La geopolitica di Obama del ‘Perno Cinese’: Il Pentagono punta alla Cina

F. William Engdahl Global Research, 24 agosto 2012

Dal crollo dell’Unione Sovietica e la fine nominale della guerra fredda, una ventina di anni fa, invece di ridurre la dimensione della loro mastodontica spesa per la difesa, il Congresso e tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno ampliato enormemente la spesa per nuovi sistemi di armamenti, l’aumento delle basi militari permanenti in tutto il mondo e l’espansione della NATO non solo ai paesi del Patto di Varsavia, nell’immediata periferia della Russia, ma ha anche ampliato la NATO e la presenza militare degli Stati Uniti nella profondità dell’Asia, ai confini della Cina, attraverso la loro guerra in Afghanistan e campagne correlate.

Parte I. Il Pentagono punta alla Cina 
Sulla base degli esborsi di semplici dollari per le spese militari, il budget combinato del Pentagono, lasciando da parte i grandi budget per le agenzie governative collegate alla sicurezza nazionale e alla difesa degli Stati Uniti, come il Dipartimento dell’Energia, del Tesoro e altre agenzie USA, l’US Department of Defence ha speso circa 739 miliardi dollari nel 2011 per le sue esigenze militari. Con tutte le altre spese collegate alla difesa e alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, secondo il londinese International Institute for Strategic Studies, la spesa militare annua degli Stati Uniti va oltre i 1.000 miliardi dollari. Si tratta di un importo superiore al totale delle spese per la difesa delle altre 42 nazioni più vicine, e più del prodotto interno lordo della maggior parte delle nazioni.
La Cina ufficialmente ha speso appena il 10% della spesa degli Stati Uniti per la loro difesa, circa 90 miliardi di dollari o, con certe importazioni di armi e altri costi inclusi, forse 111 miliardi dollari l’anno. Anche se le autorità cinesi non pubblicano i dati completi su tali aree sensibili, è evidente che la Cina spende solo una parte degli Stati Uniti, e a partire da una tecnologia militare di base di gran lunga lontana da quella degli Stati Uniti.
La Cina di oggi, a causa della sua crescita dinamica economica e la sua determinazione nel perseguire gli interessi sovrani nazionali cinesi, solo perché la Cina esiste, sta diventando la nuova “immagine del nemico” del Pentagono, che ora sostituisce la precedente “immagine del nemico” dell’Islam, utilizzata dal settembre 2001 dall’amministrazione Bush-Cheney per giustificare l’esercizio del potere globale del Pentagono, o quella del comunismo sovietico durante la Guerra Fredda. Il nuovo atteggiamento militare degli Stati Uniti contro la Cina non ha nulla a che fare con qualsiasi minaccia aggressiva da parte della Cina. Il Pentagono ha deciso di aumentare il suo atteggiamento aggressivo militare verso la Cina, solo perché la Cina è diventata un forte polo indipendente e vitale per l’economia mondiale e la geopolitica. Solo gli stati vassalli sono tenuti ad esistere nel mondo globalizzato di Washington.

La Dottrina Obama: la Cina è la nuova ‘immagine del nemico’
Dopo quasi due decenni di abbandono dei propri interessi in Asia orientale, nel 2011, l’amministrazione Obama ha annunciato che gli Stati Uniti ne avrebbero fatto un “perno strategico” nella loro politica estera, concentrando l’attenzione politica e militare sulla regione dell’Asia-Pacifico, in particolare nel Sud-Est asiatico, cioè la Cina. Il termine “centro strategico” proviene da una pagina del testo classico del padre della geopolitica britannica, Sir Halford Mackinder, che ha aveva parlato in diversi momenti della Russia e poi la Cina come “potenze”, la cui articolazione geografica e posizione geopolitica pone sfide uniche all’egemonia anglo-sassone e, dal 1945, all’egemonia statunitense.
Durante gli ultimi mesi del 2011, l’amministrazione Obama ha chiaramente definito una nuova dottrina pubblica della minaccia militare, per la prontezza militare degli Stati Uniti, sulla scia dei fallimenti militari statunitensi in Iraq e in Afghanistan. Durante un viaggio presidenziale in Estremo Oriente, in Australia, il Presidente degli Stati Uniti aveva presentato ciò che veniva chiamata Dottrina Obama. [1] Obama aveva detto agli australiani:
Con la maggior parte delle centrali nucleari del mondo e un po’ più della metà del genere umano, l’Asia definirà ampiamente se il secolo prossimo sarà segnato da conflitti o dalla cooperazione … In qualità di Presidente ho, quindi, preso una decisione deliberata e strategica, come nazione del Pacifico, gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo più ampio e di lunga durata nel plasmare questa regione e il suo futuro … ho detto alla mia squadra di sicurezza nazionale di rendere la nostra presenza e missione nell’Asia-Pacifico una priorità assoluta … Come abbiamo pianificato e previsto per il futuro, assegneremo le risorse necessarie per mantenere la nostra forte presenza militare in questa regione. Noi preserveremo la nostra capacità unica di proiezione di potenza e scoraggeremo le minacce alla pace … I nostri interessi durevoli nella regione richiedono la nostra duratura presenza nella regione.
Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico, e noi siamo qui per rimanervi. In realtà, stiamo già modernizzando il dispositivo difensivo degli Stati Uniti nell’Asia Pacifico. Sarà più ampiamente schierato, mantenendo la nostra forte presenza in Giappone e nella penisola coreana, rafforzando al tempo stesso la nostra presenza nel Sud-Est asiatico. Il nostro atteggiamento sarà più flessibile, con nuove funzionalità per garantire che le nostre forze possano operare liberamente… Credo che saremo in grado di affrontare le sfide comuni, quali la proliferazione e la sicurezza marittima, e la cooperazione nel Mar Cinese Meridionale.” [2]
Al centro della visita di Obama vi era stato l’annuncio che almeno 2.500 marines degli Stati Uniti saranno di stanza a Darwin, nel Territorio Settentrionale australiano. Inoltre, con una serie di importanti accordi paralleli, colloqui con Washington sono in corso per far volare droni di sorveglianza a lungo raggio statunitensi, telecomandati dalle Isole Cocos, un territorio australiano nell’Oceano Indiano. Anche gli Stati Uniti otterranno un più ampio uso delle basi aeree australiane per gli aerei statunitensi, e un aumento delle visite di navi e sottomarini nell’Oceano Indiano attraverso una base navale presso Perth, sulla costa occidentale del paese.

