La guerra in Mali e l’Agenda di AFRICOM: obiettivo Cina

F. William Engdahl, Global Research, 10 febbraio 2013

Consegnateci le nostre armi

Consegnateci le nostre armi

Parte I: La nuova guerra dei trent’anni in Africa?
Il Mali a prima vista sembra il luogo più improbabile per le potenze della NATO, guidata dal governo neo-colonialista francese del presidente socialista Francois Hollande (e silenziosamente sostenuto fino in fondo dall’amministrazione Obama), per lanciare quello che viene chiamata da alcuni una nuova Guerra dei Trent’anni contro il terrorismo.
Il Mali, con una popolazione di circa 12 milioni di abitanti, e una superficie tre e mezzo volte più grande della Germania, è un paese senza sbocco sul mare, nel deserto del Sahara, in gran parte al centro dell’Africa occidentale, confina con l’Algeria a nord, la Mauritania ad ovest, Senegal, Guinea, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Niger a sud. Le persone che conosco e che hanno passato del tempo prima che i recenti sforzi di destabilizzazione le cacciassero, l’hanno definito uno dei luoghi più tranquilli e belli della terra, la casa di Timbuktu. I suoi abitanti sono per il novanta per cento musulmani delle diverse confessioni. Ha una agricoltura di sussistenza rurale e l’analfabetismo degli adulti è quasi al 50%. Eppure questo Paese è improvvisamente al centro di una nuova “guerra globale al terrore”.
Il 20 gennaio il Primo ministro britannico David Cameron annunciava la curiosa volontà del suo Paese di affrontare “la minaccia del terrorismo” in Mali e in nord Africa. Cameron aveva dichiarato: “E’ necessaria una risposta di anni, anche di decenni, anziché di mesi, e richiede una risposta con… l’assoluta ferrea volontà di risolverla…” [1] La Gran Bretagna nel suo periodo di massimo splendore coloniale non ha mai avuto una presenza in Mali. Fino a quando non ottenne l’indipendenza, nel 1960, il Mali era una colonia francese. L’11 gennaio, dopo più di un anno di pressioni occulte sulla vicina Algeria per implicarla nell’invasione del Mali, Hollande ha deciso di effettuare un diretto intervento militare francese, con l’appoggio degli Stati Uniti. Il suo governo ha lanciato attacchi aerei nel nord del Mali, in mano ai ribelli, contro un gruppo di fanatici tagliagole salafiti jihadisti autodenominatosi al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM).
Il pretesto per l’azione apparentemente rapida dei francesi, è stata l’azione militare di un piccolo gruppo di jihadisti islamici del popolo tuareg, Ansar al-Din, affiliato alla più grande AQIM. Il 10 gennaio Ansar al-Din, sostenuta da altri gruppi islamici, ha attaccato la città meridionale di Konna. È stata la prima volta dalla ribellione tuareg, all’inizio del 2012, che i ribelli jihadisti sono usciti dal territorio tradizionale dei tuareg, nel deserto del nord, per diffondere la legge islamica nel sud del Mali. Come ha osservato il giornalista francese Thierry Meyssan, le forze francesi erano molto ben preparate, “Il Presidente transitorio Dioncounda Traore ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto aiuto alla Francia. Parigi è intervenuta in poche ore per evitare la caduta della capitale, Bamako. La lungimiranza dell’Eliseo aveva già pre-posizionato in Mali le truppe del 1° Reggimento Paracadutisti Fanteria di Marina (“i Coloniali”) e del 13° Reggimento Dragoni Paracadutisti, gli elicotteri del COS (Special Operations Command), tre Mirage 2000D, due Mirage F-1, tre C-135, un Hercules C-130 e un C-160 Transall“.[2] Che conveniente coincidenza.
Dal 21 gennaio aerei da trasporto dell’US Air Force hanno iniziato a sbarcare in Mali centinaia di soldati d’elite ed equipaggiamento militare francesi, apparentemente per attuare quello che dicevano essere la controffensiva contro la precipitosa avanzata verso sud dei terroristi, diretti verso la capitale del Mali.[3] Il ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian ha detto ai media che il numero dei suoi “stivali sul terreno in Mali” aveva raggiunto i 2.000, aggiungendo che “circa 4.000 truppe saranno mobilitate per questa operazione”, in Mali e fuori.[4] Ma vi sono forti indicazioni che l’azione francese in Mali sia tutt’altro che umanitaria. In un’intervista alla TV France 5, Le Drian con noncuranza ha ammesso, “L’obiettivo è la riconquista totale del Mali. Non lasceremo sacche.” E il presidente Francois Hollande ha detto che le truppe francesi sarebbero rimaste nella regione abbastanza a lungo “da sconfiggere il terrorismo.” Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Belgio, Germania e Danimarca hanno detto che avrebbero sostenuto l’operazione francese contro il Mali.[5]
Lo stesso Mali, come gran parte l’Africa, è ricco di materie prime. Ha grandi giacimenti di oro, uranio e, più recentemente, anche se le compagnie petrolifere occidentali cercano di nasconderlo, petrolio, molto petrolio. I francesi hanno preferito ignorare le vaste risorse del Mali, mantenendo il Paese nella povertà dell’agricoltura di sussistenza. Sotto il deposto, ma democraticamente eletto, Presidente Amadou Toumani Toure, per la prima volta il governo aveva avviato una mappatura sistematica delle grandi ricchezze del suo sottosuolo. Secondo Igor Mamadou Diarra, ex-ministro delle Miniere, il suolo del Mali contiene rame, uranio, fosfati, bauxite, gemme e, in particolare, una grande percentuale di oro, oltre a petrolio e gas. Così, il Mali è uno dei primi Paesi al mondo per  materie prime. Con l’estrazione dell’oro, il Paese è già uno dei primi sfruttatori, subito dopo Sud Africa e Ghana.[6]
Due terzi dell’energia elettrica francese è di origine nucleare, e nuove fonti di uranio sono essenziali. Attualmente la Francia riceve le più significative importazioni di uranio dal vicino Niger. Ma ora il quadro diventa un po’ complesso. Secondo gli esperti, di solito affidabili ex militari statunitensi con familiarità diretta con la regione, dicono in condizione di anonimato che in realtà Forze Speciali degli Stati Uniti e della NATO hanno addestrato le stesse bande di “terroristi” per giustificare l’invasione neo-coloniale del Mali della Francia, appoggiata dagli USA. La questione principale è perché Washington e Parigi addestravano i terroristi che ora vogliono distruggere in una “guerra al terrore?” Erano veramente sorpresi per la mancanza di fedeltà alla NATO dei loro allievi? E cosa c’è dietro l’acquisizione francese del Mali, sostenuta dall’AFRICOM statunitense?

Parte II: AFRICOM e i ‘Segreti di Vittoria’
La verità su ciò che sta realmente accadendo in Mali, ad opera di AFRICOM e dei Paesi della NATO, in particolare della Francia, è un po’ come la geopolitica del “Segreto di Vittoria”, quello che si pensa di vedere non è sicuramente quello che si avrà. Ci è stato detto più volte negli ultimi mesi, che qualcosa che si suppone si definisca al-Qaida, l’organizzazione ufficialmente accusata dal governo degli Stati Uniti di essere la responsabile della polverizzazione di tre grattacieli del World Trade Center, e di aver fatto un buco su un lato del Pentagono l’11 settembre 2001, si sia raggruppata.
Secondo la vulgata dei media e le dichiarazioni di diversi funzionari governativi dei Paesi membri della NATO, il gruppo originario del defunto Usama bin Ladin, rintanato, come avremmo dovuto credere, da qualche parte nelle grotte di Tora Bora in Afghanistan, abbia evidentemente adottato un modello da moderno business e starebbe schierando agenti del franchising al-Qaida con una modalità in stile ‘McDonalds del terrorismo’, da al-Qaida in Iraq al Gruppo combattente islamico libico in Libia, e ora al-Qaida nel Maghreb islamico. Ho anche sentito che un nuovo franchise “ufficiale” di al-Qaida è appena stato assegnato, per quanto bizzarro possa sembrare, a qualcosa che si chiama DRCCAQ, o al-Qaida nella Repubblica Democratica del Congo cristiano (sic).[7] Ora, ciò è un aspetto che ricorda quello di una setta altrettanto bizzarra, chiamata Ebrei per Gesù, creata dagli hippie durante la guerra del Vietnam. Può essere che gli architetti di tutti questi gruppi abbiano una così scarsa torbida immaginazione?
Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, il gruppo che viene accusato di essere il maggior responsabile di tutti i problemi in Mali, è al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM in breve). L’AQIM, di per sé oscuro, è in realtà un prodotto creato occultamente. In origine si basava in Algeria, al confine con Mali, e si chiamava Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC, in francese). Nel 2006 il guru alla guida di al-Qaida, in assenza di Usama bin Ladin, il jihadista egiziano Ayman al-Zawahiri, annunciò pubblicamente la concessione all’algerino GSPC del franchising al-Qaida. Il nome fu cambiato in al-Qaida nel Maghreb Islamico e le operazioni antiterrorismo spinsero gli algerini, negli ultimi due anni, oltre il confine desertico nel nord del Mali. L’AQIM sarebbe poco più di una ben armata banda di criminali, che raccoglie denaro trasportando cocaina dal Sud America all’Africa verso l’Europa, o con il traffico di armi e di esseri umani.[8]
Un anno dopo, nel 2007, l’intraprendente al-Zawahiri aggiunse un altro tassello alla sua catena di teppisti di al-Qaida, quando annunciò ufficialmente la fusione tra il LIFG libico e al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM). Il LIFG o Gruppo combattente islamico libico, è stato fondato da un jihadista di origine libica, Abdelhakim Belhaj. Belhaj è stato addestrato dalla CIA con i mujahidin finanziati dagli USA, in Afghanistan, nel corso degli anni ’80, accanto ad un altro allievo della CIA, Usama bin Ladin. In sostanza, come osserva il giornalista Pepe Escobar, “a tutti gli effetti, da allora, LIFG/AQIM sono la stessa cosa, e Belhaj era/è il suo emiro“.[9] Ciò diventa ancora più interessante quando scopriamo che gli uomini di Belhaj, che come Escobar scrive, erano in prima linea nella milizia berbera delle montagne a sud-ovest di Tripoli, la cosiddetta Brigata Tripoli, erano stati addestrati in segreto per due mesi dalle Forze Speciali statunitensi.[10]
Il LIFG ha giocato un ruolo chiave nel rovesciamento di Gheddafi in Libia, orchestrato da Stati Uniti e Francia, trasformando la Libia di oggi in quello che un osservatore descrive come “il più grande bazar delle armi del mondo“. Quelle armi che ora da Bengasi inonderebbero il Mali e altri vari obiettivi caldi della destabilizzazione, tra cui, in base a quanto suggerito in occasione della recente testimonianza al comitato per le Relazioni estere del Senato degli Stati Uniti, dall’uscente segretaria di Stato Hillary Clinton, l’invio di armi dalla Libia alla Turchia, dove vengono incanalate ai vari ribelli terroristici stranieri, spediti in Siria per alimentarne la distruzione.[11]
Ora, che cosa intende fare quest’insolito conglomerato di organizzazioni terroristiche globalizzate, il LIFG-GPSC-AQIM, in Mali e altrove, e come ciò si adatta agli obiettivi di AFRICOM e dei francesi?

