La carta curda giocata da Washington

Olga Zhigalina (Russia) New Oriental OutlookOriental Review 14 maggio 2013
INTER-201025-Turquie-Kurdistan_grandL’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo Persico hanno interesse nel piano per istituire un “Grande Kurdistan”, elemento importante della dottrina statunitense del “Grande Medio Oriente”.  Queste monarchie vogliono che l’Iraq, la Siria, l’Iran e la Turchia vengano rapidamente smembrate.  Non è la prima volta che Washington prova a giocare la “carta curda” nella regione, ed intende utilizzare i curdi come “quinta colonna” per aumentare la pressione sui regimi al potere, in particolare in Iran e Siria. Marcate modifiche si sono avute proprio in questo secolo, nel movimento democratico nazionale curdo. La caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq e la sua occupazione da parte delle forze della coalizione a guida USA, è stato un fattore importante nel scatenare il nazionalismo tra i curdi iracheni. Il processo politico iracheno ha contribuito al riconoscimento dell’autonomia del Kurdistan iracheno nella costituzione del nuovo stato federato del 2005. L’élite nazionale curda ha accettato il federalismo nell’Iraq post-Saddam e ha proposto una nuova versione nazionalista della semi-indipendenza della loro regione. Nel 2012, i curdi in Siria occuparono parte del Kurdistan siriano e formarono una regione curda autonoma. Il governo iraniano si avvicinava all’opposizione curda con la proposta di avviare negoziati. Le nuove tendenze in atto in Turchia poterono in grado di facilitare i progressi sul problema curdo.
L’interesse del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan nel mantenere il Partito Sviluppo e Giustizia (AKP) al potere e le sue aspirazioni verso la presidenza, hanno contribuito a qualche allentamento della sua linea dura contro i curdi: apparentemente aveva iniziato a mostrare la volontà di modificare la costituzione del Paese e di alterarne il sistema politico. La montante crisi siriana e il deterioramento della situazione al confine turco-siriano (lungo 500 km ed abitato prevalentemente da curdi) hanno spinto Erdo?an ad adottare misure più drastiche. A un tratto si è reso conto che la politica della Turchia verso la Siria, e in particolare il suo sostegno all’opposizione siriana, veniva giocata dai curdi della Turchia, in particolare dal PKK, sostenendone e favorendone l’avanzata  demografica, politica e militare. Ciò significava che il coinvolgimento della Turchia nelle ampie  azioni internazionali e regionali volte a limitare l’influenza iraniana su Damasco avrebbe complicato le relazioni turco-russe e intensificato il conflitto armato con il PKK. Pertanto, la preoccupazione per la questione curda in Turchia e la creazione dell’autogoverno curdo in parte del Kurdistan siriano, ha spinto i leader della Turchia a moderare le loro mire espansionistiche verso la Siria e fare il passo inedito di aprire dei colloqui con Abdullah Ocalan, nonostante l’opposizione dai nazionalisti e dei militari turchi.
I colloqui avviati dal gruppo parlamentare curdo coinvolsero rappresentanti dell’intelligence turca,  producendo un accordo con il capo del PKK Ocalan. Il PKK era stata dichiarata organizzazione terroristica dai leader della Turchia ed opera illegalmente in Turchia. Nonostante un penoso processo di raggiungimento di un accordo sia in corso, si può dire che riguarda disposizioni intese a frenare le aspirazioni nazionaliste dei curdi. L’élite politica curda ha reagito in modo ambivalente verso la riconciliazione di Ocalan con le autorità turche, con gli oppositori che affermano che le speranze dei curdi possono realizzarsi solo attraverso la “disintegrazione” di altri Paesi, in particolare la Siria e l’Iraq. Diffidano dell’accordo di Ocalan nel disarmare e ritirare i combattenti curdi provenienti dalla Repubblica di Turchia. Altri sostengono la tesi contraria, che il cessate il fuoco aiuterà il movimento curdo ad espandersi e nel fornire ai curdi più opportunità per soddisfare le loro richieste nell’ambito della struttura statale esistente. L’Unione europea, gli Stati Uniti e i curdi iracheni vedono il processo dei negoziati come una mossa positiva. Washington ha detto che sosterrà il popolo della Turchia nei suoi sforzi per risolvere il problema. L’UE ha esortato le parti ad incontrarsi e a raggiungere la pace promettendo pieno sostegno al processo di pace. I rappresentanti dei curdi iracheni hanno espresso soddisfazione per i curdi turchi che si muovono nella giusta direzione, anche se sentono che sia ancora presto.