L’obiettivo del Pentagono è la Cina
Per chiarire il punto ai membri europei della NATO, in un discorso ai colleghi della NATO a Washington nel luglio 2012, Phillip Hammond, segretario di stato britannico per la difesa aveva dichiarato esplicitamente che il nuovo passaggio della difesa degli Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico, era volto contro la Cina. Hammond ha detto che “la crescente importanza strategica della regione Asia-Pacifico impone a tutti i paesi, ma in particolare agli Stati Uniti, un modo per riflettere sulla loro posizione strategica vero l’emergere della Cina come potenza mondiale. Lungi dall’essere preoccupate per l’inclinazione verso l’Asia-Pacifico, le potenze europee della NATO dovrebbero accogliere con favore il fatto che gli Stati Uniti sono disposti a impegnarsi in questa nuova sfida strategica, per conto dell’alleanza“. [3]
Come per molte delle sue operazioni, lo schieramento del Pentagono è molto più profondo rispetto a quanto il numero, relativamente piccolo di 2.500 nuovi soldati statunitensi, potrebbe suggerire.
Nell’agosto 2011, il Pentagono ha presentato la sua relazione annuale sul potere militare della Cina. Affermava che la Cina aveva colmato il gap nelle tecnologie chiave. Il viceassistente segretario alla difesa per l’Asia orientale, Michael Schiffer, ha detto che il ritmo e la portata degli investimenti militari della Cina ha “permesso alla Cina di perseguire le capacità che riteniamo potenzialmente destabilizzanti per gli equilibri regionali militari, aumentando il rischio di incomprensioni e errori di calcolo che possono contribuire a tensioni e ansie regionali“. [4] Ha citato la ristrutturazione cinese della portaerei ex-sovietica e lo sviluppo cinese del caccia stealth J-20, come indicazione delle nuove funzionalità, richiedendo una più attiva risposta militare degli Stati Uniti. Schiffer ha anche citato operazioni spaziali e informatiche cinesi, dicendo che “sviluppa un programma multi-dimensionale per migliorare le sue capacità per limitare o impedire l’uso di sistemi spaziali degli avversari, durante i periodi di crisi o di conflitto.” [5]

Andrew W. Marshall e George W. Bush

Parte II: l”Air-Sea Battle‘ del Pentagono
La strategia del Pentagono per sconfiggere la Cina, in una guerra futura, i cui dettagli sono filtrati sulla stampa USA, si chiama “Air-Sea Battle“. Che richiede un aggressivo attacco coordinato degli Stati Uniti. Bombardieri stealth e sottomarini USA metterebbero fuori uso i radar di sorveglianza e sistemi missilistici di precisione a lungo raggio della Cina, posti in profondità nel paese. Questa iniziale “campagna di accecamento” sarebbe seguita da un più grande assalto aeronavale alla Cina stessa. [6] Fondamentale per la strategia avanzata del Pentagono, lo schieramento che si è già tranquillamente iniziato, la presenza aero-navale statunitense in Giappone, Taiwan, Filippine, Vietnam e in tutto il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano. Truppe australiane e dispiegamento navale hanno lo scopo di accedere allo strategico Mar Cinese Meridionale, come anche all’Oceano Indiano. Il motivo dichiarato è “proteggere la libertà di navigazione” nello Stretto di Malacca e nel Mar Cinese Meridionale. In realtà verrebbero posizionati per tagliare le rotte strategiche del petrolio alla Cina, in caso di conflitto totale.
L’Obiettivo di Air-Sea Battle è aiutare le forze statunitensi a resistere ad un assalto iniziale cinese e a contrattaccare per distruggere i sofisticati radar e sistemi missilistici cinesi, costruiti per tenere le navi statunitensi lontane dalle coste della Cina. [7]

