro la Siria. Nonostante i segni che annunciano una guerra su larga scala nella regione e la decisione statunitense di effettuare manovre congiunte con Israele, in risposta a quelle iraniane, la realtà si impone con il riconoscimento da analisti ed esperti che l’ascesa della superpotenza iraniana ha iniziato di governare le più importanti politiche degli USA, soprattutto in Medio Oriente.

Nuove analisi: l’Iran è in prima linea negli eventi, invece della Siria
L’Iran ha deciso di lanciare il suo contrattacco nel Golfo e nello Stretto di Hormuz su più fronti contemporaneamente, con una manovra molto intelligente e precisa. Ha inoltre aperto il dossier delle attività di arricchimento dell’uranio, annunciando che è in grado di raggiungere un livello di arricchimento del 20%, il che significava, di conseguenza, che non ha bisogno dell’accordo che è stato precedentemente offerto da Turchia e Brasile. L’Iran è stato anche in grado di attirare Washington e le capitali europee in una guerra finanziaria e petrolifera. Infatti, con Washington, ha aperto il fronte delle banche, che raggiunto la Cina spingendola  a rilasciare un morbido avvertimento a Washington, affinché ritratti le sanzioni unilaterali. Con l’Europa, ha aperto il dossier del mercato petrolifero, minacciando di ostacolare il commercio del petrolio nella regione del Golfo, attraverso il controllo sullo stretto di Hormuz, spingendo Washington a minacciare di usare la forza e l’Iran a rispondere con le sue potenti manovre. Questo ha spinto Washington a ritirarsi con lo slogan che non è alla ricerca di problemi con nessuno.
Questa cortesia statunitense è stata accompagnata da una escalation europea e da messaggi turchi. Da un lato, la Turchia ha ribadito la sua offerta di riprendere la sua mediazione sul dossier nucleare, dopo il doppio annuncio iraniano sulle attività di arricchimento e la disponibilità a negoziare, mentre d’altra parte, l’Europa ha deciso di interrompere l’importazione del petrolio iraniano, senza fissare delle date precise.
Ciò significa:
Che l’Iran ha organizzato è un’alternativa al mercato petrolifero europeo – e in particolare la Grecia – grazie alla Cina, ma ha anche organizzato le sue alternative bancarie tramite le banche cinesi.
Che l’Iran è riuscito a torcere il braccio di Washington e affronta la caparbietà europea con un misto di diplomazia e spettacolo di potenza. L’Iran ha accettato di concedere un ruolo alla Turchia nei negoziati, a condizione che cambiasse la sua posizione nei confronti della crisi siriana, come è stato affermato dal capo del comitato di sicurezza del parlamento iraniano.
Che l’Iran è riuscito a sottrarre i riflettori internazionali e alla crisi siriana, costituendo un contrattacco i cui segni hanni iniziato a emergere in parallelo al ritiro statunitense dall’Iraq.

