I banchieri israeliani e il progetto mediorientale

Dean Henderson – 5 maggio 2013

1245976338sharon_bank_leumi_checkQuesta mattina aerei da guerra israeliani hanno sganciato bombe sui sobborghi di Damasco per la seconda volta negli ultimi giorni. Con l’esercito siriano che avanza nettamente sul terreno contro i ribelli di al-Qaida finanziati dai sauditi e addestrati dagli israeliani, i banchieri Illuminati sono sempre più disperati nel tentativo di salvare la loro fallita operazione segreta. La Siria è un perno fondamentale per il loro tentativo d’imporre un modello neocoloniale per estrarre petrolio nella regione del Medio Oriente, un piano che ha avuto inizio nel periodo successivo alla Guerra del Golfo.

La carota e il bastone
La guerra del Golfo ha fornito un’occasione d’oro agli Stati Uniti per scoprire chi erano i loro amici e, soprattutto, chi erano i loro nemici. Il presidente Bush padre, dopo aver esser stato direttore della CIA, sapeva di dover agire da agente provocatore geopolitico, trascinando fuori dall’armadio tutti i nemici degli Stati Uniti per bersagliarli. Dopo la guerra, i Paesi che sostennero l’impegno furono premiati, spesso con fondi sauditi e kuwaitiani. Coloro che simpatizzarono per l’Iraq furono isolati ed esclusi dalla rete finanziaria globale. Poco dopo l’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto, la Siria e gli Stati del GCC firmarono la Dichiarazione di Damasco sollecitata dagli USA. L’accordo è un modello di compensazione finanziaria, politica e militare post-bellica per coloro che hanno sostenuto l’operazione Desert Storm. All’inizio della guerra del Golfo, l’Egitto doveva ai creditori esteri 35 miliardi di dollari. Quando il presidente Hosni Mubarak acconsentì l’invio di truppe egiziane, gli Stati Uniti annunciarono l’intenzione di condonare 6,7 miliardi dollari di debiti ai militari egiziani.[1] I sauditi e i kuwaitiani annunciarono una riduzione del debito di 7 miliardi di dollari. Nell’ambito della transazione, 38.000 truppe egiziane rimasero nella penisola saudita. L’Egitto ricevette 2,2 miliardi di dollari annualmente, in aiuti militari dagli USA, che utilizzò per l’acquisto di Apache, F-16 e missili Hellfire, Stinger e Hawk. L’aiuto militare israeliano arrivò a 3,1 miliardi dollari all’anno. Nel 1993 il Kuwait annunciò la fine del suo 42ennale boicottaggio d’Israele, mentre i sauditi smisero di far rispettare il loro boicottaggio.[2]
Quando la Siria si rifiutò di negoziare con Israele, il principe saudita Bandar intervenne. Israele serve da base avanzata per i succhiapetrolio Rothschild/Rockefeller e i loro amici bancari europei. Ashqelon, in Israele, è fondamentale per il commercio dei diamanti della De Beers, finanziata dall’Unione delle Banche, società controllata dalla Bank Leumi, la più grande banca commerciale d’Israele. Bank Leumi è controllata dall’inglese Barclays, una delle quattro banche britanniche che presiedono il Triangolo d’Argento caraibico del riciclaggio di droga e denaro. La famiglia del presidente della Bank Leumi, Ernst Israel Japhet controlla la Charterhouse Japhet, di cui Barclays detiene anche una quota di grandi dimensioni. Charterhouse monopolizza il commercio di diamanti tra Israele e Hong Kong. I Japhet sono una dinastia bancaria tedesca. Furono coinvolti nelle guerre dell’oppio cinesi con i Keswick, Inchcape e Swire. Il fiduciario della Bank Leumi, barone Stormont Bancroft, un ex lord della Regina Elisabetta II e proprietario della Cunard Lines, è un membro della famiglia Samuel che possiede grandi quote della Royal Dutch/Shell e della Rio Tinto. La famiglia Bancroft possiede una grande partecipazione del Wall Street Journal.
Japhet è stato direttore della BCI di Tibor Rosenbaum, istituita nel 1951 dopo la creazione d’Israele, per operare come lavanderia finanziaria svizzera del Mossad. Rosenbaum è stato importante per la fondazione sionista d’Israele, ma non era un amico del popolo ebraico. Tibor era un associato del dottor Rudolph Kastner, il cui buon amico Adolf Eichmann mandò 800.000 ebrei a morte ad Auschwitz. Un articolo della rivista Life del 1967, affermava che la BCI aveva ricevuto 10 milioni di dollari sporchi dalla World Commerce Bank di Meyer Lansky, nelle Bahamas. La seconda banca d’Israele è la Bank Hapoalim, il cui fondatore e proprietario è il visconte britannico Erwin Herbert Samuel, un altro insider della Royal Dutch/Shell. Samuel dirige la Croce Rossa israeliana, un braccio dell’intelligence britannico, ed è cavaliere di San Giovanni di Gerusalemme. Anche la Bank Hapoalim è affiliata alla BCI. Un terzo colosso bancario israeliano è l’Israel Discount Bank, al 100% di proprietà della Barclays, che controlla i finanziamenti e i fondi israeliani alla British Broadcasting Corporation (BBC). Sir Harry Oppenheimer, presidente della De Beers dalle origini anglo-americane, siede nel consiglio della Barclay che comprende cinque membri Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme della Regina Elisabetta, più di qualsiasi altra azienda al mondo.[3]
La Paz Oil detiene il monopolio dei settori petrolifero, petrolchimico e armatoriale d’Israele. Paz è controllata dalla famiglia Rothschild, che fu determinante per la fondazione d’Israele. Gli azionisti includono la Banca  commerciale dello svizzero-israeliano Tibor Rosenbaum, il boss di Detroit ed insider della United Brands Max Fischer, e Sir Isaac Wolfson, membro di una vecchia danarosa dinastia europea e consigliere politico del primo ministro britannico Margaret Thatcher. I membri del consiglio della banca commerciale svizzero-israeliana comprendono l’insider della Permindex generale Julius Klein, il banchiere argentino David Graiver e il segretario al Commercio di Carter Phillip Klutznick.[4]
La Siria inviò truppe a combattere in Iraq e ricevette dai sauditi e dal Kuwait il finanziamento per l’acquisto di 48 caccia MiG-29, 300 avanzati carri armati e un nuovo sistema di difesa aerea. Nel febbraio 1991, il presidente siriano Hafiz Assad ricevette 2 miliardi di dollari di aiuti dai sauditi e dai kuwaitiani. Alla Siria venne permesso d’impadronirsi di territori nel nord del Libano, durante la guerra, frantumando la milizia cristiana del generale Michele Aoun. Il 15 ottobre 1990 le truppe siriane presero Beirut.
Il Senegal ebbe 42 milioni di dollari di debito cancellati dagli Stati Uniti, avendo partecipato all’operazione Desert Storm e inviato forze di pace in Liberia, dove il burattino della CIA Samuel Doe era stato messo alle corde dai rivoluzionari di Charles Taylor. Doe, che stava proteggendo le piantagioni di gomma della Firestone e le miniere di diamanti della DeBeers, venne rovesciato, accusato di tradimento e giustiziato. Nel 2003, secondo l’Economist, la CIA inviò aiuti militari alla Guinea, utilizzati per finanziare due gruppi controrivoluzionari liberiani per spingere il nuovo presidente Charles Taylor all’esilio in Nigeria. Gli Stati Uniti quindi emisero un mandato dell’Interpol per Taylor, che la Nigeria si rifiutò di riconoscere.
Marocco e Tunisia inviarono truppe nel Golfo e furono premiati dall’aiuto del Kuwait e saudita. Le nazioni del Maghreb nordafricano, Algeria, Mauritania, Sudan e Libia denunciarono tutte con veemenza il bombardamento statunitense dell’Iraq. Yemen, Giordania e Autorità palestinese fecero lo stesso. Nel 1990, l’Arabia Saudita vietò la vendita di petrolio a Mauritania, Yemen, Sudan e  Giordania. L’Arabia Saudita e il Kuwait cancellarono i 100 milioni di dollari che dovevano consegnare all’Autorità palestinese, mentre continuavano a finanziare la fondamentalista Hamas. Al vertice islamico del dicembre 1991 a Dakar, in Senegal, il principe ereditario saudita Abdullah rispose a un tentativo di abbraccio di Yasser Arafat con un laconico: “Niente baci per favore“. Adbullah si rifiutò anche di parlare con il re di Giordania Hussein.
I membri del Consiglio di Sicurezza che votarono “sì” alla risoluzione 678  furono anch’essi premiati. La Cina ottenne un prestito della Banca Mondiale di 140 milioni di dollari. La Russia ottenne 7 miliardi di dollari dagli Stati del GCC. Il Congo ebbe una grossa fetta del debito estero condonato e ricevette aiuti militari, mentre Colombia ed Etiopia ricevettero gli aiuti della Banca Mondiale. Gli USA prontamente versarono i 187 milioni di dollari ai delinquenti dell’ONU, che gli dovevano.[5]
Il giorno dopo che lo Yemen diede un solitario “no” alla risoluzione 678, gli Stati Uniti gli cancellarono un pacchetto di aiuti di 42 milioni dollari. L’ambasciatore all’ONU dello Yemen si sentì dire da un diplomatico degli Stati Uniti, il giorno in cui lo Yemen votò, “Questo è il voto più costoso mai dato“.  I sauditi punirono il loro vicino meridionale chiedendo a migliaia di lavoratori yemeniti impiegati nel Regno, di trovare sponsor sauditi per non essere  espulsi. Dopo la guerra, i lavoratori yemeniti, palestinesi e giordani furono sostituiti in massa, in tutte i sei Stati del GCC, che inoltre annullarono 28 milioni dollari di aiuti allo Yemen.[6] La Giordania perse 200 milioni di dollari di aiuti sauditi, assistenza che di norma copriva il 15% del bilancio di Amman. Gli Stati Uniti cancellarono un pacchetto di 37 milioni dollari di aiuti alla Giordania che, come principale partner commerciale dell’Iraq, subì ulteriori conseguenze economiche causate dall’embargo ONU.[7]
Per alcuni Paesi le conseguenze per aver criticato la politica estera degli Stati Uniti furono assai più drastiche. In Etiopia, il governo di Mengitsu Haile Mariam aveva cominciato a denunciare la guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq, nonostante il suo precedente “sì” alle Nazioni Unite. Mariam fu rovesciato da una coalizione di ribelli tigrini, eritrei e oromo, che poi sorvegliarono l’ambasciata statunitense a Addis Abeba, davanti cui migliaia di etiopi si riunirono per protestare contro il coinvolgimento degli Stati Uniti nel colpo di Stato.[8] In Algeria, dove il ministro del petrolio del Paese e presidente dell’OPEC, Sadiq Bussena, accusò i venditori di future energetici statunitensi  di manipolare i prezzi del petrolio durante la Guerra del Golfo, il Gruppo islamico armato fondamentalista (AIG) lanciò una campagna terroristica sanguinaria. L’Algeria era un leader dei falchi del prezzo nell’OPEC e i sauditi volevano togliere Boussena dalla presidenza dell’OPEC. Il presidente algerino Chadli Benjedid accusò i sauditi di finanziare l’AIG. Molti algerini vi videro la mano della CIA. La moneta dell’Algeria fu svalutata e nel gennaio 1992 Benjedid venne dimesso. Il primo ordine del giorno del nuovo governo fu approvare la legge sugli idrocarburi, che aprì i giacimenti di petrolio dell’Algeria ai Quattro Cavalieri. Il petrolio dell’Algeria, ricercato per il suo basso contenuto di zolfo, era storicamente gestito dalla Sonatrach statale. Molti membri dell’AIG riemersero per combattere nella guerra della CIA contro la Jugoslavia.