L”Air-Sea Battle‘ degli USA contro la Cina
Oltre allo stazionamento dei marines degli Stati Uniti nel nord dell’Australia, Washington prevede di far volare droni di sorveglianza a lungo raggio  telecomandati dalle Isole Cocos, un territorio australiano nell’Oceano Indiano, strategicamente vitale. Inoltre avrà l’uso di basi aeree australiane, per i velivoli militari, e si avranno maggiori visite di navi e sottomarini nell’Oceano Indiano, tramite una base navale presso Perth, nelle coste occidentali dell’Australia. [8]
L’architetto della strategia anti-Cina del Pentagono dell’Air-Sea Battle è Andrew Marshall, l’uomo che ha plasmato l’avanzata strategia di guerra del Pentagono per più di 40 anni, e tra i cui seguaci vi furono Dick Cheney e Donald Rumsfeld. [9] Dagli anni ’80 Marshall è stato un promotore di una prima idea postulata nel 1982 dal maresciallo Nikolaj Ogarkov, l’allora capo di stato maggiore generale sovietico, chiamato RMA, o ‘rivoluzione negli affari militari.’ Marshall, oggi alla veneranda età di 91 anni, conserva ancora la sua scrivania e la sua influenza evidentemente molto ampia, nel Pentagono.
La migliore definizione di RMA è stata quella fornita da Marshall stesso: “Una rivoluzione negli affari militari (RMA) è un importante cambiamento nella natura della guerra causata dall’applicazione innovativa di nuove tecnologie che, in combinazione con cambiamenti drammatici nella dottrina militare e nei concetti operativi e organizzativi, modifica profondamente il carattere e la condotta delle operazioni militari“. [10] 
E’ stato sempre Andrew Marshall che ha convinto il Segretario alla Difesa statunitense Donald Rumsfeld e il suo successore Robert Gates, a schierare lo Scudo Anti-Missile Balistico in Polonia, Repubblica Ceca, Turchia e Giappone, come strategia per minimizzare qualsiasi potenziale minaccia nucleare dalla Russia e, nel caso del Giappone, ogni potenziale minaccia nucleare dalla Cina.

Parte III: La strategia del ‘Filo di Perle’ del Pentagono
Nel gennaio 2005, Andrew Marshall ha pubblicato un rapporto interno classificato per il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, dal titolo “Energy Futures in Asia.” Il rapporto di Marshall, che è trapelato su un giornale di Washington, ha inventato la strategia di lungo termine del ‘Filo di Perle’, per descrivere ciò che chiamava la crescente minaccia militare cinese agli “interessi strategici degli USA” nello spazio asiatico. [11]
Il rapporto interno del Pentagono sostiene che “la Cina sta costruendo relazioni strategiche lungo le rotte marittime dal Medio Oriente al Mar Cinese Meridionale, in modo da suggerire il posizionamento difensivo e offensivo per la protezione degli interessi energetici della Cina, ma anche per servire gli obiettivi di sicurezza generali.”
Nella relazione al Pentagono di Andrew Marshall, il termine strategia ‘Filo di Perle’ della Cina fu utilizzato per la prima volta. E’ un termine del Pentagono e non un termine cinese. Il rapporto dichiarava che la Cina aveva adottato la  strategia del ‘Filo di Perle’, di basi e legami diplomatici, che si estende dal Medio Oriente alla Cina meridionale, includendo una nuova base navale in costruzione nel porto pakistano di Gwadar. Sosteneva che “Beijing ha già istituito posti d’intercettazione elettronica a Gwadar, nell’angolo sud-ovest del paese, la parte più vicina al Golfo Persico. Il posto monitora il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz e il Mare Arabico“. [12]
Il rapporto interno di Marshall continuava a mettere in guardia su altre “perle” della strategia delle rotte della Cina:
• Bangladesh: la Cina sta rafforzando i suoi legami con il governo e costruisce un impianto portuale per container a Chittagong. I cinesi sono “in cerca di un più ampio accesso navale e commerciale” in Bangladesh.
• Birmania: la Cina ha sviluppato stretti legami con il regime militare di Rangoon e trasformato una nazione diffidente verso la Cina in un “satellite” di Beijing, vicino allo Stretto di Malacca, attraverso il quale passa l’80 per cento delle importazioni di petrolio della Cina. La Cina sta costruendo basi navali in Myanmar e ha impianti elettronici di raccolta di informazioni sulle isole nel Golfo del Bengala, nei pressi dello stretto di Malacca. Beijing ha anche fornito al Myanmar “miliardi di dollari in assistenza militare, a sostegno di una alleanza militare de facto“, dice il rapporto.
• Cambogia: la Cina hanno firmato un accordo militare nel novembre 2003 per fornire addestramento e attrezzature. Beijing sta aiutando la Cambogia a costruire una linea ferroviaria dalla Cina meridionale al mare.
• Mar Cinese Meridionale: le attività cinesi nella regione riguardano le rivendicazioni territoriali per “proteggere o negare il transito di petroliere attraverso il Mar Cinese Meridionale“, dice il rapporto. Anche la Cina sta costruendo le sue forze militari nella regione, per essere in grado di “proiettare il potere aeronavale” dal continente e dall’isola di Hainan. La Cina ha recentemente aggiornato una pista d’atterraggio militare sulla Woody Island e ha aumentato la sua presenza con le piattaforme di trivellazione petrolifere e le navi oceanografiche.
• Thailandia: la Cina sta prendendo in considerazione la costruzione, con un finanziamento di 20 miliardi dollari, di un canale che attraversi l’Istmo di Kra consentendo alle navi di bypassare lo stretto di Malacca. Il progetto del  canale darebbe alla Cina impianti portuali, magazzini e altre infrastrutture in Thailandia, volte a rafforzare l’influenza cinese nella regione, indicava il rapporto… Il Comando Sud degli Stati Uniti ha presentato una relazione classificata simile alla fine degli anni ’90, che avvertiva che la Cina stava cercando di utilizzare impianti portuali commerciali in tutto il mondo, per il controllo strategico dei “colli di bottiglia”. [13]