Parte III: Il curioso golpe in Mali e il perfetto tempismo terroristico di AQIM
Gli eventi nel già pacifico e democratico Mali, iniziarono ad essere molto strani il 22 marzo 2012, quando il presidente del Mali Amadou Toumani Toure venne estromesso ed esiliato con un colpo di stato militare, un mese prima delle programmate elezioni presidenziali. Toure aveva già istituito un sistema democratico multi-partitico. Il leader del putsch, il capitano Amadou Haya Sanogo ha ricevuto l’addestramento militare negli Stati Uniti, a Fort Benning, in Georgia e nella base dei marine di Quantico, in Virginia, secondo il portavoce di AFRICOM.[12]
Sanogo ha sostenuto che il colpo di stato militare era necessario perché il governo Toure non stava facendo abbastanza per sedare i disordini dei tuareg nel nord del Mali. Come sottolinea Meyssan, il colpo di stato militare contro Toure del marzo 2012, era sospetto in ogni senso. Un mai sentito gruppo chiamato CNRDRE (Comitato Nazionale per il Recupero della democrazia e la restaurazione dello Stato) rovesciava Touré e dichiarava l’intenzione di ristabilire la legge e l’ordine nel Mali del nord. “Il risultato è una grande confusione“, prosegue Meyssan, “in quanto i golpisti non erano in grado di spiegare in che modo le loro azioni avrebbero migliorato la situazione. Il rovesciamento del presidente non aveva senso, in quanto le elezioni presidenziali si sarebbero tenuto cinque settimane più tardi e il presidente uscente non era candidato. Il CNRDRE è composto da ufficiali addestratisi negli Stati Uniti. Sospesero il processo elettorale e consegnarono il potere a uno dei loro candidati, che casualmente era il francofilo Dioncounda Traore. Questo gioco di prestigio è stato legalizzato dalla CEDEAO (o ECOWAS, Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il cui presidente non è altri che Alassane Ouattara, messo al potere in Costa d’Avorio dall’esercito francese, un anno prima.”[13] Alassane Ouattara, laureatosi in economia negli Stati Uniti, è un ex alto funzionario del FMI, che nel 2011 abbatté il suo rivale presidenziale in Costa d’Avorio con l’assistenza militare francese. Deve la sua opera non al “New York Times“, ma alle forze speciali francesi.[14]
Al momento del colpo di stato militare, i disordini in questione erano causati da una tribù, i tuareg, un gruppo laico di nomadi e pastori che chiedono l’indipendenza dal Mali fin dai primi mesi del 2012. La ribellione dei tuareg sarebbe stata armata e finanziata dalla Francia, che aveva rimpatriato i tuareg che avevano combattuto in Libia, al fine di dividere il nord del Mali, lungo il confine algerino, dal resto del Paese dichiarando la legge della Sharia. Ciò durò solo da gennaio ad aprile 2012, momento in cui i combattenti tuareg si diffusero dalle loro tende nomadi nel Sahara centrale ai confini del Sahel, coprendo una vasta area del deserto sconfinato tra la Libia l’Algeria, il Mali e il Niger. Lasciando l’algerino-libico LIFG/al-Qaida nel Maghreb islamico e i loro associati jihadisti di Ansar al-Din, a svolgere il lavoro sporco per conto di Parigi. [15] Nella loro battaglia per l’indipendenza dal Mali, nel 2012, i tuareg avevano concluso una diabolica alleanza con l’AQIM jihadista. Entrambi i gruppi si unirono brevemente con Ansar al-Din, un’altra organizzazione islamista guidata da Iyad Ag Ghaly. Ansar al-Din avrebbe legami con al-Qaida nel Maghreb islamico, guidato dal cugino di Ag Ghaly, Hamada Ag Hama. Ansar al-Din vuole l’imposizione rigorosa della sharia in Mali. I tre gruppi principali hanno brevemente unito le forze, nel momento in cui il Mali era immerso nel caos dopo il colpo di stato militare del marzo 2012.
Il leader del golpe era il capitano Amadou Haya Sanogo, addestratosi nel campo del Corpo dei marine di Quantico, Virginia, e in Georgia, a Fort Benning, dalle Forze Speciali degli Stati Uniti. In un bizzarro gioco di eventi, nonostante l’affermazione che il colpo di stato sia stato causato dal fallimento del governo civile nel contenere la ribellione nel nord, l’esercito del Mali ha perso il controllo dei capoluoghi di regione come Kidal, Gao e Timbuktu, a dieci giorni dalla presa del potere di Sanogo. La Reuters descrive il colpo di Stato farsesco come “uno spettacolare autogol“. [16]
La violazione della costituzione del Mali da parte dei militari è stata utilizzata per far scattare severe sanzioni contro il governo militare. Il Mali è stato sospeso dall’Unione Africana, e la Banca mondiale e la Banca africana per lo sviluppo hanno sospeso gli aiuti. Gli Stati Uniti hanno tagliato la metà dei 140 milioni di dollari di aiuti che invia ogni anno; tutto ciò ha creato il caos in Mali e ha reso praticamente impossibile al governo rispondere alla continua perdita di territorio a nord, per mano dei salafiti.

Parte IV: Terrorismo-antiterroristico
Ciò che poi ne è seguito è una pagina strappata sulla rivolta-contro-insurrezionale del manuale del brigadier-generale inglese Frank E. Kitson. Le operazioni dei britannici contro i Mau Mau in Kenya, negli anni ’50. L’insurrezione jihadista nel nord e il contemporaneo colpo di stato militare nella capitale, hanno portato a una situazione in cui il Mali è stato immediatamente isolato e massicciamente punito con sanzioni economiche. Agendo con una fretta indecente, i 15 membri della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), organizzazione regionale controllata dagli Stati Uniti e dai francesi, ha richiesto ai golpisti di ripristinare lo stato civile.
Il 26 marzo, gli Stati Uniti tagliavano tutti gli aiuti militari al paese impoverito, garantendo il massimo caos mentre i jihadisti hanno fatto la loro parte, con una grande spinta verso sud. Poi, in un incontro del 2 aprile a Dakar, Senegal, i membri dell’ECOWAS chiusero le frontiere dei loro Paesi con il Mali, imponendogli delle severe sanzioni, tra cui l’esclusione dell’accesso alla banca regionale, creando la possibilità che il Mali presto non sarebbe stato in grado di comprare beni di prima necessità, tra cui la benzina. Gli stessi che hanno “addestrato” i terroristi, addestrano anche gli “anti-terroristi”. Questa sembra una bizzarra contraddizione politica solo quando non si riesce a cogliere l’essenza dei metodi statunitensi e britannici della guerra irregolare, sviluppati e impiegati attivamente sin dai primi anni ’50. Il metodo è stato originariamente definito ‘Guerra a Bassa Intensità’ dall’ufficiale dell’esercito britannico che ha sviluppato e affinato il metodo dell’esercito britannico per controllare le aree assoggettate in Malesia, in Kenya durante le lotte per libertà dei Mau Mau, negli anni ’50, e più tardi in Irlanda del Nord.
La Guerra a bassa intensità, come viene definita in un libro con quel nome, [17] comporta l’uso dell’inganno, dell’infiltrazione di agenti doppi, provocatori, e disertori nei legittimi movimenti popolari nelle lotte per l’indipendenza coloniale, dopo il 1945. Il metodo viene a volte indicato come “banda/anti-banda”. L’essenza è che l’agenzia d’intelligence o i militari delle forza d’occupazione, che sia l’esercito britannico in Kenya o la CIA in Afghanistan, orchestrano e di fatto controllano le azioni di entrambe le parti in un conflitto interno, creando piccole guerre civili o guerre per bande allo scopo di dividere il movimento legittimo e creando il pretesto per l’intervento di una forza militare esterna in quella che gli Stati Uniti, oggi, hanno ingannevolmente rinominato “operazioni di pace” o PKO.[18] Nel suo corso avanzato sugli interventi militari statunitensi dal Vietnam, Grant Hammond, dell‘US Air War College, si riferisce apertamente alle Operazioni di mantenimento della Pace nei conflitti a bassa intensità, come a “una guerra con un altro nome“.[19]
Cominciamo a vedere le impronte insanguinate di una ricolonizzazione francese poi non così ben camuffata, dell’ex Africa francese, questa volta usando il terrorismo di al-Qaida come trampolino di lancio per dirigere la presenza militare, per la prima volta in più di mezzo secolo. Le truppe francesi probabilmente resteranno ad aiutare il Mali nell’”operazione di mantenimento della pace.” Gli Stati Uniti sostengono completamente la Francia, come “zampa di gatto” dell’AFRICOM. E al-Qaida nel Maghreb islamico e i suoi spin-off rendono possibile l’intero intervento militare della NATO. Washington sosteneva di essere stata colta di sorpresa dal colpo di stato militare. Secondo quanto riportato dalla stampa, un documento interno riservato, stilato nel luglio 2012 dall’Africa Command (AFRICOM) del Pentagono, ha concluso che il colpo di Stato si era svolto in modo troppo veloce affinché gli analisti dell’intelligence statunitensi rilevassero eventuali chiari segnali di pericolo. “Il colpo di stato in Mali si è svolto molto rapidamente e con scarso preavviso“, ha detto il portavoce di AFRICOM, colonnello Tom Davis. “La scintilla che l’ha accesa è scaturita tra le fila dei giovani militari, che alla fine hanno rovesciato il governo, ma non a livello di vertice, in cui i segnali di pericolo avrebbero potuto essere più facilmente notati.”[20] Questo punto di vista è fortemente contestato.
In un’intervista ufficiosa al New York Times, un ufficiale delle Forze per le operazioni speciali non era d’accordo, dicendo: “Questa è stata programmata da cinque anni. Gli analisti si compiacciono dei loro assunti e non vedono i grandi cambiamenti e gli impatti su di essi, come la grande quantità di armi che esce dalla Libia e i tanti, diversi combattenti islamici che ritornano“.[21] Più precisamente, a quanto pare AFRICOM aveva “preparato” la crisi da cinque anni, da quando ha iniziato ad operare alla fine del 2007. Il Mali per il Pentagono non è che il blocco successivo nella militarizzazione di tutta l’Africa da parte di AFRICOM, utilizzando forze delegate come la Francia, per svolgere il lavoro sporco.
L’intervento in Mali con la Francia come facciata, è uno dei primi passi del programma per la militarizzazione totale dell’Africa, il cui primo obiettivo non è impadronirsi delle risorse strategiche come minerali,  petrolio, gas, uranio, oro o ferro. L’obiettivo strategico è la Cina e la presenza commerciale cinese in rapida crescita in tutta l’Africa, negli ultimi dieci anni. L’obiettivo di AFRICOM è scacciare la Cina dall’Africa o almeno paralizzarne irrimediabilmente l’accesso indipendente alle risorse africane. Una Cina economicamente indipendente, così pensano in vari uffici del Pentagono, di Washington o dei gruppi di riflessione neo-conservatori, sarebbe una Cina politicamente indipendente. Dio non voglia! Così credono.

