L’enigma dell’Iran

Leonid Savin Strategic Culture Foundation 27.01.2012

L’embargo petrolifero dell’UE che ha recentemente colpito l’Iran e le minacce espresse dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali di future ulteriori sanzioni contro il paese, hanno portato gli osservatori a concludere che infine un conflitto armato tra l’Iran e l’Occidente diventa imminente.
Il primo scenario potenziale nel contesto è che l’attuale situazione di stallo poi degenererebbe in una guerra. Le forze degli USA nell’area del Golfo attualmente contano 40.000 effettivi, oltre 90.000 sono schierati in Afghanistan, appena ad est dell’Iran, e molte migliaia di truppe di supporto sono dispiegate in diversi paesi asiatici. Aggiungendo ciò a un notevole potenziale militare che comunque non può fornire quello che serve per tenere sotto controllo tutto, se le ostilità armate dovessero scoppiare. Per esempio, Colin H. Kahl sostiene in un recente articolo su Foreign Affairs che, anche se “non c’è alcun dubbio che Washington vincerà in senso strettamente operativo” (1), gli Stati Uniti avrebbero dovuto prendere in considerazione una vasta gamma di problemi pertinenti.
Al momento, mantenere lo status quo non è nell’interesse degli Stati Uniti, ritiene Stratfor, un’agenzia di intelligence globale statunitense: “Se al-Assad sopravvive e se la situazione in Iraq procede come ha proceduto, allora l’Iran sta creando una realtà che definirà la regione. Gli Stati Uniti non hanno una coalizione ampia ed efficace, e certamente non una che si possa radunare in caso di guerra. Hanno solo Israele… “(2) Se il conflitto con l’Iran prende la forma di una lunga campagna di bombardamenti e si presenta come un prologo all’occupazione del paese, gli Stati Uniti avranno bisogno di rafforzare la loro posizione nelle regioni adiacenti, il che significa che Washington cercherà di trascinare le repubbliche caucasiche (Georgia, Azerbaijan) e quelle dell’Asia centrale nella sua orbita politica, e quindi stringendo la “stretta dell’anaconda” intorno alla Russia.
Uno scenario alternativo merita attenzione. Le sanzioni UE farebbero sicuramente male a molte  economie europee – in particolare, Grecia, Italia e Spagna – di rimbalzo. Infatti, il capo della diplomazia spagnola, José Manuel García-Margallo, ha descritto senza mezzi termini la decisione delle sanzioni come un sacrificio (3). Per quanto riguarda l’Iran, il blocco petrolifero può causare al suo bilancio annuale una contrazione di 15-20 miliardi di dollari, che in genere non dovrebbe essere critica ma, come le elezioni parlamentari del paese e le elezioni presidenziali del 2013 che si stanno avvicinando, l’Occidente attivamente puntella l’opposizione interna, da cui dei focolai di disordini in Iran potrebbero probabilmente derivarne. Teheran ha già messo in chiaro che farebbe seri sforzi per trovare acquirenti alle sue esportazioni di petrolio altrove. Cina e India, rispettivamente numero uno e numero tre dei clienti dell’Iran, hanno momentaneamente spazzato via l’idea delle sanzioni USA. Il Giappone ha garantito il supporto a Washington sulla questione, ma non avvierà alcun tipo di piano specifico per ridurre i volumi di petrolio che importa dall’Iran. Il Giappone, tra l’altro, è stato duramente colpito nel 1973 quando Wall Street ha provocato una crisi petrolifera e le garanzie degli Stati Uniti si dimostrarono vuote. Di conseguenza, ci si può aspettare che Tokyo approcci le sanzioni suggerite da Washington con la massima cautela e chieda agli Stati Uniti garanzie inequivocabili che la Casa Bianca non sarà in grado di fornire. In questo momento, gli Stati Uniti stanno corteggiando la Corea del Sud con l’obiettivo di farle tagliare le importazioni di petrolio dall’Iran.
L’opposizione crescente ai piani che preparano lo scenario militare di Cina, Russia, e India sembra mantenere la promessa di una alleanza di paesi che cercano di domare l’egemonia e l’unilateralismo furioso degli Stati Uniti. Gli analisti di Stratfor hanno puntato sul fatto che il tempo non è dalla parte degli Stati Uniti, considerando che i paesi BRIC hanno qualche opportunità di influenzare la situazione nella zona del potenziale conflitto, con il lancio di manovre congiunte anti-terrorismo e anti-pirateria nel Mare Arabico e nel Golfo Persico.  Ecc.
Indurre il cambiamento di regime in Iran, l’obiettivo finale di Washington, ha ancora un pretesto. Gli Stati Uniti hanno da tempo adocchiato varie fazioni in Iran, nella speranza di sfruttare le rivalità nazionali esistenti nel paese, impiegando parallelamente la tecnica consolidata delle rivoluzioni colorate, come il sostegno al Movimento Verde o la creazione di una ambasciata virtuale per l’Iran. Richard Sanders, un critico della politica estera degli Stati Uniti, ha rilevato che, almeno dall’invasione del Messico alla fine del secolo XIX, gli Stati Uniti hanno sempre invocato il meccanismo degli incidenti come pretesto per la guerra, compilando varie giustificazioni per i suoi interventi militari (4). L’arci-conservatore statunitense Patrick J. Buchanan ha evocato, nel suo articolo di opinione intitolato “Did FDR Provoke Pearl Harbor?”, una visione abbastanza comune secondo cui circoli finanziari statunitensi hanno deliberatamente provocato l’attacco di Pearl Harbor per trascinare gli Stati Uniti in una guerra lontana, con l’obiettivo di assicurarsi il primato mondiale dell’impero del dollaro (5). La lezione da trarre dalla storia della guerra del Vietnam, e cioè del golfo del Tonchino, in cui l’USS Maddox entrò nelle acque territoriali del Vietnam e aprì il fuoco sui natanti della sua marina militare, è che il conflitto iniziale venne similmente provocato dalla comunità dell’intelligence USA, e il risultato fu che il Congresso degli USA autorizzò LBJ a impegnarsi militarmente in Vietnam (a proposito, nessuna reazione fece seguito, nel giugno del 1967, quando gli israeliani attaccarono la USS Liberty, uccidendo 34 persone e ferendone 172). I concetti moralmente caricati di interventi umanitari e guerra al terrore furono giustamente invocati anche per legittimare le aggressioni ingiustificabili contro la Jugoslavia, l’Iraq e l’Afghanistan.
