L’Iran costruisce la riproduzione di una portaerei a propulsione nucleare statunitense

Eric Schmitt New York Times 21 marzo 2014 – Iranfocus

21ship2-blog427L’Iran sta costruendo un modello di portaerei a propulsione nucleare statunitense che i funzionari degli Stati Uniti dicono che potrebbe essere distrutto per propaganda.
Gli analisti dell’intelligence studiano le foto satellitari delle installazioni militari iraniane in cui è stata notata per la prima volta la nave, nel cantiere Gachin, nei pressi di Bandar Abbas sul Golfo Persico, la scorsa estate. La nave ha la stessa forma caratteristica delle portaerei classe Nimitz dell’US Navy, nonché il numero 68 della Nimitz ordinatamente dipinto di bianco vicino alla prua.  Modelli di aeromobili appaiono sul ponte di volo.
Il modello iraniano, che i funzionari statunitensi descrivono simile più a una chiatta che a una nave da guerra, non ha un sistema di propulsione nucleare ed è lunga solo circa due terzi di una tipica porterei da 300 metri di lunghezza dell’US Navy. Funzionari dell’intelligence non credono che l’Iran possa costruire una vera portaerei. “Sulla base delle nostre osservazioni, questa non è una portaerei operativa, è una grande chiatta costruita in somiglianza ad una portaerei“, ha detto il comandante.  Jason Salata, portavoce della Quinta Flotta della Marina in Bahrain, nel Golfo Persico. “Non siamo sicuri cosa l’Iran speri di ottenere con tale costruzione. Se si tratta di propaganda, a che scopo?” Qualunque sia lo scopo, i funzionari statunitensi hanno riconosciuto di aver voluto rivelare l’esistenza della nave per anticipare gli iraniani.
Gli analisti dell’intelligence dell’US Navy e di altri servizi statunitensi, suppongono che la nave, che dei mattacchioni della Quinta Flotta hanno soprannominato la chiatta-bersaglio, sia qualcosa che l’Iran potrebbe trainare in mare, ancorare e far saltare in aria, filmando il tutto per motivi di propaganda se, per esempio, i colloqui con le potenze occidentali sul programma nucleare iraniano andassero a fondo. L’Iran ha precedentemente utilizzato chiatte come bersagli per i lanci di missili durante le esercitazioni, riprendendoli e trasmettendoli poi sui notiziari TV, hanno detto gli ufficiali della Marina. “Non è sorprendente che le forze militari iraniane possano usare una varietà di tattiche, tra cui l’inganno militare, per comunicare strategicamente ed eventualmente dimostrare la loro determinazione nella regione“, ha detto un funzionario statunitense che ha seguito da vicino la realizzazione del modello. Ma mentre l’Iran ha cercato di nascondere i suoi siti nucleari sotterranei la Marina iraniana non ha preso alcun provvedimento per nascondere agli indiscreti satelliti occidentali ciò che costruisce nel cantiere in questione. “Il sistema è troppo opaco per capire chi abbia avuto questa idea, e se sia stato approvato ai massimi livelli“, ha detto Karim Sadjadpour, esperto dell’Iran presso il Carnegie Endowment for International Peace.
L’Iran ha cercato di sfruttare la tecnologia militare statunitense catturata o piratata, in passato. Lo scorso anno, l’élite politica e militare dell’Iran s’è vantata che le loro forze avevano abbattuto un drone dell’intelligence statunitense, un velivolo teleguidato dell’US Navy denominato ScanEagle subito mostrato dai media iraniani. Gli ufficiali dell’US Navy risposero che il droni non fu abbattuto dal fuoco nemico, anche se il Pentagono ha riconosciuto di aver perso un piccolo numero di ScanEagles, probabilmente per malfunzionamento del motore.
Non è stato possibile raggiungere gli ufficiali della Marina iraniana per un commento, dato che il Paese si prepara a festeggiare il Capodanno. I funzionari dell’intelligence statunitense citano una fotografia scattata il 22 febbraio a Bandar Abbas e una breve descrizione in persiano della nave su un sito web del Ministero dell’Industria, Miniere e Commercio iraniano. Per ora, gli analisti dell’US Navy e funzionari dei servizi segreti statunitensi dicono di non essere eccessivamente preoccupati dalla finta nave. Ma il fatto che gli iraniani la stiano costruendo, presumibilmente per misteriosi scopi bellicosi, contrasta con il fatto che gli iraniani hanno fatto un passo indietro rispetto alla loro tipica pesante postura anti-statunitense, durante le recenti esercitazione navali nel Golfo Persico. Fino a poco tempo fa, i motoscafi d’attacco veloce iraniani hanno molestato navi da guerra statunitensi, e il governo di Teheran ha schierato droni con gondole di sorveglianza e che potrebbero un giorno portare missili.
Date le diverse basi del potere politico dell’Iran, sarebbe difficile decifrare gli scopi del governo. Dopo che a novembre è stato raggiunto l’accordo nucleare temporaneo tra le potenze mondiali e il governo moderato del presidente iraniano Hassan Ruhani, non era chiaro ai funzionari statunitensi se le Guardie Rivoluzionarie islamiche dell’Iran dalla linea dura potessero tentare di provocare un conflitto con la Marina degli Stati Uniti per minare l’accordo. La marina delle Guardie Rivoluzionarie si compone di motoscafi veloci di attacco con armi automatiche ad alta potenza e siluri, e gli equipaggi in passato impiegarono tattiche di guerriglia, tra cui avvicinarsi pericolosamente alle navi da guerra statunitensi.
Quando il modello sarà varato e navigherà, se mai lo farà, nessuno può indovinarlo, dicono gli analisti. La nave è in fase di completamento, hanno detto, e verrà presumibilmente inviata tramite i binari del cantiere, a destinazione sul Golfo Persico, a poche centinaia di metri di distanza.

nimitziranianTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’asse della speranza da Pechino a Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco

André Charny, Rete Voltaire, Parigi (Francia) 8 marzo 2014

La strategia degli Stati Uniti, ideata da Zbigniew Brzezinski, di supportare l’oscurantismo islamico per combattere sia i progressisti musulmani che la Russia, ha suscitato un’alleanza che gli resiste. Ora Cina, Russia, Iran, Siria e Hezbollah sono costretti a fare blocco per sopravvivere. Infine, osserva André Charny, la trappola scatta su chi l’ha tesa.26f02pol3-cina-russia-putin-reutersIslam contro Islam…
Iran, Siria e Libano grazie ad Hezbollah e ai suoi alleati, considerati per anni dall’occidente fonte del male per il loro sostegno a ciò che l’occidente chiama “terrorismo”, non hanno mai finito di parlarsi. Dopo il trattamento individuale per ciascuno di essi in funzione delle divisioni politiche regionali, nasce un asse che dalle porte di Russia e Cina arriva a quelle di Tel Aviv. Quest’asse nasce dalla politica occidentale nella regione. Gli Stati Uniti, seguiti dai principali Paesi occidentali, hanno dichiarato che i loro interessi economici devono essere preservati a tutti i costi. Questa politica faziosa negli anni ha generato tensioni, conflitti armati e scontri che non finiscono di fare notizia. Tale politica continua è stata attuata con il sostegno di attori locali. Tuttavia, è accelerata dopo la caduta del muro di Berlino, vissuto come evento storico giustamente, ma segnando l’avvento di una strategia aggressiva e sprezzante in Medio Oriente. Scomparsa l’URSS, i Paesi della regione non potevano sperare in null’altro che rimettersi alla volontà occidentale, anche quella degli Stati Uniti. Invece di approfittare di tale posizione privilegiata di arbitro, questi ultimi e certi Paesi occidentali preferirono l’imposizione e il dominio sul “Medio Oriente allargato” attraverso interventi diretti in Iraq e Afghanistan, ma anche in Libano, Yemen e Maghreb con la dichiarata intenzione di intervenire in Siria e Iran. Gli Stati Uniti fin dagli anni ’70 , dopo la crisi petrolifera, devono controllare le fonti delle materie prime, in particolare il petrolio, nonché le rotte di queste risorse, perché ebbero l’amara esperienza di scoprirne la necessità vitale per la loro economia e il benessere dei loro cittadini. Le opinioni degli esperti si differenziano sulla valutazione delle riserve di gas e idrocarburi, ma l’idea rimane la stessa, la natura finita di tali tesori che si trovano, secondo loro, nelle mani di avidi beduini che non sanno utilizzarli se non per accumulare oro e finanziarsi passatempi e divertimento.
Nel momento in cui lo “scontro di civiltà” di Samuel Huntington sostituisce la guerra fredda, l’Islam è diventato per gli Stati Uniti il nuovo utile nemico, in qualche modo loro “alleato” contro l’Europa.  Pragmatici e opportunisti, videro nel movimento islamico un’”ondata” e scelsero di giocare la carta musulmana per controllare meglio le arterie dell’oro nero. Questo pericoloso alleato islamista venne percepito come utile ben prima dell’implosione del comunismo. Dagli anni ’70, gli Stati Uniti sostennero gli estremisti islamici, dalla Fratellanza musulmana siriana agli islamisti bosniaci e albanesi, dai taliban a Jama Islamyah egiziano. Si parlò addirittura di rapporti con il FIS (Fronte islamico di salvezza, diventato il violento gruppo “GIA”), in Algeria. Coccolarono i wahhabiti a capo della monarchia saudita pro-USA, che finanzia quasi tutte le reti islamiste nel mondo. Fecero gli apprendisti stregoni, e i movimenti fondamentalisti che credevano di manipolare spesso si rivoltarono contro il “Grande Satana” per raggiungere i loro obiettivi. Al contrario, gli Stati Uniti abbandonarono o vollero neutralizzare quei Paesi musulmani suscettibili di conquistare potere politico e relativa autonomia. Si pensi al presidente Jimmy Carter che abbandonò lo Scià quando l’Iran stava diventando padrone del suo petrolio. A ciò si aggiunse la volontà di schiacciare ogni accenno d’indipendenza intellettuale anche nei Paesi arabi laici come Siria, Egitto e Iraq.
Giocando con l’islamismo a scapito dei movimenti laici che potessero rappresentare un’alternativa all’Islam politico radicale, ridivenendo rifugio sicuro dopo ogni fallimento in questa regione. Tuttavia, tale “islamismo” ovviamente non deve essere confuso con la Repubblica “islamica” dell’Iran, che ha una storia atipica. Inoltre, diversi autori importanti sui movimenti islamici, a volte commettono l’errore di confondere la Repubblica islamica dell’Iran con gli islamisti, che non hanno nulla in comune tranne il preteso riferimento a Islam e sharia. La differenza fondamentale è la definizione stessa di Islam politico auspicato da ognuno. Fondamentalmente tutto li separa, e se è vero che gli statunitensi non fecero molto per salvare lo Shah, ciò fu giustificato secondo le loro ragioni strategiche, perché con loro l’Iran in nessun modo poteva diventare un grande potenza regionale. Ciò spiega perché, qualche tempo dopo la caduta dello Scià, gli Stati Uniti avviarono la guerra scatenata da Saddam Hussein contro il confinante, permettendo di rovinare gli unici due Paesi che potessero avere un’influenza decisiva nella regione del Golfo. Tuttavia, gli sviluppi in Iran dopo la guerra con l’Iraq gli permisero di diventare una vera potenza regionale, temuta in particolare da certe monarchie del Golfo, che da allora preferirono affidare la propria sicurezza all’occidente, soprattutto agli USA. Per contropartita, affidarono le loro “risorse” alle economie occidentali, finanziando attività e movimenti indicatigli dai servizi segreti di Washington.
Tali monarchie chiusero gli occhi sugli eventi in corso in certe regioni, come la Palestina, anche se dicevano di sostenere le aspirazioni del popolo palestinese. Furono tra i primi Paesi arabi ad avere contatti diretti e segreti con Israele, portando poi alla riconciliazione del movimento di resistenza palestinese con gli iraniani, che oggi appaiono essere gli unici disposti a difendere i luoghi santi dell’Islam con gli uomini di al-Quds, ramo delle Guardie Rivoluzionarie, e attraverso il loro sostegno ad Hamas. La magia statunitense si rivolse contro il mago. Il mondo arabo-musulmano deve rimanere per il Nord America un mondo ricco di petrolio da sfruttare a volontà, ma povero di materia grigia e tenuto nella totale dipendenza dalla tecnologia; un mercato di un miliardo di consumatori privi d’indipendenza politico-militare ed economica. Il giogo coranico, secondo loro, ne sostiene la povertà intellettuale.

Le regole del gioco
L’asse passando da Baghdad e Damasco avanza a scapito della strategia regionale di Washington. Era essenziale, negli anni, che questo asse adottasse alleati e partner, soprattutto per via delle sanzioni contro Iran e Siria. Inoltre storicamente la linea Damasco-Mosca non è mai stata interrotta nonostante la scomparsa dell’Unione Sovietica, nonostante il periodo tumultuoso attraversato dalla Federazione russa. Ma l’arrivo del Presidente Vladimir Putin, che aspirava a ristabilire il ruolo internazionale della Russia e a preservarne gli interessi strategici, non fu gradito dagli Stati Uniti. Da parte sua, l’Iran doveva sviluppare le relazioni con la Russia, divenendone alleato oggettivo nei negoziati con l’occidente sul programma nucleare. Anche la Cina ha rafforzato i rapporti con Teheran, soprattutto dopo l’embargo sull’economia iraniana. Queste due grandi potenze sono diventate, per forza di cose, le basi, se non le riserve strategiche, dell’”asse della Speranza”. E’ ovvio che ognuno ne tragga vantaggio, ma i russi e cinesi sono contenti di avere partner che agiscono da pedine contro i loro avversari storici, mentre approfittano del petrolio e del gas iraniani, e delle posizioni strategiche offerte dalla situazione in Siria rispetto alle posizioni avanzate degli Stati Uniti. Nel suo libro La Grande Scacchiera, l’America e il resto del mondo, pubblicato nel 1997, Zbigniew Brzezinski, ex-consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, molto influente negli Stati Uniti di Clinton, rivela con franchezza le ragioni ciniche alla base della strategia islamica del suo Paese. Secondo lui, la sfida principale degli Stati Uniti è l’Eurasia, il vasto spazio dall’Europa occidentale alla Cina passando per l’Asia centrale: “Dal punto di vista americano, la Russia sembra destinata divenire un problema…
Gli Stati Uniti dunque sono sempre più interessati a sfruttare le risorse della regione e a cercare d’impedire alla Russia di avere la supremazia. “La politica degli Stati Uniti ha anche lo scopo d’indebolire la Russia e privare di autonomia militare l’Europa. Da qui l’allargamento della NATO verso l’Europa centrale e orientale al fine di sostenere la presenza degli Stati Uniti, mentre la formula della difesa europea capace di contrastare l’egemonia americana sul vecchio continente comporterebbe un ‘asse anti-egemonico Parigi-Berlino-Mosca‘”. Infatti, attraverso le loro scelte, gli statunitensi sembrano essersi sbagliati su tutti i fronti utilizzati come basi per conquistare i giacimenti di petrolio e gas, ottenendo cocenti fallimenti politici. Riguardo gli europei occidentali, hanno praticamente abbandonato ogni strategia affidando la loro politica estera agli Stati Uniti. Anche se cercano di salvare la faccia con certe pose, sanno che non sono loro a comandare. Il recente esempio di François Hollande e Laurent Fabius che giocano alla guerra è lampante: hanno dovuto ripiegare rapidamente, comprendendo che i negoziati tra Lavrov e Kerry prevalgono sui loro annunci roboanti.