Note
[1] “Power, Poverty and Petrodollars: Arab Economies after the Gulf War”. Yahya Sadowski. Middle East Report. Maggio-Giugno 1991. p.7
[2] “Report Says Bush’s Sons Lobbied for Kuwait Business”. AP. Joplin Globe. 8-30-93. p.3A
[3] Dope Inc.: The Book that Drove Kissinger Crazy. The Editors of Executive Intelligence Review. Washington, DC. 1992. p.200
[4] Ibid.
[5] “An Enemy of Mankind”. Storm Warning. Seattle. Gennaio 1992.
[6] Sadowski. p.10
[7] Morning Edition. National Public Radio. 6-20-91
[8] “Birth Pains of a New Ethiopia”. Gayle Smith. The Nation. 7-1-91. p.1

Dean Henderson è autore di quattro libri: Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve & Stickin’ it to the Matrix. È possibile iscriversi gratuitamente al suo settimanale Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La politica degli Stati Uniti verso il Gasdotto Iran-Pakistan

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 1 aprile 2013

000_nic6197129_siUno degli aspetti del mutamento della forma dalla guerra, avviato dalla seconda guerra mondiale, è lo strumento aggressivo non militare dello ‘strangolamento economico’ attraverso cui le grandi potenze cercano di sottomettere politicamente i Paesi nel loro mirino. Purtroppo lo sviluppo e l’applicazione di questo strumento sono stati facilitati in larga misura dal cattivo uso dell’aspetto, altrimenti positivo, dell’integrazione del sistema economico internazionale. Gli abusi sono stati per lo più commessi dagli USA e dai loro alleati dell’Unione Europea (UE) che sono riusciti a prendere il controllo del sistema giuridico ed economico internazionale fin dall’inizio, per via del loro dominio politico-economico sulle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), ecc, e anche delle rotte internazionali del commercio. È un fatto noto che questo ‘strumento’ sia applicato sotto forma di “sanzioni” e di manipolazione geopolitica di FMI, BM, ecc. Tuttavia, gli intricati meccanismi di tutto ciò non sono molto seguiti dalle pubblicazioni generalmente disponibili. Di fatto, la consapevolezza di ciò è uno degli aspetti essenziali per un qualsiasi serio studio degli scenari internazionali attuali e previsti. Uno degli studi più rilevanti su questo contesto, riguarda gli attuali sforzi per strangolare economicamente il progetto del gasdotto Pakistan-Iran (IP) da parte degli statunitensi. Questo progetto è economicamente cruciale per entrambi i Paesi, ma gli USA ritengono il suo fallimento di vitale importanza per la propria politica estera in questa regione. Questo breve articolo presenta una elaborazione analitica dei meccanismi dello ‘strumento’ per lo strangolamento economico, e della sua applicazione da parte degli Stati Uniti nel caso dell’IP Pipeline Gas Project.
Il moderno sistema economico mondiale (dal dopoguerra), è caratterizzato da una complessa interdipendenza, evolutasi dalle rovine della recessione economica pre-bellica. Fu pensato affinché un sistema del genere portasse non solo all’interdipendenza, ma che anche garantisse la stabilità economica al fine di evitare un collasso economico. Il dollaro USA divenne la moneta di scambio centrale di questo sistema, e l’intero sistema fu istituzionalizzato attraverso la definizione di FMI e Banca mondiale. Gli Stati Uniti svolsero un ruolo centrale non solo nella creazione del sistema, ma anche nella sua espansione mondiale. Anche se il presidente Nixon sospese la convertibilità tra dollaro e oro, elemento centrale del sistema, [i] il dollaro continua ad essere la moneta di scambio centrale nel commercio internazionale, consentendo agli Stati Uniti di ‘dirottare’ le economie dei Paesi presi di mira. La stessa espansione del sistema capitalista, od ‘occupazione finanziaria’ del mondo da parte del capitalismo occidentale, è unico, nel senso che viene utilizzato come arma della guerra economica. Le politiche economiche di oggi non solo sono dirette a garantire la prosperità economica dello Stato, ma anche a raggiungere determinati obiettivi politici. Il dominio politico-economico sull’economia mondiale e le sue istituzioni, da parte delle economie sviluppate, gli permette di tradurre questo dominio in un efficace strumento di politica estera. Vi sono diverse dimensioni nell’applicazione di questo strumento, tuttavia, lo strangolamento economico è l’aspetto sempre più di frequente utilizzato negli ultimi anni dalle maggiori potenze. Sanzioni economiche, boicottaggi, rifiuto dei fondi ai programmi di sviluppo sono gli strumenti sempre più applicati contro i Paesi destinatari, al fine di influenzarne la politica. Cosa motivi l’applicazione di questi strumenti è stato oggetto di molti studi. C’è un dibattito tra gli intellettuali, alcuni sostengono che l’aspetto economico è più importante di quello politico; altri sostengono il contrario. Oltre a questo, vi sono altri che parlano a favore del fattore geo-politico, anche se non è l’unico, ma uno dei più importanti fattori contemporanei. [ii] Anche se è difficile stabilire categoricamente quale fattore influisca di più rispetto agli altri, nel caso del Gasdotto IP, dato l’attuale scenario politico in Pakistan e Iran nei confronti degli Stati Uniti, sembra che sia il fattore geopolitico quello più esplicitamente applicato. Le “preoccupazioni” degli Stati Uniti in merito a questo progetto hanno basi geopolitiche e ne spiegano l’opposizione al progetto. L’importanza geopolitica del Pakistan e dell’Iran, secondo le attuali circostanze regionali, per gli Stati Uniti può essere interpretata quando si prendono in considerazione sia le dinamiche interne che esterne dei sistemi politici di entrambi i Paesi. Per iniziare, è importante avere una comprensione concettuale di cosa sia il fattore geopolitico e come viene misurato.
La geopolitica viene spesso definita in termini di relazioni causali tra potere politico e spazio geografico, tra potere effettivo dello Stato e il suo impatto sulle sue relazioni con gli altri Stati. [iii] La geopolitica, pertanto, si correla non solo alle potenzialità dello Stato, ma anche alla sua capacità di tradurre le sue risorse in potere effettivo, nella sua posizione nel mondo, nella sua importanza in date circostanze e nella sua posizione geografica verso i Paesi vicini [iv]. Data la peculiare natura volatile del sistema politico internazionale, in misura ragionevole è l’ambiente esterno che aumenta o riduce l’importanza geopolitica di uno Stato rispetto ad un altro Stato. Il sistema internazionale è una sorta di oligarchia che cinque grandi potenze dominano dalla fine della seconda guerra mondiale. Il fattore geopolitico è, quindi, anche da intendersi in termini di importanza di uno Stato (secondario) per l’agenda di uno Stato (Potenza). E’ questo particolare aspetto del fattore geopolitico ad essere assai rilevante nel caso del progetto del Gasdotto IP. Come indicato in precedenza, la materializzazione di questo progetto può avere implicazioni significative per gli obiettivi eurasiatici e mediorientali degli Stati Uniti. E’ in questo contesto, quindi, che l’importanza geopolitica del Pakistan e dell’Iran per gli Stati Uniti deve essere compresa, come anche le politiche degli Stati Uniti verso questi due Paesi nell’attuale scenario politico regionale.
Quando applichiamo il concetto geopolitico all’Iran e al Pakistan, nelle attuali circostanze, diventa abbastanza evidente perché gli Stati Uniti si oppongano all’IP Pipeline Gas Project, facendo pressione sul Pakistan. In primo luogo, analizzeremo l’importanza geopolitica dell’Iran. L’Iran è uno dei principali Paesi dell’Asia occidentale. Il suo programma nucleare e le sue possibili implicazioni per l’intera regione, la sua disposizione ideologica, i suoi enormi giacimenti di petrolio e l’importanza strategica ed economica dello Stretto di Hormuz, fanno dell’Iran un importante attore regionale. La transizione dell’Iran da Stato laico a Stato ideologico ha provocato la grande trasformazione del suo valore geopolitico per gli Stati Uniti e per altri Stati della regione. Ha completamente cambiato la prospettiva dell’Iran, nei calcoli degli Stati Uniti, da “pilastro” della politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente a potenziale nemico da non sottovalutare, trasformando ex-alleati in nemici e vecchi nemici in amici. Questa trasformazione sarebbe sufficiente ad illustrare il punto secondo cui è l’ambiente esterno che incide, in misura ragionevole, sull’importanza geopolitica in determinate circostanze. Dal punto di vista strategico, l’Iran è collegato non solo al Medio Oriente, ma anche all’Asia del Sud-Ovest e del Sud. Perciò, un Iran economicamente potente e nucleare, comprometterebbe gli obiettivi del dominio geostrategico e geoenergetico degli Stati Uniti su tutta la ricca regione petrolifera. Allo stesso modo, la preparazione militare iraniana, il suo graduale spostamento verso l’energia nucleare, i suoi enormi giacimenti di petrolio e il significato estremamente cruciale dello Stretto di Hormuz per i rifornimenti di petrolio verso numerosi Paesi, rendono il caso iraniano altamente significativo. Ora è in questo contesto che la politica della sanzioni contro l’Iran degli Stati Uniti deve essere capita. Questa politica punta ad obiettivi di un”occupazione finanziaria’ volti contro l’azione di un Paese che cerca di trasformare le proprie risorse potenziali in potenza reale, cioè ad usare le risorse potenziali per costruire una potenza militare, sviluppare tecnologie avanzate e svilupparsi economicamente e politicamente. Un breve sguardo al tipo e alla gamma di sanzioni imposte all’Iran sarà sufficiente ad illustrare questo punto.