Parte V: L’ordine del giorno di AFRICOM in Mali: obiettivo Cina
L’operazione in Mali è solo la punta di un enorme iceberg africano. AFRICOM, il Comando Africa del Pentagono degli Stati Uniti, è stato creato dal presidente George W. Bush alla fine del 2007. Il suo scopo principale è contrastare la drammaticamente crescente influenza economica e politica cinese in tutta l’Africa. Campanelli d’allarme hanno suonato a Washington nell’ottobre 2006, quando il presidente cinese ospitò uno storico vertice a Pechino, il Forum sulla cooperazione Cina-Africa (FOCAC), che portò quasi cinquanta capi di Stato e ministri africani nella capitale cinese.
Nel 2008, in anticipo di dodici giorni al tour delle otto nazioni in Africa: il terzo viaggio del genere da quando  assunse la carica nel 2003, il presidente cinese Hu Jintao annunciava un programma triennale da 3 miliardi di dollari di prestiti agevolati e di aiuti all’Africa. Questi fondi si sovrappongono ai 3 miliardi di dollari in prestiti e 2 miliardi di crediti all’esportazione che Hu aveva annunciato in precedenza. Gli scambi commerciali tra la Cina e i Paesi africani esplose nei successivi quattro anni, mentre l’influenza francese e degli Stati Uniti sul “Continente Nero” scemava. Il commercio della Cina con l’Africa ha raggiunto i 166 miliardi dollari nel 2011, secondo le statistiche cinesi, e le esportazioni africane verso la Cina, in primo luogo le risorse per alimentare le industrie cinesi, sono salite a 93 miliardi di dollari dai 5,6 miliardi dollari negli ultimi dieci anni. Nel luglio 2012 la Cina ha offerto ai Paesi africani 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, il doppio della quantità promessa nel precedente triennio.[22]
Per Washington, rendere AFRICOM operativo nel più breve tempo possibile è una urgente priorità geopolitica. E’ entrato in funzione il 1° ottobre 2008, nel quartier generale di Stoccarda, in Germania. Quando l’amministrazione Bush-Cheney ha firmato la direttiva che creava l’AFRICOM nel febbraio 2007, fu una risposta diretta alla riuscita diplomazia economica africana della Cina. AFRICOM definisce la sua missione come segue: “L’Africa Command ha la responsabilità amministrativa del sostegno militare degli Stati Uniti alla politica governativa degli Stati Uniti in Africa, includendo i rapporti militari con 53 nazioni africane.” Ammettendo di lavorare a stretto contatto con le ambasciate del dipartimento di Stato degli Stati Uniti in tutta l’Africa; un’ammissione insolita che comprende anche l’USAID: “L’US Africa Command fornisce personale e supporto logistico alle attività finanziate dal dipartimento di Stato. Il personale del comando opera in stretta collaborazione con le ambasciate USA in Africa per coordinare i programmi di formazione, per migliorare la capacità della sicurezza delle nazioni africane“.[23] Parlando all’International Peace Operations Association di Washington DC, il 27 ottobre 2008, il generale Kip Ward, comandante di AFRICOM, definiva la missione del comando come: “cooperazione con le altre agenzie governative degli Stati Uniti e partner internazionali, per assolvere gli impegni di sicurezza sostenuti attraverso i programmi militari, attività sponsorizzate dai militari e altre operazioni militari dirette a promuovere un ambiente africano stabile e sicuro, a sostegno della politica estera degli Stati Uniti.”[24]
Diverse fonti di Washington dichiarano apertamente che AFRICOM è stato creato per contrastare la crescente presenza della Cina in Africa, e il successo crescente della Cina nel garantirsi accordi economici a lungo termine sulle materie prime provenienti dall’Africa, in cambio di aiuti cinesi e accordi per la condivisione della produzione e delle royalties. Secondo fonti informate, i cinesi sono stati molto furbi. Invece di offrire il selvaggio dettato dell’austerità del FMI e il caos economico, come ha fatto l’occidente, la Cina offre grandi crediti, prestiti agevolati per la costruzione di strade e scuole, al fine di crearsi una buona volontà. Il Dr. J. Peter Pham, un insider leader di Washington e consigliere dei dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi, afferma apertamente che tra gli obiettivi del nuovo AFRICOM, vi è “proteggere l’accesso agli idrocarburi e ad altre risorse strategiche che l’Africa possiede in abbondanza… un compito che include la garanzia contro la vulnerabilità di queste ricchezze naturali, la garanzia che nessun altro terzo interessato come la Cina, l’India, il Giappone o la Russia ne ottenga il monopolio o dei trattamenti di favore.”
In una testimonianza al Congresso degli Stati Uniti per sostenere la creazione di AFRICOM, nel 2007, Pham, strettamente associato al think-tank neo-conservatore ‘Fondazione per la Difesa delle Democrazie’, ha dichiarato: “Questa ricchezza naturale rende l’Africa un obiettivo invitante per le attenzioni della Repubblica popolare cinese, la cui dinamica, con una crescita in media del 9 per cento annuo nel corso degli ultimi due decenni, induce una sete insaziabile di petrolio, nonché la necessità di altre risorse naturali per sostenerla. La Cina attualmente importa circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, circa la metà del suo consumo;… circa un terzo delle sue importazioni proviene da fonti africane… forse nessun altro rivale straniero vede la regione Africa come oggetto di interesse costante strategico come Pechino, negli ultimi anni… Molti analisti si aspettano che l’Africa, in particolare gli Stati lungo le sue coste occidentali ricche di petrolio, sarà sempre più teatro della competizione strategica tra gli Stati Uniti e il suo unico vero concorrente mondiale, la Cina, in quanto entrambi i Paesi cercano di espandere la loro influenza e garantirsi l’accesso alle risorse.”[25]
Per contrastare la crescente influenza cinese in Africa, Washington ha arruolato l’economicamente debole e politicamente disperata Francia, con la promessa di sostenere la riconquista francese del suo ex-impero coloniale africano, in una forma o nell’altra. La strategia, come emerge dall’uso dei terroristi di al-Qaida da parte di Francia-USA per far cadere Gheddafi in Libia, e ora per devastare il Sahara dal Mali, promuovere le guerre etniche e l’odio settario tra berberi, arabi e altri in Nord Africa. Divide et impera. Sembra ancora che abbiano cooptato un vecchio progetto francese per il controllo diretto. In un’analisi innovativa, l’analista geopolitico e sociologo canadese Mahdi Darius Nazemroaya, scrive: “Una mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo, sotto l’Iniziativa Pan-Sahel, la dice lunga. Il campo o area di attività dei terroristi, entro i confini di Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, in base alla designazione di Washington, è molto simile ai confini dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva cercato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva progettato di sostenere questa entità africana nel Sahara centro-occidentale come dipartimento francese (provincia), direttamente collegata alla Francia tramite le coste dell’Algeria“.[26] I francesi la chiamarono l’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva nei suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. Parigi voleva usarla per controllare i Paesi ricchi di risorse, e per lo sfruttamento francese di tali materie prime come petrolio, gas e uranio.

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La mappa del Sahara francese del 1958, comparata alla mappa dell’Iniziativa Pan-Sahal dell’USAFRICOM (in basso) sulla minaccia terroristica nel Sahara oggi.
Fonte: GlobalResearch.ca

Aggiunge che Washington aveva chiaramente in mente questa zona ricca di energia e di risorse, quando ha tracciato le aree dell’Africa che hanno bisogno di essere “ripulite” da presunte cellule e bande terroristiche. Almeno ora AFRICOM ha “un piano” per la sua nuova strategia africana. L’Istituto Francese di Relazioni Estere (Institut français des relazioni internazionali, IFRI) ha apertamente discusso questo legame tra i terroristi e le zone ricche di idrocarburi, in un report del marzo 2011.[27]
La mappa utilizzata da Washington per combattere il terrorismo sotto la Pan-Sahel Initiative del Pentagono, mostra l’area di attività dei terroristi interna ad Algeria, Libia, Niger, Ciad, Mali e Mauritania, secondo la designazione di Washington. La Trans-Saharan Counterterrorism Initiative (TSCTI) è stata avviata dal Pentagono nel 2005. Mali, Ciad, Mauritania e Niger furono raggiunti da Algeria, Mauritania, Marocco, Senegal, Nigeria e Tunisia, in un anello di cooperazione militare con il Pentagono. L’Iniziativa antiterrorismo Trans-Sahariana è stata trasferita al comando Africom il 1° ottobre 2008.[28]
La mappa del Pentagono è molto simile ai confini o frontiere dell’entità coloniale territoriale che la Francia aveva tentato di creare in Africa nel 1957. Parigi aveva programmato di creare questa entità africana nel Sahara centro-occidentale, come dipartimento francese (provincia) direttamente collegata alla Francia, insieme alle coste dell’Algeria, dell’Organizzazione Comune delle Regioni del Sahara (Organisation commune des regions sahariennes, OCR). Comprendeva entro i suoi confini paesi del Sahel e del Sahara come Mali, Niger, Ciad e Algeria. I piani furono sventati durante la Guerra Fredda, dalle guerre d’indipendenza degli algerini e degli altri Paesi africani contro il dominio coloniale francese, il “Vietnam” della Francia. La Francia fu costretta a sciogliere l’OCR nel 1962, a causa dell’indipendenza algerina e dello stato d’animo anti-coloniale in Africa. [29]
Le ambizioni neo-coloniali di Parigi però, non scomparvero. I francesi non fanno segreto del loro allarme per la crescente influenza cinese nell’Africa ex francese. Il ministro delle Finanze francese Pierre Moscovici ha dichiarato ad Abidjan, lo scorso dicembre, che le imprese francesi devono passare all’offensiva e combattere la crescente influenza della rivale Cina, partecipando ai mercati sempre più competitivi dell’Africa. “E’ evidente che la Cina è sempre più presente in Africa… le società (francesi) che ne hanno i mezzi devono passare all’offensiva. Devono essere più presenti sul terreno. Devono combattere“, ha dichiarato Moscovici durante un viaggio in Costa d’Avorio. [30]
Chiaramente Parigi aveva in mente un’offensiva militare per sostenere l’offensiva economica prevista dalle imprese francesi in Africa.