Nuove analisi: il fronte della bancarotta e le bande terroristiche di al-Midan
Gli incidenti siriani hanno offerto un quadro più realistico dei movimenti delle lotte interne all’opposizione siriana, il cui stato di degrado e di decadenza del discorso tra le sue varie parti e gruppi, viene affrontato con disprezzo da tutti i circoli. Infatti, il mancato raggiungimento di un accordo su un documento congiunto tra il Consiglio di Istanbul e il comitato di coordinamento ha rivelato la dimensione del degrado politico che incide sulla struttura dei movimenti dell’opposizione siriana, e la portata dei loro legami con l’alleanza coloniale, soprattutto nel caso del consiglio di Istanbul, il cui programma si è limitato agli appelli a una guerra globale contro la Siria, al fine di imporre la famosa agenda di Colin Powell e garantire l’egemonia di Israele nella regione.
Inoltre, ha dimostrato il fallimento della alleanza regionale occidentale, che ospita queste componente per ottenere ciò che i pianificatori statunitensi e gli esecutori del Qatar e della Turchia, pensavano costituisse una struttura politica che rappresentasse un coeso fronte locale, nel piano per distruggere la resistenza siriana, o anche un’autorità alternative.
Dopo di che l’insistenza sull’iniziativa araba, che costituiva la caratteristica principale della retorica politica delle opposizioni, questi movimenti di opposizione sono rimasti sconvolti nel vedere la sottomissione alle condizioni del comando siriano e la firma del protocollo di cooperazione tra lo Stato siriano e la Lega araba. E invece di accogliere questo passo e completare l’iniziativa con il lancio del dialogo nazionale, il consiglio di Istanbul ha lanciato una campagna di calunnie contro l’iniziativa, la Lega araba e il team degli osservatori, accusandoli così di aver cospirato con le autorità siriane. Questo è stato il risultato pratico della determinazione statunitense nel voler contrastare l’iniziativa araba e aprire le porte all’internazionalizzazione, i cui punti principali sono stati rivelati dalle raccomandazioni dei pianificatori statunitensi di Washington.
Lo stato siriano è riuscito a guadagnarsi il riconoscimento per la sua cooperazione con la missione della Lega ed è stato in grado di confermare la realtà delle strade siriane e il resoconto ufficiale sulla presenza di proteste limitate – compresi dei partigiani dell’opposizione – nelle campagne delle province centrali, in parallelo alla presenza di bande armate affiliate all’opposizione e al consiglio di Istanbul, ma soprattutto con il gruppo dei Fratelli Musulmani e i gruppi takfiri guidati da Adnan al-Arour, dell’Arabia Saudita.
Le operazioni terroristiche e gli attentati suicidi mirano a compensare l’incapacità dei movimenti di opposizione – con tutte le loro formazioni politiche, organizzative e popolari – ad ampliare la portata geografica delle proteste, a causa della grande assenza popolare nella partecipazione a queste attività, il cui slogan si concentra sull’intervento straniero, mentre ignorano completamente le riforme.
Gli ultimi mesi alcuni degli eventi siriani hanno eliminato molte maschere e dimostrato le invenzioni dei media. Di conseguenza, i cittadini siriani stanno vivendo una realtà, cioè quella del sostegno a favore dello stato nazionale e dell’esercito siriano, nell’imporre la stabilità e nel liquidare i pozzi del terrorismo e del takfirismo, in un momento in cui la riforma è scomparsa dalla retorica del movimenti di un’opposizione in conflitto, ed è presente solo all’ordine del giorno del presidente Bashar al-Assad, che è determinato a modernizzare lo Stato siriano basandosi sull’opzione dell’indipendenza, della resistenza e del pan-arabismo.

