Iraq: situazione dal 20 al 23 giugno

Alessandro Lattanzio, 24/6/2014
Iraqi army tanks take part in a parade in Baghdad's Green ZoneIn un’intervista ad al-Manar TV, il deputato della Coalizione per lo Stato di Diritto, Zaynab Wahid Salman, affermava che il ruolo distruttivo svolto dall’Arabia Saudita in Siria si ripeteva in Iraq. “Vuole controllare l’intera regione a scapito dei popoli della regione? L’Arabia Saudita non è soddisfatta dell’interferenza negli affari del di Bahrayn e Siria, perciò oggi conduce una guerra feroce tramite gruppi terroristici contro il processo politico e il progetto democratico dell’Iraq“. I media iracheni, riferivano che un ufficiale saudita era stato ucciso dalle forze irachene e che altri sauditi sono stati arrestati nella provincia di Dhi Qar. La maggior parte dei combattenti arrestati sono sauditi o che provengono dal regno saudita. L’attivista Fuad Ibrahim afferma che “Racconti sulla presenza di combattenti sauditi a Mosul, Salahuddin, Diyala e altrove traboccano sui social networking.” Alla fine del 2012, uno dei leader della Coalizione per lo Stato di Diritto, Sami al-Asqari, rivelò che al-Duri si era recato in Arabia Saudita dall’aeroporto di Irbil. Pochi mesi prima delle elezioni irachene, in un’intervista alla rivista Ahram al-Arabi, al-Duri disse, “L’Arabia Saudita rappresenta la base della fermezza e dell’opposizione ai complotti e tentativi contro l’identità della nazione. L’Iran safavide avrebbe dominato il Golfo e danneggiato questa regione vitale, il nostro Paese e la nostra nazione se il Regno dell’Arabia Saudita non fosse stato in allerta. Viva l’Arabia Saudita, e viva il suo ruolo rispettabile e le sue pure posizioni fedeli alla rivoluzione del popolo siriano, in Bahrain e nel Golfo in generale, così come verso il popolo dell’Iraq e la sua rivoluzione, il popolo d’Egitto, il suo esercito e  la sua rivoluzione, in Yemen, Palestina, Libano, Somalia e in qualsiasi Paese in cui vi sia una reale minaccia alla nazione (araba) e ai suoi interessi fondamentali”. Descrivendo ciò che accade in Iraq come “strenua resistenza” all’“egemonia dell’Iran”, al-Duri non menzionava i gruppi terroristici, ma parlava di “ribelli” utilizzando terminologie dei media sauditi. Al domanda se si aspettasse un cambiamento nella situazione irachena dopo le elezioni, al-Duri  sottolineava che la situazione sarebbe “peggiorata”, dicendo che il popolo iracheno “deve unirsi, abbracciare la strenua resistenza, sostenere le forze islamiche e nazionaliste per spazzare questo processo politico“. Parole in liena a ciò che il capo dell’intelligence saudita Turqi al-Faisal aveva detto durante la sessione plenaria della conferenza sulla sicurezza organizzata dal Center for Strategic, International and Energy Studies, in Bahrayn, il 22 aprile, “Se Nuri al-Maliqi, l’attuale primo ministro che ha terminato il  mandato, vincerò le prossime elezioni, l’Iraq sarà diviso“.
Molti non sanno che il regime baathista iracheno, seppur tendenzialmente laico in Iraq, nella politica regionale ha appoggiato, finanziato e armato organizzazioni islamiste e jihadiste, soprattutto in Siria e in Arabia Saudita, dove Baghdad finanziava la propaganda iqwanista (salafismo wahhbita locale) contro il dominio dei Saud. Perciò nulla di strano che il Baath oggi si alle forze del jhadismo taqfirista tramite organizzazioni sufi naqshbandi.
logo_of_the_army_of_the_men_of_the_naqshbandi_orderL’Esercito degli Uomini sulla Via Naqshbandi (Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshbandiyah – JRTN), venne fondato nel 2006, per combattere contro le forze d’occupazione e il governo filo-iraniano, da ex-militanti del Baath e da sufi dell’ordine della Naqshbandiyah. Il presunto capo del gruppo si fa chiamare Abdallah Mustafa al-Naqshbandi. Al-Duri sarebbe a capo dell’Alto Comando per la Jihad e la Liberazione in Iraq (al-Qiyadah al-Aliya lil-Jihad wal-Tahrir) di cui il JRTN fa parte. Al-Duri sarebbe legato al ramo curdo sufi al-Qasnazaniyah. Le aree d’influenza andrebbero da Mosul (provincia di Ninawa) a Hawijah (presso Kirkuk), Baqubah (provincia di Diyala), Fallujah e Ramadi (provincia di Anbar). L’ultima azione nota del JRTN risalirebbe al 25 aprile 2013 quando occupò temporaneamente la città irachena di Sulayman Baq, presso Hawijah. Nel 2009 si riteneva che il JRTN avesse cercato di fondersi con altri gruppi insurrezionali che aveva anche sostenuto, come Ansar al-Sunnah, Brigata rivoluzionaria 1920, Jaysh Islamiyah e Stato islamico dell’Iraq, precursore del SIIS. Il 10 febbraio 2014 un attacco congiunto di JRTN e SIIS a sud di Mosul causò la morte di 15 soldati iracheni. Il 31 maggio un funzionario amministrativo di Qalis, provincia di Diyala, Uday al-Qadran, accennò ad un’alleanza tra JRTN e SIIS a Diyala, indicando i gruppi insurrezionali guidati da al-Duri nella zona: qatiba al-Mustafa, qatiba al-Mujahidin e Jaysh al-Tahrir. Infine, il quotidiano al-Quds al-Arabi afferma di avere le prove che oltre al SIIS, diversi altri gruppi insurrezionali hanno partecipato alla presa di Mosul: gruppi salafiti jihadisti come Jaysh al-Mujahidin, Ansar al-Sunnah e infine il JRTN, in un’alleanza basata esclusivamente nella comune ostilità verso gli sciiti. Infine, rappresentanti di al-Duri e del capo del SIIS Abu Baqr al-Baghdadi, si sarebbero incontrati nei pressi del villaggio al-Qiyarah per formare l’alleanza. Al-Muraqib al-Iraqi riferiva il 2 giugno 2014 di scontri ed esecuzioni tra SIIS e JRTN a Baquba, Bayji e Tiqrit, mentre secondo al-Masdar News del 12 giugno 2014, testimoni videro i ribelli del JRTN brandire le immagini di Sadam Husayn e al-Duri, assieme ai terroristi del SIIS esibire le loro bandiere nere dopo la caduta di Tiqrit. Il SIIS poi chiese al JRTN di rimuovere le immagini di Sadam e al-Duri da Mosul, il cui rifiuto scatenava scontri tra SIIS e JRTN a Mosul e Tiqrit. In realtà, lo scontro sarebbe stato provocato dalla decisione di al-Duri di costituire un governo a Mosul senza la leadership del SIIS. Infine, il 21 giugno 2014, pesanti combattimenti tra ISIS e JRTN venivano segnalati ad Hawijah, ad est di Kirkuk, provocando 17 morti: 8 terroristi del SIIS e 9 del JRTN, mentre Sayf al-Din al-Mashadani, membro del Baath e comandante del JRTN, veniva rapito da elementi del SIIS.
19 giugno, i militanti del SIIS avrebbero attaccato le guardie di frontiera iraniane presso la città iraniana di Qasre Shirin. Il 21 giugno, il Brigadier-Generale Ahmad Reza Purdastan, dell’esercito iraniano, affermava che gli aggressori erano dal gruppo militante curdo Partito per la vita libera del Kurdistan – Pejak, aggiungendo che le unità militari iraniane lungo i confini occidentali dell’Iran erano in allerta, tra cui unità dell’aviazione dell’esercito dotate di elicotteri d’attacco AH-1 Cobra e Bell-214 Isfahan.
20 giugno, 30 miliziani sciiti vengono uccisi a Muqdadiyah, una cittadina a nord-est di Baghdad, sulla strada per Baquba, da dove i terroristi furono respinti.
21 giugno, il valico di Qaim tra Iraq e Siria, a 200 km a ovest di Baghdad, viene occupato dal SIIS. 30 soldati governativi sarebbero stati uccisi. Presso Baghdad vengono respinto i terroristi, in un’operazione organizzata dal Generale Qasim Jasim della 9.na Brigata corazzata. Le forze di sicurezza irachena circondano i terroristi nel distretto di Muqdadiyah, 35 chilometri a nord-est di Baqubah. Le forze di sicurezza effettuano attacchi aerei contro i terroristi. Tuz Khurmat, nella provincia di Salahuddin, finisce sotto controllo curdo. Israele riceve una petroliera con greggio del Kudistan iracheno. Muqtada Sadr riattiva la milizia del Mahdi: 50000 miliziani marciano armati e in divisa a Baghdad. Parate simili si svolgono in altre nel sud e un piccolo corteo si svolge anche a Kirkuk. Alcuni combattenti portavano armi anticarro utilizzate efficacemente contro i blindati della NATO e che si ritiene provengano dall’Iran. Secondo un funzionario del Pentagono 28 carri armati Abrams dell’esercito iracheno sarebbero stati danneggiati in combattimento dai terroristi, di cui 5 seriamente danneggiati da ATGM (missili anticarro). Gli Stati Uniti hanno fornito 140 carri armati M1A1 Abrams all’Iraq tra il 2010 e il 2012, che sebbene dotati di nuove attrezzature per la sorveglianza, non hanno la protezione all’uranio impoverito che ne aumenta la resistenza alle armi anticarro. Diversi  video mostrano degli Abrams colpiti da ATGM usati dai terroristi nella provincia di Al-Anbar. I terroristi sono dotati di armi come gli ATGM 9K11 Kornet e i  lanciarazzi anticarro RPG-7 e M70 Osa. Quest’ultimo è un’arma jugoslava ampiamente utilizzata dai terroristi in Siria, e finora raramente vista in Iraq. Altri tipi di blindati dell’esercito iracheno sembrano aver subito maggiori perdite rispetto agli Abrams come Humvee distrutti o catturati, trasporto truppa corazzati (APC) M113 e veicoli MRAP. Il funzionario ha anche affermato che 6 elicotteri iracheni sono stati abbattuti e 60 danneggiati in combattimento tra il 1° gennaio e tutto maggio, e un altro elicottero è stato abbattuto da un cannone antiaereo leggero su al-Saqlawiyah il 16 giugno; i suoi due membri dell’equipaggio sono stati uccisi.
22 giugno, l’Ayatollah Khamenei dichiara: “Gli Stati Uniti sono dispiaciuti dalle elezioni con alta affluenza, perché intendono dominare l’Iraq sostenendo coloro che gli obbediscono“. Un consigliere di Moqtada Sadr avverte che ogni “consigliere” statunitense inviato in Iraq sarà considerato un occupante e obiettivo legittimo. L’Iran avrebbe inviato aerei in Iraq, secondo una fonte del Ministero della difesa di Baghdad. La fonte spiega che gli aerei possono colpire obiettivi nelle province di Niniwa e Anbar. Gli aerei sarebbero quelli confiscati da Teheran nel 1991, quando l’Iraq ve l’inviò per sottrarli alla guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991.
23 giugno, il segretario di Stato USA John Kerry visita Baghdad. Maliqi gli dice che la crisi: “rappresenta una minaccia non solo per l’Iraq ma per la pace regionale e internazionale“. I capi tribali di Tal Afar inviano una delegazione a Irbil chiedendo alle autorità curde l’adesione al Kurdistan iracheno, infatti Hugh Evans, consigliere inglese nel Kurdistan iracheno, dichiara di “sperare di vedere presto la Repubblica del Kurdistan“, evidenziando gli aiuti di Londra ad Irbil, pari a 8 milioni di dollari. Scontri nella provincia di Salahudin tra il SIIS e l’Esercito islamico. Il capo della tribù al-Abid, in Iraq, shayq Anwar al-Asi, oppositore del SIIS, viene aggredito. Si rifugia a Sulaymaniyah, presso il governatore di Kirkuk. L’Australia ha deciso di espellere qualsiasi cittadino collegato al SIIS. Il portavoce dell’esercito iracheno Qasim Ata dichiara che l’esercito iracheno s’è ritirato dalle città occidentali di Rawa e Ana. Il capo dell’Ufficio centrale dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), Adil Murad, afferma che il SIIS è uno strumento di Washington supportato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Secondo Murad gli Stati Uniti sono interessati solo a dividere l’Iraq e la crisi rientra nel grande piano statunitense per diffondere caos in Medio Oriente. “I partiti politici iracheni devono essere uniti e impedire i piani dei nemici. Il SIIS attacca solo le forze peshmerga del PUK a Jalawla, Sadiyah e Khanaqan, ma non attacca le forze del Kurdistan Democratic Party (KDP)” di Barzani.
Nel frattempo, i vertici di Teheran emettevano una serie di dichiarazioni sulla situazione in Iraq:
944837_Il Presidente Hassan Ruhani, ad Ankara, “La violenza e il terrorismo si sono aggravati per le interferenze di potenze trans-regionali”. “Se il governo iracheno vuole aiuto,… naturalmente aiuto e assistenza sono una cosa ed interferenza e scontro altra… L’entrata di truppe iraniane non è mai stata considerata… non abbiamo mai inviato nostre truppe in un altro Paese… Se gruppi terroristici si avvicinano ai nostri confini, sicuramente li affronteremo”. “I recenti avvenimenti in Iraq sono dovuti al fatto che i gruppi terroristici sono irritati dai risultati delle elezioni irachene, che mantengono gli sciiti e il primo ministro Nuri al-Maliqi al potere con mezzi democratici“. Hossein Amir Abdollahian, “Il ruolo di alcuni “lati stranieri” negli eventi di Mosul è evidente. Coloro che sostengono i taqfiri dovrebbero seriamente preoccuparsi per l’azione anti-sicurezza di tale corrente terrorista nei loro Paesi”. “Sosterremo potentemente l’Iraq nel suo confronto con il terrorismo“. Il comandante dei Basij dell’Iran, Generale Mohammad Reza Naqudi, “i gruppi taqfiri commettono crimini in linea ai minacciosi obiettivi di potenze arroganti che obbediscono a think tank occidentali e israeliani, supportati dai petrodollari di certi Paesi arabi”. “L’Arabia Saudita arma i terroristi in Siria con diverse armi in violazione di ogni norma e convenzione internazionale”. “I gruppi taqfiri e salafiti in diversi Stati regionali, soprattutto in Siria e in Iraq, sono sostenuti dagli Stati Uniti“. “Gli Stati Uniti manipolano i terroristi taqfiri per offuscare l’immagine dell’Islam e dei musulmani“. “Gli attacchi del SIIS in Iraq sono un nuovo complotto degli Stati Uniti dopo che Washington è stata sconfitta dalla resistenza nella regione. Gli Stati Uniti subiscono la sconfitta nello scontro e nei complotti contro gli alleati dell’Iran in Palestina, Libano e Siria, e ora hanno iniziato la stessa esperienza in Iraq… Un enorme forza popolare è attiva nella regione, che sventerà i loro inquietanti complotti. Queste forze popolari si sono formate negli Stati regionali divenendo una catena che si estende in tutto il Medio Oriente”. Il portavoce del  ministero degli Esteri Marziyeh Afkham sollecitava l’arresto immediato del sostegno ai gruppi terroristici da parte di certi Stati, invitando tutti i Paesi ad adottare misure collettive per combattere il terrorismo. Il Presidente del Majlis Ali Larijani, “E’ ovvio che gli statunitensi e i Paesi vicini hanno attuato tali mosse… Il terrorismo è uno strumento delle grandi potenze per conseguire i loro obiettivi“. “L’Iraq ha le forze necessarie e i militari preparati per combattere il terrorismo e gli estremisti… Qualsiasi mossa che complichi la situazione in Iraq non sarà nell’interesse dell’Iraq e della regione“. Alaeddin Brujerdi, presidente della Commissione per la politica estera e di sicurezza della Majlis, “Il sostegno degli Stati Uniti, con invio di armi e addestramento militare (dei gruppi taqfiri), è la causa principale della diffusione del terrorismo e dei crimini disumani nella regione… L’Ummah musulmana deve porre fine agli interventi degli Stati Uniti nella regione“. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Zarif, in un’intervista alla rivista New Yorker: “E’ nell’interesse di tutti stabilizzare il governo iracheno. Se gli Stati Uniti si sono rendono conto che tali gruppi rappresentano una minaccia per la sicurezza della regione, e se vogliono davvero combattere il terrorismo e l’estremismo, allora c’è una causa comune globale“. Il Contrammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale dell’Iran accusava Washington della creazione del SIIS. “Tutto ciò confuta la presunta cooperazione USA-Iran sull’Iraq di cui vaniloquia la ‘guerra psicologica’ occidentale contro l’Iran. Terrorismo ed instabilità contro l’Iraq sono gli obiettivi che gli Stati Uniti perseguono creando gruppi terroristici come il SIIS, ricorrendo alla cooperazione finanziaria, d’intelligenza e logistica con certi Paesi regionali nell’attuare tale politica. Chiediamo agli iracheni di restare vigili contro i complotti delle potenze straniere e di difendere il loro Paese. Qualsiasi aiuto iraniano all’Iraq sarà su base bilaterale e non avrà nulla a che fare con un Paese terzo“.