Note
[1] James Kirkup, David Cameron: North African terror fight will take decades, The Telegraph, London, 20 gennaio 2013.
[2] Thierry Meyssan, Mali: One war can hide another, Voltaire Network, 23 gennaio 2013.
[3] Staff Sgt. Nathanael Callon United States Air Forces in Europe/Air Forces Africa Public Affairs, US planes deliver French troops to Mali, AFNS, 25 gennaio 2013.
[4] S. Alambaigi, French Defense Minister: 2000 boots on ground in Mali, 19 gennaio 2013.
[5] Freya Petersen, France aiming for ’total reconquest’ of Mali, French foreign minister says, 20 gennaio 2013.
[6] Christian v. Hiller, Mali’s hidden Treasures, 12 aprile 2012, Frankfurter Allgemeine Zeitung.
[7] Fonti da private discussioni con ex militari sttaunitensi attivi in Africa.
[8] William Thornberry and Jaclyn Levy, Al Qaeda in the Islamic Maghreb, CSIS, settembre 2011, Case Study No. 4.
[9] Pepe Escobar, How al-Qaeda got to rule in Tripoli, Asia Times Online, 30 agosto 2011.
[10] Ibid.
[11] Jason Howerton, Rand Paul Grills Clinton at Benghazi Hearing: ‘Had I Been President…I Would Have Relieved You of Your Post’w, ww.theblaze.com, 23 gennaio 2013.
[12] Craig Whitlock, Leader of Mali military coup trained in U.S., 24 marzo 2012, The Washington Post.
[13] Thierry Meyssan, op. cit.
[14] AFP, Ivory Coast’s ex-President Gbagbo ‘arrested in Abidjan’ by French forces leading Ouattara troops, 11 aprile 2011.
[15] Thierry Meyssan, op. cit.
[16] Cheick Dioura and Adama Diarra, Mali Rebels Assault Gao, Northern Garrison, The Huffington Post, Reuters.
[17] Frank E. Kitson, Low Intensity Operations: Subversion, Insurgency and Peacekeeping, London, 1971, Faber and Faber.
[18] C.M. Olsson and E.P. Guittet, Counter Insurgency, Low Intensity Conflict and Peace Operations: A Genealogy of the Transformations of Warfare, 5 marzo 2005 paper presented at the annual meeting of the International Studies Association.
[19] Grant T. Hammond, Low-intensity Conflict: War by another name, London, Small Wars and Insurgencies, Vol.1, Issue 3, dicembre 1990, pp. 226-238.
[20] Defenders for Freedom, Justice & Equality, US Hands Off Mali An Analysis of the Recent Events in the Republic of Mali, MRzine, 2 maggio 2012.
[21] Adam Nossiter, Eric Schmitt, Mark Mazzetti, French Strikes in Mali Supplant Caution of US, The New York Times, 13 gennaio 2013.
[22] Joe Bavier, French firms must fight China for stake in Africa—Moscovici, Reuters, 1 dicembre 2012.
[23] AFRICOM, US Africa Command Fact Sheet, 2 settembre 2010.
[24] Ibid.
[25] F. William Engdahl, NATO’s War on Libya is Directed against China: AFRICOM and the Threat to China’s National Energy Security, 26 settembre 2011.
[26] Mahdi Darius Nazemroaya and Julien Teil, America’s Conquest of Africa: The Roles of France and Israel, GlobalResearch, 6 ottobre 2011.
[27] Ibid.
[28] Ibid.
[29] Ibid.
[30] Joe Bavier, Op. cit.

Copyright © 2013 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio -  SitoAurora

Mali, Hagel e i Rothschild

Dean Henderson, 31 gennaio 2013

mali_mapIeri, per inviare un messaggio al Comitato per le Forze Armate del Senato degli Stati Uniti, Israele ha bombardato un convoglio sul confine Siria/Libano. Sembra aver funzionato. Questa mattina, i falchi-galline presenti in tale commissione, come McCain e Inhofe, erano occupati a mettere sulla graticola la nomina di Obama a segretario alla Difesa del senatore Chuck Hagel (R-NE), sulla sua indefessa fedeltà alla madrepatria Israele e al complesso militare-industriale.
Nel frattempo, i bankster Illuminati della City di Londra, guidati dai Rothschild che gestiscono quel circo altrimenti noto come Israele, cercano di arraffare più risorse globali, e questa volta nel paese nord africano del Mali. A febbraio i ribelli tuareg del nord del Mali, con l’aiuto dei resti di al-Qaida addestrati e armati dalle agenzie di intelligence dei Rothschild, MI6 e Mossad, per rovesciare il governo di Gheddafi della vicina Libia, attaccavano le truppe governative nella città di confine algerina di Tinzaouaten.
I  tribali secolari tuareg, rappresentati dal Movimento di Liberazione Nazionale Azawad, chiedono da decenni una maggiore autonomia dal governo centrale di Bamako. Eppure sono sempre stati contenti di rimanere nella loro patria, nel nord del Mali. Ma le forze libiche di al-Qaida nel Maghreb, che si fanno chiamare Ansar al-Din, hanno chiesto l’imposizione della legge islamica nel nord del Mali, e poi misteriosamente hanno attaccato verso sud. Perché, se stavano tentando di trasformare il nord del Mali in un santuario di al-Qaida (come la propaganda “ufficiale” ci dice),  attaccare il governo centrale del Mali e far saltare la loro copertura? Questi islamisti sono anche responsabili, con l’aiuto degli Emirati Arabi Uniti, dell’attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Bengasi, dove è rimasto ucciso l’ambasciatore statunitense Christopher Stevens con altri tre, montando il vecchio trucco della destabilizzazione M16/Mossad a nome dei vampiri di risorse della City dei Rothschild di Londra (vedasi il mio libro “Big Oil & i suoi banchieri”).
Parlando, la settimana scorsa, al Centro Bunche Ralph, il capo di AFRICOM, Generale Ham, ha ammesso che gli Stati Uniti avevano addestrato molti dei ribelli coinvolti nel colpo di stato in Mali del 2012, tra cui il loro leader, capitano Amadou Sanogo. Il 18 aprile 2012 il democraticamente eletto, per due volte, Presidente Amadou Toumani Toure è stato costretto a dimettersi poco prima delle elezioni presidenziali in cui non poteva candidarsi. È interessante notare che tutti gli altri vincitori potenziali in quelle elezioni, erano contrari a qualsiasi  intervento straniero in Mali per “respingere” la ribellione di “al-Qaida“.
Nonostante i sentimenti anti-intervento del popolo del Mali, subito ci furono le grida dall’ECOWAS e dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla necessità di inviare truppe straniere in Mali. L’11 gennaio i francesi, ex padroni coloniali, hanno fatto proprio questo. Allora perché i francesi intervengono in Mali, ma non nella Repubblica Centrafricana, il cui governo è stato attaccato dai ribelli? La vera ragione della provocazione di al-Qaida, era rendere “necessario” l’intervento straniero per impadronirsi delle ricche risorse minerarie recentemente scoperte nel sottosuolo del Mali. Già terzo produttore africano di oro, il Mali è anche ricco di diamanti, uranio, ferro, manganese, bauxite, litio, fosfato, lignite, rame, gesso e marmo. L’esplorazione petrolifera è recentemente aumentata in Mali e la nazione ha il potenziale per diventare una importante via di comunicazione tra l’Africa sub-sahariana e l’Europa.
Con l’ennesimo furto di risorse da parte dei Rothschild, questa volta in gran parte pagata dai generosi contribuenti della classe media francese, la conferma di Chuck Hagel può essere vista come un evento causale. Se confermato, potremmo vedere sia un significativo allontanamento da Israele che dei sostanziali tagli al Pentagono. Bombardamenti di frontiera, escalation e altre minacce a parte, è il momento di sciacquare via dalla siepe i terroristi israeliani, e seguirne la puzza per tutta la catena alimentare arrivando alla feccia che i Rothschild mantengono per eseguire queste provocazioni.

Dean Henderson è l’autore di quattro libri: Big Oil & i loro banchieri nel Golfo Persico; I quattro cavalieri, le otto famiglie e le loro reti d’intelligence, del narcotraffico e del terrorismo globali, The Grateful Unrich: Revolution in 50 Countries, Das Kartell der Federal Reserve, e Stickin ‘in to the Matrix . Potete iscrivervi gratuitamente alla sua rubrica settimanale Left Hook @ Deanhenderson.wordpress.com

Traduzione di Alessandro Lattanzio - SitoAurora

Golpe in Paraguay: organizzato con cura ed assistito da cecchini non identificati