A quanto pare, la ragione per imporre sanzioni all’Iran è cambiarne la politica nucleare, tuttavia, come indicato prima, il nucleare può essere solo ‘un fattore’ ma non ‘il fattore’. L’importanza geopolitica dell’Iran, come evidenziato sopra, fornisce una combinazione di fattori a causa della quale gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di contenerlo utilizzando l’opzione della guerra del 21° secolo, vale a dire lo strangolamento economico. L’Iran Sanctions Act è il nucleo delle sanzioni sull’energia adottate dagli Stati Uniti. La decisione dell’Iran di aprire l’industria energetica agli investimenti stranieri nel 1995, fornì agli Stati Uniti la possibilità di danneggiarlo, ed ecco quindi la legge sulle sanzioni. Si tratta di un “atto extra-territoriale” che consente agli Stati Uniti di controllare e imporre sanzioni su imprese estere e multinazionali, molte delle quali sono state costituite da alleati degli USA. [v] La ‘complessa interdipendenza’ del moderno sistema economico, il dominio degli USA e dei loro alleati su questo sistema economico, le sue istituzioni e le sue politiche, aiutano gli Stati Uniti ad imporre e rendere operative le sanzioni. La gamma di sanzioni include non solo il settore energetico, ma anche la vendita di armi e munizioni, il settore bancario, le operazioni militari dell’Iran, le Guardie rivoluzionarie, il commercio, gli investimenti e il settore finanziario (rapporti con la banca centrale dell’Iran). [vi] Anche se gli Stati Uniti non sono stati in grado di raggiungere i risultati desiderati, le sanzioni ai principali settori economici dell’Iran hanno colpito, facendo declinare le esportazioni di petrolio e di gas, nonché abbassando il tasso di cambio del Rial. L’instabilità economica rischia di avere ripercussioni politiche, almeno nei calcoli degli Stati Uniti. Ora, in questo scenario, il gasdotto IP è assai importante per poter rinvigorire l’economia in declino dell’Iran. A causa delle sanzioni imposte, l’export energetico iraniano, una delle risorse principali di entrate di valute estere, è diminuito considerevolmente. Con il completamento di questo gasdotto, l’Iran sarebbe in grado di dare un impulso positivo alla sua economia declinante, e quindi di diminuire l’effetto delle sanzioni sconfiggendo l’azione politica degli Stati Uniti verso l’Iran. E’ per questo motivo che gli Stati Uniti vedono tale progetto non nei suoi aspetti politici o economici, ma dal punto di vista geopolitico, perché il completamento di questo progetto potrebbe anche migliorare il peso politico dell’Iran nella regione, quindi il progetto viene considerato non solo come un progetto, ma come una potenziale cooperazione tra Iran e Pakistan che a lungo termine avrebbe importanti implicazioni per gli obiettivi degli Stati Uniti in Afghanistan. [vii]
D’altra parte, l’importanza del Pakistan per gli Stati Uniti è immensa, data l’esigenza, urgente e critica, degli USA di raggiungere una soluzione negoziata in Afghanistan, soprattutto con i taliban,  permettendo agli Stati Uniti di raggiungere i loro ‘obiettivi minimi regionali’. E’ quindi di primaria importanza per gli Stati Uniti mantenere il Pakistan nel loro campo, e il Pakistan è ben consapevole di questo fattore. [viii] Tuttavia, il finale di partita si avvicina in Afghanistan e la rapida evoluzione degli equilibri interni di potere tra taliban e il governo afgano sostenuto dagli  USA, può incidere negativamente sulle relazioni Pakistan-USA, così come anche sulla questione dei mega-progetti TAPI e CASA-1000. Anche se il Pakistan spera di ottenere un’esenzione, come la Cina e l’India, la storia della volatilità dei rapporti pakistano-statunitensi, spesso trasformatisi anche in azioni abrasive e aggressive anti-Pakistan degli Stati Uniti dagli anni ’90, come la recente crescente sfiducia reciproca, sono fattori che ostacolano la possibilità di una qualsiasi ‘risaldatura dei rapporti’, almeno nell’immediato futuro. E’ nel contesto della guerra afghana e della percezione degli Stati Uniti di un Pakistan doppiogiochista, che si ha la necessità di vedere la situazione attuale. L’inaffidabilità e l’incertezza del futuro, e la crisi energetica in rapido deterioramento non hanno lasciato al Pakistan altra scelta che cercare delle alternative. Inoltre, non è solo questo il fattore che spiega importanza geopolitica dell’Afghanistan per il Pakistan. Il Pakistan è l’unica potenza nucleare islamica ed ha enormi risorse naturali. Anche se il Pakistan deve ancora tradurre questo potenziale potere in potenza effettiva, si deve tenere in conto il potere sul terreno che il Pakistan possiede.  L’impatto della nuclearizzazione che il Pakistan ha deciso nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, è negativo sulle politiche delle principali potenze nei confronti del Pakistan, in questo scenario. Una potenza nucleare come il Pakistan, economicamente e politicamente stabile e con una forte potenza militare e una cultura strategica può diventare un ostacolo agli obiettivi regionali degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, opponendosi e minacciando sanzioni, vogliono mantenere il Pakistan a disposizione dei progetti energetici da essi sponsorizzati, e perciò usano anche la leva dell’indebita influenza da esercitare negli affari interni del Pakistan. [ix] Gli Stati Uniti dunque fanno pressione sul Pakistan mostrando le loro “profonde preoccupazioni” sulla finalizzazione di questo progetto. Come nel caso dell’Iran, l’importanza geopolitica del Pakistan riguardo gli interessi regionali degli Stati Uniti, è il fattore dominante che detta la politica estera degli Stati Uniti attraverso la minaccia di sanzioni.
Per aumentare il rispetto internazionale delle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti contro l’Iran, il presidente degli USA Barak Obama ha emesso un ordine esecutivo, il 1 maggio 2012, che autorizza il dipartimento del Tesoro ad individuare e sanzionare (escludendo dal mercato statunitense) persone e società estere che aiutano l’Iran e la Siria ad eludere le sanzioni multilaterali degli Stati Uniti. L’Unione europea ha già preso provvedimenti contro l’Iran in combutta con il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, fin dal 2011. [x] L’ordine esecutivo del Presidente degli Stati Uniti è destinato a garantire il massimo rispetto delle sanzioni imposte all’Iran. In altre parole, questo ordine esecutivo è uno strumento della politica estera e della manipolazione di altri Stati della politica degli Stati Uniti nelle regioni extra-territoriali, come il Pakistan nel caso del progetto del gasdotto IP.  Lo strangolamento economico da parte degli Stati Uniti spiega il rifiuto dell’Oil and Gas Development Company Limited del Pakistan (ODGCL) e della Banca Nazionale del Pakistan nel finanziare questo progetto, a causa del timore di sanzioni dagli Stati Uniti. Il 22 dicembre 2011, la Banca Nazionale del Pakistan (NBP), responsabile per la raccolta dei finanziamenti del progetto, informava il comitato direttivo del Comitato di coordinamento economico (ECC) dell’Iran-Pakistan (IP) Pipeline che aveva “filiali in diversi Paesi e quindi temeva che questi rami vengano chiusi a causa delle sanzioni degli Stati Uniti.” Successivamente, la NBP usciva dal progetto. Nel dicembre 2011, la OGDCL “già in ristrettezze monetarie a causa del debito circolare, informava che i suoi investitori statunitensi avevano minacciato di ritirarsi se l’azienda finanziava l’IP Pipeline Gas Project.” Successivamente, l’OGDCL abbandonava il progetto. Il 14 marzo 2012, la Banca industriale e commerciale della Cina (ICBC), di Pechino, si ritirava dall’accordo per finanziare il  progetto del gasdotto. Il 14 maggio 2012, la Gazprom, il più grande estrattore di gas naturale del mondo, abbandonava il progetto del gasdotto. [xi] Di conseguenza, al Pakistan non è rimasta altra scelta che chiedere all’Iran di finanziare la parte del progetto del gasdotto del Pakistan. Ma, come accennato in precedenza, l’economia iraniana fatica a causa delle sanzioni degli Stati Uniti, e deve essergli molto difficile finanziare il progetto. La condizione dell’economia iraniana può essere giudicata dal fatto che l’Iran non ha potuto pagare le importazioni di grano dall’Ucraina, il 6 e il 7 febbraio 2012, e l’Iran ha un debito equivalente a 144 milioni dollari per il riso inviatogli dall’India. [xii]
Non si tratta solo delle preoccupazioni degli Stati Uniti riguardo il loro futuro in Afghanistan, il progetto IP ha anche molto a che fare con il futuro del gasdotto TAPI sponsorizzato dagli Stati Uniti, che deve attraversare Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, un mezzo volto a materializzare gli obiettivi geo-strategici e geo-energetico degli Stati Uniti nella regione eurasiatica e sud-asiatica. [xiii] Ma il futuro del TAPI nonché della linea di trasmissione dell’energia elettrica CASA-1000, tra Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan e Pakistan, è assai incerto a causa della situazione interna dell’Afghanistan. Fino a quando l’ordine non sarò ripristinato in Afghanistan, e il mandato del governo ristabilito nelle aree tribali del Pakistan, non ci si può aspettare di vedere che questi progetti siano finalizzati. Inoltre, la rapida evoluzione della situazione interna dell’Afghanistan e la prospettiva che i taliban emergano quale forza politica rischiano di rendere la situazione ancor più complessa, perché fu lo stesso progetto TAPI che avrebbe innescato il conflitto tra Stati Uniti e taliban alla fine degli anni ’90. [xiv] E’ per questo motivo che gli Stati Uniti  esprimono più volte la loro preoccupazione sul progetto del gasdotto IP, che offre una alternativa migliore al TAPI perché, senza tenere il Pakistan impegnato sull’obbligo costruttivo previsto o sulla politica del gasdotto, gli Stati Uniti potrebbero dover affrontare maggiori difficoltà, non solo  ritirando le proprie forze, ma anche nel pianificare guerre per la loro presenza militare e non militare in Afghanistan. È per questo che il Pakistan deve osservare con scetticismo le obiezioni degli Stati Uniti al progetto del gasdotto, perché si basano su un contesto regionale più ampio. Il gasdotto, per esempio, aiuterà l’Iran a tenere a bada la crescente influenza degli Stati Uniti in Afghanistan e Pakistan. Sfruttando i suoi vasti giacimenti di gas, l’Iran può migliorare la sua economia ed esercitare influenza politica, e l’ultima cosa che Washington vuole è affrontare  Teheran che gode di un notevole peso regionale e che, quindi, possa sfidare la pressione degli Stati Uniti [xv], oltre ad obbligare il Pakistan ad aderire ai progetti degli USA.
I fattori spiegati sopra mostrano che la geopolitica è uno dei fattori più importanti nel determinare gli obiettivi della politica estera, e lo strangolamento economico come uno dei mezzi più applicati in politica estera per raggiungere tali obiettivi. L’importanza geopolitica è determinata soprattutto dalla posizione e dal potenziale di uno Stato, tuttavia, l’ambiente esterno in cui gli Stati agiscono modella considerevolmente anche l’importanza di uno Stato nelle circostanze date. Lo scenario geopolitico regionale nell’Asia occidentale e meridionale, e la presenza degli Stati Uniti in Afghanistan nel raggiungimento dei loro obiettivi, sono i fattori principali dietro la politica dei gasdotti. Gli Stati Uniti sono in grado di raggiungere i loro obiettivi non solo attraverso l’uso della forza, ma anche attraverso lo strangolamento economico dei Paesi presi di mira, quindi con le sanzioni. Le dinamiche intricate dello strangolamento economico e dell’imposizione della sanzioni hanno fondamenti più geopolitici che economici, che se non sono militari, restano coercitivi. E’ la particolare struttura del sistema economico internazionale che consente alle grandi potenze di raggiungere i loro obiettivi economici e politici isolando gli Stati presi a bersaglio. Gli Stati Uniti, grazie al loro dominio sul sistema economico internazionale, cercano di fare pressione su Pakistan e Iran minacciando sanzioni e strangolamento economico per via del progetto del gasdotto IP, ritenuto tale da compromettere gli obiettivi degli Stati Uniti nella regione.