Nuove analisi: le piccole guerre di Petraeus e l’uso delle fazioni del takfirismo
E’ noto, in base agli sviluppi in corso nella tormentata regione, che è stata soprannominata dai pianificatori statunitensi Grande Medio Oriente, decenni fa, che le piccole guerre la cui gestione è stata assegnata alla CIA, prima di essere diretta dal generale David Petraeus, saranno il contenuto principale del piano di esaurimento degli USA, a cui il Pentagono fa affidamento come alternativa alle grandi guerre perdute, che hanno portato a catastrofi strategiche ed economiche, dopo quello che è successo in Iraq e Afghanistan negli ultimi anni. Queste piccole guerre si basano sulla riattivazione dei gruppi islamici del takfirismo, oltre all’alleanza con una nuova classe dirigente che emerge dalla organizzazione internazionale dei Fratelli Musulmani.
In questo contesto, è chiaramente basato sugli elementi del piano di Petraeus di gestione delle guerre mobili, che si basa sull’attivazione di tutte le reti armate del takfirismo nella regione araba e nel mondo islamico, al fine di costruire un muro settario di fronte alla crescente potenza iraniana e impedire la diffusione della resistenza e della cultura di liberazione, che costituisce il contenuto principale della retorica islamica iraniana, e dalla posizione nazionalista sostenuta da Hezbollah e dalla Siria. Mira inoltre a soffocare Hamas attraverso l’espansione del ruolo dei fondamentalisti e dei takfiri sull’arena palestinese.
I pianificatori statunitensi assegnano agli estremisti delle istituzioni wahhabite saudite la sponsorizzazione dei movimenti del takfirismo e il loro ruolo. Hanno così coperto di soldi il partito salafita al-Nour in Egitto, come stanno facendo nei confronti dei gruppi takfiristi in Siria, Iraq e Libano, dopo che hanno stabilito delle organizzazioni sul territorio libanese da tempo, per effettuare azioni terroristiche nel corso degli ultimi due decenni, cioè i gruppi Osbat al-Ansar, Jund al-Sham e Fatah al-Islam. Il lavoro di questi gruppi takfiristi, con tutte le loro sette estremiste ed etniciste in tutto il Grande Medio Oriente, sarà anche di accogliere i gruppi armati terroristici che gli statunitensi usano per colpire la sicurezza interna iraniana, dopo i segni di stanchezza e debolezza che hanno cominciato a mostrare le bande dell’organizzazione dei Mujahedeen e-Khalq.
Di conseguenza, il blocco dei media che è dedicato all’interferenza negli affari iraniani, destina parte delle proprie attività a stimolare e mobilitare i gruppi etnicisti all’interno del Paese e metterli contro le autorità iraniane. Per quanto riguarda le fazioni takfiriste, affiliate ad al-Qaida e guidata da Bandar Bin Sultan e i gruppi wahabiti all’interno di Siria, Libano e Iraq, il loro compito strategico sarà quello di evitare la stabilità in Siria, per mantenere il paese in una crescente dal crisi attraverso l’assassinio e il terrorismo, e di minacciare la stabilità del Libano e le formazioni politiche che stanno abbracciando la resistenza, trasformando alcune regioni libanesi in basi per il lancio di azioni di sabotaggio contro la Siria. In Iraq, la missione di queste fazioni sarà quello di impedire l’insorgere di un clima politico e di sicurezza che  permetterebbe la formazione di un’autorità incaricata di garantire il ritorno dell’Iraq recuperato al suo ambiente arabo e islamico. Infatti, i pianificatori statunitensi e israeliani temono che il riavvicinamento siro-iracheno-iraniano e l’evoluzione del legame verso un nuovo modello, costituirà una minaccia per l’esistenza di Israele e il suo ruolo.
Le piccole guerre di Petraeus vengono gestite da Washington, Riyadh e Doha tramite i gruppi takfiristi e le loro fazioni armate, mentre il test decisivo per questo piano si sta svolgendo in territorio siriano, dove la vittoria dello stato nazionale sul piano terroristico segnerà una svolta nella direzione opposta, e registrerà ancora una volta il fallimento degli USA.