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 27.06.2012

L’operazione lanciata dal Dipartimento di Stato statunitense e dalla CIA con l’obiettivo di abbattere il primo presidente di sinistra del Paraguay Fernando Lugo, è entrata nella fase finale il 16 giugno, quando le forze di polizia furono inviate per sfrattare gli occupanti della fattoria Morumbi, nel distretto di Curuguaty, vicino al confine con il Brasile. Il terreno occupato è noto essere di proprietà dell’imprenditore e politico paraguaiano Riquelme Blas. All’arrivo, la polizia finiva improvvisamente sotto il fuoco professionale di fucili dal calibro sufficientemente elevato da perforare i giubbotti antiproiettile. Il capo di una unità speciale della polizia (GEO) e il suo vice furono uccisi, e la polizia, le cui istruzioni indicavano di evitare di usare la forza, non ebbe altra scelta che rispondere al fuoco. Di conseguenza undici civili furono falciati e decine feriti.
L’episodio sanguinoso di Curuguaty suscitò la risposta da parte della legislatura del Paraguay, con  parlamentari e senatori, per lo più rappresentanti dei partiti di centro-destra, che accusavano il presidente Lugo di aver perso il controllo della situazione, e di non essere in grado di governare il paese. Anche il partito liberale che aveva sostenuto la candidatura di Lugo nelle elezioni del 2008, ha preso le distanze dal suo ex pupillo. Nel complesso, Lugo affronta un impeachment che ha descritto come il “chiaro golpe” del parlamento.
I consulenti legali di Lugo non hanno avuto praticamente tempo per preparare la sua difesa nei confronti del parlamento ma, in realtà, era chiaro che i critici del presidente non avevano alcuna intenzione di immergersi nei dettagli e che il verdetto del Senato era una conclusione annunciata.  L’intera operazione che ha portato alle dimissioni di Lugo è stata accuratamente progettata in modo da escludere un’inchiesta parlamentare imparziale, ed è stata implementata come una rapida offensiva. Senza dubbio, parte della motivazione dietro la mossa per esautorare Lugo, era attuarlo prima che gli associati del Paraguay all’UNASUR, la potessero convocare per consultazioni e decidere su una serie di misure in suo sostegno.
La vittoria deve essere stata facile per i coordinatori del complotto dell’ambasciata degli Stati Uniti di Asunción. E’ vero che la presidenza di Lugo era abbastanza nominale, mentre parlamento, polizia ed esercito in Paraguay erano dalla parte dell’opposizione. Dopo aver prosperato sul finanziamento dell’USAID per decenni, un gruppo di ONG era pronto a orchestrare le proteste di massa se il piano anti-Lugo fosse finito in fase di stallo, ma non è accaduto e, a parte i morti di Curuguaty, il rovesciamento del legittimo presidente del Paraguay merita di essere indicato come un caso da manuale della comunità dell’intelligence statunitense.
Un team di inviati di UNASUR, guidato dal segretario generale dell’organizzazione, il venezuelano Alí Rodríguez Araque, si è recato in Paraguay, incontrando Lugo e una delegazione parlamentare, e visionato la procedura di impeachment, ma non era in grado di reindirizzare gli sviluppi. I senatori del Paraguay hanno mostrato poco riguardo per i visitatori, per non dire che erano apertamente ostili. Lugo, si deve ricordare, ha mostrato una totale mancanza di volontà di sfida, in contrasto con il suo impegno iniziale a difendersi alle audizioni parlamentari, li ha semplicemente guardato in TV dalla sua residenza. Citando il suo giuramento, il presidente viene espulso illegalmente accettando la sentenza d’impeachment (a cui solo quattro senatori hanno detto di no). L’inazione di Lugo può essere in gran parte attribuita all’assenza di una leva, in quelle circostanze: nel corso dei tre anni della sua presidenza, non è riuscito a costruire una base di sostegno popolare e, quando la pressione ha raggiunto il picco, non aveva ancora un proprio partito o movimento populista a sostenerlo. Proteste di piazza che dimostravano supporto per Lugo, scoppiavano in modo incoerente il giorno dell’impeachment, ma sono state disperse dalla polizia che ha usato idranti, gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro la folla.
Il vicepresidente del Paraguay Federico Franco, che ha prestato giuramento senza indugio, appena Lugo è stato dimesso, rimane in carica fino al termine del presidente deposto, che scade nell’agosto, 2013. Le elezioni saranno quello stesso mese, e Washington favorisce apertamente il leader del partito Colorado Horacio Cartes, uomo d’affari che, secondo la ABC Color, la DEA degli USA ha brevemente sospettato di riciclaggio di denaro e complicità con i cartelli della droga. La torsione della reputazione di Cartes si riflette in alcuni cabli rivelati da Wikileaks, e vi è la probabilità che le agenzie statunitensi abbiano assemblato una tale riserva di rapporti che accusano Cartes, che Washington non dovrebbe avere alcuna difficoltà nel tenerlo, come un bel po’ di presidenti latino-americani, sotto stretto controllo.
Mentre il mandato incompiuto di Lugo è stato segnato dalla lenta deriva del Paraguay verso i regimi populisti dell’America Latina, l’avvento della destra conservatrice promette un paese che sarà pienamente sottoposto al diktat degli Stati Uniti. L’ordine del giorno che si profila all’orizzonte,  probabilmente comprende gli sforzi per destabilizzare UNASUR, formando all’interno dell’alleanza un blocco dissidente per bilanciare l’influenza di Brasile, Venezuela ed Ecuador. Si può prevedere anche che ciò darà nuova vita ad un altro progetto di Washington, la costituzione di una sorta di  unione tra Cile, Perù, Colombia e Messico, al fine di indebolire a livello internazionale il Brasile.
Il segretario generale dell’UNAUR, Alí Rodríguez Araque, ha detto che le dimissioni di Lugo erano incostituzionali ed equivalgono a un colpo di stato mascherato, e ha inoltre sottolineato che molti dei governi latino-americani negheranno il riconoscimento a Franco. La presidente brasiliana Dilma Rouseff citando lo statuto di UNASUR e del MECOSUR suggerisce di espellere il Paraguay dai gruppi per violazione delle norme democratiche. L’Argentina di Cristina Kirchner ha anche opinato che le sanzioni contro il Paraguay sarebbero opportune. Ha descritto gli sviluppi nel paese come un colpo di stato, menzionandolo nel contesto dei tentativi di colpo di stato contro R. Correa e E. Morales, e del putsch con cui M. Zelaya era stato deposto in Honduras. La leader argentina ha dichiarato con fermezza che tali fenomeni non democratici sono inaccettabili per la regione, e che tale azione sarebbe stata presa in linea con le decisioni che verranno presentate dal MECOSUR. Il presidente ecuadoriano R. Correa ha espresso sostegno all’appello di D. Rousseff per attuare le disposizioni della Carta dell’UNASUR che giustificano varie forme di pressione; il mancato riconoscimento dei governi aderenti, l’esclusione dall’alleanza dei paesi colpevoli di condotta antidemocratica e chiusura delle frontiere, come punizione dei golpisti. Il Venezuela di Hugo Chavez e il Nicaragua di Daniel Ortega hanno contribuito alla questione con affermazioni simili.
Le prospettive per una seria indagine della sparatoria in Paraguay non appaiono rosee. Lo spargimento di sangue ha aiutato gli oppositori di F. Lugo, aggiungendo credibilità al loro elenco di rimostranze, mentre la maggioranza degli osservatori latino-americani nota parallelismi tra il recente dramma del Paraguay e le riprese sul ponte Llaguno, a Caracas, dell’aprile 2002. In quest’ultimo caso, tiratori scelti spararono a casaccio contro manifestanti anti-Chavez, sostenitori di Chavez e chiunque si trovasse a passare. L’incidente venne imputato alle forze sotto il comando di Chavez, ma delle circostanze curiose emersero in seguito: ad esempio, un corrispondente della CNN era riuscito a registrare un colloquio con degli ufficiali dell’esercito oppositori di Chavez che, come emerse, erano a conoscenza del previsto attacco del cecchino e degli imminenti incidenti mortali.
Diverse versioni della sparatoria di Curuguaty si trovano sul web. Una possibile spiegazione è che la responsabilità punta a Blas Riquelme, che aveva assunto dei cecchini grazie ai suoi legami con i militari, ma allora, tuttavia, non era chiaro perché i cecchini sparassero contro la polizia. Una versione alternativa è che l’episodio fosse una provocazione inscenata dall’Esercito popolare del Paraguay, un gruppo ombra presumibilmente creato dalla polizia per combattere gli estremisti. Questa ipotetica origine potrebbe essere il motivo per cui l’esercito continua a esistere nonostante l’intenso lavoro svolto in Paraguay da Stati Uniti e Colombia, che vi hanno invitato degli esperti dell’antiterrorismo.
Alvarado Godoy ha scritto sul sito Descubriendo Verdades (rivelando la verità) che l’intero episodio era stato “fabbricato”, in sostanza, come spettacolo che segue un certo progetto. Egli sostiene di avere informazioni secondo cui l’operazione ha coinvolto gli US Navy Seals che avevano soggiornato in Paraguay per addestrare i marines del paese (Fusna). La trama non suona strana, considerando quanto spesso dei cittadini statunitensi armati di fucili da cecchino sono stati catturati in tutta l’America Latina, come recentemente in Argentina e Bolivia. La CIA, la DEA e l’US Defense Intelligence Agency regolarmente assumono contractor per condurre operazioni segrete impiegando armi da fuoco.
La previsione immediata è che il modello sperimentato con successo dagli Stati Uniti in Honduras e Paraguay, le pseudo-costituzionali dimissioni di leader ribelli, sarà ampiamente replicato in America Latina nei prossimi anni. Eppure, Washington sarebbe ingenua nel credere che la violenza che le accompagna possa essere contenuta. In Honduras, il governo fantoccio di P. Lobo si aggrappa al potere a costo di condurre una campagna di terrore che ha già fatto centinaia di vittime tra politici progressisti, giornalisti, attivisti sindacali, studenti e capi indiani, e che quasi certamente sarà ciò che il futuro riserva per il Paraguay. 
 
È gradita la ripubblicazione con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Cecchini e “rivoluzioni colorate”

Rassegna storica e analisi
Gearóid Ó Colmáin Global Research, 28 novembre 2011

Cecchini sconosciuti hanno giocato un ruolo fondamentale in tutte le cosiddette «Rivoluzioni della primavera araba», eppure, nonostante i rapporti sulla loro presenza nei media mainstream, sorprendentemente è stata rivolta poca attenzione sul loro scopo e ruolo. Il giornalista investigativo russo Nikolaj Starikov ha scritto un libro che tratta il ruolo dei cecchini sconosciuti nella destabilizzazione dei paesi colpiti da un cambio di regime da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Il seguente articolo cerca di chiarire alcuni esempi storici di questa tecnica, al fine di fornire uno sfondo all’interno del quale  comprendere l’attuale guerra occulta contro il popolo della Siria da parte degli squadroni della morte al servizio delle intelligence occidentali. [1]

Romania 1989
Nel documentario di Susanne Brandstätter ‘Scacco matto: Strategia della Rivoluzione’, trasmessa sulla rete televisiva Arte qualche anno fa, ufficiali delle intelligence occidentali hanno rivelato come squadroni della morte sono stati utilizzati per destabilizzare la Romania e rivoltare il popolo contro il capo dello Stato Nicolai Ceausescu. Il film di Brandstätter è una tappa obbligata per chiunque sia interessato su come le agenzie di intelligence occidentali, gruppi per i diritti umani e la stampa aziendale colludono con la distruzione sistematica dei paesi la cui leadership è in conflitto con gli interessi del grande capitale e dell’impero.
L’ex agente segreto dei servizi segreti francesi, la DGSE (Direction générale de la sécurité extérieure) Dominique Fonvielle, ha parlato apertamente del ruolo degli agenti segreti occidentali nel destabilizzare la popolazione rumena. “Come si fa ad organizzare una rivoluzione? Credo che il primo passo sia quello di individuare le forze di opposizione in un determinato paese. E’ sufficiente avere un servizio di intelligence altamente sviluppato, al fine di determinare quali persone siano abbastanza credibili per avere l’influenza per destabilizzare il popolo a svantaggio del regime al potere.”[2]
Questa aperta e rara ammissione della sponsorizzazione del terrorismo occidentale è giustificata sulla base del “bene maggiore” che ha portato alla Romania il capitalismo del libero mercato. Era necessario, secondo gli strateghi della “rivoluzione” in Romania, che alcune persone  morissero. Oggi, la Romania resta uno dei paesi più poveri in Europa. Su una relazione di Euractiv si legge: “La maggior parte romeni associa gli ultimi due decenni al continuo processo di impoverimento e deterioramento delle condizioni di vita, secondo il Life Quality Research Institute della Romania, citato dal quotidiano Financiarul“. [3]
I funzionari dell’intelligence occidentale, intervistati nel documentario hanno anche rivelato come la stampa occidentale ha avuto un ruolo centrale nella disinformazione. Per esempio, le vittime dei cecchini filo-occidentali sono state fotografate presentandole al mondo come prova di un dittatore folle che “uccide il suo stesso popolo“.
Ancora oggi, c’è un museo nelle strade secondarie di Timisoara Romania, che promuove il mito della “rivoluzione rumena”. Il documentario di Arte è stata una delle rare occasioni in cui la grande stampa ha rivelato alcuni dei segreti oscuri della democrazia liberale occidentale. Il documentario ha causato uno scandalo quando fu mandato in onda in Francia, con il prestigioso Le Monde Diplomatique che discuteva del dilemma morale del terrorismo supportato dall’occidente nel suo desiderio di diffondere la ‘democrazia’.
Dalla distruzione della Libia e dalla guerra occulta in corso in Siria, Le Monde Diplomatique si è posto nettamente dalla parte della correttezza politica, condannando Bashar al-Assad per i crimini della DGSE e della CIA. Nella sua edizione attuale, l’articolo di prima pagina si legge ‘Ou est la gauche?’ Dov’è la sinistra? Certamente non nelle pagine di Le Monde Diplomatique!