Nel frattempo, c’è tensione in Turchia tra sostenitori e oppositori della politica conciliante sulla questione curda. Alcuni curdi ritengono che tale politica può causare una spaccatura nel PKK e la sua eliminazione progressiva, e che ciò interessa le autorità turche e l’occidente. Ci sono aspetti positivi e negativi nei tentativi del governo della Turchia di raggiungere un accordo con il PKK. Il governo turco ha riconosciuto per la prima volta che Ocalan è il leader politico dei curdi della Turchia e non un terrorista, ed ha ritenuto opportuno avviare negoziati con lui sulla questione curda. I politici si sono rifiutati di discutere con lui di una prospettiva nazionalista. Vogliono porre la questione di far tornare le relazioni turco-curdi a prima del periodo di Kemal, all’epoca dell’impero ottomano, quando il Kurdistan godeva di uno status speciale. Erdogan ha anche accennato alla possibilità di discutere una struttura federata, in futuro. Tuttavia, questo non significa che i curdi guadagnano terreno verso il raggiungimento dei loro obiettivi nazionali, come la creazione di uno Stato curdo. Nel suo messaggio del marzo 2013, tuttavia, il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) Ocalan ha detto che la fine della lotta armata tra i combattenti curdi e l’esercito turco apre le porte a una nuova fase dello sviluppo del movimento curdo, all’intensificazione della lotta democratica e all’espansione del movimento. Possiamo supporre che, accettando le garanzie costituzionali ai diritti dei curdi, prenderanno respiro iniziando una nuova fase della loro lotta.
Nel frattempo, né la Turchia (e gli altri leader regionali), né gli Stati Uniti sono interessati a creare uno Stato curdo. Gli Stati Uniti sono sempre stati disposti a mantenere in vita il problema curdo,  riuscendo a mantenere vantaggiosamente l’equilibrio delle forze di cui hanno bisogno nella regione. Infatti, la perdita del Kurdistan della Turchia ne indebolirebbe significativamente la posizione geopolitica in Asia occidentale, impedendole di realizzare i piani strategici per l’Asia centrale, il Caucaso e la Russia. Uno Stato curdo unificato (costituito dalle aree curde della Turchia e dell’Iraq) dominerebbe le regioni del sud-est e dell’est della Turchia, bloccandone l’accesso all’Azerbaigian, al Caucaso e alle repubbliche turche dell’Asia centrale. Rivali della Turchia nell’influenza nel Caucaso e in Asia centrale, gli Stati Uniti si sono già assicurati posizioni decenti in Azerbaigian. Se il gasdotto che collega il giacimento di Shah Deniz in Azerbaigian con la città turca di Erzurum (attraverso il quale già passa un gasdotto che collega la Turchia e l’Iran) verrà costruito, gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto il sostegno dei curdi turchi, saranno in grado di controllare le forniture energetiche dall’Asia centrale alla Turchia.
Prendendo l’iniziativa politica di placare i curdi turchi, allontanandoli dagli Stati Uniti, i leader turchi cercano di evitare che gli Stati Uniti e Israele utilizzino il fattore curdo per bloccare gli interessi della Turchia nel Caucaso e nella regione del Mar Caspio. Anche ignorando le critiche degli Stati Uniti, bypassando Baghdad per concludere contratti petroliferi diretti con la regione del Kurdistan iracheno. La Turchia continua a rafforzare il suoi contatti commerciali ed economici con i curdi iracheni nonostante le preoccupazioni dell’amministrazione Obama che ciò possa destabilizzare l’Iraq. In una conversazione telefonica con il presidente del Kurdistan Massoud Barzani, il segretario di Stato degli Stati Uniti John Kerry ha insistito sul fatto che i curdi iracheni non devono stipulare contratti di forniture di greggio alla Turchia ignorando Baghdad, sostenendo che ciò potrebbe portare alla disintegrazione del Paese. Desiderando rimanere l’unico arbitro regionale, gli Stati Uniti tentano di bloccare e indebolire la posizione della Turchia in Iraq e nel Kurdistan turco, dove la Turchia ha iniziato a rivendicare un ruolo nuovo e più significativo. Il processo di pace nel Kurdistan turco, innescato dagli eventi in Siria, favorisce Erdogan che vuole concorrere alla presidenza, così come alcuni politici turchi che cercano di espandere i loro progetti politici ed economici nel Caucaso e in Asia centrale. Tuttavia, è ancora troppo presto per valutarne l’impatto sui curdi della Turchia.