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Note:
[i] Michael Veseth, “What is Political Economy?” International Relations, Vol. 2, International Political Economy (2001), 3
[ii] Julien Reynaud, Julien Vauday, “IMF Lending and Geo-Politics” European Central Bank 965(2008), 11
[iii] Oyvind Osterud, “The uses and abuses of Geo-politics.” Journal of Peace Research 25 (1998), 191
[iv] Julien Reynaud, Julien Vauday, 15
[v] Kenneth Katzman, “Iran Sanctions” Congressional Research Service (2013), 7
[vi] Ibid.
[vii] Vedasi March 11 statement of Victoria Nuland, the US State Department’s SpokeWoman.
[viii] Vedasi Pakistan’s then Foreign Minister, Shah Mahmud Qureshi’s statement of June 20, 2010.
[ix] Editoriale de The News International, 3 aprile 2010
[x] Kenneth Katzman, 44
[xi] Dr Farrukh Saleem, Pipedream”, The News International, 10 marzo 2013
[xii] Ibid
[xiii] John Foster, “Afghanistan, the TAPI Pipeline, and Energy Geopolitics” Journal of Energy Security (2010)
[xiv] Ahsan Ur Rehman Khan, “Taliban as an Element of the Evolving Geopolitics: Realities, Potential, and possibilities.” Institute of regional Studies, Islamabad 19 (2000-2001): 98-99
[xv] Huma Yousuf, Dawn (Islamabad),  4 aprile 2010