Parlando degli sviluppi in corso nel Golfo Persico, la scelta di Washington di pretesti per un’aggressione comprende almeno tre opzioni, vale a dire (1) il dossier nucleare dell’Iran, (2) una escalation progettata nello Stretto di Hormuz, (3) accuse che l’Iran sostenga il terrorismo internazionale. L’obiettivo degli Stati Uniti dietro la pressione sull’Iran per il suo programma nucleare – spingere tutto il mondo ad accettare le regole del gioco di Washington – non è mai stato veramente nascosto. Il discorso abbondantemente allarmista ha lo scopo di distogliere l’attenzione dalla semplice verità che la costruzione di un arsenale nucleare con l’aiuto di tecnologie nucleari civili, è assolutamente impossibile, ma Matthew H. Kroenig del Council on Foreign Relations di recente è andato sul punto avvertendo che l’Iran un giorno passerà le sue tecnologie nucleari al Venezuela (6). La motivazione deve essere quella di, in qualche modo, raggruppare tutti i critici della politica estera degli Stati Uniti.
Lo Stretto di Hormuz, che è il collo di bottiglia marittimo del Golfo Persico, è considerato l’epicentro della imminente nuova guerra. Serve come via per le forniture di petrolio da Iran, Iraq, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, ed è quindi strettamente monitorato da tutte le parti suscettibili di entrare in conflitto. Secondo il dipartimento dell’energia degli Stati Uniti, nel 2011 il transito del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz ammontava a 17 miliardi di barili, ovvero circa il 20% del totale mondiale (7). I prezzi del petrolio dovrebbero aumentare del 50% se succedesse qualcosa di inquietante nello Stretto di Hormuz (8).
Passando attraverso lo Stretto di Hormuz, si naviga attraverso le acque territoriali di Iran e Oman.  L’Iran concede a titolo di cortesia il diritto di navigare attraverso le sue acque sulla base del trattato delle Nazioni Unite sul trasporto merci marittimo. Ciò deve essere inteso in relazione alle dichiarazioni ricorrenti di Washington relative alla Stretto di Hormuz, che a questo proposito gli Stati Uniti e Iran hanno lo stesso peso giuridico, come i paesi che hanno scritto ma non ratificato il trattato, e quindi gli Stati Uniti non hanno alcun diritto morale di riferirsi al diritto internazionale.  L’amministrazione iraniana ha sottolineato recentemente, dopo consultazioni con gli organi legislativi nazionali, che Teheran sarebbe forse oggetto di una revisione della normativa in base al quale sono ammesse navi straniere nelle acque territoriali iraniane (9).
Le marine dovrebbero anche rispettare certe leggi internazionali, in particolare, quelle che definiscono la distanza minima da mantenere dalle navi di altri paesi. Si parlare costantemente nei media statunitensi di navi iraniane che rischiosamente si avvicinano alle navi statunitensi ma, come notano gli osservatori, provocatori come i separatisti del Baluchistan iraniano, sponsorizzati dalla CIA, in alcuni casi potrebbe essere usati per dei trucchi sotto mentite spoglie.
Le probabilità sono che una parte del piano dell’embargo petrolifero sia quello di fare incontrare all’Occidente problemi di approvvigionamento di petrolio e iniziare la costruzione di oleodotti in Arabia Saudita, Bahrain, Oman, Yemen, Qatar e Iraq, come percorsi alternativi per raggiungere le rive del Mar Arabico, Mar Rosso e Mar Mediterraneo. Alcuni di questi progetti, la Hashan-Fujairah pipeline, per esempio, sono ad oggi in fase di attuazione. Se questa è l’idea, la spiegazione dietro la tendenza di Washington a convincere i suoi alleati a creare una infrastruttura “più sicura” è semplice. La geopolitica è una realtà ineludibile, che deve essere presa in considerazione, però, se i paesi della regione rimangono chiusi in una varietà di conflitti e, per ragioni geografiche Teheran sarà un giocatore chiave, anche se gli oleodotti vengono avviati.
Poiché la nuova strategia militare degli Stati Uniti implica la concentrazione su due regioni – il Grande Medio Oriente e il Sud Est Asiatico – la questione dello stretto di Hormuz sembra accoppiarsi a quella dello Stretto di Malacca, che offre il percorso più breve per la fornitura di petrolio dall’Oceano Indiano a Cina, Giappone, Corea del Sud e resto del Sud Est Asiatico. La disposizione implicita dei fattori nel processo decisionale dei paesi asiatici riguardo l’Iran.
Il precedente della “guerra al terrore” – una campagna durante la quale gli Stati Uniti occuparono sotto dubbi pretesti Iraq e Afghanistan, al costo di migliaia di vite – deve anche essere tenuto a mente. Tempo fa, la Casa Bianca ha sancito le attività sovversive contro varie parti dell’amministrazione iraniana, compresi i Guardiani della Rivoluzione Islamica. L’ex agente della CIA Philip Giraldi scrive che gli agenti statunitensi e israeliani sono stati attivi in Iran per un bel po’ di tempo e sono responsabili dell’epidemia del virus Stuxnet e per la serie di omicidi di fisici nucleari iraniani. I gruppi in Iran che si sono allineati con i nemici del paese sono Mujahidin del Popolo Iraniano, i separatisti del Baluchistan del Jundallah, il cui leader Abdolmajid Rigi è stato arrestato nel febbraio del 2010 dalle forze di sicurezza iraniane e ha ammesso di aver collaborato con la CIA, e il curdo Vita Libera del Kurdistan (10).
In sostanza, una guerra contro l’Iran – a livello di guerra segreta – è in corso. Il problema che le parti in causa stanno cercando di risolvere è trovare un modo di prevalere senza entrare nella fase “calda” del conflitto.