Olga Zhigalina, Dr. sc.  (Storia), è capo della sezione di curdologia e studi regionali del Medio Oriente e Senior Fellow del Centro per lo Studio dei Paesi del Medio Oriente dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La via maestra per Gerusalemme: Hamas ha tradito l’Iran e la Siria

Fida Dakroub Mondialisation.ca, 28 Novembre 2012

Generalità Quando l’emiro del Qatar, Hamad, era arrivato a Gaza a capo di una folta delegazione tra cui sua moglie Moza e il suo primo ministro Hamad, che non è lo sceicco emiro, è stato accolto dal capo del governo di Hamas, Ismail Haniyeh, che aveva organizzato una grande cerimonia per l’occasione. I due uomini stavano fianco a fianco, mentre gli inni nazionali palestinese e del Qatar venivano suonati. Naturalmente il tappeto rosso è stato srotolato in suo onore, e l’emiro è stato poi salutato da una folla di Hamas, dai ministri del governo di Gaza e dal leader in esilio del movimento, Saleh Arouri, entrato in territorio palestinese per l’occasione più gloriosa. [1] Inoltre, il signor Taher al-Nunu, portavoce del capo del governo di Hamas a Gaza, che avrà ingoiato la lingua quando recitava  fedeltà al nuovo emiro, aveva detto che la visita è stata di grande importanza politica perché era il primo leader arabo, o piuttosto “arabico” secondo la nostra nomenclatura [2], a rompere la politica del blocco [3].
Mortaretti sono stati sparati con gioia, ovviamente nel cielo di Gaza, assediata da un millennio e più, dalla soldataglia israeliana e dal tradimento arabo. Per le strade, migliaia di bandiere palestinesi e qatariote erano appese assieme a foto giganti dello sceicco Hamad: “Grazie al Qatar che mantiene le sue promesse” (sic) o “Benvenuto” si poteva leggere sui cartelli lungo la strada Salahuddin, che attraversa il territorio palestinese da nord a sud. L’emiro aveva accettato di aumentare gli investimenti del Qatar da 254 a 400 milioni di euro, ha dichiarato Haniyeh nel corso di una cerimonia a Khan Younis, in presenza dello sceicco Hamad, ponendo la prima pietra di un progetto per alloggiare le famiglie palestinesi svantaggiate, che avrebbe avuto anche il nome di sua allegrezza: Hamad o emiro del Qatar.
L’onnipresenza di sua allegrezza ha preceduto l’operazione militare israeliana denominata “pilastro della difesa“, questa corsa improvvisa per l’influenza del Qatar a Gaza, nell’estasi dei leader di Hamas sul valico di Rafah toccati dallo Spirito Santo oscurantista del dispotismo arabo; questa ascesa dell’emiro mentre scendeva, questa sua apparizione mentre si nascondeva, questo silenzio mentre parlava, questo rumore mentre restava in silenzio, non erano un privilegio della natura, come proclamato dall’emiro e dai suoi adulatori, né una allucinazione collettiva, come sostengono i suoi detrattori, ma solo un errore di calcolo dei leader di Hamas dopo il vile tradimento verso la Siria e l’Iran.

Il tradimento di Hamas verso la Siria e l’Iran
Prima di ogni altra cosa, ciò che mancava ai media della “resistenza” durante le ultime violenze a Gaza, è stato il coraggio! Non quello di insultare il loro “nemico” Israele, ma piuttosto il coraggio di svergognare il cosiddetto “alleato”, quando si è trasformato in Dalila, e l’”alleanza” con lui dalla capigliatura ambita da Sansone [4]. Questo è ciò che i media pretesi “resistenti” non osavano fare in risposta al tradimento di Hamas verso la Siria e l’Iran. Inoltre, lontano dal rumore dei proiettili e dei razzi di entrambe le parti, una domanda molto semplice s’impose il primo giorno delle operazioni contro Gaza, a cui né i media arabi “resistenti”, né quelli d’Israele ebbero il “coraggio” di rispondere: cosa ha spinto il primo ministro israeliano, Netanyahu, a dare via libera all’operazione militare? La semplicità di questa domanda, a questo punto, non esclude una certa difficoltà a rispondere infine; la “risposta” non ce l’aspettiamo, naturalmente, da una tale confusione mediatica che non serve a presentare i fatti oggettivi dell’operazione, o a “rispondere” alla domanda precedente.
In altre parole, tutto ciò che è stato detto, tutto ciò che è stato pubblicato, sia dai media israeliani che dai loro “nemici”, i media “resistenti”, non formano, secondo l’analisi del discorso, materia analitica di fatti oggettivi che riportino all’operazione “pilastro della difesa“, e la sola analisi da trarre dalla sintesi dei due discorsi, israeliano e “resistente”, è che i due gruppi hanno saputo ben gestire, durante la condotta delle operazioni militari, l’arte della propaganda! Infatti, all’inizio della campagna imperialista contro la Siria nel marzo 2011, Hamas si è schierata con la cosiddetta “rivoluzione siriana”, o anche con la guerra imperialista contro la Siria, giustificandosi dicendo di spostare il “fucile da una spalla all’altra“, secondo l’espressione libanese per “sottomissione alla volontà dei popoli arabi” in piena primavera araba. [5]
Basta fare un parallelo con la visita del Primo Ministro del movimento islamico palestinese di Hamas, Ismail Haniyeh, a Cairo il 24 febbraio 2012, quando aveva lodato ciò che aveva chiamato la “ricerca del popolo siriano della libertà e della democrazia [6]” (sic). “Mi congratulo con l’eroico popolo di Siria, che anela alla libertà, alla democrazia e alle riforme”, aveva detto Haniyeh davanti a una folla di sostenitori riuniti nella moschea di al-Azhar, per una manifestazione dedicata al “supporto” (sic) alla moschea di al-Aqsa a Gerusalemme e al popolo siriano. [7] E’ anche interessante sapere che la prima visita ufficiale del Primo Ministro Haniyeh, da Gaza, fu a Mokattam, sede a Cairo dei Fratelli musulmani, dove aveva detto che Hamas è un “movimento jihadista palestinese della Fratellanza”. Haniyeh aveva parlato a una folla di sostenitori della Fratellanza musulmana, che scandiva “Né Iran, né Hezbollha“, “Siria islamica“, “Fuori Bashar, vattene macellaio“, mentre sua Santità Haniyeh era rimasto di marmo [8].
Inoltre, va notato che Hamas non è solo un movimento islamista palestinese, ma ha anche da una precisa ideologia; i Fratelli musulmani sono i peggiori nemici del potere politico in Siria. I suoi tre fondatori, Ahmed Yassin, Abdel-Aziz al-Rantisi e Mohammed Taha erano anche loro dei Fratelli musulmani, il che spiega perché i leader di Hamas si sono rivolti contro il presidente Bashar al-Assad, storico sostenitore della causa palestinese, dopo che per molti anni la Siria li ha sostenuti  contro Israele, ripiegando bruscamente di 180°, per posizionarsi nel campo contrapposto a Damasco, tradendola alleandosi a Turchia, Egitto, emirati e sultanati arabi del Golfo Persico, entrando in conflitto con l’”asse della resistenza” o arco sciita, secondo la nomenclatura della reazione araba e dell’imperialismo mondiale.

