Il telegramma Zimmermann: la vera ragione che spinse gli USA ad entrare in guerra nel 1917

zimmtransViene spesso, fin troppo spesso, affermato che la causa dell’entrata in guerra di Washington, nella Prima Guerra mondiale, sia stato l’affondamento da parte di un sommergibile tedesco del transatlantico inglese Lusitania, che trascinò con se 123 cittadini statunitensi. (1) In realtà la nave fu affondata nel 1915, mentre gli USA entrarono in guerra nel 1917. Infatti, entrarono in guerra in reazione alla faccenda del “telegramma Zimmermann”.
Il 16 gennaio 1917, Arthur Zimmermann, segretario agli Esteri della Germania imperiale, inviò un telegramma cifrato all’ambasciatore tedesco a Washington, utilizzando il nuovo codice 7500 che gli inglesi non avevano potuto decifrare, ma l’ambasciatore a Washington ritrasmise il telegramma nel vecchio codice 103040, noto agli inglesi, all’ambasciatore tedesco in Messico.
Il testo del telegramma affermava: “Abbiamo intenzione di cominciare la guerra sottomarina senza restrizioni il primo di febbraio. Ci adopereremo, nonostante ciò, a mantenere gli Stati Uniti neutrali. Nel caso non succeda, faremo al Messico una proposta di alleanza sulla seguente base: combattere insieme, fare la pace insieme, un generoso sostegno finanziario e la comprensione da parte nostra del diritto del Messico a riprendersi i territori perduti di Texas, New Mexico e Arizona. I dettagli sono lasciati a voi. Potrete informare il presidente (del Messico) di quanto sopra secretato non appena lo scoppio della guerra contro gli Stati Uniti è certo, e aggiungerei il suggerimento che avrebbe dovuto, di propria iniziativa, invitare il Giappone ad aderirvi immediatamente e anche a mediare tra il Giappone e noi. Si prega di richiamare l’attenzione del presidente sul fatto che l’impiego illimitato dei nostri sottomarini offre ora la prospettiva di convincere l’Inghilterra a fare la pace entro pochi mesi. Accusate ricevuta. Zimmermann
In realtà, il telegramma venne concepito da un funzionario del ministero degli esteri tedesco, Hans Arthur von Kemnitz, che ne scrisse una prima bozza che Zimmermann firmò quasi senza leggere, probabilmente perché impegnato a redigere il testo diplomatico che giustificava l’annuncio della “guerra sottomarina senza restrizioni” contro il traffico navale diretto nel Regno Unito. Quando un altro funzionario seppe del telegramma, esclamò: “Kemnitz, quel fantastico idiota, ha fatto questo!?
Berlino dovette criptare il telegramma perché la Germania era consapevole che gli alleati intercettavano tutte le comunicazioni transatlantiche, una conseguenza della prima azione offensiva della Gran Bretagna nella guerra. All’alba del primo giorno della Prima guerra mondiale, la nave inglese Telconia si avvicinò alle coste tedesche e tranciò i cavi sottomarini transatlantici che collegavano la Germania con il resto del mondo. Questo atto di sabotaggio costrinse i tedeschi ad inviare i messaggi tramite collegamenti radio poco sicuri o cavi sottomarini di proprietà estera. Zimmermann fu costretto a trasmettere il suo telegramma cifrato attraverso la Danimarca e la Svezia con un cavo sottomarino statunitense che passava anche per il Regno Unito. Va ricordato, inoltre, che uno stretto collaboratore del presidente statunitense Woodrow Wilson, il colonnello Edward House, fece si che il dipartimento di Stato degli USA consentisse ai tedeschi la trasmissione di messaggi cifrati diplomatici tra Washington, Londra, Copenhagen e Berlino.
Il telegramma di Zimmermann ben presto venne intercettato ed analizzato dalla Sala 40 dell’Ammiragliato inglese, l’ufficio dell’intelligence elettronica inglese. Winston Churchill, Primo lord dell’Ammiragliato inlgese, ordinò la creazione della sezione intercettazione e decodificazione dei messaggi criptati tedeschi, appunto la Sala 40, divenuta di vitale importanza per gli Alleati. La Sala 40 era formata da linguisti e criptoanalisti. Il telegramma Zimmermann, decifrato parzialmente da Nigel de Grey e dal reverendo William Montgomery, affermava che la Germania voleva istigare il Messico ad attaccare gli USA, un’informazione che avrebbe spinto il presidente degli USA Woodrow Wilson ad abbandonare la neutralità degli Stati Uniti, perciò Montgomery e de Grey lo passarono subito all’ammiraglio Reginald Hall, direttore della Naval Intelligence, aspettandosi che lo trasmettesse agli statunitensi. Ma l’ammiraglio lo ripose nella sua cassaforte, incoraggiando i criptoanalisti a completare il lavoro. Infatti, il 5 febbraio 1917, Hall non ebbe il nulla osta dal Foreign Office affinché consegnasse agli statunitensi tali informazioni. Ma Hall convocò un ufficiale dell’intelligence statunitense a Londra e gli diede lo stesso il telegramma. “In altre parole, il direttore dell’intelligence navale aveva unilateralmente preso la decisione di condividere un’informazione altamente sensibile con una potenza straniera, senza l’autorizzazione del proprio governo“.