Spezzare il ‘Filo di Perle’
Significative azioni del Pentagono e degli Stati Uniti, come la relazione del 2005 indicava, avevano lo scopo di contrastare i tentativi della Cina per difendere la propria sicurezza energetica tramite il ‘Filo di Perle’. Gli interventi degli Stati Uniti dal 2007 in Birmania/Myanmar hanno avuto due fasi.
La prima è stata la cosiddetta Rivoluzione Zafferano, una destabilizzazione nel 2007, sostenuta da Dipartimento di Stato e dalla CIA, volta a mettere al centro dell’attenzione internazionale le pratiche sui diritti umani della dittatura militare del Myanmar. L’obiettivo era isolare ulteriormente il paese, dalla posizione strategica, a livello internazionale in tutte le relazioni economiche, a parte la Cina. Lo sfondo alle azioni degli Stati Uniti era la costruzione di oleodotti e gasdotti della Cina, da Kunming nella provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, lungo la vecchia strada birmana in Myanmar, fino alla Baia del Bengala, di fronte a India e Bangladesh, nell’Oceano indiano settentrionale.
Forzare i capi militari birmani, in stretta dipendenza dalla Cina, è stato uno dei fattori scatenanti della decisione dei militari del Myanmar ad aprirsi economicamente verso l’Occidente. Avevano dichiarato che l’inasprimento delle sanzioni economiche degli Stati Uniti aveva causato gravi danni al paese e il presidente Thein Sein avviò una grande liberalizzazione, oltre a permettere alla dissidente sostenuta dagli USA, Aung San Suu Kyi, di essere libera e di concorrere a cariche elettive con il suo  partito, in cambio delle promesse della segretaria di Stato USA Hillary Clinton, di investimenti statunitensi nel paese e dell’allentamento delle sanzioni economiche degli Stati Uniti. [14]
Le aziende statunitensi si avvicinano al Mynamar, supportate da Washington, per introdurre le assai distruttive riforme del “libero mercato” che apriranno il Myanmar all’instabilità. Gli Stati Uniti non consentono investimenti in società possedute dalle forze armate del Myanmar o dal suo Ministero della Difesa. Saranno anche in grado di imporre sanzioni su “coloro che minano il processo di riforma, violano i diritti umani, contribuiscono al conflitto etnico o partecipano a scambi militari con la Corea del Nord.” Gli Stati Uniti bloccheranno le imprese o gli individui che effettuano transazioni con qualsiasi “nazionale specialmente designato” o imprese che controllano – consentendo a  Washington, ad esempio, di fermare il flusso di denaro che va ai gruppi che “perturbano il processo di riforma“. È il classico approccio del “bastone e della carota”, facendo penzolare la carota delle ricchezze incalcolabili se il Myanmar apre la propria economia alle società statunitensi, e punendo coloro che cercano di resistere alla cessione del patrimonio del paese. Petrolio e gas, di vitale importanza per la Cina, saranno un obiettivo speciale dell’intervento degli Stati Uniti. Ad aziende e individui statunitensi sarà consentito investire nella statale Myanmar Oil and Gas Enterprise. [15]
Obama ha anche creato il nuovo potere governativo d’imporre “sanzioni di blocco” a chiunque minacci la pace in Myanmar. Le imprese con più di 500.000 dollari di investimenti nel Paese, dovranno presentare una relazione annuale al Dipartimento di Stato, con i dettagli sui diritti dei lavoratori, le acquisizioni dei terreni e dei pagamenti da più di 10.000 dollari a enti governativi, tra cui le imprese di proprietà statale del Myanmar.
Alle aziende e agli individui statunitensi sarà consentito investire nella statale Myanmar Oil and Gas Enterprise, ma tutti gli investitori dovranno notificarlo al Dipartimento di Stato entro 60 giorni.
Anche le ONG sui “diritti umani” degli USA, strettamente associate o ritenute associate con i piani geopolitici del Dipartimento di Stato USA, tra cui Freedom House, Human Rights Watch, Istituto per la democrazia asiatica, Open Society Foundations, Medici per i Diritti Umani, la Campagna USA per la Birmania, United to End Genocide, saranno ora autorizzate ad operare in Myanmar, in base a una decisione della segretaria di stato Clinton, dell’aprile 2012. [16]
La Thailandia, un altro tassello della strategia difensiva cinese del ‘Filo di Perle’, è anch’essa oggetto di un’intensa destabilizzazione, nel corso degli ultimi anni. Ora, con la sorella di un corrotto ex primo ministro in carica, i rapporti USA-Thailandia sono notevolmente migliorati.
Dopo mesi di scontri sanguinosi, il miliardario ed ex primo ministro thailandese, filo-USA, Thaksin Shinawatra, è riuscito a comprare il modo di nominare la sorella, Yingluck Shinawatra a Primo Ministro, mentre dall’estero  tira le fila della politica. Thaksin si gode uno status confortevole negli Stati Uniti, in questo momento, estate 2012.
Le relazioni degli Stati Uniti con la sorella di Thaksin, Yingluck Shinawatra, vanno verso l’adempimento diretto del “perno strategico” di Obama, concentrandosi sulla “minaccia cinese”. Nel giugno 2012, il generale Martin E. Dempsey, presidente dell’US Joint Chiefs of Staff, di ritorno da una visita, questo mese, in Thailandia, Filippine e Singapore ha dichiarato: “Vogliamo avere una partnership con queste nazioni e una presenza in rotazione, che ci permetterà di costruire capacità comuni per interessi comuni.” Questi sono precisamente i tasselli chiave di ciò che il Pentagono chiama ‘Filo di Perle’.
Il Pentagono sta ora negoziando, con calma, per ritornare nelle basi abbandonate della guerra del Vietnam. Sta negoziando con il governo thailandese per creare un nuovo hub per le “emergenze”, sulla Royal Thai Navy Air Base di U-Tapao, 90 km a sud di Bangkok. L’esercito statunitense vi ha costruito una pista lunga due miglia, uno delle più lunghe dell’Asia, che negli anni ’60 operava come importante base di rifornimento, durante la guerra del Vietnam.
Il Pentagono sta lavorando anche per garantire più diritti alle visite della US Navy nei porti tailandesi, ed operazioni congiunte di sorveglianza aerea per monitorare le rotte commerciali e i movimenti militari. La Marina degli Stati Uniti presto baserà quattro delle sue più recenti navi da guerra – Littoral Combat Ships – a Singapore e li farà ruotare periodicamente in Thailandia e in altri paesi del Sudest asiatico. La Marina cerca di condurre missioni congiunte di sorveglianza aerea dalla Thailandia. [17]
Inoltre, il vicesegretario alla difesa Ashton Carter, è andato in Thailandia nel luglio 2012, e il governo thailandese ha invitato il segretario alla difesa Leon Panetta, che ha incontrato il ministro della difesa thailandese in una conferenza a Singapore, a giugno. [18]
Nel 2014, la Marina degli Stati Uniti dovrebbe iniziare lo schieramento nel Pacifico del nuovo aereo da ricognizione antisommergibile P-8A Poseidon, sostituendo gli aerei da sorveglianza P-3C Orion. La Marina sta inoltre preparandosi a schierare nuovi droni di sorveglianza da alta quota, nella regione Asia-Pacifico, nello stesso periodo. [19]