Hamas sulla strada dell’accordo Oslo 2
Soprattutto, secondo Amos Harel, analista del quotidiano israeliano Haaretz, all’inizio dell’operazione militare israeliana a Gaza, né Hamas né Israele avevano interesse a un confronto militare prolungato, o ad impegnarsi in un nuova “farsa” come la guerra di Gaza nel 2008-2009. Inoltre, Harel ha aggiunto che la valutazione dei servizi segreti israeliani, riferita all’ufficio del primo ministro Netanyahu, dichiarava che Hamas si considerava fuori dal confronto militare, e non aveva alcun interesse ad interferire. Ha detto anche che, ogni volta che Hamas doveva scegliere tra il valore reale della resistenza e il potere politico, ha sempre scelto quest’ultimo. [9]
Diversi indizi ci inducono a concludere che Hamas si stia muovendo verso una nuova “Oslo”, che porterebbe al riconoscimento di Israele, in primo luogo, e ad abbandonare l’”asse della resistenza”, tradendo la Siria e l’Iran. Ricevendo la benedizione dello Spirito Santo della reazione araba, posizionandosi nel campo dei cosiddetti “arabi moderati”, vale a dire per la guerra imperialista contro la Siria, Hamas apre, infatti, una porta verso una nuova “Oslo” che porterebbe al riconoscimento di Israele sponsorizzato, questa volta, dall’emirato del Qatar. La “grandiosa” visita di sua allegrezza l’emiro del Qatar a Gaza lo conferma, soprattutto dopo che l’emiro aveva annunciato un aiuto di 400 milioni di dollari per Gaza [10] e 2 miliardi di dollari per l’Egitto [11].
In secondo luogo, la sponsorizzazione dell’ultimo cessate il fuoco tra Israele e Gaza da parte dell’Egitto, e la sua conclusione improvvisa, ha escluso le organizzazioni palestinesi che continuano ad adottare la scelta della resistenza, e che non sono ancora coinvolte nella Santa Alleanza contro la Siria, come la Jihad islamica e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. A questo si aggiunga che l’intervento dell’Egitto e la sua precipitazione alla dichiarazione del cessate il fuoco, hanno anche lo scopo di supportare l’autorità di Hamas a Gaza contro la Jihad e il FPLP. Va notato qui che Hamas non ha preso parte alle schermaglie che hanno preceduto l’assassinio di al-Jaabari, tra Israele da una parte e le organizzazioni palestinesi dall’altra parte, e che i combattenti di Hamas non hanno sparato un solo colpo contro Israele, durante gli scontri precedenti; i suoi leader non volevano lasciarsi provocare a uno scontro con Israele, cosa che avrebbe interferito con il loro proposito di mettersi sotto il mantello dell’emiro del Qatar, Hamad. Più tardi, Hamas è stata costretta a prendere parte alle operazioni militari solo dopo l’assassinio di uno dei suoi comandanti, al-Jaabari; altrimenti la “farsa” sarebbe stata scandalosa!
In terzo luogo, quando Cairo ha segnalato il cessate il fuoco, il leader di Hamas, Khaled Mashaal, non ha fatto il minimo riferimento al ruolo della Siria o della Repubblica Islamica dell’Iran, che hanno sostenuto, in tanti anni, la causa palestinese; in particolare Hamas. Ciò ha indotto il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad alludere all’ingratitudine e alla mancanza di riconoscimento dei leader di Hamas verso l’Iran e la Siria. [12]
In quarto luogo, la “sorpresa della sorpresa” che abbiamo dai leader di Hamas è l’ultima fatwa [13] che vieta, sotto pena di scomunica, attacchi contro Israele [14]! Tale fatwa viene utilizzata per stabilire e dare legittimità religiosa all’accordo di pace imminente tra Israele e Hamas, e ciò su tre livelli: rapporti con Israele, rapporti intra-palestinesi, e rapporti inter-arabi.