Note
(1) Colin H. Kahl. Not Time to Attack Iran. 17 gennaio, 2012.
(2) Iran, the US and the Strait of Hormuz Crisis. 17 gennaio, 2012.
(3) La UE acuerda vetar las importaciones de petroleo de Iran. 23.01.2012
(4) Richard Sanders. How to Start a War: The American Use of War Pretext Incidents. Global Research, January 9, 2012. Global Research, 9 gennaio 2012.
(5) Buchanan
(6) Recent Events in Iran and the Progress of Its Nuclear Program. 17 gennaio, 2012.
(7) Eia.gov
(8) Michael T. Klare. Danger Waters. 10 gennaio 2012.
(9) Mahdi Darius Nazemroaya. La Geo-Politica dello Stretto di Hormuz: Può la Marina degli Stati Uniti essere sconfitta dall’Iran nel Golfo Persico? Global Research, 8 gennaio 2012. 
(10) Philip Giraldi. Washington’s Secret Wars. Washington, Secret Wars. 8 Dic 2011.

La ripubblicazione è gradita con alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La contro-rivoluzione in Medio Oriente

Thierry Meyssan* Voltairenet Damasco (Siria) 11 Maggio 2011

L'immagine che ha fatto scandalo negli Stati Uniti: durante il G20, Obama si inchina verso il re saudita e gli bacia la mano.

Un clan saudita, i Sudairi, è al centro dell’onda contro-rivoluzionaria lanciata sul Medio Oriente dagli Stati Uniti e da Israele. In una sintesi completa, pubblicata a puntate sul più grande quotidiano in lingua russa, Thierry Meyssan da Damasco disegna il quadro generale delle contraddizioni che travagliano la regione. 
 
In pochi mesi, sono caduti tre governi filo-occidentali nel mondo arabo: il parlamento ha rovesciato il governo libanese di Saad Hariri, mentre i movimenti popolari cacciavano Zine el-Abbidine Ben Ali dalla Tunisia, e poi arrestato Hosni Mubarak in Egitto. Questi cambiamenti di regime sono accompagnati da manifestazioni contro il dominio degli Stati Uniti e il sionismo. Essi avvantaggiano politicamente l’Asse della Resistenza, incarnato a livello statale da Iran e Siria, e sul piano sub-statale da Hezbollah e Hamas. Per condurre la contro-rivoluzione in questa regione, Washington e Tel Aviv hanno usato il loro miglior supporto: il clan Sudairi, che interpreta più di ogni altro il dispotismo al servizio dell’imperialismo.

I Sudairi
Probabilmente non ne avete mai sentito parlare, eppure i Sudairi sono l’organizzazione politica più ricca del mondo da diversi decenni. I Sudairi sono, tra i cinquantatré figli del re Ibn Saud, fondatore dell’Arabia Saudita, i sette che sono stati generati dalla principessa Sudairi. Il loro capo era il re Fahd, che governò dal 1982 al 2005. Non sono più di sei dalla sua morte. Il più anziano è il principe Sultan, ministro della Difesa dal 1962, 85 anni. Il più giovane è il Principe Ahmed, vice ministro degli interni dal 1975, 71 anni. Dagli anni ’60, è stato il loro clan che ha organizzato, strutturato e finanziato i regimi fantoccio pro-occidentali del “Grande Medio Oriente”. Qui, un passo indietro è necessario.
L’Arabia Saudita è una entità giuridica creata dagli inglesi durante la Prima Guerra Mondiale, per indebolire l’Impero Ottomano. Anche se Lawrence d’Arabia aveva inventato il concetto di “nazione araba”, non è mai riuscito a rendere questo Paese una nuova nazione, per non parlare di uno stato. E’ stata ed è, proprietà privata dei Saud. Come è stato dimostrato dall’inchiesta inglese sullo scandalo Al-Yamamah, nel ventunesimo secolo non esistono ancora conti bancari o bilanci del regno; sono i conti della famiglia reale ad essere utilizzati per amministrare ciò che resta una loro proprietà privata.
Dopo la seconda guerra mondiale, non avendo più il Regno Unito i mezzi del proprio imperialismo, questo territorio passò sotto la sovranità degli Stati Uniti. Il presidente Franklin D. Roosevelt fece un accordo con re Ibn Saud: la famiglia dei Saud garantiva la fornitura di petrolio agli Stati Uniti e, in cambio, essi assicuravano l’assistenza militare necessaria per mantenere i Saud al potere. Questa alleanza è nota come Accordo del Quincy, negoziato sulla nave che aveva questo nome. Si trattava di un accordo, non un trattato, perché non lega due stati, ma uno stato e una famiglia. 
Il re fondatore, Ibn Saud, che aveva 32 mogli e 53 figli, delle gravi rivalità tra i potenziali successori non tardarono ad emergere. Così fu poi deciso che la corona non si trasmetteva di padre in figlio, ma da fratellastro a fratellastro. Cinque figli di Ibn Saud si sono già installati sul trono. L’attuale re, Abdullah I, 87 anni, è un uomo piuttosto aperto, anche se del tutto in contatto con la realtà contemporanea. Consapevole del fatto che l’attuale sistema dinastico sta finendo, vuole riformare le regole della successione. Il sovrano sarebbe quindi nominato dal Consiglio del regno, cioè  dai rappresentanti dei vari rami della famiglia reale, e potrebbe essere di una generazione più giovane. Questa idea saggia non soddisfa i Sudairi. Infatti, data la rinuncia al trono per diversi motivi di salute o di sibaritismo, i prossimi tre candidati appartengono al clan: il principe Sultan, già nominato ministro degli Interni, 85 anni, il principe Naif, ministro della Interni, 78 anni, e il principe Salman, governatore di Riyadh, 75 anni. Se si dovesse applicare la nuova regola dinastica, andrebbe a loro detrimento. Resta quindi inteso che Sudairi, che non hanno mai amato il loro fratellastro, re Abdullah, ora lo odiano. Si comprende anche che hanno deciso di gettare tutte le loro forze nella battaglia in corso. 
 