Parte IV: la ‘Politica della Difesa India-USA rivolta a Est’
Il segretario alla difesa Leon Panetta era in India a giugno di quest’anno, dove ha proclamato che la cooperazione nella difesa con l’India è il perno della strategia di sicurezza degli Stati Uniti in Asia. Si è impegnato a contribuire allo sviluppo delle capacità militari dell’India e ad aiutare l’India nella produzione congiunta di “articoli” ad alta tecnologia per la difesa. Panetta era il quinto membro del gabinetto Obama a visitare l’India quest’anno. Il messaggio che tutti hanno portato è che, per gli Stati Uniti, l’India sarà la relazione principale del 21° secolo. Il motivo è l’emergere della Cina. [20]
Diversi anni fa, durante l’amministrazione Bush, Washington ha fatto una mossa importante assumendo l’India come alleato militare degli Stati Uniti contro l’emergente presenza cinese in Asia. L’India la chiama “Politica volta ad est.” In realtà, nonostante tutte le affermazioni in senso contrario, si tratta di una politica militare “volta contro la Cina“.
Nei commenti di agosto 2012, il vicesegretario della difesa Ashton Carter ha dichiarato: “L’India è anche parte fondamentale del nostro riequilibrio nella regione Asia-Pacifico e, crediamo, nella più ampia sicurezza e prosperità del 21° secolo. La relazione USA-India ha una portata globale, come importanza ed influenza in entrambi i paesi.” [21] Nel 2011, l’esercito statunitense ha condotto più di 50 significative attività militari con l’India.
Carter ha continuato in un discorso dopo il viaggio a New Delhi, “I nostri interessi di sicurezza convergono: sulla sicurezza marittima, in tutta la regione dell’Oceano Indiano, in Afghanistan, dove l’India ha fatto tanto per lo sviluppo economico e delle forze di sicurezza afgane, e sulle più generali questioni regionali, in cui condividiamo interessi a lungo termine. Sono andato in India su richiesta del segretario Panetta e con una delegazione di esperti di politica e tecnici di alto livello degli Stati Uniti“. [22]