La fatwa di Hamas che vieta le operazioni militari contro Israele
In primo luogo, a livello di relazioni con Israele, una fatwa faciliterebbe nel prossimo futuro la dichiarazione di Gaza a territorio “indipendente”, non da Israele, ma dalla Cisgiordania, dove il capo dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas, ha passato a Ramallah il resto della vita lottando, così per dire, come Simón Bolívar, contro il vuoto e la noia, a caccia di mosche verdi nel labirinto  del suo penoso ozio [15]. Inoltre, questa fatwa conferma, prima di tutto, la frontiera della “Palestina” e la formalizza! Non la Palestina del 1948, né del 1967, né del 1992, ma piuttosto una sorta di miniatura di una qualsiasi Palestina microscopica, che si estenda lungo la costa del Mediterraneo, da nord a sud della Striscia di Gaza!

Congratulazioni Hamas! Madre de Deus, Nostro Sennor! [16]
In secondo luogo, a livello intra-palestinese, la fatwa vieta qualsiasi azione militare contro Israele,  definendo quindi Hamas come l’unica autorità militare, politica, civile e religiosa di Gaza, l’unica che potrebbe decidere la guerra o la pace con Israele. Tuttavia, questa “ascesa” di Hamas fra gli dei formalizza e istituzionalizza il suo potere non solo a Gaza, ma anche nella diaspora palestinese,  accelerando la creazione di due “entità” isolate e separate dal territorio Israele: l’emirato di Hamas a Gaza e la contea dell’OLP nella West Bank.

Che farsa! Che tragedia! Allora il Signore fu con Giosuè, e la sua fama si diffuse in tutto il paese [17]
In terzo luogo, a livello inter-arabo, la fatwa è una dichiarazione di Hamas, chiara come il cielo blu di Beirut a luglio, della rottura completa con il resto dei paesi arabi che ancora resistono alla normalizzazione con Israele, e conferma anche che la resistenza non è più una scelta, e ciò con  dispiacere del discorso trionfalistico dei millantatori e degli sbruffoni dei media palestinesi e di quelli etichettati “resistenti”, dopo la dichiarazione della tregua tra Israele e Gaza.

Cosa è successo a Nasreddin Hodja Djeha quando tagliò il ramo su cui sedeva
Nasreddin Hodja Djeha stava a cavalcioni di un grosso ramo di ciliegio, coi calzoni larghi e un lungo caffettano bianco che circondava la sua vita e le gambe che ondeggiavano da una parte all’altra, ogni volta che brandiva l’ascia.
- Salute su di voi, Effendi Nasreddin Hodja Djeha! gli disse una voce.
- Che sia con te, Effendi Khalid! disse Nasreddin Hodja Djeha stando seduto sul ramo. Posando la sua ascia, sistemava il turbante che gli era scivolato.
- Cadrai dall’albero! gli disse Khalid, Guarda che ci sei seduto!
- Faresti meglio a guardare dove cammini, rispose Nasreddin Hodja Djeha. Le persone che guardano le cime degli alberi e le nuvole è sicuro che sbattono le dita dei piedi.
Improvvisamente, il ramo cadde a terra, seguito dall’ascia e poi da Nasreddin Hodja Djeha. Era troppo occupato per notare che era seduto sul lato sbagliato del ramo che stava tagliando. In conclusione, sembra che il destino di Hamas, dopo la rottura con la Siria e l’Iran e dopo il precipitazione dei suoi dirigenti a presentarsi sotto il mantello dell’emiro del Qatar, non sarà in nessun punto meno tragico del destino di mullah Nasreddin Hodja Djeha quando tagliò il ramo su cui era seduto. Escludendosi dalla retroguardia – Iran e la Siria – la Striscia di Gaza sarà da oggi vittima degli stati d’animo dei re d’Israele.

Fida Dakroub, Ph.D Sito ufficiale dell’autrice: FidaDakroub.net

Note
[1] L’Orient-Le Jour, 23 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar, ‘il primo leader arabo a rompere la politica del blocco’ a Gaza
[2] Distinguiamo nei nostri scritti l’arabo e l’arabico o abitante della penisola arabica, che per il suo substrato culturale, si oppone al primo. Quest’ultimo è stato creato in Siria, proprio a Damasco, attraverso le civiltà siriaca e greca, o cristiano siriana, una delle più grandi civiltà della storia umana, la civiltà araba.
[3] loc.
[4] Tra i testi biblici che hanno ispirato l’artista, vi è la saga di Sansone e Dalila con la loro disavventura. Questa storia appare nel libro dei Giudici (13: 1-16: 22).
[5] L’autrice usa l’espressione ironica “la primavera degli arabi” al posto della “primavera araba”.
[6] France 24, 24 febbraio 2012, “Hamas formalizza il suo divorzio con il regime di Damasco.”
[7] loc.
[8] loc.
[9] Harel, Amos, 15 novembre 2012, “L’escalation a Gaza non significa necessariamente che Israele vada in guerra”, Haaretz.
[10] Rudoren, Jodi, 23 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar visita Gaza donando 400 milioni di dollari ad Hamas“, The New York Times.
[11] Henderson, Simon, 22 ottobre 2012, “L’emiro del Qatar visita Gaza“, Washington Institute
[12] Dichiarazione del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
[13] Una fatwa è, nell’Islam, una consulenza legale fornita da uno specialista in legge islamica su una particolare questione.
[14] Kamal, Sana, 27 novembre 2012, al-Akhbar
[15] Allusione al romanzo di Gabriel García Márquez “Il generale nel labirinto“. Si tratta di un racconto romanzato degli ultimi giorni di Simon Bolivar, il liberatore e leader della Colombia, che racconta anche l’ultimo viaggio di Bolivar da Bogotà fino alla costa settentrionale della Colombia, nel suo tentativo di lasciare l’America del Sud esiliandosi in Europa.
[16] Madre di Dio, nostro Signore. Il manoscritto del Cantigas de Santa María è una delle più grandi collezioni di canzoni monofoniche della letteratura medievale occidentale, scritta durante il regno di re Alfonso X di Castiglia, conosciuto come el Sabio o il Saggio (1221-1284).
[17] Libro di Giosuè, 6:27.