Il ritorno di Bandar Bush
Alla fine degli anni ’70, il clan Sudairi era guidato dal principe Fahd. Aveva notato le rare qualità di uno dei figli di suo fratello Sultan: il Principe Bandar. Lo mandò a negoziare dei contratti di armi a Washington, e l’aveva apprezzato il modo con cui comprò l’accordo del presidente Carter. Quando Fahd salì al trono nel 1982, fece del principe Bandar il suo uomo di fiducia. Lo nominò addetto militare, e poi ambasciatore, a Washington, incarico che mantenne  per tutto il regno, fino al suo licenziamento improvviso da parte di re Abdullah, nel 2005. Figlio del principe Sultan e uno schiava libica, il principe Bandar è una personalità brillante e spietata, che si è insediata all’interno della famiglia reale, nonostante lo stigma legato alla sua origine materna. Ora è il braccio operativo del clan gerontocratico dei Sudairi. Durante la sua lunga permanenza a Washington, il principe Bandar fece amicizia con la famiglia Bush, in particolare con George H. Bush, da cui era inseparabile. Quest’ultimo piace dipingerlo come il figlio che avrebbe voluto, tanto che il suo soprannome nella capitale era “Mr. Bandar Bush“. Ciò che George H. – ex direttore della CIA e presidente degli USA – apprezzava di più di lui, era il suo gusto per l’azione illegale.
Il signor Bandar Bush si è integrato nell’alta società degli Stati Uniti. È sia un governatore a vita dell’Istituto Aspen che membro del Bohemian Grove. Il pubblico britannico ha scoperto la sua esistenza con lo scandalo Al-Yamamah: il più grande contratto di armi e il caso di corruzione più significativo nella storia. Nel corso di due decenni (1985-2006), la British Aerospace, poi ribattezzata BAE Systems, ha venduto 80 miliardi dollari di armi all’Arabia Saudita, mentre tranquillamente donava una parte di questa manna ai conti bancari di politici sauditi e, probabilmente, britannici, tra cui 2 miliardi di dollari al solo principe Bandar. È che Sua Altezza ha un sacco di spese. Il principe Bandar s’è fato carico di numerosi  combattenti arabi addestrati dai servizi segreti pakistani e sauditi durante la Guerra Fredda, per combattere l’Armata Rossa in Afghanistan, su richiesta della CIA e dell’MI6. Naturalmente, la figura più conosciuta di questo ambiente non era altri che il miliardario anti-comunista, divenuto guru della jihad, Osama bin Laden.
E’ impossibile dire con precisione di quanti uomini dispone il principe Bandar. Nel corso del tempo, vediamo la sua mano in molti conflitti e atti terroristici in tutto il mondo musulmano, dal Marocco al Xinkiang della Cina. Per esempio, possiamo ricordare il piccolo esercito che s’era impiantato in un campo palestinese in Libano, Nahr el-Bared, col nome di Fatah al-Islam. La missione di questi combattenti era quella di sollevare i rifugiati palestinesi, in gran parte sunniti, e proclamare un emirato indipendente e di combattere Hezbollah.  L’operazione fallisce, gli stipendi dei mercenari non sono stati pagati in tempo. In definitiva, nel 2007, gli uomini del principe Bandar si trincerarono nel campo. 30.000 palestinesi furono costretti a fuggire, mentre l’esercito libanese combatté una battaglia per due mesi per riprendersi il campo. Questa operazione era costata la vita a 50 mercenari, 32 civili palestinesi e 68 soldati libanesi.
Nei primi mesi del 2010, Bandar mise in scena un colpo di stato per rovesciare il re Abdullah e mettervi al suo posto il padre, Sultan. Il complotto fu scoperto e Bandar cadde in disgrazia, senza perdere i suoi titoli ufficiali. Ma alla fine del 2010, col declino della salute del re e con i suoi interventi chirurgici che si moltiplicavano, i Sudairi ed ha ripreso la mano ed imposero il suo ritorno con il supporto dell’amministrazione Obama. E’ stato dopo aver visitato il re, che era stato ricoverato a Washington, e aver concluso troppo in fretta che stava morendo, che il Primo Ministro libanese Hariri si affiancò ai Sudairi. Saad Hariri è un saudita, nato a Riyadh, ma con doppia nazionalità. Mantiene la fortuna di suo padre, che doveva tutto ai Saud. E’ quindi obbligato al re ed è divenuto Primo Ministro del Libano su suo incitamento, mentre il Dipartimento di Stato USA era preoccupato per la sua capacità di occupare la carica.
Durante il periodo in cui ha obbedito al re Abdullah, Saad Hariri ha cominciato a riconciliarsi con il presidente Bashar al-Assad. Aveva ritirato le accuse che gli aveva fatto, circa l’assassinio di suo padre, Rafik el-Hariri, e si rammaricò di essere stato manipolato per poter creare artificialmente tensioni tra il Libano e la Siria. Appoggiandosi ai Sudairi, Saad ha fatto un voltafaccia politico. In una notte, ha rinunciato alla politica di accondiscendenza di re Abdullah nei confronti di Siria e Hezbollah, e ha lanciato un’offensiva contro il regime di Bashar el-Assad, per il disarmo di Hezbollah e un compromesso con Israele. Tuttavia il re Abdullah si svegliò dal suo stato semi-comatoso e non fu lento ad esigere la resa dei conti. Privato di questo sostegno essenziale, Saad Hariri e il suo governo sono stati rovesciati dal Parlamento libanese, a favore di un altro miliardario bi-nazionale, Najib Mikati, meno avventuroso. Come punizione, il re Abdullah ha avviato un’indagine sulla principale società saudita di Hariri, ed arrestato alcuni dei suoi collaboratori per truffa.