Russia 1993
Nel corso della contro-rivoluzione di Boris Eltsin in Russia, nel 1993, quando il parlamento russo è stato bombardato causando la morte di migliaia di persone, i contro-rivoluzionari di Eltsin fecero ampio uso dei cecchini. Secondo molti rapporti di testimoni oculari, furono visti cecchini sparare sui civili dall’edificio di fronte l’ambasciata statunitense a Mosca. I cecchini furono attribuiti al governo sovietico dai media internazionali. [4]

Venezuela 2002
Nel 2002, la CIA ha tentato di rovesciare Hugo Chavez, presidente del Venezuela, con un colpo di stato militare. L’11 aprile 2002, una marcia dell’opposizione verso il palazzo presidenziale fu organizzata dall’opposizione venezuelana sostenuta dagli Stati Uniti. I cecchini nascosti negli edifici vicino al palazzo aprirono il fuoco contro i manifestanti, uccidendone 18. I media venezuelani ed internazionali affermarono che Chavez “uccideva il suo stesso popolo“, giustificando così il colpo di stato militare, presentato come un intervento umanitario. Successivamente. è stato dimostrato che il golpe era stato organizzato dalla CIA, ma l’identità dei cecchini non è mai stata stabilita.

Thailandia aprile 2010
Il 12 aprile 2010, il Christian Science Monitor ha pubblicato un rapporto dettagliato dei disordini in Thailandia tra gli attivisti delle “camicie rosse” e il governo thailandese. Il titolo dell’articolo diceva: ‘Le proteste delle camice rosse della Thailandia oscurate da cecchini sconosciuti, sfilata di bare’.
Come le loro controparti in Tunisia, le camicie rosse della Thailandia chiedevano le dimissioni del primo ministro tailandese. Mentre una pesante risposta da parte delle forze di sicurezza thailandesi ai manifestanti fu indicata nella relazione, la versione degli eventi del governo venne anche riportata: “Mr. Abhisit ha  si è solennemente rivolto alla televisione per raccontare la sua storia. Ha accusato la teppaglia armata, o “terroristi”, per le intense violenze (almeno 21 persone morte e 800 ferite) e sottolineato la necessità di un’inchiesta approfondita sull’assassinio di soldati e manifestanti. La televisione di stato ha trasmesso immagini ripetute di soldati sotto il tiro di proiettili ed esplosivi“.
Il rapporto del CSM ha continuato a citare ufficiali tailandesi e diplomatici occidentali anonimi: “Osservatori militari dicono che le truppe thailandesi sono incappato in una trappola tesa da agenti provocatori con esperienza militare. Colpendo i soldati dopo il tramonto e scatenando battaglie caotiche con i manifestanti inermi, uomini armati sconosciuti hanno assicurato pesanti perdite da entrambe le parti. Alcuni sono stati catturati delle telecamere e visti dai giornalisti, compreso questo. Cecchini sparavano ai comandanti militari, indicando un grado di pianificazione anticipata e la conoscenza dei movimenti dell’esercito, dicono diplomatici occidentali informati dai funzionari thailandesi. Mentre i leader delle manifestazioni hanno negato l’uso delle armi da fuoco e dicono che la loro lotta è non violenta, non è chiaro se i radicali nel movimento sapessero della trappola. “Non si può pretendere di essere un movimento politico pacifico e avere un arsenale di armi dietro, se necessario. Non si può avere entrambe le cose”, dice un diplomatico occidentale in costante contatto con i leader della protesta.” [5]
L’articolo del CSM indaga anche la possibilità che i cecchini potessero essere schegge impazzite dei militari tailandesi, usato come agenti provocatori per giustificare un giro di vite contro l’opposizione democratica. La classe dirigente della Thailandia è attualmente sotto pressione da parte del  gruppo delle Camicie rosse. [6]

Kirghizistan giugno 2010
Le violenze etniche scoppiate nella repubblica dell’Asia centrale del Kirghizistan nel giugno 2010. E’ stato ampiamente riportato che cecchini sconosciuti hanno aperto il fuoco sui membri della minoranza uzbeka in Kirghizistan. Eurasia.net riporta: “In molti mahallas usbechi, gli abitanti offrono una testimonianza convincente di uomini armati che sparavano sui loro quartieri da posizioni avanzate. Gli uomini asserragliati nel quartiere Arygali Niyazov, per esempio, testimoniarono di aver visto uomini armati ai piani superiori del vicino ostello dell’istituto medico, con vista sulle stradine del quartiere. Hanno detto che durante il culmine della violenza, questi uomini armati coprivano attaccanti e saccheggiatori, aggredendo la loro zona con il tiro dei cecchini. Uomini in altri quartieri uzbechi raccontano storie simili.”
Tra voci e notizie non confermate che circolano nel Kirghizistan, dopo le violenze del 2010, vi è chi sostiene che le forniture di acqua alle aree uzbeke erano state avvelenate. Tali voci erano state anche diffuse contro il regime di Ceaucescu in Romania, durante il colpo di stato appoggiato dalla CIA, nel 1989 Eurasia.net continua a sostenere che: “Molte persone sono convinte di aver visto mercenari stranieri agire come cecchini. Questi presunti combattenti stranieri si distinguono per il loro aspetto – abitanti dicono di aver visto cecchini bianchi e alti, biondi, e cecchini donne degli stati baltici. L’idea di cecchini inglesi che devastano le strade sparando sugli uzbeki a Osh, è anch’essa popolare. Non ci sono state conferme indipendenti di tali avvistamenti da parte dei giornalisti stranieri o rappresentanti di organismi internazionali“. [7]
Nessuno di questi rapporti è stato studiato in modo indipendente o confermato. E’ quindi impossibile trarre conclusioni difficili da queste storie. Le violenze etniche contro i cittadini uzbeki in Kirghizistan si sono verificate di pari passo con la rivolta popolare contro il regime appoggiato dagli USA, che molti analisti hanno attribuito alle macchinazioni di Mosca. Il regime Bakiyev è salito al potere con un colpo di stato popolate della CIA, noto al mondo come Rivoluzione dei Tulipani nel 2005.
Situato a ovest della Cina e al confine con l’Afghanistan, il Kirghizistan ospita una delle più grandi e importanti basi militari statunitensi in Asia centrale, la base aerea di Manas, che è vitale per l’occupazione NATO del vicino Afghanistan. Nonostante le preoccupazioni iniziali, le relazioni USA/Kirghizistan sono rimaste buone sotto il regime del presidente Roza Otunbayeva. Questo non è sorprendente in quanto Otunbayeva aveva già partecipato nella rivoluzione dei tulipani creata dagli USA nel 2004, prendendo il potere come ministro degli esteri. Fino ad oggi nessuna indagine è stata condotta sulle origini delle violenze etniche che si diffusero in tutto il sud del Kirghizistan nel 2010, né i saccheggiatori e i cecchini sconosciuto sono stati identificati e arrestati.
Data l’importanza geostrategica e geopolitica del Kirghizistan sia per gli Stati Uniti che per la Russia, e il precedente record dell’uso degli squadroni della morte per dividere e indebolire i paesi e per mantenere il dominio degli Stati Uniti, il coinvolgimento degli Stati Uniti nella diffusione del terrorismo in Kirghizistan non si può escludere. Un modo efficace per mantenere la presa sui paesi dell’Asia centrale, sarebbe esacerbare le tensioni etniche. Il 6 agosto 2008, il quotidiano russo Kommersant riferiva che un nascondiglio di armi degli Stati Uniti era stato trovato in una casa nella capitale del Kirghizistan, Bishkek, che era stata affittata da due cittadini statunitensi.  L’ambasciata degli Stati Uniti sosteneva che le armi erano usati per le esercitazioni “anti-terrorismo”. Tuttavia, questo non è stato confermato dalle autorità del Kirghizistan. [8]
Il sostegno militare occulto degli Stati Uniti ai gruppi terroristici nella ex Repubblica federale di Jugoslavia si è rivelata una strategia efficace nel creare le condizioni per i bombardamenti “umanitari” del 1999. Un mezzo efficace per mantenere il governo di Bishkek fermamente a fianco degli statunitensi sarebbe insistere sulla presenza statunitense ed europea nel paese per aiutare a “proteggere” la minoranza uzbeca.
L’intervento militare simile a quello nella ex Jugoslavia da parte dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa è stato difeso dal New York Times, il cui fuorviante articolo sui disordini del 24 giugno 2010 ha il titolo “Il Kirghizistan chiede all’Organismo europeo di sicurezza delle squadre di polizia“. L’articolo è fuorviante, in quanto il titolo contraddice il rapporto reale, che cita un funzionario del Kirghizistan che afferma: “Un portavoce del governo ha detto che funzionari hanno discusso la presenza esterna della polizia con l’OSCE, ma ha detto di non poter confermare che la richiesta di uno schieramento sia stato fatto.”
Non ci sono prove in questo articolo di una qualsiasi richiesta da parte del governo del Kirghizistan, per un intervento militare. Infatti, l’articolo presenta molte prove del contrario. Tuttavia, prima che il lettore abbia la possibilità di leggere la spiegazione del governo del Kirghizistan, l’articolista del New York Times presenta la narrazione ormai fin troppo orribilmente familiare, dei popoli oppressi che mendicano all’Occidente di venire a bombardare o occupare il loro paese: “L’etnia uzbeka nel sud ha chiesto a gran voce un intervento internazionale.  Molti hanno detto che sono stati attaccati nei loro quartieri, non solo dalla folla, ma anche dai militari e dalla polizia del Kirghizistan.”[9]
Solo verso la fine di questo articolo troviamo che le autorità del Kirghizistan accusano il dittatore appoggiato dagli Usa di fomentare la violenza etnica nel paese, attraverso l’utilizzo di jihadisti islamici in Uzbekistan. Questa politica di utilizzare le tensioni etniche per creare un ambiente di paura per puntellare una dittatura estremamente impopolare, la politica di usare il jihadismo islamico come strumento politico per creare quello che l’ex Consigliere alla Sicurezza Nazionale, Zbigniew Bzrezinski, ha definito “un arco di crisi”, lega bene con la storia del coinvolgimento degli Stati Uniti in Asia centrale, dalla creazione di al-Qaida in Afghanistan nel 1978, fino ai giorni nostri.
Ancora una volta, la questione persiste, chi erano i “cecchini sconosciuti” che terrorizzavano la popolazione usbeca, da dove provenivano le loro armi e quale beneficio potrebbero trarre da un conflitto etnico nei punti caldi geopolitici dell’Asia centrale?