Dottoressa ricercatrice in Studi francesi (University of Western Ontario, 2010) Fida Dakroub è una scrittrice e ricercatrice in teoria bachtiniana. È anche un’attivista per la pace e i diritti civili.
Copyright © 2012 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio SitoAurora

I Fratelli musulmani dell’Egitto, fantocci dell’occidente, invocano la guerra in Siria

Tony Cartalucci, Land Destroyer, 28 maggio 2012

Ci si aspetterebbe che dei presumibilmente “espliciti” critici di Stati Uniti e Israele rappresentino l’antitesi di qualsiasi politica estera congiunta USA-israeliana, soprattutto quando si tratta dei grandi massacri di arabi per espandere l’egemonia occidentale in Medio Oriente. Eppure, la Fratellanza musulmana egiziana ha fatto l’esatto contrario, dopo una lunga campagna di finto anti-americanismo e di finta propaganda anti-israeliana, durante la corsa presidenziale egiziana la Fratellanza musulmana ha aderito alla richiesta di statunitensi, europei ed israeliani per l’intervento  “internazionale” in Siria.
Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha recentemente chiesto un intervento internazionale in Siria, citando il presunto massacro di Houla, cosa riecheggiata in Egitto dal portavoce dei Fratelli musulmani Mahmoud Ghozlan, che ha dichiarato la stessa cosa. Il ramo siriano della Fratellanza musulmana vi è coinvolta pesantemente, guidando di fatto la violenza settaria sostenuta da Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Qatar che sta devastando la Siria da oltre un anno. In uno articolo del 6 maggio 2012, la Reuters ha affermato:
Lavorando con calma, la Fratellanza ha finanziato i disertori dell’esercito libero siriano in Turchia e ha fornito denaro e rifornimenti in Siria, ravvivando la sua base tra i piccoli agricoltori e la classe media sunniti, dicono le fonti dell’opposizione.”
Se la Reuters non riesce a spiegare il “come” dietro la resurrezione della Fratellanza, ciò viene rivelato in un articolo del 2007 del New Yorker, intitolato The Redirection di Seymour Hersh, secondo cui la Fratellanza era direttamente sostenuta da Stati Uniti e Israele, che stavano incanalando aiuti attraverso i sauditi, in modo da non compromettere la “credibilità” del cosiddetto movimento “islamico”. Hersh ha rivelato che i membri della cricca libanese di Saad Hariri, allora guidata da Fouad Siniora, era stata l’intermediaria tra gli strateghi statunitensi e la Fratellanza musulmana siriana.
Hersh riferisce che la fazione libanese di Hariri aveva incontrato Dick Cheney a Washington e gli aveva riferito personalmente dell’importanza di utilizzare i Fratelli musulmani siriani in ogni mossa contro il governo in carica:
“[Walid] Jumblatt poi mi ha detto che aveva incontrato il vicepresidente Cheney a Washington, lo scorso autunno, per discutere, tra l’altro, della possibilità di minare Assad. Lui e i suoi colleghi avevano consigliato Cheney che, se gli Stati Uniti tentavano di agire contro la Siria, i membri della Fratellanza musulmana siriana sarebbero stati “quelli con cui parlare”, aveva detto Jumblatt.”- The Redirection, Seymour Hersh
L’articolo avrebbe continuato spiegando come già nel 2007, il sostegno da Stati Uniti e Arabia aveva cominciato a dare benefici alla Confraternita:
Ci sono prove che la strategia di reindirizzamento dell’Amministrazione ha già dato dei frutti alla Fratellanza. Il Fronte di Salvezza Nazionale siriano è una coalizione di gruppi di opposizione, i cui principali soci sono una fazione guidata da Abdul Halim Khaddam, ex vicepresidente siriano che disertò nel 2005, e la Fratellanza. Un ex alto ufficiale della CIA mi ha detto: “Gli americani hanno fornito sostegno politico e finanziario. I sauditi stanno prendendo l’iniziativa con il supporto finanziario, ma non vi è coinvolgimento americano.” Ha detto che Khaddam, che ora vive a Parigi, aveva ottenuto denaro dall’Arabia Saudita, con la consapevolezza della Casa Bianca. (Nel 2005, una delegazione di membri del Fronte si era incontrata con funzionari del National Security Council, secondo la stampa.) Un ex funzionario della Casa Bianca mi ha detto che i sauditi avevano fornito ai membri del Fronte i documenti di viaggio.”- The Redirection, Seymour Hersh.
Fu avvertito che tale supporto avrebbe giovato alla Fratellanza nel suo complesso, non solo in Siria, e avrebbe colpito l’opinione pubblica anche per quanto riguarda l’Egitto, dove aveva combattuto una lunga battaglia contro i fautori della linea dura per mantenere il governo laico egiziano.  Chiaramente, la Fratellanza non salirà spontaneamente al potere in Siria, è stata resuscitata da contanti, armi e direttive di Stati Uniti, Israele, Arabia.