La risposta della tigre
Prendendo atto del fallimento delle loro manovre, gli statunitensi intendono alzare la tensione contro le autorità russe, decise ad opporsi mentre la Cina rimane appostata valutando la situazione, ma riluttante a fidarsi di Washington… Ricordiamo che la Cina è interessata tanto quanto la Russia al Medio Oriente: il primo segno d’interesse risale al 1958, durante la crisi in Libano che portò allo sbarco statunitense sulle coste libanesi, intervento cui si oppose aspramente, ben più dell’URSS. Tali manovre statunitensi sono particolarmente ben rodate, essendo un meccanismo relativamente semplice; si creano presunte ONG per i diritti umani, incoraggiando certi “allarmisti” e fornendo una sede ad oscuri oppositori senza spessore, creando nel momento opportuno le condizioni per destabilizzare un Paese. Questo è un lavoro che si prepara per anni. Fu sperimentato durante la Guerra Fredda, l’esempio più eclatante è il Cile, continuando fino ad oggi con le famose “rivoluzioni colorate” e, più recentemente, con la “primavera araba”. Le stesse azioni sono in preparazione in altri Paesi che appariranno sui titoli di giornale, specialmente in Azerbaijan. E’ in tale contesto che scoppiarono le “manifestazioni” in Iran nel giugno 2009, con il pretesto del condizionamento dell’elezione del Presidente Mahmud Ahmadinejad. La Repubblica islamica dovette affrontarle per quasi nove mesi. Hezbollah inoltre subì l’attacco israeliano per 33 giorni e un nuovo complotto del governo per privarlo dello strumento direttamente correlato alla sua sicurezza, cioè la rete di comunicazione. La sua risposta rapida ed efficace del 7 maggio 2008 fu considerata dai cospiratori un affronto, essendogli stata resa la pariglia!
Non restava dell’”Asse della speranza” che la Siria, cui venne intimato dagli statunitensi che se non rompeva i rapporti con Iran ed Hezbollah, avrebbe subito la sorte degli altri Paesi arabi colpiti dalla “primavera”, che invece di portare le rondini della democrazia, portava i corvi del terrore e dell’instabilità. E’ in questo contesto che le famose “rivoluzioni colorate” colpiscono la Russia attraverso l’esempio ucraino. Queste rivoluzioni hanno fatto perdere alla Russia la maggior parte del suo campo strategico. Furono utilizzate dall’Europa (UE), che vuole accogliere gli ucraini con la promessa di migliori condizioni economiche e di aiuti. Ma in realtà, tali eventi hanno permesso agli Stati Uniti d’imporre basi militari alla periferia di Mosca. All’epoca la Russia, indebolita da un potere che non aveva né ambizione né spessore, non poté rispondere. La Russia di oggi non può accettare che ciò si riproduca in Ucraina. Ciò spiega la sua reazione immediata. La sua reazione è, nonostante le apparenze, conforme agli esempi in Medio Oriente, dato che l’idea è dire che la democrazia non si esercita nelle piazze, ma conquistandosi i voti. Se l’opposizione vuole prendere il potere, dovrebbe farlo con le elezioni. Al di là di ciò, la Russia, appena uscita dall’aggressione in piena regola delle milizie cecene che hanno portato morte e terrore nel suo territorio, con il sostegno finanziario di certe monarchie del Golfo, ovviamente difende i suoi interessi. Questo spiega la velata minaccia dei sauditi: “Potremmo evitarvi la minaccia del terrorismo a Sochi, se abbandonate la questione siriana”. Gli è stato riposto con irricevibilità, ovviamente. In ogni caso, tutto ciò dimostra sia il ruolo delle monarchie del Golfo che l’uso dei movimenti islamisti nel sostenere occultamente la politica degli Stati Uniti di destabilizzazione di certi Stati, ritenendo di crearsi condizioni favorevoli nella regione.
L’asse Beijing-Beirut, via Mosca, Teheran e Damasco potrà solo divenire più forte. Si tratta per ognuno di essi di sopravvivenza. Secondo un proverbio orientale: “Non mettere nell’angolo un gatto, rischi di vederlo trasformarsi in una tigre”, ma se si vuole mettere nell’angolo una tigre? Certamente nessuno vorrebbe sapere la risposta.

Screen-Shot-2013-01-22-at-5_38_11-PMAndré Charny, sociologo e avvocato francese. L’Iran, la Syrie et le Liban – L’Axe de l’espoir (Les éditions du Panthéon, 2012). Vice-Presidente di Réseau Voltaire Francia.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra dei Saud contro la Siria

Bahar Kimyongür, Global Research, 23 gennaio 2014

524578Qualsiasi osservatore del conflitto siriano desideroso di saperne di più sulla rivolta anti-regime avrà qualche difficoltà a poterlo fare, data l’inflazione di gruppi armati, oramai oltre un migliaio. La guerra fratricida in cui sono sprofondate le principali milizie jihadiste dall’inizio dell’anno, evidenzia la confusione particolare su ruolo ed evoluzione di al-Qaida nel conflitto. Eppure, al di là delle rivalità economiche e territoriali, la stessa ideologia e la stessa strategia le uniscono e le collegano a un attore chiave nella guerra siriana: il regno dell’Arabia Saudita.