kurdistan-KRG-452x450Fonti:
al-Manar
BAS News
BAS News
Eurasia Rossa
IBTimes
Indian Punchline
Kashf al-Niqab
Veterans Today
Vineyard Saker
Vineyard Saker
War is boring

La fine dell’egemonia anglo-statunitense

Dean Henderson 18 giugno 2014

capital-ppt-map-of-gulf-cooperation-council-countriesGli oligarchi e i loro gendarmi fascisti hanno sequestrato l’Ucraina mentre i ribelli islamisti del SIIS si riprendono le città in Iraq. Le nazioni BRIC, guidate dall’ancora una volta il male Putin, si preparano alla fine dell’impero finanziario anglo-statunitense. L’oligopolio di banche/energia/armi/droga dei Rothschild/Rockefeller, che ha schiavizzato l’umanità e decimato la Terra negli ultimi secoli, va a pezzi. L’arroganza e la stupidità dei sedicenti “illuminati” che operano dalla loro matrice della City di Londra, è chiara a tutti. Tornando alle truppe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) entrate in Bahrayn per aiutare la petro-monarchia al-Qalifa nel reprimere le proteste pro-democrazia; tale intervento, approvato dalle potenze occidentali, rappresenta l’un ultimo tentativo di salvare il Gulf Cooperation Council (GCC), a capo del modus operandi neocoloniale che guida il regime di riciclaggio degli eurodollari di Londra, puntellando sterlina e dollaro. Ma le teste dei monarchi possono ancora cadere. I popoli delle nazioni del GCC sono in fermento, in particolare in Arabia Saudita e Bahrayn. Non a caso i i ribelli siriani finanziati dai Saud vengono inviati a destabilizzare l’Iraq. Gli sceicchi traggono beneficio quando nazionalisti come Assad vengono abbattuti dagli islamisti al soldo degli oligarchi. Gli eventi in Ucraina e la rivolta del SIIS in Iraq sono legati. L’oligarchia globale si basa su tali violenze.