Hall pensava che se gli statunitensi venivano a conoscenza del telegramma Zimmermann, i tedeschi avrebbero potuto concludere che il loro nuovo sistema di cifratura 7500 era stato spezzato, spingendoli a sviluppare un nuovo sistema di cifratura, bloccando così l’intelligence inglese. Inoltre “Hall era consapevole che la guerra totale degli U-boat sarebbe iniziata entro due settimane, e che essa avrebbe indotto il presidente Wilson a dichiarare guerra alla Germania imperiale, senza bisogno di compromettere la preziosa fonte dell’intelligence inglese”. Ma il 3 febbraio 1917, sebbene la Germania avesse avviato la guerra sottomarina senza restrizioni, il Congresso statunitense e il presidente Wilson annunciarono la prosecuzione della neutralità. D’altra parte, negli USA era diffuso un notevole sentimento anti-inglese, in particolare tra i cittadini di origini tedesche ed irlandesi, questi ultimi infuriati per la brutale repressione della Rivolta di Pasqua del 1916 a Dublino e, inoltre, presso la stampa statunitense Gran Bretagna e Francia non godevano di maggiore simpatia della Germania. Tutto ciò spinse gli inglesi a sfruttare il telegramma Zimmermann. All’improvviso, e in sole due settimane, Montgomery e de Grey completarono la decifrazione del telegramma. Inoltre, gli inglesi si resero conto che von Bernstorff, l’ambasciatore tedesco a Washington, trasmise il messaggio a von Eckhardt, l’ambasciatore tedesco in Messico, utilizzando il vecchio sistema di cifratura 103040 e “dopo aver fatto alcune piccole modifiche al testo” che poi von Eckhardt avrebbe presentato al presidente messicano Carranza. Se Hall avesse potuto avere la versione “messicana” del telegramma Zimmermann, i tedeschi avrebbero supposto che fosse stato reso pubblico dal governo messicano, e che non era stato intercettato dagli inglesi. Hall contattò un agente inglese in Messico, il signor H., che a sua volta s’infiltrò nell’ufficio telegrafico messicano. Il signor H. poté ottenere così la versione messicana del telegramma di Zimmermann. Hall consegnò tale versione del telegramma ad Arthur Balfour, il segretario agli Esteri inglese, che il 23 febbraio convocò l’ambasciatore statunitense a Londra Walter Page per consegnargli il telegramma di Zimmermann. Il 25 febbraio, il presidente Wilson ebbe la ‘prova eloquente’, come disse, che la Germania incoraggiava un’aggressione agli USA. Il telegramma, in realtà, affermava che il Messico avrebbe dichiarato guerra agli USA solo se questi avessero dichiarato guerra alla Germania. Ciò avrebbe giustificato l’intervento degli USA nella Prima guerra mondiale? Infatti il telegramma di Zimmermann viene citato come il casus belli della guerra tra USA e Germania imperiale. Ma, infine, il Messico sarebbe mai stato un serio nemico per gli Stati Uniti? Il Messico era preda da anni di una feroce guerra civile, non poteva costituire una qualsiasi seria minaccia per gli USA, e Berlino avrebbe dovuto saperlo. Il presidente messicano Venustiano Carranza assegnò a un generale il compito di valutare la fattibilità di un’aggressione agli USA, ma il generale concluse che non sarebbe stato possibile per i seguenti motivi:
– gli Stati Uniti erano militarmente molto più forti del Messico.
– le promesse della Germania erano ritenute appunto soltanto tali. Il Messico non poteva utilizzare alcun “generoso sostegno finanziario” per acquistare armi e munizioni, per la semplice ragione che poteva comprarli solo negli Stati Uniti, mentre la Germania non poteva inviare alcunché in Messico dato che la Royal Navy, ed eventualmente l’US Navy, controllava le rotte atlantiche.
– infine, il Messico aveva adottato una politica di cooperazione con Argentina, Brasile e Cile per evitare un qualsiasi contrasto con gli Stati Uniti e migliorare le relazioni regionali.
Comunque il telegramma fu reso pubblico, ma stampa e parte del governo degli Stati Uniti lo ritennero una bufala ideata dagli inglesi per coinvolgere gli USA nella guerra. Tuttavia, Zimmermann, in modo sbalorditivo, ne ammise pubblicamente la paternità, dicendo a una conferenza stampa a Berlino che semplicemente “non posso negarlo. E’ vero”. La Germania poteva benissimo dire che il “telegramma Zimmermann” era un falso, approfondendo così i gravi dubbi sulla faccenda espressi negli USA, dove l’opinione pubblica era poco restia a partecipare alla Grande Guerra. Perché allora Zimmerman confessò di averlo inviato?
Nell’ottobre 2005, venne scoperto il presunto dattiloscritto originale della decifratura del telegramma Zimmermann, “scoperto da uno storico rimasto ignoto” che lavorava su un testo ufficiale della storia del Government Communications Headquarters (GCHQ), il servizio segreto elettronico inglese. Si riteneva che tale documento sia il telegramma mostrato all’ambasciatore Page nel 1917. Molti documenti segreti relativi a tale incidente furono distrutti su ordine dell’ammiraglio Reginald Hall. Certo, tutto ciò suscita un sospetto: in realtà si sa cosa ha scritto Zimmermann (Kemnitz), ma non è noto cosa avessero di certo mostrato gli inglesi ai diplomatici e al presidente degli USA.
In Germania, le indagini su come gli statunitensi avessero ottenuto il telegramma Zimmermann portarono a credere che fosse stato violato in Messico, proprio come previsto dall’intelligence inglese. Quindi il presidente Wilson, che nel gennaio 1917 aveva detto che sarebbe stato un “crimine contro la civiltà” trascinare il suo popolo in guerra, il 2 aprile dello stesso 1917 affermò: “Consiglio che il Congresso dichiari che il recente corso del governo imperiale non sia in realtà nient’altro che una guerra contro il governo e il popolo degli Stati Uniti, e di accettare formalmente lo status di belligerante cui siamo stati così spinti”.
La diplomazia inglese (così come la sua propaganda nera) cercarono ostinatamente di convincere il presidente Wilson ad abbandonare la promessa di neutralità fatta nella sua campagna elettorale per le presidenziali del 1916, e di entrare in guerra a fianco degli Alleati, ma come affermò la storica statunitense Barbara Tuchman, “Una sola mossa della Sala 40 era riuscita laddove tre anni d’intensa diplomazia avevano fallito”.Unit7_map_Zimmerman_300g80Alessandro Lattanzio, 3/1/2014