Il wahhabismo siriano prima della guerra
Il movimento religioso fu fondato circa 250 anni dal predicatore estremista Muhammad bin Abdul Wahhab nel Najd in Arabia Saudita, non è una moda apparsa improvvisamente in Siria e favorevole alla primavera araba. Il wahhabismo ha una forte base sociale nei siriani che da diversi anni vivono in Arabia Saudita e altre teocrazie della penisola araba. In Siria, gli immigrati del Golfo sono singolarmente chiamati “sauditi” perché al loro ritorno a casa vengono confusi con i veri sauditi. La maggior parte di tali emigranti di ritorno, infatti, sono impregnati di puritanesimo rituale, di costume, familiare e sociale che caratterizza i regni wahhabiti (1). Ma il wahabismo siriano è anche  composto da predicatori salafiti espulsi dal regime di Damasco e ospitati dai regni del Golfo. Nonostante la distanza e la repressione, questi esuli poterono mantenere le reti d’influenza salafite nelle loro regioni e tribù originali. La proliferazione dei canali satellitari wahhabiti in Siria ha rafforzato la popolarità di alcuni esuli siriani convertitisi al “tele-coranismo”. Il più rappresentativo di questi è probabilmente Adnan Arur. Esiliato in Arabia Saudita, lo sceicco della discordia (fitna) com’è soprannominato, anima diversi programmi su Wasal TV e Safa TV, dove ha reso popolari i discorsi anti-sciiti e anti-alawiti, tra cui quello in cui chiede di “macellare gli alawiti e gettarne la carne ai cani.” Nella regione di Hama da cui proviene, Arur ha mantenuto un’influenza notevole, al punto che il suo nome è stato scandito nelle prime manifestazioni anti-regime nel 2011.
Dal punto di vista storico e territoriale, la wahhabizzazione dilagante tra le popolazioni rurali in Siria, ha sopraffatto l’istituzionale sunnismo siriano Hanafi dal presunto orientamento tollerante. Dopo la svolta liberale adottata dal partito Baath nel 2005, il wahabismo ebbe una significativa ripresa nei sobborghi poveri delle città siriane o in piccole città come Duma o Daraya, facendo rivivere lo spettro della discordia tra le comunità. Molti siriani arricchitisi in Arabia Saudita lanciarono campagne di beneficenza nel Paese d’origine, aumentando così la loro influenza tra i siriani svantaggiati. Ogni vuoto dello Stato fu presto riempito dalle reti caritative collegate ad ambiziosi sceicchi esuli. Uno dei più noti è Muhammad Surur Zayn al-Abidin. È il capo di una corrente di un proselitismo a metà strada tra il movimento della Fratellanza musulmana siriana e il wahhabismo (2). Nel frattempo, i siriani nel Golfo sono diventati i maggiori sponsor privati della jihad in Siria, presto aiutati nel loro “sacro” compito da ricchi donatori sauditi, come anche quwaytiani, bahrayni e giordani, quasi sempre di osservanza wahhabita (3). Nonostante la relativa calma, che dava reputazione al regime di sicurezza di Damasco prima dei disordini e della guerra che vediamo da tre anni, il Paese subì diversi casi di scaramucce e provocazioni confessionali. (4) Un nativo della città a maggioranza sunnita di Tal Qalaq, nel governatorato di Homs, mi disse di un  tentato pogrom anti-alawita più di un anno prima delle prime manifestazioni democratiche del marzo 2011. Altri siriani hanno confermato l’instaurarsi nel decennio precedente di un’atmosfera velenosa di risentimento delle comunità dei quartieri poveri di Damasco e Idlib e in alcuni villaggi. Le autorità siriane preferirono sopprimere tali incidenti per evitarne il contagio. Nel marzo 2011, gli slogan contro gli sciiti di Hezbollah ed Iran urlati alle porte della moschea Abu Baqr Sadiq di Jablah, sulle coste siriane, presto lasciò il posto ad appelli alla guerra contro le minoranze. Mentre i siriani protestavano contro ingiustizia, tirannia, corruzione e povertà, alcune forze conservatrici cercarono deliberatamente di deviare la rabbia popolare su obiettivi inermi, il cui unico crimine era quello di esistere. Così, prima ancora che le truppe di al-Qaida sparassero il loro primo colpo in Siria, i predicatori wahabiti stavano già manovrando.

La wahhabizzazione della ribellione siriana
Se all’inizio della rivolta siriana, tra la stragrande maggioranza dei combattenti sunniti si potevano trovare alcuni ribelli drusi, cristiani, sciiti e alawiti, sotto la pressione di agitatori e dei generosi donatori del Golfo, la ribellione rapidamente si omogeneizzò sul piano confessionale e si radicalizzò, costringendo alcuni combattenti delle minoranze a smobilitare ed esiliarsi. Nella loro propaganda, i gruppi di ribelli siriani adottarono gli insulti anti-sciiti in voga nel regno dei Saud. Sciiti, ma anche alawiti, drusi e ismailiti vennero sempre più accusati dai ribelli di essere miscredenti (qufar), negazionisti (rafidha), zoroastriani (majus), trasgressori (tawaghit, plurale di taghut), politeisti, adoratori di icone, pietre o tombe (mushriqin), satanisti, invasori persiani cripto-iraniani, safavidi o cripto-giudei (5). Nel frattempo, battaglioni dalle connotazioni confessionali si formarono anche nell’Esercito libero siriano: battaglioni Muawiya, Yazid, Abu Ubayda Jarrah, Ibn Taymiyah, Ibn Qatir, la brigata turkmena Yavuz Sultan Selim dal nome del sultano-califfo ottomano che nel XVI.mo secolo massacrò aleviti, alawiti e sciiti… Tra questi gruppi di insorti a connotazione religiosa c’è la famosa brigata Faruq, la spina dorsale dell’esercito libero siriano. Nessun media occidentale s’è nemmeno chiesto il significato di Faruq. (6) Era il soprannome del califfo Omar Ibn Qatab, considerato un usurpatore dagli sciiti. Nessuno si può dimenticare Qalid al-Hamad, l’uomo che squartò un soldato dell’esercito governativo prima di morderne il cuore e il fegato, prima gridò: “Oh, eroe! Uccidere gli alawiti e tagliare i loro cuori per mangiarli!” Ma se ci ricordiamo che questo individuo non era un membro di al-Qaida o un semplice miliziano, ma un comandante della famosa brigata al-Faruq dell’Esercito libero siriano (ELS) apparentemente moderato ed oggi guidato da Salim Idris. Il predicatore Adnan Arur che invocava lo sterminio nelle sue comparsate televisive fa parte dell’esercito libero siriano (ELS) e non della cosiddetta ribellione “estremista”.
Questi esempi dimostrano che la presentazione dell’Esercito libero siriano (ELS) come ribellione democratica, laica e plurale sia un puro prodotto del marketing presso l’opinione pubblica occidentale. Oggi, i nostri media indicano il Fronte islamico (FI), la principale coalizione jihadista che riunisce circa 80000 combattenti, quale possibile alternativa ad al-Qaida. Il leader del Fronte islamico è Zahran al-Lush. È il figlio di Muhammad al-Lush, predicatore ultra-conservatore ed esule siriano in Arabia Saudita. Zahran al-Lush che invano ha resistito al ramo siriano di al-Qaida, cioè al-Nusra e Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (EIIL), o Desh, ha la stessa retorica settaria dei suoi concorrenti. In un discorso al castello omayade di Qasr al-Hayr al-Sharqi nei pressi di al-Suqna, nel luglio 2013, ecco cosa dichiarò urbi et orbi Zahran al-Lush: “I figli degli omayadi sono tornati nel Levante malgrado voi. I mujahidin del Levante elimineranno le brutture dei rafidha purificando il Levante… gli sciiti rimarranno per sempre sottomessi e umiliati come lo sono stati nella storia. E l’Islam ha sempre distrutto il loro Paese… La dinastia degli omayadi ha sempre distrutto il loro Stato“. (7) All’inizio dell’ottobre 2013, quattro gruppi jihadisti con diverse migliaia di combattenti indipendenti da al-Qaida annunciarono la creazione nella Siria orientale dell’Esercito siriano della comunità della Sunnah (Jaysh al-Sunna wal Jama’a). Non solo questa nuova coalizione sfoggia un nome chiaramente settario anti-sciita, ma in aggiunta accusa i suoi nemici di essere safavidi, il nome di una dinastia sciita che governò l’Iran nel 1501-1736. Inoltre, il nuovo esercito settario proclama la volontà di combattere le “sette” fino al giorno del giudizio. (8) Pertanto, non sarebbe realistico considerare la ribellione armata contro al-Qaida un segno della rispettabilità e della tolleranza di tali gruppi. Infatti, tutti i movimenti ribelli attivi in Siria sono taqfîri, cioè conducono la guerra contro gli “increduli”, prima contro le correnti dell’Islam considerate eretiche e non-credenti, poi contro le minoranze cristiane e, infine, contro i sunniti. La distinzione fatta dai media occidentali tra ribelli e jihadisti è abusiva. Tra al-Qaida, Fronte islamico ed Esercito libero siriano c’è la distinzione tra Pinco Panco e Panco Pinco.