L’islamismo è fascismo. Il fascismo è la religione delle élite, ovunque risiedano
db72a96c-5eeb-4fff-abf6-35c546d0be38 Le sei nazioni del GCC: Arabia Saudita, Quwayt, Bahrayn, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman, siedono sul 42% del petrolio mondiale. Le monarchie unifamiliari che le controllano furono radunate dall’impero inglese e collaborano con Israele sottraendo il greggio dal popolo arabo. Non la Cina o il Giappone, ma esse sono i maggiori acquirenti di titoli del Tesoro USA. I loro interessi non sono nel popolo, ma nella City di Londra e Wall Street. L’élite reale dei sei Paesi del GCC ha fortemente investito nelle economie occidentali. L’alto volume della produzione di greggio fa fluire tali investimenti a Wall Street e City di Londra, consentendo alle élite del CCG di vivere in modo opulento. Come il ministro del petrolio saudita Hisham Nazir ha detto, “Siamo legati dai nostri reciproci interessi e sicurezza“. Mentre la dipendenza occidentale dalle risorse del Terzo Mondo aumentava, divenne sempre più necessario ai banchieri internazionali e alle loro aziende includere le cricche elitarie locali nei programmi di accumulazione del capitale, rendendo un piccolo gruppo di indigeni estremamente ricco, in modo che collabori nello svendere risorse locali all’occidente. Un esempio dell’uso delle élite locali come surrogati si può vedere nel caso dell’uomo più ricco del mondo. Hassanal Bolkiah, sultano del Brunei, una piccola enclave petrolifera sull’isola del Borneo, dove Royal Dutch/Shell detiene il quasi monopolio petrolifero e paga bene il sultano per continuare così. Il sultano del Brunei possiede oltre 60 miliardi di dollari e vive in un palazzo di 1778 stanze. Tale élite locale, a sua volta, consegna le proprie ricchezze ai banchieri occidentali per proteggerle da svalutazione e fallimenti bancari. Ma essi derubano il proprio Paese dei capitali necessari, spesso precipitandoli nella svalutazione e crisi debitoria. Gli Stati Uniti stessi sono un Paese debitore, i cui debiti, in parte, appartengono alle élites del Terzo Mondo che possiedono migliaia di miliardi depositati presso le grandi banche statunitensi, mentre i loro connazionali vivono in condizioni di estrema povertà. Le élite egiziane, per esempio, detengono 60 miliardi di ollari di depositi in banche estere, mentre l’egiziano medio guadagna 650 dollari all’anno. Nel caso del GCC, la quantità di petrodollari riciclati che scorre negli investimenti occidentali è davvero sconcertante.
I sauditi hanno più di 600 miliardi di dollari investiti all’estero. Citigroup possiede il 33% della Saudi American Bank controllata dalla Casa di Saud. Nel 1993 il principe saudita al-Walid bin Talal, proprietario della Saudi Commercial Bank, versò 590000000 di dollari alla Citibank. Bin Talal ora possiede il 17,34% di Citigroup, mentre il principe ereditario Abdullah possiede una quota del 5,4%, divenendo i due maggiori azionisti della banca. Bin Talal è anche il secondo maggiore azionista della Rupert Murdoch Newscorp, proprietaria di Fox News e Wall Street Journal. Le operazioni di acquisto saudite di Citigroup furono facilitate dal Gruppo Carlyle di Washington, che per il 20% è di proprietà della famiglia Mellon, che possedeva Gulf Oil e ora possiede una grande quota di Chevron Texaco. Carlyle è guidata dall’ex-segretario alla Difesa di Reagan e Bush, e presidente della NSC di Reagan, Frank Carlucci. George Bush Sr., James Baker III e l’ex-primo ministro inglese John Major erano consulenti e membri del consiglio della Carlyle. Bush Sr. fu Investment Advisor alla Carlyle per la famiglia bin Ladin fino al novembre 2001. Nel 1995 il principe bin Talal collaborò con il finanziere canadese Paul Reichmann, il presidente di Loews Larry Tisch e il finanziere libanese Edmund J. Safra, amico intimo del criminale di guerra Henry Kissinger, per comprare il complesso Canary Wharf di Londra per 1,04 miliardi di dollari. Il monarca dell’UAE shayq Zayad gestisce l’Abu Dhabi Investment Authority. Gran parte del denaro è gestito da una finanziaria privata come Carlyle Group e Donaldson, la Lufkin & Jenrette di proprietà per il 18% del gruppo saudita Olayan. Olayan possiede anche grandi azioni di JP Morgan Chase e CS First Boston. Il direttore dell’Abu Dhabi Investment Authority è consigliere per l’Asia del Carlyle Group. Il Bahrayn svolge un ruolo nel riciclaggio di petrodollari, essendo un importante centro offshore bancario per gli sceicchi del CCG e i loro partner mega-bancari internazionali. Il Bahrayn è anche la base della Quinta Flotta e di un gran numero di raffinerie che lavorano il greggio saudita. Il Libano fu il primo centro bancario del Medio Oriente in passato, ma con Beirut ridotta in macerie dai bombardamenti israeliani, le banche se ne andarono nel porto franco di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, ora primo mercato dell’oro del pianeta. Le banche d’investimento sono in Quwayt. Ma è il Bahrayn ad ospitare i multi-miliardari mercati fondiari dei derivati dai ricavi in petrodollari di GCC/Quattro Cavalieri. La maggior parte delle banche in Bahrayn è di proprietà straniera e tutte le mega-banche statunitensi vi svolgono operazioni. Molte banche del Bahrayn sono di proprietà delle élite del GCC e sono un importante canale per il riciclaggio dei petrodollari. La Burgan Bank del Quwayt, per esempio, possiede una partecipazione del 28% di una delle più grandi banche del Medio Oriente, la Banca del Bahrayn.
osama-bin-bush L’azienda più potente in Bahrayn è Investcorp, che ha grandi quote del New York Department Store of Puerto Rico, Saks Fifth Avenue, BAT, Tiffany, Gucci, Color Tile, Carvel Ice Cream, Dellwood Foods, Circle K e Chaumet. Investcorp è stata co-fondata nel 1983 dal rampollo della famiglia regnante del Bahrayn shayq Qalifa bin Sulman al-Qalifa, che possedeva anche una grossa fetta dell’infame BCCI. Un recente prospetto dell’Investcorp elenca il ministro delle Finanze del Bahrayn quale proprietario. Il presidente d’Investcorp è Abdul-Rahman al-Atiqi, ex-ministro del Petrolio e delle Finanze del Quwayt. Il suo vicepresidente è Ahmad Ali Qanu della ricca famiglia saudita Qanu, che avrebbe 1,5 miliardi di dollari. L’ex-ministro del petrolio saudita shayq Yamani fu uno dei soci fondatori d’Investcorp insieme a sette membri della famiglia reale saudita. Investcorp ha  la sua sede di otto piani in Bahrayn, oltre a un ufficio a Park Avenue a New York e un ufficio a Mayfair a Londra. Partner dello sceicco al-Qalifa nel lancio d’Investcorp era Namir Qirdar, presidente della banca responsabile delle operazioni del Golfo Persico della Chase Manhattan. Numerosi dirigenti d’Investcorp sono ex-impiegati della Chase. Molti acquisti d’Investcorp si rivelarono dei flop e c’è un lato oscuro della banca. L’esecutivo della gioielleria francese Chaumet, Charles Lefevre, ha detto che Investcorp evitò d’informare gli azionisti di Chaumet mentre tentava di venderne le azioni a un prezzo superiore presso altri investitori del Golfo Persico. Un’altra denuncia sosteneva che Investcorp tentasse di saccheggiare la Saudi European Bank di Parigi. Il membro del consiglio d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, un miliardario saudita, ha investito pesantemente nell’Harken Energy di George W. Bush. Così fece anche lo sceicco del Bahrayn al-Qalifa. Bush e il co-proprietario Dick Cheney trasformarono la loro Arbusto Energy nell’Harken quando l’amico di Bush James Bath gli offrì 50000 dollari per l’avvio. La Skyway Aircrafts di Bath era sotto inchiesta della DEA per aver aiutato gli sceicchi del GCC ad inviare banconote da 100 dollari nelle Isole Cayman. Bath spesso prendeva in prestito denaro dagli sceicchi sauditi Qalid bin Mahfuz, primo azionista della BCCI, e Muhammad bin Ladin, che probabilmente gli diedero i 50000 dollari per lanciare ciò che divenne Harken Energy. Bin Mahfuz e bin Ladin aiutarono l’Harken a firmare un accordo esclusivo per la trivellazione petrolifera in mare, poco prima della Guerra del Golfo. Nel gennaio 1990 il presidente Bush Sr. aveva approvato lo status commerciale preferenziale del regime iracheno. Quello stesso mese Harken Energy s’aggiudicò la più grande concessione petrolifera in mare aperto nel Golfo Persico, al largo del Bahrayn. Altri investitori importanti della Harken furono i fratelli Bass di Ft. Worth, la famiglia sudafricana Rupert, l’Endowment Fund Harvard e il luogotenente dei Rothschild George Soros. Nel 1989 il governo del Bahrayn interruppe bruscamente i colloqui con l’Amoco sulla stessa concessione petrolifera, dopo che l’emiro al-Qalifa decise di concederla alla Harken Energy su richiesta del capo per le operazioni in Medio Oriente di Mobil Michael Ameen. Il finanziamento del progetto fu organizzato dall’amico di Bush Jr. Jackson Stephens, proprietario della Worthen Bank in Arkansas, determinante nel portare la BCCI negli Stati Uniti e che donò 100000 dollari a Bush Sr. per la campagna presidenziale del 1988. L’avvocato Allen Quasha di New York e suo padre William Quasha di Manila, favorirono l’accordo della Harken con il Bahrayn. Nel 1961 Bill Quasha aiutò George Bush Sr. a garantirsi i diritti di perforazione del primo pozzo petrolifero in Kuwait con la Zapata Offshore Oil Company. Più tardi Quasha fu consulente legale nelle Filippine della lavanderia della CIA Nugan Hand Bank. Suo figlio Allen era il maggiore azionista della Harken. Quasha aveva il 21%  di una società svizzera controllata dalla famiglia sudafricana Rupert, principale sostenitrice dell’ex-regime dell’apartheid del Paese.
Appena un mese prima che l’Iraq invadesse il Quwayt, George W. Bush vendette il 66% della sua partecipazione alla Harken Energy con un profitto del 200%. Mentre analisti come Charlie Andrews della 13D Research emettevano raccomandazioni contro gli “acquisti” dalla Harken, il 22 giugno 1990 Bush incassava 840mila dollari dalle azioni Harken, dicendo che “ho venduto per la buona novella“. Bush sapeva che Harken aveva violato i termini dei prestiti ed era ormai alle corde finanziariamente. Cinque settimane dopo Harken subì una perdita di 23 milioni di dollari e il suo prezzo azionario crollò. Bush segnalò la sua tempestiva vendita delle azioni Harken Energy solo nel marzo 1991. Ciò era illegale, ma Bush sostenne che la SEC smarrì i moduli e non fu mai perseguito. Nel 1993 Bush si dimise dal consiglio di amministrazione della Harken. Con il pesante sostegno finanziario della Enron, divenne governatore del Texas. Bush fu difeso nella causa per la truffa Harken dall’avvocato di Baker Botts Robert Jordan, pagato nel 2000 con la nomina ad ambasciatore degli Stati Uniti in Arabia Saudita. Il capo della SEC, clemente durante la debacle Harken, era Richard Breeden, uno dei maggiori sostenitori politici di Bush Sr. Al consiglio della SEC vi era James Doty, altro sostenitore di Bush che aiutò George W. ad acquistare la squadra di baseball dei Texas Rangers. Quando la Harken di George W. Bush si fuse con Spectrum 7 Energy, fu aiutato dall’insider d’Investcorp Abdullah Taha Baqsh, che acquistò il 17,6% della Harken tramite una holding nelle Antille olandesi. Alcuni dicono che Baqsh fosse un uomo dello sceicco Qalid bin Mahfuz. Baqsh fu  un importante investitore d’Investcorp in Bahrayn, avviata da ex-dirigenti della Chase Manhattan. Nel 1988 saccheggiò una banca araba di Londra. Baqsh fu anche accusato di saccheggio della Banca Saudita di Parigi, quando crollò nel 1988, poco prima del sorprendentemente simile crollo della BCCI. Baqsh è azionista della First Group Commercial Financial, una società di trading futures in materie prime di Chicago, sanzionata dalle autorità di regolamentazione degli Stati Uniti per check-kiting e frode. Poco prima della guerra del Golfo, Investcorp vendette il 25,8% delle azioni ad una società irachena, nonostante una legge del Bahrayn  vietasse tali operazioni.
1_23_201111248PM_3528182272 Sauditi e kuwaitiani sono leader negli investimenti del GCC all’estero. La Kuwaiti Investment Authority ha oltre 250 miliardi di dollari investiti all’estero ed è il primo investitore straniero in Giappone e Spagna. Citigroup e JP Morgan Chase gestiscono gli investimenti del Quwayt negli Stati Uniti, dove il clan al-Sabah possiede azioni in ciascuna delle 70 maggiori aziende quotate alla New York Stock Exchange. Le loro aziende statunitensi sono, per il 100% l’Occidental Geothermal, per il 29,8% le Great Western Resources, per il 100% l’Atlanta Hilton Hotel, per il 45% il Phoenician Hotel e per l’11% l’Hogg Robinson. In Germania possiede il 14% di Daimler-Chrysler, il 25% della Hoechst (erede della nazista IG Farben e seconda maggiore azienda farmaceutica del mondo), il 20% di Metallgesellschaft e parte del rivenditore tedesco Asko. In Italia possiede il 6,7% di Afil, l’holding della famiglia Agnelli che possiede FIAT e diverse altre iniziative. Nel Regno Unito possiede St. Martin’s Properties e il 5,4% di Sime Darby. In Malesia la sua società K-10 possiede la più grande testata, New Straits Times Press. Nella vicina Singapore, i kuwaitiani possiedono il 10,6% di Singapore Petroleum, il 37% di Dao Heng Holdings e il 49% della società d’intermediazione mobiliare JM Sassoon. La Kuwait Oil Company (KOC) fu tecnicamente nazionalizzata nei primi anni ’80, ma resta vicina ai suoi creatori Chevron Texaco e BP Amoco, vendendo a questi due cavalieri petrolio scontato. KOC ha reso ricchi gli emiri al-Sabah e la famiglia al-Ghanim, agente della società per decenni. Nel 1966 KOC comprò una controllata danese e divenne la prima compagnia petrolifera mediorientale a vendere benzina al dettaglio in Europa. La KOC fu la società della GCC più aggressiva negli investimenti all’estero. Nel 1982 acquistò centinaia di stazioni di servizio Q8 in tutta Europa. Nel 1987 possedeva più di 5000 rivenditori di benzina in Europa e Asia meridionale. Proprio la scorsa settimana KOC s’è aggiudicata un contratto per costruire le raffinerie di petrolio in Corea del Sud. I kuwaitiani hanno anche comprato in uno dei Quattro Cavalieri, la BP Amoco, di cui nel 1988 possedevano una quota del 22%. Poi ridussero la quota al 9,85%, ma sempre una quota di controllo. Acquistarono le operazioni di raffinazione a Napoli, Italia, della Mobil, possiedono quasi il 4% di ARCO (ora di BP Amoco) e il 2,39% di Phillips Petroleum (ora fusasi con Conoco). In Spagna i kuwaitiani dirigono l’azienda chimica Torras Hostench e in Giappone l’Arabian Oil.
Gli investimenti del GCC in banche e multinazionali occidentali totalizzano migliaia di miliardi. La maggior parte viene investita in titoli di Stato a lungo termine statunitensi e giapponesi. Gli sceicchi del GCC sono cruciali per mantenere l’intero castello di carte dell’economia globale. I loro acquisti sono garantiti dal debito degli Stati Uniti, in gran parte maturato con la spesa per la difesa del Golfo Persico, mantenendo un dollaro forte e impedendo che l’architettura finanziaria internazionale deperisca. Gli emiri e i loro amici elitari finanziano le operazioni segrete della CIA, mentre riequilibrano i loro surplus commerciali con l’occidente attraverso l’acquisto di armi degli Stati Uniti, per proteggere i propri feudi petroliferi. Gli eventi in Ucraina e Medio Oriente dimostrano la posizione disperata dell’oligopolio energetico Rockefeller/Rothschild. Putin ha appena iniziato a giocare potenti carte. Le marionette del GCC sono assediate. La fine dello standard petrolifero può essere scongiurata solo con un guerra permanente. Giorni curiosi.