Oceano Indiano
La  strategia del ‘Filo di Perle’ del Pentagono contro la Cina, in effetti, non è fatta di belle perle, ma è un cappio del boia intorno ai confini della Cina, progettato, in caso di grave conflitto, per escludere completamente la Cina dal suo accesso alle vitali materie prime, soprattutto e in particolare, dal petrolio del Golfo Persico e dell’Africa.
L’ex consigliere del Pentagono Robert D. Kaplan, ora con Stratfor, ha rilevato che l’Oceano Indiano sta diventando il “centro strategico di gravità” mondiale e chi controlla quel centro, controlla l’Eurasia, tra cui la Cina. L’Oceano è il passaggio di vitale importanza dei flussi energetici e commerciali tra Medio Oriente, Cina e paesi dell’Estremo Oriente. Più strategicamente, è il cuore dell’economia sud-sud in via di sviluppo tra la Cina, l’Africa e l’America Latina.
Dal 1997 il commercio tra Cina e Africa è aumentato più di 20 volte e il commercio con l’America Latina, tra cui il Brasile, è aumentato quattordici volte in soli dieci anni. Questa dinamica, se perdura, eclisserà la dimensione economica dell’Unione europea, così come le economie del Nord America in declino industriale, in meno di un decennio. Questo è una tendenza che Washington e Wall Street sono determinati a impedire a tutti i costi.
A cavallo dell’Arco islamico – che si estende dalla Somalia all’Indonesia, passando per i paesi del Golfo e dell’Asia centrale – la regione circostante l’Oceano Indiano, sicuramente diventerà il nuovo centro di gravità strategico del mondo. [23]
A nessun blocco economico rivale può essere consentito di sfidare l’egemonia statunitense. L’ex consigliere geopolitico di Obama, Zbigniew Brzezinski, un seguace della geopolitica di Mackinder, ed ancora oggi insieme a Henry Kissinger, una delle persone più influenti sul potere degli Stati Uniti, ha riassunto la posizione come vista da Washington, nel suo libro del 1997, La Grande Scacchiera: la supremazia americana e i suoi imperativi geostrategici:
E’ imperativo che non emerga nessun sfidante eurasiatico in grado di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America. La formulazione di un approccio globale e integrato di una geo-strategia eurasiatica, è dunque lo scopo di questo libro.” [24]
Per l’America, il premio geopolitico principale è l’Eurasia…. Il primato globale dell’America è direttamente dipendente da quanto tempo e quanto efficacemente la sua preponderanza sul continente eurasiatico sarà sostenuta.” [25]
In tale contesto, come gli USA ‘gestiscono’ l’Eurasia è fondamentale. L’Eurasia  è il più grande continente del globo ed è geopoliticamente assiale. Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni mondiali più avanzate ed economicamente produttive. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce che anche il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferiche rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è sempre lì, sia nelle sue imprese che sotto il suo suolo. L’Eurasia raccoglie il 60 per cento del PIL mondiale e circa i tre quarti delle risorse energetiche mondiali conosciute. [26]
L’Oceano Indiano è coronato da quello che alcuni chiamano arco dei paesi islamici, che va dall’Africa orientale all’Indonesia attraverso i paesi del Golfo Persico e l’Asia centrale. L’emergere della Cina e di altre potenze asiatiche minori, nel corso degli ultimi due decenni dopo la fine dalla guerra fredda, ha messo in discussione l’egemonia statunitense sull’Oceano Indiano per la prima volta dall’inizio della Guerra Fredda. Soprattutto negli ultimi anni, mentre l’influenza economica statunitense è precipitosamente diminuita a livello mondiale, e quella della Cina è aumentata in modo spettacolare, il Pentagono ha iniziato a riconsiderare la propria presenza strategica nell’Oceano Indiano. Il ‘Perno Asiatico’ di Obama è centrato sull’affermazione decisiva del controllo del Pentagono sulle rotte marittime dell’Oceano Indiano e sulle acque del Mar Cinese Meridionale.
La base militare statunitense di Okinawa, in Giappone, è stata ricostruita come importante centro di proiezione di potenza militare degli Stati Uniti nei confronti della Cina. A partire dal 2010 vi sono stati più di 35.000 militari statunitensi di stanza in Giappone e vi lavorano altri 5.500 civili del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. La Settima Flotta degli Stati Uniti ha sede a Yokosuka. La 3.za Forza di Spedizione dei Marine è a Okinawa. 130 caccia dell’USAF sono di stanza nelle basi aeree di Misawa e Kadena.
Il governo giapponese nel 2011 ha iniziato un programma di armamento volto a contrastare la crescente presunta minaccia cinese. Il comando giapponese ha esortato i propri capi a presentare una petizione agli Stati Uniti per consentire la vendita dei caccia F-22A Raptor, cosa attualmente illegale in base alla legge statunitense. I militari statunitensi e sudcoreani hanno approfondito la loro alleanza strategica, e oltre 45.000 soldati statunitensi sono ora di stanza in Corea del Sud. La Corea del Sud e gli USA sostengono che questo è dovuto alla modernizzazione militare della Corea del Nord. Cina e Corea del Nord la denunciano come inutilmente provocatoria. [27]
Sotto la copertura della guerra contro il terrorismo, gli Stati Uniti hanno sviluppato importanti accordi militari con le Filippine e con l’esercito indonesiano. La base militare di Diego Garcia è il perno del controllo degli Stati Uniti dell’Oceano Indiano. Nel 1971 le forze armate USA cacciarono i cittadini di Diego Garcia, per costruire una grande installazione militare e per svolgervi missioni contro l’Iraq e l’Afghanistan.
La Cina ha due talloni di Achille – lo Stretto di Hormuz, all’uscita del Golfo Persico, e lo Stretto di Malacca, presso Singapore. Circa il 20% del petrolio della Cina passa attraverso lo Stretto di Hormuz. E circa l’80% delle importazioni di petrolio e il commercio principale cinesi passano attraverso lo Stretto di Malacca.
Per impedire alla Cina di emergere con successo come principale concorrente economico mondiale degli Stati Uniti, Washington ha lanciato la cosiddetta ‘primavera araba’, alla fine del 2010. Mentre le aspirazioni di milioni di comuni cittadini arabi in Tunisia, Libia, Egitto e altrove, per la libertà e la democrazia era vera, in effetti sono stati usati come carne da cannone inconsapevole, per scatenare la strategia statunitense del caos, delle guerre e dei conflitti intra-islamici in tutto il mondo islamico ricco di petrolio, dalla Libia in Nord Africa alla Siria e, infine, all’Iran in Medio Oriente. [28]
La strategia degli Stati Uniti nei paesi dell’Arco islamici a cavallo dell’Oceano Indiano, come dice l’analista strategico Mohamed Hassan, è questa:
Gli Stati Uniti cercano di controllare queste risorse… per impedire che raggiungano la Cina. Ciò è stato uno dei principali obiettivi delle guerre in Iraq e Afghanistan, ma queste si sono trasformate in un fiasco. Gli Stati Uniti hanno distrutto questi paesi, al fine di istituire dei governi che sarebbero stati docili, ma hanno fallito. La ciliegina sulla torta è che i nuovi governi iracheno e afghano commerciano con la Cina! Beijing non ha pertanto bisogno di spendere miliardi di dollari per una guerra illegale, al fine di mettere le mani sull’oro nero iracheno: le imprese cinesi semplicemente hanno comprato concessioni petrolifere all’asta, nel pieno rispetto delle regole. … La strategia statunitense è fallita su tutta la linea. Vi è tuttavia una opzione ancora aperta per gli Stati Uniti: mantenere il caos al fine di evitare che tali paesi raggiungano la stabilità a vantaggio della Cina. Ciò significa continuare la guerra in Iraq e in Afghanistan ed estenderla a paesi come l’Iran, lo Yemen e la Somalia.” [29]