Il regno wahhabita attacca la fortezza siriana
In tre anni di conflitto in Siria, il regime dei Saud non ha potuto semplicemente esportare la sua ideologia. Fin dall’inizio della crisi incombente, in effetti, Riyadh si poneva come l’avanguardia nella guerra contro il regime siriano. S’è distinto come il primo Paese a rompere le relazioni diplomatiche con Damasco. Quando vi fu l’insurrezione armata in Siria, il regno wahhabita tentò immediatamente di prenderne il controllo. Incaricò i suoi agenti locali d’inviare risorse finanziarie, logistiche e militari ai gruppi di insorti più affidabili. In Libano, Turchia e soprattutto Giordania, l’intelligence saudita ha organizzato campi di addestramento per i ribelli siriani. Nella Terra dei Cedri, l’Arabia Saudita mobilita il Movimento del Futuro di Hariri, una potente famiglia politica libanese-saudita asservita alla dinastia wahhabita, nonché le cellule terroristiche nel Nord di questo Paese. I gruppi terroristici nel nord del Libano sono la forza di riserva tradizionale del regime di Riyadh nella guerra contro il partito Hezbollah ben radicato tra la popolazione sciita del Libano meridionale. Dall’inizio della “primavera siriana” (marzo 2011), lo stesso nord del Libano è sempre servito da base d’attacco dell’Arabia Saudita contro la Siria. Mercenari pro-sauditi di ogni origine, ma inizialmente siriani, accorsero nelle province di Homs e Damasco dal territorio libanese.
Il capo delle operazioni anti-siriane non è altri che il principe Bandar bin Sultan, segretario generale del Consiglio nazionale della sicurezza saudita. Il principe è anche soprannominato “Bandar Bush” per via dei suoi stretti legami con l’ex-presidente degli Stati Uniti. Aduso alle operazioni segrete, il principe Bandar fece dell’eliminazione del presidente siriano una questione personale. Giunse ad arrivare a Tripoli, capitale del nord del Libano, per incoraggiare pagandoli i volontari della jihad anti-sciita, anti-Hezbollah e anti-siriana (9). A volte incarica i suoi migliori agenti hariristi, come il deputato Oqab Saqr, di assicurarsene la logistica. Secondo un’indagine del quotidiano Time, Oqab Saqr alla fine dell’agosto 2013 era ad Antiochia, città turca che funge da retroguardia dei jihadisti anti-siriani del fronte settentrionale, per rifornire diverse unità dell’esercito siriano libero (FSA) a Idlib e Homs. (10) Il 25 febbraio 2013, il New York Times rivelò che le armi provenienti dalle scorte segrete dell’esercito croato furono acquistate dall’Arabia Saudita e inviate ai ribelli siriani dalla Giordania. Si è parlato di “diversi aerei carichi di armi” e di una “ignota quantità di munizioni.” (11) Il 17 giugno 2013, citando diplomatici del Golfo, Reuters disse che l’Arabia Saudita fornì ai ribelli siriani missili antiaerei acquistati in Francia e Belgio. L’inviato afferma che il trasporto delle armi fu finanziato dalla Francia. (12) In Libano, Turchia e Giordania, l’Arabia Saudita muove le sue pedine mentre gli altri mandanti della ribellione, come il regime di Ankara e l’emiro del Qatar, si toglievano dai piedi. Oggi la Siria è vittima di una guerra saudita, una guerra d’invasione e conquista dell’Arabia Saudita.

Le legioni saudite sferzano la Siria
Vedendo che gli Stati Uniti erano riluttanti ad inviare truppe per combattere il regime di Damasco, dopo l’attacco chimico avvenuto il 21 agosto 2013, il regime di Riyadh ha deciso di raddoppiare gli sforzi per aumentare sensibilmente la spesa militare e il numero di mercenari sauditi nella guerra contro la Siria. Nel frattempo, centinaia di sauditi, soldati attivi e riservisti, sono andati in Siria a rafforzare i gruppi terroristici più radicali come al-Nusra e Desh. Nelle ultime settimane, il quotidiano libanese al-Safir e i media di Stato siriani hanno scoperto il maggiore coinvolgimento della monarchia wahabita, indicando che alcuni membri dell’esercito saudita, tra cui un colonnello, sono stati catturati dall’Esercito siriano ad Aleppo, mentre un generale capo di stato maggiore dell’esercito saudita, Nayaf Adil al-Shumarim, era stato ucciso in un attacco suicida a Dayr Atiyah. I media siriani ne hanno pubblicato la foto in uniforme dell’esercito saudita. Al-Shumari era il figlio del capo della guardia reale saudita. Un’altra personalità saudita, Mutlaq al-Mutlaq, figlio del generale saudita Abdullah Mutlaq Sudayri, è stato ucciso ad Aleppo. Alla sua morte, le autorità saudite hanno cercato di dissociarsi dal suo ingaggio in Siria, affermando che era latitante nel Paese in guerra. Le osservazioni del giornale al-Safir, tuttavia, indicano che lo zio paterno di Mutlaq al-Mutlaq è anch’egli in Siria tra i jihadisti. (13) Tra le migliaia di sauditi attualmente presenti in Siria, ci sono anche sceicchi influenti come Abdullah al-Muhaysany. In un video pubblicato su Youtube, si vede con un’arma in mano decantare il fronte al-Nusra e lo Stato Islamico dell’Iraq e Levante (SIIL), entrambi filiali di al-Qaida in Siria e maledire shiiti e alawiti (14). L’inerzia dei servizi segreti sauditi di fronte alla presenza di figure pubbliche come al-Muhaysany solleva interrogativi. All’inizio del conflitto, le autorità saudite sembravano voler mantenere i loro cittadini lontani dalla guerra in Siria. Nel settembre 2012, diversi religiosi appartenenti ad un ente governativo avevano anche sconsigliato i loro cittadini dal recarsi a combattere in Siria. (15) Oggi, Riyadh sembra invece predicare con veemenza la guerra totale nel Paese. Alla fine di novembre 2013, l’Esercito arabo siriano annunciava di aver catturato non meno di 80 combattenti sauditi a Dayr Atiyah, durante la battaglia del Qalamun. Il 15 gennaio 2014, l’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite Bashar al-Jafari ha detto che il 15% dei combattenti stranieri in Siria è saudita. Nei suoi ultimi due interventi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato la minaccia del wahhabismo all’Islam e al mondo, aggiungendo: “(…) tutti devono contribuire alla lotta contro il wahabismo e alla sua eradicazione.” Il presidente siriano ha confermato che la guerra siriana è diventata una guerra dell’Arabia Saudita contro la Siria.