Note:
1) “Gli inglesi contarono 1198 vittime, tra cui 123 statunitensi, mentre in realtà i morti furono 1201; vennero infatti omessi i corpi dei tre tedeschi inviati sul Lusitania dall’attaché militare tedesco a Washington di allora, von Papen, per fotografare eventuali materiali sospetti. I tre furono scoperti e tenuti a bordo come prigionieri. In seguito, il segretario personale del presidente Wilson, Joseph Tumulty, fece credere a Washington che le spie fossero in possesso di un ordigno esplosivo, mentre invece si trattava della macchina fotografica”.

Fonti:
The Telegram that brought US into Great War is found, Ben Fenton
The Zimmermann Telegram, Joseph C. Goulden
The Zimmermann Telegram, Barbara Tuchman

L’occidente perde su tutti i fronti della Siria

Finian Cunningham, PressTV –  Nsnbc

1006192Non solo sono Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia perdono nella loro criminale guerra segreta per un cambio di regime in Siria, ma i terroristi di Stato sprofondano anche sul fronte della propaganda. Tale associazione a delinquere era destinata a fallire, prima o poi. Ora, sotto il peso di falsità e menzogne, implode. L’arrivo del team di ispezione sulle armi chimiche delle Nazioni Unite, questa settimana a Damasco, segna un’altra mazzata contro i malvagi piani occidentali sulla Siria. L’ONU sembra decisa finalmente ad adempiere alle richieste del governo siriano per un’indagine sull’uso di armi chimiche letali in Siria. Le autorità di Damasco e il presidente Bashar al-Assad hanno sempre sostenuto che fossero i mercenari filo-occidentali ad utilizzare armi proibite a livello internazionale, mentre le potenze occidentali accusavano le forze dello Stato siriano.
Il governo della Siria aveva richiesto per primo un gruppo di ispettori dell’ONU, già a marzo, a seguito dell’impiego mortale del gas nervino Sarin nel distretto di Khan al-Assal, nei pressi di Aleppo, in cui 25 persone furono uccise, tra cui 16 soldati dell’esercito siriano. Tuttavia, tale iniziativa fu bloccata quando le Nazioni Unite, sotto la spinta degli Stati occidentali, chiesero che i suoi investigatori avessero “libero accesso” in tutti i siti siriani, tra cui le installazioni militari. Il governo di Assad, sostenuto dalla Russia, ha rifiutato di concedere alla squadra ONU tale permesso perché ricordava in modo inquietante il controllo sulle armi delle Nazioni Unite in Iraq, 10 anni fa. A quella squadra fu permesso l’accesso ai sensibili siti militari di tutto l’Iraq, sospettosamente seguito dalla guerra lampo “shock and awe” degli USA in quel Paese, dal marzo 2003. Ora, però, l’esperto di armi chimiche dell’ONU, Ake Sellstrom, ha accettato di avere colloqui a Damasco, su invito del governo siriano. Sarà accompagnato dalla direttrice del disarmo dell’ONU Angela Kane. Si ritiene che le discussioni decideranno la modalità per una corretta indagine al fine di adempiere alle richieste riguardo l’utilizzo di armi illegali.
Perché gli ispettori delle Nazioni Unite sono improvvisamente diventati più suscettibili verso i termini del governo siriano nella conduzione dell’indagine? La risposta sembra essere che il peso delle prove a sostegno delle dichiarazioni delle autorità siriane sia diventato troppo grande per essere ignorato. Due sviluppi hanno dato al governo siriano la credibilità decisiva. Nei giorni scorsi, mentre l’esercito siriano scacciava i militanti dalle roccaforti da loro occupate, ha scoperto una serie di officine per attrezzare razzi con testate chimiche. La più grande è stata trovata nella città costiera di Banias, dove sono stati recuperati più di 280 barili di sostanze chimiche industriali tossiche. L’ambasciatore siriano all’ONU, Bashar Jaafari, ha detto che tale quantità tossica era “in grado di distruggere una città intera, se non tutto il Paese.” Una successiva micidiale scoperta avvenne nel sobborgo Jobar di Damasco. Dopo aver sconfitto i militanti negli scontri a fuoco, le forze dello Stato siriano hanno trovato un improvvisato laboratorio chimico rifornito di cloro e altri materiali industriali altamente tossici. Alcuni contenitori avevano etichette con l’avvertimento “corrosivo” e  che dicevano “prodotto in Arabia Saudita”. Nel deposito vi erano mortai destinati ad essere armati con proiettili chimici.
Il secondo importante sviluppo è l’ultimo rapporto ufficiale russo. Queste armi chimiche improvvisate usate dai mercenari filo-occidentali sono coerenti con uno studio degli esperti russi  presentato la scorsa settimana alle Nazioni Unite. L’inchiesta russa sul famigerato incidente di Khan al-Assal, nei pressi di Aleppo a marzo, ha scoperto che le armi chimiche, tra cui il Sarin, sono state effettivamente utilizzate e che i colpevoli erano i militanti supportati dall’occidente. Questa scoperta non solo nega completamente le precedenti accuse occidentali; ma espone anche le montature e le bugie raccontate dai vertici politici occidentali, compresi il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il primo ministro britannico David Cameron e il presidente francese Francois Hollande. L’inviato della Russia alle Nazioni Unite, Vitalij Churkin, ha detto che il rapporto del suo Paese: “Ha stabilito che il 19 marzo i ribelli hanno sparato un razzo Bashair-3 sulla città di Khan al-Assal, che era sotto il controllo del governo. I risultati delle analisi mostrano chiaramente che il proiettile usato a Khan al-Assal non era stato prodotto in fabbrica e che conteneva Sarin“. Quest’ultimo punto è significativo. Le armi letali rozzamente costruite ed usate nell’attacco a Khan al-Assal, sono coerenti con le recenti scoperte di testate chimiche rudimentali dell’esercito siriano che sbaragliava i militanti filo-occidentali dalle loro roccaforti.
Il pericolo imminente per la popolazione siriana, come dimostrato dalle recenti scoperte dell’esercito siriano e dalla relazione russa, ha probabilmente spinto la squadra d’ispezione delle Nazioni Unite a risolvere questo problema con l’urgenza che richiede. Tacitamente, l’arrivo del team delle Nazioni Unite a Damasco questa settimana, è anche l’ammissione che il governo siriano ha detto la verità fin dall’inizio su chi siano i colpevoli che usano queste armi di distruzione di massa.  Questo spiegherebbe perché la squadra delle Nazioni Unite stia finalmente rispettando le tanto attese richieste siriane. Inoltre, mentre la questione viene dipanata, si costruisce una grave accusa verso gli Stati occidentali. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia da mesi sostengono di avere le “prove” che sono state le forze governative siriane ad usare le armi chimiche. Queste potenze, a loro volta, usano questa accusa per giustificare la loro decisione di armare apertamente i gruppi militanti in Siria. Il 13 giugno, la Casa Bianca di Obama ha dichiarato: “La nostra comunità d’intelligence ritiene che il regime di Assad abbia usato armi chimiche, tra cui l’agente nervino Sarin“. Il giorno dopo, gli Stati Uniti annunciavano di prevedere d’inviare armi ai militanti in Siria, perché le forze di Assad avevano “superato la linea rossa”. La mossa seguiva il precedente ribaltamento inglese e francese dell’embargo sulle armi dell’Unione europea alla Siria.
In netto contrasto con i cosiddetti test presumibilmente condotti da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia, l’ultimo studio russo sulle armi chimiche in Siria è conforme agli standard scientifici internazionali. L’inchiesta russa ha una “catena di custodia”, verificabile in modo indipendente nella raccolta dei campioni e nelle analisi effettuate, secondo l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. Considerando che le affermazioni degli Stati occidentali si basano su informazioni segrete escogitate in “fatti” che soddisfino la loro criminale agenda politica della guerra segreta e del cambio di regime. In altre parole, i regimi occidentali svolgono una propaganda senza fondamento e diffondono menzogne per trovare una giustificazione a una guerra sempre più criminale. I governi occidentali sono quindi sempre più visti non solo come sostenitori dei depravati tagliagole e cannibali che bombardano indiscriminatamente quartieri residenziali, rapiscono, estorcono, uccidono e stuprano; ma questi stessi governi che predicano i diritti umani e il diritto internazionale, aiutano i terroristi di al-Qaida ad usare armi chimiche di distruzione di massa  bandite internazionalmente.
La visita di questa settimana degli ispettori sulle armi chimiche dell’ONU in Siria, è un altro capovolgimento dei punti di riferimento degli Stati occidentali sponsor del terrorismo. Le loro menzogne e la loro propaganda si dissolvono rapidamente quanto le sconfitte inflitte ai loro squadroni della morte di ascari, che operano in Siria negli ultimi due anni.”
Le sconfitte militari inflitte ai mercenari filo-occidentali nei pressi di Damasco, Aleppo, Homs e Idlib segnalano anche le lotte omicide tra i litigiosi cosiddetti ribelli. Il tradimento e la brutalità dissipano l’immagine artificiosa, attentamente curata dai media occidentali, di “moderati” nell’ambito del tanto idolatrato esercito libero siriano. Questo trucco con il suo generalino di piombo Salim Idriss, oggi visto come una nullità, non ha mai avuto alcuna influenza sui gruppi dominati da al-Qaida e dai mercenari salafiti. Mentre l’esercito siriano riprende il controllo di villaggi, quartieri e città, c’è un silenzio irreale nei media occidentali sui successi militari. Dove sono le segnalazioni di rappresaglie dell’esercito siriano contro i civili? Dove sono le affermazioni dei civili siriani che gridavano agli “eroici” militanti di tornare e salvarli dall'”oppressivo” esercito siriano? Allo stesso modo, video e segnalazioni provenienti dalle zone di Aleppo, ancora sotto assedio da parte dei terroristi filo-occidentali, mostrano civili che protestano contro i loro carcerieri.  Ancora una volta, questo è un racconto che distrugge l’immagine propagandistica, fabbricata dall’occidente, di una popolazione che si ribella contro uno Stato oppressore. Si tratta piuttosto di uno scenario in cui la popolazione ha dovuto subire l’imposizione di mercenari, criminali e psicopatici, un’imposizione orchestrata dai regimi occidentali a Washington, Londra e Parigi, insieme con i loro fantocci regionali, Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Giordania e Israele.
Con il terrorismo di Stato occidentale espulso dalla Siria, ne vengono espulsi anche i miti e le menzogne che hanno nascosto i crimini di Washington, Londra e Parigi. La verità che emerge sull’uso di armi chimiche in Siria, segna il collasso di quest’associazione a delinquere. Tali criminali regimi canaglia ormai perdono su tutti i fronti.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La fine dell’occidente