Le legioni dei Sudairi
I Sudairi hanno deciso di lanciare la contro-rivoluzione in tutte le direzioni. In Egitto, dove hanno finanziato da una parte Mubarak, e dall’altra i Fratelli Musulmani, che hanno ora imposto un’alleanza tra la Confraternita e gli ufficiali filo-Usa. Nel complesso, questa nuova coalizione ha condiviso il potere, escludendo i dirigenti della rivoluzione di Tahrir Square. Ha rifiutato la convocazione di una Assemblea Costituente, limitandosi a modificare marginalmente la costituzione. In primo luogo, ha dichiarato l’Islam religione di Stato, a danno della minoranza cristiana copta (circa il 10%) che era stata oppressa da Hosni Mubarak e si era mobilitata in massa contro di lui. Inoltre, il dottor Mahmoud Izzat, numero due dei fratelli, chiede la rapida introduzione della sharia e il ripristino delle punizioni islamiche. Il giovane Wael Ghoneim, che aveva svolto un ruolo di primo piano nel rovesciamento del tiranno, è stato escluso dal podio della manifestazione della vittoria, il 18 febbraio, cui parteciparono circa 2 milioni di persone. Al contrario, il predicatore vedette dei Fratelli, Youssef al-Qardawi, tornando dopo 30 anni di esilio in Qatar, a potuto parlare a lungo. Lui, che era stato privato della cittadinanza da Gamal Abdel Nasser, fu eretto a incarnazione della nuova era: quella della sharia e della coesistenza pacifica con il regime sionista di Tel Aviv. Il Nobel per la Pace Muhammad el-Baradei, che i Fratelli Musulmani hanno scelto come portavoce durante la rivoluzione per darsi un’immagine di apertura, è stato aggredito fisicamente dai fratelli stessi, durante il referendum costituzionale, ed è stato scacciato dalla scena politica.
I Fratelli musulmani hanno annunciato il loro ingresso formale in politica, con la creazione di un nuovo partito, Libertà e Giustizia, sostenuto dal National Endowment for Democracy (NED) e imitando l’immagine della turca AKP (Hanno scelto la stessa strategia in Tunisia con il Partito del Rinascimento). In questo contesto, violenze sono state perpetrate contro le minoranze religiose. Così due chiese copte sono state bruciate. Lungi dal punire gli aggressori, il Primo Ministro ha fatto loro una promessa: ha licenziato il governatore che aveva nominato, nella provincia di Qenna, lo stimato generale Imad Mikhael… perché non è un musulmano sunnita, ma un cristiano copto. 
In Libia, i Sudairi hanno inviato combattenti armati in Cirenaica, fino a quando i franco-britannici non hanno dato il segnale di insurrezione contro il governo di Tripoli. Sono quelli che distribuivano le armi e le bandiere rosso-nero-verde con stella e mezzaluna, simboli della monarchia Senoussi, la storica prottetrice dei Fratelli Musulmani. Il loro obiettivo è quello di uccidere il sobillatore Gheddafi e ripristinare il principe Mohammed sul trono di quello che fu il Regno Unito di Libia. Il Consiglio di Cooperazione del Golfo è stato il primo a chiedere un intervento armato contro il governo di Tripoli. E fu, in sede di Consiglio, la delegazione saudita che ha condotto le manovre diplomatiche affinché la Lega Araba sostenesse l’attacco degli eserciti occidentali. Da parte sua, il colonnello Gheddafi aveva assicurato in numerosi discorsi, che non vi era nessuna rivoluzione in Cirenaica, ma che il suo paese era di fronte ad una operazione di destabilizzazione di al-Qaida; affermazioni che hanno fatto sorridere, a torto, e che sono state confermate dal comandante di US Africa Command in persona: ricordiamo il malessere del generale Carter F. Ham,  comandante delle prime operazioni militari USA, prima di essere assunte dalla NATO. Fu sorpreso di dover scegliere i propri obiettivi sulla base di spie sul terreno, note per aver combattuto contro le forze alleate in Afghanistan: in breve, gli uomini di bin Ladin.
Il Bahrain, nel frattempo, si presenta come un regno indipendente dal 1971. In realtà,  è ancora un territorio governato dagli inglesi. Avevano scelto, ai loro tempi, come primo ministro il principe Khalifa e l’hanno mantenuto in questa posizione per 40 anni ininterrottamente, dalla finzione dell’indipendenza ad oggi. Una continuità che non dispiace ai Sudairi. Re Hamad ha rilasciato una concessione agli Stati Uniti, che hanno installato nel porto di Juffair il quartier generale navale del Comando Centrale e della Quinta Flotta. In queste circostanze, la richiesta popolare di una monarchia costituzionale, significa accesso a una reale indipendenza, la fine del dominio britannico, e la partenza delle truppe statunitensi. Un tale sviluppo certamente non mancherebbe di allargarsi in Arabia Saudita, minacciando le fondamenta del sistema.
I Sudairi hanno convinto il re del Bahrain a schiacciare ogni speranza del popolo nel sangue. Il 13 marzo, il Segretario della Difesa USA Robert Gates giunse per installare il coordinamento delle operazioni a Manama, che sono iniziate la giornata dopo, con l’ingresso delle forze speciali saudite sotto il comando del principe Nayef, conosciute come “le Aquile di Nayef”. In pochi giorni, tutti i simboli della protesta sono stati distrutti, tra cui il monumento pubblico, una volta eretto nella piazza della Perla. Centinaia di persone sono morte o disperse. La tortura, che era stata abbandonata per quasi un decennio, è stato nuovamente diffusa. Medici e infermieri che hanno curato i manifestanti feriti, sono stati arrestati nei loro ospedali, tenuti in isolamento, e portati davanti a tribunali militari. Tuttavia, la cosa più importante in questa terribile repressione, è la volontà di trasformare una classica lotta di classe tra un intero popolo e una classe di privilegiati venduti all’imperialismo straniero, in un conflitto settario. La maggioranza dei bahreini è sciita, mentre la famiglia regnante è sunnita, è lo sciismo, veicolo dell’ideale rivoluzionario di Ruhollah Khomeini, che è stato designato come bersaglio. In un mese, le “Aquile di Nayef” hanno raso al suolo 25 moschee sciite, e danneggiate altre 253.
21 dei principali dirigenti della protesta politica saranno presto processati da un tribunale speciale. Affrontano la pena di morte. Più che su gli sciiti, la monarchia si accanisce su Ibrahim Sharif, il presidente del partito Waed (sinistra laica), che accusa di non giocare il gioco settario, essendo sunnita. Senza la capacità di destabilizzare l’Iran, i Sudairi hanno concentrato i loro attacchi contro la Siria.