Conclusione
Quando parliamo del ruolo dell’Arabia Saudita nella guerra di Siria, per ignoranza o malafede, gli analisti occidentali spesso sono vaghi o semplicemente ripetono banalità sulla rivalità tra Iran e la dinastia Saud. Se i media occidentali, soprattutto francesi, sono avari di critiche verso le monarchie del Golfo, sono totalmente silenziosi sull’ossessione dei Saud nel confessionalizzare a tutti i costi un conflitto eminentemente politico, geostrategico e ideologico. E’ vero che i “nostri” esperti collegano il discorso religioso e l’estremismo della ribellione, ma ne parlano come conseguenza e non come  causa principale del conflitto e della sua perpetuazione. Tuttavia, le forze del regime hanno sempre sottolineato la solidarietà interconfessionale e l’unità del Paese al centro della lotta (che i media mainstream continuano a menzionare, facendo passare le forze lealiste per i membri di una sola comunità) mentre i gruppi armati inaspriscono le loro differenze e purezza dalle comunità considerate devianti rispetto alla popolazione in generale. Qualora questi miliziani fanatici  prendessero il potere, si avranno caos e terrore. Nelle cosiddette zone “liberate”, il gioco pericoloso anti-sciita e anti-alawita offerto dalla propaganda saudita s’è rapidamente trasformato in una campagna per sterminare tutto ciò che non è sunnita, prima, e tutto ciò che è diverso, poi. Ciò è il fenomeno che vediamo oggi, con la liquidazione di oltre mille jihadisti in due settimane di guerra tra fazioni rivali che sostengono la stessa fede e la stessa pratica teologica.
In tre anni di crisi e di guerra in Siria, la strategia saudita è passata dal ‘soft power‘ della wahhabizzazione rampante alla guerra diretta. I Saud hanno sabotato qualsiasi prospettiva di riforma, democratizzazione e riconciliazione in Siria. Poi hanno spinto i siriani a uccidersi a vicenda lanciando contro le forze lealiste i gruppi armati creati da zero a loro immagine. Vedendo fallire il loro piano per rovesciare il regime, hanno deciso di fare di tutto per ridurre in polvere la Siria con l’aiuto di al-Qaida. Mentre il regime teocratico di Riyadh è in guerra contro al-Qaida a livello interno, alcuni esperti occidentali dubitano ancora del sostegno di Riyadh ai terroristi in Siria. Tuttavia, la manipolazione dei servizi sauditi dei gruppi di al-Qaida come al-Nusra e il SIIL non è solo una costante della politica estera saudita, ma in aggiunta le milizie del Fronte islamico (FI) e dell’Esercito libero siriano (ELS) che l’Arabia Saudita sostiene, hanno ufficialmente un’ideologia quasi identica a quella di al-Qaida. Così tutti, dal capo dell’intelligence saudita Bandar bin Sultan al leader supremo di al-Qaida, Ayman al-Zawahiri, dall’emiro di al-Nusra, Abu Muhammad al-Julani, al comandante dell’Esercito libero siriano Salim Idris, all’emiro di Desh Abu Baqr al-Baghdadi e al comandante del Fronte islamico (FI), Zahran al-Lush, sostengono lo stesso discorso, gli stessi metodi e gli stessi obiettivi in Siria. Il terrorismo di tali bande e del loro mandante saudita non lascia scelta alla Siria sovrana che resistere o sparire. Siamo sicuramente ancora lontani dalla pace.

Note
(1) Ho osservato tale fenomeno della wahhabizzazione nei miei numerosi viaggi in Siria tra il 1998 e il 2005. E’ stato osservato da Alper Birdal e Yigit Gunay, autori di un libro critico sulla primavera araba (Arap Bahari Aldatmacasi, ed. Yazilama, 2012). La figura dell’opposizione siriana Haytham Mana ha parlato perfino di una wahhabizzazione progressiva in Siria, durante una conferenza a Bruxelles del 3 novembre 2013.
(2) Muhammad Surur Zayn al-Abidin attualmente vive in Giordania.
(3) Secondo un articolo del 12 novembre del New York Times firmato da Ben Hubbard, dodici quwaytiani, tra cui un certo Ghanim al-Matayri, inviavano apertamente fondi per la jihad in Siria. Anche imam che vivono in Europa sono coinvolti nel traffico internazionale di armi in Siria, come l’imam siriano esiliato in Svezia Haytham Rahmah.
(4) A Qamashli, nella Siria nord-orientale, si ebbero sanguinosi disordini interetnici nel 2004 tra tifosi di calcio arabi e curdi.
(5) La leggenda narra che un ebreo convertito all’Islam, Abdullah Ibn Saba, sia il fondatore dello sciismo. Alcune fonti sunnite indicano Ibn Saba come agente provocatore ebreo che aveva la missione di distruggere l’Islam dall’interno. Ma fino ad oggi le autorità sciite negano l’esistenza stessa di questo personaggio e accusano gli autori di tale “mito” di cercare di screditare la loro fede.
(6) Faruq significa che distingue il bene dal male.
(7) Vedi
(8) Vedi
(9) Per dettagli su Bandar bin Sultan, Bahar Kimyongür, Syriana, la conquista continua, Ed. Investig’Action e Couleur Livres, Charleroi, 2012
(10) Times, Ribelli laici e islamici della Siria: Chi armano i sauditi e il Qatar?, 18 settembre, 2012
(11) New York Times, I sauditi aumentano gli aiuti ai ribelli in Siria con armi croate, 25 febbraio 2013
(12) Reuters, L’Arabia saudita fornisce missili ai ribelli in Siria: fonte del Golfo, 17 giugno 2013
(13) al-Safir, Jihadisti sauditi fluiscono in Siria, 5 dicembre 2012
(14) Vedi, Lo slogan dello sceicco saudita mette nello stesso paniere sciiti e USA, un controsenso. Il regno di cui è cittadino non solo è un protettorato degli Stati Uniti, ma inoltre Washington è uno dei principali sostenitori della jihad in Siria.
(15) Reuters, I sauditi scoraggiano i cittadini dalla “jihad” siriana, 12 settembre 2012

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Silenzio e tradimento da 3 miliardi di dollari

Thierry Meyssan, Rete Voltaire, Damasco 15 gennaio 2014

Ma perché l’Arabia Saudita ha deciso di donare all’esercito libanese 3 miliardi di armamenti francesi, mentre nelle ultime settimane i suoi agenti in Libano non cessavano di denunciare lo slogan “Popolo-Esercito-Resistenza” e la collusione tra l’esercito e Hezbollah? E se questa improvvisa generosità è il prezzo del silenzio libanese, dimenticando le centinaia di vittime del terrorismo saudita nel Paese dei cedri e il tradimento francese dei propri impegni in Medio Oriente?