Nikolaj Malishevskij Strategic Culture Foundation 19.07.2012

L’islamofobia, insieme alla russofobia, imperversa in tutto il mondo di oggi. Un numero crescente di problemi e guai viene attribuito all’Islam: il ritmo schiacciante dei voti per la risoluzione, in gran parte dedicati a condannare il fondamentalismo musulmano, i paesi occidentali assoggettano le rispettive comunità musulmane a sorveglianza pervasiva e arrestano serialmente i radicali islamici per abbassare i toni dei conflitti legati all’Islam (al momento, per esempio, circa il 50% dei detenuti nelle carceri francesi è musulmano), e anche d’altra parte, gli intellettuali liberali europei danno l’allarme sulla minaccia islamica…
Patrick Buchanan, un estremista di destra repubblicano consulente dei  presidenti statunitensi R. Nixon e R. Reagan, si lamenta nel suo “The Death of the West: How Dying Populations and Immigrant Invasions Imperil Our Culture and Civilization” che la civiltà del bianchi è sull’orlo dell’abisso, a causa della loro crescente indifferenza verso la religione e i comandamenti cristiani, in particolare al detto “Siate fecondi e moltiplicatevi“. La quota di popolazione bianca nei paesi occidentali si sta restringendo, spingendo Buchanan ad avvertire che in circa 50 anni i bianchi negli Stati Uniti e in Europa saranno una minoranza e una comunità per lo più di anziani e, di conseguenza, la civiltà occidentale de facto smetterà di esistere.
Le dichiarazioni che riflettono completamente le tendenze reali che si svolgono in un Occidente in mutamento – una deriva visibile nella dinamica delle popolazioni, nell’equilibrio traballante dei vari gruppi religiosi, o nella proliferazione del radicalismo dell’Islam – evocano il sospetto che l’Occidente stia giocando un gioco d’astuzia con il mondo musulmano. Inoltre, qualsiasi possano essere gli obiettivi alla base del gioco, è probabile che i rischi pertinenti sono stati seriamente sottovalutati da chi l’ha progettato.
Spezzando la statualità degli slavi del Sud negli anni ’90, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno aperto una campagna radicale volta a costruire una partnership con gli estremisti islamici e stabilire il controllo sulle loro organizzazioni. Diversi centri del wahhabismo in Arabia Saudita sono stati nominati nuovi alleati dell’Occidente, e la Gran Bretagna ha iniziato a ospitare indiscriminatamente  una rete sempre più ampia di gruppi estremisti musulmani. Dotati di nuove opportunità, questi hanno preso a pubblicare decine di giornali, e subito hanno acquisito le loro emittenti. In pochissimo tempo, il BND tedesco ha anche patrocinato un conglomerato di formazioni wahhabite.
Oltre 700 gruppi wahhabiti hanno operato liberamente in Europa occidentale dalla primavera del 1999. A livello internazionale, hanno avuto un ruolo chiave nel finanziamento e nel sostegno degli estremisti albanesi, noti per essere profondamente coinvolti con la mafia della droga e che hanno contribuito a scatenare la guerra contro la Jugoslavia.
Per quanto riguarda Londra, a poco a poco si è trasformata in un centro mondiale del terrorismo. In questi giorni, la città è sede di un gruppo di “dissidenti musulmani”, come il famigerato Akhmed Zakayev, un esponente dei terroristi ceceni in Russia, accusato di rapimento e omicidio di oltre 300 persone da ottobre 1995 a dicembre 2000.
Un elenco pubblicato dal Dipartimento di Stato USA, una decina di anni fa, ha mostrato che 10 delle 30 organizzazioni terroristiche al momento hanno apertamente sede a Londra, più di 15 altre conducono campagne di finanziamento in Gran Bretagna. Negli anni ’90, l’Egitto di H. Mubarak ha presentato un elenco di 14 gruppi terroristici con sede a Londra e accusò le autorità britanniche di consentire ai terroristi di riparare in Gran Bretagna e soggiornarvi, dopo aver perpetrato atti terroristici. Il ministro degli interni egiziano H. al-Adly aveva detto, nel 1996, che tutti i terroristi, compresi quelli residenti in altri paesi europei, hanno iniziato la loro carriera a Londra. Il 14 dicembre 1997 il ministro degli esteri egiziano A. Moussa aveva consegnato all’ambasciatore britannico una lettera con una richiesta ufficiale alla Gran Bretagna di fermare i terroristi che ospita e di collaborare con l’Egitto nella lotta contro di loro.
Nei primi anni 2000, quando Usama bin Ladin si nascondeva dalla CIA in Afghanistan, i leader dei gruppi terroristici afghani non ebbero problemi ad operare a Londra, anche se la Gran Bretagna, insieme con gli Stati Uniti, era un membro della coalizione di guerra in Afghanistan. La totale assenza di segretezza sulla questione, fece  ricordare agli osservatori l’attività del governo de Gaulle in esilio, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Un leader dei Fratelli Musulmani, un gruppo radicale musulmano che è radicato a Londra, e sta attualmente preparandosi al sequestro del completo controllo dell’Egitto, ammette che il finanziamento delle divisioni britanniche della Fratellanza raggiunge i 500 milioni di dollari all’anno. Vale la pena di prendere in considerazione nel contesto che, come parte del programma coloniale, la Fratellanza Musulmana venne costituita dal servizio d’intelligence britannico nel 1928, per indurre una scissione all’interno del campo islamico mondiale pro-indipendenza.
Abu Hamza, l’ex imam della moschea di Finsbury Park a Londra, non fa mistero di come il denaro viene speso. Quando il conflitto armato scoppiò in Cecenia, aveva dichiarato la Jihad contro la Russia e si vantava di reclutare volontari – come riferito, fino a 40 persone ogni giorno – per combattere nella regione. Inoltre, Hamza era noto per inviare attivisti radicali islamici in Iran, Pakistan e anche Afghanistan, dove le forze britanniche sono state coinvolte militarmente.
Secondo i resoconti dei media occidentali e le rivelazioni di Wikileaks, nei primi mesi del 2009, il 32% dei giovani musulmani in Gran Bretagna è stato preparato a uccidere la gente in nome dell’Islam, e il 40% auspica la promulgazione della legge della Sharia. L’ex capo della polizia metropolitana di Londra, Lord John Stevens ha detto che circa 3.000 cittadini britannici erano stati addestrati nei campi di al-Qaida. Ha inoltre affermato, in un’intervista al News of the World, che almeno 200 terroristi inglesi erano pronti ad attaccare persone innocenti in nome dell’Islam, così come l’hanno compreso. L’Occidente che flirta con l’Islam radicale sta già subendone le conseguenze, l’Europa è il bersaglio insieme all’Asia e al Medio Oriente.
Gli esperti occidentali credono ragionevolmente che i centri europei dell’estremismo citano l’Islam come giustificazione della loro attività, contribuendo al terrorismo globale non meno delle loro controparti del Medio Oriente. Allo stato attuale, Gran Bretagna, Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Italia e Spagna sembrano essere esposti ai rischi più elevati. Si dovrebbe tenere a mente, però, che la fonte del pericolo da affrontare nel mondo non è l’Islam, ma le forze radicali dell’Islam politicizzato che sfrutta il vocabolario religioso per i propri fini disumani.