31590-3x2-940x627Dean Henderson è autore di Big Oil & Their Bankers in the Persian Gulf: Four Horsemen, Eight Families & Their Global Intelligence, Narcotics & Terror Network, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, Stickin’ it to the Matrix & The Federal Reserve Cartel. Il suo sito è  Left Hook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

SIIS in Iraq e Siria: vergogna su Obama mentre Hezbollah sostiene il mosaico

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker Modern Tokyo Times 11 giugno 2014

iraqIl presidente Obama e gli altri capi di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito dovrebbero essere ritenuti responsabili della ri-destabilizzazione dell’Iraq assieme alla destabilizzazione di Libia e Siria. Infatti, le conseguenze vengono sentite in Egitto, Libano, Mali, Tunisia e molto più lontano. Pertanto, i capi del Golfo e delle potenze occidentali assieme alla Turchia hanno scatenato forze che decapitano, massacrano minoranze, compiono attentati terroristici quotidianamente, distruggono monumenti e miriadi di altre barbarie. L’ex-capo degli USA George Bush junior iniziò la destabilizzazione dell’Iraq con scuse false e mendaci. Dopo anni finalmente si ha la stabilizzazione, nonostante il terrorismo sia una realtà in Iraq, e allora Obama apre le porte al caos che sostiene in Libia e Siria. Tale follia guida la grave crisi in Iraq a seguito del caos pianificato in Libia e Siria. Ironia della sorte, nonostante l’isteria di Israele e USA, Hezbollah in Libano supporta il mosaico del Levante. Dopo tutto, i cristiani in Siria fuggono e sono massacrati da terroristi e settari supportati da potenze del Golfo e Turchia. Naturalmente, il ruolo oscuro di USA, Francia e Regno Unito nell’inviarvi armi, combattenti e propaganda massiccia gioca un ruolo importante. Pertanto, Hezbollah è una potenza stabilizzante che opera assieme al principale partito cristiano in Libano di Michel Aoun. Questa realtà è ignorata comodamente da Israele e USA, perché non soddisfa il solito mantra contro Hezbollah. Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha avvertito della minaccia taqfira affermando: “Se tali (gruppi taqfiri) vincono in Siria, e se Dio vuole non accadrà, la Siria sarà peggio dell’Afghanistan“. Nasrallah continuava: “Se tali gruppi armati vincono, ci sarà un futuro per il Movimento Futuro in Libano? Ci sarà una possibilità per chiunque tranne i taqfiri, nel Paese?” Infatti, il recente attacco frontale totale dello Stato Islamico dell’Iraq e Sham (SIIS) all’Iraq esprime vari motivi. Dopo tutto, è chiaro che il SIIS vuole staccare parti di Iraq e Siria creando uno Stato taqfiri da “anno zero dell’islamismo”, dove la mentalità salafita domini su tutto. Tuttavia, non è chiaro se il SIIS agisce sulla base della forza o perché le forze armate della Siria e i loro alleati, tra cui Hezbollah, respingono tali forze dal Paese. In entrambi i casi, è del tutto evidente che le forze centrali in Iraq devono iniziare a considerare un patto militare congiunto con la Siria, o almeno una maggiore cooperazione tra le due forze armate per attaccare il SIIS in modo coordinato. In altre parole, gli USA hanno in primo luogo destabilizzato l’Iraq sotto Bush figlio e poi tradito questa nazione con Obama quando sembrava che il peggio fosse passato, l’Iraq deve quindi avvicinarsi al governo della Siria. Dopo tutto, se il governo siriano cade, allora non solo crollerà il mosaico di questa nazione ma l’Iraq e il Libano subiranno terribili conseguenze ancora peggiori. Hezbollah l’ha pienamente compreso in Libano e assieme al governo della Siria è in prima linea nella guerra di civiltà, con cui taqfiri, petrodollari del Golfo e potenze occidentali cercano di schiacciare il mosaico del Levante.
Con i nuovi capi delle maggiori potenze della NATO e del Golfo, è chiaro che gli affiliati di al-Qaida e altri gruppi settari estremisti fioriscono. Nel nuovo ordine mondiale, da quando Obama è entrato in carica, è ovvio che al-Qaida e destabilizzazione si diffondono grazie ai petrodollari del Golfo e alle politiche torbide delle principali potenze occidentali. Pertanto, le varie forze settarie e taqfire crescono in tutto il Nord Africa, Africa occidentale, Medio Oriente e in altre parti del mondo, secondo gli intrighi del Golfo e occidentali. In altre parole, Usama bin Ladin era rintanato in un piccolo posto in Pakistan (chiaramente in cattiva salute, protetto dagli Stati Uniti e supportato dal  Pakistan) prima di essere ucciso. Tuttavia, oggi gli affiliati di al-Qaida e le forze settarie suscitano apertamente il caos per dei capricciosi torbidi obiettivi di politica estera. La ripetizione dell’Afghanistan degli anni ’80 e ’90 si rinnova in diverse nazioni perché le stesse potenze del Golfo e occidentali cercano di utilizzare la “bandiera terrorista e settaria”. Tuttavia, proprio come testimonia il contraccolpo dall’11 settembre, quando migliaia di innocenti furono uccisi, oggi l’Iraq  affronta tale ritorno di fiamma. La situazione di cui sopra è nauseante, perché in Siria gli stessi giocatori sono apertamente in combutta con vari gruppi terroristici, milizie settarie e forze mercenarie. In altre parole, tutte le decapitazioni in Siria da parte delle forze taqfiri e dell’esercito libero siriano (ELS) non significano nulla nei corridoi del potere delle prime nazioni del Golfo e occidentali. Allo stesso modo, la consapevolezza che le minoranze religiose in Siria affrontino un bagno di sangue, se il governo siriano crollasse, non sembra riguardare i soliti giocatori, pur sapendolo appieno. Tuttavia, il ritorno di fiamma in Iraq è una questione diversa, perché evidenzia il fallimento totale di Obama e di altre nazioni come il Regno Unito. Dopo tutto, migliaia di truppe alleate vi sono morte, e numerosi civili continuano a morire in Iraq. Eppure oggi è amico degli USA ma l’amministrazione Obama provoca quanto accade in Iraq per la propria politica contro il governo della Siria. Il SIIS lancia un’offensiva militare su Mosul e altre parti dell’Iraq. Nel frattempo l’amministrazione Obama ancora parla di assistere le varie forze in Siria, mentre l’Iraq è in fiamme e il Levante è minacciato. Attualmente, l’unica forza che redime è Hezbollah che rifiuta di piegarsi alle pressioni internazionali. Pertanto, in Siria le forze armate di questa nazione e altre forze fedeli al Presidente Bashar al-Assad resistono con Hezbollah preservando il ricco mosaico religioso del Levante. È giunto il momento che il governo iracheno unisca le forze con la Siria e Hezbollah perché gli amici degli USA inviano petrodollari del Golfo e jihadisti internazionali per diffondere il caos in Iraq.
Nasrallah ha dichiarato sull’Afghanistan: “Considerate l’esperienza dell’Afghanistan. Le fazioni jihadiste afghane combatterono uno dei due più potenti eserciti del mondo, l’esercito sovietico, che fu sconfitto in Afghanistan”. Tuttavia, Nasrallah continua: “C’erano alcune fazioni in Afghanistan dall’ideologia taqfira, esclusiva, discriminatoria, sanguinarie e omicida… le fazioni jihadiste afghane entrarono in un sanguinoso conflitto intestino… i jihadisti distrussero città e villaggi… cose che non fece neppure l’esercito sovietico… E ora, dov’è l’Afghanistan? Dal giorno in cui i sovietici si ritirarono ad oggi, portatemi un giorno in Afghanistan senza omicidi, feriti, profughi, distruzione e dove non sia difficile vivere. Portatemi un giorno di pace e felicità nella vita da tali (gruppi)...” Nonostante la realtà dell’Afghanistan, l’amministrazione Obama era disposta a vendere l’Egitto ai fratelli musulmani. Inoltre, sotto la supervisione sua e delle élite di Francia, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Regno Unito, allora affiliate ad al-Qaida e a varie forze settarie, furono avviate sommosse in molte nazioni. Infatti, l’Europa esporta sempre più terroristi taqfiri in Medio Oriente e altre parti del mondo. La realtà brutale è che Hezbollah e il governo della Siria si concentrano sulla conservazione del ricco mosaico del Levante. Tuttavia, le forze del settarismo e del terrorismo, apertamente supportate dagli amici di USA, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, sono dedite a distruggere l’Iraq proprio come la Libia. Pertanto, l’Iraq dovrebbe riallinearsi con il governo della Siria ed Hezbollah, perché è del tutto ovvio che i petrodollari del Golfo e le ingerenze occidentali nel Levante sono alla radice dell’attuale avanzata del SIIS in tutta la regione.

Hezbollah-leader-Sheikh-Hassan-NasrallahTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iran e Cina aumentano la cooperazione?

Mohsen Shariatinia, Iran ReviewNsnbc

Le relazioni tra Iran e Cina sono vecchie quanto la storia. I due Paesi, culle delle più antiche civiltà del mondo, interagiscono in vari campi da migliaia di anni. Durante questo lungo periodo, la cooperazione è stata il modello dominante nel disciplinare i rapporti tra Iran e Cina.