afp-hollande--644x362La visita di François Hollande accompagnato da 30 amministratori delegati di grandi aziende in Arabia Saudita, il 29 e 30 dicembre 2013, si sarebbe concentrata principalmente su questioni economiche e sul futuro di Siria e Libano. Le questioni politiche internazionali sarebbero state  discusse tra francesi e sauditi, ma anche in presenza di leader libanesi come il presidente Michel Sulayman e l’ex primo ministro saudita-libanese Saad Hariri (considerato organico alla famiglia reale) e il presidente della Coalizione Nazionale siriana, il siro-saudita Ahmad Asi al-Jarba [1] Durante la visita, l’Arabia Saudita ha annunciato improvvisamente l’offerta di 3 miliardi dollari di armi francesi all’esercito libanese. Questa generosità è straordinaria, poiché una conferenza internazionale dovrebbe, a febbraio o marzo, raccogliere fondi per il Libano in generale e il suo esercito in particolare. Il Libano non aveva mai ricevuto un tale dono. L’annuncio fu ufficialmente fatto dal presidente libanese Michel Sulayman. Il generale, diventato Capo di stato maggiore dell’esercito libanese, non avendo gli altri accesso a tale carica, fu imposto presidente per le stesse ragioni da Francia e Qatar. La sua elezione parlamentare è incostituzionale (articolo 49 [2]) e la carica non gli è stata caduta dal suo predecessore ma dall’emiro del Qatar. Nel suo discorso televisivo al popolo libanese, il presidente Sulayman ha accolto con favore la regale “maqruma”, il dono che il sovrano fa al suo servo e, incongruamente, concludeva con “Viva l’Arabia Saudita!”. Tale annuncio fu accolto calorosamente dall’ex-primo ministro Saad Hariri, tentando di vedervi il primo passo verso il futuro disarmo di Hezbollah.
La decisione di Riyadh non può che sorprendere: infatti, negli ultimi mesi, i filo-sauditi del 14 Marzo di Saad Hariri hanno più volte criticato la stretta relazione tra l’esercito e Hezbollah. Nei giorni seguenti, una grande campagna pubblicitaria a Beirut celebrava l’amicizia tra il Libano e l’Arabia Saudita, definita “Regno del bene” (sic). Infatti, ciò non aveva senso. Per capire, si dovettero aspettare un paio di giorni.
Il 1 gennaio 2014, quattro giorni dopo l’annuncio saudita, si apprese che l’esercito libanese aveva arrestato Majid al-Majid, cittadino saudita a capo delle brigate Abdullah Azzam, ramo di al-Qaida in Libano. Ma in seguito si apprese che l’arresto fu dovuto all’avviso della Defense Intelligence Agency (DIA) statunitense del 24 dicembre. Washington fu poi informata dall’esercito libanese che Majid al-Majid venne ricoverato in ospedale per sottoporsi a dialisi. L’esercito libanese si affrettò a ricoverarlo nell’ospedale Maqasid, arrestandolo durante il viaggio in ambulanza da Ersal, il 26 dicembre, tre giorni prima dell’annuncio saudita. Per più di una settimana l’arresto del leader di al-Qaida in Libano fu un segreto di Stato. Il saudita era ufficialmente ricercato nel suo Paese per terrorismo, ma ufficiosamente era considerato un agente dei servizi segreti sauditi agli ordini diretti del principe Bandar bin Sultan. Aveva pubblicamente riconosciuto di aver organizzato numerosi attentati, tra cui quello contro l’ambasciata iraniana a Beirut del 19 novembre 2013, che aveva ucciso 25 persone. Ecco perché l’esercito libanese informò Riyadh e Teheran del suo arresto.
Nei casi riguardanti il Libano, Majid al-Majid ha svolto un ruolo importante nell’organizzare l’esercito jihadista di Fatah al-Islam. Nel 2007, il gruppo cercò di aizzare i campi palestinesi in Libano contro Hezbollah e di dichiarare l’emirato islamico nel nord del Paese. Tuttavia, il suo mandante, l’Arabia Saudita, l’abbandonò all’improvviso dopo un incontro tra il Presidente Ahmadinejad e re Abdullah. Furiosi, i jihadisti si presentarono armati nella banca di Hariri per essere pagati. Dopo alcuni combattimenti, si ritirarono a Nahr al-Barad che l’esercito libanese assediò. Dopo oltre un mese di combattimenti, il generale Shamil Ruquz [3] diede l’assalto e li schiacciò. Durante l’operazione antiterrorismo, l’esercito libanese perse 134 soldati [4]. Majid al-Majid era in contatto personale, diretto e segreto con molti leader arabi e occidentali. Agli investigatori ebbe il tempo di confermare l’appartenenza ai servizi segreti sauditi. E’ chiaro che la sua confessione poteva sconvolgere la politica regionale. Soprattutto se accusava Arabia Saudita e 14 Marzo libanese. Un deputato parlò della proposta saudita di 3 miliardi di dollari per non registrare le confessioni di Majid al-Majid ed estradarlo a Riyad. Il quotidiano al-Akhbar sostenne che il prigioniero non era per nulla in pericolo e che poteva essere liquidato dai suoi mandanti per assicurarsene il silenzio. Il giorno dopo l’editoriale, l’esercito libanese ne annunciava la morte. Il corpo di Majid al-Majid fu sottoposto ad autopsia, ma a differenza dei procedimenti penali, da un solo medico che concluse che era morto per la malattia. Il suo corpo fu trasferito in Arabia Saudita e sepolto alla presenza della famiglia e dei bin Ladin.
L’Iran chiede chiare spiegazioni dal Libano sull’arresto e la morte di Majid al-Majid. Ma non troppo forte, perché il presidente Ruhani tenta di avvicinarsi anche all’Arabia Saudita. Questa è la sesta volta che il leader di un’organizzazione terroristica filo-saudita che opera in Libano sfugge alla giustizia. Fu così per Shaqir Absi, Hisham Qadura, Abdal Rahman Awadh, Abdal Ghani Jawhar e, più recentemente, Ahmad al-Asir.
Comunque, se re Abdullah ha speso 3 miliardi di dollari, pochi ne verranno all’esercito libanese.
- In primo luogo, la somma comprende tradizionalmente i reali “regali” per coloro che servono il re. Così, secondo il protocollo, il presidente Michel Sulayman ha immediatamente ricevuto a titolo personale 50 milioni di dollari, e il presidente François Hollande un importo proporzionale alla sua funzione, il cui importo è sconosciuto, se accettato o meno. Il principio saudita della corruzione si applica in modo identico a tutti i leader e alti funzionari libanesi e francesi che partecipavano alla transazione.
- In secondo luogo, la maggior parte del denaro sarà pagato al Tesoro francese, per il trasferimento dalla Francia al Libano di armi e addestramento militare. Questa è la ricompensa per l’impegno militare coperto della Francia, dal 2010, nel fomentare i disordini in Siria e rovesciare l’alawita  Assad, che il Custode delle Due Sacre Moschee non accetta come Presidente di una terra prevalentemente musulmana [5]. Tuttavia, poiché non esiste un listino prezzi, Parigi può decidere come valutare questa donazione. Così Parigi sceglierà anche tipo di armi e di addestramento. Già, poiché non si deve fornire materiale che può essere utilizzato successivamente per resistere efficacemente al principale nemico del Libano, Israele.
- In terzo luogo, il denaro non serve per aiutare l’esercito a difendere il Paese, è invece destinato a  dividerlo. L’esercito libanese è stato di gran lunga l’unica entità integra e multi-religiosa del Paese. L’addestramento sarà fornito dalla Francia per “francesizzare” gli ufficiali, piuttosto che per trasmettergli il loro know-how. Il denaro rimanente sarà utilizzato per costruire belle caserme e comprare belle vetture.
Tuttavia, la donazione reale non potrà mai arrivare a tutti, in Libano. Secondo l’articolo 52 della Costituzione [6], per essere percepito il dono deve essere approvato prima dal Consiglio dei Ministri e presentato al Parlamento. Tuttavia, il governo dimissionario di Najib Miqati non si riunisce da nove mesi e quindi non può trasmettere l’accordo al Parlamento per ratificarlo. Presentando l’accordo ai libanesi, il presidente Michel Sulayman ha pensato bene di precisare, senza essere richiesto, che i negoziati a Riyadh non hanno comportato per nulla il possibile rinvio delle elezioni presidenziali e l’estensione del suo mandato, o la composizione di un nuovo governo.  Questa precisione fa sorridere, in quanto è chiaro che tutto ciò era al centro delle discussioni. Il presidente si è impegnato con i suoi omologhi saudita e francese a formare un governo di “tecnocrati”, senza sciiti o drusi, da imporre al Parlamento. Il termine “tecnocrate” qui indica alti funzionari internazionali che hanno fatto carriera presso la Banca Mondiale, il FMI, ecc. dimostrando la loro docilità alle pretese statunitensi. Si deve capire che il governo sarà composto da filo-USA in un Paese che in maggioranza resiste all’impero. Ma non riesce a trovare una maggioranza in Parlamento, con 3 miliardi?
Purtroppo, il principe Talal Arslan, erede dei fondatori del Principato del Monte Libano nel XII.mo secolo e presidente del Partito Democratico, ha immediatamente ricordato al presidente Sulayman che, secondo l’accordo di Taif [7] l’esecutivo è ora monopolio del Consiglio dei Ministri [8] e che dovrebbe riflettere la composizione religiosa del Paese [9]. Pertanto, un governo di tecnocrati è una violazione di tale accordo e il presidente Sulayman sarebbe considerato un golpista a prescindere dalla sua capacità nel corrompere il Parlamento. La cosa probabilmente non finisce qui: il 15 gennaio l’esercito libanese ha arrestato sul confine siriano Jamal Daftardar, un luogotenente di Majid al-Majid.
Il presidente François Hollande sarà certamente dispiaciuto per il fallimento del suo omologo libanese nel vendersi il Paese per 50 milioni di dollari, ma visto da Parigi, l’unica cosa che conta è la spartizione dei rimanenti 2,95 milioni di dollari.