La ripubblicazione è gradita con riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Preparare la scacchiera allo “scontro di civiltà”: dividere, conquistare e dominare il “Nuovo Medio Oriente”

Mahdi Darius Nazemroaya, Global Research, 26 novembre 2011

Il nome di “primavera araba” è uno slogan inventato in uffici lontani, a Washington, Londra, Parigi e Bruxelles, da individui e gruppi che, oltre ad avere qualche conoscenza superficiale della regione, sanno molto poco degli arabi. Cosa sta accadendo tra i popoli arabi è naturalmente un fatto pacchetto misto. L’insurrezione fa parte di questo pacchetto quale opportunismo. Dove c’è la rivoluzione, c’è sempre la contro-rivoluzione.
Gli sconvolgimenti nel mondo arabo non sono un “risveglio” arabo, una tale termine implica che gli arabi abbiano sempre dormito mentre la dittatura e l’ingiustizia li circondavano. In realtà, il mondo arabo, che fa parte del più ampio mondo turco-arabo-iranico, è stato attraversato da frequenti rivolte che hanno abbattuto dittatori arabi, in coordinamento con paesi come Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. E’ stata l’interferenza di queste potenze, che ha sempre agito come contro-bilanciamento alla democrazia e continueranno a farlo.

Divide et impera: come la prima “Primavera araba” è stata manipolata
I piani per la riconfigurazione del Medio Oriente, iniziarono diversi anni prima della Prima Guerra Mondiale. E’ stato durante la prima guerra mondiale, tuttavia, che la manifestazione di questi disegni coloniali poterono rendersi visibili con la “Grande Rivolta Araba” contro l’Impero Ottomano.
Nonostante il fatto che  italiani, inglesi e francesi fossero le potenze coloniali che avevano impedito agli arabi di godere di una qualsiasi libertà in paesi come Algeria, Libia, Egitto e Sudan, queste potenze coloniali riuscirono a ritrarre se stesse come amiche e alleate della liberazione araba.
Durante la “Grande Rivolta Araba“, gli inglesi e i francesi effettivamente utilizzarono gli arabi come soldati di fanteria contro gli ottomani per promuovere i propri schemi geo-politici. L’accordo segreto Sykes-Picot tra Londra e Parigi ne è un esempio calzante. Francia e Gran Bretagna riuscirono solo ad utilizzare e manipolare gli arabi vendendogli l’idea della liberazione araba dalla cosiddetta “repressione” degli ottomani.
In realtà, l’Impero Ottomano era un impero multietnico. Ha dato l’autonomia locale e culturale a tutti i suoi popoli, ma fu manipolata per divenire una entità turca. Anche il genocidio armeno che ne deriverò nell’Anatolia ottomana, deve essere analizzato nel contesto stesso della contemporanea aggressione ai cristiani in Iraq, come parte di una esplosione settaria scatenata da attori esterni per dividere l’impero Ottomano, l’Anatolia e i cittadini dell’Impero Ottomano.
Dopo il crollo dell’Impero Ottomano, Londra e Parigi, mentre negarono la libertà agli arabi, sparsero i semi della discordia tra i popoli arabi. I corrotti leader locali arabi furono anche i partner del piano e molti di loro erano assai felici di diventare clienti di Gran Bretagna e Francia. Nello stesso senso, la “primavera araba” viene oggi manipolata. Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e altri lavorano con l’aiuto dei leader e personaggi arabi corrotti a ristrutturare il mondo arabo e l’Africa.

Il Piano Yinon: Ordine dal Caos…
Il Piano Yinon, che è una continuazione dello stratagemma britannico in Medio Oriente, è un piano strategico di Israele per garantire la superiorità regionale israeliana. Insiste e stabilisce che Israele deve riconfigurare la sua area geo-politica attraverso la balcanizzazione degli stati arabi circostanti, in stati più piccoli e più deboli.
Gli strateghi israeliani vedevano l’Iraq come la loro più grande sfida strategica da uno stato arabo. Ed è per questo che l’Iraq è stato delineato come il fulcro per la balcanizzazione del Medio Oriente e del mondo arabo. In Iraq, sulla base dei concetti del Piano Yinon, gli strateghi israeliani hanno chiesto la divisione dell’Iraq in uno stato curdo e due stati arabi, uno per i musulmani sciiti e l’altro per i musulmani sunniti. Il primo passo verso la creazione di ciò, fu la guerra tra Iraq e Iran, che il Piano Yinon discusse.
The Atlantic, nel 2008, e l’Armed Forces Journal dell’esercito statunitense, nel 2006, pubblicarono le mappe ampiamente diffuse che seguivano da vicino lo schema del Piano Yinon. A parte un Iraq diviso, che anche il Piano Biden chiede, il Piano Yinon prevede Libano, Egitto e Siria divise. La divisione di Iran, Turchia, Somalia e anche Pakistan ricadono tutti nella linea di questi punti di vista. Il Piano Yinon chiede anche la dissoluzione del Nord Africa e  prevede di iniziare da Egitto per poi scendere su Sudan, Libia e il resto della regione.