Tunisia gennaio 2011
Il 16 gennaio 2011, la CNN aveva riferito che ‘bande armate’ stavano combattendo le forze di sicurezza tunisine. [10] Molti degli omicidi commessi durante la rivolta tunisina, furono attribuiti a “ignoti cecchini“. Ci sono stati anche i video pubblicati su Internet che mostrano cittadini svedesi detenuti dalle forze di sicurezza tunisine. Uomini che erano chiaramente armati di fucili da cecchino. Russia Today aveva trasmesso delle immagini drammatiche. [11]
A dispetto degli articoli dei professori Michel Chossudovsky, William Engdahl e altri, che dimostrano come le rivolte in Nord Africa seguissero il modello dei golpe di massa appoggiati dagli Stati Uniti, piuttosto che delle rivoluzioni autenticamente popolari, partiti e organizzazioni di sinistra hanno continuato a credere alla versione dei fatti presentati da al-Jazeera e dalla stampa mainstream. se la sinistra avesse preso il vecchio libro di Lenin, avrebbe trasposto i suoi commenti sulla rivoluzione di febbraio/marzo in Russia così: “L’intero corso degli eventi nella Rivoluzione do gennaio/febbraio mostra chiaramente che le ambasciate britanniche, francesi e statunitensi, con i loro agenti e “connessioni”, … hanno direttamente organizzato un complotto in combinazione con una sezione dei generali e ufficiali dell’esercito tunisino, con l’obiettivo esplicito della deposizione di Ben Ali.”
Ciò che la sinistra non ha capito, è che a volte è necessario all’imperialismo per rovesciare alcuni dei suoi clienti. Un degno successore di Ben Ali potrebbe sempre essere trovato tra i feudalisti dei Fratelli Musulmani, che ora hanno la prospettiva di prendere il potere. Nei loro slogan rivoluzionari e nell’arrogante insistenza che gli eventi in Tunisia e in Egitto siano “rivolte spontanee e popolari“, hanno commesso quello che Lenin aveva identificato come i peccati più pericoloso in una rivoluzione, cioè la sostituzione dell’astratto con il concreto. In altre parole, i gruppi di sinistra sono stati semplicemente ingannati dalla raffinatezza dagli eventi della “primavera araba” sostenuta dall’occidente.
Ecco perché la violenza dei manifestanti, e in particolare l’uso diffuso di cecchini, eventualmente collegate ai servizi segreti occidentali, è stato il grande fatto trascurato della rivolta tunisina. Le stesse tecniche sarebbe state usate in Libia poche settimane dopo, costringendo la sinistra a riprendere e modificare il suo entusiasmo iniziale per la “primavera araba” della CIA.
Quando si parla di “sinistra” qui, ci si riferisce a veri e propri partiti di sinistra, vale a dire, i partiti che hanno sostenuto la Grande Jamahirya Araba Socialista Popolare Libica nella sua lunga e coraggiosa lotta contro l’imperialismo occidentale, non gli infantili gonzi piccolo-borghesi che hanno sostenuto i terroristi della NATO di Bengasi. La palese idiozia di una tale posizione dovrebbe essere chiara a chiunque che capisca la politica globale e la lotta di classe.

Egitto 2011
Il 20 ottobre 2011, il quotidiano Telegraph ha pubblicato un articolo intitolato: “Nostro fratello è morto per un Egitto migliore“. Secondo il Telegraph, “Mina Daniel, un attivista anti-governativo del Cairo, era stato ucciso da un cecchino ignoto, ferendolo mortalmente al petto“. Inspiegabilmente, l’articolo non è più disponibile sul sito web del Telegraph, per una lettura on-line. Ma una ricerca su Google di ‘Egitto, cecchino ignoto, Telegraph’ mostra chiaramente la spiegazione sopra citata per la morte di Mina di Daniel. Allora, chi potevano essere questi “ignoti cecchini”?
Il 6 febbraio al-Jazeera riferiva che il giornalista egiziano Ahmad Mahmoud era stato colpito dai cecchini mentre tentava di seguire gli scontri tra le forze di sicurezza egiziane e i manifestanti. Riferendosi alle dichiarazioni fatte dalla moglie di Mahmoud, Enas Abdel-Alim, l’articolo di al-Jazeera insinua che Mahmoud potrebbero essere stato ucciso dalle forze di sicurezza egiziane: “Abdel-Alim aveva detto che diversi alcuni testimoni oculari le avevano detto che un capitano di polizia in uniforme delle famigerate forze di sicurezza centrale egiziane aveva urlato al marito di smettere di filmare. Prima che Mahmoud avesse anche avuto la possibilità di reagire, ha detto, un cecchino gli ha sparato”. [12]
Mentre l’articolo di al-Jazeera avanza la teoria che i cecchini erano agenti del regime di Mubarak, il loro ruolo nella rivolta rimane ancora un mistero. Al-Jazeera, la stazione televisiva del Qatar di proprietà dell’emiro Hamid bin Khalifa al-Thani, ha svolto un ruolo fondamentale nel suscitare le proteste in Tunisia ed Egitto, prima di lanciare una campagna di propaganda di guerra e di menzogne assolute pro-NATO durante la distruzione della Libia.
Il canale del Qatar è un partecipante centrale nell’attuale guerra segreta condotta dalle agenzie della NATO e dai loro clienti contro la Repubblica di Siria. La disinformazione incessante di al-Jazeera contro la Libia e la Siria, ha portato alla dimissioni di alcuni giornalisti di spicco come il capo stazione di Beirut, Ghassan Bin Jeddo [13] e del senior executive di al-Jazeera Wadah Khanfar, che fu costretto a dimettersi dopo che un cablo di Wikileaks l’aveva rivelato che cooperava con la Central Intelligence Agency. [14]
Molte persone sono state uccise durante la rivoluzione colorata in Egitto appoggiata dagli USA. Anche se gli omicidi sono stati attribuiti all’ex semi-cliente Hosni Mubarak, il coinvolgimento dei servizi segreti occidentali non si può escludere. Tuttavia, occorre sottolineare che il ruolo dei cecchini sconosciuti in manifestazioni di massa, resta complesso e sfaccettato, e quindi non si deve saltare alle conclusioni. Ad esempio, dopo il massacro della domenica di sangue (Domhnach na Fola) a Derry, Irlanda 1972, dove furono uccisi manifestanti pacifici da parte dell’esercito britannico, i funzionari britannici hanno affermato che erano finiti sotto il fuoco dei cecchini. Ma dopo 30 anni  d’indagine sulla Domenica di Sangue ha successivamente dimostrato che questo è falso. Ma la domanda persiste ancora una volta, chi erano i cecchini in Egitto e a quali finalità servono?

Libia 2011
Durante la destabilizzazione della Libia, un video è stato trasmesso da al-Jazeera con la pretesa di mostrare pacifici manifestanti “pro-democrazia” presi di mira dalle “forze di Gheddafi“. Il video era stato modificato per convincere lo spettatore che i manifestanti anti-Gheddafi erano stati uccisi dalle forze di sicurezza. Tuttavia, la versione non modificata del video è disponibile su youtube. Mostra chiaramente i manifestanti pro-Gheddafi con le bandiere verdi presi sotto tiro da cecchini sconosciuti. L’attribuzione reati della NATO alle forze di sicurezza della Jamahirya libica, era una caratteristica costante della brutale guerra mediatica scatenata contro il popolo libico. [15]

Siria 2011
Il popolo della Siria è assediato da squadroni della morte e da cecchini dallo scoppio delle violenze di marzo. Centinaia di soldati e personale di sicurezza siriani sono stati assassinati, torturati e mutilati da militanti salafiti e dai Fratelli musulmani. Eppure i media aziendali internazionali continuano a diffondere la patetica menzogna che i morti sono il risultato della dittatura di Bashar al-Assad.
Quando ho visitato la Siria ad aprile di quest’anno, ho personalmente incontrato i commercianti ed i cittadini di Hama che mi hanno detto di aver visto terroristi armati appestare le strade di quella città un tempo tranquilla, terrorizzando il quartiere. Ricordo che discutendo con un venditore di frutta nella città di Hama, che parlava dell’orrore che aveva visto quel giorno e mi descriveva le scene di violenza, la mia attenzione fu attratta da un titolo del Washington Post mostrato alla televisione siriana: “La CIA sostiene l’opposizione siriana“. La Central Intelligence Agency offre addestramento e finanziamento ai gruppi che operano agli ordini degli interessi imperialistici statunitensi. La storia della CIA dimostra che supportare le forze dell’opposizione significa fornirgli armi e finanziarli, azioni illegali secondo il diritto internazionale.
Pochi giorni dopo, in un ostello della antica, colta città di Aleppo, ho parlato con un uomo d’affari siriano e la sua famiglia. Gli uomini d’affari dirigono molti alberghi in città e sono pro-Assad. Mi disse che aveva l’abitudine di guardare al-Jazeera, ma ora aveva dubbi sulla sua onestà. Mentre conversavamo, al-Jazeera sullo sfondo mostrava scene di soldati siriani battere e torturare manifestanti. “Ora, se questo è vero, è semplicemente inaccettabile“, aveva detto. A volte è impossibile verificare se le immagini mostrate in televisione siano vere o no. Molti dei crimini attribuiti all’esercito siriano sono state commessi da bande armate, come ad esempio aver gettato dei corpi mutilati nel fiume a Hama, presentato al mondo come ulteriore prova dei crimini del regime di Assad.
C’è una minoranza di oppositori innocenti al regime di Assad che crede a tutto quello che vedono e sentono su al-Jazeera e le altre stazioni satellitari filo-occidentali. Queste persone semplicemente non capiscono la complessità della politica internazionale. Ma i fatti sul terreno dimostrano che la maggior parte del popolo in Siria sostiene il governo. I siriani hanno accesso a tutti i siti Internet e ai canali televisivi internazionali. Possono guardare la BBC, CNN, al-Jazeera, leggere il New York Times on-line o Le Monde, prima di sintonizzarsi sui propri media statali. A questo proposito, molti siriani sono più informati sulla politica internazionale rispetto alla media europea o statunitense. La Maggior parte degli europei e degli statunitensi crede nei loro media. Pochi sono in grado di leggere la stampa siriana in arabo o guardare la televisione siriana. Le potenze occidentali sono i padroni del discorso, possedendo i media. La primavera araba è stato l’esempio più orribile dell’abuso sfrenato di questo potere.
La disinformazione è efficace nel seminare il seme del dubbio tra coloro che sono sedotti dalla propaganda occidentale. I media di stato siriani hanno smentito centinaia di menzogne di al-Jazeera fin dall’inizio di questo conflitto. Eppure i media occidentali si rifiutano di riferire anche la posizione del governo siriano, affinché la copertura dell’altro lato di questa storia non favorisca un minimo pensiero critico nell’opinione pubblica.