L’autore è un ricercatore-analista di affari internazionali e pakistani.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’evoluzione della competizione strategica nell’Oceano Indiano

Salman Rafi Sheikh (Pakistan) Oriental Review 19 aprile 2013

L’area dell’Oceano Indiano sarà il vero nesso delle potenze mondiali e dei conflitti nei prossimi anni. E’ qui che la lotta per la democrazia, l’indipendenza energetica e la libertà religiosa sarà persa o vinta.” (Robert D. Kaplan)

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L’Oceano Indiano, una volta considerato un ‘oceano trascurato’, oggi, diventata il fulcro delle attività politiche, strategiche ed economiche a causa della presenza di navi convenzionali e nucleari delle grandi potenze della zona, e per la propria importanza economica e strategica. 36 Stati si affacciano sull’Oceano Indiano, presenti sulla sua fascia costiera. Inoltre, vi sono undici Stati nell’entroterra, ad esempio Nepal e Afghanistan che però sono senza sbocco sul mare, ma sono molto interessati dalla politica e dal commercio dell’Oceano Indiano. L’oceano contiene diversi minerali importanti: l’80,7% dell’estrazione mondiale di oro, il 56,6% dello stagno, il 28,5% del manganese, il 25,2% del nichel e il 77,3% della gomma naturale. Il più alto tonnellaggio delle merci mondiali, il 65% del petrolio mondiale e il 35% del gas, che si trovano nei Paesi rivieraschi, vi passano. La regione oggi è un’arena della geopolitica contemporanea. Strategicamente, l’Oceano Indiano ha un’importanza cruciale, soprattutto per la presenza delle maggiori potenze nella regione e del potenziale delle potenze regionali, di cui tre sono nucleari: Pakistan, Cina e India. Questo è il motivo per cui le potenze regionali ripongono grande fiducia nella realizzazione di una flotta di sottomarini lanciamissili e di SLBM per una seconda capacità di attacco, per mantenere l’equilibrio di potenza, al fine di scoraggiare l’egemonia di una qualsiasi potenza regionale o extra-regionale.
Gli USA hanno creato una loro base navale nell’Oceano Indiano a Diego Garcia, che costituisce una minaccia per gli Stati regionali e protegge gli interessi vitali degli Stati Uniti nella regione. Le relazioni politiche nel e intorno l’Oceano Indiano possono avere implicazioni significative per gli Stati Uniti riguardo la loro nuova strategia del “Perno Asiatico”. La nuova US Strategic Guidance 2012 collega l’economia e la sicurezza degli Stati Uniti agli sviluppi nel Oceano Indiano, elevando l’India alla posizione di partner strategico di lungo termine che serve “da ancoraggio regionale”. I documenti ufficiali dichiarano inoltre che l’Iran e la Cina sono i due Stati che più rischiano di utilizzare mezzi asimmetrici per contrastare le aree di interesse degli Stati Uniti. La collusione indo-statunitense nell’Oceano Indiano ha reso diffidenti Pakistan e Cina nelle loro aperture semi-ostili, quindi spingendo alla conseguente concorrenza strategica nella regione e all’impiego di strategie dipendenti dalle risorse, per contrastare e controbilanciare le manovre degli Stati avversari.
Il mondo starebbe entrando nell’era della geo-energia dove le questioni di sicurezza energetica (sicurezza della domanda e sicurezza dell’approvvigionamento) condizioneranno le relazioni tra Stati portando alla riconfigurazione della gerarchia delle potenze mondiali. La sicurezza energetica avrà un ruolo determinante nella creazione di situazioni di conflitto o cooperazione. Il Paese che detiene la posizione preminente nell’Oceano Indiano rischia di controllare il flusso di energia non solo per l’Asia orientale, futuro centro del potere economico mondiale, ma anche per altre regioni.  Attualmente, gli Stati Uniti d’America, la più potente forza navale del mondo, dominano la regione e gli Stati regionali, e in particolare la Cina cerca di bilanciare il potere degli Stati Uniti nella regione, al fine di proteggere gli interessi della propria economia in crescita e del proprio fabbisogno energetico. La domanda per cui è così importante dominare l’Oceano Indiano, può avere una risposta mettendo in evidenza il fatto che il petrolio inviato dal Golfo Persico a quasi tutto il mondo, attraversa l’Oceano Indiano e attraversa lo Stretto di Malacca diretto verso Cina, Corea e Giappone. Se un’altra potenza vi si ancora, i Paesi importatori di petrolio subirebbero duri colpi.  Poiché la strategia è dominare le rotte petrolifere, gli Stati Uniti hanno in questi ultimi anni coperto di attenzioni India, Vietnam e Singapore, che si trovano su tali rotte.
Le coste del Pakistan si affacciano solo sull’Oceano Indiano, un punto di accesso fondamentale per il commercio e in particolare per l’approvvigionamento energetico. I grandi interessi del Pakistan nell’Oceano Indiano impediscono all’India di dominare le zone più vicine al Pakistan stesso, e di proteggere le sue vitali vie d’importazione ed esportazione. Il Pakistan da solo può fare relativamente poco verso la presenza navale indiana nell’Oceano Indiano, pertanto, si è dedicato a due proposizioni: sviluppare la propria potenza navale e avere dei grandi contrappesi esterni. Probabilmente gli Stati Uniti non sono visti dal Pakistan come partner affidabili per puntellare la propria sicurezza nell’Oceano Indiano, soprattutto alla luce del crescente dialogo ai vertici tra Stati Uniti e India sulla sicurezza dell’Oceano Indiano. Il contrappeso più importante è la Cina. Il Pakistan si trova a beneficiare del “filo di perle”, a cui ha quindi consegnato dei diritti operativi. La partecipazione dell’Oceano Indiano alla sicurezza economica del Pakistan, come per l’India, è notevole: la sua fragile bilancia dei pagamenti dipende dal commercio marittimo, il 95% del suo commercio e il 100% delle sue importazioni di petrolio avvengono attraverso l’Oceano Indiano. Essendo obiettivo principale del Pakistan neutralizzare l’India per garantirsi i propri interessi economici ed energetici, si allea con la Cina e allo stesso tempo migliora la propria potenza navale e militare.
Mentre l’Oceano Indiano è un centro energetico, l’India cerca di migliorare il suo coinvolgimento nella regione, cercando di aumentare la sua influenza sul Plateau dall’Iran al Golfo di Thailandia.  L’India presto diventerà la quarta più grande consumatrice di energia del mondo, dopo gli Stati Uniti, la Cina e il Giappone: dipendente dal petrolio per circa il 33 per cento del suo fabbisogno energetico, del quale importa il 65 per cento, e il 90 per cento delle sue importazioni di petrolio potrebbe presto provenire dal Golfo Persico. Un’altra ragione alla base dello sviluppo della potenza navale dell’India è il “dilemma di Ormuz”, la sua dipendenza dalle importazioni che attraversano lo stretto vicino al coste di Makran, nel Pakistan, dove i cinesi aiutano i pakistani a sviluppare porti oceanici. Per proteggere i propri interessi vitali e per affermarsi come superpotenza, l’India amplia la sua flotta con lo stesso spirito. Con le sue 155 navi da guerra, la marina indiana è già una delle più grandi del mondo, e prevede di aggiungervi tre sottomarini a propulsione nucleare e tre portaerei nel 2015, rendendo la marina indiana una flotta oceanica. Gli obiettivi critici dell’India,  ampliando la sua marina, non sono solo economici e di sicurezza ma anche l’”autonomia strategica”, una politica in armonia con l’obiettivo indiano di raggiungere lo status di superpotenza, ed è in questo contesto che si vedrà più che mai l’India opporsi alla presenza di altre potenze regionali nell’Oceano Indiano. Per l’India, la presenza di potenze regionali esterne crea tensioni nella regione, cosa pregiudizievole per i suoi sensibili interessi; l’India vuole sostituire quelle potenze e dominare la regione. Tra gli ultimi sviluppi che la Marina indiana ha effettuato, vi è stata l’inaugurazione della più recente base della marina militare indiana, l’INS Dweeprakshak, nelle Isole Laccadive sotto il Comando Navale Sud, il 1° maggio 2102. È stata pensata per affrontare la strategia cinese del ‘filo di perle’ che separa l’India dalle altre nazioni dell’Oceano Indiano. Possiamo valutare il grado di ansia dell’India nel proiettarsi come superpotenza emergente, osservandone le spese per  questo aspetto della potenza. L’India prevede di spendere quasi 45 miliardi dollari nei prossimi 20 anni per 103 nuove navi da guerra, tra cui cacciatorpediniere e sottomarini nucleari. In confronto, gli investimenti della Cina nello stesso periodo sono stimati a circa 25 miliardi di dollari per 135 imbarcazioni.