0,,17086137_401,00La Via della Seta è simbolo della cooperazione e interazione tra i due Paesi nei secoli passati. Oggi,  continuando il suddetto modello storico, le relazioni tra i due Paesi si basano sulla cooperazione nei vari campi della sicurezza, politici, economici e culturali. La logica che governa la cooperazione politica, nella sicurezza e Difesa tra Iran e Cina ha le sue radici negli interessi ed obiettivi in politica estera comuni perseguiti dai due Paesi. D’altra parte, avendo i due Paesi in via di sviluppo economie complementari, Iran e Cina possono affrontare le diverse esigenze dell’altro e questa situazione ha ulteriormente ampliato l’area degli interessi comuni che possono cementare i rapporti reciproci. Inoltre, Iran e Cina hanno numerosi punti in comune in termini di valori e norme accettati nelle rispettive società. L’esistenza di tali comunanze fornisce molti possibili motivi di cooperazione tra la Repubblica islamica e la Cina in politica, sicurezza ed economia. In ambito internazionale, Iran e Cina rifiutano l’ordine mondiale unipolare esistente, che attualmente governa le relazioni internazionali, poiché entrambi i Paesi lo considerano ingiusto e contrario ai loro interessi nazionali. Naturalmente, il modo utilizzato da ogni Paese per opporsi a tale ordine è differente. Pertanto, l’esistenza di una certa coincidenza nelle maggiori visioni dei due Paesi sulle relazioni internazionali, può essere considerata l’aspetto più importante delle loro relazioni, creando nuove possibilità di un’ulteriore promozione della collaborazione politica tra Teheran e Pechino. Un altro fattore che può spingere politicamente le relazioni tra i due Paesi, è legato al loro “tentativo di proteggere la sovranità nazionale contro l’interpretazione westfaliana della sovranità, essendo entrambi contrari alle interferenze straniere negli affari interni di altri Paesi. Iran e Cina hanno punti di vista comuni nell’opporsi all’intervento dell’occidente negli affari interni, violando la sovranità di altri Paesi, da parte dell’occidente, con il cambio di regime violento e i tentativi occidentali d’introdurre nuove procedure internazionali per limitare i diritti sovrani di altri Paesi. Tale situazione ha anche fornito terreno fertile alla cooperazione politica e alle consultazioni tra  Repubblica islamica e Cina.
Sulle questioni della sicurezza, si deve rilevare che nelle condizioni attuali vi sono importanti elementi comuni nella sicurezza di entrambi i Paesi e questo problema può fornire la buona possibilità di un’ulteriore collaborazione tra Teheran e Pechino. La regione del Golfo Persico è la sfera più importante per la sicurezza dell’Iran. D’altra parte, da quando la Cina ha aumentato le sue importazioni energetiche da questa regione, il Golfo Persico è divenuto componente importante per la sicurezza della Cina. Pertanto, stabilità e sicurezza regionali sono di grande importanza per entrambi i Paesi. Asia centrale e Afghanistan sono altri luoghi dove i problemi della sicurezza dei due Paesi coincidono. Va da sé che i Paesi di questa regione sono affetti da una sorta di fragilità delle strutture politiche e di potere. D’altra parte, ogni forma di instabilità e crisi in ognuno di questi Paesi può avere un impatto diretto sugli interessi nazionali dell’Iran e della Cina. A questo proposito, le prospettive future dell’Afghanistan sono la questione più importante per l’Iran. Mantenere la stabilità in Afghanistan dopo il 2014 (quando le forze straniere dovrebbero lasciare il Paese), dipende dalla stretta collaborazione tra tutti gli attori regionali, in particolare i Paesi confinanti. Iran e Cina da importanti vicini dell’Afghanistan hanno ruolo e interessi comuni nell’aumentarne la stabilità e rafforzarne il governo. Questo interesse comune può anche fornire  terreno comune alla loro collaborazione. I due Paesi hanno anche una vasta cooperazione economica. L’Iran è uno dei Paesi più importanti per risorse energetiche abbondanti mentre la Cina, d’altra parte, è uno dei maggiori consumatori di energia. La Cina è quindi un Paese consumatore la cui domanda di energia aumenta ad un tasso assai superiore a quello medio mondiale. Pertanto, il campo dell’energia può ancora fornire ampie possibilità di sviluppo delle relazioni tra i due Paesi. Inoltre, e nelle attuali circostanze, l’Iran può soddisfare gran parte delle necessità economiche attraverso la Cina e può anche avere la parte del leone nell’esportazione in questo Paese. Tuttavia, nonostante il fatto che ci siano grandi potenzialità per l’espansione della cooperazione tra Iran e Cina, interferenze di terzi creano seri ostacoli allo sviluppo dei legami bilaterali. Stati Uniti e Israele hanno un ruolo totalmente distruttivo nel tentativo di minare i rapporti tra Iran e Cina. Le sanzioni imposte alla Repubblica islamica dagli Stati Uniti hanno notevolmente rallentato la cooperazione a lungo termine tra Iran e Cina nel settore dell’energia. Hanno anche ridotto il ritmo degli investimenti stranieri in Iran e causato molti problemi in ogni forma di transazione bancaria tra Iran e Cina.
Nella nuova era avviata con l’inaugurazione dell’amministrazione del Presidente Hassan Ruhani, l’accordo provvisorio raggiunto a Ginevra sul programma nucleare iraniano, così come lo sforzo di Ruhani di presentare un’immagine diversa dell’Iran al mondo, hanno temporaneamente ridotto la forza distruttiva degli Stati Uniti nel silurare i rapporti tra Teheran e Pechino. Pertanto, si può affermare che l’ulteriore espansione delle relazioni tra Iran e Cina dipenderà soprattutto dal destino finale della convenzione di Ginevra. I primi passi per lo sviluppo delle relazioni dei due Paesi, tuttavia, sono stati avviati attraverso colloqui diretti tra i presidenti dei due Paesi a margine della recente riunione dei Paesi membri della Shanghai Cooperation Organization nella capitale del Kirghizistan Bishkek. Le due parti hanno anche raggiunto nuovi accordi nel corso della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA), tenutasi nella città portuale cinese di Shanghai. Se l’accordo interinale di Ginevra si conclude con un accordo globale sul programma nucleare iraniano e l’immagine internazionale dell’Iran si libera dai falsi problemi sulla sicurezza, le relazioni tra Repubblica islamica e Cina molto probabilmente inizieranno ad espandersi a ritmo accelerato. Tuttavia, se i negoziati sul programma nucleare iraniano non daranno frutti e le relazioni tra Teheran e occidente divetassero turbolenti, ancora una volta l’espansione della cooperazione tra Iran e Cina sarà più difficile e affronterà nuove difficoltà.

CHINA-IRAN-DIPLOMACY*Mohsen Shariatinia è assistente professore di Relazioni Internazionali e Senior Research Fellow presso l’Istituto per gli studi e la ricerca commerciali. È autore di Iran-China: An Introduction (2007) e La politica estera sviluppista: l’esperienza cinese (2008), entrambi pubblicati dal Centro per la ricerca strategica – CSR.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Iran costruisce la riproduzione di una portaerei a propulsione nucleare statunitense

Eric Schmitt New York Times 21 marzo 2014 – Iranfocus

21ship2-blog427L’Iran sta costruendo un modello di portaerei a propulsione nucleare statunitense che i funzionari degli Stati Uniti dicono che potrebbe essere distrutto per propaganda.
Gli analisti dell’intelligence studiano le foto satellitari delle installazioni militari iraniane in cui è stata notata per la prima volta la nave, nel cantiere Gachin, nei pressi di Bandar Abbas sul Golfo Persico, la scorsa estate. La nave ha la stessa forma caratteristica delle portaerei classe Nimitz dell’US Navy, nonché il numero 68 della Nimitz ordinatamente dipinto di bianco vicino alla prua.  Modelli di aeromobili appaiono sul ponte di volo.
Il modello iraniano, che i funzionari statunitensi descrivono simile più a una chiatta che a una nave da guerra, non ha un sistema di propulsione nucleare ed è lunga solo circa due terzi di una tipica porterei da 300 metri di lunghezza dell’US Navy. Funzionari dell’intelligence non credono che l’Iran possa costruire una vera portaerei. “Sulla base delle nostre osservazioni, questa non è una portaerei operativa, è una grande chiatta costruita in somiglianza ad una portaerei“, ha detto il comandante.  Jason Salata, portavoce della Quinta Flotta della Marina in Bahrain, nel Golfo Persico. “Non siamo sicuri cosa l’Iran speri di ottenere con tale costruzione. Se si tratta di propaganda, a che scopo?” Qualunque sia lo scopo, i funzionari statunitensi hanno riconosciuto di aver voluto rivelare l’esistenza della nave per anticipare gli iraniani.
Gli analisti dell’intelligence dell’US Navy e di altri servizi statunitensi, suppongono che la nave, che dei mattacchioni della Quinta Flotta hanno soprannominato la chiatta-bersaglio, sia qualcosa che l’Iran potrebbe trainare in mare, ancorare e far saltare in aria, filmando il tutto per motivi di propaganda se, per esempio, i colloqui con le potenze occidentali sul programma nucleare iraniano andassero a fondo. L’Iran ha precedentemente utilizzato chiatte come bersagli per i lanci di missili durante le esercitazioni, riprendendoli e trasmettendoli poi sui notiziari TV, hanno detto gli ufficiali della Marina. “Non è sorprendente che le forze militari iraniane possano usare una varietà di tattiche, tra cui l’inganno militare, per comunicare strategicamente ed eventualmente dimostrare la loro determinazione nella regione“, ha detto un funzionario statunitense che ha seguito da vicino la realizzazione del modello. Ma mentre l’Iran ha cercato di nascondere i suoi siti nucleari sotterranei la Marina iraniana non ha preso alcun provvedimento per nascondere agli indiscreti satelliti occidentali ciò che costruisce nel cantiere in questione. “Il sistema è troppo opaco per capire chi abbia avuto questa idea, e se sia stato approvato ai massimi livelli“, ha detto Karim Sadjadpour, esperto dell’Iran presso il Carnegie Endowment for International Peace.
L’Iran ha cercato di sfruttare la tecnologia militare statunitense catturata o piratata, in passato. Lo scorso anno, l’élite politica e militare dell’Iran s’è vantata che le loro forze avevano abbattuto un drone dell’intelligence statunitense, un velivolo teleguidato dell’US Navy denominato ScanEagle subito mostrato dai media iraniani. Gli ufficiali dell’US Navy risposero che il droni non fu abbattuto dal fuoco nemico, anche se il Pentagono ha riconosciuto di aver perso un piccolo numero di ScanEagles, probabilmente per malfunzionamento del motore.
Non è stato possibile raggiungere gli ufficiali della Marina iraniana per un commento, dato che il Paese si prepara a festeggiare il Capodanno. I funzionari dell’intelligence statunitense citano una fotografia scattata il 22 febbraio a Bandar Abbas e una breve descrizione in persiano della nave su un sito web del Ministero dell’Industria, Miniere e Commercio iraniano. Per ora, gli analisti dell’US Navy e funzionari dei servizi segreti statunitensi dicono di non essere eccessivamente preoccupati dalla finta nave. Ma il fatto che gli iraniani la stiano costruendo, presumibilmente per misteriosi scopi bellicosi, contrasta con il fatto che gli iraniani hanno fatto un passo indietro rispetto alla loro tipica pesante postura anti-statunitense, durante le recenti esercitazione navali nel Golfo Persico. Fino a poco tempo fa, i motoscafi d’attacco veloce iraniani hanno molestato navi da guerra statunitensi, e il governo di Teheran ha schierato droni con gondole di sorveglianza e che potrebbero un giorno portare missili.
Date le diverse basi del potere politico dell’Iran, sarebbe difficile decifrare gli scopi del governo. Dopo che a novembre è stato raggiunto l’accordo nucleare temporaneo tra le potenze mondiali e il governo moderato del presidente iraniano Hassan Ruhani, non era chiaro ai funzionari statunitensi se le Guardie Rivoluzionarie islamiche dell’Iran dalla linea dura potessero tentare di provocare un conflitto con la Marina degli Stati Uniti per minare l’accordo. La marina delle Guardie Rivoluzionarie si compone di motoscafi veloci di attacco con armi automatiche ad alta potenza e siluri, e gli equipaggi in passato impiegarono tattiche di guerriglia, tra cui avvicinarsi pericolosamente alle navi da guerra statunitensi.
Quando il modello sarà varato e navigherà, se mai lo farà, nessuno può indovinarlo, dicono gli analisti. La nave è in fase di completamento, hanno detto, e verrà presumibilmente inviata tramite i binari del cantiere, a destinazione sul Golfo Persico, a poche centinaia di metri di distanza.

nimitziranianTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’asse della speranza da Pechino a Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco

André Charny, Rete Voltaire, Parigi (Francia) 8 marzo 2014

La strategia degli Stati Uniti, ideata da Zbigniew Brzezinski, di supportare l’oscurantismo islamico per combattere sia i progressisti musulmani che la Russia, ha suscitato un’alleanza che gli resiste. Ora Cina, Russia, Iran, Siria e Hezbollah sono costretti a fare blocco per sopravvivere. Infine, osserva André Charny, la trappola scatta su chi l’ha tesa.26f02pol3-cina-russia-putin-reutersIslam contro Islam…
Iran, Siria e Libano grazie ad Hezbollah e ai suoi alleati, considerati per anni dall’occidente fonte del male per il loro sostegno a ciò che l’occidente chiama “terrorismo”, non hanno mai finito di parlarsi. Dopo il trattamento individuale per ciascuno di essi in funzione delle divisioni politiche regionali, nasce un asse che dalle porte di Russia e Cina arriva a quelle di Tel Aviv. Quest’asse nasce dalla politica occidentale nella regione. Gli Stati Uniti, seguiti dai principali Paesi occidentali, hanno dichiarato che i loro interessi economici devono essere preservati a tutti i costi. Questa politica faziosa negli anni ha generato tensioni, conflitti armati e scontri che non finiscono di fare notizia. Tale politica continua è stata attuata con il sostegno di attori locali. Tuttavia, è accelerata dopo la caduta del muro di Berlino, vissuto come evento storico giustamente, ma segnando l’avvento di una strategia aggressiva e sprezzante in Medio Oriente. Scomparsa l’URSS, i Paesi della regione non potevano sperare in null’altro che rimettersi alla volontà occidentale, anche quella degli Stati Uniti. Invece di approfittare di tale posizione privilegiata di arbitro, questi ultimi e certi Paesi occidentali preferirono l’imposizione e il dominio sul “Medio Oriente allargato” attraverso interventi diretti in Iraq e Afghanistan, ma anche in Libano, Yemen e Maghreb con la dichiarata intenzione di intervenire in Siria e Iran. Gli Stati Uniti fin dagli anni ’70 , dopo la crisi petrolifera, devono controllare le fonti delle materie prime, in particolare il petrolio, nonché le rotte di queste risorse, perché ebbero l’amara esperienza di scoprirne la necessità vitale per la loro economia e il benessere dei loro cittadini. Le opinioni degli esperti si differenziano sulla valutazione delle riserve di gas e idrocarburi, ma l’idea rimane la stessa, la natura finita di tali tesori che si trovano, secondo loro, nelle mani di avidi beduini che non sanno utilizzarli se non per accumulare oro e finanziarsi passatempi e divertimento.
Nel momento in cui lo “scontro di civiltà” di Samuel Huntington sostituisce la guerra fredda, l’Islam è diventato per gli Stati Uniti il nuovo utile nemico, in qualche modo loro “alleato” contro l’Europa.  Pragmatici e opportunisti, videro nel movimento islamico un'”ondata” e scelsero di giocare la carta musulmana per controllare meglio le arterie dell’oro nero. Questo pericoloso alleato islamista venne percepito come utile ben prima dell’implosione del comunismo. Dagli anni ’70, gli Stati Uniti sostennero gli estremisti islamici, dalla Fratellanza musulmana siriana agli islamisti bosniaci e albanesi, dai taliban a Jama Islamyah egiziano. Si parlò addirittura di rapporti con il FIS (Fronte islamico di salvezza, diventato il violento gruppo “GIA”), in Algeria. Coccolarono i wahhabiti a capo della monarchia saudita pro-USA, che finanzia quasi tutte le reti islamiste nel mondo. Fecero gli apprendisti stregoni, e i movimenti fondamentalisti che credevano di manipolare spesso si rivoltarono contro il “Grande Satana” per raggiungere i loro obiettivi. Al contrario, gli Stati Uniti abbandonarono o vollero neutralizzare quei Paesi musulmani suscettibili di conquistare potere politico e relativa autonomia. Si pensi al presidente Jimmy Carter che abbandonò lo Scià quando l’Iran stava diventando padrone del suo petrolio. A ciò si aggiunse la volontà di schiacciare ogni accenno d’indipendenza intellettuale anche nei Paesi arabi laici come Siria, Egitto e Iraq.
Giocando con l’islamismo a scapito dei movimenti laici che potessero rappresentare un’alternativa all’Islam politico radicale, ridivenendo rifugio sicuro dopo ogni fallimento in questa regione. Tuttavia, tale “islamismo” ovviamente non deve essere confuso con la Repubblica “islamica” dell’Iran, che ha una storia atipica. Inoltre, diversi autori importanti sui movimenti islamici, a volte commettono l’errore di confondere la Repubblica islamica dell’Iran con gli islamisti, che non hanno nulla in comune tranne il preteso riferimento a Islam e sharia. La differenza fondamentale è la definizione stessa di Islam politico auspicato da ognuno. Fondamentalmente tutto li separa, e se è vero che gli statunitensi non fecero molto per salvare lo Shah, ciò fu giustificato secondo le loro ragioni strategiche, perché con loro l’Iran in nessun modo poteva diventare un grande potenza regionale. Ciò spiega perché, qualche tempo dopo la caduta dello Scià, gli Stati Uniti avviarono la guerra scatenata da Saddam Hussein contro il confinante, permettendo di rovinare gli unici due Paesi che potessero avere un’influenza decisiva nella regione del Golfo. Tuttavia, gli sviluppi in Iran dopo la guerra con l’Iraq gli permisero di diventare una vera potenza regionale, temuta in particolare da certe monarchie del Golfo, che da allora preferirono affidare la propria sicurezza all’occidente, soprattutto agli USA. Per contropartita, affidarono le loro “risorse” alle economie occidentali, finanziando attività e movimenti indicatigli dai servizi segreti di Washington.
Tali monarchie chiusero gli occhi sugli eventi in corso in certe regioni, come la Palestina, anche se dicevano di sostenere le aspirazioni del popolo palestinese. Furono tra i primi Paesi arabi ad avere contatti diretti e segreti con Israele, portando poi alla riconciliazione del movimento di resistenza palestinese con gli iraniani, che oggi appaiono essere gli unici disposti a difendere i luoghi santi dell’Islam con gli uomini di al-Quds, ramo delle Guardie Rivoluzionarie, e attraverso il loro sostegno ad Hamas. La magia statunitense si rivolse contro il mago. Il mondo arabo-musulmano deve rimanere per il Nord America un mondo ricco di petrolio da sfruttare a volontà, ma povero di materia grigia e tenuto nella totale dipendenza dalla tecnologia; un mercato di un miliardo di consumatori privi d’indipendenza politico-militare ed economica. Il giogo coranico, secondo loro, ne sostiene la povertà intellettuale.

Le regole del gioco
L’asse passando da Baghdad e Damasco avanza a scapito della strategia regionale di Washington. Era essenziale, negli anni, che questo asse adottasse alleati e partner, soprattutto per via delle sanzioni contro Iran e Siria. Inoltre storicamente la linea Damasco-Mosca non è mai stata interrotta nonostante la scomparsa dell’Unione Sovietica, nonostante il periodo tumultuoso attraversato dalla Federazione russa. Ma l’arrivo del Presidente Vladimir Putin, che aspirava a ristabilire il ruolo internazionale della Russia e a preservarne gli interessi strategici, non fu gradito dagli Stati Uniti. Da parte sua, l’Iran doveva sviluppare le relazioni con la Russia, divenendone alleato oggettivo nei negoziati con l’occidente sul programma nucleare. Anche la Cina ha rafforzato i rapporti con Teheran, soprattutto dopo l’embargo sull’economia iraniana. Queste due grandi potenze sono diventate, per forza di cose, le basi, se non le riserve strategiche, dell'”asse della Speranza”. E’ ovvio che ognuno ne tragga vantaggio, ma i russi e cinesi sono contenti di avere partner che agiscono da pedine contro i loro avversari storici, mentre approfittano del petrolio e del gas iraniani, e delle posizioni strategiche offerte dalla situazione in Siria rispetto alle posizioni avanzate degli Stati Uniti. Nel suo libro La Grande Scacchiera, l’America e il resto del mondo, pubblicato nel 1997, Zbigniew Brzezinski, ex-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, molto influente negli Stati Uniti di Clinton, rivela con franchezza le ragioni ciniche alla base della strategia islamica del suo Paese. Secondo lui, la sfida principale degli Stati Uniti è l’Eurasia, il vasto spazio dall’Europa occidentale alla Cina passando per l’Asia centrale: “Dal punto di vista americano, la Russia sembra destinata divenire un problema…
Gli Stati Uniti dunque sono sempre più interessati a sfruttare le risorse della regione e a cercare d’impedire alla Russia di avere la supremazia. “La politica degli Stati Uniti ha anche lo scopo d’indebolire la Russia e privare di autonomia militare l’Europa. Da qui l’allargamento della NATO verso l’Europa centrale e orientale al fine di sostenere la presenza degli Stati Uniti, mentre la formula della difesa europea capace di contrastare l’egemonia americana sul vecchio continente comporterebbe un ‘asse anti-egemonico Parigi-Berlino-Mosca‘”. Infatti, attraverso le loro scelte, gli statunitensi sembrano essersi sbagliati su tutti i fronti utilizzati come basi per conquistare i giacimenti di petrolio e gas, ottenendo cocenti fallimenti politici. Riguardo gli europei occidentali, hanno praticamente abbandonato ogni strategia affidando la loro politica estera agli Stati Uniti. Anche se cercano di salvare la faccia con certe pose, sanno che non sono loro a comandare. Il recente esempio di François Hollande e Laurent Fabius che giocano alla guerra è lampante: hanno dovuto ripiegare rapidamente, comprendendo che i negoziati tra Lavrov e Kerry prevalgono sui loro annunci roboanti.