Le pubbliche relazioni avviate per orchestrare una guerra regionale
Per il pubblico generale, la violenza in Libano sembra essersi “riversata” dalla Siria, con personaggi come Saad Hariri, una figura di spicco nello sforzo di alimentare la divisione regionale tra musulmani sunniti e sciiti, che vengono improvvisamente “coinvolti” nella violenza in corso. Per il grande pubblico, a causa dei mass media volutamente ingannevoli, la richiesta dell’intervento straniero dei Fratelli musulmani, subito supportata dal fronte USA-Euro-israeliano e dagli Stati del Golfo, sembra una reazione spontanea alla cosiddetta strage di Houla.
In realtà, per coloro che sono informati della vera storia passata del riordino geopolitico del mondo arabo, l’opinione pubblica non è altro che l’attuazione del complotto orchestrato da anni, in cui ogni attore ha a lungo praticato il suo ruolo dietro le quinte, prima di uscire sul palco tutti insieme per essere presentati al pubblico. In effetti, la Fratellanza musulmana e Saad Hariri hanno collaborato con Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per anni. La resurrezione politica della Fratellanza musulmana è dovuta solo alla “Primavera araba” architettata dagli USA e a torrenti di denaro e di sostegno diplomatico da dietro le quinte. Il Dipartimento di Stato USA si è preparato almeno dal 2008, quando i leader della protesta egiziani volarono a New York per essere addestrati, equipaggiati e finanziati su cortesia dei contribuenti degli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010, culminando nella “primavera araba” del 2011.
E mentre i Fratelli musulmani si occupavano di fingere odio e belligeranza verso gli Stati Uniti e Israele, che a loro volta hanno simulato paura e dispiacere per l’avanzata della Fratellanza nella destabilizzazione politica che l’Occidente stesso aveva creato e perpetuato, solo per rimettere al potere la Fratellanza. Questa mossa è forse meglio dimostrata con l’ascesa e la caduta di un altro filooccidentale appoggiato dagli USA, l’egiziano Mohamed al-Baradei.

Quelli che “odiano” per lo più…
In effetti, la più irragionevole formazione dalla retorica schiumante anti-americana e anti-israeliana, probabilmente ha in effetti collaborato direttamente con l’Occidente, usando la retorica come una cortina di fumo. Mohamed al-Baradei, ad esempio, ha cercato di cavalcare l’onda del sentimento anti-occidentale, sottolineando regolarmente quanto fosse in disaccordo con gli USA sull’Iraq e l’Iran. Israele e Stati Uniti, a loro volta, lo accusavano di essere un agente “iraniano”, e al-Baradei periodicamente minacciava di muovere guerra a Israele, se fosse stato eletto presidente dell’Egitto. Vedremo quanto assurda sia stata tutta questa farsa.
In realtà, al-Baradei siede come fiduciario nel think-tank finanziato dalle aziende finanziarie statunitense, l’International Crisis Group (ICG), assieme al criminale riconosciuto e speculatore miliardario di Wall Street, George Soros, al consigliere in geopolitica Zbigniew Brzezinski, al sospettato criminale finanziario Lawrence “Larry” Summers e al neo-conservatore Richard Armitage. Inoltre, seduti attorno allo stesso tavolo con al-Baradei vi sono il Presidente di Israele, Shimon Peres, Stanley Fischer governatore della Banca d’Israele e l’ex-ministro degli esteri di Israele, Shlomo Ben-Ami.
Al di là di questa prova, e prima che la “primavera araba” esplodesse, un altro finanziere statunitense del think-tank corporativo Council on Foreign Relations, aveva sottolineato la necessità di manipolare l’opinione pubblica per manovrare i regimi clientelari al potere. In un articolo del marzo 2010 intitolato “Al-Baradei è l’eroe dell’Egitto?” pubblicato su “Affari esteri” del CFR, aveva affermato:
Inoltre, la relazione stretta tra Egitto e Stati Uniti è diventato un fattore critico e negativo nella politica egiziana. L’opposizione ha utilizzato questi legami per delegittimare il regime, mentre il governo si è impegnato nei suoi schermi di anti-americanismo per evitare tali accuse. Se al-Baradei in realtà ha una ragionevole possibilità di promuovere la riforma politica in Egitto, allora i politici americani farebbero meglio a sostenere la sua causa non agendo con forza“.
Chiaramente, la stampa occidentale e israeliana ha solo evitato di “agire con forza“, ha finto di avere un dispiacere immenso per l’ascesa nella politica egiziana di al-Baradei, e al tempo stesso ha fatto piovere sui suoi nemici e avversari un supporto con cui ha ingannato gli occhi di un emotivo, e apparentemente facilmente manipolabile, pubblico globale.
In questa luce è difficile prendere i finti sentimenti anti-occidentali di al-Baradei come qualcosa di più di un inganno assoluto, coordinato per mascherare il fatto che è in realtà un rappresentante diretto di questi manipolatori assai insidiosi. Allo stesso modo i Fratelli musulmani fanno il doppio gioco, sfruttando l’odio coltivato con cura verso gli USA e Israele, mentre in realtà questi estremisti settari, piuttosto recalcitranti, portano a compimento le macchinazioni occidentali. Non solo ciò è evidente nel gioco di propaganda svolto sia dalla Confraternita che dalle sue controparti a Washington, Londra, Doha e Tel Aviv, ma dimostra come l’agenda della Fratellanza sia ora apertamente convergente con quella di Stati Uniti e Israele verso la Siria, come nel 2007 aveva affermato accadesse Seymour Hersh.
Sembra quasi inimmaginabile che un qualsiasi arabo, a prescindere dalla sua opinione su Iran, Siria, o Hezbollah in Libano, possa credere che l’eliminazione di questi contrappesi nei confronti dell’Occidente e d’Israele gli sia vantaggioso, soprattutto perché è evidente che i suoi “nuovi” leader installati dalla Primavera araba, stiano infatti lavorando per, e non contro, l’espansione egemonica occidentale su tutto il mondo arabo.