Infatti, mentre l’India estende la sua influenza a est e ad ovest, a terra e in mare, si scontra con  la Cina, anch’essa preoccupata di proteggere i propri interessi in tutta la regione, espandendo la propria proiezione. La preoccupazione fondamentale che anima gli interessi cinesi nell’Oceano Indiano è la sicurezza energetica, un imperativo ampiamente dibattuto nei media e dagli studi accademici, che affronta il “dilemma di Malacca” (l’eccessiva dipendenza della Cina da questo stretto, a sua volta obiettivo degli USA per controllare politicamente questo stretto, per poter manipolare il fabbisogno energetico della Cina). Non è esagerato dire che chi controlla lo Stretto di Malacca controllerà le rotte energetiche della Cina. L’eccessiva dipendenza da questo stretto costituisce una grave minaccia potenziale alla sicurezza energetica della Cina. Lo Stretto di Malacca è senza dubbio una rotta marittima cruciale che permetterà agli Stati Uniti di cogliere la superiorità geopolitica, limitando l’ascesa della grande potenza e controllando il flusso di energia mondiale. Il governo cinese spera infine di bypassare, almeno in parte, lo stretto, trasportando petrolio e altri prodotti energetici attraverso autostrade e condotte dai porti sull’Oceano Indiano al cuore della Cina. Il governo cinese ha già adottato la strategia del “filo di perle” per l’Oceano Indiano, che consiste nel creare una serie di porti in Paesi amici lungo le coste settentrionali dell’oceano, come Gwadar in Pakistan, una porto a Pasni, in Pakistan, a 75 miglia est di Gwadar, a cui unirlo con una nuova autostrada, una stazione di rifornimento sulla costa meridionale dello Sri Lanka, e un impianto per  container dall’ampio accesso navale e commerciale a Chittagong, in Bangladesh. Il governo cinese  immagina anche un canale attraverso l’istmo di Kra, in Thailandia, per collegare l’Oceano Indiano alle coste sul Pacifico della Cina; un progetto pari al canale di Panama e che potrebbe far pendere ulteriormente la bilancia del potere in Asia a favore della Cina, fornendo alle fiorenti marina militare e flotta commerciale della Cina un facile accesso a una vasta continuità oceanica che si estende dall’Africa orientale al Giappone e alla penisola coreana. Oltre a questa strategia, la Cina coltiva rapporti con Paesi della regione attraverso accordi di aiuti, commerciali e per la difesa. Un fattore importante che spinge la Cina a costruire rotte alternative è il fatto che la Marina indiana presto sarà la terza più grande al mondo dopo quelle di Stati Uniti e Cina, operando come ostacolo all’espansione militare cinese. La marina popolare è in espansione anch’essa, e riconfigura il suo ruolo in vista delle mutate circostanze e della crescente importanza dell’Oceano Indiano. La Marina dell’Esercito di Liberazione popolare ha progressivamente aumentato la sua influenza marittima trasformandosi da flotta di difesa costiera a una forza capace di continue operazioni in mare aperto, ragionevolmente commisurata allo status di super-potenza della Cina.
Una delle sfide più grandi che gli Stati Uniti d’America si trovano ad affrontare nella politica mondiale è situata nell’Oceano Indiano, dove Cina e India emergono come principali potenze marittime e economiche, sfidando la decennale egemonia degli USA. Il compito della Marina degli Stati Uniti sarà, quindi, sfruttare tranquillamente la potenza navale dei suoi più stretti alleati: l’India nell’Oceano Indiano e il Giappone nel Pacifico occidentale, per imporre limiti all’espansione della Cina. Uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti d’America è ridurre e rallentare l’aumento degli IDE cinesi nei Paesi regionali e di suscitare aree di conflitto. Com’è ovvio, gli Stati Uniti d’America sono interessati a istigare gli Stati regionali ad ostacolare l’espansione della Cina nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, nel limitare gli IDE cinesi e ad allontanare i Paesi dal campo cinese. Gli Stati Uniti d’America non vogliono che la regione sia dominata da un singolo Stato, perché potrebbe turbare gravemente gli interessi economici a lungo termine degli USA, così come disturbare l’equilibrio di potere nella regione. Ciò soprattutto in vista dello spostamento del centro economico da ovest a est. Se controllati da una qualsiasi nazione [asiatica], i punti chiave  nell’Oceano Indiano, tra lo Stretto di Malacca, lo Stretto di Hormuz e Bab el Mandeb, potrebbero mutare la bilancia commerciale ulteriormente a favore dell’Asia. La pirateria nello stretto di Malacca dimostra cosa può accadere quando non è possibile garantire l’accesso libero e sicuro attraverso un punto di passaggio. Ma il dilemma degli USA è che non possono impedire o bloccare i rifornimenti di Cina e India, in quanto ciò rallenterebbe l’economia mondiale, ma monopolizzare l’approvvigionamento energetico controllando gli Stati dell’Asia centrale. Un altro dilemma degli USA è che non possono emarginare del tutto la Marina cinese. Gli USA colgono ogni occasione per cercare d’incorporare la marina cinese nelle alleanze internazionali, mentre l’intesa USA-Cina sul  mare è fondamentale per la stabilizzazione della politica mondiale del XXI.mo secolo. Tuttavia, per raggiungere gli obiettivi regionali, gli USA giocano sul problema India-Cina per un proprio tornaconto. Continuando ad impegnarsi con l’India, perseguono la loro strategia di accerchiamento della Cina. Come parte della strategia, incoraggiano l’India a stabilire relazioni con gli Stati dell’Asia centrale e sud-orientale. Lo scopo è contenere l’influenza cinese. Gli USA rafforzano anche la loro presenza navale nella regione, riconoscendo il fatto che questa regione ottiene una posizione centrale negli affari politici mondiali. E’ in questo contesto che il cambiamento strategico del “perno asiatico” degli Stati Uniti dovrebbe essere compreso e analizzato.
L’Iran è l’altra potenza emergente dell’Oceano Indiano e che controlla lo Stretto di Hormuz, assai  importante, essendo un punto di transito che può potenzialmente innescare conflitti regionali. Come sottolineato in precedenza, questa via di transito è responsabile dei rifornimenti di petrolio alla maggior parte del mondo. Perciò, il controllo di questa rotta è di importanza strategica per gli Stati Uniti, ed è probabilmente più cruciale per l’Iran averne il controllo e usarlo come strumento per estendere il proprio potere e usarlo come leva per negoziare con gli Stati Uniti e i loro alleati sulla questione nucleare iraniana. Se o meno l’Iran scelga di bloccare lo stretto è una questione controversa, tuttavia, è evidente in molte dichiarazioni ufficiali iraniani che l’Iran considera questa opzione come praticamente realizzabile, per via della deterrenza cui è interessata. Rispondendo all’embargo petrolifero dell’Unione europea con lo spettacolo provocatorio della forza militare e di rinnovate minacce di chiudere lo Stretto di Hormuz, l’Iran avverte l’occidente che non sarà una vittima passiva della guerra economica. D’altro lato, preservare la sicurezza dello Stretto di Hormuz è una priorità della strategia della deterrenza difensiva dell’Iran nel Golfo Persico. La politica iraniana sarà certamente misurata e razionale, basata sulla piena responsabilità e tenendo conto delle realtà geo-politiche della regione, ma in nessun modo permetterà ad altri di mettere in pericolo i propri interessi legittimi.
Tutto ciò dimostra che l’Oceano Indiano ha assunto un ruolo centrale nelle strategie delle maggiori potenze mondiali e regionali. Come microcosmo del mondo in generale, la regione dell’Oceano Indiano si trasforma in una zona sia di “sovranità ferocemente custodite” (con economie e potenze militari in rapida crescita) che di “stupefacenti interdipendenze” (con i suoi oleodotti e rotte terrestri e marittime). Per la prima volta dall’assalto portoghese nella regione, nei primi anni del XVI° secolo, la potenza dell’occidente è in declino, ma in modo sottile e relativo. Sebbene gli USA cerchino di darvi nuovo impulso e di riconfigurarlo, potrebbero non essere in grado di affermare la propria posizione dominante nella regione. Gli indiani e i cinesi sono suscettibili di entrare nella dinamica della rivalità tra grandi potenze in queste acque, con i loro interessi economici da grandi partner commerciali, bloccandosi in un abbraccio disagevole, mentre il Pakistan continuerebbe a far valere la propria posizione stabilendo un’alleanza con la Cina e costruendo la propria potenza, soprattutto navale. Tenuto conto delle circostanze e delle realtà geo-politiche, gli USA dovranno cambiare atteggiamento, dal dominio a una sorta di relazione indispensabile con le potenze regionali, tra cui l’Iran e il Pakistan. In futuro, agirebbero da ‘bilanciamento’ tra Cina e India. Ciò che diventa evidente, con l’evolversi delle cose, è che nessun singolo Stato potrà dominare la regione da solo e, quindi, una sorta di sistemazione multilaterale dovrà stabilirsi, sulla cui base ogni Paese potrà “equamente” perseguire i propri obiettivi.