La risposta della tigre
Prendendo atto del fallimento delle loro manovre, gli statunitensi intendono alzare la tensione contro le autorità russe, decise ad opporsi mentre la Cina rimane appostata valutando la situazione, ma riluttante a fidarsi di Washington… Ricordiamo che la Cina è interessata tanto quanto la Russia al Medio Oriente: il primo segno d’interesse risale al 1958, durante la crisi in Libano che portò allo sbarco statunitense sulle coste libanesi, intervento cui si oppose aspramente, ben più dell’URSS. Tali manovre statunitensi sono particolarmente ben rodate, essendo un meccanismo relativamente semplice; si creano presunte ONG per i diritti umani, incoraggiando certi “allarmisti” e fornendo una sede ad oscuri oppositori senza spessore, creando nel momento opportuno le condizioni per destabilizzare un Paese. Questo è un lavoro che si prepara per anni. Fu sperimentato durante la Guerra Fredda, l’esempio più eclatante è il Cile, continuando fino ad oggi con le famose “rivoluzioni colorate” e, più recentemente, con la “primavera araba”. Le stesse azioni sono in preparazione in altri Paesi che appariranno sui titoli di giornale, specialmente in Azerbaijan. E’ in tale contesto che scoppiarono le “manifestazioni” in Iran nel giugno 2009, con il pretesto del condizionamento dell’elezione del Presidente Mahmud Ahmadinejad. La Repubblica islamica dovette affrontarle per quasi nove mesi. Hezbollah inoltre subì l’attacco israeliano per 33 giorni e un nuovo complotto del governo per privarlo dello strumento direttamente correlato alla sua sicurezza, cioè la rete di comunicazione. La sua risposta rapida ed efficace del 7 maggio 2008 fu considerata dai cospiratori un affronto, essendogli stata resa la pariglia!
Non restava dell'”Asse della speranza” che la Siria, cui venne intimato dagli statunitensi che se non rompeva i rapporti con Iran ed Hezbollah, avrebbe subito la sorte degli altri Paesi arabi colpiti dalla “primavera”, che invece di portare le rondini della democrazia, portava i corvi del terrore e dell’instabilità. E’ in questo contesto che le famose “rivoluzioni colorate” colpiscono la Russia attraverso l’esempio ucraino. Queste rivoluzioni hanno fatto perdere alla Russia la maggior parte del suo campo strategico. Furono utilizzate dall’Europa (UE), che vuole accogliere gli ucraini con la promessa di migliori condizioni economiche e di aiuti. Ma in realtà, tali eventi hanno permesso agli Stati Uniti d’imporre basi militari alla periferia di Mosca. All’epoca la Russia, indebolita da un potere che non aveva né ambizione né spessore, non poté rispondere. La Russia di oggi non può accettare che ciò si riproduca in Ucraina. Ciò spiega la sua reazione immediata. La sua reazione è, nonostante le apparenze, conforme agli esempi in Medio Oriente, dato che l’idea è dire che la democrazia non si esercita nelle piazze, ma conquistandosi i voti. Se l’opposizione vuole prendere il potere, dovrebbe farlo con le elezioni. Al di là di ciò, la Russia, appena uscita dall’aggressione in piena regola delle milizie cecene che hanno portato morte e terrore nel suo territorio, con il sostegno finanziario di certe monarchie del Golfo, ovviamente difende i suoi interessi. Questo spiega la velata minaccia dei sauditi: “Potremmo evitarvi la minaccia del terrorismo a Sochi, se abbandonate la questione siriana”. Gli è stato riposto con irricevibilità, ovviamente. In ogni caso, tutto ciò dimostra sia il ruolo delle monarchie del Golfo che l’uso dei movimenti islamisti nel sostenere occultamente la politica degli Stati Uniti di destabilizzazione di certi Stati, ritenendo di crearsi condizioni favorevoli nella regione.
L’asse Beijing-Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco potrà solo divenire più forte. Si tratta per ognuno di essi di sopravvivenza. Secondo un proverbio orientale: “Non mettere nell’angolo un gatto, rischi di vederlo trasformarsi in una tigre”, ma se si vuole mettere nell’angolo una tigre? Certamente nessuno vorrebbe sapere la risposta.

Screen-Shot-2013-01-22-at-5_38_11-PMAndré Charny, sociologo e avvocato francese. L’Iran, la Syrie et le Liban – L’Axe de l’espoir (Les éditions du Panthéon, 2012). Vice-Presidente di Réseau Voltaire Francia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra dei Saud contro la Siria

Bahar Kimyongür, Global Research, 23 gennaio 2014

524578Qualsiasi osservatore del conflitto siriano desideroso di saperne di più sulla rivolta anti-regime avrà qualche difficoltà a poterlo fare, data l’inflazione di gruppi armati, oramai oltre un migliaio. La guerra fratricida in cui sono sprofondate le principali milizie jihadiste dall’inizio dell’anno, evidenzia la confusione particolare su ruolo ed evoluzione di al-Qaida nel conflitto. Eppure, al di là delle rivalità economiche e territoriali, la stessa ideologia e la stessa strategia le uniscono e le collegano a un attore chiave nella guerra siriana: il regno dell’Arabia Saudita.

Il wahhabismo siriano prima della guerra
Il movimento religioso fu fondato circa 250 anni dal predicatore estremista Muhammad bin Abdul Wahhab nel Najd in Arabia Saudita, non è una moda apparsa improvvisamente in Siria e favorevole alla primavera araba. Il wahhabismo ha una forte base sociale nei siriani che da diversi anni vivono in Arabia Saudita e altre teocrazie della penisola araba. In Siria, gli immigrati del Golfo sono singolarmente chiamati “sauditi” perché al loro ritorno a casa vengono confusi con i veri sauditi. La maggior parte di tali emigranti di ritorno, infatti, sono impregnati di puritanesimo rituale, di costume, familiare e sociale che caratterizza i regni wahhabiti (1). Ma il wahabismo siriano è anche  composto da predicatori salafiti espulsi dal regime di Damasco e ospitati dai regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi esuli poterono mantenere le reti d’influenza salafite nelle loro regioni e tribù originali. La proliferazione dei canali satellitari wahhabiti in Siria ha rafforzato la popolarità di alcuni esuli siriani convertitisi al “tele-coranismo”. Il più rappresentativo di questi è probabilmente Adnan Arur. Esiliato in Arabia Saudita, lo sceicco della discordia (fitna) com’è soprannominato, anima diversi programmi su Wasal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i discorsi anti-sciiti e anti-alawiti, tra cui quello in cui chiede di “macellare gli alawiti e gettarne la carne ai cani.” Nella regione di Hama da cui proviene, Arur ha mantenuto un’influenza notevole, al punto che il suo nome è stato scandito nelle prime manifestazioni anti-regime nel 2011.
Dal punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione dilagante tra le popolazioni rurali in Siria, ha sopraffatto l’istituzionale sunnismo siriano Hanafi dal presunto orientamento tollerante. Dopo la svolta liberale adottata dal partito Baath nel 2005, il wahabismo ebbe una significativa ripresa nei sobborghi poveri delle città siriane o in piccole città come Duma o Daraya, facendo rivivere lo spettro della discordia tra le comunità. Molti siriani arricchitisi in Arabia Saudita lanciarono campagne di beneficenza nel Paese d’origine, aumentando così la loro influenza tra i siriani svantaggiati. Ogni vuoto dello Stato fu presto riempito dalle reti caritative collegate ad ambiziosi sceicchi esuli. Uno dei più noti è Muhammad Surur Zayn al-Abidin. È il capo di una corrente di un proselitismo a metà strada tra il movimento della Fratellanza musulmana siriana e il wahhabismo (2). Nel frattempo, i siriani nel Golfo sono diventati i maggiori sponsor privati della jihad in Siria, presto aiutati nel loro “sacro” compito da ricchi donatori sauditi, come anche quwaytiani, bahrayni e giordani, quasi sempre di osservanza wahhabita (3). Nonostante la relativa calma, che dava reputazione al regime di sicurezza di Damasco prima dei disordini e della guerra che vediamo da tre anni, il Paese subì diversi casi di scaramucce e provocazioni confessionali. (4) Un nativo della città a maggioranza sunnita di Tal Qalaq, nel governatorato di Homs, mi disse di un  tentato pogrom anti-alawita più di un anno prima delle prime manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri siriani hanno confermato l’instaurarsi nel decennio precedente di un’atmosfera velenosa di risentimento delle comunità dei quartieri poveri di Damasco e Idlib e in alcuni villaggi. Le autorità siriane preferirono sopprimere tali incidenti per evitarne il contagio. Nel marzo 2011, gli slogan contro gli sciiti di Hezbollah ed Iran urlati alle porte della moschea Abu Baqr Sadiq di Jablah, sulle coste siriane, presto lasciò il posto ad appelli alla guerra contro le minoranze. Mentre i siriani protestavano contro ingiustizia, tirannia, corruzione e povertà, alcune forze conservatrici cercarono deliberatamente di deviare la rabbia popolare su obiettivi inermi, il cui unico crimine era quello di esistere. Così, prima ancora che le truppe di al-Qaida sparassero il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahabiti stavano già manovrando.

La wahhabizzazione della ribellione siriana
Se all’inizio della rivolta siriana, tra la stragrande maggioranza dei combattenti sunniti si potevano trovare alcuni ribelli drusi, cristiani, sciiti e alawiti, sotto la pressione di agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione rapidamente si omogeneizzò sul piano confessionale e si radicalizzò, costringendo alcuni combattenti delle minoranze a smobilitare ed esiliarsi. Nella loro propaganda, i gruppi di ribelli siriani adottarono gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud. Sciiti, ma anche alawiti, drusi e ismailiti vennero sempre più accusati dai ribelli di essere miscredenti (qufar), negazionisti (rafidha), zoroastriani (majus), trasgressori (tawaghit, plurale di taghut), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mushriqin), satanisti, invasori persiani cripto-iraniani, safavidi o cripto-giudei (5). Nel frattempo, battaglioni dalle connotazioni confessionali si formarono anche nell’Esercito libero siriano: battaglioni Muawiya, Yazid, Abu Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyah, Ibn Qatir, la brigata turkmena Yavuz Sultan Selim dal nome del sultano-califfo ottomano che nel XVI.mo secolo massacrò aleviti, alawiti e sciiti… Tra questi gruppi di insorti a connotazione religiosa c’è la famosa brigata Faruq, la spina dorsale dell’esercito libero siriano. Nessun media occidentale s’è nemmeno chiesto il significato di Faruq. (6) Era il soprannome del califfo Omar Ibn Qatab, considerato un usurpatore dagli sciiti. Nessuno si può dimenticare Qalid al-Hamad, l’uomo che squartò un soldato dell’esercito governativo prima di morderne il cuore e il fegato, prima gridò: “Oh, eroe! Uccidere gli alawiti e tagliare i loro cuori per mangiarli!” Ma se ci ricordiamo che questo individuo non era un membro di al-Qaida o un semplice miliziano, ma un comandante della famosa brigata al-Faruq dell’Esercito libero siriano (ELS) apparentemente moderato ed oggi guidato da Salim Idris. Il predicatore Adnan Arur che invocava lo sterminio nelle sue comparsate televisive fa parte dell’esercito libero siriano (ELS) e non della cosiddetta ribellione “estremista”.
Questi esempi dimostrano che la presentazione dell’Esercito libero siriano (ELS) come ribellione democratica, laica e plurale sia un puro prodotto del marketing presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi, i nostri media indicano il Fronte islamico (FI), la principale coalizione jihadista che riunisce circa 80000 combattenti, quale possibile alternativa ad al-Qaida. Il leader del Fronte islamico è Zahran al-Lush. È il figlio di Muhammad al-Lush, predicatore ultra-conservatore ed esule siriano in Arabia Saudita. Zahran al-Lush che invano ha resistito al ramo siriano di al-Qaida, cioè al-Nusra e Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), o Desh, ha la stessa retorica settaria dei suoi concorrenti. In un discorso al castello omayade di Qasr al-Hayr al-Sharqi nei pressi di al-Suqna, nel luglio 2013, ecco cosa dichiarò urbi et orbi Zahran al-Lush: “I figli degli omayadi sono tornati nel Levante malgrado voi. I mujahidin del Levante elimineranno le brutture dei rafidha purificando il Levante… gli sciiti rimarranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono stati nella storia. E l’Islam ha sempre distrutto il loro Paese… La dinastia degli omayadi ha sempre distrutto il loro Stato“. (7) All’inizio dell’ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti con diverse migliaia di combattenti indipendenti da al-Qaida annunciarono la creazione nella Siria orientale dell’Esercito siriano della comunità della Sunnah (Jaysh al-Sunna wal Jama’a). Non solo questa nuova coalizione sfoggia un nome chiaramente settario anti-sciita, ma in aggiunta accusa i suoi nemici di essere safavidi, il nome di una dinastia sciita che governò l’Iran nel 1501-1736. Inoltre, il nuovo esercito settario proclama la volontà di combattere le “sette” fino al giorno del giudizio. (8) Pertanto, non sarebbe realistico considerare la ribellione armata contro al-Qaida un segno della rispettabilità e della tolleranza di tali gruppi. Infatti, tutti i movimenti ribelli attivi in Siria sono taqfîri, cioè conducono la guerra contro gli “increduli”, prima contro le correnti dell’Islam considerate eretiche e non-credenti, poi contro le minoranze cristiane e, infine, contro i sunniti. La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è abusiva. Tra al-Qaida, Fronte islamico ed Esercito libero siriano c’è la distinzione tra Pinco Panco e Panco Pinco.