e7430e2200cb563881a2778f044b753798714602Note
[1] Ahmad Asi al-Jarba è un membro della tribù beduina Shamar, da cui re Abdullah proviene.  Prima degli eventi fu condannato per traffico di droga in Siria. Gli Shamar sono nomadi che si muovono nei deserti saudita e siriano.
[2] “I magistrati e i funzionari di prima classe o equivalenti di tutte le amministrazioni pubbliche, istituzioni pubbliche e altre persone giuridiche di diritto pubblico, possono essere eletti nell’esercizio delle loro funzioni e per due anni dalle dimissioni e l’effettiva cessazione dell’esercizio delle loro funzioni o alla data del pensionamento.
[3] Il generale Ruquz, senza dubbio il più prestigioso militare libanese, probabilmente avrebbe dovuto essere nominato Capo di Stato Maggiore. Ma è il genero del generale Michel Aoun, presidente del Movimento Patriottico Libero, alleato di Hezbollah.
[4] “La questione dei mercenari di Fatah al-Islam è chiusa“, Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 27 agosto 2007.
[5] A seguito della firma del Trattato di Lancaster House, Francia e Regno Unito sono intervenute in Libia e in Siria per organizzare pseudo-rivoluzioni e rovesciarne i governi. Tuttavia, l’operazione siriana si rivelava un fallimento e Londra si ritirava mentre Parigi continua a sostenere attivamente la “Coalizione Nazionale” guidata dal saudita-siriano Ahmad Asi al-Jarba.
[6] “Il Presidente della Repubblica negozia e ratifica i trattati in accordo con il Capo del governo.  Questi saranno considerati e ratificati solo dopo l’approvazione del Consiglio dei Ministri. Il Governo ne informa la Camera dei Deputati quando l’interesse e la sicurezza dello Stato nazionale lo permettono. I trattati che riguardano le finanze dello Stato, i trattati commerciali e i trattati che non possono essere risolti alla fine di ogni anno, possono essere ratificati solo dopo l’approvazione della Camera dei Deputati.
[7] “L’Accordo di Taif“, Réseau Voltaire, 23 ottobre 1989.
[8] “Il Consiglio dei Ministri è l’organo esecutivo“.
[9] “Ogni autorità che contraddice la Carta della vita comune è illegittima e illegale“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Hezbollah è un fattore di stabilizzazione nel Levante a differenza di Arabia Saudita e Qatar

Murad Makhmudov e Lee Jay Walker, Modern Tokyo Times, 7 gennaio 2014
Hizbollah_Haitham_pic_1Gli intrighi collettivi occidentali e del Golfo nel Levante creano caos e diffondono settarismo. In Libano il movimento Hezbollah cerca di contenere tali forze oscure mantenendo forti relazioni con i potenti leader cristiani come Michel Aoun. Allo stesso tempo, Hezbollah sostiene il ricco mosaico religioso in Siria. Pertanto, mentre le potenze del Golfo e occidentali, a fianco della Turchia, cercano di schiacciare il governo laico in Siria, è chiaro che Russia, Iran e Hezbollah non lo vogliono. Le forze armate siriane sono multi-religiose, in linea con la nazione della Siria, e chiaramente l’unico settarismo appartiene ai nemici di questa nazione. Infatti, la Siria ha accolto un gran numero di sunniti fuggiti da Palestina e Iraq. Pertanto, le nazioni esterne alla regione s’ingeriscono in Siria, aperta a tutti i rifugiati indipendentemente dall’appartenenza religiosa. Questa realtà ha significato che i cristiani in fuga dall’Iraq, dopo la destabilizzazione di questa nazione, sono fuggiti in Siria per sottrarsi al settarismo e al terrorismo. Purtroppo, gli intrighi delle potenze del Golfo e occidentali spingono numerosi siriani di tutte le fedi a fuggire dalla distruzione generata dall’ingerenza estera.
I taqfiri e i salafiti sunniti entrano in Siria da molte nazioni e chiaramente la Turchia della NATO è una via aperta ai più vili jihadisti del pianeta. Dopo tutto, il cosiddetto jihad islamico in Siria si basa solo su terrorismo, settarismo, decapitazione, distruzione dell’economia ad opera di forze esterne. Si noti, i cosiddetti jihadisti islamici non combattono la NATO in Turchia, a nord o, Israele a sud, invece massacrano e indottrinano la Siria. In altre parole, i jihadisti islamici non sono solo “pedine ottuse” finanziate dai ricchi Paesi del Golfo, ma tali ipocriti sono anche i nemici del Levante, perché desiderano seminare guerre settarie. Ancora una volta, i governi di USA e Regno Unito contribuiscono a scacciare i cristiani, proprio come hanno fatto in Iraq e in Kosovo. Infatti, il presidente degli USA Obama sostiene anche la Fratellanza musulmana in Egitto, nonostante tale movimento sia anti-cristiano e anti-secolare. Tuttavia, le masse in Egitto si sono svegliate davanti la minaccia oscura dei Fratelli musulmani e anche le forze armate della Siria rifiutano di abbandonare la loro Patria. In Siria le forze di Hezbollah combattono per la ricchezza del Levante, nonostante la propaganda abbracciata dai media nei confronti di questo movimento. Dopo tutto, quando gli islamisti taqfiri prendono il controllo di villaggi prevalentemente alawiti e cristiani, le due comunità fuggono. Lo stesso accade quando il brutale esercito libero siriano (ELS) entra nelle zone miste o nei villaggi appartenenti alle varie minoranze. Eppure, quando Hezbollah aiuta le forze armate della Siria, allora questo movimento s’impegna solo nella lotta contro le varie forze settarie e terroristiche.
Hezbollah non è interessato a imporre la propria fede su nessuno. Al contrario, è chiaro che Hezbollah appoggia i palestinesi principalmente sunniti, proprio come questo movimento collabora strettamente con le potenti forze cristiane del Libano guidate da Michel Aoun. Infatti, il movimento attuale di Hezbollah assomiglia per molti aspetti al governo laico della Siria e ciò vale nel sostegno al mosaico etnico e religioso del Levante. Questa realtà evidenzia la chiara mistificazione sul presunto settarismo di Hezbollah e del governo della Siria. Tuttavia, dall’altra parte si ha il brutale settarismo di Arabia Saudita e Qatar, che sostengono molti movimenti salafiti e taqfiri in varie nazioni. Naturalmente, in Siria le potenze feudali del Golfo sostengono apertamente il terrorismo e il settarismo. Inoltre, i petrodollari del Golfo finanziano la diffusione mondiale di un’ideologia basata sulla supremazia e l’odio. Come al solito, le potenze occidentali non si preoccupano della fede cristiana, perché in Arabia Saudita non è consentita una chiesa cristiana e gli apostati affrontano la morte. L’Arabia Saudita ora cerca di diffondere il dissenso in Libano, finanziando le forze armate di questa nazione. Nonostante ciò, molti potenti leader religiosi regionali comprendono appieno le cattive azioni in corso in tutto il Levante, causate dagli intrighi delle potenze del Golfo e occidentali. Pertanto, Hezbollah continuerà a lottare contro le nazioni estere che cercano di alterare le dinamiche indigene del Levante.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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