La Primavera araba porta regimi clientelari dell’occidente
Oltre alla crescita della Fratellanza musulmana in Egitto e in Siria, in Tunisia si servono gli interessi occidentali con la recente nomina di Moncef Marzouki, formalmente della Lega tunisina per i diritti umani, membro dell’organizzazione International Federation for Human Rights (FIDH) finanziata dall’US National Endowment for Democracy e dalla Open Society di George Soros. Marzouki, che ha trascorso vent’anni in esilio a Parigi, in Francia, è stato anche il fondatore e capo della Commissione Araba per i Diritti Umani, un istituto che collabora con il World Movement for Democracy (WMD) del NED degli Stati Uniti, anche alla “Conferenza degli Attivisti dei diritti umani in Esilio” e che ha partecipato alla “terza assemblea” del WMD, assieme alla Lega tunisina per i diritti umani di Marzouki, sponsorizzata da NED, Open Society di Soros e USAID.
Nella vicina Libia, la controparte di Marzouki, il primo ministro Abdurrahim al-Keib, installato dalla NATO, viene indicato come “Professore e Presidente” dell’Istituto Petroleum di Abu Dhabi, UAE, e sponsorizzato da British Petroleum (BP), Shell, Total, dall’Oil Development Company del Giappone e dalla Abu Dhabi National Oil Company. Marzouki ed al-Keib sostengono apertamente gli sforzi occidentali di cambio di regime in Siria, e la Libia ha fornito denaro contante, armi e combattenti tratti dall’organizzazione terroristica, secondo il Dipartimento di Stato statunitense,  Gruppo combattente islamico libico (LIFG).
Chiaramente con il cambiamento di regime sul tavolo dalla prima guerra del Golfo del 1990, inviti specifici a un cambiamento di regime furono già fatti nel 2002, e un complotto articolato per  utilizzare i militanti settari per rovesciare la Siria, Hezbollah in Libano e, a sua volta, minare e destabilizzare l’Iran, agisce dal 2007; il tutto imperniato sulla creazione di un fronte di regimi clienti dell’occidente in tutto il mondo arabo. La “Primavera araba” ideata dagli USA, ha dimostrato la creazione di questo fronte, che a sua volta ha contribuito apertamente all’obiettivo di isolare, indebolire e rovesciare violentemente Libano, Siria e Iran.
Per il mondo arabo dovrebbe essere chiaro che il “nemico del mio nemico” non è sicuramente “il mio amico“, soprattutto quando quel “nemico” è il risultato di una strategia della tensione artificiale, creata da coloro che si presentano quali “alleati”. I musulmani sunniti condividono un nemico comune non solo con i loro vicini sciiti, ma con tutti i popoli, razze, religioni dell’Africa e dell’Asia.  Questo nemico è l’imperialismo anglo-statunitense che si perpetuata da secoli, grazie a nient’altro che alla sua capacità di dividere, distruggere, conquistare e spingere le nazioni contro le nazioni, nord contro sud, una religione contro le altre, una tribù contro l’altra. Questo è il modo in cui soggiogano enormi porzioni di Africa, Centro e Sud-Est asiatico, e questo è esattamente il modo con cui stanno ora conquistando il mondo arabo.
 
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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