Il dossier arabo: la Siria
La missione degli osservatori della Lega Araba ha continuato il suo tour nelle province e i suoi incontri con i cittadini, in un momento in cui i gruppi armati terroristici procedono con i loro atti di violenza e di sabotaggio, l’ultimo dei quali è l’esplosione terroristica attuata da un attentatore suicida nel quartiere al-Midan a Damasco, il Venerdì mattina, portando al martirio di 26 persone e il ferimento di 63 tra cui civili ed elementi della sicurezza.
Il Ministero dell’Interno ha indicato in un comunicato, che erano in corso indagini per scoprire le implicazioni di questo atto terroristico e arrestare i terroristi che minacciano i cittadini. Il ministero ha assicurato che colpirà con un pugno di ferro tutti coloro che osano manomettere la sicurezza del Paese e dei cittadini, invitando i cittadini a esercitare il loro ruolo e a cooperare con gli organi di sicurezza segnalando eventuali attività sospette e fornendo tutte le informazioni disponibili, per quanto riguarda i movimenti dei terroristi.
Il segretario generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi, ha indicato che Damasco ha rilasciato migliaia di detenuti e ha tolto i suoi veicoli militari dalle strade. Ha aggiunto, tuttavia, che gli assassini erano in corso e che sparatorie e cecchini erano ancora presenti nelle città. Ha così continuato: “E’ difficile dire chi sta sparando contro chi.” Da parte sua, l’ambasciatore Adnan al-Khodeir, il capo dell’ufficio operazioni degli osservatori arabi, ha affermato che nessuno avrebbe potuto determinare l’entità del successo della missione, per ora, aggiungendo che questo potrebbe essere determinato solo dal consiglio della Lega Araba. Il Vice Segretario Generale della Lega Araba, l’ambasciatore Ahmad Bin Helli, ha dichiarato: “E’ stato deciso di tenere le riunioni del comitato ministeriale di Domenica, per esaminare il rapporto preliminare del generale Mohammad Ahmad al-Dabi, il capo della missione degli osservatori arabi in Siria, per vedere quello che questa squadra ha rilevato sul campo dopo più di una settimana di osservazione.” D’altra parte, il portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Victoria Nuland, ha detto che Washington era preoccupata per il fatto che il regime siriano non ha soddisfatto tutti gli impegni assunti nei confronti della Lega Araba, circa nove settimane fa, ossia il fatto che la violenza non si è fermata. Ma Damasco ha risposto alle dichiarazioni della Nuland, come portavoce del ministero degli Esteri siriano Jihad Makdessi descrivendo queste accuse come nulle ed ha assicurato che appoggia la Lega Araba il cui lavoro la Nuland afferma di sostenere. Ha quindi sottolineato che queste dichiarazioni costituiscono una blanda interferenza nel lavoro della Lega e nella sovranità dei suoi Stati membri.

Iran
Martedì scorso, l’Iran ha minacciato di adottare misure nel caso in cui la Marina statunitense cerchi di inviare una portaerei nel Golfo, in un momento in cui il dipartimento della difesa USA, cioè il Pentagono, ha annunciato che gli Stati Uniti sosterranno la sua presenza nelle acque del Golfo, come aveva fatto per decenni.
D’altra parte, il ministro degli esteri iraniano Ali-Akbar Salehi ha annunciato, in una conferenza stampa congiunta con il suo omologo turco Ahmet Davutoglu a Teheran, la volontà dell’Iran di riprendere i colloqui sul nucleare in Turchia con il gruppo 5+1. Da parte sua, Davutoglu ha detto che ha trasmesso un messaggio di Ashton ai funzionari iraniani, dicendo che era in attesa della risposta iraniana al messaggio che aveva inviato ad ottobre e in cui assicurava che le superpotenze sono pronte a riprendere i negoziati. Ha aggiunto: “Ciò che è importante è che i negoziati continuino e che la Turchia sostenga ogni passo positivo in questa direzione.”

Yemen
Il governo di transizione yemenita ha concordato in linea di principio nel concedere al presidente Ali Abdullah Saleh e coloro che hanno lavorato con lui per tutta questi anni, la piena immunità contro processi giuridici e legali  all’interno ed all’esterno dello Yemen.
Nel frattempo, delle dispute scoppiate tra il presidente Saleh e il suo vice Abed Rabo Mansur Hadi, a seguito di accuse di tradimento mosse dal primo al secondo. Questo ha spinto Hadi a minacciare di lasciare il paese se le pressioni esercitate su di lui da Saleh e dai suoi uomini non si fermano.

Egitto
La procura egiziana ha chiesto al tribunale criminale del Cairo la condanna a morte per impiccagione del deposto presidente egiziano Hosni Mubarak e di altri sette accusati di essere implicati nell’uccisione di manifestanti. Ha inoltre chiesto una condanna a 15 anni di carcere contro i figli Gamal e Alaa, e al latitante uomo d’affari Hussein Salem, accusati di aver tratto profitti illeciti e di spreco di fondi pubblici.
D’altra parte, i risultati preliminari delle elezioni dell’Assemblea del popolo ha rivelato un vantaggio dai movimenti islamici, in parallelo ad un notevole progresso registrato dal Partito al-Wafd  in alcune circoscrizioni, e un netto ritiro del blocco egiziano che è arrivato terzo.