Consolidare il Regno: Ridefinire il mondo arabo
Anche se ottimizzato, il Piano Yinon è in movimento e prese vita sotto il “Clean Break“. Questo avviene attraverso un documento politico scritto nel 1996 da Richard Perle e dal Gruppo di Studio per “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” per Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele in quel momento. Perle è stato un ex sottosegretario del Pentagono al tempo di Roland Reagan e poi consigliere militare di George W. Bush Jr. e della Casa Bianca. A parte Perle, il resto dei membri del Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” era composta da James Colbert (Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale), Charles Fairbanks Jr. (Johns Hopkins University), Douglas Feith (Feith and Zell Associates), Robert Loewenberg (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), Jonathan Torop (‘Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente), David Wurmser (Istituto per gli Studi Strategici e Politici Avanzati), e Meyrav Wurmser (Johns Hopkins University). A Clean Break: Una nuova strategia per la Protezione del Regno è il nome completo di questo documento del 1996 sulla politica di Israele. Per molti aspetti, gli Stati Uniti persegue  gli obiettivi delineati nel documento politico di Tel Aviv del 1996, per garantire il “regno“. Inoltre, il termine “regno” implica la mentalità strategica degli autori. Un regno si riferisce sia al territorio governato da un monarca o a territori che ricadono sotto il regno di un monarca, ma non sono fisicamente sotto il loro controllo poiché hanno i vassalli che lo gestiscono. In questo contesto, la parola regno viene usata per indicare il Medio Oriente come il regno di Tel Aviv. Il fatto che Perle, sia qualcuno che fu essenzialmente un funzionario di carriera del Pentagono, ha aiutato l’autore del testo israeliano a chiedersi se il sovrano del regno concettualizzato sia Israele o gli Stati Uniti, o entrambi?

Consolidare il Regno: i progetti di Israele per destabilizzare Damasco
Il documento israeliano del 1996 chiede il “rollback della Siria“, già intorno al 2000 e successivamente, respingendo i siriani fuori dal Libano e destabilizzando la Repubblica araba siriana, con l’aiuto di Giordania e Turchia.  Questo ha avuto luogo rispettivamente nel 2005 e nel 2011. Il documento del 1996 afferma: “Israele può plasmare il suo contesto strategico, in cooperazione con la Turchia e la Giordania, indebolendo,  contenendo e anche respingendo la Siria, Questo sforzo può concentrarsi sulla rimozione di Saddam Hussein dal potere in Iraq – un importante obiettivo strategico israeliano di diritto – come mezzo per sventare le ambizioni regionali della Siria“. [1]
Come primo passo verso la creazione di un “Nuovo Medio Oriente” dominato da Israele e per circondare la Siria, il documento del 1996 chiede la rimozione del presidente Saddam Hussein dal potere a Baghdad, e allude anche alla balcanizzazione dell’Iraq e di forgiare un’alleanza strategica regionale contro Damasco, che includa un “Iraq Centrale” musulmano sunnita. Gli autori scrivono: “Ma la Siria entra in questo conflitto con potenziali punti deboli: Damasco è troppo preoccupata di trattare con la minacciata nuova equazione regionale, per permettersi distrazioni nel fianco libanese, e Damasco teme che il ‘asse naturale’ con Israele da un lato, con l’Iraq centrale e la Turchia dall’altra, e la Giordania, nel centro, stringerebbe e staccherebbe la Siria dalla penisola saudita. Per la Siria, questo potrebbe essere il preludio ad una ridefinizione della mappa del Medio Oriente, che potrebbe minacciare l’integrità territoriale della Siria“. [2]
Perle e il Gruppo di Studio su “Una nuova strategia israeliana verso il 2000” chiedono anche di cacciare i siriani dal Libano e di destabilizzare la Siria, utilizzando gli esponenti dell’opposizione libanese. Il documento afferma: “[Israele deve distogliere] l’attenzione della Siria usando elementi dell’opposizione libanese per destabilizzare il controllo siriano del Libano”  [3] Questo è ciò che sarebbe accaduto nel 2005 dopo l’assassinio di Hariri, che ha contribuito a lanciare la cosiddetta “rivoluzione dei cedri” e a creare la veemente anti-siriana Alleanza del 14 Marzo, controllata dal corrotto Said Hariri.
Il documento invita inoltre a Tel Aviv a “cogliere [l']occasione per ricordare al mondo la natura del regime siriano“. [4] Questo rientra chiaramente nella strategia israeliana di demonizzazione dei suoi avversari attraverso l’uso delle campagne di pubbliche relazioni (PR). Nel 2009, i media israeliani ammisero apertamente che Tel Aviv, attraverso le sue ambasciate e missioni diplomatiche, aveva lanciato una campagna globale per screditare le elezioni presidenziali iraniane, prima ancora che si svolgesse, attraverso una campagna mediatica, e ad organizzare proteste davanti alle ambasciate iraniane. [5]
Il documento menziona anche qualcosa che assomiglia a ciò che è attualmente in corso in Siria. Esso afferma: “La cosa più importante, è comprensibile che Israele abbia interesse nel sostegno diplomatico, militare e operativo della Turchia e della Giordania nelle azioni contro la Siria, ad esempio garantire alleanze tribali con le tribù arabe che attraversano il territorio siriano e sono ostili all’élite al potere siriana.” [6] Con gli eventi del 2011 in Siria, il movimento dei ribelli e il contrabbando di armi attraverso i confini giordano e turco, sono diventati un grave problema per Damasco.
In questo contesto, non sorprende che Ariel Sharon e Israele dicessero a Washington di attaccare la Siria, la Libia e l’Iran, dopo che l’invasione anglo-statunitense dell’Iraq. [7] Infine, è utile sapere che il documento israeliano ha anche sostenuto la guerra preventiva per formare il contesto geostrategico di Israele e ritagliarsi il “Nuovo Medio Oriente“. [8] Questa è una politica che gli Stati Uniti avrebbero anche adottato nel 2001.