La destabilizzazione della Siria
Ai primi di febbraio, quando il paese non era a conoscenza di nessuna manifestazione, una pagina dal titolo The Syrian Revolution 2011 fu creata su Facebook. Faceva appello alla ‘Giornata della collera’ Venerdì 4; appello trasmesso da Al-Jazeera, ma non aveva suscitato alcun eco. Al-Jazeera aveva deplorato la mancanza di reazione e stigmatizzava la Siria come il “regno del silenzio” (sic).La denominazione The Syrian Revolution 2011 è sconcertante: in inglese è caratterizzata da slogan pubblicitari. Ma quale vero rivoluzionario potrebbe pensare che se non riesce a realizzare il suo ideale, nel 2011, poi possa tornare a dormire a casa? Più strano, nel giorno della sua creazione, questa pagina di Facebook aveva già registrato oltre 80.000 amici. Un tale entusiasmo in poche ore, seguito dal nulla, evoca una manipolazione effettuata con il software per creare degli account. Soprattutto perché i siriani fanno un uso moderato di Internet e non hanno l’accesso all’ADSL che dal 1° gennaio.
I guai cominciarono dopo un mese, a Deraa, una cittadina rurale situata al confine giordano ed a pochi chilometri da Israele. Degli sconosciuti hanno pagato degli adolescenti per scrivere graffiti antigovernativi sui muri della città. La polizia locale ha arrestato gli studenti e li ha trattati come criminali, per il dispiacere delle loro famiglie. I notabili locali che avevano l’intenzione di risolvere la controversia sono stati allontanati dal governatore come malintenzionati. I giovani sono stati picchiati. Le famiglie hanno furiosamente attaccato la stazione di polizia per liberarli. La polizia ha risposto con brutalità ancora maggiore, uccidendo dei manifestanti. Il presidente Bashar al-Assad è poi intervenuto per punire la polizia e il governatore -che non è  altro che uno dei suoi cugini che aveva nominato a Deraa, lontano dalla capitale, perché si facesse dimenticare. Un’inchiesta è stata aperta per far luce sui crimini della polizia, i funzionari responsabili della violenza sono stati incriminati e posti sotto indagine e messi a riposo. Dei ministri sono stati spinti a presentare scuse e condoglianze da parte del governo alle famiglie delle vittime, scuse e condoglianze che sono state pubblicamente accettate.
Tutto avrebbe dovuto tornare alla normalità. Improvvisamente dei cecchini mascherato, posti sui tetti, hanno sparato sulla folla e contro la polizia, gettando la città nel caos. Approfittando della confusione, gli uomini armati sono andati fuori città per attaccare un edificio governativo che ospitava l’intelligence responsabile per l’osservazione del territorio delle Alture del Golan siriane occupate da Israele. I servizi di sicurezza hanno aperto il fuoco per difendere l’edificio e il suo archivio. Ci sono stati morti da entrambe le parti. I notabili hanno chiesto protezione all’esercito dagli assalitori che hanno aggredito la città. Tremila uomini e dei carri armati sono stati dispiegati per proteggere gli abitanti. In ultima analisi, una battaglia ha opposto dei combattenti infiltrati all’esercito siriano, in una sorta di remake dell’assedio di Nahr el-Bared da parte dell’esercito libanese. Solo che questa volta, i media internazionali hanno distorto i fatti e hanno accusato l’esercito siriano di attaccare la popolazione di Deraa.
Nel frattempo, degli scontri sono scoppiati a Lattakia. Questo porto è la patria delle mafie che da tempo sono specializzate nel contrabbando marittimo. Questi individui hanno ricevuto armi e denaro dal Libano. Hanno vandalizzato il centro della città. La polizia è intervenuta. Su ordine presidenziale, la polizia era armata solo di manganelli. I malviventi allora sono spuntati con le armi da guerra e hanno ucciso decine di poliziotti disarmati. Lo stesso scenario si è ripetuto nella vicina città di Banias, una città di minore importanza, ma molto più strategica, in quanto ospita la principale raffineria di petrolio del paese. Questa volta la polizia ha usato le armi e il confronto si è trasformato in una battaglia campale. Infine, a Homs, una grande città del centro, degli individui giunti per partecipare a una preghiera in una moschea, hanno invitato i seguaci fondamentalisti a manifestare contro “il regime che sta uccidendo i nostri fratelli a Latakia”.
Reagendo ai disordini, la popolazione siriana è scesa in massa per affermare il proprio sostegno alla Repubblica. Delle grandi manifestazioni, che il paese non aveva mai conosciuto nella sua storia, hanno riunito centinaia di migliaia di persone a Damasco, Aleppo e Latakia, al grido di “Dio, Siria, Bashar!“.
Mentre gli scontri si sono inaspriti nelle località interessate, la polizia è riuscita ad arrestare i combattenti. Secondo la loro confessione televisiva, sono stati reclutati, armati e pagati da un deputato libanese di Hariri, Jamal Jarrah, che nega le accuse. Jamal Jarrah è un amico del principe Bandar. Il suo nome era stato citato nel caso di Fatah al-Islam a Nahr el-Bared. E’ un cugino di Ziad Jarrah, un jihadista accusato dall’FBI di essere responsabile del dirottamento del volo 93 che si schiantò in Pennsylvania, l’11 settembre 2001. E’ anche cugino dei fratelli Ali e Yousef Jarrah, arrestati dall’esercito libanese nel novembre 2008 per spionaggio a favore di Israele.
Jamal Jarrah è un membro segreto dei Fratelli Musulmani, anche se egli lo nega. Nel 1982, i fratelli hanno cercato di prendere il potere in Siria. Hanno fallito e furono vittime di una terribile massiccia repressione. Si credeva che i dolorosi ricordi siano stati dimenticati, perché un’amnistia fu proclamata dal presidente Bashar al-Assad. Non è così, questo ramo dei fratelli, ora è finanziato dai Sudairi che una volta li aveva scomunicati. Il ruolo della Confraternita di Banias negli scontri di oggi, è riconosciuto da tutti. Jamal Jarrah avrebbe anche usato i militanti libanesi di Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione islamista con sede a Londra, e particolarmente attiva in Asia centrale. Hizb ut-Tahrir, che si dichiara non violenta, è accusata di aver architettato molti attacchi nella valle di Ferghana. Soprattutto per combatterla, la Cina ha iniziato il suo riavvicinamento con la Russia nel Shanghai Cooperation Organization. Nonostante un ampio dibattito nella Camera dei Comuni, i funzionari londinesi del gruppo non sono mai stati disturbati e tutti occupano posizioni di alti dirigenti nelle multinazionali anglo-americane. Hizb ut-Tahrir ha aperto una succursale in Libano lo scorso anno. In questa occasione, ha organizzato una conferenza in cui aveva invitato personalità straniere, tra cui un intellettuale russo di fama internazionale. Durante le discussioni, gli organizzatori hanno chiesto l’istituzione di uno stato islamico, affermando che per loro, sciiti e drusi libanesi, e anche alcuni sunniti, non sono veri musulmani e dovrebbero essere deportati come i cristiani. Stupito da questi eccessi, l’ospite russo si è affrettato a dare interviste televisive per prendere le distanze da questi fanatici.
Le forze di sicurezza siriane, all’inizio sono state travolte dagli eventi. Formatisi in URSS, gli alti ufficiali hanno usato la forza, senza preoccuparsi delle conseguenze sulla popolazione. Tuttavia, la situazione s’è progressivamente invertita. Il presidente Bashar al-Assad ha assunto il controllo. Ha cambiato il governo. Ha abrogato lo stato di emergenza e sciolto la Corte di sicurezza dello Stato. Ha concesso la cittadinanza a migliaia di curdi siriani cui era storicamente negata, dopo un censimento contestato.  Inoltre,  ha adottato varie misure categoriali, come l’abrogazione delle sanzioni per il ritardato pagamento delle imprese pubbliche (elettricità, ecc).  In tal modo, ha soddisfatto le richieste principali della popolazione e l’opposizione si è prosciugata. Nel “Giorno della sfida“, Venerdì 6 maggio, tutti i manifestanti del paese non hanno raggiunto le 50000 persone su una popolazione di 22 milioni.
Soprattutto, il nuovo ministro degli Interni, Mohammad al-Sha’ar, ha chiesto a tutti coloro che si sarebbero lasciati coinvolgere nei disordini, di andare volontariamente alla polizia e di ottenere l’amnistia in cambio di informazioni complete. Più di 1100 persone hanno risposto. In pochi giorni, le filiere principali sono state smontate e molti nascondigli di armi sequestrati. Dopo cinque settimane di violenze, la calma lentamente ritorna in quasi tutte le città colpite. Tra i leader identificati e arrestati, parecchi sarebbero ufficiali  israeliani o libanesi, e uno sarebbe un politico libanese vicino a Saad Hariri. Questo tentativo di destabilizzazione avrà dunque un seguito. 
 