Conclusione
L’impiego di mercenari, squadroni della morte e cecchini dalle agenzie di intelligence occidentali è ben documentato. Nessun governo razionale che tentasse di rimanere al potere, ricorrerebbe a cecchini sconosciuto per intimidire i suoi avversari. Sparare contro manifestanti innocenti sarebbe controproducente, di fronte alle pressioni assolute da parte dei governi occidentali, decisi ad installare un regime vassallo a Damasco. Sparare a manifestanti disarmati è accettabile solo in dittature che godono del sostegno incondizionato dei governi occidentali come Bahrain, Honduras o Colombia.
Un governo che è così massicciamente supportato dalla popolazione della Siria, non saboterebbe la propria sopravvivenza, usando i cecchini contro le proteste di una piccola minoranza. L’opposizione al regime siriano è, infatti, minuscola. Gas lacrimogeni, arresti di massa e altri metodi non letali sarebbero perfettamente sufficiente a un governo che desidera controllare dei dimostranti disarmati.
I cecchini sono utilizzati per creare il terrore, la paura e la propaganda anti-regime. Sono parte integrante di un cambiamento di regime sponsorizzato dall’occidente. Se si dovesse fare una critica seria al governo siriano nei mesi scorsi, è che non è riuscito ad attuare efficaci misure antiterrorismo nel paese. Il popolo siriano vuole le truppe per le strade e sui tetti degli edifici pubblici. Nelle settimane e nei mesi a venire, le forze armate siriane probabilmente conteranno sempre più sugli specialisti militari russi per rafforzare le difese del paese, mentre la crociata occidentale iniziata in Libia, si diffonde da marzo sul Levante.
Non vi è alcuna prova conclusiva che i cecchini che uccidono uomini, donne e bambini in Siria siano degli agenti dell’imperialismo occidentale. Ma c’è la prova schiacciante che l’imperialismo occidentale sta cercando di distruggere lo Stato siriano. Come in Libia, non hanno mai una volta menzionato la possibilità di negoziati tra la cosiddetta opposizione e il governo siriano. L’Occidente vuole il cambiamento di regime ed è determinato a ripetere il massacro in Libia per raggiungere questo obiettivo geopolitico.
Sembra ormai probabile che la culla della civiltà e della scienza sarà invasa da barbari semi-analfabeti, mentre il declino dell’Occidente si gioca nei deserti d’Oriente.

Note
[1] N.Starikov
[2] Youtube
[3] Euractiv
[4] Truth in media
[6] Activist Post
[7] Eurasianet
[8] Kommersant
[9] NY Times
[11] Youtube
[12] al-Jazeera
[13] Ynet
[14] Intelligence News
[15] Youtube

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: chi tira le fila sono i qatarioti

Atlantico, 11 ottobre 2011

La situazione in Libia, al limite dell’anarchia completa, tra le ambizioni di tribù rivali e un consiglio di transizione abbandonato, senza governo né un vero capo … Gerard de Villiers racconta il suo viaggio nel cuore del caos. 

Atlantico: Voi ritornate da un viaggio in Libia. Qual’è la situazione?
Gerard de Villiers: La situazione in Libia è a un punto morto, perché la caduta di Gheddafi non è andata così bene come avrebbe dovuto, laddove le città  resistono. Non sappiamo per quanto tempo durerà. Il problema è soprattutto che è nella natura, e probabilmente nella zona dei tre confini – vale a dire, Algeria, Niger e Libia – con la capacità di muoversi molto rapidamente in questi paesi, protetti dai Tuareg, che sono sempre stati i loro alleati, e quindi negli agguato.
Il processo è stato che la Francia, come l’Inghilterra, si sono unite a una parte del mondo occidentale, attorno al CNT (Consiglio Nazionale di Transizione), guidato da Abdul Jalil, un uomo cirenaico, ex ministro della giustizia di Gheddafi, ma che non ha truppe in Tripolitania. Si è combattuto a Bengasi, a Brega, a Ras Lanouf, tutte in Oriente. Ma lo sforzo principale è stato vinto dalle truppe, almeno a Tripoli, che sono guidate da Belhadj e dal suo gruppo di islamisti libici anti-Gheddafi, che controllano gran parte di Tripoli. Si tratta di un grande gruppo, una grande Katiba (unità di tra 50 e 5000 persone!). Poi ci sono tutti i berberi del Jebel Nefoussa (a sud di Tripoli), già armati dai francesi e ostili ai cirenaici, e quindi perseguono le loro lotte personali. Gli abitanti di Misratah sono coloro che più hanno combattuto: sono piuttosto particolari, perché sono discendenti dei coloni turchi dal tempo dell’Impero Ottomano. Queste persone sono molto ben organizzate, hanno continuato i combattimenti intorno a Sirte. Infine, ci sono gruppi di Zintan. In realtà ci sono poche Katiba della Cirenaica.

E’ del tutto irrealistico aspettarsi che un giorno si raggiungerà l’unità?
Il CNT, che è un addobbo degli occidentali, ha due svantaggi: i suoi membri provengono dalla Cirenaica, ed inoltre non hanno truppe, non controllano le katiba più importanti. Ma gli occidentali, ho capito parlando con gli statunitensi lì, non hanno visto il ruolo del Qatar. L’emiro del Qatar ha fornito molte armi, denaro e prestato il suo sostegno a gruppi come il gruppo Salabi, il cui fratello Ali Salabi è un consigliere dell’emiro del Qatar. Oggi il Qatar ha istruttori presso queste Katibe, nel cosiddetto Esercito di liberazione nazionale, che non è davvero un esercito, ma una milizia con pick-up, armi antiaeree, lanciarazzi … All’interno del CNT, si sono resi conto che se non federavano un esercito che tenesse la linea, avrebbero perduto. Perciò il presidente del CNT ha reclutato l’ex ministro degli interni di Gheddafi, il Generale Younis. E’ stato incaricato di unificare tutti questi gruppi disparati (una quarantina di katibe), in una parvenza di esercito. Ora, il Generale Younis è stato ucciso il 27 luglio in circostanze  estremamente confuse, e tutte le indicazioni dicono che i suoi assassini sono islamisti, in parte perché era coinvolto nella repressione contro gli islamisti al tempo di Gheddafi, e d’altra parte, perché voleva provare a mettere sotto il suo controllo le grandi katibe islamiste. Tutti i ministri si sono dimessi dal CNT. Il CNT non è vincolato che dal suo presidente, mentre anche il numero due ha mollato. La CNT oggi è un’organizzazione fantasma, che ha il riconoscimento dell’occidente ma è tutto. Quindi, avete sentito parlare della dichiarazione dell’islamista Belhadj, che si è autoproclamato comandante militare di Tripoli. Belhadj, è un vecchio combattente islamista, era in Afghanistan, ed è molto vicino ad al-Qaida. E’ un vero radicale. Ha chiamato la stazione televisiva al-Jazeera e ha detto “Io sono il comandante militare di Tripoli“. Unico problema, il CNT non lo sapeva, e quando il CNT voleva che facesse ritorno nei ranghi, si è rifiutato. Pertanto, avete a Tripoli Belhadj, il più potente, ma anche una dozzina di katibe, e ognuna controlla un quartiere.

E’ plausibile prevedere la nascita di numerosi capetti, come Belhadj a Tripoli?
Questo è soprattutto il rischio dell’emersione degli islamisti, sostenuti dal Qatar e che si sostengono a vicenda. Per arginare questo fenomeno, lo scopo del CNT, spinto dai ministri occidentali, è  quello di creare un governo. E da  agosto, ogni settimana, il CNT annuncia che creerà un governo… Perché lì non c’è? Perché c’è una tale anarchia … Ogni tribù, e le tribù hanno una reale importanza come la tribù al-Obeidi da cui il generale Younis proveniva, vuole la sua fetta di torta. Tutti vogliono avere un membro nel governo, un rappresentante. Ogni città anche: le persone di Misurata, Tripoli anche vogliono dei rappresentanti … per soddisfare tutti, ci dovrebbe essere un governo di 80 ministri!
E cosa è successo? La scorsa settimana, Abdel Jalil ha detto che si farà un governo quando il paese sarà interamente liberato. Vale a dire, alle calende greche! Si dovrebbe essere ancora a conoscenza di una cosa: oggi, tutto proviene dal Qatar (il petrolio, ad esempio…).

Si può dire che il Qatar è il futuro della Libia?
È effettivamente il Qatar, che attualmente detiene l’intero futuro della Libia. Non sono gli europei. Fondamentalmente la Libia è un paese estremamente islamico che pratica la sharia. Non proprio fondamentalista, ma molto religioso e tradizionalista. Non praticano la sharia feroce dei tagli delle mani dei ladri, ma la sharia in tutta la vita sociale, politica, nei diritti delle donne, nel matrimonio… Così alla fine, i duri islamisti come Belhadj o Ismail Salabi, che sono degli estremisti, avranno problemi a convincere i libici medi. Per loro, ciò non ha quasi alcun effetto: la democrazia non è mai esistita, è un paese profondamente islamico, e rimarrà tale, ma penso che saremo testimoni, e già lo siamo, vi è un progressivo annullamento del CNT, che non ha potere militare o politico, ma che è stato riconosciuto con una certa imprudenza dal mondo occidentale, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito sotto l’influenza principalmente della Francia. Ed attualmente, si è in una fase di stallo.

La missione perseguita dal CNT è condannata?
Sì. Non hanno forza, non hanno alcun potere. Non dimenticate che la Libia è un paese tribale.

Dalla vostra descrizione della situazione attuale, il futuro della Libia si riassume che a un tiranno che ha governato per 50 anni, contro un migliaio di tiranni che lacerano il paese?
Non sono dei tiranni, ma persone che governano delle tribù, una città, che non significa necessariamente farsi la guerra tra di loro. Si assiste “solo” alla frammentazione del paese, a una divisione estrema. Sappiamo già cosa accadrà entro la fine dell’anno. In particolare: riusciranno a conquistare completamente Sirte, Bani Walid, e gli ultimi punti di ancoraggio di Gheddafi? Questo è il primo punto importante, perché blocca tutto. Non dimentichiamo che oggi non possiamo andare da Bengasi a Tripoli su strada, perché è bloccato all’altezza di Sirte. Secondo punto, si eliminerà Gheddafi? Penso che nessuno abbia veramente voglia di farlo, o almeno non vivo, perché può parlare. potrebbe dire molte cose. Per esempio, ero a Bengasi presso persone molto ricche, che non hanno fatto fortuna da febbraio e con la rivoluzione! Ora Gheddafi è in una zona di accesso molto difficile, da Ghadames, ed è a un’ora di cammello dal Niger. E lì, mantiene la capacità di colpire attraverso il suo relè in Siria, dove fa un po’ quello che bin Ladin faceva, registrare dei messaggi … cosa che spaventa tutti! E la Libia non può continuare ad essere senza un governo! Il CNT era un Consiglio di transizione. Tuttavia non si vede la fine della transizione, dato che lo stesso CNT sta cercando di svelarsi. Gli statunitensi sono molto infastiditi, si sentono traditi dal Qatar, che non ha cercato di proteggere i loro interessi, ma piuttosto di fare della Libia un paese estremista islamico, per nulla filo-occidentale. E’ il caos assoluto. Non dimenticate che la Libia era composta inizialmente da tre diverse regioni: Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Allo stesso modo di Saddam Hussein, che usava il pugno di ferro su sciiti, sunniti e curdi. Gheddafi aggregava dei gruppi che non si sono mai aiutati.

Ciò significa che questo paese, basato su un insieme tribù ostili le une alle altre, deve essere guidato con pugno di ferro?
Naturalmente, non c’è altro modo. In caso contrario, guardate l’esempio della Jugoslavia in Europa. La sua unità era tenuta dalla forza e dalla personalità di Tito. In Libia, non hanno nessuno ora che possa unire e controllare i gruppi. Non hanno un De Gaulle, come la Francia aveva nel 1945…

Traduzione Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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