LI4B20FCB4026C7Note:
1.Quadrennial Defence Review Report, febbraio 2010, Department of Defence: Washington DC.
2.Asia Pacific Research Centre, “Energy in China: Transportation, Electric Power and Fuel Markets” (Tokyo: Asian Pacific Research Centre, 2004)
3.Robert D. Kaplan, “Center Stage for the Twenty-First Century”, (Foreign Affairs, marzo/aprile 2009)
4.Nathaniel Barber, Kieran Coe, Victoria Steffes, Jennifer Winter, “China in the Indian Ocean: Impacts, Prospects, Opportunities”, (Robert M. Lafollette School of Public Affairs, University of Wisconsin-Madison, Spring 2011)
5.Africa-Asia Confidential, “The battle for the Indian Ocean”, maggio 2009.
6.Selig S. Harrison ed. Super Power Rivalry in the Indian Ocean: Indian and American Perspectives (New York: Oxford University Press, 1989)

Oriental Review ringrazia Salman Rafi Sheikh, laureato in Relazioni Internazionali presso la Quaid-I-Azam di Islamabad, per il suo gentile contributo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I giochi da grande potenza del Qatar

Pjotr Lvov, New Eastern Outlook (testo rivisto da Oriental Review), 30 marzo 2013
Hamad+bin+Khalifa+al+Thani+President+Obama+uHhLc2S2EDolIl recente vertice della Lega araba, che ha deciso illegalmente di fornire aiuti militari all’opposizione siriana su pressione di Doha, ha dimostrato ancora una volta che c’è un nuovo equilibrio di potere nel mondo arabo, in cui Paesi tradizionalmente forti come Egitto, Algeria e Iraq si sono di nuovo dimostrati impotenti contro il ricco nano Qatar. L’emirato ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere ciò che voleva, compreso il ricatto finanziario. Perfino l’Arabia Saudita ha mostrato meno perseveranza del Qatar. Doha è ovviamente estremamente delusa dalle possibilità di sopravvivenza del legittimo governo della Siria, che resiste da più di due anni nonostante l’attiva pressione estera volta a rimuovere dal potere il regime di Assad e l’assistenza militare straniera fornita all’opposizione armata siriana, che Doha ha generosamente finanziato. Il Qatar ha già speso così tanti soldi che ha sospeso una serie di progetti di sviluppo interno, e gli investimenti stranieri nel Paese si sono notevolmente contratti. Ad esempio, l’emiro non ha mantenuto le promesse di partecipare a diversi importanti progetti russi che aveva fatto durante la sua visita del novembre 2010 a Mosca. La questione si pone, ciò perché è il denaro che manca, o è il Qatar che si vendica sulla Russia per la sua posizione sulla Siria? La ragione principale, naturalmente, è quest’ultima. Dopo tutto, nel novembre 2011 l’ambasciatore russo fu aggredito all’aeroporto di Doha, nel tentativo di prendergli la valigia diplomatica perché si era inimicato i wahhabiti locali, difendendo troppo energicamente la posizione del suo Paese sui media locali.
L’obiettivo del Qatar è chiaro: cercare di porre fine al regime siriano bloccando un progetto di gasdotto dal Qatar alla Turchia attraverso l’Arabia Saudita, la Giordania e gli Emirati Arabi Uniti, e quindi diretto ai consumatori europei. Avrebbe contribuito a realizzare l’obiettivo strategico, cacciare la Russia dai mercati tradizionali del gas naturale nell’Europa sud-orientale, così come della Turchia. E Doha non opera solo su propria iniziativa, la pressione degli Stati Uniti la  sopporta. Dopo tutto, l’emirato non può essere considerato uno Stato nel senso classico. In realtà è un grande giacimento di gas naturale dominato dalla statunitense Exxon Mobil e dalla più grande base dell’US Air Force in Medio Oriente, che ha quasi 5000 militari statunitensi, vale a dire quasi la metà delle Forze Armate del Qatar. Quanta autonomia ha in realtà il Qatar? Inoltre, l’emiro e la sua famiglia sono agganciati a Washington. Dopo tutto, l’emirato veniva precedentemente indicato come uno Stato sponsor del terrorismo, e venne tolto dalla lista perché ha permesso che il suo territorio venisse utilizzato nella guerra contro l’Iraq. Ma molti membri della famiglia dell’emiro sostengono  apertamente i terroristi che hanno compiuto gli attentati di New York e Washington l’11 settembre 2001. Infatti, la legittimità dello stesso emiro è messa in discussione da quasi la metà dei membri della famiglia al-Thani. Dopo tutto, ha detronizzato il padre nel 1995, inducendo il fratello e alcuni parenti a lasciare il Paese in segno di protesta e a vivere in esilio fino a oggi.
Non dobbiamo dimenticare che il Qatar è stato uno dei principali sponsor della guerra in Cecenia, finanziando generosamente mercenari arabi e ribelli ceceni. Quando la ribellione in Cecenia è stata spenta, non è un caso che Zelimkhan Janderbiev, il “presidente” d’Ichkeria, avesse ottenuto rifugio nell’emirato, insieme a più di 800 suoi sostenitori. Oggi, diversi fondi di beneficenza islamici del Qatar finanziano generosamente terroristi in tutto il mondo, dall’Africa alle Filippine, per non parlare del mondo arabo. Inoltre, lo sceicco Yusuf al-Qaradawi, il portavoce principale dei Fratelli musulmani e presidente dell’Unione internazionale degli studiosi musulmani, trasmette da Doha.  Non ho bisogno nemmeno di parlare di al-Jazeera, dato il suo netto ruolo in tutte le “rivoluzioni arabe”.
Il problema è un altro, come è possibile che questo nano che ha una popolazione di meno di 300.000 abitanti e dà lavoro a 1,5 milioni di stranieri, riesce a imporre la propria volontà agli arabi?  Certamente non a causa di un qualche talento speciale posseduto dal suo Primo ministro e ministro degli Esteri, Hamad bin Jassim, che 20 anni fa era un impiegato di basso livello, in qualche ministero secondario, e che non ha neanche una laurea. È meglio conosciuto per l’affarismo cui si dedica utilizzando il fondo sovrano dell’emirato, che come diplomatico mondiale. La risposta sembra essere semplice. Le risorse finanziarie di Doha le permettono di manipolare la situazione in Egitto e Libia, dove le sue spese li hanno resi finanziariamente dipendenti dal Qatar. Ma l’Algeria e l’Iraq non vogliono affrontare l’emirato per paura che inizi a finanziare i salafiti locali, presenti in gran numero in questi due Paesi. Tanto più che il Qatar ha in realtà già iniziato una guerra in Iraq arruolando dei sunniti, tra cui ex baathisti, contro il governo della maggioranza sciita guidato da Maliki.
Tuttavia, sarebbe l’inizio della fine per il Qatar se il governo legittimo della Siria riuscisse comunque a mantenere il potere. Se l’opposizione armata siriana viene sconfitta, sarebbe un boomerang su Doha, impreparata alla sconfitta. La più grande paura dell’emirato è che la Siria costituirebbe un precedente della sconfitta dei “rivoluzionari islamici”. Doha dovrebbe quindi rispondere a tutto il mondo arabo radicale conservatore, tra cui l’Arabia Saudita, che in poche ore potrebbe rimuovere dal trono l’attuale emiro. Ora che il Qatar ha preso la bandiera della “rivoluzione”, deve andare fino in fondo, fino alla vittoria o alla fine. Nessuno ha bisogno di un Qatar perdente, nemmeno gli statunitensi. Questo è il destino che attende ogni piccolo Stato artificialmente creato sul petrolio e il gas, che vive secondo i precetti dell’Islam del secolo 17.mo, ma che pretende la democrazia negli altri Paesi arabi, la cui storia e civiltà hanno migliaia di anni, non decenni.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Il Libro – QATAR: L’assolutismo del XXI.mo Secolo

Bahrain, la molla della ‘primavera’