Parte V: Mar Cinese Meridionale
Il completamento del ‘Filo di Perle’ del Pentagono, quale cappio del boia sulla Cina, per tagliare i vitali rifornimenti energetici e altre importazioni in caso di guerra nel 2012, è incentrato sulla grande manipolazione degli Stati Uniti degli eventi nel Mar Cinese Meridionale. Il Ministero delle Risorse Geologiche e Minerarie della Repubblica popolare cinese ha stimato che il Mar Cinese Meridionale può contenere 18 miliardi di tonnellate di petrolio greggio (rispetto al Kuwait, con i suoi 13 miliardi di tonnellate). La stima più ottimistica suggerisce che le risorse petrolifere (potenziali riserve non certe) delle isole Spratly e Paracel, nel Mar Cinese Meridionale, potrebbe essere di 105 miliardi di barili di petrolio, e che il totale per il Mar Cinese Meridionale potrebbe essere di 213 miliardi di barili. [30]
La presenza di tali vaste riserve di energia non sorprendentemente è diventata un importante problema di sicurezza energetica per la Cina. Washington ha compiuto negli ultimi anni un intervento calcolato per sabotare gli interessi cinesi, utilizzando in particolare il Vietnam come cuneo contro l’esplorazione petrolifera cinese nella zona. Nel luglio 2012, l’Assemblea nazionale del Vietnam ha approvato una legge che delimita le frontiere marittime vietnamite, includendo le Spratly e le isole Paracel. L’influenza degli Stati Uniti in Vietnam, da quando il paese si è aperto alla liberalizzazione economica, è diventata determinante.
Nel 2011 l’esercito statunitense ha iniziato la collaborazione con il Vietnam, comprendente anche “pacifiche” esercitazioni militari. Washington ha sostenuto sia le Filippine che il Vietnam nelle loro rivendicazioni territoriali sul territorio nel Mar Cinese Meridionale reclamato dai cinesi, incoraggiando questi piccoli paesi a non cercare una soluzione diplomatica. [31]
Nel 2010 le major petrolifere statunitensi e inglesi hanno formulato l’offerta per l’esplorazione nel Mar Cinese Meridionale. L’offerta di Chevron e BP si è aggiunta alla presenza della statunitense Anadarko Petroleum Corporation nella regione. Questa mossa è essenziale per avere il pretesto per “Difendere gli interessi petroliferi” di Washington nella zona. [32]
Nell’aprile 2012, la nave da guerra filippina Gregorio del Pilar è stata coinvolta in uno stallo con due navi da sorveglianza cinesi, presso Scarborough Shoal, una zona rivendicata da entrambe le nazioni. La marina filippina aveva cercato di arrestare i pescatori cinesi che avrebbero catturato specie marine protette dal governo nella zona, ma i pattugliatori glielo hanno impedito. Il 14 aprile 2012, Stati Uniti e Filippine hanno tenuto le loro esercizi annuali a Palawan, Filippine. Il 7 maggio 2012, il Viceministro degli Esteri cinese Fu Ying ha convocato una riunione con Alex Chua, incaricato d’affari dell’ambasciata filippina in Cina, per avere una rappresentazione seria dell’incidente a Scarborough Shoal.
Dalla Corea del Sud alle Filippine e al Vietnam, il Pentagono e Dipartimento di Stato USA alimentano lo scontro sui diritti per il Mar Cinese Meridionale, per inserirvi furtivamente la presenza militare statunitense, per “difendere” gli interessi vietnamiti, giapponesi, coreani o filippini. Il cappio del boia militare si sta lentamente stringendo intorno alla Cina.
Mentre l’accesso della Cina alle vaste risorse off-shore di petrolio e gas vengono limitati, Washington sta attivamente cercando di attirare la Cina nel perseguimento del massiccio sfruttamento del gas di scisto in Cina. Le ragioni non hanno nulla a che fare con la buona volontà degli Stati Uniti nei confronti della Cina. Si tratta, infatti, di un’altra importante arma per la distruzione della Cina, ora attraverso una forma di guerra ambientale.