Un complotto scoperto
Ciò che era originariamente un complotto per rovesciare le autorità siriane, si è trasformato in un ricatto pubblico alla destabilizzazione. Notando che la ribellione non ce la faceva, i quotidiani arabi anti-siriani hanno spudoratamente evocato le contrattazioni in corso. Hanno raccontato dei viaggi dei negoziatori venuti a Damasco per presentare le esigenze dei Sudairi. Se dobbiamo credere ai giornali, la violenza si fermerà solo quando Bashar al-Assad si sarà piegato a due pretese:
- rompere con l’Iran;
- e smettere di sostenere la resistenza in Palestina, Libano e Iraq.

La propaganda internazionale
I Sudairi vogliono un intervento militare occidentale per porre fine alla resistenza siriana, nel modo in cui avviene l’aggressione contro la Libia. Per fare questo, hanno mobilitato gli specialisti di propaganda.
Con sorpresa di tutti, la stazione TV satellitare Al-Jazeera ha improvvisamente cambiato la sua linea editoriale. Non è un segreto che la stazione è stata creata dalla volontà dei fratelli David e Jean Frydman, i miliardari francesi che erano consiglieri di Ytzakh Rabin e Ehud Barak. Volevano creare un mezzo che consentisse un dibattito tra israeliani e arabi, mentre il dibattito era vietato per legge in ogni paese interessato. Per creare la catena TV, hanno sollecitato l’emiro del Qatar, che inizialmente aveva svolto il ruolo di copertura. La squadra di redazione è stata assunta dal servizio arabo della BBC, in modo che la maggior parte dei giornalisti fossero da  subito degli agenti britannici dell’MI6. Tuttavia, l’Emiro ha preso il controllo politico della catena, che è diventato il braccio operativo del suo principato. Per anni, Al-Jazeera ha infatti giocato un ruolo di moderazione, promuovendo il dialogo e la comprensione nella regione. Ma la catena TV ha anche contribuito a banalizzare il sistema dell’apartheid israeliano, come se le violenze di Tsahal non fossero che errori sfortunati di un regime accettabile, mentre invece sono l’essenza del sistema.
Al-Jazeera, che ha coperto in modo eccezionale le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto, ha improvvisamente cambiato la sua linea editoriale, nel caso libico, per diventare il portavoce dei Sudairi. Questo voltafaccia merita una spiegazione. L’attacco alla Libia era in origine un piano franco-britannico concepito nel novembre 2010, vale a dire ben prima della “primavera araba“, cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti. Parigi e Londra avevano dei conti da regolare con Tripoli, e dovevano difendere i loro interessi coloniali. Infatti, nel 2005-06, la NOC, la National Oil Company della Libia, aveva lanciato tre gare d’appalto internazionali per l’esplorazione e lo sfruttamento delle sue riserve, le più grandi in Africa. Il colonnello Gheddafi aveva imposto le sue regole del gioco. Le imprese occidentali avevano concluso vari accordi, sicuramente vantaggiosi, ma assi poco ai loro occhi. Si trattava dei contratti meno favorevoli alle multinazionali in tutto il mondo. C’erano anche diversi contenziosi relativi alla cancellazione di lucrosi contratti per attrezzature e armamenti.
Fin dai primi giorni della presunta rivolta di Bengasi, Parigi e Londra hanno istituito un Consiglio nazionale di transizione che la Francia ha ufficialmente riconosciuto come il legittimo rappresentante del popolo libico. Questo Consiglio ha creato una nuova società  petrolifera, la LOC, che è stata riconosciuto dalla comunità internazionale al vertice di Londra, in qualità di titolare del diritto pieno sugli idrocarburi del paese. Durante la rapina, è stato deciso che la commercializzazione del petrolio, rubato dalla LOC, sarebbe stato fatta dal … Qatar, e il gruppo di contatto degli stati alleati s’incontrano oramai a Doha. Immediatamente, il consulente religioso del network TV, Youssef al-Qardawi, s’è scatenato ogni giorno per chiedere il rovesciamento del presidente Bashar el-Assad. Sheikh al-Qardawi è presidente dell’Unione internazionale degli Ulema e anche del Consiglio europeo per la Fatwa e la Ricerca. E’ il volto dei Fratelli musulmani e sostiene un Islam originale, un mix di “democrazia di mercato” all’americana e di oscurantismo saudita: riconosce il principio dei funzionari eletti, a condizione che si impegnano a imporre la Sharia nella sua interpretazione più ristretta.
Youssef al-Qardawi è stato raggiunto dall’ulema saudita Saleh Al-Haidan che ha fatto appello a “uccidere un terzo dei siriani affinché gli altri due terzi vivano” (sic). Uccidere un terzo dei siriani? Questo significa uccidere cristiani, ebrei, sciiti, drusi e alawiti. Affinché i due terzi vivano? Vale a dire, per creare uno Stato sunnita, prima bisogna purificare la propria comunità. Finora, solo il ramo palestinese dei Fratelli musulmani, Hamas, sembra refrattario al potere di seduzione dei petrodollari di Sudairi. Il suo leader, Khaled Meshaal, non senza un attimo di esitazione, ha confermato che sarebbe rimasto in esilio a Damasco e ha sostenuto il presidente al-Assad. Con l’aiuto di quest’ultimo, ha cercato di prevenire i piani imperialista e sionista negoziando un accordo con Fatah di Mahmoud Abbas.
Da marzo, al-Jazeera, BBC in arabo e France24 in arabo, si sono trasformati in organo di propaganda di massa. A colpi di false testimonianze e di immagini manipolate, raccontano degli eventi fabbricati per piazzare sulla Repubblica siriana gli stereotipi del regime tunisino di Ben Ali. Cercano di far credere che l’esercito siriano sia una forza di repressione simile a quella della polizia tunisina, e che non esita a sparare contro dei pacifici cittadini che lottano per la loro libertà. Questi media hanno anche annunciato la morte di un giovane soldato che s’è rifiutato di sparare sui suoi concittadini ed è stato torturato a morte dai suoi superiori. In effetti, l’esercito siriano è un esercito di leva, e il giovane soldato di cui lo stato civile era stato pubblicato, era in congedo. Questo si è spiegato alla televisione siriana ha dichiarato la sua volontà di difendere il suo paese contro i mercenari stranieri.
O ancora, questi canali satellitari hanno cercato di presentare diverse personalità siriane come dei profittatori, come i parenti di Ben Ali. Hanno concentrato la loro critiche su Rami Makhlouf, l’uomo più ricco del paese, che è un cugino del presidente al-Assad. Hanno preteso che, sul modello tunisino, chiedevano tangenti a tutte le società straniere che intendevano stabilirsi nel paese. Questo è assolutamente infondato ed inimmaginabile nel contesto della Siria. In realtà, Rami Makhlouf ha goduto della fiducia del presidente al-Assad nella concessione della telefonia cellulare. E come tutti coloro che hanno ottenuto concessioni simili nel mondo, è diventato un miliardario. La vera questione è se ha o non ha usato la sua posizione per arricchirsi a spese dei consumatori. La risposta è no: Syriatel offre le tariffe per telefono cellulare più economiche dal mondo!
Comunque, la palma della menzogna spetta di nuovo ad Al-Jazeera. Al-Jazeera si spinge fino al punto di presentare le immagini di una manifestazione di 40000 moscoviti che reclamano lo stop del sostegno della Russia alla Siria. In realtà era stato girato durante l’evento annuale del 1° maggio, in cui la catena aveva inserito degli attori per creare dei falsi micro-sostenitori.