Il regno wahhabita attacca la fortezza siriana
In tre anni di conflitto in Siria, il regime dei Saud non ha potuto semplicemente esportare la sua ideologia. Fin dall’inizio della crisi incombente, in effetti, Riyadh si poneva come l’avanguardia nella guerra contro il regime siriano. S’è distinto come il primo Paese a rompere le relazioni diplomatiche con Damasco. Quando vi fu l’insurrezione armata in Siria, il regno wahhabita tentò immediatamente di prenderne il controllo. Incaricò i suoi agenti locali d’inviare risorse finanziarie, logistiche e militari ai gruppi di insorti più affidabili. In Libano, Turchia e soprattutto Giordania, l’intelligence saudita ha organizzato campi di addestramento per i ribelli siriani. Nella Terra dei Cedri, l’Arabia Saudita mobilita il Movimento del Futuro di Hariri, una potente famiglia politica libanese-saudita asservita alla dinastia wahhabita, nonché le cellule terroristiche nel Nord di questo Paese. I gruppi terroristici nel nord del Libano sono la forza di riserva tradizionale del regime di Riyadh nella guerra contro il partito Hezbollah ben radicato tra la popolazione sciita del Libano meridionale. Dall’inizio della “primavera siriana” (marzo 2011), lo stesso nord del Libano è sempre servito da base d’attacco dell’Arabia Saudita contro la Siria. Mercenari pro-sauditi di ogni origine, ma inizialmente siriani, accorsero nelle province di Homs e Damasco dal territorio libanese.
Il capo delle operazioni anti-siriane non è altri che il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della sicurezza saudita. Il principe è anche soprannominato “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con l’ex-presidente degli Stati Uniti. Aduso alle operazioni segrete, il principe Bandar fece dell’eliminazione del presidente siriano una questione personale. Giunse ad arrivare a Tripoli, capitale del nord del Libano, per incoraggiare pagandoli i volontari della jihad anti-sciita, anti-Hezbollah e anti-siriana (9). A volte incarica i suoi migliori agenti hariristi, come il deputato Oqab Saqr, di assicurarsene la logistica. Secondo un’indagine del quotidiano Time, Oqab Saqr alla fine dell’agosto 2013 era ad Antiochia, città turca che funge da retroguardia dei jihadisti anti-siriani del fronte settentrionale, per rifornire diverse unità dell’esercito siriano libero (FSA) a Idlib e Homs. (10) Il 25 febbraio 2013, il New York Times rivelò che le armi provenienti dalle scorte segrete dell’esercito croato furono acquistate dall’Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani dalla Giordania. Si è parlato di “diversi aerei carichi di armi” e di una “ignota quantità di munizioni.” (11) Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, Reuters disse che l’Arabia Saudita fornì ai ribelli siriani missili antiaerei acquistati in Francia e Belgio. L’inviato afferma che il trasporto delle armi fu finanziato dalla Francia. (12) In Libano, Turchia e Giordania, l’Arabia Saudita muove le sue pedine mentre gli altri mandanti della ribellione, come il regime di Ankara e l’emiro del Qatar, si toglievano dai piedi. Oggi la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra d’invasione e conquista dell’Arabia Saudita.

Le legioni saudite sferzano la Siria
Vedendo che gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare truppe per combattere il regime di Damasco, dopo l’attacco chimico avvenuto il 21 agosto 2013, il regime di Riyadh ha deciso di raddoppiare gli sforzi per aumentare sensibilmente la spesa militare e il numero di mercenari sauditi nella guerra contro la Siria. Nel frattempo, centinaia di sauditi, soldati attivi e riservisti, sono andati in Siria a rafforzare i gruppi terroristici più radicali come al-Nusra e Desh. Nelle ultime settimane, il quotidiano libanese al-Safir e i media di Stato siriani hanno scoperto il maggiore coinvolgimento della monarchia wahabita, indicando che alcuni membri dell’esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall’Esercito siriano ad Aleppo, mentre un generale capo di stato maggiore dell’esercito saudita, Nayaf Adil al-Shumarim, era stato ucciso in un attacco suicida a Dayr Atiyah. I media siriani ne hanno pubblicato la foto in uniforme dell’esercito saudita. Al-Shumari era il figlio del capo della guardia reale saudita. Un’altra personalità saudita, Mutlaq al-Mutlaq, figlio del generale saudita Abdullah Mutlaq Sudayri, è stato ucciso ad Aleppo. Alla sua morte, le autorità saudite hanno cercato di dissociarsi dal suo ingaggio in Siria, affermando che era latitante nel Paese in guerra. Le osservazioni del giornale al-Safir, tuttavia, indicano che lo zio paterno di Mutlaq al-Mutlaq è anch’egli in Siria tra i jihadisti. (13) Tra le migliaia di sauditi attualmente presenti in Siria, ci sono anche sceicchi influenti come Abdullah al-Muhaysany. In un video pubblicato su Youtube, si vede con un’arma in mano decantare il fronte al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), entrambi filiali di al-Qaida in Siria e maledire shiiti e alawiti (14). L’inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla presenza di figure pubbliche come al-Muhaysany solleva interrogativi. All’inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro cittadini lontani dalla guerra in Siria. Nel settembre 2012, diversi religiosi appartenenti ad un ente governativo avevano anche sconsigliato i loro cittadini dal recarsi a combattere in Siria. (15) Oggi, Riyadh sembra invece predicare con veemenza la guerra totale nel Paese. Alla fine di novembre 2013, l’Esercito arabo siriano annunciava di aver catturato non meno di 80 combattenti sauditi a Dayr Atiyah, durante la battaglia del Qalamun. Il 15 gennaio 2014, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari ha detto che il 15% dei combattenti stranieri in Siria è saudita. Nei suoi ultimi due interventi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato la minaccia del wahhabismo all’Islam e al mondo, aggiungendo: “(…) tutti devono contribuire alla lotta contro il wahabismo e alla sua eradicazione.” Il presidente siriano ha confermato che la guerra siriana è diventata una guerra dell’Arabia Saudita contro la Siria.

Conclusione
Quando parliamo del ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o malafede, gli analisti occidentali spesso sono vaghi o semplicemente ripetono banalità sulla rivalità tra Iran e la dinastia Saud. Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono totalmente silenziosi sull’ossessione dei Saud nel confessionalizzare a tutti i costi un conflitto eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E’ vero che i “nostri” esperti collegano il discorso religioso e l’estremismo della ribellione, ma ne parlano come conseguenza e non come  causa principale del conflitto e della sua perpetuazione. Tuttavia, le forze del regime hanno sempre sottolineato la solidarietà interconfessionale e l’unità del Paese al centro della lotta (che i media mainstream continuano a menzionare, facendo passare le forze lealiste per i membri di una sola comunità) mentre i gruppi armati inaspriscono le loro differenze e purezza dalle comunità considerate devianti rispetto alla popolazione in generale. Qualora questi miliziani fanatici  prendessero il potere, si avranno caos e terrore. Nelle cosiddette zone “liberate”, il gioco pericoloso anti-sciita e anti-alawita offerto dalla propaganda saudita s’è rapidamente trasformato in una campagna per sterminare tutto ciò che non è sunnita, prima, e tutto ciò che è diverso, poi. Ciò è il fenomeno che vediamo oggi, con la liquidazione di oltre mille jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che sostengono la stessa fede e la stessa pratica teologica.
In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal ‘soft power‘ della wahhabizzazione rampante alla guerra diretta. I Saud hanno sabotato qualsiasi prospettiva di riforma, democratizzazione e riconciliazione in Siria. Poi hanno spinto i siriani a uccidersi a vicenda lanciando contro le forze lealiste i gruppi armati creati da zero a loro immagine. Vedendo fallire il loro piano per rovesciare il regime, hanno deciso di fare di tutto per ridurre in polvere la Siria con l’aiuto di al-Qaida. Mentre il regime teocratico di Riyadh è in guerra contro al-Qaida a livello interno, alcuni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyadh ai terroristi in Siria. Tuttavia, la manipolazione dei servizi sauditi dei gruppi di al-Qaida come al-Nusra e il SIIL non è solo una costante della politica estera saudita, ma in aggiunta le milizie del Fronte islamico (FI) e dell’Esercito libero siriano (ELS) che l’Arabia Saudita sostiene, hanno ufficialmente un’ideologia quasi identica a quella di al-Qaida. Così tutti, dal capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan al leader supremo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, dall’emiro di al-Nusra, Abu Muhammad al-Julani, al comandante dell’Esercito libero siriano Salim Idris, all’emiro di Desh Abu Baqr al-Baghdadi e al comandante del Fronte islamico (FI), Zahran al-Lush, sostengono lo stesso discorso, gli stessi metodi e gli stessi obiettivi in Siria. Il terrorismo di tali bande e del loro mandante saudita non lascia scelta alla Siria sovrana che resistere o sparire. Siamo sicuramente ancora lontani dalla pace.

Note
(1) Ho osservato tale fenomeno della wahhabizzazione nei miei numerosi viaggi in Siria tra il 1998 e il 2005. E’ stato osservato da Alper Birdal e Yigit Gunay, autori di un libro critico sulla primavera araba (Arap Bahari Aldatmacasi, ed. Yazilama, 2012). La figura dell’opposizione siriana Haytham Mana ha parlato perfino di una wahhabizzazione progressiva in Siria, durante una conferenza a Bruxelles del 3 novembre 2013.
(2) Muhammad Surur Zayn al-Abidin attualmente vive in Giordania.
(3) Secondo un articolo del 12 novembre del New York Times firmato da Ben Hubbard, dodici quwaytiani, tra cui un certo Ghanim al-Matayri, inviavano apertamente fondi per la jihad in Siria. Anche imam che vivono in Europa sono coinvolti nel traffico internazionale di armi in Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmah.
(4) A Qamashli, nella Siria nord-orientale, si ebbero sanguinosi disordini interetnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.
(5) La leggenda narra che un ebreo convertito all’Islam, Abdullah Ibn Saba, sia il fondatore dello sciismo. Alcune fonti sunnite indicano Ibn Saba come agente provocatore ebreo che aveva la missione di distruggere l’Islam dall’interno. Ma fino ad oggi le autorità sciite negano l’esistenza stessa di questo personaggio e accusano gli autori di tale “mito” di cercare di screditare la loro fede.
(6) Faruq significa che distingue il bene dal male.
(7) Vedi
(8) Vedi
(9) Per dettagli su Bandar bin Sultan, Bahar Kimyongür, Syriana, la conquista continua, Ed. Investig’Action e Couleur Livres, Charleroi, 2012
(10) Times, Ribelli laici e islamici della Siria: Chi armano i sauditi e il Qatar?, 18 settembre, 2012
(11) New York Times, I sauditi aumentano gli aiuti ai ribelli in Siria con armi croate, 25 febbraio 2013
(12) Reuters, L’Arabia saudita fornisce missili ai ribelli in Siria: fonte del Golfo, 17 giugno 2013
(13) al-Safir, Jihadisti sauditi fluiscono in Siria, 5 dicembre 2012
(14) Vedi, Lo slogan dello sceicco saudita mette nello stesso paniere sciiti e USA, un controsenso. Il regno di cui è cittadino non solo è un protettorato degli Stati Uniti, ma inoltre Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.
(15) Reuters, I sauditi scoraggiano i cittadini dalla “jihad” siriana, 12 settembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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