L’eliminazione delle Comunità cristiane del Medio Oriente
Non è un caso che i cristiani egiziani siano stati attaccati nello stesso momento del Referendum nel Sud Sudan e prima della crisi in Libia. Né è un caso che i cristiani iracheni, una delle più antiche comunità cristiane del mondo, siano costretti all’esilio, lasciando le loro terre ancestrali in Iraq. In coincidenza con l’esodo dei cristiani iracheni, avvenuto sotto gli occhi attenti degli Stati Uniti e delle forze militari britanniche, i quartieri di Baghdad divennero settari mentre musulmani sciiti e sunniti furono costretti dagli squadroni della violenza e della morte a formare enclave settarie. Tutto questo è legato al Piano Yinon e alla riconfigurazione della regione come parte di un obiettivo più ampio.
In Iran, gli israeliani hanno cercato invano di ottenere cje la comunità ebraica iraniana se ne andasse. La popolazione ebraica iraniana è in realtà la seconda più grande del Medio Oriente e probabilmente la più antica comunità ebraica indisturbati in tutto il mondo. Gli ebrei iraniani si considerano iraniani legati all’Iran come loro patria, proprio come i musulmani e cristiani iraniani, e per loro il concetto di doversi trasferire in Israele, perché sono ebrei, è ridicolo.
In Libano, Israele ha lavorato ad esacerbare le tensioni settarie tra le varie fazioni cristiane e musulmane, così come i drusi. Il Libano è un trampolino di lancio verso la Siria e la divisione del Libano in diversi stati, è anche visto come un mezzo per balcanizzare la Siria in piccoli diversi stati arabi settari. Gli obiettivi del Piano Yinon sono dividere il Libano e la Siria in stati diversi, sulla base delle identità religiose e settarie, musulmani sunniti, sciiti, cristiani e drusi. Ci potrebbe anche essere l’obiettivo dell’esodo dei cristiani in Siria.
Il nuovo capo della Chiesa siro-cattolica maronita di Antiochia, la più grande delle autonome Chiese orientali cattoliche, ha espresso i suoi timori circa una epurazione dei cristiani arabi dal Levante e dal Medio Oriente. Il Patriarca Mar Beshara Boutros al-Rahi e molti altri leader cristiani in Libano e Siria, hanno paura dell’avvento dei Fratelli Musulmani in Siria. Come l’Iraq, gruppi misteriosi stanno attaccando le comunità cristiane in Siria. I leader della Chiesa cristiana ortodossa orientale, tra cui il patriarca ortodosso di Gerusalemme Est, hanno tutti espresso pubblicamente le loro gravi preoccupazioni. A parte gli arabi cristiani, questi timori sono condivisi anche dalla comunità assira e armena, che sono per lo più cristiane.
Sheikh al-Rahi è stato recentemente a Parigi, dove ha incontrato il presidente Nicolas Sarkozy. È stato riferito che il patriarca maronita e Sarkozy avevano disaccordi circa la Siria, cosa che ha spinto Sarkozy a dire che il regime siriano crollerà. La posizione del patriarca al-Rahi era che la Siria deve essere lasciata sola e permetterle la riforma. Il patriarca maronita ha anche detto a Sarkozy, che Israele doveva essere trattata come una minaccia, se la Francia vuole legittimamente che Hezbollah disarmi.
A causa della sua posizione in Francia, al-Rahi è stato immediatamente ringraziato dai leader religiosi cristiani e musulmani della Repubblica araba siriana, che lo hanno visitato in Libano. Hezbollah e i suoi alleati politici in Libano, che comprende la maggior parte i parlamentari cristiano nel parlamento libanese, ha anche lodato il Patriarca maronita, che poi fatto un tour nel Sud del Libano.
Sheikh al-Rahi è ora politicamente attaccato dall’Alleanza del 14 Marzo di Hariri, a causa della sua posizione su Hezbollah e il suo rifiuto a sostenere il rovesciamento del regime siriano. Una conferenza di figure cristiane è in realtà programmata da Hariri per opporsi al patriarca al-Rahi e alla posizione della Chiesa maronita. Dal momento che al-Rahi ha annunciato la sua posizione, il Partito Tahrir, che è attivo sia in Libano che in Siria, ha iniziato a bersagliarlo con le critiche. E’ anche stato riportato che alti funzionari statunitensi hanno anche cancellato i loro incontri con il patriarca maronita, come segno del loro disappunto circa le sue posizioni su Hezbollah e la Siria.
L’Alleanza del 14 Marzo in Libano di Hariri, che è sempre stata una minoranza popolare (anche quando si trattava di una maggioranza parlamentare), ha lavorato mano nella mano con Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Giordania, e gruppi che utilizzano la violenza e il terrorismo in Siria. I Fratelli Musulmani e altri cosiddetti gruppi salafiti provenienti dalla Siria, sonno coordinato ed hanno colloqui segreti con Hariri e i partiti politici cristiani in seno all’Alleanza del 14 Marzo. Questo è il motivo per cui Hariri e i suoi alleati hanno attaccato il Cardinale al-Rahi. Hariri e l’Alleanza del 14 Marzo che hanno anche portato Fatah al-Islam in Libano e hanno aiutato alcuni dei suoi membri a fuggire per andare a combattere in Siria.
Ci sono cecchini sconosciuti che stanno prendendo di mira i civili siriani e l’esercito siriano, al fine di causare caos e conflitti interni. Le comunità cristiana in Siria è anch’essa presi di mira da gruppi di sconosciuti. E’ molto probabile che gli aggressori siano una coalizione di forze di Stati Uniti, Francia, Giordania, Israele, Turchia, Arabia e Khalij (Golfo) che collaborano con alcuni siriani al suo interno.
Un esodo cristiano è in programma per il Medio Oriente per volontà di Washington, Tel Aviv e Bruxelles. E’ stato riferito che a Sheikh al-Rahi è stato detto a Parigi, dal presidente Nicolas Sarkozy, che le comunità cristiane del Levante e del Medio Oriente possono stabilirsi nell’Unione europea. Questo non è un’offerta generosa. E’ uno schiaffo in faccia dalle stessi potenze che hanno deliberatamente creato le condizioni per sradicare le antiche comunità cristiane del Medio Oriente. Lo scopo sembra essere il reinsediamento delle comunità cristiane al di fuori della regione o a delimitarle in enclavi. Entrambe le cose potrebbero essere degli obiettivi.
Questo progetto ha lo scopo di delineare le nazioni arabe lungo le linee nazioni esclusivamente musulmane ed è in conformità con il Piano Yinon e gli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti per il controllo dell’Eurasia. Una grande guerra potrebbe esserne l’esito. Gli arabi cristiani oggi hanno molto in comune con gli arabi di pelle nera.

Ri-Divisione dell’Africa: Il Piano Yinon è molto vivo e opera sul posto…
Per quanto riguarda l’Africa, Tel Aviv vede assicurarsi l’Africa come parte della sua periferia più ampia. Questa ampia cosiddetta “nuova periferia“. è diventata una base geo-strategica di Tel Aviv dal 1979, quando la “vecchia periferia” contro gli arabi che comprendeva l’Iran, che era uno dei più stretti alleati di Israele durante il periodo Pahlavi, cedette e crollò con la rivoluzione iraniana del 1979. In questo contesto, la “nuova periferia” di Israele è stata concepita con l’inclusione di paesi come Etiopia, Uganda e Kenya contro gli stati arabi e la Repubblica islamica dell’Iran. È per questo che Israele è stato così profondamente coinvolto nella balcanizzazione del Sudan.
Nello stesso contesto, come con le divisioni settarie in Medio Oriente, gli israeliani hanno illustrato i programmi per riconfigurare l’Africa. Il Piano Yinon cerca di delineare l’Africa sulla base di tre aspetti: (1) etno-linguistica, (2) colore della pelle e, infine, (3) religione. Per proteggere il regno, succede anche che l’Istituto di Alti Studi Strategici e Politici (IASPS), il think-tank israeliano che comprendeva Perle, ha anche spinto per la creazione da parte del Pentagono dell’Africa Command (AFRICOM) degli Stati Uniti.
Un tentativo di separare il punto di fusione delle identità araba e africana è in corso. Si cerca di tracciare le linee di divisione in Africa, tra una cosiddetta “Africa Nera” e un presunto  Nord Africa “non nero“. Questo fa parte di uno schema per creare uno scisma in Africa, tra ciò che si presume sia “arabo” e i cosiddetti “neri“.
Questo obiettivo è il motivo per cui l’identità ridicola di un “Sud Sudan africano” e un “Nord Sudan arabo” è stata favorita e promossa. È anche per questo i libici di pelle nera sono stati oggetto di una campagna per “ripulire il colore” della Libia. L’identità araba del Nord Africa si sta slegando dalla sua identità africana. Contemporaneamente vi è un tentativo di sradicare le grandi popolazioni di “pelle nera araba” in modo che vi sia una chiara demarcazione tra “Africa nera” e un nuovo Nord Africa “non nero“, che sarà trasformato in un terreno di lotta tra i rimanenti berberi e arabi “non neri“.
Nello stesso contesto, le tensioni vengono alimentate tra musulmani e cristiani in Africa, in posti come il Sudan e la Nigeria, per creare ulteriori linee e punti di frattura. Alimentare queste divisioni sulla base del colore della pelle, della religione, etnia e lingua, ha lo scopo di alimentare la dissociazione e la disunione in Africa. Tutto questo fa parte di una strategia più ampia per staccare l’Africa del Nord dal resto del continente africano.