F. William Engdahl, autore di Es klebt Blut un Händen Euren (FinanzBuchVerlag)

Note:
[1] President Barack Obama, Remarks By President Obama to the Australian Parliament, 17 novembre 2011.
[2] Ibidem.
[3] Otto Kreisher, UK Defense Chief to NATO: Pull Your Weight in Europe While US Handles China, 22 luglio 2012
[4] BBC, China military ‘closing key gaps’, says Pentagon, 25 agosto 2011.
[5] Ibidem.
[6] Greg Jaffe, US Model for a Future War Fans Tensions with China and inside Pentagon, Washington Post, 2 agosto 2012
[7] Ibidem
[8] Matt Siegel, As Part of Pact, US Marines Arrive in Australia, in China’s Strategic Backyard, The New York Times, 4 aprile 2012.
[9] Greg Jaffe, op. cit.
[10] F. William Engdahl, Full Spectrum Dominance: Totallitarian democracy in the New World Order, Wiesbaden, 2009, edition.engdahl, p. 190.
[11] The Washington Times, China Builds up Strategic Sea Lanes, 17 gennaio 2005 
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] Wall Street Journal, An Opening in Burma: The regime’s tentative liberalization is worth testing for sincerity, 22 novembre 2011  
[15] Radio Free Asia, US to Invest in Burma’s Oil, 7 novembre 2011  
[16] Shaun Tandon, US eases Myanmar restrictions for NGOs, AFP, 17 aprile 2012
[17] Craig Whitlock, US eyes return to some Southeast Asia military bases, Washington Post, 23 giugno 2012
[18] Ibidem.
[19] Ibidem.
[20] Premvir Das, Taking US-India defence links to the next level, 18 giugno 2012
[21] Zeenews, US-India ties are global in scope: Pentagon, 2 agosto 2012
[22] Ibidem
[23] Gregoire Lalieu, Michael Collon, Is the Fate of the World Being Decided Today in the Indian Ocean?, 3 novembre 2010
[24] Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard: American Primacy And It’s Geostrategic Imperatives, 1997, Basic Books, p. xiv.
[25] Ibidem, p. 30.
[26] Ibidem, p. 31.
[27] Cas Group, Background on the South China Sea Crisis 
[28] Gregoire Lalieu, et al, op. cit.
[29] Ibidem.
[30] GlobalSecurity.org, South China Sea Oil and Natural Gas
[31] Agence France Presse, US, Vietnam Start Military Relationship, 1° agosto 2011
[32] Zacks Equity Research, Oil Majors Eye South China Sea, 24 giugno 2010

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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