Dedefensa 21 febbraio 2013

Bahrain-mapL’articolo di Jerome Taylor su The Independent del 21 febbraio 2013, c’informa sulla situazione in Bahrein. L’effetto della “primavera araba” è iniziato poco dopo l’inizio dei disordini in Egitto, nel febbraio 2011. Il Bahrain è molto meno soggetto alla “nostra” attenzione, in particolare a causa della politica del blocco BAO al riguardo; come sappiamo di questa politica, mostra una considerevole dose d’ipocrisia. In ogni caso, la situazione così descritta dimostra notevolmente, piuttosto che le situazioni libica, egiziana, siriana, ecc., il vicolo cieco che rappresenta la “primavera araba”, sia per le cinghie di trasmissione del blocco BAO in Medio Oriente, sia per la politica del blocco BAO. Taylor sottolinea in particolare una radicalizzazione significativa del potere in Bahrain, tramite intrighi di palazzo (non importano le influenze specifiche al riguardo, è importante che vi sia una logica tendenza), la più interessante è che l’effetto non è solo un indurimento nei confronti dei manifestanti, ma anche nei confronti del blocco BAO, Stati Uniti e Regno Unito in particolare. Taylor vi aggiunge, senza indugio, ma è almeno altrettanto importante, la radicalizzazione delle proteste, nel senso di una maggiore ostilità verso il blocco BAO.
La famiglia reale del Bahrein è sempre più controllata da una fazione estremista che mantiene stretti legami con l’Arabia Saudita e si oppone con veemenza a concessioni; ciò potrebbe portare in pochi mesi al conflitto settario nel travagliato regno. Relazioni da Manama suggeriscono che l’acquisizione della famiglia reale da parte della cosiddetta “fazione Khawalid”, sia diventata un tale successo che gli alleati principali del Bahrain, Londra e Washington iniziano a temere che la monarchia, normalmente filo-occidentale, stia per essere usurpata da un gruppo dalla virulenta visione antiamericana e antibritannica. Voci su un gruppo ultraconservatore sempre più influente, abbondano nel regno del Golfo fin da quando sono esplose le proteste della maggioranza sciita della popolazione del Paese, nel febbraio 2011, contro il dominio della dinastia sunnita degli al-Khalifa.
Gruppi di opposizione sciiti accusano i Khawalid di essere gli ispiratori della repressione contro di loro, che provocarono più di 80 morti e il blocco delle richieste riforme democratiche che avrebbero dato agli sciiti, emarginati, una voce più grande sulla gestione del Paese. Ma con un passo assai inusuale, i membri della famiglia reale oggi iniziano a criticare i loro rivali, la prima chiara ammissione che la famiglia regnante sia, infatti, divisa. In un’intervista anonima al quotidiano Wall Street Journal di questa settimana, un “reale” reagisce contro i suoi cugini lamentandosi del fatto “coloro che circondano il re sono tutti potenti khawalid.
Khawalid è un termine usato in Bahrain per descrivere la fazione ultraconservatrice nella famiglia reale, il cui lignaggio risale a Khaled bin Ali al-Khalifa, fratello minore del potente emiro negli anni ’20. Condusse la brutale repressione contro una rivolta sciita e fu imprigionato dagli inglesi. I suoi sostenitori erano noti per la loro intensa avversione verso la popolazione a maggioranza sciita dell’isola, trascorrendo gran parte del restante ventesimo secolo nei corridoi del potere. Figure chiave khawalid sono riuscite a entrare in posizioni di responsabilità nella famiglia reale, e negli ultimi anni sembrano aver messo da parte le figure più in sintonia con le riforme economiche e politiche, come il principe ereditario Salman bin Hamid al-Khalifa [...]
Ironia della sorte, l’ascesa di una fazione antioccidentale nella famiglia reale, coincide con l’aumento dei sentimenti antibritannici e antiamericani tra i gruppi di protesta sciiti. Inizialmente moderati, i gruppi sciiti come l’attuale principale partito Wefaq, speravano che Londra e Washington sostenessero le loro richieste di riforme democratiche. Quando ciò non accadde, i gruppi più radicali, come la Coalizione della Gioventù del 17 febbraio, divennero più influenti e cominciarono ad adottare sempre più la retorica antioccidentale“.
Il Bahrain è il modello del “vicolo cieco che rappresenta la ‘Primavera araba’ [...] secondo il criterio del blocco BAO” perché presenta una situazione in cui il potere, del tutto acquisito al blocco, è ancora al suo posto, mentre la contestazione a questo potere, nata dalla “primavera araba”, mostra una resistenza estrema che prosegue attivamente negli ultimi due anni, nonostante la repressione costante e consistente che affronta. Di fronte a questa situazione, la politica del blocco BAO (principalmente Stati Uniti d’America, il fedele seguace Regno Unito e il resto che segue) è stata sostenere il potere (l’interesse politico), pur criticandolo in messaggi riservati ma tuttavia pubblici (dirittumanitarismo politicamente corretto), mostrando ufficialmente una certa comprensione verso la contestazione (dirittumanitarismo politicamente corretto) senza far nulla per sostenerla attivamente, e addirittura aiutando sottobanco la repressione (interesse politico).
C’è in questa duplice attiva asimmetria tutta l’ipocrisia consustanziale della politica BAO (dimostrazione inutile, non c’è tempo da perdere), in particolare, qualcosa di più interessante, vi è una contraddizione costantemente operativa e quasi insolubile. Il risultato è che il BAO blocco supporta reciprocamente (potere e contestazione), nel limite della sua influenza, ovviamente, appena sufficiente per far continuare il conflitto, ma insufficiente per la risoluzione del conflitto con un compromesso o la vittoria di uno o dell’altro. Il blocco BAO manifesta la sua costante e impotente interferenza in un modo che non soddisfa nessuna delle due parti, e dà a tutti l’impressione che il blocco, alla fine, segretamente desideri che vinca l’avversario. La tendenza naturale, in questo termine, è in realtà la radicalizzazione di entrambi i partiti, in cui lo stesso blocco BAO viene preso di mira contemporaneamente da tutti come un avversario, perché visto corresponsabile nel sostenere l’attività dell’avversario. Non c’è dubbio che questa sia la “formula” destinata a diventare la classica posizione del blocco BAO. Essa mostra la finalità profonda, naturale e superiore della “primavera araba” come movimento collettivo, aldilà delle varie spiegazioni sulle manipolazioni non meno varie, nonostante gli avatar di Libia e Siria e in parte soltanto l’avatar egiziano, viene essenzialmente messa in discussione la catena dei poteri creati dal blocco BAO per i propri interessi, dimostrando come la “primavera araba” sia, prima di tutto, un attacco contro il sistema.
Da questo punto di vista, il Bahrain è in realtà un anello importante, dove la situazione può solo peggiorare presentando e ripristinando un’immagine costante, e in effetti molto corretta, della “primavera araba”, con importanti conseguenze, a lungo termine, proprio per il Bahrain (senza speculare sugli effetti più ampi dei cambiamenti nella situazione del Bahrain). Una delle conseguenze sarebbe la possibilità di mettere in discussione lo status dei critici impianti della Quinta Flotta degli Stati Uniti nel Paese, uno status che è già in stato d’incertezza. Ci sono in effetti voci di un trasferimento di parte delle strutture e delle funzioni degli Stati Uniti dal Bahrain al Qatar, che non è neanche esso un luogo più sicuro per la marina militare degli Stati Uniti, per motivi diversi dal caso del Bahrein, o anche negli Emirati Arabi Uniti, che non sono comunque molto entusiasti di tale impegno. (Vedasi per le voci in proposito, 23 ottobre 2012): “La domanda che rimane aperta è tra l’altro se questa base [installata in Qatar], sia solo un centro logistico che copre l’intera area, già vecchia, o se sia stato ampliato di recente e decisamente a centro di comando e controllo navale, riguardo al trasferimento di tutto o parte del personale operativo e del comando della Quinta Flotta della marina degli Stati Uniti [...] [La Quinta Flotta] è stata ufficialmente costituita nel Bahrein, nel porto di Manama, nel luglio 1995. Dei recenti cambiamenti, ma assai poco documentati, potrebbero essersi verificati (il condizionale giansenista è necessario)“. L’articolo sulla Quinta Flotta di Wikipedia implica che il centro comando operativo della flotta potrebbe essere stato trasferito discretamente nel 2011, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, in seguito ai disordini in Bahrain.)
Un’altra importante conseguenza di natura politica, mostrando un curioso “cambio di corrente” del tipo “occhio per occhio”, potrebbe essere l’influenza della situazione in Bahrain su quella già tesa in Arabia Saudita, mentre attualmente dovrebbe essere il contrario, data l’influenza della “tutela” saudita sulla  sicurezza del Bahrain, con il dispiegamento delle forze saudite in Bahrain. Invece, la radicalizzazione in Bahrain, notevolmente anti-BAO ma anche in direzione di una destabilizzazione potrebbe influire, nello stesso senso, sulla situazione in Arabia Saudita, già estremamente instabile. In tutti i casi, non vi è alcuna garanzia che i sauditi cerchino di fermare il Bahrain sul punto particolare del possibile indurimento anti-blocco BAO (anti-USA), nella misura in cui loro stessi evolvono in questa direzione, sempre per gli stessi motivi suscitati dall’impotente politica degli Stati Uniti del “troppo poco e troppo tardi” riguardo al loro sostegno ai regimi al potere pro-BAO.

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

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