Preparare la Scacchiera allo “scontro di civiltà
E’ a questo punto che tutti i pezzi devono essere messi insieme ed i punti devono essere collegati.
La scacchiera è stata organizzata per un “scontro di civiltà” e tutti i pezzi degli scacchi sono stati piazzati. Il mondo arabo è in procinto di essere chiuso e le linee di demarcazione netta si stanno creando. Queste linee di demarcazione stanno sostituendo le linee di transizione senza soluzione di continuità tra i diversi gruppi etno-linguistici, di colore della pelle e religiosi.
Nell’ambito di questo regime, non può più esserci una transizione alla fusione tra società e paesi. È per questo che i cristiani in Medio Oriente e Nord Africa, come i copti, sono presi di mira. È anche per questo che arabi e berberi di pelle nera, così come altri gruppi di popolazione del Nord Africa, che sono neri di pelle, si trovano ad affrontare il genocidio in Nord Africa.
Dopo l’Iraq e l’Egitto, la Libia e la Repubblica araba siriana sono entrambe rispettivamente importanti punti di destabilizzazione regionale in Nord Africa e Sud-Ovest asiatico. Ciò che succede in Libia avrà conseguenze per l’Africa, come quello che accade in Siria avrà effetti sul sud-ovest asiatico e oltre. Sia l’Iraq che l’Egitto, in connessione con quanto afferma il Piano Yinon, hanno agito come starter per la destabilizzazione di entrambi questi stati arabi.
Ciò che viene messo in scena è la creazione di un “Medio Oriente esclusivamente musulmano“, un’area (escluso Israele) che sarà in agitazione a causa degli scontri sciiti-sunniti. Uno scenario simile è stato attuato per un “Nord Africa non nero“, zona che sarà caratterizzata dallo scontro tra arabi e berberi. Allo stesso tempo, secondo il modello di “scontro di civiltà“, il Medio Oriente e il Nord Africa sono candidati ad essere contemporaneamente in conflitto con il cosiddetto “Occidente” e l'”Africa Nera“.
Questo è il motivo per cui sia Nicolas Sarzoky, in Francia, che David Cameron, in Gran Bretagna, in mutue dichiarazioni, durante l’inizio del conflitto in Libia, secondo cui il multiculturalismo è morto nelle loro rispettive società occidentali europee. [9] Il multiculturalismo reale minaccia la legittimità del programma di guerra della NATO. Esso costituisce anche un ostacolo alla realizzazione dello “scontro di civiltà“, che costituisce la pietra angolare della politica estera degli Stati Uniti.
A questo proposito, Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, spiega perché il multiculturalismo è una minaccia per Washington e i suoi alleati: “L’America diventa una società sempre più multiculturale, e può risultare più difficile costruire un consenso sulla politica estera [ad esempio, la guerra contro il mondo arabo, la Cina, l'Iran o la Russia e l'ex Unione Sovietica], tranne che nelle circostanze di una minaccia esterna diretta veramente grande e ampiamente percepita. Tale consenso generale, esisteva tutta la seconda guerra mondiale e anche durante la guerra fredda [e ora esiste a causa della 'Guerra Globale al Terrore'].” [10] La frase successiva di Brzezinski qualifica il motivo per cui le popolazioni si sarebbero opposte nel sostenere le guerre: “[Il consenso] era radicato, però, non solo in profondità nei valori democratici condivisi, quali il pubblico percepiva esser minacciati, ma anche in una cultura e affinità etniche per le vittime prevalentemente europee dei totalitarismi ostili“. [11]
Rischiando di essere ridondante, è da ricordare ancora una volta che è proprio con l’intenzione di rompere queste affinità culturali tra il Medio Oriente-Nord Africa (MENA) e il cosiddetto “mondo occidentale” e sub-sahariano, che i cristiani e i popoli di pelle nera sono presi di mira.

Etnocentrismo e ideologia: Giustificare oggi le “guerre giuste
In passato, le potenze coloniali dell’Europa occidentale avrebbero indottrinato i loro popoli. Il loro obiettivo era quello di acquisire il sostegno popolare per la conquista coloniale. Questo ha preso la forma della diffusione del cristianesimo e promuovere dei valori cristiani, con l’appoggio di mercanti armati ed eserciti coloniali.
Allo stesso tempo, le ideologie razziste sono state messe avanti. I popoli le cui terre furono colonizzate furono descritti come “sub-umani“, inferiori o senz’anima. Infine, il “fardello dell’uomo bianco“, l’assumere una missione di civilizzazione dei cosiddetti “popoli incivili del mondo” venne utilizzato. Questo quadro ideologico coerente è stato utilizzato per ritrarre il colonialismo come una “giusta causa“. Quest’ultima, a sua volta, è stata utilizzata per fornire legittimità nel condurre “guerre giuste” come mezzo per conquistare e “civilizzare” terre straniere.
Oggi, i disegni imperialisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania non sono cambiati. Ciò che è cambiato è il pretesto e la giustificazione per scatenare le loro guerre di conquista neo-coloniali. Durante il periodo coloniale, le narrazioni e le giustificazioni per a guerra sono state accettate dall’opinione pubblica dei paesi colonizzatori, come Gran Bretagna e Francia.  Oggi “guerre giuste” e “giuste cause” sono in corso sotto le insegne dei diritti delle donne, diritti umani, dell’umanitarismo e della democrazia.

Mahdi Darius Nazemroaya è un pluripremiato scrittore da Ottawa, Canada. È un sociologo e ricercatore associato presso il Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (CRG), Montreal. Era un testimone della “primavera araba” in azione nel Nord Africa. Mentre era presente in Libia durante la campagna di bombardamenti della NATO, è stato inviato speciale per il sindacato investigativo del programma KPFA Flashpoints, che va in onda da Berkeley, California.

NOTE
[1] Richard Perle et al., A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm (Washington, DC and Tel Aviv: Institute for Advanced Strategic and Political Studies), 1996.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Barak Ravid, “Israeli diplomats told to take offensive in PR war against Iran,” Haaretz, 1 giugno 2009.
[6] Perle et al., Clean Break, op. cit.
[7] Aluf Benn, “Sharon says US should also disarm Iran, Libya and Syria,” Haaretz, 30 settembre 2009.
[8] Richard Perle et al., Clean Break, op. cit.
[9] Robert Marquand, “Why Europe is turning away from multiculturalism,” Christian Science Monitor, 4 marzo 2011.
[10] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (New York: Basic Books October 1997), p.211.
[11] Ibidem.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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