La riorganizzazione delle reti del principe Bandar e l’amministrazione Obama
Il dispositivo Contro-rivoluzionario dei Sudairi incontra una certa difficoltà: finora i mercenari del principe Bandar hanno combattuto sotto la bandiera di Osama bin Laden, in Afghanistan, Bosnia, Cecenia o altrove. Inizialmente considerato un anticomunista, Bin Ladin era progressivamente diventato un anti-occidentale. Il suo movimento è stato segnato dall’ideologia dello scontro di civiltà proposto da Bernard Lewis, e resa popolare dal suo allievo Samuel Huntington. Ha avuto il suo periodo di gloria con gli attentati dell’11 settembre e la guerra al terrorismo: gli uomini di Bandar perpetravano disordini ovunque gli Stati Uniti volevano intervenire.
Nel periodo attuale, è necessario cambiare l’immagine dei jihadisti. Oramai si chiede loro di combattere a fianco della NATO, come una volta hanno combattuto al fianco della CIA in Afghanistan, contro l’Armata Rossa. Si dovrebbe quindi tornare al discorso filo-occidentale del passato e trovare un’altra sostanza che non l’anticomunismo. Questo sarà il lavoro ideologico dello sceicco Youssef al-Qardawi. Per facilitare questa trasformazione, Washington ha annunciato ufficialmente la morte di Usama bin Ladin. Scomparsa questa figura tutelare, i mercenari del principe Bandar possono essere mobilitati sotto una nuova bandiera. Questa ridistribuzione dei ruoli è accompagnata da un gioco delle sedie a Washington. Il generale David Petraeus, che come comandante del Centcom era quello che trattava con gli uomini di Bandar in Medio Oriente, è diventato direttore della CIA. Dobbiamo quindi aspettarci un ritiro accelerato delle truppe della NATO in Afghanistan, e un maggiore coinvolgimento degli uomini di Bandar nelle operazioni segrete dell’Agenzia.
Leon Panetta, il direttore uscente della CIA, diventa Segretario della Difesa. Secondo l’accordo interno alla classe dirigente degli Stati Uniti, questa carica dovrebbe essere riservata ad un membro della Commissione Baker-Hamilton. Ora il democratico Panetta, -come il repubblicani Gates- ne è stato membro. Nel caso di nuove guerre, dovrebbe limitare lo schieramento a terra, fatta eccezione per le Forze Speciali. A Riyadh e a Washington, si traccia già il certificato di morte della “primavera araba“. I Sudairi possono dire del Medio Oriente quello che il Gattopardo diceva dell’Italia: “deve cambiare tutto affinché nulla cambi, e che noi rimaniamo i padroni.”    

Thierry Meyssan Intellettuale francese, fondatore e presidente del Réseau Voltaire e della conferenza Axis for Peace. Pubblica analisi della politica estera sulla stampa araba, dell’America Latina e della Russia. Ultimo libro in francese: L’Effroyable imposture: Tome 2, Manipulations et désinformations (éd. JP Bertand, 2007). 

Fonte: Komsomolskaya Pravda (Russia) [Scritto a fine aprile, questo testo è stato completato nella sua edizione francese, per riflettere i recenti sviluppi.]

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru

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