Dossier israeliano
Il caso degli hacker sauditi che sono riusciti a rubare i dati relativi alle carte di credito di circa 400.000 israeliani, e la pubblicazione di alcuni dettagli circa i proprietari di queste carte, compresi i numeri delle loro carte, i loro indirizzi, nomi e numeri di telefono, occupa i titoli principali dei giornali israeliani di questa settimana. I giornali hanno anche affrontato le manovre che sono state e saranno condotta da Israele, dopo che la marina israeliana ha effettuato in modo sorprendente una massiccia manovra navale, in una base navale israeliana. Si parla anche di una manovra che presta sarà effettuata da Israele e dagli Stati Uniti per emulare uno scenario di difesa contro un attacco missilistico. Yediot Aharonot ha detto, in questo contesto, che l’esercito israeliano ha effettuato esercitazioni al confine con l’Egitto e Gaza, emulando lo scenario di un rapimento di soldati, aggiungendo che tutte queste attività sono spinte dal timori estremi prevalenti nell’esercito israeliano in merito al rapimento possibile di un altro soldato, come era accaduto nel caso del soldato Gilad Shalit.
Nel frattempo, i giornali affrontato diverse questioni importanti, come la decisione del comitato israeliano sull’energia nucleare – in coordinamento con il cosiddetto Comando del Fronte Interno – per fermare le attività nucleari dei reattori nucleari di Israele nel caso in cui il fronte interno dovesse essere sottoposti a un attacco missilistico. I giornali hanno anche parlato della riunione che si è svolta tra l’alto negoziatore palestinese Saeb Erekat e il procuratore israeliano Yitzhak Molcho, che è stata percepita da Israele come parte del contesto dei negoziati diretti con i palestinesi.
Yediot Aharonot ha anche menzionato che ci sono  grandi paure nell’esercito israeliano, in relazione al perseguimento possibile di elementi dell’esercito israeliano da parte di Hezbollah e delle altre organizzazioni, attraverso i social network, soprattutto su Facebook.

Dossier libanese
Il ministro della Difesa Fayez Ghosn ha assicurato ancora una volta, nelle dichiarazioni alla OTV: “Abbiamo informazioni chiare e l’esercito ha fatto irruzione a Erssal, alla ricerca di Hamza Karakoz. Ho messo in guardia i libanesi contro la presenza di al-Qaida perché io sono a capo di un’istituzione che è responsabile della sicurezza dei cittadini. E’ nostro dovere di politici e funzionari dire che il confine è infiltrato da alcuni estremisti, tra cui elementi di al-Qaida, ed è nostro dovere non nascondere le informazioni in modo che le cose non ci esplodano in faccia“.
Da parte sua, il capo del movimento al-Marada deputato Suleiman Franjieh, ha assicurato nel corso di una conferenza stampa: “Le dichiarazioni del ministro della difesa Fayez Ghosn, per quanto riguarda la presenza di elementi di al-Qaida in Libano, sono basate sui rapporti della sicurezza, dei militari e dell’intelligence dell’esercito libanese.” Ha paragonato la campagna mediatica contro Ghosn alle campagne del Movimento Futuro dopo il martirio del primo ministro Rafik al-Hariri, dicendo: “Coloro che commerciavano con il sangue del Primo Ministro martire, non esiteranno a commercio con il sangue del popolo di Erssal e Anjar Majdel, tra gli altri, perché un affarista rimane un affarista.”
L’ex primo ministro Saad al-Hariri ha risposto su Twitter dicendo: “Non è utile trasformare questo problema in un problema tra il popolo e l’esercito. Il problema risiede nelle affermazioni false che sono state negate dai ministri nel governo“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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